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Nuova serie - XVl/2 - 1998

STUDIO TEOLOGICO S. PAOLO & ISTITUTO PER LA DOCUMENTAZIONE ELA RICERCA S. PAOLO CATANIA


Pro1)ric1첫 !citcraria riservala

SlrlllljUI

'l'i1loli1ogral'ia (;ala!(:a

'll'.I. 09;J/H94H-t-+ - Fax 09:)/H9-tB2:) Via Pic111011lc., H-+ - Acireale


INDICE

Sezione monografica "f\!eligio11e popolare e fede cristiana in Sicilia" INTRODUZIONE (/\lla11riz.io A/iolla)

353

RELIGIONE POPOLARE E TESTI DEVOTI IN VOLGARE SICILIANO NELL'ETÀ MEDIEVALE (Ferdinando Rqff'oele)

357

MARGINALITÀ DELLA RELIGIONE POPOLARE NEI SINODI SICILIANI DEL '500 (Ado(fo Longhitano) Introduzione

1. La religione popolare sicili<lna 2. I vescovi siciliani e la disciplina della pratica religiosa cristiana Conclusione

371 37,1 380 400

LA RELIGIOSITÀ POPOLARE NELLA SICILIA DEL '500 SECONDO LA TESTIMONIANZA DEI CAPPUCCINI E DEI GESUITI (Sa fiy1fon' \i1ccu) Il contesto cconornico e sociale Popolo religioso e Cappuccini

I 1niracoli nelle biografie di Zaccaria Bovcrio (ìcsuili e popolo religioso Per una co11clusionc Appendice

403 406 410 421 424 441 444

RELIGIONE POPOLARE NEGLI SCRllTI DEI FRATELLI STURZO (Sall'atore La/oro)

Prcn1cssa I. Pregiudizi da superare

459 462

2. Una proposta di sociologia storica o di antropologia sociale . 3. Il vissuto religioso attraverso i documenti Conclusione

471 476

LA MED!ATOR DEI DI PIO Xli E LE SUE CONSEGUENZE SULLA PIETÀ POPOLARE IN SICILIA (Angelo Plnnwri) !. Brevi cenni sulle radici e sviluppo della religiosità popolare . 2. L'enciclica "Mecliator Dei" di Pio XII (20 nove1nbre 1947) 3. Prin1i segni cli ri!Onna in an1bilo liturgico 4. Presupposti storici in Sicilia . S. Conseguenze sugli usi popolari in Sicilia

464

479

481 484 485 487

LA SETf!MANA SANTA TRA LITURGIA E PIETÀ POPOLARE: PER UNA INTEGRAZIONE (C'osi1110 Scol'dato)

Introduzione I. La sellin1<111a santa: verso un recupero globale 2. La settirnana sant<J: per un 1nodello di integrazione 3. Per quale celebrazione? A 1110' di conclusione ... aperta

491 494 502 509

512


RELIGIONE POPOLARE ED ECCLESIOLOGIA. Aspelli e prospellive nella riflessione teologica post-conciliare (Nunzio Capizzi) 1. Religione popolare ed ecclesiologia: una relazione da eludere?

515 S 16

2. Il contributo di Leonardo Boff

5 I9

3. Il contributo di JesUs L6pez Gay 4. Un teina da non lasciare passare sollo silenzio: il "scnsus fidcliu1n" Osservazioni conclusive

524 529 534

ATTEGGIAMENTI E INDICAZIONI PASTORALI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA NEI CONFRONTI DELLA RELIGIOSITÀ POPOLARE (Salvatore Consoli)

Pre1nesse 1. Riconoscin1ento e apprezza1nento de!!a religiosità popolare 2. Indicazioni per la pastorale Conclusioni POSTFAZIONE (Giuseppe Ruggieri) l. Un disagio antico 2. La consapevolezza n1odcrna dcl problcm8 3. Per una prospettiva pili realistica

537 538 545 551 553 554 557 559

Sezione miscellanea con documenti e studi NASCITA DI UNA DIOCESI: NOTO ( 1778-1844) (Gaetano Zito) Pren1essa l. Il "perpetuurn silentiurn" in1posto a Nolo nel sec. XV 2. Necessita «accrescere il nu111ero de' Vescovi del regno» 3. La fondazione di nuove diocesi nel l 844 4. La vana opposizione di Siracusa alla secolare aspirazione di Nolo Appendice L'ARCHIVIO STORICO DEL CAPITOLO CAITEDRALE DI AGRIGENTO (Giuseppe Scliirò) Introduzione 1. li capitolo caLLedra!e di Agrigento 2. La sacra distribuzione 3. I conflitti col vescovo 4. Il trainonto e la fine 5. L'archivio capitolare LA RICERCA SOCIOLOGICA SULLA RELIGIOSITÀ POPOLARE IN ITALIA (Cannefina Chiara Canta) l. Il concetto di religiosità popolare 2. Gli studi socio-antropologici sulla religiosità popolare 3. La religiosità popolare nel n1eridione 4. Annlisi dei!e principali indagini sulla religiosità popolare 5. Una 1nanifestazionc di religiosità popolare: il pellegrinaggio. 6. Magia e religiosità popolare . 7. Conclusione

565 566 574 582 591 607

623 626 632 637

646 660

669 67!

672 674 679

682 684


Note e commenti EUGENIO IV, L'UNIVERSITÀ DI CATANIA E LO STUDIO DEI CLASSICI (Andrea Padovan;J

687

IL XVI CONGRESSO DELL'/OSOTAD OSLO (Antonino Minissale)

701

NOTIZIARIO DELLO STUDIO TEOLOGICO S. PAOLO

709


Sezione monografica "Religione popolare e.fede cristiana in Sicilia" Synaxis XVI/2 (1998) 353-355 INTRODUZIONE

li rinnovato interesse della teologia per l'esperienza religiosa "popolare'' e le tradizioni ad essa connesse s'inserisce in un feno1neno ben più an1pio. Si tratta, a n1io so1111nesso parere, della constatazione che contraria111ente alle previsioni di molti studiosi il fenomeno religioso, nell'occidente industrializzato, non è scon1parso, 1na al contrario registra una ripresa virulenta

sotto forn1e tra loro tnolto diverse. Questa tendenza riguarda tutto l'Occidente, 1na naturaltnentc a noi interessa soprattutto la sua 111anifestazione in Italia. Mentre altrove le stesse scienze sociali da ten1po si sono interessate ai fenon1eni re!igiosi 1, in Italia solo negli ulti1ni anni e faticosan1ente ci si è incan1111inati sulla strada di una r,iccrca sociale scientifica sulla religione2. L'interesse per le ronnc dell'esperienza religiosa in Italia assun1cva in passato soprattutto i caratteri della ricerca antropologica cd etnologica. Gli studi delle scienze sociali hanno contribuito ad avere una visione n1eno preconcetta. In an1bito teologico questa attenzione è stata se1npre presente. Dal confronto con le religioni non cristiane e con quelle fanne religiose presenti anche all'interno delle stesse con1unità cristiane, la teologia è sen1pre stata obbligata a interrogarsi sulla distanza evidente tra se stessa, la liturgia ufficiale, la dottrina codificata, e la religione vissuta quotidiana1nente dal popolo. Questo confronto ha assunto talvonla i connotati del rifiuto radicale e quindi dello scontro aperto, talvolta quelli dell'accoglienza acritica, altre voi-

1 Si pensi sopn1ttutto agli sviluppi degli studi di l\11. \VEBER, (]esa111111e/te Auf:Siitze Rehgions so:z/ologi'e. '!'libingen 1920-1921: o. da un altro angolo prospettico, .I. \VACH, Sociology qf Rel(r;ion, Chicago 1944: ID., T.nJes qf Religio11s l:\perience, Chicago I 95 ! . Di parlicolarc rilievo anche il caso della scuola francese, sviluppatasi a partire dal!e ricerche di En1ilc Durckhein1. 2 Clì" nella parle inisccllanea di questo stesso nu1nero il contributo di C. C. CANTA, in particolare i riferimenti bibliografici alle ricerche che riguardano !a Sicilia.

::111·


354

Maurizio A/iolla

di un atteggian1ento con1pro1111ssono finalizzato al recupero e all'integrazione nel sistema ufficiale delle chiese. Ulti1na1nente anche nelle chiese locali siciliane si è 111anifestato un

te

rinnovato interesse, spesso sotto l'aspetto di una preoccupazione pastorale,

per la religione popolare. La prospettiva è quella dell'evangelizzazione, 1na il desiderio di controllare ciò che se111bra sfuggire alle strutture ufficiali. La presente n1011ografia offre dei contributi volti a illustrare i percorsi en1erge soprattutto

storici che hanno caratterizzato

l'isola e una riflessione siste1natica per

l'oggi. Il titolo della monografia è indice di una scelta operata dal curatore della stessa. Dovendo scegliere tra i molteplici modi di definire il fenomeno che si voleva studiare, "religiosità", "religione", "pietà", "devozione" popolare, si è preferito parlare di "religione" popolare principahnente per due n1otivi. TI prin10 praginalico: la tnaggiore diffusione nella bibliografia internazionale della definizione di "religione" popolare e la concretezza dcl tern1ine, rispetto a religiosità. Il secondo più teorico: le astrazioni rischiano cli diventare ideologia. Il rischio era giù stato 1nesso in evidenza, indirettan1ente, dalla Evange!ii 1Vu111ia11cli di Paolo VI e, basandosi proprio su questa enciclica, in 111aniera esplicita dn uno studioso attento quale era il p. D. Capone: «In verità se si astrae religione in religiosità e popolo in popolare, si corre il rischio di costruire una chiave di lettura ideologica della verità che il popolo vive ed esprin1e in "religione"»\ La prospettiva storica, sviluppata nei contributi cli F. Raffaele, A. l,onghitano, S. Vacca, S. Latora, n1ostra chiaran1ente la duplice tendenza che da se1npre ha caratterizzato Pazione della Chiesa istituzionale di fronte alla religione popolare: sostegno e valorizzazione (in Sicilia è la scelta dei cappuccini), rifiuto e lotta (la scelta operata dai gesuiti). Un altro elen1ento i111portante che e111erge è il ruolo del clero locale. L'atteggia1nento positivo dei cappuccini, contrapposto a quello dei gesuiti) fu detenninato in buona parte dal fatto che erano essi stessi figli di quel popolo verso cui si dirigeva la loro predicazione. Ne conoscevano e ne condividevano ansie e aspirazioni, senti111enti e devozioni. Spesso all'origine di alcune tradizioni "popolari" vi è l'azione di chierici dotti, autori di una vera inculturazione della fede, attraverso i volgarizzamenti e l'uso della cultura popolare (canto, proverbi, ... ).

-' D. CAPONE, La verità del "popolo .. nf'lla sua "pietà" e nella le ". in Rel(gione e 111orale popolare cristiana, Bologna 1980. 209.

sua

"coscienza

111ora-


355

I 11 troduz;one

Si comprende perciò la preoccupazione dci sinodi locali immediatamente precedenti il Concilio di Trento e quelli post-tridentini di curare la formazione del clero, visto che da esso passa il vero controllo del "popolo". Questa preoccupazione di controllo, espressa in vario n1odo in verità ·1, diventa prevalente alla fine del secolo scorso e all'inizio dell'attuale. Le 111anifestazioni di devozione popolari sono solita111ente catalogate senza distinzioni con1e superstizioni e sopravvivenze di paganesi1110. In realtà 111olte fanne di religione popolare si sviluppano fuori dal contesto istituzionale ecclesiastico e, talvolta, dalla genuina tradizione cristiana. Si richiede perciò una paziente opera di ricostruzione storica e una seria riflessione ecclesiologica per giungere ad un dialogo con le varie -fonne di religione popolare che convivono a -fianco o all'interno delle chiese cristiane di Sicilia. Proprio in questa direzione si è andati negli ulti111i decenni invertendo la linea di tendenza di giudizio negativo che era prevalsa ncll'insegnan1ento n1agisteriale dci vescovi (con1e 111ostrano i contributi di A. Plumari e S. Consoli). Diversamente si corre seriamente il rischio di utilizzare in 1naniera ripetitiva slogan e vuoti luoghi con1uni. I contributi sisten1atici qui presentati (N. Capizzi, G. Ruggieri) possono aiutare a condurre questa riflessione associata alla prassi pastorale (C. Scorciato), che non sarà né cieca né irrispettosa, n1a attenta al dialogo con !'"alterità" popolare e alla fedeltà della Tradizione, nella consapevolezza che in ogni caso la gratuità della Rivelazione trascende ogni esperienza u111ana. Maurizio Aliorra

4 In epoca recente si adottano frequente1ne11lc ''eorrezio11e pastorale"_ ''ricvangelizzazione''.

le categorie

di ''purificazione'',


Synaxis XVl/2 (1998) 357-370

RELIGIONE POPOLARE E TESTI DEVOTI IN VOLGARE SICILIANO NELL'ETÀ MEDIEVALE

FERDINANDO RAFFAELE

1. Negli ultin1i decenni un considerevole lavorìo di elaborazione critica è stato profuso, in an1bito n1edievistico, nello studio delle fanne della religione popolare Ciò ha contribuito ad una significativa 111essa a punto di alcuni assunti, un ten1po indiscussi, dei quali sono stati precisati in1portanti risvolti episten1ologici. In particolare si è pervenuti ad una più precisa distin1

zione fì·a quel che pertienc alla religione popolare e quel che, invece, ricade

nell'ambito degli studi folclorici o delle tradizioni popolari'· Fra le maggiori conseguenze di tale distinzione vi è, senz'altro, un n1igliore utilizzo delle fonti letterarie, attraverso cui è possibile una 111eno vaga co111prensionc degli aneliti di religiosità popolare prevalentemente diffusi'. In ordine a ciò, il presente lavoro intende occuparsi cli alcuni testi in volgare siciliano del periodo

·Professore di Lettere nell'Istituto Professionale per l'lndustria e J'Artigiannto E. Fenni cli Cntania. 1 Un preciso inquaclrarncnlo dci tcnnini ciel problcrnu è delinealo in G. DI~ ROSA, Clre cos'è la «religione popolare» i', in La cil'iltà cl1t101ico, 1979, J 14-130; per una panorn1nicn relativa ai pili recenti studi sull'argon1enlo si consulti lu voce '<re!igiositì1 popolare» a cura dì J. Castellano, in /)ìzJonnrio enciclopedico di spirit11a!ità, lii, <l cura di E. Ancillì, Ro1na 1995 1 , 2150-2157. 1 Una puntuale ricapitolnzione di tali problen1atiche è presentala da tvl. Lt\U\VEl{S, «Re/if::ÙJll pop11/(/ire,,, c11/111re j(J/k/ori'que, 111e111nlitr!s. Notes p11or 1111e n11tlrropo/ogie c11/t11rel!ed11111oye11 f'tge, in Rc1 11c d'histoire ecc/ésinstiq11e, LXXXII, (1987) 221-258. Cfr con J.C. SCJJIVllTT, ((Re!igion pop11/airc» cl c11!t11re fo/k/orique, in A11110/e.1-. h'co110111ics Sociétés Civdisntio11.1· 3! (1976) 941-953 e 13.A. ROSENBERG, Folklori.1·te.1· ef 11uidiél'istes f'ace nu fe.rte !ittérnire: prob/è111cs de 111éthode, in Annn/es. Éconon1ies Sociétés Civi!isatìo~1s 34 ( 1979) 943955. -'Val bene sottolineare hl distinzione fra '<religione» e <'religiosità» popolare, così con1c indic<1ta in (J. PANTECJHJNL L(/ religiosità popo/({re. Prol'ocnzioni c11/t11r(l/i ed ecclesinli, Paclov<1 !996, 29-32: l'autore nllribuisce alla '<religiositÌl>) popo!<1re un 111nggiorc radica111enlo nella din1cnsionc nalurnle clelln fede, rispetlo nlla di111cnsionc culturale, specifica, invece, della '<religione» popolare. Per quel che concerne le rnetodolou;ie d'uso delle fonli lellernrie si rln1anda a due testi cli capitale i1nportanza: É. DEL1\ll.UEU.E, piété pop11!oire m1111oye11 fÌge, Torino 1975 (si tratta di una raccolta di saggi pubblicati da!!'aulorc in varie riprese) e R. !Vlt\NSELU, LL1 religion f)0/)11/nire n11111oye11 f'tge. Problèincs de 111étliodc et d'histoire, Monlrenl-Paris 1975. 1

Zo


358

Ferdinando Raj/àele

tre-quattrocentesco, intervenendo su una realtà finora scarsan1ente fì·equentata 4, della quale (visti i limiti posti dal contesto della pubblicazione) non si propone tuttavia uno studio esaustivo, bensì una ricognizione che individui alcuni punti certi e prospetti ulteriori percorsi di approfondimento. li perseguimento cli tale finalità è agevolato dal fatto che fra le varietà dell'italiano medievale quella siciliana risulta una delle meglio indagate. Si dispone infatti, grazie anche all'attività del «Centro di Studi Filologici e Lin-

guistici Siciliani», di un n1inuzioso censin1ento del n1ateriale letterario sopravvissuto ai secoli e di edizioni critiche di livello molto elevato per la maggior parte dei testi'· Ciò offre un solido fondamento all'analisi, non lasciando dubbi, ad esempio, sulla matrice «colta» di siffatti testi e sulla loro genesir'. Nell'an1bito linguistico-letterario in questione la 1nateria di gran lunga pii1 trattata risulta poi essere quella religiosa 7, rispetto alla quale la presente ricerca trova un significativo punto di osservazione nell'esan1e delle attestazioni delle devozioni legate alla ricerca cli beneficì 111ateriali e spirituali. È

1 •

Il ricorso

;_1

ronti popolnri eia prtrte ciel poeta Antoni ù'Olivcri è segnalato in F.

