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In uscita il 28/4/2017 (1,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine aprile e inizio maggio 2017 (,99 euro)

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IVAN SALADINO

AMICI CHE RUBANO LE BICI

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AMICI CHE RUBANO LE BICI Copyright © 2016 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-093-1 Copertina: immagine Shutterstock.com

Prima edizione Aprile 2017 Stampato da Logo srl Borgoricco – Padova


“Avevamo tutti più o meno quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo” (Cit. “Mediterraneo”)


A Carmen, Pasquale, Fabio e Brian


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Ero una di quelle persone che uscivano con l’ombrello quando c’era il sole e senza quando pioveva, eppure non mi bagnavo mai. Almeno, questo era quello che diceva Laura di me, prima che in un mercoledì qualunque di gennaio decidesse di lasciarmi e andare via di casa. Nel dormiveglia mattutino pensavo spesso a quelle parole e al loro significato, ma alla fine convenivo sempre che non avessero alcun senso. Ci pensavo anche quella mattina, mentre il suono della sveglia rimbombava antipatico nel piccolo appartamento di via Plinio. Dalla tapparella mezza su e mezza giù filtrava un raggio di luce che mi turbava. La sera prima mi ero addormentato sfatto, dopo essere stato travolto e stordito da almeno due bottiglie di Vermentino e chissà cos’altro. Avrei gradito un po’ di pace, ma questo la sveglia non lo sapeva e quindi continuava a strillare. Dottor Zivago era un flagello. Non aveva capito niente di quale fosse il suo ruolo in tutta quella faccenda. Lui se ne fregava di me, della tapparella alzata, del Vermentino e tutto il resto. Lui voleva la sua sbobba e non avrebbe smesso di miagolare finché non gliela avessi data. Dio quanto odio quella dannata bestiaccia! «Dovrai aspettare, sì lo so è dura, ma la vita è così. Devi accettarlo fratello, un giorno a me, un giorno a te.» «…» «Ecco bravo non rispondere, resta in silenzio e medita sulla tua esistenza, sui tuoi errori. E non ti chiedere soltanto cosa gli altri possono fare per te, ogni tanto domandati cosa tu puoi fare per gli altri.» «Miao.» «Miao un cazzo…» «Miao… miao.» «T’ammazzo.» «…» «T’ammazzo e ti getto in tangenziale e le tue budella verranno trascinate per centinaia di chilometri da un SUV che fa Milano-Catanzaro. Io ti avverto!» «…» «Ho capito.»


8 Mentre mi alzavo per dare il pasto alla bestiaccia mi rendevo conto che o il mondo girava a un paio di fotogrammi in meno, oppure la macchina da presa nel mio cervello si era rotta. Sembrava tutto come in un film in pellicola. Rimasi seduto sul bordo del letto una decina di minuti, poi trovai il coraggio di affrontare la forza di gravità. Uscendo dalla stanza mirai dritto il breve corridoio fino al cucinotto. Da qualche parte dovevano esserci quei maledetti croccantini che a Zivago piacevano tanto, quelli che quando li mangiava gli veniva l’alitosi. Io nemmeno lo volevo quel gatto, lo voleva Laura, diceva che ci eravamo intristiti e che le coppie come noi “a una certa” dovevano prendersi sul serio, sposarsi e fare figli, o in alternativa prendere un animale domestico. Tre anni insieme e già mi chiede dei figli. “Io voglio vivere” le rispondevo. “Non voglio stare dietro a dei bambini.” E lei si infuriava. Negli anni lei aveva aumentato a livelli talmente alti la sua rabbia verso di me, che talvolta avevo paura che i miei genitori avrebbero letto sul giornale: “Nuovo caso di evirazione, la vittima un giovane trentaquattrenne che non voleva avere figli”. Ero certo che i figli facessero male. Li vedevo quei panzoni-pelatidebosciati dei miei ormai ex-amici, tutti ingrigiti appresso a ‘sti nani malefici, maleodoranti e scoreggioni. Non ce n’era uno che mi stesse simpatico. Io avevo, verso i bambini, lo stesso atteggiamento che avevano certe zitelle verso gli uomini: troppo basso; troppo alto; troppo bravo; troppo stupido; troppo cattivo; troppo buono; troppo ciccione; troppo magro; troppo sportivo; troppo perfettino. A Laura piacevano tutti, era terribile. Appena vedeva uno di quei cosi, non importava l’età, gli si lanciava addosso e lo stringeva volgendo lo sguardo a me come a dire: “Me lo compri questo?” Alla fine comprammo il gatto. Lo aveva voluto chiamare Dottor Zivago, in memoria di un film che forse non aveva mai nemmeno visto, ma che faceva tanto figo nei tag dei selfie su Facebook: Laura Martini e dottor Zivago – felici. Trovai i croccantini e li buttai in quella che assomigliava vagamente a una ciotola. In un lampo Zivago era chino a mangiare. «Mangia mangia… che dopo si va in tangenziale.» Gliela buttai lì tra il sarcastico e l’ironico, sperando che la battuta cattiva lo facesse sobbalzare al punto da fargli andare di traverso uno di quei cosi e morire, o giù di lì. Ma niente! Quello mangiava e di me, di Laura, dei tag su Facebook e della tangenziale continuava a fregarsene. Amavo Laura, o almeno questo era quello che mi ripetevo ogni volta che guardavo le sue tette. Dio che tette, uniche al mondo. Era amore vero, o comunque la migliore approssimazione di cui ero capace. Avevo sempre


9 pensato che le storie d’amore si dividessero in due tipologie: quelle iniziate prima dei ventisei anni e quelle dopo i ventisei anni. Alla prima categoria appartenevano quelle relazioni in cui sia lui che lei venivano trascinati a legarsi sulla base delle emozioni: il cuore che batteva forte, la salivazione azzerata, il sudore ovunque, ecc. ecc. Era quell’amore pulito e semplice che colpiva duro, come un pugno in piena faccia. Le storie d’amore post ventiseiesimo compleanno erano totalmente diverse. Da quell’età in avanti era come se di colpo dagli occhi cadesse un velo che prima faceva sembrare tutto più bello e patinato. A un tratto una vocina interna iniziava a sussurrare sempre più forte: “ehi, ehi, tu resti solo, ormai sei fottuto”. Lasciai uscire dalla bocca una nuvola di fumo marca Camel Light, come fossi un attore del cinema degli anni Sessanta. Non fumavo mai la mattina, ma quella non poteva considerarsi una vera e propria mattina, era più la continuazione della sera precedente e quindi la sigaretta ci stava. Chissà ancora per quanto tempo avrei portato addosso i segni di quel matrimonio. Mia madre felice, per non parlare di mio padre. Angela, la luce dei suoi occhi era finalmente convolata a giuste nozze con il suo amato Carlo. Quattro figli uno più bello dell’altro, i miei nipoti di tre, sei, nove e dodici anni che io avevo simpaticamente ribattezzato “La tabellina del 3”. Li avevano avuti prima di sposarsi, perché loro si professavano atei e contrari al matrimonio come unico riconoscimento della famiglia. Avevano rivisto questa loro posizione solo nell’ultimo periodo, dopo avere calcolato la somma dilapidata in regali per i circa venti matrimoni a cui nel tempo avevano partecipato. Il loro intento, neanche troppo celato, era quindi quello di rientrare, almeno in parte, di queste spese sostenute negli anni. Trattavasi quindi di matrimonio per vendetta. Ma tanto bastava per fare toccare a mamma e papà il cielo con un dito. Un matrimonio da favola, una sbronza da favola. Avevo bevuto tutto il bevibile ritagliandomi fin da subito il ruolo del fratello perduto. Ad accentuare questa definizione, si aggiunse il fatto che tra gli amici degli sposi non ci fosse nessuno che bevesse qualcosa di più forte dell’acqua frizzante. Tutti sui quaranta, tiratissimi, sportivissimi, che continuavano a ciarlare tra loro dicendo cose tipo: “E tu i dieci chilometri in quanto li fai? Sotto i quarantacinque minuti spero”; “Non mangio la torta nunziale, sai sto iniziando la preparazione per la Maratona di New York”; “E quindi tu mi consigli il Garmin 920, e io che volevo prendere il 220”. Improvvisamente lo sport, l’attività fisica, il cibo bio erano diventati il centro del mondo. Come se una mattina il computer centrale che governava gli esseri umani fosse stato riprogrammato di botto su: “Attenzione per l’aspetto fisico livello malati di mente”. Continuavo a sbuffare fumo, mentre con gli occhi fissi su Zivago lo


