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STORIA DI UN’AMICIZIA

EPIFANIA DELLA BELLEZZA

POPPAEDIO P. L. SECVNDO

di Marisa Corrente

Mons. Felice Bacco

di Sandro Sardella

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LA GESTIONE ORDINARIA DEL PATRIMONIO ARCHEOLOGICO È A RISCHIO

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APRILE 2013 | ANNO 3 NUMERO 15

Periodico trimestrale a cura della Fondazione Archeologica Canosina Via J. F. Kennedy, 18 Tel. 0883 664716 Reg. n. 12/2009 Sito internet: www.canusium.it E-mail: tuindaunios@tiscali.it Direttore responsabile: Anna Maria Fiore Coordinatori: Marisa Corrente, Angelo Antonio Capacchione Gruppo redazionale: Oronzo Brandi, Angela Di Gioia, Luigi Di Gioia, Vincenza Distasi, Sabino Merra, Sabino Silvestri, Domenico Samele, Marina Silvestrini, Francesco Specchio, Pasquale Terribile, Sandro Sardella, N.T.P.A. Carabinieri, Mariangela Intraversato, Maria Nunzia Labarbuta Hanno collaborato: Francesco Ventola, Michele Fontana, Giuseppe Zaccaro, Michele Marcovecchio, Mons. Felice Bacco, Nicola Luisi Progetto grafico: Alfonso Flora Foto su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia Stampa: Grafiche FABA In copertina: PISSIDE CILINDRICA A FIGURE ROSSE fine IV sec. a.C. – inv. 8904 Palazzo Sinesi, Canosa di Puglia Sul coperchio: decorazione figurata di un giovane seduto, con mantello avvolto intorno alla parte bassa del corpo nudo. Sulla sinistra un thymaterion. Foto: Studio D’Alessandro

È vietata la riproduzione dei testi, delle illustrazioni e delle notizie senza la citazione della fonte, o senza la preventiva autorizzazione della F.A.C. o degli autori.

di Luigi Di Gioia

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CANOSA RICORDA di Anna Maria Fiore

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RECUPERO DEL MOSAICO CON SCENA MARINA DELLE TERME FERRARA

di Anna Maria Fiore e Antonio Capacchione

di Mariangela Intraversato e Anna Luisa Casafina

di Francesco Specchio

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INTERVISTA A MICHELE MARCOVECCHIO pagina 10

L’XI SECOLO TRA STORIA E ARTE

VIAGGIO NEL TEMPO di Nicola Luisi

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ARCHEO INFORMAZIONE di Sandro Sardella

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INTERVENTO DI UNIMPRESA BAT

VIAGGIO NELL’ANTICA DAUNIA

di Puglia Imperiale

di Pasquale Terribile

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pagina 18

L’ASKOS di Maria Nunzia Labarbuta

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1993 – 2013 di Anna Maria Fiore

Vent’anni sono trascorsi da quello scatto di orgoglio che ha portato alla creazione della F.A.C.. Un doppio decennio caratterizzato da lotte, disseminato di aneddoti e lastricato di un quotidiano cresciuto con l’obiettivo di un approdo: ITACA, come afferma Marisa Corrente nel suo sentito ricordo del compianto Soprintendente Giuseppe Andreassi. Tutti noi canosini dobbiamo andare in mare aperto, smettere di navigare sotto costa e prendere coraggio se davvero vogliamo conquistare la nostra isola. Rimango sempre affascinata dalla rilettura degli eventi, da quello stringersi la mano, dal rischiare in proprio per un’idea, dal condividere un progetto, ma sopratutto sento l’emozione di Michele Fontana traboccare dai ricordi

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degli “Ori di Taranto” trasportati in una anonima borsa personale dal Soprintendente Andreassi. Condivido le stesse emozioni di Don Felice, di fronte alle recenti scoperte della cupola. La spirale a cerchi concentrici sembra elevarci verso il trono dell’altissimo, guidati dal Santo Sabino. Non mi capacito a pensare ai segreti che la nostra Cattedrale ancora racchiude, nella sua architettura e nella sua stratigrafia. Che non sia S. Sabino ancora oggi la chiave per il rilancio storico-religioso della nostra città? È tempo di fare quadrato, tutti uniti per invocare dopo 20 anni di F.A.C. il nostro MUSEO ARCHEOLOGICO e perchè NO anche il MUSEO della CATTEDRALE. Vi aspettiamo numerosi l’11 maggio presso il Teatro Lembo, alle ore 10,00, pronti a pretendere che il SOGNO DEL MUSEO DEL TERRITORIO non venga infranto dalla miopia della politica.


APRILE 2013

STORIA DI UN’AMICIZIA SCORGERE ITACA

MARISA CORRENTE Funzionario archeologo Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia

Giuseppe Andreassi non è stato un uomo che ha governato destini altrui. Non ha mobilitato la retorica del buon fare per acquistare medaglie ed elogi. È stato un uomo che credeva nella buona volontà e nella fiducia reciproca. Il suo tempo si è misurato con la densità e la positività di chi cerca in tutti la ragione del buon operare. In questo va ricercata la dignità del suo pensiero, la forza del suo agire, non nella techne, ma nella libertà, nella creatività, nell’autocostruzione, nella convinzione dell’homo humanus. A lungo Soprintendente Archeologo di un Ministero nato 38 anni fa, che con la riforma del cd. Codice Urbani è diventato Ministero per i Beni e le attività Culturali, da pochi anni attento osservatore, in un’intima solitudine, in una nicchia di volti e cose a lui care, dell’avvenire incerto delle azioni di tutela dei beni culturali . Il processo di affermazione e di crescita di questo organismo di tutela è stato da lui percorso con l’idea di una sfida giornaliera: un avanzare per far emergere la potenzialità umane delle risorse a disposizione, un continuo voler garantire i vincoli etici della grande narrazione dei beni culturali. Al di là dell’azione suasiva delle belle parole e dell’ascesa di un riformismo che modifica di continuo assetti e procedure, Giuseppe Andreassi ha saputo sottrarsi alla demolizione delle Soprintendenze. Ha registrato anno per anno le sempre più ridotte risorse finanziarie destinate alla Regione Puglia ed ha attuato, in maniera tenacissima, una sua politica etico-culturale. Ben lo sanno i cittadini di Canosa che hanno conosciuto la visione costruttiva di un Soprintendente garante della rinascita di una città mortificata nel tempo da saccheggi e dispersioni di beni, resa polverosa dalle macerie dell’indifferenza. L’elaborazione di questo progetto, e lo dice un funzionario che ha seguito le età della sperimentazione e del successo, è partita dall’idea di soddisfare i bisogni primari della città: ha saputo sondare le esigenze di una collettività che si sentiva povera perché non si commisurava alla 2

dignità di un tempo e alla nobiltà di una lunga storia, di una città in cui erano leggibili le tracce di una guerra di civiltà:un legame egemonico con il passato ed un asservimento alla modestia del presente. Occorreva partire da alcune osservazioni fondamentali per ricomporre il blocco storico: quella lunghissima storia di dispersione del patrimonio archeologico e l’attesa della “redenzione” attuabile solo nel superamento di una consolidata incapacità di decenni di storia cittadina di riconoscere le istituzioni ministeriali preposte alla tutela. Il Soprintendente che abbiamo conosciuto è stato allora funzionario dalla presenza ubi-quale: il capo di Istituto con sede a Taranto, l’uomo garante del modello politico di tutela dei beni culturali territoriali regionali, ma anche il Soprintendente di Canosa che non ha più tollerato la ricerca insoddisfatta dei bisogni vitali, la cultura come esigenza primaria, ed ha aperto la strada a quel dinamismo costruttivo ed espansivo che ha generato soluzioni, ricerca di una nuova immagine, ricchezza di pensiero. Era un Soprintendente che nei ruderi abbandonati, nelle isole dimenticate, nelle rotte inesplorate scorgeva Itaca. Uomo-marinaio, libero navigatore che riconosceva nelle città della sua regione la storia di antiche radici, la consapevolezza del riscatto. Canosa-Itaca giaceva davanti a lui: l’ha percorsa accreditando una politica costante di non-discriminazione. Ha saputo riplasmare l’isola espropriata dai Proci, fidando nella meravigliosa bellezza di Atena. Non uomo-straniero, ha percorso la vasta distesa del mare delle incertezze e della burocrazia perché la cultura approdasse in questa città di antica storia. Pochi i compagni di questo cammino. Come non ricordare Francesco Sisinni direttore Generale del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, pronto a condividere il progetto della nascita di Palazzo Sinesi, sede della Soprintendenza, avviata a una gestione mista tra pubblico e privato? Come potranno mai dimenticare questo Soprintendente i tanti amici di Canosa che hanno condiviso, con baldanza ma anche umiltà, la tensione felice verso la modernità del progresso? La prospettiva di ascesa della struttura, nata con ben precise esigenze espositive, si è evidenziata nella moltiplicazione di manifestazioni culturali. Da Canosa sono passati, in un felicissimo ritorno, gli ori di Opaka Sabaleidas, a Canosa sono ancora esposti i reperti della tomba Varrese. Nella vicenda intrapresa, il Soprintendente Andreassi ha saputo governare questo piccolo cosmo in evoluzione, ha reinventato la trama delle alleanze e una storia nuova dell’archeologia urbana. È stato uno splendido e meraviglioso lavoro e siamo tutti convinti che l’abbia reso felice, come ci ricorda la riflessione di Primo Levi sulla categorie umane di lavoro e felicità: “…Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono…”.

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ANNO 3 NUMERO 15 Nella pagina affianco: Giuseppe Andreassi mentre firma la convenzione con la FAC

Tanti sono gli episodi e aneddoti da citare per ricordare il Dott. Giuseppe Andreassi (ci vorrebbe un libro). Preferisco ricordarne uno per tutti. Un pomeriggio del lontano 1994 dovevamo inaugurare “Palazzo Sinesi”, avemmo una riunione preliminare presso lo studio tecnico dell’Ingegnere Andrea Zaccaro (socio fondatore), eravamo presenti io, il Dott. Serengeli, Vice Direttore Generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Dott. Giuseppe Andreassi. L’incontro aveva lo scopo di analizzare tutti i dettagli organizzativi per l’apertura della struttura museale e l’inaugurazione della prima mostra. Alla fine dell’incontro il Dott. Andreassi, aprì la sua borsa, che aveva tenuto sempre con se e disse: “Ho dovuto superare una infinità di ostacoli ma, alla fine sono riuscito a mantenere la promessa”, con grande stupore di tutti, pose tra le mie mani il diadema d’oro e lo scettro, rinvenuti nella tomba degli ori e precedentemente esposti nel Museo Archeologico di Taranto. Immaginate la mia gioia e la mia emozione, lo ringraziammo quasi piangendo. Egli, con molta semplicità, disse: “Lei Dott. Fontana, la Fondazione Archeologica Canosina e la Città di Canosa di Puglia, meritate questo ed altro. Avete ideato e aperto una nuova strada per valorizzare il numeroso patrimonio archeologico di Canosa e dell’intera Italia. La collaborazione fra pubblico e privato si può attuare e deve essere sempre migliorata”. Grazie Dott. Andreassi.

