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NUOVE INDAGINI A SAN LEUCIO pagina 2

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DICEMBRE 2012 | ANNO 2 NUMERO 14 Periodico trimestrale a cura della Fondazione Archeologica Canosina Via J. F. Kennedy, 18 Tel. 0883 664716 Reg. n. 12/2009 Sito internet: www.canusium.it E-mail: tuindaunios@tiscali.it Direttore responsabile: Anna Maria Fiore Coordinatori: Marisa Corrente, Angelo Antonio Capacchione Gruppo redazionale: Oronzo Brandi, Angela Di Gioia, Luigi Di Gioia, Vincenza Distasi, Sabino Merra, Sabino Silvestri, Domenico Samele, Marina Silvestrini, Francesco Specchio, Pasquale Terribile, Sandro Sardella, N.T.P.A. Carabinieri, Mariangela Intraversato, Maria Nunzia Labarbuta Hanno collaborato: Vincenzo Graffeo, Maria Silvestri, Gaetano D’Agnelli, Giuseppe Di Nunno Progetto grafico: Alfonso Flora Foto su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia Stampa: Grafiche FABA In copertina: VASO FILTRO DI PRODUZIONE DAUNA IV - III sec. a.C. Ceramica geometrica dauna - ansa a nastro, beccuccio laterale con filtro e protome verticale di un animale. Depositi Palazzo Sinesi - Canosa di Puglia Foto: Studio D’Alessandro

È vietata la riproduzione dei testi, delle illustrazioni e delle notizie senza la citazione della fonte, o senza la preventiva autorizzazione della F.A.C. o degli autori.

LE INDAGINI ARCHEOLOGICHE NELL’AREA DEL TEATRO LEMBO A CANOSA

di Vincenzo Graffeo

di Maria Silvestri

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PRIMO CONGRESSO NAZIONALE DI ARCHEOLOGIA PUBBLICA

INTERVISTA AL PRESIDENTE VENTOLA

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di Sabino Silvestri

di Anna Maria Fiore e Antonio Capacchione

UNA RECENTE SCOPERTA ARCHEOLOGICA DETTATA DAL CASO pagina 7

di Sandro Sardella

IL RILIEVO LASER SCANNER: TRA ARCHEOLOGIA, ARCHITETTURA E GEOLOGIA pagina 12

di Gaetano D’Agnelli

IL MODELLO GESTIONALE DELLA FAC

PUGLIA IMPERIALE COMUNICATI

TRA ARTE ED EVOLUZIONE: GLI STILI GEOMETRICI VASCOLARI

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pagina 16

di Sandro Sardella

LE STELE DAUNIE

VIAGGIO NELL’ANTICA DAUNIA

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di Mariangela Intraversato

È tutta colpa della crisi se non riusciamo a comunicare senza correre il rischio di essere fraintesi, se non programmiamo il futuro, perché continuiamo a navigare a vista, tra patto di stabilità e spending review. Eppure mai come in questo momento siamo chiamati all’unità per fare fronte comune contro la crisi, che rischia di spazzare via anni di lavoro, ricerche ed impegno. Potremmo facilmente alzare la mano e puntare l’indice contro lo Stato e specificatamente contro la Soprintendenza e le Università, per aver consentito scavi importanti come San Pietro e Santa Maria, senza aver poi predisposto un adeguato piano di restauro, conservazione e di fruizione delle aree. Diversi sono i soci della FAC ed in particolare il tesoriere, Franco D’ambra, pronti a stilare una mappa dei siti perduti, abbandonati o fortemente a rischio. Aldilà delle responsabilità tutte da accertare, la situazione impone un cambio di rotta e l’unica ricetta che può fare la differenza è la creatività, oltre ad un accresciuto senso di responsabilità. Potrebbe sembrare banale, ma le Grotte dell’Angelo a Pertosa non sarebbero state salvate dall’oblio e dall’abbandono se un geniale regista di teatro, non vi avesse scorto una appropriata scenografia

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L’OBELISCO DELLA CONCEZIONE DI CANOSA DI PUGLIA

di Pasquale Terribile

TUTTA COLPA DELLA CRISI...

di Maria Nunzia Labarbuta

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di Giuseppe Di Nunno

di Anna Maria Fiore

infernale per proporre la visione di alcune cantiche dell’Inferno dantesco. Allora il passo è breve, da giacimento archeologico a scenario culturale, a teatro classico o moderno. Se a Pertosa, a Salerno o in tanti altri luoghi ha funzionato, può funzionare a Canosa? Il nostro poliedrico presidente Silvestri ha fatto una scommessa condivisa da tutta la FAC, dal Comune, dalla Provincia, da diverse Associazioni locali tra cui la ProLoco, ma soprattutto dall’Associazione culturale Canosa Sotterranea. Il 5 gennaio 2013 Canosa avrà la sua Medea non a teatro, ma nelle cave Leone, ventre antropizzato da materia viva, che respira e respinge tutto il dolore di una donna delusa e massacrata dall’amore, che richiamerà a sé coloro che non vogliono assistere ad opera teatrale, ma vogliono entrarvi a farne parte. L’idea è di fare turismo sfruttando tutti i preziosi giacimenti storico-culturali, arricchiti da eventi come Il PRESEPE VIVENTE, passando per l’enogastronomia, ma sopratutto creando un sistema basato sulla...CONTINUITÀ. L’inversione di rotta è iniziata, noi siamo pronti e...? Intanto…cari lettori, vi giungano i nostri auguri di un sereno Natale e di un 2013 sorprendentemente vivace! 1


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NUOVE INDAGINI A SAN LEUCIO

ell’agosto di quest’anno sono ripresi gli scavi nel parco archeologico di San Leucio, promossi dal dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università “La Sapienza” di Roma. Nel corso delle indagini abbiamo potuto contare sulla sempre disponibile e paziente presenza e partecipazione dell’ispettrice dott.ssa Marisa Corrente, con la quale abbiamo condiviso i diversi momenti dello scavo, e sulla collaborazione dell’amministrazione Comunale di Canosa ed in modo particolare dell’assessore alla cultura dott. Sabino Facciolongo e dell’ufficio tecnico del comune, senza i quali lo scavo non sarebbe stato possibile. La nuova campagna di scavo ha avuto come primario oggetto di interesse il complesso di strutture e l’insediamento sepolcrale già individuato negli anni passati (saggio IV) posto a ca. 40 m a nord-est della basilica paleocristiana. Il saggio IV, indagato per la prima volta nel 2006, nel suo stato iniziale presentava tre rocchi di colonna (notati dalla Castalfranchi negli anni ’70 del secolo scorso) attigui ad un cumulo di macerie che delimitava l’area archeologica. Lo scavo del 2006 aveva messo in evidenza una struttura di forma allungata, uno spesso ma rozzo muro, messo in luce per una lunghezza di circa m. 10: esso presentava due file di blocchi calcarei più o meno squadrati posti a quote differenti, le quali racchiudevano un nucleo interno formato da terra e pietre di medie e piccole dimensioni. Durante l’ampliamento nord dell’area di scavo, si è deciso di rimuovere parte di questo muro il quale impediva lo scavo dell’ambiente sottostante. Durante la pulizia del residuo dell’usm (unità stratigrafica murario, ndr), quasi a contatto con il livello d’appoggio del muro asportato, è stata rinvenuta una moneta di Leone VI di Bisanzio (866 – 912), questa ci consente di stabilire un terminus ante quem dell’usm rimossa, e ci pone in un periodo in cui Canosa vive l’inizio del suo abbandono.

GLI SCAVI DELL’UNIVERSITÀ LA SAPIENZA DI ROMA VINCENZO GRAFFEO Archeologo Università Degli Studi La Sapienza Di Roma

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ANNO 2 NUMERO 14 A sinistra: ultimi scavi, Agosto 2012

A destra: frammento fittile con testa di gorgone

Al di sotto della struttura sopra descritta, venne rinvenuta un’altra di forma rettangolare, con orientamento divergente in senso NE-SO, costituita da due muri paralleli, posti a circa m. 4,50 di distanza l’uno dall’altro, e di cui restano due filari sovrapposti di blocchi di calcare squadrati di grossa pezzatura, uniti con malta. Il primo muro, posto più a N, presentava una lunghezza visibile di circa m. 7. Parallelo a questo l’altro muro presenta invece una lunghezza visibile di m. 2,80 e risulta legato all’estremità S-O ad un terzo muro, ad esso perpendicolare, in luce per circa un metro. Conferme dell’unitarietà di questi setti murari provengono dalla medesima tecnica edilizia: grandi blocchi legati con malta e frammenti laterizi. Durante lo scavo dell’ambiente rettangolare e la sua completa messa in luce, è emersa un’abside (individuata parte lo scorso anno), interrotta nella sua metà da un successivo muro che defunzionalizza la struttura. L’abside si conserva per un’altezza massima di cm 70, e sul fondo si notano poche tracce di un mosaico decorato a fasce alternate di tessere rosse, blu e bianche. È bene evidente come il centro dell’abside sia in asse rispetto all’apertura ricavata tra due soglie scoperte a m. 16 di distanza, rinvenute nell’angolo sud – ovest dell’area di scavo. All’interno della struttura absidata sono state individuate sei tombe divise da muretti realizzati in blocchetti di calcare e mattoni, i quali delimitano le tombe a cassa di ca. cm. 60 di larghezza e ca. m. 2 di lunghezza. Due di queste erano chiuse da lastre di copertura ottenute tramite reimpiego di elementi della canaletta pertinente al “portico” sul lato ovest del tempio ellenistico, le quali rappresentano evidentemente un terminus ante quem per la cronologia relativa alle tumulazioni, in quanto il tempio era ormai in disuso al tempo del loro riutilizzo. Due tombe (individuate già nel 2006) sono state interessate da recenti interventi di scavo clandestini: una delle quali, tomba B, è stata svuotata interamente della terra di riporto ed è risultata poggiare direttamente sul terreno opportunamente livellato per realizzarne il fondo; nell’altra contigua (tomba A) vi erano

due inumati, i quali sono stati opportunamente scavati e rimossi. Altre due sepolture, affiancate alle Tombe A e B giacciono al di sotto del setto murario che oblitera la struttura, mentre le ultime due sono state aperte in antico e svuotate del loro contenuto per essere riempite con terra e blocchetti in calcare. Tutte e sei le sepolture sono caratterizzate da una stesura interna di intonaco bianco e da una risega in laterizi per l’alloggiamento della copertura. Il saggio IV ha evidenziato e confermato nelle ultime tre campagne di scavo un complesso funerario e religioso suburbano, di cui facevano parte un ambiente rettangolare absidato di modeste dimensioni, orientato con la basilica e una serie di tombe collocate intorno ad esso in evidente ricerca di vicinanza. L’abside rappresenta la prova indiscutibile che ci troviamo dinnanzi ad una piccola cappella o basilichetta cimiteriale in stretta vicinanza con la basilica sabiniana. Questa basilichetta presenta diverse fasi, testimoniata anche dalle varie tipologie di sepolture in essa contenute. Per poter accertare la datazione della struttura è necessario un proseguo dello scavo (nel settore N ed E dell’abside) per avere maggiori dati a sostegno.

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Fig.1: Area del Teatro Lembo: zona orientale

LE INDAGINI ARCHEOLOGICHE NELL’AREA DEL TEATRO LEMBO A CANOSA

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lavori di ristrutturazione del teatro Lembo hanno reso possibile l’analisi delle preesistenze già parzialmente individuate al momento della costruzione della struttura teatrale agli inizi del Novecento e durante la realizzazione degli impianti tecnici negli anni Settanta del secolo scorso. L’indagine archeologica, condotta tra aprile e giugno 2006 con il coordinamento di Giulio Sabbatini e la direzione scientifica del Direttore Archeologo Territoriale della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, dott.ssa Marisa Corrente, ha interessato in particolar modo le aree corrispondenti al golfo mistico e alla platea. I primi interventi antropici sono stati documentati nella zona orientale dell’area (Fig. 1) e sono riferibili ad una fase di frequentazione inquadrabile nell’epoca daunia (VIII-V sec. a.C.). Si tratta di strutture capannicole di cui si conservano una serie di battuti pavimentali composti da terra argillosa e caratterizzati dalla presenza di buche funzionali all’alloggiamento di pali lignei attribuibili all’orditura principale delle strutture stesse. A questa fase va riferito anche numeroso materiale ceramico con decorazione geometrica che va ad inserirsi nella nota e fiorente produzione artigianale conosciuta da Canosa almeno dalla fine del VII sec. a.C., tra cui si distinguono olle ad imbuto, attingitoi e coppe (Fig. 2).

