Famiglie Trentine n° 50

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n. 50 settembre 2021

PERIODICO DELL’UNIONE DELLE FAMIGLIE TRENTINE ALL’ESTERO

padre kino: l’esploratore trentino amico dei nativi americani il capriolo, la moto dei trentini Museo dell’aeronautica “Gianni Caproni” in cammino in trentino con gio


Unione Famiglie Unione Famiglie Trentine all’Estero Corso 3 novembre 72 - 38122 Trento (TN) Tel. +39 0461 237234 info@famiglietrentine.org pec: famiglietrentineaps@pec.it Direttore Responsabile Pino Loperfido Comitato Editoriale Martin Rigon Giordana Detassis Simone Marchiori Patricia Lannziano Broz Mauro Verones Hanno collaborato Tina Ziglio Franco Nardelli Jacopo Zamboni Margherita Zamboni

Autorizzazione del Tribunale di Trento n. 22 del 21/12/2012 - Rivista quadrimestrale dati della testata

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TRENTO


Pag. 4 Editoriale Pag. 5 Padre Kino: l’esploratore trentino

Trentine all’Estero

amico dei nativi americani

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Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri in un libro

Pag. 10 Il capriolo, la moto dei trentini Pag. 12 Museo dell’Aeronautica “Gianni Caproni” Pag. 17 Attività dalla Sede Pag. 20 Notizie dalle Diramazioni Pag. 23 Ciao Trentino Pag. 29 Ferruccio Bolognani Pag. 30 Le ricette: dall’estero “Borsch”

dal Trentino la “Crostata di marmellata”

Pag. 32 Viaggio di emigrati: intervista a

Jacopo e Margherita Zamboni

Pag. 35 Il grembiule della nonna Pag. 36 Poesia: La Chicherota Pag. 37 In cammino in Trentino con Gio

“Il Parco Monte Corno”

“Monte Roen e le sue malghe”

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Editoriale di Simone Marchiori

Eravamo convinti di iniziare questo 2021 lasciandoci alle spalle la pandemia e il coronavirus ritornando, quasi come se niente fosse, a quella normalità che ci appare tanto lontana. Superata abbondantemente la metà dell’anno, tuttavia, ci rendiamo tutti conto che in realtà la strada è ancora lunga e, se ci vorrà ancora un po’ di tempo prima di poter riprendere i ritmi e le abitudini pre Covid, abbiamo però un elemento di speranza in più: i vaccini che, da come sembra, evitano le forme più gravi della malattia scongiurando nuove chiusure e limitazioni, ma soprattutto nuove vittime. Questa speranza di fondo, che accompagna questo particolare momento storico, è la stessa che ci ha consentito di affrontare le sfide che la nostra Associazione sta trovando sul proprio percorso. In questi mesi, infatti, abbiamo dovuto fare i conti nuovamente con quelle limitazioni che impediscono gran parte delle iniziative in presenza, tanto che l’annuale assemblea ha dovuto svolgersi online. Abbiamo anche salutato la nostra dipendente, Paola Zalla, che ha deciso di intraprendere un altro percorso lavorativo, e il nostro consigliere Bruno Cattoni, che ha lasciato il CdA per motivi personali. Ad entrambi va il nostro ringraziamento per tutto il lavoro e la dedizione che in questi anni hanno messo in campo. Come se non bastasse ci siamo trovati costretti a prendere in mano l’intera struttura dell’Associazione, rivedendo spese e impegni, mettendo in conto anche un possibile cambio di sede, per far fronte alla ventilata ipotesi della provincia di rivedere i parametri per l’attribuzione dei contributi annuali che, da una quota fissa, passerebbero a una parte variabile in base ai progetti messi in campo di anno in anno. Un orientamento che si scontra con l’incertezza del mo-

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mento e ci impone di camminare con le nostre gambe, sforzandoci al massimo per reperire fondi e garantire l’operatività dell’UFTE. Al momento non vi sono ancora certezze e speriamo in un ripensamento, ma il Consiglio di Amministrazione è comunque determinato e compatto a continuare con l’attività di relazione e scambio culturale con i nostri emigrati trentini sparsi in ogni angolo del mondo. E proprio grazie a questa determinazione possiamo darvi anche delle buone notizie! Proprio in questo periodo abbiamo ultimato il libro che parla dei 50 anni della nostra Associazione: storia, eventi, fatti e personaggi dell’UFTE non saranno più un mistero e rimarranno per sempre custoditi in quelle pagine. La stampa è in corso in questi giorni e, quindi, ne parleremo più diffusamente nel prossimo numero. Sempre in questi mesi abbiamo cercato un nuovo modo di coinvolgere persone e raccogliere fondi per le nostre attività: le cene etniche, con piatti provenienti da tutto il mondo, sono state fin qui un successo e la nostra intenzione è ripeterle anche prossimamente in tutto il Trentino. Del resto si sa: cibo e cultura sono sempre un ottimo binomio! Ci sarebbero ancora tante cose di cui parlare, ma concludiamo con il giornalino: una struttura nuova, in cui c’è spazio per la storia della nostra terra e dei suoi personaggi, eventi e curiosità, luoghi particolari, recensioni di libri, percorsi di trekking in giro per il Trentino, ricette, attività della casa madre e delle diramazioni e tanto, tanto altro ancora. Il tutto sotto lo sguardo vigile di un nuovo direttore responsabile, Pino Loperfido, che entra così a far parte della nostra squadra. A lui un caloroso benvenuto. A voi, lettori e amici, che non fate mai mancare il vostro sostegno, una buona lettura!


Padre Kino: l’esploratore trentino amico dei nativi americani a cura di Simone Marchiori

Eusebio Chini, o padre Kino come è conosciuto in Messico, un nome che ritorna ogni tanto sui titoli dei quotidiani in occasione di convegni o ricorrenze. Eppure, nonostante sia una delle più affascinanti figure legate alla nostra terra, molti trentini ancora ne ignorano l’esistenza e la storia. Certo, negli ultimi decenni si sono susseguite numerose iniziative per toglierlo dall’oblio: nel suo paese natale, Segno in Val di Non, da trent’anni esatti domina la grande statua a lui dedicata, assieme all’omonima associazione e al museo. Sono stati scritti libri (come “Padre Kino: l’avventura di Eusebio Francesco Chini” di Marco Viola o “Sulle orme di padre Kino. Pellegrinaggi a cavallo di qua e di là del muro tra Messico e Arizona” di Richard Collins), romanzi (come “Kino. L’apostolo senza tempo dei migrantes messicani vittime del muro” di Mauro Neri) o girati documentari (“¡Viva Kino!” di Lia Giovanazzi Beltrami e “Nel Segno di Padre Kino” di Mauro Vitto-

rio Quattrina). Gli sono stati intitolati dei vini (come il vino “KINONERO” della cantina De Vescovi Ulzbach di Mezzocorona e il TrentoDoc “INKINO” della Cantina Mas dei Chini di Trento). Ma ciò nonostante, nella memoria collettiva nostrana, non è presente con le sue scoperte, i suoi studi, il suo operato. Sí, perché Kino non era solo un religioso mandato in missione nei territori a cavallo dell’odierno confine fra Messico e USA; fu molto di più: esploratore, geografo, cartografo e astronomo. E soprattutto un amico e un difensore dei nativi americani, delle popolazioni appartenenti ai Pima, anche a costo di scontrarsi con le gerarchie ecclesiastiche. La notorietà di cui gode all’estero l’ha portato ad essere l’unico trentino-tirolese presente con la sua statua nel famedio del Parlamento americano a Washington, su indicazione dello stato dell’Arizona che lo considera come

Cripta e monumento a Padre Kino, a Magdalena de Kino, Sonora, Messico

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la storia

uno dei suoi fondatori. L’Arcivescovo di Hermosillo, la diocesi cui appartiene Magdalena de Kino, città che ricorda anche nel nome il nostro conterraneo, ha raccolto nel 2010 la documentazione per la causa di santificazione. Causa che ha già portato Eusebio Chini ad essere considerato venerabile dalla Chiesa Cattolica. Oltre a Magdalena, anche Bahia Kino ricorda il missionario di Segno nel proprio nome. Insomma, l’elenco potrebbe continuare a lungo, ma già così è sufficiente per capire come in Trentino la strada sia ancora lunga per conoscere, ricordare e celebrare Eusebio Chini come meriterebbe. “Festival Kino” rappresenta in tal senso un’iniziativa lodevole e degna di nota, messa in campo fra agosto e settembre 2021 dalla Fondazione Cassa Rurale della Val di Non con la Cassa Rurale Val di Non e l’Associazione Culturale P. Eusebio F. Chini. Obiettivo principale dell’iniziativa quello di indirizzare gli eventi ad un ampio pubblico con proposte diversificate volte a sottolineare i principi della cooperazione e della solidarietà. Varie le idee messe in campo. Si parte con una spettacolare proiezione Video Mapping che proietta nel vero senso della parola lo spettatore nella suggestiva storia di Kino grazie a effetti speciali realizzati ad hoc sulla facciata di Palazzo Assessorile a Cles, destrutturata ed ancor più valorizzata in giochi di luce ed effetti spettacolari. Un altro appuntamento con il Video Mapping è quello con le stelle a narrare la storia di Kino che, tra il dicembre 1680 e il febbraio 1681, osservò il passaggio di una cometa della quale diede un’ampia e approfondita descrizione in un testo che anticipò i moderni trattati di astronomia. Sempre le stelle, quali fonte inesauribile di ispirazione ed immaginazione, sono il filo conduttore di un altro evento diffuso nel territorio non a caso chiamato “Costellazione Kino”. Una mostra diffusa di beni, opere e oggetti selezionati dal Museo di Segno esposti in cinque filiali della Cassa Rurale Val di Non. Una mostra pensata per legare simbolicamente il territorio attraverso una importante pagina di storia della Val di Non – quella di Padre Kino. Con l’intento di raccontare - soprattutto ai giovani - chi