La scomparsa di Giuseppe Andreassi è stata una perdita dolorosa e troppo importante per il territorio provinciale. Dolorosa per il rapporto personale, importante per il ruolo e per come lo ha interpretato. Giuseppe Andreassi non è stato un Soprintendente, era il Soprintendente. La sua serietà e la sua competenza hanno rappresentato una garanzia di alto profilo nel complesso e difficile  contesto dei Beni Archeologici. Il Premio Diomede conferitogli nella XII Edizione per l’opera meritoria,    ha rappresentato, perciò, un simbolico ma tangibile segno di gratitudine. Nelle mie funzioni istituzionali, aver potuto condividere problematiche, obiettivi ed interventi è stato un onore. Mi rammarica, tra le altre cose, che non abbia potuto vedere completato il progetto di riqualificazione del sito della Tomba Varrese alla cui realizzazione molto ha contribuito  fra gli impegni più ultimi. Perciò, il poter dare continuità a quanto da lui avviato, per i diversi livelli di competenza, significa essere riconoscenti per la dedizione espressa, significa onorarne la figura. Sul piano personale, invece, rimane l’insegnamento di un grande appassionato del proprio lavoro e delle testimonianze archeologiche alle quali dobbiamo offrire tutela, salvaguardia, valorizzazione e fruibilità. Francesco Ventola Presidente Provincia di Barletta-Andria-Trani

Dott. Michele Fontana

Ho conosciuto il Dott. Giuseppe Andreassi nel marzo del 1992 quando, partecipai alla costituzione della Fondazione Archeologica Canosina. Trovammo la persona giusta al posto giusto, tutte le problematiche si risolvevano quasi per magia, positivamente e velocemente. Nonostante la sua posizione di funzionario dello Stato, con tutte le precauzioni possibili, egli riusciva sempre a mediare nei rapporti tra pubblico e privato. Un episodio che ricordo sempre con piacere, fu quando gli comunicammo che la struttura di Palazzo Sinesi era pronta ad ospitare i reperti, nell’occasione ci riferì “Ecco i miracoli del privato, rispetto al pubblico; ma come avete fatto senza nessun fondo statale o comunale a realizzare tutto questo, spendendo molto poco ed in così poco tempo? Era commosso e felice più di un canosino. I nostri impegni reciproci venivano presi con una semplice stretta di mano, era un uomo d’altri tempi ed aveva una sola parola. Addio carissimo amico.

Ci sono uomini che hanno intuizioni, uomini che hanno fiuto, uomini che precorrono i tempi. Questo è stato Giuseppe Andreassi, ho difficoltà a dire “è stato”, è come se lo offendessi, io preferisco dire questo è Giuseppe Andreassi, un uomo che ha creduto in Canosa, che ha creduto nella Fondazione, che ha precorso i tempi e ha dimostrato che il connubio pubblico privato può funzionare. Ha scommesso su di noi ed ha vinto ed abbiamo vinto. Sono tanti i ricordi della figura di quest’uomo, dai tanti incontri a Canosa o nella sua Taranto dove fino a tarda sera era sempre disponibile a rispondere al telefono per chiarirci dubbi e per rassicurarci con il suo dire su quello che stavamo facendo. Ricordo la sua figura quando incontrammo Al Ministero il Direttore Generale Sisinni, quando sottoscrivemmo la convenzione con Serangeli, quando...quando era necessario era sempre presente, sempre schivo sempre attento, sempre al di fuori dei riflettori, sempre pronto a far tagliare agli altri i nastri salvo quando facemmo inaugurare una mostra a Palazzo Sinesi al Principe Alberto Ranieri di Monaco con il quale interloquì splendidamente in francese. Ma l’Andreassi che più mi sovviene è il componente del Comitato Scientifico della Fondazione, sempre prodigo di consigli e di suggerimenti specie nella fase di recupero dell’Ipogeo Varrese da lui riscoperto e fortemente voluto recuperare. Ricordo sempre la sua frase a chiusura di ogni intervento “…non per me ma per il Varrese” e sarà proprio a lui invece che dedicheremo questo Monumento. Grazie Peppino so che non ci farai mai mancare i tuoi preziosi suggerimenti, io sono qui ad ascoltarli...sempre.

Dott. Giuiseppe Zaccaro

Il Presidente F.A.C. Sabino Silvestri

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APRILE 2013

EPIFANIA DELLA BELLEZZA

MONS. FELICE BACCO

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IN QUESTA PAGINA Foto 1: Particolare della cupola Foto 2: Crocefissione bizantina Monastero di Visoki Decani (Kosovo)

NELLA PAGINA SEGUENTE Foto 3: Particolare della mano con tre dita ripiegate Foto 4: Gesù crocifisso

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orno volentieri a parlare della cupola e dell’affresco venuti alla luce tre mesi fa in cattedrale, sollecitato dagli amici della Fondazione Archeologica. Che sia una scoperta di grande importanza storica lo abbiamo anche ascoltato dagli interventi delle professoresse Marina Castelfranchi e Gioia Bertelli, durante la conferenza organizzata per presentare i lavori. “È la scoperta più importante degli ultimi decenni – ha sostenuto la Castelfranchi – relativa al periodo paleocristiano, non solo a Canosa ma anche nel resto del mondo cristiano”. Ma, accanto all’importanza storica, mi piace rilevare che non mi abituo ancora alla bellezza di questo angolo della chiesa, diventato una sorta di ‘gioiellino’ architettonico, che suscita continuamente in me e in chi viene in cattedrale, emozioni sempre nuove. In quest’ultimo mese, che ha registrato una crescente presenza di visitatori, ho osservato e colto la sorpresa e lo stupore che questo inedito scorcio della cattedrale suscita nei turisti. Una guida tedesca l’altro giorno mi ha detto in un italiano quasi sillabato: “Da dove è ‘uscito’ questa meraviglia?!”. Quando gli ho spiegato l’origine giustinianea del monumento, ha prontamente richiamato il gruppo da lui guidato, per correggere quanto aveva prima detto loro: “La cattedrale non è del Mille, ma risale a molti secoli prima! È paleocristiana. L’ha edificata san Sabino!”. È intensa la soddisfazione che provo quando sento parlare, o anche solo pronunciare il nome del nostro santo Patrono. Dopo tanto oblio, finalmente si ritorna a parlare della Sua importanza e delle grandiose opere da Lui realizzate: sicuramente amava Canosa e cercava di renderla sempre più bella e importante, come continua ad emergere dalle testimonianze archeologiche. Penso che la cupola, restaurata e riportata alla sua originaria bellezza, ci offra oggi un segno tangibile della sensibilità e della grandezza di san Sabino, il quale, viaggiando per le sue molteplici missioni pastorali, conoscendo ed apprezzando la varietà di altre culture e le singolarità di altre espressioni artistiche, aveva modo di arricchire la propria esperienza ed affinare il proprio gusto per l’arte. Non è una caso che abbia riproposto a Canosa modelli architettonici che ebbe modo di osservare durante le sue missioni soprattutto a Roma e a Costantinopoli. In questa ottica và considerata la costruzione del Battistero di san Giovanni con la chiesa del Salvatore, del complesso episcopale di san Pietro, la ristrutturazione del tempio intitolato alla dea Minerva e la dedicazione ai santi Cosmo e Damiano, così come papa Felice IV aveva restaurato il tempio pagano dedicato a Romolo per poi intitolarlo ai Santi Medici.

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San Sabino trae ispirazione dagli edifici di culto romani, riproponendoli nella sua Canosa. I modelli a cui si è ispirato nell’edificare la nostra cattedrale sono in Oriente e precisamente la pianta della chiesa di san Giovanni ad Efeso (tre navate con l’abside e due transetti laterali) e il sistema a cupole che sormonta la basilica di santa Sofia a Costantinopoli. È dunque una chiesa giustinianea, cioè edificata nel periodo in cui Giustiniano era imperatore d’Oriente: non credo che ci siano altri esempi in Puglia. È straordinaria la perfezione della tecnica usata e della posa in opera: i maestosi archi in cotto romano che scaricano sui capitelli, l’alternanza di tufelli (tufo ‘duro’ e ‘gentile’) e mattoni (trentatré cerchi concentrici, alcuni con il monogramma sabiniano. Al centro della cupola una croce greca in pietra lavica. Ora sappiamo con certezza che la chiesa è paleocristiana, per cui va retrodatata, smentendo coloro che, come si era scritto in passato, l’avevano classificata romanica o normanna! Essa è stata voluta ed edificata dal nostro amato Patrono. Possiamo dunque affermare che la nostra è la cattedrale più antica della Puglia, a conferma ulteriore della prestigiosa Diocesi di Canosa che può vantare sin nel IV secolo la presenza del vescovo Stercorio, che firma gli Atti del Concilio di Sardica (343): “Stercorius ad Apulia de Canusio”. Tornando al restauro della cupola e del transetto della cattedrale, sono anche affiorati i resti di un affresco che rappresenta la crocifissione, datata tra il XIII e il XIV secolo. Sono ben visibili una parte della figura di Gesù crocifisso, la Madonna, tre aureole in una delle quali è ben visibile il volto di una donna (Maria di Magdala?), il sole e la luna con i volti umani (a rappresentare il salmo 22: “Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo… Da me non stare lontano, poiché

l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta”), due angeli (con le mani velate in segno di adorazione) ai due lati superiori della croce (uno dei due visi è segnato da una evidente lacrima), la folla che guarda e altri volti in rilievo. Si intravede anche, sotto un lato della croce, una mano con due dita (il medio e il mignolo) in alto e le tre ripiegate, quasi nascoste. Vicino, un cerchio che potevano essere i resti dell’aureola. Confrontando il nostro affresco con la crocifissione bizantina del Monastero Ortodosso di Visoki Decani (Kosovo), sono riuscito a decifrare il personaggio che probabilmente era raffigurato. Infatti nell’affresco del monastero di Visoki Decani, tra la folla che guarda c’è anche un personaggio con le dita della mano nella stessa posizione, con la spada, lo scudo e l’aureola in testa. Mi sembra di poter dire che il personaggio rappresenta il centurione che, come descrive l’evangelista Matteo, dopo la morte di Gesù, visto quello che succedeva, disse: “Davvero costui era Figlio di Dio” (Mt.27, 54; cfr. Lc. 23,47). Il centurione dunque crede in Gesù Cristo, ecco perché ha l’aureola e con le dita della mano manifesta la sua fede nelle due nature di Gesù (le due dita alzate) che nascondono le Tre Persone Divine (le tre dita piegate ). Ancora oggi si benedice alla ‘bizantina’ con le dita della mano nella posizione su indicata. Nel nostro affresco sono rimasti solo la mano e i resti dell’aureola. Come doveva essere bello e imponente! In una sua recente mail il Magnifico Rettore dell’Università di Foggia, Giulio Volpe, dopo essersi complimentato per la ‘eccezionalÈ scoperta, scrive: ”È incredibile che una città così, con un numero di chiese che fa quasi impallidire anche Ravenna, non abbia il rilievo che merita anche dal punto di vista della valorizzazione e fruizione”. Non possiamo che condividere la sua considerazione e batterci il petto in segno di contrizione! Peccato! Ma, pensiamo ora a promuovere quello che ci è rimasto: non è assolutamente poco!

