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Paride Marseglia

FRATELLI

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FRATELLI Copyright © 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2011 Luigi Ametta

ISBN: 978-88-6307-380-5 In copertina: Immagine Shutterstock.com

Finito di stampare nel mese di Settembre 2011 da Logo srl Borgoricco - Padova


I

Anselmo Valdarme, uno degli uomini più ricchi di Milano, stava male da diversi giorni. Nelle ultime settimane erano passati nella sua casa tre medici e nessuno di loro aveva lasciato molte speranze. L'ultimo, chiamato dai figli per la sua chiara fama di luminare, era uscito dalla stanza buia con gli occhi bassi, scuotendo lievemente il capo, e mentre sistemava la sua valigetta e si rimetteva il soprabito parlottava a bassa voce con Marco e Giovanni, i figli più grandi del malato. Elisa, la figlia più piccola, era rimasta in salotto, accasciata sul divano, apparentemente attenta a seguire un programma alla televisione, in realtà con le orecchie tese a cogliere qualcosa del parlottio tra gli uomini. Avrebbe voluto ascoltare anche lei notizie di suo padre ma se ne guardò bene, sapendo che i fratelli non avrebbero approvato: parlare con adulti, confrontarsi e prendere decisioni era roba da uomini. La moglie del signor Anselmo nel frattempo rassettava in cucina, con l'aria serena di chi riteneva che la cosa non la riguardasse. Sapeva che suo marito stava per morire e accettava la cosa con tranquillità. Del resto, lui aveva raggiunto la rispettabile età di settantaquattro anni e non accontentarsi di aver vissuto per tre quarti di secolo a lei sarebbe sembrata una bella forma di ingratitudine. Così trascorreva le ore tenendolo per mano, sorridendogli con occhi affettuosi e sottomettendosi a tutte le incombenze da moglie premurosa: lo lavava e lo nutriva, guardava pietosa quando il fiato gli ingolfava i polmoni esplodendo poi in tossi asinine che sembravano spaccarlo in due, gli puliva la bocca dalla saliva che gli scivolava di lato quando sbarrava gli occhi in un punto indefinito del muro guardando chissà cosa e ne sopportava in silenzio gli sbalzi d'umore quando diventava aggressivo e la maltrattava, coprendola di insulti immeritati, salvo poi bloccarsi all'improvviso, piagnucolando e stringendola a sé con le braccia rinsecchite. «Che mi succede? Perché ti parlo così?» balbettava. «Niente, amore. Sei malato, perdi la testa. Che vuoi farci?» rispondeva lei stendendosi accanto a lui nel letto e finiva che si addormentavano abbracciati. Ma questa dedizione al marito morente era una cosa sua, nei confronti della quale nutriva una profonda riservatezza: non le piaceva che estranei la vedessero mentre si prendeva cura di suo marito, per cui quando venivano i medici lei gli dava un bacio, gli metteva un cuscino dietro la schiena e lo lasciava solo,


per chiudersi in cucina a far da mangiare o a mettere in ordine. Il medico, schiacciandosi in testa il berretto nero da becchino, disse che sarebbe passato di lì a due giorni. Ma venne svegliato prima dell'alba da una telefonata che lo pregava di uscire subito da casa: Valdarme era morto nella notte. La signora Valdarme guardava le navate della basilica di Sant'Ambrogio e piangeva contenta. Quello era certo un bellissimo funerale. I suoi figli non avevano badato a spese: la bara era di legno massiccio lucido, coperta di fiori, e moltissima gente si era riversata in chiesa per rendere l'ultimo saluto a suo marito. Le era di grande conforto vedere quelle persone accorate, con la testa piegata e il cappello tra le mani, che sospiravano ogni volta che il sacerdote nominava il defunto. Ma non tutti gli animi dei presenti erano in accordo con le loro facce di circostanza. Molti erano dispiaciuti, tanti indifferenti e parecchi, soprattutto i più vecchi e rancorosi, piuttosto compiaciuti. Se nei loro cuori vi era del dispiacere, era solo perché il vecchio era morto a casa propria, rapidamente e senza soffrire. Eppure il defunto, in vita, non era stato un uomo malvagio. Era arrivato in città dal sud molti anni prima, trascinandosi dietro la giovane moglie incinta del primo figlio e la puzza di miseria che si portano appresso tutti gli immigrati. La sua vita non era stata facile, ma lavorando come un pazzo tutti i giorni, Valdarme era riuscito a fare molte più cose di tanti che in quella città erano nati e che lo avevano guardato con disprezzo il giorno del suo arrivo. Aveva lavorato come operaio nei cantieri edili, poi come capomastro. Aveva rilevato un negozietto di alimentari che teneva sempre aperto dal mattino alla sera, sabati, domeniche e feste comandate, con l'aiuto di sua moglie e di Marco, il suo primo figlio. Però il ragazzo sbuffava spesso, perché dopo la scuola gli toccava sgobbare in bottega ed era costretto a studiare di notte, mentre suo fratello Giovanni, con la scusa che era ancora troppo piccolo, aveva la fortuna di non lavorare mai. Così una sera, mentre sistemava la merce negli scaffali, si era lamentato col padre che stava pulendo il bancone dei salumi. «Questo non è un negozio, papà, è una galera.» «È una galera dalla porta aperta» aveva risposto il padre «puoi uscire quando vuoi a prendere una boccata d'aria fresca. Vedi quanto siamo fortunati rispetto a chi in galera c'è davvero?» «Ma in galera ci stanno i criminali» aveva replicato Marco col tono saccente di chi crede di chiudere una discussione. «Noi non abbiamo com-


messo niente di male.» Il padre lo aveva guardato seriamente, con gli occhi gravi. «Noi siamo poveri. Non è un crimine e infatti non siamo in carcere. Ma è una colpa, che dobbiamo scontare lavorando. Quindi piantala e datti da fare.» Marco non aveva aggiunto altro e si era buttato a capofitto nel lavoro con in testa l'idea che la povertà fosse davvero una colpa, un'idea che non lo avrebbe mai più abbandonato. Col tempo il negozietto era divenuto negozio, poi piccolo supermercato e infine, acquistati dei magazzini attigui, un bel supermercato dove la clientela si riversava a ogni ora del giorno. La situazione economica della famiglia migliorava di continuo eppure la vita dei Valdarme non era cambiata. Il padre indossava sempre gli stessi abiti da lavoro e la domenica, a messa, non c'era pericolo che lasciasse nelle mani del prete più di qualche spicciolo. La moglie e i figli vestivano semplicemente, senza seguire le mode, e i giovani avevano così poco tempo per i divertimenti che anche questo rappresentava un'economia forzata: chi non esce non spende. Tutto il denaro guadagnato veniva investito in altro lavoro. Valdarme aveva comprato capannoni e case da affittare, imprese e industrie, panetterie e negozi. Aveva investito in borsa e in titoli finanziari che avevano reso bene e con il ricavato aveva comprato ancora, assunto dipendenti e accresciuto il proprio patrimonio. E aveva fatto studiare i figli, perché al momento opportuno potessero prendere il suo posto in quello che era diventato un piccolo impero economico. Valdarme, in una vita di lavoro, aveva riscattato se stesso e spezzato le sbarre invisibili di quel carcere dalla porta aperta. Era nato povero ed era morto ricco, lasciando ai figli il miraggio di una vita agiata e a molti dei presenti al suo funerale il cuore gonfio di invidia. Ma la moglie era troppo contenta per la grande affluenza di gente, per l'omelia del parroco che sottolineava continuamente la bontà del suo caro marito e per gli impetuosi torrenti di lacrime in cui si scioglievano le anime pie, per rendersi conto di quanta ipocrisia si celasse sotto le lunghe barbe intristite di molti suoi concittadini. E se fosse stata più accorta, avrebbe notato che tra tanti occhi imperlati di pianto che le luccicavano attorno ve ne erano alcuni totalmente asciutti, privi di dolore e sotto sotto quasi compiaciuti: gli occhi dei suoi tre figli, che provavano solo un sordo dispiacere, non più fastidioso di un mal di testa. L'amore per il padre è un sentimento disinteressato, ma se il padre è ricco l'affetto per lui scema con l'avanzare dell'età. Col trascorrere del tempo, davanti agli occhi dei figli si fa sempre più viva l'immagine


di un corpo morto, spogliato di tutte quelle ricchezze che possono finalmente passare a loro; e questa visione è per l'animo un balsamo assai più efficace di tutte le prediche di chiesa. Marco e Giovanni, ormai adulti da un pezzo, avevano vita autonoma e un ottimo lavoro procurato dal padre, quello dei possidenti, che ne aveva fatto due ricchi. Le ristrettezze dell'infanzia ne avevano segnato il carattere, sebbene in modo del tutto diverso l'uno dall'altro. Marco, il maggiore, era cresciuto con un forte senso del dovere e l'idea precisa che il denaro non si spreca: la galera dalla porta aperta se l'era col tempo edificata nell'animo. Aveva imposto ai suoi due figli Alessandro e Giorgio le stesse ristrettezze a cui lo aveva costretto suo padre. La moglie Vittoria, del resto, gli assomigliava tanto da aver fatto dubitare i più maliziosi di un matrimonio combinato, ma non c'era in giro ciarla più vana di quella. Marco e Vittoria si amavano teneramente, condividendo il gusto del possesso, la soddisfazione di disporre senza l'esigenza di consumare, la passione per l'accumulo cui tutto va sacrificato. I loro due figli erano già destinati a studiare economia e commercio, a divenire capitani d'industria, magari anche a dedicarsi all'attività politica. Giovanni invece, più giovane del fratello e dal carattere introverso, aveva mal sopportato la rigida educazione del padre. La madre lo adorava col trasporto che si dedica al figlio più debole e indifeso, ma era così vaporosa e priva di un suo carattere, cresciuta anch'essa all'ombra del marito, da essere incapace di spingerlo a cercare la propria strada. Giovanni era cresciuto quindi in una profonda solitudine, vivendo come straordinarie violenze quelle privazioni e quei sacrifici che il fratello aveva fatto suoi e che per la madre erano semplicemente desideri del marito da assecondare. Con il tempo la sua posizione agiata lo aveva portato ad affrancarsi da uno stile di vita così austero, soprattutto dopo aver sposato Sara, una donna che odiava le ristrettezze, e aver avuto la figlia Alice. Ma i suoi timidi tentativi di essere diverso dal padre e dal fratello gli riuscivano pesanti ed erano causa di indicibili sofferenze. Ogni volta che suo padre notava un nuovo abito di buon taglio, acquistato dal figlio per sé o per la moglie, le spese per la crociera, i vizi con cui cresceva la sua unica figlia, alzava verso di lui uno sguardo gelido, fisso e prolungato. Non una parola di rimprovero usciva dalla sua bocca, ma un assordante silenzio che schiacciava Giovanni sotto un pesante senso di colpa. Sua moglie Sara allora diventava acida e sferzante: «Hai visto come mi ha guardata? Non gli piace il mio abito nuovo? Vorrebbe forse che noi e la bambina vestissimo di stracci?»


