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Standby: Uno “stato” da cancellare di Anna Maria Fiore

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Tu in Daunios n. 11

Periodico trimestrale a cura della Fondazione Archeologica Canosina Via J. F. Kennedy, 18 Tel. 0883 664716 Reg. n. 112/2009 Sito internet www.canusium.it E-mail: tuindaunios@tiscali.it Direttore responsabile: Anna Maria Fiore Coordinatori: Marisa Corrente, Angelo Antonio Capacchione Gruppo redazionale: Oronzo Brandi, Angela Di Gioia, Luigi Di Gioia, Vincenza Distasi, Sabino Merra, Sabino Silvestri, Domenico Samele, Marina Silvestrini, Francesco Specchio, Pasquale Terribile, Sandro Sardella, N.T.P.A. Carabinieri. Hanno collaborato: Claude Pouzadoux, Pasquale Ieva

La “teatralizzazione” dell’antico

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Marisa Corrente

Il Pittore di Dario a Canosa

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di Claude Pouzadoux

Le pagine epigrafiche dei frammenti ritrovati Sandro Sardella

La morte del Principe Boemondo d’Altavilla nella narrativa ottocentesca

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Pasquale Ieva

Copertina: Sabino Casieri Foto Teatro “R. Lembo”: Studio fotografico Gianni D’Alessandro Foto: Su concessione del Ministero per i beni e le attività culturali - Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia Impaginazione grafica: Alfonso Flora Stampa: Grafiche FABA In copertina: VASO DI DARIO III sec. a.C. In mostra permanente al Museo Archeologico di Napoli

News

Il patrimonio UNESCO è giunto all’ombra di San Michele

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Francesco Specchio

Osservatorio sull’antico I figli del cielo e della terra

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Antonio Capacchione

Kratere a volute ritrovato a Canosa nel 1851. Sul lato principale è raffigurato il re Persiano Dario riunito in consiglio alla vigilia della guerra contro i greci. Sul lato opposto è raffigurato il mito di Bellerofonte.

Dossier turismo e cultura: viaggio attraverso la BAT

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Pasquale Terribile

Boemondo e Costantinopoli Il sogno di un guerriero Anna Maria Fiore

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Può la crisi economica cancellare i bisogni culturali, la necessaria attenzione al nostro Patrimonio Archeologico? Tutto è in standby. Siamo lentamente fermi (o vorrebbero fermarci…). Non ci sono fondi per la cultura. Ce ne saranno sempre meno, con i necessari tagli di questo nuovo Governo che ci deve portare lontano dal baratro del default. È arrivato il tempo in cui la parola d’ordine deve essere “collaborazione pubblico-privato”. Rischiamo anche noi di assistere passivamente al crollo della nostra storia, dei nostri giacimenti culturali, di perdere ancora una volta la scommessa che viene dal passato. Allora il progetto deve riguardare tutti. Tutti dobbiamo collaborare per evitare possibili ventilate chiusure. Non possiamo permetterci di vedere cancellare, con un atto amministrativo d’imperio, la strada e la storia che la Fondazione Archeologica ha tracciato sin dal lontano 1993. Noi ci siamo!!. Vogliamo avere la forza che voi soci potete darci. Il vostro sostegno con il 5 per mille è importante!! Sappiamo che oggi sostenerci può sembrare gravoso, ma è un piccolo investimento per la città. Non lasciamo che altri decidano per noi, decidiamo di contare, lavorando per la Fondazione Archeologica, in Fondazione, sostenendo i nostri progetti. Allora va bene il Consorzio della Valle dell’Ofanto, il pregevole lavoro delle associazioni ambientaliste, ma non possiamo dimenticare che i piloni del Ponte Romano hanno bisogno di una imminente opera di restauro. La manutenzione delle aree archeologiche, oggi finanziata grazie al contratto di servizi dal Comune di Canosa di Puglia, ha un costo. Non ci sorprende la notizia di recente apparsa su tutti i giornali della volontà da parte della Santa Sede di acquisire l’area cimiteriale cristiana di Santa Sofia. Speriamo di poter godere a pieno in futuro del percorso archeologico cristiano, ora monco per la chiusura delle Catacombe, ai più sconosciute. Urge un dialogo costruttivo con tutte le parti interessate alla crescita socio-economico e culturale di Canosa. Allora ben vengano le iniziative della Confartigianato che da due mesi sta tentando di dialogare con i propri associati, con la Fondazione ed il Comitato del presepe Vivente, oltre che con la Pro-Loco per tentare di rendere la nostra città più accogliente, per poter intercettare tutto quel turismo che può e deve portare ricchezza alla nostra città. Certo, la crisi ci ha insegnato a misurare con altra attenzione il denaro, a valutare con più senso critico il valore vero di oggetti, a riconoscere come superfluo ciò che ieri ci pareva necessario. Noi con questo numero di “Tu in Daunios” vogliamo farvi un regalo. Vi regaliamo il nostro tempo e tutto l’amore che abbiamo per la nostra terra, con il bellissimo articolo di Marisa Corrente che ci porta nel “nuovo meeting point”: l’area archeologica inglobata negli spazi sotterranei del Teatro Lembo. Vi offriamo una ricerca originalissima di Claude Pouzadoux sul bellissimo Vaso di Dario, svelando anche il ruolo narrativo, politico, di mediazione politica che la studiosa francese ha riportato nella serata Europea del Patrimonio, insieme alla collega italiana Raffaella Cassano e a Marisa Corrente. Con Sandro Sardella riscopriamo “un mondo di pietra” capace di raccontare a chi si sofferma a leggere, ad interpretare e ad ascoltare la storia della “globalizzazione romana”. Davvero eterogeneo questo numero del nostro periodico! Non potevamo non concludere l’anno pensando al IX Centenario della morte di Boemondo D’Altavilla (1111-2011) consigliandovi la lettura del libro a lui dedicato, scritto dal già Direttore Archeologo della Soprintendenza Archeologica, Nino Lavermicocca con il contributo della locale sezione del Rotary Club e promosso dal Comitato Boemondo 2011. Dilettatevi ancora con l’Osservatorio Sull’Antico, dove Antonio Capacchione ci guida in un Viaggio alla scoperta della Mitologia Greca. Riflettiamo sulla proposta turistico- culturale di Pasquale Terribile. Ma sopratutto a Natale fatevi un regalo: diventate soci della FAC, sostenete l’antica Canusium per il presente ed il futuro di tutti i “Canusini”. Buon Natale e Buon 2012 dalla FAC e da tutta la Redazione di “Tu in Daunios”.


NEL CUORE DELLA CITTÀ

Teatro Comunale “Raffaele Lembo” - Canosa di Puglia

La “teatralizzazione” dell’antico di Marisa Corrente*

L’area archeologica inglobata negli spazi sotterranei del Teatro Lembo: ecco il nuovo meeting point da cui far partire gli itinerari di visita della città antica. La gestione integrata e partecipata del bene culturale inteso come percezione della vitalità del tessuto antico nello spazio “rinato” del teatro costituisce la grande sfida dell’operazione di alto valore progettuale messa a punto in questi anni. Si è trattato di ricucire e ricostruire le membra sparse della città archeologica, caratterizzata dalla particolare complessità della stratificazione urbana. Il contributo della ricerca archeologica alla costruzione dell’identità di un luogo è immediatamente percepibile nella suggestione del paesaggio archeologico che, tra istanze di conservazione e progettualità di fruizione dell’edificio, è entrato a far parte come linfa vitale della storia e dell’immagine dello spazio teatrale di Canosa. La problematica di conciliare i dati archeologici con la realizzazione di un teatro non è nuova nel territorio pugliese. Il teatro Verdi di Brindisi sorge “sospeso” sull’area archeologica di San Pietro degli Schiavoni. Il valore aggiunto dato dalla possibilità di approfondire la conoscenza della storia archeologica della città romana di Brundisium si è espresso nella necessità inderogabile di legare all’essenza stessa del teatro il progetto di conservazione e valorizzazione. Anche il teatro di Canosa ha “radici”culturali profondamente integrate nel suo tessuto. La dimensione materiale delle evidenze, le relazioni spaziali che legano lo spazio

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musealizzato sotterraneo con la città antica sono rafforzate dalla percezione che l’edificio-teatro nella sua crescita verticale non ha distrutto e smembrato, ma ha inteso conservare e valorizzare. Evidente la potenzialità informativa del teatroimmagine. Il teatro non è uno spazio rigido giustapposto al tessuto antico, ma, per la sua stessa natura, vive, comunica e ricompone le tensioni e i conflitti della storia e del tempo. Il momento di sintesi non è nell’esposizione autoreferenziale della realtà archeologica o nella comunicazione spettacolarizzata. Qui lo spazio archeologico non è una superficie inaccessibile ma una costruzione di senso. La introiezione delle strutture antiche nella teatralità dello spazio chiuso come in una scena costruisce un evento. L’esperienza di percezione è nello stesso tempo reale e simbolica. La città antica è al di là dello spettacolo, della messa in scena. Si sottrae alle regole del palcoscenico, alla tendenza di museizzazione, ai condizionamenti dei qualsivoglia operazione di sacralizzazione. La città antica non si lascia condizionare dalla uniformità dei modelli imperanti di consumo “veloce”. La città antica non è riassorbibile nella capacità di “gradimento” del pubblico. La dimensione della città antica è pluricentrica nel fluire di micrionarrazioni che fanno riscoprire il linguaggio e la significatività dell’antico.