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APRILE 2013

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POPPAEDIO P. L. SECVNDO

a storia della Canusium romana, dal I al IV secolo d.C., si arricchisce sempre di nuove informazioni o tende a riscoprire e a reinterpretare personaggi ed eventi che composero un intricato mosaico, tutt’oggi non del tutto ricomposto. Tra i vari casi di questa miscellanea di genti e di popoli, s’inserisce una preziosa iscrizione di pietra, facente parte di un sepolcro ubicato nella zona nord-est della città antica e moderna: il sepolcreto di Lamapopoli. E’ stata scoperta e riscoperta ormai ben tre volte: la prima volta, nel 1954, quando l’allora Ispettore ai Beni Regi Michele Gervasio, iniziò una campagna di scavo fortuita e pulizia dal fango, di una serie di monumenti sepolcrali nell’area nota come Lamapopoli; la seconda volta, a seguito di una campagna di scavi sistematica, verso gli anni Ottanta del Novecento; la terza volta, a seguito di una recente alluvione nel settembre del 2012, che ha portato a ripulire l’area interessata dall’accumulo di detriti e terra, sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia e la collaborazione del personale della Fondazione Archeologica Canosina Onlus. Ciò che colpisce di questo eccezionale documento epigrafico, non è soltanto la dimensione (quasi due metri di lunghezza) e il fregio con i fasci littori, ma la storia di questo personaggio, vissuto a cavallo tra il I e il II secolo d.C. e ricostruibile con una serie di confronti incrociati: un ex schiavo liberato, che trovò il suo riscatto sociale acquisendo l’ambita posizione di sacerdote del culto imperiale, un Augustale.

IL LIBERTO DI UNA ILLUSTRE FAMIGLIA ITALICA DI LUNGA STORIA CHE ONORÒ L’IMPERATORE SANDRO SARDELLA Collaboratore archeologo

IN QUESTA PAGINA Foto in alto: Iscrizione funeraria in pietra

P. Poppaedio P.l. Secundo Aug(ustali), Poppaediae Pudori l., P.P. ( duobus Publiis) Poppaedis filis.

NELLA PAGINA SEGUENTE Foto in alto: Particolare dell’iscrizione

Via Kennedy,76 - CANOSA DI PUGLIA tel.0883/661408

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ANNO 3 NUMERO 15

L’iscrizione funeraria, fu posta verosimilmente da un liberto o dalla moglie di Poppaedio Secundo o dai figli di questo, presso il sepolcro. La forma allungata della stessa, suggerirebbe una tipologia sepolcrale a edicola e priva di un alto architrave superiore. In tal senso, l’iscrizione si posizionava ai lati dell’ingresso al monumento funerario. Il luogo della scoperta dell’iscrizione, ha messo in luce un fenomeno verificatosi in antico: il riutilizzo della lastra/stele in una successiva sepoltura, che suggerisce non soltanto una prassi nell’ambito del primo cristianesimo per il sepolcreto in esterna di Lamapopoli, ma - così come per altri esempi di rimpieghi -, di una probabile alluvione che distrusse gran parte delle tombe di I-II secolo d.C.

In seguito a queste osservazioni e prove archeologiche, se ne deduce che la lastra apparteneva a un sepolcro oggi non più osservabile. La tomba fu dedicata a Publio Poppaedio Secondo, Poppaedia Pudore e ai loro figli, di cui non viene specificato il nome. Già la motivazione di tale mancanza, potrebbe essere un sintomo di alcune ipotesi, tutte valide ma non giustificabili: 1. I figli di questa coppia non morirono a Canosa e quindi furono sepolti altrove; 2. La tomba potrebbe non aver ospitato i figli della coppia, perché qualcosa deve aver reso impossibile la sepolture degli stessi nella struttura di famiglia (un probabile alluvione, per l’appunto); 3. I figli scelsero di essere seppelliti insieme alle relative mogli e figli in altri contesti sepolcrali; Premettendo l’assoluta impossibilità, allo stato attuale delle scoperte, di poter appoggiare e giustificare nessuno dei tre punti sopracitati, si rileva la mancata indicazione dell’onomastica dei figli e l’assenza di ulteriori iscrizioni della gens Poppaedia nell’agro di Canosa. Ciò che emergerebbe prorompente dalla iscrizione è il fatto che sia Poppaedio Secondo che Poppaedia Pudore, erano stati schiavi di un Publio Poppaedio. Poco si sa di questa gens romana, tranne che la si ritiene proveniente da Milionia1 in Marsica e iscritti alla tribu Sergia. Dopo la distruzione dell’antico centro italico ad opera dei romani nel 294 a.C., la popolazione fu distribuita nell’agro della Valle di Giovenco. In uno di questi siti, il Fundus Magnus (oggi Le Rosce), si stabilirono i discendenti della gens Poppaedia come rivelerebbe il rinvenimento nel 1814, di parte di una stele funeraria di questa

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famiglia, oggi nel Museo Lapidario Marsicano di Avezzano. Wilhelm Henzen2 nel 1898-99, ricorda l’iscrizione in questione, dedicata a Poppaedia Secunda. Questa iscrizione riguarda una discendente di Quinto Poppedio Silone, eroe3 della Guerra Italica. Nel 91 a.C., insieme alla Lega Italica (Marsi, Peligni, Frentani e Marrucini), realizzò a Corfinium la capitale degli Italici insorti contro Roma, chiamandola ITALIA. Una recente scoperta funeraria4 a Vietri di Potenza, in località Massa, getterebbe luce sulla prima generazione di liberti della gens in questione. In maniera specifica, un monumento funerario oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Muro Lucano, rivela la particolare ricchezza di questa prima discendenza liberta dei Poppaedii. Si tratta di una stele architettonica a edicola che ospita e protegge, come in un tempietto, il ritratto di una defunta. Questa è raffigurata con i capelli raccolti in un diadema e ornata da collana e orecchini. Sul polso destro reca un bracciale, mentre con la mano sinistra, impreziosita da due anelli - uno al pollice e l’altro all’anulare - stringe un frutto. Dall’iscrizione si deduce che il monumento funerario doveva appartenere ad una donna della gens Poppaedia, famiglia che aveva possedimenti nell’area di Vietri e nel Vallo di Diano in età tardo-repubblicana. Questa testimonianza, inoltre, confermerebbe lo spostamento dei liberti della Poppaedia dalla Marsica alla Lucania. Sulla gens Poppaedia si sa che a Grumentum ci furono due fratelli (Sestio e Quinto Poppedio) edili5 appartenenti a tale famiglia, che nel 51 a.C. ricostruirono a proprie spese 1200 piedi di mura urbane. Sembra che dopo Grumentum (dove ancora non si registrano liberti della gens in questione), i Poppaedii si siano poi trasferiti a Volcei. Qui avrebbero gestito numerosi fondi agricoli6, tramite la manomissione di schiavi. E’ quindi possibile, che i liberti canosini, manomessi da un Publio Poppaedio, provengano da Grumentum o da Volcei. La loro presenza a Canusium nella prima metà del II secolo d.C. come unico caso sino ad ora accertato, non sembra essere legata a una precisa questione. Tuttavia, rientrano nelle numerose gentes marsicano/lucane, presenti a Canusium dal I secolo d.C. sino al III secolo d.C., in seguito alla monopolizzazione della produzione laniera canosina, verificatasi molto verosimilmente ai tempi dell’Imperatore Traiano. Questa ricca famiglia, anche se liberta, potrebbe aver avuto interesse nel commercio o nella produzione diretta della lana e, a seguito di questo alto rango sociale, Publio Poppaedio Secondo fu eletto Augustales, ossia uno dei 21 membri del collegio sacerdotale locale, addetto al culto dell’Imperatore, verosimilmente da riconoscere nella figura di Antonino Pio. Oltre non sappiamo di questa facoltosa famiglia non canosina, che potrebbe aver avuto ruoli non indifferenti nell’ambito della comunità d’adozione. 7


APRILE 2013

SUMMIT DEI SOPRINTENDENTI DEL MERIDIONE ALLA XV BMTA DI PAESTUM

LA GESTIONE ORDINARIA DEL PATRIMONIO ARCHEOLOGICO È A RISCHIO LA ROCCA «TRA GLI ESEMPI POSITIVI: CANOSA E LA SUA FONDAZIONE» LUIGI DI GIOIA Amministratore Unico Dromos.it Soc. Coop.

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na vera e propria ricognizione sulla conoscenza delle problematiche del patrimonio archeologico nel meridione d’Italia: è stato questo l’obiettivo dell’incontro “Gestione ordinaria e valorizzazione intelligente nelle aree della Magna Grecia”, promosso dal Ministero dei Beni e Attività Culturali (MiBAC), svoltosi il 15 novembre u.s. a Paestum nel corso della XV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico. Qui sono intervenuti e si sono confrontati i vertici delle Soprintendenze ai Beni Archeologici, alla presenza di Anna Maria Buzzi, Direttore Generale Direzione Generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale MiBAC e Luigi Malnati, Direttore Generale Direzione Generale per le Antichità MiBAC: Adele Campanelli, Soprintendente per i Beni Archeologici delle Province di Salerno, Avellino, Benevento e Caserta; Teresa Elena Cinquantaquattro, Soprintendente Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei; Luigi La Rocca, Soprintendente per i Beni Archeologici della Puglia; Antonio De Siena, Soprintendente per i Beni Archeologici della Basilicata; Simonetta Bonomi, Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria; Umberto Spigo, Parco archeologico delle Isole Eolie e delle aree archeologiche di Milazzo, Patti e dei Comuni limitrofi. Un unico filo conduttore ha legato i vari interventi dei relatori: il patrimonio archeologico è messo in serio pericolo dalle sempre più scarse, spesso insufficienti, risorse economiche e umane a disposizione delle Soprintendenze.

