ROVINE INDUSTRIALI
ROVINE INDUSTRIALI/ORTI OPERAI è una fanzine nata da un’idea della fotografa Claudia Gori che racconta, attraverso immagini e contributi testuali, il progetto di ricerca dell’artista Chiara Bettazzi. Il numero zero guida il lettore attraverso un itinerario che ripercorre le tematiche principali dell’edizione TAI - Tuscan Art Industry 2018, a cura di SC17. Rovine industriali come microcosmi dove la natura si riappropria dello spazio dando vita a scenari in cui artificiale e naturale si incontrano. Orti operai come aggregazione sociale; spazi verdi in cui la vita urbana, operai e contadina si intersecano. Questa pubblicazione vuole tracciare un percorso nel quale i paesaggi industriali della città di Prato diventano scoperta e opportunità. Un percorso che rivaluta e sostiene la spontaneità delle relazioni tra industria, uomo e natura.
editing e progetto grafico / Claudia Gori progetto di ricerca / Chiara Bettazzi-SC17 foto / Claudia Gori
drone pictures / Elena Mannocci text editor/ Margherita Nuti
contributors / Andrea Vannini, Gaia Vettori, Anita Scianò, Ronaldo Fiesoli, Andrea Fiesoli, Paolo Pecchioli
BiodiversitĂ urbana nella cittĂ di Prato Ex Banci Cementizia Spazio Momentaneamente assente Spontanea
testo Komorebi
BIODIVERSITÀ URBANA NELLA CIT TÀ DI PRATO Il caso degli insediamenti industriali abbandonati testo Andrea Vannini (Komorebi)
Il termine “biodiversità” indica la varietà delle forme viventi sul pianeta Terra: animali, piante, batteri, funghi, licheni… L’espressione “biodiversità urbana” restringe il campo di analisi alle forme viventi che oggi popolano gli agglomerati cittadini di tutto il mondo. Sebbene semisconosciute o ignorate dalla maggioranza delle persone, le specie che popolano le nostre città sono numerose, e in continuo aumento come documentato da numerosi studi scientifici. Proprio gli animali, le piante e gli altri organismi che vivono in città possono essere un potentissimo strumento conoscitivo per riavvicinare le persone al mondo della Natura, oggi più che mai osservato attraverso la mediazione di uno schermo sia esso televisivo o dello smartphone, quindi snaturato e reso virtuale, quasi svincolato dal contesto spaziale e ambientale di riferimento. È dimostrato che proprio da questo “analfabetismo naturalistico di ritorno” scaturisce la sostanziale indifferenza di una larga fetta della popolazione verso i problemi ambientali moderni: l’estinzione dell’esperienza, cioè la progressiva diminuzione delle esperienze dirette dei fenomeni naturali, genera distacco e quindi scarsa volontà di salvaguardare l’ambiente, percepito come un qualcosa di enucleato dalla vita quotidiana. Niente di più sbagliato, se si pensa che proprio dagli ecosistemi scaturiscono quei servizi (es. depurazione di aria e acqua, mitigazione dei picchi climatici, fornitura di materie prime, ecc.) che garantiscono la sopravvivenza e il benessere della specie umana sul pianeta. La perdita è anche di tipo storico-culturale: molte specie, soprattutto vegetali, vantano una lunga tradizione di usi culinari, medicinali e strumentali che rischia di essere perduta con la scomparsa delle specie stesse, o con la loro cancellazione dalla memoria
collettiva per estinzione dell’esperienza. In questo la città di Prato rappresenta un esempio interessante ed emblematico. Prato infatti è stata teatro di grandi imprese industriali che l’hanno resa conosciuta in tutto il mondo come la “città del tessuto”. Oggi che i tempi e la società sono cambiati, molti di quegli opifici, ormai abbandonati, si ergono nel territorio a memoria dei fasti passati. Senza che nessuno in genere se ne accorga, questi non-luoghi considerati “degrado” dai più, diventano veri e propri laboratori all’aperto di ecologia: la Natura, non più imbrigliata dall’uomo, è libera di riappropriarsi degli spazi e di evolvere un microcosmo dove artificiale e naturale si uniscono. Almeno nella fase iniziale, questo processo è dominato proprio dalle piante, le prime ad arrivare. Molte di queste sono veri e propri organismi pionieri, capaci di adattarsi a condizioni che potremmo definire “estreme”; altre sono storicamente importanti perché legate proprio al tessuto culturale e sociale del territorio (si pensi ad esempio al Cardo dei Lanaioli, Dipsacus fullonum, qui conosciuto come “il Garzo” e usato per cardare la lana), altre ancora sono commestibili o officinali. Ad esse si associano successivamente animali piccoli e grandi, comuni oppure insoliti. Quello che solitamente viene considerato “erbacce” è quindi uno scrigno di conoscenza, di educazione ambientale e di memoria storica che merita di essere apprezzato con occhi diversi, meno critici, meno virtuali, e più attenti al fascino del mondo che ci circonda e che ormai ignoriamo. Questo forse ci spingerà a riconoscere l’importanza che la biodiversità riveste per la nostra vita e la nostra cultura.