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era e cosa fece Padre Chini nei 24 anni di permanenza in Nuova Spagna il Festival percorre le rive del Lago di Santa Giustina per arrivare in località Le Plaze nel Comune di Predaia con l’evento APERIKINO, l’aperitivo con finger food americani e messicani dedicato ai giovani. Infine un ciclo di proiezioni in alcuni teatri parrocchiali nonesi e nella spettacolare e storica location di Castel Belasi a Campodenno chiudono la rassegna indagando sulle scoperte geografiche di padre Kino. Ciò che la Fondazione della Cassa Rurale Val di Non ha fatto, quindi, è quel tassello che mancava per far mantenere vivo il ricordo di una persona che ha sempre costruito ponti e il cui esempio serve anche ai giorni nostri vista la situazione che si è creata negli scorsi anni sul confine fra USA e Messico, proprio dove, qualche secolo prima, Eusebio Chini con il suo cavallo percorse un’area di circa 130.000 km2. Ma chi era e quali imprese compì padre Kino? Perché alcune sono già state accennate, ma forse è proprio il caso di riportare la sua biografia per capire la straordinarietà del personaggio! Eusebio Chini nacque nel 1645 a Segno (oggi frazione di Predaia), in Val di Non, al tempo parte del Principato Vescovile di Trento, figlio di Francesco Chini e Margherita Luchi. Intraprende dopo gli studi elementari quelli ginnasiali nel Collegio gesuita di Trento, per completarli ad Hall in Tirolo dove, guarito da una grave malattia, fa voto di entrare nella Compagnia di Gesù per dedicarsi alle missioni nelle Indie come, pochi anni prima di lui, aveva fatto un altro illustre figlio del Principato Vescovile di Trento, Martino Martini. Il 20 novembre 1665, prendendo i voti, entra a tutti gli effetti nella Compagnia di Gesù. Per devozione e ringraziamento a San Francesco Saverio, che lo aveva miracolosamente strappato alla morte, sceglie come secondo nome Francesco, aggiungendolo al proprio nome di battesimo. Ordinato sacerdote ad Eichstatt in Baviera nel 1677, compie la sua preparazione in Spagna nel Collegio di Siviglia.


In questo periodo, passato a Cadice in attesa dell’imbarco per l’America, tra il dicembre 1680 e il febbraio 1681 osservò il passaggio di una cometa, della quale diede un’ampia e approfondita descrizione in un testo che anticipò i moderni trattati di astronomia. In America affinò diverse sue capacità e conoscenze: in particolare divenne un esperto astronomo, un matematico e un estensore di mappe geografiche. Finalmente, il 3 maggio 1681, benché desideri partire per l’Oriente, riceve l’incarico di fondare una missione presso la frontiera settentrionale della Nuova Spagna. Sbarcato a Vera Cruz, dopo tre mesi di navigazione, Chini pone la sua prima base nella Bassa California, in una terra ancora sconosciuta agli occidentali. A causa di un periodo di forte siccità, Eusebio Chini, che nel frattempo ha ispanizzato il suo nome in Eusebio Francisco Kino, è costretto a ritornare a Città del Messico nel 1685. Nel 1687 arrivò a Sonora per lavorare con la popolazione dei Pima, creando la prima missione cattolica nella provincia. Convinto sostenitore della necessità del miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni autoctone, si adopera per lo sviluppo economico di Sonora, insegnando agli Indiani le metodologie per l’allevamento del bestiame, la lavorazione del ferro e la coltivazione di piante non conosciute. Tutela strenuamente la dignità e gli interessi dei suoi indiani contro la prepotenza dei conquistatori, ottenendo il decreto reale che esonera i convertiti dal lavoro nelle miniere e dal pagamento dei tributi. Padre Chini si impegna nella difesa della dignità degli Indiani di Sonora, al punto da essere coinvolto in una serie di controversie con i suoi co-missionari, molti dei quali invece agivano in stretto accordo con le imposizioni del sistema coloniale spagnolo. Eusebio Chini costruì missioni che si estendevano all’interno dello stato di Sonora verso nordest per 240 km fino alla missione di San Xavier del Bac, tuttora attiva come parrocchia cattolica vicino a Tucson, in Arizona. Costruì 19 rancheras, che rifornirono di bovini i nuovi insediamenti. Fondò in tutto 27 stazioni missionarie e la sua fama si diffuse ben presto tra le tribù indiane. Tutte lo accettarono, nonostante fossero in perenne guerra tra di loro. Il nome di Chini presso i Pima, per via del colore dell’abito, fu “contadino nero”.

Compì molti viaggi di esplorazione verso nord, fino al Rio Colorado, fornendo la prova scientifica del fatto che la California è una penisola. Padre Eusebio Chini infatti fu anche uno scrittore e autore di libri di astronomia e di cartografia. È stato calcolato che nei 24 anni di permanenza in Nuova Spagna, nel corso di 50 viaggi di esplorazione egli viaggiò per almeno trentamila chilometri. Le sue spedizioni a cavallo coprirono un’area di 130.000 km². Padre Eusebio fu il primo a dedurre che la Bassa California era una penisola. Fino al suo arrivo in Nuova Spagna, infatti, si riteneva che la Baja California, così come la Isla de Mujeres, fosse un’isola, staccata dal continente nordamericano. Padre Chini organizzò e guidò la prima grande spedizione via terra nella Bassa California. Scoprì il passaggio via terra dalla Bassa California al continente, dimostrando quindi che non era un’isola, ma una “peninsula”. In seguito, realizzò la prima mappa accurata di Pimería Alta, del golfo della California e della Bassa California. La cartografia realizzata coprì un’area lunga 300 km e larga 400 km. Le sue conoscenze relative alle mappe e alla navigazione gli fecero pensare che gli Indiani del Messico potevano facilmente accedere alla California dal mare, osservazione che venne accolta con scetticismo dai missionari di Città del Messico. Quando propose di costruire una nave (Padre Chini infatti era appassionato di fisica e amava creare modelli di nave in legno) e di farle attraversare il deserto di Sonora e la costa occidentale messicana, ne derivò un’accesa controversia con i suoi co-missionari. Padre Chini rimase nelle sue missioni fino alla morte nel 1711. Morì nella città oggi chiamata Magdalena de Kino, attualmente territorio messicano. La grande e profonda devozione popolare, tramandata per generazioni, trova fondamento scientifico agli inizi del nostro secolo, quando vengono ritrovati negli archivi di Città del Messico i diari di Padre Kino, i “Favori celestiali di Gesù e di Maria Santissima”, la storia della sua vita di missione, delle difficoltà incontrate, delle instancabili esplorazioni compiute. Fonti: https://www.fondazionecrvaldinon.it/ http://valsuganaww1.altervista.org/ http://www.santiebeati.it/

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la storia

Il curioso caso di Maria Domenica Lazzeri in un libro A cura di Tina Ziglio

Si potrebbe cominciare da una domanda: quanto può restare un essere umano senza mangiare, bere e dormire? Maria Domenica Lazzeri per 14 anni di fila, pare. Protagonista, ogni venerdì, di una sorta di morte apparente. Sulle mani, sui piedi e sulla fronte sangue che ignora la forza di gravità. Eventi inspiegabili, sparizioni e altro ancora. Personaggi illustri la visitano incessantemente da tutta Europa. Un medico ne segue con attenzione e con spirito laico i prodigi. È il quadro in cui si svolgono le straordinarie vicende di questa donna vissuta nella prima metà dell’Ottocento nel paese di Capriana, in Trentino. Vicende che, nonostante una popolarità di livello continentale, non sono mai riuscite ad emergere del tutto. Tanti, infatti, i misteri ancora irrisolti a cui si aggiungono l’incertezza e la prudenza con cui la Chiesa pare muoversi, ieri e oggi, attorno ai fatti di Capriana. Con questo libro, Pino Loperfido porta a compimento una ricerca durata circa vent’anni. E lo fa quasi in forma di romanzo, con una narrazione in cui letteratura, storia e scienza si intrecciano con le sue più intime memorie personali. Tra le pagine, infatti, spunta ben presto una seconda, inattesa protagonista. È Teresa, la madre dell’autore, mancata nel 2008. “La manutenzione dell’universo” (Curcu Genovese, pag. 350, Euro 16) è un racconto sorprendente, dai diversi registri letterari. È un libro del lutto, ma è anche una cronaca giornalistica; è un moderno memoir e allo stesso tempo un romanzo storico. Un libro – quello su Maria Domenica Lazzeri – che sta molto facendo discutere,

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credenti e non, riportando recensioni anche a livello nazionale, giungendo alle soglie della quarta ristampa. Comunque la si pensi è il ritratto di una grande donna, che in un’epoca in cui le donne non contavano praticamente nulla, specie se povere e lontane dalla città come lei, è riuscita ad attirare su sé l’attenzione di studiosi, letterati, vescovi, nobili provenienti da tutta Europa. Oggi, nel 2021, siamo ancora qui a parlare di lei... Non si tratta di un’agiografia e penso che non sia casuale che il libro esca proprio in questo momento drammatico. La bibliografia riguardante questa mistica è sempre stata costellata da fatti accidentali (e morti degli autori…) che hanno sempre interrotto o procrastinato le pubblicazioni. È una delle cose che racconto nel libro. Strano a dirsi, ma anche la “malattia” della


Lazzeri, nel 1833, comincia a causa di un virus partito dalla Cina. Ella si contagia offrendo assistenza alle persone ammalate. Un po’ un’infermiera ante-litteram. Non guarirà più e resterà a letto – secondo quanto riportato dalle numerose testimonianze, alcune anche scientifiche – come detto, per 14 anni, senza mangiare, bere né dormire, manifestando i prodigi di cui si racconta nel libro. Gli aspetti che rendono “unica” questa storia rispetto alle storie delle altre numerose mistiche cristiane sono almeno quattro. La Chiesa ha sempre ambiguamente messo da parte questa figura, quando non censurata: Abbiamo testimonianze clamorose provenienti da tutta Europa (Inghilterra, Germania, Francia). In particolare quella di un medico che ha seguito il suo caso per dieci anni. Alcuni prodigi registrati sulla Lazzeri rispondono a leggi della Fisica teorizzate solo 200 anni dopo. Abbiamo la certezza

che molti documenti sono stati fatti sparire o sono stati secretati. Insomma, quello che Loperfido si domanda nel testo è perché, di fronte a tante testimonianze chiare e indiscutibili, provenienti da diversi paesi europei, la vicenda della Lazzeri presenti ancora tanti lati oscuri. La Chiesa ha sempre usato una grande cautela, quando non ha volutamente lasciato che fosse il silenzio a calare sugli straordinari prodigi della Lazzeri. Anche per questa ragione il processo di Beatificazione, aperto all’inizio del Millennio, sembra senza una reale via d’uscita. Infine, dal punto di vista stilistico, il libro si presta a molteplici tipi di lettura. È una biografia, un romanzo storico, un memoir (con il racconto del “making of”, un po’ alla Emmanuel Carrère). Un testo in grado di interrogare, di stupire e di commuovere.