P.zza V. Veneto, 10 / Via N. Amore, 1 CANOSA DI PUGLIA

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ANNO 3 NUMERO 15

Tutti evidenziano problemi che vanno dalla riduzione del numero del personale, nella fattispecie i tecnici, ritenuti quest’ultimi fondamentali in un Ministero come il MiBAC, alla mancanza, addirittura, dei soldi per far fronte alle spese ordinarie (corrente elettrica, telefono, etc.), figuriamoci per la manutenzione ordinaria, ovvero la prima e indispensabile forma di tutela e di conservazione, del patrimonio archeologico. Si riesce a far fronte, con molti sacrifici, alla sola fruizione del patrimonio (musei statali e aree archeologiche) di stretta competenza ministeriale. Di interventi di valorizzazione, nonché di scavo sistematico (attività comunque molto intensa, considerata l’esigenza di molti territori di accrescere il proprio patrimonio per obiettivi di sviluppo culturale, turistico ed occupazionale), si parla solo in relazione all’utilizzo di fondi europei. Occorre sottolineare, inoltre, che gran parte del patrimonio archeologico spesso ricade in proprietà degli Enti Locati (Comuni, Province, Regioni); in particolar modo i Comuni sono stati gli esecutori di molti espropri di aree d’interesse archeologico, nonché titolari di collezioni civiche. Conseguentemente la questione si fa più complessa e articolata. Osserviamo più da vicino la situazione pugliese. È il Soprintendente Luigi La Rocca a fare una ricognizione dello “stato di salute” dell’archeologia in Puglia. La Soprintendenza ai Beni Archeologici dispone complessivamente di poco meno di trecento dipendenti, dislocati in sedici uffici sul territorio regionale; per la cronaca, essi sono in numero inferiore ai soli custodi dell’area di Pompei. Gestisce direttamente sei musei statali (Taranto, Egnazia, Altamura, Gioia del Colle, Canne, Manfredonia) e sette aree archeologiche di cui tre regolarmente fruibili (Canne, Egnazia, Monte Sannace), tre provviste di recinzione ma con assenza di qualsiasi tipo di custodia (S. Maria di Siponto, Dolmen di Bisceglie, Tempio dorico di Taranto) e una con solo presidio di custodi (S. Pietro degli Schiavoni, Brindisi). Dispone annualmente di circa 250 mila euro tra fondi della Direzione Regionale (140 mila euro), fondi ministeriali (100 mila euro) e fondi ordinari sempre più scarsi, a fronte di 475 mila euro per le sole spese di funzionamento al netto della manutenzione. Un debito che si trascina da tempo e che, naturalmente, non può che portare al collasso il sistema, mettendo a rischio l’inestimabile patrimonio archeologico. Ai luoghi su citati vanno sommati, secondo una stima del Soprintendente, circa una cinquantina di siti archeologici e un centinaio di musei, non in gestione diretta della Soprintendenza. In questi casi

la gestione è diversa: spesso è affidata agli Enti Locali, Comuni in primis, specie nei casi in cui all’acquisizione delle aree hanno provveduto gli stessi, con forme d’intesa con il MiBAC o casi in cui gli Enti hanno affidato a terzi (associazioni, cooperative, etc.) la gestione. Questo sistema è parso ideale, in considerazione della cronica scarsità di risorse ministeriali, e di fondi e di personale, solo in parte colmate dall’affidamento a privati dei cosiddetti ‘servizi aggiuntivi’ sulla base dell’art. 17 del Codice dei BB.CC. Tra l’altro tale affidamento in Puglia ha subito un traumatico arresto, causa un contenzioso aperto nel 2011 col concessionario; a questo si aggiungono successivi intoppi burocratici e amministrativi che hanno rallentato l’iter per il nuovo affidamento. Secondo La Rocca, il panorama molto diversificato, sia sui modelli e tipologie di gestione, sia sugli effetti legati alla fruizione, evidenzia notevoli problematiche che non garantiscono livelli accettabili di organizzazione, manutenzione, comunicazione, servizi, continuità nella fruizione, valorizzazione del patrimonio. Tutto ciò trasmette nell’opinione pubblica un quadro di vero e proprio degrado, d’incapacità dell’amministrazione pubblica. È stata sufficiente una carrellata d’immagini, dalla Daunia alla punta estrema del Salento, a evidenziare lo stato di totale abbandono di numerosissimi siti dati in gestione agli Enti locali. Esempio drammatico: il Parco archeologico di Botromagno a Gravina ove, tra l’altro, sono stati spesi in passato fondi pubblici. «Naturalmente non mancano esempi positivi - afferma il Soprintendente Luigi La Rocca - in cui le sinergie tra Ministero, Enti Locali e privati si sono attivate e possono essere un punto di partenza: uno di questi è certamente il caso di Canosa e della sua Fondazione Archeologica». Prosegue con una breve analisi dello straordinario patrimonio archeologico e delle fasi che hanno portato la Fondazione a gestirlo d’intesa con il Comune e la Soprintendenza. «La Fondazione riesce a coniugare - conclude La Rocca – attività di promozione e valorizzazione, a volte finanziando o ricercando finanziamenti per la manutenzione e conservazione, condivise con la Soprintendenza, come il caso congiunto di restauro e valorizzazione dell’Ipogeo Varrese». In un panorama regionale con molte ombre e poche luci, ove il patrimonio archeologico è parte integrante e vivo dell’intero tessuto territoriale, l’auspicio del Soprintendente, da noi condiviso, non può che essere quello di «favorire un programma di conservazione e fruizione intelligente, basato su una stretta cooperazione del MiBAC con gli Enti Locali, le Università, il mondo produttivo. Solo così il patrimonio culturale potrebbe diventare fattore in grado di garantire sviluppo in tutti i settori, anche nell’ottica concreta di creare nuove opportunità di occupazione per tanti giovani formatisi con eccellenza nelle facoltà umanistiche delle Università pugliesi».

Via Moscatello - 76012 Canosa Di Puglia (BT) tel: 0883 664526

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APRILE 2013

INTERVISTA A MICHELE MARCOVECCHIO

ANNA MARIA FIORE E ANTONIO CAPACCHIONE

Foto in alto: Michele Marcovecchio

È trascorso giusto un anno dalla sua nomina a Presidente e Amministratore Unico dell’Agenzia Puglia Imperiale Turismo. Come considera questa nuova esperienza? “Una esperienza abbastanza positiva in un ruolo impegnativo e prestigioso quella maturata nell’arco di poco più di un anno: nel febbraio 2012 sono stato nominato dal Patto Territoriale nord barese-ofantino come Presidente ed Amministratore unico dell’Agenzia Puglia Imperiale Turismo (una nomina che porto avanti in maniera del tutto gratuita, con spirito di servizio e passione, è bene sottolinearlo ancora una volta), e fin da subito ho potuto constatare l’enorme potenzialità che questa Agenzia ha sul territorio, potendo contare su un patrimonio monumentale, naturalistico e enogastronomico davvero ineguagliabile. Ma spesso queste potenzialità vengono soffocate dalle corte vedute, dai personalismi e dai localismi di qualcuno degli enti coinvolti, ma anche dalla burocrazia”: Michele Marcovecchio non nasconde l’entusiasmo per il ruolo che ricopre per l’Agenzia Puglia Imperiale Turismo, ma neanche cela ombre e problematiche che tendono a “ostacolare” in qualche modo un cammino che potrebbe invece essere assolutamente luminoso per l’economia del territorio.

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ATTIVITÀ DIDATTICHE

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Servizi per il turismo culturale e scolastico


ANNO 3 NUMERO 15

I Comuni della Bat in che modo collaborano con l’Agenzia? Questa collaborazione può essere migliorata? “I dieci Comuni della Bat, insieme a Corato (sono 11 i Comuni del Patto Territoriale e dunque all’Agenzia Puglia Imperiale), pur avendo sposato con grande lungimiranza il concetto di “rete” aderendo al Patto Territoriale, in alcuni casi sembrano non cogliere alcune occasioni che determinati progetti proposti da Puglia Imperiale riescono ad offrire. E’ chiaro che la crisi economica attanaglia un po’ tutti, enti comunali in primis, e noi comunque facciamo di tutto per riuscire a portare risultati che valgano per tutto il territorio, nessuno escluso”. Ci può dare notizia sulle attività più importanti svolte nel suo mandato e quali ricadute turistiche ci sono state nel territorio? “In verità solo elencandole riempiremmo numerose pagine del giornale. Posso citarne alcune: Progetto Interregionale Itinerari di Federico II; BIT 2012 “Il Turismo della memoria” – Premio giornalistico internazionale; ITB Berlino (marzo); Convenzione con Puglia Promozione per servizio Iat Trani; Riti della Settimana Santa in Puglia Imperiale; XIV Settimama della Cultura: eventi a cura di Puglia Imperiale; Convegno Teatro Lembo (20 aprile) e riconoscimento per tesi su Puglia Imperiale (20 aprile); Art&Tourism Firenze (maggio); Progetto Amistad – Treno dell’Alta Murgia: firma protocollo d’intesa; Progetto Puglia Green Hour; Progetto Open Days; Incontro sulla via Francigena (luglio); Puglia Imperiale e Miragica insieme per una nuova proposta di promozione turistica del territorio; Attivazione Infopoint a Trani estate 2012; miglioramento funzionale del servizio di informazione turistica dello Iat di Barletta; Premio Diomede (Canosa agosto) l’Ambasciatore della Costa d’Avorio in visita a Trani (settembre); Travel Trade Italia Rimini (settembre); Conferenza stampa Sagra fungo cardoncello (ottobre); Borsa mediterranea del Turismo archeologico di Paestum (novembre); Progetto Discovering. Nel 2012 l’Agenzia ha condotto anche le consuete attività di redazione e aggiornamento del proprio portale PUGLIAIMPERIALE.COM (on line dal 2006) che promuove ogni giorno tutte le opportunità del nostro territorio e gli eventi organizzati da Comuni e associazioni locali in 25 lingue in tutto il mondo. Nel 2013 ancora la Bit di Milano, la guida “le Strade di Federico II”, Discovering Puglia e la proposta della Settimana del Patrimonio Culturale in Puglia Imperiale”.