MARIA SILVESTRI Archeologa

Fig. 2: Esemplari di ceramica con decorazione geometrica di epoca daunia: olla ad imbuto (1), coppa (2), attingitoio (3).

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ANNO 2 NUMERO 14

Un primo intervento edilizio di età romana, inquadrabile tra il IV ed il III sec. a.C., comporta l’impostazione di un’abitazione, sempre nella zona orientale dell’area di scavo, di cui non sono noti i limiti perimetrali ma solo le strutture funzionali alla partizione interna. Del complesso sono visibili, quindi, quattro ambienti: due situati nella zona settentrionale, un corridoio subito a sud di questi, ed infine un ambiente esteso nell’area meridionale. Il cattivo stato di conservazione delle strutture non consente, tuttavia, di stabilire con certezza l’appartenenza delle stesse ad una o almeno due unità abitative differenti. L’edificio continuava con molta probabilità verso ovest; si tratta, tuttavia, di un’ipotesi non confermabile in quanto l’area viene destrutturata nell’ambito della riorganizzazione edilizia di età protoimperiale.

Nella fase repubblicana dovevano essere attivi i commerci con l’area tirrenica come testimonia il rinvenimento di frammenti di ceramica a vernice nera attribuibili sia a produzioni campane sia a produzioni minori locali di area laziale (Fig. 3).

Fig. 3: Esemplari di piatti in ceramica a vernice nera di età repubblicana.

L’area indagata subisce una marcata trasformazione in età imperiale con l’impostazione degli assi viari e delle nuove strutture perimetrali della domus. Gli ambienti preesistenti vengono infatti inglobati in un’area definita da due nuovi imponenti muri in opera quadrata che vanno a delimitare il complesso abitativo nella zona occidentale e meridionale, mentre non sono noti i muri perimetrali nord ed est a causa della limitata estensione dell’area di scavo. In questa fase le strutture repubblicane continuano ad essere sfruttate per la partizione interna, mantenendo nella zona settentrionale la planimetria dei due ambienti preesistenti, mentre nella zona a sud il corridoio e l’ambiente meridionale vengono inglobati in un unico grande vano. Inoltre, nel piccolo spazio triangolare situato a nord-ovest, viene messo in opera un piccolo pozzo funzionale alle attività domestiche. Si osserva che la domus, nonostante sia ubicata in una zona centrale della città romana ed in prossimità di un importante asse di percorrenza orientato verso le pendici dell’acropoli, non è stata realizzata con particolari accorgimenti architettonici. I muri in opera quadrata non presentano, infatti, tracce di rivestimento e le pavimentazioni, costituite da battuti di terra e cocciopesti, risultano messe in opera con tecniche che non necessitano di particolare impegno e costo. Tuttavia, l’ubicazione della domus in una zona focale della città e la sua vicinanza alle strade e ad abitazioni di notevole pregio, come la “Casa della meridiana”, inducono a non escludere, e forse a preferire,

l’ipotesi che gli ambienti documentati siano da inquadrare nell’ambito di un progetto architettonico più ampio e che siano da interpretare, dunque, come vani di servizio di una dimora che non è stato possibile evidenziare in modo completo. In questa fase si documenta l’esistenza di contatti commerciali con l’area tirrenica grazie al rinvenimento di frammenti di piatti in sigillata italica e di anfore di produzione italica, in particolar modo di contenitori legati all’importazione di vino; l’olio, invece, era evidentemente prodotto a livello locale in quantità tali da poter garantire il soddisfacimento delle richieste del mercato regionale. Inoltre, tra la fine del II e la prima metà del III sec. d.C., secondo una linea di tendenza che trova ampie conferme nel contesto regionale della Apulia et Calabria, le presenze provinciali e soprattutto africane diventano gradualmente importanti e poi predominanti. I rinvenimenti del Teatro Lembo si collocano perfettamente in questo quadro grazie alla documentazione di anfore e di ceramica fine da mensa di manifattura africana la cui produzione è ascrivibile a questo periodo anche se non mancano, contenitori da trasporto che testimonino l’esistenza di rapporti commerciali anche con l’area orientale.

Fig. 4: Esemplari di anfore di produzione italica (1), orientale (2) e africana (3) e di piatti in terra sigillata italica (4-7) di epoca imperiale.

In un periodo compreso tra la fine del III ed il IV secolo l’area mantiene la sua destinazione abitativa e la planimetria definita nella fase precedente. Si registrano però importanti interventi di restauro che vedono una quasi totale riedificazione dei muri perimetrali; una ricostruzione, quindi, radicale giustificabile probabilmente con il crollo della precedente struttura. Interventi invasivi sono attestati anche nella zona settentrionale dell’isolato con la messa in opera di due nuove strutture murarie, probabilmente adibite all’organizzazione degli spazi interni. Nel V secolo una ristrutturazione dell’area sembra essere imposta da un ulteriore collasso della struttura. Si documenta, quindi, una risistemazione della domus che prevede l’impostazione di una nuova struttura che va a definire un vano nella zona settentrionale dell’area. Importantissimo è il fenomeno di defunzionalizzazione che coinvolge invece il sistema viario, testimoniato dalla mancata rimozione dei crolli delle strutture che ingombrano il basolato stradale e dall’edificazione di setti murari che vanno a definire nuovi spazi di cui, però, non è chiara la destinazione d’uso. L’impostazione dei vani, tuttavia, non ostruisce totalmente il passaggio sulla strada ma risparmia un ambitus, a testimonianza, probabilmente, di una forma di sopravvivenza della viabilità precedente ridotta, in questa fase, ad uso locale. Dallo studio dei reperti ceramici documentati nell’area del Teatro e dal confronto con i rinvenimenti effettuati nei contesti insediativi ofantini, si desume la vitalità che ancora in questo periodo caratterizza i mercati del capoluogo provinciale nonché la capillarità della penetrazione delle merci importate nell’entroterra soprattutto dall’area africana, senza dubbio agevolata dall’efficienza del sistema viario e dalla navigabilità dell’Ofanto che garantiva collegamenti molto più economici, rispetto a quelli terrestri, con il vicino approdo di Bardulos.

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Fig. 5: Esemplari di ceramica fine da mensa (1-3), da fuoco (4-6) e contenitori da trasporto di produzione africana (7-9) di età tardoantica.

Fig. 6: anfora di produzione cretese (1), lucerna di imitazione africana (2) di età altomedievale.

Gli ambienti edificati nell’area stradale risultano abbandonati nel VII sec. d.C. come suggerisce l’analisi dei materiali provenienti dallo strato di abbandono, tra cui lucerne di produzione africana di imitazione e anfore cretesi (Fig. 6). Nello stesso arco cronologico è inquadrabile l’ultima fase di vita delle strutture della domus, in cui si registra una riorganizzazione degli spazi interni, soprattutto nel settore meridionale, in funzione della nuova destinazione d’uso dell’area che, da residenziale, viene esclusivamente adibita a deposito.

In questa fase non sono più visibili le strutture repubblicane come anche il pozzo ubicato nel vano nord-occidentale, reso inagibile ed obliterato da un lastricato. Nella zona meridionale, invece, viene impostato un nuovo setto murario che va a definire un piccolo ambiente funzionale all’isolamento di un silos destinato alla conservazione di derrate. La stratigrafia risulta, tuttavia, fortemente compromessa dagli interventi moderni e non consente di stabilire in quale periodo sia esattamente da collocare il definitivo abbandono del complesso.

ARCHEOINFORMAZIONE

di Antonio Capacchione

BIBBIA, NUOVE SCOPERTE SUL RE DAVIDE

Ritrovamenti a Khirbet Qeiyafa fanno luce sul culto religioso. L’Università di Gerusalemme ha annunciato la scoperta di oggetti che per la prima volta fanno luce su come veniva organizzato il rituale religioso in Giudea ai tempi di re Davide, secondo sovrano d’Israele durante la prima metà del X secolo a.C.. Durante recenti scavi archeologici a Khirbet Qeiyafa, una città fortificata in Giudea adiacente alla valle di Elah, l’archeologo Yosef Garfinkel e i suoi colleghi hanno riportato alla luce una ricca raccolta di ceramiche, utensili in pietra e metallo, e diversi oggetti d’arte dei quali molti destinati al culto. La scoperta comprende inoltre tre grandi vani che fungevano da santuari: sia per la loro architettura sia per i ritrovamenti effettuati al loro interno, queste stanze corrispondono abbastanza fedelmente alla descrizione biblica di come si svolgesse un rituale religioso durante il periodo di re Davide. Si tratta di una scoperta straordinaria in quanto e’ la prima volta che vengono ritrovati santuari risalenti al periodo dei primi re biblici. Poiché questi santuari precedono di circa 30-40 anni la costruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme, forniscono la prima evidenza concreta di come si svolgesse un culto al tempo di re Davide, con implicazioni significative per l’archeologia, la storia e gli studi biblici e religiosi.

SCOPERTA UN’ENORME CISTERNA D’ACQUA SOTTO IL MURO DEL PIANTO

Una grande cisterna, capace di contenere circa 250 metri cubi di acqua, è stata scoperta durante gli scavi in corso a Gerusalemme ai piedi del Muro del Pianto (Ha Kotel) sul lato occidentale del Monte del Tempio. Secondo gli archeologi il bacino - la cui acqua era destinata all’uso pubblico - risale al periodo del Primo Tempio (1000 anni prima dell’evo moderno) e rappresenta una delle più grandi dell’epoca, oltre che una tappa importante nella ricostruzione della vita della città di quegli anni. Il grande invaso - il cui rinvenimento è di qualche mese fa - é stata presentato, insieme ad altri risultati degli scavi di questo ultimo anno, alla 13/a Conferenza su “La città di Davide”.

I MICENEI SONO ARRIVATI ANCHE IN CALABRIA

Un gruppo di archeologi guidati da Reinhard Jung dell’Università di Salisburgo e Marco Pacciarelli dell’Università di Napoli hanno riportato alla luce un vasto sito archeologico di epoca micenea nei pressi di Zambrone, in provincia di Vibo Valentia.Il ritrovamento assume una grande importanza storica, perché per la prima volta sono state ritrovate delle tracce di presenza micenea in Calabria, presenza che prima era solo supposta. Tra le idee che potrebbero essere approfondite in futuro c’è la ricerca di un porto che avrebbe dovuto mettere in diretto contatto con le città stato della Grecia Antica, a dimostrazione che comunque la madre patria mantenne buoni rapporti con le colonie della Magna Grecia.

APPUNTAMENTO CON LA STORIA MINERVINO TRA ‘500 E ‘600

Il convegno di studi storici su Minervino Murge è giunto alla terza edizione. Dopo gli appuntamenti dedicati alle origini (dicembre 2009) e al periodo medievale della città murgiana (gennaio 2011), il cammino è proseguito con l’approfondimento locale sui secoli XVI e XVII. Il 12 e 13 ottobre, la sala consiliare del municipio minervinese ha ospitato il convegno organizzato dal Centro Studi Storici e Socio religiosi in Puglia (presieduto dalla prof.ssa Bertoldi Lenoci), promosso dall’Archivio diocesano di Andria e dall’Archeoclub cittadino. L’evento è stato patrocinato dalla Provincia di Barletta-Andria-Trani.