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eventi

IL CAPRIOLO, LA MOTO DEI TRENTINI A cura di Avv. Franco Nardelli

Nel 1951 la Aerocaproni di Trento ha progettato e quindi realizzato negli stabilimenti di Gardolo (TN) e di Arco la prima ed unica moto costruita in Regione. Un piccolo capolavoro (di 75 cc) con quattro marce, molto bella, robusta, confortevole ed economica (un litro di benzina per 65 chilometri). Il Capriolo viene subito apprezzato ed usato come mezzo per il lavoro e per lo svago prima dai Trentini, poi in tutta Italia ed anche all’estero grazie alle sue doti sportive che lo hanno visto vincitore nelle più importanti e famose gare dell’epoca (il Giro d’Italia, la Milano Taranto, la 12 ore di Imola). Il 75 fino al 1957 viene prodotto nei modelli Turismo e Sport in circa 25.000 esemplari ed affiancato, nel 1953, dal Cento50 (la più piccola bicilindrica del mondo ) e quindi nel 1956 da un 125. Difficoltà di mercato ed economiche (il gra-

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duale sopravvento delle quattro ruote), nella primavera del 1957, alla Aerocaproni subentra la Aeromere, una Società nata con il sostegno pubblico per garantire la continuità di lavoro a centinaia di operai. La produzione dei Caprioli continua con la creazione di nuovi modelli (75, 125 e 100 Bondone), di aspetto più tradizionale, meno costosi ma comunque di altissima qualità,efficienza e gloria sportiva (nelle Sei giorni internazionali di Regolarità dal ‘58 al ‘61 si vedono vincitori di numerose medaglie d’oro, sia individuali che a squadre). Fra i piloti si ricordano assieme ai trentini Facchinelli, Saiser, Nardin e Santuliana, i campionissimi Jolao Strenghetto e Claudio Galliani. Verso la fine del 1962, si assiste, come per altre case motociclistiche italiane, alla chiusura della fabbrica; le ultime moto rimaste in magazzino (circa 2.000) sono vendute in


blocco ad una Società americana di Philadelphia che continuò a venderle per alcuni anni. Quasi dimenticato per oltre trent’anni, nel 1998, per volontà di alcuni appassionati, con alla testa Massimo Caproni e Franco Nardelli, il Capriolo ritorna a nuova vita con la costituzione del REGISTRO STORICO CAPRIOLO. L’Associazione si propone di valorizzare quell’importante momento di crescita della realtà trentina e di ricordare, attraverso la ricerca di mezzi e di documentazione storica, la produzione motociclistica del Capriolo, sia per la sua conservazione che per il rispetto dell’originalità nel restauro. Il Registro Storico, oltre alla presenza costante con un proprio stand espositivo prima alla Fiera di Padova, poi continuativamente a quella di Reggio Emilia, organizza ogni anno un Raduno internazionale che è giunto alla XXII edizione. Quest’anno, con la collaborazione della Fondazione Museo Storico Trentino, si è coronato il sogno di celebrare solennemente il Capriolo con un’esposizione, presso il Museo dell’Aeronautica Caproni di Trento, dei modelli più significativi accompagnati dalla documentale narrazione, sotto il profilo tecnico e storico, della gloriosa produzione di una moto trentina.

La Mostra, denominata “Dalle Ali alle Ruote: il Capriolo. Epopea di una moto trentina (1951-1962)”, inaugurata il 25 giugno 2021, rimarrà aperta fino al 31 dicembre 2021.

Per informazioni o chiarimenti contattare: REGISTRO STORICO CAPRIOLO Via MAZZINI, 14 - 38100 - TRENTO (ITALIA) (0461/986357–910253 (serale) Fax 0461/234922 http://www.motocapriolo.net e-mail : Registrost.Capriolo@iol.it”.

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musei

Museo dell’aeronautica Gianni Caproni A cura di Giordana Detassis

Il Museo dell’aeronautica Gianni Caproni, fu fondato nel 1927, con il nome di Museo Caproni, dall’ingegnere aeronautico e pioniere dell’aviazione italiana Gianni Caproni e dalla sua consorte Timina Guasti Caproni. E’ il più antico museo italiano interamente dedicato al tema dell’aviazione e il più antico museo aziendale a livello nazionale. Sin dai suoi primi anni di attività, Gianni Caproni decise di conservare all’interno delle sue officine alcuni fra i suoi aerei più importanti, anziché procedere alla loro dismissione e al riutilizzo dei materiali per altre costruzioni. La prima sede del museo fu Taliedo, in provincia di Milano ma cambiò sede più volte fino a trovare la sua collocazione definitiva nel 1992 a Trento, accanto all’aeroporto che porta il nome dell’ingegner Caproni. Il museo fa parte della Rete Trentino Grande Guerra.

Gianni Caproni e la moglie Timina Guasti fotografati da Emilio Sommariva all’inizio degli anni quaranta.

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Giovanni Battista Caproni, noto come Gianni Caproni nacque a Massone di Arco nel 1886 e morì a Roma nel 1957. Era un ingegnere civile ed elettrotecnico trentino. Dopo aver sperimentato diversi aeroplani pionieristici di sua concezione tra il 1910 e il 1913. Nel corso del primo conflitto mondiale divenne uno dei principali punti di riferimento per l’industria aeronautica militare alleata, specialmente per quanto riguardava i grandi plurimotori da bombardamento. I piccoli velivoli monomotori come il Caproni Ca.1, il Caproni Ca.6 e il Caproni Ca.12 costituirono delle pietre miliari dello sviluppo dell’aviazione italiana del periodo prebellico, i trimotori da bombardamento Caproni Ca.32, Ca.33, Ca.36 e Ca.40 invece rappresentarono alcune delle realizzazioni più notevoli dell’epoca nel campo dei bombardieri pesanti Finita la guerra vennero meno anche le commesse militari e l’azienda aeronautica Caproni si trovò a dover ripiegare sul mercato civile. Per questo motivo alcuni modelli di grandi bombardieri vennero riadattati per un uso civile come aerei di linea o da trasporto. Nel corso degli anni venti la ditta, che in quel periodo aveva sede a Taliedo (Milano) si dedicò anche allo sviluppo di nuovi velivoli, spesso di enormi dimensioni, progettati appositamente come trasporti passeggeri. Modello molto particolare destinato a questo uso, ma che dopo il primo collaudo non venne realizzato, fu il Ca.60 Transaereo. Progettato nel 1921 era un enorme idrovolante multiplano concepito per trasportare 100 passeggeri su distanze transatlantiche. Purtroppo si danneggiò gravemente duran-


Due viste dell’hangar principale che attualmente ospita la collezione Caproni

te il secondo volo di prova e non fu mai messo in produzione. All’interno del museo sono conservate alcune delle poche parti sopravvissute: i due galleggianti laterali, la porzione frontale del galleggiante-scafo centrale, uno degli otto motori Liberty L-12 e il pannello di controllo che i piloti usavano per comunicare con i motoristi. Al talento ingegneristico Gianni Caproni affiancava un’acuta consapevolezza dell’importanza di preservare e divulgare il patrimonio di informazioni storiche sulla nascita e sullo sviluppo dell’aviazione italiana in generale e dell’azienda Caproni in particolare. Di vedute simili era anche la sua consorte, Timina Guasti, ed entrambi i coniugi avevano inoltre una spiccata sensibilità artistica che li portò spesso ad assumere il ruolo di veri e propri mecenati nei confronti di artisti più o meno famosi. I due coniugi diedero vita a quello che è stato definito un «progetto culturale» che unì l’interesse per la storia della scienza e della tecnologia aeronautica a quello per il collezionismo e per la storia dell’arte; verso la fine degli anni venti, poi, essi decisero di esporre in un museo tutto il materiale che avevano raccolto. Michele Lanzinger, direttore del Museo tridentino di scienze naturali di Trento – alla cui rete di musei scientifici il Museo Caproni fa capo dal 1999 – ha detto a proposito delle origini del museo: «Mentre il progettista e costruttore radunava – salvandoli da sicura distruzione – i velivoli più significativi da lui prodotti, fra i

quali si annoverano oggi diversi pezzi unici al mondo, la consorte andava collezionando documenti, cimeli storici e soprattutto opere d’arte legate al volo.» Se lo scopo era inizialmente quello di conservare il patrimonio storico legato all’azienda aeronautica Caproni, ben presto il campo di interesse dell’istituzione si allargò a ogni aspetto della storia dell’aviazione, e a tutte le sfaccettature della storia dell’arte e di altre discipline che intersecavano argomenti legati al volo. Tra il giugno e l’ottobre 1934 si tenne a Milano l’Esposizione dell’Aeronautica Italiana, organizzata da un “Direttorio ordinatore” di cui facevano parte Francesco Cutry (un colonnello della Regia Aeronautica), Carlo A. Felice (della Triennale di Milano) e Giuseppe Pagano (un architetto istriano). All’organizzazione della mostra collaborò anche Gianni Caproni; egli inviò quattro aerei di sua concezione e costruzione, che vennero effettivamente esposti nel padiglione dell’esibizione presso il Palazzo dell’Arte: si trattava del biplano pionieristico Ca.1, il primo velivolo realizzato dall’ingegnere trentino, del Ca.6, un biplano caratterizzato dalle ali a doppia curvatura, di un ricognitore militare monoplano Ca.18 e di un grande bombardiere biplano Ca.36M. La mostra, caratterizzata anche da un allestimento piuttosto spettacolare, studiato da artisti tra i più importanti della scena italiana dell’epoca, ebbe grande successo; tanto che alla sua conclusione Benito Mussolini