BRUNI, Lu cultura e la prosa i•o/gure 11el '300 e nel '400, in Storìu dello Sicilia, IV, Palenno

1980, 180-279: 245-246. Significative considerazioni sono proposte, riguardo alla leggenda di s. Oliva, in G. AGNELLO, La S. O/il'a di Prilen110 nella leggenda popolare e nella tradizione let!eraria, i11 Archil'io Storico Siciliuno, serie lii, VII (1955) 93-124 e ID., Tradizioni agiogrqfiche e alterazioni leggendarie, in Bollettino dcl Centro di Studi Filolo1;ici e Linguistici Sicilic111i 6 ( ! 962) 25-35. 5 Un'articolata clisa1nina dell;1 storia degli studi cli lelleratura inedievalc siciliana è orfcr!a da F. BRANCIFORTI, La ricerca.filologica in Sicilia, in L1 presenza della Sicilia nella cul!ura degli 11ltit11i cento anni, Palern10 1975, 489-517; n1cntrc per un'esaustiva catalogazione dci testi letterari e degli studi ad essi relativi va consulL<ito R. Ct\St\PULLO, Bih/iogrq/ia dei testi siciliani dei secoli Xl\! e X\!, in flo!/ettino del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani 18 ( 1995) 13-34. r, È cn1ble1nalico il cnso dcl volgarizzamento ciel Thesaurus paupen1111, ritenuto dal suo pri1no editore, G.13. Palma, un testo cli cullura pratica popolare (cfr G.B. PALJvl~\, Thesaurus pa11per11111 di Arnaldo di \li/1011ovr1, in dialetto siciliano, i11 u11 codice del secolo Xl\!, in Aevu111 5 ! 1931] 40 l-478), la cui nntura colta è stala invece reccnte111ente 1nessa in luce da S. RAPISARDA, Il volgarizza111e11to del Thesaurus Pauperun1. Co11trih11to alla costituzione di 1111 corpus 111edico-a/che111ico in volgare sicilit1110 111ediel'rile, Tesi cli Doltorato cli Ricerca, Universi!?! degli Studi cli Catania, 1996. 7 Le vicende della storia letteraria siciliana dcl rnrdo /Vledioevo sono riassunte in F. BHUN!, La cultura, cit.; relalÌV!llllente al Trecento si veda anche A. V t\l~VARO, in N. DE BLASI A. V t\RV ARO, Il re1;110 r111gioi110. Lu Sicilia indipendente, in Le1tcrut11ra italiana. Storia e geog rq/ia, !, Torino 1987, 457-488. In inerito alla scarsa consistenza della produzione culturale laica nel periodo in questione valgano le considerazioni espresse da F. BRUNI, La cultura, ciL., 214, 218ss.


1-?.eligione popolare e testi devoti in volgare siciliano

359

questa un'istanza universaln1ente diffusa\ di cui inte.ressa rilevare le forn1e della contestualizzazione nella realtà siciliana, visto che risulta funzionale sia alla proposta di una parenesi devozionale proveniente dalla cultura ecclesiastica, sia al recepin1ento da parte di quest'ultin1a di co1npo1tan1enti religiosi con1une111ente praticati, che ora possono essere incoraggiati ora, invece, limitati.

2. All'aspettativa nel miracolo, prova inconfutabile del carisma del santo e soccorso provvidenziale per le necessità dei fedeli, sì lega il culto delle reliquie, del quale è nota, specie in periodo n1edievale, !a vasta e capillare diffusione'. Tale culto implica, per le comunità dei devoti, il possesso «n1aterialc» delle spoglie del santo, o di parte di esse, ed è all'origine di una copiosa produzione letteraria, al cui interno si segnala, per la specifica tipologia delle fonne, il genere narrativo relativo al la franslatio co17Joris, ove confluiscono anche le istanze del pellegrinaggio, inteso come espressione cli ricerca del sacro 11J. In siciliano una i111portante attestazione di siffatto genere di testi è data dall'istoria cli la translucioni cli 5'. ~4gata 11 , co111ponin1cnto poetico in ottave del 1475, che celebra il ritorno da Costantinopoli a Catania dei resti n1ortali di s. Agata 12 • Ne è autore Antoni d'Oliveri 1-\ notaio catanese conosciuto anche per altre poesie di argornento religioso 14 .

g Cfr M. /\1ESL1N, li fe110111eno religioso fJOJJO/ore. in La religiosità fJOJJO!llre nel /\!led io h'Fo, a cura di R. Man.~clli. Bologna 198J, 65-75.

9 Davvero in1ponenle è la hib!iografia sull'argo1nento, V<l al1neno inenzionato. per le qua!itù di n1clodo, P. BROWN, //culto dei sonii, trad. il., Torino 198J, che rirnanda ad ulteriori approroncl i 1nenti. 10 Da segnalare, per le interessanti notazioni e i nu111erosi rin1a11di bibliografici, F. CARDINI, Reliquie e pellegrinaggi, in ID., (7er11sale111111e d'oro, di ra111e, di luce. Pellegrini, crociati, sognatori d'Orientcfi·(1 Xl e Xl\! secolo. Milano 1991, 5-4J. 11 Istoria di lo 1ra11slocirn1i di S. ;\gota, in Poesie sicilillne dei secoli x111 e X\!, a cura di G. Cusin1ano, Il, Palern10 1952, 7-119. 12 Cfr A. LONGl-llTANO, il culto di S. Agata, in Agoto la san/{/ di Catanio, a cura cli V. Peri, Gorle 1996, 67-125. I.\ Un succinto profilo della rigurn di Antoni d'()liveri è presentnto in F. BRUNI, Ln c11l111ro, cit., 245-246. 14 Si tralta della !storiu di S. U1:1·11!u e Ui L'historiu di !11 contrastu di !'A11in1u con /11 Corpu, cfr ihid., 245.


360

Ferdinando Raffaele L'L~'foria,

in particolare, è costruita intorno ai canoni dell'agiografia relativa al culto dci santi patroniL~; vi viene infatti rin1arcata l'appartenenza di s. Agata a Catania, verso cui è generosa dispensatrice di intercessioni: vu!ìsti chi (-i havissin1u ad haviri, nuy, toi Cathanisi, speciali per aclvocata. Et fu iù lu dì viri et iusta cosa chi ni favorissi, pcrchì si' tulla nostra . 1r,

li racconto, nel suo con1plesso, si articola in due parti, delle quali la prin1a tratta della 111issionc portata a tern1ine da due uo1nini di stirpe latina, Gislibcrtu e Cìoscln1u, che risiedendo a C~ostantinopoli con1c funzionari dell'itnperatore, sono visitati in sogno da s. Agata ed invitati a riportarne il corpo a Catania. rralc 1nissionc, fitta di peripezie, si conclude con il trionfale ingresso in città delle spoglie della santa. Avvenin1ento salutato dall'incontenibile tripudio popolare, che vede tutti i catanesi, guidati dalla gerarchia ecclesiastica, correre festosan1cntc incontro alle reliquie: lu cpiscopu scalzli per hun1ilitati et li altri tulli scalci, Dcu laudandu cun devoti y11111i cl !audi apropriati: li gìa lu clcru a vuchi alti cantandu; n1asculi et f'in1111ini di chascuna ctati cun !llllllll gauyu anclavanu cxult~1ndu

r .. ]

lulli gridaru: «Agalha beata, nostra patruna, cl conchcssini Crislu chi a la chi Lati, dundi fusti nata cl n1arlirizata, ti havin1u nui vistu!» 17 .

15 Cfr P. TOSCHI, Lo pocsiu popolo re religioso in Jto/ia, Firenze 1935. Istorio di lo 1ru11sl{/cioni, cit., 8. 17 lbid., 37-38. I(>


Religione popolare e test; rlevoti in volgare siciliano

361

Una volta deposto nella cattedrale catanese, alla fine di una lunghissie co1111novcnte processione, il corpo di s. Agata 1nanifesta tutta la sua potenza di grazia:

111a

In quilla caxa li reliquii san li nella sua basilica lrasu1i, n1iraculi infiniti et cligni tanti per ipsa Deu operau per sua venuti: alracti, chccki et surdi, chi a dir quanti non baslirìa, cl lantì posseduti di n1ali spiriti cranu sa!vatì, et 1nuti et allri d'assay infinni1alirn.

I-·la così inizio la seconda parte del poe1nctto, il cui svolgi1nento è contrassegnato dall'enu1nerazione e dall'illustrazione di venti 1niracoli avvenuti successiva1nente all'esposizione al culto delle reliquie agatine. L'articolazione ciel racconto segue uno sche1nn cadenzato, dal quale e111erge, nelle sue n1olteplici sfaccettature, l'attaccan1cnto dei catanesi alla loro patrona, con1e s1 coglie a11raverso l'ese111pio ciel prin10 111iracolo: Infra li quali fu una iuvinctta, chi iunsi la sira, chi era chicca nala, et d'un pedi cl d'una inanu in1ran1bu infccta ultran1odu era ass;:iy debilitata; ipsa, spcranclu cun n1enti pcrfccta nclli rcliqui cl'Agatha beata, pregava ficliln1entì chi !i classi l'ayutu so et chi sana retornassi. Mirabili cosa! Con1u ipsa prcgau, octinni la rniscricordia divina: perfettan1enti villi, et finna andau, et la 111anu sana. Et cli laudar non fina a Deu et a quisla Virgini, chi orau

IN

fbid., 39.


Ferdinando Raffèw!e

362

et pregau per ipsa 1nisera et n1ischina. Et la sanitati d'altu Deu ottinni,

et appi tuttu quillu per chi vinni 19 .

La lunga sequela di eventi straordinari dovuti all'intercessione di s. Agata inoltre indirizza la sensibilità popolare nell'ambito di pratiche religiose di riconosciuta ortodossia. Antoni d'Oliveri propone fatti concla111atan1ente veritieri, s1ncntendo alcune false storie circolanti, alle quali fa cenno all'inizio del componimento, allorché dichiara di suffragare le sue afferrna210111 con l'autorità delle fonti adoperate: Li favuli cli tia, Agalha, lassan1u, chi dìchinu alcuni, e claniu oran1ai fidi a la vcritatì et non perfidia1nu: chì quillu chi è cli fora sincli ridi. In grccu puru cli ccrtu lrova1nu, et clara1nenti per tuttu si vidi la verilati .

111

Queste parole danno la 111isura di quanto l'autore, poeta di apprezzabile livello culturalc 21 , recepisce dalla devozione popolare e del modo in cui interviene per porre in guardia i lettori da tutto quello che non è confon11e alla vera tradizione agatina) disciplinandone in ultin10 le fanne della richiesta di grazia. La funzione taun1aturgica delle reliquie trova un ri111archevole testimonianza nella Leggenda della beata Eustachia da A1essina, biografia della 1nonaca niessincse Eustachia Calafato, scritta, sul finire del Quattrocento, eia alcune sue consorelle". li testo - non dcl tutto pertinente al nostro discorso, visto che, seppure originarian1ente redatto in siciliano, è pervenuto in una

I'!

21)

fhitf., 39-40. !/Jùl., 8.

21 G. Cus11vJANO, !11trod11zionc a Poesie siciliane, cit., 18, nola co1nc nei poc1netti cli Anioni d'Olivcri affiorino «frequenti ri1ninisccnze dantesche e d'altri poeti». 22 Lo leggenda delh1 Beota Hustochia da f'dessina. Testo volgare del sec. XV restituito a/l'originale lezÙJ/1e, a cura cli /'d. Catalano, Mcssina-Fircn7.e 1950 2 . È st·ata cinta alle slan1pe un'allra edL·:ione, cli non allrettan!o pregio rilologico, F. TERl<17.7.1, La beo/o Eustachia ( 14341485), Messina 1982_


l?eligione popofore e testi <levoti in volgore siciliano

363

trascrizione in volgare centro-italiano 2 -1 - , oltre ad illustrare un interessante quadro della vita monastica femminile nella Sicilia tardomedievale, ripropone una delle forme più consuete del culto devozionale. Eustachia Calafato viene infatti, in vita, visitata da un elevato nun1ero di pellegrini, provenienti anche da luoghi 1110\to lontani. Questi viaggi di speranza conseguono in11nancabihncnte !'otteniinento della grazia richiesta. La forza dell'intercessione di Eustochia si conferma dopo la morte, anzi le parti conclusive del testo della Leggenria sono dedicate alla 111agnificazione delle sue virtù 24 • Rispetto alle quali occorre rilevare il fatto che, nel ricorso popolare all'intercessione di Eustochia, non vi sia alcuna soluzione di continuità fra la sua presenza in vita ed l'appartenenza ai dcfonti. li trasporto affettivo dei fedeli e la richiesta di soccorso soprannaturale non subiscono niuta111enti, bensì trovano conferma nella tangibilità fisica dcl corpo della santa. Un'altra significativa devozione popolare rivolta a reliquie 1niracolose è attestata da una «vita» di San Corrado, scritta a Noto alla fine del XIV secolo25. Vi si narra la vicenda dcl piacentino Corrado Confalonieri, che, seguendo la vocazione all'erc111itisn10, abbandona la propria città per stabilirsi, dopo lunghe peregrinazioni, presso l'eren10 di Pizzoni, nelle vicinanze di Noto 26 . La «vita», in rispondenza alla consueta prassi agiografica, ne illustra le 111olteplici virtù, che vanno dalla tau111aturgia alla previsione degli accadi111enti futuri, dalla fortezza nel resistere alle tentazioni del den1onio alle n1anifestazioni di an1ore verso il prossin10. San Corrado esercita un forte potere d'attrazione nei confronti degli abitanti di Noto, che di frequente vi si rivolgono per ottenere ri1nedio contro !e 111alattie o !a carestia. Anche il vescovo di Siracusa, conosciutane la t~una, si reca a rendergli visita. È dunque naturale co111e alla sua 111ortc venga acclan1ato patrono di Noto.

2·1 Per quanto riguard<1 la tradizione del testo si ri1nunùa all'i111rod11zio11e cli M. CA-

Lo let:ge1ula de//{! Be{lfU. cii., Sss. Crr L{/ /egge11d{/ de//{! !Je({fa, cit. 25 Crr G. CRACCO, Per la .\'Iorio reli1:;ù>sa de//{! Sicilù1. La <1VÙ({)> del B. Corr{ldo Confa/on ieri (sec. Xl\!), in Ril'ista di Storia e Le/!{11'{/flllll Religioso, XXVIII (!992) !27-138. Il testo è edito in Lo ((\li1t1» del Bealo Corr{ldo Co1!fà/onieri trai/a d(I/ codice dell'Archivio C'apitolare della Ca!!edrole di Nolo, a cura di C. Curli, Catw1ia !9912. Si veda anche F. BRUNl, U1 c11/111ra, cit., 242. 26 Cfr la voce «Corrado Confalonicri», a cura cli E. Sigona, in lhbliolheca Sa11cton1111, IV, CitU1 dcl Valicano !964, 212-213; r. 81\l.SAMO, U1 biogn(fia di Corrodo Co11falo11ieri. in Corrado Co1~fàlo11ieri. La figura storico, /'i111111agi11e e il c11/10, Alli delle giornale cli studio nel VII centenario della n<lscita. Nolo (SR), Palazzo Vill<ldorala 24-25-26 1naggio 1990, a cura di F. B<l!sn1110 e V. La Rosa, Nolo 1992, 97-112. TALANO a 24


364

Ferdinando Roffoe!e

li racconto approda così alla disputa per il possesso delle spoglie di San Corrado fra gli abitanti di Noto e quelli della vicina Avola 27 • Una disputa, peraltro preannunziata dal santo poco prin1a di 111orire, 'che giunge fino allo scontro annata. Si tratta di un avvcni1nento non infrequente nei racconti agiografici, che 111erita di essere segnalato in quanto espressione della fortissin1a attesa 1niracolistica presente nel culto in questione 2 ~. La sequenza dello scontro -fra i due contrapposti partiti assu1nc infatti i toni di una vera e propria battaglia, evitata da!l'intervento soprannaturale del santo: «_Et la pagura era grandi di quilli di avula non vinissiru allivarilu. Et unu cli quilli prisi lu capu di lu bcalu corraclu et lorsirulu inver lu peclu e1, factu quistu, eccu la Lurba di Ja genti cli avula lucli annati di inulti baleslri cl lanci et dardi c1 pavisi et spati e! cullclli. Et quandu quisla lurba di nothu vidi la turba cli avu!a, prisiru lu corpu 111anlinenli cl ixcru fora di la chella et vinianu la via via la ripa di la cav<1. Et quandu quìsti di av11la victiru la turba di nothu cu1n lu corpu, si 111isiru a lu passu di la bucca cli la cava per livarchi Ju corpu, et pararusi li balestri et cu111 li lanzi in n1anu et li dardi et spati cl pavisi apparichali per firiri» 29 .

L'esito felice della contesa è giudicato, da!l'anonin10 autore, cli vitale in1po1ianza per la cotnunità netina, che, sotto il segno della predestinazione, ottiene il possesso delle preziose reliquie, perpetua «rendita» di niiracoli, poste al sicuro nella chiesa n1adre: «EL andaru a la rnalri cclesia. Quandu ì!lì foru intrati, li 1niraculi cu non ti purria contari, quantu illu indi fiche senza cunc!u cli ho111u hun1anu, ki illu sanava chunki, zoppi cl orbi et n1uli et diversi i11fer111itali, li quali cu brevi spachu. Et poy prisiru !u beatu corpu et ordinata1ncnli lu 1nisiru in sou locu, lu quali è bcncdictu in secula seculorun1» 30 .