10 ammiravo spazzolare violentemente la sua colazione-pranzo-cena. Laura non era venuta al matrimonio, anche se lei e le sue tette erano state invitate mesi prima. Ma alla fine, a pochi giorni dalla messa in scena, avevamo convenuto che fosse più giusto non presentarsi in coppia. Non c’erano stati litigi o piatti rotti, semplicemente era andata così. Ci era scivolato via tutto talmente piano e talmente in maniera naturale che ci sembrò ovvio giungere a una conclusione di quel tipo. Mia sorella non me lo aveva perdonato, le avevo scombussolato l’ordine dei tavoli del pranzo. Peccato, Laura aveva comprato un vestitino fantastico che stranamente le metteva in risalto il decolté. Da lì a pochi giorni avremmo convenuto che non sarebbe stato il matrimonio la sola cosa a saltare, ma anche la nostra storia. Piano piano si era portata via da casa tutto, un pezzo alla volta. Anche in quel caso nessuna scenata isterica, solo qualche abbraccio, qualche lacrima di addio. Zivago era rimasto a casa mia, Laura sarebbe tornata da sua madre e non poteva portarlo con sé. “Vado via solo pochi giorni” mi aveva detto, ma sapevamo entrambi che non sarebbe stato così. Mentre sovrappensiero mi perdevo nel ricordo di Laura, Zivago, non pago del suo pasto, si era addentrato nel mobiletto sotto il lavello che io avevo lasciato colpevolmente aperto. Con un’abile mossa aveva rovesciato un mare di croccantini rotondi e colorati sul pavimento. Di lì alla bestemmia fu un attimo. Tirai via Zivago per la coda, scaraventandolo sul parquet, le gambe gli cedettero facendo slittare il petto peloso sulla superficie scivolosa, come fosse un pattinatore sul ghiaccio. Schizzò via di qualche metro. In preda alla rabbia mi accanii sulla confezione mega-maxi-risparmio di croccantini, nel tentativo di riempirla il più velocemente possibile, come se quei cosini rotondi e colorati diventassero via via più pericolosi per l’intero sistema solare ogni istante in più che passavano fuori dalla loro confezione. Erano ovunque. Quel bastardo aveva spaccato la busta, più li infilavo dentro la confezione e più ne uscivano. Un dramma. Io mezzo alcolizzato, dopo tre ore di sonno, in ginocchio sotto il lavello della cucina a raccogliere croccantini a basso costo, appartenenti a un gatto regalatomi dalla mia ex come surrogato di un figlio mai avuto e mai da me voluto. Mi alzai, diedi un calcio alla confezione facendola esplodere in mille palline colorate che si sparsero all’istante nel microcosmo del mio bilocale. Seconda bestemmia. Guardai Zivago dritto in quelle fessure grigie che aveva come occhi. Diedi un altro calcio al sacco ormai vuoto, calcolai male il dosaggio della forza e l’impatto avvenne, oltre che con la confezione di croccantini, anche con l’anta dell’armadietto retrostante. Il dolore fu lancinante. Il bestemmiometro segnò tre. Saltellando, con il piede dolorante, mi diressi verso lo sgabuzzino, presi


11 l’aspirapolvere e feci cadere il fornetto Girmi regalatomi da mia madre. Un brivido lungo la schiena mi suggerì l’ennesima blasfemia, ma da buon cristiano quale ritenevo essere, ero solito attenermi alla regola del tre: massimo tre bestemmie al giorno. Che poi tre era anche il numero cristiano per eccellenza. Tutto torna. Presi finalmente l’aspirapolvere, attaccai la spina, Zivago scappò al riparo, come sempre quando vedeva quell’elettrodomestico roboante. Con fare fiero mi diressi verso i croccantini e mentre quei cosi salivano a uno a uno dentro al tubo, la bestiaccia assisteva impotente. «E ora, ti toccherà andare a caccia, bastardo.» Da lontano Zivago mi miagolò un vaffanculo. «Miao.» Mi ributtai a letto e ripresi conoscenza alle 21:35 giusto in tempo per andare a bere una birra in compagnia. Leo stava facendo ciondolare una Super Tennents tenendola con il suo enorme dito indice infilato nel collo della bottiglia. Un uomo gigantesco, addossato a una macchina, di fronte a quello che una volta era il punto di ritrovo della compagnia, il Birrificio di Lambrate. Credo che se un giorno avessi dovuto dipingere un ritratto di Leo, lo avrei potuto tranquillamente immortalare in quella posizione, Tennents compresa. Era enorme, non so quanto fosse alto esattamente ma sfiorava di certo i due metri buoni. Soprattutto aveva delle spalle enormi e una cassa toracica che sembrava scappargli dal petto. Non dava l’idea di essere un uomo grosso, sembrava più che altro appartenere a un’altra specie di essere umano, uno con una genetica diversa da quella standard. Non era bello e con le donne non ci sapeva fare, ma per gli amici era sempre stato un punto di riferimento, uno di quelli che quando qualcuno aveva bisogno non si tirava mai indietro. Uno con una sensibilità speciale, tutti gli andavano a raccontare i fatti propri e lui ascoltava per ore, uscendosene poi con cose del tipo: “Quella non fa per te, levatela dalla testa”; “Secondo me dovresti farti avanti, per me ci sta”; “Se la ami davvero la riconquisterai”. Non si poteva non volergli bene, era buono come pochi altri. Non lo avevo mai visto fare a botte con nessuno, certo il suo fisico straripante metteva subito in chiaro le cose e pochi umani sulla Terra avrebbero osato tentare l’impossibile. Ma lui non era nemmeno arrogante, non aveva mai sfruttato la sua potenza per incutere timore o trarre vantaggio da una qualsiasi situazione. Semplicemente si faceva i cazzi suoi. Se eri suo amico bene, altrimenti eri uno dei tanti che tirava la propria croce e lui non voleva certo rendere le cose più faticose di quanto già lo fossero. Era sempre così la domenica sera. Io e lui. Lui e io. Tutti gli altri a casa con


12 le mogli o le fidanzate a cambiare pannolini nella speranza che prima o poi quei mocciosi crescessero e si levassero di torno. «Prova a sentire Luca, quello ogni tanto una birretta la domenica se la viene a fare.» «Luca? Ma quando mai?» «Un paio di settimane fa era venuto.» «Ma saranno sei mesi che non lo vediamo. La moglie lo tiene inchiodato a casa.» «Ah.» «Fabry?» «Fabry… fellatio.» «Prego?» «Fellatio… vabbè, in poche parole la domenica sera la moglie lo intrattiene con un bel…» Fece seguire un gesto inequivocabile. «Tutte le domeniche?» «Tutte.» «Ma perché proprio la domenica?» «È una di quelle cose programmate: lunedì niente sesso perché è inizio settimana in più in pausa pranzo vanno in palestra e la sera sono stanchi, martedì cinema che costa meno, mercoledì dopo avere messo i bambini a letto provano a metterne in cantiere un altro, giovedì di nuovo palestra e quindi la sera stanchi, venerdì pizza con i bambini, sabato cena con parenti o amici accoppiati, la domenica è il giorno della fellatio.» «E tu come le sai ‘ste cose?» «Me le ha dette Fabry.» «Te lo è venuto a dire lui?» «Certo.» «E come mai?» «Mah, misteri della vita e comunque mi ha anche confessato di non amare più Sofia.» «Fabrizio vuole lasciare Sofia?» «Non ho detto questo.» «Hai detto che non la ama più, quindi immagino sia lì lì per lasciarla.» «Tu vivi nel mondo delle favole. Non amare è una cosa, lasciare un’altra. Ma ti pare che uno lascia la moglie solo perché non la ama più?» «Chiaro, tu dici che con di mezzo i figli, la casa, il mutuo, una vita di ricordi, poi il divorzio costa di ‘sti tempi.» «Ma quali ricordi, quali figli, quale divorzio? Non la lascia perché ha paura di non trovarne un’altra. Fabry ha trentasei anni e ha il terrore di rimanere solo come un cane, di svegliarsi la mattina, andare al lavoro, andare a fare la


