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Caterina Armentano

Libero Arbitrio

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LIBERO ARBITRIO Copyright © 2010 Zerounoundici Edizioni Copyright © 2010 Caterina Armentano ISBN: 978-88-6307-328-7 In copertina: Shutterstock.com Finito di stampare nel mese di Novembre 2010 da Logo srl Borgoricco - Padova


A me la penna, a voi il giudizio.

 


A Emanuela e Marianna mamme di angeli.

 


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LO SQUARCIO

A ognuno di noi è capitato di sbirciare dal buco della serratura della porta e di rimanere incuriositi o allibiti. Ma chi può affermare che nel momento in cui l’occhio si è posato sulla fessura, un altro mondo, un’altra dimensione, si siano aperti dinanzi a noi, lasciandoci scrutare nel futuro? A Ester capitò. Aveva sedici anni la prima volta che il sonno divenne il buco della serratura e il sogno uno squarcio nel futuro, almeno era questo ciò di cui lei era convinta. Una sera era tornata da una festa più tardi del solito. Fuori faceva freddo e una civetta era posata sul davanzale della finestra della sua stanzetta. La marea era alta e l’odore salmastro di quell’estate capricciosa aveva rivestito la casa di sale marino. Si era lasciata cadere sul letto con tanto di scarpe e senza struccarsi. Sul collo aveva lasciato una collana di giada a forma di chiave. Il commesso che gliel’aveva venduta le aveva detto che quell’oggetto aveva qualcosa di mistico e che, poteva esserne certa, apriva porte non proprio tradizionali. Ma lei non ci aveva creduto. Quella notte era accaduto qualcosa e, nonostante il mattino seguente lei si fosse svegliata con la sensazione di aver assaporato la manna senza avere avuto il tempo di gustarla, non diede peso al sogno che l’avrebbe accompagnata, ossessionata per tutta la vita. Con il passare degli anni decise di nascondere il “talismano”, così come lei amava chiamare quella misteriosa collana, sotto una mattonella traballante della sua stanza. Lì nascondeva tutti i suoi segreti. «Così» pensava «non può più perseguitarmi dal sogno!» si illudeva. Il sogno aveva continuato a farle visita e più passavano gli anni più lei si sentiva coinvolta, si convinse di essere predestinata a quel futuro e che qualunque cosa avrebbe fatto, un giorno sarebbe arrivata in quel posto per compiere quel viaggio.

 


8 Nonostante fosse atea aveva l’assurda convinzione di essere riuscita a squarciare le membrane del tempo e di aver dato una sbirciatina al futuro. Quel sogno era un po’ come l’armadio che conduceva a Narnia o come il ponte che portava a Terabithia. Era il suo segreto. Lo aveva condiviso solo con me, con me che ero la sua migliore amica.


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IL SOGNO

Si fermò dinanzi alla porta socchiusa della sua casa al mare. Appena varcò la soglia avvertì un forte odore di vernice. Si guardò intorno, incredula. Tutto era scomparso, sparito. Niente di quella casa era come lei ricordava. Enormi teli coprivano le sedie, il tavolo e le mensole. I muri erano stati ridipinti e questa volta i colori pastello predominavano la scena. La portafinestra era spalancata, così la casa era libera di respirare e di asciugare i muri. Si guardò intorno in cerca di qualcuno ma il posto sembrava vuoto. I tacchi delle sue scarpe picchiettavano sulle mattonelle e quando si girò su se stessa per osservare la stanza, un rumore la sorprese e notò la porta del corridoio oscillare avanti e indietro. Aprì la porta giusto in tempo per notare un esile corpicino da farfalla, con i piedini impiastricciati di vernice colorata, che correva furtiva per non farsi afferrare. Percepiva il battito del suo cuore, l’apprensione di essere stata scoperta. Entrò nel corridoio e aprì a una a una tutte le porte. Le finestre erano spalancate e gli spifferi facevano sbattere le porte. A ogni schianto sentiva che la creatura si spostava, fuggiva, si nascondeva. Il suo cuore tremava perché conosceva quella situazione. I loro cuori sussultavano simultanei perché si erano continuamente inseguiti. Arrivò all’ultima stanza. La sua stanza, quella dalle mattonelle traballanti. Fece scattare la maniglia e un fascio di luce l’abbagliò tanto da doversi proteggere gli occhi con il palmo della mano. Quando riuscì a mettere a fuoco l’immagine, scoprì la stanza vuota. Una tenda bianca svolazzava, sfiorando l’esile figura di una bambina che stava lì, con le gote arrossate dalla fuga, i riccioli neri scarmigliati, appiccicati al volto sudato. Aveva un vestitino bianco di lino impiastricciato di diversi colori, si reggeva su un piede, mentre fregava l’altro contro la gamba. Reggeva un piccolo pupazzo di peluche sotto il braccio sinistro. Lo stringeva a sé tanto da sembrare terrorizzata all’idea di perderlo. La guardò. Era proprio lei. Quanto l’aveva inseguita! Ogni antico timore era scomparso. All’improvviso era tutto chiaro.

 


10 Lei con gli occhi teneri e l’aria un po’ smarrita, si fece coraggio e le disse: «Sei tu la mia mamma? Sei venuta a prendermi?»


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OSCURITÀ

Scendevo le scale con maniacale attenzione. Osservavo ogni scalino tentando di metterne a fuoco il bordo e tenendomi salda alla ringhiera che lasciava le mie mani impolverate di ruggine. Il buio viveva a sprazzi in quel sotterraneo in cui sarebbe risultato difficile vivere anche per una talpa. Le piante erano stranamente irte e rigogliose. Vegete come non mai, ma l’odore di acqua stagnante penetrava nelle mie narici, violando il mio stomaco con un nauseabondo senso di vomito. Ester mi precedeva. Sicura e saltellante come una bambina, raggiante di fare nuove scoperte. Si chinò verso lo zerbino sfilacciato, prese la chiave e aprì la porta dalle maniglie d’ottone. Appena oltre la soglia si mise a urlare: «zia Nina, sono io, Ester. Sei in cucina?» «Sì, entra.» La voce arrivava forte e distinta. Con una vigorosa cadenza meridionale. Ester mi fece segno di seguirla. Appena entrai, l’ombra mi avvolse come un mantello notturno, caldo e accogliente. Il buio era sovrano e l’odore di mobili consumati dalle tarme impregnava tutta la casa. Soffocante ma protettivo come un abbraccio consolatorio. Io annaspavo in cerca di un punto di riferimento mentre Ester apriva velocemente le ante del balcone, permettendo alla luce di violare il mistero che avvolgeva quel luogo e la sua padrona. I raggi caldi e violenti del sole, come una lama d’acciaio, colpirono l’anziana seduta su una sedia di vimini di fronte al balcone. Il suo volto era un impasto di cartapesta definito da intrecci di piccole strade create dal tempo. I suoi occhi erano perle bianche, opache lì dove un tempo la luce aveva filtrato e vissuto lasciando spazio alle immagini e alle emozioni. «Ti sistemo i capelli» disse Ester lasciando me impalata a osservare la cucina, arredata con accortezza e minuziosa particolarità. C’erano centrini di macramè ovunque, persino sui braccioli e sullo schienale del divano.

 


12 Un lungo tappeto verde acqua, impolverato, se ne stava sotto un tavolino da salotto lasciato nell’angolo più lontano della stanza. Ovunque quadri di santi e immaginette di volti in estasi rivolti al Signore, mentre su un vecchio scrittoio alcune fotografie, disposte cronologicamente con maniacale cura, immortalavano le diverse età di un uomo. «Ti porti il fardello ovunque vai?» la voce della donna mi fece trasalire. Arrossii perché d’un tratto mi sentii violata e scoperta nell’intimità dei miei pensieri. «Non capisco a cosa vi riferiate» dissi balbettando. «Sono cieca ma non sciocca. Sei schiacciata da una croce più grande di te.» Ester entrò in cucina portando ciotole e bigodini. In breve tempo si mise a imbrattare l’anziana donna con la tinta. «Vedo che avete fatto amicizia» commentò. Loro due parlavano come amiche di vecchia data, che condividevano la stessa sorte. Sapevo che Ester faceva volontariato da molti anni e che si occupava di alcuni anziani del paese, ma non avrei mai immaginato che dedicasse così tanto tempo a una di loro. Parlarono soprattutto di romanzi mentre zia Nina continuava a dire che Anna Karenina era la sua preferita e che non avrebbe mai dimenticato le sue dita ingioiellate. Recitava a memoria passi del romanzo, riempiendo la casa di emozioni palpitanti. A volte interrompeva il silenzio dei suoi pensieri con la stessa medesima frase: “Possibile che non mi perdonino, che non capiscano che tutto quello che è stato non poteva non essere?” Con il tempo capii che citava Tolstoj per parlare di sé e del suo dolore. Ester si scostava la ciocca rame che le infastidiva l’occhio destro e ogni volta che mi guardava mi sorrideva. In lei c’erano comprensione e affetto ma non capivo perché volesse condividere con me quell’amicizia visto che in loro presenza mi sentivo a disagio.


