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Liberi di pensare Sette luoghi comuni da sfatare


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Sergio Motolese

Liberi di pensare sette luoghi comuni da sfatare

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Ai miei figli Barbara e Luca Ai miei nipoti affinchĂŠ la forza e la luce del pensare vivo amorevole e libero sia sempre con voi

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Indice Luoghi comuni: la prigione del pensare pag. 9 Primo luogo comune La mia libertà finisce dove inizia la tua pag. 11 Secondo luogo comune Si vive una volta sola pag. 27 Terzo luogo comune Chi lascia la strada vecchia per la nuova...pag. 37 Quarto luogo comune La concorrenza e la pubblicità sono l’anima del commercio pag. 51 Quinto luogo comune Grazie agli ogm debelleremo la fame nel mondo pag. 67 Sesto luogo comune Se vuoi la pace prepara la guerra pag. 87 Settimo luogo comune La verità non esiste pag. 103 Postfazione La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner - un faro nella nebbia della coscienza umana pag. 119 Sergio Motolese pag. 123

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Luoghi comuni La prigione del pensare Che cosa s’intende per luogo comune? Lo Zingarelli ci offre la seguente definizione : frase fatta, argomento banale, scontato. Quanti luoghi comuni fanno parte del nostro parlare quotidiano? Quanti di essi sono entrati stabilmente nel nostro patrimonio di convinzioni? Soprattutto, quanti di essi sono stati da noi liberamente scelti? E ancora; quanti e quali luoghi comuni sono stati introdotti per sviare l’Uomo dal pensare con la propria testa, offrendogli una soluzione scontata, appunto, semplicistica o banale, che sembra non richiedere ulteriori approfondimenti, delegati questi ultimi semmai ai cosiddetti esperti? La visione materialistica che permea totalmente la cultura ufficiale, quella veicolata attraverso i mezzi di comunicazione di massa, attribuisce valore non alla conoscenza, intesa come sistematica e continua attività di ampliamento della visione della realtà, ma ai saperi parcellizzati, limitati, specialistici e genera, tra le altre cose, un mondo pieno di esperti, o presunti tali, ai quali delegare un pezzettino di sapere e ai quali rivolgersi, espropriando in tal modo l’Uomo il quale, occorre dirlo, si lascia volentieri espropriare e delega la propria capacità di pensare a chi “ne sa più di lui”, o almeno così sembra. Tutta la cosiddetta informazione, quella di cui tanto ci si vanta e che si autodefinisce “libera” è in gran parte permeata da luoghi comuni. Vi è anche però un certo numero di luoghi comuni prodotto da persone degne di stima e universalmente riconosciute sagge e morali; sono frasi divenute celebri, che vengono poi manipolate e usate o a sproposito o strumentalmente per fini non dichiarati, facendo leva proprio sull’autorevolezza

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della persona da cui provengono, o alla quale vengono attribuiti. Se proviamo a sottoporre alcuni luoghi comuni ad una riflessione approfondita scopriamo che sovente essi nascondono il fine non dichiarato di controllare l’Uomo, per paura che diventi più cosciente e impari a pensare con la propria testa lasciando senza occupazione l’enorme schiera dei venditori di “pensieri pre-pensati”, accanto a quelli di prodotti pre-confezionati. A chiunque eserciti un potere, non importa se grande o piccolo, conviene cercare di tenere l’Uomo soggiogato alle sue comodità materiali, che lo rendono sempre più dipendente, pigro, passivo, e le frasi fatte, apparentemente sagge, i luoghi comuni sono importanti per raggiungere il loro fine. Per questo motivo è importante cominciare a sfatare i luoghi comuni, togliere l’incantesimo che sovente li circonda, per divenire sempre più realmente liberi. Mi è stato fatto notare che il luogo comune ha il pregio di esprimere con poche parole concetti molto articolati, che ha inoltre un valore utilitaristico nella comunicazione, e che ha sempre riscosso l’attenzione degli studiosi di retorica per la sua alta carica persuasiva. Vorrei dunque precisare che non è mio intento demonizzare i luoghi comuni in generale, né sostenere che tutti abbiano un fine nascosto. Scrivendo i miei pensieri su alcuni luoghi comuni, io stesso magari ne farò uso, talora inconsciamente, e sono in buona compagnia, visto che anche lo Zingarelli, per definire “luogo comune” ne usa a sua volta uno (frase fatta). La mia attenzione cerca di rivolgersi non a quelli neutri ma a quei luoghi comuni che, come ho scritto, indipendentemente dallo scopo con cui sono nati, oggi frenano, a mio giudizio, la libertà umana. E’ proprio la loro alta carica persuasiva che può essere usata, oltre che per meglio comunicare, anche per manipolare.

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Primo luogo comune

La mia libertà finisce dove inizia la tua Il primo luogo comune su cui vorrei provare a riflettere concerne proprio la libertà. Tutti conosciamo questa frase e nelle intenzioni di Voltaire, che per primo la pronunciò, vi era una idea di tolleranza, che lui espresse forse meglio nell’altra frase, ancor più famosa: “non sono d’accordo con quello che dite, ma mi batterò fino alla morte affinché possiate dirlo”. Martin Luther King riprese questa frase sulla libertà nei suoi discorsi, ed è a quest’ultimo che mi riferirò, in quanto le sue necessità stringenti, la sua realtà più concreta, è per noi più attuale e ci aiuta nelle riflessioni. Poiché tutti stimiamo sia Voltaire che M.L. King, questa frase è divenuta uno dei luoghi comuni più difficili da superare. Il termine superare (meglio ancora sarebbe ampliare) non è usato a sproposito; non si tratta infatti di cancellare, abolire e neppure denigrare stigmatizzare o criticare per il gusto di fare esercizio intellettuale, quanto di usare il pensare e il sentire del cuore per comprendere che ogni volta che un qualunque concetto viene assolutizzato o usato unilateralmente esso viene imbalsamato, diventa pensiero morto, dogma, non più in grado di essere utile all’evoluzione della coscienza umana. La cultura dominante, che privilegia la materia, la quantità, il denaro, il potere, poggia in gran parte su pensieri morti, resi assoluti e definitivi, freddi, non più in grado di comunicare all’anima umana aneliti e ideali, i quali vengono sostituiti da emozioni artificiali, effimere, da fruire passivamente magari davanti ad un piccolo schermo. Il gran numero di persone che cadono in depressione mi sembra già sufficiente a dimostrare che l’anima umana anela a qualcosa di più appagante.

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Tutto è pensato e sentito come statico, non soggetto ad evoluzione viva, ed anche il concetto di libertà non fa eccezione. Non c’è Uomo politico, economista, docente universitario, giornalista, sindacalista, intellettuale, cardinale, che non faccia uso e abuso della parola libertà, dando per scontato che si sappia cosa sia. Fa allora comodo a tutti costoro fare riferimento alla frase di Martin Luther King, pietrificarla, santificarla e renderla luogo comune, quasi dogma, assioma che non occorre dimostrare. Cominciamo col riflettere sul fatto che quello esposto è un pensiero sulla libertà di un Uomo che vive in un Paese, (che si autodefinisce il più libero del mondo), nel quale alcuni uomini non sono liberi di usare i mezzi pubblici, i locali, le scuole usati da quelli con la pelle chiara; un paese nel quale, a fronte delle risorse a disposizione (il Paese più ricco del mondo) una parte di popolazione quella con la pelle nera, vive nell’indigenza, discriminata e sfruttata; ed altro ancora che tutti conosciamo. Ebbene, di fronte ad una situazione del genere è naturale che il primo pensiero che si può fare sulla libertà sia quello di parità di diritti e di doveri; vivo in un mondo che mi discrimina, dunque mi batto per avere lo stesso trattamento riservato agli altri. In quella situazione esso rappresenta un ideale, e la prova che fosse un ideale avanzato è inscritta nella pallottola che uccise Martin Luther King. E allora? Se era un grande ideale, si dirà, qual è il punto? Proviamo a dare una prima risposta. La manipolazione non è insita nelle intenzioni di chi ha pronunciato la frase ma nelle intenzioni di chi vuol rendere questo pensiero definitivo, statico, bloccato, non suscettibile di ulteriori ampliamenti, ritenuti impossibili. Ecco allora che una frase, pur mirabile e condivisibile in quella realtà, in quel Paese, in quegli anni, diventa luogo comune.

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Il pericolo soprattutto è quello di accettare il concetto di limite attribuito alla libertà; dire che la mia libertà finisce dove inizia la tua presuppone che ci sia una autorità esterna (Stato, Chiesa, ecc..) che si renda garante di far rispettare questo limite, che ponga questa barriera tra la mia e la tua libertà, affermando una “giusta divisione” della libertà stessa, quasi fosse una torta da spartire.

Ovvero, la mia e la tua libertà sono entrambe quantitativamente limitate da un potere esterno a me ed esterno a te. E’ questo un concetto di libertà molto antico, possiamo dire proprio da “Antico Testamento”, dove l’Uomo, ancora fanciullo nella evoluzione della sua coscienza, necessitava di regole esterne in tutto e per tutto. Peraltro in quel tempo le autorità esterne erano realmente ispirate dalla divinità, e l’ispirazione era sempre creativa ed efficace; basti pensare, ad esempio, a come se la sbriga il re Salomone nel contenzioso tra le due madri che reclamano il bambino. Quelli che oggi possiamo definire poteri esterni, politici, ma anche economici ed ecclesiastici, sono una pallida ombra, per usare un termine leggero e gentile, di quelli di allora; più che ispirati diremmo aspiranti a dominare le coscienze. Sono proprio questi poteri esterni, d’altronde, che avevano stabilito quelle leggi e quelle limitazioni per i neri americani; anzi, paradossalmente, se interpellati avrebbero potuto rispondere manipolando il pensiero di Martin Luther King. Ovvero: la tua libertà di nero di andare a scuola, di prendere il mio stesso tram ecc., finisce dove inizia la mia di Uomo bianco di avere scuole e tram riservati. Come si può constatare, si potrebbe andare avanti all’infinito senza risolvere il problema, con richieste, proteste, lotte, rivendicazioni e repressioni. Proviamo allora a dare una seconda risposta al quesito di dove risieda l’inganno.

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Quello espresso da Martin Luther King è un concetto di libertà riferito a quelle che possiamo definire le condizioni necessarie, i fondamenti affinché la libertà stessa possa realmente esplicarsi. In altre parole, non si deve confondere l’esercizio della libertà usufruibile da ogni individuo, con quelle che sono le condizioni sociali necessarie senza le quali non è possibile esplicare questo esercizio. Quindi la libertà di avere una vita dignitosa, di avere cibo, istruzione, assistenza, mezzi di trasporto, ecc. è un primo concetto di libertà, che può essere più propriamente definito propedeutico alla esplicazione della libertà individuale, primo concetto essenziale, perché senza i mezzi non posso realizzare il fine. E’ pur vero che questo è il concetto più comune che abbiamo tutti della libertà, più rivolto alla materia, non per questo disprezzabile, anzi necessario, appunto e meno rivolto all’individuo nella sua totalità. Soprattutto, non è l’unico concetto di libertà, poiché l’Uomo non è solo materia. Anche la libertà di parola, di esprimere opinioni, ecc. tutte molto importanti, prevedono comunque una autorità esterna che detta le regole, e ricadiamo in quanto detto sopra. Proviamo allora a fare una proposta di ampliamento del concetto di libertà, rispetto a quello comunemente accettato, premettendo che anch’esso è da intendersi in divenire, senza quindi che diventi luogo comune: la mia libertà è infinita la tua libertà è infinita E’ evidente che in questa frase il concetto di libertà è più ampio, non per il fatto di intenderla infinita, non è una questione spaziale o temporale, ma cambia la qualità della libertà. Quella qui intesa è la libertà di creare, ed è una libertà che abbiamo tutti, una volta che le condizioni necessarie , le

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condizioni che possiamo definire di natura, sociali, vengono superate. Cosa significa creare? Significa usare la propria capacità di pensare, andando al di là dell’usuale, del consueto, del già conosciuto; significa un pensare vivo, che non si pone limiti, un pensare anche staccato dalle necessità materiali. Significa non confondere il pensare, che è attività spirituale creativa, e come tale in continuo divenire, con il pensiero, prodotto dell’attività del pensare, e come tale già cadavere. Il pensare è un processo continuo, l’unico che man mano che riesce a liberarsi dalla “pesantezza” dei pensieri morti, anzitutto dei luoghi comuni, dalle mode, credenze, dalla pubblicità, dai pensieri dei poteri esterni, dal “già pensato” insomma, è l’unico processo in cui abbiamo la libertà di esprimerci creativamente. Di questo hanno paura tutti i poteri costituiti poiché sanno che con l’aumentare della capacità degli individui di usare un pensare vivo e creativo diminuisce la loro possibilità di controllo e si delinea la loro progressiva scomparsa. Creare non è e non può essere esclusiva degli artisti, i creatori ufficiali. Creare sempre il nuovo è lo scopo dell’esistenza umana. Cerco ora di rispondere alle obiezioni più comuni che possono essere fatte al concetto di “libertà infinita”, e così facendo implicitamente risponderò ad altri luoghi comuni. Obiezione E’ una utopia, irrealizzabile nel nostro mondo.

Col termine utopia definiamo in genere tutto ciò che riteniamo illusorio, impossibile da realizzare nella vita pratica. Non intendo sostenere che la vita pratica non abbia valore, anzi; dico che qualunque realizzazione della vita pratica è preceduta da una idea, la quale è stata sovente considerata utopistica la prima volta che è stata espressa.

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Restando sempre nell’ambito del mondo concreto, quanti pensavano che un aereo potesse reggersi in volo prima di averlo visto? Oppure, quanti all’uscita della prima scheda perforata potevano immaginare il nostro personal portatile? I nostri pensieri sono limitati al fatto che ciò che ci sembra possibile e che constatiamo poi realmente esserlo nella realtà materiale, ci sembra invece impossibile a livello di concetto, di idea; siamo talmente immersi nel quotidiano che abbiamo perso proprio il concetto stesso che l’idea è una realizzazione in potenza. E dunque, come si può realizzare una idea come quella espressa sulla libertà infinita? La risposta è: passo dopo passo. Ma prima, bisogna pensare che la sua realizzazione sia possibile e che essa avverrà in parallelo alla coscienza umana che si evolve, man mano che la moralità dell’individuo avrà sempre meno bisogno di autorità esterne sanzionanti. E’ un processo, e il fatto che sia lento non ci può autorizzare a ritenerlo impossibile. Il punto di svolta oggi è quello di liberare la capacità e la potenzialità del pensare, dell’ideare, del creare il nuovo in tutti i campi della vita, a partire dai piccoli gesti quotidiani. Una buona quantità di pensieri morti, per fare un esempio, li ascoltiamo affermati e riaffermati da parecchi mesi in ordine alla cosiddetta “crisi economica”. Le ricette per il suo superamento sono le stesse che la hanno determinata, e sono proposte dalle stesse persone, dagli stessi potentati economici che la hanno causata. Quali fondamenti, anche solo di logica comune, (altro che pensiero vivo e creativo...) ha un pensiero che ritiene ancora possibile immaginare una crescita economica infinita in un mondo “finito”? E sarebbe il pensiero di libertà infinita ad essere utopistico? Ciò che è davvero infinita è la quantità di luoghi comuni accettati passivamente, quelli sbandierati dagli “esperti”: se diminuisce il PIL aumenta la povertà....il prodotto più

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conveniente è quello che costa meno....la concorrenza è utile e necessaria... ecc. ecc. Alcuni di essi verranno analizzati nel prosieguo di questo libro. Il lato positivo è che tutto ciò è una buona palestra in cui esercitare la libertà infinita, anche solo di destinazione delle proprie spese. Se pensiamo che un mondo senza leggi emanate da poteri esterni sia impossibile anche in futuro significa che abbiamo poca fiducia nell’umano, ma soprattutto in noi stessi. Se preferiamo la vita comoda, il già conosciuto, il già pensato abbiamo solo l’imbarazzo della scelta; il mondo è pieno di venditori di certezze, dal Papa sino alla ragazza del call center che ci disturba al telefono. Smettiamo però di lamentarci. Nel nostro Paese si contano milioni di leggi e regolamenti, una proliferazione schizofrenica, paragonabile proprio alle teorie economiche di cui sopra. Se, ad esempio, oggi avvengono dieci stupri, si fa subito una legge per affrontare la cosiddetta “emergenza stupri”, senza preoccuparsi di conoscere ed eliminare le cause che li determinano; e così per l’emergenza caldo, freddo, influenza ecc. Schizofrenia poggiata sull’illusione che basti reprimere e controllare per risolvere i problemi. Si inventano (o si provocano...) continue emergenze, l’informazione “libera” si incarica di drammatizzarle a sufficienza, e si sforna l’ennesima legge che non risolverà il problema, come non lo hanno risolto le leggi precedenti, ma che ottiene il risultato di renderci più controllabili. In realtà potrebbero oggi bastare poche leggi. Si dirà che questa è un’ulteriore utopia in quanto la vita è complessa e occorrono regole sempre più specifiche e articolate. Non si riflette sul fatto che proprio il proliferare stesso delle leggi, la loro contraddittorietà, la loro applicazione discrezionale da parte dei poteri esterni sono essi stessi causa in larga misura del caos che pretenderebbero di risolvere. In maniera del tutto analoga si agisce con il proliferare delle medicine chimiche, le quali a loro volta provocano malattie

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per la cui soluzione occorrono medicine sempre più potenti, in una spirale senza fine. Possiamo allora imparare a smettere di costruire armi anche se il mercato “tira”, a non inquinare anche se non ci fosse una sanzione, a non uccidere anche senza la prigione. Ma come fare? La risposta è ancora passo dopo passo, a condizione che la “presa” dei poteri esterni diminuisca progressivamente, e l’unico modo per cui ciò possa avvenire è che aumenti la nostra capacità di pensare e agire creativamente e moralmente. Se riflettiamo su queste cose con una certa attenzione possiamo forse pensare che non è utopistico immaginare un Parlamento che ogni giorno, anziché emanarne di nuove, abolisca progressivamente le leggi esistenti, cominciando da quelle inutili e proseguendo con quelle contraddittorie per giungere a quelle che creano privilegi di casta e che dettano regole morali. Alla fine rimarrebbero quelle poche che hanno davvero una utilità generale, quelle che consentono le condizioni necessarie per l’esplicazione della libertà dell’individuo, di tutti gli individui. Obiezione Vivremmo in un perenne caos dove ognuno vorrebbe sopraffare gli altri Questa obiezione deriva dalla paura che il più forte prevarichi il più debole, paura più che legittima. Ma se osserviamo il mondo attuale più attentamente scopriamo che sono proprio i poteri esterni ad avere interesse a creare disuguaglianze, paradisi fiscali, privilegi, ingiustizie sociali, proprio per mantenere le paure e giustificare la loro presenza. Si pensi a quanti privilegi ha un parlamentare, un ministro, cioè proprio coloro che dettano le regole. E’ vero però che tutto ciò non sarebbe ancora sufficiente a sostenere la tesi, poiché occorre dimostrare che con

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l’affermazione della libertà infinita il caos non solo non aumenterebbe ma in prospettiva dovrebbe diminuire. Pensiamo allora a cosa accade a noi dalla nascita all’età adulta. Il neonato è totalmente dipendente dal mondo esterno, anzitutto per le necessità vitali; man mano che cresce gli diamo regole, istruzioni, e divieti; poi sopraggiunge la pubertà e il figlio comincia a reclamare spazi e autonomia propri, e sempre più se li guadagna man mano che comprende e si assume la responsabilità delle proprie azioni e decisioni, sino all’età adulta. La domanda va allora formulata in altro modo: L’umanità attuale è bambina, adolescente o adulta? Dalla risposta deriva il comportamento da tenere. Credo si possa convenire sul fatto che l’umanità non è più bambina. Tutti reclamiamo una generica libertà, ma non tutti siamo disposti ad assumerci la responsabilità morale che ne consegue; siamo come l’adolescente che reclama e protesta ma continua volentieri a dipendere dal genitore; ma anche il genitore continua ad imporre le stesse regole ad una umanità che sta crescendo. Se l’umanità non è adulta in senso pieno, certamente è sulla via di diventarlo ed i poteri esterni, come molti genitori, temono che questo avvenga. Affermare dunque che la libertà è potenzialmente infinita per tutti può ottenere almeno due risultati: responsabilizza ciascuno e toglie al genitore Stato-Chiesa-Economia ecc. sempre più potere di interferenza. Se ci abituiamo a pensare a questo continuo divenire evolutivo, la paura del caos comincia a diminuire. Tutti siamo stati neonati, adolescenti, adulti. Obiezione Ma che libertà è quella di pensare? Aria fritta, non aderente alla realtà vera

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Per rispondere a questa obiezione dobbiamo anzitutto avere chiaro il concetto di realtà; ma per fare ciò dobbiamo ricorrere al pensare stesso, e già questa semplice constatazione ci comunica che è proprio il pensare alla base di ciò che definiamo realtà. Se vedo una casa devo pensare che prima esisteva il progetto, e prima ancora l’idea, la volontà di costruire quella casa; tutte cose immateriali. La quantità di luoghi comuni e credenze entrate definitivamente nella nostra coscienza ha reso la nostra capacità di pensare talmente povera da ridurci a credere che esista solo ciò che si vede e si tocca, e che tutto il resto siano solo pensieri, illusioni. E’ questo il dogma principale del materialismo, avere fede solo nella materia. Un esempio. La metropolitana di Torino corre senza autista, teleguidata da una centrale. Se i viaggiatori perdessero nel corso del tempo il concetto stesso ed il ricordo della centrale operativa potrebbero pensare che essa si muova motu proprio. L’esempio è grossolano ma può dare una vaga idea di come oggi l’umanità considera la realtà. Si pensa che la causa sia insita nella materia stessa e non che l’idea, dunque il pensare vivo e creativo sia alla base; non si riflette sul fatto che la realtà materiale non è altro che una quantità di pensieri cristallizzati. Senza il pensare non c’è realtà. Obiezione L’Uomo è pur sempre un animale, seppure superiore, e se non ci fossero limiti all’utilizzo della libertà prevarrebbe sempre il più forte, come nella jungla. Con questa obiezione tocchiamo quella che possiamo definire la madre di tutti i luoghi comuni. Nel bi-centenario della nascita di Darwin possiamo cominciare a rendergli davvero onore facendo chiarezza sui concetti di animale e di Uomo.