assessore all’archeologia e turismo del Comune di Canosa. Loro ci mettono passione, così come noi, e questo è fondamentale. Continuando a sviluppare queste sinergie sia con la Fondazione che con l’amministrazione comunale, potremo incrementare ancor di più la promozione e la valorizzazione del nostro patrimonio, per un incremento turistico ”. Alcuni mesi fa la Gazzetta del Mezzogiorno pubblicava un articolo per una sua richiesta fatta a vari Comuni per la disponibilità ad ospitare la sede dell’Agenzia Puglia Imperiale Turismo, tra cui anche l’amministrazione di Canosa. Ad oggi quali riscontri sono stati dati dai sindaci? A quella nostra istanza, inviata per sondare alcune possibilità di ampliare la nostra sede, risposero sia Trani, Canosa e Corato. Abbiamo fatto un sopralluogo nelle tre opzioni indicate, ma al momento siamo ancora in attesa di provvedimenti amministrativi da parte dei sindaci. Alla scorsa Bit di Milano lei ha proposto di organizzare la “Settimana del Patrimonio Culturale in Puglia Imperiale”, parlandone anche durante l’incontro svoltosi il 12 marzo scorso nella sala consiliare della nostra città. A che punto è il progetto e come hanno risposto le amministrazioni comunali e le associazioni? “La Settimana del patrimonio Culturale in Puglia Imperiale è frutto di un gran lavoro di rete e di raccordo portato avanti con dedizione ed impegno. L’idea, da me lanciata in occasione della conferenza stampa alla Bit di Milano, era stata sposata dalle autorità politiche e dai rappresentanti istituzionali presenti in quella importante vetrina. Poi, dopo un comitato di pilotaggio a Puglia Imperiale, l’incontro nella sala consiliare di Canosa: lì abbiamo condiviso il progetto con Comuni, enti e associazioni del territorio (erano presenti anche i presidenti della Pro Loco Regionale e Provinciale), ed è stato poi programmato in forma unitaria un calendario di iniziative di promozione turistica per il periodo primaverile, creando un’efficiente rete di collaborazione tra le istituzioni e gli operatori locali. La nostra proposta è stata poi sostenuta appoggiata dalla Provincia di Barletta - Andria - Trani ne ha condiviso contenuti e finalità, per una l’iniziativa che si svolgerà fra sabato 11 e domenica 19 maggio prossimi. Questa è la dimostrazione che questo territorio anche in un momento di grande difficoltà deve trovare le idee e la forza per reagire con politiche mirate a sostenere l’economia turistica e l’occupazione. Grazie per l’impegno e la disponibilità.

La Fondazione Archeologica Canosina e altre associazioni culturali locali hanno avuto sempre un ruolo propositivo nei rapporti con l’Agenzia. Come pensa possano migliorare questi rapporti per un maggiore incremento turistico nella nostra cittadina? “È assolutamente vero, l’impegno e la stima è reciproca sin da quando ho ricoperto la carica di

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APRILE 2013

RECUPERO DEL MOSAICO CON SCENA MARINA DELLE TERME FERRARA MARIANGELA INTRAVERSATO E ANNA LUISA CASAFINA

Foto in alto: Mosaico del grifone marino II sec. d.C. Foto in basso: Mosaico prima del restauro

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a storia del mosaico con scena marina delle Terme Ferrara è ben nota. Il mosaico è stato rinvenuto nel Gennaio del 1967, in seguito alla demolizione di vecchi fabbricati compresi nell’area tra Piazza Terme e le vie Imbriani, Giuliani e Rovetta, all’interno dell’imponente, ampio ed articolato edificio termale risalente all’età Antonina (II sec. d.C.). Fu staccato e successivamente rimontato su un pannello esposto nei giardini degli ipogei Lagrasta. Il progetto di contestualizzazione del mosiaco negli spazi di Piazza Terme ha comportato l la realizzazione di una copertura ai fini espositivi, nell’arae centrale di Piazza Terme. Il frammento di mosaico di 32,27 x 3,80 m è caratterizzato da tessere bianche e nere di 1,5- 2 cm e presenta al suo interno molte lacune. Un campo di tessere bianche è delimitato in alto da due fasce rispettivamente di quattro e due filari di tessere nere. La superficie di tessere bianche è percorsa da segmenti di tessere nere disposte su sette file a indicare schematicamente le onde del mare. L’elemento più caratteristico del mosaico è un grifone marino preceduto da un altro animale marino di cui oggi resta solo la coda. Il grifone marino presenta sul corpo alcuni dettagli anatomici resi con fini tessere bianche Col tempo si è prospettatta la necessità di rendere leggibile il tappeto mosaico, con una trama decorativa compromessa dai depositi di residui polverosi. Sotto la direzione del funzionario responsabile per la tutela dei beni archeologici, Dott. Marisa Corrente, e grazie alla sinergia tra Amministrazione del Comune di Canosa di Puglia , la Fondazione Archeologica Canosina e Comitato di quartiere Piazza Terme (sempre sensibile e presente a questo tipo di iniziative), è stato eseguito un breve intervento di pulitura del pavimento musivo. L’intervento è stato seguito da Anna Luisa Casafina e da Mariangela Intraversato, con la rimozione dei depositi terrosi con spazzole a setola morbida nel pieno rispetto dell’opera, portando alla luce le cromie e le immagini raffigurate. In seguito si è proceduto alla stesura di un leggero strato di tempera di colore rossastro chiaro applicato con pennello, sulla superficie di cemento che funge da supporto per il mosaico. Ciò ha avuto lo scopo di far risaltare e valorizzare il mosaico pavimentale. Durante le operazioni , si è proceduto a una dettagliata documentazione fotografica. Il progetto si è concluso il 29 Marzo, restituendo alla cittadinanza canosina, felice di questa rinascita, un mosaico ricomposto nella sua tessitura cromatica.

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ANNO 3 NUMERO 15

CANOSA RICORDA: AMEDEO MICHELE DI CHIO

ANNA MARIA FIORE

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abato 4 maggio 2013 una telefonata dell’amico prete Don Nicola Fortunato, mi preannunciava la fine dell’esistenza terrena di Amedeo Michele Di Chio. E come capita spesso quando si pensa a qualcuno che non c’è più, ritornano in mente i momenti vissuti, le parole mai dette e quelle ascoltate in una carrellata di ricordi. Allora ho cercato freneticamente quel libro...si quel libro tanto desiderato i cui appunti per lungo tempo sono stati lì in quella cartella nel suo studio. Amedeo, dopo tanto cercare, raccogliere, studiare, voleva lasciare la sua eredità, fatta di cose semplici, di brillanti intuizioni, grande generosità ed amore per il territorio. Ho continuato a cercare tra i miei libri, ho guardato tra i libri dedicati a Gaetano Maddalena, di Iacobone, di Petroni, ma il Di Chio o meglio MerraVitale non c’era. Allora si è aperta la caccia frenetica a quel libro che mi era capitato fra le mani qualche giorno fa e che ora si nascondeva fra testi mai letti, pagine consunte e fogli sottolineati tante volte per trattenere il contenuto. Niente! Mi sono fermata un attimo a pensare, ed ecco saltare fuori quel libro ultimo atto di generosità del Dott. Di Chio verso la sua Canosa: “Civiltà della valle dell’Ofanto. Le oriigini”, scritto in collaborazione con Giovanni Merra e Gaetano Vitale. Era tra i libri dedicati all’anarchismo, filosofia di vita che Amedeo aveva sposato sin da giovane. Quando ancora studente era accorso a Firenze a spalare la melma che aveva ricoperto i preziosi volumi degli Uffizi, a causa dell’alluvione, o quando testardo aveva fondato l’Archeoclub con Michele Di Giacomo, Franco D’Ambra, Vincenzo Di Trani ed altri, divenendone presidente. Il suo impegno ed il suo smisurato amore per il territorio lo aveva portato a diventare direttore del Museo Civico, a segnalare importanti scoperte archeologiche alla Soprintendenza a lottare per l’istituzione di un Museo Archeologico Nazionale.

Non aveva un carattere facile, testardo, determinato, ma integro ed onesto intellettualmente o lo si amava da subito o la sua pignoleria lo rendeva spesso insopportabile. Rispettoso per la cultura, il mondo dell’arte, umile generoso, ribelle, perennemente alla ricerca delle origini, di un Dio che contestava ma che amava profondamente in chi soffriva, per la povertà nel corpo e nello spirito. Pronto a prestare la sua opera di medico gratuitamente, pronto ad aprire la porta dei suoi “giacimenti culturali” che con orgoglio, ma sommessamente mostrava. Ricordo il nostro primo incontro, in occasione di una conferenza organizzata dalla F.A.C. alla Scuola Media Foscolo nel lontano 2004. Qualcuno degli amici della Fondazione mi indicò proprio Amedeo, quale esperto di storia locale; io ero alla ricerca di notizie sul movimento anarchico canosino, per la mia tesi di laurea e lui fu preziosissimo. Non solo mi aiutò a delineare la rete e gli attori del Movimento dal 1° dopoguerra ad oggi, ma mi aiutò a capire la filosofia dell’ anarchismo troppo spesso banalizzata e strumentalizzata da chi confonde il disordine con l’ordine naturale e l’utopia con la follia. Dell’uomo, del medico, dell’amico, del ricercatore oggi rimangono le tracce, le impronte che ha lasciato perchè si è speso, si è donato alla nostra città con grande generosità. Ricordo con ammirazione il sollievo che riusciva a portare ai giovani ricercatori e agli studenti dell’Università di Foggia quando il Prof. Volpe, con la Dott.ssa Giuliani e il Dott. Leone scavavano a S.Pietro. A metà mattinata Amedeo giungeva sullo scavo a portare bibite fresche agli assetati ricercatori distrutti dal caldo e alla sera spesso invitava tutti a cena a casa sua dove si discuteva dei ritrovamenti. Memorabili alcune feste conclusive delle campagne di scavo. Il Dott. Amedeo Michele Di Chio era tutto questo ed ora in un momento tanto difficile per la creazione del tanto agognato Museo, il ricordo delle sue battaglie, ci deve dare la forza per continuare a lottare per poter avere a Canosa, magari alla scuola Mazzini, come voleva lui, il nostro Museo. VIETATO CALPESTARE I SOGNI!! Ciao Amedeo Michele, un grazie da tutta la F.A.C.