13 spesa, tornare a casa e mangiare davanti alla TV mentre beve birra. Fabry ha paura di diventare come me e te.» «‘Sto bastardo.» «Ha ragione, neanche noi due vogliamo essere come noi due.» Aveva ragione. Leo aveva spesso ragione, soprattutto dopo qualche Tennents. A me faceva schifo quella birra e me ne stavo lì con la mia pinta di Ghisa in mano. Tra le birre prodotte dal Birrificio era quella che più si addiceva a una tranquilla serata in compagnia di un amico e qualche sigaretta. Poi realizzai che fino a qualche settimana prima non c’ero nemmeno io lì la domenica sera. Solitamente me ne stavo con Laura, a discutere su quale croccantino fosse adatto a rendere più lucente il pelo di Zivago, oppure sul tipo di vestito che lei avrebbe dovuto indossare a questo o quel matrimonio a cui eravamo stati invitati. Mi sentii un po’ ipocrita. Immaginai Leo da solo mentre si scolava una birra dopo l’altra mendicando l’attenzione di qualche altro bevitore da pub, solo per fare due chiacchiere. Eppure non mi rinfacciava niente, stava lì e beveva raccontandomi i fatti degli altri. Avrebbe potuto cogliere l’occasione per dirmi: “Anche tu eri come loro e ora che sei solo e hai bisogno di un amico vieni da me”. E invece niente, Leo era sempre il numero uno. «E a te come va?» «Bene.» «Quanto tempo è passato da quando ti sei lasciato ormai?» «Cinque mesi, giorno più giorno meno.» «Sono pochi per dire che stai bene. Alla fine sei stato tre anni con Laura.» «Sto bene, te l’ho detto.» «Guarda che non devi recitare la parte del duro con me, io ti ho visto piangere, ricordalo.» «Ancora ‘sta storia.» Si riferiva a un episodio successo quando eravamo in prima superiore. Mi ero perdutamente innamorato di questa ragazza, Sabrina. Le scrivevo lettere, le mandavo fiori, tutto senza mai rivelarmi. Poi un giorno presi il coraggio a due mani e mi piazzai sotto casa sua ad aspettare che tornasse da scuola per dirle in faccia che la amavo. La vidi arrivare in lontananza con un tizio, Claudio Falomi, un belloccio di terza C. Lei aveva in mano il mazzo di fiori che le avevo regalato con annessa lettera romantica. La stava leggendo al suo amichetto e dopo ogni parola ridevano fragorosamente. Finita la lettura stampò un bacio sulla bocca di quell’idiota e poi si avviò al primo cestino gettando con un gesto di totale indifferenza il mio regalo romantico. Feci tutta la strada di ritorno verso casa mia con il magone. A metà strada


14 incontrai Leo, a quel tempo era già enorme, ma in più era rivestito di uno strato di grasso che lo faceva somigliare a un orso. Nel vederlo scoppiai in lacrime come una ragazzina. Lui non disse niente, tirò fuori un fazzoletto di carta e mi asciugò i lacrimoni. Stette con me tutta sera. Non mi lasciò solo un istante per giorni e giorni. Non disse mai niente a nessuno. Però ogni tanto, quando eravamo soli e voleva colpire la mia sensibilità, tirava fuori quel ricordo. Riusciva sempre a fare centro. «Sei sensibile, non nasconderlo. Lo so come sei fatto.» «Ma perché se uno si lascia deve per forza essere sotto un treno? Io sento che forse era giusto così. Non dico che sono felice, ma non sono disperato.» «E se Laura stesse con un altro uomo?» Non ci avevo mai pensato. Non che fossi particolarmente geloso, con Laura sentivo che non ce n’era bisogno. Però in quel momento non riuscii a spiccicare una parola. Laura con un altro uomo era una cosa che non riuscivo a immaginare. «Tu ora stai così perché ti senti ancora legato a lei, per quanto ora non stiate insieme, in una certa misura siete ancora impelagati in qualcosa.» «Ok, forse la prenderei male oppure me ne sbatterei e basta. È una di quelle situazioni in cui uno ci si deve trovare, così non so che dirti.» Leo non disse niente, si tirò su dall’auto che reggeva il suo enorme peso e tornò eretto. «Andiamo, ti accompagno a casa.» In macchina non proferimmo parola. Passammo i pochi minuti dal pub a casa mia giocherellando con i tasti della radio senza mai trovare un brano interessante. Una volta sotto casa ci salutammo con il solito gesto concordato dai tempi delle superiori. Chiusi la portiera e mi diressi verso il cancello del palazzo. Dal finestrino dell’auto Leo mi urlò: «Edo, non fare stronzate», poi ingranò la prima e scomparve nella notte milanese. Non riuscivo ad afferrare il senso di quel monito. Infilai le mani in tasca, tirai fuori il pacchetto di sigarette e fumai l’ultima Camel Light rimasta. Due boccate e poi sotto la suola della scarpa. Mi piaceva sentire di non essere schiavo delle quantità imposte dalle major del tabacco. Se a me andava di fare solo due tiri me ne fregavo di sprecare un’intera sigaretta. Mi andava così e basta. Intanto nella mia testa risuonava un mantra: non fare stronzate/non fare stronzate/non fare stronzate… Quella sera non dormii nemmeno un istante. Laura insieme a un altro, non ci avevo mai pensato. La cosa mi scuoteva. Immaginarla mentre baciava un altro uomo o addirittura mentre ci faceva l’amore era follia. L’avevo sempre


15 considerata mia in virtù di quel senso di possessione che due che stanno insieme hanno quasi per istinto. Forse dovevo solo abituarmi all’idea. Zivago era silenzioso, come sempre quando non mi veniva a rompere per la sua razione di rancio quotidiana. La casa era pervasa da uno strano odore, non era ancora una puzza vera e propria, ma impregnava tutto. Andai a letto intenzionato a recuperare qualche ora di sonno persa la notte prima. Iniziai a rigirarmi nel letto senza prendere sonno. Presi l’iPhone con l’intenzione di mandare un messaggio a Leo per tentare di trasferirgli le mie ansie e liberarmene. Forse allora mi sarei finalmente addormentato. L’indomani mattina ci sarebbe stato l’ufficio ad aspettarmi, classico lunedì mattina schifoso. Andai su “messaggi” tre o quattro volte, ma poi non appena digitavo “Ciao Leo” o “Ehi sei ancora sveglio?” cancellavo e spegnevo il telefono. Forse non sarebbe servito a niente scrivere a Leo, forse avrebbe solo amplificato la sensazione che stavo vivendo. E poi Leo avrebbe risposto con qualcosa di intelligente che mi avrebbe costretto a pensare nuovamente a Laura. Non mi andava di sentirmi dire di nuovo certe cose. L’ odore sembrava sempre più forte, se nei primi momenti non mi aveva dato così fastidio, ora cominciava a innervosirmi. Mi alzai nel buio della notte, spinto dal naso a cercare la provenienza di quella che ormai era una puzza antipatica. Non riuscivo a individuare una zona precisa della casa. Era più qualcosa nell’aria. Aprii la tapparella e la brezza del maggio milanese invase i cinquanta metri quadri del mio bilocale. La puzza non proveniva da fuori e, per quanto l’aria circolasse, continuava a restare imprigionata nell’appartamento. Mi rimisi a letto, ripresi in mano l’iPhone e cercai il numero di Laura. “Ehi ciao…” Cancellai. “Ciao…” Cancellai. “Buona notte”. Cancellai. “È una storia troppo bella per finire così”. Cancellai. “Tu per me…” Cancellai. “Noi due…” Cancellai. “Non doveva finire così”. Cancellai. “’Sta situazione è una merda”. Cancellai. “Sei una stronza”. Cancellai. “Ti scopi un altro?” Invia Messaggio. Erano le 4:35 e avevo appena fatto una stronzata. Una specie di calore mi partì dai piedi e strisciò velocemente fino alla schiena inerpicandosi fino al collo e da lì al cervello. Era quel tipo di rabbia di chi sapeva che aveva agito di istinto, senza pensare alle conseguenze e non poteva fare altro che prendersela con se stesso. Volevo scomparire dalla faccia della Terra. Era una di quelle situazioni talmente incazzose che una bestemmia sarebbe stata totalmente inutile, anzi, avrebbe aggiunto rabbia a rabbia per la sensazione di avere sprecato un bonus bestemmia per niente. 4:45 Nessuna risposta da Laura. Dentro di me si stava facendo largo la speranza che avesse il telefono spento e che per una irragionevole combinazione di