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foto di Gianni D’Alessandro

Area archeologica sottostante il teatro

L’area archeologica L’esistenza di strutture murarie nel corso degli scavi per le fondazioni del Teatro Lembo viene ricordata da Nunzio Iacobone nella ricostruzione operata sulla fisionomia archeologica dell’antica Canusium. L’edilizia ottocentesca e della prima metà del secolo scorso riusciva a conciliare le esigenze costruttive con il rispetto delle strutture antiche, poggiando le fondazioni sui livelli archeologici. Grazie alla sensibilità dei costruttori, il Teatro Lembo conserva nel sottosuolo un’articolata sequenza di strutture murarie e presenze che riflettono l’articolata sequenza di vicende costruttive che interessarono il “quartiere della Cattedrale”. L’impianto urbanistico della città romana era già emerso nella verifica archeologica dei terreni tra le vie Piave e Savino di Bari, con l’evidenziazione di un complesso residenziale con pavimenti musivi della metà del I secolo d.C. Nell’area del Teatro prospetta la fronte della “casa della meridiana” con affaccio su una strada basolata esplorata per circa 8 metri. La strada, probabilmente coeva alla pianificazione delle aree destinate ad edilizia privata, si allargava in una piazzola su cui prospettava una fontana pubblica. La sistemazione varia in questa zona della città era affidata a snodi urbanistici di particolare importanza, come chiarisce la presenza di un’ulteriore sede viaria, con analoga pavimentazione basolata. Le strade della città romana al pari delle insulae subiscono trasformazioni e modifiche legate alla “riduzione” della città tardoantica. Le testimonianze pubbliche e private del tessuto cittadino vengono riadattate e modificate nel lungo processo di trasformazione avviato con la destrutturazione della città romana. Nel quartiere si costruiscono a partire dal VI secolo fosse granarie, aree con semplici battuti e focolari mentre le strade basolate vengono ricoperte da una massicciata terrosa. Rimangono, in ogni caso, vitali gli assi di collegamento con

l’area destinata alla costruzione dell’edificio religioso paleocristiano su cui sorgerà la fabbrica medievale della Cattedrale. Ulteriori testimonianze relative a fasi basso-medievali, in un quartiere in cui le proprietà ecclesiastiche definivano la nuova organizzazione degli spazi in gran parte ruralizzati, sono testimoniate dalla grande struttura circolare, di incerta funzione, addossata alla “via per la Cattedrale”. La sequenza archeologica è “trasparente” nella dimensione aperta al pubblico. Parte degli scavi, per esigenze di spazi funzionali alla “macchina teatrale” ricade in un percorso accessibile ai visitatori su richiesta. Il progetto di musealizzazione dell’area archeologica non è completato. La programmazione di un impianto di illuminazione sollecitato dalla forte istanza di costruttività luminosa dello spazio è negli intenti dell’Amministrazione Comunale. Le indagini archeologiche sono state curate dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, sotto la direzione scientifica di chi scrive e con la collaborazione di Giulio Sabbatini. Il progetto di sistemazione è stato approvato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia.

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*dIRETTORE ARCHEOLOGO SOPRINTENDENZA AI BENI ARCHEOLOGICI DELLA PUGLIA

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GIORNATA DI STUDI

Le Peintre de Darius à Canosa di Claude Pouzadoux*

Même si il n’a probablement pas travaillé à Canosa, le Peintre de Darius en est certainement le peintre le plus célèbre. Cela tient non seulement au fait que son vase éponyme, le cratère des Perses actuellement conservé à Naples, a été retrouvé dans un hypogée de ce centre daunien, mais aussi au fait qu’il porte sur la panse une scène unique inspirée de l’histoire de l’Empire achéménide : la cour du roi Darius. Ce tableau signale à lui seul une commande spéciale qui, bien qu’ayant des points communs avec d’autres tombes, fait preuve de singularité grâce au choix des images associées. Tandis que le premier cratère monumental (1,31 m de hauteur) montre une scène historique, le second plus monumental encore (1,42 m) nous offre la représentation la plus ancienne du sacrifice des prisonniers troyens. Absente de la céramique grecque et unique dans le corpus des vases italiotes, cet épisode reçut quelques années plus tard la faveur des artisans étrusques et italiques comme le montrent une ciste de Préneste, la Tombe François de Vulci ou encore le sarcophage peint du Prêtre à Tarquinia. Le choix des formes les plus monumentales comme support des scènes les plus singulières n’est pas anodin. Ces deux cratères à volutes constituent les piliers d’un programme iconographique basé sur la complémentarité entre le mythe et l’histoire. Autour d’eux, trois autres vases au moins, deux amphores et une loutrophe qui ne dépassent pas un mètre de hauteur, enrichissent la référence à l’univers mythologique. Les amours heureux des dieux, avec l’enlèvement d’Europe par Zeus métamorphosé en taureau, les tragédies familiales avec la vengeance de Médée fuyant Corinthe après le meurtre de ses enfants, les combats des Grecs contre les Barbares avec une Amazonomachie, ou encore les exploits des héros avec le combat de Persée contre le monstre marin pour libérer Andromède. Ces trois vases, plus petits que les précédents, sont aussi les seuls dont les décors trouvent des parallèles à Canosa. La séduction d’Europe figure sur une amphore conservée à Bari de provenance canosine, la vengeance de Médée orne un des deux cratères à volutes de l’hypogée Monterisi-Rossignoli, tandis que la libération d’Andromède décore une grande patère conservée à Tarente qui provient elle aussi de Canosa. Cet ensemble de scènes met en évidence comme thématique principale les rapports entre la Grèce et l’Orient, évoqués par la guerre de Troie, le combat des Grecs contre les Amazones, la présence d’Hellas et d’Asia personnifiées, ainsi que par les couples de héros et de dieux mentionnés supra. Les conflits ou les alliances entre les peuples prédominent selon les cas. À l’originalité des sujets s’ajoute la qualité du dessin et le talent d’un peintre habile à représenter l’expression des visages et le détail des objets. L’usage des couleurs, grâce aux contrastes entre le brun et le rouge, le jaune et le blanc, pour les scènes comme pour les motifs décoratifs permet de créer un espace illusionniste caractéristique de la manière tarentine. Produits à Tarente comme le montrent quelques fragments qui en proviennent, les vases du Peintre de Darius ont été diffusés auprès des aristocraties peucétiennes et dauniennes. Outre Canosa, les tombes de Ruvo et d’Altamura ont fait connaître quelques unes des plus belles réalisations de ce peintre. Il est regrettable qu’on ait si peu d’informations sur l’origine de nombreux autres vases décorés de sa main. Canosa offre donc une situation privilégiée pour observer l’art et la culture d’un des derniers grands maîtres de la peinture apulienne et son influence au sein d’un atelier qui, dans son sillage, a fait de la Daunie son principal centre de diffusion. *Centre Jean Bérard, CNRS/École française de Rome