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L’ADUNATA

Con le sue mani ben curate impastava un miscuglio di farina e uova con scaglie di cioccolato bianco. Le sue lunghissime unghia, ben laccate, si riempirono dell’impasto, ed Ester, per evitare che si spezzassero e che qualcuna finisse tra i biscotti friabili, passò le mani sotto il gettò d’acqua e io iniziai a creare delle forme, adagiandole nella teglia imburrata. «Fra mezz’ora saranno pronti» mi rassicurò. «Quando li togli dal forno me ne conservi qualcuno?» Ester mi guardò in cagnesco. Su un biscotto incisi l’iniziale del mio nome. Entrambe sapevamo che, appena le amiche del mercoledì avrebbero varcato la soglia di quella casa, si sarebbero ingozzate a più non posso lasciando i vassoi vuoti e le nostre menti colme di informazioni confuse. Suonarono alla porta. «Vai ad aprire tu?» mi chiese Ester azionando il timer del forno. Percorsi il salotto e il lungo corridoio, rendendomi conto di quanto fosse grande la sua casa. Lei e Fabio l’avevano voluta così, convinti di avere molti bambini, e i dieci anni di sacrifici serviti a mettere in piedi quella magnificenza non li avrebbero risarciti del fatto di non essere riusciti ad averne. In men che non si dica la casa fu affollata da donne, soprattutto da mamme che per un intero pomeriggio si erano liberate dei propri figli per passare un po’ di tempo con le amiche. Si accasciarono sui divani con le gambe penzoloni e per prima cosa afferrarono, fameliche, tramezzini e cocktail. «La padrona di casa è fuggita dalla terrazza?» «Chi sparla di me?» Come ogni mercoledì ci ritrovavamo a casa di Ester. Era un tentativo per rimanere unite nonostante avessimo poco in comune, tranne il fatto di vivere nello stesso condominio. Ognuna di noi raccontava un po’ di sé e della sua settimana, ma spesso accadeva che io ed Ester restassimo ad ascoltare i racconti che le altre facevano dei propri figli. Era un continuo discutere di pannolini, denti appena spuntati, diarrea e influenza, un continuo lagnarsi della mancanza

 


14 di tempo da dedicare a se stesse. Soprattutto Miriam che non faceva altro che ingozzarsi, lamentandosi del marito geloso e dei suoi fianchi larghi. Nella sua vita c’era spazio solo per i romanzi Harmony, per l’oroscopo da consultare tutte le mattine e per Beautiful. Il resto era routine, incombenze che doveva assolvere solo per dovere. Osservavo la sorella di Ester, Cosima, sempre triste e taciturna, messa da parte come un cucciolo abbandonato sul ciglio della strada. E la mia di sorella, Pamela, che tentava di nascondere la protuberanza della pancia ancora evidente nonostante avesse partorito da quasi un anno. In breve tempo si crearono i gruppi e mentre Raffaella raccontava le sue ultime imprese sessuali con lo sconosciuto di turno, Marianna sbuffava all’idea di dover tornare a lavoro. Alle diciotto andavano via, lasciando un lieve fetore di piedi sudati e molliche dappertutto, che io mi accingevo a togliere con l’aspira briciole mentre Ester rimuoveva i vassoi. La mia amica si toccava spesso i capelli e sbuffava, inquieta ed esagitata. Questo indicava che gli ormoni impazzavano come al solito, senza darle tregua. «Quando la prossima impollinazione?» le chiesi. Lei si fermò e mi guardò scocciata. «Aspetto che mi chiamino da Napoli.» «Sei nervosa?» «Come sempre. E tu invece quando andrai a Roma?» «Non lo so. Non quest’anno. Preferisco aspettare.» «Di andare in menopausa?» Finsi di non udirla. «Non ti sarai mica offesa?» «Lascia perdere.» «È solo che non capisco perché tu ti arrenda. Ti basta un pizzico così per diventare madre e ti lasci trascinare dalla paura.» I miei occhi si iniettarono di sangue. «Come osi giudicare le mie scelte?» «Non ti sto giudicando. Sto solo dicendo che sei fortunata, perché resti incinta, quando vuoi.» «Che cosa? Ripetilo se hai coraggio! Sei identica agli altri, pronta a sputare sentenze! Che ne sai tu cosa significa sentire il proprio bambino muoversi in grembo e il giorno dopo vederlo in un cantuccio dell’utero, senza vita?» Quando capii di averla davvero ferita la lasciai lì imbambolata e tornai a casa.


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SCELTE

Mi venne a cercare come se non fosse mai accaduto nulla. Ester suonò al citofono e mi disse di raggiungerla sotto casa. Non le chiesi nulla. Quello era il nostro modo per riappacificarci. Detestava passare le giornate senza lavorare. Stava ristrutturando la sua edicola e i piccoli lavori man mano si erano trasformati in un vero e proprio restauro che l’aveva costretta a lasciare campo libero agli operai. Appena entrata in auto trovai i biscotti al cioccolato bianco in un piattino di carta. «Per chi sono?» chiesi. «Per te.» «Ma sono ammuffiti!» «Mi avevi detto di conservarteli e poi sopra c’è la tua iniziale!» fece una smorfia, divertita. «Pazza!» poggiai il piatto vicino ai miei piedi. Dopo pochi chilometri la notizia: «Gianna è incinta.» Lo pronunciò tutto d’un fiato mentre le sue lentiggini diventavano ancora più rosse. Non pronunciammo più parola. Sapevo che era dominata dalla rabbia e dalla delusione. Come la volta scorsa mi condusse da zia Nina, che mi chiese di darle del tu e di chiamarla zia. Fui più rilassata questa volta. Ester per più di un’ora lesse “Madame Bovary”. Non nego che per ben due volte il mio collo non riuscì a reggere la testa appesantita dal sonno e vacillai. “…altre volte, arsa più forte da quella fiamma profonda che l’adulterio teneva sempre viva, ansimante, turbata, eccitata dal desiderio, apriva la finestra, aspirava l’aria fredda, scioglieva al vento le chiome troppo pesanti e, guardando le stelle, vagheggiava degli amori principeschi.” «Non ti piace?» mi chiese zia Nina quando Ester depose il libro. «Ah!» balbettai, quella vecchia aveva il terzo occhio «mi annoia un po’.» «Ti annoia perché puoi permetterti quello che vuoi!» Io non capii cosa intendesse dire ma Ester sorrise prendendomi in giro. Godeva nel vedermi in difficoltà.

 


16 «Quello che ho non mi è stato regalato.» «Certo che ti è stato regalato! Hai lottato tu per il voto? Per la parità? Sei stata tu la prima donna a laurearsi? Facendo due conti direi di no! Sai quante Madame Bovary sono dovute morire, impazzire, cadere in depressione perché gli uomini si rendessero conto che anche le donne hanno un’anima?» Zia Nina si animò tutta e il volto molliccio e bianco divenne paonazzo. Pensai che se avesse potuto vedermi mi avrebbe colpita con un pugno. Invece, dopo aver tossito un paio di volte, si riprese e tornò a sorridere. «Capirai con il tempo» mi disse. «Non sopporto Emma perché il marito poteva essere sì un mediocre, ma non meritava il tradimento.» «Ah! In difesa dei deboli.» Parlammo per più di un’ora bevendo caffè freddo e assaporando granatina al limone. Quando la donna andò in bagno aiutandosi con un bastone, chiesi a Ester di darmi lezioni di letteratura. Sbirciai in giro e chiesi alla mia amica chi fosse l’uomo nelle foto sullo scrittoio. «È suo figlio.» «Ah! Bell’uomo. È sposato?» «No.» «Quindi vive con la madre?» osai, scettica. «No. È una storia lunga e triste, un giorno te la racconterà.» *** «Non puoi farlo tu?» «Tradirei la sua fiducia.» Tornammo a casa nel tardo pomeriggio. Lasciai Ester al piano terra del nostro palazzo. Io salii al secondo piano, dove vivevo da quattro anni. Appena entrata a casa accesi la tv e presi un gelato dal freezer. Volevo riflettere su ciò che stava accadendo, ma soprattutto sui mutamenti a cui bisogna arrendersi. Spesso mi chiedevo perché starsene lì a indugiare nell’illusione che potesse scendere la manna dal cielo mentre il resto, quello che non volevamo, ci veniva dato e non avevamo neppure la facoltà di rimandarlo indietro. Facevo progetti come chiunque altro ma non avevo la fortuna di portarli a compimento, e non perché non mi impegnassi, ma perché una causa di forza maggiore mi travolgeva e deviava il percorso che avevo intrapreso.


17 I miei genitori mi dicevano che avere un buon marito doveva essere motivo di entusiasmo e che avrei dovuto continuare a provare ad avere bambini perché quella era la strada che per millenni le nostre famiglie avevano perseguito. Io sapevo che per me era diverso. Capita che dopo qualche generazione un gene possa subire delle modifiche, che qualcuno del gruppo nasca con il desiderio impellente di lasciare una traccia differente da quella di avere una vita comune, una famiglia comune. Fu per questo continuo crogiolarmi nei miei pensieri che capii che non potevo starmene lì ad aspettare che il futuro evolvesse in qualcosa di certo. Avevo rinunciato al mio lavoro per poter avere dei bambini. Mi ero privata del mio stipendio e di quello che sapevo fare da sempre per seguire l’orma dei miei avi. Ora volevo lasciare una mia scia, volevo percorrere la strada a cui un giorno avrebbero dato il mio nome.

 


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L’INDESIDERATO

Stendevo i panni, profumati di sapone di Marsiglia, inumidendomi le mani. Mi divertivo a combinare i colori. La mia non era una mania, lo facevo ogni tanto, quando la giornata era luminosa e calda e io avevo voglia di giocare. Spesso Ester alzava la testa verso il mio balcone e scuoteva il capo dicendomi che non avevo davvero niente di meglio da fare, e che catalogare i panni per intensità di colore era davvero una follia. Io le rispondevo con una linguaccia. Quella mattina la mia casa era sottosopra perché avevo deciso di dedicarmi alle grandi pulizie. Mi sentivo frizzante e disponibile. Se me l’avessero chiesto avrei capovolto il mondo. Suonarono alla porta con insistenza. Ci misi un po’ per andare ad aprire. Gianna entrò trafelata e sudata. Aveva il volto rigato di lacrime. Entrò in cucina senza attendere che io chiudessi la porta. Aveva addosso una canottiera, una gonna di jeans e un paio di infradito scollate. La seguii e mi chiesi se avrei potuto dirle che sapevo della sua gravidanza o se dovevo fingermi all’oscuro di tutto. «Sono incinta» la sua frase dissipò qualsiasi dubbio. Non risposi. Non sapevo cosa dirle. «Non lo voglio.» Fui assalita da un senso di rabbia. Respirai profondamente. «Ho già organizzato tutto. Devo abortire.» Non capivo. La vedevo scombinata e non capivo il suo disagio. «Perché?» tentai di trattenere l’ira. «Ne ho già due e la mia vita è diventata una prigione. Non lo voglio!» Scoppiò a piangere. «Domani mattina alle sette dovrò essere in ospedale per l’intervento. A mezzogiorno sarò già a casa ma ho bisogno che qualcuno mi accompagni e voglio che sia tu.» La guardai atterrita e disorientata. «Non può accompagnarti tuo marito?» «No» urlò «lui non deve sapere niente o mi costringerebbe a tenerlo e io non posso.