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APRILE 2013

L’XI SECOLO TRA STORIA E ARTE FRANCESCO SPECCHIO

Foto in alto: Bari: basilica di S. Nicola

L’

XI secolo è considerato il momento della vera rinascita dell’Europa, nell’arte, nell’economia e nella società. Scampata la paura dell’anno Mille, che secondo antiche credenze avrebbe segnato la temuta fine del mondo, nei vari Stati europei si sviluppò un autentico fenomeno di rinnovamento. Col tempo, la società feudale, caratterizzata da una rigida gerarchia verticale (vassalli, valvassori, valvassini, militi e, per ultimi, i servi della gleba), abbandonò le campagne e i manieri per trasferirsi nelle città, ripopolate dalla gente. In questo periodo nacquero e cominciarono ad affermarsi i ceti sociali cittadini, la nobiltà, la borghesia e la classe operaia; furono istituite figure amministrative come il podestà, cominciarono a nascere le corporazioni di artigiani. Dal punto di vista politico e militare, in questo secolo entrarono in scena i Normanni, discendenti dei Vichinghi. Giunti dal Nord-Europa, considerati barbari e mercenari, riuscirono in breve tempo ad organizzarsi e diventare uno dei più potenti eserciti occidentali del periodo. La forza di questo esercito si concentrò su due importanti episodi: la battaglia di Hastings nel 1066, in cui essi conquistarono l’Inghilterra a spese dei Sassoni e il vincente assedio di Bari del 1071, quando Roberto il Guiscardo scacciò i Bizantini da Bari e dall’intera Italia meridionale. Con i Normanni ebbe inizio l’epoca d’oro del nostro Sud. Altro grande episodio politico-militare di questo periodo furono le Crociate, volute da Dio e dalla Chiesa, sulla spinta dell’attaccamento religioso, per rivendicare e salvare Gerusalemme, in mano

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all’invasore infedele. In questo periodo, le arti conobbero un notevole risveglio. Si diffuse, in un’Italia divisa in tanti piccoli Stati, la lingua volgare, genitrice degli attuali dialetti; mentre in Francia si affermarono le più raffinate lingue doc e d’oil, grazie alle quali furono composti poesie e poemi locali di quel tempo. L’XI secolo fu il momento in cui ebbero inizio in Europa le grandi costruzioni religiose, il punto di partenza della grande architettura occidentale. Dopo l’anno Mille, con la rinascita delle città, ci fu un fervore edilizio ed architettonico grazie all’affermarsi di uno stile semplice, ma al tempo stesso razionale, denominato “Romanico”, termine che mette in contatto questo stile con l’arte e l’architettura romana, grazie al ritorno dell’utilizzo dell’arco e delle volte per chiese ed edifici. L’area in cui nacque questo fenomeno artistico-architettonico fu la Francia, da cui tale fenomeno riuscì a diffondersi in tutta Europa. Da questo periodo, in ogni città furono costruiti edifici religiosi, civici e militari, beneficiando talvolta dei servigi di importanti artisti come ad esempio l’architetto Lanfranco o lo scultore Wiligelmo, per il cantiere della cattedrale di Modena (XI-XII sec.). La Puglia è considerata una delle regioni più attive, proprio per quanto riguarda la costruzione di chiese e castelli. Bari, Trani, Bitonto, Troia, Siponto, Otranto sono solo alcuni dei centri sui quali cominciarono a svettare imponenti testimonianze architettoniche del periodo. La notevole attività architettonica in Puglia (regione con il maggior numero di edifici religiosi romanici in Italia) fu dovuta soprattutto a due motivi: la dominazione normanna e l’utilizzo della pietra calcarea, materiale idoneo per le costruzioni locali. Bisogna aggiungere anche eventi particolari che hanno portato alla costruzione delle chiese pugliesi, come fu per la basilica di San Nicola eretta dopo l’arrivo delle ossa del santo, giunte a Bari da Myra (Turchia), traslate da 62 marinai baresi. In questo secolo a Canosa, fu ampliata la cattedrale di San Sabino, il cui edificio originario fu eretto nell’VIII sec. I rifacimenti strutturali dell’XI secolo furono i primi di una lunga serie di interventi e restauri, che modificarono inevitabilmente l’aspetto del duomo canosino. All’interno della chiesa, nello stesso periodo, furono realizzati il pulpito da Acceptus e il trono vescovile da Romualdo, considerati tra i principali esempi di scultura medievale in Puglia.

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ANNO 3 NUMERO 15

ARCHEOINFORMAZIONE LE INIZIATIVE DELLA FONDAZIONE ARCHEOLOGICA CANOSINA ONLUS PER LA SETTIMANA DEL PATRIMONIO CULTURALE IN PUGLIA IMPERIALE

In linea con quanto delineato nel programma di accordi con Puglia Imperiale e a seguito di autorizzazione della competente Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia, la Fondazione Archeologica Canosina Onlus, il Comune di Canosa di Puglia, la Provincia Barletta-Andria-Trani, la Basilica Cattedrale di San Sabino e la Dromos.it, presentano un programma di iniziative collegate al polo espositivo/museale di Palazzo Iliceto e Basilica Cattedrale di San Sabino. Le iniziative sono le seguenti: Savinus Uomo e Architetto di Dio in Basilica Cattedrale di San Sabino dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00. L’esposizione, collocata nella cripta della Basilica di San Sabino, analizza la doppia realtà (diplomatica e architettonica) della figura storica del Vescovo Sabino di Canosa.

CONVEGNO AL TEATRO COMUNALE RAFFAELE LEMBO DI CANOSA

A inaugurare la Settimana dei Beni Culturali in Puglia Imperiale a Canosa (11-18 maggio 2013), sarà il convegno sulla Missione Museo, al Teatro Comunale Raffaele Lembo. Questa occasione pubblica, si baserà su di una tavola rotonda che proponga la prospettiva di un Museo Nazionale a Canosa. Verranno presi in esame le prospettive, il sistema di gestione e le disponibilità da parte degli Enti e delle Istituzioni. Canosa di Puglia, 11 maggio 2013 ore 10.00

IL SITO DELLA NECROPOLI DI PIETRA CADUTA

Una mostra fra le Mostre Museo Civico e Fondazione Archeologica Canosina Onlus Storie di una identità culturale a Palazzo Iliceto tutti i giorni della settimana organizzata dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00. Si tratta di una esposizione cronologica di articoli di giornale e locandine che spiegano la storia delle due istituzioni culturali legate al Bene Archeologia.

Sarà possibile, in via del tutto inedita, visitare l’area archeologica e paesaggistica di Pietra Caduta. Il sito, presenta delle importantissime testimonianze di sepolture dette a grotticella, dal VI al III secolo a.C., direttamente ricavate nel banco di calcarenite. Sarà inoltre visitabile una cava di tufo del XIX secolo, a cielo aperto, suggestiva per la presenza di tombe daune in sezione. Dal sito, tramite una passeggiata archeologica, sarà possibile visitare l’Ipogeo dell’Oplita, l’Ipogeo del Cerbero, l’Ipogeo D’Ambra e l’Ipogeo Lagrasta. La visita sarà possibile col servizio a call center 333/8856300, gestita dalla Dromos.it e svolta da una delle guide autorizzate dalla Provincia BAT, in base alle disponibilità del personale in giornata.

Il Museo Archeologico di Palazzo Sinesi e tutte le aree archeologiche della città, saranno visitabili come di consueto e in collegamento alle esposizioni sopracitate.

Informazioni presso il sito www.canusium.it profilo facebook Fondazione Archeologica Canosina Onlus, call center 333/8856300 e info@canusium.it

Prosper Biardot e le terrecotte funerarie sacre a Dioniso a Palazzo Iliceto (sede espositiva del Museo Civico) tutti i giorni della settimana organizzata (11-18 maggio 2013) dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 19.00. La mostra si basa sulla esposizione dei 54 acquerelli dell’archeologo francese che, nel 1846, acquisì il nucleo di terre cotte figurate oggi al Museo del Louvre.

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APRILE 2013

VIAGGIO NEL TEMPO

IPAZIA D’ALESSANDRIA

LUISI NICOLA

Ipazia d’Alessandria, la prima scienziata vittima del fondamentalismo religioso. Senza dubbio è la più celebre matematica e filosofa dell’antichità tenuto conto dell’esistenza di una dettagliata documentazione sulla sua vita e sulle sue opere al pari dei ben più noti filosofi come Socrate, Platone e Aristotele. Ipazia nacque nel 370 d.C. ad Alessandria d’Egitto, capitale delle scienze dell’Impero Romano. Figlia di Teone, matematico e astronomo direttore del Museion la più famosa accademia dell’antichità, Ipazia approfondì i suoi studi presso la Scuola Neoplatonica di Atene. Ammirata per la sua bellezza e la sua saggezza, assunse ben presto la direzione della Scuola Neoplatonica di Alessandria. Insegnò matematica e filosofia, scrisse trattati di algebra e compilò numerose tavole astronomiche. Commentò opere come gli Elementi di Euclide e Le Coniche di Apollonio, commenti usati nel XVI secolo per illustrare i cicli secondari e le orbite ellittiche dei pianeti. Il nascente Rinascimento, che partendo dalla valorizzazione degli autori antichi incentivò una complessiva ridefinizione del sapere, riscoprì e studiò le sue opere annoverandola tra i padri della Filosofia ( Ipazia è l’unica donna inserita nell’affresco la Scuola di Atene di Raffaello, l’affresco che esaltava le facoltà mentali dell’uomo). 16

Le vengono attribuite invenzioni come l’Astrolabio per il calcolo del tempo e l’Areometro per determinare il peso specifico di un liquido. Nonostante vivesse in un’epoca fortemente influenzata dalla misoginia aristotelica, che affermava una totale avversione per l’emergente mondo femminile, Ipazia divenne un punto di riferimento per i giovani che si affacciavano ai primi studi filosofici. Fu assassinata nel 415 d.C. cadendo vittima delle persecuzioni cristiane contro i rappresentanti della scienza ellenistica. Accadde infatti che il vescovo Cirillo, patriarca di Alessandria, sfruttando abilmente i conflitti sociali tra le diverse etnie, cristiani ebrei e pagani, iniziò la sua epurazione eliminando gli eretici pagani. Nonostante avesse amicizie influenti come il prefetto romano Oreste e il vescovo di Tolemaide Sinesio non sfuggì alla sua sorte diventando la prima scienziata vittima di una disputa religiosa. La sua condanna fu sancita soprattutto perché Ipazia rappresentava il simbolo dell’amore per la verità, per la ragione e per la scienza che aveva fatto grande la civiltà ellenistica, per la distinzione che affermava con vigore tra religione e conoscenza, concetto non ancora assimilato in quel periodo, e per la sua condotta di vita sociale e politica dove primeggiava su tutti i filosofi del tempo sembrando una provocazione per i forti ideali conservatori della società vigente. Oggi Ipazia è un’icona di nobiltà e di aristocrazia del pensiero, una musa senza tempo per pittori e poeti e l’ultimo sogno della ragione. Ultimamente Ipazia è stata riscoperta con opere letterarie come i libri scritti da Silvia Ronchey “Ipazia - la vera storia” e da Adriano Petta e Antonino Colavito “ Ipazia - vita e sogni di una scienziata del IV secolo d.C.” e da un bellissimo film “Agorà” del regista spagnolo Amenabar. Il web, come sempre, è ricco di link e siti per approfondimenti sull’argomento.