Giovanni cercava allora di mediare: «Non essere sciocca, ci vuole bene e adora la bambina. Solo che è fatto così. Sta invecchiando.» «E tuo fratello? Sta invecchiando anche lui?» incalzava la donna, col piglio di chi non vuole arrendersi. «Ha solo nove anni più di te e guarda con che sufficienza ti tratta!» Giovanni scuoteva la testa e agitava una mano per scacciare quella mosca di sua moglie, ma in cuor suo soffriva di questa verità: padre e fratello lo soverchiavano con la loro superiorità di martiri del lavoro e la moglie lo martoriava perché incapace di liberarsi dal suo sciocco senso di inferiorità. Per un periodo di tempo che sembrò breve aveva cercato la propria individualità in colpi di testa azzardati e superficiali, cominciando a bere e perdendo pesanti cifre al tavolo da gioco; ma la moglie se ne era accorta per tempo ed era riuscita a impedirgli ulteriori sciocchezze. E così gli erano stati negati anche quei piccoli, fugaci piaceri che lo rendevano così diverso dal padre. Per sua fortuna esisteva Elisa, più giovane di lui di vent'anni, l'ultima figlia avuta dai genitori ormai avanti con l'età e che ora, a sedici anni, era ancora poco più di una bambina. Giunta inaspettata, Elisa era stata da subito ignorata dal padre, il quale aveva sempre avuto in cuor suo scarsa considerazione per le donne, che riteneva prive di una reale personalità. La madre, dal canto suo, per sopperire alle freddezze paterne, aveva vezzeggiato e coccolato la figlia con tutto l'amore di cui era capace. Ma presto aveva dovuto ammettere con se stessa che questo affetto era limitato e che la quantità di amore di cui disponeva era quasi tutta destinata ai suoi due maschi, soprattutto a Giovanni, ch'ella difendeva strenuamente dagli attacchi sferzanti del marito. E così la donna non faceva che parlare bene di questo suo figlio, esaltare le doti di sua nuora e le bellezze della sua splendida nipotina. Non c'era pranzo della domenica, consumato tutti insieme secondo la tradizione, in cui il menù non fosse selezionato sui gusti di Giovanni, a cui era destinato il piatto più abbondante e il primo bicchiere di vino. Questo infastidiva Marco, cui non sfuggiva l'attenzione della madre verso il fratello. «Non sapevo che dovessi ancora crescere» aveva ridacchiato una domenica a tavola, indicando la bistecca che sua madre aveva deposto nel piatto di Giovanni. In confronto, quella di Elisa, allora di dieci anni, era la metà. «Non devo crescere per niente. Mi piace la carne, tutto qui. Forse ne vuoi un po’?» lo aveva provocato Giovanni, infastidito da quell'osservazione pedante in cui leggeva l'ennesimo attacco che il fratello gli muoveva


contro. «A me non serve» aveva sibilato altero Marco, piegando e ripiegando il tovagliolo con la meticolosità che era solito usare quando si innervosiva. Gli altri tacevano e il clima di tensione caricava i due uomini. «Forse però quella bistecca da mezzo chilo è più adatta a tua sorella che a te». La bambina aveva timidamente cercato di disinnescare la bomba sul nascere: «A me non piace la carne» aveva mentito a mezza voce. Ma, dopo aver dato fuoco alla miccia, Marco non aveva alcuna intenzione di retrocedere. Messo alle strette dall'intervento di Elisa aveva riversato su di lei la rabbia che covava contro Giovanni. «Certo che ti piace, non dire bugie!» le aveva gridato a muso duro, quasi aggredendola. «E allora dalle la tua, se ci tieni!» era esploso Giovanni, e in un attimo tutti si erano scatenati parlando contemporaneamente, chi per accusare e chi per difendere. Le due giovani spose, così differenti tra di loro, ne avevano approfittato per rivangare dissapori mai sopiti, Anselmo Valdarme aveva accusato sua moglie di viziare il figlio e la donna aveva rinfacciato al marito di essere severo e ingiusto. All'improvviso, però, tutti avevano taciuto: Alice, la figlia di tre anni di Sara e Giovanni, non sopportando più la tensione e le urla, era scoppiata a piangere e a urlare, la madre l'aveva presa in braccio per consolarla e per un po' si era sentito solo il rumore delle posate nei piatti; poi qualche timida parola di circostanza aveva riaperto la strada al sereno, la conversazione era ripresa su argomenti vaghi e ameni e tutto era finito lì, con la bistecca più grande nel piatto di Giovanni e quella più piccola in quello di Elisa. Ma non era certo un problema, perché la bambina, come già altre volte era capitato, anche durante quel pranzo non aveva toccato cibo: per lei la domenica in famiglia era un inferno che rendeva la giornata di Giovanni un po' più lieta. Finalmente, da quando era nata sua sorella non era più l'ultimo. Eh sì, da allora si sentiva davvero un po' più fortunato. A distanza di sei anni da quella domenica, nel grembo umido e scuro della chiesa, i tre figli guardavano il feretro del padre con gli occhi asciutti e l'animo un po' più lieto. Marco, il figlio prediletto, aveva amato il padre, ma ora che egli non c'era più avrebbe potuto smettere di essergli secondo e per la prima volta vagheggiava successi imprenditoriali che fossero solo frutto della sua capacità. Giovanni, dal canto suo, finalmente avrebbe potuto godersi la vita e i soldi senza la preoccupazione di essere giudicato. Ed Elisa non perdeva niente: non un amico né un nemico, non un complice né un alleato. Ora che il padre era morto, le sembrava che la


sua vita sarebbe proseguita con una maggiore facilitĂ . E sicuramente piĂš agevole, vista la cospicua ereditĂ  che la attendeva.


II

Seppellito il padre, i due fratelli tornarono alle rispettive vite e abitazioni mentre Elisa tornò con la madre nella loro casa di Corso Sempione e a frequentare la scuola. La signora Valdarme sperava che le domeniche sarebbero potute essere riempite dai figli e dai nipoti come prima, ma alla prima occasione si scontrò con la figlia, che rifiutò categoricamente di prendere parte a quelle riunioni familiari. «Perché?» le chiese incredula. Elisa non perse tempo a spiegare le ragioni di un rifiuto che a suo dire sarebbero dovuto apparire evidenti alla madre, se in passato avesse avuto buoni occhi. Si chiuse in camera e accese la musica ad alto volume. «Perché?» insistette la donna seguendola in camera. «Non capisco, è una tradizione di sempre.» «È una tradizione da cambiare» rispose acida la figlia e con questo troncò il discorso chiudendo la madre fuori dalla propria stanza. La signora Valdarme non si diede per vinta. Possibile mai che, dopo aver sopportato il giogo del marito per anni, ora dovesse sottostare ai capricci della figlia? E se lei voleva vedere i propri figli e nipoti, aveva forse bisogno del suo assenso? Che uscisse da casa lei, la domenica, se proprio la loro compagnia le dispiaceva! Telefonò a Giovanni per invitarlo la domenica a pranzo. «Ti farò la carne arrosto che ti piace molto. E che cosa vuoi che prepari ad Alice?» Ma la risposta che ricevette non fu quella che si aspettava. Giovanni traccheggiava e accampava scuse poco convincenti in evidente imbarazzo. «Che c'è? Che succede?» chiese la madre in apprensione. «Nulla, non preoccuparti. Sai che io e Marco non andiamo molto d'accordo... abbiamo quindi pensato di diradare i nostri incontri, tutto qui.» «Avete pensato! Quindi ne avete parlato, avete deciso di escludere me e vostra sorella dalla vostra vita per non litigare su chi deve scegliere il vino o quale delle mogli va servita per prima! È così?» Il silenzio dall'altra parte del telefono fu tanto pesante che la signora Valdarme cominciò a singhiozzare. «È così, Giovanni? Dimmi che davvero avete scelto questa cosa terribile


per motivi così idioti!» «Mamma, io non so cosa dire. Parla con Marco, lui magari ti spiega meglio. D'accordo?» «D'accordo, certo» gemette la donna. Posò il ricevitore e chiamò la figlia ma la stanza della ragazza rimase chiusa mentre il volume della musica diventava più forte. La signora Valdarme ebbe però la consolazione di vedere riuniti i suoi tre figli prima di quanto pensasse. Quindici giorni dopo la famiglia fu convocata dal notaio Salvo Semenza per l'eredità lasciata dal padre. L'appuntamento era alle quattro del pomeriggio nel suo studio di Via Montenapoleone ma Elisa e la madre alle tre e mezzo erano già in sala d'attesa, ansiose. Lo studio era enorme, silenzioso e confortevole. Gli impiegati entravano e uscivano felpati dalle stanze, calde luci dorate illuminavano le cose e i telefoni trillavano morbidi. Elisa ebbe l'impressione di essere in un luogo di culto in cui ogni atto veniva celebrato in silenzio, più che nell'ufficio di un pubblico ufficiale. La morbida poltrona che la avvolgeva e i mobili di legno massiccio, lucidi e puliti, davano l'idea di ordine e opulenza. Quel posto le piaceva e le piaceva l'idea di denaro che emanava da tutto ciò che la circondava. Ma ciò che la colpì sopra ogni cosa era appeso alla parete. In un simile posto si sarebbe aspettata litografie antiche con cornici massicce, acquerelli di paesaggi, tutt'al più stampe di vecchie e sobrie ordinanze ingiallite. Invece, nella grande parete posta di fronte alle poltrone, una spessa cornice racchiudeva la tela a olio di una squadra di calcio. Sullo sfondo, macchie di colore e ampie pennellate erano la curva in festa. In primo piano gli atleti erano colti dopo una vittoria, schierati e abbracciati l'un l'altro, stanchi e felici. Non c'era espressione o postura uguale all'altra, tutto sembrava reale e vivo. E il capitano, il suo capitano a cui lei aveva segretamente regalato il cuore, come era bello! Elisa si alzò, si avvicinò al quadro e allungò la mano per sfiorare quel volto dipinto così splendidamente. Ma una voce imperiosa la fece trasalire. «Non tocchi, signorina!» Elisa si girò di scatto nascondendo la mano dietro la schiena come se avesse rubato qualcosa. Un impiegato le stava davanti, rigido e austero, con in mano un fascio di cartelline. «È un'opera molto costosa. Non mi arrischierei a rovinarla per doverla poi ripagare» sibilò forzatamente mellifluo. «O no, certo che no» rispose la ragazza. «Certo che no» riprese l'impiegato, piantandole in faccia un paio d'occhi