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A Darwin va dato atto di aver operato, per così dire, “sul campo”, ovvero attraverso le percezioni e osservazioni della natura, a differenza dei nostri attuali scienziati che si illudono di trovare la spiegazione del mistero della vita chiusi nei laboratori, attorniati da strumentazioni elettroniche. Darwin ha tratto la sua teoria evoluzionistica osservando la natura, ma la domanda da porsi prima è: l’Uomo è un essere completamente di natura? Ovvero, l’Uomo è soggetto alle stesse leggi deterministiche che vigono in natura per i regni inferiori? O gli è anche possibile andare al di là di esse, esercitando la sua libertà di scelta? L’errore che si commette nel rispondere a queste domande è solitamente quello di considerare solo ciò che l’Uomo ha in comune col regno animale e non ciò che lui solo ha. Se osserviamo la natura, possiamo scoprire con una certa facilità che in essa vige il determinismo più assoluto; ogni cosa è inscritta in regole e leggi che sono state pensate (ancora il pensare....) per ottenere un risultato armonico. Se il leone sbrana il cerbiatto non possiamo attribuire a questa azione qualità morali giudicandolo assassino, in quanto non ha la libertà di scegliere. Se l’Uomo fosse assimilabile al regno animale sarebbe ben inferiore in quanto egli, potendo scegliere, ha la responsabilità morale delle sue azioni e ogni volta che si comporta, appunto, da animale non ha scusanti. L’Uomo ha in comune con l’animale la capacità di provare sensazioni, piacere, dolore, brame, istinti, ma a differenza di esso può sempre scegliere come comportarsi nei singoli casi, cosa che il leone non può fare. L’Uomo però si differenzia dall’animale per almeno tre importanti motivi: 1. la posizione eretta, che gli consente di alzare lo sguardo verso il sole, verso il cielo (l’animale ha lo sguardo rivolto in basso) 2. la parola, che gli consente di esprimere le sensazioni e soprattutto di comunicare i suoi pensieri

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3. il pensare, appunto, che lo qualifica come unico essere autocosciente, in grado di dire “io sono io”. Possiamo aggiungere che l’Uomo ha in comune molte cose anche con gli altri due regni della natura; col regno vegetale condivide la vita, cioè si nutre, cresce e si riproduce; inoltre incorpora i minerali che ne formano il corpo fisico. Ma come non penseremmo di definirci vegetali o minerali superiori, non si comprende perchè dovremmo continuare a definirci animali superiori; e del resto non definiremmo neppure l’animale un vegetale superiore. L’Uomo, per certi versi, non è un essere completamente “di natura”, anzi si contrappone ad essa, nel senso che quando la natura esterna entra nell’Uomo si ha la malattia e quando essa ottiene il sopravvento si ha la morte con la quale il corpo fisico (e solo esso...) torna alla natura. L’equilibrio sta proprio in questa pendolarità in cui vive l’Uomo, tra natura, con le sue leggi fisse e cicli ripetitivi, e natura umana, che può scegliere, che ha la libertà potenziale di differenziarsi, di portare se stesso ed i regni “inferiori” ad un livello più alto. Si può obiettare che l’Uomo è attualmente ancora un distruttore della natura. La risposta è: man mano che l’Uomo acquista coscienza che la sua potenziale libertà è illimitata ma inscindibilmente legata alla moralità delle sue azioni individuali, può divenire ciò che è destinato ad essere. Un essere creatore. Obiezione Il concetto di infinito evoca l’angoscia che si prova rispetto al senso di finitezza della vita nella materia, e la libertà infinita è dunque anch’essa incommensurabile, non definibile nel nostro mondo

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Questa obiezione, peraltro molto raffinata, mi è stata posta da una persona, a differenza delle altre obiezioni che ho usato come escamotage per ampliare la tesi, oltre che per cercare di interpretare le obiezioni più comuni alla tesi stessa. Dovendo trovare un termine che superasse il concetto di limite della libertà ho scelto l’infinito come immagine evocativa; potrei usare altri termini: illimitata, senza frontiere ecc., tutti meno efficaci per superare ciò che sempre ci è stato inculcato. Pensare in chiave materialistica significa anche, tra le altre cose, limitarsi alla oggettiva finitezza del mondo della materia e cercare le cause dei fenomeni al suo interno, anche in campi in cui ciò non risulta essere adeguato o possibile. Ad esempio, concepire l’amore, la compassione, la libertà come concetti finiti ha senso solo se pensiamo che nulla esiste oltre e al di la della materia; il cervello non secerne idee e pensieri come lo stomaco i succhi gastrici o la cistifellea la bile, ma li riflette, appunto, (la lingua usa proprio riflettere nel senso di pensare!) come uno specchio, e dunque da dove giungono? Ma c’è di più. Anche chi ammette che le cause dei fenomeni del mondo sensibile possano trovarsi al di fuori di esso, cioè nel mondo spirituale, può nondimeno sentirsi limitato e rassegnarsi a ritenere quest’ultimo inconoscibile, secondo il pensiero di Kant, il grande filosofo tedesco. Se dico che il mondo spirituale è sconosciuto ai nostri sensi può scaturire l’anelito a conoscerlo; se dico che è inconoscibile mi destino a provare quell’angoscia descritta sopra. Ciò che non si conosce ancora può far scaturire l’anelito alla conoscenza, ciò che si ritiene impossibile conoscere non può che generare rassegnazione o angoscia esistenziale, perché oltre a non aver risposte alle domande più profonde sull’esistenza umana, si perde la speranza di trovarle.

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Il concetto di infinito, per come qui ho inteso usarlo, intende proprio stimolare il desiderio di andare oltre il già conosciuto, per quanto ampio esso sia ritenuto. Sia il materialista, che si ferma alla finitezza del mondo dei cinque sensi, sia l’agnostico che pensa di risolvere il dilemma astenendosi dal formarsi una opinione, sia chi ha semplicemente fede in un altro mondo, tutti costoro possono ritenersi esonerati dalla ricerca. A questo punto, il realista può obiettare che poiché viviamo in una società complessa la libertà infinita, al di là di ogni ragionamento, è impraticabile. IL passo dopo passo che ho più volte proposto indica un processo, non un punto di arrivo, ed è questo l’importante. E’ diverso il mio atteggiamento interiore ed è diversa la realtà che ne consegue con le mie azioni, se penso sia possibile ampliare la mia libertà verso l’infinito, o se reputo la cosa impossibile, inconoscibile. Rischiamo persino di non vedere o di sottovalutare ciò in cui siamo realmente e sicuramente liberi, già da ora, cioè nel nostro pensare. Ognuno di noi ha la libertà di pensieri all’infinito e credo di aver già dimostrato in precedenza che quella che definiamo realtà altro non è se non pensieri materializzati, a cominciare dalla natura che ci circonda, che possiamo considerare i pensieri divini materializzati. Altrimenti non ci resta che accontentarci di pensare al caso (v. quinto luogo comune), concetto ben più astratto di quello di infinito. Eppure la scienza spiega la nascita dell’Universo con una eccezionale superstizione; la teoria del big bang, ovvero un attimo prima il nulla, poi l’universo che per caso contiene tutte le sue leggi, pronte e impacchettate. Possiamo osservare e partire dalla materia per intuire l’esistenza di un mondo spirituale e cercare di conoscerlo cominciando dall’ampliamento del pensare, senza porci limiti, funzionali questi solo a chi ci vuole controllati e controllabili. E’ questa la libertà infinita.

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Come si potrà rilevare nel prosieguo, la “costellazione” dei luoghi comuni è tale che si può cominciare a sbrogliare la matassa da qualunque punto, e man mano che ci si avvicinerà al centro, la nostra capacità di pensare creativamente sarà aumentata. Si potrà obiettare che questo processo è talmente ambizioso che una vita sola non basta per realizzarlo. E’ vero, ma chi pensa questo deve anche considerare che ”si vive una volta sola” è un ennesimo luogo comune, forse impegnativo da superare, ma che affrontiamo subito.

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Secondo luogo comune

Si vive una volta sola Chi di noi non ha pronunciato questa frase almeno una volta? Per giustificare a se stessi qualche strappo alla regola, una spesa eccessiva che non ci si poteva permettere, un viaggio, o anche solo un secondo dessert, e altro di questo tipo. E’ una frase che quasi sempre viene pronunciata con leggerezza, ritenendola normale, mentre essa è densa di significati molto profondi, come cercherò di esaminare, limitandomi ad alcune riflessioni generali su un argomento che richiederebbe molto più spazio. Perché dunque abbiamo bisogno di trovare una giustificazione ad un comportamento che di per se potrebbe non richiederlo? Perché possiamo dire:” Ma sì, in fondo si vive una volta sola!”? Anche solo ad un primo sguardo superficiale ci accorgiamo che questa frase nasconde una paura, quella di non poter arraffare abbastanza di quanto il mondo esterno ci offre; quindi vi è una certa avidità di fondo che ci spinge a fare qualcosa che riconosciamo quasi eccessiva. Insomma, se non vivessimo una volta sola, sembrerebbe, potremmo anche permetterci di rinunciare o procrastinare la spesa, il viaggio, il dessert,ecc.. Cominciamo col chiederci quale fondamento reale abbia questo luogo comune, come sia sorto e quali effetti esso provochi, visto che è oggi largamente condiviso, almeno nel mondo occidentale. Si tratta di un combinato disposto che unisce saldamente la cultura cosiddetta laica e quella cosiddetta cattolica, entrambe convinte assertrici che la vita nella materia, l’incarnazione sia un evento unico per ogni individuo. Che poi alla fine della vita possa esserci il nulla, un premio o una punizione diventa, per ciò che ci riguarda ora, secondario.

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Saremmo dunque portati a pensare che se un convincimento così profondo è condiviso da due visioni che si presentano opposte tra loro, esso avrebbe molte probabilità di essere vero. In realtà, gli apparenti scontri tra laici e cattolici sono fumo negli occhi, in quanto nessuna delle due fazioni ha in realtà la conoscenza di cosa avvenga dopo la morte o sia avvenuto prima della nascita; gli uni negano che esista altro oltre la materia, o sono agnostici a tale problema, gli altri credono all’esistenza di un mondo spirituale, hanno fede che esso esista, ma lo ritengono insondabile, inconoscibile, al di fuori della portata umana. In entrambi i casi manca l’anelito proprio alla conoscenza di questa realtà non sondabile dai cinque sensi, in quanto se questa conoscenza si possedesse, o quanto meno la si ricercasse, non ci sarebbe la necessità di averne fede, come non c’è bisogno di avere fede nel mondo materiale; d’altro canto c’è chi ritiene di dover limitare la conoscenza solo a quest’ultimo. Se si ha solo fede in qualcosa si è esonerati dalla ricerca e dalla conoscenza; e se non si ha fede si può facilmente accontentarsi di un sapere intellettualistico, parcellizzato, di pensieri morti privi di slancio vitale, privi di idealità morale, come oggi appare permeata la cultura accademica, in particolare quella scientifica. Solo la conoscenza di chi siamo, da dove veniamo e per quale scopo siamo qui può farci avere a questo riguardo una base solida su cui poggiare. Ecco che allora assistiamo a dibattiti dogmatici sui temi definiti sensibili, quali l’eutanasia, l’aborto, la procreazione assistita, nei quali i cosiddetti “esperti” di entrambi gli schieramenti parlano di ciò che non conoscono; i laici affannandosi a dimostrare verità scientifiche che poggiano su terreni traballanti poiché basate su una scienza che si illude di trovare nella materia stessa la spiegazione dell’Uomo; i cattolici che cercano di far coincidere la sacralità della vita con una fede che non possiede conoscenza, delegata volentieri, questa ultima, alla scienza materialistica.

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E’ curioso che per definire questi temi si sia scelto il termine sensibile, volendosi riferire alla delicatezza di queste materie, che toccano molto in profondità la sensibilità umana; ma un altro significato è proprio quello di legato ai sensi; una involontaria ammissione di concezione solo materialistica da entrambi gli schieramenti. E’ lecito allora, per andare oltre, chiedersi se si possa porre la questione, almeno in via di ipotesi, se l’Uomo viva più di una vita nella materia. E’ talmente diffusa la convinzione che solo ciò che vediamo e tocchiamo possa fornire una spiegazione scientifica che non prendiamo neppure in considerazione il fatto che man mano che il nostro pensare si libera da schemi precostituiti, dai dogmi di ogni tipo, sia possibile avvicinarsi con altrettanta, se non maggiore, scientificità a realtà non indagabili con gli attuali metodi della scienza. Proviamo dunque a dare più fiducia al nostro pensare. Chiediamoci anzitutto quale sia lo scopo della vita, perché dalla risposta deriva un differente orientamento. La prima ipotesi è che esso sia quello di godersi il più possibile tutti i piaceri che la vita offre. L’altra ipotesi, polare alla precedente, è quella di concepire la vita come sofferenza dovuta per espiare un peccato originale, ed essa servirebbe per ottenere una vita eterna di beatitudine passiva o di pene infernali. Tra questi due poli ci sono poi infinite varianti, ma per semplicità ci limiteremo ad essi, per poi cercare la terza via. Tutto ciò che ci viene proposto dalla cultura dominante sembra rispondere bene alla prima ipotesi; si vagheggia un benessere solo materiale, crescente all’infinito, e ci si limita ad esso; il fatto che depressioni e malattie siano in crescente aumento sembra però dimostrare che il vuoto esistenziale non può essere riempito solo da cellulari tuttofare, notti bianche, percorsi eno-gastronomci, automobili, canali satellitari, ecc..

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Per contro, la visione proposta dal Clero che amministra la Chiesa, che ancora vorrebbe tenere l’umanità bloccata ad uno stadio infantile, con dogmi e inferni paventati e paradisi di vita eterna astratta e riposante, mostra anch’essa tutti i suoi limiti. I credenti diminuiscono progressivamente col crescere del potere materiale del Clero. Quindi il “si vive una volta sola” sta bene a tutti, sia a chi prende spunto per esercitare i più bassi egoismi, accumulare e arraffare denaro e potere (o anche solo riempire i carrelli dei Centri Commerciali...), sia a chi cerca ancora di tenere a freno l’umanità con lusinghe e paure. I dogmi imposti oggi dalla scienza, dal sistema economico, dal cosiddetto libero mercato, dal materialismo, dalla vita comoda e spensierata sono oggi quasi più feroci di quelli religiosi perché questi ultimi vengono ormai disattesi dagli stessi credenti, mentre i primi sono molto seguiti e accettati. L’Uomo odierno è stretto nella morsa della Paura, con la p maiuscola, poiché non è specifica; non solo quella dell’aggressione, dello straniero, della crisi economica, del domani, del destino, e neppure solo la paura della morte, ma del vuoto esistenziale nel quale è immerso, l’assenza di uno scopo per cui valga la pena vivere. E’ evidente allora che occorre uscire da questi due poli apparentemente opposti e in realtà simili, e così facendo troveremo forse qualche risposta in più. Se pensiamo che la vita umana debba avere un senso che ci convince, qualcosa di diverso dal caso, facciamo un ipotesi più realistica e introduciamo una parola che cambia la nostra visuale statica, immobile e deterministica. La parola magica è evoluzione. Il Creatore ci mette di fronte la natura affinché noi, osservandone le leggi cicliche, deterministiche ma molto sagge che la governano, possiamo servircene non per distruggerla ma per farne un punto di partenza di conoscenza e poterne andare al di là, ovvero usare quella libertà, che solo l’Uomo possiede, per evolvere nel livello di coscienza e nei comportamenti morali (nella sua più ampia accezione) che ne derivano.

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Visto così, non solo non ha senso concepire il castigo o il premio, ma acquista significato il pensare che l’Uomo possieda uno spirito eterno, il quale ogni volta scende nella materia e si incarna per proseguire la sua evoluzione, correggendo di volta in volta gli errori fatti, che di vita in vita gli ritornano come destino, come compito da assolvere per poter proseguire. Perché vi è tanta resistenza ad una idea di questo tipo, che qui può essere accennata per sommi capi data la sua complessità? Un spiegazione può essere data dal fatto che questa ipotesi ci toglie ogni alibi e ogni possibilità di attribuire ad altri colpe e responsabilità di ciò che ci accade. E’ più comodo, più apparentemente liberante, accanirsi contro un destino “cinico e baro”, la sfortuna, i genitori, la società, ecc.. Di fronte alla possibilità non solo logica ma ricca di prospettive appassionanti che l’Uomo abbia a disposizione molte vite nella materia per portare a compimento il suo compito, ovvero divenire uno spirito creatore usando la libertà che lui solo possiede, si reagisce in genere o con un sorriso di condiscendenza, quasi si trattasse di superstizioni infantili, o negando questa possibilità con varie motivazioni e obiezioni. Analizziamone alcune e in questo modo amplieremo ancora questa ipotesi. Obiezione L’idea che si possano vivere molte vite nella materia sembra fatta apposta per consolare l’Uomo ed esorcizzare la paura della morte. Ma dove sono le prove?

La scienza materialistica ci ha abituato a pensare che solo ciò che è scientifico sia provato, e così facendo ha ristretto il significato di scientificità limitandolo alla sola materia.

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Ad esempio, se dico di avere male al dente, ho forse bisogno che il dentista ne attesti la sua scientificità? Non è il dente cariato che dimostra che io sento dolore, perché anche un’ora prima esso era ugualmente cariato ma non doleva ancora. Siamo abituati a cercare le prove all’esterno di noi e le verità scientifiche, come sono oggi intese dalla scienza ufficiale, le verità cosiddette oggettive (v. settimo luogo comune) sono ormai quasi tutte attestate da macchine e computer, e sono però poi paradossalmente desunte da teorie, parametri e protocolli soggettivi, che infatti cambiano in funzione dei risultati che si vogliono raggiungere. Il fatto che la scienza ufficiale sia continuamente costretta a modificare le sue verità dimostra che in fondo essa procede a tentoni, senza una base solida di pensiero. Il pensiero scientifico, o meglio quella che dovrebbe essere la filosofia della scienza, è oggi nei fatti sconosciuta, o meglio si ritiene di non averne alcuna necessità, e così la scienza procede attraverso ipotesi sempre più astratte e distanti dalla intera realtà umana, limitata appunto al corpo fisico, ai sensi, alla materia. La prova che essa è in un vicolo cieco la possiamo constatare nella schizofrenia delle sue verità, e ogni volta che vi è una nuova scoperta essa sostituisce la precedente. Chi ricerca la conoscenza non ha questa necessità di distruggere l’ipotesi precedente, poiché man mano che procede le sue verità si allargano e si integrano, senza necessità che l’una abolisca l’altra. E’ la stessa differenza che corre tra la visione distruttiva e di lotta che vediamo affermata oggi, ed una di concordia, nella quale le diversità siano arricchimento reciproco. In sostanza, perché il mio mal di denti non è considerato oggettivo e lo diventa solo se suffragato da prove esterne a me? Tutto ciò per dire che se cominciassimo a dare più fiducia al nostro pensare, ad allenarlo a percepire non solo l’esterno

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ma anche ciò che agisce dentro di noi, potremmo accorgerci di non aver bisogno che una autorità esterna, sia essa il papà Stato o mamma Chiesa ci attesti ciò che è vero e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non lo è. Ci convince davvero l’idea che tutto il patrimonio dei nostri pensieri, sensazioni, aneliti, idee, il nostro mondo interiore unico e irripetibile, ci convince davvero l’idea che tutto ciò nasca dal nulla e termini nel nulla? Perché una persona vive nell’indigenza e un’altra nell’abbondanza? Perché uno nasce con un grave handicap? Con la visione materialistica sono domande senza risposta, a meno di non accettare il caso o la sfortuna come risposte sensate. Se vogliamo smettere di essere solo credenti in qualcosa dobbiamo divenire conoscenti. Quando conosco non mi serve più credere e se credo significa proprio che non conosco. La conoscenza non può che essere acquisita dal mio pensare. Non si tratta di arroganza, anzi non occorre certo escludere ciò che ci giunge dall’esterno, o la conoscenza che già esiste; dico che solo il mio pensare mi può dare la prova, non l’imprimatur di qualsivoglia istituzione. E allora, il pensiero che la mia vita sia frutto delle mie scelte operate in vite precedenti ha una base più o meno solida rispetto al caso? Il pensare che l’evoluzione possa procedere di vita in vita in maniera del tutto analoga a come procede dall’infanzia all’età adulta in una sola vita, ha una base più o meno solida rispetto al nulla o all’eterno premio o castigo? Il pensare che sia io a costruirmi gli accadimenti di vita in vita, così come mi costruisco quelli all’interno di una vita, non poggia su una base consolidata della nostra esperienza, del nostro sentire interiore? Rispondere a queste domande può forse significare scoprire che le vere superstizioni sono proprio i dogmi scientifici o religiosi che noi ingoiamo in automatismo, e che anestetizzano poco a poco la nostra capacità di pensare.

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Obiezione Perché allora non abbiamo alcun ricordo delle nostre vite passate? Il fatto che non ricordiamo neppure i primi tre anni di vita significa forse che non li abbiamo vissuti? Proviamo ad esercitare il nostro pensare partendo dal presupposto che l’evoluzione di vita in vita sia una ipotesi convincente. Se così è, diventa sensato immaginare che nel corso dei millenni le condizioni e i compiti evolutivi dell’umanità non siano sempre gli stessi e che ogni volta, in ogni vita, occorra superare certi ostacoli, fare esperienze per assimilarli e progredire. Pensiamo anche, per analogia, a cosa ci accade all’interno di una sola vita, quante cose e avvenimenti noi dimentichiamo perché li abbiamo ormai trasformati; ad esempio sappiamo scrivere ma abbiamo forse dimenticato le regole di grammatica studiate nelle elementari. In altre parole in questi casi dimenticare è il presupposto per progredire. Infatti la nostra esperienza dovrebbe comunicarci che tenere tutto nella coscienza e nel ricordo sarebbe come accumulare in casa nostra tutto ciò che abbiamo comprato nella vita. Dimenticare, almeno nell’attuale fase evolutiva dell’umanità, significa essere più liberi in ogni vita di aprirsi al nuovo. Vi sono in realtà parecchi casi di persone che asseriscono ricordarsi le loro vite precedenti, ma tralascio volutamente questa argomentazione perché preferisco limitarmi al normale pensare senza cercare il sensazionale. Obiezione La vita è sofferenza e fatica, perché dovremmo essere contenti di altre infinite sofferenze?

Questa obiezione giunge in genere da persone la cui situazione di vita è più o meno pervasa dalla sofferenza e merita tutto il nostro rispetto.

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Occorre però immettere qualche elemento in più. Noi non ci stupiamo se ad una persona che, ad esempio, mangia in maniera spropositata, a tutte le ore, cibi malsani, una persona che, come si suole dire, vive per mangiare, sopraggiunge una malattia grave, perché sappiamo che in qualche misura ha contribuito a procurarsela. Neppure ci stupiamo se una persona abituata a guidare l’auto in maniera spericolata subisce un incidente grave. E’ così illogico pensare che gli effetti di un comportamento da me tenuto nella vita si possano ripercuotere in una vita successiva? Si può obiettare, ma a quale scopo tutto ciò? Come una malattia ha lo scopo di provocare evoluzione nella coscienza della persona, in analogia possiamo ritenere che la sofferenza in una vita possa essere il risultato delle sue scelte libere in una vita antecedente. Anche la vita di tutti i giorni ci dimostra che ogni azione genera una reazione corrispondente, potremmo dire anzi che si tratta di una legge cosmica. Riguardo poi alla sofferenza, si potrebbero fare molte considerazioni ma mi limito ad una sola. La vita sulla Terra, la vita nel mondo materiale, ci consente una quantità enorme di esperienze, di percezioni, tali che arricchiscono la nostra evoluzione, ci consente la conoscenza e la possibilità di usare il pensare creativo. La concezione del peccato originale è stata distorta a tal punto da farci pensare che dobbiamo continuamente espiare colpe antiche, mentre si tratta di conquistare, passo dopo passo, quella concezione morale che, a partire dal mondo della saggezza che la natura ci pone di fronte, ci porti da un lato alla evoluzione individuale e contemporaneamente a quella dell’umanità considerata come organismo unico (v. sesto luogo comune). Il mondo della saggezza, la natura, diventa allora base e fondamento per il mondo dell’amore (v. primo luogo comune). Qualcuno dirà che è una visione romantica, ma così come non penseremmo di danneggiare un nostro organo o tessuto o cellula, così dovremo trasformare un ennesimo luogo

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comune mors tua vita mea in un più umano vita tua vita mea. Una umanità che ha paura del nulla o di un eterno castigo è una umanità bambina. Anche un Paradiso immaginato come luogo di un eterno far nulla, teorica beatitudine, sembra una proiezione della continua ricerca di comodità, dogma della visione materialistica. Il pensiero di una umanità composta da Uomini liberi, Spiriti Creatori che evolvono nel corso della vita e che evolvono di vita in vita, mi sembra essere appassionante e infondente il necessario calore animico, l’anelito alla crescita anche spirituale.