Senza che nessuno in genere se ne accorga, questi nonluoghi considerati “degrado” dai più, diventano veri e propri laboratori all’aperto di ecologia: la Natura, non più imbrigliata dall’uomo, è libera di riappropriarsi degli spazi e di evolvere un microcosmo dove artificiale e naturale si uniscono.
EX BANCI
La fabbrica Ex Banci, oggi rovina, è stata realizzata nel 1953. L’imprenditore Walter Banci incaricò gli ingegneri Forasassi e Taiti di realizzare la sua fabbrica ispirata ad un progetto dell’architetto americano Frank Lloyd Wright. Banci era rimasto affascinato dall’architettura organica americana dopo un viaggio negli Stati Uniti. Di ritorno a Prato vide il plastico di un centro di ricerca di Los Angeles su una rivista pubblicata in quegli anni da un consorzio di produzione vetri, Vitrum. Un progetto che ricalcava l’eliolaboratorio S.C. Johnson costruito a Racine, nel Wisconsin, firmato da Wright. Il giovane imprenditore pratese invece di far costruire un anonimo capannone sottopose quindi agli ingegneri Forasassi e Taiti la fotografia del centro di ricerca di Los Angeles e chiese loro di realizzare un’architettura grandiosa che si potesse inspirare al progetto dell’architetto americano. Fu costruita un’area industriale in piena campagna, organizzata in padiglioni parzialmente vetrati e immersa in una sorta di foresta urbana piantata dallo stesso Banci. L’attività produttiva si concluse nel 1974.
CEMENTIZIA
Il complesso Cementizia, detto anche “Le Macine”, oggi rovina, è situato sul versante sud dei monti della Calvana, rappresenta un importante riferimento visivo per la città dominando il paesaggio che si estende tra Prato e Calenzano, collegandosi a via Firenze, un asse stradale di alta percorrenza. Lo stabilimento fu costruito nel 1926 sui terreni acquistati ai piedi di Poggio Castiglioni su iniziativa di Ottaviano Marchino per la fabbricazione del cemento, con il progetto dell’architetto Leone Poggi. La famiglia Marchino aveva fondato nel 1872 la Società Cementi Marchino a Casal Monferrato, poi ampliata con questo complesso allo scopo di sfruttare la marna estratta dalla Calvana. Dalla sua fondazione il cementificio ha costituito la fonte primaria di leganti idraulici per l’area pratese e toscana. Nel 1930 subì un ampliamento per la costruzione del forno rotante Smith. L’edificio fu poi pesantemente danneggiato durante la Seconda Guerra Mondiale e in seguito riprese solo una modesta produzione. Durante il periodo di attività venne scavato un sistema di gallerie lungo circa 6 km, poi chiuso nel 1956 quando il complesso fu adibito a deposito e magazzino. Tra gli elementi di rilievo si evidenziano l’edificio che ospitava i forni verticali, il capannone del clinker, la ciminiera e il serbatoio.
SPAZIO MOMENTANEAMENTE ASSENTE
In occasione della quarta edizione di TAI – Tuscan Art Industry 2018 è stato aperto il terreno confinante con la Corte e le industrie ancora attive, al fine di coinvolgere nel tempo il quartiere nella sua complessità; un primo passo verso la bonifica del terreno abbandonato attiguo alla Corte. Aprire questo ‘spazio momentaneamente assente’ significa restituirlo alla cittadinanza come nuovo giardino dove sostare o come orto permanente legato alle biodiversità.
Nel mio lavoro ho sempre ricercato la spontaneità delle piante che crescono nelle rovine industriali, la stessa spontaneità che ritrovo nelle comunità che si formano intorno agli orti sociali, nei terreni attigui alle fabbriche della città di Prato. Il verde urbano porta verso un’evoluzione della città e crea nuove forme di relazione tra spazi e persone, binomio che ha trasformato il mio modo di lavorare passando da una creazione individuale ad una condivisione della mia ricerca. La naturalezza con cui nasce e si sviluppa un villaggio culturale fatto di rapporti, di contatti quotidiani, frequentazioni e affezioni che si formano intorno ad un luogo che per me è la Corte di via Genova. L’area dell’ex-lanificio Bini nel 2005 si presentava come una ex corte industriale su cui si affacciavano stanzoni malridotti e freddissimi d’inverno che mantenevano però quel sapore originale che stavo cercando. Ancora oggi la Corte, se pur molto cambiata, conserva gli stessi suoni che derivano dalle varie sale prova di musicisti che si mescolano ai rumori delle due fabbriche attive che fiancheggiano la Corte, in cui di notte si continua a produrre tessuti. Chiara Bettazzi
SPONTANEA catalogazione delle erbe spontanee presenti all’interno del terreno confinante alla Corte di Via Genova foto Gaia Vettori e Anita Scianò (Herbarium Recordationis)