16 congiunture tecnologiche ci fosse un malfunzionamento del suo telefono per il quale il messaggio non le fosse stato consegnato. 4:58 Ancora nessuna risposta. Forse le avevano rubato il telefono. Magari la sera prima era uscita con le amiche e qualcuno le aveva rubato la borsa. 5:15 Forse stava facendo l’amore con un altro. Forse era questo il motivo per cui non rispondeva. Magari stava facendo sesso proprio con l’uomo per cui mi aveva lasciato. E io che stavo pure sveglio a pensare a lei. La puzza era diventata insostenibile, ormai la sentivo anche quando non respiravo. Era orribile, non riuscivo a pensare a un odore peggiore di quello. Sentivo che mi stava pervadendo i polmoni, i tessuti e che di lì a poco mi avrebbe distrutto da dentro. Mi alzai di scatto e iniziai a cercare sotto il letto, dietro l’armadio, ma non riuscivo ancora a individuare l’origine di quel fastidio. In compenso trovai calzini, mutande e camicie laddove non avrebbero dovuto essere. Quella ricerca mi aveva dato l’occasione di rendermi conto di quanto fossi degradato nell’ultimo periodo. Vestiti sparsi ovunque, c’era un disordine che non avevo mai considerato. Sotto al letto trovai anche un paio di scarpe nere e una tazza di Breaking Bed. Mi prese un’irrefrenabile voglia di sistemare tutto, un senso di ordine e pulito che non avevo mai provato. Raccolsi i panni trovati in giro e li gettai nella lavatrice, rifeci il letto e buttai nella spazzatura tutto ciò che a un primo rapido sguardo mi sembrava inutile. Lavai il pavimento strisciando per terra uno straccio bagnato inzuppato in qualcosa che sembrava candeggina. Pulii i vetri delle finestre sulle quali erano incastonate milioni di ditate accumulate nel corso degli anni. Mi ributtai sul letto ancora adrenalinico. Quando l’odore della candeggina svanì la puzza ricomparve forte, chiara, ferma come un elefante in mezzo alla savana. Fu un attimo. Mi buttai in cucina e iniziai a sgrassare pentole e a spazzare il pavimento. Non pensavo più a niente. Ero il super-non-plus-ultra della massaia perfetta. Dopo due ore avevo lavato tutte le posate, tutti i piatti, tutti i bicchieri. Avevo lavato anche quello che avevo già pulito. Scesi in cortile e gettai i sacchi della spazzatura nei bidoni. Umido, carta, plastica. Il vetro faceva troppo rumore e pensai che forse non era il caso di mettermi contro tutto il condominio. Tornai in casa e mi lanciai verso il salotto. Sistemai il divano, lavai l’ennesimo pavimento, pulii lo schermo della TV, tolsi polvere da ogni insenatura della mobilia, da ogni libro. Mi arrampicai su una scala per pulire il lampadario. L’inutile lampadario etnico che Laura


17 aveva voluto, ma che non c’entrava nulla con il resto dell’arredamento. Decisi di staccarlo impelagandomi in un’avventura di cacciaviti, chiodi, fili e lampadine. Non veniva via. Strattonai forte e la scala cedette. Caddi a terra “come corpo morto cade”, circondato di lampadine rotte, ma ancora vivo. Girando la testa per un attimo mi parve di vedere Zivago farmi il dito medio, ma forse fu solo un’allucinazione dovuta alla caduta. Mi addormentai lì per terra, abbracciato al lampadario etnico di Laura. 7.22 Hai un nuovo messaggio!


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2

Aprii gli occhi di colpo. Spostai il lampadario che mi dormiva addosso mettendolo da parte di fianco a me. Ci misi qualche istante a realizzare dove fossi e cosa fosse successo la sera prima. Dovevo essere in ufficio alle 9:00. Mi tirai su rapidamente e l’occhio andò subito all’orologio a muro affisso sulla parete della cucina, segnava le 8.35. Di solito la mattina tra: riprendere conoscenza, doccia, vestizione, colazione, denti e pettinatura, mi ci volevano circa trenta minuti. Questo avrebbe voluto dire che sarei arrivato al lavoro in ritardo. Il panico, che solitamente in situazioni analoghe si faceva rapidamente largo in me, questa volta non trovò strada verso il mio sistema nervoso. Forse ero soltanto felice di essere ancora vivo dopo la rovinosa caduta della sera prima, le conseguenze avrebbero potuto essere molto peggiori. In fin dei conti mi era anche andata bene. Avevo la strana sensazione che mi stesse sfuggendo qualcosa, ma ero troppo concentrato nella velocizzazione della routine mattutina per ricordarmi cosa mi stessi dimenticando di tanto importante. Decisi, per evitare di fare troppo tardi, di fare un rapido entra-esci in doccia per vestirmi ancora bagnato e la cosa mi fece guadagnare qualche minuto buono. Indossai la solita divisa di routine: camicia semi-stropicciata e pantalone mal stirato. Per fortuna non avevo necessità di presentarmi in ufficio in giacca e cravatta. Tralasciai la pettinatura, non avevo tempo. Prima di uscire versai qualche croccantino nella ciotola di Zivago sotto il davanzale della finestra. Era un gesto dettato dalla routine più che dall’affetto verso quella bestiaccia. Zivago lo sapeva e viveva la cosa senza alcuna enfasi, stava lì e mi fissava senza anima. Alle 8:52 ero in auto. La mia Ford Fiesta 1.4 Diesel avanzava senza troppa fatica nel traffico urbano. Già sapevo che sarei arrivato con qualche minuto di ritardo, di solito ci mettevo quindici minuti ad arrivare al lavoro, ovviamente senza calcolare il parcheggio. Arrivai sotto l’ufficio alle 9:07, ma riuscii a liberarmi della macchina solo venti minuti dopo. Il panico mi stava assalendo. Corsi verso l’edificio e una volta dentro evitai di prendere l’ascensore, troppo lenta. Salii le scale a quattro a quattro mentre dentro di me insisteva quella sensazione di avere dimenticato qualcosa. Arrivai alla porta di accesso al terzo piano, oltre quell’ultimo baluardo c’erano gli uffici della Baster, la grande e gloriosa casa di produzione Baster. Entrai e strisciai il badge all’apparecchio elettronico situato in reception, lui mi rispose segnalando sul display: “Ore 9.32”. Pensavo peggio.


19 La prima persona che incontrai fu Mauro. Il mio capo. L’orgoglioso produttore di “Tagli&Ritagli” nonché marito dell’orgogliosissima capoprogetto di “Soli sull’isola”, Anna Magnanello. Un milfone di quarantasei anni affettuosamente soprannominata “La bastarda”, “Cane rabbioso”, “La vecchia infame”, “Cagna maleodorante” e tanti altri nomignoli che via via, giorno dopo giorno, si andavano a sommare a quelli già esistenti. Aveva più soprannomi lei di un pugile WBA. Bisognava comunque darle atto del fatto che fossero tutti nomignoli meritati sul campo, grazie alla sua amabile inclinazione a trattare tutti come pezze da piedi. Mauro era un uomo sui trentacinque, di solo un anno più adulto di me. Grazie a un rapido calcolo matematico, era subito possibile rendersi conto che era di circa undici anni più giovane della sua amata. Il che lo rendeva quasi un toy boy. Sicuramente era un ragazzo curato nell’aspetto, anche se negli ultimi tempi si stava un po’ arrotondando ai lati. Ma il suo punto di forza era il carattere, completamente assente, cosa che lo rendeva tra tutti la migliore pezza da piedi su piazza. Era quindi il partner perfetto per una donna come Anna Magnanello, la quale voleva essere l’incontrastata regina della propria vita quanto di quella di chi la circondava. Ovviamente Mauro aveva visto decollare la propria carriera, passando nel giro di pochi mesi dal livello “porta-caffè” a quello di produttore, seppure di un piccolo programma TV. Di contro, viveva la vita infernale che ogni uomo esterno al mondo televisivo avrebbe ripudiato. Un’esistenza di schiavitù sottomesso a una donna forte, una di quelle che metteva sempre il proprio uomo davanti a un bivio, che chiedeva il suo parere solo per poi dichiarare apertamente che il suo parere non soltanto era sbagliato ma anche totalmente inutile. Una di quelle per le quali il proprio fidanzato era uno che doveva ringraziare il cielo se gli era capitata la grande fortuna di mettersi insieme a lei. Una che non perdeva occasione per mostrargli quanti soldi in più di lui avesse e glielo faceva capire chiaramente, quando la mattina saliva a bordo della sua Porche Cayenne Turbo S, valore commerciale 200.000 euro, mentre Mauro entrava in una Polo del ‘98, senza aria condizionata e senza valore commerciale. Una donna incattivita da una vita in cui aveva avuto come primo fidanzato un cantante famoso da cui era stata tradita. Poi un calciatore di serie A, da cui era stata tradita. Poi si era sposata con un dirigente di un noto brand del lusso, con un 730 pari al PIL del Nicaragua, con il quale aveva avuto anche un figlio e da cui era stata tradita. Poi aveva avuto una relazione con un senatore che, va da sé, l’aveva tradita con qualsiasi velina, ballerina, attrice, segretaria, cameriera, opinionista gli era capitata a tiro. Alla fine, dopo un paio di toy boy (uno di ventidue anni ex partecipante a un talent show e un altro di ventiquattro, suo personal trainer), decise di prendere come dama di compagnia un ragazzo di undici anni più giovane di lei. Uno che aveva meno possibilità di tradirla di un labrador. In effetti prima di Mauro aveva