Preferiremmo rimanere bambini irresponsabili? Come mai allora ogni bambino anela a diventare grande? L’enorme spinta alla conoscenza del mondo esteriore che possiamo vedere all’opera in un bambino di un anno, può essere trasformata, nel corso della vita, in anelito di conoscenza interiore, e allora possiamo cominciare ad intuire che per questo antico e nuovo conosci te stesso una vita sola, per intensa che sia, non sembra proprio essere sufficiente.

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Terzo luogo comune

Chi lascia la strada vecchia per la nuova... ...sa ciò che lascia ma non ciò che trova. Questo luogo comune, questo antico proverbio mi è stato proposto perché anch’esso legato al tema della libertà, tema già trattato in precedenza. Certamente esiste questo legame, ma in questa sede vorrei affrontare l’argomento da una differente angolatura, iniziando col porre una domanda: Cosa intendiamo per evoluzione della coscienza umana? Prima di cercare risposte a questo interrogativo, bisogna riconoscere che anche questo proverbio, divenuto luogo comune, contiene elementi di saggezza, importanti in situazioni nelle quali è richiesta prudenza, o quantomeno riflessione, prima di intraprendere una strada nuova. Inoltre, come già rilevato nella frase di Voltaire relativa alla libertà, il suo significato, certamente importante al momento del pronunciamento, può man mano scemare nel tempo e divenire opposto rispetto alle intenzioni iniziali e usato per fini diversi. Ecco perché la domanda posta mi sembra consenta di allargare ulteriormente non solo il concetto di libertà umana, ma legarlo anche a quello di evoluzione della coscienza umana, essendo essi intimamente connessi. Come possiamo dunque intendere oggi questo proverbio? La concezione di evoluzione umana che la scienza ci propone altro non è che una estensione all’Uomo della teoria evoluzionistica di Darwin, di cui si è già accennato proprio a proposito della libertà, dove ho cercato di dimostrare che l’Uomo appartiene ad un regno a parte, il regno umano, e non al regno animale, poiché possiede

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l’autocoscienza e dunque la libertà di modificare, nel bene e nel male, le leggi deterministiche della natura. Senza questa fondamentale differenza, non resterebbe che applicare all’evoluzione umana le stesse leggi riscontrabili in natura e concepire la lotta per la sopravvivenza come unica spiegazione scientifica. Peraltro, anche in natura non mancano esempi diversi, ma questo argomento ci svierebbe ora da quello che vorrei mettere al centro, cioè proprio l’Uomo. Partiamo dunque dall’Uomo, il quale, dalla nascita alla morte, evolve non solo biologicamente, ma anche (e lui solo) nel livello di coscienza. Possiamo osservare alcune tappe di questo processo, alcuni salti evolutivi. Completata la prima dentizione, il bambino si stacca dal seno della mamma; al completamento della seconda dentizione (6-7 anni) è pronto ad iniziare il primo vero contatto col mondo esterno; a 14-15 anni il ragazzo è pronto ad una maggiore indipendenza e la richiede con forza; a 21 anni è pronto al completo distacco dalla famiglia; a 35 anni, nel mezzo del cammin di nostra vita, raggiungiamo la maturità e da questo punto in avanti acquistiamo una sempre maggior capacità di comprensione dei fenomeni e di noi stessi. Ovviamente, in questo percorso evolutivo dalla nascita alla morte, qui delineato nelle sue linee generali, intervengono infinite variabili individuali, ma l’impianto evolutivo, per così dire, resta valido. A tutte le tappe descritte, oltre ai cambiamenti sul piano biologico, si accompagna una continua metamorfosi del livello di coscienza. Posiamo osservare come le forze vitali biologiche, enormi in un neonato man mano scemino sino alla vecchiaia e alla morte. Il livello di coscienza segue un andamento opposto, cresce progressivamente col decrescere della spinta vitale, e se la saggezza di un anziano oggi sembra oscurata dal numero crescente di malattie riconducibili alla demenza senile, il motivo principale

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deve essere ricercato nel fatto che l’umanità fa resistenza nel lasciare la strada vecchia, come cercherò di dimostrare. Tra un neonato e un bambino di un anno esiste già una enorme differenza di livello di coscienza, e se il primo può ancora sembrarci un “piccolo animaletto”, ben presto non è più così, e anzi anche da questo fatto ci accorgiamo della differenza tra il regno umano e il regno animale. Cosa avverrebbe se ad ognuna delle tappe evolutive descritte si volesse conservare la strada vecchia senza rischiare quella nuova? Un bambino di tre anni che richiedesse ancora il seno della mamma, un adolescente che non reclamasse indipendenza, ci desterebbero credo qualche preoccupazione. Ma anche, dal polo opposto, un settantenne che si comportasse da adolescente dovrebbe egualmente stupirci e comunicarci che la strada vecchia, non ancora abbandonata inibisce la conquista di quella nuova della saggezza. Sono tutti esempi nei quali vi è un ritardo o addirittura una compromissione della evoluzione umana, la quale avviene dunque su almeno due livelli: il piano biologico, fondamento per quello dell’evoluzione della coscienza. Ogni tappa evolutiva, sia sul piano biologico che in quello della coscienza, deve essere pienamente vissuta per poter essere abbandonata, deve essere esperita per poter essere trasformata in un superiore livello di coscienza. Facendo una disamina retrospettiva della propria vita, quasi certamente si scoprirebbe di aver fatto scelte improprie, e soprattutto di non averne fatte altre più efficaci, ma ciò è una ulteriore prova che il nostro livello di coscienza personale si è comunque elevato, viceversa non potremmo neppure fare una simile constatazione. Vista da questa angolatura, la nostra vita è un susseguirsi di strade vecchie vissute, esperite e superate da quelle nuove, e l’utilizzo della libertà è anch’esso progressivamente aumentato.

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Bene, come non possiamo accontentarci dell’osservare il piano puramente biologico e materiale dell’Uomo nel divenire della vita, tra nascita e morte, in perfetta analogia non si vede perché dovremmo limitarci, rispetto all’evoluzione dell’umanità intera, ai fatti materiali, alle guerre, alle rivoluzioni industriali, agli aspetti economici, e a tutto ciò che riempie i libri di storia. La domanda iniziale può dunque a questo punto venire ulteriormente ampliata: Cosa intendiamo per evoluzione dell’umanità considerata come un unico organismo? L’analogia tra organismo umano e organismo sociale mi sembra necessaria e anzi basilare. Come ogni nostro organo, tessuto, cellula, oltre che bastare a se stessi sono necessari a tutto l’organismo, così ogni essere umano possiamo sentirlo e considerarlo parte essenziale del tessuto dell’intera umanità (v. sesto luogo comune). Partendo da questi presupposti, possiamo allora chiederci: Nella storia dell’umanità quante volte è stato necessario lasciare la strada vecchia per poter evolvere nella coscienza? E a quale prezzo e soprattutto perché? Come nella vita tra nascita e morte la libertà viene conquistata con l’avanzare dell’età, possiamo pensare che anche per l’umanità, nel corso dei millenni, sia avvenuto un fenomeno analogo? Partiamo dunque da quella che, nella nostra tradizione, è la prima “strada vecchia” abbandonata: il Paradiso Terrestre, cercando di andare al di la dell’allegoria e di rappresentarcelo come stato di coscienza, non luogo esterno all’Uomo, in cielo o da qualche altra parte, ma dentro di lui. L’Uomo era ancora, per così dire, nel grembo della divinità, come un bambino prima di nascere è nel grembo materno, e, proprio come quest’ultimo, era totalmente dipendente dalla “mamma divina”.

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Poi la “cacciata”, il peccato originale e la “punizione” della discesa nel mondo materiale, come il bambino che viene al mondo, l’abbandono di un luogo nel quale si poteva avere tutto fuorché una cosa: la conoscenza del Bene e del Male, dunque la libertà di scegliere. Seguendo l’analogia, è il bambino che viene nutrito, protetto, riscaldato, coccolato nell’acqua calda del ventre della mamma; ha tutto fuorché una cosa: la possibilità di scegliere, di conoscere. L’Uomo scende allora nel mondo fisico come il bambino esce dal ventre e nasce. Come possiamo immaginare quest’Uomo che ha abbandonato un mondo incantato e deve faticosamente prendere possesso di un ambiente nuovo, che si presenta ostile? Possiamo immaginarlo come un bambino appena nato, che conserva il ricordo, la nostalgia del mondo da cui proviene, nel quale si rifugia ancora per molte ore ogni giorno scivolando nel sonno. Come il bambino viene amorevolmente protetto dalle cure della mamma, anche l’Uomo dei primordi ha ancora un contatto diretto, un rapporto col mondo spirituale ma con una coscienza che possiamo definire crepuscolare, una specie di stato di sogno. L’antichissima civiltà indiana, ad esempio, per riconquistare questo contatto praticava lo yoga ed era poco interessata ad esperire il mondo materiale, anelando al ritorno nel Paradiso perduto. Anche il neonato in fondo sembra ancora vivere in quel mondo, ma progressivamente acquista sempre più interesse all’esterno da se. Così anche l’Uomo, nelle successive civiltà, quella Persiana, Egizia, Caldaica, Assira, Babilonese, Ebraica, Greca, Romana, sino ai giorni nostri, acquista un interesse crescente verso il mondo della materia, il mondo esperibile ai cinque sensi, e lo sperimenta sempre più a fondo, sino allo sviluppo scientifico e tecnologico odierno.

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Il suo livello di coscienza e di autocoscienza cresce progressivamente, proprio come il bambino che avanza negli anni. Ma proprio come il bambino deve rinunciare, man mano che il processo avanza, alla tutela dei genitori, per poter acquisire una libertà individuale sempre maggiore, così l’Uomo ha dovuto perdere sempre più il contatto col mondo spirituale, e quando lo ha perso del tutto come esperienza diretta, ha avuto bisogno della religione per mantenere un qualche legame col mondo spirituale. Lasciando da parte molti aspetti interessanti che ci svierebbero dal nucleo che qui interessa, possiamo allora ritenere l’Uomo odierno ormai totalmente inserito nel mondo della materia anche come suo normale stato di coscienza, da aver, per così dire, dimenticato i “genitori”. Pensiamo al periodo della nostra vita nel quale, intorno ai 35 anni, abbiamo conquistato l’indipendenza, siamo gravati da compiti importanti e faticosi e “dimentichiamo” i genitori che magari ci telefonano perché si sentono soli, e noi abbiamo poco tempo da dedicare loro. Ecco, possiamo proprio delineare la nostra epoca materialistica come quella in cui il mondo spirituale viene dimenticato, proprio come gli anziani genitori che affollano sempre più numerosi le cosiddette case di riposo. Dunque abbiamo fatto male ad abbandonare il Paradiso? Perché scegliere di conquistare con fatica ciò che prima ci veniva elargito a piene mani? Non era meglio tenersi la “strada vecchia” e rinunciare a quella nuova, quella della conoscenza e della libertà? La risposta è piuttosto semplice, anche se sembra che l’umanità attuale stenti a comprenderla e continui pervicacemente a cercare nella materia ciò che in essa non può trovare. In altri termini, ogni strada nuova diviene prima o poi strada vecchia e occorre sempre rinnovarla, altrimenti ciò che in un periodo era positivo per

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l’evoluzione umana (e personale) in futuro trasforma inesorabilmente nel suo contrario.

si

La scienza, e soprattutto la tecnologia, patrimonio di conoscenze che l’Uomo si è conquistato, sono oggi sempre più utilizzate per controllare l’umanità anziché favorirne l’evoluzione della coscienza. Quello che oggi appare sempre più evidente è il divario crescente tra le applicazioni consentite dalla tecnologia e il livello di coscienza morale umana. Ogni conquista nel piano materiale viene quasi sempre utilizzata per fini bellici, anzi sovente è questo lo scopo stesso della ricerca. L’Uomo ha imparato sinora a manipolare ed usare il regno minerale, la materia inanimata, e cerca di applicare lo stesso metodo di ricerca al vivente che non conosce (v. quinto luogo comune). Paradossalmente si vorrebbe riconquistare qui, nel mondo della materia, la beatitudine paradisiaca attraverso le cosiddette comodità, si ricerca l’immortalità fisica, si manipolano piante, animale e l’Uomo stesso come apprendisti stregoni, ignari delle conseguenze, e si usa il mondo finito come se fosse infinito. Tutti esempi che si stà cercando nel posto sbagliato. Questa “strada vecchia” deve ormai essere abbandonata per quella nuova dell’ampliamento della nostra coscienza materialistica la quale cominci a riabbracciare gli dei creatori. Ma come, si dirà, già prima eravamo presso il divino, e allora tutto è stato inutile? Si dimentica la cosa più importante. L’Uomo non riconquisterà il contatto col mondo spirituale con lo stesso livello di coscienza col quale era partito, ma arricchito di esperienza e di conoscenza e soprattutto esso avverrà se lo decide per libera scelta.

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Riprendendo l’analogia iniziale, anche nella vita individuale con la morte l’Uomo torna al mondo spirituale (v. secondo luogo comune), e così l’umanità potrà tornare in grembo agli dei non più neonata e dipendente ma avendo imparato comportamenti amorevoli anziché distruttivi. Mi sembra questa l’essenza del messaggio che 2000 anni fa ci è stato portato, e proprio nella parabola del figlio prodigo possiamo vedere simbolicamente questo ritorno. Festeggiare il figlio “cattivo” che ha avuto il coraggio di staccarsi dal padre non è tanto un esempio di perdono, ma la festa è per il nostro ritorno, perché anche noi, come lui, abbiamo toccato il fondo ed ora non resta che incamminarci sulla strada del ritorno. La strada è sì la stessa ma noi siamo cambiati, o meglio dovremo sempre più essere cambiati nel livello di coscienza, e possiamo guardare la via del ritorno e la sua meta non più con animo infantile ma arricchiti di esperienza e di conoscenza. Soprattutto il tornare o meno non può che essere una nostra scelta libera. Dunque, il proverbio in oggetto possiamo forse meglio oggi declinarlo nella maniera seguente: chi lascia la strada vecchia per la nuova non rimpiange quel che lascia intuisce quel che trova e ci prova, ci prova e ci riprova.

Obiezione Anche la scienza ci ha fatto progredire ed è anch’essa alla continua ricerca di strade nuove, prima o poi riuscirà a trovare tutte le spiegazioni.

Per rispondere adeguatamente a questa importante obiezione, voglio riportare l’esempio citato da Rudolf Steiner

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(v. postfazione), perché credo sia molto profondo nella sua semplicità:

“Una carrozza avanza tirata da un cavallo, a cassetta sta il cocchiere. Alcuni prescindono dal cocchiere e dicono che è il cavallo che tira la carrozza. Su questo si fonda la dottrina darwinista: semplicemente si prescinde dal cocchiere. Che il cocchiere guidi il cavallo sarebbe un antico pregiudizio... La teoria darwinistica è del tutto basata sul modello di questa logica. Grazie alla sua unilateralità essa portò naturalmente alla luce verità positive, verità della massima grandezza, ma in tal modo venne oscurata una visione complessiva della realtà. Oggi l’interpretazione di molti fatti scientifici soffre perché non si vede il cocchiere. Si parla di cause e di effetti ma si cerca la causa del muoversi della carrozza solo nel cavallo, considerando poi ciò come un grande progresso. E scambi del genere si trovano ad ogni passo nella scienza di oggi senza che lo si noti. D’altra parte non è possibile dimostrarne la falsità perché non è errato che il cavallo tiri la carrozza. E’ del tutto esatto, ma qui il punto non è il giusto o l’errato. Di conseguenza i pensatori materialistici possono sempre confutare il pensatore spiritualista che sa che vi è un cocchiere. Ciò mostra a che cosa conduce una comprensione solo cavillosa, acuta e critica, quale gli spiriti delle tenebre vorrebbero fornire agli uomini. Non si bada che la cosa sia giusta e nemmeno alla sua completezza, ma a qualcosa che appunto sia giusto secondo il modello del cavallo che tira la carrozza...Si può essere molto logici e in pari tempo molto lontani dalla realtà.” Come si può osservare, non si critica il materialismo, se ne mette in luce solo la sua unilateralità; né si critica la logica in quanto tale, si rileva solo il fatto che i risultati della sua applicazione sono relativi alla realtà limitata che si intende considerare; ci si può limitare al cavallo o cercare il

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cocchiere che non è accessibile ai cinque sensi, e questo attiene alla libertà dei singoli individui. La scienza materialistica è certamente alla continua ricerca di infinite strade nuove, ma sempre all’interno della sua stessa visione; talvolta giunge a spiegare i fenomeni appoggiandosi alle ruote del carro, più ancora che al cavallo, e in taluni casi abolisce persino la logica. Perché avviene tutto ciò? Vorrei cercare di rispondere con una immagine: Una persona si aggira sempre più nervosa in una stanza nella quale l’ossigeno diminuisce e non c’è ricambio d’aria. E’ sempre più disperata, picchia sul muro, sbatte la testa ma non prova neppure ad aprire la porta della stanza. Alcuni gli hanno detto che è finta, altri che non si sa cosa ci sia fuori, altri ancora che la porta non esiste. Potrebbe cercarla, potrebbe provare almeno ad aprirla, ma non lo fa perché proprio non riesce a vederla. Ciò che vediamo accadere nel mondo ci pone domande sempre più stringenti alle quali rispondere, in tutti i campi della vita quotidiana. Sta alla libertà di ciascuno di noi decidere se le strade nuove prospettate dalla scienza siano davvero tali o se occorra cercare, aprire e varcare quella porta. . Obiezione La Religione serve proprio a tenere vivo questo rapporto col mondo spirituale. Di cos’altro c’è bisogno? Per rispondere a questa obiezione seguiamo brevemente l’evoluzione dell’umanità da un’altra angolatura. In tutte le epoche e in ogni civiltà sono sempre esistite scuole misteriche, all’interno delle quali si coltivavano insegnamenti e pratiche di vita che permettevano un contatto diretto col mondo spirituale attraverso l’iniziazione.

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Negli antichi imperi orientali non vi era distinzione tra il piano materiale e quello divino, tra il sovrano e il Dio. Poi il sovrano è divenuto rappresentante in Terra della divinità. In una terza fase è avvenuta la separazione dei due poteri e il sovrano, rappresentante del potere temporale, era legittimato dal potere ecclesiastico. Oggi i due poteri sono formalmente separati e indipendenti e quello temporale è legittimato dal popolo. Nella dinamica necessariamente schematica di questo processo, possiamo osservare come ancor oggi siano rimasti strascichi derivanti dalle fasi precedenti; osserviamo, ad esempio nel mondo islamico, realtà in cui vi è ancora identità tra le due sfere; nella Chiesa di Roma, il Papa è ancora considerato rappresentante della divinità. Mentre dunque l’umanità lentamente doveva perdere il contatto col mondo spirituale per i motivi accennati in precedenza, gli iniziati e poi i sacerdoti ne garantivano l’unione. Poi lentamente, di civiltà in civiltà, anche questo contatto continuò a regredire, ma ancor oggi il Clero romano continua a dettare regole morali consone alla strada vecchia, anzi vecchissima. Pur di non perdere il controllo su una umanità in crescita, la Chiesa si è secolarizzata, ha seguito l’umanità nella sua “discesa”, ma il paradosso è che continua a pretendere la fede in una autorità ormai svuotata da quel rapporto diretto col mondo spirituale che la legittimava. Mosè poteva guidare il suo popolo perché possedeva questo contatto e perché il livello di coscienza generale era ancora una sorta di anima di gruppo, ovvero l’individuo non si riteneva autonomo e staccato dal suo popolo come noi ci sentiamo oggi. Oggi l’Uomo si accontenta sempre meno di una generica fede, ricerca sempre più conoscenza e riconosce sempre meno il diritto ad una autorità esterna di dettare regole di comportamento. In una parola l’individuo vuole libertà.

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La strada nuova, come oggi possiamo intravederla, ci porta proprio a superare la cosiddetta divisione dei poteri, delle sfere di competenza di due autorità, separazione che è anch’essa un portato della visione materialistica. La strada nuova deve oggi essere trovata non all’esterno, ma all’interno di ogni individuo, non più separato nella sua coscienza tra una vita materiale e una spirituale. Occorre scoprire e intuire lo Spirito partendo dalla materia e ricomporre l’unità interiore dell’anima. La libertà che posso esercitare nelle mie scelte quotidiane sopporta sempre meno la schizofrenia di un mondo nel quale la doppia morale diventa passiva consuetudine: homo homini lupus nel mondo “reale”, e Uomo devoto, pio e fratello in Chiesa. Questa scissione dell’anima umana richiede una ricomposizione unitaria, un nuovo livello di coscienza, una strada nuova. Termino con un piccolo esempio: posso guardare un albero per valutare quante mele potrò raccogliere e vendere; posso osservarlo e bearmi della meraviglia e del dono della natura; o ancora, posso guardarlo e intuire gli spiriti degli elementi al lavoro nelle radici, nelle foglie e nei frutti. Quale di queste è l’opzione migliore? L’agricoltore materialista sceglierà la prima, l’ecologista romantico la seconda, lo spiritualista la terza. L’opzione nuova, la nuova strada che oggi ci viene richiesta credo sia quella di ricomporre la separazione, tutte le separazioni; nell’esempio, coltivare e raccogliere mele vitali, che uniscano forze terrestri e celesti, coltivate con amore per se stessi e per gli altri, venderle ad un prezzo equo che permetta una vita dignitosa, ed essere grati a chi ha pensato la natura che vediamo materializzata, la natura non sfruttata ma usata come sostrato, fondamento dell’evoluzione del corpo, dell’anima e dello spirito umani.

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Questa e molte altre cose di tenore anche piÚ elevato è in grado di fare ogni spirito umano libero, ma deve sceglierlo; le strade nuove ci possono essere indicate, ma siamo noi, solo noi, a doverle imboccare, ciascuno di noi.

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Quarto luogo comune

La concorrenza e la pubblicità sono l’anima del commercio La Grande Paura, della “crisi”, del paventato crollo del sistema economico occidentale, divenuto ora mondiale, può forse indurci a considerare con più attenzione questo luogo comune, pilastro, fondamento e dogma feroce del cosiddetto “libero mercato”. Da più di un anno, ormai, tutti gli “esperti”, economisti, politici, industriali, sindacalisti, ci hanno ripetuto e spiegato, con dovizia di termini tecnici, con diverse sfumature e accentuazioni, che possiamo stare tranquilli perché tutto tornerà come prima...prima o poi. Nessuno di costoro sembra dubitare, neppure per un attimo, che se tutto tornasse come prima, ci troveremmo molto presto come adesso, anzi certamente peggio. Tutti costoro sono concordi, malgrado le apparenti polemiche di facciata, che sono stati alcuni titoli “tossici” ad aver “avvelenato” l’economia, titoli peraltro messi in circolazione da primarie Banche di tutto il mondo. In coerenza a questa diagnosi, le banche sono state “punite” per le loro malefatte con enormi finanziamenti pubblici, e questo fatto è già di per se sufficiente a farci comprendere la profondità dell’intreccio perverso esistente tra economia e politica, intreccio che, esso sì, avvelena mortalmente il tessuto sociale Ma poiché la causa viene ritenuta accidentale, la terapia proposta è sempre la stessa: consumare, consumare, consumare... Si è fatta una grande indigestione e il medico ci esorta a mangiare sempre di più, per guarire. Possiamo provare a fare una diagnosi più credibile circa la crisi economica e cercare terapie più credibili?