piccoli e cupi, poi sorrise ostentatamente e si infilò, silenzioso come un gatto, in un ufficio. Ma ancor più stupefacente fu il quadro che la ragazza vide nello studio del notaio, una volta entrata con madre e fratelli, quando finalmente furono giunti. Proprio di fronte alla finestra, investito dalla piena luce del giorno, troneggiava il ritratto di un politico che Elisa conosceva per averlo più volte visto in televisione ma di cui non riusciva a ricordare il nome. L'uomo vestiva con eleganza, ammantato da una tunica come un antico senatore romano. Il suo sguardo fiero, perso fuori campo, suggeriva uno spirito idealista, ma gli oggetti che teneva nelle mani, una squadra e un compasso, erano ambigui agli occhi della ragazza e lei, non conoscendo affatto la massoneria, li interpretò come metafore dell'operosità del soggetto, strumenti del suo costruire con passione. L'uomo teneva poi sotto i piedi la Costituzione, di cui a scuola le avevano spiegato qualcosa, «Una legge importantissima.» aveva gracchiato noioso quel rompiscatole di professore. Ma allora perché quell’uomo la teneva sotto i piedi? La stava calpestando per disprezzo o la usava come piedistallo per vedere oltre? “Bah! domande noiose.” concluse tra sé scrollando le spalle. Del resto, chiunque fosse, quel tizio aveva una faccia simpatica. «Le piace, signorina?» Elisa si voltò verso il notaio, che le aveva rivolto la parola. «Ho notato che guardava con attenzione il quadro. Le piace?» tornò a domandare l’uomo. Elisa annuì confusa. Non si era resa conto di essere stata a lungo a osservare l’opera e non si aspettava questa domanda. «Lei sa chi è il signore rappresentato?» chiese il notaio con un sorriso accattivante e l’espressione di chi si attende una conferma. La ragazza assentì debolmente con un sorriso imbarazzato, non osando ammettere che, pur essendo una faccia nota, non sapeva proprio chi fosse. «È un grand’uomo.» disse serio e a bassa voce il notaio, più a se stesso che a lei. «Un grande politico. Se solo lo facessero lavorare! Sono contento che le piaccia.» concluse vivace. Poi si riscosse, si rese conto che stava divagando, si schiarì la voce e assunse aria e tono professionale. «Il motivo della vostra convocazione qui presso il mio studio» cominciò rivolto a tutti «è l'espletazione delle formalità necessarie a dare corso alle ultime volontà del vostro compianto padre.» I figli si accomodarono meglio sulle loro poltrone: l'argomento, certa-


mente non inatteso, era decisamente interessante e li riguardava da vicino. «Il patrimonio lasciatovi da vostro padre» riprese il pubblico ufficiale «consta di titoli azionari e di un bene immobile, la casa attualmente occupata dalla vedova e dalla figlia minore, per un valore complessivo di due milioni e settecentocinquantamila euro.» Il notaio si fermò, sfilò gli occhialini di metallo che rilevarono due occhietti rapaci e rimase in attesa. «Tutto qui?» domandò Giovanni. «Non posso credere che nostro padre non avesse altro.» Il notaio scosse la testa. «Nient'altro, eccetto la casa e i titoli succitati.» Elisa protestò, del tutto incredula: «Come sarebbe a dire? Nostro padre possedeva palazzi, fabbriche, negozi. Che fine ha fatto tutta questa roba?» Marco si allungò verso la sorella e le sussurrò con aria imbarazzata: «Non c'è altro, lo ha detto chiaramente il notaio, non fare scene!» «Ma tutte le cose che papà aveva...» balbettò la ragazza con voce incrinata. Il notaio sospirò, inforcò gli occhiali e si rivolse alla ragazza: «Signorina, mi duole essere io a doverla informare di una realtà che davo per nota a tutti ma che evidentemente lei apprende ora. Il vostro signor padre, al momento del decesso, era titolare di quanto sopra ascritto in quanto aveva provveduto precedentemente a intestare tutte le restati proprietà, mobili e immobili, ai suoi fratelli. Ne segue che, a nome del defunto al momento del decesso, non è rimasto che quanto le ho detto. Ed è quello che la legge prevede venga ora diviso secondo la volontà testamentaria del vostro signor padre.» Nello studio calò un silenzio mortale, rotto solo dai lenti gesti dell'ufficiale che apriva la cartelletta ed estraeva il testamento del signor Valdarme. Annichilita dalla sorpresa, Elisa sentiva in gola un groppo che avrebbe voluto strappare a unghiate. Il desiderio di piangere per la cocente delusione era enorme, ma l'odio che in quel momento provava per essere stata derubata della sua parte di eredità le gonfiava un orgoglio smisurato: non l'avrebbero mai vista piangere! Guardò gelida i fratelli. Entrambi avevano lo sguardo basso, fintamente indaffarati in occupazioni futili come guardarsi la punta delle scarpe o togliersi un capello dai calzoni. Loro sapevano, e avevano taciuto! L'avevano portata davanti al notaio speranzosa, senza fare niente per evitarle quell'umiliazione. Ba-


stava parlare prima, tanto che avrebbe potuto farci? E quel maledetto padre! Perché odiarla fino a tal punto? Che mai gli aveva fatto? Incrociò il limpido sguardo di sua madre, che sembrava pregarla di calmarsi, di accettare il suo destino di donna, sempre e per sempre al di fuori delle decisioni. Ma lei non aveva sposato uno zotico arricchito che si credeva il padreterno; lei non avrebbe mai accettato di sottomettersi come sua madre. Si rivolse al notaio, cercando di controllare la voce: «Bene, pare che dovremo dividerci i restanti due milioni e rotti.» «Sì e no», corresse il notaio, «c'è dell'altro. Secondo la disposizione del defunto la successione legittima riguarda tutto tranne l'appartamento, che va in nuda proprietà a lei, signorina, il che significa...» Giovanni sbottò: riteneva ingiusta l'attribuzione dell'appartamento alla sola sorella e interruppe il notaio per protestare. Ma Elisa lo fulminò con due fessure di ghiaccio e la voce le uscì sottile e affilata. «Saresti tu a sentirti derubato?» Il notaio sfilò di nuovo gli occhialini e piantò i suoi occhietti neri e tondi come olive su quelli di Giovanni; erano vuoti, agghiaccianti, del tutto inespressivi. Giovanni credette di leggerci un aspro rimprovero; ma a cosa? Alla sua avidità priva di ritegno? All'arroganza con cui aveva interrotto il notaio mente parlava? O forse il notaio stava solo palesando la sua evidente simpatia per sua sorella, quella stupida... Lentamente il pubblico ufficiale inforcò nuovamente gli occhialini e riprese, rivolgendosi alla ragazza: «...il che significa che ella diverrà effettivamente proprietaria della casa alla morte della sua signora madre. L'immobile è stato stimato dal perito in settecentocinquantamila euro. I restanti due milioni, in titoli azionari, sono da spartire secondo la legittima successione: un terzo alla madre e il restante ai tre fratelli. E per quel che riguarda la signorina, tutrice legale del patrimonio è nominata la madre fino al compimento del suo diciottesimo anno. Qualche domanda?» Nessuno ne aveva. O meglio, Elisa ne avrebbe avuta una sola: “Perché?”. Ma pensò che non fosse né il luogo né il tempo. Ma il tempo e il luogo sarebbero prima o poi arrivati. Elisa piangeva di rabbia, chiusa nella sua camera buia, con le finestre abbassate e le tende tirate, nelle orecchie le cuffie da cui la voce rauca di Mick Jagger le tingeva il cuore di nero sulle note di “Paint it black”. I sogni che aveva fatto si erano infranti sul testamento del padre, che adesso sentiva di odiare con tutta se stessa. Il fastidioso mal di testa del gior-


no del funerale si era trasformato in metastasi al cervello. Ma più del padre odiava i fratelli, dai quali si sentiva tradita. Perché portarle via quel che le spettava di diritto? La domanda andava posta direttamente a loro. Escluso di parlare con Giovanni, Elisa telefonò a Marco, che rispose laconico, con voce bassa e in tono svogliato. «Perché, Marco?» le chiese diretta. «Perché cosa?» domandò lui, evasivo. «Non fare finta di non capire. Perché non mi avete detto nulla?» Dall'altra parte il fratello sospirò. «Non c'era nulla da dire.» Era la risposta che la ragazza meno si aspettava e che tramutò la delusione in rabbia. «Davvero? Non c'era nulla da dire!» cominciò sarcastica. «Io invece ti dico che di cose da dire ne avevi parecchie, a cominciare dal fatto che mi stavi derubando del mio con la schifosa complicità di nostro fratello e di quel porco di nostro padre. E che nemmeno la casa sarà mia, finché non morirà la mamma, e anche le azioni per altri due anni saranno vincolate a lei, e che in definitiva mi avete truffato!» «Quanti anni hai, Elisa?» chiese Marco, calmo e imperturbabile. Che domanda era? Si era aspettata di tutto tranne un'ovvietà come quella. «Cosa vuoi dire?» gli disse sconcertata. «Lo sai perfettamente!» «Quanti anni hai, ti ho chiesto.» Elisa si arrese. «Sedici» sospirò. «Io ne ho quarantacinque.» riprese il fratello. «Sai quanto fa quarantacinque meno sedici? Fa ventinove, la differenza tra me e te è di ventinove anni.» «Cosa c'entra?» urlò la ragazza, esasperata. «C'entra. Quando sei nata io e Giovanni lavoravamo di giorno e studiavamo di notte, tutto quello che abbiamo ce lo siamo costruito insieme a papà, con fatica. Tu no. Hai avuto la vita facile, non hai mai dovuto lavorare. Eri bambina, va bene, eri piccola. Ma io ho lavorato duro, ero già sposato, era anche già nato Alessandro. Tuo fratello e tuo padre hanno lavorato. Tu no. Non c'era niente di tuo. E niente hai avuto.» «Ma papà» disse la ragazza, ormai apertamente in lacrime «avrebbe dovuto pensare anche a me. Sono sua figlia, non gli ho chiesto io di nascere, né mai gli ho chiesto altro!» Dall'altra parte del telefono ci fu qualche secondo di silenzio. «Papà non ti amava, non credo che per te sia una novità. Non ti ha cercata né accettata. Tutto qui.»


No, non era tutto qui. Lei lo sapeva e lo disse: ÂŤCerto che anche voi non mi avete dimostrato un amore sconfinato.Âť Suo fratello interruppe la comunicazione.