19 Gli ho detto che devi fare un controllo e che verrò con te per tenerti compagnia.» «Non posso farlo.» Me ne stavo impalata dinanzi al frigorifero e guardavo la ricrescita dei suoi capelli bianchi e mi chiedevo perché lasciasse passare così tanti mesi senza tingerseli. Aveva trentacinque anni e a volte sembrava una ottantenne. «E che ti costa a te? Mica dovrai parlare con mio marito! Visto che tu ci sei passata preferirei avere te al mio fianco.» Chiusi gli occhi e mi toccai la fronte. «Non me lo puoi chiedere.» «Te l’ho già chiesto. Anche tu hai dei pregiudizi?» la sua voce diventava sempre più gracchiante e insopportabile. «Non ho pregiudizi. Non puoi chiedermi di entrare nel reparto dove sono stata io qualche mese fa e vederti soffrire mentre espelli un bambino che non vuoi.» «Ma tu ci sei passata!» «Non lo dire. Non osare paragonare il mio dolore al tuo. Sei maggiorenne e vaccinata e non puoi usare l’aborto come fosse un metodo anticoncezionale e fingere di risolvere tutto. L’aborto è un omicidio e io non ti aiuterò, soprattutto perché non ti capisco. Hai un marito e sei in salute potresti avere questo figlio tranquillamente!» Si alzò inferocita. «Solite parole da donna sterile. Solo perché hai abortito pensi di sapere tutto del mondo? Crescili tu tre terroristi che ti succhiano il sangue e non ti permettono di farti neanche uno shampoo, che ti sporcano casa appena l’hai pulita. Che ti svegliano di notte perché vogliono l’acqua, che si infilano nel tuo letto perché hanno paura del buio e poi ti prendono a calci e a pugni e sei costretta ad andare a metterti sul divano. Crescili tu tre figli con un lavoro precario, faccio la supplente da dieci anni e mio marito ha solo lavori a progetto! Bella la tua vita vero? Niente problemi e niente pensieri.» «Esci da casa mia. Sei solo un’insoddisfatta e una povera infelice. Non paragono la mia vita alla tua e non voglio che tu faccia il contrario!» Mi spinse, uscì sul pianerottolo e iniziò a darsi pugni al grembo e a tirarsi i capelli. Tentai di fermarla ma come un’indemoniata si gettò dalle scale. Lo fece con violenza con l’intenzione di farsi male. Rimasi scioccata e quando riuscii a raggiungerla si era già alzata ed era tornata a casa sua, al primo piano.

 


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IL SENSO DELL’AMICIZIA

Quel pomeriggio accompagnai mia sorella e la sua bambina al parco. Volevo evitare di incontrare Gianna ma soprattutto di pensare a quello che era accaduto. Non avevamo mai litigato, il nostro era un rapporto superficiale, almeno da parte mia. Non le raccontavo che il superfluo mentre lei confessava a ognuna di noi i suoi problemi e le sue fantasie. A dire il vero ne aveva solo una: fuggire da casa lasciando figli e marito. Ma conoscendola non l’avrebbe mai fatto. Me ne stavo seduta su una panchina verde, al margine destro del parco. Mentre mia sorella chiacchierava con un’altra neo mamma, io tentavo di superare il terzo capitolo di “Madame Bovary”. Volevo mettermi alla pari con zia Nina ed Ester e smettere di fare l’ignorante ogni volta che tentavo di avviare un discorso sui romanzi classici. La mia nipotina ogni tanto alzava la mano e faceva farfallina, rideva mostrando quattro piccoli denti sul davanti. Io ricambiavo il saluto con ilarità e lei sembrava gradire l’attenzione. «Hai finito di stendere i panni in ordine di colore?» La voce di Ester mi fece alzare la testa, con una mano mi difesi dal sole accecante. «E tu hai altri biscotti ammuffiti da darmi?» «Purtroppo li ho finiti e per questo faccio jogging.» «E poi dai la colpa agli ormoni per i tuoi fianchi da balena, mangi come un leone!» «Oggi non hai tentato di ammazzare nessuno?» Mi sfuggì una risata. «Preferisco uccidere di mattina.» Ester mi diede una leggera spinta. «Sei davvero una stronza. Sei andata a trovare Gianna?» Alzai un sopraciglio. «Se sei venuta per fare il negoziatore scordatelo. Mi deve chiedere scusa e deve rimangiarsi quello che ha detto.» «Secondo la sua versione dei fatti l’hai buttata giù dalle scale.» «Sì l’ho fatto perché io sono una povera donna sterile, depressa e desidero immensamente possedere la sua famiglia e la sua vita.»


21 Chiusi il libro e mi stiracchiai un po’. Mia sorella fece un cenno di saluto alla mia amica per poi tornare a passeggiare con l’altra mamma, spingendo il triciclo passeggino dove le piccole azionavano di continuo il pulsante della musichetta. «Ho deciso di tornare a studiare.» Lo dissi d’un fiato. «Vuoi dire che prenderai la specializzazione? Andrai all’università?» «Sì.» «Non dicevi che non ti serviva?» «Lo dicevo quando avevo un lavoro!» «Sei sicura della tua scelta? Hai un marito, una casa, dei panni da stendere in ordine cromatico!» «Sbruffona! Mi sono stufata di aspettare che accada qualcosa, voglio muovermi e darmi da fare. Per prima cosa prenderò la patente europea del computer e poi penserò all’università.» «Ullallà! Determinata! Convinta! Sicura!» «Smettila di prendermi in giro.» «Permalosa!» Il sole era caldo e le fronde degli alberi cullate dal vento riflettevano i bagliori di luce che illuminavano il mio braccio sinistro e il volto di Ester. Una farfalla gialla e nera svolazzava vicino ai nostri piedi dove l’erba era alta e qualche fiorellino di camomilla spuntava fra le zolle di terreno. Era una piacevole giornata di giugno. Il furgone dei gelati si muoveva a passo d’uomo sulla strada che costeggiava il parco, richiamando i bambini con l’allegra colonna sonora del film di Pinocchio. In un batter d’occhio fu un fuggi fuggi generale verso “l’uomo dei gelati”. Ester era come ipnotizzata. Fissava i bambini, soprattutto i più piccoli, con un desiderio talmente evidente da trasfigurarle i tratti del viso. Ogni angolo del suo volto era una smorfia di dolore, ogni centimetro della sua pelle era tirata. La guardavo e in lei notavo una costernazione che non avevo mai provato. Io mi ponevo troppe domande ma Ester se ne poneva troppo poche e viveva in bilico fra quello che sarebbe dovuto essere e quello che voleva che fosse. «Mi hanno chiamato da Napoli, partiamo domani.» «È una buona notizia, no?»

 


22 «Speriamo.» sospirò «Volevo chiederti di fare un salto da zia Nina durante la mia assenza.» Mi prese un colpo al cuore. «È proprio necessario? Potrei annaffiarti le piante!» «Se puoi, altrimenti dovrò chiederlo a qualcun altro.» «Farò questo sforzo per te. A che ora parti?» «Nel primo pomeriggio. Domani mattina devo accompagnare Gianna in ospedale.» La guardai sbigottita e lei sorrise con un leggero senso di malinconia. «Gli amici si accettano soprattutto quando prendono decisioni diverse dai nostri principi.» «Se non riesco a condividere con loro almeno l’essenziale della vita quale sapore può avere un’amicizia?» «Mi vorresti meno bene se facessi delle scelte completamente differenti dal tuo e dal mio attuale modo di essere?» «Con te è diverso.» «Non è vero, Rebecca, l’amore o è assoluto o non vale la pena di essere vissuto.» Si alzò e infilò le cuffie del I-pod nelle orecchie. Mi fece un cenno di saluto e riprese la corsa.


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SEGRETI

La mia nipotina mi riempì di bava, tentò di mordermi più volte e alla fine afferrò un Kinder sorpresa e lo stritolò con le sue candide manine. Io e mia sorella scoppiammo a ridere mentre la cassiera ci guardava in malo modo. Fuori dal supermercato io e mia sorella ci separammo e Greta si strinse forte a me mordendomi una guancia. Pamela mi chiese di farle uno squillo appena arrivata a casa, voleva essere sicura che fossi rientrata sana e salva. La sua apprensione la costringeva ad avere tutto sotto controllo. Appena tornata a casa trovai un bigliettino sullo zerbino. Era Raffaella che mi chiedeva di raggiungerla. Mi scocciava salire altre due rampe di scale ma il messaggio faceva presagire qualcosa d’importante. Quando suonai lei mi osservò dallo spioncino, aprì talmente poco la porta che dovetti trattenere il fiato per entrare. La casa era in penombra, la mia amica aveva abbassato tutte le tapparelle e dalla cucina veniva un forte aroma di caffè. «Ho letto il tuo biglietto.» «Entra, entra.» Mi fece segno di seguirla in cucina. Indossava un pantaloncino di cotone, striminzito e un top rosso senza reggiseno sotto. Aveva i capelli legati e un fazzoletto di carta in mano con cui continuava a soffiarsi il naso e a pulirsi gli occhi. Piangeva tenendo il capo chino. Mi offrì del caffè senza chiedermi se ne avessi voglia. Si accomodò sul divano al mio fianco e dopo un buon quarto d’ora di silenzio iniziò a parlare. «È sposato.» Tentai di fare mente locale, provando a indovinare di chi stesse parlando. «Martino è sposato» iniziò a mangiarsi le unghie e a mordersi le dita togliendosi le pellicine con i denti. «Martino?» chiesi con il terrore di commettere qualche imperdonabile errore. Raffaella aveva avuto talmente tanti fidanzati che ricordarli tutti era una vera impresa.