20 accarezzato l’idea di prendere un cagnolino, ma poi pensò che avrebbe rischiato di affezionarsi alla bestiola, non riuscendo a riversare su di essa tutte le proprie malignità. E anche qualora si fosse resa colpevole di tale riversamento di cattiveria, avrebbe rischiato di essere denunciata da una delle tante associazioni animaliste. Mauro invece era perfetto, lui accettava tutto, tenuto al guinzaglio con la prospettiva di diventare un nome all’interno del magico mondo della TV commerciale. E poi non esisteva alcuna associazione in difesa dei fidanzati che potesse limitare la crudeltà di quella donna. Nel tempo iniziai a maturare l’idea che a Mauro, in qualche modo, la cosa piacesse. Probabilmente apparteneva a quella categoria di persone che avvertiva il bisogno di sentire di avere pagato un prezzo per il successo raggiunto. Ero certo che dentro di sé Mauro covasse il desiderio di spezzare le catene che lo tenevano prigioniero di quella donna, per veleggiare solo, a bordo del suo yatch, verso un mare di giovani vergini desiderose di una occasione per lavorare in TV. Allora finalmente avrebbe reso pan per focaccia ad Anna e al mondo intero, trasformandosi a sua volta da schiavo in padrone. Ma nel mondo della televisione chi nasceva servo non diventava padrone. E forse, sotto sotto, cominciava a capirlo anche Mauro. «Ehi Edo, fatto tardi stamattina?» «Eh lo so Mauro, mi spiace.» Quando facevo il dispiaciuto lo disarmavo all’istante. Diverso sarebbe stato se mi avesse beccato “La cagna maledetta”, mi avrebbe urlato contro tutta la sua rabbia, aggiungendo all’ira per il mio ritardo anche quella per avere scoperto l’ennesima ruga in più sul proprio viso. Per quella donna, invecchiare doveva essere l’inferno in terra. «Ok solo, se puoi, insomma, sai che io non sono uno che, però… ecco.» «Sì, chiaro Mauro…» «Cioè non che tu debba essere puntuale, nel senso, devi esserlo ma non è necessario qui. Ecco, giusto il lunedì mattina che abbiamo la riunione di produzione… ma cioè io capisco.» «Mauro, hai ragione su tutta la linea.» L’imperdibile riunione di produzione del lunedì mattina di “Tagli&Ritagli”, un momento importantissimo nella storia della televisione italiana. Anzi, nella storia della cultura italiana, ed essendo l’Italia parte dell’Europa, va da sé che diventava un momento importantissimo per tutta la cultura europea. Ed essendo l’Europa un punto di riferimento per l’intero mondo, l’eco di questa riunione avrebbe avuto risonanza anche nelle Americhe e perché no,


21 in Asia minore. A questo momento di altissimo livello partecipavano: l’Autore (io), il Produttore (Mauro), il presentatore (Piero). Fine. Piero era un soggetto unico. Un ex attore, ex cantante, ex ballerino, ex produttore, ex dj, ex fumettista. Di tutte le carriere tentate l’unica che aveva portato avanti con successo era quella di alcolizzato. Una certezza. Aveva visto svanire la sua promettente carriera di uomo dello spettacolo quando in una puntata di un talk show nazionale si presentò un po’ alticcio e davanti all’intero paese fece una battutaccia in faccia a Loredana Ferrara, la presentatrice più potente di tutta la TV italiana (e quindi va da sé europea, paneuropea, mondiale). Questo l’eloquio fuori luogo, avvenuto in diretta nazionale, che causò la tragedia artistica di Piero: «Dai Loredana, ma proprio tu parli di meriti in TV? Lo sanno tutti che hai presentato l’ultimo Sanremo grazie alla spintarella da parte di quel sant’uomo di tuo marito che è passato dalla DC a Forza Italia con la stessa rapidità con cui tu salti dal letto di casa a quello del tuo amante.» Battuta memorabile che lo portò quasi all’arresto per alto tradimento. Ci furono inchieste parlamentari e intercettazioni telefoniche. E dopo tutto il clamore, Piero si era ritrovato solo in un monolocale di ventotto metri quadri in zona Città Studi, a fumare sigarette, bere birra e aspettare che il telefono squillasse. Dopo nove anni di totale inattività televisiva era arrivata l’offerta a cui non si poteva dire di no: “Tagli&Ritagli”. Ormai la Ferrara era solo un vecchio ricordo della TV italiana. Le ultime sue immagini televisive la ritraevano con i boccoli biondi mentre sgambettava allegra sulle note della sigla del suo programma “Loredana show” (titolo geniale in Italia e va da sé in tutta Europa, ecc.). Dopo il successo in Italia e in Spagna, Loredana aveva attraversato un momento di forte stress per la troppa fatica. Così, raggiunta ormai un’età che la metteva in guardia dall’esporre parti di nudo del suo corpo, aveva deciso di ritirarsi a vita privata, vivendo tra New York, Miami, Los Angeles, Roma, Parigi e fottendosene altamente di tutto il resto del mondo. Ignara, come solo certe soubrette televisive sapevano essere, di quanto fossero state dolorose le conseguenze per le persone che avevano avuto la sfortuna di intralciare il suo cammino. Certo, il dolore per la perdita dell’amatissimo, ricchissimo e potentissimo marito l’aveva portata quasi sull’orlo della pazzia, tanto che per una settimana intera non si era recata dal suo parrucchiere. Ma poi, grazie al cielo, si era ripresa. Nonostante tutto, il suo veto su Piero Minzolini era rimasto totale e lui era ormai caduto nel dimenticatoio. D’altronde, lei non


22 ammetteva errori. Il suo desiderio era distruggere Piero negandogli qualsiasi possibilità di lavoro. Ma per fortuna c’era la Svizzera, la cara vecchia Svizzera tentatrice. Fu così che un giorno, la guardia di finanza scoprì che Loredana altri non era che l’ennesima amatissima figlia d’Italia che andava a nascondere i soldi in nero di certi sponsor tra i monti elvetici. Quando era così, l’Italia non perdonava. In un lampo il paese intero, indignato, ribaltò l’amore che provava per lei trasformandolo in odio profondo. Un odio che portò Loredana davanti a corti, giudici e avvocati che le portarono via quasi tutto. E siccome proprio nei momenti di difficoltà si vedono le amiche, Anna Magnanello, sua autrice storica, aveva colto l’occasione per ordinare a Mauro di riportare in TV quel “Vecchio balordo e inutile” di Piero Minzolini. Pensava che potesse dare quel tocco in più che avrebbe dato una impennata agli ascolti. Un vero e proprio colpo di genio, considerando che il target di “Tagli&Ritagli” era composto da bambini che nove anni prima non erano neanche nati e quindi non sapevano nemmeno dell’esistenza di un Piero Minzolini. Come era ormai consuetudine, Piero si era presentato alla riunione di produzione visibilmente in preda ai postumi della sera prima, o molto più probabilmente a quelli della colazione a base di gin tonic. Mauro, come sempre, cercava di conferire alla riunione quel tono solenne di chi voleva rendere professionale una situazione che di professionale aveva ben poco. Il nostro amato produttore teneva tra le mani una bellissima penna stilografica, mentre sul tavolo troneggiavano una Moleskine nera intonsa e il suo iPad. Dio solo sapeva a cosa servisse l’iPad! «Bene iniziamo?» «Iniziamo.» Colpo di tosse di Piero. «La settimana scorsa gli ascolti sono stati buoni, d’altronde i bambini vanno pazzi per i ritagli di animali.» Colpo di tosse numero due di Piero. «Questa settimana invece faremo una cosa diversa, registreremo cinque puntate tutte dedicate a…» Prese fiato come se dovesse annunciare il suo imminente matrimonio con la regina di Svezia. «Alla frutta.» Accenno di conato di vomito tramutato in rutto trattenuto da parte del solito Piero. «Benissimo, direi: mela, pera, banana, arancia, albicocca.» Misi in fila i primi frutti che mi vennero in mente. «Eh no! Non si può.»


23 «È frutta! Tu hai chiesto frutta e ti ho dato frutta.» «Sì, ma è qui che subentra la genialità dell’autore.» Quando sentivo le parole “Genialità” e “Autore” accostate all’interno di una frase riferita al mondo della TV, mi venivano i brividi. «Che vuoi dire?» «I frutti che hai detto sono quasi tutti simili, dai non possiamo fare tagliare a questi bambini dei cerchi e cercare di farli passare per cinque frutti diversi.» «A parte il fatto che non ho nominato cinque frutti tutti tondi, ma ho inserito anche la banana…» «Ecco, non parliamo della banana.» «Che vuoi dire?» «La banana, avanti dai, lo sai.» Sbadiglio da parte di Piero. «Continuo a non capire.» «Dai, ma non facciamo finta di niente, lo sai che la banana è un simbolo fallico, un elemento che crea dei disagi.» «No, forse a te crea del disagio, a me onestamente non passa per l’anticamera del cervello la problematica banana/pene associata a un bambino di cinque anni.» «A lui no, ma alla madre sì! Lo sai benissimo che i bambini vengono aiutati in queste attività dalle mamme, tu prova a immaginare queste madri che a metà pomeriggio si ritrovano con in mano la banana del figlio.» «Detta così suona tutto promiscuo. Sostituisci banana con olive e vedrai che il risultato sarà lo stesso.» «Devi trovare altri frutti, non tondi e che non siano banane.» «Non ci sto!» Colpo di tosse numero tre di Piero con sbadiglio annesso e semi rutto trattenuto. «Cosa vuol dire non ci sto?» «Vuol dire non ci sto!» Il “Non ci sto” mi era uscito con un tono molto più greve e definitivo di quanto volessi. In quelle discussioni, per quanto stupide fossero, mi rendevo conto solo dopo qualche minuto di quanto fossi stato idiota ad attaccarmi a qualche posizione per partito preso. In fin dei conti non si trattava mai di decidere tra la vita e la morte, ma semplicemente tra una banana e un ananas, o, in altre occasioni, se fare mangiare a un concorrente una torta di mele o una confezione di cornetti alla marmellata. Cose di questo tipo erano all’ordine del giorno in TV e gli autori si ammazzavano, si scornavano, si giuravano vendette trasversali sui familiari più stretti pur di avere ragione su