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Il Pittore di Dario a Canosa

di Claude Pouzadoux*

Anche se probabilmente non ha mai lavorato a Canosa, il Pittore di Dario è certamente il suo pittore più celebre. Ciò dipende non soltanto dal fatto che il suo vaso eponimo, il cratere dei Persiani, attualmente custodito a Napoli, è stato ritrovato in una tomba ipogea di questo centro della Daunia, ma anche dal fatto che porta sulla pancia un’unica scena ispirata alla storia dell’impero achemenide: la corte del re Dario. Questa scena indica di per sé una committenza speciale: pur avendo punti in comune con i rinvenimenti di altre tombe, mostra una particolarità, grazie alla scelta delle immagini associate. Mentre il primo cratere monumentale (1,31 m di altezza), mostra una scena storica, il secondo ancora più monumentale (1,42 m) offre la più antica rappresentazione del sacrificio dei prigionieri troiani. Assente nella ceramica greca ed unico nel corpus dei vasi italioti, questo episodio ha incontrato qualche anno più tardi il favore degli artigiani etruschi e italici, come mostrano una cista di Preneste, la Tomba François di Vulci o ancora il sarcofago dipinto del Sacerdote a Tarquinia. La scelta di forme monumentali come supporto a delle rappresentazioni più particolari non è casuale. Questi due crateri a volute costituiscono i pilastri di un programma iconografico basato sulla complementarità tra mito e storia. Intorno a questi, almeno altri tre vasi, due anfore e una lutrofora, alti non più di un metro, arricchiscono il riferimento all’universo mitologico: gli amori felici degli dei, con il rapimento di Europa da parte di Zeus trasformato in toro, le tragedie familiari con la vendetta di Medea in fuga da Corinto dopo l’assassinio dei suoi figli, i combattimenti dei Greci contro i barbari con Amazonomachia, o le gesta degli eroi con la lotta di Perseo contro il mostro marino per liberare Andromeda. Questi tre vasi, più piccoli rispetto a quelli precedenti, sono anche gli unici con decorazioni analoghe a Canosa. Il ratto di Europa appare su un’anfora conservata a Bari di provenienza canosina; la vendetta di Medea adorna uno dei due crateri a volute dell’Ipogeo Monterisi-Rossignol, mentre la liberazione di Andromeda decora la grande patera conservata nell’Ipogeo Varrese. Questo insieme di scene evidenzia come tema principale i rapporti tra la Grecia e l’Oriente, evocati dalla guerra di Troia, la lotta dei Greci contro le Amazzoni, la presenza di Hellas e Asia personificata, così come le coppie di eroi e divinità menzionate supra. Conflitti o alleanze tra i popoli predominano secondo il caso. All’originalità dei soggetti si aggiunge la qualità del disegno e il talento di un pittore esperto nel rappresentare le espressioni dei visi e i dettagli degli oggetti. L’uso del colore, grazie ai contrasti tra il marrone e il rosso, il giallo e il bianco, sia per le scene che per i motivi decorativi, permette di creare uno spazio illusionista caratteristico della maniera tarantina. Prodotti a Taranto, come mostrano alcuni frammenti di provenienza locale, i vasi del Pittore di Dario sono stati diffusi presso l’aristocrazia peuceta e daunia. Oltre quelle di Canosa, le tombe di Ruvo e d’Altamura hanno fatto conoscere alcune delle più belle realizzazioni di questo pittore. È un peccato che abbiamo così poche informazioni sulla provenienza di molti altri vasi decorati dalla sua mano. Canosa offre dunque una posizione privilegiata per osservare l’arte e la cultura di uno degli ultimi grandi maestri della pittura apula e la sua influenza in un laboratorio, che sulle sue orme, ha fatto della Daunia il suo principale centro di diffusione.

*Centre Jean Bérard, CNRS/École française de Rome

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Pagine di pietr a

Le pagine epigrafiche dei frammenti ritrovati

Breve viaggio nelle iscrizioni dalla incerta provenienza

Prima parte

di Sandro Sardella

“Capita molto spesso, nella storia di ogni archeologo, di trovarsi di fronte al puro e semplice caso” In effetti di caso si può parlare nel momento in cui si pone lo sguardo al terreno, con l’obiettivo di ricercare le tracce più svariate del passato. Tuttavia l’interesse di ogni “addetto” a questo nostro curioso e affascinante mestiere, rimane sempre uno: completare la mappa della conoscenza delle civiltà antiche che ci hanno preceduto, col solo ed unico scopo di comprendere dove la nostra civiltà vada a vertere e soprattutto quali fenomeni sociali si possono riscontrare con l’occhio del passato nel presente. Il primo e grande risultato che viene fuori è quello che suscita in noi la curiosità, quel motore che spinge ad interessarci verso una civiltà antica, sempre più esotica e affascinante. Tuttavia ci si dimentica molto spesso che il Mondo Antico, per quanto lontano è stato composto da uomini che proporzionalmente alle epoche, hanno condotto situazioni di vita che ritroviamo certamente nella nostra quotidianità. Un matrimonio, una nascita, un divorzio, l’attività lavorativa, il credo, i sentimenti, non sono altro che parti dell’”Essere Umano” che si ritrovano in ogni epoca e con cerimoniali o reazioni simili a quelle che si possono osservare tutt’oggi. Proprio nell’ambito di questa sfera di situazioni di vita, si inseriscono facilmente le più grandi testimoni del passato, le iscrizioni, di cui la Civiltà Romana ha rappresentato il più grande produttore e distributore. I rinvenimenti di iscrizioni sono decisamente il frutto della più comune casualità; spesso sintomi della presenza di sepolcreti, aree ipogee, colombari, catacombe o resti di unità abitative e/o di luoghi sociali comuni, rimangono molto spesso ferme in anonime cassette di plastica senza avere la possibilità di reggere al pari l’importanza che viene solitamente attribuita al bel pezzo ceramico o al rilievo in marmo o all’oggetto di metallo più o meno prezioso. Proprio quella pietra, quel selcio, quel pezzo di marmo, sono la testimonianza storica più certa che si possa consultare per conoscere il passato. Proprio col tentativo arduo di ricostruire il vissuto sociale della Canusium romana, ci si è imbattuti egregiamente in passato con le più svariate e ricche testimonianze epigrafiche, scoperte in vari contesti: dagli scavi agli sterri, dagli scassi agricoli, alle gentili donazioni, sino agli anni Novanta. Oggi, di iscrizioni romane a Canusium se ne contano svariate centinaia, tutte parlanti di un passato decisamente più glorioso di quello attuale, ma comunque straordinariamente utili a ricostruire un percorso che manca ancora di informazioni, ma che è in buona parte ben descritto. In queste brevi pagine, saranno prese in esame alcune iscrizioni curiose di Canosa, che fungeranno da spunto per argomentare sia su ciò che il tempo ricicla o cancella, sia su alcune attività di vita comune del passato. Tra queste testimonianze, la prima è una riscoperta fortuita nei preziosi depositi della Fondazione Archeologica. Si tratta di una piccola iscrizione frammentata, forse riguardante un tector o meglio uno “stuccatore-decoratore”, vissuto tra il III e il IV secolo d.C. La seconda testimonianza, è anch’essa una scoperta archeologica indiretta, poiché per almeno cent’anni è stata celata sotto l’intonaco bianco di un’abitazione sita in Via Varrone, proprio nel punto di snodo dell’antica via Appia-Traiana in ambito urbano. La terza e per ora ultima testimonianza, è stata sotto gli occhi di tutti da sempre. Anch’essa è un piccolo blocco di marmo riciclato a fini edilizi in un palazzetto del XIX secolo, avente il proprio civico d’ingresso su via Bruno Buozzi. Seppur non trattandosi di un’epigrafe avente una particolarissima valenza stilistico/tipologica, merita di essere presa in considerazione, non soltanto perché non è mai stata inserita nel famoso Corpus Inscriptionum Latinarum del Mommsen e nei preziosi volumi epigrafici su Canosa, quanto per la sua curiosità. Si tratta certamente di una iscrizione funeraria, in cui sono mancanti alcune parti. In maniera specifica, la lacuna maggiore si regista a sinistra, saltando i nomi dei personaggi. Tuttavia, la sua interezza contenutistica non sembra essere compromessa. L’iscrizione è dedicata a un Tito Celsino/Cesino Pleno, da parte di Calabrina. Il gentilizio non è altrimenti attestato in Canosa, così come anche il nome del dedicante che realizza la