III

Elisa non riusciva a colmare la distanza tra le sue fantasticherie e la realtà. Abituata a una vita di ristrettezze e privazioni, aveva condiviso con suo fratello Giovanni il disperato desiderio di liberarsi di suo padre per poter vivere alla grande, e ora che il momento era arrivato si era dimostrato beffardamente diverso da quello che lei si aspettava. Senza padre e con i rapporti compromessi con i fratelli, non le rimaneva che la madre. Ma anche con lei i rapporti si guastarono presto. La cospicua pensione di reversibilità che la vedova aveva cominciato a percepire alla morte del marito e l'essere usufruttuaria della casa della figlia, senza contare le azioni ereditate, l’avevano resa ricca. Ma la signora Valdarme non aveva alcuna intenzione di rendere la ragazza partecipe del suo agio. Dopo la telefonata intercorsa tra Elisa e Marco, i rapporti tra fratelli si erano interrotti e le domeniche in famiglia, che la madre aveva tanto sperato continuassero anche dopo la morte del marito, erano completamente sparite come se non fossero mai esistite. E di questo non poteva che incolpare Elisa. Non era forse stata lei, subito dopo la morte di suo padre, a impedire il primo incontro? Giovanni le aveva raccontato anche un'altra storia, ma lei era troppo scaltra per crederci davvero: aveva saputo da alcuni conoscenti che di tanto in tanto i suoi due figli si incontravano in uno dei più eleganti locali della città, dove cenavano e si divertivano. Purtroppo per la donna, la verità era diversa. Gli incontri tra fratelli avvenivano ed erano anche più frequenti di quanto immaginasse, ma non erano dettati dalla voglia di stare insieme. Erano transazioni d'affari, in cui si fronteggiavano un topolino e un gatto, il primo troppo sciocco per rendersi conto del pericolo imminente e il secondo troppo astuto per lasciarsi sfuggire una preda così ghiotta. Fu Giovanni a invitare il fratello a cena la prima volta, qualche giorno dopo il funerale. Scelse uno dei locali più costosi della città e ordinò una serie di portate squisite, accompagnate da vini prelibati. «Se tutta questa roba è anche per me, è decisamente troppa» gli disse Marco, sospettando un conto eccessivamente alto per le sue intenzioni. «È un periodo che mangio poco.»


Giovanni scoppiò a ridere. «Mangia tranquillo, fratellino. Questa sera sei mio ospite.» E per tutta la durata dei primi, i due fratelli stettero in pace, parlando del più e del meno, raccontandosi gli ultimi aneddoti dei figli e quasi godendo della reciproca compagnia. Quando però la terza bottiglia di vino cominciava a scarseggiare e Giovanni, che tra i due era quello che aveva bevuto molto, ordinava già la quarta, Marco ruppe gli indugi. «Allora, di che cosa hai bisogno?» domandò senza girarci troppo intorno. Giovanni fece finta di cadere dalle nuvole. «E di che cosa mai dovrei avere bisogno? Avevo voglia di stare un po' con mio fratello, ecco tutto.» «Avevi voglia di stare con me?» Marco rise sarcastico. «Forza, tira fuori il rospo!» disse riempiendo l'ennesimo bicchiere del fratello. «Grazie» biascicò Giovanni, ormai con la voce quasi impastata. «Ma versane anche a te.» Marco si versò mezzo bicchiere di vino, il secondo di tutta la cena. Non era un gran bevitore, soprattutto quando doveva concludere degli affari importanti; e quella sera qualcosa gli diceva che a quel tavolo stavano per girare un sacco di soldi. «In effetti avrei proprio bisogno del tuo aiuto. Tu lo sai come sono le donne, soprattutto la mia: amano i bei vestiti, viaggiare, la vita comoda. Tutta roba che costa.» «Con quello che guadagni non hai certo bisogno di denaro!» esclamò Marco. «No, il fatto è diverso. Per portare a casa quei quattro spiccioli a fine mese, sai che fatica devo fare? Non è che i soldi cadano in tasca così!» «Eh già» commentò sornione il fratello, che cominciava a immaginare il seguito del discorso. «Ne so qualcosa.» «Ma tu sei diverso da me!» esclamò frenetico Giovanni. «Io non ce la faccio più a seguire i lavori, a macerarmi su libri contabili per assicurarmi che i miei direttori non mi stiano derubando, a viaggiare da un'azienda all'altra per controllare, verificare, incitare un branco di buoni a nulla.» Si fermò di colpo, sudato e trafelato, col fiato corto, come se davvero si fosse appena fermato da una grande corsa dietro contabili neghittosi e collaboratori infidi. Il vino e il cibo lo intorpidivano e ne rendevano lenta la riflessione. Marco notò per la prima volta che il fratello, sebbene più giovane di lui di quasi dieci anni, era grassottello, flaccido, meno tonico; un uomo pigro e fiacco, amante del lusso e della bella vita. Insomma, una persona fondamentalmente disgustosa. Era quello il momento di ap-


profittare della situazione, ma Marco doveva giocare bene le sue carte. «Mi rendo conto che fare l'imprenditore sia difficoltoso» cominciò, sforzandosi di non far trapelare dal suo tono nessuna sfumatura beffarda. Finse di pensarci un po' su, poi disse: «Non ti resta che nominare un amministratore unico e lasciare gestire a lui ogni cosa. Così dovrai controllare una sola persona.» Giovanni restò per un attimo interdetto, soppesando faticosamente la proposta, poi esclamò entusiasta: «Bravo!» Marco non poté fare a meno di pensare quanto il fratello fosse stupido. Andava però guidato ancora un poco: «No, forse non è una buona idea» aggiunse dopo qualche attimo di silenzio. «Dove lo trovi un uomo disponibile a prendersi una grana così grossa? Non si tratta di un mandato da poco. E poi, hai pensato a quanto ti costerebbe? Conviene pensarci ancora un po' su, senza fretta.» «Già!» riprese serio Giovanni. «Dove trovo una persona così fidata da cedergli completamente le chiavi di tutte le mie aziende? Deve essere una persona che conosco benissimo, della quale fidarmi ciecamente...» Marco sorseggiava il suo dito di vino con aria distratta, ma sentiva il cuore accelerare e faticava a tenere regolare il respiro. A un certo punto Giovanni mise la sua mano su quella di Marco. «E se fossi tu il mio amministratore fiduciario?» chiese in tono quasi implorante. Marco scoppiò in una fragorosa risata: «Giovanni, io non faccio l'amministratore delegato. Io faccio il proprietario. E a differenza di te, a me questo lavoro piace moltissimo.» Negli occhi del fratello scese una delusione cocente, come se avesse dato la cosa già per fatta. E davanti a quel rifiuto a Giovanni venne in mente la carta vincente, l'idea che il fratello non avrebbe potuto rifiutare. «Allora comprami le attività. Ti piace fare il padrone? Bene, fallo di tutto. Io investirò il denaro in titoli e vivrò di rendita. Sì, mi pare perfetto.» “Ci siamo, è fatta!” pensò Marco. Ma la partita non era ancora chiusa. Mancava lo scacco al re. «Comprarti tutto? Giovanni, hai voglia di scherzare? Si tratta di investimenti per milioni di euro, attività con bilanci da rendicontare...» «Rendicontare? Che diamine vai dicendo? Abbiamo lavorato fianco a fianco per anni, sai perfettamente che le attività sono tutte sane e in attivo» protestò irritato Giovanni, ma Marco proseguì come se non lo avesse sentito: «...banche da consultare, piani di ammortizzazione da definire. E poi il fisco. Come giustifico tutti i soldi che dovrei tirare fuori? Non cre-


derai davvero di essere l'unico che evade le tasse? No, no, è troppo complicato prenderti tutto. Magari solo una parte...» «Ecco, solo una parte, ma grande, eh?» si eccitò Giovanni, tracannando l'ennesimo bicchiere di vino. «Poi però col tempo ti prendi tutto, vero, Marco? Dimmi che ti prenderai tutto, perché io non ce la faccio più.» E improvvisamente cominciò a piagnucolare. Marco, in evidente imbarazzo, gli mormorò di riprendersi, di reagire, che diamine! Ma nel frattempo riempì nuovamente il bicchiere di vino del fratello e ne versò un dito anche a sé. Sorreggendo Giovanni per un braccio, disse: «Forza, brindiamo al nostro patto.» E subito il fratello vuotò d'un fiato il bicchiere. Marco fece un cenno al cameriere e ordinò la quinta bottiglia, poi guardò Giovanni in volto. Era paonazzo, madido di sudore e lacrime, con gli occhi vacui, chiusi come spilli. Un sorriso ebete gli solcava il volto, ma in fondo a quello sguardo allucinato Marco intravvide ancora un barlume di coscienza. E decise di approfittarne. «Senti Giovanni, siamo fratelli e ti voglio bene. Facciamo così. Diciamo che io acquisisco direttamente parte delle tue attività, le più redditizie. Tra quindici giorni ci rivediamo qui con qualche cosa di scritto in mano, dopo che ho fatto qualche indagine nei tuoi uffici, sei d'accordo?» Marco fece una pausa mentre Giovanni onorava il primo bicchiere della quinta bottiglia della serata, annuendo e facendo cenno al fratello di proseguire. «Bene, l'altra parte delle tue aziende te le piazzo sul mercato io. Mi prendo qualche mese, studio bene la situazione, eventualmente se è il caso ne spacchetto qualcuna e le vendo al miglior offerente. Così tu non avrai impicci e potrai giocare a fare il ricco mantenuto dalle banche. Che ne dici?» «Dico che sei il fratello migliore del mondo.» E gli diede un bacio sulla mano. Ora Marco poté finalmente sorridere sereno, senza sforzarsi di dissimulare. Se il fratello fosse stato un po' più sobrio, avrebbe forse riconosciuto il sorriso di uno squalo. Ma Giovanni era troppo felice di aver risolto i suoi problemi per curarsi del fratello. E mentre rincasavano, ognuno sul proprio taxi, Giovanni pensava che in definitiva il fratello era meno carogna di quello che credeva e Marco che non avrebbe avuto nessuna difficoltà ad acquistare la parte residua per mezzo di qualche prestanome. Era già ricco e presto sarebbe diventato ricchissimo.


Questo era il tenore delle cene consumate dai fratelli, tra carte, rendiconti, proiezioni, fatture e grafici. Ma la madre lo ignorava completamente e immaginava i suoi due figli uniti dalla concordia, a mangiare insieme al ristorante perché qui, a casa sua, per colpa della figlia, non volevano più venire. Lo scarso amore che già nutriva per Elisa si mutò così in rancore. Ma la ragazza non era Giovanni e non aveva nessuna intenzione di farsi venire alcun senso di colpa. E presto tra le due donne fu una serpeggiante guerra di nervi. Ogni volta che Elisa tornava a casa da scuola si chiudeva nella propria stanza e presto le due donne non condivisero più nulla, quando una delle due aveva fame si preparava da mangiare senza curarsi dell'altra. Ma la madre avanzava delle pretese. Tenere minimamente in ordine una casa di duecento metri avrebbe implicato collaborazione tra le due, soprattutto perché la domestica si lamentava continuamente di dover raccattare la roba sporca della signorina in ogni angolo della casa. E più la domestica si lamentava, più Elisa sporcava, insudiciava, insozzava. L'unica stanza che teneva in ordine era la propria, nella quale non faceva entrare nessuno. La signora Valdarme fu presto esasperata da questo atteggiamento, causa di continue lagnanze della donna di servizio che alla fine si era licenziata. Ma ogni volta che cercava di parlarne con la figlia trovava davanti a sé un muro invalicabile. Così la madre passò al contrattacco, con l'unico strumento che aveva. Abituata da pochi anni ad avere una piccola paghetta, ridicola rispetto alle sue già misere esigenze, Elisa si pietrificò quando la madre le disse che da quel giorno non avrebbe più ricevuto un euro. «Ma sono soldi miei» sussurrò la ragazza, sfinita dai continui scontri con la madre. «Papà li ha lasciati a me.» «No, cara» le rispose lei. «I soldi saranno tuoi tra due anni. E due anni sono lunghi a passare.» Così Elisa fece buon viso a cattivo gioco. Un giorno, tornata da scuola e approfittando dell'assenza della madre, riordinò la casa, scopò i pavimenti, lavò i vetri e i bagni, le rifece il letto e riordinò la stanza. Per lei era una resa dura da accettare. Ma la signora Valdarme non lo seppe capire. Al suo ritorno si guardò attorno con forzata indifferenza, si spogliò lasciando i suoi capi un po' qua e un po' là, si accese una sigaretta e gettò ostentatamente la cenere a terra. Elisa le si avvicinò con il volto di pietra e i due occhi immobili piantati nei suoi. «I miei soldi» disse con voce ferma.