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ANNO 3 NUMERO 15

INTERVENTO DI UNIMPRESA BAT

Turismo quale fonte di sviluppo e crescita del territorio, occasione mai sfruttata appieno. L’agenzia Puglia Imperiale ha ancora molto da dare ma serve una visione innovativa e diversa. Ne è consapevole anche il presidente Michele Marcovecchio che nella riunione del comitato di pilotaggio mette alcuni paletti e condizioni. Come componenti del comitato approviamo la linea dura del presidente. Un clima nuovo e rinnovato. Lo si è notato subito e lo si è capito quando il tavolo della sala riunioni e la sala stessa si sono riempiti di rappresentanti delle Associazioni, delle ProLoco e anche di alcuni amministratori pubblici che ancora credono nelle finalità dell’Agenzia con sede a Palazzo Caccetta.

SAVINO MONTARULI unimpresa bat

Di fronte a questa partecipazione ampia e qualificata, di fronte ad alcune assenze non sempre altrettanto costruttive e soprattutto di fronte alla necessità di vedere le cose in una prospettiva differente, le parole del Presidente Michele Marcovecchio sono chiare, dirette ed esplicite così come esse sono rivolte specificatamente verso coloro che evidentemente poco credono o forse mai hanno creduto nel ruolo importante di Puglia Imperiale ma che sono chiamati ad un ravvedimento o ad altre scelte, purché altrettanto chiare e precise. Noi come Unimpresa, unitamente a tutti gli altri colleghi delle Associazioni che, come la nostra, fanno parte del Comitato di Pilotaggio, abbiamo apprezzato anche questo nuovo linguaggio così come condividiamo appieno la presa di posizione del Presidente Marcovecchio allorquando, proprio nella riunione dello scorso 22 febbraio, ha affermato a gran voce la volontà di rendere coinvolgente e partecipativo il ruolo di coordinamento che deve spettare a tutti i soggetti coinvolti nel processo di sviluppo del territorio, quindi in primis proprio alle rappresentanze associative che tanto fanno in termini di operatività sopperendo non poco ai deficit e alle carenze, strutturali ma anche culturali, di molti Enti ed Amministrazioni Pubbliche che dovrebbero svolgere ruoli ben più qualificanti ed incisivi.

COMUNICATI

Le parole del Presidente che incita le Associazioni ad “affrontare i Sindaci e gli Assessori” che poco o niente fanno per il turismo e per lo sviluppo del territorio o che, cosa ancora più grave, ignorano l’attuazione dei minimi strumenti di partecipazione aperta a tutti i soggetti proponenti, non possono passare inosservate e devono indurre alla riflessione così come alla riflessione, più profonda, devono indurre le sue parole quando egli “invita” coloro che ne hanno responsabilità sul territorio ad assumere il giusto ruolo per far si che da un lato vengano colmate alcune carenze normative come l’assenza di un Accordo Quadro, ritardandone lo sviluppo turistico del territorio e dall’altro di evitare il serio e concreto rischio di perdere definitivamente le ingenti risorse disponibili presso la Regione Puglia per quelle finalità. Quando il dibattito, poi, si è spostato sulla proposta di organizzare la “Settimana del Patrimonio Culturale in Puglia Imperiale” quell’entusiasmo del mondo associazionistico è esploso e la disponibilità a collaborare, in termini operativi e quale contributo di idee e progetti ha trovato anche riscontro da parte dei rappresentanti istituzionali presenti che hanno condiviso l’idea e dichiarato di volerla altresì sostenere. Un buon punto di ripartenza, quindi, che potrebbe essere la nuova vision di un’Agenzia che se riesce ad ottenere l’interesse di tutti i comuni che ne fanno parte e se veramente ognuno riesce a spogliarsi di ruoli istituzionali che spesso rappresentano un forte freno se non, in taluni casi, addirittura azione di boicottaggio, allora una nuova esperienza potrebbe nascere e se a guidare questa esperienza ci sono le parole pronunciate dal Presidente Marcovecchio nel corso della riunione, allora c’è solo da riorganizzarsi, da creare quella rete territoriale, culturale e organizzativa tra i comuni che quasi sempre, invece, manca perché essi si concentrano sulle proprie isolate iniziative, arrivando ad esaltare ciò che quasi non esiste e finalmente utilizzare le risorse stanziate per scoprire quell’enorme patrimonio che tutti a parole dicono di conoscere e di saper sfruttare ma che in effetti è talmente grande da far paura ai piccoli.

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VIAGGIO NELL’ANTICA DAUNIA PARTE SECONDA

PASQUALE TERRIBILE

PALEOLITICO MEDIO

La tappa successiva è Grotta Paglicci, lungo la provinciale S. Marco in Lamis – Rignano Garganico. Siamo nell’epoca del paleolitico medio, in presenza di due specie diverse, dell’uomo di Neandertal e dell’uomo Sapiens. In base ad una ricerca condotta dall’Università di Ferrara, quest’ultima è approdata alla conclusione che le due specie pur presenti insieme in Europa, non si sono mai incrociate, ma sono rimaste sempre distinte, fino a quando l’uomo di Neandertal ha perso la sua battaglia evolutiva. E’ quanto affermano i ricercatori italiani dell’università di Ferrara, guidati dal Prof. Giorgio Bertarelle, dopo aver confrontato il DNA di esemplari di uomini di Neandertal con quello di esemplari di Homo Sapiens, rinvenuti in Puglia nel 1988 e con quelli di uomini contemporanei, in tutto 2.500 tra europei asiatici e africani. Il test del DNA mostra che i nostri geni non hanno ricevuto alcuna eredità dall’uomo di Neandertal e che il nostro diretto antenato ha condiviso con esso il territorio durante il pleistocene ovvero, circa 40.000 anni fa. E’ da precisare che il DNA dell’Homo Sapiens non è cambiato negli ultimi 25.000 anni.

PALEOLITICO SUPERIORE

A questo punto della sua evoluzione, l’uomo possiede un cervello di 1.900 cm cubici, un pensiero astratto, idee creative, un linguaggio, pratica riti funebri e caccia in modo organizzato, diretto da un capo, lo sciamano. L’abbondanza di pietra silicia sul Gargano, è uno dei motivi che spinge quest’uomo a creare strumenti specializzati per fabbricarne altri. Tra tutti emerge il bulino, un attrezzo appuntito di pietra, ideato per incidere ossa e corna di cervo, in modo da ricavarne attrezzi di uso quotidiano, quali pugnali, aghi di osso dotati di cruna, fibbie e persino bottoni. Questo fa pensare ad indumenti di pelle, cuciti per difendersi dai rigidi inverni. Un’altra invenzione è la tecnica ad incastro, il primo dispositivo meccanico che, permettesse loro di fissare su aste, punte affilatissime di selce e di osso per un maggior successo nella caccia. Infine inventò l’arco, nuovo strumento per la caccia, subito scoprì che esso forniva il mezzo per far girare una freccia e di qui l’invenzione del trapano ad archetto, usato fino a tutto il medioevo. Con tutto questo bagaglio di conoscenze, nel suo tempo libero dà vita a vere e proprie espressioni di opere d’arte. E’ il Gargano ad ospitare le più importanti testimonianze culturali ed artistiche preistoriche dell’intera regione, ne è esempio Grotta Paglicci, unica ad essere in possesso delle pitture paleolitiche, graffiti su pietra e osso, graffit parietali con figure di stambecchi e cavalli, impronte di mani risalenti a 22.000 – 20.000 anni fa. Nella grotta sono state trovate due sepolture appartenenti all’uomo di Cromagnon. Riferiamo, quanto gli archeologi hanno trovato e descritto. Erano ricoperte di ocra rossa con corredo e ornamenti personali. Il museo locale conserva oggetti di interesse artistico che risalgono al paleolitico superiore (gravettiano ed epigravettiano) trovato a Grotta Paglicci. Di questi il più antico risale all’incirca a 23.000 anni fa. Esso consiste in un grosso frammento di una tibia di cavallo, su cui risulta la figura di uno stambecco graffita. Sono ben visibili le corna, l’erta criniera, la coda l’occhio con il canale 18