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E’ lecito che si possa avere almeno il dubbio che un modo di consumare e di produrre che genera distruzioni di interi ecosistemi, malattie, che affama più di due terzi di esseri umani, che rende l’Uomo produttore sfruttato e passivo consumatore, non abbia e non possa, per sua stessa natura, avere futuro? Proviamo a riflettere partendo da questo luogo comune, accanto al quale possiamo citarne altri analoghi: mors tua vita mea, pesce grande mangia pesce piccolo, homo homini lupus, ecc. Che cosa significa concorrenza? Il Vocabolario Etimologico di Ottorino Pianigiani una interessante definizione. Concorrenza deriva da concorrere, ovvero cum = currere = correre; convenire da più parti in convergere, affluire. Per estensione figurata: convenire = accordarsi avere una cosa; onde, in modo più speciale, contribuire, e altresì competere, gareggiare.

ci fornisce insieme, e un luogo, per fare o cooperare,

Il termine contempla dunque due significati tra loro opposti, cosa non rara nelle lingue antiche, che ancora esprimevano una visione della realtà più complessa, dinamica, meno unilaterale. Si può infatti concorrere unendo le forze per raggiungere un fine comune, quindi cooperare; oppure si può cercare di sopraffare il concorrente, ed è quest’ultimo significato che noi vediamo affermato in molti ambiti della realtà, segnatamente nella sfera economica, che qui più ci interessa. Il termine anima viene usato oggi non tanto per designare una parte dell’Uomo (si preferisce psiche) ma è retrocesso, per così dire, a indicare ciò che muove, che anima il commercio, l’economia, gli affari, e anche questo fatto è ampiamente significativo; l’evoluzione del lessico è sempre una spia attendibile dei cambiamenti che avvengono nelle coscienze umane. Forse in una economia prevalentemente agricola e artigianale, la presenza di due ciabattini o due contadini al

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mercato poteva essere stimolo alla creatività e alla perizia lavorativa, ma di fronte a ciò che oggi abbiamo sotto gli occhi, ciò che in fondo questa crisi non fa altro che rendere più visibile, di fronte agli effetti prodotti da questo sistema, possiamo ancora ignorare ciò che provoca la concorrenza? E ancora, tra ESSO e TAMOIL possiamo dire ci sia una reale concorrenza? E tra le Banche? Cosa accade quando l’unica cosa che conta è la ricerca esasperata di abbassare i costi con qualunque mezzo, più o meno lecito, per “battere” la concorrenza? Proviamo a fare un esempio. L’operaio, per far quadrare il bilancio familiare, passa da un Centro Commerciale all’altro alla ricerca dell’affare da 9.99 euro, e rischia di non accorgersi che più ne visita e più il carrello si riempie di cose che non aveva alcuna intenzione di acquistare. Nello stesso tempo, la fabbrica in cui lavora, che produce le merci che lui stesso compra, delocalizza la produzione per abbassare i costi, e lo licenzia. Se interrogassimo l’imprenditore, ci risponderebbe che è l’unica sua alternativa per stare sul mercato. La sera poi, l’operaio accende la TV e riceve molti consigli per gli acquisti, riferiti sempre ai prodotti che ha appena comprato, e forse non considera il fatto che, senza i costi pubblicitari, essi costerebbero molto meno. L’economista obietterebbe che quest’ultima affermazione non è corretta in quanto proprio la pubblicità provoca un aumento delle vendite e di conseguenza un abbassamento del costo per unità di prodotto. Ma è proprio la spiegazione tecnica a dimostrare l’immoralità intrinseca di questo modo di concepire l’economia, nel quale si punta sulla quantità, perché se la qualità del prodotto fosse dimostrabile non assisteremmo a messaggi pubblicitari demenziali e fuorvianti. In altre parole, un sistema economico di questo tipo ha assoluto bisogno di aggredire, di addormentare le coscienze; ben altra cosa sarebbe informare correttamente sulle caratteristiche del prodotto.

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Soffermiamoci allora sul secondo aspetto del luogo comune che stiamo esaminando, cioè proprio la pubblicità. In una economia pre-industriale, l’artigiano e il contadino che decantavano i loro prodotti al mercato, creavano una nota di colore e di allegria; ad esempio i vecchi banditori, senza aver frequentato master, con una istintiva tecnica di vendita riuscivano a farsi perdonare le bugie che raccontavano circa l’efficacia dei loro prodotti. Che dire oggi dell’invasione di pubblicità che ci sommerge da radio, tv, giornali, persino via telefono? E’ proprio così normale ricevere consigli non richiesti, edulcorati e falsi, veloci e ripetitivi, per meglio condizionare le coscienze? E’ normale che si pubblicizzino farmaci, concludendo con le parole: “ può avere effetti collaterali anche gravi...”? Il marocchino che sulla spiaggia ci offre con insistenza i suoi prodotti ci irrita e magari lo liquidiamo in malo modo, ma con la ragazza che dal video ci sorride mentre addenta una merendina piena di edulcoranti e coloranti chimici cancerosi siamo forse più indulgenti... Preciso che gli accenni al passato (il banditore, il ciabattino, ecc) non hanno lo scopo di esaltare i “sani valori di una volta”, ma il confronto con il presente serve a farci meglio comprendere che sempre, col procedere del tempo ciò che in passato poteva essere utile diventa, per legge di natura, negativo negli effetti che produce. Nel mondo della materia, il trascorrere del tempo non può che far degradare ogni cosa, salvo che da parte nostra intervenga un cambiamento creativo di modalità e soprattutto un processo di innalzamento morale delle nostre azioni. L’unica concorrenza realmente produttiva dovrebbe esplicarsi nel trovare modalità adeguate a favorire nell’individuo la capacità di effettuare scelte sempre più libere, e verso il bambino il rispetto dei suoi stadi di sviluppo della coscienza. Sarebbe bello assistere ad una competizione di idee e di azioni volte a trasformare le odierne applicazioni tecnologiche indirizzate prevalentemente a fini bellici in altre

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volte a favorire il risparmio di risorse, la produzione di auto non inquinanti, case sicure e ben coibentate. Le solite utopie, diranno i pragmatici, i realisti; e dunque, anziché continuare l’elenco delle storture e aberrazioni di questo sistema economico, vorrei provare a cimentarmi in qualcosa di più arduo. Proviamo allora ad immaginare un modo diverso di produrre, di commerciare, di vivere, partendo dalla trasformazione del luogo comune iniziale. Concorrere a produrre ciò che rende vitale il corpo, eleva l’anima e illumina lo spirito. Per tranquillizzare i pragmatici, anziché astratte teorie, vorrei partire da ciò che dovremmo tutti conoscere bene, cioè noi stessi, o meglio il nostro organismo. La complessità e la perfezione del suo funzionamento ci devono essere noti, visto che ne facciamo l’esperienza quotidiana, e ci è pure nota la malattia, che sperimentiamo quando l’equilibrio si rompe. Proviamo dunque ad immaginare l’Uomo come un microcosmo nel quale avvengono processi ben precisi. Vediamo quali. Osserviamo due poli che, anche fisicamente, appaiono contrapposti. Il primo è nella parte bassa dell’organismo, e contiene soprattutto organi deputati alla nutrizione e alla riproduzione; lo possiamo denominare polo metabolico ed è quello che incessantemente opera per costruire vita. Il secondo polo è in alto, nella testa, con gli organi di senso e il centro del sistema nervoso; è il polo neuro-sensoriale. Nel mezzo troviamo un terzo polo, il cuore e i polmoni, che determinano un ritmo, un equilibrio, un raccordo e un collegamento tra i primi due.

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Abbiamo così una immagine dell’Uomo come manifestazione visibile della “trinità”, diversa da quella che ci viene fornita dalla visione meccanicistica di insieme di “pezzi di ricambio” e frutto del caso. Il polo metabolico fornisce la base, il fondamento vitale affinché l’Uomo possa esercitare ciò che lo caratterizza come tale, cioè pensiero e parola, funzioni cui provvede il polo neuro-sensoriale. Ma senza il polo centrale ritmico, senza il cuore e i polmoni, senza questo raccordo, il processo non potrebbe aver luogo. In altre parole, nell’organismo umano avviene di continuo una vera e propria trasformazione alchemica, che eleva ad un superiore livello ciò che viene elaborato nel polo metabolico. La pianta si limita a nutrirsi e riprodursi, l’animale aggiunge le sensazioni e le brame, l’Uomo aggiunge la posizione eretta, la parola e il pensiero. Cercando di conservare questa immagine nell’anima, consideriamo ora l’analogia che esiste tra l’Organismo Umano e l’Organismo Sociale ; entrambi, oltre che organismi unitari, possono essere visti come tripartiti, e anche nell’Organismo Sociale il “tessuto” deve essere sano pena la malattia e la morte. Anche in esso possiamo vedere un polo metabolico che è base e fondamento, ed è proprio il sistema economico, il quale dovrebbe fornire prodotti, merci, risorse materiali per la vita, per i bisogni primari, senza cui nessuna altra attività si potrebbe esplicare. Vi è poi un secondo polo costituito da tutto ciò che rientra nell’ambito culturale, artistico, educativo, spirituale, quello che impegna la creatività e il pensiero umani, le facoltà che permettono all’Uomo di elevarsi sopra gli altri tre regni di natura e di esercitare quella libertà, come è stata delineata in precedenti scritti (v. primo luogo comune). Il polo centrale dell’Organismo Sociale quello che deve consentire l’equilibrio ed evitare intrusioni e prevaricazioni lo dobbiamo identificare nello Stato, nella sfera giuridica.

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Cerchiamo di aver sempre presente contemporaneamente l’aspetto unitario e quello tripartito, anche dell’Organismo Sociale, e soprattutto di vederne le relazioni tra i poli e la trasformazione che in essi dovrebbe avvenire. E’ appena il caso di precisare che a termini come superiore, inferiore, alto e basso non devono attribuirsi giudizi di valore. E’ importante avere chiaro che, tanto nell’Organismo Umano che nell’Organismo Sociale, ciascuna delle tre sfere, pur interagendo di continuo con le altre due, deve restare autonoma, indipendente, per poter svolgere il compito che gli è proprio. Bene, se sono riuscito non solo a spiegare l’analogia fra Organismo Umano e Organismo Sociale, ma a renderla anche viva come immagine, cerchiamo ora di capire se quest’ultimo goda di buona salute. Non credo occorrano troppe parole per dimostrare come il polo metabolico, il sistema economico abbia afferrato e invaso tutto l’Organismo Sociale. L’economia controlla la politica e attraverso essa le istituzioni, per cui chi dovrebbe garantire l’uguaglianza tra gli individui viene condizionato da enormi interessi economici. Non è solo un problema di corruzione dilagante, si tratta di un meccanismo che crea le condizioni adatte all’arbitrio. L’economia controlla la cultura; non c’è concerto, spettacolo teatrale, manifestazione culturale, neppure una festa di paese che non sia sponsorizzata da Banche e Centri Commerciali; non c’è trasmissione televisiva, giornalistica o culturale, che non viva grazie alla pubblicità. Qualcuno obietterà che senza gli sponsor non ci sarebbero mezzi a disposizione per alcun avvenimento culturale e neppure per l’informazione; l’anomalia consiste nel fatto che il “sistema culturale” non sia autonomo da quello economico. La differenza non è secondaria poiché in questo modo l’economia da un lato, e le Istituzioni statali dall’altro, a loro

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volta dipendenti dall’economia, possono controllare la sfera culturale dell’Organismo Sociale e asservirla ai loro fini. Un esempio importante concerne la scuola, l’educazione, in cui dovrebbe esplicarsi il massimo di libertà, mentre anche questo ambito è asservito direttamente o indirettamente alla sfera economica; l’annosa polemica tra scuola pubblica o privata serve solo a mascherare il fatto che essa, nell’un caso e nell’altro, non è libera da condizionamenti; lo Stato ha bisogno di cittadini ubbidienti e il sistema economico di consumatori passivi. Qualcuno obietterà che è stato un passo avanti togliere la scuola e l’educazione dalle mani del Clero; è vero, è stato un passo importante, ma oggi il condizionamento della sfera economica e statale su di esse non è meno feroce di quello antico. Oggi la scuola va consegnata alla libertà di chi in essa vi opera e ne fruisce. Il guaio è che l’attuale situazione ci appare normale, mentre in realtà sono lo Stato e l’economia che dovrebbero essere al servizio dell’individuo e non viceversa. Questa malattia, questa invasione della sfera economica, questo debordare dai limiti che sono propri, nell’organismo umano ha un nome: cancro. E’ curioso che la malattia che più spaventa non venga riconosciuta nella sua più grandiosa manifestazione esterna nell’Organismo Sociale. Se il parallelo col cancro può apparire eccessivo possiamo considerare un’altra analogia. La concezione materialistica, nella sua unilateralità, induce crescenti bisogni di beni, materiali e non, e apre così le porte allo strapotere dell’economia. Parallelamente, la qualità del pensare, la capacità incessante di creare il nuovo e la potenzialità della libertà umana, vengono sempre più compresse. Il polo metabolico, la sfera economica, soprattutto attraverso i tentacoli di una finanza parassitaria, speculativa

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e sempre più illegale, invade e comprime quello neurosensoriale, la sfera culturale. Dunque nell’Uomo, quelli che dovrebbero essere bisogni primari si allargano a dismisura in un desiderio compulsivo e incessante di comprare e consumare; e in questo modo anche cultura, arte e spiritualità diventano null’altro che merce. E non possiamo neppure stupirci se in queste condizioni anche il “cuore”, lo Stato, il sistema giuridico, è assente. L’inganno sottile consiste nell’allargare la sfera dei bisogni, facendoli sembrare tutti primari, rendendo in tal modo l’Uomo sempre più dipendente dalle comodità. Se questa è la situazione, cosa possiamo fare per far rientrare il sistema economico nell’ambito suo proprio? Credo che l’unico modo possibile sia quello di recuperare il primo significato di concorrenza, cioè collaborazione e cooperazione. Viceversa, dovremmo intervenire nell’Organismo Sociale come la medicina (anch’essa parte importante di questo sistema economico...) interviene nell’Organismo Umano colpito dal cancro, cioè con la chemioterapia. Sarebbe allora una rivoluzione armata, già molte volte sperimentata nella storia con risultati sempre distruttivi. Ma vi sono medicine più umane. Non saranno i potentati economici a fare un passo indietro e nessun Stato potrà costringerli, per i motivi visti, e dunque l’unico che possa ottenere questo risultato è l’individuo, tutti noi e ciascuno di noi, l’individuo che ha l’enorme potere di indirizzare le sue spese, le sue forze i suoi sentimenti e i suoi pensieri in direzioni diverse da quelle richieste sinora. E’ nei singoli atti quotidiani, a partire da come spendiamo, che si esprime la libertà, non nella chiacchiera televisiva e politica.

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Torniamo all’esempio dell’operaio; cosa potrebbe fare se volesse operare in favore della cooperazione anziché della concorrenza? Potrebbe, ad esempio, con una ventina di compagni di lavoro, cercare un produttore di cibi biologici, una piccola realtà artigiana che produce detersivi non inquinanti, un piccolo produttore di olio che sta per abbandonare la cura dell’uliveto perché non più remunerativo, ecc. Questa scelta lo porterebbe a conoscere e visitare quelle realtà produttive, magari il sabato, anziché Centri Commerciali, a portare i figli in campagna, distraendoli dai video-giochi, a riunirsi con i venti compagni la sera e spegnere la TV, e molte altre cose simili. Sono realtà che già esistono, i gruppi di acquisto solidali (GAS). Oppure, sempre con i suoi compagni e amici, potrebbe promuovere una Banca del Tempo, nella quale scambiarsi servizi alla pari, senza movimenti di denaro, ma solo di ore offerte e usufruite; anche queste sono realtà già esistenti. Oppure potrebbe proporsi di non acquistare nulla in maniera automatica, senza aver fatto prima maturare dentro di sé il pensiero sulla reale esigenza di quel bene; potrebbe comprarlo usato, oppure costruirlo da se, o farne a meno, ecc. Oppure potrebbe spegnere la TV e magari relegarla per qualche mese in cantina “per vedere di nascosto l’effetto che fa...”. Si dirà che tutto ciò non è facile, ed è vero, perché ciò che porta alla libertà in genere non lo è, ma nel cimentarsi c’è già un grande risultato, il sentirsi vivo, attivo, sempre più libero. Sono solo pochi esempi e altri se ne potrebbero fare, realtà esistenti, già pensate e sperimentate; banche che hanno abolito il concetto di interesse (soprattutto “composto” ovvero interesse sull’interesse), oppure sostituire lo scambio, monetario o meno, col dono, e altri ancora. Ma altre realtà ancora si dovranno aggiungere, altre dovranno creativamente sorgere affinché un numero

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sufficiente di individui costringa la sfera economica a rientrare nell’ambito che gli è proprio, e si potrà così giungere a capovolgere il funzionamento attuale dell’Organismo Sociale. Oggi la libertà infinita del primo luogo comune viene esperita solo nella sfera economica, e genera sopraffazione; oggi la sfera culturale, segnatamente la scuola, non è libera; oggi lo Stato non garantisce uguaglianza e pari dignità agli individui. Dovrà verificarsi l’opposto: piena e illimitata libertà individuale in tutti gli ambiti della cultura, dell’educazione, della ricerca scientifica (sganciata dalla sfera economica...), della ricerca spirituale; solidarietà sociale nella sfera economica, nella produzione, tramite l’unione tra chi produce, chi lavora e chi consuma, con l’unione tra insegnanti, maestri, genitori e studenti, liberi da vincoli di ogni tipo; uguaglianza e pari dignità tra tutti gli individui, garantite da uno Stato non asservito all’economia. Possiamo riconoscere le parole d’ordine che più di due secoli fa sono risuonate, per morire rapidamente sotto la ghigliottina; liberté, egalité, fraternitè. Se vogliamo un Organismo Sociale sano possiamo oggi cominciare ad applicarle, ma ciascuna nell’ambito che gli è proprio. L’attuale crisi non è, a mio avviso, una degenerazione di un sistema economico in se sano, ad opera di una finanza malata. Ci sono certo realtà produttive sane ed operatori economici, generalmente di dimensioni piccole e medie, che si comportano correttamente. Le riflessioni sin qui portate sono volte a capovolgere completamente il modo di “pensare” l’Organismo Sociale. In altri termini, non si vuole proporre un nuovo sistema economico già “pensato”, una nuova teoria, bensì partire dall’individuo, e in questo senso la parola moralità, che può sembrare fuori luogo, acquista significato e diventa essa stessa motore per creare un processo che a catena e nel tempo crei il nuovo, conduca a risultati mai finali e fissi, o teorie astratte, ma ad evoluzione continua.

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Si tratta di avere fiducia nei nostri piccoli gesti quotidiani, (e non è poco), abituati come siamo a pensare che le grandi scelte sono possibili solo ad opera di poteri esterni a noi. Essi contano proprio sul fatto che ciascuno di noi si possa sentire non adeguato, non all’altezza, inutile o rassegnato (cosa vuoi che possa fare io...), per attuare il progetto di controllare l’Uomo. I polli che Renzo sta portando ad Azzeccagarbugli e che si beccano tra loro nel tragitto sono ancora oggi una buona immagine di concorrenza, tra polli appunto, ignari del loro destino. Vorrei anche sgombrare il campo dal dubbio che il termine moralità richieda regole imposte; proprio su questo terreno si gioca la difficoltà di attuare una inversione di logica, poiché dovrà essere responsabilità individuale decidere di volta in volta i propri comportamenti. Obiezione L’economia attuale è complessa e non possono bastare piccole realtà per contrastare i grandi potentati economici. Per costruire auto, aerei, grandi infrastrutture occorrono proprio grandi concentrazioni di capitali

L’obiezione è sensata, ma dobbiamo anche chiederci come e perché l’economia ha assunto queste dimensioni e questo potere. E’ evidente che per costruire auto o aerei non bastano i gruppi di acquisto solidali; ma proprio l’esempio dell’auto ci permette di capire ancor meglio come il processo sia divenuto anomalo, malato. Anche in questo caso assistiamo ad un rovesciamento di ciò che sarebbe giusto accadesse, e anziché chiederci prima quante auto possono circolare senza creare gli enormi problemi che vediamo, ci viene detto che si devono produrre auto per non creare disoccupazione; di conseguenza si devono costruire strade, autostrade, autogrill, viadotti e

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gallerie, Centri Commerciali autostradali e altro ancora.

in prossimità delle uscite

E noi assistiamo passivamente a tutto ciò perché altrimenti dovremmo fare la cosa che più ci spaventa: ridurre i consumi. Ma per non ridurli dobbiamo lavorare sempre di più perché la concorrenza non concede tregua; peraltro, i Paesi in cui si delocalizza sono proprio quelli che grazie a questa economia di rapina sono oggi in povertà. Ecco un ennesimo circolo vizioso da cui uscire. Da dove iniziare allora? Dov’è il bandolo di questa matassa che ha ingarbugliato le nostre coscienze e i nostri pensieri? Siamo sempre noi, ognuno di noi, perché la variabile da immettere in questo meccanismo ha un nome, sempre lo stesso: moralità. E’ una parola che non è facile usare oggi; può venir confusa con moralismo, o limitata a comportamenti sessuali; dobbiamo invece riappropriarci di questo termine in tutto il suo pieno significato per farlo vivere nella sfera economica, nei nostri comportamenti individuali. Non possiamo intervenire direttamente nell’economia globalizzata, ma possiamo iniziare un circolo virtuoso di comportamenti individuali che lentamente ma inesorabilmente tolga terra sotto ai piedi anzitutto ai grandi potentati economici e premi coloro che producono nel rispetto della dignità umana e del Pianeta. Che l’Organismo Sociale sia profondamente malato è una realtà evidente; sta a noi decidere se continuare l’accanimento terapeutico in atto verso un sistema economico iniquo o lasciarlo al suo destino. Ci saranno ancora crisi economiche sempre più acute, ma se nel frattempo avremo creato una rete di realtà morali, la rinascita ci potrà essere.

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Obiezione L’analogia fra Organismo Umano e Organismo Sociale non è anch’essa arbitraria? Sembra una delle tante teorie.

Questa obiezione ci dimostra quanto ci siamo allontanati non solo dalla natura ma proprio da noi stessi. Siamo disposti ad accettare teorie di tutti i generi, alla cui base c’è un pensiero astratto, talora freddo e cinico, spesso interessato; siamo disposti anche ad accettare motivazioni risibili e fuorvianti del loro fallimento (vedi titoli tossici); siamo anche disposti ad accogliere nuove teorie proposte dagli stessi personaggi e potentati che hanno creato la situazione attuale. Ma perché è così difficile accettare che sia proprio ciò che è a noi più vicino, cioè noi stessi, il nostro organismo, a indicarci la strada giusta? Non è proprio durante la malattia che i nostri comportamenti dovrebbero cambiare? Anche chi pensa che l’Uomo sia frutto del caso, anziché opera di un Grande Pensatore, dovrebbe dirsi che, visto che esistiamo, tanto vale profittarne, perché anch’egli difficilmente può disconoscerne la perfezione. Ma nei libri di scienze ancora leggiamo che gli occhi sono macchine fotografiche e il cuore una pompa idraulica e facciamo fatica ad invertire il pensiero e constatare che tutte le realizzazioni tecnologiche sono solo ombre rispetto alla perfezione umana. Abbiamo, accanto al corpo fisico, un’anima capace di provare amore e uno spirito pensante creatore; ecco un’altra “trinità”. Possiamo nutrire queste parti o accettare passivamente di degradare verso il regno animale con le sue brame, o addirittura verso le macchine. Un sistema economico senza cuore e senza anima non può che condurci a questo.