La madre, che aveva vinto la battaglia, le rise in faccia. La ragazza non disse nulla e si chiuse dietro le spalle la porta della propria stanza, mentre la donna continuava a ridere chiassosamente, senza rendersi minimamente conto di aver cominciato a perdere la guerra contro sua figlia. In camera, Elisa si mise davanti allo specchio, si tirò indietro i capelli, li raccolse in una coda e si osservò. I grandi occhi verdi e le labbra le tremavano per l’indignazione. Pianse in silenzio lacrime rabbiose; poi giurò a se stessa che lei non sarebbe mai stata povera. Mai. Ma in che modo?


IV

A Elisa piacevano molto i toni giallo rossastri con cui l’autunno ricopriva il giardino della scuola. Alunna non certo brillante, svogliata e presuntuosa, il suo massimo impegno in classe consisteva nel perdere lo sguardo assente fuori della finestra. E anche se non era una sciocca, ed era orgogliosa, era sempre arrivata agli scrutini finali con numerose insufficienze. Gli insegnanti avevano di lei un’idea incolore. Parlottando fra loro nei consigli di classe o lungo i corridoi, nel cambio tra un'ora e l'altra alla macchinetta del caffè, non la nominavano mai, e quando dovevano discuterne profitto e condotta lo facevano in fretta, liquidandola con poche frasi fatte, di quelle che si adattano a tutti perché non sono significative di nessuno. Per evitare di trasformare la sua apatia in risentimento, avevano deciso già dal primo anno di non crearle problemi, risparmiandoli così a se stessi. E come medici abili ad accudire i sani ma del tutto incapaci a guarire i malati, l'avevano promossa a ogni fine anno. Elisa, senza infamia e senza lode e per puro moto di inerzia, era quindi approdata al terzo anno dell’istituto tecnico a indirizzo economico. E anche quell’anno, come i precedenti, bastavano i colori screziati di novembre fuori della finestra per farla distrarre. Erano trascorsi sei mesi dalla morte del padre e il suo umore non era migliorato. Docenti e compagni attribuivano la sua malinconia al lutto ma non sapevano quanto sbagliavano. La tristezza che lei ogni mattina indossava come un vestito per esibire la propria sofferenza e che le caricava i begli occhi verdi di un'angoscia pronta a sciogliersi in lacrime per un nonnulla, piegandole in giù gli angoli della bocca, non era altro che il riflesso opaco di una vita infelice, di squallide vicende familiari e di un rapporto con la madre che si faceva sempre più teso, al limite della sopportazione. E col trascorrere dei giorni, cresceva in lei una nuova passione, tanto più cocente quanto più i compagni cercavano di distrarla con la loro compagnia. Nel vedere le ragazze ben vestite e truccate, i ragazzi calzare scarpe e capi griffati, con in tasca sempre qualche spicciolo per le sigarette, una bibita o il cinema, Elisa si sentiva terribilmente inadeguata, nella sua totale indisponibilità di mezzi, e lasciava che l’invidia le avvelenasse l'anima. Per tirare su un po’ di soldini ed essere relativamente


indipendente dalla madre aveva pensato di fare qualche lavoretto, tanto più che la scuola non l'avrebbe assorbita un granché fino a marzo. Ma l’idea di essere ricca per diritto e povera per ingiustizia la angustiava talmente che non aveva voluto scendere ad alcun compromesso: guadagnare del denaro quando potenzialmente ne aveva da buttare avrebbe significato darla vinta alla madre e ai fratelli, e questo non voleva accettarlo. Sembrava dunque che l'inverno fosse destinato ad abbrutirle l'anima ancora a lungo. Ma all'improvviso, violenta e inattesa, sembrò sbocciare la primavera. Un ragazzo di un’altra classe cominciò a guardarla con interesse. La cosa le fece piacere e la turbò. Fino a quel momento non aveva pensato ai ragazzi che in maniera distratta. A quell’età le esperienze sessuali maturano prima nei discorsi tra amici che nei fatti ed Elisa, solitaria com'era, di discorsi a riguardo ne aveva fatti ben pochi. Ma gli sguardi sostenuti che il ragazzo le rivolgeva e i suoi sorrisi intensi stimolavano la sua vanità. A casa, davanti allo specchio, cominciò a guardarsi con più attenzione. Non era fatta per niente male: gambe dritte, cosce sode e fianchi stretti; il seno, ancora un poco acerbo, era sodo e turgido. Da bambina aveva fatto parecchio nuoto e ora aveva braccia lunghe e una bella schiena larga. Sopra gli zigomi un po’ sporgenti, il viso ovale era illuminato da due grossi occhi verdi e limpidi. Per la prima volta Elisa si osservò con lo sguardo di una donna e si piacque tanto da stupirsi di essere l’oggetto del desiderio di un solo ragazzo. O forse uno solo era stato così spavaldo da far trapelare apertamente la sua simpatia, ma chissà quanti altri ragazzi chiacchieravano di lei nei loro discorsi da bar. Il pensiero la lusingò e per la prima volta dopo mesi sorrise. Ma subito si incupì: la bellezza andava aiutata, ci volevano vestitini adatti, un po’ di trucco, calze e scarpe adeguate; e lei non aveva nulla. Al sabato, quando il padre era ancora in vita, di tanto in tanto la madre la trascinava fra le bancarelle del mercato, insieme arrancavano a fatica tra la folla frettolosa, giungevano al banchetto dei vestiti a basso costo, gettati alla rinfusa gli uni sugli altri, maneggiati, stropicciati, spiegazzati da decine di mani o appesi tristemente a telai tremolanti. La signora Valdarme spingeva di lato la figlia, piegava la testa nella bancarella e dopo poco estraeva una maglia, un pantalone, una giacchina, ne saggiava le misure accostandolo alla figlia senza chiederle se le piacesse o no, pagava e trascinava via la ragazza in fretta, sotto lo sguardo divertito dei mercanti che si scambiavano commenti in una lingua gutturale che Elisa pensava fosse arabo per via della loro carnagione olivastra. Elisa detestava quel


modo di comprare i vestiti. Come tutte le ragazzine che guardano la televisione e che leggono giornali femminili, ci aveva fatto sopra una malattia e spesso aveva chiesto ai genitori qualcosa di carino, all'ultima moda, qualche trucco anche solo per andare a scuola. Ma non ottenne mai niente. L’unica occasione in cui le fu preso un abito elegante fu per il funerale del padre. E da quel momento la ragazza continuò a indossare quelli che aveva e che si lavava e rattoppava da sé, e quel giorno per la prima volta fece caso al fatto che cominciavano a essere inadatti anche come taglia: le magliette troppo strette e i pantaloni alla caviglia. A chi avrebbe potuto chiedere aiuto? Escluse le cognate, passò in considerazione le compagne con cui aveva maggiore intimità. Ma l’orgoglio fu più forte. Trovava umiliante mendicare qualche abito per far colpo su un ragazzo. Aveva poi senso, dato che il ragazzo l’aveva già notata? Decise che in quel momento il problema vestiti sarebbe passato in secondo piano e che la strategia migliore era quella diretta. Dal giorno dopo Elisa non sfuggì più lo sguardo del compagno e ricambiò timidamente ai sorrisi. Ottenne però un effetto imprevisto. Il ragazzo smise immediatamente di mostrare attenzione per lei. Cosa diavolo era successo? Si era aspettata che lui la avvicinasse per chiederle di uscire e non capiva perché si comportasse in maniera così insensata. Ma era una domanda senza risposta, che le faceva venire voglia di piangere. «Che ti succede?» le chiese Sabrina, una compagna di classe con cui andava discretamente d’accordo e che aveva notato gli occhi inclini al pianto dell’amica. «È per colpa di Roberto?» sorrise civettuola. «Di chi?». Solo in quel momento Elisa si rese conto che fino ad allora aveva ignorato anche il nome del ragazzo. Stava facendo progressi. «Non fare la finta tonta. Roberto di quinta B. Te lo mangi con gli occhi!» «Si vede così tanto?» sospirò in un sorriso tirato. Sabrina la guardò comprensiva. «Il problema è che lo vede benissimo anche lui. Da quando si è accorto che ti piace, fa il prezioso. È una tecnica vecchia come il mondo, ma mi pare che tu non la conosca un granché.» Era vero. Lei non la conosceva per niente. Negli ultimi tempi era stata troppo occupata a imparare a odiare e a desiderare ardentemente denaro per porsi il problema di come corteggiare un ragazzo. Del resto, si rendeva conto che la cosa la interessava relativamente: non aveva senso perdere tempo con i ragazzi quando aveva una guerra da vincere. Non aveva forse giurato a se stessa di diventare ricca per umiliare madre e