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musei

diede ordine che il Museo storico dell’Accademia Aeronautica (il museo ufficiale della Regia Aeronautica italiana, che aveva sede nella Reggia di Caserta, presso l’Accademia) venisse trasferito a Milano, dove avrebbe dovuto fondersi con il Museo Caproni e confluire in un Museo nazionale aeronautico. Questo progetto tuttavia non andò in porto e così il Museo Caproni, che rimaneva la principale istituzione del suo genere in Italia, iniziò a evolversi nella direzione di un «museo generale dell’aviazione», il quale avrebbe dovuto raccogliere materiale aeronautico di carattere sia militare che civile proveniente da tutti i luoghi geografici e da tutte le epoche, facendosi carico della sua preservazione ed esposizione. A queste attività si aggiunse il ruolo editoriale che il museo Caproni ricoprì negli anni trenta con la pubblicazione di volumi come Gli aeroplani Caproni. Studi, progetti, realizzazioni 1908-1935, Francesco Zambeccari aeronauta, L’aeronautica italiana nell’immagine 1487-1875. Con la morte dei fondatori (Gianni Caproni scomparve nel 1957, Timina nel 1991) i loro figli Giovanni e Maria Fede subentrarono nella gestione del museo e il loro lavoro consentì all’istituzione di conservare la sua posizione a livello nazionale e internazionale, arricchendo costantemente le collezioni con nuove acquisizioni. Solo nel 1988 la famiglia Caproni riuscì a stipulare, grazie anche all’intervento di Martino Aichner, pilota italiano medaglia d’oro al valor militare durante la seconda guerra mondiale, un accordo con la Provincia Autonoma di Trento. Grazie a questo accordo la PAT si assumeva la responsabilità di restaurare la collezione e di costruire presso l’aeroporto di Trento-Mattarello una struttura espositiva dedicata al pioniere dell’aviazione italiano, con il nome di Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni. Nel 1989 la ditta Masterfly di Rovereto iniziò il restauro degli aeromobili storici. Nello stesso anno si cominciarono i lavori di costruzione del museo che venne inaugurato il

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3 ottobre 1992. La struttura offre uno spazio espositivo di 1 400 metri quadrati, ed alla sua inaugurazione ospitava 17 aeroplani conservati in condizioni di umidità e temperatura controllate. Da 1999 il museo è diventato una “sezione territoriale” del Museo tridentino di scienze naturali, il quale a sua volta dipende dalla Provincia autonoma di Trento. Nell’aprile 2011 lo spazio espositivo è stato ampliato con la costruzione di un nuovo hangar. Questo ha permesso di esporre alcuni degli aerei che precedentemente erano conservati in magazzino. All’apertura del nuovo hangar di cui sopra, avvenuta in occasione dell’evento “La sfida del volo”, un Ansaldo A.1 Balilla, il Caproni Ca.53 e alcune parti del Caproni Ca.60 sono stati trasferiti dal magazzino del museo a nord della città di Trento e collocati nel salone principale, entrando a far parte dell’esposizione permanente; un Agusta Bell AB 47G, un Manzolini Libellula II e un North American T-6 Texan sono stati aggiunti al nucleo originale della collezione trovando posto nel nuovo hangar, insieme a un Bücker Bü 131, al Caproni Ca.193, a un Macchi MB.308 e a un Saiman 202M che fino ad allora erano stati nello spazio espositivo principale del museo. Nel luglio 2019 la gestione del museo è passata sotto la direzione della Fondazione del Museo storico del Trentino. Da quando il museo ha assunto la sua collocazione definitiva, una nuova importanza è stata attribuita allo status di beni culturali che i velivoli storici esposti meritano di vedersi riconoscere. Le successive fasi del recupero dei nuovi aeromobili dal magazzino del museo per ampliare l’esposizione estendendola al secondo hangar sono avvenute in collaborazione con enti come l’Assessorato alla Cultura della Provincia autonoma di Trento, la Soprintendenza per i beni storicoartistici e la Soprintendenza per i beni librari, archivistici ed archeologici e hanno risposto a esigenze di rispetto della fisionomia origi-


nale dei pezzi con la massima attenzione per la ricostruzione filologica della loro storia e la tutela della loro conservazione in accordo con i più avanzati principi legati alle scienze del restauro dei beni culturali. Breda Ba.19

Il Breda Ba.19 nel curioso allestimento rovesciato.

Uno dei più famosi aeroplani acrobatici degli anni trenta, il Breda Ba.19 batté nel 1933 il record mondiale di durata in volo rovesciato. Quello esposto al Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni è l’unico esemplare sopravvissuto; ha subito un restauro molto radicale e particolarmente complesso, che ha richiesto che molte parti andassero completamente ricostruite. Caproni Bristol

stato inviato in Italia dalla Bristol affinché la Caproni potesse produrre il velivolo su licenza; due monoplani Bristol di questo modello (che in patria era noto come Bristol-Coandă) vennero costruiti dalla Caproni e parteciparono a un concorso del Ministero della Guerra nel 1913; anche se non vennero selezionati nel corso delle prove ufficiali, la Caproni poi fornì all’Esercito Italiano diversi aerei di questo tipo. Quello conservato al museo è il più antico velivolo Bristol esistente. Caproni Ca.6 Il Caproni Ca.6, il sesto velivolo costruito da Gianni Caproni, era un biplano pionieristico caratterizzato da un’innovativa elica a passo variabile a terra e da un inconsueto profilo alare a doppia curvatura (poi rivelatosi poco efficiente) l’impiego del quale era stato suggerito a Caproni da Coandà. L’esemplare in esibizione è l’unico aereo prodotto di questo modello. Risalente al 1911, è il più antico degli aerei in esposizione; tuttavia a causa della sua delicatezza e della mancanza di accurate informazioni sulla sua fisionomia originale non è stato sottoposto a restauri, ma solo a un intervento conservativo; è esposto senza il rivestimento originale in tela, in modo tale che la sua struttura lignea sia completamente visibile.

Il Caproni Ca.6 esposto a Trento.

L’aereo che viene chiamato Caproni Bristol era un monoplano monomotore biposto che venne progettato dall’amico e collega di Caproni Henri Coandà per conto dell’azienda inglese Bristol; volò per la prima volta nel 1912. L’esemplare esposto al museo era

L’idrovolante Caproni Ca.100 I-DISC, ora esposto nel museo, sul lago di Como nel 1962.

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musei

Caproni Ca.100 Il Caproni Ca.100, noto anche come “Caproncino”, era un monomotore biplano multiruolo che ebbe grande diffusione in Italia nel corso degli anni trenta, anche se alcuni esemplari sopravvissuti alla guerra rimasero in servizio fino agli anni sessanta. L’esemplare esposto al Caproni, uno dei cinque attualmente esistenti, venne costruito come aereo terrestre e volò per la prima volta nel 1936; convertito alla configurazione idrovolante nel 1960, venne impiegato dall’Aero Club di Como fino al 1964.

Il caccia Lockheed F-104G ex-Aeronautica Militare che fa da gate guardian all’entrata del museo.

Lockheed F-104G Starfighter Il caccia bisonico statunitense Lockheed F-104 Starfighter venne impiegato dall’Aeronautica Militare per molti anni tra il 1960 e la fine del XX secolo. L’esemplare esposto all’aperto sul piazzale del museo e dell’aeroporto venne radiato dal servizio nel 1990, donato al Caproni nel 1991 e installato nella sua caratteristica posizione nel 1992.

Il Savoia-Marchetti S.79 (al centro), l’Avia FL.3 (in basso) e il Caproni Trento F.5 (in alto) conservati al Museo Caproni.

Savoia-Marchetti S.79 L’aerosilurante trimotore Savoia-Marchetti S.79 fu uno dei più famosi aerei italiani della seconda guerra mondiale. L’esemplare attualmente conservato presso il Museo Caproni (uno dei due S.79 esistenti) venne costruito nel 1942 e partecipò a diverse operazioni belliche fino all’armistizio; nel settembre 1943 passò dalla parte del Regno del Sud e continuò a operare come trasporto fino al 1948, prima con l’Aeronautica Cobelligerante Italiana e poi con l’Aeronautica Militare. Nel 1949 venne ceduto al Libano, dove rimase in servizio fino al 1959. L’aereo venne poi donato all’AMI e da essa affidato al Museo Caproni, dove è giunto nel 1993.

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Il Re.2005 esposto presso il Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni, di cui sono sopravvissute solo la fusoliera e la deriva, è l’unico aereo di questo tipo ad essere giunto fino a noi.

Reperti e ricostruzioni Oltre ai velivoli, in molti casi conservati integri ed esposti smontati o sopravvissuti solo in parte, all’interno del museo sono presenti diversi reperti storici tra cui motori, eliche, strumenti e componenti vari di aeroplani e di aeromobili di diverso tipo, documenti, medaglie, modelli, fotografie, cimeli, oggetti personali. Il museo ospita anche, in due locali distinti, una ricostruzione dello studio di progettazione dell’ingegner Caproni e la riproduzione di un’officina per la costruzione di eliche degli anni venti.

(fonti: Fondazione Museo Storico Trentino e Wikipedia)


dalla sede

ATTIVITÀ DELLA SEDE

La sede di Trento non è passata indenne da ripercussioni derivanti dalla pandemia da Covid-19, che ha impedito molte attività che normalmente si facevano in presenza e che già lo scorso anno abbiamo dovuto trasformare in eventi in rete. Tre le novità, indirettamente connesse all’emergenza sanitaria troviamo un taglio abbastanza sostanzioso alla sovvenzione che normalmente l’associazione riceveva dalla Provincia Autonoma di Trento, per questo, abbiamo dovuto reagire con attività diversificate e volte a recuperare, almeno in parte ciò che ci permette di avere una normale operatività. Scoprendo nel mese di febbraio che il nostro bilancio è stato rivisto al ribasso, il Consiglio direttivo ha dovuto attivarsi e studiare delle strategie volte ad attutire la variazione ed a mantenere operative, per quanto possibile le nostre attività ordinarie per l’anno in corso. Si è lavorato su vari fronti programmando eventi volti a raccogliere fondi, oltre che utilizzando risorse già in nostro possesso per far conoscere l’associazione e le sue prerogative.