 


24 «Sì, lui. L’ho dovuto sapere dalla postina. Quel lurido bastardo!» un altro fiotto di lacrime. «Avete parlato?» «Certo! Mi ha detto che voleva dirmelo ma aveva paura di perdermi. Che con sua moglie è tutto finito, non dormono più neanche nello stesso letto, ma che resta con lei per la bambina.» Feci una faccia talmente disgustata che Raffaella se ne accorse persino con il capo chino. «Scusami» le dissi «ma non credo a questi poveri martiri del matrimonio. È la solita scusa per accalappiarsi una bella ragazza come te.» «Ma stiamo insieme da quattro mesi!» «Meglio perdere quattro mesi e non dieci anni della propria vita dietro a un farabutto! «Ma io voglio essere amata. Voglio una famiglia!» «E credi che lui possa darti quello che cerchi?» «Non lo so.» «Non lascerà mai sua moglie. Troverà ogni volta una scusa per rimandare un divorzio che non avverrà mai. Un mio consiglio? Lascialo perdere.» Mi abbracciò e con le dita si mise a giocare con le sue labbra, poi se le mordicchiò procurandosi una leggera abrasione. «Vorrei avere una vita facile come la tua.» Sospirai per l’ennesima volta. Avevo voglia di tirarle un pugno in testa ma mi trattenni. «Hai un marito che ti adora e non devi dividerlo con nessuno.» Mi slegai dal suo abbraccio e la guardai in faccia. Diceva sul serio. «Io e mio marito abbiamo lavorato molto sui nostri caratteri per poter avere una buona intesa.» «Io credo che ci voglia solo fortuna.» «Forse un pizzico ma il resto è pazienza, dedizione e amore.» «Vedrai, fra un anno rimarrai di nuovo incinta e finirai con divenire anche mamma e poi chi ti fermerà!» Era dispiaciuta da questa possibilità. Mi agitai, mi alzai e le dissi che dovevo andare. «Ci vediamo domani?» «Ho da fare.» «E se ho bisogno di sfogarmi?» «Chiamami.»


25 Me ne andai lasciando la tazza di caffè piena e un desiderio bruciante di scaraventare, la bella Raffaella giù dalle scale.

 


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L’INFILTRATO

L’indomani, nel primo pomeriggio, dopo aver salutato Ester, andai a casa di zia Nina e feci tutto quello che di solito faceva la mia amica. Presi la chiave sotto lo zerbino, entrai, annusando il forte odore di naftalina che infestava la casa e chiamando zia Nina, mi diressi verso il balcone per aprirne le ante. Il sole invase la stanza, rendendola nuova e accogliente. Quando mi voltai sulla sedia di vimini non trovai l’anziana donna addormentata, ma un uomo che mi guardava con curiosità. Diedi un urlo portandomi la mano al petto. Mi guardai intorno per rendermi conto se avessi sbagliato casa, ma in quel momento zia Nina entrò dalla porta del corridoio sostenuta dal suo bastone. «Rebecca, sei tu?» «Sì, zia Nina.» «Hai conosciuto mio figlio, mi fa piacere, anche se di solito non fa quest’effetto alle donne.» «Mi dispiace» dissi balbettando «ma non avrei mai creduto…» «Non preoccuparti» l’uomo sorrise divertito con uno sguardo sornione «è un modo originale per spezzare la monotonia di questa casa.» «Rodolfo, prendi una sedia per la nostra ospite e prepara il caffè.» Solo allora mi rilassai e potei guardarlo bene. Era un uomo di mezza età, con i capelli brizzolati e in splendida forma fisica. Aveva gli occhi chiari e la pelle olivastra. «Sei stata gentile a prendere il posto di Ester.» «So che non è la stessa cosa, ma fino al suo ritorno potrai contare su di me.» Rodolfo ci porse il caffè e poi tolse il disturbo lasciando che la sua figura sparisse dietro alla porta del corridoio. «La prossima volta spero di non terrorizzarti.» Sorrisi imbarazzata. «Bell’uomo il mio Rodolfo, peccato che non voglia darmi dei nipotini.» «Adesso va di moda diventare genitori a settant’anni.» «Non è quello che pensi veramente.»


27 Quando parlava guardava dritto di fronte a sé con un sorriso mesto sulle labbra. Mi dava l’impressione di essere uno spirito della casa e che l’uno non sarebbe esistito senza l’altro. «Vuoi che ti prepari qualcosa per cena o magari che ti legga un nuovo romanzo? Ester te ne suggerisce uno. È di Romano Battaglia. Dice di averlo letto tutto d’un fiato e che è una fiaba romantica.» «Non hai risposto alla mia domanda.» «Non ho notato punti interrogativi.» «A volte le domande non hanno bisogno di punti interrogativi, se ne stanno sospese a creare tensione nell’attesa che qualcuno la sciolga.» Detestavo tali situazioni, mi davano agitazione e come se non bastasse quella donna mi metteva in soggezione. Aveva un forte carisma e un grande potere sugli altri, soprattutto a causa di quella pacata tranquillità che la rendeva inumana. Ero arrabbiata con Ester perché ero convinta che avesse raccontato di me a quell’estranea e mi chiedevo come avesse osato farlo. Non erano certamente affaracci suoi se qualcosa nella mia vita non andava. «Sei arrabbiata?» mi chiese. «No, perché dovrei esserlo?» «Dovresti imparare a essere meno gentile e a dire quello che pensi.» «È già uno dei miei difetti.» «A me sembra che tu sia sempre lì lì per giustificarti. Non devi chiedere scusa agli altri per quello che hai vissuto.» «Che cosa sai di me?» «Nulla se non quello che percepisco.» «Sei una medium?» Scoppiò a ridere.» «No, solo una vecchia che espia le sue colpe. Ora vuoi leggermi questo nuovo romanzo? Ho sentito dire che il protagonista è un vecchiaccio come me, ma ha il potere di descrivere la terza età sotto un’altra luce.» Aprii il romanzo alla prima pagina e iniziai a leggere con voce bassa e tremante, ma più andavo avanti più diventavo sicura. Ogni tanto alzavo il capo per vedere l’espressione del volto di zia Nina. Avevo il timore di farla addormentare ma più di una volta la scoprii a commuoversi, mentre con un fazzolettino di cotone rigato si asciugava le lacrime con delicata attenzione senza il timore di essere scoperta.

 


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L’INGIUSTIZIA

I giorni senza Ester erano vuoti. Quando lei era assente non c’erano le adunate femminili. Era a tal punto meticolosa e riusciva a fare talmente tante cose nello stesso momento che a volte mi chiedevo se non fosse un robot. In vita mia non l’avevo mai vista trafelata o sciatta, persino nei momenti più critici della sua vita riusciva a essere ordinata e bella. Si ammalava come qualunque altro essere umano ma mentre io, persino per un banale raffreddore, mi agghindavo di occhiaie, perdevo peso, mi si screpolavano le labbra e diventavo giallognola, lei era sempre perfetta. Quando andavo a farle visita la trovavo avvolta in uno splendido pigiama di seta, con le ciabatte abbinate e i capelli intrecciati in una crocchia e la sua casa non era mai caotica. Non quel giorno però. Era il diciassette di giugno e la mia amica era tornata da Napoli da due giorni. Non era venuta da me per la chiacchierata del mattino e tanto meno aveva provato a chiamarmi, perciò decisi di fare io il passo successivo. La trovai in mutande, una canottiera metteva in mostra il seno abbondante. Era scalza. Fumava, cosa che aveva smesso di fare da anni. Aveva gli occhi gonfi e non capivo se avesse pianto o solo dormito troppo. «Entra non stare lì impalata» mi disse aprendo la porta. «Non ti senti bene?» le chiesi appena fummo in salotto. Mi guardò per alcuni minuti. Mi fissò mordendosi il labbro e iniziò a piangere. «È andata male?» avevo il timore di ferirla con una domanda stupida. «Non avrò mai un bambino» piegò il capo per non mostrarmi la disperazione che le aveva scavato il volto. Mi avvicinai e le toccai il braccio. Le scostai i capelli scarmigliati. Gettò la sigaretta a terra e non si prese la briga di spegnerla. Lo feci io per lei. «È stato tutto inutile. I viaggi. I bombardamenti d’ormoni. Quel continuo rivoltarmi come un calzino. Fabio è sterile e la scienza non può niente.» Non capivo. «In tanti anni di analisi e visite mediche non avevano ancora capito che il problema partiva da tuo marito?»


29 «Lo avevano capito ma pensavano di poter risolvere la situazione. Abbiamo anche fatto delle cure sperimentali ma non è servito a nulla. I medici hanno fatto del loro meglio ma è tutto finito.» Avevo un peso al cuore. Non l’avevo mai vista scoraggiata e in preda allo smarrimento come in quel momento. La sua casa era disordinata e lei sembrava uscita da un manicomio. «A volte dove non può la scienza può Dio.» Mi strattonò, vacillando qualche passo indietro. «Non dirlo neanche per scherzo, non tu, da te non accetto prese in giro.» «Esistono i miracoli!» «In quale mondo lontano e per quali personaggi? Non per noi! Cosa fa il tuo Dio per i dispersi come noi? Dovrebbe abbandonare il gregge per venire a salvarci ma io non lo vedo, tu riesci a vederlo?» «Non dire certe blasfemie.» «E cosa dovrei dire? Oh mio Dio! Ti ho chiesto un pesce e tu mi hai dato una serpe! Ti ho chiesto un pezzo di pane e tu mi hai dato una pietra! Questo sarebbe il Dio misericordioso? Se ne sta nel Suo paradiso a osservarmi mentre muoio e ammattisco senza muovere un dito. Perché nel Suo progetto io sono un sassolino che regge la montagna mentre gli altri mi deridono e osano chiamarmi sterile! Ecco cosa fa il tuo Dio!» Si accasciò a terra piangendo, nascondendosi il volto. Si massaggiava le tempie come se avesse voluto schiacciarsi il cervello. «Non fare così, ti farà male.» La mia voce vacillava, trattenevo le lacrime per tentare di darle coraggio ma non ero capace, perché nessuna parola avrebbe lenito il suo dolore. «Ho accompagnato Gianna in ospedale l’altra mattina. Le sono stata vicino mentre la preparavano per l’intervento. Mentre ero lì l’ho desiderato. Ho desiderato che le facessero male. Ho desiderato che morisse. Ho desiderato che la facessero a pezzetti come lei stava facendo al suo bambino e mi sono chiesta perché quella creatura non fosse toccata a me. Lei gettava la vita nel momento in cui io la bramavo con tutta me stessa e avrei dato anche la dignità pur di averla.» «Ma non è colpa di Gianna…» «Lo è quando finge che gliene freghi qualcosa, mentre in realtà l’unica cosa che desidera è liberarsene…» «Devi cambiare obiettivo» le dissi sedendomi a gambe incrociate. Il pavimento era freddo ed entrambe lasciavamo impronte con il nostro corpo. «Ci sono altre strade. Perché non provi con l’adozione?»