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Sono proprio i pragmatici, i realisti, quelli che sorridono di fronte agli aneliti ideali, i maggiori responsabili di queste mostruosità in nome di una realtà materiale limitata alle loro brame. Ma anche noi abbiamo la responsabilità e la possibilità di aderire o meno a questo disegno, e questa scelta ci costringe a fare i conti con le nostre pigrizie. Vorrei concludere riportando un avvenimento realmente accaduto nelle Olimpiadi Speciali del 1998, riservate ai portatori di handicap. In una gara di corsa, subito dopo la partenza, un concorrente cade; il bambino down che era in testa se ne accorge, si ferma e torna indietro per aiutarlo ad alzarsi; e allora, anche gli altri, ad uno ad uno, si fermano, tornano indietro e improvvisamente si prendono tutti per mano e corrono così uniti verso il traguardo1. E’ una bella immagine di concorrenza, che può infonderci la forza e la volontà necessarie a realizzare un compito non facile ma assolutamente indispensabile. E questa immagine non ha bisogno di messaggi pubblicitari perché può albergare in ciascuno di noi ed essere veicolata da anima ad anima.

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Tratto da “L’effetto Isaia”, di Gregg Braden, edito da Macro edizioni

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Quinto luogo comune

Grazie agli ogm debelleremo la fame nel mondo Questo luogo comune rappresenta l’argomento di punta di una strategia messa a punto e realizzata con cura per convincere una opinione pubblica stavolta riottosa e preoccupata di fronte a questa “meraviglia tecnologica” della cosiddetta ricerca; strategia che si è snodata in molteplici direzioni e senza esclusioni di colpi. Vediamone le principali tappe. Si sono assoldati testimonial conosciuti, soprattutto medici, col proposito di tranquillizzare la gente, con precise parole d’ordine, come: non ci sono prove della pericolosità dei cibi transgenici; argomento peraltro piuttosto debole, lo stesso usato per molti medicinali in seguito ritirati dal mercato dopo che hanno provocato gravi malformazioni e morti. Basterebbe che costoro ne sottoscrivessero, sulla propria responsabilità personale, la assoluta innocuità, affermazione più impegnativa sul piano civile e penale; ma su questo terreno nessuno si azzarda. Si è anche proposto e caldeggiato la via democratica, sostenendo la possibilità di convivenza pacifica tra agricoltura chimica (che viene denominata tradizionale per attribuirle una maggior dignità), agricoltura biologica (che dovremmo denominare tradizionale, perché antica) e agricoltura transgenica. Se poi quest’ultima contamina “accidentalmente” le altre, dobbiamo forse attribuirne la responsabilità ai semi, al vento, alle api, tutti poco democratici... Si sono anzi effettuate numerose “prove generali” di tale accidentalità, praticando la via illegale, con la contaminazione dolosa delle coltivazioni e mischiando le partite di semi, per creare il fatto compiuto.

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La via che possiamo definire umanitaria, che in passato non è bastata a “sfondare”, viene oggi riproposta con rinnovato vigore dalle multinazionale detentrici dei brevetti, le quali si sono assicurate un alleato altrettanto potente, il Vaticano, e contano sull’impatto emotivo che l’immagine dei bambini denutriti è in grado di provocare. A ben pensarci, questa frase non avrebbe neppure ancora la dignità, per così dire, di essere annoverata tra i luoghi comuni, in quanto troppo recente, ma visto che nelle intenzioni dei proponenti è destinata ad entrare sempre più stabilmente nelle coscienze, possiamo promuoverla tale ad honorem, anche se sarei felice di fallire la previsione. Insomma, consideriamolo un esercizio preventivo del pensare, per cercare di svelare subito il progetto che nasconde. Vorrei cominciare col dimostrare l’infondatezza della affermazione che il luogo comune contiene, aggravata da una discreta dose di ipocrisia, se non di malafede. Come spiegare che tre quarti della popolazione mondiale non abbia cibo a sufficienza e un quarto ne abbia così tanto da sprecarne, da essere in sovrappeso e da ammalarsi seriamente proprio a causa di questo eccesso? Non credo occorrano grandi analisi economiche o sociologiche per comprendere che questo abnorme squilibrio non è frutto del caso, del destino, della sfortuna, del clima ne di altre cause naturali. Mi sembra evidente che il motivo dobbiamo ricercarlo nell’avidità che ha determinato lo sfruttamento intensivo e “scientifico” di queste regioni e di queste popolazioni. La produzione dei loro prodotti locali è stata cancellata e sostituita da altre, rendendo così nei fatti gli abitanti dipendenti dall’Occidente; spesso anzi i paesi colonizzatori, per garantirsi una certa stabilità, hanno favorito, insediato e foraggiato dittatori sanguinari per governare questi Paesi. Si sono esportate tecniche intensive di coltivazione, si sono usati diserbanti e insetticidi micidiali, anche quelli vietati in

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Occidente, col risultato di inquinare e desertificare interi territori, rendendo le popolazioni, lo sottolineo ancora, oltre che sempre più povere, sempre più dipendenti dalle multinazionali agroalimentari, chimiche e farmaceutiche. L’aspetto più “egualitario”, di cui però non possiamo gioire, è che anche in Occidente l’agricoltura chimica ha prodotto dissesti ambientali, terreni privi di vita, piogge acide ed altro ancora. Giunti a questo punto, a 150 anni dall’inizio dell’uso della chimica in agricoltura, anziché percorrere vie atte a ripristinare l’equilibrio perduto (e vedremo che ce ne sono...), anziché riconoscere l’evidenza di un pensiero morto, si sceglie un nuovo “salto di qualità”, ovvero un ulteriore salto nel buio: manipolare i geni, entrare nell’intimità della pianta per “creare” specie sempre più resistenti ai nuovi e più potenti veleni, insetticidi, diserbanti ecc. Dunque, una corsa folle e demenziale che una scienza materialistica sempre più priva di capacità di pensiero e, soprattutto di remore morali, continua a perpetrare. Si pretenderebbe di risolvere gli squilibri esistenti con nuovi e più potenti squilibri; e chi propone tutto questo? Gli stessi potentati che li hanno provocati. In questo modo, le popolazioni dei Paesi che, con un eufemismo, vengono denominati in via di sviluppo, salterebbero, come si suol dire, dalla padella nella brace, divenendo sempre più dipendenti, sfruttabili e poveri. Abbiamo inquinato, desertificato, rotto equilibri ambientali millenari in modo cinico e ottuso, e come rimedio proponiamo nuove lotte contro una natura ritenuta avara, da domare e dominare, anziché da comprendere nella saggezza dei suoi ritmi ed equilibri. Mi sembra di non dover aggiungere altre considerazioni per dimostrare che i potentati economici che propagano lo slogan sulla fame del mondo mentono sapendo di mentire. E’ uno slogan efficace, che può far leva su chi in buona fede si ferma alle apparenze, ed è per questo che occorre molta informazione su questo argomento, visto che quella ufficiale

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è controllata dai potentati di cui sopra (v. quarto luogo comune). C’e bisogno di un salto di qualità, non tecnologico, ma di pensiero, proprio un salto di qualità di pensiero. Cosa conosce la scienza della pianta? Cosa conosce dell’Uomo? Cosa sa del rapporto che lega la pianta all’Uomo? Cosa sa dell’influenza della forze cosmiche immateriali sui processi di natura? Cosa sa del processo di nutrizione umana? Di tutto ciò essa conosce l’involucro, la superficie, la materia. E poiché nega vi sia altro da conoscere, è destinata proprio a non poter conoscere altro. E’ come se, analizzando vestiti, cappotto e scarpe, pretendessimo di conoscere l’Uomo che li indossa. Ed è con questi limiti che la scienza pretende di intervenire sui processi della vita, delicati ed a lei sconosciuti, e si sente autorizzata a farlo da quello che potrei definire il dogma più feroce del materialismo: Il caso L’idea cioè che tutti i fenomeni siano ascrivibili al caso, che la causa dei fenomeni sia casuale. Casualità e causalità: anagrammi assonanti di un pensiero morto. Mi occuperò quindi dapprima di questo pensiero (o vuoto di pensiero?). Sarebbe dunque ascrivibile al caso il fatto che, ad un certo momento, i minerali presenti nelle rocce, nella terra, decidono di auto-organizzarsi in una struttura ed una forma più complessa; poi, sempre per caso, questa struttura inizia a nutrirsi, assimila carbonio, azoto ecc. e quant’altro considera utile al suo sviluppo; sempre per caso elimina ossigeno, che per puro caso serve alla respirazione umana. Sempre casualmente produce un seme per riprodursi e per nutrire i regni superiori.

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Ancora per caso la pianta riesce a superare persino la forza di gravità e, nella parte fuori terra, cresce verso il Cosmo. Eppure, nessuna persona di buon senso, vedendo una casa, penserebbe che sabbia, cemento, rame, ferro ecc. si siano per caso organizzati in quella forma e in quella struttura; e stiamo parlando di qualcosa che appartiene in toto al regno minerale. La pianta, occorre riconoscerlo, possiede qualcosa in più, non a caso appartiene ad un regno superiore; possiede una forza che organizza e controlla la materia, possiede una forma ben determinata ed in continuo cambiamento, possiede un ritmo, processi vitali; in una parola possiede la vita. Alla scienza materialistica va riconosciuto il merito di possedere oggi le conoscenze per trasformare e manipolare il regno minerale, può costruire case e ponti, può asserire di conoscere le leggi chimiche e fisiche della materia inanimata. Già però quando vuole entrare dentro l’atomo si spinge al di la di ciò che è in grado di comprendere e controllare. Quando poi essa pretende di manipolare ciò di cui non ha conoscenza alcuna, cioè la vita, e la vita vegetale è vita, non siamo solo in presenza di possibili errori tecnici, ma della applicazione concreta, possiamo dire in vitro della teoria del caso. Può accadere qualunque cosa, siamo nella stessa condizione in cui si trova una bambino di un anno che si aggira in un pagliaio con una candela accesa in mano. Quando la scienza tenta di convincerci che il transgenico è una naturale evoluzione dell’agricoltura chimica, non solo fa finta di dimenticarsi che è proprio quest’ultima ad aver provocato i guasti che si pretenderebbe di risolvere con gli ogm, ma ostenta una sicurezza che non possiede ed una conoscenza che non ha.

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E se tutto ciò vale per il mondo vegetale, possiamo immaginare cosa possa accadere per i regni superiori, per l’animale e per l’Uomo. E dunque, così come aspettiamo che il bambino che frequenta la scuola primaria diventi ingegnere prima di affidargli la costruzione di un ponte, allo stesso modo dovremmo aspettare che l’Uomo consideri la scienza attuale come scuola primaria e si apra ad un allargamento della sua visione a ciò che non conosce, cominciando dalla vita. Ma affinché questo possa accadere, essa deve in primo luogo rinunciare al suo dogmatismo, all’arroganza di ritenersi unica titolata a fornire spiegazioni sui fenomeni. Per ora pare che la scienza sia invece proprio come il bambino che, terminata la quinta elementare, dichiari che non esiste altro da conoscere e pretenda di costruire non solo il ponte ma la diga. Per dimostrare la debolezza del pensiero che sorregge la scienza ufficiale e la teoria del caso, cito un esempio recente: l’esperimento eseguito al CERN (Centro Europeo Ricerche Nucleari) di Ginevra, nel più grande acceleratore di particelle atomiche mai costruito. Esso dovrebbe dimostrare, nelle intenzioni degli sperimentatori, la validità dell’ipotesi del big bang, evento che la scienza, si noti bene, ritiene casuale, e che avrebbe dato origine all’Universo, in un baleno, con tutte le sue leggi già pronte e confezionate. Per ora il costo dell’esperimento si aggira intorno ai 9.4 miliardi di dollari, e dopo parecchi tentativi infruttuosi, si dichiara che è quasi riuscito. Non entro qui nel merito tecnico della questione, che presenta aspetti anche preoccupanti; l’aspetto quasi comico, dal mio punto di vista, è che qualora l’esperimento riuscisse, dimostrerebbe esattamente il contrario della casualità dell’avvenimento. Infatti, come può essere definito casuale un evento che gli stessi sperimentatori provocano?

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Cioè, se l’esperimento riesce, diciamo, nel microcosmo del CERN, si dovrebbe riconoscere che nel macrocosmo “qualcuno” deve averlo non solo provocato ma anche “pensato”, e realizzato, visto che si tenta null’altro che una copia in vitro; e dunque solo la non riuscita dell’esperimento dimostrerebbe la validità della casualità; ma allora, se l’Universo è nato per caso, sarebbe impossibile riprodurlo volontariamente, occorrerebbe aspettare un altro evento casuale. Ecco come l’Uomo dimentica di essere sempre lui causa degli eventi! Tutto ciò ricorda un vecchio giochetto logico, che recita: tutti i cretesi sono bugiardi, dice un cretese.... Chissà cosa si sarebbe potuto fare con 10 miliardi di dollari per affrontare la fame nel mondo....e questo è l’aspetto meno comico della questione. Tornando agli OGM, bisogna sottolineare che l’assenso esplicito del Vaticano, anch’esso a quanto pare abbagliato dai fini “nobili” dell’operazione, presenta aspetti inquietanti, da parte di un Clero impegnato a dettare regole morali per tutti e non per se stesso, un Clero sempre più fervente credente nella scienza materialistica, il quale propugna una astratta difesa della vita. La vita non necessita di essere difesa quando la si comprende davvero! Cosa occorre dunque per cominciare a comprendere la vita? Si può cominciare proprio osservando la pianta, cercando una spiegazione al fatto che essa vince le leggi della materia e cresce verso l’alto, o per meglio dire nella parte che esce dal terreno. Dobbiamo perciò immaginare che, oltre alle forze del corpo fisico, che sperimentiamo con i cinque sensi, agiscano anche quelle di un altro “corpo”, che possiamo definire corpo vitale, e che le prime gravino, pesino verso il basso (radici), e le seconde spingano verso l’alto, o se si preferisce dall’alto tirino la pianta.

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Dunque, per essere un minimo scientifici, dovremmo parlare di due forze: la forza di gravità e quella di “levità”. Le radici procedono idealmente verso il centro della Terra, il tronco, rami, foglie ecc. verso il Cielo. Abbiamo cioè un corpo vitale, non visibile ma di cui sperimentiamo gli effetti, che si oppone alla forza di gravità; quando la pianta muore resta solo il corpo materiale, cessa la controforza, ed essa cade e si scioglie nella terra, preda solo più della forza di gravità terrestre. Non mi pare del resto un concetto particolarmente rivoluzionario, visto che la linfa percorre tutta la pianta, fornendoci l’immagine proprio di quello che abbiamo definito corpo vitale. Anche la corrente elettrica, ad esempio, non è visibile, ma ne possiamo ben sperimentare gli effetti; chiediamoci allora: perché in questo caso la scienza non fa fatica a riconoscerla? Perché essa può essere imbrigliata in fili di rame e venduta; con la vita ci sta provando, non a conoscerla, ma a venderla, brevettando semi, visto che non si può produrla nelle centrali. Con l’avvento dell’agricoltura chimica, la conoscenza istintiva del corpo vitale della pianta è andata perduta e si è pensato di poter sfruttare i terreni incuranti della vita che anche essi contengono. Gia allora si pensava e si prometteva di debellare la fame nel mondo. L’inventore dell’agricoltura chimica è stato il barone tedesco Justus Von Liebig (1803-1873), il quale però nel suo testamento, che ci si guarda bene dal divulgare, così scriveva:

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“Sfortunatamente la vera bellezza dell’agricoltura, con i suoi stimolanti principi intellettuali è quasi misconosciuta. L’arte dell’agricoltura si perderà per colpa di insegnanti ignoranti, ascientifici e miopi che convinceranno gli agricoltori a riporre tutte le loro speranze in rimedi universali, che non esistono in natura. Seguendo i loro consigli, abbagliati da risultati effimeri, gli agricoltori dimenticheranno il suolo e perderanno di vista il suo valore intrinseco e la sua influenza (…) Confesso volentieri che l’impiego dei concimi chimici era fondato su supposizioni che non esistono nella realtà. Questi concimi dovevano condurre a una rivoluzione totale dell’agricoltura. Il concime di stalla doveva essere completamente abbandonato, e tutte le sostanze minerali asportate dalle coltivazioni dovevano venire rimpiazzare con concimi minerali. Il concime avrebbe permesso di coltivare sullo stesso campo, con continuità e in modo inesauribile, sempre la stessa pianta, il trifoglio, il grano ecc., secondo il piacere e le necessità dell’agricoltore. Avevo peccato contro la saggezza del Creatore e ho ricevuto la giusta punizione. Ho voluto portare un miglioramento alla sua opera e nella mia cecità, ho creduto che nella meravigliosa catena delle leggi che uniscono la vita alla superficie della terra, rinnovandola continuamente, ci fosse un anello mancante, che io, questa debole e impotente nullità, potessi rimpiazzarlo”. ( Nota: Il testo del testamento di Liebig è stato pubblicato su: “Fauna in soil ecosystems: recycling processes, nutrient fluxes and agricultural production” (a cura di Gero Benckiser, Marcel Dekker, 1997). Traduzione italiana di Roberto Pinton)

Credo che a quest’uomo, più conosciuto per i “dadi da brodo”, occorra dare atto del coraggio di ammettere non solo e non tanto i propri errori, quanto il proprio orgoglio. Quantomeno era animato da una idealità e pensava di operare in favore del genere umano, cosa che certo non si può dire delle odierne multinazionali agroalimentari, spinte solo dal lucro.

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Diventa allora doveroso chiedersi come sia possibile intervenire e inserirsi nel meccanismo della vita senza neppure ammettere l’esistenza del corpo vitale della pianta e senza comprendere le ragioni della sua esistenza. La nutrizione è un processo ben più ampio di quanto ci viene proposto dalla scienza, che conosce solo calorie, proteine ecc.; vi sono forze non solo di quantità ma di qualità, forze sottili quali il colore, l’aroma, la luce, la fragranza, il calore, ed esse non provengono dalla terra ma dal Cosmo; sono forze immateriali ma ben sperimentabili che collegano la pianta all’Uomo e l’Uomo all’Universo. Gia rispondere alla domanda del perché la pianta cresca verso l’alto ci consente di allargare lo sguardo oltre i limiti augusti della materia, ed è solo l’inizio. I nostri bisnonni ancora sapevano che un certo albero doveva essere piantato in quel luogo e non in un altro, in un certo periodo dell’anno, perché era retaggio di conoscenze antiche e di esperienze sul campo. Ma l’Uomo, per poter evolvere, doveva dimenticare ciò che prima riceveva per ispirazione, per istinto appunto, per poter riconquistare tutto ciò con le proprie forze del pensare e della conoscenza. E’ questa la via della libertà (v. primo luogo comune). Il dramma odierno è che questo antico istinto che riconosceva la saggezza nelle leggi e nei ritmi della natura, non sia stato sostituito, almeno sinora, da altro se non dal...caso, e che la perdita di saggezza istintiva non sia stata ancora compensata da un anelito alla conoscenza dello spirito che alberga la materia, e soprattutto da una moralità di comportamenti adeguati alla capacità distruttiva che la tecnica consente. Per la scienza materialistica un campo di grano non è diverso da una fabbrica di cuscinetti a sfera. Non dobbiamo stupirci molto se da una tale concezione derivino pensieri come quello di immettere geni di pinguino in un pomodoro affinchè resista ai climi freddi; sarà un caso

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che il pomodoro maturi nei climi caldi? O che l’anguria, il frutto più sugoso, sia disponibile proprio nel pieno dell’estate? O che la ciliegia e la fragola maturino in primavera per depurare l’organismo umano dopo l’inverno? E se limitarsi al corpo fisico della pianta, se non volersi chiedere i perchè dei fenomeni e l’appiattirsi sul caso produce distorsioni e anche aberrazioni, cosa dovremo aspettarci quando si interviene sull’animale e infine sull’Uomo? Il fatto che il regno vegetale nutra quelli superiori è anch’esso un evento casuale? A fronte di questa ristrettezza di pensiero, per respirare un poco di aria fresca, possiamo rivolgerci ad Aristotele, uno che del pensare aveva qualche esperienza, il quale già 2300 anni fa aveva identificato 4 cause per spiegare i fenomeni, e il caso, inutile dirlo, non era proprio contemplato. Vediamole sinteticamente e forse ci daranno qualche strumento in più di conoscenza, utile proprio oggi. La prima è la causa materiale, ovvero quella che per prima appare ai nostri occhi, la più immediata e subito riconoscibile; di un mal di gola, ad esempio, possiamo dire che sono i batteri, di una casa mattoni e cemento, e così via. Poi abbiamo la causa formale, cioè quale forma, quale connotazione specifica assume il fenomeno considerato; continuando gli stessi esempi, diremo gola rossa, tonsille infiammate, e della casa l’aspetto esteriore. La terza è la causa finale, molto importante, ovvero ci chiediamo qual’è lo scopo, il fine appunto del fenomeno; per il mal di gola potrebbe essere quello di dimostrare gli esiti di stili di vita inadeguati, oppure mostrare sul piano fisico una lotta che da un po di tempo non viene risolta a livello animico ed è “discesa” nella materia; per la casa lo scopo è evidentemente abitarla, viverci, ma potrebbe essere anche quello speculativo. L’ultima, o la prima per importanza, è la causa efficiente, cioè chi provoca il fenomeno, chi ne è l’autore; per il mal di

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gola, dopo aver dato la colpa al tempo o a qualcuno che ce lo avrebbe “attaccato”, non dovremmo faticare molto ad identificare noi stessi come responsabili; per la casa, può essere il costruttore, l’architetto, il muratore o noi stessi quando siamo i primi promotori. La scienza materialistica conosce e riconosce come unica causa quella materiale, e poiché nella materia non può trovare la spiegazione ecco la trovata del caso, che significa: non sappiamo niente. Come abbiamo constatato, già nella pianta non riconosce neppure la causa formale, quella che le da forma, quello che abbiamo definito corpo vitale. Quanto poi alle altre due cause, al perché e al chi, per la scienza sono domande fastidiose, anzi vietate, diciamo politically incorrect. Tutta la ricerca medica, per fare un solo esempio, è basata sulla ricerca della causa materiale e solo di essa; si cerca il virus responsabile del cancro, ora si cerca anche il gene colpevole, mentre si costruiscono centrali nucleari e inceneritori che lo provocano. E’ un evidente scambio di cause ed effetti; la mela non marcisce a causa di funghi, batteri e insetti ma è il contrario; poiché stà marcendo essi svolgono un compito essenziale, senza il quale la vita non potrebbe continuare. Se si cercano le cause dei fenomeni all’interno della materia stessa, se non si ammette che esista altro all’infuori di essa, non rimane che credere nel caso. Credo che il rispetto che sempre è dovuto alle persone che hanno questo convincimento non vada confuso con il rispetto verso i pensieri che esse producono; si può dire allora, senza tema di fraintendimenti, che accontentarsi del caso come spiegazione di un qualunque fenomeno a me sembra assenza di pensiero. Propongo dunque di riflettere sul seguente esempio. Qualcuno lancia una palla da dietro un muro e un bambino di un anno o poco più che la vede sopraggiungere, dopo un

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breve attimo di perplessità, corre dietro il muro per vedere chi ha lanciato la palla. Perché non si accontenta del fatto che la palla gli giunge? Perché intuisce che essa non si muove da sola, che non è essa stessa la causa del suo movimento? Un anno di vita gli ha già dimostrato, seppure a livello solo istintivo, che quando la materia si muove, la causa è sempre esterna ad essa e c’è qualcuno che opera. Lo scienziato vede una pianta che cresce, un pianeta che ruota, un animale che corre, e ritiene che la causa di questi fenomeni risieda nella pianta, nella sua materia visibile, nella roccia del pianeta, nei muscoli dell’animale. Poi lo scienziato osserva se stesso mentre cammina e dovrebbe dirsi:” Sono io che provoco il fenomeno, non i miei muscoli”; osserva se stesso che pensa e dovrebbe dirsi: ”Sono io che penso, non è il mio cervello materiale che spreme idee, semmai le riflette soltanto. Un bambino di sei mesi piange se la mamma esce dalla stanza, perché per lui è sparita, ma già ad un anno sa che è dietro il muro e gli ha lanciato la palla. Lo scienziato è costretto a pensare che la causa dei fenomeni sia solo ciò che vede, non può correre dietro il “muro” e deve accontentarsi di pensare che tutto avvenga per caso. Come abbiamo visto, già solo cercando risposte alla semplice domanda del perché la pianta cresca verso l’alto, domanda che può provocare un sorriso di scherno da parte di qualche scienziato, emergono risposte altrettanto scientifiche e meno costose e distruttive di quelle che escono dai laboratori di questi apprendisti stregoni. La capacità di pensare e di creare è prerogativa umana, e si possono pensare e creare “tecnologie morali”, che non richiedono strutture da 10 miliardi di dollari e neppure laboratori, perché lo strumento è l’Uomo stesso.