Via Kennedy,76 - CANOSA DI PUGLIA tel.0883/661408

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ANNO 2 NUMERO 14

UNA RECENTE SCOPERTA ARCHEOLOGICA DETTATA DAL CASO

È

ormai una frequente consuetudine che, sia lo studio archeologico che la riscoperta di antichi siti, siano frutto del puro caso. Rientra in questa casistica certa, la scoperta nel 1996 - nella frazione di S. Angelo (zona Campo Ottaviano) della località laziale di Amatrice - di una lamella perforata in piombo. Questo straordinario e piccolo “instrumentum domestico”, rappresenterebbe ad oggi l’unica testimonianza di un pagamento che, una comunità del territorio di Ausculum, avrebbe indirizzato a Canusium. La piccola laminetta (lung. cm 3; largh. cm 2,5; spess. 0,2), fu rinvenuta nel terreno a seguito di un’aratura e consegnata al Dott. Emilio Muzii, il quale la consegnò alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio. Le prime considerazioni sul pezzo, sono riassumibili semplicemente nel considerarlo come una lamella legata a una eventuale borsa valori (sacculus), entro cui era conservata una somma di ben III mila denari che, il funzionario Primigenius, avrebbe dovuto consegnare alla comunità di Canosa. Da questa importante considerazione, nasce tutta una serie di interrogativi che in questa sede ci porremo, ma che non troveranno una risposta più completa se non in presenza di ulteriori testimonianze simili in altri territori italici e, cosa da non escludersi, dell’Impero. Il documento epigrafico, si presenta estremamente sintetico, di forma sub-rettangolare, rotta in due metà, perforata nell’angolo inferiore destro e scritta su entrambe le facce.

L’ETICHETTA PLUMBEA DI PRIMIGENIUS E LA “SUMMA III SEMIS CANUSINIS”

Lato A Primigenii Summa III s(emis) Canusinis

Lato B P(ondo) XXII X? N(ummi?) XXVI V

Sul lato A, sono presenti sia il nome di Primigenius, l’entità di una somma e un etnico (Canusinus) al caso dativo della lingua latina. In questi preziosi documenti epigrafici, l’uso del dativo rafforzava il concetto che la somma fosse destinata a una comunità o comunque a qualcuno. Sul lato B, sono presenti delle semplici unità di misura, di cui si legge verosimilmente la cifra di XXII pondi e di XXVI nummi. Le prime domande che sorgono, al cospetto di questo piccolo oggetto d’uso quotidiano, sono: chi era Primigenius? Cosa ci faceva con una somma di denaro nel suo sacculus? Dov’era diretto e, soprattutto, cosa stava pagando? Per cercare di rispondere ad alcune di queste domande, bisogna innanzitutto riflettere storicamente su tutto ciò che indirettamente ci parla di un rapporto commerciale, instauratosi tra Canusium e l’ager di Ausculum Picenum. Il luogo del rinvenimento, è oggi situato nell’Alta Valle del Tronto, vicina all’area sabina in cui i centri di Nursia, Reate ed Amiternum, rappresentavano il cuore di una vasta produzione e lavorazione laniera. Il particolare contesto geomorfologico e climatico, rese possibili in queste aree la tipologia insediativa dei pagi e dei vici. Si trattava di piccolissimi centri insediativi, votati principalmente alla pastorizia e ad attività collaterali, tra cui non si esclude l’agricoltura. L’alta Valle del Tronto, era in antico raggiungibile tramite la via Salaria, che metteva in comunicazione le popolazioni medio-adriatiche dell’Appennino, con i Sabini e gli antichi popoli del Lazio. Lungo il tragitto della via Salaria, i centri di maggiore importanza furono certamente Ausculum nel Piceno e Reate (Rieti) nella Sabina. La nota località di Ausculum Picenum, intraprese commerci con Roma sin dal III secolo a.C. Questi commerci, furono ampiamente intensificati da dopo il 268 a.C., quando a seguito della sua sconfitta contro i romani, fu eletta a civitas foederata. Il centro sabino di Reate, reso noto dalla gens Flavia, ebbe certamente a che fare con il commercio lungo la via Salaria, essendo il primo centro della Sabina. Tuttavia, sembra che lungo l’antico tragitto della via Salaria e nell’ambito dell’Alta Valle del Tronto, al di là della necropoli di epoca arcaica nella località Saletta (Amatrice) si distingue come centro attivo, il complesso rinvenuto in località Torrita e sino ad ora inteso come il vicus Falacrinae. Seguitamente riconosciuto come una importante stazione di posta lungo il tragitto della via Salaria, questo luogo ebbe una lunghissima continuità di vita tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C. Tuttavia numerose sembrano le piccole frazioni esistenti nel territorio amatriciano e che richiederebbero molto più spazio e numerosi approfondimenti.

SANDRO SARDELLA Archeologo Sotterranei di Roma

Lamella perforata in piombo - Lato B

Lamella perforata in piombo - Lato A

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In riferimento, quindi, alla provenienza del nostro Primigenius, è ipotizzabile un collegamento o con un grande centro (in tal senso Ausculum sembrerebbe avere la meglio sugli altri più piccoli centri) o fungeva da rappresentante di un pagamento che comprendeva l’unione di più pagi e vici della Conca Amatriciana. Se quindi Primigenius fu un funzionario (verosimilmente di estrazione liberta o servile) addetto ai rapporti diplomatici e/o economici con - in questo caso – Canosa, la sua provenienza è di duplice ipotesi. La possibilità di un collegamento tra l’Apulia e il Picenum, sembrano confermati anche dalla monetazione e dai sistemi ponderali, sin dal III secolo a.C. I contesti monetari più rilevanti sono da una parte, per Ancona, quello della polis di origine greca e per gli altri centri quello dalle emissioni delle comunità italiche, caratterizzate inizialmente dalle emissioni di aes grave e solo in un secondo tempo da monetazione al martello. Si parla quindi di biuncia, teruncia, quadruncia, e quincuncia, cioè dal valore di 2, 3, 4 o 5 once. La libbra di riferimento è comunque diversa tra le comunità: circa 379 g ad Ariminum, Hatria, o di circa 341 g in Apulia. Alla domanda su cosa portasse nella sua bisaccia Primigenius, si risponde semplicemente con “soldi”. Si ipotizza che la cifra di III mila sesterzi, sia da collegarsi con l’eventuale circolazione di materia grezza e non lavorata. Allo stato attuale delle ricerche sulla produzione laniera, condotte da Grelle/Silvestrini, si ipotizza che l’esportazione da Canosa di lana grezza, sia stata indirizzata preferibilmente verso Roma o verso grandi impianti produttivi vicini a Roma e legati a facoltosi possidenti, a loro volta coinvolti in manifatture imperiali e in attività pastorali. Sul lato A della lamina, si legge chiaramente III S. In tal caso, se si trattasse di semissi come tradotto e interpretato dalla Dott.sa Squadroni, si tratterebbe della semplice cifra di 1 asse e ½. Infatti, 1 semisse era ½ di asse. Nel sistema ponderale romano, 1 semisse valeva in peso 6 once, ossia circa 164 grammi. Abbinando a 164 g il valore di III, si avrebbe un peso di poco più di 490 g di materiale. Trattandosi di un

sistema legato al peso di merci, molto verosimilmente di lana, sia il prezzo che il peso sono decisamente scarsi, superando leggermente il valore di 1 mina (+/- 437g). A indurre verso l’ipotesi che “III S” si riferiscano al valore del semisse, deriva dalla legenda che si applicava sui semissi, ossia una S nell’angolo inferiore destro, di uno dei lati della moneta. Tuttavia si tratta di un valore ridicolo, a cui è plausibile aggiungere (in via non certa) il valore di “mila” semissi. A questo punto, facendo i dovuti calcoli in proporzione al sistema ponderale romano, si otterrebbe il pagamento per ben 4.9 quintali di lana. La spiegazione di tale enorme esportazione di lana, potrebbe provenire dalla necessità di produrre capi di abbigliamento necessari all’esercito. Di fatti, la lana canosina è ricordata particolarmente in Marziale col termine di Canusina ed identificava sia la paenula (mantello da schiavi e soldati) che dal II secolo d.C. il birrus. Nel III secolo d.C., l’Edictum de pretiis di Diocleziano, impose a 4 mila denari il valore della paenula canosina. Quindi, in un’epoca compresa tra il principato dei Flavi (69 d.C. – 98 d.C.) e l’impero di Traiano (98 d.C. – 117 d.C.), Primigenius intraprese un viaggio in direzione dal Piceno a Canosa con una somma considerevole entro una sacca da consegnare all’allora Municipium. Non sappiamo se mai giunse a destinazione o se fu derubato durante il tragitto, dato che l’angolo inferiore della lamina risulta spezzato. Non sappiamo se era uno schiavo o un liberto, così come non abbiamo la certezza assoluta di cosa stesse pagando. Ciò che sappiamo con certezza è che questo straordinario documento epigrafico rappresenta l’unico caso ad oggi di attestazione certa di interscambio economico tra il Piceno e Canosa. Saranno ulteriori casualità ed approfondimenti, a scioglierne –forse- l’affascinante mistero che ancora oggi aleggia attorno a questa testimonianza storica.

ARCHEOINFORMAZIONE CANOSA

Da Sempre e Mai Da tempi immemori Esiste, Resiste….Kanision.

Villa comunale

Scritta nel Tempo e nella nebbia di sole e di pensieri che, come se fossero tempeste e bonacce, la spingono in altre pagine; pagine di Storia.

Recenti indagini archeologiche portano alla luce murature intonocate (forse si tratta di una domus romana). Gli scavi continueranno a breve.

Quella Storia, scritta e mai ricordata, quasi ripudiata.

Continuano le indagini archeologiche dell’Università La Sapienza di Roma. Scoperta una piccola cappella cimiteriale nei pressi della Basilica.

Santa Sofia

Riscoperta e recuperata lastra sepolcrale con iscrizione.

San Leucio

Quella identità dura e nodosa, che si firma ancora oggi… e ancora oggi si ritrova in “Canosa… La terra degli ulivi”

Ipogeo Varrese

Continuano i lavori di recupero e restauro. A breve sarà possibile visitare il sito.

Canosa di Puglia, Michela Cianti

Artista/Maestra Decoratrice

P.zza V. Veneto, 10 / Via N. Amore, 1 CANOSA DI PUGLIA

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PRIMO CONGRESSO NAZIONALE DI ARCHEOLOGIA PUBBLICA SABINO SILVESTRI Presidente della Fondazione Archeologica Canosina

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i è svolto a Firenze il primo congresso nazionale di archeologia pubblica in piazza della Signoria nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio i giorni 29 e 30 ottobre scorsi. Organizzato dall’Università degli Studi di Firenze e dal Comune di Firenze ha puntato i riflettori sul fatto che recentemente molti soggetti pubblici e privati si sono espressi sulla necessità di “mettere in produzione” il patrimonio culturale italiano, ma quasi nessuno è andato oltre le dichiarazioni programmatiche. Il Congresso ha inteso fornire uno spaccato delle esperienze migliori, scelte nel contesto euro-mediterraneo, che possono trasformare i Beni Archeologici da un costo ad un volano di sviluppo socio-economico per la comunità. Il Congresso è stato strutturato in sei sezioni: archeologia e identità culturale chair Guido Vannini (Università di Firenze), l’archeologo oggi: figura e formazione chair Giuliano Volpe (Rettore Università di Foggia), l’archeologia comunica con il pubblico chair Piero Pruneti (Giunti – Archeologia Viva), archeologia e sviluppo del territorio chair Isabella Lapi Ballerini (Direttore Regionale MiBac Toscana – già Direttore per la Puglia), archeonomics: dalla ricerca archeologica all’economia chair Massimo Montella (Università degli Studi di Macerata), e archeologia: dalla Costituzione alla legislazione chair Andrea Pessina