 


30 Alzò il capo e mi fissò con noia. «Non è la stessa cosa.» «Un bambino è pur sempre un bambino, da qualunque luogo egli provenga.» Si alzò e andò in cucina a prendersi un bicchiere d’acqua. Si asciugò il volto e si accese un’altra sigaretta. «Io lo voglio nel mio grembo. Voglio che cresca in me che percepisca quanto lo amo, quanto lo desidero. E poi lo sai meglio di me…» Lo disse sottovoce con la paura di essere udita da qualcun altro. «Lei mi chiama… la mia bambina mi vuole e io devo andare a prenderla. La sogno da anni e da sempre è lo stesso sogno. Non posso fingere che non sia una mia responsabilità.» «E se fosse solo un sogno? Una reminiscenza del passato? Credi di essere tu l’adulta che apre la porta ma invece potresti essere la bambina.» «Credi ai miracoli e non ai sogni?» «Non è la stessa cosa… capisco il tuo dolore ma devi considerare la realtà.» «E la realtà è che non posso realizzare il mio sogno di maternità perché fra un miliardo di uomini sono andata a innamorarmi proprio di colui che non potrà rendermi madre.» «Non è colpa sua. Per lui sarà una profonda umiliazione.» «Come lo è stata per me per anni. Ho dovuto sempre sorbirmi sua madre che continuava a dirmi che sono una buona a nulla che non riesce neanche a fare quello che per tutte le donne è naturale…» «Lascia perdere gli ignoranti, ora devi pensare a te e a Fabio, ora contate voi due. Andate a fare un viaggio per scacciare la tensione e lenire il dolore e al ritorno deciderai cosa fare.» «E cosa dovrei fare? Sono destinata a starmene dietro a un bancone per tutta la vita a vedere i figli degli altri venire da me a comperare album di figurine e quaderni per la scuola, e nel frattempo diventerò una vecchia depressa e taccagna.» «Dove sono le mie scarpe da ginnastica?» La voce di Fabio mi fece trasalire, non sapevo fosse in casa. Mi alzai di scatto dal pavimento. «In bagno credo.» Fabio era irritato. La sua voce tuonava in tutta la casa. «Possibile che in questa casa sia così difficile trovare un paio di scarpe?» «Nella scarpiera, secondo ripiano» urlò Ester. «Metti etichette anche alle mutande e poi nascondi le scarpe in posti introvabili.»


31 L’uomo entrò in cucina saltellando, tentando di infilarsi la seconda scarpa. «Quel nascondiglio si chiama scarpiera ed è stata creata appositamente per le scarpe.» Fabio la fissò, poi fissò me e l’espressione del suo volto mutò. «Gliel’hai detto vero?» «Certo» confermò Ester in tono di sfida. «Quindi ora lo sapranno tutti, è questo quello che volevi!» «Io, io…» tentai di dire che avrei tenuto il segreto ma Fabio uscì sbattendo la porta. «Soffre anche lui» la rimproverai. «Lo so e non so cosa fare… con chi prendermela… a chi chiedere aiuto.» E per la prima volta da quando ero entrata in quella casa, si strinse forte a me e scoppiò in un lamento atroce.

 


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LA FESTA

L’ultimo giorno di giugno era il compleanno di Mirko. Gianna invitò tutti i condomini alla festa che aveva organizzato per il figlio nella sua sala da pranzo, con la terrazza che dava sulla strada. Aveva invitato anche me, nonostante le nostre ultime divergenze e, anche se io avrei preferito evitare, l’insistere di mio marito e le pressioni di Ester mi convinsero a demordere. Regalammo a Mirko un nuovo gioco per la play station. Quando scartò il pacchettino per poco non mi strozzò per l’entusiasmo. Per me non era stato arduo scegliere cosa regalargli visto che se ne era occupato Alfonso, era lui lo specialista in questo campo. C’era anche Cosima, che avrebbe fatto meglio a starsene a casa sua. Francesco, suo marito, dopo un’ora era già ubriaco e aveva iniziato a trattarla come una serva, umiliandola dinanzi agli altri. Ester guardava la sorella e dal suo sguardo trapelava tutta la sua rabbia repressa, che avrebbe voluto far esplodere per tappare la bocca al cognato. Cosima le fece segno di tacere per non peggiorare la situazione. «Avete visto tutti che bella moglie che mi ritrovo, eh! Puttana fino nelle ossa.» La frase spiazzò tutti. Cercai di isolarmi, pur di non dare a lui la soddisfazione di mettere Cosima in imbarazzo. La sala da pranzo era enorme, arredata con gusto. Diversi divani stavano al centro della sala, che era piena di piante. I bambini correvano in lungo e largo sfiorandone i rami e le foglie, spogliandole, rendendole monche e storte. Il tavolo con le bibite e le vivande era in terrazza e i palloncini erano sparsi per tutto il pavimento. Persino i festoni erano stati strappati e lasciati penzolare. L’atmosfera, da allegra e rilassata, era diventata soffocante. A tutti si era seccata la gola. Ognuno di noi tentava di guardare altrove, fingendo che la scena che si era appena consumata, in realtà non fosse mai avvenuta. «Francesco, andiamo a bere una birra» disse il padrone di casa dandogli una pacca sulla spalla.


33 Francesco fissò la moglie e poi si alzò per raggiungere la terrazza lasciando noi donne a parlare. «Ti fai trattare come una poco di buono» sbottò Antonella alzandosi e dirigendosi fuori dalla stanza. «Dove vai?» le chiese la madre. «Vado a casa mia qui si soffoca!» «Non usare il telefono!» le strillò dietro. «Ho il mio cellulare.» «Mamma lascia andare anche me» la supplicò Teresa la figlia piccola di otto anni. «No, tu resta qui a giocare con loro.» «Ma io voglio andare nella mia stanza a guardare la tv.» «Sta’ zitta e siediti.» Dopo i battibecchi e la gelata di sentimenti la serata tornò a un ritmo più allegro soprattutto dopo la torta, quando i bambini esausti si accasciarono addormentati sui divani mentre noi adulti giocavamo a Uno. Raffaella era stata bloccata già tre volte e stava perdendo la pazienza. Detestava perdere e ogni volta che lo faceva le veniva un tic al mento. Fumava talmente tanto da avere le dita e le unghie gialle. Anche i suoi capelli giallo canarino puzzavano di tabacco. Era stata una serata strana. Tutto era vacillato tra lo scoppio della guerra, tirate di capelli e bestemmie e una finta smania di essere amici. Il punto era che insieme stavamo bene, almeno fino a quando l’ignoranza di alcuni portava a violare il dolore altrui. Era un continuo rimpiattino squallido e ci sarebbe voluto molto, molto tempo prima che imparassi a tenermi a distanza da certa gentaglia. Il guaio era che dovevo tenere distante da me amici che fingevano di essere tali. Molte serpi covavano nel seno della famiglia, e quando mordevano il loro veleno arrivava dritto al cuore.

 


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L’ARMATURA

Arriva un momento in cui le cose cambiano. Un momento in cui ti rendi conto che se non riesci a difenderti, la vita ti piega e ti lascia inerme in una fossa scavata per la sepoltura di un cane. Io avevo indossato un’armatura. Una di quelle spesse, con cotte di ferro e scudo dinanzi al petto. Lo avevo fatto quando era morto il mio secondo bambino. Volevo solo essere lasciata in pace, sola nella mia amarezza, senza quelle mani insidiose che si allungavano ad accarezzarmi un ventre ormai piatto. Volevo vivere la mia vita lontana da quegli interrogativi subdoli e superficiali. Volevo distanziarmi da coloro che credevano di essere più fortunati o più sfortunati di me, senza capire che la vita è un continuo altalenarsi per tutti e che basta non farsi sfiorare dallo sporco per continuare ad andare avanti. Chiunque mi si avvicinasse era convinto di aver trovato le parole più consolatorie mai pronunciate da altro essere vivente e invece se si fossero fermati un istante ad ascoltarsi, se si fossero interrotti un attimo per guardarmi, se avessero rivolto lo sguardo al mio ventre ormai asciutto e ai miei occhi da cui traspariva angoscia, avrebbero taciuto e in quel silenzio io avrei potuto raccontare dei miei sogni distrutti e del mio senso di abbandono, della rabbia che covavo dentro come acqua cristallizzata. Questo mi avrebbe concesso di piangere in compagnia di qualcuno, ma la gente detesta i frignoni, i problemi se non per conoscerne i fatti, farsi una propria idea e magari aggiungere qualche particolare che renda la storia più interessante, più romanzata. Per difendermi da tutto questo, per rendere la quotidianità meno pressante indossai la mia armatura fingendo così di aver superato il dolore, simulando che il tutto non mi sfiorasse… Ester stava facendo la stessa cosa. Le avevo suggerito di guardare in faccia la realtà e di accettarla e lei invece aveva evitato il problema nel tentativo di rimandare il più tardi possibile il confronto con la rabbia e lo sconforto.


35 Io la guardavo ridere. La guardavo muoversi nel suo corpo di carne mentre il suo spirito si ribellava e tentava la fuga. I suoi occhi erano sbarre di una prigione asettica da dove uno spirito in agonia urlava di essere liberato. La fissavo con misurata attenzione e il mio cuore si contorceva, si vendicava di quella mia insana tranquillità che notava la scheggia nell’occhio altrui e non rivelava la trave nel mio, ma l’elaborazione del tutto non era ancora finita ed entrambe avremmo dovuto montare pezzi di un puzzle che ritraeva la nostra carneficina. Avremmo dovuto smettere di flagellarci ma soprattutto avremmo dovuto cessare di credere che quello che volevamo ci spettasse di diritto e che tutto quel dolore sarebbe stato risarcito con l’esaudirsi del desiderio. Perché a volte i desideri si avverano e ci si rivoltano contro.