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(Hedera) [--]MEVM TITV [C]ELSINO PLENV CALABRIN[V] TE[CTOR] sepoltura. La formula iniziale, solitamente usata tra il III e il IV secolo d.C., è scioglibile come M(emoria) E(ius) V(ivus) M(ulier) e si identifica come dedica funebre da parte di una moglie al marito. Curiosamente, la dedicante appartiene ad estrazione servile, mentre il compagno potrebbe essere di estrazione liberta, se a lui è da attribuirsi l’attività di tector registrata alla riga 4. Questa situazione civile, ossia il matrimonio tra un ex schiavo liberato e una serva, per quanto non legalmente accettabile, lo era molte volte di fatto in coppie che avevano vissuto la stessa condizione o in caso di concubinaggio o in situazioni limite in cui il marito era al tempo stesso patronus. Certamente l’uso del termine “mulier”, presente nella formula sintetica e appoggiato dall’hedera a forma di cuore, compartecipa a rafforzare ideologicamente questo rapporto “coniugale”. Al di là delle curiosità visibili, questa iscrizione ci fornisce un ulteriore sguardo sul passato; di fatti, il nostro Tito Celsino/Cesino Pleno, viene identificato come un tector, ossia come uno stuccatore. Nelle epigrafi canosine ritrovate e studiate, non sembra essere registrata con certezza un’altra attestazione simile, se non per Sesto Decciano Potho (ERC I 123), verosimilmente

tector o textor, entrambe attività di estrazione liberta. Tutto sommato, il nostro Tito Celsino/Cesino Pleno, svolgeva tra il II e il III secolo d.C., una professione pseudo artistica del tutto particolare: preparava il fondo in stucco bianco sulle pareti grezze, ben livellato e liscio, su cui il pittore del tempo, il pictor imaginarius, dipingeva un soggetto scelto dal committente, seguendo un vero e proprio tema decorativo. Si trattava quindi di una professione legata al mondo edilizio, la cui datazione al pieno impero, ben si sposa con le modifiche urbanistiche che riguardarono Canusium dalla dinastia degli imperatori Antonini ai Severi. La suggestione ci porterebbe a pensare alle decorazioni nelle domus, ma forse Tito Celsino/Cesino Pleno, potrebbe aver lavorato alle opere pubbliche delle Terme Ferrara, ai preziosi ambienti ipogei degli Scavi Rella, alle originarie decorazioni delle Terme Lomuscio o a molti di quegli edifici “pubblici” che il fato attende di riscoprire. Di eccezionale importanza sociale è proprio l’attestazione della professione svolta in vita, sintomo di una più intima valorizzazione di sé stessi agli altri non più soltanto come membri di una famiglia illustre, ma come lavoratori.

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La morte del Principe Boemondo d’Altavilla nella narrativa ottocentesca quarta e ultima parte

di Pasquale Ieva*

Intorno intorno alla stanza erano lance, corazze, schinieri, spade e mazze ferrate. Appoggiata al muro vedevasi la bandiera di Boemondo, e più oltre armi e vessilli strappati ai nemici in battaglia. Tra le altre armi vedevasi sospesa la smisurata spada di Guiscardo venturiere normanno, padre del Re di Antiochia; una spada che gli aveva conquistato il ducato di Puglia ed il principato di Taranto. Guardando quelle armi, il moribondo sospirava amaramente!... E Costanza più amaramente piangeva! Il frate, che voleva dai pensieri terreni rivolgere la mente di Boemondo alla patria de’ beati, lo spargeva ad ora ad ora di acqua benedetta, e lo segnava con una preziosa reliquia recata di Palestina. Ma quelle armi, ma quelle bandiere erano una troppo gagliarda tentazione per l’anima di quel valoroso; sicché talvolta inchiodandovi su lo sguardo, corrugava la fronte, stringeva i denti e chiudeva il pugno come se volesse brandire una spada. - Via! - diceva il frate a vederlo così agitato, - Via, signore, stogliete da quelle armi l’occhio ed il pensiero. Ora è mestieri dell’armatura della fede, colla quale potrete conquistare nientemeno che il cielo! E Boemondo, guardando in volto lungamente, con voce lenta e profonda gli disse in fine: - Padre mio, ed il mio regno? …E Gerusalemme? - Il vostro regno non è quaggiù, dove i più grandi imperi periscono, ma sarà tra poco in cielo, dove noti è timore né di perdere né di patire. Voi avete sparso il sangue vostro ed i vostri sudori per togliere Gerusalemme di mano agl’Infedeli, e Dio in compenso vi chiamerà nella Gerusalemme de’ santi, dove vi aspettano le anime guerriere di Raziz e de’ Maccabei. - Ed Alessio, il mio nemico, resterà impunito? Oh! Il traditore! - . Ciò dicendo, storse Boemondo la bocca, digrignò i denti e sconvolse le coltri turbato da un improvviso impeto di furore. Gli furono ben presto attorno la moglie e lo scudiero, sicché in breve egli fu racchetato da quella smania, e rivolse gli occhi ad una croce di argento che gli era dappresso. Prendendo questa occasione, il frate posò la mano nel petto del moribondo, e: - E chi siam noi - disse, - Che vogliamo quaggiù punire chi ci offese? La ragion della vendetta e dell’ira sono nelle mani di Dio; e guai a chi volesse quaggiù punire l’oltraggio col sangue, ed il tradimento colla morte! Alessio è, come voi siete, una testa coronata; ed il Signore non ha voluto permettere che voi l’avesteimbrattata di fango solo per vendicarvi! - Eh! - proruppe sorridendo di scherno Boemondo, - Eh! Padre, sotto la vostra cocolla è facile albergare pensieri di pace, ma se due sole volte aveste portato il mio elmo... - No, signore, non sempre la cocolla ha coperta la mia fronte, e la polvere de’ campi non è ancora caduta da’ miei capelli - Che! Siete voi un soldato? - Lo fui: ed ho veduto due volte il sole della Palestina - II vostro nome, soldato? - Il mio nome io rinnegai dacché ebbi vestita quest’umile tonaca. Per iscontare le mie peccata, mi recai a combattere in Asia, e per acchetare, i miei rimorsi, lasciai il secolo. Fui testimone delle vostre prodezze: e quel dì che il vostro cavallo impennossi, e stava per gittarvi dal ponte, io ne afferrai le briglie e lo ritenni... - Tu! Tu vivi, o Giovanni? Che la febbre non mi abbia stravolto il cervello! Come! Tu cadesti ferito nel fiume! - Caddi, ma mi trassi a salvamento. Da quel dì si sparse la fama della mia morte. Le guerre ristettero per poco, ed io mutai la corazza col cilizio… - Te beato, Giovanni, ché almeno nella tua ultima ora non sarai agitato dall’ira e dall’ambizione!... Oh! Che mi valse l’aver tanto patito, l’essermi affaticato poi tanto! Ti ricordi, Giovanni, quella notte, quella memorabile notte, che mancandoci sotto le scale, restammo appesi ai merli delle mura nemiche, collo scudo alle spalle e colla spada tra’ denti? Oh! Ti ricordi que’ giorni; le battaglie, le ferite, i cavalli? Che sole è quello che rischiara le torri di Antiochia! È il sole de’ valorosi!... Orsù, datemi la mia spada; allacciatemi la corazza! Presto il mio cavallo da guerra; ché il nemico si appressa... Udite, udite il suono delle trombe! Corriamo, miei prodi, soldati Italiani corriamo; che la bandiera sventoli sulle cupole di Costantinopoli, e domani cingerò il diadema imperiale...! Oh! sono pur giovane, ed intanto le mie membra mi si agghiacciano; e una mano di ferro mi preme sì la corazza, che sento mancarmi il respiro!... Costanza, la figlia de’ Re sederà sul trono di Costantino; chi doveva dirlo!... Presto scioglietemi da queste catene; datemi da bere, ch’io sento bruciarmi le viscere: recatemi all’aria aperta, sotto i raggi del sole, perché io vegga avanzarsi le mie schiere alla battaglia! Dio! Il terreno mi si fenda sotto i piedi! Che oscurità... Che silenzio! -.