27

Le reliquie di san Corn1do, che Lullora sono custodi le a Noto. sono slate csa111in<llc scienlificarncntc, in proposito si veda G. FORNACIAI{! - J. B1nJNO, La ricognizione del corpo di S. Corrado C'o11fa/011ieri: risultati antropologici. pa/eopatologici e pa/eon11trizio11u/i, in Corrado Co1ifa/011ieri. L(/ .figura, cil., 65-83. 2 g Cfr. G. F'ANTEGl-llNI. Lo religiosità, cii., 64-65. 29 Lo «\lita» del Beato Corrado Conf'ulonieri 1rottr1, cii., 104-106. _\I) lbid., l 06.


l?eliJtione popolore e testi devoti in volf{ore siciliano

365

3. L'invito alla preghiera volta all'ottenin1ento di grazie ricorre ripetutamente ne Li capituli di la prima cumpagna di la disciplina di Paler1110-'1. Si tratta di un testo a carattere norn1ativo, redatto nel 1343 ad uso di una congregazione laicale di ispirazione francescana, verso i cui con1ponenti l'estensore, che si rifà dichiaratamente alle analoghe regole dei disciplinati di Firenze e (ienova, così si indirizza: «canusccndu cerlan1cnti ki ubì 11011 est orcio ìbi est co1'.fÌ1sio, ricursin1u dcvotan1cnti a la nlisericordia cli Ju 11ostru singnuri Thesu Christu cu1n grandi dcvucioni [... ] Considcrandu adunca et in1agina11du plui volti kisti e n1ulli altri devoti paroli, provistu csli e dctcr111inalu di con1uni e 111aluru consiglu, azò ki nui puza1nu n1ultip!icari in virlulL non per alcunu 111inispreza111entu, nu1 vulendu di chascunu doctrina et insignan1cntu, cli co111pilari e co1npu11iri di tucti li supradicti capiluli alcuni cosi plui capachi e devoLi, sicundu la pichulitati di lu nostru intcllcctu, li quali su kisli, in pri111is et cetero» 31 .

Al perseguin1ento dcll'«ordo» nella vita ordinaria e ad una condotta 1norale che pennetta ai co111pone11ti della congregazione di «n1ultip!icari in virtuti», sono dedicate le varie sezioni dc! testo, ove si tratteggiano alcuni indirizzi di co1nportan1cnto, ai quali ciascun 111en1bro deve attenersi. Sono indicazioni di natura etica, piuttosto circostanziate, che qualificano ed incoraggiano pratiche di pietà popolare, con1e i riti di sepoltura, la celebrazione delle n1esse cli suftì·agio, l'accensione di lan1pacle e di candele, l'organizzazione di processioni. Tali devozioni, 1nostrano co111e l'espressione della religiosità personale venga incanalata entro le forn1e dcl culto. Ese1nplificativan1cntc va sottolineato con1e !e indicazioni relative alle preghiere per le anin1e dci defunti siano regolate da un accurato ceri111011iale. In particolare durante i runerali i 111e1nbri della co111pagnia sono invitati a partecipare «vistuti cun1 li cappi», in atteggia1ncnto di riverente preghiera, chiedendo la grazia della salvezza eterna per !'anin1a del defunto:

-' 1 Edili in Regole, costitu~ioni, conf"essionali e ril11ali, ;_1 cura cli F. Bru11ciforti, Paler1953, 3-26. Per ulleriori i11fonna7.ioni intorno al rnovi1ne11to religioso dci disciplinati in Sicilia è cli utile consul1<1zione C. N1\SELLI, l\loth.ie sui disciplinnti di Sicilia, in li 111ol'i111e11/o dei discipfi11ati nel se11i1110 ce11te11orio dnl s110 i11iz_io, Perugin 1962, 317-327. 2 -' Li cnpituli di lo JJrù11t1 c111111H1g110 di lo disciplino di Po/ennu, in Regole, costiruzioni. cii., 5-6. 1110


366

Ferdinondo Roffoele «E chascunu cli li nostri rrali sia tinulu di fari cantari una in issa per l'anirna di lu dictu defunctu; e cui per puvirtati non la pulissi fari cantari, sia tinutu cli diri L Patri Nostri cu1n li salutacioni cli la Yirgini Maria e cu1n requien1 eter110111. E li ricturi sianu tinuti, ki lu prin1u iornu ki si va a processioni per la terra, oy allru iornu a zo unlinatu, si cliia andari a la cclcsia uvi sirrà sepillitu lu supra scriptu dcfunctu, e dirinchi oracioni cun1 Patri Nostri supra la fossa cun1 silenciu» 3-1.

L'impegno a codificare nella preghiera la richiesta di beneficì per la vita quotidiana o il ringrazian1ento per quelli ricevuti, en1erge da alcuni testi a carattere formulare. Si conservano l 'uffìciu di la disciplina" e un Rituale di discip!ina-'5, che ripropongono, in un'ottica di più rigida norn1atività, alcune delle disposizioni presenti nei C'cqJifuli. Ma vi sono anche testi concepiti per n1on1enti o ricorrenze particolari; ad ese111pio Li benecliccioni lii fa 171ensa, databile tra la fine elci XIV secolo e gli inizi dcl successivo:ir\ rappresenta un elenco di invocazioni a ringrazian1cnto del cibo quotidiano, da pronunciarsi secondo le varie ricorrenze dell'anno liturgico, di cui è destinatario un 111011astero fen1111inile catanese .·n; n1entrc Li nlissi lii li clivoccioni costituisce un'altra elencazione relativa al nu111ero di niesse da celebrare per devozione: Li Li Li Li Li

1nissi li quali si solino diri per clcvoccìoni: n1issi cli lu non1u di Thesu sunnu ccntu. inissi cli la Gracia tridichi. 111issi di sanclu Ivladuri quaranl-<'.l. n1issi cli la Trinilati tri . -'~

4. La ricerca del beneficio pratico non sempre si inquadra entro i canoni della dottrina cristiana: così è per le credenze superstiziose e per la 111agia. Meritano, in proposito, attenzione due confessionali, utili, oltretutto, per la con1prensione dei niodi della cura a11in1aru1n nella Sicilia 111edievale-''\

lbid .. lbid., 15 lbid., 6 !bid.' .Ì 17 lbid., 18 · !/Jid.,

16. 187-190. !9!-194 . 195-200. 229-230 e 236. 201 . .w Per lo studio dei confessionali, nell'ottica Jella religione popolare, si veda J. .l.ì

-~~


J?e!ig;one popolare e testi r/evoti in volgrtre sicihano

367

editi con i titoli di Confessionale I! e Confessionale fil"'· Sono testi strutturati intorno all,elencazione cli una serie di voci relative alle più frequenti trasgressioni alla n1orale e propongono un interessante quadro delle violazioni a! Pri1110 Con1andan1ento"' 1 • li Confessionale 11, databile fra il XIV ed il XV secolo, rimarca la contraddizione fra la fede cristiana ed alcuni usi superstiziosi, connotati da finalità pratiche e così prospettati all'ipotetico fruitore: Si Jasti fidi a li indovini, incantaluri, sorlilcgii, son1pni el visioni. Si dasti fidi a li iorni tlifisi. Si criclisti in alcunu iornu non si di viri incon1enzari alcuna cosa a

ft~1ri.

Si criclisti chi lu iornu chi naxisli, oy chi naxiu alcunu, eni bonu oy 111alu. Si clasli oy pigiasti strina in lu principiu cli lu annu, oy si ày suspcctu quandu

canta la gallina. [ .. ] Si aclurasti alcuna creatura, cornu è lu sul i, luna cl slilli cl altri creaturi. Si ày usatu purlari alcunu brevi, el co1nLr12 .

li c~o1?/Cssio11ale 111, conservato in un codice redatto agli inizi del XV secolo, differisce dal precedente poiché si indirizza scparatan1ente ad uon1ini e donne, proponendo inoltre l'elencazione delle infrazioni in fOr111a interrogativa:

Su1T1n1ac dc poenitcnli<-1 ti lafìn d11 Xli" et uu déb11t du Xlii" sièc/e, in La piété pop11/uire a11 !vloye11 J\gc, Aclcs du 99" congrès nationnl dcs Sociétés Savanles (Bcsançon

LONG(J{E, Q11clq11es

1974), Paris 1977, 45-58; in rireri1ncnto alla loro diffusione

Ìll

Sicilia, crr F. MIGLIORINO,

«Q11isto esfi fa confessioni»: religione e socielà i11 Sicilia, in Chiesa e società in Sicilit1. I secoli Xli-XV!, Atti dcl Il convegno internc1zionale organizzalo dal!'arcidioccsi di Catania, 25-27 novcn1bre 1993, a cura di G. Zito, Torino 1995, 273-291. 111 · Jn Regole, conft!ssionali. cii., !32-!53 e 154-178. 11 · Davvero irnponenle la bibliografia in 1nalcria, per delle precise coorclinotc di riferi1nento vanno a!n1cno segnah1ti due saggi di C. (ìlNZBURG, Folklore, 111agia religione, in Storia d'Italia, I, Torino 1972, 601-676 e S1regoneria, 111ogio e s11persti'z.io11i in l:lonpafin A1edioevo ed età 111oder11a, in Ricerche di S!oria Sociale e Religiosa, ] 1 ( 1977) 119-133; in inerito alla trattazione del teina della 111ag:la nll'intcrno dci confessionali si veda A.JA. GUREVIC, Contadù1i e santi. Prob/e111i dello c11l111ra popolare nel Nledioevo, traci. it., Torino 1986, l 30ss. 2 "' Co1!f'essionale li, in Regole, confessionali, cii., 140-141.


368

Ferdinando Raffaele

«Orda confessionis virorun1»

I-fai amatu Deu supra ogni cos<1? Hai acloratu !u sul i, oi luna oi stilli? Hai qualchi libru di nigran1ansia oi di 1nagaria? Hai operatu tali cosi per via dì nltru, oi factu l~tri? I"lai datu fidi a sonni? Fiai clatu fidi a donni cli (ora, oi a lupin1inara, oi a canli cli auchelli, oi a pianeti? I-lai datu fidi chui ad u1u1 iornu, chi a:J unu altru? Hai portatu qu<tlchi scrictura supra, per beni oi 111ali? Hai porlatu qualche cosa per rari!i a::I an1ari? Hai pentutu haviri factu bcni?-n.

«()rdo confessionis ad 1nulieres»

Ai adoratu unu sulu Deu? Hai a111atu Dcu supra onni cosa?

Hai adoratu alcuna creatura? Hai adoratu luna, oi sul i, oi stilli, per 1nagaria? Hai faclo alcuna 111agaria, oi faclu frlri ;_id allru?

Ha i charinatu <1d alcunu? I-lai d<1lu fidi a donni di fora? Hai Hai Hai I-lai

c!<1tu fidi a li strigi? clatu fidi a lupi111inari? dalu fidi a sonni? ycctatu li xorti?

Hai datu !"idi a canli di auchclli, oi a gridi di gatti? Hai datu fidi chui ad unu iornu chi aJ unu allru? flai f-~1Cll! Ju lllllZLllli Ju iornu di santu Ioanni? Hai cotu erbi tali iornu? Hai ascutatu Ju fcllu? Hai giclalu lu rinali, oi faclu lu crivu?

Hai factu gictari lu strullabiu? Hai portatu scrituri cli supra, oi altri COSJ, per quaJchi (ini llla]a, Oi '-llllllrì?-1·1.

I passi citati presentano una dettagliata trattazione della n1ultiforn1e tipologia del peccato. È evidente con1e gli estensori abbiano considerato una realtà nella quale l'esperienza della superstizione e della 1nagia risulta an1pia1nente diffusa; che poi i due confessionali, lungi dall'essere una pedissequa rifonnulazione di schen1i, rispecchiano nelle sue varie articolazioni. Le

"·' ConJ(,ssiona!e fil, ill Regole, co11/'essio110/i, cit., 154-155. Jbid., I 65- l 66.

44


Religione popolare e testi devoti in volgare siciliano

369

ese1nplificazioni chian1ano, del resto, in causa 1notivazioni di carattere utilitaristico, allo stesso 111odo delle richieste di grazie rivolte ai santi, rispetto alle quali risulta però capovolto il riferimento soprannaturale. La ritualità 1nagica, 1nolto distante dalla religione popolare cristiana (per talune voci presenti nei confessionali è anzi lecito parlare di religiosità paganeggiante 45 ), 1nostra con1unquc due dati ad essa co111uni: la codificazione di un co1nplesso di forme rituali piuttosto particolareggiato e l'espressione di modalità di difesa o di volontà di dominio nei confronti dcl mondo. Ad essere perseguita è infatti la ricerca dell'evento soprannaturale oppure, in qualche caso, di una di1nensione sacrale, al di fuori della fede e della inorale cristiana 16 •

5. La disan1ina appena conclusa dà la 111isura del radica111ento delle sensibilità religiose popolari in diversi contesti letterari del siciliano medievale. L,a n1atriee «colta» dei testi presi in considerazione ed il loro carattere didattico e parenetico rendono inoltre con1prcnsibili le dinatniche da cui traggono origine i riferi111enti alla cultura religiosa popolare. Gli autori hanno avuto di fì·onte una realtà spirituale, peraltro fra1nn1cntaria, rispetto alla quale sono intervenuti per indirizzarne e stin1olar11e le vocaziona!ità e, al conte1npo, recepirne alcune nianifestazioni. Si sono cioè din1ostrati sensibili ad «una forn1a di religiosità la cui caratteristica è di 111uovere, non dalle cose o dalle dottrine che vengono insegnate, quanto da esigenze che via via en1crgono e si prospettano nei fedeli stessi»"'· Tali aneliti religiosi potranno essere ulterionnente chiarificati sia attraverso il raffronto con le acquisizioni provenienti dagli studi di carattere sociale sulla Sicilia n1edievale, sia facendo riferitnento a conoscenze più approfondite della cultura religiosa locale"'· Ciò consentirebbe cli ampliare un capitolo di studio sulla storia della rnligione popolare iu Sicilia, cui ora sfugge la piena portata ciel vissuto religioso personale e con1unitario, visto che i testi offrono soltanto lontane testi111onianze, dalle quali si può intuire un in-

.i_'l

CrrF. Ci\RDlNl, 1\1agia. stregoneriu, s11perstiz.ioni 11cl/'Occide11te 111edievale, Firenze

.\(i

crr G. p 1\NTECìHJNI. I,(/

1979 . religi'osità popolare' cit.' 186- ! 88, anche per ul leriori indica-

zioni bibliografiche. 47

R. l'vli\NSELLI, L(/ religiosità popolare nei suoi storici, in La religiosità popolare nel Nledio evo, cit., !25-!31: 129. 18 ' Cfr ID., l11trod11z.io11e n Lu religiosità popolare nel lvledio Ei'o, cit., !2-15.


370

Ferdinando Raffàele

sieme di sensibilità e modelli di visione del mondo. Lo specifico tema m questa sede affrontato pone con1unquc in luce il bisogno di riscatto da una realtà spesso avversa, unitan1entc al desiderio di con1unicare con la trascendenza in fon11a non 1nediata. Ciò rappresenta l'espressione di un significativo dinan1isn10 culturale e n1ostra con1c le sensibilità religiose di carattere popolare, ora in tensione ora in sintonia con la liturgia ecclesiastica, siano una delle con1-

ponenti più significative alla base della produzione di letteratura religiosa nella Sicilia medievale.


Synaxis XVl/2 (1998) 371-402

MARGINALITÀ DELLA RELIGIONE POPOLARE NEI SINODI SICILIANI DEL '500

ADOLFO LONGHITANO

/ntrotluzione La nozione di religione o di devozione popolare era sconosciuta al Concilio di Trento', ma di fatto i padri affrontarono i terni che oggi costituiscono il nucleo centrale del problema. In tal senso, se vogliamo conoscere le decisioni prese dai padri conciliari su questo argo1nento, non possian10 riferirci solamente al decreto della sessione XXV (3-4 dicembre 1563) sul culto

dei santi, sulle reliquie e sulle in11nagini 2, 111a dobbia1110 prendere in csan1e anche le indicazioni dottrinali e norn1ative date per la fonnazione cristiana dei fodeli, per la celebrazione del culto e dei sacramenti, per l'eliminazione degli abusi nella pratica religiosa ... , secondo una nozione abbastanza a1npia di religione popolare. Lo stesso discorso vale per i sinodi diocesani del '500: se dovessimo lin1itarci a prendere in esan1e i testi che si riferiscono direttan1ente alla religione popolare, la nostra trattazione dovrebbe esaurirsi nello spazio di poche pagine per giungere a delle conclusioni incerte e frammentarie. In questa situazione abbian10 preferito a1npliare i confini della nostra indagine per analizzare !e cause che in un preciso contesto storico-sociale hanno prodotto una certa religione popolare. Perciò se ad una prin1a lettura potrebbe scn1brare non pertinente al terna prescelto trattare del reclutamento e della formazione del clero o della istruzione cristiana dei fedeli, ad una più attenta riflessione si potrà osservare che è questa !a strada più idonea per porre il problen1a in 111odo co1Tctto e trarre delle conclusioni fondate .