 


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LA GITA

L’incontro tra Ester e Rodolfo fu meno burrascoso e più cordiale di quello avvenuto tra me e il bell’uomo. Fra i due nacque un’immediata simpatia. Grazie alla sfacciataggine e alla sua indole che la induceva a sfruttare tutte le opportunità, Ester accettò di trascorrere il fine settimana nell’agriturismo di proprietà di Rodolfo. Naturalmente accettare quell’invito includeva una clausola: la presenza mia e di mio marito. Il casolare sorgeva a valle, vicino al fiume Raganello, un vecchio e cadente rudere che era stato trasformato in un luogo suggestivo e incantevole. Rodolfo ci accolse con calore. Sembrava uno di quei petrolieri arabi pronto a dispensare favori. Si scusò per non poterci assicurare tutti gli agi che meritavamo ma ci spiegò che aveva acquistato l’intera fattoria con i campi da poco tempo e i lavori, erano ancora in corso. A me importava poco del futuro di quel luogo. Quello che contava davvero era che potevo godermi un intero fine settimana in un luogo incantevole in compagnia di mio marito, della mia migliore amica e di Fabio, che non sembrava più urtato come l’ultima volta che l’avevo visto. La giornata era calda e i raggi del sole creavano sfaccettature colorate sul rivolo argentato che scorreva a valle. Purtroppo il fiume era quasi del tutto in secca perché gli agricoltori usavano le acque per irrorare i propri orti. Mi riempii lo sguardo e l’olfatto del profumo del terriccio bagnato, del muschio che rivestiva le pietre, delle canne inumidite dalle acque di un piccolo stagno dove nuotavano le anatre e gracidavamo le rane. Nei dintorni crescevano alberi d’ulivo e querce che tributavano al posto buona parte del suo fascino. Ero abituata alla compagnia degli insetti, ai rumori fra l’erba, quando un serpente o un furetto striscia con quel fragore sinistro che fa accapponare la pelle, ero abituata perché da bambina avevo fatto molte escursioni in campagna insieme alla mia famiglia. Ma non mi sarei mai assuefatta alla presenza accesa e simultanea, agli occhi vigili di milioni di stelle che rendevano il cielo irraggiungibile e improbabile come un miraggio causato dalla sete.


37 Il casolare era stato arredato da mani esperte e già dalla prima occhiata mi convinsi che Rodolfo sapesse davvero muoversi nel mondo degli affari. Del resto aveva già dato vita a veri e propri bad and breakfast a Matera, in alcuni vicoli, tra i Sassi. Appena varcata la soglia sentii un profumo di formaggio, funghi, menta e pane appena sfornato. Il pavimento scricchiolava, dando l’impressione di essere entrata in una vecchia soffitta, con le travi un po’ ammuffite dalle intemperie e i muri obliqui che seguivano regole che il mondo d’oggi non avrebbe di certo condiviso. Tutto profumava di aromi antichi, di marsiglia e di lavanda e la mobilia era essenziale. Un grande caminetto di pietra la faceva da padrone nella sala da pranzo. Il tempo passò velocemente e piacevolmente. Vittoria, la cuoca, era veramente brava e non ci alzavamo da tavola se non eravamo davvero sazi. Ridemmo molto e di quei giorni ricordo con calda commozione le chiacchierate all’aperto, i pic-nic sull’erba, le escursioni a cavallo. Non ero brava come cavallerizza, tanto che il secondo giorno mi svegliai indolenzita. Camminavo con fatica ma non mi arresi. «Oggi vuoi cavalcare il pony?» mi canzonò Rodolfo. «Lo so, sono diventata lo zimbello di questa comitiva ma mi vendicherò, lo farò appena sarò capace di muovermi autonomamente!» Tutti scoppiarono a ridere. In quei tre giorni vidi Ester riprendersi e acquistare un’allegria, una pace che ormai aveva perso da tempo. Rideva piegandosi in due dall’euforia, mangiava con gusto e aveva ripreso a prendersi cura di sé. I particolari erano piccoli, quasi impercettibili ma non ai miei occhi che vedevano una catenina che avvolgeva con seduzione la sua caviglia, il profumo al sandalo e agli agrumi che emanava appena faceva un piccolo movimento, le unghie dei piedi laccate, i capelli fissati con fermagli e forbicine colorate e i vestiti che la facevano sentire frivola. Quel sabato notte era sull’amaca a farsi dondolare dal vento mentre si spalmava una crema antizanzare. Nel casolare tutti dormivano da ore e io scesi perché mi accorsi, spiando dalla finestra della mia stanza, che Ester era in veranda. «Non è pericoloso stare da sola al buio?» le chiesi vedendola sussultare dalla sorpresa. «Mi godo le stelle e la pace che non frequentano più casa mia.» Mi ero portata la borsa e rovistavo in cerca di un pacco di chewing gum.

 


38 «Ti sei portata appresso tutta la casa?» mi porse la lozione che poggiai sulla panca dove io ero seduta. La veranda era il posto più bello di quel luogo. Non eravamo completamente fuori, in balia della natura selvaggia e primitiva ma non eravamo neppure al chiuso, al sicuro, dove le porte e le finestre impedivano ai pericoli di farsi beffa di noi, dove non c’era concesso la visione del cielo puntellato, quella mappa indecifrabile che avrebbe potuto contenere le sorti dell’universo e in cui io scorgevo l’ignoto e l’eternità. «Non riuscivo a decidermi cosa fosse necessario.» Svuotai la borsa sulla panca e molti oggetti finirono a terra. C’era di tutto. Un deodorante, degli assorbenti, un kit per le unghie, un taccuino, una penna, le chiavi, rossetto, mascara e matita, scontrini, portafoglio e altre piccole cose che avevo dimenticato di avere con me. «Dovresti contattare uno psicologo, ti rendi conto di quante cianfrusaglie ti sei portata dietro? Sai che questo è sintomo di insicurezza?» «Certo dottor Freud se è questa la sua diagnosi! » Ester mi guardò divertita. «Sei una palla» rise. «Mi sembri tranquilla.» «Lo sono» si alzò dall’amaca e fece penzolare i piedi «ho trovato la soluzione al mio dilemma.» «Vedo che staccare la spina è servito a qualcosa.» «La soluzione è cosi semplice…» «Vuoi dirmelo o vuoi che provi a indovinare?» «Ho deciso di fare la fecondazione eterologa!» batté le mani come una bambina elettrizzata dinanzi al regalo tanto atteso. Rimasi in silenzio e la guardai. Mi resi conto che il mio atteggiamento l’aveva delusa, affievolendo la sua euforia, così tentai di riprendermi. «Mi hai sorpresa!» le dissi poco convinta. «Ci sei rimasta male?» «No, no. È che non avrei mai creduto che Fabio accettasse una soluzione del genere.» «A dire il vero ancora non gliene ho parlato.» «Ah! Quindi hai intenzione di farti inseminare da un estraneo senza dirlo a tuo marito?» la punzecchiai. «Sei mal pensante come i tuoi vicini, arpia!»


39 «So che ti piacerebbe vivere un’avventura del genere ma attenta al donatore, potrebbe essere un afroamericano e non credo che Fabio crederebbe alla versione dell’abbronzatura precoce!» «Potrei sempre raccontargli che avevo un trisnonno marocchino!» Fece una smorfia. «Tua suocera ingaggerebbe i migliori detective privati per scoprire la verità. Credo che farebbe intervenire la Cia.» «Già la vedo!» rise Ester imitando la voce della donna: “Poco di buono! Avevo detto a mio figlio che non eri la donna adatta a lui!” «È questo quello che vuoi davvero?» le chiesi tornando a essere seria. «Sì, desidero un figlio e se per Fabio è un problema dovrà farsene una ragione e poi non lo diremo a nessuno… va be’, tu già lo sai ma tu non conti!» «Grazie per la fiducia! Comunque domani sera sarà dura tornare a casa!» continuai sbadigliando. «Mi ero già abituata a essere servita e riverita, a questa pace, a questo profumo di polline e pensare che c’è gente che è allergica! L’unica cosa che non mi mancherà è Rodolfo! Spocchioso e megalomane!» «Solo perché non ti degna di uno sguardo!» Sbarrai gli occhi sconcertata. «Lo difendi solo perché ha tutte e due gli occhi infilati nella tua scollatura!» «Sacrilega!» «Ora sarei sacrilega! Attenta Barbie o potrei parlare con tuo marito!» «E tu attenta a come ti muovi, domani potresti cadere da cavallo!» Scoppiammo a ridere entrambe come quando eravamo bambine e andavamo alla scuola materna. Spesso le rubavo i chiodini e lei li cercava con insistenza pestando gli altri bambini. Non sempre glieli restituivo, ma anni dopo scoprii che era stata lei a rubarmi il dinosauro che avevo plasmato con il pongo. A dire il vero sembrava più un dinosauro allergico al botulino. Scoprimmo le nostre marachelle quando eravamo già adulte durante il suo trasloco dalla casa materna alla dimora di nozze. Ci tirammo i capelli e ci dicemmo parole poco carine. Alla fine scoppiammo a ridere rendendoci conto che eravamo delle vere svitate.