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Nel quarto luogo comune sulla concorrenza si è accennato alla tripartizione umana e si è messo in risalto la stretta relazione esistente tra il cibo e la qualità dei pensieri. Da cibi transgenici non possono che derivare pensieri ancora più cinici, materiali, morti, privi di quell’anelito e calore necessari ad elevare lo spirito verso un mondo cooperante ed evitare che l’evoluzione umana precipiti nell’abisso della sub-natura, cosa ancora più importante delle malattie e distorsioni che queste pratiche provocherebbero. Cosa intendere per sub-natura? Per rispondere adeguatamente a questa domanda occorre affrontare un tema delicato: esiste una regia, un piano o qualcosa di analogo per controllare l’umanità? A qualcuno certamente apparirà eccessivo sostenere che esiste un progetto di controllo dell’umanità, che si snoda in parecchie direzioni e di cui il transgenico è un anello non secondario, visto che i consumi alimentari non sono una opzione e tutti mangiamo tutti i giorni. Ognuno può riflettere su questo argomento ponendosi qualche domanda, come ora provo io a porre a me stesso. Cosa farei, se fossi il regista di cui sopra, per rendere l’Uomo sempre meno libero nelle sue scelte ma, soprattutto, facendo in modo che appaia l’opposto, ovvero che egli abbia l’illusione di esserlo sempre di più? Cosa farei per limitare sempre più la sua capacità di pensiero? 1. Anzitutto trasformerei la scuola in un nozionificio, dove la proliferazione delle materie specialistiche allontani sempre più la visione unitaria dell’Uomo e del suo rapporto con la natura e l’Universo, col Divino che è in lui; il tal modo da essa uscirebbero persone pronte ad ubbidire, produrre e consumare senza porsi troppe domande. 2. Accentrerei in pochissime mani la proprietà dei mezzi di comunicazione e di informazione, ma espanderei contemporaneamente le reti televisive, per dare la sensazione del pluralismo; una enormità di notizie

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apparentemente diverse ma tutte rispondenti alla stessa logica. Cercherei di sostituire progressivamente ogni processo naturale con uno tecnologico, elettronico o simile, quindi la natura con la sub-natura, per affascinare l’Uomo, incantarlo con le sirene degli effetti sempre più speciali e indurlo così a ritenere il concetto stesso di evoluzione spirituale retaggio di antiche e risibili superstizioni. Promuoverei l’uso di medicinali chimici sempre più potenti, per combattere le tante malattie, sempre più gravi e aggressive, che un siffatto modo di vivere inevitabilmente produce, diffondendo ad arte anche la paura di pandemie di ogni tipo. Promuoverei l’uso di psicofarmaci, quali Ritalin, ai bambini, rendendoli iperattivi grazie a videogiochi e simili che li rendano automi e li allontanino dal rapporto con la natura e il vivente. Accentrerei le fonti energetiche in enormi centrali, in luogo di piccoli impianti autogestiti, locali e controllabili dalla popolazione nei loro usi. Accentrerei il potere economico in pochissime mani, ipermercati sempre più iper, merci che viaggiano in tutto il mondo in luogo di negozi e aziende agricole legate al territorio. Brevetterei i processi naturali, i semi e le piante, proponendoli come cibi moderni, migliori di quelli naturali; in questo modo, mi garantirei ad un tempo la dipendenza economica dei produttori e la progressiva perdita di umanità del genere umano.

Potrei continuare, ma mi fermo qui. Fantascienza? Lascio ad ognuno il compito di decidere se sia questo che stà accadendo, e soprattutto se sia questo che desidera. La genetica, la possibilità di manipolare la vita, ha acceso nell’Uomo l’illusione di immortalità sul piano puramente fisico; basterebbe dunque, secondo questo pensiero, manipolare i geni giusti per vincere qualunque malattia, fermare l’invecchiamento fisico, modificare caratteri fisici e, perché no, comportamenti, atteggiamenti, pensieri ritenuti poco consoni.

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Ce n’è quanto basta per immaginare con orrore un mondo nel quale l’Uomo, privato di anima, burattino telecomandato, automa passivo, sia finalmente perfetto, proprio come una macchina. Non ci si rende conto che ad ogni aumento delle conoscenze tecnologiche deve affiancarsi un più che proporzionale aumento delle qualità morali per il loro utilizzo. Oggi, proprio con il connubio tra genetica ed elettronica l’Uomo si trova ad un bivio drammatico: continuare a sviluppare tecnologie esterne oppure sviluppare qualità interiori morali tali da bilanciare e superare le potenzialità distruttive derivanti dall’uso delle tecnologie prodotte. Eppure, volendo tornare agli OGM, argomento specifico del luogo comune, le soluzioni alternative esistono e sono ampiamente sperimentate, anche se, occorre dirlo, per i “brevettatori” della natura hanno certamente un grosso limite: rendono l’Uomo libero, nel corpo e nell’anima. L’agricoltura biologica è ormai praticata in misura tale che nessuno può negare che sia possibile produrre cibi puliti e vitali senza devastare e desertificare i terreni e l’ambiente. Eppure trenta anni fa i primi coraggiosi agricoltori che la praticavano venivano guardati con ironica condiscendenza. Ma anche in questo campo occorre oggi un salto di qualità. L’agricoltura biodinamica (vita in movimento) risponde ancor più e ancor meglio alle esigenze dell’Uomo odierno. Essa aggiunge la conoscenza della vita, del corpo vitale della pianta, ed opera con tecniche e pratiche non solo rispettose dell’ambiente ma tali da attrarre le forze di qualità, forze cosmiche in grado di nutrire non solo il corpo fisico dell’Uomo, ma anche quello vitale e quello spirituale. Possiamo dire, in estrema sintesi, che l’agricoltura biodinamica è il necessario complemento all’agricoltura biologica, per creare quel fondamento che può aiutare l’Uomo ad essere tramite tra Terra e Cielo.

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Non saranno le multinazionali agroalimentari e farmaceutiche a mutare rotta, e neppure i Governi, per i motivi più volte accennati; solo i nostri comportamenti, la somma dei nostri comportamenti individuali, può modificare la rotta di questo Titanic che viaggia nella nebbia più fitta della coscienza, con un equipaggio che per boria e presunzione ha spento il radar dell’anima che segnala i pericoli. I passeggeri, o almeno quelli dei ponti superiori, festeggiano incuranti; gli altri sembra che aspettino rassegnati. Il luogo comune di cui ci stiamo occupando deve allora essere enormemente ampliato, trasformato, da un pensiero che in sintesi possiamo così esprimere: Rispetto e conoscenza dei processi di natura forniranno all’uomo cibo in abbondanza per nutrire corpo, anima e spirito.

A questo punto proviamo a rispondere alla principale obiezione che viene sollevata ogni volta che si affrontano argomenti attinenti il “progresso”. Obiezione Agricoltura biologica e biodinamica sono improponibili per risolvere un problema di tale portata. Al massimo possiamo considerarle produzioni per una nicchia elitaria. Sono insomma un ritorno al passato.

Molti temono, in perfetta buona fede, che davvero non possano esserci alternative ad un uso della tecnologia sempre più invasivo e distruttivo. La paura che si annida sottile, e che viene peraltro propagata ad arte, è quella del ritorno alla cosiddetta età della pietra, ennesimo luogo comune da sfatare. Eppure, proprio l’esperienza dell’agricoltura biologica dimostra il contrario, visto che in trent’anni ha avuto un enorme sviluppo.

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Sino a che anche noi aderiremo, sovente inconsciamente, a considerare tutto ciò che è più in sintonia con i ritmi di natura come qualcosa di inferiore, di serie B, lo strapotere dei potentati economici è destinato a perpetrarsi all’infinito. La prova più lampante ed evidente la troviamo proprio nel fatto che sarebbe l’agricoltura biologica e biodinamica ad essere spazzata via, inquinata irrimediabilmente dall’introduzione del transgenico, e in questo modo i brevettatori della natura, con una ennesima beffa, potrebbero dimostrare che essa non era poi così affidabile, visto che si è lasciata contaminare con tanta facilità. Spenderò allora qualche parola sulla biodinamica, senza pretesa di farne in questa sede un trattato. In quasi cento anni essa ha fatto ricerca, e continua a farla, non nei laboratori ma sul campo; ha studiato la vita nel terreno e gli influssi dal Cosmo con metodiche altrettanto scientifiche e sperimentate, ha indagato quelle forze immateriali di cui si è accennato in precedenza, ha dimostrato l’uso delle piccole quantità, una sorta di omeopatia nel mondo vegetale, ha studiato e indagato i rapporti sottili tra i regni di natura e l’Uomo; e poi altro ancora. Che significa prodotto di nicchia? Si vorrebbe conferire un significato ideologico a questo termine, quasi spregiativo, quasi parlassimo di vezzi o stranezze, oppure di privilegi di una piccola cerchia di credenti. Si dimentica che ogni prodotto oggi di largo consumo è stato prima considerato di nicchia: l’auto, la lavatrice, il cellulare, il computer, ecc. La differenza sostanziale consiste nel fatto che chi decide che ad un certo punto un prodotto esca dalla nicchia è mosso da interessi esclusivamente economici. Sono ampiamente disponibili tecnologie meno inquinanti, ad esempio per le auto, ma le si mantiene accuratamente ferme per motivi squisitamente economici, poiché le tecnologie precedenti debbono essere ammortizzate; la salute dell’Uomo non viene considerata economicamente

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abbastanza interessante, se non per le ricadute sul sistema sanitario. Dunque, ancora una volta, solo l’enorme potere, che ha il consumatore, di indirizzare le proprie spese nella direzione appropriata può creare una inversione di questa china (v. quarto luogo comune). Non s’intende dunque demonizzare la tecnologia, ma occorre che ognuno rifletta sull’uso che se ne fa. Siamo talmente abituati a contornarci di presunte comodità da non porci più le domande circa la sproporzione fra le risorse impiegate e gli scopi da raggiungere. Ogni avvenimento, anche il più negativo, offre sempre anche almeno una opportunità, e l’introduzione, in Europa ancora in punta di piedi ma presto sempre più invasiva, di cibi transgenici offre una grande opportunità: cominciare ad eliminare i cibi industriali dalla propria dieta e cercare soluzioni più naturali; guardare negli occhi un agricoltore biologico, meglio ancora biodinamico, e chiedersi se sia meglio fidarsi di lui o dello spot televisivo. L’età della pietra è proprio tra noi, qui ed ora, nella durezza di una visione materialistica che ci porta a rinchiuderci sempre più spaventati nella grotta buia di una coscienza non più vivificata dal fuoco di ideali, dal pensiero di uno spirito libero. Ma la libertà, quella interiore, quella di cui abbiamo ampiamente parlato nel primo luogo comune, quella che poco ha da spartire con la chiacchiera televisiva, è prerogativa solo umana, ed è disponibile solo per chi di noi davvero la desidera e cerca di praticarla, cominciando dalle piccole, ma in realtà grandi scelte quotidiane.

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Sesto luogo comune

Se vuoi la pace prepara la guerra E’ sufficiente l’ascolto di un notiziario o la lettura di un quotidiano per comprendere quanto questo antico motto sia ancora grandemente attuale. Si vis pacem para bellum, dicevano i nostri antenati, una frase chiara ed esplicita in tutta la sua durezza, malgrado la musicalità della lingua latina. Possiamo dunque a buon diritto annoverarla tra i luoghi comuni più antichi, più praticati, e anche tra i più difficili da trasformare; ma senza il suo superamento l’umanità non potrà realmente fare quel salto di coscienza necessario a relegare le barbarie nel cassetto dei brutti ricordi. Eppure, a ben riflettere, questa frase suona già più attenuata rispetto al più esplicito mors tua via mea, la quale evoca combattimenti corpo a corpo nelle battaglie in campo aperto, sfide cavalleresche “all’ultimo sangue”, duelli alla pistola dei vecchi film della mia infanzia, nei quali si celebrava la vittoria dei buoni contro i cattivi, ottenuta comunque tramite la violenza. Insomma, sembra sia possibile concepire il concetto stesso di pace solamente come periodo successivo ad una guerra guerreggiata e precedente ad una guerra che si prevede possa scoppiare ed alla quale prepararsi. In altre parole, al termine pace non viene riconosciuta valenza propria, ma assenza di guerra. Possiamo ritenerci soddisfatti di questa alternanza tra una guerra guerreggiata ed una preparata? Il termine pace, dopo le due ultime guerre mondiali, ha assunto per noi un significato implicito ancora più ristretto, ovvero assenza solo di queste catastrofi planetarie, ritenendo di conseguenza le miriadi di guerre e guerriglie

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locali un prezzo necessario da pagare per evitare lo scontro diretto tra le cosiddette “grandi potenze”. In realtà, tutte le guerre combattute dal 1945 ad oggi hanno prodotto un numero di morti superiore rispetto alle vittime dell’ultimo conflitto planetario. Oggi poi assistiamo ad una ulteriore trasformazione della strategia, che consiste nella progressiva abolizione della parola guerra, solo della parola, sostituita di volta in volta da termini più accattivanti, meno diretti, quali: operazione di polizia internazionale, esportazione di democrazia, e addirittura missione di pace. Infine, l’ultimo passo è stato trovare una categoria che permettesse di concepire la guerra come uno status più o meno perenne, in modo tale da evitare il fastidio di doverle di volta in volta dichiarare; è la cosiddetta guerra al terrorismo, la quale produce sempre più vittime nelle popolazioni inermi, a cominciare dai bambini. Al di la di tante considerazioni che al riguardo si potrebbero fare, dobbiamo anche riflettere sul fatto che se vi è sempre più la necessità di mascherare le guerre, di trovare nuovi nomi che leniscano un poco i sensi di colpa di una opinione pubblica occidentale troppo opulenta per ribellarsi al fatto di essere presa in giro, ciò significa che la coscienza del rifiuto della guerra prende piede in fasce sempre più ampie di persone. Il potere, qualunque esso sia, è costretto a non dire apertamente ciò che appare evidente perchè teme reazioni forti, ed allora ricorre a bugie, all’inganno mediatico e soprattutto ad instillare la dose quotidiana di paura, sufficiente a tenere a bada un dissenso che, seppure a fatica, sempre più si fa strada. Parallelamente però, assistiamo ad una progressiva anestetizzazione, una assuefazione alle bugie ripetute di continuo, tanto da farle apparire veritiere, e neppure l’ammissione che erano tali (ad esempio le famose armi distruttive di Saddam...) provoca cambiamenti significativi.

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Cominciamo allora col chiederci cosa impedisce ancora oggi il rifiuto completo della guerra guerreggiata, da dove origina il luogo comune e come accelerare il processo di superamento e trasformazione di questa prassi consolidata. Poiché tocchiamo uno dei punti più delicati della convivenza “civile” dobbiamo scavare più a fondo e cercare spiegazioni dentro noi stessi prima di tentare astratte analisi sociologiche o politiche. Partiamo ancora una volta dalla lotta per l’esistenza, concetto che fa da substrato teorico, ideologico, al ritenere la guerra un qualcosa di naturale. Si applica cioè la teoria di Darwin ai rapporti sociali, sino alle ultime conseguenze; non solo dunque la concorrenza spietata in campo economico (vedi luogo comune n. 4), ma si giunge alla eliminazione fisica dell’avversario, del nemico. Vedere l’evoluzione del mondo vegetale ed animale solo come lotta per l’esistenza significa vedere solo un lato dei fenomeni e trascurare l’aspetto collaborativo che pure esiste all’interno di comunità animali o tra regni differenti. L’altro aspetto da sottolineare è come vogliamo considerare l’Uomo, unico essere in grado di compiere scelte libere con contenuti morali oltre che egoistici. Fino a che continueremo a vedere il mondo che ci circonda solo come lotta di tutti contro tutti, dove sopravvive il più forte, la guerra apparirà sempre come inevitabile; continueremo a dolerci dei massacri e tutto continuerà come sempre. Il darwinismo, come è stato interpretato e usato, ci mostra l’Uomo come asservito totalmente alle leggi deterministiche e fisse di natura, e paradossalmente nega che possa esistere evoluzione nei suoi comportamenti morali, ritenendo l’evoluzione biologica l’unica variabile, seppure casuale (v. precedenti luoghi comuni). Sull’altro fronte, molti oppositori del darwinismo ritengono che tutte le specie animali, vegetali, tutti i minerali e l’Uomo stesso siano stati creati da un essere superiore; è la teoria cosiddetta creazionista. Essa rifiuta il concetto di caso ma si

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limita ad una lettura superficiale della complessità, quasi che la creazione sia una sorta di magia che con un colpo di bacchetta magica fa apparire tutto così com’è, immutato ed immutabile. Anche in questo caso il concetto di evoluzione viene negato, questa volta anche sotto l’aspetto biologico, malgrado l’evidenza. Dunque, tanto una visione solo materialista che una solo spiritualista si rivelano insufficienti a spiegare l’evoluzione, intesa non solo come trasformazione sul piano biologico, ma anche su quello della coscienza, della libertà umana e dell’etica, della moralità, intesa in senso ampio. Ci sono altre vie e altre considerazioni da immettere per trovare spiegazioni più convincenti, più adatte ad una umanità sempre più adulta, che non si accontenta più dei dogmi ma richiede conoscenza. Nella Cabala, l’antico esoterismo ebraico, si distinguevano quattro livelli di creazione e nella lingua ebraica vi erano quattro termini distinti per descriverli: 1. Aziluth, che possiamo tradurre emanare, creazione sul piano puramente spirituale; noi potremmo dire a livello di puro pensiero; 2. Barà, che traduciamo creare nel piano animico; vi è un concetto di amore per la creazione; nella Genesi viene usato questo termine; 3. Iezirah, ovvero plasmare, creazione sul piano vivente, ovvero le leggi della vita, quindi ancora sul piano non materiale; 4. Asiah, cioè fare nel piano fisico sensibile, materiale diciamo noi. Questo termine viene usato nella Bibbia quando la creazione giunge al piano materiale (facciamo l’Uomo a nostra immagine; Adam = terra rossa, argilla). Queste, che a qualcuno possono sembrare antiche superstizioni, mi sembra siano spiegazioni ben più scientifiche, della realtà così come si manifesta nella sua complessità.

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La concezione materialistica tritura tutto in un minestrone insipido, e quando noi diciamo creare pensiamo solo all’ultimo passaggio, quello materiale e in questo modo perdiamo il concetto stesso di evoluzione, che avviene potremmo dire, in estrema sintesi, per successivi atti di amore. Tra il caso che nulla spiega e la bacchetta magica semplicistica vi è un mondo di conoscenze da scoprire e riscoprire, da elaborare e introiettare. Quindi un primo punto è superare il meccanicismo di pensiero che vorrebbe l’Uomo come incapace di evoluzione spirituale e morale, incapace di smettere di distruggere (e di auto- distruggersi). I quattro livelli creativi non necessitano di essere creduti per fede, li possiamo osservare proprio nei nostri atti, nelle nostre creazioni. Sicuramente la creazione artistica è quella in cui essi appaiono chiaramente; un quadro, una sinfonia, una scultura, un saggio, un romanzo, una poesia prevedono questi quattro passi: il pensiero, l’idea; poi amare l’idea, vederla con gli occhi dell’anima; poi vederne la forma e infine mettersi all’opera alla tela, al pianoforte, con carta e penna, con marmo, argilla, ferro e quant’altro l’umana creatività riesce a immaginare. Ma anche l’inventore della pizza, per fare un esempio ancora più concreto, deve aver seguito questi quattro gradi; prima il pensiero, poi l’amore per ciò che si è pensato, ovvero mi piace questa idea, poi un pensiero più concreto, quali ingredienti usare, quale forma dare, poi in cucina a impastare. Chissà com’era la prima pizza... Oggi si “inventano” nuovi tipi di pizza, ma si lavora sul già creato, proprio come lo scienziato nel laboratorio, e il risultato è sovente simile: ingredienti scadenti e poco adatti sulla pizza, apprendisti stregoni in laboratorio.

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Se manca l’amore disinteressato per ciò che si vuol creare, se prevale l’aspetto mercantile, avremo molte “creazioni” distruttive, sino alle bombe “intelligenti”. Vediamo ora un secondo punto che non può essere tralasciato se vogliamo davvero immaginare possibile un mondo senza guerre guerreggiate. Ancora una volta, partiamo da ciò che dovremmo conoscere molto bene: il nostro organismo; esso non è solo un meraviglioso esempio di cooperazione tra cellule, organi e sistemi, ci mostra anche una unità (oltre che la triplicità evidenziata nel quinto luogo comune). Ovvero, se ogni cellula, ogni organo, ogni sistema si ritenesse indipendente, capace di esistenza propria, l’organismo intero deperirebbe; si è fatto l’esempio del cancro. Possiamo allora immaginare l’umanità come un organismo, ovvero ogni persona, nessuna esclusa, utile ed indispensabile a questo organismo? Inoltre possiamo considerare facenti parte di questa umanità non solo coloro che sono vivi sul piano fisico in un certo momento, ma anche coloro in attesa di “ritornare” (vedi secondo luogo comune)? Sono domande alle quali non è facile rispondere tout court, abbiamo tutti grandi resistenze a fare questo passo perchè pensiamo di dover rinunciare alla nostra individualità e perderci nel mare dell’umanità. Soprattutto risulta ostico pensare che di questo organismo debba far parte e sia addirittura indispensabile il mafioso che scioglie un bambino nell’acido dopo averlo strangolato, il terrorista che semina morte, l’ideatore delle bombe giocattolo e via dicendo. Come uscire da questa contraddizione? Proviamo a partire da alcuni versetti del Vangelo di Matteo, che hanno a mio avviso valore universale:

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“Voi avete udito che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico: non contrastate il malvagio; anzi, se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra.” (Mt. 5,38) “Voi avete udito che fu detto: ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano...” (Mt. 5,44) Non credo che per giungere ad una tale evoluzione interiore possa essere sufficiente solo la fede, per quanto intensa possa essere; solo una piccola minoranza di persone è sinora riuscita con questi mezzi a superare davvero questo steccato, sono le persone che si trovano su un gradino evolutivo superiore alla media. Per tutti noi che siamo sulla via, sono convinto sia necessaria oggi soprattutto la conoscenza, ottenuta per convinzione propria, delle Leggi universali che guidano l’evoluzione umana, quelle che possiamo sempre riscontrare nella nostra stessa evoluzione personale, sia biologica che morale. Ma al termine conoscenza dobbiamo conferire un significato più ampio di un generico sapere, come oggi è inteso, una quantità indifferenziata di notizie, dati e teorie sempre più specialistiche; la conoscenza che produce evoluzione di coscienza è nutrita dall’amore, dal calore, dall’anelito ideale, motore indispensabile ad elevarsi sopra il piano dell’egoismo e della parcellizzazione, verso una visione unitaria. E’ il pensiero vivo che deve soppiantare quello freddo, meccanico, standardizzato, disumanizzato, interessato, oggi ancora prevalente. E allora dobbiamo tornare al concetto di libertà (v. primo luogo comune), che per essere davvero tale deve contemplare la possibilità della sua omissione; e dunque anche tutto ciò che noi consideriamo il bene deve contemplare la possibilità che esso possa venire omesso.