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Boemondo preso dall’ultimo delirio, sollevatosi a mezzo della persona sul letto, intanto che aveva pronunziate queste parole, si era venuto agitando in modo spaventevole. Ritti i capelli sulla fronte, le pugna chiuse, con gli occhi spalancati lasciava ritenersi a stento dai sergenti accorsi alle sue grida. Se non che a poco a poco gli eran venute mancando le forze, e pronunziando le ultime parole era caduto supino su’ guanciali. La moglie piena di crudele ansietà veniva spiando il volto del morente, e gli ravviava i capelli che cadevangli scompigliati per la fronte. Il frate, presa in mano la croce, aspettava che Boemondo aprisse gli occhi per mostrargli il segno della nostra redenzione. Il fido scudiero guardava e piangeva. Finalmente il principe aprì languidamente gli occhi, guardando la moglie, parve intenerirsi. Le strinse la mano con grande affetto, e le disse: - Povera Costanza! Quindi si rivolse allo scudiero, e gli fece segno che recassegli dappresso la sua bandiera. Al frate parve non tornasse molto a proposito un tal desiderio, e voleva a suo modo richiamare Boemondo a guardare la croce, ma il moribondo che se ne accorse: - Padre - gli disse, - Su quella bandiera vi è il mio stemma e la croce; è una cosa benedetta! -. Allora il frate accennò col capo e la bandiera fu recata presso al letto. Scendeva in larghe e maestose pieghe sul capo del guerriero, che parve sorridere a vedersi sotto quel segno di vittoria. Dopo due minuti era morto. Al mattino, che fu nel mese di Febbraio 1111, il cadavere di Boemondo fu accompagnato da numeroso corteo alla chiesa maggiore di Canosa. Né passò lungo tempo... e gli venne eretto un sepolcro, che fu a lungo visitato da’ più prodi guerrieri che passavano per l’Italia - ». Ora, abate carissimo, io non sapeva togliermi dal meditare innanzi al sepolcro di così rinomato guerriero, il quale, se fu sangue normanno, ebbe senz’altro animo Italiano e se fosse stato meno ambizioso, più pura e più santa risuonerebbe di lui la fama. Il sepolcro, quale oggi si vede, ristaurato dalla religione de’ Canosini, non è nemmanco qual fu anticamente; poiché, per quanto altri mi affermò, vi erano attorno ben altri fregi ed ornamenti, che partecipavano assai dello stile orientale, come era la voga di que’ tempi. Mi dissero pure che una volta vi erano porte di bronzo istoriate, ed ora non sono più. Né vi sono le ossa di Boemondo, da mano profana involate al loro asilo; sicché un mio amico soleva dire, che questo sepolcro fosse come un guscio da cui è andata via la lumaca, o come un uovo che per un forellino invisibile fosse stato succhiato da uno scolare. Or vedete, come viene lo scherzo a guastarvi le idee più malinconiche e tristi! E poi si vorrebbe, che scrivendo queste lettere, stessimo sempre a citar vecchie lettere, stessimo sempre a citar vecchie pergamene, e sfoderar testi arabi e caldei; e nientemeno che vorrebbero che io fossi interprete degli spropositi che si trovano in talune lapidi, come fu Champollion de’ geroglifici Egiziani. Queste sono le pretensioni degli archeologi di quinta classe... Ma che abbiam che fare noi altri con cotesti venerandi baccalari? Quando scriveremo volumi e volumi, oh! Allora sarà un’altra cosa, e chi sa che non sia salutato archeologo di quinta classe anche il vostro:tro Paolo Parzanese Canosa, Agosto 1846

*PRESIDENTE COMITATO BOEMONDO 2011

Via Kennedy, 68 Canosa di Puglia

P.zza V. Veneto, 10 / Via N. Amore, 1 CANOSA DI PUGLIA

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il saggio

Boemondo e Costantinopoli

il sogno di un guerriero di Anna Maria Fiore

Autore: Nino Lavermicocca Editore: Edizioni di Pagina

Nove secoli sono ormai trascorsi da quel 1111 anno della morte di Boemondo I d’Altavilla, certamente la Città che ospita il monumento che ne celebra le spoglie, non poteva rimanere indifferente. Prima la costituzione del Comitato che porta il nome del Normanno, guidato da Pasquale Ieva e poi un concorso di sinergie ha portato a diverse manifestazioni, ognuna con proprie competenze. Un posto ragguardevole appartiene per diritto al Dott. Nino Lavermicocca, già Direttore Archeologo della Soprintendenza Archeologica della Puglia, il quale ha voluto anch’egli offrire il suo prezioso contributo per questa ricorrenza, scrivendo ancora di Boemondo I d’Altavilla: «uomo senza frontiere», come ha voluto definirlo. Ma anche un uomo “fuori dal normale” sin dalla nascita, aggiungo, per le sue straordinarie dimensioni fisiche e già marcato a vita dal padre Roberto il Guiscardo, il quale gli aveva subito assegnato l’appellativo “Boemondo”, per aver appreso di avventure e imprese memorabili di un gigante con quel nome. Una nota augurale per il primogenito Marco, era questo in nome di battesimo, preconizzando per lui un grande futuro corrispondente all’aspetto fisico e all’equivalente carattere, quasi riconoscendosi un esperto della pseudoscientifica disciplina della fisiognomica. In verità Roberto era sicuro che Boemondo da adulto, oltre alla fama, avrebbe assunto le sue fattezze, cosa che in effetti si compié. Anna Comneno, figlia dell’Imperatore di Bisanzio Alessio I di lui scrisse, infatti: che era «del tutto rassomigliante al padre per audacia e per forza e per valore e per temperamento incontenibile. Costui era del tutto il ritratto del padre e la riproduzione vivente della sua natura» (Alessiade, Lib. I, XIV, 4). E …talis filius (Qualis pater…), conferma il Dott. Lavermicocca quando riporta, nel presente volume, la bella rappresentazione sia della figura di Boemondo che di quella del Guiscardo, tramandate dalla stessa Comneno. L’autore non indugia su notizie risapute o sulla sua biografia, bensì indirizza l’attenzione al rapporto di Boemondo con Costantinopoli, impreziosisce il volume con numerose immagini e con “racconti e fatti” poco noti ai più, descritti in “pagine sparse” in calce all’eccellente lavoro. “Il Rotary di Canosa, non volendo sottrarsi a questo speciale appuntamento, ha sostenuto, quindi, in modo concreto la pubblicazione del Dott. Lavermicocca, assolutamente convinto che lo sviluppo sociale ed economico della nostra città non può prescindere dall’apprendimento della sua storia, fin dalle radici. Oltre a tutto, riteniamo che solo attraverso la conoscenza del passato e della magnificenza antica del popolo canosino, si guadagna ancor più l’orgoglio di appartenenza alla nostra terra” come riferisce il suo Presidente, la Prof. Angela Valentino.

TARALLIFICIO Apulia Food s.r.l. Via degli Artigiani, Canosa di Puglia (BT) www.itesoridicanusium.it