., Ordinario di Diritto canonico nello Studio Teologico S. Paolo cli Catania. La riorganizzazione della devozione dei fèdeli nello Stato co11fessio11ale posi-tridentino, in// C,onci/io di Trento e i! moderno, a cura di P. Prodi e \V. Reinhnrd, 11ologna 1996. 187-223: 215-216. 2 Concilior11111 oec11111enicon1111 decreta (=coeD), a cura dell'Istituto di Scienze Religiose, Bologna 1991, 774-776. 1 \V. BRLiCKNER,


372

Adolfò Longhitono

Sono noti i diversi significati che assuinono le espressioni "religiosità'), "religione'', e "pietà popolare'' negli studiosi che affrontano questo argo1nento: dalla seinplice identificazione con la nozione di "superstizione", che !i1nita notevol!nente il !oro contenuto se1nantico, alla presa di coscienza che la religione popolare è quel 111odo caratteristico dì concepire e praticare la religione da parte del popolo secondo le proprie categorie cultura! i'- In questa concezione la religione popolare si distingue dalla fede cristiana n1a non si contrappone ad essa. La Chiesa può assun1erc di volta in volta atteggia1nenti diversi: il rifiuto, l'accoglienza acritica, la stru1nentalizzazione, la volontà di controllo ... Dopo la riscoperta che il soggetto ecclesiale non è costituito sola111ente dal 111agistcro o dai teologi tna da tutto il popolo dì Dio-1, l'atteggiamento più coerente è quello cli un confronto fondato sulla comprensione e su!racccttazione, nel tentativo di individuare le intuizioni e le sottolineature dcl niistero cristiano derivanti dall'incontro fra la fede e la cultura popolare-\ Dovendo prendere in esa111c i sinodi diocesani, cioè testi che riflettono prcvalenten1ente il punto di vista dei vescovi sul problen1a, possian10 docu1nentarc direttainente ['attcggian1ento delle autorità e del clero nei conlì·onti della religiosità popolare e, inclirettan1ente, l'esistenza dei feno111eni che hanno detcrn1inato gli interventi norn1ativi. Il nostro studio ha co111e oggetto dodici sinodi siciliani: 1537 e 1542 Patti (Arnaldo AlbcrtiniY' 1553 Siracusa (Girolamo Bologna)'

-' !,'analisi delle diverse ipotesi, attraverso lo studio dei tern1inì "religione" e ''popo!rirc", si trova in F. 130LG!ANI, l?eligione po;Jolu1·e. in A11g11.1·tinian11111 2 ! ( 1981) 7-75. -1 Si veda in particolare il nun1ero n1onogra!ico di Co11cili11111 21 ( 1985) 4, che traltri i! teina "'L 'auloritù dottrinale dci fedeli ... 5 /,a religio11 populaire da11.1· I '(Jccide11t ('lirdtien, a cura di B. Plongeron, Paris I 976: G. fv!ATTAI, Religiosità pofH;/are, ìn Nuovo di::io11ario di spiritualità, a cnra di S. De Florcs e T. C_ìof"li. lvlilano 1979, !316-1331: G. DE ROSA. La religione popolare. Storia, teologia, pastorale. ]{orna 1981: i! numero di c·oncili11111 22 (1986) 4, dedicato al len1a ··Rclìgiositù popolare" 6 Constit11tiones si11odale.1· edifl: 11 rcF.1110 do111ino [)on Arnaldo Albertino 11.i.d., Episcopo Pactensi, in .1~vnodo episcopali celebrata ap11d Ecclesic1111 Factensem in 111ense septe111hris 1537. ind Xl, et posteo i1111ova1e pluribus 11eces.w1riis addictis pridie kalendas augusti 1542. ind. x1·op11d dictam Eccl(!sfa111. Jscnzri indicazione di luogo e di rinno della stmnpri_I. 7 .S);nodales constit11tio11es Syracu.1·a11e11. Ecclesiae ex scr1j;t11ris canonib11sq11e sacris decerptae per rev.11111111 in ('/iris/o palrc do111i1111111 /)on /-!ieroni111111J1 Bo11oni11111, e-


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Religione popolare nei sinodi siciliani del '500

1554 1565 1567 1575 1584 1584 1584 1586 1588 1589

Monreale (Alessandro Farnese e Antonio Fassides)'

CHtania (Nicola Maria Caracciolo)" Patti (Bartolomeo Sebastian)"'

Mazara (Antonio Lo111bardo) 11 Patti (Gilberto !sfar et Corillos) 12 Mazara (Bernardo Gélsco) 1-' Cefalù (Ottaviano Prcconio) 1" Palermo (Cesare Marullo)1' Messina (Antonio Lombardo) 1"

Agrigento (Diego l--lacdo) 17 Da un so111111ario esa1nc si può rilevare che questi docu1nenti coprono un arco di ten1po di oltre cinquant'anni, durante il quale si è celebrato il Coni11sdem E'cc!esiae .rln!istite111, fJ/c11a "1y11odo pro11111/gatae die ocf(/VO 111ensis septc111hris 1553 ac nuper per e11nde111 rev.//111111 domin11111 editau {. .. _/, Pnnhorini 1555. 8

('onstif11tio11e.\' sy1101/o/cs 1111::/ropolitanuc Lcclesiae civitatis 1\iontis

Regalis aedi-

/ae de 111at!(/oto d/.111i l!f rev.mi domini /)on .·lli!.W//1dri. tit11f/ ,1·a11c(/ Lu11re11/i/ in Damaso diaconi C'urdinalis di! Varnesio v11/gori/e1· 111111C1t/hili, SI?.(. /'icencancel/arii et pruediclue Ecclesiae i\·/011/i l?ega!is pe1"pe111i ad111i11istrotorfs pel" rev. in (~/iris/o patri!//! do111il111J11 I. A. /l11toni11111 Phassidem. E/1iscop11111 C/wistopo!tta11esc111 et ei11sde111 Sl!ffi·ugo11e11111 ac vicarium genera/e111 (. .. _/. !11 ci vitale iVlontis Reg<dis ! 554. '! A. LONCil-llT1\NO. /,e coslit11:::io11i si11oda/i del vesco1'0 di ('atanio 1\licola 1\Iario (.'araccio!o (1565), in .S_'y11u:\is !2 (!994) 167-215. Si traila di un testo n1utilo, che ini?:ia dal canone 81. 111 S~vnodules constit11fiones Pactensis Ecclesioe ab i//11stri et rev.1110 domino /)on Horthofo111aeo .5ebasliono, ei11sde111 Ecclesiue .-ln!istite, editoe et })!'011111/gotue in S)'nodo celebrato unno o Christo noto I 567, die 26 io1111t11·ii, JJactis. fVlessrnrnc 1567. 11 C'o11slit11tio11cs cl decreto co11ditu /n piena .\}'!lodo dioecesonu s11b ili. et rev.1110 domino /)on A11to11io /,on1hardo, Lj.JiSCOJH> ;\Io:::uricnsi, Regio Consio/iorio / ... ), Panhonni 1575. 12 Constit111io11es .\ynoda!es ad eccfcsiustica111 e/ christia1u1111 disciplino111 perti11entes ill.111i cl re1 1.111i do111ini /)on Ci/berti, L/1iscopi fJac/1?11/is, in dioccesona synodo pro1111!/gatae anno [)omini I584 / ... j. Pw1onni l 584. n ('011stit11tio1u!s e! dec,.eto synodi diof'cesunoe 1\Iozariensis, q11a111 odn1od11111 illuslris e! rev.11111s do111in11s 1)011 /Jer11ard11s (ìusco, Dei et Aposto!icoe 5,'edis grafia sa11ctae f..'cc/esiae Alo:::ariensis Episcopus, Ri!gius Consi!ial"i11s ce!ebrovit. Panonni ! 585. 14 s·anctiones synodrr/es oeditoe ah il!.1110 et rev.1110 do111ino [J. CJctaviano Fraeconio, Episcopo ('ep/1alude11si l?egioq11e ('onsiliario, in dioecesuna congrego/ione habita in Chep/io/11dens/ ecclesia. Prn1honni 1584. 15 Co11stit11tio11es ili.mi et re1 .111i dm11i11i U. ('oesuris klonilli. Archiepiscopi Po11on11ito11i, in dioecesa11u \\1nodo promulgatue die 13 i1111ii anno 1586, Panonui 1587. ir, (~onstit11tiones .1:r11od11/es ill.111i e! re1 .111i domini /). Antonii Lombardo, Archiepiscopi A!essanen., in dioecesano .\y11odo p,.011111/gutoe die J7 mensis augusti J588, Messanae 1591. 17 C'onsti111tio11es et decreto piena .1y11odo dioecesono agrigentina digesto et pe,. ili. 111um et rev.11111111 do111in11111 [J. f)ydac11111 J-/oedo. J)ei et llpo.1·10/icoe Sedis grafia E/1iscop11111 llgrigenlin11111 Regi11111q11e C'onsi/iuri11111, · soncila. Panorini ! 589. 1

1


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Adolfo Longhitano

cilio di Trento (1545-1563): solo il primo è del tutto estraneo a questo grande avvenin1cnto ecclesiale; due si celebrano durante gli anni della sospensione del concilio (1552-1562); due nel primo decennio successivo alla sua conclusione; sette durante il secondo e il terzo decennio, quando dalla riforn1a cattolica si passava alla controrifonna, secondo !a nota distinzione introdotta da H. Jedin 1 ·~. Pertanto il pri1110 ignora i decreti dottrinali e disciplinari del Concilio cli Trento, i due celebrati nel periodo della sospensione conoscono i docun1enti proinulgati fino alla sessione XVI; solo gli altri nove possono far riferin1ento a tutti i testi conciliari, onnai for111ahnente appro-

vati e pron1ulgati1<J. Dei vescovi che li hanno celebrati cinque erano spagno!i 211 , gli altri era-

no siciliani; quattro avevano ricoperto l'ufficio di inquisitori in Spagna o in Sicilia21 . Si noti la particolare situazione in cui si trovava la diocesi di Monreale, affidata al card. Alessandro Farncse, che risiedeva a I~on1a, e di fatto governata dal suo vicario generale, il nicssinese Antonio Fassides o Fassari, vescovo titolare di Cristopoli.

1. La religione ]JO)Jolare siciliana 1.1. Origine -Nel '500, il periodo che interessa !a nostra ricerca, si era già delineata una cultura (e una religione popolare) sicilianan. In Sicilia la religione popolare non può essere ricollegata all'introduzione del cristianesimo (il lii secolo per le città della costa) e agli sviluppi successivi del periodo ro1nano e bizantino. L'occupazione 1nusuln1ana, anche se nelle diverse zone della Sicilia esercitò un diverso influsso e si protrasse per un diverso periodo di te1npo, cli

1

~ H. .JEDIN. 1?1j()J'111a cattolica o co11t1·or!f'onna?. trad. it.. Brescia 1974'.

19

La Sicilia in quel periodo faceva parte dci don1ini spag,noli e i! re filippo li. il 17 luglio 1564. avevn recepito creso esecutivi nei territori soggetti alln sua giurisdizione i cloeu1nenli del Concilio cli Trento. Tuttavin nvcva scritto ni viceré cli non nttuare i decreti contrari ai dirilli reali (A. LONGI Il i'ANO, l,t1 parrocchia nella diocesi di C'atania pri111a e dopo il C'oncilio di li·ento. Pnlern10 1977. 7). :w 1\. Albcrlini. B. Sebastian e G. /sfar y Carillos di Patti. B. Gasco di !vlazara, D. 1-Iaedo cli Agrigento. 21 A. J\Jbertini, 13. Sebaslian. 13. Gasco, D. Haedo. 22 G. GJARfd/:'.ZO. La ,S'ici/ia dal C'i11q11ecenfo al/'LJnitlÌ d'Italia, in Storia d'Italia. clirella dn G. Gn!asso. XYJ. i.a Sicilia dal /'espro all'l)ni!à d'Italia. Torino 1989. 97-118.


Religione popolare nei sinodi siciliani del '500

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fatto fece venir 111eno il culto pubblico, i luoghi di culto, l'organizzazione ecclesiastica e le tradizioni religiose cristiane 2·'. •• Probabilinentc in alcune zone

della Sicilia orientale non scomparvero del tutto nuclei isolati di cristiani di rito greco, che praticavano privatan1ente !a fède. È da escludere che queste persone abbiano potuto contare su una costante assistenza del clero e abbia-

no avuto la possibilità di riunirsi regolarmente per celebrare il culto o per tenere pubbliche 111anifcstazioni religiose 2·1• La riconquista nonnannn trovò una popolazione quasi del tutto isla-

2·1 La conquista delln Sicilia da purte elci n1usulinani 11011 si realizzò né con un piano unil<irio nG in un breve periodo di lenipo, ina tìt il risultato cli una serie di battaglie, ;_1ssccli. ribellioni e riconquiste che si protn1ssero per qu<1si centoquaranta anni: dallo sbarco a tvlazara (18 giugno 827) alla caduta cli Ro1nella (1naggio 965). Il diverso periodo clclln conquista delle ciU8 e la loro ubicazione rispello ai due 1naggiori centri di espansione islainica (Palcnno e Agrigento) crearono silu<1zioni dillcrc111i: mentre la Sicilia occidentale fu con1p!ctaincntc islainizzata, la Sicilia orienl<ile conservò una pili consistente presenza di co1nunilù cristinnc e un legame pili solido con la tradizione bizanti11a. Inoltre gli u!tin1i capisaldi cristiani caddero in inano elci 1nusul1nani quando si era giù nllicvoliLo lo slancio iniziale dclln eonquista cd crm10 incrnninciate le lotte fì·a le diverse cotnponenti etniche e religiose degli invasori: Sirncusa fu occupata nell'878. Taormina nel 902. subito dopo Aci e Catania: Ron1etta resistette fino al 965. Oggi si è concordi nel considerare ''ideologiche" !e posizioni assunte per un verso dagll storici nonnanni. elle dovevano descrivere negativmncntc !a presenza 111usuln1ana in Sicilia per csalture incondizionnrainenlc le gesta eroiche di Roberto e di Ruggero di J\ltnvil!a. e per un altro verso dagli storici più recenti, che si prefissero di elogiare l'evoluzione e il progresso della Sicili<1 durante In don1inuzionc n1usuln1ana e di sostenere il suo dccadin1enlo dopo il ritorno alla cultura cristiana e occiclcntalc. Al di ruori cli ogni tesi preconcetta bisogna riconoscere che gli invasori non avevano alcun interesse n perseguitare i cristiani e a fhrnc dci n1nrtiri. J\ prescindere dai snidali uccisi in co111battì1ncnto o in seguito nel assedi parlicolarn1ellle lunghi e dilTicili. le popolnzioni potcvnno vivere tranquillainente e conservare la propria fede n condizione elle pt1gassero i tributi stabiliti dalla legge islanlica per i vinti. Naturalincntc ciò non deve far credere che lullo sin riinasto con1c priina: le strulturc ccclcsi<1stichc scon1parvero qunsi dcl tu!lo, i cristianì non potevano t'ore proselitisn10. Si può ritenere che esistesse un certo numero di cristinnL che proJCssavano individunl111cnte la propria fede, senza il lhvorc delle pubbliche istituzioni e senzn l'aiuto de!!'orgnniz7.<'l7.ione ecclesiastica (U. R1zz1T1\NO, Lu co11q11is1a 11111s11!111anu, in Storia della Sicilia, a cura di R. Ron1co, JI!, Napoli 1980, 97-176: R. PANETTA. I saroceni in Italia. tvli!ano 1998). 24 J\ Costnntinopoli in un sinodo dcl 997 si ebbe l'intervento del vescovo di Catanin Leone. Questo episodio ha indo!lo un aulorcvole storico a scrivere che «una strutlura ccclcsh1stica greca continuò nel esistere - ca mantenere i contatti con Constantinopoli - anche sotto i! do1ninio inusu!niano)) (!I. ENZENS[ìU<GER, Fondazione o "rifondazione'"! Alcune osservazioni sulla politica ecclesiastica del Conte Ruggero, in Chiesa e società in Sici/io. L'età nor111a1111u, Atti del ! convegno i11ternazio1rnlc organizzalo da!!' arcidiocesi di Catania, 25-27 11ovc111brc 1992. a cura di G. Zito, Tori110 1995, 21-'"19: 32-33). In realtà potrebbe Lrnllarsi cli un vescovo esule, tito!nrc cli unn Chiesa che di l11llo non governava.


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Adolfò Longhitano

1nizzata 25 • Il clero venuto a! seguito dei conquistatori i1111nediata1nente non ebbe con1e cornpito principale !'evangelizzazione delle popolazioni locali, n1a l'assistenza ai cristianì venuti dalle altre regioni dell'Italia continentale o

dell'Europa 2r'. Col passare degli anni la popolazione islan1ica andò sen1pre più a diminuire o perché preferì trasferirsi altrove (Africa del nord, Medio Oriente, Spagna n1usuln1ana) o perché passò alla fede dei conquistatori. La rievangclizzazione cristiana della Sicilia fu un processo 1nolto lento che si protrasse per secoli e fu attuata da soggetti diversi: i religiosi francesi o delle regioni dell'Italia continentale venuti al seguito dei nonnanni e dei loro alleati; i n1onaci e il clero bizantino che si presero cura delle residue popolazioni di lingua greca, il clero locale la cui fonnazione costituì uno dei pnncrpali con1piti dei vescovi-! 7 . Una delle fasi pili intense della ricvangelizzazionc per la Sicilia coincise con !a nascita e la diflì1sione degli ordini 1nenc/icanti: francescani, don1enicani, carn1c!itani ed agostiniani. Fin dal secolo Xlii nelle principali città siciliane - e rnan 1nano anche nei centri n1i11ori - 1rovian10 la presenza di tì·ati delle diverse regole che si affiancarono a! clero diocesano nella forn1azionc

~s

Anche la co11quisl<1 nonnnnnn 11011 fu il fì·ullo cli un u1iico disegno politico e 1nili1a-

rc. che si realizzò in un breve <1rco di !e111po. I 11on1rnnni iniziarono la loro cainpagnn cli Sicilia

nel !06L nel !07! furono conquistale Catania e Palern10. nel 1086 fu la vo!La di Sirncusn, Agrigento ed [11nu, per chiudere con l'occup!lzionc di Noto nel 1091. Nell'arco di un trentennio tutte le ciUù furono sotto111cssc dai nuovi conquistatori e si pose il difficile prob!c1na dì dare un nuovo nssctlo istituzionale alla Sicilia clnl punto di vista politico e religioso. L'unico vescovo che i Normunni trov<1ni110 a Paler1110 ru il greco Nicodcn10. I nuovi conquistatori lo lasciarono in caricn, ripor!anclolo nell'anlicr1· cattedrale trasformntn in 1noschea. I.a prin1n diocesi Ialina ru crclta a Troi11<1 nel 1082 e <llTiduta al vescovo Roberto; nel !086 quesla sede vescovile con il suo titolare furono 1rnsJCriti <l lVlessina. Altre cinque diocesi rurono erette Ira il 1091 e il 1098: Cntanin, Lipari-Pntii. Siracusa. Agrigento. tvlazara. Perciò trnscorscro oltre vcnt'a1rni d;d!n riconquista pri1na che Catania ridivcntnssc sede vescovile e <1vcssc un proprio vescovo (S. T1V\l'vlONT1\Ni\. I.a .)'icilio dal/ 'insedia111e11to nor111anno ul Vespro f/061-1282]. in Storia dello Sicilia. cil.. 177-304; 1-l. ENZENSBERGF.R, Fondu::ionc o ''rifonda:: ione"?, cit., 21-49). 2r, [Jn qu<lclro delle diverse cl11ic che contribuirono alla fonnazionc della popolazione . siciliann dopo la conquista ntll"lll<llllHl s! trova descritto da 1-1. BRESC, Un 111011de 111éditerra11ée11. Écono111ie i!l sociétJ en ,)'icile: 1300-/./50. IL Ro111c !986, 582-604. 27 L.T. \VHITE, // 111011(1cliesi1110 lotino ni!llo Sicilia 1Vor111a11nu. traci. il.. Catanin I 984; S. FODALF., Fondazione e r!fò11da::ioni episcopo/i da Ruggero I u (;11g!ie/1110 11, in C'hieso e società in Sicilia. L'elù 11or111un11a, ciL. 51-61: 1-1. ENZENSBl'.l<Gl'.IC Fo11da::io11e o "r1jò11dazio11e '?. clt., 155-173. Per In politica seguitn dai nonnanni verso i cristiani di rito greco si veda in particolare F. GIUNTI\. Bi::anti11i i! bi::o11ti11is1110 nella Sicilia non11an11a, Palern10 1950: f'v!. SC1\DUTO. // 111011ochesi1110 basiliano nella Sicilia medievu/e. Ri11uscita e decaden::a. Sec ..Yl-X!V. Roma !982. 19-68 e le aggiunte alle pagine 378-383.