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Ci troviamo dunque di fronte ad un bivio e dobbiamo scegliere. La prima opzione è il ritenere l’Uomo incapace di evolvere sino alla libera decisione individuale di rifiuto della guerra e della violenza; quindi “animale”, seppure “superiore”, ma che non può vincere gli istinti, le necessità di natura, che è costretto a lottare per sopravvivere; in questo caso dobbiamo accontentarci del mondo che vediamo dai piccoli schermi. Oppure dobbiamo immaginare (ma dobbiamo anche sentire) che ci sia un fine superiore, che cioè il compito dell’Uomo sia proprio quello di elevarsi ad un superiore piano morale, così come si è elevato in posizione eretta rispetto all’animale, di riconoscere le leggi deterministiche di natura nella loro saggezza, leggi che ci mostrano sia lotta che cooperazione, e scegliere la lotta ai propri bassi istinti e la cooperazione in ambito sociale. Nel mondo materiale tutto esiste diviso in una serie di opposti, ciascuno dei quali necessario a comporre l’unità e per ogni azione in una direzione ve ne è un’altra compensativa nella direzione opposta. Chi ha qualche dubbio provi ad inspirare senza prima espirare o ad abolire la notte. Noi siamo in grado di definire il bene solo perchè esiste il male, viceversa non avremmo termini di paragone. Prevengo subito l’obiezione: tutto ciò non significa certo giustificare il male, non è questo il punto. Dobbiamo però tener presente che, nelle intenzioni di chi la promuove, ogni guerra serve proprio a distruggere il male, o meglio quello che viene ritenuto tale; malgrado le evidenze, ci si continua ad illudere che il bene possa trionfare attraverso distruzioni e morte. Occorre dunque il coraggio di effettuare una profonda inversione interiore che ci porti a concepire il male come assenza di bene, senza conferirgli

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valenza propria, e in tal modo promuovere una sua trasformazione; parallelamente conferire alla pace valenza propria anziché assenza di guerra, e in tal modo attribuirgli lo status di naturale. Ciò che noi chiamiamo buio altro non è che assenza di luce. E allora, frasi dirompenti quali amare il proprio nemico, e porgere l’altra guancia, sovente irrise, quando non ritenute impossibili o intese come accettazione passiva della altrui violenza, possono diventare strumenti di conoscenza per un cammino difficile ma possibile che porti ognuno lentamente, ma inesorabilmente, a rifiutare la guerra e la violenza, ma partendo dalle proprie pulsioni interne. Il “nemico” fuori di noi ci rende visibile parti di noi che non è facile accettare. Senza l’acquisizione interiore che amare il prossimo come noi stessi non è una manifestazione di buonismo, ma il riconoscimento che l’altro è parte di un organismo di cui noi stessi facciamo parte, sarà difficile, a mio avviso, fare passi significativi nella direzione del rifiuto della guerra in tutte le sue forme. Tra il caso e la bacchetta magica mi sembra dunque molto più scientifico pensare che ciò che avviene nella nostra realtà materiale attraverso le nostre creazioni possa essere avvenuto ad un livello più elevato di coscienza, attraverso pensieri divini che lentamente “scendono” nei vari livelli di creazione, ma che ad un certo punto lasciano l’Uomo libero di evolvere e di scegliere il bene o il male, concedendo molte “prove ripetute”. Non è forse questo che fa il bambino per acquisire passo dopo passo la sua indipendenza e autonomia, dunque per evolvere? E la massima prova d’amore di un genitore verso il figlio non è forse quella di guidarlo progressivamente verso la sua piena assunzione di responsabilità e lasciarlo sempre più libero, anche di sbagliare? Dunque, se da pensieri e amore divini, e non dal caso, è scaturito un Universo, un mondo con le sue leggi e l’Uomo, dobbiamo immaginare che ogni

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individuo, nessuno escluso, sia stato “pensato” come unico e indispensabile all’intera umanità. Si dovrà cominciare (o continuare) a non aderire a “valori” che pure sono stati in passato riconosciuti fondanti, quali il concetto di patria, che ancora evoca in tutti noi una appartenenza comune, ma che inevitabilmente porta a chiudersi verso altre patrie, dunque altri individui, nemici potenziali o reali. Solo allora la retorica delle commemorazioni, delle deposizioni di corone su altari di militi che si vogliono ignoti ma che sono parti di noi stessi, l’esibizione di parate militari o di “frecce tricolori”, solo allora tutto ciò potrà finalmente essere sostituito da qualcosa di più arricchente per le nostre anime. E’ un processo non facile e non breve, ma il primo passo è, come sempre, il ritenerlo possibile, cominciando magari da un atto simbolico ma significativo nella misura in cui è autentico dentro di noi, di trasformare il luogo comune in oggetto: Se vuoi la pace prepara la pace dentro te stesso Vediamo ora un paio tra le innumerevoli obiezioni che si possono legittimamente fare alle argomentazioni proposte, forse le più frequenti, quelle che le riassumono quasi tutte. Obiezione Se abolissimo gli eserciti, saremmo in balia di violenti, conquistatori e terroristi

E’ una osservazione di buon senso, ma che inchioda la realtà attuale e la rende eterna, non suscettibile di cambiamento. In tutte le scelte piccole e grandi della nostra giornata e della nostra vita, possiamo sempre trovare motivi più che validi per rifiutare il nuovo (v. terzo luogo comune). Se la

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scelta di cambiare strada non prevedesse pericoli e rischi non potremmo neppure definirla tale. Il pensiero morto e meccanico, accennato in precedenza, ci rende sempre più incapaci di vedere tonalità diverse dal bianco e dal nero, dal tutto o nulla, e non ci accorgiamo che esempi nella direzione auspicata ci sono stati e ci sono oggi, anche se poco pubblicizzati. L’evoluzione delle coscienze non avviene in un istante, con la bacchetta magica, appunto, ma è il risultato in continuo divenire di pensieri e azioni di alto contenuto ideale e morale. Dapprima casi singoli, che poi si allargano a fasce sempre più ampie di persone. Un nome per tutti, Gandhi, questa “Grande Anima” che ha avuto la forza, la capacità, l’idealità e la costanza di testimoniare con l’azione pratica che la non-violenza può non solo essere praticata ma anche vincere, o meglio convincere (= vincere insieme, non contro). Il suo esempio dimostra che rifiutare la violenza può non essere una azione passiva di chi subisce la sopraffazione altrui, ma una sfida ad immaginare e praticare forme nuove e creative per rapportarsi a situazioni nelle quali rispondere con la violenza è istintivo ma non produttivo e risolutivo. Gandhi non contraddice se stesso quando scrive che il ricorso alla violenza è comunque preferibile alla accettazione passiva della sopraffazione, dunque una sorta di “ultima spiaggia”; viceversa, secondo me questa affermazione dimostra proprio la profonda conoscenza della evoluzione umana, del compito assegnato all’Uomo. Infatti, l’unica cosa che blocca l’evoluzione è astenersi, omettere, non affrontare la realtà che ci viene incontro. Meglio dunque una scelta sbagliata l’immobilismo, perché solo dalla prima si imparare e comprendere l’errore.

che può

Il violento è visto come un bambino che sa solo distruggere, un bambino che deve imparare ed al quale testimoniare e mostrare che c’è altro, pena scendere al suo stesso livello.

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Se perdiamo la speranza che anche il peggior assassino possa evolvere, allora non ci resta che sopprimerlo. Sinora siamo riusciti solo ad anteporre la negazione al termine violenza; non è poco, è un primo passo di un percorso che non può essere breve; quando riusciremo a sostituire non violenza con un termine proprio avremo probabilmente effettuato un ulteriore passo nell’acquisire coraggio e certezze interiori. Solo una visione materialista può farci interpretare la morte di Gandhi per mano violenta come una sconfitta; in realtà, i suoi pensieri e le sue azioni restano, ma dovranno essere corroborati anche dai nostri pensieri e dalle nostre azioni. Aspettare che siano i Governi a muoversi in questa direzione sarebbe, questa si, una vera utopia. Obiezione Come è possibile sentirsi parte dell’umanità, considerata come organismo unico, e contemporaneamente individuo libero ed indipendente? E che c’entra tutto ciò con la guerra?

Possiamo proprio dire che il nostro equilibrio, la nostra vita quotidiana continuamente oscillano tra questi due poli opposti. Da un lato, la conquista della propria individualità, la personalizzazione dei propri bisogni, esigenze, la manifestazione dei propri talenti; dunque l’esigenza di sfuggire alla standardizzazione cui siamo sempre più spinti dal sistema economico, le mode, la cultura dominante. Dall’altro lato la verifica che nessuno può bastare a se stesso, che i talenti di ciascuno compensano e integrano quelli di altri, che lo scambio di opinioni, esperienze, sensibilità ci nutre non meno del cibo. La soluzione stà proprio in questa scommessa di trovare il proprio posto, di scoprire e riscoprire il proprio compito, senza isolarsi ma senza farsi

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assorbire; dunque, esprimere i propri talenti per fini sempre più generali e sempre meno egoistici. Più persone osserviamo, con più persone entriamo in contatto, più approfondiamo la conoscenza e più ci stupiamo di come ciascuno racchiuda in sé un universo e sia diverso non solo da noi ma da tutti gli altri. E viceversa, osservando un gruppo di persone, grande o piccolo, che opera in sinergia per uno scopo comune importante, ciascuno con un compito diverso, confacente ai suoi talenti e capacità, possiamo constatare come questa somma di diversità produca una unità e ci rendiamo allora conto che la contraddizione è solo apparente. Per restare in tema, un esempio di questo genere può essere osservato proprio in un ospedale in zona di guerra. Non dovremmo dunque far molta fatica ad estendere, per estrapolazione, questo concetto all’intera umanità e constatare che quando lo scopo è di alto profilo ideale quasi magicamente le differenze di ogni tipo vengono indirizzate verso un fine unitario superiore. Del resto tutto ciò accade sempre in occasioni di grandi catastrofi, e anche durante le guerre, accanto alle barbarie sempre troviamo azioni di grande solidarietà. Ma perché mai, potremmo ancora chiederci, il sentirci parte di una umanità unitaria dovrebbe in prospettiva far diminuire le guerre sino alla loro scomparsa? Non è anche questa una utopia? Ebbene, possiamo constatare che ogni volta che tra i due poli, l’individuo da un lato e l’umanità intera dall’altro, si costituisce un “sottogruppo” (Stato, Chiesa, Nazione, etnia, tribù, partito, associazione ecc.), esso tende inevitabilmente, prima o poi, a cercare di asservire ai propri interessi, ai propri scopi, alla propria sopravvivenza, sia l’individuo che l’umanità. Anche se le intenzioni con cui ogni “sottogruppo” nasce sono diverse (e spesso così non è...) il risultato tende ad essere quello della auto-conservazione, e ad un certo punto l’individuo, o l’umanità intera, secondo i casi, diventano strumenti, chiamati a difenderlo contro il “nemico”.

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E’ pur vero che molti “sottogruppi” sono necessari alla vita comunitaria, ma allora dovremmo avere sempre molto chiaro che ogni volta che ne nasce uno si dovrebbe contestualmente prevedere la sua dissoluzione volontaria, quindi riconoscerne la temporaneità. Se è vero che non possiamo abolire all’improvviso Stato, Chiesa ecc. possiamo però affermare la volontà di non essere asserviti ad essi e pretendere che siano essi ad essere al servizio dell’individuo singolo da un lato, e dell’umanità intera dall’altro. E infine il cerchio si chiude e torniamo ancora alla libertà ed alla sua pratica, alla responsabilità dell’individuo, argomento ormai trattato, direi, in “tutte le salse”, per affermare e riaffermare quotidianamente la preminenza della nostra coscienza individuale su qualunque legge, dogma, ragion di stato e quant’altro si propone di farci agire contro di essa. Si potrà ancora obiettare che anche senza “sottogruppi” resta pur sempre la possibilità di una guerra di tutti contro tutti, di ogni individuo contro l’altro. E’ vero, ma solo in teoria, perché una volta giunti ad un tale livello generalizzato di coscienza, il concetto stesso di guerra sarà certamente relegato a retaggio del passato, come ad esempio oggi lo è quello di schiavitù, o come tende sempre più ad esserlo quello di pena di morte, magari trasformato in gioia di vita. In conclusione, esistono oggi nel mondo miriadi di “sottogruppi” più o meno piccoli che ricercano e sperimentano strade di cooperazione in vari ambiti della vita, e anch’essi dovranno dissolversi e divenire un unico grande gruppo man mano che questi valori diventeranno patrimonio condiviso. Ci sono state e ci sono persone che hanno pagato col carcere, quando non con la vita, il rifiuto di indossare la divisa militare, per affermare la preminenza della propria scelta di coscienza, della propria eresia (eretikos = colui che sceglie). Tutti piccoli grandi passi per costruire un mondo sempre più umano.

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Tutte queste realtà non fanno notizia e occorre esercitare la libera scelta di andarle a cercare, perché sappiamo che “chi cerca trova”, altro luogo comune, ma questo non necessita proprio di essere trasformato, ma di essere sempre più praticato.

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Settimo luogo comune

La verità non esiste Qualcuno dirà forse di non aver mai pronunciato o pensato questa frase, ma pur non essendo molto presente nella consapevolezza delle persone, essa permea totalmente la cultura oggi dominante, di cui è la stampella filosofica principale, sottintesa, data per scontata; aleggia in maniera impalpabile, sottile, quasi impercettibile, pur se innominata, potremmo dire instillata nelle coscienze in modo subliminale. Possiamo definirlo luogo comune inconscio, più di altri quindi da sfatare. Unito all’altro che le fa da complemento, ovvero “la libertà è limitata” (v. primo luogo comune), esso diventa una morsa che stringe l’individuo e lo costringe in una prigione dove il pensare stesso, questo processo che caratterizza l’Uomo, viene annacquato, limitato e relativizzato, tanto da poter essere manipolato dai venditori di pensieri pre-pensati. Così l’Uomo, anziché ricercatore appassionato della verità, rischia di diventare sempre più consumatore di verità preconfezionate, ogni volta diverse e in contrasto tra loro, o viceversa bloccato in una verità unica. Mi accingo dunque ad affrontare questo argomento, consapevole del rischio di fraintendimenti poiché, come si potrà constatare, le differenze tra alcuni concetti sono davvero sottili, e le credenze consolidate e sedimentate. Lo Zingarelli ci fornisce la seguente definizione di verità: qualità di ciò che è vero. Ma il vero esiste o è una chimera? Per cercare qualche risposta, cominciamo a riflettere su quattro aggettivi che sovente accompagnano il termine verità: assoluta, unica, oggettiva, soggettiva. Se affermo che una certa verità è unica, la mia ricerca è terminata; se aggiungo assoluta, rafforzo il concetto e mi

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preparo a difenderla con tutti i mezzi; in ogni caso sono prevenuto e non disponibile ad ascoltare e valutare serenamente altre verità che appaiono diverse e opposte. Con queste premesse è possibile, e anzi probabile, che io decida, prima o poi, di cercare di impedire che verità difformi da quella che ho fatto mia vengano espresse, tanto meno propagandate. Dunque, ogni volta che una verità diventa unica o assoluta, assume la connotazione di dogma e, per sua stessa natura, si presta a divenire arma, diretta contro coloro che affermano verità differenti, talora peraltro anch’esse ritenute uniche ed assolute da chi le sostiene. Esempi classici li possiamo osservare nelle dispute, lotte e guerre di religione. Diverso è invece il concetto di verità oggettiva, ovvero quella che appare evidente rispetto all’oggetto in questione; di per sé, esso non dovrebbe escludere che possano esistere altre verità, altrettanto oggettive, secondo l’angolatura considerata. Tuttavia è invalsa ormai la tendenza a considerare i due concetti, verità oggettiva e verità unica o assoluta, come equivalenti; si pensa che l’opposto di oggettivo sia soggettivo, e si conclude che la verità soggettiva sia quella che attiene ogni individuo (parleremo in seguito del relativismo), e quella oggettiva sia valevole erga omnes, dunque non passibile di essere messa in discussione, quindi nei fatti, se non assoluta, comunque unica. Incontriamo qui la prima sottigliezza accennata all’inizio, il primo scoglio, per superare il quale provo a rispondere alla seguente obiezione: Obiezione Sono proprio le tante angolature, i punti di vista differenti, la dimostrazione che ci sono verità soggettive, anzi su ogni questione ognuno può possedere, potenzialmente, la sua verità.

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Immaginiamo allora che quattro persone scattino quattro fotografie dello stesso albero, ognuna da uno dei quattro punti cardinali; possiamo ben dire che ciascuna foto rappresenta la realtà oggettiva dello stesso albero, perché cambia la prospettiva ma l’albero è il medesimo. Non sarebbe strano che ognuno volesse definire la sua foto come unica verità dell’albero e sostenesse la non veridicità delle altre? Perché affermo che ciascuna foto è una realtà oggettiva dell’albero? Perché non passibile di essere negata dalle altre tre, e anzi, ed è questo il punto essenziale, ciascuna completa le altre tre, in modo tale che l’oggettività della realtà rappresentata dall’albero aumenta con l’aumentare del numero di foto osservate. Mi sembra dunque che la prima deduzione da trarre sia che non possono esistere verità che negano qualcosa, ovvero la verità può solo essere affermata in positivo, con una frase affermativa. Frasi come: ”Non esiste altro oltre la materia”, “Non esistono cure per questa malattia”, “Dopo la morte non c’è che il nulla”, e altre di questo tenore, dobbiamo considerarle, queste sì, opinioni soggettive, non verità affermate. Nessuno può negare ad un altro la libertà di ricercare e di affermare; ecco perché il concetto stesso di verità soggettiva è un “non senso”. Dunque, quand’anche non ci fossero altri argomenti, affermare che la verità non esiste diventa di per se dogma, un freno e un blocco alla libera ricerca, in questo caso proprio della verità, come concetto archetipico. Ma vi è ancora un’altra confusione, altrettanto importante, che si immette in quella precedente e la complica ulteriormente; mi riferisco al fatto che anche il pensare viene definito soggettivo, confondendolo col sentire, esso sì assolutamente tale.

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Ciò è dovuto anzitutto al fatto che confondiamo il pensare, attività, processo spirituale, con il pensiero, che è invece il prodotto, il frutto dell’attività pensante. Quando, parlando di un certo argomento, dico: “Io penso che...”, non mi accorgo che inevitabilmente sto immettendo in quel pensiero anche sentimenti personali, cosa peraltro naturale. La domanda diventa allora la seguente: esiste il pensiero puro, non “colorato”, non riempito, non annebbiato da sentimenti personali? Possiamo dire che esistono gradi diversi di coloritura dei pensieri, e dunque più un pensiero riesce ad essere scevro di sentimenti personali, più è oggettivo. Ma anche questa ultima affermazione può essere equivocata; si potrebbe intendere che il pensiero razionale, meccanico, freddo, spassionato, sia il più oggettivo. Posto dunque che il pensare è attività per sua natura oggettiva, possiamo dire che un pensiero è tanto più oggettivo quanto più calore animico e amore disinteressato possiede, e sempre meno oggettivo man mano che si riempie di passione egoistica. Per questo non è così frequente ascoltare pensieri che contengono un alto contenuto di oggettività! Ma se osserviamo con più attenzione i nostri pensieri, possiamo riconoscere e osservare il grado più o meno elevato di annebbiamento, o se si preferisce di cristallinità che contengono. Ed è proprio questo il punto importante, riconoscersi in un processo evolutivo che ci può portare, se lo scegliamo, ad imparare a produrre pensieri di verità sempre più oggettivi. Ci avviciniamo allora ad un concetto fondamentale, che oggi viene sempre più negato dalla cultura dominante, quello cioè che ogni verità è sempre passibile di ampliamento, e perché ciò sia possibile, occorre che ogni nuova verità includa quella precedente.

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Abbiamo allora due strade davanti a noi e dobbiamo decidere quale vogliamo imboccare. Se la nuova verità può includere quella precedente trasformandola, posso a buon diritto definirmi un ricercatore di verità, e continuo la mia ricerca verso verità sempre più oggettive, senza il bisogno di lottare contro verità “nemiche”. Se invece la nuova verità esclude la precedente, se non è in grado di abbracciarla e di trasformarla, devo pensare che essa tende non all’oggettività ma alla assolutezza e rischia di entrare nel circolo della lotta distruttiva tra verità opposte. Dunque, la ricerca della verità non dovrebbe essere intesa una tantum, conclusa quando si ritiene di aver trovato quella definitiva, bensì un continuo processo di allargamento che si nutre delle scelte ed esperienze di vita quotidiana. Man mano che la nostra capacità di pensare si affina, man mano che le verità acquisite si scolorano di sentimenti personali egoistici e si riempiono di amore altruistico e universale, esse acquistano un sempre più elevato coefficiente di oggettività. Non si parlerà più di verità oggettiva contrapposta a quella soggettiva, bensì di gradi di oggettività; avremo da un lato verità oggettive di grado diverso, e dall’altro opinioni personali che le negano; e poiché è un processo in continuo divenire, ognuno ha il diritto di qualificare come oggettiva la verità cui è giunto a quel momento, il pezzo, il frammento che ha acquisito con la sua ricerca, conscio che ogni verità trae fondamento e poggia su quelle precedenti. Se vogliamo una immagine di questo processo, pensiamo ad una grande sfera, simbolo della ricerca di verità oggettiva al 100%; man mano che la riempiamo di oggettività essa si illumina sempre più fino a risplendere come un Sole. La luce del pensare sempre più libero, che produce pensieri sempre meno egoici, la fa risplendere di luce propria.