Il Presidente, nel mese di maggio ha partecipato alla trasmissione televisiva MATTINO INSIEME, nella quale grazie alla conduttrice Antonella Carlin, ha potuto raccontare le nostre attività tra le quali, ad esempio, la conclusione di un programma organizzato e realizzato dall’UFTE in collaborazione con la scuole Dante Alighieri di Asuncion Paraguay, Tramite l’assegnazione di quaranta borse di studio è stato possibile far imparare la lingua italiana ad altrettanti alunni discendenti di Trentini. Ma è stata anche occasione di spiegare al pubblico tutte le attività che l’associazione svolge. Nel mese di Giugno, l’Unione delle Famiglie Trentine all’Estero ha promosso una raccolta fondi attraverso una cena con

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dalla sede

pietanze tipiche dell’America latina, luogo nel quale sono presenti la maggior parte delle nostre diramazioni, accompagnata da un gruppo di ballo che si è esibito per gli ospiti, ed a una eccezionale partecipazione dell’amica dell’Associazione Loredana Cont, nota attrice e autrice di commedie dialettali. Zuppa di fagioli (Messico), Arepas (Venezuela), Empanadas (Argentina), Torta tres leches (Venezuela), sono state l’elemento culinario che ha condotto una serata all’insegna della serenità e dell’allegria. L’evento è stato un’occasione per raccontare agli ospiti ciò che l’associazione realizza e attraverso il cibo, la musica e la commedia condividere il sentimento di fratellanza tra i popoli che ci contraddistingue. Un ringraziamento particolare va al ristorante “Ca dei Giosi” di Covelo per aver messo a disposizione la struttura e alla cantina CAVIT per contribuito fornendo gratuitamente i vini che hanno accompagnato i piatti della nostra cena etnica. Nel mese di luglio il presidente ha partecipato ad una trasmissione live in facebook ad un evento promosso dal Capitano Lino Junior, volto al riscoperta della storia dell’emigrazione italiana in Brasile. Nella trasmissione del 10 luglio si è approfondito il tema nello specifico della cittadina di Santa Felicidade, nella quale vive la famiglia Caliari. All’evento hanno partecipato alcuni personaggi come Cezar Augusto Culpi, noto conduttore televisivo del programma Rivivere l’Italia, che è molto conosciuto nella regione di Curitiba, ma in generale nelle regioni brasiliane che hanno conosciuto una forte presenza di immigrati italiani. Sempre nel mese di luglio si è celebrata la consegna dei diplomi di partecipazione ai corsi di Italiano, organizzati e finanziati dall’Ufte ai quaranta borsisti dell’anno 2020/2021. La cerimonia di consegna, effettuata, ovviamente in modo telematico, ha rappre-

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sentato un momento molto toccante ed emozionante, in quanto, prima della formale consegna degli attestati i partecipanti hanno avuto modo di esprimere il loro apprezzamento ed orgoglio per essere riusciti a raggiungere l’importante obiettivo di conoscere la lingua degli avi. Conoscere la lingua italiana è importantissimo non solo perché permette ai corsisti di poter visitare e capire meglio la terra dei loro nonni, magari aprendo opportunità di lavoro o di scelte di vita in un altro paese, ma anche perché, come dice Oliver Wendell Holmes:”Ogni lingua è un tempio, in cui è custodita l’anima di coloro che la parlano”. Nella continuazione delle attività espositive della mostra sulla FEB, abbiamo avuto la possibilità di far conoscere il nostro lavoro nel periodo di giugno fino al mese di luglio luglio presso la sala polifunzionale di Sfruz. Nel mese di agosto la mostra si è trasferita presso il forte di Civezzano, dove la mostra rimarrà fino alla fine del mese di agosto.

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dalle diramazioni

dalle diramazioni A cura di Patricia L, Broz (traduzione all’italiano)

FESTEGGIAMO IL GIORNO DEL BAMBINO A SANTA FESTEGGIAMO IL GIORNO DEL BAMBINO CHIARA. PARAGUAY A SANTA CHIARA. PARAGUAY

A cura di Luz Figueredo Kamm

L'Unione Siciliana del Paraguay e l'Unione delle Trentine L’Unione Siciliana del Famiglie Paraguay e l’Unione Pacher del Paraguay si sono delle Famiglie Trentine Pacher del Parapresentate alla Colonia Santa Clara guay si sono presentate alla Colonia San- Ex Colonia Trinacria, per ta Clara- Ex Coloniaregali Trinacria, per conseconsegnare a 300 bambini gnare regali a 300 bambini appartenenti a appartenenti a diverse istituzioni scolastiche: Scuola Elementare n. Elediverse istituzioni scolastiche: Scuola "ITALIA" ScuolaScuola Elementare n. mentare n.3434 “ITALIA”, Elementa"SAN LUIS",Scuola Scuola Elementare re n. 2791 2791 “SAN LUIS”, Elementare n. 4426 "LA n. 4426 “LACANDELARIA”, Scuola EleCANDELARIA", Scuola Elementare mentare n.n. 7258 7258"SAN “SAN RAMÓN”, Scuola ScuoRAMÓN", la Elementare nro. 4425 “3 DEMAYO", MAYO”, Elementare nro. 4425 "3 DE Scuola Elementare n. 4966” Isabelino RaScuola Elementare n. 4966 "IsabelinoFAMILIA”. Ramirez SAGRADA mirez SAGRADA FAMILIA". - Ringraziamo Società Ringraziamo la Società DantelaAlighieri; la Dante Alighieri ; la Società Italiana Società Italiana di Mutuo Soccorso. di Mutuo Soccorso. L'atto è stato L’atto è stato compiuto nel rispetto di tutti compiuto nel rispetto di tutti i i protocolliprotocolli sanitarisanitari di prevenzione presso di prevenzione la Casa dell’Unione Siciliana del Siciliana Paraguay. presso la Casa dell'Unione del Paraguay. Questo è stato ilalla PriQuesto è stato il nostro omaggio nostro omaggio Prima Colonia ma Colonia Italiana in alla Paraguay, dando Italiana in Paraguay, dando gioia ai gioia ai bambini per la loro giornata. La bambini per la loro giornata. La Colonia Trinacria fondata nel 1898 da più Colonia Trinacria fondata nel 1898 di 300 famiglie di immigrati per lo da più di 300 famiglie diitaliani, immigrati più dalla Sicilia dalla famiglia Pacher del italiani,eper lo più dalla Sicilia e dalla famiglia del-Trentino. Trentino, oggi è SantaPacher Clara Distrito del Oggi è Santa - Distrito del General Aquino - SanClara Pedro. General Aquino San Abbiamo anche rilasciato Pedro. i certificati del Abbiamo anche rilasciato i corso di italiano, dove hanno completacertificati del corso di italiano, dove to il livello hanno A1 4 completato discendenti di trentini e la il livello A1 4 professoressa è nipote di trentini. discendenti di trentini e la Paraguay 14-08-2021 professoressa è nipote di trentini.

Paraguay 14-08-2021

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IL mese e il GIORNO DEL BAMBINO A Posadas. argentina DÍA Y MES DEL NIÑO Famiglia Trentina di Posadas, Argentina

Nella Repubblica Argentina, in agosto celebriamo il giorno e il mese del bambino. Noi come Famiglia Trentina di Posadas abbiamo voluto essere presenti portando gioia mediante i giocattoli donati ai piccoli internati presso l’Ospedale di Pediatria “Ramon Madariaga”. In questo modo, pensiamo dare il nostro contributo di fronte alle avversità che tante famiglie stanno attraversando nel nostro paese.

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A cura di Carla Roa l'Ospedale di Pediatria "Ramon Madariaga".

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La mia esperienza come partecipante al corso di lingua italiana, patrocinato dall’Unione delle Famiglie Trentine all´Estero (UFTE), è stata superlativa, poiché ha superato le mie aspettative in termini di ciò che ho vissuto e ovviamente di ciò che ho imparato in questi 6 mesi (dal 22 dicembre 2020 al 1 luglio 2021). In particolare, ho frequentato tutte le lezioni che mi venivano impartite, attraverso la modalità a distanza (ZOOM), poiché la partecipazione e l’interazione con i miei compagni di classe provenienti da altri paesi sudamericani è stata un’esperienza arricchente, piacevole, e spesso molto divertente. Soprattutto, la pazienza, la dedizione e l’ottima predisposizione che aveva nei nostri

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dalle diramazioni

confronti, la nostra amata “Professoressa Isabella” che ricorderò per sempre... Certo, che di fronte alle nostre incombenze quotidiane (famiglia, lavoro, impegni, ecc.), la partecipazione di molti di noi non sia stata facile, ma penso che: il gruppo umano formato, la dinamica nel dettato delle lezioni e il desiderio di tutti noi di imparare questa lingua bella e familiare, ha superato ogni ostacolo o difficoltà e in questo modo partecipare sempre: rispettando la presenza nelle classi e, naturalmente, con i compiti che dovevamo portare a termine in quei giorni , che le lezioni non erano dettate, ma sì, con-

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segnare i nostri compiti, settimanalmente... Spero che queste pratiche continuino nel tempo e che altre persone possano imparare la lingua italiana e, naturalmente, sperimentare e interagire con persone della grande famiglia trentina dell’America Latina... Colgo l’occasione per ringraziare l’Unione delle Famiglie Trentine all´Estero, la Famiglia Trentina di Rafaela, per avermi permesso di partecipare, Dante Alighieri dal Paraguay e la sua insegnante Isabella, e la coordinatrice Patricia Broz. Per sempre grato.


ciao trentino A cura di Patricia L, Broz (traduzione all’italiano)

Lo svolgimento delle attività culturali orga- Benigno Zilli Manica e del Comune di Zentla nizzate dall’UFTE via online con il Progetto (Veracruz), Miriam Manica e Marisol HernanLo svolgimento ha dellepermesso attività culturali organizzate via online con il Progetto CiaoTrentino ha CiaoTrentino un’ampia par- dall’UFTE dez Manica. Hanno partecipato i membri permesso un’ampia partecipazione della comunità trentina e italiana all’estero. In questa opportunità è stata tecipazione della comunità trentina e italia- dei circoli trentini, membri del Com.It.Es, presentata la migrazione in Messico con un particolare approfondimento sulla Colonia Manuel Gonzalez a na all’estero. In questa opportunità è stata membri di associazioni italiane nel mondo e cura di Rigoberto Cordoba Arroyo, presidente della Famiglia Trentina del Messico, i ragazzi del gruppo giovani presentata la migrazione in Messico con un membri del CGIE (Comitato Generale degli Magdalena Manica e Angel Rodriguez e degli assessori culturali del Museo Jose Benigno Zilli Manica e del particolare approfondimento Colonia all’Estero). Comune di Zentla (Veracruz), Miriamsulla Manica e Marisol Italiani Hernandez Manica. Hanno partecipato i membri dei Manuel Gonzalez cura di Rigoberto Questa pluralità e ricchezza diCGIE attori ci ha circoli trentini, membriadel Com.It.Es, membri diCorassociazioni italiane nel mondo e membri del (Comitato doba Arroyo, presidente della Famiglia Trenconsentito di rinforzare i legami di fratellanza Generale degli Italiani all’Estero). Questa pluralità e ricchezza di attori ci ha consentito di rinforzare i legami tina del Messico, i ragazzi del con gruppo gio-pereil di consolidare la rete icon enti sparsi per il di fratellanza e di consolidare la rete enti sparsi mondo che condividono nostri principi di azione evani di promozione della cultura trentina. Magdalena Manica e Angel Rodriguez mondo che condividono i nostri principi di e degli assessori culturali del Museo Jose azione e di promozione della cultura trentina.