(Soprintendente Archeologico della Toscana). Alla Fondazione Archeologica Canosina è stato chiesto di intervenire nella sezione relativa all’archeologia intesa come sviluppo del territorio. Non è stato agevole per il presidente Sabino Silvestri condensare venti anni di attività nel breve spazio che gli è stato concesso, ma il suo intervento, che si riassume di seguito, ha comunque catalizzato l’attenzione dei tanti presenti che hanno chiesto ulteriori approfondimenti al sistema di gestione che la Fondazione ha attuato sul territorio canosino. Il tema dell’intervento è stato: “Connubbio fra pubblico e privato – una scommessa vincente” e si è sviluppato per grandi linee su quanto indicato nel form pubblicato sugli abstract: “Nasce nel 1993 la voglia di riscatto di una città che vede i propri “gioielli di famiglia” scoperti e trasferiti nei musei archeologici di tutto il mondo. Gran parte di quest’opera è fatta dai “tombaroli”, anche se molti trasferimenti sono operati dalla Soprintendenza che sposta questi reperti in sedi più consone e in strutture più adeguate. Le colpe maggiori sono dei cittadini canosini che vedono l’archeologia come un ospite indesiderato o meglio che la vedevano in tal modo. L’opera della Fondazione parte proprio dal mettere a disposizione del Ministero una sede museale adeguata per creare i presupposti per lasciare i reperti nella città di Canosa contestualizzandoli (sette sono le mostre archeologiche dal 1993 al 2000) per passare poi a sottoscrivere convenzioni con enti pubblici e soggetti privati per la gestione diretta dei Beni Culturali. La Fondazione Archeologica Canosina è una Onlus con personalità giuridica, ha fra le sue proprietà immobili, sui quali insistono rilevanze archeologiche, e donazioni di reperti regolarmente dichiarati. Partita da 17 soci fondatori ne conta oggi oltre 1200 sparsi in tutto il mondo. Hanno aderito alla Fondazione la provincia di Barletta Andria Trani, il Comune di Canosa, la Banca di Credito Cooperativo di Canosa e importanti realtà economiche che operano sul territorio. La Fondazione, in forza di una serie di convenzioni sottoscritte con il Ministero per i Beni Culturali e con il Comune di Canosa di Puglia, gestisce i Beni Culturali del territorio cittadino e si appresta a creare i presupposti per la gestione di quelli provinciali. Manutenzione ordinaria delle aree, reperimento dei fondi per il recupero, il restauro, la valorizzazione e la fruizione dei beni culturali in collaborazione con le varie Soprintendenze ma in particolar modo con quella archeologica, aperture gratuite, visita guidate e organizzazione di eventi attrattori turistici, hanno incrementato in maniera esponenziale il numero di visitatori. A quest’attività si aggiunge la pubblicazione di testi scientifici di carattere archeologico/storico oltre alla pubblicazione di un periodico trimestrale di caratte archeologico il “Tu in daunios”. Il sito della Fondazione www.canusium.it estremamente completo e ricco in tutti i sui aspetti, ha un elevatissimo numero di visite. La Fondazione ha risolto il problema fondamentale del sistema di gestione improntato sulla collaborazione con il Ministero e gli Enti Locali volto alla salvaguardia, alla tutela, alla valorizzazione e alla fruizione dei Beni Culturali.” Non sono mancati gli accenni allo sviluppo socio economico della Città di Canosa e a come ormai per tutti i canosini i Beni Culturali siano una ricchezza principalmente da un punto di vista sociale e successivamente anche da un punto di vista economico. Oggi si è fieri di essere gli eredi di cotanta storia e l’orgoglio delle proprie tradizioni e del prorio importante passato è il successo maggiore che in questi vent’anni la Fondazione ha raggiunto. Il testimone del Congresso è stato passato alla Puglia, Regione che a detta di tanti ha colto in pieno l’importanza dei Beni Culturali volti non solo alla tutela e alla salvaguardia ma nell’ottica della fruizione e valorizzazione anche allo sviluppo economico del territorio. Speriamo che il secondo Congresso Nazionale di Archeologia Pubblica possa svolgersi in Puglia.

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INTERVISTA AL PRESIDENTE VENTOLA

ANNA MARIA FIORE E ANTONIO CAPACCHIONE

A nome di tutta la FAC e della Redazione di TU IN DAUNIOS ringraziamo il Presidente della Bat, Francesco Ventola e il consiglio Provinciale per aver votato all’unanimità l’adesione alla FONDAZIONE ARCHEOLOGICA CANOSINA. L’adesione in premessa, costituisce un importante riconoscimento per la FAC, aprendo nuovi scenari di collaborazioni e più ampi respiri culturali. Quali le progettualità ed i programmi alla base di una scelta così significativa? Intanto va detto preliminarmente che è doveroso per un ente territoriale di livello provinciale, tradurre quanto diciamo a sostegno delle nostre risorse culturali e turistiche. In tal senso si inserisce l’impegno della Provincia che ha fortemente voluto l’acquisizione al suo patrimonio l’intera collezione dell’ipogeo Varrese, comprendente sia i reperti già in esposizione presso Palazzo Sinesi e curati dalla Fondazione sin dal 2000, sia quelli ancora conservati nei depositi del Museo provinciale di Bari. Con il conseguimento del prescritto parere del Ministero competente, potremo procedere alla

acquisizione definitiva. Di conseguenza potremo procedere alla stipulazione perché la FAC possa svolgere le attività di salvaguardia, tutela, fruizione e valorizzazione di tutta la collezione. Ciò premesso, quindi, ritengo che il ruolo svolto dalla la Fondazione per Canosa e per le sue risorse, sia una preziosa opportunità per lo sviluppo culturale, artistico e quindi turistico di tutto il nostro territorio. Quali sono stati i motivi che hanno indotto la Provincia a tale adesione? Se è vero che l’obiettivo non può essere che quello comune dello sviluppo delle nostre Comunità, dobbiamo necessariamente interfacciarci, lavorare insieme; e questo vale tra le Istituzioni come anche per Associazioni fino ai singoli cittadini. Diversamente vivere la propria funzione con spirito di servizio sarebbe come “riscaldare solo la sedia”. L’azione della FAC, ha riguardato la gestione e la manutenzione delle aree archeologiche, prevalentemente canosine. Ci sono possibilità di allargare questa azione a tutta la Provincia?

VISITE GUIDATE ITINERARI TEMATICI VISITE ANIMATE

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ATTIVITÀ DIDATTICHE

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Servizi per il turismo culturale e scolastico


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Certamente si. Del resto, l’intendimento è proprio quello di offrire ad un territorio più ampio una esperienza positivissima sperimentata a Canosa e che ha trovato da subito la condivisione della Direzione Regionale del Ministero per i Beni Culturali ed Archeologici. Sfruttando il maggior coinvolgimento territoriale possibile, potremo davvero realizzare qualcosa di importante per tutti se è vero come è vero che grandi sono le risorse alle quali possiamo e dobbiamo offrire le nostre attenzioni. Quali difficoltà ha incontrato il Consiglio Provinciale, nel deliberare l’adesione alla FAC? Ci sono state rivendicazioni campanilistiche? Il voto unanime dei Consiglieri presenti credo sia di per se esaustivo. Ma dico anche, che non è stato bravo il Presidente della Provincia e tutti i singoli Consiglieri; evidentemente è quello che giorno dopo giorno fa la Fondazione ad essere naturalmente apprezzato ed indiscutibile, modello per tante altre esperienze possibili. Notevoli ed apprezzabili sono le collaborazioni pubblico-privato in grado di risolvere le priorità delle aree archeologiche di Canosa, vedi l’ipogeo Varrese che grazie all’acquisizione dell’area e ad un progetto cofinanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia e dal Comune, prossimamente verrà consegnato ai visitatori. Sappiamo che ci sono stati importanti sviluppi anche per altre aree archeologiche come le Terme Lomuscio e l’area di Giove Toro, provvedimenti avviati dalla vecchia Amministrazione e di cui ancora oggi non si sa molto. Può aiutarci a fare chiarezza sul punto? Innanzitutto consentitemi di fare un apprezzamento alla Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia, in primis per aver voluto finanziare l’intervento, ma anche per aver assecondato le proroghe che si sono rese necessarie: quando di mezzo ci sono procedure autorizzative di altri soggetti pubblici, specie in tali delicate materie, non è semplice portare a compimento i progetti. Perciò in tanti vanno ringraziati, pensando ai tecnici ed al personale comunale coinvolto. Per quanto attiene invece alle altre aree archeologiche, le Terme Lomuscio sono state acquisite al Comune di Canosa grazie alla cessione della proprietà; per l’Area di Giove Toro, alla fine di alterne vicissitudini giudiziarie celebrate in tutti i gradi di giudizio - che vedevano contrapposta la proprietà (poi sostituita da due distinte curatele fallimentari) e, solidarmente, Comune di Canosa e Stato (Soprintendenza-Ministero Beni Culturali) -, solo con una recente transazione si è riusciti a chiudere la querelle. Nel mese di novembre sicuramente potranno essere completate le fasi tecniche esecutive. L’adesione della Provincia alla FAC dimostra il suo attaccamento al territorio oltre ad un vivo interesse verso l’archeologia, prima come sindaco, ora in veste di Presidente. Cosa pensa si possa fare,ancora, affinché Canosa diventi una cittadina turistica a tutti gli effetti? Nella logica della programmazione, il modus operandi prevede una serie di step da mettere in atto processualmente. In questo senso la FAC rappresenta uno strumento a disposizione per la tutela, la valorizzazione e la fruizione dei nostri beni archeologici. Sia quello che si è già fatto, così come quello che ancora occorre fare, va comunque realizzato anche in maniera orizzontale. Con ciò voglio dire che se da una parte si valorizza quello che abbiamo, dall’altra il territorio, con i suoi servizi e le sue strutture, deve via via farsi trovare sempre più pronto. Alla fine del percorso, l’interesse ed il richiamo che dobbiamo generare, deve condurre a pacchetti turistici flessibili e all inclusive appetibili che sappiano andare incontro alle esigenze del mercato. Perciò, l’intesa pubblico/privato necessita di lungimiranza, acume imprenditoriale e tanto lavoro. Noi, purtroppo scontiamo un approccio spesso individualista se non disfattista. Cionondimeno dobbiamo continuare ad impegnarci al massimo, anzi ancora di più orientando i soggetti sociali alla condivisione degli obiettivi e delle cose da fare.

e di salvaguardia dell’area, con i suoi ritrovamenti di pregio ed in prospettiva. Credo si sia ancora in attesa del parere della Soprintendenza. Come in molti altri casi, il problema può essere costituito dal tempo che intercorre e che sicuramente non gioca a nostro favore con il rischio di mettere a repentaglio lo stesso finanziamento. Altro progetto in stand-by l’annoso problema del Museo Archeologico: quali le prospettive future? Il problema è sempre quello. La Provincia si è esposta, si è impegnata a fare gran parte del tutto ma ci vuole intesa e condivisione. Al momento sembra che l’Amministrazione La Salvia ritenga faraonico, controtendenza ed inutile il contenitore museale, nonostante l’idea d’avanguardia sia stata sempre circostanziata e portata avanti con il Ministero per i Beni Culturali e la sua Direzione Regionale, che ci ha affiancati con molta determinazione. Poi sono cambiate alcune cose, la stessa Regione Puglia sta nicchiando, come alcune forze politiche locali nonostante il progetto sia stato lungamente condiviso con il concittadino sen. Nicola Rossi. Siamo, perciò, in una fase in cui le incertezze complessive ci inducono necessariamente in una condizione di attesa. Seppure i tempi si sono allungati anche per la crisi economica che ci ha travolto oltre ogni pessimistica aspettativa, resto comunque fiducioso. Alla fine interpretando un pensiero dei nostri lettori, ci chiediamo qual è il senso dell’adesione alla Fac della Provincia BAT, alla luce della possibile eliminazione o riconversione dell’Ente locale? Intanto abbiamo l’obbligo di non stare fermi, finchè c’è vita c’è speranza, quando si rischia di affogare, non è che non si prova a nuotare, anzi. Se poi taluni aderiscono allo sport di grido dell’antipolitica, probabilmente nel tempo ci mangeremo le mani se avremo perso un’ottima occasione. Comunque, quello che facciamo oggi potrà essere eventualmente trasmesso a chi subentrerà, solitamente è questo che succede, ci dovrebbe essere sempre fatta salva la cosiddetta continuità amministrativa. Che fine farebbe il Patrimonio Storico Archeologico acquisito dalla Bat con la soppressione dell’Ente? Vedi collezione Varrese? Io sono orgoglioso – questo mi sia consentito – di aver portato nel nostro patrimonio beni così importanti. Se qualcosa accadrà, le sorti non potranno che essere le stesse per tutto ciò che andrà trasferito al nuovo soggetto giuridico. L’esperienza della BAT è stata singolare nel suo genere, avendo consentito ad un territorio di recuperare la sua storia. Nostro malgrado, non sempre le cose hanno un lieto fine, il problema è che molti non lo hanno compreso. Perciò la mia strenua difesa della BAT è sia doverosa che convinta. Se bisogna chiudere, si chiuda tutti, diversamente non è giusto che si torni ad essere discriminati. Per i reperti della Tomba Varrese, ho sempre condiviso l’idea che i reperti devono rimanere sui luoghi ai quali appartengono, laddove sono stati ritrovati; perciò, non posso che confermare tutto il mio impegno (finchè me ne sarà data la possibilità) affinchè possano rimanere nella mia e nostra amata Canosa. Un saluto affettuoso e buone cose a tutti con un ringraziamento di cuore per l’impegno personale e professionale che volontariamente mettete a disposizione. Grazie per l’attenzione e per la disponibilità.