 


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SCHIETTEZZA

La domenica mattina ci svegliò il suono di un campanaccio per buoi. Erano le cinque e l’orizzonte era ferito da una lamina rossastra, come se qualcuno si divertisse a fare segnali in lontananza con uno specchio. Le montagne erano incappucciate da un alone viola che si affievoliva lungo i piedi dei rilievi, dove una leggera brezza mattutina piegava l’erbaccia creando un suono sottile e armonico. La natura sapeva come sorprenderci. Rodolfo era già seduto a capo tavola nella sala da pranzo, vestito di tutto punto come se fosse destinato a un safari. «Muoversi gente! Il tempo è poco e la giornata si consuma.» Era sempre allegro. Aveva una risata sonora, impossibile da confondere e sapeva sempre cosa dire. Più di una volta ho pensato che studiasse di notte cosa avrebbe detto il giorno seguente. Era una buona forchetta e un galantuomo di altri tempi. Peccato che in lui notassi qualcosa che lo rendeva antipatico, qualcosa che mi faceva pensare che fingesse, che il suo comportamento fosse solo un modo per nasconderne la vera indole. Non pensavo che fosse un impostore o un mostro cattivo dalla doppia personalità, ma ogni volta che incrociavo il suo sguardo notavo che esprimeva un miscuglio di rabbia e di frustrazione che mi lasciava sgomenta e senza fiato. In quei giorni lo osservai molto e vicino a lui mi sentivo a disagio perché sapevo che non mi vedeva, e non era una questione di femminilità ferita. Lui non vedeva nessuno, si avvolgeva, si circondava di altri per non stare solo con se stesso. Quella mattina ero talmente stanca che Alfonso mi trasportò di peso dal primo piano fino alla sala da pranzo. Naturalmente ricevetti insulti e fischi da parte degli altri commensali ma non ci badai. Fummo costretti a consumare una colazione lampo e Rodolfo ci promise che la merenda di metà mattinata ci avrebbe saziati. Uscimmo alle sei e quindici in groppa a delle giumente mansuete che diedero l’ultimo ben servito alle mie gambe doloranti. Avevo indossato un paio di jeans e dei calzini pesanti, nonostante il caldo, per impedire alle zanzare di fare un banchetto con le mie gambe. Fabio ed Ester furono meno furbi e i loro pantaloncini li resero pietanza succulenta e luculliana agli occhi di piccoli moscerini che avevano l’aria


41 di essere carnivori. Per fortuna lungo il sentiero, tra un bosco di aceri e betulle, c’era una casupola dove ci fermammo per la merenda di metà mattinata e dove la padrona di casa diede a quello che rimaneva dei corpi dei miei amici indumenti più adatti per l’occasione. La mattinata fu calda e le fronde degli alberi ci proteggevano dal sole. Il rumore degli zoccoli, sulla terra battuta e asciutta, riecheggiava per molti metri, mescolandosi al fruscio delle foglie cullate dal vento. Consumammo il pranzo all’aperto. Eravamo talmente affamati che alla fine il cibo ci sembrò persino poco. Rodolfo ci condusse sul “Ponte del diavolo” dove fummo costretti a lasciare i cavalli e proseguire a piedi. Ci raccontò le leggende del luogo e ci condusse in paese, dove visitammo la chiesa, il museo e i ruderi di vecchie case diroccate su cucuzzoli di pietra. Un po’ mi vergognai di non conoscere i paesi confinanti al mio ma scoprii che Rodolfo non era secondo a nessuno, si era informato bene. Nel pomeriggio ci lasciò riposare per un’ora sotto una grande quercia, e per me fu un’esperienza nuova. All’inizio ero terrorizzata dall’idea di abbandonarmi in balia della natura, di fidarmi di lei come fosse stata mia sorella. Ma poi l’ombra creata dai rami dell’albero, l’erba che mi solleticava la guancia, il senso di pace e il chiacchiericcio di Rodolfo con Ester che arrivava da lontano, furono più forti delle mie fobie e mi addormentai, svegliandomi indolenzita ma piacevolmente soddisfatta. Fabio non avrebbe voluto abbandonare il suo giaciglio d’erica. Per tutta l’ora aveva dormito con tale abbandono da non accorgersi che sua moglie non era al suo fianco. Quei tre giorni per lui erano stati una vera pacchia visto che il più delle volte all’area di servizio gli toccavano i turni di notte e ciò lo stremava. La nostra escursione si concluse tra gli alberi da frutto dove mangiai talmente tanti fichi che mio marito dovette prendermi di peso e condurmi via con la forza. Quella sera stetti male e dovetti rinunciare ai fritti e al vino ma non mi trattenni dinanzi alla torta alle more preparata da Vittoria. «Vuol dire che passerò la notte sul water» dissi ai commensali «ma ne sarà valsa la pena.» Vittoria mi disse che era il più bel complimento che avesse ricevuto, forse un tantino esplicito, ma di grande soddisfazione. Dopo cena Alfonso, Ester e Fabio uscirono fuori a fumare e mi lasciarono da sola con Rodolfo. Devo dire che la situazione all’inizio mi

 


42 intimorì. Poi, grazie al mio spirito d’adattamento, iniziammo a parlare del più e del meno. «Non ti sono molto simpatico vero?» la sua affermazione mi lasciò di stucco ma non avevo intenzione di mentire. «Non ho ancora deciso» risposi arrossendo. I suoi occhi erano davvero penetranti. «C’è un motivo ben preciso?» «Forse perché hai fatto il cascamorto con la mia amica per tutto il fine settimana.» «Volevi che lo facessi con te?» sorrise. Voleva burlarsi di me. «Certo adoro gli anziani, come hai ben visto ho iniziato a far volontariato con Ester proprio per avvicinare quelli come te al mio letto.» «Mi stai dando del vecchio?» scoppiò a ridere talmente forte che credetti che i tre fumatori sarebbero entrati per curiosità, ma niente. «Lo sei! Mio padre è più giovane di te!» «Bigotta!» «Montato!» «Così sarei un vecchio montato?» D’un tratto divenni seria. «Lasciala stare. Ha un marito che la ama e non è giusto che approfitti della sua debolezza per divertirti con lei. Cambia aria.» «Questo significa che lei potrebbe cedere?» Tentai di riportare il discorso in mio favore. «Non lo so. Io rispondo solo delle mie azioni ma sarebbe squallido giocare con i suoi tormenti.» «Il fatto di non poter aver bambini può essere una benedizione, non deve usare contraccettivi se tradisce il marito!» lui rise divertito io lo fulminai con lo sguardo. «Belle parole, proprio da uomo maturo. Ritorna da dove sei venuto e tieni a bada i tuoi istinti, ora vado fuori qui c’è odore di cacca di maiale!» Uscii fuori lasciandolo di stucco. Anch’io fui sorpresa di me stessa e della mia irruenza. Le farfalle si annidavano intorno alla lampadina. In lontananza le lucciole facevano una strana danza, da confondere il cielo col bosco. Mi accoccolai a mio marito. Ester e Fabio si erano distesi sull’amaca dopo due tentativi andati a vuoto. Tentai di decifrare un paio di costellazioni ma non ero abbastanza concentrata. Mi sentivo smarrita e per la prima volta desiderai


43 ardentemente di essere a casa mia, lontana da quella sensazione di assoluto che mi faceva sentire piccola piccola.

  


44

DIVERGENZE

Le urla si udivano fino all’ultimo piano. Ester rompeva qualche piatto contro il muro, il marito la chiamava stupida e poi usciva di casa sbattendo la porta. Tutti i condomini, in quel momento, si affacciavano sul pianerottolo per sentire meglio mentre Fabio urlava di farsi gli affaracci loro. La situazione, negli ultimi tempi, era diventata davvero insostenibile. Ormai tutti nel vicinato conoscevano il motivo di quelle liti. Ester non usciva da casa da giorni. Andai da lei ma mi lasciò fuori a suonare il campanello senza ricevere alcuna risposta. Così mi recai da sua sorella. Anche lei abitava al piano terra. I loro genitori avevano comprato a entrambe un appartamento nello stesso palazzo. Avevano lavorato una vita intera per dare una sistemazione adeguata ai figli ma non erano riusciti a sbottonarsi abbastanza per star loro vicino nei momenti difficili. Cosima era in cucina quando Teresa mi aprì la porta. La piccola indossava un costume a pallini e pensavo che si stessero preparando per andare al mare, invece notai che nel giardino c’era una grossa piscina gonfiabile, dove Antonella stava immersa nell’acqua con l’I-pod alle orecchie. La casa era tutta in disordine e Cosima preparava il pranzo. Evitò di guardarmi per alcuni minuti ma quando non ne poté fare a meno notai il suo labbro spaccato e una guancia viola. Qualcuno le aveva dato un pugno e costui era di certo Francesco. Era imbarazzata e quando la fissai, inorridita, farfugliò qualcosa che non capii ma non approfondii perché sapevo che sarebbe stato inutile. Cosima si sarebbe fatta uccidere dal marito ma non l’avrebbe mai lasciato. Cosa ne sarebbe stato di lei con due figlie e senza un lavoro? E di certo i suoi genitori non glielo avrebbero mai perdonato. Lei era convinta di star espiando i suoi peccati, e soprattutto difendeva sempre l’uomo che l’aveva resa una freccia spezzata prima di essere scoccata. Si sentiva colpevole, incapace e responsabile dell’atteggiamento del suo molestatore. «Hai visto tua sorella?» le chiesi senza fare giri di parole.


45 «Ieri sera, sono andata a portarle un po’ di peperonata.» «Che cosa le sta accadendo?» Cosima mi fissò scocciata. L’unica cosa che desiderava era che andassi via. «Vuole un figlio e non è riuscita a raggiungere un compromesso con il marito. Come se avere un figlio fosse l’unica cosa possibile e bella al mondo!» «Cosa dici?» le chiesi confusa, non sapevo dove volesse andare a parare. «È sempre la stessa storia. Se non si è fidanzati si vuole un fidanzato, poi si desidera il matrimonio, poi un figlio, magari anche il secondo, il cane e la villa, fino a quando ci rendiamo conto che neanche questo ci soddisfa che spesso facciamo delle scelte sbagliate per mettere a tacere voci di paese e le vecchie zie di famiglia!» La guardavo con la bocca aperta mentre lei impastava la carne, le uova, il pangrattato, in una ciotola della tupperware. Le sue parole per quanto crude erano vere. «Mamma, stasera prepari la torta alle noci?» «Non è periodo di noci» rispose la donna alla figlia più piccola, senza alzare la testa dal suo lavoro. «Uffa! Io voglio la torta alle noci» urlò Teresa gettando dell’acqua alla sorella. Antonella diede uno strillo raccapricciante da spaccare i timpani. «I figli!» sospirò Cosima. «Se Ester continua così» questa volta mi guardò negli occhi «perderà l’unica cosa di buono che ha in quella vita insensata che si ritrova: suo marito! È troppo impegnata a desiderare un bambino da non vedere quello che ha!» «Si è chiusa in casa e non mi lascia entrare.» «Meglio lasciarla da sola così fa arieggiare un po’ il cervello… e voi due smettetela!» urlò con tanta forza che sussultai. Teresa e Antonella tentavano di annegarsi a vicenda. Dalla portafinestra si vedeva bene tutto il giardino recintato e tra i rami degli alberi si intravedeva un pezzettino di strada. «Se non la smettete giuro che vi sgonfio la piscina e vi lascio a sciogliervi al caldo nelle vostre stanze!» «È colpa di Antonella» si difese la piccola provando a respirare profondamente dopo essersi liberata dalla morsa della sorella. «Sempre Antonella! E chi mai se no! In questa casa sono diventata il capro espiatore di tutto!»