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Ferruccio Bolognani a cura di Mauro Verones

Un profondo conoscitore dell’emigrazione trentina e scrittore prolifico di testi sul tema in forma di diario di viaggio. Persona poliedrica e dai mille interessi è stato tra l’altro fra i promotori del movimento degli scout ad Arco e il fondatore della sezione arcense del Cngei, il Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani, confluito, all’inizio degli anni Ottanta, nella sezione dell’Agesci. Per molti anni punto di riferimento per tanti giovani arcensi, con il soprannome il “Baden”, ispirato a Robert Baden-Powell, fondatore dello scautismo. Anche grazie alla sua opera la sezione Cngei è cresciuta nel corso degli anni fino a diventare una delle associazioni arcensi più importanti. Insegnante di formazione e di professione, il Baden è stato uno dei protagonisti della vita sociale arcense per decenni, contribuendo a fare di Arco un punto di riferimento nello scautismo a livello internazionale. Uomo di grande personalità, Bolognani si è impegnato nell’organizzazione di eventi di rilevanza che hanno avuto luogo ai piedi del castello e nell’Alto Garda, ad incominciare dal Rally Ciclistico Scout Arco passando per i tanti raduni regionali e nazionali degli

scout (jamboree). Uomo di cultura e di molteplici interessi, nel corso della sua vita si è appassionato anche alle vicende legate all’emigrazione trentina all’estero, soprattutto in Sudamerica, facendosi portavoce, nei confronti delle istituzioni provinciali, di una serie di problematiche e di istanze nel tentativo di trovarvi felice risoluzione. Autore di libri, è stato fino alla sua scomparsa, socio dell’Unione delle Famiglie Trentine all’Estero. Promotore di eventi e finanziatore di iniziative dedicate all’emigrazione storica trentina, ha scritto più libri sul tema, come: “Dal mitico Eldorado alla terra degli Incas. Pagine di diario da Venezuela, Perù, Bolivia, Ecuador e Colombia”, “All’ombra dell’Aconcagua. Pagine di diario dal Cile e dall’Argentina” , “ Dalle foreste incantate. Pagine di diario dal Paraguay, Uruguay, al Brasile”. Attivo fino all’ultimo momento di energia, con una volontà ferrea, ci ha salutati il 17 febbraio 2018, all’età di 83 anni, dopo aver donato il suo ultimo libro Tirolesi Trentini oltreoceano, all’Associazione perché fosse divulgato.

Per chi desiderasse una copia dell’ultimo libro di Ferruccio Bolognani può chiederla presso la sede dell’Associazione

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ricette

ricette dall’estero Borsch

INGREDIENTI - Per 8/10 persone • 4.5 litri di acqua; • 400-500 grammi di carne di maiale o manzo con l’osso (o con cartilagine, deve fare un buon brodo) • 2 barbabietole piccole o 1 grande; • 2 carote medie; • 2 cipolle bianche o ramate medie; • 4-5 cucchiai di olio di semi; • Succo di ½ limone; • 4 cucchiai di concentrato di pomodoro.

per la Zuppa • 400 g di cavolo cappuccio bianco fresco • 6 patate medie; • sale qb • 1-2 foglie di alloro; • prezzemolo tritato, a piacere anche aneto (secco o fresco); • 2 spicchio d’aglio – facoltativo • 2 chiodi di garofano – facoltativo • ¾ grani di pepe nero – facoltativo • burro

PREPARAZIONE Versare l’acqua fredda in una pentola, mettere la carne e portarla a bollore a fuoco medio. Il brodo sarà più saporito usando carne con l’osso o con cartilagine. Prima che inizi a bollire bisogna togliere la schiuma con la schiumarola. Quando comincia a bollire, abbassare la fiamma e cuocere a fuoco lento per un’ora e mezza circa. Lavare e pelare le barbabietole, le carote e le cipolle. Grattugiare le barbabietole con una grattugia grossa e le carote con una media. Tagliare la cipolla a cubetti. Se si usano le barbabietole precotte tenere l’acqua. Versare l’olio in una padella e soffriggere le cipolle e le carote per 5 minuti a fuoco medio. Unire quindi le barbabietole e il succo di limone (per mantenere il tipico colore della zuppa e dare un retrogusto acidulo. Far cuocere il soffritto per altri 5 minuti, quindi aggiungere il concentrato di pomodoro, mescolare e lasciare sul fuoco per altri 5-7 minuti. Quando il brodo è pronto, togliere la carne; mentre si raffredda aggiungere nella pentola il cavolo tritato. Dopo 5-10 minuti unire le patate tagliate a cubetti. Mentre le patate stanno cuocendo, separare la carne dall’osso, tagliarla a cubetti e quindi rimetterla in pentola. Salare a piacere. Aggiungere il soffritto e girare la zuppa. Quindi unire le foglie di alloro e le erbe aromatiche tritate finemente. Coprire e cuocere per altri 5-7 minuti. Per insaporire aggiungere un po’ di aglio tritato, chiodi di garofano macinati o pepe nero. Lasciare in infusione il borsch coperto per 5-10 minuti. A piacere è possibile aggiungere un po’ di burro a fine cottura. L’ideale è preparare il borsch 1-2 giorni prima, col passar dei giorni si insaporisce sempre di più. Servire con panna acida (ricetta classica) o anche con maionese.

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ricette dal trentino Crostata di marmellata

INGREDIENTI • 300 gr farina 00 • 200 gr burro • 100 gr zucchero • 1 uovo • 1 bustina di vanillina • un pizzico di sale • marmellata per la farcitura

PREPARAZIONE: Impastare velocemente la farina con le uova,lo zucchero, il burro morbido, la vanillina e il sale fino a formare una palla liscia. Far riposare in frigorifero avvolta nella pellicola o chiusa in un contenitore per una mezz’ora. Nel frattempo preparare la tortiera ricoprendola di burro e quindi spolverizzandola di farina bianca per evitare che attacchi. E’ possibile evitare questo passaggio utilizzando la carta forno per ricoprire la tortiera. Togliere l’impasto dal frigo e tenerne da parte circa un quarto per la griglia superiore. Tirare con le mani o con il mattarello la pasta e utilizzarla per ricoprire la tortiera lasciando un bordo alto un paio di centimetri. Ricoprire con la marmellata. Preparare, tirandole con il mattarello delle strisce alte circa 4/5 mm con l’impasto messo da parte. Utilizzarle per decorare la torta. La tradizione vuole che le strisce creino una rete sopra alla marmellata. Rivoltare i bordi a nascondere le attaccature delle strisce e infornare in forno preriscaldato a 185 gradi per 40/45 minuti. Servire fredda.

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viaggio di emigrati

Viaggio di emigrati: Intervista a Jacopo e margherita zamboni

Come ti chiami? Jacopo Zamboni Età? 28 anni Età primo soggiorno all’estero non per vacanza? 12 anni Età primo soggiorno all’estero per un tempo superiore al mese non per vacanza? Lascerei una sola fra la 3 e la 4 17 anni Dove sei andato? Canada, scambio culturale per 1 anno Perché sei andato? Imparare l’inglese, fare un’esperienza all’estero Come mai hai scelto proprio questo paese? Volevo un paese anglofono che non fosse in Europa, tra le possibilità avevo sentito parlare molto positivamente del Canada Quanto tempo sei rimasto? Poco più di 10 mesi Eri accompagnato da un amico o familiare? No, ma l’esperienza era organizzata da un’associazione (WEP) Dove alloggiavi? Da solo? In famiglia, composta dai genitori, figlia e un altro studente straniero Racconta la tua prima esperienza con la cucina autoctona. Il Canada non è famoso per la cucina autoctona e la maggior parte dei cibi non sono differenti dalla cucina continentale europea. Ho però provato nuove cucine che non si trovano facilmente in Italia (mongola, vietnamita, cantonese). Mi sono tutte piaciute molto.

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Racconta una esperienza vissuta divertente con le persone di quella città I canadesi, come i trentini, amano la natura e le montagne. Una volta fatto amicizia con un gruppo di canadesi sono stato invitato a sciare in notturna fuori dalle piste battute. Sciare con un frontalino in una folta foresta è stata un’esperienza speciale ed eccitante. Perché sei tornato o hai in programma di tornare in Trentino? Sono tornato a conclusione dell’anno per terminare il liceo. In seguito, ho deciso di studiare all’estero (Olanda) e correntemente vivo in Germania. Se sei tornato hai in programma di ripartire? con la stessa destinazione? Mi piacerebbe tornare in Canada ma come turista. Mi trovo bene in Germania e mi sto costruendo una vita qui. Cosa ti è mancato di più? Del Canada mi manca la natura sconfinata e l’accoglienza che dimostrano verso gli stranieri. Cosa hai portato via di cui non riesci più a far senza? Il senso della libertà e la capacità di organizzarmi la vita in autonomia. Cosa ti manca di quella città? Vancouver è una città situata ai piedi di una montagna e al contempo sul mare. Mi manca la pletora di attività che questa condizione rende possibile (sci, kayak, vela etc..). Questo non è troppo diverso dal Trentino ma è qualcosa che mi manca dove vivo ora (Amburgo). Mantieni contatti con le persone che hai conosciuto?