Si è tanto parlato dell’area del battistero di S.G., in occasione dell’alluvione di settembre dove il nuovo scavo della chiesa di S. Maria, separato dagli scavi precedenti da una condotta di fogna bianca, è risultato compromesso. È noto che c’era un progetto, già finanziato, per la bonifica del sito e la creazione di un by-pass. Che fine ha fatto il progetto e perché è tutto fermo? Questo progetto rientra in un intervento di riqualificazione urbanistica

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IL RILIEVO LASER SCANNER: TRA ARCHEOLOGIA, ARCHITETTURA E GEOLOGIA

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G. D’AGNELLI, S. FORTUNATO, M. R. ROTONDO Archimeter s.r.l.

el corso del tempo, l’esigenza di tecniche di rilievo che coniugassero alta precisione e rapidità di esecuzione hanno condotto all’introduzione del laser (Light Amplification by the Stimulated Emission of Radiation). Il laser scanner 3d è una tecnologia che consente l’acquisizione autonoma di milioni di punti, risultando più rapido e più economico rispetto ai metodi tradizionali, e consentendo di generare nuovi modelli di rappresentazione di forme complesse. In questo articolo sono presentati i casi di studio, sviluppati dalla Archimeter s.r.l. (una giovane società che lavora nell’ambito dei rilievi di alta precisione, fotogrammetria, topografia, termografia) e che riguardano la Concattedrale di San Sabino, l’annesso Mausoleo di Boemondo, e il Battistero di San Giovanni di Canosa di P. per l’ambito architettonico; una vasta area archeologica di Trinitapoli (BT) denominata “Ipogei dei Bronzi” per l’ambito archeologico ed alcune cavità antropiche rilevate in Canosa di P. per l’ambito geologico. Rappresentazione schematica del funzionamento del laser scanner I vantaggi previsti da questo tipo di rilievo sono molteplici: • elevato dettaglio dell’acquisizione digitale e tridimensionale; • l’informazione geometrica molto più significativa rispetto al rilievo con strumenti tradizionali, quali fotogrammetria e stazione totale; • i dati acquisiti, estremamente accurati, che rappresentano in 3 dimensioni la tipologia dell’oggetto; • possibilità, attraverso l’analisi del modello virtuale, di identificare e studiare l’oggetto sia da un punto di vista topologico che conservativo, avanzando interpretazioni critiche; • applicazione automatica di immagini fotografiche ad alta risoluzione.

ARCHITETTURA Cattedrale San Sabino - Canosa di Puglia

Mausoleo di Boemondo - Canosa di Puglia

Nuvola di punti con informazioni colorimetriche

Il primo caso di rilievo riguarda la Concattedrale di San Sabino di Canosa di Puglia. Il rilievo eseguito con laser scanner è stato realizzato in seguito ad un intervento di restauro, diretto dall’Architetto Giuseppe Matarrese (1999 – 2009), che poi è stato documentato in una pubblicazione. Il modello ottenuto dal laser si pone a conclusione di questi lavori a descrivere lo stato dell’arte. Al fine di comprendere le modalità di questo tipo di rilievo è necessario introdurre qualche definizione. La fase preliminare del rilievo è stata quella della pianificazione delle stazioni. Per stazione intendiamo il punto in cui viene posizionato lo strumento, che ha una portata massima di 300 metri, un campo visivo di 360° in orizzontale e 270° in verticale. La scelta di tale punto è determinante al fine di ottimizzare i tempi del rilievo e le successive fasi di rielaborazione dati; infatti è opportuno scegliere posizioni in cui lo strumento possa catturare il maggior numero di punti, in modo da occupare il minor numero di stazioni. Così facendo, la fase post rilievo è agevolata. Pertanto la soluzione più conveniente è meno stazioni e più informazioni possibili. Data la grandezza del sito, sono state necessarie circa settanta stazioni. Nelle figure di seguito riportate vediamo in maniera molto semplicistica quanto è raggiungibile dal rilievo laser scanner, e come si presenta la nuvola di punti ottenuta dall’unione delle diverse scansioni. Da questa nuvola possiamo attingere qualsiasi tipo di informazione, dalla semplice misura al particolare architettonico. Lo stesso vale per l’applicazione di informazioni colorimetriche, che ci fornisce la descrizione della superficie tridimensionale dell’oggetto.

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Il Mausoleo di Boemondo è una piccola architettura annessa alla Concattedrale, ivi è sepolto il principe Marco Boemondo D’Altavilla. Il rilievo, che rientra nella più ampia pubblicazione che riguarda la Concattedrale, è propedeutico ai lavori di restauro già cominciati, ed è stato commissionato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Puglia. Date Nuvola di punti - Assonometria le anguste dimensioni dell’architettura sono state necessarie circa quindici scansioni. Anche in questo caso è stato possibile effettuare una comparazione del rilievo laser scanner con un rilievo tradizionale eseguito nell’ambito di una tesi di laurea a cura del Arch. Michele Cilla. Tale rilievo fa emergere una importante peculiarità dello strumento, ovvero la possibilità di ottenere contemporaneamente la parte interna e la parte esterna dell’oggetto di studio. In questo caso, questa potenzialità dello strumento ha fatto emergere la reale conformazione dell’intradosso della volta interna del Mausoleo. Dal rilievo tradizionale, infatti, risulta esserci una volta perfettamente emisferica che segue il profilo dell’estradosso della volta stessa. In realtà, come possiamo vedere in figura 2.8, l’intradosso ha una sezione ogivale. Per ottenere i fotopiani interni, ovvero le sezioni fotografiche, non è stato possibile usare la tecnica del foto raddrizzamento. Il supporto dei software CAD è stato fondamentale. Tramite questi software, infatti, sono stati ricavati i tre prospetti esterni, e le quattro sezioni interne, passando così da un dato tridimensionale, quale la nuvola di punti, a un dato bidimensionale. Questi disegni sono serviti, mediante l’ausilio di altri software, alla ricostruzione dell’immagine fotografica e quindi dei fotopiani interni ed esterni. Le informazioni fornite da laser scanner in questo caso sono state fondamentali per ottenere, attraverso l’ausilio di altri software, un rilievo completo e dettagliato.

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Battistero San Giovanni - Canosa di Puglia

(Global Positiong System) è stato possibile collocare geograficamente la serie delle cavità, consentendo agli studiosi di Archeologia Astronomica di effettuare sovrapposizioni con le costellazioni, al fine di proseguire i loro studi su questo sito.

GEOLOGIA Cavità Antropiche - Canosa Di Puglia

Nuvola di punti con informazioni colorimetriche

Il rilievo al Battistero di San Giovanni è stato commissionato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Puglia. Il sito in questione, riconosciuto dopo gli scavi del 1967, come edificio di culto dedicato al Battista, verso la fine dell’ottocento ospitò un frantoio che utilizzò le murature preesistenti. Forse deve a questa utilizzazione l’essersi conservato fino a noi. Nel corso degli anni, dal settecento ad oggi, diversi sono stati gli scavi e gli studi che si sono susseguiti per giungere all’identificazione con un battistero. L’edificio di culto, secondo la lettura dei dadi delle basi delle colonne, ancora in sito, doveva avere una peristasi interna di sette colonne che circondavano la vasca battesimale ettagonale, e un’altra peristasi perimetrale di dodici colonne. Il tipo di edificio è nato dalla fusione della pianta centrale, circolare o ottagonale, di origine palestinese con le piante a croce degli edifici dell’Asia Minore. Il rilievo, eseguito con laser scanner, ha consentito di leggere in maniera chiara questa stratigrafia storica. E’ stata fatta, inoltre, una lettura dell’andamento delle cavità presenti all’interno dell’edificio. Il pavimento, infatti, presenta diverse cavità, alcune delle quali sono tombe. Abbiamo dunque eseguito sezioni orizzontali dalla quota d’ingresso all’edificio (considerata quota 0.00 m), verso il basso, con intervalli di dieci centimetri. La sovrapposizione di questa sezione, ha fornito informazioni dettagliate sull’andamento e sulla profondità di queste cavità. È stato possibile ottenere dei fotopiani senza l’ausilio preventivo dei software CAD, ma con il supporto di software di elaborazione di immagini. Il software CAD è intervenuto in un secondo momento, consentendoci di ricavare da questi prospetti fotografici la digitalizzazione del dato fotografico, e il disegno bidimensionale del monumento, che è stato quindi riportato secondo la rappresentazione mongiana in pianta, prospetti e sezioni.

ARCHEOLOGIA Ipogei dei Bronzi - Trinitapoli È noto come Trinitapoli sia denominata la “città degli ipogei”, in quanto circa 3500 anni fa, pare sia stata interessata da fenomeno dell’ipogeismo: un complesso di imponenti strutture fu scavato nella roccia calcarea per celebrarvi suggestivi riti intorno al fuoco, legati alla sfera del sacro. Dapprima realizzati a scopo rituale dalla popolazione che abitava questi luoghi, gli ipogei furono utilizzati più tardi a scopo funerario come sepolcro per i defunti. Il laser scanner è uno strumento in grado di riportare l’esatta morfologia dell’oggetto di studio. Nel caso di una grande area, quale l’Ipogei dei Bronzi a Trinitapoli, il laser scanner ha messo in evidenza la perfetta ubicazione delle cavità e delle buche, evidenziando dunque le irregolarità del terreno. Non sarebbe possibile ottenere tale informazione attraverso il rilievo tradizionale, se non attraverso l’impiego di più persone e di diversi giorni di lavoro. Non solo la scansione laser scanner ha consentito di ottenere ottimi risultati in pochissimo tempo, ma ha anche permesso di acquisire informazioni che si sono rivelate di notevole importanza per gli studi di un altro settore di ricerca, differente dal campo del rilievo. Lo studio effettuato, infatti, è stato messo a disposizione del convegno di Archeologia Astronomica. Si è potuto, infatti, rilevare con precisione centimetrica l’ubicazione in serie delle innumerevoli cavità. Con il dato laser scanner e l’integrazione del GPS

La città di Canosa di Puglia si colloca al limite settentrionale delle Murge e poggia su depositi plio-pleistocenici, essenzialmente costituiti da calcareniti e argille. Il centro storico, costruito su un dedalo di ipogei di tipo antropico e cave sotterranee, è caratterizzato da una condizione di elevato dissesto. La presenza di calcarenite e argilla nel territorio canosino ha contribuito sin dall’antichità allo sviluppo della relativa industria estrattiva e di trasformazione, divenendo uno degli elementi cardine per la crescita economica e commerciale della città. L’utilizzo della tecnologia Laser Scanner trova un’importante applicazione nel monitoraggio ambientale delle cavità sotterranee. L’acquisizione dei dati è stata realizzata mediante il laser scanner Leica ScanStation C10. Ne è un valido esempio il rilievo di una cavità nel sottosuolo di Canosa di Puglia in cui sono stati effettuati: rilievo plano-altimetrico, individuazione delle zone critiche come fratture e crolli, inquadramento su cartografia IGM e calcolo della volumetria. La costruzione del modello 3D e l’estrazione delle informazioni in esso contenute sono state svolte attraverso le seguenti fasi: acquisizione dati laser scanner (e fotografici), registrazione scansioni e loro georeferenziazione; meshing e generazione del modello poligonale dei dati, operazioni di editing del modello poligonale dei dati (registrazione dei dati fotografici sul modello geometrico), estrazione delle informazioni dal modello; esportazione dei dati in software per il calcolo volumetrico della cavità e delle sue variazioni. In diversi casi di studio, il laser scanner ha consentito l’acquisizione completa della geometria delle cavità attraverso la battuta di punti 3D, secondo una griglia regolare di acquisizione. Quest’ultima può avvenire da posizioni diverse in modo da garantire una ricostruzione completa della geometria. La giunzione delle varie viste avviene in fase di processamento dati ed è possibile acquisire immagini fotografiche per documentare particolari di interesse che possono essere successivamente mappati sul modello 3D della cavità. Il rilievo è ripetibile nel tempo ed utile a stimare le variazioni della cavità. Nelle operazioni di processamento dati non ci sono limitazioni sul numero di scansioni utilizzate e la registrazione relativa può avvenire senza la necessità di target. Individuati i punti comuni tra le scansioni, viene eseguita una ricerca automatica dei punti omologhi nelle scansioni stesse e la loro registrazione.