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foto di Franco_pt

Monte Sant’Angelo, quartiere Junno

Il patrimonio UNESCO è giunto all’ombra di San Michele di Francesco Specchio

Un grande risultato per la città simbolo del culto micaelico in Puglia! Finalmente Monte Sant’Angelo è entrata a far parte della World Heritage List dell’UNESCO, il più importante riconoscimento culturale mondiale. La notizia tanto attesa è giunta il 25 giugno scorso. Monte Sant’Angelo raggiunge Castel del Monte ed Alberobello, quale centro premiato dall’ente internazionale con sede a Parigi; diventano, dunque, tre i siti UNESCO presenti in Puglia. La cittadina garganica era candidata insieme a Benevento, Cividale del Friuli (UD), Castelseprio Torba (VA), Brescia, Campello sul Clitumno (PG) e Spoleto, nell’ottica del circuito seriale chiamato “The Longobards in Italy. Places of Power, 564-774 A.D.” (I Longobardi in Italia. I luoghi del Potere 568-774), un’iniziativa congiunta e vincente presentata dai centri e i siti che meglio esprimono la presenza delle testimonianze longobarde in Italia. Notevole fu la testimonianza lasciata dai Longobardi a Monte Sant’Angelo; convertiti al Cristianesimo, i Longobardi divennero devoti a San Michele e nel VII sec. elevarono a santuario la celebre grotta, che nel 490 vide l’apparizione dell’arcangelo. Quella stessa grotta, poi nel XIII sec., fu inglobata nell’imponente complesso chiesastico, fatto costruire da re Carlo d’Angiò come ringraziamento per aver conquistato l’Italia meridionale, scacciando gli Svevi. In seguito, Monte Sant’Angelo divenne - insieme a Mont Saint Michel ed alla Sacra di San Michele (vicino Torino) – il luogo più importante del culto micaelico in Europa; i tre siti distano 1000 km l’un dall’altro ed erano posizionati sulla famosa Via Sacra Langobardorum (variante della celebre Via Francigena), che dal santuario francese conduceva a quello garganico e che poi avrebbe proseguito, via mare, verso la Terra Santa. L’UNESCO ha finalmente riconosciuto in Monte Sant’Angelo un autentico scrigno di tesori che oltre al celebre santuario si estende agli altrettanto noti monumenti come ad esempio la “Tomba di Rotari” (XII sec.), la chiesa di Santa Maria Maggiore (XII sec.), il caratteristico quartiere storico dello “Junno” (XVII sec.), il castello (IX-XVI sec.) e l’abbazia di Pulsano – una delle più antiche di Puglia – (VI sec.). Tale riconoscimento dà lustro e prestigio all’intero Gargano, che resta un angolo d’Italia ancora tutto da scoprire e da valorizzare; bisognerebbe cominciare a pensare che, oltre a San Pio, ci sono molti altri aspetti e luoghi che potrebbero essere un biglietto da visita dello “Sperone d’Italia”. Molti sono gli angoli da rivalutare di questo meraviglioso promontorio: il parco archeologico di Siponto, lo stesso centro storico di San Giovanni Rotondo con le sue chiese ed i suoi monumenti medievali (messi in ombra dall’opera di Renzo Piano), le viuzze di Vieste e Peschici, l’abbazia di San Michele a San Marco in Lamis, la zona storica di Sannicandro Garganico e la natura (ancora) incontaminata della Foresta umbra, delle Tremiti e dei laghi di Varano e di Lesina. Bene! Adesso però bisogna pensare a portare avanti le eventuali candidature UNESCO di Trani, di Lecce, delle chiese rupestri murgiane; ma pensiamo anche a Bari vecchia e alle cattedrali romaniche della Terra di Bari, al Rococò di Martina, ad Otranto col suo incantevole mosaico in cattedrale, alla città bianca di Ostuni, per arrivare (...un giorno, chissà!...) anche ai nostri ipogei. Nel frattempo, complimenti Monte Sant’Angelo! anno due numero undici dicembre duemilaundici

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L’ANGOLO

Osservatorio sull’antico

I figli del cielo e della terra VIAGGIO NELLA MITOLOGIA GRECA

Dettaglio di Gaia da vaso a figure rosse, 410 - 400 a.C., Antikenmuseen, Berlino, Germania

In alcuni numeri precedenti, ho trattato la mitologia greca presente su reperti in esposizione a Palazzo Sinesi, da questo numero tratterò la mitologia greca fin dalle sue origini, in un viaggio che spero sia affascinante ed interessante. LA NASCITA DEGLI DEI SECONDO LA TEOGONIA DI ESIODO ESIODO, (in latino Hesiodus), è stato un poeta greco antico, le cui opere sono fatte risalire al periodo tra la fine dell’VIII sec. e l’inizio del VII sec. a.C. La TEOGONIA è un poema mitologico scritto da Esiodo, in cui si racconta la storia e la geneologia degli dei greci ed è una fonte importantissima per la mitologia. L’opera si compone di 1022 esametri e ripercorrono gli avvenimenti mitologici del CAOS primordiale, fino al momento in cui ZEUS diviene re degli dei dell’Olimpo. L’opera, come quelle di altri poeti, fa discutere i critici su trasposizioni e cronologia. Nella letteratura, nell’arte figurativa, nella musica di ogni tempo e paese si riscontrano riferimenti a miti e personaggi del mito greco. Questo giunse a Roma attraverso gli Etruschi e in Europa attraverso i romani, fu poi di nuovo recuperato dal Rinascimento, dall’Illuminismo, dal Romanticismo e dal Neoclassicismo. Gli scrittori medievali potrebbero aver raccolto alcuni miti da fonti conservate nei monasteri d’Irlanda e di Northumberia . In seguito vi furono le traduzioni, prima in latino, poi nei volgari di tutte le grandi lingue dell’occidente europeo, delle opere di Omero di Esiodo e dei grandi tragici greci. Le versioni dei miti sono numerose quanto agli autori che li descrissero. Esistono infatti, infinite varianti sulle origini, paternità e maternità degli dei e degli eroi. Questa versione del mito greco si rifà alla Teogonia di Esiodo, per indicare le origini di quegli dei dell’Olimpo, figli del cielo (URANO) e della terra ( GAIA ). Questo nostro viaggio nella mitologia greca, dovrebbe risultare utile, a chi volesse riconoscere i vari personaggi nell’arte figurativa, nella letteratura, nel dramma e nelle opere musicali di ogni tempo.

Nascita di Gaia (la terra): “Narrate (o Muse) come in principio nacquero la terra e gli dei e i fiumi e il mare sconfinato ribollente di flutti e le stelle splendenti e l’immenso cielo di sopra; e quelli che da loro nacquero, gli dei dispensatori di beni, e come le ricchezze si divisero e gli onori si spartirono e come per prima cosa essi ebbero (...), Questo cantatemi o Muse, che abitate le dimore dell’Olimpo, cominciando dall’inizio, e dite chi per primo fra essi nacque.” (Esiodo, Teogonia, vv. 108-115)

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Urano in un dettaglio del mosaico ritrovato nel Parco Archeologico di Sentinum (Sassoferrato), ora esposto al Staatliche Antikensammlung und Glyptothek, Monaco, Germania

Per primo dunque sorse il Caos, “lo Sbadiglio”, il “Baratro abissale”. Poi venne Gaia, la terra dai larghi fianchi, la solida sede di tutti gli dei immortali padroni delle vette nevose del monte Olimpo, e quindi il Tartaro. Poi comparve il piccolo Eros, il più bello fra gli immortali, l’impulso generatore di uomini e dei. Dal Caos nacquero due entità delle tenebre; la nera Notte ed Erebo “il Buio”. Dall’unione di Erebo e Notte nacquero due entità della luce, Etere, la regione più alta e luminosa dell’atmosfera ed Emèra, “il Giorno”. Nella Terra, di forma piatta, circondata dal mare e racchiusa in una sfera, l’Erebo è collocato nella parte inferiore e l’Etere in quella superiore. URANO e GAIA Gaia stessa generò da sola un essere simile a lei, che potesse coprirla interamente: URANO “il Cielo Stellato”, dimora sicura per sempre dei futuri dei. Generò inoltre le catene dei monti, che popolò di innumerevoli Ninfe, le Oreadi. Quindi, senza Eros, diede alla luce Ponto, il mare deserto e spumeggiante. I TITANI Dall’unione di Gaia e Urano nacque la prima generazione degli dei, i Titani e le Titanidi. Per prima Oceano, il dio dai gorghi profondi, la fonte di tutti i corsi d’acqua, concepito come un grande fiume che cinge la terra. Seguirono Ceo “l’Intelligente”, Crio “l’Ariete del cielo”, Iperione “Colui che abita in alto”, padre del Sole, e Giapeto “il Frettoloso”. Più tardi vennero alla luce le Titanidi: Teia “la Divina”, Rea “la Terra”, Temi, “l’Ordine”, Mnemòsine “la Memoria”, Febe “Luna Splendente”, quindi la bella Teti “la Fecondità dell’acqua”, il principio vitale di tutte le acque. L’ultimo nato fu il furbo Crono, il più giovane e il più tremendo dei figli di Gaia, il dio dai pensieri tortuosi, colui che avrebbe spodestato il padre (vedremo nel prossimo numero il suo coraggio).