 


46 «Finitela e tu, sei più grande non ti vergogni di torturare tua sorella?» Nella sua voce c’era una rabbia che tratteneva solo a causa della mia presenza. Mi alzai per togliere il disturbo. «Puoi dire a tua sorella che sono preoccupata per lei e che può chiamarmi quando vuole?» «Glielo dirò se avrò del tempo per andare a trovarla.» Andai via senza ricevere da lei un saluto. Quella casa era vuota, asettica, priva di allegria e di familiarità nonostante il frastuono creato dalle ragazze e da Cosima ai fornelli. Appena oltrepassai l’uscio, arrivò Teresa, saltellante e gocciolante. Rabbrividì e si tolse la maschera da subacqueo che indossava. «Rebecca… Rebecca…» «Che cosa c’è?» mi fermai a guardarla. Mi faceva sorridere la sua determinata stranezza. «Mamma non può andare da zia Ester…» «Perché?» «Papà non vuole!» «Teresa entra dentro se non vuoi prenderti un accidente!» Teresa mi diede un bacio ed entrò in casa e sentii che diede un urlo di coraggio per poi tuffarsi nella piscina.


47

GENERAZIONI

Mentre Ester tentava di convincere Fabio che l’inseminazione eterologa fosse l’ultima opportunità che le fosse concessa per diventare madre, io superavo un altro ostacolo: l’incontro con l’intera famiglia e per famiglia intendo almeno tre generazioni raccolte tutte nello stesso luogo. A metà luglio Greta compì un anno, e siccome era un evento eccezionale che non si sarebbe più ripetuto, mia sorella e mio cognato decisero di fare le cose in grande e quindi festeggiammo al ristorante, con tanto di palloncini, fuochi d’artificio e bisnonne per ricordare che gli anni passano per tutti. Anche Ester era stata invitata ma si era disimpegnata con una scusa. Fortunatamente quella sera ci raggiunse mia sorella Marianna e così fummo torturate a turno, io per non avere bambini e lei per non essersi ancora sposata. Eravamo sedute non molto lontane dalla toilette e questo comportava la visione di chiunque volesse usufruire del servizio o peggio ancora di chi volesse sfilare dinanzi a noi per fermarsi al nostro tavolo per provocarci. «Quando la promozione?» chiesi a mia sorella mentre punzecchiavo un pesce spada un po’ abbrustolito. «Non lo so. Aspetto così tanto questo cambiamento che finirò con il licenziarmi! Così sarò definita zitella e disoccupata, bel quadro!» «Non eri single?» «Non per chi non conosce l’inglese!» Marianna rifiutò la portata che il cameriere le porgeva. Io lasciai che mi servisse ma appena vidi i gamberoni in bella mostra nel piatto lo spinsi indietro. Li detestavo. La sala era gremita. E la canzone di “Sono le tagliatelle di nonna Pina” aveva fatto scatenare i bambini più piccoli che ballavano al centro della sala, fissati dai genitori che si davano gomitate per indicare come il proprio figlio fosse il più dotato. Alfonso faceva ballare Greta nel suo vestitino bianco e rosa. La faceva volteggiare tenendola in braccio e lei rideva talmente forte che tutti si voltarono a guardarla. Era così allegra da infilarsi una mano in bocca sussultando a ogni riso.

 


48 Guardavo il mio consorte con il cuore in tumulto. Notavo il luccichio che sorgeva in lui ogni volta che giocava con Greta e di come l’amava, di un amore viscerale, dolce, protettivo, allegro. Marianna mi guardò e capì cosa stavo pensando. «Guarda il lato positivo, non sei una zitella che fa la cameriera!» Sorrisi. «Sei catastrofica. Magari il grande amore si è avviato proprio adesso da casa sua e ti sta cercando.» «Magari si ferma dinanzi a tutti i bar e i pub che incontra lungo il cammino perciò ci mette tanto tempo.» «Io non credo sia questione di tempo ma piuttosto di occasioni.» «Invece sto pensando di essere io ad avere dei seri problemi. Quando guardo le altre coppie mi chiedo cos’ho di sbagliato per non riuscire a far evolvere le mie relazioni.» «Forse finora hai incontrato persone che volevano l’opposto di quello che volevi tu, tutto qui. Arriverà il principe azzurro, magari sarà basso con la gobba e senza denti ma tu lo riconoscerai sicuramente.» «Stai parlando di tuo marito?» «Fingo di non aver sentito. Su andiamo al bar a prenderci un gelato pieno zeppo di caramello!» Lei mi guardò disgustata. Non l’avrebbe mai mangiato. Detestava le noccioline, il caramello, la nutella e le banane. Al bar c’era Raffaella avvolta in un provocante abito nero che le lasciava sia la schiena che il seno scoperti. «È un compleanno, Raffaellina» la punzecchiò mia sorella «non una caccia all’uomo!» Raffaella era girata di spalle e sorseggiava un Baileys con ghiaccio, riconobbe la voce di Marianna e si voltò con un ampio sorriso. L’abbracciò. «Se avessi saputo che c’eri anche tu avrei nascosto il seno per darti più possibilità!» «Io conquisto anche con il pigiama di flanella, le babbucce a forma di Titanic e il cerotto per levare i punti neri sul naso, quindi dimentica i tuoi buoni propositi.» «L’influenza di tua sorella ti ha rovinata… eri una così brava ragazza un tempo…» Scoppiammo a ridere mentre il barista offriva del Baileys anche a noi. «Allora, questo lavoro che ti tiene lontana anni luce?» chiese Raffaella. «Sempre lo stesso ristorante e sempre lo stesso capo. Niente possibilità di far carriera e lo stipendio è quello che è…»


49 «Come ti capisco! Il mio stipendio non mi basta neanche per l’estetista! Una depilazione, una pulizia del viso e poi ti tocca chiedere del denaro alla mamma per uscire.» «Devi aver un bel po’ di peli per spendere tutto lo stipendio in depilazione!» le dissi sorridendo. Le due mi guardarono con l’intento di uccidere. «Non puoi capire, resta da parte mantenuta!» mi dissero all’unisono quasi si fossero messe d’accordo. Scoppiammo a ridere e la mia amica mi porse il braccio facendo tintinnare un bracciale d’oro bianco con pendenti smaltati e perle nere. «È un regalo?» le chiesi. «Niente male!» continuò mia sorella. «È un regalo di Martino!» «Ah! Gli hai dato un’altra opportunità?» «Certo, mi ha promesso che appena potrà parlerà con sua moglie…» era davvero eccitata. «C’è una moglie nel mezzo?» chiese mia sorella corrugando la fronte. «Non proprio una moglie, una specie!» «Perché? Adesso esistono esemplari definite quasi mogli?» chiesi io. «Sai cosa voglio dire!» «Purtroppo sì.» L’animatore annunciò il taglio della torta e tutti si avventarono al centro della sala. Anche noi ci avviammo. I bambini iniziarono a fare slalom tra gli adulti e qualcuno scivolò con il sedere a terra rialzandosi frignando. Il marito di Gianna faceva il cascamorto con l’animatrice mentre lei tentava di rialzare il suo bambino che provava in tutti i modi di strisciare a terra. Gli invitati si posero in cerchio intorno al tavolo della torta e incitavano Greta a spegnere la candelina. La piccola all’inizio ebbe un po’ di timore e arricciò il labbro inferiore con l’intento di piangere, poi scoppiò a ridere e tentò di spegnere la candelina ma non riuscendoci Pamela dovette aiutarla, prima che tutti gli altri bambini assaltassero il tavolo con il proposito di spegnere la fiammella. La festa finì con lo scoppio dei fuochi d’artificio e dopo i soliti saluti tornammo a casa. I tacchi mi avevano distrutto i piedi e appena varcata la soglia li tolsi. Alfonso si diresse in balcone e si gettò sulla sedia a sdraio. Il vento era caldo e il cielo era offuscato da una nebbiolina grigiastra. Si sfilò la camicia, le scarpe e i calzini.

 


50 Lo raggiunsi e lui era già mezzo addormentato. Il balcone dava a est e da quell’altezza riuscivo a vedere il mare e tutta la città. Le luci erano talmente microscopiche e illusorie da dare l’impressione di appartenere a un mondo osservato da un’altra galassia. Guardai Alfonso e mi avvicinai a lui. Gli accarezzai la testa e lui mugolò qualcosa. Di una cosa era assolutamente sicura. Potevo sopportare una vita senza figli, in fondo la stavo vivendo e avevo imparato ad andare avanti e conviverci. Ma una vita senza Alfonso significava la solitudine, l’inerzia, la fine. Lui era per me il trionfo delle emozioni. Lo baciai più e più volte e lui tentò di difendersi dal mio attacco. Poi gli diedi un morso sul braccio e lui mi afferrò e mi gettò sulla sedia a sdraio ma finimmo entrambi a terra. «In questa casa non si può più dormire!» inveì lui con dolcezza. «Se non dormo io non dormirà nessuno!» Alfonso si alzò e mi tirò su. «Se fra dieci anni saremo ancora soli, io e te, pensi che ci annoieremo?» Lui mi mordicchiò il collo. «Impareremo a ballare.» «Cosa?» «Impareremo a ballare così non ci annoieremo mai. Usciremo tutte le sere a far baldoria. Fra dieci anni non saremo soli, non si può essere soli in due se quei due siamo io e te!» Mi precedette in camera da letto mentre io andavo in bagno per struccarmi e prepararmi per la notte. Pensai a Ester. Presi il cellulare e le inviai un messaggio. Era sola in casa. A differenza delle mie scarse aspettative mi rispose e il suo messaggio era carico di sconforto. «Fammi entrare nel tuo cuore, per aiutarti» le scrissi. «Non puoi, nessuno può, stanotte l’ho sognata di nuovo, lei mi chiama. Non ho molto tempo.» «Io ci sarò sempre quando vorrai parlare con qualcuno.» Andai a letto con il cuore in fermento. Ero infelice. Ero felice. Ero stravolta. Ero confusa. Baciai Alfonso e spensi la luce. Lui si avvicinò a me e mi strinse forte. Ero anche fortunata e amata come nessuno mai. FINE ANTEPRIMA CONTINUA...

Libero arbitrio  

di Caterina Armentano, sentimentale

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