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DICEMBRE 2012

IL MODELLO GESTIONALE DELLA FONDAZIONE ARCHEOLOGICA CANOSINA

IN ANALISI ALLA FACOLTÀ DI BENI CULTURALI DELLA SECONDA UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI SANDRO SARDELLA Archeologo Sotterranei di Roma

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opo il grande successo dell’Estate Canosina 2012 e del funzionale progetto Open Days, un ulteriore tassello nell’intricato mosaico storico della Fondazione Archeologica Canosina Onlus, è stato compiuto. Saranno stati i frutti del duro lavoro ventennale, delle lunghe e appassionanti collaborazioni, del rapporto - soprattutto basato su stima ed amicizia reciproca - con l’Istituzione Ministeriale, delle inevitabili incomprensioni e delle sicure certezze di esserci sul territorio, che il coronamento di un modello ha preso vita, fors’anche come strumento di confronto e di speranza nei sistemi d’insegnamento dei migliori Atenei d’Italia. Oggi, in questo clima di disfattismo e di rarefazione - quasi come scelta di sopravvivenza, piuttosto che come scelta di moda - si può parlare effettivamente di Secolo Buio. Eric Hobsbawm, definì il Novecento come il “Secolo Breve”; non sarebbe errato definire il XXI secolo come il Secolo Buio, considerato che il grande storico definì tale il secolo precedente, durante i suoi primi decenni. 14

Questa rarefazione, porta nei giovani professionisti di molti settori – soprattutto di materie umanistiche -, la profonda paura di aver scelto in maniera errata il proprio corso di studi e il proprio futuro professionale e sociale. In tal senso, i migliori Atenei d’Italia hanno dato vita a servizi di valutazione curriculare degli studenti, di consulto psicologico, di confronto con le offerte aziendali. Tutta questa apertura di sistema, rispetto al secolarizzato e obsoleto metodo gestionale universitario, è la vera grande vittoria di un intero mondo accademico che si desta dal suo torpore tardo ottocentesco o tutt’al più tardo rivoluzionario e si fa promotore e garante delle nuove figure professionali che esso stesso sforna.   In questo clima disfattista e altamente dubitativo, s’inserisce l’intervento della Fondazione Archeologica Canosina Onlus, che il giorno 17 ottobre 2012 è stata invitata dal Dipartimento di Studio delle Componenti Culturali del Territorio di Napoli, a presentare il suo modello storico e gestionale. L’intervento si è tenuto presso il Complesso di San Francesco a Santa Maria Capua Vetere, in quella che è la sede storica della Seconda Università degli Studi di Napoli. Il tema dell’intervento, promosso dall’ateneo napoletano, è stato Nuovi Modelli occupazionali dei Beni Culturali: l’esperienza della Fondazione Archeologica Canosina. Moderatrice degli interventi e organizzatrice dell’evento, è stata la nota archeologa Dott.sa Stefania Quilici Gigli (Direttrice della Scuola di Dottorato in Scienze Umane e Sociali del SUN), mentre l’introduzione metodologica al sistema Fondazione Archeologica è stato promulgato con molta enfasi e attenzione dalla Dott.sa Rosanna Cioffi (Direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali). A intervenire sulla Fondazione Archeologica sono stati il Presidente Sabino Silvestri e l’Archeologo Sandro Sardella. Di particolare commozione è stato vedere un’Aula Magna stracolma di interessati, tra cui non solo giovani motivati ma anche docenti delle varie materie d’insegnamento. Lungo ed appassionato il ricordo di vent’anni di lavoro da parte del Presidente Sabino Silvestri, a cui è seguita la chiusa di ben tre ore di dibattimento. All’Archeologo Sardella, si sono rivolte le centinaia di domande su come si possa non perdere le speranze nel proprio corso di laurea e di come si possa affrontare con serenità un percorso lungo e fatto di anni di volontariato nonché di formazioni continue. La risposta unanime è stata nella non perdita di fiducia legata al credo intellettuale, cui tutti i tecnici in Scienze Umane sono chiamati a rispondere. Segue la necessità di mobilità mentale e fisica, il costante aggiornamento, il perseguire obiettivi costanti e la “secolarizzazione” della propria figura professionale, intesa come continuità e garanzia nei riguardi di qualsiasi Ente che desideri espandere il proprio organico. Si è riscontrata la tanta voglia di fare ma prevale ancora la paura, dettata dal crollo del grande mito del Ministero e delle Università come grandi ed uniche scialuppe di salvataggio. Il Presidente Silvestri ha sottolineato quanto il ruolo dei nuovi tecnici debba essere quello di reinventarsi. Si può essere archeologi, storici dell’arte, archivisti, guide turistiche in molti altri modi, forse più imprenditoriali e meno dipendenti da un rigido sistema di quotidianità. Tuttavia è emersa la Fondamentale ed Imprescindibile importanza delle Istituzioni a cui spetta l’operato di guidare e di assistere le nuove figure a cambiare orizzonte, fermo restando l’inevitabile e piacevole sensazione di sentirsi accompagnati da chi media sull’intervento del privato e sulla sponsorizzazione dell’imprenditoria nella gestione, valorizzazione e fruizione del Bene Culturale. L’intervento si è concluso alle 13,00, dopo aver esaurito e incentivato la voglia in molti giovani di proseguire e non perdere di vista l’importante obiettivo di preservare e intervenire, nel salvaguardare il Bene Culturale rilanciando se stessi, la propria creatività e mettendo il tutto al servizio delle Istituzioni e credendo in una sicura rispondenza, come già è accaduto per la Fondazione Archeologica Canosina. Ed ora tocca ai giovani, nuove braccia e menti del futuro fare tesoro di questi insegnamenti. Dal canto suo, la FAC si accontenta di aver pungolato quel ramo creativo e di aver spinto, forse, verso un’apertura mentale che è fondamentale oggi per salvaguardare il Patrimonio italiano, che non è semplicemente “italiano” ma è Universale e come tale non va mai inteso come mio o tuo, ma di tutta l’Umanità.

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ANNO 2 NUMERO 14

COMUNICATI

Michele Marcovecchio, Presidente Agenia Puglia Imperiale

Stand a Paestum

Con ben 25 appuntamenti nelle due giornate di incontro tra domanda e offerta, la presenza dell’Agenzia Puglia Imperiale al TTI di Rimini (che si è svolto quest’anno dal 18 al 20 ottobre) ha centrato l’obiettivo di consolidare la visibilità del marchio territoriale Puglia Imperiale e di favorire l’incoming nell’area. Il Travel Trade Italia è il più importante workshop per promuovere l’offerta del Bel Paese, vetrina d’eccezione e appuntamento leader per avviare nuove relazioni professionali e presentare l’offerta incoming ai buyer nazionali ed internazionali: ogni anno partecipano 600 tour operator provenienti da 60 Paesi, considerati particolarmente strategici per la vendita del Prodotto Italia. Alla 12esima edizione del TTI di Rimini, Puglia Imperiale si è presentata con un proprio stand frontale allo spazio della Regione Puglia, in una posizione di grande visibilità per i visitatori della fiera, fiancheggiato dagli stand del Gargano e del Salent, riuscendo così a catturare l’attenzione di gran parte degli operatori interessati alla nostra Regione. Con ben 25 appuntamenti fissati in calendario per le due giornate di incontro tra domanda e offerta al TTI, l’Agenzia Puglia Imperiale ha centrato l’obiettivo di consolidare la visibilità del marchio territoriale Puglia Imperiale e di favorire l’incoming nell’area. Gli appuntamenti in agenda, che si sono svolti all’interno dello stand, confermano l’interesse del mercato tedesco ma anche di alcuni paesi dell’est europeo (Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) e dell’area BRIC, in particolare Russia, India e Cina. Le richieste più numerose hanno riguardato l’ ospitalità in strutture ricettive di livello medio-alto, non necessariamente alberghiere, quali masserie o agriturismi, o dimore storiche, spesso con preferenza per quelle dell’entroterra più a contatto con l’ambiente naturale circostante; l’interesse per tour enogastronomici (corsi di cucina) o degustazione di prodotti tipici nelle aziende di produzione e la richiesta di “educational” per approfondire la conoscenza del nostro territorio. “La presenza di Puglia Imperiale all’appuntamento di Rimini – spiega il presidente do Apit, Michele Marcovecchio – ha sicuramente contribuito a consolidare l’immagine sistemica del nostro territorio nei confronti della domanda organizzata e dei Tour Operator nazionali ed esteri. In un contesto di grande fermento per gli operatori dell’intermediazione turistica come quello rappresentato dal Tti, anche in riferimento alle aspettative legate ai primi segnali di ripresa del comparto per il 2013, l’Agenzia ha potuto mettere in opportuna evidenza il dinamismo e la qualità della sua offerta turistico culturale, naturalistica ed enogastronomica, accanto a quella delle altre mete pugliesi più rinomate, consentendo di soddisfare un’esigenza espressa dal mercato turistico nazionale e internazionale di poter conoscere nuovi luoghi, spunti e informazioni per ampliare il prodotto Puglia, ancora molto richiesto, ma con mete diverse rispetto a quelle “classiche” del Salento e del Gargano”.

Anche quest’anno, rinnovando un appuntamento ormai decisivo per promuovere e valorizzare il patrimonio storico-culturale del nostro territorio, l’Agenzia Puglia Imperiale Turismo è stata presente alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, giunta alla sua XV edizione e svoltasi nei giorni scorsi a Paestum, presso il Centro Espositivo Ariston. La manifestazione, promossa e realizzata dalla Provincia di Salerno in collaborazione con la Regione Campania sotto l’Alto Patronato della Presidente della Repubblica con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero degli Affari Esteri, dell’OMT (Organizzazione Mondiale del Turismo), dell’UNESCO, dell’ICCROM (Centro Internazionale di Studi per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali) ed il patrocinio del Ministro del Turismo, si è confermata occasione di incontro per gli addetti ai lavori, per il business professionale, per i viaggiatori e per gli appassionati, oltre a confermarsi punto di incontro tra le tecnologie più avanzate e il mondo dell’archeologia. “La Borsa di Paestum – spiega il presidente dell’Agenzia Puglia Imperiale, Michele Marcovecchio – si propone annualmente di promuovere siti e destinazioni archeologiche creando integrazione tra diverse culture, favorire la commercializzazione di prodotti turistici specifici e la destagionalizzazione e di incrementare le ricadute culturali e le opportunità occupazionali ed economiche legate alla fruizione delle risorse archeologiche. Il nostro territorio, da Canosa a Bisceglie, da Trinitapoli a Corato (solo per citare alcuni esempi) vanta un inestimabile patrimonio archeologico, che a Paestum trova una importante vetrina internazionale”. In linea con le previsioni, infatti, la Borsa ha fatto registrare un afflusso di oltre 10.000 visitatori, confermando l’interesse di un pubblico ampio, rappresentato da Buyers, Enti, Tour Operators e scolaresche, verso il turismo culturale. L’edizione 2012 ha fatto registrare numeri positivi: 180 espositori di cui 30 Paesi esteri, 50 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 350 operatori dell’offerta, 150 giornalisti, Workshop Enit con 70 buyers esteri, provenienti da 12 Paesi. Dunque in questo importante contesto, l’Agenzia Puglia Imperiale Turismo, in collaborazione con la Provincia di Barletta-Andria-Trani e grazie alla consolidata partnership con la Fondazione Archeologica Canosina, ha aperto agli amanti dell’archeologia ed agli esperti di settore lo scrigno delle meraviglie archeologiche della Puglia Imperiale, favorendone l’approfondimento e la conoscenza. Infine è bene sottolineare che la presenza dell’Agenzia Puglia Imperiale è stata l’unica per tutta la Regione Puglia, convogliano in questa maniera la curiosità e l’interesse del vasto pubblico presente in Fiera nel corso di tutta la manifestazione.