Con un paio di amici. Sono tornato a Vancouver un paio di volte e loro sono venuti a trovarmi in Europa. Racconta un aneddoto della cultura di questo paese che hai scoperto e ti è piaciuto. In pratica non esistono canadesi che non abbiano almeno un nonno che sia immigrato in Canada. Questo rende Vancouver un calderone di culture da tutto il mondo. Trovo che questo abbia reso la città molto interessante e accogliente. Racconta cosa ti è mancato della cultura trentina. Nonostante Vancouver sia vicina alla natura, gli abitanti sono comunque più “cittadini”. Della cultura trentina mi è mancata la conoscenza e l’amore intimo che abbiamo per i nostri monti, laghi e valli.

Cosa ti fa rimanere? Per quanto riguarda la mia posizione attuale (Amburgo) mi fanno rimanere le ottime condizioni di lavoro e le possibilità di integrazione multietnica e multiculturale. A livello lavorativo pensi di essere più agevolato/a dove sei ora? In Canada farei fatica a trovare lavoro nel mio campo (Ingegneria Aerospaziale). In Italia potrebbe essere un po’ più facile ma, purtroppo, le opportunità sono comunque più limitate rispetto a dove vivo ora (Germania). Dove vedi il tuo futuro? In Germania per il momento. Non escludo la possibilità di spostarmi e vivere in altri paesi europei. In Italia tornerei volentieri se trovassi un’opportunità professionale interessante.

Come ti chiami? Margherita Zamboni Età? 29 anni Età primo soggiorno all’estero non per vacanza? 16 Età primo soggiorno all’estero per un tempo superiore al mese non per

Germania per perfezionare il tedesco. Quanto tempo sei rimasto? 8 mesi Eri accompagnato? da un amico o familiare? Mi hanno accompagnato i miei genitori e sono rimasti con me i primi giorni. Un’altra studentessa della stessa facoltà aveva scelto Osnabrueck come destinazione per la sua esperienza Erasmus. Non ci conoscevamo prima di partire ma ci siamo incontrate una volta arrivate in Germania. Dove alloggiavi? Da solo? Affittavo una camera in uno studentato vicino all’università. Condividevo l’appartamento con altri 4 studenti. Racconta la tua prima esperienza con la cucina autoctona. Non ricordo di aver avuto problemi (o esperienze particolarmente memorabili) con la cucina autoctona. Racconta una esperienza vissuta divertente con le persone di quella città Durante il soggiorno ho anche lavorato in un bar che serviva vino italiano. Mi è diver-

vacanza? 21 (anche l’esperienza all’estero a 16 anni è stata più lunga di 3-4 settimane, ma quella a 21 anni è stata più significativa per la mia carriera, quindi preferisco parlare di quella nell’intervista) Dove sei andata? Osnabrueck, Germania Perché sei andata? Erasmus Studio durante la triennale in Scienze Cognitive Come mai hai scelto proprio questo paese? Mi interessava il programma offerto dall’università di Osnabrueck e volevo andare in

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viaggio di emigrati

tito scoprire con quanto riguardo i clienti tedeschi giudicano il vino di provenienza italiana, particolarmente quando viene servito da una cameriera italiana. Perché sei tornato o hai in programma di tornare in Trentino? Sono tornata brevemente a Trento per finire il terzo anno di università, una volta ricevuta la laurea triennale mi sono trasferita a Maastricht, Olanda, per la Laurea Magistrale. Se sei tornato hai in programma di ripartire? con la stessa destinazione ? Sono ripartita dopo la laurea triennale. Ho vissuto 3 anni in Olanda e poi mi sono trasferita in Svezia nel 2016. Cosa ti è mancato di più? È stato difficile allontanarsi dalla famiglia e dagli amici d’infanzia. Mi sono mancati (e mi mancano tuttora) ma ci manteniamo in contatto e ci vediamo regolarmente quando torno per le vacanze o quando mi vengono a trovare. Cosa hai portato via di cui non riesci più a far senza ? Il coraggio di uscire dalla mia “comfort zone” e mettermi alla prova in ambienti e contesti sconosciuti. Cosa ti manca di quella città? Osnabrueck è una città carina e con una buona università. Non mi manca particolarmente la città in sé ma sono grata di aver avuto l’opportunità di trasferirmi lì per studio. Ho portato via molto, dalle nozioni di Scienze Cognitive che ho studiato in classe, al coraggio di mettermi alla prova che ho sviluppato quando mi sono allontananta da casa. Mantieni contatti con le persone che hai

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conosciuto? Per un paio d’anni ho mantenuto contatti con alcune persone che ho conosciuto. Ora purtroppo ci siamo un po´ persi di vista. Racconta un aneddoto della cultura di questo paese che hai scoperto e ti è piaciuto. Racconta cosa ti è mancato della cultura trentina. Mi mancano le belle montagne e i laghi, la cucina trentina e le festività in città. Sono contenta però di essermene andata perché ogni volta che torno posso rivivere la cultura trentina con occhi nuovi, senza dare per scontato gli aspetti che rendono unica la nostra regione. A livello lavorativo pensi di essere più agevolato/a dove sei ora? Decisamente sì. Al momento mi trovo in Svezia (Karolinska Institute), dove sto facendo un dottorato di ricerca in Medicina Rigenerativa. Qui ho l’opportunità di imparare da ricercatori e professori riconosciuti a livello mondiale. Inoltre, la Svezia investe molte risorse nella ricerca e nell’educazione e questo crea opportunità e buone condizioni lavorative. Dove vedi il tuo futuro? La Svezia è uno dei Paesi più progressisti per quanto riguarda la parità di generi. È il posto perfetto per chi (donne in particolare) vuole avere una famiglia e fare carriera, e non vuole sacrificare una cosa per l’altra. È anche all’avanguardia nel campo della ricerca biomedica e offre finanziamenti e buone opportunità di lavoro a ricercatori internazionali. Per questi motivi penso di voler rimanere qui in futuro.


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il grembiule della nonna Circolo Culturale “G.B.Pecoretti” di Caldonazzo

Le madri e le nonne portavano un grembiule sopra i loro vestiti per proteggerli poiché avevano pochi vestiti di ricambio. Infatti, era molto più facile lavare un grembiule quasi sempre in cotone che un abito, una camicetta o una gonna, fatti di altri tessuti. Il principale uso del grembiule della nonna era di proteggere il vestito ma in più di ciò: - Serviva da guanto per togliere dal forno un piatto caldo, prima dell’invenzione dei “guanti da forno”. - Era meraviglioso per asciugare le lacrime dei bambini e, in certe occasioni, per pulire i musetti sporchi. - Quando arrivavano delle visite, il grembiule serviva da nascondiglio ai bambini timidi, da cui l’espressione “nascondersi fra le sottane della nonna”. - Quando era fresco, la mamma lo rialzava per coprirsi le braccia e le spalle. - Quando era caldo e cucinava davanti alla stufa a legna, vi si asciugava il sudore della fronte. - Il vecchio grembiule serviva anche da soffietto, e lo agitava sul fuoco per ravvivarlo. - Serviva pure per trasportare le patate e la legna in cucina. - Poi nell’orto, era il cesto per varie verdure; dopo la raccolta dei piselli venivano i cavoli. A fine stagione era utilizzato per raccogliere le mele cadute dall’albero. - Quando c’era qualche visita improvvisa, era sorprendente vedere con quale rapidità il vecchio grembiule serviva a spol-

verare. - All’ora del pasto, la nonna andava sulla scalinata del balcone ad agitare il suo grembiule, era segno che il pranzo era pronto, e gli uomini nei campi sapevano che dovevano venire a tavola. - La nonna lo utilizzava anche per togliere la torta di mele dal forno e posarla sul bordo della finestra per farla raffreddare; adesso la sua nipotina fa lo stesso: la mette lì ma per scongelarla.... Altri tempi, altre abitudini! - Ci vorranno molti e lunghi anni prima che qualcuno inventi un indumento che possa rivaleggiare con il buon vecchio grembiule utile per tante cose.

Le madri e le grembiule : ò i c i d sopra iù p n i a p m r oteggerli tito s e v i e l d i poich e e n r o e i z g n g e e s v t t n o i i ' t r l i di ricam del di p a a r m i e r bio. p a n , n o o d n l a a I c l PERICOLO : n l f o a tti , e r a in ia t t le de p e n i u n i Oggi si impazzirebbe al solo pensiero della b o n molto m r a o bquantità di microbi che potevano un gr f i l e a d d e e m i r embiule, acr l oglie . e " l o n e accumularsi sul grembiule in una giornata! quasi r r o a f g u a i d c c h s i e a t . i n u h r a n c u e abito, una "g op por a na s s d o i i l t a g t v i i e v v IN REALTA’ s a r u c am r e m e sla sola cosa che i bambini dell’epoca possog i m o e n l e a n u r r a i i , l b E u m f p a e tti di alt ersi al contatto con il Il per l gr i d , n i , o n e c o t i s ri’ t i no aver preso s a s i a n v c " c o p e e l r n l e o i i n e t c s d r ipale uso ce a no pres grembiule della nonna, era l’amore!v s a e ' v l i r i del gr u r a c o a d d n S , a i e u d r i viva da g - Q enostre nonne” i tim l In ricordoir delle n i i b s m uanto pe a r b p i o a c o i . l r " g e a i no n n va p a scond a z l l l a i e r d o e l ttan nn a o o s n e a l l a , o r f esc r f a r e o lla a - Quand e spalle. i t n a v a l va d a e n i a c i u c c c a e r b ldo a c a r e o - Quand della fronte. sul a v a t i g e a r s sudo e lo l , i o t a t v e i a f g f u i si asci viva anche da so fr r se i na . c u c n i rembiule a gn e l a l e 35 e br a c vivarlo. portare le patat s s


poesie e racconti

La Chicherota

di Maria Rosa Campregher- Caldonazzo

L’ho trovata per caso, ‘n te ‘n canton de la vecia credenza, sconta dre a ‘n vaso, ‘n compagnia de quele robe che ades se fa senza ma no se è boni mai de butar via.

Tegnindo tra le man la chicherota, me sento den ‘na sensazion sotile come de aver trovà ‘na compagnota na compagna simpatica e gentili che dopo tanto tempo la è tornata.