fratelli? Ma dopo una vita passata ai margini della famiglia, mortificata come la figlia incomoda, vedendo negate tutte le sue esigenze, un nuovo rifiuto non sarebbe riuscita a sopportarlo. Roberto non la interessava più di tanto, ma lui avrebbe dovuto cedere: non aveva alcun diritto di respingerla. La strategia di Sabrina era semplice e astuta: Elisa avrebbe puntato ostentatamente la sua attenzione su un altro ragazzo, bruttino e insignificante, e non avrebbe risposto agli eventuali ammiccamenti di Roberto che, presto o tardi, di sicuro sarebbe tornato da lei. E così avvenne. Una settimana dopo, mentre Elisa e Sabrina chiacchieravano nel corridoio della scuola, Roberto avvicinò Elisa e la invitò a uscire con lui. Lei fece un po’ la preziosa, il sufficiente per non allontanare il ragazzo, che alla fine sbottò con finta impazienza: «Insomma, ti va di uscire una volta con me o no?» Elisa tentennò ancora, gli fece credere di non ricordarsi esattamente gli appuntamenti già presi, divertendosi a tenerlo sulla corda. Del resto lui aveva capito che si trattava di una tattica e decise di stare al gioco. Così alla fine Elisa accettò e si diedero appuntamento per il sabato pomeriggio davanti al cinema vicino alla scuola. In classe, Sabrina le si sedette accanto, eccitata. «Ce l’hai fatta. Bravissima. Vuoi che ti presti qualcosa di carino per sabato?» La domanda trafisse con una fitta l'orgoglio di Elisa, che la guardò con sguardo duro: «Credi che mi serva qualcosa di carino?» Sabrina comprese di aver fatto un passo falso e lasciò scivolare l'argomento. «Sai che stai mettendo le mani su uno dei ragazzi più desiderati della scuola?» domandò mentre negli occhi le passava una leggera ombra di invidia. «Addirittura!» esclamò Elisa con tono addolcito. «È davvero molto carino, ma tutta questa adorazione mi sembra eccessiva.» Sabrina avvicinò il suo volto a quello di Elisa e sussurrò: «Non è solo bello. È anche ricco! Ma sai chi è suo padre?» Roberto Galli era figlio di un ingegnere arricchitosi negli anni '80, quando Milano sembrava vivere un miracolo economico invidiato da tutta l'Italia. Alfredo Galli era allora un modesto ingegnere con le mani in ricchi appalti che ne stavano garantendo la crescita professionale e lauti guadagni. La sua sola abilità, tuttavia, non avrebbe mai consentito un tale successo. Umile e discreto, di educazione cattolica, Galli era cresciuto all'ombra della chiesa, tra canti liturgici e ritiri spirituali. Attraversando oratori e sacrestie, col tempo aveva stretto aderenze con alcuni movi-


menti cristiani impegnati sul fronte politico-finanziario i cui membri sembravano più inclini a gestire affari che a pregare. Molto del suo successo derivava da tali amicizie, tanto influenti che quando, un decennio più tardi, la politica del paese tremò dalle fondamenta e il nome di Galli cominciò a girare sempre più frequentemente nelle procure che facevano luce sull'intreccio tra politica e affari chiamata dai giornali dell'epoca “tangentopoli”, l'ingegnere ne uscì senza danni né scandali grazie all'intervento di amici assai influenti, che tutto riuscirono a mettere a tacere e a sopire. Tuttavia il rischio corso lo legò ancor di più alle persone che lo avevano aiutato e nel contempo gli trasmise un terrore incontrollabile per gli scandali, da cui aveva visto schiacciare persone a lui molto vicine. Il timido ingegnere divenne pavido, spaventato da qualsiasi cosa che potesse divenire di dominio pubblico. Quando gli nacque il figlio, lo educò secondo i cristiani principi di carità e di amore universale e lo fece crescere instillandogli l'idea che tutto era da preferire a uno scandalo. «Noi siamo una famiglia in vista!» ripeteva al piccolo Roberto. «Dobbiamo assolutamente evitare qualsiasi condotta possa giustificare chiacchiere sul nostro conto.» Il figlio si dimostrava piuttosto riluttante ad assimilare l'educazione paterna, infastidito dalla fondamentale ipocrisia sottesa al proverbiale «Vizi privati e pubbliche virtù!» col quale l'ingegnere era solito congedarsi da lui al termine dei suoi paternalistici insegnamenti, mentre gli dava sulle spalle una pacca di complicità. Così, man mano che il bambino cresceva e si dimostrava sempre meno incline all'oratorio e più attratto dal parco o dalla sala giochi, il padre pensò di comprarne la buona condotta a suon di banconote. E ogni volta che lasciava scivolare un biglietto di banca nella mano rapace del figlio, l'uomo piagnucolava: «Mi raccomando, stai lontano dagli scandali!» Ecco come fu che il giovane Roberto Galli, gagliardo diciottenne di belle speranze, crebbe altezzoso, abituato a pretendere e a ottenere ciò che voleva e con un forte disprezzo del denaro, per il quale non aveva mai dovuto faticare. Tuttavia il giovane Galli aveva ereditato dal padre una certa paura delle situazioni che avrebbero potuto creare scalpore. Una parte di sé intuiva, se mai ne fosse stato coinvolto, che sarebbero state la causa della perdita del suo costante e abbondante flusso di denaro. Ma in quel momento Roberto non aveva tempo per prestare attenzioni alle paure. Steso a letto nella sua stanza, sorrideva soddisfatto per essere riuscito ad avere un appuntamento con Elisa. Certo non era la più bella della scuola, né sicuramente la più elegante - “Di moda non capisce un accidente.” aveva più volte pensato,


ed era assolutamente convinto che avrebbe potuto ambire a ragazze più carine - ma nonostante ciò Elisa gli piaceva, motivo per cui doveva essere sua, secondo la stringente logica cui era stato abituato, quella del tutto e subito. Del resto non avrebbero dovuto esserci problemi: era chiaro che anche lui le piaceva. E se avesse fatto storie? Improbabile e del tutto ininfluente. Non era forse un ragazzo ricco? Avrebbe ottenuto quello che voleva, per amore o per soldi. E non sapeva, in quel momento, quanto fosse profetico quell'ultimo pensiero che gli passò per la testa prima di scivolare nel sonno. Mentre Roberto dormiva, Elisa vegliava col cuore in tumulto. L'eccitazione per l'appuntamento, l'orgoglio di aver fatto colpo sul figlio di uno degli uomini più in vista della città, il fremente desiderio di ottenere da Roberto, così ricco, tutto quello che avrebbe potuto, la rabbia contro la sua impulsività, che l'aveva portata ad accettare un appuntamento al cinema senza avere i soldi per il biglietto, tutto questo le si agitava nell'animo rendendola inquieta. Si girava e rigirava nel letto, si copriva e scopriva in continuazione, si alzava per andare in bagno e si ricoricava, si rigirava ancora e così via, in preda ai dubbi. “Avrò fatto bene ad accettare il suo invito?” si chiedeva. “Non ho sbagliato a rifiutare qualche vestitino di Sabrina? Lei veste così bene! E dove trovo i soldi per il biglietto?” C’era sempre la possibilità che il cinema lo offrisse Roberto, ma non era una certezza, e non poteva rischiare di fare una brutta figura al suo primo appuntamento. Così prese una risoluzione, rapida e senza tentennamenti. Pochi minuti prima, andando in bagno, aveva notato una cosa insolita, di cui valeva la pena approfittare. La madre generalmente portava con sé in camera la propria borsa, ma quella sera, tornata da una cena con amici un po' più brilla del solito, l'aveva distrattamente dimenticata sul tavolo in sala. La donna ormai dormiva; Elisa si alzò e aprì con cautela il borsellino della madre. C'erano cinquecento euro: quattro banconote da cento e due da cinquanta. Elisa imprecò contro la sfortuna. Avrebbe voluto prendere dieci euro, della cui scomparsa la madre forse non si sarebbe accorta. Ma sottrarne cinquanta era davvero rischioso. Elisa esitò un solo istante, poi sfilò la banconota, ripose tutto e scivolò silenziosa in camera sua. Con un pensiero in meno che le turbinava nella mente, contenta di non essere costretta a farsi offrire il cinema da Roberto, la ragazza finalmente si addormentò.


Il giorno dopo, al ritorno da scuola Elisa trovò la madre che la aspettava, rigida sulle gambe accanto al tavolo della sala. In una mano stringeva il borsellino, nell'altra le tremava una sigaretta accesa. «Restituiscimi il denaro» le disse con una voce sfibrata dalla rabbia e dal fumo. Elisa per un attimo pensò di cadere dalle nuvole, di giocare la parte della vittima di un equivoco, di negare oltre l'evidenza; ma subito le venne in mente che questo sarebbe stato il comportamento tipico di suo fratello Giovanni e l'idea la ripugnò. Così si rifiutò di farlo, semplicemente e placidamente. La signora Valdarme le si piantò davanti e le avvicinò la faccia minacciosa, ma la figlia sostenne lo sguardo. «Ho quindi partorito una ladra?» gridò la donna, con la voce incrinata dall'ira. Elisa sentì la furia montarle dalla pancia: «Tu dai a me della ladra! Tu, madre di ladri! Tu, moglie di ladro!» scandì la ragazza sul volto di sua madre, che presa da cieca collera e da un frustrante senso di impotenza colpì la figlia in pieno volto con uno schiaffo. Elisa si rivoltò, l'afferrò per i capelli e la trascinò a terra. «Non mi toccare mai più!» le urlò in faccia, tanto vicina da sentirne l'alito pesante di fumo. Poi con uno strattone le sbatté la testa contro il pavimento. La donna cercò di alzarsi, frignando e lamentandosi. Tendendo un braccio implorava la figlia: «Elisa, aiutami ad alzarmi». Ma la ragazza rimase ferma, guardando con disprezzo sua mamma, una patetica vecchia in piena crisi isterica, sdraiata a terra e incapace di alzarsi. E mentre lei piangeva e le chiedeva aiuto, Elisa si voltò e si chiuse a chiave in camera sua. Si spogliò, si rannicchiò sotto le lenzuola, chiuse gli occhi e aspettò che le prime lacrime le colassero sulle guance bollenti. Dentro di sé sentiva che qualcosa si era spezzato per sempre. Si trovarono qualche minuto prima dell'inizio dello spettacolo davanti al cinema. Roberto aveva già comprato i biglietti ed Elisa protestò debolmente, ma in cuor suo era contenta. Per lui era solo un atto di galanteria, per lei il primo risarcimento che si attendeva dalla vita; e senza pensarci si mise una mano in tasca per accarezzare con voluttà la carta crepitante dei cinquanta euro. Il film era banale, la vicenda inconsistente e i personaggi ridicoli, ma i due ragazzi non se ne accorsero neppure: non erano lì per guardare il film, e nell'ora e mezza di proiezione non fecero altro che avvicinarsi l'uno all'altra e allontanarsi, stringersi le mani per poi lasciarle improvvisamente, far scivolare il capo di lui contro quello di lei fino a odorarne la pelle del collo e strofinarsi i piedi. Finalmente sui titoli di coda Roberto prese con decisione la mano di lei e la tenne chiusa nella