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DICEMBRE 2012 MARIA NUNZIA LABARBUTA Fondazione Archeologica Canosina

L’olla, di cui nel precedente articolo sono state analizzate le funzioni e gli usi, nonché gli altri vasi appartenenti alla categoria della “ceramica indigena”, presentano sulle loro pareti caratteristiche decorazioni, che celano dietro i soggetti raffigurati e i colori utilizzati, il decorrere dei tempi, lo scandirsi di età affini ma successive. In questo articolo procederemo scandagliando il vasto repertorio delle classi decorative vascolari indigene, partendo proprio dallo stile da cui trasse origine lo “stile geometrico”: Il Protogeometrico iapigio XI-IX sec. a.C., è ampiamente diffuso nel sud-est d’Italia. Da questo sarebbero derivati due stili distinti ma parelleli: il Geometrico enotrio, presente in Basilicata, e il Geometrico iapigio, diffuso in tutta la Puglia, nel Melfese e nella valle del Bradano. Il Geometrico iapigio nella sua fase “antica”, seconda metà IX secolo, presenta: • decorazione: angoli inscritti semplici, insieme ai triangoli pieni o riempiti a reticolo e soprattutto, le fasce cigliate (Foto n.1) • colore: bruno, opaco su superficie generalmente chiara; • forme: olle biconiche con anse orizzontali, brocche biconiche con ansa verticale a nastro. L’intera produzione è modellata a mano.

Foto n.1 - Olla del Geometrico iapigio antico. Otranto.

Dall’inizio del VIII secolo a.C. la ceramica subisce ulteriori articolazioni. In Puglia si assiste ad una netta distinzione di forme e di decorazione, fra la ceramica prodotta nel salento Geometrico iapigio e quella dell’area settentrionale, la Daunia, chiamata Geometrico protodaunio. 16

TRA ARTE ED EVOLUZIONE: GLI STILI GEOMETRICI VASCOLARI Il Geometrico protodaunio: • decorazione: Zig-zag orizzontali, raggiera a punte mozze, losanghe piene e la pseudotenda. Nella fase più tarda appaiono motivi collegati al repertorio del Geometrico greco, ovvero losanghe e triangoli puntinati, meandro continuo o spezzato, scacchiere. • colore: bruno, opaco, la superficie è chiara. • forme: più comuni sono le olle globose e piriformi, con anse ad anello verticali o con anse orizzontali dritte sulla spalle; le olle ovoidi, con anse a piattello; le brocche piriformi, con ansa verticale, angolosa; gli askoi con ansa verticale (Foto n. 2). Si presentano modellate a mano o alla ruota lenta.

Questa ceramica è stata suddivisa in tre fasi, durante le quali avverranno modifiche sostanziali nel repertorio formale e decorativo e nella tecnica. Daunio I dal 700 al 550 a.C. I vasi sono monocromi, decorati a mano da motivi geometrici molto accurati e semplici: losanghe e triangoli, cerchi concentrici, motivi ad archetti; sono dipinti con un colore bruno, opaco. Il Subgeometrico Daunio I si articola chiaramente in due gruppi stilistici i cui centri principali di fabbricazione sono: Ordona e Canosa di Puglia. Quest’ultimo caratterizzato da una maggiore ricchezza e varietà del repertorio formale e decorativo, rispetto alla ceramica prodotta ad Ordona e dall’adozione precoce, a partire dal VII sec a.C., del colore rosso, impiegato per sottili, fasce accanto a quello bruno tradizionale. • forme: olla globosa, olla su alto piede, brocca a corpo globoso, compresso e quella a corpo globulare,. Frequenti sono gli askoi, con una o due bocche e gli attingitoi a vasca fonda o piatta e una o due anse angolose.

Foto n.2 - Olla del Geometrico protodaunio medio da tomba a tumulo. Arpi. VIII sec. a.C.

A partire dall’VIII secolo la cività iapigia, che fino ad allora era stata abbastanza unitaria, tende sempre più ad articolarsi al suo interno, assumendo la forma di tre culture affini ma distinte, messapica, peucezia e daunia, corrispondenti ai tre principali gruppi etnici che la componevano. Questo processo subisce una netta accelerazione a partire dalla fondazione di Taranto (706-705 a.C.) e delle altre colonie del versante ionico, che esercitarono una forte quanto inevitabile influenza sulle popolazioni indigene. Si giunge ad una sensibile distinzione culturale soprattutto dei Dauni rispetto a Messapi e Peucezi, dovuta alla sua posizione geografica eccentrica, che la tiene lontana da quei contatti con il mondo magno greco, i quali cominciano già da ora ad influenzare le altre due culture, e all’influenza di modelli culturali diversi ed estranei a queste. È proprio a partire dal secolo successivo,dal VII secolo a.C., comincia la produzione della ceramica “Daunia” propriamente detta.

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Foto n.3 – Olla Subgeometrico Daunio I, da Tomba 1 in contrada Toppicelli. Canosa.

Daunio II: dal 550 al 400 a.C. È caratterizzato dalla varietà di forme. Nelle decorazioni adesso si diffonde ampiamente, il colore rosso vivo o rosso violaceo. La decorazione pittorica può essere sia monocroma sia bicroma, tuttavia la prima scade con il VII sec. a.C., di fronte all’esuberanza della classe bicroma. Appare sempre più frequente una decorazione plastica, costituita da protomi di animali, appendici forcute, mani apotropaiche, nonché, più rare, figurine umane a tutto tondo (Foto n.4). • forme: Intorno alla metà del VI secolo scompare l’olla globulare su alto piede,


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mentre si impone in forma definita l’olla globosa con labbro a imbuto, che resterà il vaso più caratteristico di tale produzione fino al III secolo. Sono frequenti le brocche a corpo compresso, gli askoi, gli attingitoi, i vasi-filtro.

Foto n. 4 - Olla con labbro a imbuto, Subgeometrico Daunio II, da Tomba n. 9 in contrada Toppicelli. Canosa.

Foto n. 5 - Olla Subgeometrica Daunio III. Museo Civico, Canosa.

Daunio III: dal 400 al 300 a.C. La ceramica presenta una netta differenziazione dalla tradizione più antica, trasformandosi sotto l’influsso della progressiva ellenizzazione. Soltanto alla fine del V secolo appare, infatti, in Daunia, l’uso del tornio per la modellazione e la decorazione dei vasi, mentre tende rapidamente a scomparire l’uso della bicromia. Tuttavia persistono, limitate solo ad alcune forme cultuali, la modellazione dei vasi a mano

e la decorazione con l’impiego del colore bruno-nerastro, opaco. I motivi decorativi si rifanno sempre meno al repertorio tradizionale, accogliendo soprattutto elementi vegetali. Sono decorati spesso rapidamente con semplici fasce parallele di vernice lucida, bruna oppure arancione. (Foto n. 5)

Foto n. 6 – Olla Listata B. Museo Civico, Canosa.

Listata, prodotta sicuramente a Canosa tra la metà del IV e la metà circa del III secolo, il nome deriva dal sistema decorativo dipinto, disposto per strisce o liste, al cui interno vengono disposti delicati motivi geometrico-vegetali, cui si aggiungono talvolta piccole figure di animali estremamente schematizzate. Essa si articola in tre fasi stilisticocronologiche: “Listata A” (350-320), “Listata B” (320-300), “Listata C” (300-250 circa).

Le prime due fasi sono ancora strettamente collegate alla tradizione della ceramica geometrica di cui ripetono le forme principali, l’olla con labbro ad imbuto e l’askos (Foto n. 6). L’ultima fase si distingue, invece, dalle precedenti per l’uso abbastanza frequente accanto al colore nero del rosso e del rosa e soprattutto per l’introduzione di un repertorio formale del tutto rinnovato: askoi a doppia bocca, thymiateria, anforette, doppie situle. La Daunia esporta precocemente i suoi prodotti ceramici sia sul versante tirrenico sia su quello adriatico, avvalendosi di validi centri portuali, quali doveva essere certamente Canosa. Per di più tale esportazione, nel periodo in cui si producono i vasi del Subgeometrico Daunio, pare limitata alla produzione canosina. Questo si può spiegare da una parte con l’alta qualità di questa produzione, dall’altra con la posizione di Canosa, al centro di vari percorsi commerciali e aperta sull’Adriatico, attraverso i suoi scali sull’Ofanto, presso la sua foce e lungo la fascia costiera più a nord, di cui doveva detenere il controllo. Canosa si rivela, quindi, essere una città estremamente importante come centro produttore e propulsore di ceramica, e non solo come contenitore stantio della stessa. Nel prossimo articolo, ripromettendoci di esser ancor più sintetici e immediati, analizzeremo un vaso appartenente sempre alla categoria della “ceramica indigena”, a cui molto spesso si è fatta menzione in questo articolo: l’askos.

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cave leone / canosa di puglia 5 gennaio 2013 / h16:30 / h20:30 info: 333 88 56 300 www.canusium.it

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DICEMBRE 2012 MARIANGELA INTRAVERSATO Fondazione Archeologica Canosina

LE STELE DAUNIE I DAUNI PER I RAGAZZI... E NON SOLO

Teste di stele daunie

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roseguiamo il nostro viaggio alla scoperta della civiltà Dauna attraverso lo studio delle fonti che sono giunte sino a noi. Nell’ultimo articolo ci eravamo soffermati sullo studio dei centri abitativi e sulle diverse modalità di insediamento, notando come nel VII sec a.C. si assistette ad un graduale spostamento di importanza dai centri localizzati sul Gargano a quelli localizzati nelle zone pianeggianti o collinari. L’identità culturale, che si stava formando tra i secoli IX e VIII, creò anche delle ideologie religiose comuni che si manifestarono con le prime sculture di pietra le quali, con una graduale evoluzione, diventarono, nel VII sec a.C. , le “Stele Daunie”, una delle caratteristiche più evidenti della Daunia in questo periodo. La storia sullo studio delle “Stele Daunie” risale al 1960 quando alcuni archeologi, che avevano scavato a Monte Saraceno (insediamento Dauno localizzato sul Gargano),

sottoposero all’attenzione del prof. Silvio Ferri una testa scolpita nella pietra dall’aspetto primitivo che incuriosì a tal punto lo studioso da spingerlo ad andare direttamente sul luogo del ritrovamento. Qui furono avviate diverse ricerche che portarono lo studioso a constatare come questi ritrovamenti si incentrassero nel territorio compreso tra i fiumi Candelaro e l’Ofanto (il territorio dell’antica Daunia). Le fonti raccontano come alla morte di Diomede, il leggendario Dauno, gettò in mare le stele, ma esse tornarono nello stesso luogo da cui erano state prese. Le Stele Daunie si configurano come lastre in pietra calcarea (proveniente dalla parte meridionale del Gargano) datate dal VII al VI sec a.C., di forma rettangolare (con misure variabili da 30 a 130 cm in altezza, e da 20 a 70 cm in larghezza con uno spessore che varia da 2,5 a 14 cm) da cui nella parte superiore sporge la testa e sono decorate sui quattro lati ad eccezione della base. Ciò ha fatto ipotizzare che le lastre venissero collocate verticalmente nel terreno alla sommità del tumulo che ricopriva la tomba.