Religione popolare nei sinodi siciliani del '500

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cristiana del popolo 2x. Un ulteriore 1novin1ento di rievangelizzazione si ebbe dopo il Concilio di Trento,

soprattutto

nel periodo della controriforma,

quando al clero diocesano e agli ordini 1ncndicanti si aggiungono i nuovi ordini religiosi nati in questo periodo: i gesuiti, i barnabiti, gli scolopi, i teati-

ni29 ... Nel periodo della nostra ricerca la popolazione siciliana aveva raggiunto una certa 01nogcneità: la popolazione n1usuln1ana residua fra il 1223 e il 1245 era stata deportata da Federico II a Lucera"'; la tradizione bizantina era conservata da sparute n1inoranze -11 , gli ebrei erano stati cacciati nel 1492; 1nolti per non en1igrarc si erano sentiti obbligati a farsi battezzare .-u. Negli anni successivi gli "eretici" sui quali vigilava l'inquisizione furono i "neofiti" o cripto giudei, cioè gli ebrei convertiti solo per convenienza~ che continuavano a praticare di nascosto la religione ebraica. Solo verso la 111ctà del secolo XVI con1parvero i prin1i gruppi di si111patizzanti delle idee luterane, che

2 ~ G!i ordini dei frtinccscuni e elci do1nenica11i aprirono le pri1nc case nelle città principali dello Sicilia nellti pri1na 1nelù ciel sec. Xlii. 1 primi c8nneli1<1ni. che avev<Jno abbnndonato il regno latino cli Cerusaleni1nc in seguilo alla pressione rnusu!inana, sbarcnrono in Sicilia nel 1238. fondando un convento n Messina; eia questo negli anni successivi si partirono i diversi fondatori dci conventi della Sicilia. Gll agostiniani fecero ln loro prin1a apparizione in Sicilia nella prin1a rndù ciel sec. XIV (f. COSTA. Fì·o11cesca11esi1110 in Sicilia. Assisi-Carini 1985; rv1. CON!GL!ONF, /,a provi11cia do1111!11ica11a di .~,'icilia. Notizie storiche doc11111entate, Catania 1937; L.T. \Vl-llTt::. // 111onachesi1110 latino, cit.;. L. SAGGI, 0. STEGG!NK, C. CATENA, c:an11elitani", in /)izional'io degli istituti di JJC1jézione. a cura di G. Pelliccia e G. Rocco, !I, Roina 1975, 460-521: B. RANO. Agostiniani, ibid.. L Roina ! 973, 278-381 ). 29 Furono i gesuiti ad esercitare uii<l innggiore influenza sia con !a fondnzione dci collegi, destinati a istruire e l'orinare i giovani delle fo1niglie aristocratiche e dci ceti en1crgcnli, sia con le 1nissioni popolari, che proponevano una cntcchesi di base per tutti i !Cclc!i (E. AGUlLERA, Provinciue 5'ic11/oe Societatis les11 ort11s et res gestae ab anno 1546 ad a1u111111 1611, pars prin1a. Panonni 1737: !\. GUIDETTJ. Le 111issio11i popolari. I :;p·andi gesuiti italiani, Milano 1988; 1\. SINDONI. Le scuole pie in Sicilia . .Note s11/la storia de// 'ordine scolopico dalle origini al secolo XJX. in lùvista di ,'ùoria della C'hiesa in Jtalia 25 [19711 375421). Jll !-!. BRt::SC. l!n 1110nde 111Jdife/T(l//(}Cn, ci!.. Il, lZ01ne 1986, 582-586; D. ABULAFIA, /<ederico 11. Un i111peratorc mcdiel'ale, trad. it.. Torino 1993, 116-123. Per il rapporto inslaurato da Federico Il con 1nusul111a11i ed ebrei vedi: A.L. lJDOVITCl-L J 11111suln1ani ed ebrei nel 111ondo di Federico Il: linee di de111arcuzione e di co1111111icozione. in Federico Il e il inondo 111Cditarraneo, a cura di P. Toubcrt e 1\. Paravicini Bagliani, JJ, Palern10 1994, 191213. 11 1-1. B1u:sc. (/11 monde 111éditerra11ée11, cil.. Il, 587-594. 12 - D. AllULAFIA, Le co1111111itrì di S'ici/ia dagli arabi a//'esp11lsione (1493), in Ciii ebrei in lflilio. a cura cli C. Vivanti. Storiti c1·11nlia, Annali 11/L Torino 1996. 45-82: 1\1. GAUDIOSO, La co11111nità 1?braica di ('utania nei secoli )(/!'e,\"/'. Catnnia 1974.


Adolfo Lonl{hitano

378

non trovarono 111olto seguito nella popolazione.-'·'. Una diversa situazione si ebbe fra le città e la campagna, soprattutto nel periodo successivo alla conquista.1·1• Proprio nelle caì-npagne si trovava la quasi totalità delle popolazioni musulmane residue, che opposero una mag-

giore resistenza al1 opera cli rievangelizzazione. Anche dopo la deportazione 1

degli islamici in Puglia, la popolazione delle campagne non conobbe un periodo di pace e di sviluppo. La guerra fra i vicari del secolo XIV portò alla fuga dalle campagne e al conseguente abbandono delle colture". Un notevole incre1nento den1ografico e un 1naggiore equilibrio fra popolazione urbana e rurale si ebbe a partire dal la metà del secolo XVI quando, con la concessione di numerose licentiae populandi, nell'arco di oltre un secolo si ebbe la fondazione di un centinaio di città nuove.v'.

1.2. Identità

La religione popolare siciliana non dovrebbe discostarsi nelle grandi lince da quella dell'Europa 1nediterranea 37 • La sua identità andrebbe ricercata

:n Si vedano gli elenchi dei rilasciati al braccio secolare trascritti dn V. LA ìvli\Nllr\. Origine e vicende de/l'i11q11isizionc in Sicilia. Palermo 1977 . 167-219. Sulla di!Tusione della Ril'onna in Sicilia scrive D. CAPONETTO, La Rijòr111a protestante nel/ 'Italia del C)nq11ecento. Torino 1992, 401-437 . .i-1 Per la distribuzione della popolazione fra le città e i casali si veda l. PERI, Uo111ini, cif!ù e campagne in Sicilia dal/ '_Xl al Xlii secolo. 8<1ri !978. ·is ID., La Sicilia dopo il Vespro. lJ0111ini, città e ca111pagne: 1282-1376. Bari 1982. ~(,Sulle cillù di nuova fondazione in Sicilin e i problcn1i den1ogrnfici ad esse collegate vedi in particolnre: C.A. GARUF!, Patti agrari e comuni feudali di nuova fòndazione in Sicilia. /)a/lo scorcio del secolo Xl agli albori del /:i'eltecen/o, in Archivio Storico Siciliano. serie IJI, I (1946) 31-! I!, 2 (1947) 7-131; ('ittà nuove di Sicilia. .XV-XIX secolo. 1. Prob/e111i, 111etodologia, prospe//ive della ricerca storica. /,a Sicilia occidentale, Palenno 1979; 1). LJCìRESTJ, Sicilia 111oder11a. Le città e gli uomini, Nnpoli 198d.; fv!. AYMARU, Le città di nuove fondazioni in Sicilia, in !1?sedia111e11ti e territorio, a cura di C. Dc Seta, Storia d'ftalia, Anna~ li 8, Torino 1985, 405-414: T. DAV!FS. La co/011iz::azio11e jè11da/e della Sicilia nello pri1na età 111oderna, ibid.., 4 r 5-472. :n Per unn Lrallazionc della religione popolare e dci terni annessi nelle altre regioni d'Jtalin e nell'Europa 1noderna si vednno in parlico!are: 1-1. R. TRFVOR ROPER, Religio11, the Re.fonnafion and Socia/ Change, London 1968: C. GrNZBURG, Folklore, 1nagia, religione. in I caratteri origi11ali. Storia d'Italia, I, Torino 1972. 601-676: P. BURKE, Cultura popolare ne//'E11ropa 111oderna, lrad. il., rvlilnno 1980: J. BossY, L'occidente cristiano 1400-1700, trnd. it.. Torino 1985: ID., [)a/la comunità al/ 'individuo. Per 11110 storia sociale dei sacra111e11ti nel/ 'Europa 111oderna. traci. il., Torino 1998; \V. l\1IONTER, Riti, 111ito!ogia e 111agia in Europa a// 'inizio del/ 'età 111oderna, !rad. it.. Bologna 1987: I !empi del concilio. Religione, cultura e società ne// 'b"uropa tridentina, a cura di C. fvlozzare!li e D. Zardin, Ro1na 1997.


Relifiione popolare nei sinodi siciliani del '500

379

individuando sia il tipo di evangelizzazione ricevuta, sia lo specifico della cultura del popolo siciliano: due piste che non possono essere percorse da un solo studioso e con un solo tipo di ricerca. Da alcuni sommari rilievi si può affermare che i modelli utilizzati per la rievangelizzazione delle popolazioni siciliane sono quelli comuni alle altre regioni europee. Una diversità può provenire dal modo con cui il popolo siciliano, a partire dalla propria cultura, ha recepito questi modelli. Fra gli elementi noti, che sono stati già evidenziati dagli studiosi, possiamo ricordare: una fede che nasce dall'esperienza dra1n1natica della vita e trova i suoi rifcrin1enti principali nella figura di Cristo sofferente, della Madonna e dei santi che incarnano i 1nodelli del vissuto

quotidiano; una fede non priva di influenze 1nagiche e superstiziose-'H. Non potendo ricollegare la dottrina e la prassi religiosa dei siciliani alle origini del cristianesimo, dobbiamo far riferimento alla tradizione e alla prassi introdotte dal clero francese, italiano, spagnolo, europeo in genere, che si è alternato nel corso dei secoli nell'opera cli rievangelizzazione. A questi

elen1cnti vanno aggiunti quelli derivanti dalla tradizione bizantina e eia quella is!an1ica.

se cc

ne sono -

Non ha riscontro nella realtà l'in1111aginc di una Sicilia chiusa in se stessa e lontana dal!e influenze delle correnti culturali e religiose europee-w.

rn Basta prendere in esan1c le figure dci santi patroni delle cittù siciliane per avere un quadro abbastanza an1pio dell'in!lucnza esercitata dai diversi evangelizzatori e da! processo di identificazione dcl popolo siciliano con alcune ligure di santi: santi guerrieri che ci richiainnno la conquista normanna, sanli 111onaci e frati che evidcnzirn10 l'azione svolta dagli ordini religiosi~ per non parlare dci 1noltcplici titoll con i quali sono invocati Cristo e la !Vladonna (S. GRECO, I santi potroni di Sicilia. Palern10 1995). Sul tenia della religione popolare siciliana si veda in particolare S. CONSOLI, Lo pietà popolare siciliana, in Agata la santa di Catania, a cura di V. Peri, Bergamo 1996, 127-!45. 39 Le vicende politiche e religiose, gli interessi culturali e c01nn1erciali provocavano uno scainbio continuo di persone, fra la Sieilia e le diverse regioni dc! continente, che obbli~ gava la cultura e la n1cntalitù siciliane ad un confronto con 1nentalità e culture diverse. Scorrendo gli elenchi di alunni e professori pubblicati dalle università italiane e straniere di questo periodo si noterà una costante presenza di siciliani. Gli stessi norni di un1anisti, canonisli, religiosi e politici siciliani che incontriaino nelle univcrsitù, nelle piazze e ne!!e cor1i cl 'Europa o n Ron1a crnnc consiglieri e collaboratori del p[lpa. din1ostrano che la Sicilia è perfctta1nentc integrata con il resto dcll"huropa e clù il suo contributo alla fonnazionc di quella n1cntalità e di quella cullurn che caralleriLzano questo periodo storico. Non va trascuralo, infine, un /~1Uo che contribuì a rare della Sicilia una tcsltt cli ponte fra l'Oriente e !'Occidente: la caduta di Costantinopoli ( 1453) e l'emigrazione di molti dotti bizantini, che continuarono la loro attività nelle cit!ù dell'llalia 1ncridio11ale e della Sicilia (i\. LONGl-IJTANO, Gli ordini religiosi a C~atania nel '400, in .\vna:ris 11 I I 9931 173-224). L'analisi fatta da H. Bresc, che considera subalterna la cultura siciliana dopo il L1lli111ento della costruzione di una Sicilia trilingue e la 1nancrn1za di centri universitari "nazionali"'. va letta con una certa prudenz;1


380

Adolfò /,011ghita110

2. I vescovi siciliani e fa cliscijJlina e/ella }Jl'atica re!i,r;iosa cristiana

2.1. li reclutamento e la formazione del clero La prima via da percorrere per il controllo della religione popolare passava per il reclutamento e la formazione del clero"'· Solo un clero preparato e forn1ato avrebbe potuto detenninare una svolta significativa nella vita religiosa dei fedeli. li clero in questo periodo era costituito da un numero consistente di chierici "n1inori", anche coniugati·11 , che servivano nelle chiese 111a non aspiravano a ricevere gli ordini n1aggiori e un nu111ero altrettanto consistente di chierici "1naggiori" che avevano ricevuto il suddiaconato, il diaconato e il presbiterato. Poiché il suddiaconato e il diaconato erano considerati tappe intennedie per accedere al presbiterato, di fatto nella seconda categoria di chierici erano presi in considerazione solo i presbiteri. Alla categoria dei chierici erano annessi non pochi privilegi, Ira i quali: il ]Jrivi!egh11n .fòri o delle i111111unitù personali, cioè l'esenzione dalle leggi civili, dalla giurisdizione delle magistrature civili, dai tributi, dagli obblighi militari ... ; il ]Jrivi!egiun1 canonis: il diritto alla riverenza e alla precedenza da parte dei laici, i quali incorrevano nella scon1unica i]JSO .facto se arrecavano un'ingiuria reale ad un chicrico~ 2 . Il godi1ncnto cli questi privilegi aveva contribuito a far crescere a disn1isura il nu111ero dei chierici, che chiedevano di entrare nell'ordine clericale per acquisire i vantaggi, senza assun1ers1 i corrispettivi oneri previsti dalle nonne canoniche. li Concilio di l~rento vietava di an1n1ettcrc alla pri1na tonsura coloro che si prcsu1neva avessero scelto l'ordine clericale «con l'astuta intenzione di sfuggire al giudizio secolare e non per prestare a Dio un fedele servizio)rL\ nia non aveva fissato l'etù n1inin1a per diventare chierici. Pe1ianto restava in vigore la nonna stabilita dalle decretali, che consentiva l'a111n1issionc alla prin1a tonsura dopo i sette anni·1-1, quando non era possibile e conicstualizzntri nel periodo storico elle egli prende !11 esan1e (H. BRESC, U11 111011de 111éditerranéen. cit., 643-650). ·10 X. TOSCANI. // n:c/11ta111e11to dcl clero (secoli Xl'f-XJ,\). in La Chiesa e il potere politico, a cura di Cì. Chil1olini e Cì. fvliccoli. Storia (r11a!in. Annali 9. Torino 1986. 573-628 . .ii Il Concilio di Trento li an11nct!cvt1 n eondizlonc che portassero !'nbito ccclcsi;1stico e la to11sun1 e che esercitassero 1·urficio conferito loro dul vescovo (scss. XXIII, de re,/. c. 6, COeD. 747). 12 • L. FERR1\RJS, C/eric11.1·, in fJrompta bib/iotlieca canonica. i11ridica, 111ora/is, 1!1eologica, I!, ed . .J.P. rvlignc, Lutcfinc Pnrisiorum 1858. 563-682. 1.i Conc. di Trento. sess. XXIII. dc re/, c. 4 (COeD, 746). 11 • - In Sex/o, lib. r. lit. !X. c. L/ (Friedberg, I!. 976).


Re/;ghn1e popolore nei sinodi siciliani llel '500

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conoscere le reali intenzioni del candidato. Su questa niateria i sinodi siciliani rispecchiano la situazione generale della Chiesa: i vescovi lan1entano i! proliferare dei chierici che 1nirano a conseguire i privilegio dello stato clericale senza assumersi i relativi obblighi'\ 111inacciano il carcere o la perdita dei privilegi a coloro che non sono assidui al servizio in chiesa~r', n1a penncttono l'a1nn1issione alla prin1a tonsura dopo sette anni~ 7 . Si presentava piè1 difficile il problema dell'istruzione e della formazione dei chicrici· 1s. Il se1ninario, la cui istituzione era stata raccon1andata dal Concilio di 'l'rento~·i, nei sinodi presi in esan1e risulta istituito solo a Palenno e ad Agrigento 511 • Questo istituto, in queste cotne nelle altre diocesi, era in grado di accogliere solo un nu111ero sparuto di candidati agli ordini sacri. 1_,a quasi totalità dei chierici era ron11ata nelle parrocchie 51 , Il grado di istruzione fissato dal Concilio di 'f'rento non era 111olto clevato 52 e i sinodi si lin1itavano a ripetere o interpretare le norn1e conciliari-"".