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in itinere

Dossier turismo e cultura: viaggio attraverso la BAT di Pasquale Terribile

Nel primo numero della rivista “Tu in Daunios” erano esposte alcune proposte per la crescita economica della nostra città, legate alla promozione dei suoi beni culturali. In questo numero, mi propongo di estendere tali modelli alla crescita economica della nuova Provincia (BT). Pensare che l’archeologia possa da sola divenire volano per ogni singola città è impensabile, se non in un contesto più ampio, quale potrebbe essere l’intero territorio della BAT congiuntamente al territorio del retroterra melfese, in quanto uniti dalla stessa identità culturale. Per uno sviluppo sinergico, è necessario pensare ad un progetto comune per un turismo di massa e, affinché questo si realizzi, i comuni dovrebbero privarsi di un accentuato campanilismo che li contraddistingue, per assumere le vesti dell’imprenditoria. L’Italia si contraddistingue per le sue riviere: la ligure, la romagnola ecc. Perché non inserire nel carné turistico quella della BAT che va da Barletta a Margherita di Savoia e oltre. Questo tratto di mare possiede una spiaggia tra le più belle d’Italia ma, purtroppo è priva di alberghi. È necessario allora per il suo decollo, la costruzione di alberghi, l’apporto di un aeroporto (vedi Rimini), con la duplice funzione turistica e commerciale, per il trasporto dei prodotti agricoli della valle dell’Ofanto. C’è bisogno di un ammodernamento della rete stradale, in quanto alcuni tratti, quali, Melfi, Lavello, Canosa – Venosa, Canosa – Canosa Canne della Battaglia, Margherita di Savoia – Canosa S. Ferdinando, Trinitapoli, risalgono ai primi decenni del ‘900. Accanto all’ammodernamento della rete stradale, c’è bisogno di creare una rete ferroviaria, attualmente del tutto inesistente. A tal proposito Canosa, come per l’autostrada, è snodo Nord – Sud e Est – Ovest, ugualmente potrebbe diventare uno snodo ferroviario importante, non solo per il territorio della BAT ma per un rapido collegamento per tutto il meridione. Faccio un’elencazione di tratte ipotetiche da costruire: prolungamento della Bari nord, con Canosa – Cerignola – Foggia; Canosa – Lavello – Melfi – Potenza; l’alta velocità Bari – Canosa – Napoli; Canosa – Matera – Costa Ionica; quest’ultima tratta la battezzerei “treno della Magna Grecia”, in quanto verrebbe a collegare la maggior parte delle città greche, presenti sul versante ionico, quali, Policoro, Locri, Sibari e Reggio Calabria. Qualcuno potrebbe argomentare che si tratti di utopia, ribatto che non è utopia, fare dei progetti per lo sviluppo di tutte queste popolazioni è un dovere, Il complesso di tali opere rilancerebbe il turismo e soprattutto l’agricoltura che attraversa un periodo di crisi, sotto l’aspetto della commercializzazione e della remunerazione, elementi indispensabili per la presenza di un ceto medio, in una società moderna. Il suo decadimento porterebbe allo sfascio della nostra civiltà, come lo fu quella greca e romana. Inoltre bisogna aver coraggio, capacità imprenditoriali, tempo e pazienza. Bisogna ammetter che nel frattempo qualcosa si è mosso, infatti i cittadini e i rappresentanti della BAT risultano più sensibili e aperti alla cultura. Esiste un bimestrale “Puglia Imperiale” edito dalla BAT che divulga le problematiche della Provincia ed è presente con un proprio stand alla BIT di Milano e alla Borsa dell’Archeologia di Paestum. È giunta l’ora di fare un giro per la BAT per meglio conoscere i tesori che possiede ogni città e che preserva per le future generazioni. Iniziamo il nostro viaggio dall’entroterra e come prima tappa Spinazzola. Ci troviamo sull’altopiano della Murgia barese, caratterizzato da un paesaggio carsico e quindi in presenza di solchi carsici, detti Karren, nella letteratura tedesca, campi carreggiati, doline, uvale, grotte e profonde gole. Qui chi ama la natura, può trascorrere intere giornate e toccare con mano la fenomenologia carsica, caratterizzata dalle azioni chimiche e fisiche ( di erosione e corrosione ), esercitate dalle acque meteoriche correnti in superficie e circolanti all’interno delle rocce sedimentarie più o meno fessurate e geologicamente solubili. Si è presenti all’azione perenne della natura che per milioni di anni ha modellato un simile paesaggio unitamente all’azione dell’uomo che ha edificato masserie, recinti e stalle per greggi in pietra, cisterne e neviere per la propria sopravvivenza. Da quanto descritto il paesaggio presenta estesi pascoli, boschi di querce e conifere; campi di cereali, mandorleti e vigneti. Il paesaggio è vario per cui il visitatore, percorrendo sentieri, si trova davanti a luoghi incontaminati. Infatti, in primavera domina il verde intenso dei campi di grano, mentre la fioritura dei tulipani selvatici dà la sensazione di trovarsi in un paesaggio surreale; in autunno invece si possono ammirare i ciclamini e le colchidee (fiori della pianta del colchico) che colorano le pietre dei crostoni e al calar del

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sole il rosso vermiglio delle foglie caduche che annunciano l’approssimarsi dell’autunno. La cittadina possiede l’ospedale dei templari, costruito tra il 1157 e il 1181, uno dei primi ospedali di Puglia, per l’accoglienza, la cura dei pellegrini e dei cavalieri crociati. Inoltre la presenza delle miniere di bauxite, rappresentano un’occasione per la creazione di un laboratorio didattico. Come seconda tappa visitiamo Minervino Murge, che si adagia su un’altura da cui si può dominare tutto il paesaggio circostante, da ciò l’appellativo di “balcone della Puglia”. È possibile visitare, la grotta di S. Michele (cavità carsica, la cui formazione risale a milioni di anni fa, vedi “il carsismo di Puglia”), il Castello baronale del XII sec. 1268 – 1269, dove ha sede il Museo Civico. Qui sono custoditi diversi corredi funerari di valore inestimabile, risalenti al periodo che va dal VII al III sec. a.C. Tra i reperti presenti, spicca il cratere da simposio e un elmo in bronzo. È da visitare la chiesa dell’Immacolata ricca di affreschi e di tele; un vero capolavoro. Giungiamo a Canosa, definita la capitale del turismo archeologico. Qui dal 1993 opera la Fondazione Archeologica che, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica, allestisce presso Palazzo Sinesi delle mostre curate dall’Ispettrice di zona, dott.ssa Marisa Corrente e la sua equipe. Attualmente Palazzo Sinesi per la funzione che ricopre può essere definito il Palazzo Grassi della regione. È inutile parlare di tutti i monumenti ivi esistenti, in quanto le testimonianze presenti sono così numerose da creare dei percorsi, quali: il dauno - romano - paleocristiano e medievale. Ci spostiamo di pochi chilometri e giungiamo a Canne della Battaglia dove visitiamo l’Antiquarium, ricco di reperti trovati in loco, che vanno dalla preistoria al periodo medievale. Ci dirigiamo a Trinitapoli dove visitiamo il parco archeologico degli ipogei, una struttura scavata nella roccia calcarea per celebrare, come affermano gli archeologici, suggestivi riti di carattere propiziatorio. Pochi chilometri e giungiamo a Margherita di Savoia, ovvero l’antica Salapia. Prima di arrivare avvistiamo le saline, grandi specchi d’acqua di mare frammisti ad enormi masse di sale. Esse si estendono su una superficie di 4.000 ettari e costituiscono la salina più importante d’Europa. Le saline inoltre fungono da riserva naturale, riconosciute a livello internazionale per la notevole importanza faunistica e per la presenza del fenicottero rosa e di altri uccelli come l’avocetta, l’airone, il cavaliere d’Italia. Possiede un’incantevole spiaggia, le cui sabbie sono ricche di silice e le terme per la cura di alcune malattie. Proseguiamo il nostro viaggio lungo la riviera adriatica e giungiamo a Barletta, la città delle cento chiese e della disfida. Addentrandoci nel centro storico, respiriamo un’aria medievale e seguendo un certo percorso ci immedesimiamo nel modo di trascorrere una giornata di riposo di un cittadino di quell’epoca. Iniziamo dal castello di Federico II, costruito nel 1233 e divenuto residenza di Manfredi nel 1259, di qui passiamo a visitare la Cattedrale di S. Maria Maggiore, un misto di romanico-pugliese e gotico. Successivamente visitiamo la cantina della disfida, dove immaginiamo il battibecco tra italiani e francesi, che sfociò nella famosa disfida. Passiamo a visitare la Basilica del S. Sepolcro, con accanto l’imponente statua bronzea, alta cinque metri, raffigurante forse l’Imperatore Valentiniano, in abiti militari. Dopo aver ammirato questa imponente statua, che fa parte dell’arte tardo-antica, ci dirigiamo verso Palazzo della Marra, dalla splendida facciata, dove ha sede la Pinacoteca, dove possiamo ammirare la splendida collezione del celebra impressionista Giuseppe De Nittis. Lasciamo questa splendida città per giungere a Trani, città piena di fascino, ricca di monumenti, tra cui la celebre Cattedrale Romanica, che si eleva su tre livelli e il suo portale in bronzo, realizzato da Barisano da Trani nel 1186. Essa unitamente al castello Svevo, allo splendido giardino pensile e al monastero di Colonna, che sono protesi verso il mare, rappresentano il biglietto da visita, per chi viene dal mare. Ci inoltriamo nel centro storico, per una veloce visita alla chiesa dei templari donde, si pensa sia partita la prima crociata. La rivista “Puglia Imperiale” definisce questa città “intima e misteriosa”. Continua affermando che il suo centro storico, fatto di segni che si intuiscono, che non sono evidenti, ma che si toccano poco a poco nell’avvicinarsi alle residue tracce, che raccontano l’antica realtà. Nei pressi della porta aurea, con accanto il torrione bizantino, siamo nella Trani ebraica, questo antico quartiere ebraico ha rappresentato un contenitore artistico, culturale, musicale e sociale per la giornata della cultura europea del 2009. Da quanto descritto, si intuisce lo spirito vitale che ha pervaso nei secoli questa cittadina. Infatti è stata la culla dell’ebraismo europeo dal secolo IX al sec. XVI, ovvero tra medioevo e rinascimento. Pochi chilometri e giungiamo a Bisceglie, nel centro storico visitiamo la Cattedrale, tra le più antiche chiese romaniche di Puglia, fondata nel 1073 per volontà del Conte normanno Pietro II e i suoi bellissimi palazzi medievali. È doveroso fare un salto fuori la cittadina per visitare il famoso dolmen, che rappresenta un unicum preistorico tra i più importanti d’Europa. La tipologia di questo dolmen è quella di una tomba a corridoio largo, formato da una cella centrale e da un lungo corridoio di accesso. Ci spostiamo verso l’interno fra ulivi e vigneti e giungiamo ad Andria, la città dei tre campanili, rispettivamente della Cattedrale, della Chiesa di S. Domenico e di S. Francesco. Essi svettando sulla città, consentono l’orientamento all’interno di essa. Pochi chilometri fuori città e siamo di fronte ai primi contrafforti delle Murge, dove notiamo la suggestiva presenza di Castel del Monte che rappresenta il più affascinante e misterioso castello di Puglia. È una delle opere più rappresentative d’Italia, tale da essere dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Esso è ancora oggetto di studio, sulla sua effettiva destinazione d’uso. Il nostro viaggio lungo il territorio della BAT, termina qui e per usare uno slogan per promuovere la nostra giovane provincia potremmo pensare...”Bat, cuore di Puglia fra colline, mare, archeologia e buona cucina. Dove la storia bacia i colori di una terra tutta da scoprire”.