sua, con forza e dolcezza. E lei lo lasciò fare. “È fatta!” pensò lui con orgoglio. Fuori la sera risplendeva colorata delle luci dei negozi e l'aria fredda invitava ad abbracciarsi. Così i due ragazzi si avvinghiarono stretti e andarono a sedersi su una panchina nel parchetto pubblico di fronte al cinema. L'ora non era ancora tarda e al parco giocavano gli ultimi bambini con le loro mamme mentre qualche vecchietto, infagottato nel cappotto, si guardava attorno con aria vacua. Roberto abbracciò Elisa, la contemplò con il suo sguardo più dolce, tirato fuori dalla collezione di espressioni zuccherose e occhiate oblique che aveva rubato nel tempo ai volti dei protagonisti delle soap opera e dei filmetti americani, e con lentezza calcolata, trattenendo il respiro, avvicinò le sue labbra a quelle di lei. La ragazza, intimidita dall'inesperienza, lo lasciò fare e chiuse gli occhi, mente quelli di lui rimasero aperti, gli occhi attenti di un rapace che non perde di vista la preda. Ma le sue labbra si scontrarono con una bocca serrata e fredda: il tesoro umido e morbido della lingua di Elisa, che sperava di raccogliere così facilmente, si stava inaspettatamente difendendo. Le loro bocche si staccarono e la ragazza si allontanò un poco da lui. Roberto la guardò interrogativo e lei sorrise impacciata: «Va tutto bene.» lo rassicurò. «Aspetta solo un attimo». Il ragazzo dissimulò la delusione, fece un sorriso tirato e nell'imbarazzato silenzio che seguì si accese una sigaretta. Il crepitio del tabacco e il fumo nelle narici aggredirono Elisa, che associò l'odore pungente del fumo alla madre: il ricordo dello scontro doloroso avvenuto pochi giorni prima riemerse con tutta la sua angoscia. «Spegnila!» gli disse bruscamente. Roberto non capì: non era abituato a essere apostrofato con questo tono da una ragazza. «Che cosa?» chiese incredulo. «Ti ho detto di spegnere la sigaretta!» scandì con forza Elisa guardandolo dritto in faccia. La ragazzina timida era svanita: davanti a lui c'era una giovane donna con i nervi tesi. Roberto schiacciò con stizza la sigaretta sotto il piede. E avergliela data vinta lo fece sentire in diritto di pretendere da lei ciò che voleva. Prese tra le mani il volto di Elisa e lo premette contro il suo forzandone la bocca, chiusa per la rabbia e il disgusto di quell'alito puzzolente. Ma la resistenza di Elisa lo eccitava e lui improvvisamente, per avere ragione della sua ostinazione, aprì i denti e morse con forza. Elisa si staccò di scatto, urlando di dolore e portandosi le mani


alle labbra, da cui usciva copioso il sangue che le imbrattava la giacca e i pantaloni. «Che cosa hai fatto?» urlò Elisa con gli occhi pieni di lacrime. «Sei impazzito?» Roberto la guardò spaventato, temendo davvero di averle fatto male. «Zitta, non urlare!» disse a voce bassa avvicinandosi a lei con in mano un fazzoletto per tamponare la ferita; ma Elisa si divincolò strappandogli di mano il fazzoletto con cui arrestò il sangue. Lo guardò con occhi fermi e sforzandosi di controllare la voce, incrinata dalle lacrime, gli disse con calma: «Tu sei un bastardo e io ti rovino. Ora vado dai carabinieri e ti denuncio». Gli girò le spalle e si incamminò nella notte. Quelle parole ghiacciarono il cuore del giovane, che si guardò intorno terrorizzato. Gli sembrava che tutti lo stessero fissando e che ogni persona nel parco, dal bimbo più piccolo al vecchio più lontano, sepolto nell'oscurità della sera, lo avesse riconosciuto. «È stato Roberto Galli, il figlio dell'ingegnere!» si aspettava di sentire da un momento all'altro. Oddio, ecco lo scandalo, il maledetto scandalo che avrebbe rovinato lui e la famiglia! Come lo avrebbe detto a suo padre? Come l'avrebbe presa, lui che temeva l'infamia più di ogni cosa al mondo? «Dai carabinieri?» urlò allucinato. «Stai scherzando? Non dirai sul serio!» piagnucolava, strisciandole dietro mentre lei andava via quasi correndo. «È stato un incidente! Non puoi rovinarmi così!» Improvvisamente scoppiò a piangere come un bambino, accasciandosi su una panchina. Elisa si voltò e lo guardò, chino su se stesso con il volto tra le mani e la schiena scossa dai singhiozzi; e fu pervasa da una profonda tristezza. Eccoli, gli uomini! Tutti quelli che conosceva, i suoi fratelli in testa, la muovevano a un rancore sprezzante. Hanno pretese di comando, fanno la voce grossa e poi basta un niente per vederli crollare; pensano di essere fortezze inespugnabili ma sono solo castelli di carte che schiantano alla prima brezza. Il labbro lacerato le doleva, ma le bruciava di più l'amor proprio. Come aveva potuto rimanere colpita da uno smidollato come Roberto, che si dondolava in lacrime su una panchina, farfugliando come un ubriacone? «Sei patetico e mi fai schifo! Me ne vado.» «Aspetta!» urlò lui saltando in piedi. «Non mi denunciare, ti prego. Ho molti soldi. Ti darò dei soldi!» Sfilò il portafogli dalla tasca dei pantaloni e lo porse a Elisa. La ragazza si bloccò. Riccardo le offriva del denaro per il suo silenzio. Perché rifiutarlo? Sarebbe stato sciocco. «Quanto?»


Riccardo estrasse febbrilmente due banconote da cinquanta. «È tutto quello che ho» disse con un filo di voce. Elisa allungò il braccio per prendere il denaro, il ragazzo le afferrò la mano e portandosi un dito alla bocca sussurrò: «Shhhh!! Non dirai nulla, vero?» Elisa si liberò con uno strattone. «Giuralo!» implorava Roberto. «Giuralo!» Elisa lo guardò e sorrise maligna. La tensione sul labbro allargò ulteriormente la ferita e dall'angolo della bocca Roberto vide scivolarle giù una lunga goccia di sangue.


V

Nelle pochissime occasioni in cui si incrociavano madre e figlia non si guardavano in faccia. La donna era terrorizzata dalla ragazza e per non incontrarla aveva organizzato le sue giornate sui suoi ritmi in modo da limitare il più possibile ogni contatto. Al mattino usciva dalla sua stanza solo dopo aver sentito richiudere la pesante porta di ingresso e la sera tornava il più tardi possibile, quando era certa che lei fosse già a letto o comunque chiusa in camera sua; o a metà pomeriggio, quando sperava che fosse ancora fuori. Ciascuna delle due, quando sentiva che l'altra trafficava in cucina, non usciva dalla propria stanza. Dal canto suo, Elisa sentiva crescere in sé il disprezzo per la madre. Era consapevole di aver commesso una cosa terribile: sua mamma in passato era stata l'unica ad averle dimostrato in po' di interesse e qualche scarsa premura. Se aveva potuto studiare e iscriversi a nuoto lo doveva a lei che in quelle occasioni aveva saputo tenere testa al marito, il quale vedeva per la figlia un futuro vuoto e insulso per cui non valeva la pena investire un centesimo. Si rendeva quindi perfettamente conto di aver sbagliato. Eppure la signora Valdarme, anche se aggredita, non si era ribellata né aveva insultato la figlia sputandole in faccia il suo risentimento. Semplicemente, non aveva fatto nulla. La sua unica tattica era stata quella della fuga. Il giorno dopo il loro scontro la signora Valdarme era rientrata in casa a metà pomeriggio e, convinta che la figlia fosse fuori, aveva telefonato al figlio maggiore. Elisa, che stava ascoltando da dietro la porta di camera sua, aveva sentito Marco promettere alla madre che avrebbe chiamato la sorella per parlarle. Ma quella telefonata non era mai arrivata. E anche se fosse giunta, non sarebbe servita a molto. La donna aveva sperato che Marco convincesse la sorella a fare un passo indietro e a chiedere scusa; se questo fosse successo, forse lei avrebbe provato a perdonarla. Ma Elisa aveva chiuso ogni rapporto. Non aveva mai avuto guide nella sua vita, non era il caso di cominciare proprio adesso. Nel frattempo Marco era decisamente troppo indaffarato a rovinare Giovanni per prestare ascolto alle beghe della madre. Dopo la prima cena, i due ne avevano fatte molte altre durante le quali Marco aveva definito un piano di acquisizione di parte delle aziende del fratello, ma le cose pro-


cedevano a rilento. E anche se Giovanni lo incalzava e sbraitava, lui prendeva tempo, dando l'impressione di non voler mai concludere davvero. Giovanni aveva addirittura annullato l'appuntamento già fissato con il notaio Semenza perché all'ultimo momento Marco aveva accampato la mancanza di certi documenti che voleva visionare. Quella sera al ristorante, divenuto il loro luogo di riunione privilegiato, Giovanni sbottò esasperato: «Ma scusa, di che documenti vai cianciando? Se avevamo l'appuntamento con il notaio significa che la documentazione è a posto! E poi tu e i tuoi avvocati l'avete visionata almeno tre volte. Che altro ti serve?» «Serve altro, eccome» si intromise uno degli avvocati del fratello, a tavola con loro. «Ha lei idea dei legittimi impedimenti che si possono frapporre in transazioni commerciali e finanziarie di questa portata? Conosce lei alla perfezione il codice di procedura che disciplina la materia, complicata per di più da rapporti di parentela? E lei sa che cosa potrebbe succedere se parte delle attività ereditate da vostro padre derivassero da precedenti donazioni?» «Fa' stare zitto questo leguleio chiacchierone» gemette Giovanni. «Mi fa venire mal di testa». Ma il mal di testa a Giovanni veniva soprattutto perché non capiva nulla di quello che l'avvocato andava dicendo. Avere fatto il proprietario sempre e solo impegnato a incassare e a spendere, senza mai studiare da vicino la materia, lo metteva in una condizione di effettivo svantaggio rispetto a Marco, che invece ascoltava l'avvocato con attenzione, annuendo col capo e guardando Giovanni con superbia, come a dirgli: “Vedi? Tu non capisci...” In realtà Marco tergiversava perché si era reso conto della fretta del fratello; e dato che tanto più un venditore ha fretta, tanto più scende di prezzo, tanto valeva cuocerlo a fuoco lento per poter realizzare il miglior prezzo possibile. Giovanni non era stupido fino al punto da non capirlo, ma era costretto ad abbozzare. E più passavano i giorni, più la sua ansia cresceva febbrile. A casa era diventato nervoso e irritabile, trattava male sua moglie Sara sempre più spesso e con la figlia Alice era diventato collerico e impaziente. Marco non poteva sapere tutto questo perché Giovanni non glielo diceva, ma lo immaginava chiaramente, leggendolo nei piccoli occhi porcini del fratello, perennemente spaventati. Giovanni, poi, manteneva il massimo riserbo sui motivi di tutta questa fretta; ma a Marco non occorreva molta immaginazione per supporre che si fosse rimesso a giocare, e a perdere pesantemente, come già era capitato in passato. Alla fine, dopo mesi di este-