~ 5 Palli !542. c. 56. f. 16v. Pur cli ricevere !<:i pri1na tonsura o gli ordini sncri, alcuni eludevano la disciplina vigente nclln propria diocesi e si rivolgevano a vescovi co1npiaccnti. li vescovo di ìvlonreale dnva precise nonne per evitare questo inconveniente (l\!fonrcale 1554, lit. VI. cc. 16-17, r. 41v). ;\ Palcnno fra i peccati riservati c'era quello dei chierici che avevano ricevuto gli ordini "per saltu1n vel furtive" (!>aierino 1586. Il pars, c. 4, p. 49). 46 1\grigcnto 1589, J pnrs. ti!. 1v. c. 4, p. 15. ~ 7 Mazara 1575. li pars. c. 78. p. 79; Agrigento 1589. Il pars, c. 4, p. 50. 4 ~ M. GUt\SCO. /,a ./on11a::iom! del clero: i sc111i11ori. in La Chiesa e il po/ere politico, ciL. 629-715: A. BORROt•dEO. !vesco1'i italiani e l'applicazione del C'oncilio di Trento, in I fe111pi del concilio, cit., 27-105: 65-74. 19 ' Sess. XXIII, de r(!_j:. c. 18 (COeD, 750-753). so Palern10 1586. V pars, c. 8, p. 161-164: Agrigento 1589, Hl pars, lit. JX, cc. 1-6, p. 74-76. A Mal'.ara nel 1575 si istituì unn c0111111issione per affrontare il probleina; ne! 1584 si infonnava che la co1n111issionc aveva già stabilito !'erezione dcl serninario accanto alla cattedrale e aveva J'issttto il contributo che dovevano versare le persone e gli enti per il suo n1anleni1nento. 51 ;\ Pa!enno. dove era già stato istituito i! sc111inario, il si11odo esortava i parroci a reclutare rnolti bambini di buona indole, a istruirli, a educarli, n discutere col vescovo sui criteri della loro JOnnazione. in modo da prepurarc degni ministri (Palcnno 1586, Il pars, c. 7, p. 62). 52 Scss. XXlll, de ref'. c. 4, l l, !3. 1'1. COeD, 746-749. 5 ~ Per ricevere gli ordini sacri a Patii si richiedeva sola111cnte che il candidato sapesse leggere. cantare e conoscesse i principi della grainniatica (Patti 1542, c. 80, p. 32). Nella stessa diocesi nel 1567 i requisiti per 1·a1111nissione ai vnri ordini erano stabiliti in inodo pili nrticolato: per la 1onsura bastava conoscere i prin1i ele111cnti della dottrina cristiann («rudin1cnta fidei») e si sapesse leggere e scrivere; per gli ordini 1ninori e 111aggiori si doveva conoscere la lingua latina (Palli 1584, !Il pars. c. 16. L 34r-35v). Questi stessi criteri erano indicati nel sinodo di ivlonreale e nei due sinodi di ivlazara, con l'aggiunta di un certificato


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Adolfo Longhilano

Coloro che ricevevano il sacramento del presbiterato non erano abilitati auton1atica111ente a celebrare la 1nessa e a confessare. Per celebrare questi due sacran1enti era necessaria un tàcoltà particolare, che il vescovo rilasciava annualinente a chi era stato riconosciuto idoneo dopo un accurato esan1e. Il nun1ero dei sacerdoti abilitati alla confessione doveva essere !in1itato, se 111 alcuni casi si corse il rischio di non poter assicurare ai fedeli i confessori sufficienti per fare il precetto pasquale''· Una preparazione specifica per i confessori era costituita dai casi di coscienza: ai sacerdoti riuniti pcriodican1ente nelle città o nei vicariati era proposto un caso particolare eia risolvere, con l'esposizione dei principi dottrinali necessari per la sua soluzioness. Alla regolare partecipazione ai casi di coscienza era subordinata la concessione ai sacerdoti delle facoltà di confessare56. Sono particolarn1ente interessanti alcuni suggeri1ncnti dati dai sinodi sui libri che i chierici) i parroci o i confessori devono possedere o leggere per

rilasciato da! parroco e dall'i1iscgnan!e sulla sufficiente preparazione dei candic!uti (ivlonrcule 1554, tit. V!, c. 9, r. 39v: tvlazara ! 575, l! ptirs, c. 78. f. 79r; M:tzara 1584, I purs. Dc SHcraincnto ordinis, c. 2-3, p. 52). Criteri più ampi di preparazione erano stabiliti nel sinodo di Cetàlù: i candidati agli ordini maggiori dovevano conoscere la dottrina sui sacran1enli in generale, sui sacran1c11ti del!"ordinc e clcl!'cucarislin in particol<lrc e sui co1npiti specifici che spettm10 dopo la ricezione degli ordini (Cefalll 1584. Dc sacramento orc!inis, c. 2-9, r. 30v32v). 5 ~ A. LONGHITANO, /,(/ parrocchia, ci!., 59-62. 55 E. DUBLANCJJY, Cas de conscience, in DthC, JJ/2, l)aris 1905, 1815-1820: ID., C'as11istiq11e, ibid., 1860-1877; I. TAROCCHI, Casistica, in E11cico/pedia Caffolica, !!L Città del· Vaticano 1949, 981-983. 56 A Patti la J'acoltù di confessione era concessa ai sacerdoti che potevano di1nostrarc di avere partecipato per due anni allo studio elci cusi di coscien7.a (Patti 1584, JIJ pars, Dc penitentia, c. 7, p. 24. Il sinodo di fVla?:ara raccon1anclava agli nrcipreti e ai parroci di incaricare una persona preparata (((vir cloctus») per l'insegna111enlo dei casi di coscienzu in 1noclo che luHi, chierici e confessori, potessero conoscere ciò che era necessario alla salvezza c!c!!c ani1ne. Nella cuttedrale la prin1t1 prebenda vacanle sarebbe stutu conferita a! teologo, <li quale si assegnava il coinpito di prcclict1rc e cli spiegare i casi cli coscienza (ivlazara ! 584, V p<lrs, De praedicatoribus, c. 5-6, p. 160). A Palermo erano previsti due diversi lipi di riunione: unu per tutti i chierici che avevano ricevuto gli ordini sacri, che si tcncvu nella cattedrale e nei luoghi stabilili dai vicari JOranei: l'altra per i conlCssori nella quale si spiegavano i casi di coscienza più dilTicili (Pulcnno 1586, !V pars, Dc ccclcsia cc1thedrali ciusquc pcsonis et clericorurn vita, c. 15, p. 133-134). ;\Messina i confessori crnno esortati ad ascollm·c o a leggere la spiegazione dei casi di coscienza (Messina f 588, JJ pars, Dc sacra1nento pocnitcntiu, p. 80). Ad Agrigento il canonico teologo da oltobre fino all'ulti111a doinenica precedente la quarcsiina ogni 1ncrco!edì e venerdì doveva spiegare nella cattedrale per lo spazio di un'ora i casi di coscienza; erano obbligati a partecipare tutti i confessori, a n1cno che non fOssero laureati o licenziati. ;\ chi si assentava senza n1otivo, dopo la regolare a1n111onizionc, era revocala per sei 1ncsi la fr1coltà cli confessare (;\grigento 1589. J pars, lit. Il, c. !~3, p. 5-6).


ReUgione popolare nei sinodi siciliani del '500

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svolgere utilmente il loro ministero: - il sinodo di Monreale suggeriva ai confessori !a lettura della so1111na di S. Antonino da Firenze o altre so1nn1e che si trovavano diffuse 57 ; - il sinodo di Catania raccon1andava ai curati il libro sacerdotale58 ; - il sinodo di Mazara ciel 1575 raccomandava ai chierici la lettura frequente della Bibbia, le opere dei Padri, il Catechismo Romano, la somma Silvcstriua, i decreti dcl Concilio di Trento e le costituzioni sinodali. Ai parroci suggeriva: la Regola pastorale di S. Gregorio, la son1111a di S. Antonino da Firenze59; - il sinodo cli Mazara del 1584 esortava i parroci ad acquistare e leggere: i decreti del Concilio cli Trento, il Catechismo Romano, la somma di S. Pietro Canisio, la so111111a Silvestrina, i! n1anuale del dott. Navarro, la son1n1a dei sacran1enti, il libro sacerdotale e !e costituzioni sinodali 60 ; - il sinodo di Cefalù suggeriva ai confessori: le son1111e Angelica, Silvestrina, Tabiena, Rosclla, Annilla e quella ciel dottor Navarro. Ai confessori raccon1andava di avere scn1pre presente la secunlfa secunclae della Sunnna Theologica di s. To111111aso, il Catechisino Ro1nano e la so1n1na dei sacramenti pubblicata di recente"'; - il sinodo Palern10 poneva in cin1a ai suoi suggeri1nenti la lettura della Bibbia e cli qualche suo utile commento; seguivano poi: le vite dei santi, il Catechismo Romano, la guida alla recita dell'ufficio divino e un libro di cerin1011ie per la n1essa, i decreti del Concilio di Trento e le costituzioni sinodali. Per i confessori suggeriva la lettura delle son1111e Anni Ila e Silvestrina. A tutti i chierici raccomandava la lettura frequente del libro sulla condizione dei

57 tvlonrcrilc 1554, tit. !I, c. 25. L 22r: A. PIER07.Z! (Antonino da Firenze), S111n111a 1110ra!is, Vcnctiis 1477. 58 Catania 1565. c. I !4. A. CASTELLANI, f,iber sacerdota!is [. .. _/, Vcnetiis 1523. 5'1 J'vlaz<1ra 1575. I pars. c. zl1J, r. 28r-29r. C'atechis11111s ex decreto Conci/ii Ti·identini ad parochos, Roinae 1566: S. ivlt\ZZOLIN! (o Prierias), 5ù1111111a s11111111aru111 quae Silvestrina dicit11r, Ron1ae ! 5 i 6. 611 ivlazara 1584. V p<irs. De urchipresbytcris. c. 12, p. 151. PETRUS CANlS!US, S11111111a doctrinae christionae / ... /, Coloni<ie 1577; IV!. AZP!LCUETJ\ (dottor Navarro), Enchiridion sive 111a1111ale co17(essarior11111 / ... }. Rornac 1588~ L. PEZZI, f,'pilome sacra111entor11111 a sacris ca11011ib11s et oec11111enih11s conci/iis / ... } excerpta, Brixi<ic 1570. La Regula pastoralis di S. Gregorio Magno è consultabile fi·ri le sue opere pubblicrite da! fVligne netta PL 77-79. 61 Cefi1lù 158:!. Dc sacra1nenlo poenitcntiac. c. 13, r 16v; ANGELUS CARLETO A CLAVASlO (o da Chivasso) S11111111a cas1111111 conscientiae /S11mmo Angelica}, Vcnetiis 1487; I. CAGNAZi'.O. 8111111110 s11111111ar11111 quae Tahiena dicitur, Bononiae I 517; BAPTJSTA DE SALIS (o Trovan1ala), 5ù11111110 Baptistina (o Rose!!a). Paris !515: B. fUM!, S11/l///J(/ aul'ea quae Anni/la inscribitur [. .. ]. Vcnctiis I 554.


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Adolfo Longhitano

chierici di S. Cipriano, e la lettera di S. Girolan10 a Nepoziano('2 ; - il sinodo di Messina esortava i confessori ad acquistare le opere degli autori più accreditati con1e le son1111e Silvcstrina, Annilla, del dott. Navarro e quella dei sacran1enti 6.ì; - il sinodo di Agrigento racco111andava agli addetti alla cura d'ani111c di leggere: i decreti del Concilio di Trento, il Catechismo Romano, la somma Silvestrina, dei sacran1enti, il 111anuale del dott. Navarro, il volun1e del do1nenicano p. Marcello (ìrassi, le costituzioni sinodaJir'-i. Gli ele111enti presi in esan1e ci offrono un quadro alquanto povero sul reclutan1ento e sulla fonnazione dei chierici. In sostanza si può affennare che 111ancarono le rifanne strutturali. Per il recluta111ento sì continuò a conferire la tonsura dopo i sette anni. Anche se per il conferin1ento degli ordini 111aggiori era richiesta un 'età più n1atura('5, restava insoluto il problen1a di un gran nu1nero di chierici che godeva dei privilegi previsti dalle norn1e canoniche, prestava un certo servizio nelle chiese, n1a non chiedeva gli ordini 111inori e niaggiori. Per !'istruzione e !a fonnazione non portò alcuna novità l'istituzione dei scn1inari. Nella tnaggior parte dei casi il clero sapeva appena leggere, scrivere e celebrare i riti sacri. Gli stessi sacerdoti abilitati alla celebrazione encaristica e alla confessione non potevano contare su una solida cultura teologica di base; la loro preparazione non andava oltre la conoscenza di alcune nozioni pratiche, iinparate nelle riunioni dei casi cli coscienza, per risolvere i problc111 i che si presentnvano con 1naggior fì·equenza nella confessione o nella celebrazione de! n1atri1nonio. Le opere consigliate dai sinodi ai chierici e ai pastori d'ani1ne in gran parte erano su1n1nae casuu1J1, cioè scritti che trattavano te111i di teologia o cli diritto canonico, elencati il piè1 delle volte in ordine alfabetico, a partire da casi desunti dalla vita quotidiana('1'. La loro lista indica solan1ente quali fOssc-

<12 Palenno 1586. Dc poenitentia. c. 4, p. 44: De clericis honestaque eorun1 vita, c. J 5, p. 131~140. Il rilèrin1cnto a S. Cipriano riguarda il tratlato /)e singu!aritate clericon1111, che non appartiene certamente al vescovo afì·icano (J. QUASTEN, Patrologia, I, Torino 1980, 599). La lellera di s. Girolaino n Nepozìano, sui doveri dci chierici e dei sacerdoti, è la 52 del suo epistolario (Migne, PL 22. coli 527-540, Paris 1864). 63 l\1essina ! 588. l! pars, De sacramento poenilenlia. p. 80. 61 · Agrigento !589. J pars, tìL VII, Dc cun1tis. c. 1 L p. 26. 65 11 Concilio di Trento per gli ordini maggiori aveva stabilili i seguenti li1niti di età: 22 per i! suddiaconato, 23 per il diaconato. 25 per il presbiterato (scss. XXIII, de re_{, c. 12, coeo 748). l sinodi siciliani si !i1nilano a recepire questa norn1ativa. (,(, A.M. ST!CKLER. ,)'omme, in Enciclopedia Ca!!olicn. Xl, Cittù del Vaticano 1953, 955-962. Si (ratta di testi che si ritrovano nelle biblioteche dcl clero italiano di questo pc-


Religione popo!ore nei sinodi siciliani del '500

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ro le opere di divulgazione teologica e canonica più diffuse in quel periodo, 11011 si può stabtlire se e in che 111isura il clero seguisse i suggeri1nenti dati dai pastori e si preoccupasse del proprio aggiorna1nento. Queste riflessioni ci fanno intuire che il clero non s1 trovava nelle condizioni di svolgere quella funzione di guida e di controllo della religione popolare voluta dai vescovi e dalle nor111e canoniche. In definitiva il clero, quanto a sensibilità e a preparazione teologica, non si distingueva da! popolor'7; perciò non si aveva la dialettica necessaria perché la religione popolare si aprisse agli autentici valori del Vangelo e abbandonasse le scorie che da sen1prc l'avevano contraddistintn.

2.2. La fonnazionc dei fedeli: catechesi, predicazione, assoc1az1on1sn10 religioso La forn1azione di base dei fedeli passa anzitutto attraverso la catechesi, cioè l'insegnan1cnto degli elen1enti fondan1cntali della dottrina cristiana fatto sia ai ban1bini, sia agli adulti"~. Nei sinodi troviatno una certa varietà cli indicazioni: alcuni prevedevano teinpi e 111etodologic diverser'9 , altri non facc-

riodo: A. l)ROSPF:RI, /)i alc1111i testi per il clero nel/ 'lt<ilia del ;;rimo Ci11q11ece11to. in C'ritica storico 7 (!968) 137-!68: !D .. lnte!!ett11a/i e Chieso o/l'inizio dell'età moderna, in Intellettuali e potere, SLoriu d'/Lalia. Annali 4. Torino !981. !59-252: A. BJONDl.Aspefli della cultura cattolica post-tridentino. ibid. 253-302: V. DI FLAVIO. Grado d'istruzione del clero rea/tino nel periodo 1560-1620. in Il C'onci/io di '/i·ento ne!!a vita spirituale e culturale del i\1ezzogiorno tru Xl'/ e XVII secolo, Alli del convegno cli Maratca, 19-21 giugno 1986, 8

cura di G. De Rosa e J-\. Ceslaro. Venosa 1988. 1 !9-!54. <>7 P. BURKE, C11/t11ra popolare. cit.. 151-152. 68 ll Concilio di Trento 8ffronla il teina nella sess. XXIV. de rej:, c. 4 (COeD 763). [ler la C81cchcsi nell'Europa 111odcrnn vedi: P. l3URKE. C11lt11ra popolare, cit., 219-220, 227-228: J. BossY, L'occidente cristù1110. cit., l~0-!,12: lD .. /)a/la co1111111itù a/f'i11divid110. cit.. 25-33: \V. MON l'ER, Riti, 111ito/ogia e 111agia. ciL. 32-33: I3 J-!35. L. LA ROSA. Storia della catechesi in Sicilia (.s·cc. Xl-'1-XIX). Lan1ezin Terme 1986. 69 La prassi più ~eguita era quella di prevedere 1·insegnn1ncnto dcl catechisn10 per i batnbini net porneriggio delle clo111e11iche, al suono della cainp8n8: Siracusa 1553, tit. XXII!. c. 2, r. 109r-v; Agrigento 1589. I purs. De curalis, L 2. p. 24. Per gli adulti, invece, rinseg11an1ento del calechis1no poteva nvvcnirc durante la messa festiva. dopo i! Vangelo. Nel sinodo di Patti trovìaino un piccolo dossier in lingua italinna. con i discorsi che i parroci dovevano Jhrc ai JCc!cli e le JOnnulc che dovevano inscg1rnrc: Pn1ti 1567. til. De rectoribus et curatis. c. 2, § 37- 110. La s!cssn prescrizione vigeva a Catania !565. c. !02 e a Cefrtlù 1584, c. 5. f. 35r. li sinodo di 1\/lazara, invece, prescriveva la ripetizione delle forinule pili cotnuni nella 111essa principale, dopo il credo. se 11011 c"cra stata !a predica (tVlnzara 1584. V pars, De archipresbyteris, c. 14, p. ! 51 ).