La decorazione delle Stele si può suddividere in 2 livelli principali: il primo livello rappresenta schematicamente il defunto nella sua ricca vestizione funebre; il secondo livello è costituito dal “riempitivo” del corpo, costituito da ornamenti e da scene figurate. Queste ultime, rappresentate all’interno della veste del defunto, venivano rese con incisioni poco profonde e gli ambiti, ai quali le scene si riferivano, variavano dalla quotidianità (la molitura del grano, la caccia a piedi o a cavallo, la pesca, la navigazione, la tessitura al telaio, i combattimenti a piedi o a cavallo e le bighe) all’ambito mitologico-religioso (scene di colloquio tra coppie di donne con vaso in testa e coppie di uomini, scene di offerta ad un personaggio seduto, scene nuziali, scene di commiato e scene di personaggi fantastici come mostri marini, quadrupedi con coda di pesce o con due teste e volatili con testa di quadrupede e infine personaggi del repertorio animale come volatili, cani, lupi, pesci, oche e scimmie). La tipologia della lastra e della testa (le teste femminili erano ricoperte da un copricapo di forma conica; le teste maschili, invece, dovevano essere ricoperte da un elmo o un copricapo di forma circolare schiacciata), insieme agli schemi figurativi principali (si utilizzava una spalla più o meno incavata per rappresentare un’immagine femminile, con lunghi guanti sulle braccia o pelle tatuata; invece, per le rappresentazioni maschili veniva utilizzata una spalla rettilinea) e con la rappresentazione di oggetti femminili (collane, fibule, pendagli e cinture da cui scendono diversi nastri) o maschili (nella parte anteriore della lastra il kardiophylax, il pettorale rettangolare, una spada con impugnatura e fodero, posta in obliquo, all’altezza della vita, mentre nella parte posteriore un grande scudo) fa distinguere due grandi categorie riferibili ai sessi, maschile e femminile. Entrambi i tipi di Stele, riconducibili ai due sessi, presentano le braccia piegate all’altezza della vita e le mani giustapposte sul petto. Le Stele erano colorate: il colore rosso e quello nero si alternavano creando due aree; forse quella del vivere e quella del morire. In conclusione, dopo aver esaminato tutti gli elementi che caratterizzano queste grandiose opere, quali sono le Stele Daunie, possiamo comprendere come il quadro delle nostre conoscenze sulle culture protostoriche si sia notevolmente ampliato grazie alla scoperta di questi importantissimi manufatti sui quali sono impresse le impronte indelebili di una civiltà descritta sia nella vita quotidiana ma soprattutto nella vita spirituale e religiosa. Infatti l’aspetto più eccezionale è l’incredibile capacità dei Dauni di “raccontare con le immagini” incise su tutto lo spazio disponibile ricavato tra le vesti e gli accessori. Tale capacità, tutt’oggi, non trova precedenti nelle culture attigue o contemporanee.

stele daunia maschile

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stele daunia femminile (anteriore) stele daunia femminile (posteriore)

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VIAGGIO NELL’ANTICA DAUNIA

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os’è la daunia? Non è altro che terra di sapori, terra da amare, terra ricca di un immenso patrimonio da scoprire ed esplorare. Forza della natura, magnificenza della rappresentazione della daunia è il mito, che affonda le sue radici nella sapienza artigiana millenaria, che crea forme e colori di bellezza universale, come testimonia l’antica tradizione delle ceramiche di Canosa e Arpi, che emanano il fascino di una escalation pirotecnica, grazie al cambiamento di gusto e alla nascita incontrollabile di fantasie coloristiche e plastiche (vasi policromi). È una terra con un’incredibile varietà di paesaggi, di ambienti, di risorse naturali e culturali, colline, coste, lagune, zone umide, castelli, cattedrali e soprattutto aree archeologiche che per numero, sbalordiscono i più disincantati visitatori. Inoltre l’aspetto saliente di questa parte settentrionale della Puglia, consiste, nel fatto che le aree archeologiche ed i musei, non si concentrano in una sola zona ma, come vedesi dalla cartina, sono diffusi in tutto il territorio, raccontando una storia che va dal paleolitico fino al medioevo. Tanto per avere un’idea, sono presenti circa 50 siti archeologici e ben 16 musei tra civici e nazionali. Prima di iniziare il nostro viaggio alla scoperta di questa meravigliosa terra e meglio comprendere l’itinerario da noi scelto è necessario uno schema per precisare e datare i fatti in ordine di tempo. Inizio del quaternario circa 600.000 anni fa Le quattro glaciazioni che interessano l’italia Gunz Mindel Riss 1° - 2° Wurm 1° - 116.000 anni fa Wurm Wurm 2° - 72.000 anni fa Wurm 3° - 25.000 – 18.000 anni fa I primi resti d’industria umana nel Quaternario italiano, sono del Paleolitico Inferiore (Achelleano e Clactoniano). Detto periodo, corrisponde all’Interglaciale Mindell = 400-200 mila anni fa Riss PALEOLITICO MEDIO Worm I e Worm II Esso è caratterizzato dall’industria di tipo Musteriano. Infatti corrisponde alla Civiltà dell’uomo di Neanderthal, che appare nel Tirreniano 130.000 anni fa fino a 34.000 anni fa. Sono stati distinti tre tipi di Muesteriano e precisamente • Musteriano Laquinoide* • Musteriano Carenziano orientale • Musteriano denticolato

PASQUALE TERRIBILE

PARTE PRIMA

PALEOLITICO SUPERIORE Il Paleolitico Superiore è caratterizzato dalla presenza dell’Homo Sapiens, apparso 40.000 anni fa. Il Paleolitico Superiore si suddivide è formato da due periodi: • Gravettiano = da 21.000 a 20.000 anni fa • Epigravettiano = da 19.000 a 11.000 anni fa L’Epigravettiano si suddivide in: • Epi Antico • Epi Evoluto • Epi Finale Una ricostruzione semplificata degli antenati dell’uomo sono i seguenti: • Il Ramapitecus, comparso 15 milioni di anni fa • L’Australopitecus, comparso 4-5 milioni di anni fa • L’Homo Erectus, comparso 750.000 anni fa • L’Homo Sapiens, comparso 250.000 anni fa Dall’Homo Sapiens si sono suddivisi due rami • Homo Sapiens Neanderthaliano, comparso 75.000 anni fa e poi estintosi • Homo Sapiens Moderno, comparso 40.000 anni Dopo aver fatto un quadro generale dei tempi in cui si è evoluto l’uomo archeano cerchiamo di capire come è avvenuta la sua presenza nel nostro territorio. A tal proposito scegliamo l’area centro – settentrionale del Gargano e precisamente le località della foce del torrente Romandato – lago di Varano – Vico Garganico – Carpino, dove a detta degli archeologici si è mosso per prima l’uomo erectus, ovvero, l’ultimo rappresentante del paleolitico inferiore, risalente in base al quadro generale all’interglaciale: Mindel – Riss. Sorge allora la necessità di saperne di più sull’uomo erectus. Egli compare in Africa 1.600.000 anni fa nella zona della RIFT – Valley. Dall’Africa si diffonde rapidamente in Europa e Asia e rappresenta il primo ominide a diffusione intercontinentale. Scompare circa 250.000 anni fa. È un cacciatore e raccoglitore, egli impara a utilizzare e produrre il fuoco, a fabbricare strumenti di pietra e costruire muri di pietra. La conquista del fuoco e la capacità di costruire efficienti ripari permette a costui di spostarsi verso climi più freddi. In questo suo spostarsi verso nord, è il nostro territorio ad ospitarlo. La sua presenza è dettata dal ritrovamento di alcuni suoi manufatti litici, quali, pietre trasformate in bifacciali amigdaloidi (utensili di pietra a forma di grossa mandorla scheggiata sulle due facce, tipico del paleolitico) e manufatti su scheggia. Nel nostro caso i rinvenimenti litici sono di aspetto molto antico, in quanto sono caratterizzati dallo stato fisico logorato: spigoli abrasivi, margini segnati, superfici lisciate e striate, patinatura di colore variabile, dal giallo-bruno al rosso.

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DICEMBRE 2012 GIUSEPPE DI NUNNO

L’OBELISCO DELLA CONCEZIONE DI CANOSA DI PUGLIA “DI PUBLICO OSSEQUIO MONUMENTO PERENNE”

L’antica Processione della Festa della Concezione La datazione della lapide sindacale di Ferdinando Lopez nel Febbraio del 1855, già ripulita volontariamente negli anni 80, rimanda al culto dell’Immacolata a Canosa precedente alla Bolla di Pio IX dell’8 Dicembre del 1854. La stessa lapide sindacale del 1855 fa riferimento alla “Fede antica del Suo Immacolato Concepimento”. Le fonti dell’Archivio Storico Comunale (A.S.C. - Cartella 80, fascicolo n.178) riportano nel progetto del 1853 l’assetto urbanistico di Piazza Colonna con il “trasporto a traini del volume di terra e del taglimo di tufo dal sito delle tufare di S. Pietro” e con il “Tagliamento e spianamento di terra per la formazione del vialone dalla piazza Colonna, dall’imbonatura della strada di S. Sabino sino all’obelisco, onde far andare comodamente la processione nella Festa dell’immacolato concepimento, che si celebrava nel dì g. Febbraio ultimo”. Si desume quindi che il culto mariano all’Immacolata, radicato nei secoli, preesisteva al Dogma di Pio IX con la solennità istituita nell’8 Dicembre, con una Processione che muoveva dalla Cattedrale S. Sabino verso l’Obelisco della Concezione nel giorno ultimo di Febbraio. Da ricerche storiche condotte anche presso l’Ufficio del Culto Divino del Vaticano, si presume che il Culto mariano sia riconducibile al tempo di Papa Sisto IV, che istituì la Festa dell’Immacolato Concepimento con la Messa della Concezione e la Processione. Il Papa francescano devoto della Vergine presentò la Constitutio “Cum Praeexcelsa” il 28 Febbraio del 1476 (giorno ultimo di Febbraio), introducendo la festa liturgica ed avviando il tema figurativo dell’Immacolata. Si ipotizza una corrispondenza della datazione e tradizione canosina al Magistero e alla promulgazione della lettera pastorale di Papa Sisto IV nel giorno ultimo di Febbraio del 1476.

La statua dell’Immacolata con l’Obelisco della Concezione di Canosa di Puglia da due secoli costituisce un patrimonio pubblico di storia, arte e devozione popolare, che risplende nella festività civile e religiosa d’Italia dell’8 Dicembre. A questo “monumento perenne di publico ossequio” “plaudenti i Canosini ristaurano , devoti consacrano” nell’A.D. del 2012, che richiama la simbologia laica e cristiana delle dodici stelle poste nella corona della Donna vestita di sole e nella bandiera celeste d’Europa, a suggellare la fratellanza dei popoli tra cielo e terra.

Il Vescovo della Diocesi e la benedizione della statua Nell’8 Dicembre del 1855 “nella occasione del festeggiamento per la dogmatica definizione dell’Immacolato Concepimento di Maria Vergine, il Vescovo della Diocesi opportunamente al termine dell’Obelisco seguito una processione per la città, giunto alla piazza benedisse la statua in abiti Pontificali”.

La “fede antica dell’Immacolato Concepimento”, riportata nella lapide storica del Febbraio 1855, rimanda ad una fede e ad una devozione mariana ancor più antica che rende omaggio nella stessa lapide “A MARIA VERGINE MADRE DEL DIO REDENTORE”. Con don Felice Bacco ripercorriamo le radici del culto mariano ritrovate presso il Battistero San Giovanni “IUXTA ECCLESIAM

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Lo sguardo dell’Immacolata verso la Chiesa di San Sabino Nel progetto monumentale del 1854 l’Obelisco della Concezione fu collocato sul basamento di pietra calcarea “onde elevarlo di livello e rivolgere l’immagine della Vergine Immacolata di fronte alla Chiesa di San Sabino nella direzione della visuale per la strada principale, che vi conduce”. Viene ribadita “la situazione della statua colla faccia rivolta alla Chiesa di S. Sabino” in un legame del Culto della Festa e della Processione dell’Immacolato Concepimento di Febbraio e nel legame tra la Vergine Maria SS. con la Chiesa Madre del Santo Patrono della Città. Il culto dell’Immacolata a Canosa di Puglia Il Culto dell’Immacolata, confermato a LOURDES dalla veggente Berndatette Soubirous quattro anni dopo, il 25 Marzo 1858, è stato vivificato a Canosa di Puglia su Via Irpinia (oggi via Corsica) nella Chiesa dell’Immacolata eretta alla STELLA MATUTINA - A. D. MDCCCLXII (1862) con donazione della Famiglia Ferrara. Oggi come tempio cittadino, custodito dalle Suore Francescane Alcantarine, accoglie in ostensione la statua dopo il restauro, per celebrare la devozione e l’ossequio del popolo e per evocare la bellezza artistica e spirituale della scultura: “Tota Pulchra es Maria et macula originalis non est in Te”.

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PARTE SECONDA

BEATISSIMAE ET SEMPER VIRGINIS DEI GENITRICIS MARIAE”. Dal Concilio di Efeso del 431, dai legami di Canusium Apuliae con il mondo bizantino, la Chiesa di Santa Maria del IV° secolo, l’icona bizantina di Maria SS. della Fonte dell’XI° secolo e la lapide del 1855 dell’Obelisco della Concezione testimoniano e riscrivono la storia, l’arte, la fede e la devozione popolare alla Theotokos, “a Maria Vergine Madre del Dio Redentore” e “Immacolata”.

Statua Madonna Immacolata


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Bollettino di informazione e cultura della Fondazione Archeologica Canosina - Canosa di Puglia - Dicembre 2012

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