Son tornada de colpo matelota e con ‘l cor che me saltava ‘n gola ho tolt ‘n man la bela chicherota de porcelana fina, con ‘n girotondo de verbene e foiete e quela righetina de ora che ghe passa tut ‘ntorno.

Me acorzo che su l’or l’è ‘n po’ sbecada apena, apena, e che la g’ha ‘na crepa proprio lì tra ‘na foia e ‘na verbena.

L’è restada ela sola de quel servizio bon che se tirava fora ‘n le feste pù bele, o ‘n le occasion rare; quando i vegniva a benedir la ca’, arivava le visite pù care o ‘l medico a curar qualche malà. Se dismisia i ricordi. Eco mè mama che la brustola l’orz ‘n la padela, le bone e care robe de stiani; ‘l cafè fat co la napoletana i perseghi e l’ua bianca ‘n la scudela ‘l profumo del late e del cafè ‘l se smissia con ‘l rosso dei gerani e ai cigni disegnai sul cabarè.

Ghe zerco ‘n posto bel lì ‘n la vedrina ‘n do se la vede e ‘ntant ghe digo pian: te starai sempre chi, te voi vizina no te sai gnanca quanto ne somian. I regai che na fat le vita e ‘l tempo ‘n te ‘l scorer dei anni dì per dì; ti te g’hai l’oro, ‘nvezi mi l’arzento e a vardar ben dentro de mi ghe pù de qualche crepa e qualche bota vedet? Son anca mi ‘na chicherota ‘na chicche-rota propri come ti. F - BAVARIA

Misure: Tazza d.66mm. - h.43mm. Piatto d.109mm. Peso: Tazza: 48g. Piatto: 77g.

Epoca o Data: n.c.

Chicchera con piattino in porcella bianca con disegni floreali policromi e bordature dorate.

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in cammino in trentino con gio

In cammino in Trentino con Gio a cura di Giordana Detassis

Questa rubrica ha lo scopo di proporre nuovi itinerari trekking all’interno dell’Trentino Alto Adige unendo alle informazioni più tecniche della gita quali altitudine, lunghezza, dislivello, tipo di sentiero alcune informazioni sul territorio, storiche, gastronomiche etc. E’ realizzata in collaborazione con la pagina Facebook “In cammino in Trentino con Gio”

il parco Monte Corno

Anterivo - passo Cisa - Malga Corno - passo Cisa - Malghette - Anterivo Caratteristiche: Lunghezza 15 km circa 630 mt dislivello Altitudine min.1.209 m s.l.m., Altitudine max a Malga Corno 1.710 m s.l.m. Giro ad anello in parte su strada forestale, in parte su sentiero comodo. Dalle malghe il panorama è vastissimo e

spazia dalle Dolomiti al Lagorai e al gruppo Bondone-Stivo: dal Pan di Zucchero, al Corno Bianco e Corno Nero, dall’Alpe di Villandro alla Roda di Vael, dal Monte Mulaz alla Cima Vezzana, dalla cima di Cece alla Cima d’Asta, dalla Cima delle Stellune al Montalon, dal Gronlait al Monte Bondone e al Monte Stivo. Punti di ristoro malga Corno e Malghette con ottima accoglienza e ottima cucina.

Approfondimento Anterivo è l’unico comune di lingua tedesca della val di Fiemme. Il comune si estende oltre il Reggelberg sul versante che guarda verso la val di Cembra. Dal margine esterno del piccolo villaggio un ripido pendio cade quasi a picco verso la forra dell’Avisio. Giù in fondo alla valle si trova il lago artificiale di Stramentizzo, dove una condotta di 10 km porta l’acqua del lago alla centrale di San Floriano nella valle dell’Adige presso Laghetti nel comune di Egna. Il toponimo è attestato per la prima volta nel 1321 come “Antereu”, “Altreu” e “Altreü”, e nel 1406 come “Antrew” e deriva dal latino

in ante rivum, cioè “davanti al torrente”. Antereu, oggi Anterivo in italiano ed Altrei in tedesco, viene citato come insediamento per la prima volta in documenti nell’anno 1321 d.C.

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in cammino in trentino con gio

Anterivo è l’ultimo bastione degli insediamenti tedeschi ad est dell’Adige creati nel 1321 dal duca Enrico di Carinzia e Tirolo, che conferì al suo vassallo Gottschalk di Bolzano, suo giudice ad Egna, il diritto di insediare 10 masi ad Anterivo tramite i suoi coloni tirolesi. Fino alla prima guerra mondiale il comune apparteneva alla Giurisdizione di Egna- Caldiff e religiosamente alla Pieve di Fiemme ma mai alla Magnifica Comunità, mantenendo però stretti legami con Fiemme grazie alla vicinanza con Capriana e con le frazioni di Carano e dei masi di Solaiolo. Nel 1919 col Regno d’Italia il comune di Anterivo amministrativamente rimase a Cavalese, e quindi nella provincia di Trento. Passò all’Alto Adige solo in seguito all’accordo De Gasperi-Gruber, così chiamato dai nomi degli allora ministri degli Esteri italiano e austriaco, che fu firmato il 5 settembre 1946 a Parigi a margine dei lavori della Conferenza di pace, per definire la questione della tutela della minoranza linguistica tedesca del Trentino-Alto Adige. Questo grazie al fatto che nel primo censimento italiano del 1921, fra gli allora 402 abitanti di Anterivo, solo nove risultarono di lingua italiana. Anterivo è situato alle pendici del Monte Corno e si trova all’interno del parco naturale Monte Corno (Naturpark Trudner Horn in tedesco, Alpe Strencia per i locali), area naturale protetta di 6.660 ettari, delimitata a nord dal passo di San Lugano, a sudest dalla val di Fiemme, a ovest dalla valle dell’Adige e a sud dalla valle di Cembra in provincia di Trento. La cima più alta è il monte Corno, che dà il nome al parco, e che

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raggiunge 1.817 m s.l.m. Nel parco esistono alcune zone acquitrinose e torbiere: il lago Bianco, il lago Nero e la Palù Longa. Di tutti i parchi naturali dell’Alto Adige, il Monte Corno vanta la flora e la fauna più ricca di specie grazie agli estremi climatici presenti all’interno del parco naturale: nella zona nordest il clima è molto aspro, mentre il versante sudovest si trova nella zona climatica sub mediterranea e il clima è più mite. Il parco naturale fa parte della Rete ecologica europea Natura 2000, il cui obiettivo è la tutela degli habitat naturali e seminaturali così come delle relative specie animali e vegetali e si rifà alle basi normative delle direttive europee Habitat e Uccelli per seguire le quali sono stati elaborati specifici piani di gestione dalla Provincia Autonoma di Bolzano. Il parco viene diretto da un comitato di gestione, composto da rappresentanti dei Comuni del territorio, delle associazioni in ambito naturalistico, delle associazioni di agricoltori e contadini, dell’amministrazione provinciale e di un esperto in scienze naturali.


Monte Roen e le sue malghe

Caratteristiche: Lunghezza 12,5 km dislivello 590 mt Altitudine min. malga Romeno 1.771m s.l.m. Altitudine max cima Roen 2.116 m s.l.m. Malga di Romeno - cima Roen - malga Smarano e Sfruz - malga di Sanzeno - malga di Don - malga di Amblar - malga di Romeno. Punti di ristoro: Malga Romeno. Giro ad anello che comincia subito con una bella salita che in circa 2 km ci fa alzare di 350 mt e ci porta in cima al Roen. Ma il panorama a 360 gradi ci ripaga di ogni fatica.

Da lì si scende altrettanto rapidamente verso la malga di Smarano e Sfruz, l’unica in attività di tutte quelle che visiteremo. Poi continuando a scendere su strada bianca e sentiero si raggiunge la malga di Sanzeno, abbandonata. Si risale su strada sterrata e sentiero con poca pendenza fino alla malga di Don e poi alla malga di Amblar. Da qui in mezz’ora su strada sterrata si ritorna alla malga Romeno. I sentieri sono ben segnati e ben tenuti. Da ammirare i pascoli pieni di fiori spontanei fra cui anche piccole stelle alpine.

Approfondimento Il Monte Roen (2.116 m s.l.m.) è una vetta delle Alpi della Val di Non nelle Alpi Retiche meridionali. Si trova nell’alta Val di Non, tra la provincia autonoma di Bolzano e quella di Trento. È il monte più alto della Costiera della Mendola. Viene affettuosamente chiamato Monte coccodrillo o Coccodrillone dagli abitanti perché dal versante noneso assomiglia a questo animale. Se il versante verso la Val di Non è costituito da fitti boschi e piccoli valloni digradanti punteggiati da pascoli e malghe, il lato verso la valle dell’Adige invece è una parete rocciosa a picco con un salto di quasi 2.000 metri. Il monte Roen conserva ancora una grande biodiversità. Sono presenti varie specie di piante come faggi, castagni, abeti, pini, mughi e larici. Alle altitudini più elevate si possono incontrare orsi, cervi, caprioli e camosci. Il territorio del monte Roen è frazionato tra molti comuni della Val di Non come Romeno, Amblar-Don, Casez, Tavon, Sanzeno, Coredo, per citarne solo alcuni. Dalla cima il panorama è davvero impagabile: a est le Dolomiti, a ovest il Gruppo di Brenta, e duemila metri più in basso, proprio sotto ai nostri piedi, l’ampia pianura della Valle dell’Adige e il lago di Caldaro. . Questa montagna rivive nei racconti degli anziani, sipario di storie tragicomiche e irre-

ali, assurde in certi versi, spesso legate alla pratica della transumanza. Al giorno d’oggi il Roen è divenuta una montagna sempre più selvaggia e costituisce una buona fonte di guadagno economico, soprattutto col taglio del legname. A tale scopo è stato costituito un apposito consorzio fra i comuni che hanno territori sulla montagna. Il legname molto spesso è lavorato dalle segherie in loco che utilizzano il legname per produrre imballaggi in legno. La Malga di Romeno è stata completamente ristrutturata dal Comune di Romeno (che ne è il proprietario), ma la struttura è rimasta com’era negli anni Venti del Novecento, con quella veranda in legno che invita a rilassarsi nella splendida radura sulle pendici del Monte Roen. A fianco della malga, ora adibita a ristorante, è stata costruita la piccola chiesetta dedicata alla Madonna delle Nevi.

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