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/\dolfo Langhirano

vano distinzione70 . In realtà la catechesi ai ba1nbini o agli adulti nella n1agg1or parte dei casi prevedeva \'insegnan1ento di alcune fonnule a 111e1noria; perciò non sen1prc si poneva il problen1a di adeguare il linguaggio alla diversa capacità di con1prensione di un ban1bino o di un adulto. In alcuni sinodi trovian10 anche queste for111ule che i pastori d'a11in1e dovevano insegnare o tenere esposte in chiesa -

secondo le indicazioni dcl Concilio di Trento 71

-

per far

sì che ogni fedele conoscesse sia le verità necessarie per la propria salvezza, sia le indicazioni concrete per un co111po1tan1ento n1orale coerenten. Un probleina che tutti i sinodi si pongono è quello di coinvolgere nel dovere della catechesi non solo i parroci e il clero, n1a anche i genitori) i

1naestri di scuola, i padroni nei confì·onti della propria servittin. Oltre all'insegnamento delle verità fondamentali della fede, i sinodi prevedevano un:istruzione più accurata per gli adulti sia pri1na o durante la celebrazione dci sacran1enti n, sia 111edi811te la predicazione che potev8 assu-

70 In alcuni sinodi il calechis1110 restivo 11011 riguardav;1 solo i brnnbini 1na tutti. uo1nini e donne, persone colte e incolte (nrdes o idioti). nobili e popolani: Pa!enno 1586, I pars, c. 7, p. 15; il sinodo csortu i paiToci a servirsi dcll'opcn1 dci gcsuiiL che svolgono questo inlnistero co1nc co111pi!o spcci!'ico, in1poslo dalle loro stesse costituzioni. Per i due sinodi di Mazara la catechesi JCstìvn era rivolta a tutti (tVfa7ara 1575. J pars. Dc doctrina christiana, c. 37, f. 24r; ìvlazara 1584. V pars. Dc nrchipresbyteris. c. 15. J'.151-152). Messina equiparava ai ban1bini le donne e le persone incolte (r11dcs): ì catccliisli dovevano leggere in modo chiaro e con1prcnsibilc i! testo e spiegare sopn1ltutto i dicci con1anda111enli. ! ban1bini dovcv<tno i1nparare le fonnulc a 1nen1oria (/\tlessina 1588. Dc cloctrina cristinnn, p. IO). 71 Sess. XXIV.de re_/. c. 7,(COeD, 764). 72 Un compendio della dottrina cristiana in lingua italiana è riportato dal sinodo di Sin1cusa 1553, tit. Vlll, c. 19. f". 63v-7lr. li sinodo di Palli per facilitare l'apprcndi1ncnto dci principali articoli di fede. li diviclcvti in dodici punti. indicando ognuno cli essi con il 11on1c di un apostolo (Patti 1567. Dc rcctoribus et curalis, c. 2, § 41). li sinodo cli Mazara del 1575 adottava il co1npendio della clollrina cristirn1a in forn1a dialogica, edito a Ro1na da Giuseppe De Angclis, per ordine di Pio V e rivisto eia Gregorio Xlii (f\!lazara 1575, I pars, Dc cloctrina christirnia, c. 37, f. 24r). Il successivo sinodo di ìvla7nn1 riporla un breve coinpcnclio della dottrina cristiana (f\!lazara 1584. I pars. Dc licie calholica, p. 7-21). Un altro breve con1pcnclio si trova nel sinodo di Cefalù del ! 584. r: 35r-38r. Sc111bra orn1ai derinilivainente ·acquisita la scelta cli far rilCrin1enlo al decalogo per spiegare le trasgressioni che i fedeli devono evitare. anche se non n1nnca l'indicazione dci setti peccati capitali. Su quesl'ulti1110 argo1ne11to si veda .I. 13ossv. Dalla co11111nità a//'individ110, cii., 87-116. Tl Siracusa 1553. lit. XX!l!. c. 1-3: Palli 1567, til. Dc rcctoribus et curalis. c. 3. § 4548~ f\!lazara 1575, 1 pars, c. 37-38. r 23v-25r: Palli 1584. I pars, c. 2, f 4v. 7 -i !! sinodo cli f\!lonreale sollolinea la ncccssitfl per il clero di spiegare ai fedeli il significato dei sacrrnncnti pri111a della loro celebrazione. per niutnrli a con1prenclere i segni attraverso i quali è data la grazia e per far crescere in loro la Jède e la devozione (fVlonrcnlc 1554, tit. J. c. 2. L \v_ Esortavano a verificare la conoscenza delle verilà de!!a Jède o a l~ll"e una opportuna catechesi in occasione della cclcbrnzione dci sacrainenti il sinodo di Catania


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niere diverse fonnc: l'o1nclia do1nenicalc e festiva, i quaresin1ali, le diverse ricorrenze liturgiche o le feste dei santi. li tema delle predicazione è fra i pili delicati che affrontano i sinodi, perché con1prenclc aspetti diversi: i contenuti, !a forn1a, il soggetto idoneo e n1unito di facoltà, i luoghi e i teinpi. Il Concilio di Trento aveva richia1nato i vescovi, i parroci e il clero in genere all'obbligo di spiegare la Scrittura e di istruire i fedeli nelle verità della f'edc 75. Anche i sinodi non n1ancavano di fonnulare norn1e per affrontare e risolvere i diversi aspetti del proble1na. La clifficoltà principale eia superare era la preparazione del clero addetto alla cura delle ani111c. È facile notare l'incongruenza delle norn1e che obbligavano i parroci a predicare) pur riconoscendo che nella 111aggior parte dei casi non ne erano capaci. Ci li1nitia1110 a riferire i riferi1nenti più cn1ble1natici. li sinodo cli Monreale, rifacendosi al mandato di Cristo agli apostoli di predicare il Vangelo, avrebbe voluto in1porre ai curati obblighi più pressanti per l'attuazione di questo preciso dovere; tuttavia conoscendo la loro pigrizia si li1nitò a raccon1andare la spiegazione del Vangelo nelle niesse pili frequentate. Nessuno doveva vergognarsi della propria ignoranza: il Signore avrebbe suggerito le parole giuste a coloro che avessero operato con n1olta virtl! 76 • Il sinodo di fvlazara dava per scontato che i p8rroci non erano capaci di spiegare il Vangelo. Poste queste pren1esse, non trovava altra soluzione che supplire con 111acstri di teologia autorizzati dal vescovo nei periodi di quaresi111a, di avvento e nelle feste principali 77 , Gli altri si li111itavano a dire che il parroco era obbligato a predicare «sive per se, sive per aliu111 [ ... ] pro eius capacitate»n. Altro problema complesso era quello dei contenuti 79 • Non si trattava solamente di evitare gli errori dottrinali secondo le nonne stabilite dal Concilio di Trcnto"IJ, 111a dì cogliere il inessaggio evangelico nel suo nucleo cssen1565, c. 93 e 127: Putti 1567. lil. Dc sponsalibus et 111atri111oniis, c. 5, § 179.180: 1Vlazara 1575, ll pars, c. 5, r. 34v: Agrigento 1589. I pars. Dc curatis. c. 6, p. 25. 75 11 Concilio cli Trento affronta il tenia della predico7.ione nella sess. V, de re_/, c. 11

669). 76 l\llonrea!e !554. Dc oflicio Cl!l'll!Orlllll. c. 9. r 81 v.82r. 77 f\llaznra 1575. ·1 pars, Dc cloctrina christinna. C. 37. r. 23v. Anche il sinodo di 1\grigenlo scrivevo che l'n1 i porroci pochi o nessuno era in grado cli predicare; perciò !i invitava n /'are prediche facili e brevi per inscgnnrc ai fedeli i principi essenziali della Cede (Agrigento I 589, J pars, tit. IL c. 9, p. 8). 78 Patti I 5811, I pars. c. 2. r. 5r. 79 Sui n1oclclli seguili nella predicnzione di questo periodo storico si veda P. BURKE, C11!t11ra popolare. cit.. 129-132. " 0 Scss. V. de re/. c.! 5 (COED 670). (COCD


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Adolfò Langhirano

zia/e, evitando di divagare in discorsi inutili, di fare sfoggio di cultura fuori !uogo1' 1 o di andare al!il ricerca di apparizioni, di 1niracoli, di nuove devozioni82 ... Su questo i vescovi erano n10Jto vigili e i sinodi invitavano i fedeli a denunziare i predicatori sospetti o scandalosi·\'. Non poteva inancarc la proibizione ai laici di predicare. Anche se questa esigenza non doveva essere partico!annenie sentita in Sicilin, si pote-

va sen1pre teniere /'introduzione di prassi ritenute pericolose. Le circostanze che potevano indurre i laici a predicare sono indicate da alcuni sinodi: le questue, il desiderio di f-~1r conoscere nuove in1111agini di santi~· 1 . lJn notevole contributo alla l'orinazione cristiana dei fedeli era dato dalle confraternite e dell'associazio11isn10 laicale in genere, che in Sicilit:l aveva una solida tradizione~ 5 . I n1e111bri di questi istituti il più delle volte non ricevevano solan1entc una certa istruzione religiosa, 111a t~1cevano anche una vera esperienza cli Chiesa attraverso la pratica delle carità verso I contì·ati e verso i poveri. Nella n1nggior parle dei casi erano le confraternite a gestire gli ospedali, gli ort~1notrofi, i n1onti di pictò, ad assicurare l'assistenza ai 1110ribondi e la sepoltura ai defunti. Nei sinodi dcl nostro periodo non si respira un cli1na favorevole verso le contì·aternitc laicali. ('.'era .:-111zitutto i! prob!en1a di inserire le confra-

NI Patti 1567, Dc pi·aedicationc verbi Dci. c. 2, 0 52-57: Palenno 1586, I p<1rs. De concionatoribus, p. 43-,15: ìvlcssina 1588. I pars, Dc verbi Dei prt1cdicalionc, p. 8-15. 2 g l'vlonrcti!c !554, li!. XVIII, c. 9. L 95v. ·~-' Indicative le prcscrìzioni dcl sinodo di Ct1Lania: «!!cm ordinamo a tulli et singoli retturi di ccclcsia et nitri che lrn11110 cura dc ani1ne le quali spectnno chi alcuni predicaturi di qualsivog!a grado. ordini si siunu dc scand;dosn vita et che 11elle prcdicalioni. recitando 1~1boli rcdicolosi ad usnnza di bo!loni. cxcitano lo popolo ad ridere o che retraessero li prelati dcle ecclcsie cl sacerdoti oi sc1ni11assiro /'alse doctrinc o qualche errore di hcresia, che con ogni diligentia debim10 re!Crire et notificare n noi o a nostro vicario altrainenti serrano castig<lti gravin1cnli da noi)). Prescrizioni analoghe si lrovnno nei sinodi cli Siracusa 1553, Lit. X. c. 4. f. 81 r.: l'vlazara J 575. ! pars. c. ~2. r. 27v: /Vlcssina 1588. De concionatoribus, p. 45. 84 ivlonrcalc 1554. lit. JL c. 19. r 24r; Agrigento 1589. ! pars, ])e pracdicatoribus. C. 8, r. 7r. 85 Sul tcnHl delle co11fraterni1c si vedu sopratlullo: (ì. G. l'vlEERSSEMAN, Orcio fraternitali.1'. C'or!fi·aternile e pietrì dei laici 11el medioevo. 3 vo!!, Ron1a 1977; R. RuscoNL Coriji·aternite, co111pagnie e devo::ioni in I.a Chiesa e il potere politico. cil., 471-506; Co1?fraternite e 111eridione nell'età 111rHler11u. a cura di V. Pnglia. Ro111<:1 1990; C.f. BLACK, Le confratei:ni-

le italiane del Ci1u111ecento. Fila11t!'opia. C({/'ità, \'o/011tari({fo nel/ 'età della r({r.>r111a e controrifOrnu1, trncL it.. l\1fila110 1992: ('0111pog11ie e co1!/i·oter11ite religiose di Pa!en110. n curi.l di F. Azzarello. Palerrno 198~: S. CUCINOTTA. Po1;olo e clero i11 Sicilia nella dialettica socio-religiosa fi·a ('inq11e e Seicento. lVlessina 1986. 129-276: A. SlNDON!, Le COl'!fi·Gternile in Sicilia in età n1oderna. in ('011/i·ofi!l'nile e 111cridione.. cit.. 321~342.


Religione popolare nei sinodi sicilioni del '500

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ternite nell'ordinamento proposto dal Concilio cli Trento, che voleva fare

della parrocchia i! centro propulsore della pastorale; n1a non era venuta n1eno nella gerarchia - anzi con la Riforn1a si era rafforzata - la secolare diffidenza verso i laici e si voleva in tutti n1ocli !i111itare l'auto110111ia delle confraternite, sottoponendole ad un rigido controllo. li prob!e1na di aclegunre l'orclinan1ento diocesano alle direttive dcl concilio poneva in Sicilia 11011 poche difficolt8. I norn1anni nella rifondazione delle diocesi, in 111anca117.a ciel clero diocesano, avevano privilegiato il clero religioso. Di conseguenza 11011 erano stati creati benefici parrocchiali autonon1i, n1a !a cura delle anin1e era stata affidata coine con1pito accessorio ai capitoli 111onastici o elci canonici regolari delle cattedrali. In questo n1oclcllo di orclina1ne11to non csist-eva u11 centro propulsore principale della pastorale (la parrocchia), n1a una pluralità di centri: gli ordini religiosi 1nonastici e n1enclicanti, gli ordìni cnvaltcreschi, le confi·aternite hr' ... Il problen1a di un niaggior controllo delle contì·aternite laicali da parte elci vescovi s1 poneva 111 Sicilia allo stesso n1odo che nelle altre regioni. Una norn1a con1unc proibiva l'erezione di nuove contì·aternitc al di fuori d~lte chiese parrocchia!i~ 7 . Quelle esistenti dovevano coordinarsi con le parrocchie e non svolgere un'azione parallela e concorrente~.~. Erano incoraggiate le contì·aternite del SS. Sacra111en10 ~· 1 . Dovevano essere ancora prc-

,% 1\. LONGJlllANO. 1~\'ol1c:ionc sociule e gil!ridicu delle pan·occ/iie, in l,r1 Chiesa di Sicilia dal l'aticano I ol /'oticu110 Il, <1 curn di F. Flores d'/\1"C<1is. Callanisscttn-Ro111a 199,1_ 405-482: 405-409 ~ 7 Ln prin1a proibizione si trova nel sinodo di Pa11i. celebnilo prin1a del Concl!io di Trento (Palli 1542. c.·93, L 28r). Dello stesso tenore· quella dci sinodi cli Siracusa e di tVlonrealc cc!cbrnti nel pçriodo di sospensione del concilio (Siracusa 1553, tit. XX!J, c. I. r 107rv; Monreale 155LL til. !X. c. 35. (uL 53r). L'i11diri7.zo non c<11nbia dopo il concilio: rvtnzara 1584, li! pars, Dc confra!crnitibus cl n1onle piclntis. c. 2. p. ]()tl. 8 N !I sinodo di JVlnztna giudicava i11tollcr<1bilc il con1portn111cn10 di alcun! confrati che ne!!e do1nenichc nbbn1Hlonavano le proprie parrocchie per rrcquenlare In chiesa della confraternita, l~1cendolt1 diventare in lui modo lilla parrocchia. J\l1neno nelle reste principali dovevano frequent8rc In propria rrnrroechin. Nelle chiese delle confn1ternitc non potevano essere celebrale tu!le le funzioni che si celebn1110 nelle chiese prnTocchi<lli (!Vlnznra 158<1. Ili pnrs. De confruler11italibus cl 1nonle pielntis. c. 3-6. p. 105). Il sinodo di !\1Hi csortnva i pnrroci a non assentarsi nelle do1neniche e nelle ICste dalla chiesa parrocchinlc con il pretesto cli recarsi nelle confraternite (Pal1i 1584. Il pars. c. 1. r. 1 lr). 8 '> li sinodo di Siracusu .prcscrivevil elle l'assero erette in ogni chiesa parrocchiale per assicurare il solenne svolgi men lo del culto eucaristico (Siracusa 1553, I. V, c. 24. L cl! v). Una nonna analoga si legge nel sinodo di Cclìilli 158'1. c. 15. f. 2Llv. Il sinodo di ìvlazara prendeva atto che orniai ciucste conl'ralernilc erano diffuse ed esortava i confrati a partecipare nuincrosi


390

Adolfò Longhitano

senti e operanti confì·atcrnitc di disciplinanti, se i sinodi sentono il bisogno di intervenire per rego!a111entare la !oro attività 90 . Co111e si può notare dai dati riportati, l'istruzione e la fonnazionc dei fedeli avveniva attraverso soggetti e 111odalità diverse. Le carenze di alcuni erano supplite dall'azione di altri. Non era certa1nente la catechesi ordinaria, i1npa1tita ai ba1nbini o agli adulti nelle parrocchie, ad assicurare Pistruzione e la fonnazionc cristiana dei fedeli. Probabiln1ente esercitava un ruolo più incisivo la predicazione straordinaria affidata per lo più ai religiosi (quaresi1nali, 1nissioni, feste ... ) e l'azione svolta nelle confraternite e nelle associazioni. Restano da scoprire i contenuti dell'istruzione e della fonnazione. Per il tenia che ci riguarda sarebbe interessante stabilire se l'insegnan1ento in1pa1iito ai fedeli si poneva pili sul versante della religione "naturale" e "civile" che su quello specifico "cristiano)'.