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news

Il nuovo organigramma della Fondazione Archeologica Canosina

Consiglio di Amministrazione: Don Felice Bacco, in qualità di parroco della Concattedrale di Canosa di Puglia; Ventola Francesco – Sindaco del Comune di Canosa di Puglia; Silvestri Sabino – Presidente; Fiore Anna Maria – Vice Presidente; D’Ambra Francesco – Tesoriere; Sciannamea Francesco – Direttore (Componente esterno al CDA); Labarbuta Maria Nunzia – Segretario Generale; Intraversato Mariangela – Segretario Generale aggiunto; Capacchione Angelo Antonio; Caporale Sabino; D’Aulisa Dario - membro nominato dalla Banca di Credito Cooperativo di Canosa - Loconia; Di Nunno Rosanna - membro nominato dal Comune di Canosa di Puglia; Ieva Pasquale; Luisi Nicola; Metta Stefania; Pinnelli Paolo - membro nominato dal Comune di Canosa di Puglia; Samele Domenico; Sardella Sandro Giuseppe; Specchio Francesco - membro nominato dal Comune di Canosa di Puglia. Collegio Sindacale: Membri effettivi - Favore Antonio, Presidente nominato dal Comune di Canosa di Puglia; Fortunato Giuseppe; Zaccaro Sabino. Membri supplenti - D’Aulisa Vincenzo; Luongo Nicola. Collegio dei Probiviri: Membri effettivi - Coppola Italo; Palmieri Sabino; Pavone Agostino. Membri supplenti - Fontana Michele; Petroni Agostino. Comitato Scientifico: Andreassi Giuseppe, già Soprintendente Archeologo per la Puglia; Corrente Marisa, Direttore Archeologo della Soprintendenza; Volpe Giuliano, Archeologo, Magnifico Rettore dell’Università di Foggia; Bonadies Luisa, Archeologa; Sardella Filomena Maria, già Soprintendente reggente ai Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le Provincie di Bari e Foggia. Presidenti Onorari: Michele Fontana; Giuseppe Zaccaro; Giovanni Destino.

Le Notti dell’Archeologia - Città Aperte 2011

Anche quest’anno Canosa di Puglia ha partecipato con successo al progetto “Città Aperte” svoltosi durante la stagione estiva, con 34 aperture serali straordinarie di monumenti e siti archeologici. La presenza complessiva di visitatori nelle ore di apertura serale è stata di ben 12.479 unità, di cui il 65% da fuori città, con una buona percentuale estera (5% del totale). Il luogo più visitato è stato il Parco Archeologico di San Giovanni con 3760 presenze a riprova che gli eventi che vi si sono realizzati hanno fatto da catalizzatori per i cittadini, i visitatori e i turisti presenti in zona. Tra gli altri eventi: “La Notte degli Ipogei” (20 e 27 Agosto) con una presenza media di 2500 visitatori a notte; “Un pizzico di sale su Canosa” (2 Agosto a San Leucio) con oltre 500 presenze. Il successo di questa edizione si evidenzia maggiormente comparando il dato del 2010 (8.938 presenze) con quello di quest’anno (12.479 presenze): un incremento del 40%.

Tu in Daunios incontra - Città Aperte 2011

Nel programma di “Città Aperte” anche un ciclo di due “Tu in Daunios incontra”, entrambi svolti presso l’area di interesse archeologico della “Tenuta Leone” in contrada Cefalicchio: il 24 luglio il professor Aldo Luisi dell’Università di Bari ha tenuto una interessante dissertazione su “Eros e vino nell’antica Roma” e il 10 settembre il professor Antimo Cesaro dell’Università di Napoli ha presentato il suo ultimo lavoro dal titolo “La Repubblica di Bananab”, reinterpretazione di uno scritto di Tommaso Campanella.

Archeologia ed enogastronomia canosina a Roma, Torino e Paestum

La Fondazione Archeologica Canosina ha promosso il patrimonio culturale cittadino a Roma in occasione della manifestazione “Comuni in musica” il 25 Settembre presso il Museo di arti e tradizioni popolari; a Torino in occasione dell’evento “I dialetti raccontano il Borgo Medievale. Visita nelle lingue regionali d’Italia: il pugliese” presso il Parco del Valentino nelle giornate del 22 e 23 Ottobre; a Paestum, insieme all’Agenzia Puglia Imperiale, in occasione della XIV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico dal 17 al 20 Novembre.

Natale a Canosa

Dal 18 Dicembre all’8 Gennaio si svolgerà la XIII edizione di “Canosapresepi”, mostra del presepio artigianale presso Palazzo De Muro Fiocco, Piazza della Repubblica 2, a cura della locale sezione dell’Associazione Italiana “Amici del Presepio”. Nei giorni 26, 27 e 29 Dicembre e 6, 7 e 8 Gennaio si terrà la VIII edizione de “Il Presepe Vivente”, organizzato dall’omonimo comitato nel suggestivo scenario di contrada Costantinopoli.

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Tu in Daunios 11  

Bollettino di informazione e cultura della Fondazione Archeologica Canosina - Canosa di Puglia - Dicembre 2011

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