nuanti trattative al ribasso, i due giunsero a un accordo in virtù del quale Marco avrebbe accorpato alle sue proprietà circa il settanta per cento delle attività di Giovanni pagandole un terzo del loro valore, ottenendo inoltre il mandato per la vendita delle restanti aziende, che aveva tutta intenzione di lasciare invendute ancora a lungo prima di acquistarle per un pezzo di pane. Ma poiché il segreto del successo sta nel pianificare ogni dettaglio, quando si trovarono di fronte al notaio Semenza per ratificare tutto, Marco spinse sotto il naso del fratello un paio di fogli da firmare. «Con questi ti impegni a rinunciare a mio favore ad attivi e passivi delle aziende su cui ho il mandato fino al momento della vendita: per pagarmi il disturbo della mediazione.» sorrise Marco. E a Giovanni il suo sorriso parve quello di una iena. «E quest'altra roba cos'è?» chiese, scorrendo con lo sguardo il secondo foglio. «Una semplice formalità» rispose sfuggente Marco. «È una cessione a mio nome di queste aziende in caso di morte.» Giovanni lo guardò feroce. «In caso di morte ho una moglie e una figlia!» ruggì. «È vero, non ci avevo pensato» sospirò il fratello ritirando tutti gli incartamenti. «Del resto non sei obbligato a firmare nulla. Come io non sono obbligato a comprarti nulla.» Ci fu un momento di silenzio. Giovanni esitava e guardò suo fratello che aveva un'espressione neutra, il volto immobile del giocatore di poker che non tradisce alcuna emozione. Volse allora lo sguardo al notaio Semenza, nella speranza che gli fosse di conforto, gli desse un suggerimento, una dritta su come comportarsi; ma il notaio sembrava una mummia, ingessato in una totale immobilità. Che fare, dunque? Ma aveva poi un'alternativa? Messo alle strette, fu costretto a cedere. Al momento dell'ultima firma, quando finalmente poté mettere le mani su un mucchio di quattrini comunque ingente, Giovanni rivolse al fratello un sorriso stanco: «Non so se amarti o odiarti, fratellino.» «Fa' come preferisci» rispose tranquillamente Marco. «Per quel che mi riguarda, io ti detesto da sempre.» Così, mentre lo squalo mangiava il pesce piccolo e la madre cercava di evitare la figlia per paura di non sapere ricucire un rapporto, per quanto flebile e sfilacciato, la vita di Elisa, dalla sera in cui si era vista con Roberto, aveva cominciato a cambiare, e decisamente in meglio.


Tornata a casa, si era chiusa in camera sua per medicarsi la ferita. Era una sciocchezza, ma perdeva sangue copioso. Davanti a lei, sul piccolo tavolino sormontato dallo specchio, giacevano i tre biglietti da cinquanta euro. Non male, per una ragazzina che fino a pochi giorni prima non aveva di che comprarsi le caramelle. E se il labbro bruciava, il suo cuore esultava. Non considerava un furto l'aver sottratto soldi dalla madre, visto che lei non le dava del suo. Ma la maggior soddisfazione la ricavava dai cento euro ottenuti da Roberto. Quei soldi li aveva guadagnati: aveva letteralmente messo in mezzo il suo corpo per guadagnarli. Cento euro per un taglietto tutto sommato non erano male. E spaventato come era, se ne avesse avuti di più Roberto certamente glieli avrebbe dati. Quanto può rendere la paura! “E il sesso?” si chiese Elisa all'improvviso. “Se cinque minuti di paura mi hanno reso cento euro, quanto mi renderebbe farmi scopare per un'ora? Quanto sarebbe disposto a pagare Roberto per avermi?” Elisa si precipitò al computer e dopo una rapida ricerca si fece le idee piuttosto chiare. Le accompagnatrici avevano prezzari diversi, dai 100 euro per un'ora a 3.000 euro, addirittura 4.000, per un intero fine settimana. Gli occhi le brillarono di cupidigia. Perché far leva sulla paura, quando la passione cede molto più facilmente? Cercò su internet il numero di casa Galli e lo annotò, poi prese il telefono. Ma prima di comporlo si fermò un attimo. “Ne sarai capace, Elisa?” si chiese. “È un passo senza ritorno, sei sicura che è quello che davvero vuoi? Era questo che sognavi per te?” Con il telefono in mano, chiuse gli occhi e si sforzò di ricordare i suoi sogni dell'infanzia, ma dall'anima non riemerse altro che un vuoto nero. No, da bambina nessun sogno: le speranze vanno coltivate, accudite, alimentate e attorno a lei non c'era stato nessuno che le avesse insegnato a sognare. E che cosa desiderava per sé, ora? Questo sì, lo sapeva: soldi e vendetta. “Pensa che bello” si disse ridendo “dare lustro al nome Valdarme come prostituta!” Sì, tutto sommato le sembrava una cosa interessante. Compose il numero di Roberto e restò in attesa. «Perché hai voluto vedermi?» domandò sospettoso. Aveva accettato di incontrarla perché nella telefonata della sera precedente il suo tono perentorio non aveva espresso una richiesta ma un ordine. E ciò che era accaduto il giorno prima non gli aveva consentito di rifiutare come avrebbe voluto. Ora, seduto vicino a lei sulla stessa panchina davanti al cinema, entrambi protetti dall'oscurità della notte incipiente, Roberto si


sentiva a disagio. Lei era bellissima. Sotto un giaccone blu alla moda indossava un vestitino aderente, un filo di trucco le illuminava i grandi occhi verdi e un sottile velo di rossetto incorniciava le labbra carnose, appena deturpate da un cerotto tondo messo a protezione della ferita. Da tutta la sua persona emanava un gradevole profumo fresco e pulito. Elisa aveva impiegato poco a investire in vestiti e profumi i soldi del giorno prima ed era quindi assolutamente necessario che Roberto le desse altro denaro. Si avvicinò al ragazzo e lo baciò. Roberto rimase senza parole e mentre si chiedeva cosa stesse succedendo fu la lingua di lei questa volta a cercare e a trovare la sua. Abbracciandolo, Elisa gli prese la mano e la fece scivolare sotto la maglietta, oltre il reggiseno, fino alla pelle calda. Poi si staccò brusca e lo guardò fissa negli occhi. «Mi vuoi?» chiese con gli occhi sfavillanti. Roberto per un attimo rimase ammutolito e sembrò indugiare, ma Elisa non ammetteva esitazioni e lo baciò ancora, più a lungo, accarezzandogli il petto. «Allora?» chiese di nuovo in un sussurro, sfiorando con le labbra la sua bocca. «Mi vuoi o no?» Superato lo stupore, Roberto annuì con ritrovato vigore: «Sì che ti voglio.» E subito cercò di baciare di nuovo le sue labbra zuccherine; ma la ragazza lo allontanò da sé con una mano e lo guardò dura. La luce nei suoi occhi si fece cupa. «Allora pagami!» «Che cosa?» «Pagami. Se mi vuoi, mi paghi!» Preso totalmente alla sprovvista, Roberto non sapeva cosa rispondere. Avrebbe potuto rifiutarsi, lui non aveva mai avuto bisogno di comprare una ragazza. Ma lo frenava il sentirsi in una situazione di svantaggio rispetto a Elisa. Il giorno prima non era stata dai carabinieri, ma se avesse deciso di farlo ora? E poi, lei era davvero bellissima e l'idea di rinunciare a quel corpo così acerbo eppure delizioso lo indispettiva. Qualche ora prima del loro primo incontro lo aveva pensato: Elisa sarà mia, per amore o per denaro. Ora era il momento di passare dalle parole ai fatti. Roberto annuì, prima timidamente, poi con sempre maggiore convinzione. «Quanto?» «Quattrocento» rispose Elisa. Roberto sgranò gli occhi dalla sorpresa e provò a rizzarsi in piedi per protestare ma Elisa lo bloccò con la mano. «Non un euro di meno!» Si avvicinò con le labbra al suo orecchio e gli


sussurrò: «Hai pagato cento euro un mio pezzo di labbro. Quanto credi che valga la mia verginità?» L'alito caldo della ragazza era dolce e sapeva di buono. Roberto ruppe gli indugi: «D'accordo, andiamo.» «Non ora. Domani alle tre, a casa mia.» E così dicendo, Elisa allungò una mano. La loro era una transazione d'affari: non si compra nulla senza caparra. Roberto fece scivolare nella mano sottile della ragazza, dalle unghie lunghe dipinte di un rosa delicato, altri cento euro. Il giorno seguente la sera scese sulla città con un'aria carica di pioggia. Elisa guardava dalla finestra della sua stanza le persone che si affrettavano per rincasare. Tutti quanti loro, immaginava, avevano qualcuno a casa che li aspettava: una moglie con la cena appena sfornata, un fidanzato pronto a coccolare la sua ragazza, una mamma con il bagno caldo per il suo bambino. Improvvisa e violenta, la pioggia cominciò a scrosciare sui vetri, rendendo informi i contorni delle cose e annacquando le luci della città in tremule macchie luminose. Un perfetto clima natalizio. Del resto, alla ricorrenza mancavano poco più di venti giorni. “È strano.” pensò sorridendo Elisa. “Questi pensieri generalmente mi mettono malinconia; oggi invece sono felice!” Si voltò a guardare i quattrocento euro deposti sul suo tavolino da toeletta. I suoi più intimi e generosi amici. Roberto era arrivato qualche ora prima, puntuale. Aveva trascorso la notte a meditare rabbiosamente cosa avrebbe potuto fare con Elisa, come avrebbe potuto umiliarla, quali fantasie soddisfare. Elisa, dal canto suo, aveva predisposto tutto per un'accoglienza degna del cliente più esigente. Aveva comprato candele e incensi e aveva cambiato la biancheria del suo letto da una piazza e mezzo mettendo quella bella, di un delicato rosa pallido. Appena entrato nella stanza della ragazza, Roberto aveva messo in atto una sottile forma di vendetta: si era acceso una sigaretta e l'aveva fumata tutta, prima di baciare con furia Elisa. La ragazza lo aveva lasciato fare, accondiscendente a ogni richiesta. Ogni volta che il ragazzo avvicinava la bocca alla sua, Elisa veniva stordita dal disgusto di quell'alito puzzolente. “È lavoro.” si ripeteva cercando di reggere il peso di quei baci. “Non è a te che deve piacere”. All'atto pratico, Roberto non aveva saputo che sfogare con impeto e in pochi minuti tutta la sua irruenta agitazione di diciottenne ed Elisa non aveva provato nulla se non il fastidioso senso di un corpo pesante che la opprimeva e la schiacciava, rendendole difficoltoso respirare. Si era aspettata un dolore acuto ma non era


stato così. Alla fine, aveva cercato sulle lenzuola qualche traccia senza però trovare nulla. Per lei, il passaggio da ragazza a donna era avvenuto in modo indolore ma non per questo meno sgradevole, legato per sempre al ricordo di un alito pesante di tabacco. Alla fine, i due ragazzi non si erano rivolti nemmeno una parola. Roberto si era rivestito impacciato, impresso sul volto scomposto un profondo senso di imbarazzo. Nell'uscire, aveva lasciato i soldi sul tavolino e dimenticato le sigarette con l'accendino. Quando Elisa se ne era accorta, ne aveva presa una e se l'era portata alle labbra. “Tanto vale farci l'abitudine.” si era detta, l'aveva accesa e nei polmoni le era scoppiata una tosse furibonda che le aveva bruciato il petto. Aveva spento la sigaretta e si era accasciata nel letto, sudata. Aveva chiuso gli occhi e si era riposata un attimo, felice per come era andata la giornata. FINE ANTEPRIMA CONTINUA…


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Fratelli