24 stronzate cosmiche. Io non potevo essere da meno, mi ero forgiato nella scuola della televisione italiana dove l’importante era avere ragione. Non interessava a nessuno se oggi si trattava di una banana o di un lampone, domani sarebbe stato per altro. La questione fondamentale era avere ragione e dimostrare di essere il pene più lungo e largo all’interno della stanza. «Banana! Fine! Io sono l’autore e tu il produttore, io firmo il programma.» «Lo firmo anche io il programma.» «Sì, ma io sono il responsabile dei contenuti, non tu. Io voglio la banana!» La porta si aprì improvvisamente e fece capolino Maddalena con tre caffè in mano e una scatola di Gocciole. Maddalena rappresentava l’intera redazione del programma. Era una ragazza molto carina, ventiquattrenne, neo laureata a pieni voti in Scienze della Comunicazione, che per 400 euro al mese accettava di fare la stagista schiava a un alcolizzato, a un cagnolino e al più grande autore televisivo vivente. Almeno io la vedevo così. Lei aveva degli occhi stupendi, capelli a caschetto castani, due tettine niente male e un bel culetto che spuntava da sotto gli abiti, sempre troppo casti, che portava. A dare il definitivo tocco sexy era la sua evidente timidezza. «Buongiorno, ho portato il caffè.» «Chiudi la porta veloce!» Era il tipico tono che Mauro utilizzava quando si trovava di fronte una persona che reputava inferiore rispetto a lui. Un tono che, ovviamente, gli era stato insegnato dalla maledetta. Prima regola: “Azzannare l’agnello senza pietà”, era l’unico modo per Mauro di sentirsi forte. Maddalena posò svelta i caffè sul tavolo. Piero si riprese all’istante dal torpore e con mano lesta raggiunse caffè e biscotti ancor prima che io e Mauro potessimo esclamare nuovamente: “Banana!”. Quando ormai la ragazza stava per ritrarsi, Mauro la fermò. «Senti, se ti dico la parola “Banana” qual è la prima cosa che ti viene in mente?» sottolineando con un timbro di voce più gutturale il suono della parola banana. Maddalena rimase per un attimo tra l’imbarazzato e l’incredulo. Era la prima volta che Mauro si rivolgeva a lei senza urlarle: “Porta i caffè veloce!” «Ti sei imbambolata?» Maddalena posò i suoi dolci e impauriti occhioni blu dapprima su di me e poi su Piero. Quest’ultimo aveva la faccia immersa nella tazza di caffè e le


25 guance costellate da pezzi di gocciole. «Beh… io…» «Dai Maddalena non abbiamo mica tutto il giorno… se ti dicessi, vuoi prendere in mano la mia banana.» «No scusa, così non vale però!» «È così che suonerà quando una volta terminato il ritaglio il bimbo chiederà alla madre se vuole prendere in mano la sua banana.» «Spiegami come può un bambino di quattro anni che emette suoni più vicini al rumore di Piero che mangia, avere quel tono da playboy da bar?» In tutto questo Maddalena era ancora in piedi, incredula che finalmente qualcuno avesse chiesto il suo parere all’interno del mondo della TV. Pensò per un istante che forse tutte quelle umiliazioni subite negli ultimi mesi nell’ambito del lavoro di redazione avessero finalmente fatto maturare i frutti di una embrionale carriera da produttrice. Siccome queste erano occasioni che capitavano una volta nella vita, bisognava saperle cogliere. «Effettivamente signor Mauro, la parola banana evoca in me una forte associazione con l’organo riproduttivo maschile.» Regola numero due: “Dire sempre la verità che il produttore vorrebbe sentirsi dire”. «Eccola la bocca della verità.» Mauro si alzò e si avvicinò a Maddalena con un sorrisone. La abbracciò a sé come un padre abbraccerebbe la figlia il giorno delle nozze, prima di consegnarla al futuro marito. La ragazza stava gustando ogni istante di quel momento. Otto mesi prima era entrata in quella redazione con la promessa di una imminente carriera profetizzata dalle parole di Mauro: “Mia cara sei nel posto dove tutti vorrebbero essere!” Di lì a poco si sarebbe trovata a passare giornate davanti alla macchina del caffè, a fotocopiare fogli inutili, a rispondere ai telefoni, alle mail, a fare da segretaria tutto fare e da chauffeur a Mauro e signora. Tutto questo senza orari, senza sabati e domeniche liberi, senza ferie, senza malattie, senza più vedere amici, genitori e fidanzato. Quest’ultimo da due mesi ormai era diventato un ex. Maddalena pensò a quella volta in cui aveva accompagnato la cagna dall’estetista per farsi le unghie di mani e piedi. Lei aveva dovuto aspettare in auto mentre la maledetta si faceva abbellire nel salone. Una volta finito, la Magnanello era uscita dal salone e mentre si apprestava a salire a bordo dell’auto che Maddalena aveva premurosamente accostato al marciapiede,


26 pestò una cacca di cane. Apriti cielo. Era ovviamente colpa della giovane schiava, rea di avere portato la macchina proprio dinnanzi a quell’indecenza e di non avere calcolato il pericolo per la regale scarpa di sua maestà. In realtà, la colpa che aveva Maddalena era quella di essere giovane e carina come lei non era più da tempo o forse non era mai stata. Una colpa che una donna come Anna Magnanello non poteva lasciare impunita. Così, la bastarda si sedette sul sedile dell’auto con le gambe penzolanti fuori dalla macchina e ordinò a Maddalena di toglierle la scarpa, ovviamente con un tono di voce tra l’urlo e il canto lirico. La ragazza arrossì solo all’idea di doversi inchinare per togliere la calzatura dal reale piede della dea, ma lo fece. Dal canto suo, Anna non fece alcun tipo di movimento per aiutare la ragazza nella sua ostile operazione. Anzi, sembrò quasi ostacolarla costringendo la giovane a chinarsi completamente fino a terra, a sollevarle la gamba e a staccare dal tallone la scarpetta con tacco dodici. Una volta tolta la scarpa, Anna tirò fuori dalla sua enorme borsa un paio di ballerine e le gettò con disprezzo a terra. “Ho le unghie appena fatte, non mi vorrai lasciare scalza?”. Maddalena, che si trovava già nella posizione tipica di chi aveva raggiunto il fondo del barile, si rese conto che stava iniziando a scavare. Tolse anche l’altra scarpa e infilò alla sua dama entrambe le ballerine, sentendosi ripetere almeno in un paio di occasioni: “Dai, svelta non ho mica tutto il giorno”. In tutto questo aveva un paio di volte incrociato lo sguardo della Magnanello, che dall’alto della sua posizione sembrava godersi il tutto compiaciuta. Quella sera, Maddalena pianse nel letto del monolocale in affitto in cui abitava da quando era venuta a Milano. Pianse sapendo che presto avrebbe sentito al telefono i suoi genitori, e alla domanda: “Tesoro come va su a Milano?” avrebbe risposto: “Tutto bene”, trattenendo con le lacrime un fiato che avrebbe voluto urlare: “Voglio tornare a casa!” Ma certe cose, a un genitore, non si potevano dire. Come venne andò via. Quell’abbraccio, dapprima caldo e caloroso di Mauro, scomparve nell’istante stesso in cui si materializzò. Terza regola: “Ti voglio bene quando sei utile, appena non servi sei inutile quindi vattene”. Maddalena venne quasi spinta con forza da Mauro fuori della sala riunioni. «Allora, visto che avevo ragione io? Che frutti proponi?» «Mela. Ananas. Ciliegia. Fragola. Pera. Anzi no, aspetta, pera fa pensare a una siringa.» «Esatto questo è lo spirito.» «Banana, l’ho già detto?» Rutto di Piero. «A me piace l’uva.»