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A fronte dunque del pensare come processo oggettivo, stà il sentire soggettivo, personale, dove nessuno può davvero provare sentimenti e pulsioni uguali a qualcun altro; posso certo compenetrarmi e immedesimarmi in un grande dolore di un amico, pensarmi al suo posto, ma il suo dolore non sarà mai il mio dolore; di fronte alla morte di un genitore, ad esempio, i sentimenti interiori provati da ognuno sono assai diversi, non solo per quanto appare all’esterno, ma perché riflettono la specificità unica di ogni persona, il suo personale rapporto col genitore, e mille altre variabili assolutamente soggettive, uniche. Dopo aver fatto chiarezza (almeno spero...) su questi argomenti, vorrei mettere sotto una lente di ingrandimento un aspetto importante della concezione materialistica, che è parte dell’argomento di cui ci occupiamo. Mi riferisco al cosiddetto relativismo il quale, anziché cercare di ampliare ogni verità, la relativizza, appunto, la inserisce nel novero, nell’elenco sempre più numeroso delle ipotesi, delle teorie. L’aspetto, a mio parere, pericoloso è che esso si camuffa sotto le vesti di democratico, si rende attraente perchè presentato proprio come non dogmatico, non autoritario. Se però osservata con attenzione, questa concezione, che non ricerca una gerarchia tra le verità ma ci fa credere di conferire loro pari dignità, nasconde il vero scopo, che è quello di simulare una diversificazione di indirizzi, tutti però riconducibili al pensiero dominante. Riprendendo l’immagine della sfera, qui vediamo una serie infinita di sferette assai poco luminose, proprio perché non c’è alcun anelito ideale verso la ricerca di una verità, intesa come abbiamo cercato sin qui di caratterizzarla. Basta osservare ciò che avviene nella ricerca, quella ufficiale, quella che ingoia risorse senza poter mantenere le promesse, per constatare quale sia la reale impostazione democratica; ogni volta che in campo medico, per fare un solo esempio, viene presentata una ricerca uno studio indipendente, i cui risultati possono in prospettiva contrastare seriamente gli enormi interessi economici delle

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multinazionali farmaceutiche, i promotori vengono subito zittiti, se non basta minacciati e poi perseguitati; mai accade che i loro studi vengano sperimentati o confutati, e questa è la dimostrazione più evidente che la ricerca non è rivolta alla verità ma a ben altro. Poche cose sono oggi più dogmatiche delle cosiddette verità scientifiche, soggette a continui cambiamenti schizofrenici, non inclusivi, ogni volta negando una verità precedente, che a sua volta ne negava una anteriore e che presto verrà a sua volta negata, in un ciclo infinito. Insisto ancora sul concetto di trasformazione per inclusione perchè, a mio avviso, è essenziale per uscire dal caos di un mondo sempre più impazzito e permette di trasformare la pulsione distruttiva nella comprensione di verità più ampie. Basta uscire dai laboratori e osservare la natura sul campo, una spiga di grano o una pianta di pomodoro, per constatare che nulla viene distrutto ma tutto trasformato; il materialista vede la pianta morta e stenta a comprendere che la forza immateriale che è stata causa della sua crescita è quella stessa che è ora concentrata nel seme. Se stanziassimo fondi per realizzare orti scolastici, al posto di laboratori informatici in prima elementare, contribuiremmo a costruire un mondo in cui possa prevalere l’inclusione delle differenze sulla intolleranza e la violenza. Mi rendo conto che è necessario, a questo punto, portare esempi concreti di verità che si ampliano, partendo da alcune viste proprio in questi sette luoghi comuni, cercando di mettere in luce non solo come esse possano essere riempite man mano di oggettività, ma di come il vero scoglio da superare sia proprio la loro assolutizzazione. Partiamo da una verità portante della cultura materialistica: l’Uomo è un animale superiore, e vediamo se è possibile includerla in una verità più ampia. Molti tra i meno giovani ricorderanno che fino all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, si poteva entrare nei cinema non solo all’inizio dello spettacolo ma in modo continuativo.

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Poteva allora accadere di entrare, ad esempio, all’inizio del secondo tempo, assistere allo svolgersi della storia, e non riuscire a comprendere completamente gli accadimenti, di non vederne l’origine, le cause che avevano prodotto ciò che si stava vedendo; solo la successiva visione del primo tempo portava le risposte e tutto acquisiva una logica. Ora, l’antropologia, le scienze naturali, la teoria di Darwin ecc, osservano l’evoluzione biologica dei regni, vegetale ed animale, e concludono che l’Uomo è l’anello terminale superiore di questa catena. Se penso difatti che la materia sia la causa (v. quinto luogo comune) e che l’evoluzione sia una serie di accadimenti casuali, devo per forza trarre questa conclusione. Posso però, altrettanto legittimamente, pensare che quello esposto sia solo il secondo tempo di questa rappresentazione, e che il primo tempo si sia svolto in un piano diverso da quello materiale, non visibile ai nostri sensi e neppure percepibile dalle sofisticate strumentazioni elettroniche di cui dispone oggi la tecnologia, e che dunque l’Uomo sia non l’ultimo ma il primo anello di questa catena evolutiva. Posso pensare che l’evoluzione della coscienza abbia accompagnato e preceduto quella biologica e che dapprima si siano “appesantiti”, riempiti di materia sempre più densa, incarnati e materializzati i regni meno evoluti, per poter essere supporto, fondamento, per permettere all’Uomo la sua evoluzione terrestre. In questa visione il caso non può, come è evidente, avere cittadinanza. Dunque, con la visione di questo primo tempo, la verità accennata si trasforma e diventa: l’Uomo appartiene al regno umano. Quale delle due verità è più oggettiva? Quale non necessita di sopprimere l’altra ma la può includere? Se dico che l’Uomo si è incarnato per ultimo ma esisteva per primo, non nego affatto, appunto, che si sia incarnato per ultimo, non nego dunque l’evoluzione biologica materiale, ma aggiungo un elemento (primo tempo), l’evoluzione della coscienza,

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che precede e accompagna il processo (secondo tempo), e mi fa comprendere che l’Uomo possiede qualcosa in più rispetto all’animale, la capacità di riflettere sui suoi stessi pensieri e di modificare i suoi comportamenti. Viceversa, per sostenere la prima verità devo negare l’esistenza stessa di un possibile primo tempo. E’ dunque il materialismo stesso che si condanna, per sua stessa natura, a non poter allargare il suo punto di vista, a dover combattere altre concezioni più ampie. Riprendendo l’analogia del cinema, siamo usciti dopo la visione del secondo tempo senza vedere il primo; non solo, rifiutiamo che altri ce lo raccontino, ma poco a poco ci convinciamo che tutti i film sono di soli secondi tempi; preferiamo pensare che siano casuali gli avvenimenti che abbiamo visto scorrere nel secondo tempo; non ci chiediamo il perché quel personaggio agiva in quel modo, e via dicendo. Completiamo il ragionamento, per non essere noi stessi unilaterali, e rileviamo che si può anche entrare nel cinema all’inizio, vedere il primo tempo e rimanere talmente affascinati da voler uscire senza vedere il secondo tempo, temendo quasi che il prosieguo della storia rovini la nostra visione edulcorata; forse lei lo lascerà, forse qualcuno morirà, meglio non saperlo; è lo spiritualismo, come abbiamo altre volte rilevato, ed è anch’esso unilaterale in quanto sottovaluta o addirittura ignora l’importanza della evoluzione biologica, possibile solo nella materia, e non riesce a spiegarsi il senso della vita in questo mondo. Sono due “ismi”, restano sfere separate che cozzano l’un l’altra; la storia ne è piena e gli esempi non mancano neppure oggi. E allora, non è meglio vedere l’intero spettacolo? Perché accontentarsi di solo uno dei due tempi del film? Mi rendo conto che a questo punto l’obiezione è sin troppo scontata:

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Obiezione Bella forza! Il secondo tempo tutti siamo in grado di constatarlo, ma il primo tempo no; se è vero che esso spiegherebbe molte cose, pure può essere frutto di fantasia, una sorta di gioco di prestigio. Perché dovremmo fidarci di chi lo racconta, visto che non possiamo verificarlo direttamente? La prima risposta che mi sento di dare, pur se non esaustiva, è ancora la seguente: nessuno può negare l’allargamento del pensiero altrui su un qualsiasi argomento; è un altro modo di dire che una verità deve, per sua natura, essere affermativa, non negarne altre. La domanda può diventare allora la seguente: è possibile indagare realtà non accessibili ai sensi con la stessa metodologia scientifica, ovvero rigorosa e logica, usata per i fenomeni sensibili? Il relativismo, accennato sopra, serve proprio a negare questa possibilità, a nascondere il dogmatismo che non ammette verità che non siano avallate dalla ufficialità scientifica con un novello imprimatur. La conclamata libertà di pensiero è di fatto limitata, non deve diventare pericolosa per l’establishment. Se è vero tutto e il contrario di tutto, allora nulla è vero; se tutto è vero in egual misura, senza l’esercizio del pensare che dirime, analizza, scava e cerca una gerarchia inclusiva, allora viva il talk show televisivo, dove più si insulta, più si esprimono pensieri vuoti, più aumentano gli ascolti e le inserzioni pubblicitarie, per ottenere quell’1% di aumento del PIL che dovrebbe garantirci la felicità in Terra! Visto che il numero di persone depresse aumenta in misura esponenziale, sarebbe allora il caso di sostituire lo psicofarmaco, che svuota l’anima e annebbia il pensare, proprio con la terapia del pensiero vivo, gratuita e salubre,

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in cui ognuno usa questo meraviglioso strumento che rischia sempre più di inaridirsi e dissolversi nel pensiero unico relativistico. Un buon esercizio in tal senso è proprio quello della confutazione, a patto di comprenderne le modalità e lo scopo, ovvero l’esatto opposta della chiacchiera politica e del talk show. Chi intende confutare una verità, ne riconosce dapprima il frammento di verità che contiene, ma ritiene di essere in possesso di argomenti per immetterne un’altro, da altra angolatura, per renderla maggiormente oggettiva, ed è pronto ad essere a sua volta confutato con le stesse modalità, continuando questo splendido confronto tra anime unite dall’unico anelito della ricerca. E’ il più bel divertimento del mondo e non lo invento certo io oggi, visto che è stato ampiamente praticato, ad esempio nei dialoghi platonici, nei quali è il personaggio di Socrate a condurre questo continuo processo. Si provi a leggerne anche solo uno e lo si confronti con l’ultimo talk show; poi si potrà praticare la libertà di scelta. Questo presunto egualitarismo democratico delle idee che il relativismo sembra propugnare, quasi esso fosse l’unico antidoto antirazzista, viene contraddetto poi dal darwinismo sociale, che induce la continua lotta per l’esistenza materiale, a partire dalla concorrenza in economia (v. quarto luogo comune), dove coloro che restano “indietro”, anziché sostenuti ed aiutati, vengono nei fatti utilizzati e sfruttati da chi è più “avanti”. Come una verità con alto contenuto oggettivo ne include altre che sono state fondamento, così l’Uomo, consapevole di appartenere ad un regno più evoluto, può aiutare con gratitudine i regni di natura verso cui si sente debitore; e in modo del tutto analogo ogni Uomo si può rapportare al resto dell’Umanità, organismo di cui fa parte (v. sesto luogo comune). La fisica quantistica è giunta sulla soglia, direi al limite stesso del mondo materiale, quando ha dimostrato sperimentalmente, dunque con i suoi stessi metodi, che

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quando si giunge all’infinitamente piccolo il risultato dell’esperimento è influenzato dalla presenza stessa dello sperimentatore. Se dunque si ammette che l’Uomo, o meglio l’autocoscienza umana, lungi dal rappresentare una realtà soggettiva, incarna essa stessa una oggettività non minore di altre, che non può essere trascurata, la conoscenza, il pensiero, le verità cominciano ad ampliarsi. Vediamo alcuni esempi al riguardo. Per tutti noi frasi come: il Sole sorge, il Sole tramonta, sono verità oggettive sperimentate quotidianamente; la verità che la scienza ci propone è diversa: la Terra gira intorno al Sole. Due visioni che sembrano escludersi a vicenda: quella tolemaica, nella quale l’Uomo è al centro, e quella copernicana che lo vede, per così dire, dal di fuori; due angolature diverse, ma è la seconda che ci viene presentata come unica visione oggettiva e che pretende che l’altra sia pura superstizione. Escludere l’Uomo significa non riconoscere l’evoluzione della coscienza umana e non potersi poi spiegare i fenomeni, proprio come la fisica quantistica. Una verità, derivata proprio dalla fisica quantistica (ma è anche un antico sapere orientale), verità sostenuta anche dal movimento new age afferma: la materia è illusione, Maya. In questo caso, nel tentativo di oltrepassare il materialismo, si rischia altrettanta unilateralità, poiché sino a che vivo in questa realtà, se cerco di attraversare un muro mi faccio male. La materia diventa sì illusoria, ma solo se la riconosco come effetto e se ne ricerco le cause in una realtà non accessibile ai cinque sensi, realtà che posso definire il mondo spirituale; ma per fare questo devo cercare di conoscerlo, o almeno supporne l’esistenza. Si fanno invece grandi sforzi proprio per non nominarlo, e si preferisce parlare, di volta in volta, di

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massa oscura, energia superstringhe ecc.

debole,

buchi

neri,

Soprattutto la new age americana sembra aver scoperto che il bisogno di spiritualità può essere trattato con le regole di mercato; quindi proliferano rivelazioni di presunti segreti, chiavi di accesso e scuole di illuminazione, utilizzando operazioni di marketing sempre più raffinate. Non mi pare possa essere questa la via, poiché essa utilizza metodi uguali a ciò che pretende di superare. Che fare dunque? Esiste una strada sicura verso la verità, intesa come detto sin qui? Le vie possono essere parecchie e ognuno sarà portato a sperimentare quelle da cui si sente attratto, quelle con cui risuona. A mio parere, come esperienza personale, la cosa realmente importante è stata possedere una bussola orientativa (v. postfazione) un metodo che guidi in questa non facile ricerca, in modo che sia essa a far scoprire le strade da percorrere e non accada l’opposto, cioè che siano le strade a modificare la bussola. Cerco allora di rispondere alla domanda: E’ possibile indagare realtà che non sono verificabili con i metodi della scienza senza ricadere in una fede dogmatica che esclude la conoscenza? Sovente non ci accorgiamo che ciò che cerchiamo è già in nostro possesso; la prima “bussola” che tutti possediamo è proprio il nostro pensare; nei sette luoghi comuni che ho cercato e cerco di sfatare e di superare, altro non ho fatto se non esercizi di pensiero tesi ad ampliare verità generalmente ritenute uniche, esercizi che non sta a me dire se più o meno efficaci, perché l’importante credo sia applicarsi. C’è chi ne ha fatti ben di più e di migliori dei miei, e da loro possiamo tutti imparare, e c’è chi è giunto ancora più avanti e ci fornisce comunicazioni delle sue esperienze e dei risultati raggiunti.

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Mi spiego ancora con una analogia. Supponiamo di vivere in un mondo nel quale esistano solo quattro sensi, e la vista sia in via di evoluzione, ovvero solo alcune persone abbiano sviluppato la capacità visiva grazie ad un impegnativo percorso personale. Uno di loro mi descrive semplicemente la luce del Sole; posso credergli oppure no. Un altro si spinge oltre e mi propone di partire dagli effetti che la luce del Sole provoca, mi spiega la fotosintesi clorofilliana, la relazione tra luce e calore, la differenza tra luce solare diretta e quella lunare riflessa e altre cose ancora che con i miei quattro sensi posso anche in certa misura verificare e col mio pensare approfondire e ampliare. Non vedo la luce (causa) ma posso sperimentarne gli effetti. In questo caso l’opzione che mi viene incontro non è più il credere per fede o il negare ma l’essere più o meno convinto (cum-vincere = vincere insieme) dal percorso di conoscenza che ho intrapreso, oltre che dalle comunicazioni e gli stimoli ricevuti. Una terza persona, sempre tra quelle che “vedono”, oltre a tutto ciò mi spiega anche un metodo, mi fornisce una “bussola” supplementare per guidarmi attraverso il percorso di sviluppo della capacità visiva, della vista. Proviamo ora a sostituire il concetto di vista, come solitamente lo intendiamo, con la capacità, che qualcuno può aver sviluppato, di indagare realtà immateriali, una sorta di sesto senso. Nessuno può garantire la buona fede di queste persone, ma anziché arrovellarmi se fidarmi o meno di loro, credo sia più opportuno chiedermi se e quanto mi fido di me stesso, della mia capacità di discernere, di non farmi abbagliare, irretire, di usare i sensi che posseggo, più la prima bussola del pensare, per scegliere. Nessuna autorità ufficiale può aiutarmi, direi anzi che diffiderei proprio del loro aiuto.

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Posso scegliere strade che promettono grandi risultati in poco tempo e con poca fatica, percorsi nei quali un guru, o presunto tale, mi solleva dall’impegno della ricerca. Posso scegliere altre strade più impegnative, in cui l’onere e la soddisfazione della ricerca sono essi stessi parte e anzi l’essenza stessa del metodo. In ogni caso, qualunque sia la scelta, la domanda a cui rispondere diventa allora la seguente: mi interessa vedere? Si tratta in fondo di quell’antico ma quanto mai attuale motto: conosci te stesso, l’anelito a trovare risposte alle domande che, in una qualche misura, in tutte le epoche della sua evoluzione terrestre, l’Uomo sempre si è posto. Può sembrare strano, ma pare proprio che ancora molte persone abbiano paura di rispondere affermativamente a questa domanda e preferiscano rifiutare l’opportunità, perché richiede impegno, fatica e l’abbandono delle comodità, del tran tran di cui poi si lamentano. Capita che dopo molti anni di carcere qualcuno, scontata la pena, preferisca restare in prigione per non perdere le poche sicurezze materiali acquisite, perché in fondo si era talmente abituato alla restrizione di libertà da avere paura della sua piena riconquista. Ebbene, il pensare è stato da molto tempo rinchiuso in un carcere di massima sicurezza; le sbarre sono impalpabili tanto che è difficile scorgerle, ma sono molto resistenti. Per superare il materialismo, che come una piovra ha afferrato l’umanità, occorre che ciascuno prepari e metta in atto la sua evasione; non occorrono armi, sono sufficienti il grimaldello del pensare vivo e il passepartout dell’amore sempre meno egoistico; poi, una volta fuori, può cominciare una nuova vita e potrà accadere che la sfera di verità si illumini giorno dopo giorno di luce propria.

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Postfazione La Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner Un faro nella nebbia della coscienza umana La prima volta che ho pensato di scrivere le mie riflessioni su alcuni luoghi comuni, mi si è presentata l’immagine di una collana, nella quale le singole perle sono parte di una unità superiore e sono sostenute dal filo robusto di un pensare logico e soprattutto vivo, che parlasse anche al cuore. Nei sette che ho scelto sono trattati argomenti che ritengo siano basilari per chiunque si proponga di andare al di là di quanto ci viene proposto, più o meno direttamente, dalla scuola, dalla politica, dai media, in una parola dalla cultura dominante; e devo supporre che chi è giunto a leggere sin qui abbia qualche interesse per i temi trattati, al di là del giudizio sulle riflessioni esposte. Non è un caso se i temi libertà e verità, parole assonanti, due pilastri dell’agire umano, sono posti all’inizio e alla fine, quasi a sigillare la collana; tra di essi, e da essi sostenuti, ho cercato di trattare l’evoluzione della coscienza umana, vista da angolature ogni volta differenti, ho provato ad allargare la visione materialistica, vista anche nei suoi aspetti più concreti, quali la concorrenza in economia e la genetica, senza sottrarmi ai temi più delicati della vita e della morte, della guerra e della violenza. Come forse si è notato, ogni luogo comune rimanda sovente a uno o più degli altri, ulteriore dimostrazione dell’unità di questa simbolica collana. Nel corso della mia vita, l’anelito alla ricerca volta a superare il già conosciuto, mi ha sempre sorretto, al di là di alterne vicissitudini. Non sempre ho cercato nei luoghi appropriati e in passato più volte ho creduto di aver trovato verità definitive; spesso ho reagito con rabbia alle difficoltà incontrate, qualche volta

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ho cercato strade troppo lisce e scorrevoli per essere efficaci, o all’opposto per me impervie e troppo difficili senza l’allenamento e la costanza che avrebbero richiesto. Poi, gli accadimenti della vita, mai casuali nella loro saggezza, mi hanno portato a comprendere l’importanza di una bussola, per non correre il rischio di perdere l’orientamento nella molteplicità di strade, proposte, approcci esistenti; non certo il satellitare da seguire passivamente, ma un metodo per ricondurre tutto ad una unità intrinseca, ad un fine superiore. Ed è stato a quel punto che, circa dieci anni fa, è entrato nella mia vita un signore austro-ungarico di nome Rudolf Steiner, con la sua Antroposofia, o Scienza dello Spirito. Da quel momento è accaduta al mio interno una rivoluzione senza precedenti, e ogni verità che credevo ormai consolidata ha subito un impulso continuo all’ampliamento, in una sorta di crescendo rossiniano, una cascata inesauribile che dava forma ad un grande e colorato puzzle in cui tutti i pezzi staccati e le esperienze della mia vita trovavano il loro perfetto incastro; stimoli e chiarezze che a loro volta provocavano pensieri nuovi e mostravano orizzonti non ancora sondati. E tutto ciò continua tuttora. La mia gratitudine verso quest’Uomo, vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900 è grande, e il fatto che a quasi cento anni dalla sua morte questo enorme patrimonio di conoscenze, questa chiave interpretativa della realtà sia ancora ignota a gran parte dell’umanità, è per me una sofferenza cui cercare di porre rimedio, almeno per quel poco che ognuno può fare, sapendo di non essere solo in questa determinazione. Spesso la rassegnazione di fronte a ciò che sembra essere ineluttabile ci può portare a condividere angosce e dolori ed accontentarci della loro decantazione, quasi un mantra da recitare insieme ad altri, per trarre consolazione dal “mal comune mezzo gaudio” (ancora luoghi comuni...). Pensando di affrontare un viaggio, a chi chiederemmo informazioni? A chi è tornato carico di entusiasmo e ci

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descrive continenti inesplorati, o a chi ha rinunciato alle prime difficoltà e magari neppure è partito? La seconda opzione sembra sia spesso la più praticata, perché permette di continuare a rimpiangere un viaggio ritenuto impossibile, accontentarsi di guardarlo in TV, e soprattutto guardare con sospetto e derisione chi decide di partire, e magari cercare di impedirlo. Ebbene, c’è una buona notizia; esiste l’Antroposofia, o Scienza dello Spirito, ed essa è disponibile a chiunque cerca risposte a domande che sempre hanno interessato l’Uomo. Non è un comodo viaggio organizzato ma neppure una scalata per alpinisti super allenati; è un viaggio nel quale ciascuno sceglie l’itinerario e le tappe confacenti alle sue possibilità, via via crescenti man mano che il viaggio procede, ai suoi talenti, alle sue aspirazioni; ad ogni tappa ognuno decide quanto tempo fermarsi e di quale cibo per l’anima nutrirsi, in piena libertà. La valigia è molto leggera, malgrado i circa trecento volumi che contiene (l’Opera Omnia di Rudolf Steiner), perchè sono divenuti una piccola ma precisa bussola orientativa. Ma insomma, qualcuno dirà, cos’è questa Scienza dello Spirito? Chi è interessato, o anche solo curioso può consultare cataloghi e siti internet della Editrice Antroposofica e di Archiati Edizioni, e anche il sito www.liberaconoscenza.it. Per chi proprio desidera una definizione sintetica, ne propongo due: la prima di Pietro Archiati, uno dei più profondi conoscitori di Scienza dello Spirito, e la seconda di Rudolf Steiner stesso:

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"La Scienza dello Spirito di Steiner non è una teoria o una visione del mondo supplementare rispetto alle molte altre che già possediamo. Non è una verità, ma una via verso la verità, non fa dell'Uomo un possessore della verità, bensì un ricercatore della verità." (Pietro Archiati) “L’Antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell’Uomo allo spirituale che è nell’Universo”. (Rudolf Steiner)

Tra le colline del Roero, nell’autunno 2010 Sergio Motolese

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Sergio Motolese L’incontro con l’antroposofia (o Scienza dello Spirito) di Rudolf Steiner gli ha consentito di integrare esperienze musicali con quelle acquisite in vari ambiti concernenti la salute (naturopatia, omeopatia, alimentazione naturale, ecc.), verso una visione unitaria dell’evoluzione umana e universale. Tiene conferenze, incontri, seminari.

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LIBERI DI PENSARE Sette luoghi comuni da sfatare