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lacrimale. Questo tipo di arte appartiene a quella franco-cantabrica più antica. Sullo stesso pezzo c’è una moltitudine di trattini, un motivo prettamente geometrico. Un analogo motivo è rappresentato su una selce corrispondente all’epigravettiano e certamente anteriore a 16.000 anni fa . Su un bacino di un cavallo, inoltre, è rappresentata una scena di caccia eccezionale, con un equide in corsa affiancato da due cervi e una nuvola di frecce, di cui una infissa sulla schiena del cavallo. Come si può notare siamo passati da una figura statica dello stambecco ad un’arte più pregevole, rappresentata dal movimento, la scioltezza della figura, l’insieme dei trattini tali da formare una specie di chiaro-scuro, per meglio mettere in risalto le parti anatomiche. Si assiste in realtà al passaggio da un’arte franco-cantabrica (statica) ad un prodotto del tipo madderaniano medio francese (dinamico). Sulla faccia opposta dello stesso frammento è rappresentata la testa di un bue, su cui si sovrappone la testa di un altro bovide e il profilo di un cerbiatto. Su un altro osso ivi presente è rappresentata una scena naturalistica, un nido ricolmo di uova, covate da un uccello con la presenza di un serpente in atto di gettarsi sulla preda. Su una pietra è rappresentata la testa di un bovide dalle lunghe corna, due linee rappresentano il dorso e la parte anteriore del petto, la figura è ridotta all’essenziale. L’altro oggetto in pietra, reca il profilo di un uccello, da riferirsi al pinguino boreale (alca impennis). E’ un reperto importantissimo, in quanto tale figura corrisponde all’attestazione di resti fossili dell’epoca epigravettiana. Su una selce trovata a Canosa sembra riprodotta una scena di un uccello acquatico. Nella parte interna di Grotta Paglicci, si trova una saletta che contiene opere d’arte parietali, l’unica a possedere pitture risalenti al paleolitico. Su una parete sono dipinti due cavalli dalle forme disarmoniche in quanto, presentano le teste piccole, le zampe corte ed i ventri rigonfi (forse due giumente gravide). A detta degli studiosi, mancando alcuni elementi non si può attribuire una precisa datazione, ma lo stile e la tecnica fanno pensare tali opere appartenenti all’arte franco-cantabrica e quindi al gravettiano. Alzando lo sguardo all’ingresso della grotta in posizione abbastanza elevata, si notano dei graffiti formati da linee dritte e curve che, stanno a rappresentare figure umane stilizzate. Il motivo che spinsero l’Homo Sapiens a occupare una parte del suo tempo in attività prive di uno scopo pratico, potrebbe essere quello di apprezzare qualcosa non perchè serve ma perchè piace. Esempio, oggi l’acquisto di un quadro non risponde a l’esigenza pratica di quello che potrebbe essere l’acquisto di una sedia, motivo di allora e di oggi, altro motivo, potrebbe essere quello di starsene intanati in una caverna per condizioni atmosferiche proibitive, altro ancora, potrebbe essere l’ozio, a causa di una abbondante riserva di selvaggina. Un motivo ricorrente in tutte le comunità paleolitiche, è la rappresentazione del parto e della nutrizione, ispirate al culto della fecondità, destinate a propiziare la nascita di uomini e animali (le veneri). Nel nostro caso i due cavalli dal ventre rigonfio. L’attribuzione del periodo al paleolitico superiore è suggerita dall’esistenza di tal genere di segni presenti in altre regioni d’Italia, come la Grotta Romito in Calabria e la Grotta del Cavaglione in Liguria. L’importanza di Grotta Paglicci consiste soprattutto nell’averci restituito interessanti notizie circa il rito funebre praticato durante il paleolitico superiore. Lo studio riguarda la presenza di uno scheletro adagiato sul terreno e ricoperto da un piccolo strato di ocra polverizzato. A detta degli archeologi, lo scheletro giaceva in posizione supina, con la testa rivolta verso destra e l’avambraccio ripiegato sul braccio. I piedi come la testa poggiati su pietre. Una terza pietra a forma di lastra, poggiava sugli arti inferiori. Il corredo funebre, abbastanza ricco, era formato da una serie di denti canini forati alla base e messi intorno al capo, altre si trovavano intorno al polso e intorno alla caviglia e quindi facenti parte di un braccialetto e di una cavigliera, nelle vicinanze diversi oggetti di selce, consistenti in un grattatoio nella mano destra e altri due sul femore. Un fatto inconsueto, è che tutti gli strumenti erano rovesciati. Lungo la parete sinistra della grotta sono stati ritrovati, ossa di resti umani gettati unitamente a resti di selvaggina. Sono i lati oscuri di chi sa quali vicende accadute. I vari resti scheletrici ritrovati a Grotta Paglicci, sono stati oggetto di studio da parte di Borgognini, Corrain, Mallegni, Parenti i quali hanno attribuito tali resti alla razza cromagnon. Chi vuol saperne di più sullo studio dei vari strati (giacimenti) di Grotta Paglicci, può consultare “La Daunia Antica” a cura della Dott.ssa Marina Mazzei. Testimonianze dello stesso tipo, non mancano nel resto del Gargano, sono

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presenti nel riparo di Macchione, località Ruggerini, in località La Defensola, Grotta Scaloria e nel riparo Spinalicchio, dove è rappresentata la più complessa espressione di arte parietale graffita, databile al tardo paleolitico. In precedenza è stato detto che la datazione al paleolitico superiore è dovuta all’esistenza di grotte coeve presenti in altre Regioni tra le quali le più importanti da annoverare sono, Grotta del Caviglione in Liguria e Grotta Romito in Calabria. E’ d’obbligo pertanto fare un escursus almeno su quest’ultima in quanto, rappresenta unitamente a Grotta Paglicci, un monumento della preistoria europea. Infatti per migliaia di anni questo antro, è stato frequentato da cacciatori – raccoglitori che, vi hanno lasciato testimonianze straordinarie di vita quotidiana, di riti funerari e di arte. Chi è interessato a visitarla, essa è ubicata nel comune di Papasidero (Cosenza), non lontano dal viadotto “Italia” sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria. Nel visitare Grotta Romito subito all’ingresso, ovvero nell’antro antistante, mi sono imbattuto in un’enorme masso su cui è incisa la figura di un Uro (Bos primigenius – famiglia dei bovini). Sebbene l’impostazione risulta naturalistica e le parti anatomiche sono ben rappresentate, la figura rimane statica per cui essa fa parte dell’arte francocantabrica, risalente a 14.000 – 11.000 anni fa e documentata anche a Grotta Paglicci. A detta degli archeologici la collocazione del masso e delle inumazioni nei pressi, inducono a conferire a questa immagine una valenza totimica. Tale parola nell’ambito della preistoria ha il significato, per un gruppo umano, di magico, protettivo e propiziatorio e quindi un punto (o entità) di riferimento in cui la comunità si riconosce. L’importanza della Grotta Romito sta nel fatto che ha svelato il mistero messo in evidenza a Grotta Paglicci e cioè delle ossa umane frammiste a selvaggina. Il culto funerario non era destinato a tutti, tanto che gli inumati paleolitici risalenti a 35.000 – 10.000 anni, in base alla presenza demografica, rappresenta una percentuale molto bassa e non si riesce a capire di quali elementi la comunità tenesse conto per un rito funerario. Per quei pochi fortunati a cui si dedicava un rito funerario, esso consisteva nell’essere ricoperto, dopo la giacitura in una fossa, da grossi massi per proteggerlo dai carnivori e inoltre in corrispondenza della testa del defunto, veniva posto un grosso blocco che fungeva da segnacolo (un modo per ricordarlo). L’altro aspetto importante di questa grotta è, l’integrazione dei disabili ovvero, l’aspetto sociale più antico pervenutoci. In caso di un pesante trauma fisico, dovuto ad un incidente, costui veniva relegato dalla comunità ad una attività della lavorazione della pelle o dei tendini. Tale lavoro procurava a costui una forte usura dei denti. Tale atto di integrazione, avvenuto in vita, nell’ambito della comunità, veniva esaltata anche dopo la morte, mediante la conservazione del cadavere e quindi di un culto funerario. Come si può notare , non parlare di Grotta Romito, significa non evidenziare alcuni aspetti sociali presenti in ambedue, ma, non evidenziabili per una serie di circostanza a Grotta Paglicci. 19


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L’ASKOS UNA FORMA CHE CELA DIVERSE FUNZIONI MARIA NUNZIA LABARBUTA Fondazione Archeologica Canosina

Foto n.1: askos, ceramica scialbata IV-III sec. a.C., Palazzo Iliceto – Canosa di Puglia

Foto n.2: askos “Catarinella”, sviluppo della decorazione Lavello, prodotto a Canosa di Puglia

Foto n.3: askos ad anatrella, Ipogeo dei Vimini, Canosa di Puglia; ora Taranto, Museo Archeologico Nazionale.

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opo il rapido excursus nel mondo della pittura vascolare indigena, eseguito nell’articolo pubblicato nel precedente numero, possiamo continuare la nostra esplorazione delle forme e funzioni dei vasi, proseguendo con l’analisi di un vaso costantemente presente nei corredi delle tombe canosine: l’askos (foto n.1). Il termine askos in greco antico significa “tubo”, il nome è stato dato in base alla terminologia moderna, e si riferisce alla sua forma caratteristica, tonda, più larga che alta e per il suo collo, che assume, appunto, la forma di un tubo. La forma globulare dell’askos ricorda quella dei contenitori realizzati con pelli di animali o organi, gli otri, utilizzati, ad esempio, per contenere vino. Era usato per versare piccole quantità di liquidi oleosi, come unguentari o per riempire le lampade a olio. L’askos rientra quindi nella categoria: FORME DA PROFUMI. Tuttavia prendendo in considerazione gli askoi trovati nelle sepolture canosine, un processo immediato per chi ha l’abitudine di aggirarsi tra le teche di Palazzo Sinesi o Palazzo Iliceto, la dimensione di questi vasi, tradisce il ruolo centrale svolto nei riti funerari. Alla luce di questo, l’askos potrebbe essere parimenti ascritto alla categoria della FORMA RITUALE, di cui fa parte l’olla, visto l’utilizzo, nei riti connessi al banchetto/simposio o a cerimonie di libazione rituale, compiuti all’interno della tomba. Pare addirittura che a Canosa, l’askos, conosca una crescente preferenza andando a sostituire l’olla, che era la forma indigena predominante fino alla metà del IV sec. a.C., caricandosi, così, di significati che vanno al di là dell’immediato aspetto funzionale e concreto del vaso nel suo uso quotidiano, per acquisire il senso profondo di gestualità rivolte a onorare il proprio defunto. Il ruolo centrale dell’askos nei riti funerari è indicato dalla sua presenza costante e sempre più numerosa nei corredi funerari e dal posto occupato all’interno del corteo funebre che orna l’eccezionale askos listato C “Catarinella”. Si tratta di un askos a tre bocche di produzione canosina di tipo Listata C rinvenuto a Lavello nel 1922. L’eccezionalità del reperto è dovuta alla complessità della scena figurata che rappresenta la prothesis, ossia l’esposizione del defunto, associato al rito del pianto e della lamentazione e a offerte funerarie, attraverso cui è stato possibile ricostruire, almeno in parte, quello che doveva essere il rituale funerario (foto n.2). Affascinanti le scoperte in due ipogei canosini: nel primo, Ipogeo dei Vimini, fu rinvenuto un askos ad anatrella in fibra vegetale, vimini, di cui si conserva soltanto la bocca e parte della parete del vaso (foto n.3), non di rado, infatti, gli askoi prendono la forma di uccelli o animali. Nel secondo, Ipogeo di vico San Martino, al momento della scoperta, fu trovato un askos capovolto, probabilmente un gesto compiuto al termine del rito libatorio, nel momento in cui tutti i convitati sarebbero usciti dalla tomba e avrebbero chiuso per sempre l’accesso con pesanti lastroni di pietra, sigillati con argilla. Anche l’askos risente dei diversi stili pittorici susseguitisi nel corso del tempo, come abbiamo visto per l’olla, passa dal Geometrico protodaunio, con askoi ad ansa verticale, al daunio I-II e III, con l’introduzione di askoi con una o due bocche; dalla decorazione pittorica Listata fino a giungere a quella Policroma e Plastica, quello stile che contraddistingue i vasi detti “di Canosa”, di cui parleremo nel prossimo articolo. Ancora una volta il viaggio nel mondo vascolare ci riserva inaspettate sorprese, scoperte che ci portano a rendere intelligibile un tempo tanto misterioso quanto vicino alle nostre tradizioni, un passato scandito da una gestualità rituale che è tanto eccezionale per noi, quanto quotidiana nell’antichità.

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Bollettino di informazione e cultura della Fondazione Archeologica Canosina - Canosa di Puglia - Aprile 2013

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