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A corredo di questa uscita estemporanea, Piero trovò il coraggio di cacciarsi un indice in bocca e scavare il fondo della gengiva. Dito che, dopo pochi istanti, riemerse alla luce impreziosito da un pezzo di cioccolato residuo di una Gocciola. «Va’ che roba, ma quanto è bello quando ti trovi uno di questi tra i denti? Sono queste le piccole cose della vita che ti fanno capire che sei fortunato.» Nel fotogramma successivo, Piero infilava lo stesso residuo di cioccolato nuovamente in bocca, gustandoselo come un chierichetto gustava un’ostia. Ero sempre più stupito da come quell’uomo fosse in grado, con gesti semplici, di lasciarmi basito. A rompere questo momento quasi poetico ci pensarono le parole di Mauro. «L’uva non va bene, è troppo difficile, i bambini poi non la sanno disegnare e ritagliarla è un macello, viene fuori una specie di triangolo.» «Non sia mai che poi la scambino per una vagina.» Mauro mi guardò come se avessi bestemmiato al funerale di un papa. Ok Edo di’ un frutto e scappa da questi due deficienti. «Mela. Ananas. Ciliegia. Fragola. Mandarino. Ti piace il mandarino? È quasi rotondo ma piccolino. A chi non piace il mandarino. A tutti piace il mandarino.» Mauro, come sempre in questi casi, strinse un po’ gli occhi, tirò indietro la testa e portò le mani alla nuca. Fece passare cinque secondi ed emise la sua sentenza. «Vedi! Quando vuoi sei un grande autore. Ci siamo.» Voleva dire che mi ero guadagnato un’altra fetta del mio stipendio e lo avevo fatto proponendo delle idee stupide e litigando quanto bastava per difenderle. Certo, all’occhio inesperto ne ero uscito sconfitto, la mia idea della banana aveva perso, ma non ero stato umiliato. Questa era la sintesi del mio lavoro, uscire pulito da qualsiasi situazione sembrando intelligente e mettendomi al riparo da ogni eventuale attacco futuro. Il grado di insoddisfazione derivante dalle obiezioni del produttore era un prezzo che potevo pagare senza sofferenza. Mi trovavo così nella posizione perfetta per un autore: pagato e insoddisfatto. Se gli ascolti del programma fossero andati male avrei potuto giocarmi la carta del: “Beh, io lo avevo detto che era il caso di mettere in campo la banana”. Al contrario, se fossero andati bene, avrei potuto esclamare qualcosa del tipo: “Il mandarino, che idea!” La bella riunione terminò e, nell’alzarsi, Piero fece cadere il mio caffè


28 intonso sui pantaloni che indossavo. D’istinto scattai all’indietro e dalla tasca mi cadde il telefono. Lo presi da terra mentre in sottofondo sentivo Piero recitare le scuse tipiche di un ubriaco. Accesi l’iPhone per accertarmi che funzionasse e appena il display si illuminò tutto divenne ovattato, pesante. Improvvisamente ogni cosa mi sembrò stretta, dai pantaloni, alla stanza, al mio lavoro. “Leggi messaggio”. “Se prima avevo qualche dubbio se tornare o meno insieme a te, ora ho la certezza che tra noi è finita. Sei un cretino! Addio!!!” Quando Leo arrivò a casa mia la situazione era ormai disperata. Avevo bevuto una bottiglia intera di vino bianco, due birre e stavo già aggredendo l’amaro Monte Negro. «Le hai fatte fuori tu queste?» disse indicando la bottiglia di bianco e le due birre. Ruttai un: «Sì.» «Che programmi hai per la serata?» «Non so… improvviso, e tu?» «Vuoi improvvisare un suicidio?» «Per un po’ di alcool, non è mai morto nessuno.» «Ah», abbozzò una risata sarcastica, «è vero, che scemo, di alcool non è mai morto nessuno.» Se c’era una cosa che amavo di Leo era che non mi diceva mai: “Sei un coglione”, lasciava che ci arrivassi da solo. Aveva l’atteggiamento del padre deluso che guardando il proprio figlio negli occhi diceva: “E così anche quest’anno non riuscirai a laurearti”. «Non è una bella serata ok?» «Lo so, altrimenti non mi avresti chiamato biascicando frasi sconnesse.» «Hai ragione, ho sbagliato a chiamarti, lasciami solo e vattene!» Lo dissi nel tentativo di sentirmi forte, ma con l’intima speranza che non mi abbandonasse. «Ora ti faccio un caffè, tu ti siedi qui e mi racconti tutto!» «Io il caffè la sera non lo bevo.» «Ah», di nuovo quel tono da padre, «non lo bevi?» «Ok solo una goccia, ma con molto zucchero.» «Amaro!» Mi disarmava e non avevo la forza di contraddirlo. «Ok, amaro.»


29 Mise su il caffè e io mi accesi una Camel Light. «Ho fatto una cazzata.» «Ok, il primo passo è ammetterlo.» «Mi sono lasciato andare e ho rovinato tutto.» «Al telefono mi hai accennato a un messaggio… hai scritto un sms a Laura?» «Sì.» «Ok, non mi sembra tanto grave.» «Le ho scritto che è una puttana.» Silenzio. «Ok, ammetto che effettivamente è un po’ più grave di quanto pensassi.» «Ecco vedi.» Portai il bottiglione di amaro Monte Negro alla bocca, Leo con un movimento rapido me lo tolse quando ormai assaporavo il gusto dolce del liquore. «Non ho detto che è irrimediabile, ho detto che è peggio di quanto pensassi.» Il caffè uscì dal beccuccio della macchinetta e Leo lo versò in una tazza grande senza mai perdermi di vista. Stavo seduto per miracolo, ma riuscivo a mantenere una certa lucidità. «Prendi.» Mi passò la tazza, bevvi un sorso e per poco non vomitai. «Comunque a mia discolpa ho da dire che non ho usato proprio il termine puttana.» «Ah no?» «No, ho detto qualcosa tipo: ti scopi un altro vero?» «Capito.» «Cosa hai capito? Come fai ad avere capito che non ti ho detto niente. Chi sei tu che capisci senza sapere? Cosa diavolo puoi avere capito tu?» Il tono della mia voce si alzò senza che me ne accorgessi. Era il tono di un ubriaco che voleva litigare e magari arrivare alle mani. Ma Leo sapeva sempre mantenere il controllo, come se insieme al suo corpo gigantesco gli avessero anche fornito un manuale dal titolo: “Come evitare di uccidere la gente quando si ha un corpo 2.0”. «Gelosia.» «Cosa hai detto?» «Sei geloso.»


30 «Io? Stai scherzando?» «Ho capito, un classico, sei rimasto vittima della paura più tipica dell’uomo: quella di essere stato rimpiazzato, sostituito. Un altro gorilla è entrato nella gabbia e si è preso la tua gorilla.» «Ehi un momento… di quale gorilla parli?» «Parlo di te. Tu sei il gorilla e hai paura che la tua bella gorilla si sia attaccata a un’altra liana. È una metafora.» «Che c’entra la liana? Ma che razza di metafora è questa dei gorilla?» «Voglio dire che quello che hai fatto è normale, è umano, è maschile, è istinto primordiale. Ma questo non vuol dire che tu la ami ancora, sei semplicemente geloso, possessivo. Insomma, quella era la tua gorilla e anche ora che è tutto finito, quella resta la tua gorilla e tu il suo gorilla.» «Senti questa storia dei gorilla e delle liane mi sta facendo scoppiare la testa. Chiamiamo le cose con il proprio nome Laura e Edo, ok?» «Se credevi che con questa sceneggiata le avresti mostrato i tuoi sentimenti ti sbagliavi! Tu ora non sei qui distrutto perché la ami, tu ora sei qui a distrutto perché hai paura che qualcun altro si stia godendo la tua ex e magari lei ne è anche felice. E per quanto tu non lo voglia ammettere, la cosa ti fa infuriare a morte!» Ebbi un attimo di silenzio di troppo che fece capire a Leo che anche questa volta ci aveva preso. Era incredibile. In tutti questi anni non lo avevo mai visto con una donna, probabilmente non era mai stato fidanzato, eppure sapeva esattamente quello che doveva dire in queste situazioni. Possedeva quel tipo di intelligenza che aveva a che fare con la sensibilità e grazie ad essa intuiva ogni sfumatura, riportando il discorso a una logica primordiale che non si poteva contraddire. In tutto questo, l’unica cosa chiara era che mi stavo comportando come un completo idiota. Nonostante i mesi passati senza Laura sentivo ancora una volta di non avere superato completamente il trauma della fine della nostra storia. Avevo la sensazione di essere sempre al punto di partenza e di non riuscire a voltare pagina una volta per tutte. «Ti ha risposto?» «Sì.» «Posso immaginare cosa ti abbia risposto, ma quello non conta, era dovuto. È una donna! Lei non desidera altro che portarti al limite delle tue emozioni e sentirsi dire che la ami follemente. Se tu sei insicuro, figurati lei. Da quanto non le dicevi che la amavi?» «Non sono il tipo.» «Che vuol dire?» «Non sono il tipo che dice “ti amo”.» «Ma che vuol dire non sei il tipo? Da quanto non glielo dicevi?»


31 «Non saprei, ok? Ma non è questo il punto.» «È proprio questo il punto. Allora?» Presi del tempo per pensare, ma c’era poco da pensare. «Non ne ho idea, contento?» Aveva ragione, ero geloso. Ancora non mi era ben chiaro l’esempio dei gorilla, ma in ogni caso aveva raggiungo il risultato desiderato, qualunque esso fosse. Bevvi con un’ultima sorsata quello che rimaneva del mio caffè e rimasi in silenzio. Leo prese un bicchiere e iniziò a bere il Monte Negro, fece fuori la bottiglia. Forse voleva eliminare alla radice possibili rischi di ricaduta nell’alcool da parte mia. Leo sarebbe stato capace anche di questo per un amico. «Ora fatti una dormita e domani andrà meglio.» Parlare con lui aveva un effetto terapeutico, mi sentivo già meglio. Il gigante buono aveva toccato le corde giuste. Nonostante il caffè, le palpebre iniziarono a diventare pesantissime. Leo mi diede una mano a sdraiarmi sul divano, poi tornò nel cucinotto e lavò ciò che restava di una serata a base di alcool, bestemmie e qualche confezione di affettato smangiucchiato. Pochi istanti prima di cadere in un sonno profondo buttai l’occhio sotto il davanzale della finestra, scorsi la ciotola di Zivago ancora piena dei croccantini che gli avevo lasciato la mattina. Strano, quello di solito mangia come uno che ha la sindrome del dopo-guerra. Ci si strozzava con quei cosi, ingoiava cibo con la voracità di uno che non sapeva quando gli sarebbe ricapitato di fare un pasto completo. Conoscendomi, non aveva tutti i torti. Effettivamente da quando ero tornato a casa carico di bottiglie di alcolici non lo avevo ancora visto. Una parte di me si chiedeva che fine avesse fatto quella inutile palla di pelo, l’altra, come al solito, coniava nuovi insulti a lui dedicati. Fu durante questa lotta intestina tra il bene e il male che chiusi gli occhi e caddi in un sonno profondo.


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3

Quella mattina la sveglia non suonò. In compenso fu una voce maschile a farmi aprire gli occhi. Era quella di Leo che ripeteva: «Sveglia campione ho preparato il caffè», mentre alzava la tapparella. Quando riemersi dal torpore mi ritrovati l’ombra di una montagna addosso. «Che ci fai qui?» «Non ricordi? Mi hai chiamato tu ieri sera e io sono corso al capezzale dell’amico moribondo.» «Questo lo so, ma perché sei ancora qui?» «Eri messo così male che non me la sono sentita di lasciarti solo.» «Sono adulto, me la sarei cavata.» Forse non me la sarei cavata, ma ormai la notte era passata e tanto valeva rimettersi in piedi e andare in ufficio. Leo tornò in cucina e si mise ad armeggiare con la moka. Amava fare il caffè, era una delle poche cose che sua mamma aveva avuto il tempo di insegnargli. Da quello che ricordavo in casa di sua madre la caffettiera era costantemente sul fuoco. C’era sempre gente in quella casa e sempre un caffè per tutti, il più delle volte era proprio Leo a prepararlo. Diceva che il segreto era pressare leggermente la miscela al momento di metterla nella moka. In questo modo si evitava che passasse aria tra le particelle di caffè, fugando il rischio di bere acqua sporca al sapore di bruciato. L’occhio mi cadde sotto il davanzale della finestra dove di solito troneggiava la ciotola vuota di Zivago. Ma esattamente come la sera prima, i croccantini erano ancora intonsi e di Zivago nemmeno l’ombra. «Hai visto il Dottor Zivago?» «Sì, me lo fece vedere mia mamma tanto tempo fa, ma non è che abbia capito molto la storia e poi è troppo lungo.» «Ma non il film, il gatto.» «No, non l’ho visto.» «È da ieri sera che non lo vedo, dici che è scappato?» «Per come lo trattavi tu è già tanto che sia rimasto per tutto questo tempo.» Mi porse il caffè. «Che dici, posso andare via tranquillo oppure devo aspettarmi di leggerti sui giornali?»


33 «No no, vai tranquillo.» Mi salutò con un abbraccio che mi avvolse completamente e uscì di casa per tornare alla sua vita. Era come Superman, aiutava il prossimo e poi se ne tornava fiero alla sua quotidianità pensando: “Un’altra vita salvata”. Leo mi aveva svegliato con un certo anticipo rispetto alla mia solita tabella di marcia mattutina. Così mi preparai con relativa calma, accorciai la barba nella parte alta della guancia, feci una lunga doccia purificatrice, mi lavai i denti e mi vestii per andare in studio. Il martedì era giorno di registrazione delle puntate. Come diceva Mauro: “Il martedì si va in scena”, roba da vomitargli sulle scarpe. Il caldo di fine maggio stava invadendo la città. Non era ancora quel caldo soffocante che non ti lascia respirare, ma si percepiva che di lì a poco sarebbe arrivato forte e chiaro come ogni anno. Mentre andavo in auto verso gli studi in via Mecenate, lasciai scivolare verso il basso i finestrini della mia Fiesta. Sentire l’aria tiepida primaverile scorrere dentro la macchina era una di quelle cose che sognavo tutto un inverno. Per un attimo pensai di essere felice. In fin dei conti avevo il lavoro che avevo sempre sognato (anche se costellato da persone orribili), una casa (in affitto), un gatto (che non sapevo dove fosse), degli amici fidati (uno), i capelli (e superati i trenta non era cosa da poco), un fisico ancora decente (potevo definirmi un bel ragazzo), uno stipendio (non fisso ma comunque buono) e un tocco di salute (forse avrei dovuto limitare le sigarette). Pensai che in fin dei conti la mia vita avrebbe anche potuto continuare così, non avevo bisogno di altro. Arrivai davanti agli studi e parcheggiai al posto riservato agli autori. Era una delle poche cose positive del far parte della casta degli autori televisivi. Appena scesi dalla macchina vidi Maddalena correre preoccupata verso di me. Mentre avanzava potevo notare il movimento oscillante delle sue tettine sotto la maglietta, questo significava solo una cosa: niente reggiseno. Benvenuta primavera! Quando arrivò da me la vidi bene in viso, era proprio carina, aveva due labbra stupende, occhi grandi e blu stampati su un visino chiaro che terminava in un delicato caschetto di capelli color miele. «Edo, è successo un casino.» «Che casino?» «Piero.» «È morto?» «No, no, è completamente fatto. Non si regge in piedi.» «Gli hai dato un caffè?» «Sì, ma non basta, quello non si riprende.» Nel tono della sua voce si faceva sempre più strada una nota di ansia. «Mauro lo ha visto?» Nel tono della mia voce si faceva sempre più strada la


34 totale mancanza di qualsivoglia preoccupazione. «No, lui ancora non lo ha visto.» «Ok chiamalo.» «No!» Era il tono di voce più alto che avesse mai usato con me. «Ti prego.» «Ma che problema c’è, non è mica colpa tua o mia se quel deficiente è strafatto.» «Invece sì, cioè, Mauro mi aveva detto di starci attenta, ma io…» «Starci attenta? Ma che vuol dire? Tu non sei mica la sua baby-sitter. Piero è un uomo adulto e Mauro non ti può chiedere di stare dietro a uno così.» «Sì, ma me lo ha chiesto come mi ha chiesto altre volte di fare altre cose che non rientravano nelle mie mansioni. Io ho lavorato tanto per riuscire a rimanere qui.» Aveva i lacrimoni agli occhi. «Ok ok… portami dal deficiente, ci penso io.» Appena finii la frase, sul volto di Maddalena comparì un abbozzo di sorriso dolcissimo. Per un istante mi fece sentire un eroe. Forse era così che si doveva sentire un pompiere quando su richiesta di una ragazza disperata salvava il suo gattino sull’albero. Nella scena successiva i due facevano sesso selvaggio, almeno su Youporn andava a finire sempre così. Invece io nella scena successiva mi ritrovai davanti a un uomo di mezza età sdraiato su un tavolo, quasi completamente nudo, indossava solo le mutande e un calzino. Delle scarpe nemmeno l’ombra, la camicia era gettata su un divanetto e i pantaloni arrotolati per terra. Dalla bocca gli scendeva un rivolo di bava che si era incollata al tavolo su cui giaceva immobile.  )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD

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Amici che rubano le bici  

Ivan Saladino, mainstream. Edo e Leo sono due persone molto diverse tra loro ma legate da una profonda amicizia. Il primo è un autore televi...

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