2.3. I sacra111enti, la n1essa e i! culto eucaristico l__,a 111aggior parte dei sinodi presi in esainc affì·ontano il teina generale dci sacra111enti 01 , considerati da tutti con1e rin1edi al peccato e alle debolezze dell'uon10° 1 , usciti dal costato aperto di Cristo 9 ·'. I2 ovvio che nei testi analizzati i sacran1enti presu111essero la fede; tuttavia solo nel sinodo di Catania al!c processioni e nel ncco111pagnure il sacerdote che porta i! viatico ai 1nrdnti (l\!1azarn 1584, I pars, Dc Sanclissi1110 Sncrn111c11to Eucharistiae, c. 10-11, p. 30). 00 A Siracusa il sinodo proibivn ai clisc!pli11anti c ag!i altri confrati di portnre nrn1i in processione perché era in;icccttabilc indossare abiti religiosi e nutrire odio nel proprio cuore (Siracusa 1553. tiL XXIL c. 2, L 107v-1081'). J-\ fV!azara prinw si davano nonne per risolvere nlcuni eonJliHi tì·n il clero e le confrulernile di disciplinanti (fVlnzora 1575, Jll pars, c. 30. r. 95v). poi si proibì alla donne di disciplinarsi in casa o fuori. perché questa prassi doveva essere ritcnutn disonesta: inlìnc si proibivn 8 lllllÌ di disciplinnrsi nel giorno di Pasqua (Mnzara 1584, V pnrs. Dc vicariis ronrneis. c. 15. p. 156). 'J! Nel Concilio cli Trento si cru giù accen1101to più volte al teina dci sacrnn1cnti durnntc la discussione sulla gius1ificn1.io11c (/-!. JEDJN. ,)'torio del Concilio di 7ì·enfo, trad. it .. 4 voli. !I, Brescio 197:.1-1981, 193-226). L'argon1e11to ru o!Trontnto csplic!tainente nella sess. Vll a Trento (ibid. 427-455), e <l l3ologna (ibid. l!I, '19-123: 199-226). ma continuò o tìi ripreso nelle sessioni successive fino alln XXIV in cui si prmnu!garo110 i decreti sul n1atri1nonio. Il concilio 11011 si proponeva di forrnularc unn sintesi dollrinnlc sui sncran1enti ricollegandosi alla lcologin dei padri e alla riccn tradizione 111cclièvale. L 'ollicn dentro la quale il Concilio di Trento fu costretlo a 1nuoversi era li111itata dillla posi7ionc assunta dni riJOnnalori (S. MARSIU, Socn1111enti. in 1V11ovo dizionario di- /i11o~r:,iu. a cura di D. Sartore e A.fvl. Triaccn. Ron1a 1984. 1271-1285: 1278-1280). 92 Dei dodici testi esa111inali il teina generale dei sacran1enti non è aflì·ontnto solo in quelli di Patti del 1537 e ciel !567 e in quello di Siracusa del 1553. 91 · Pnlern10 1586. Il pars. c. 1. p. 38-40: J\grigcnlo 1589, I! pars, til. I, c. 1, p. 28.


Religione popolare nei sinodi siciliani del '500 notia1110 un ce1to rifèri111ento al rapporto fede-sacran1enti

9

~.

391

Qualcuno cita

l'espressione dcl Concilio di Trento: «mediante [i sacramenti della Chiesa] ogni vera giustizia ha inizio o viene au1ncntata» 95, qualche altro spiega i sacramenti riferendo la parabola del buon samaritano (Le 1O, 30-37): all'uomo incorso nel peccato Gesù Cristo offre i rin1edi dei sacran1enti per sanarlow'. Qualche altro fa riferimento all'ilemorfismo aristotelico e ricorda ai sacerdo-

ti che devono conoscere la 111ateria e !a forn1a di ogni sacran1ento

'J7.

Altri,

infine, considerando che i sacrarnenti sono segni che producono la grazia, invitano i sacerdoti a spiegare ai fedeli il significato del segno e della grazia

conferita

98

Dopo una breve introduzione generale l'interesse prevalente dei sinodi

è quello di formulare norme specifiche per risolvere i problemi concreti. Nella n1aggior parte dei casi si tratta di una nonnativa 1111nuz1osa di diversa consistenza, secondo l'i111portanza ciel sacran1ento trattato; è ovvio che i canoni sul n1atrin1onio occupano in tutti uno spazio considerevole. Per il teina che ci riguarda ci lin1itcre1110 a prendere in esan1e la nonnativa sul sacran1ento dell'Eucaristia. Nel disciplinainento cicl!a pratica religiosa, il culto eucaristico aveva un posto di rilievo"9 • Non si trattava so!a111cntc cli rego!an1entare la celebrazione della 111essa, n1a di incoraggiare una serie cli iniziative che si prefiggevano scopi diversi: l'affennazione della dottrina sulla presenza eucaristica fonnulata dal Concilio cii Trento contro le tesi luterane 1111 1, la pron1ozione di iniziative 111ira1e a far sorgere una pietà popolare più controllata dalla gerarchia, il rafforzan1ento della presenza della Chicsn nel!n società. Le nonne più con1uni e pili rigorose riguardano la partecipazione

dei

9 ~ «[ ... ] il ministnllorc dc sacrn111enli clcbbln instruire il popolo de quello chi si fa nel dare cli ciaschiduno sacn1111enlo, ;:icciò per questi externi signi di sacrainenti si vegna ad excilare la clcvotioni dcli fedeli in Dio, el credendo et intendendo i! divino 111inisterio dcl sacra1nento vegnino ad partecipar dcln gn1ti<1 di Cllristo Salv<1tor nostro)> (Catania 1565, c. 85). 95 Sess. VIII. lntrodu?.:io11c (COCD 68'-l). Il rili.::ri1ncn!o al concilio si trova nel sinodo di Patti 158'-l. JIJ pars_ De seplis sacramentis 1-·:cclcsiae. c. L L 17r. 96 IV!nzan1 1584. I pars. Dc sacrarnenlis Ecclesiae, c. L p. 21-22. 'J7 Patti 1584, lii pnrs. Dc scplcn1 sacrrnncntis Ecc!esiae, c. l. f. 17r. 98 rvtonreale 1554, tii-. l c. 1-2-. t: 1r-2r: Ca1<111iu 1565. e_ 85. '!'J P. BtJRKF:, ('u/t11ra popo/ure. cil., 226-227. 1110 I principi dollrinnli su11·1~ucaristin sono esposti positivmncnte e non si Ji:l cenno alle tesi degli eretici. Solo nel sinodo di l\/Jonrcalc si sotto!incu !<1 dottrina dc!!a presenza reale con un indiretto riferin1e11!0 alla concezione luterana (fVlonrealc 1554. tit. !IL c. 1-2, f 24r-v).


1\dolfò Longhitono

392

fedeli alla 111essa do1ncnicale e al precetto pasquale. Tutti i fedeli dovevano partecipare alla 1nessa c\0111cnicale nella propria parrocchia e non in quelle delle confraternite 1m. Nessuno doveva sentirsi scusato da questa nonna né per 1notivi di lavoro 1112, né per 111otivi di lutto 11 u. I parroci dovevano vigilare perché spettacoli o saltin1banchi non distraessero i fedeli dall'osservanza

delle feste""· Anche !a confessione e la con1unione annuale a Pasqua doveva essere fatta nella propria parrocchia 1115 • Ogni parroco doveva confessare e co1nunicare solo i propri parrocchiani e scrivere i loro noini in un registro 111 (·; ai forestieri doveva rilasciare un certificato da esibire al proprio parroco

11 H •

A

cOnclusione del periodo pasquale ogni parroco doveva trasn1ettere alla curia i non1i dei fedeli che non si erano confcssnti e co111unicati 11 m. Coloro che non avevano soddisfatto al precetto pasquale senza legitti1na causa sarebbero stati dichiarati scon1unicati 111') e i loro non1i sarebbero stati letti nella n1essa parrocchiale o affissi alle porte della chiesa 1111 • I proprietari o gli affittuari delle tonnare, dei pescherecci, dei frantoi di canna da zucchero dovevano chiedere

1\tlonrealc 1554, ti!. IX. c. 3, r. 45r: Paui !584, li purs. c. 1. f.1 lr. Palenno 1586. l ixirs. De praedicutione. c. 5. p. 13. ioì !V1011reale 15511. tit. XXV. c. 3 1. r. ! 19v: Pnlli 1567. Dc cc!cbrationc 111issaru11i. c. 15, 113-1 !6: fVl<izara 1575. !I pars. c. ~7. f. CiOv: rvlnznra 1584, l pars. Dc Sanc1issirno Euch<Jristine sacramento, c. 29, p. 33: Agrigcn1o 1589. Il pars, lit. V. c. 7. p. 43. li sinodo di Palenno riferisce !a prassi delle rngaz7e da 111arito e delle vedove che non uscivano di casa neppure per andare n fVlessa (Palern10 1586. I p<irs, c. 5. p. !2). 1111 Pntti 1567. Dc JCstoru1n obscrvationc. c. 1. ~ 1I7: Palcr1110 1586, ! pars. Dc prncdicalionc, c. 5. p. 12. Il sinodo di f\'lazuru n1cco1nrnHJuv<l ni vicnri di ri111provcrarc scvcran1cnlc e costringere ncl entrare in chies<1 coloro che. 111cntre si celcbrnvn la messa. stavano nelle pinzzc. nelle !averne o n!lc porle delle chiese (1V1nznrn 158'-l. IV pars. Dc celebratione 1nissaru111. c. 22. p. 129). 105 Palli l5cl2, c. "!3. f. !Jr: Sìr:icus<l 1553. lÌL V, c. 16, C. 37r-v: Catania 1565. c. 9,J: fvlazara !575.1! pnrs. e. 50. r. ò4r: Pntti 158'-l.1!1 pnrs. c. 5. t:21: Agrigento 1589, li pars, tit IV. c. 2. p. 36. 1116 Patti 1542. c. 35. f. !Ov: Sirncusa 1553. tit. V, c. 16. I'. 37v: tvlonreale 1554. lit. !I, c. 13. L 12r: Cef~1ll1 1584, Dc sacnirnenlo Eucnristiae. c. 3, L2lv: Palern10 1586. !1 pars. c. 5. p. 5"1: f\!lessina 1588, li pnrs. c. 5. p. 77. 107 Cefrdl! 1584, Dc S(lC!'(llllCll!O Eucaristine. c. 3, r 22r: Palenno 1586. li pars. C. 5. p. 54: 111 u Palli 1542. c. 35. L IOv: Sinicusa 1553. lit. V. c. 17, L37v-38v: Céltania 1565. c. 132: Agrigento !589. !1 pars. til. IV. c. 7, p. 37-38. 111 'J Palli 15,12. c. 'IO-di. r l lv: Siracusa 1553. lit. V. c. 17. f. 37v-38v: ivlonre<llc 1554. lit. !J, c. Id, r. 12r; Palli 1584. Ili pars. c. 5. L 2lr: Agrigento 1589. Il pars, lit. JV, c. 3. 5-6. p. 36-37; l'vlcssina 1588. Il pars. c. 5. p. 78. 1111 Patti 1567. Dc pocnilentiis cl rc111issionibus. c. 5. ~ 193: Patti 1584. Hl pnrs, c. v. f. 2Jr; f\!lessina 1588. Il pars. c. 5. p. 78. 1111

101

*

1


Religione popolore nei sinodi siciliani del '500

393

ai loro dipendenti che certificassero il precetto pasquale; in caso contrario avrebbero dovuto licenziarli, in quanto scon1unicati, e trasn1ettere i loro no111i al vicario 111 • Dovcvnno essere esclusi dalla co111unione gli usurai, i bestemmiatori, i pubblici concubini e gli altri peccatori pubblici che non si sono pentiti dei loro peccati'"· Nor111e generiche disciplinavano la pri1na con1unione ai ban1bini e agli adolescenti: i sinodi, dopo aver affennato che l'obbligo di confessarsi e co111unicarsi a Pasqua iniziava con l'uso della ragione, richia1navano i parroci a istruire per alcuni giorni i con1unicandi perché sapessero ciò che dovevano ricevere 11.1. Norn1e particolari riguardavano la con1unione dei 111alati 114 e dei condannati a 1norte 11 5. Il culto eucaristico riguardava in particolare: la decorosa conservazione dell'Eucaristia nelle chiese parrocchiali perché i fedeli fossero incoraggiati all'adorazione e alla preghiera 116 ; la pratica dci "sepolcri" il giovedì santo 117 ,

111

iVlazara 1584. I pnrs, Dc sacramento pocnitentiae et confessarìis, e_ 12, p. 35: Catania 1565. c. 120; lV1azuru 1575. Il pnrs. c. 51. f. 64r-v; Pntti 1584. lii pars. c. 5. r. 22r; Palenno 1586, Il purs, c. 5. p. 55; 11 1 · l\1azarn 1575. JI p<H"s. c. 51. f'. 64r-v: Ccl'rilll 1584. c. 6. f. 22v; Patti 1584, Hl pars, c. 5, L 21v; [\/Jcssina 1588, Il pars. c. 8. p. 84: Agrigcn!o 1589, li pars, l. IV, c. 3, p. 42. 11 ·1 Secondo le 11or111c c1nrnwtc eia lnnoccn;;,o Il! nel Concilio Lateranense !V, 22 (coeo. 245) e confennatc da Pio V nella bolln C:'11111 ii?fìr111itos dell'8 marzo 1566, i n1alati prinia di chian1are il inedico del corpo dovevano invitare il 1ncdico dell"ani111n. Il n1edico, sotto pena di sconiunica, non avrebbe polulo più cunire il inalulo se questi dopo Ire giorni non avesse chinn1ato i! sacerdote. Quesln nonna è ripresa dn tulli i sinodi post tridentini: Sin1cusa 1553. tit. V, c. 20, f. 39r-40v: !Vlonrcnlc !554, tit. I!!, c. 16. f. 29r-v: Catania 1565, c. 108; !Vlazara 1575, J! pars, e. 16, r. 39v-40r: ìvlazara 1584, I pars. Dc sacrnn1ento poenitentiae, c. 28, p. 30; Patti 1584, Jll pnrs. c. 11. r. 28v-29r: Ccl"nll! 1584. c. 14. L 16v-17v: Pa!enno 1586, Il pars. c. 4, p. 47; Messina 1588. JI pnrs. c. 4, p. 75: Agrigento 1589, rv pars, lil. !, c. 8, p. 113. 115 Spettava nll"arciprctc far confessare e crnnunicare i condannati a 1norlè. l giudici non dovevano opporsi sollo pena di scon1unica e doveva eseguire la sentenza qualche giorno dopo per rispet!o al SS. Sacra111cnlo (lVlaznra 1575. I pnrs, Dc Sanctissimo Sacainento Euchnristiac, c. 16, p. 31: J\grigcnto 1589. Il pnrs, Dc Sncra111ento l~uchnristiae, c. 6, p. 43). I J(, Sin1cusn 1553. lil. IX. c. 1-2. f. I 2v-73r: l\i!onreule 1554. tiL Il!, c. 6-8, L 26v-27r; rvlazara 1575. !I pars, cc. 52-55, p. 28-33; iVlazara 15811. J pnrs. Dc Sa11ctissi1110 Eucharistiae Sacramento. c. 52-55. p. 28-33; Cefalli 158,1, De Sacraincnto Eucharistiac. c. 8-10. f. 23r-v: Pa!crrno 1586. De Eucharisliac Sucran1cnto. c. 5, p. 53; Agrigento 1589, De Sacra111enlo Eucharistiae, c. 9-11. p. 44. Qucs!'ullin10 sinodo proibiva la conservazione del!'Eucaristia nelle chiese delle confraterni1c e negli oratori privati (c. 21, p. 47). 117 lvlazara 1584, I pars. De Sanctissin10 Eucharistiac Sacrrnncnto, cc. I 7-19, p. 31. !! sinodo prescriveva che la chiesu fr>sse addobbnla con drappi neri per non distrarre i fedeli dal 1nislero della passione e 1norte di Cristo. 112


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Adolfo Longhitano

la processione annuale del Corpus Domini 118 , le processioni mensili del SS. Sacra1nento nelle singole parrocchie 11 'i, le processioni per portare la con1unione agli in-fenni e ai 111oribondi 120, la pratica delle quarantore 121 , l'incoraggia1nento a istituire le confraternite del SS. Sacra111ento o a iscriversi ad esse per curare e incre1nentare il culto eucaristico 122 . Merita di essere ricordata la prassi che si prefiggeva una partecipazione "esterna" dei fedeli alla 111essa: all'elevazione dell)ostia bisognava suonare le ca1npane per invitare i fedeli che si trovavano nelle case o nei ca111pi ad adorare il SS. Sacra111ento 12-'. Alcune nonne danno !'i111pressione di accentuare una din1ensione "sacrale" della 111essa e dell'Eucaristia: nel presbiterio erano a111111essi soltanto i chierici; se i laici avessero osato occupare i posti riservati al clero il celebrante avrebbe dovuto sospendere le sacre celebrazioni 12-1-; i laici non potevano servire la 111essa, soprattutto se sposati o donne per quanto religiose e di 111atura età 125 ; i parroci non dovevano pen11ettere ai laici - speciali11ente se coniugati - cli ricevere la con1unione ogni giorno, perché non avevano fatto l'esperienza del!'an1ore divino 126 ; nel ricevere la con1unionc gli uo111ini dovevano essere separati dalle donne 127 ; uno sco1nunicato vifancfu,..,· se entrava

118 /\!lazara 1584, I pars. Dc Sancliss!1no Sacrmnenlo Eucharistiae, c. 20-22, p. 32; Agrigento 1589, c.! 5-16. p. 45. 119 ln <1lcune diocesi si faceva una processione cucaristicn ogni priina do111enica, in altre ogni tcrz<1 don1enica del mese (ivlazara 1584, I pars, Dc Sa11clissi1no Sacrainento Eucharisti<1e, c. 23, p. 32; Ccfr1lù 1584. !Je Sacrainenlo l~ucharistiac. c. I 6, r 25r; Paili 1584, I! pars, c. 6, f 16r-v; Palermo 1588, Il p<1rs, ti!. V. c. 15, p. 45-46. 12 u Se si dovcv<1 portare la connmione o il viatico agli infcnni ncl!c ore diurne era pre~ vista una processione, <11!<1 qunlc i fedeli erano invitati a partecipare con l'incentivo di indulgenze (Monreale 1554, lit. lii, c. 9-13, f. 27r-28r: Mazara 1584, ! pars, Dc Sanctissin10 Sacran1cnto Eucharistiac, c. 4-! 3, p. 28-30: Cefalù 1584. c. J !-J 5. f. 23r-24r; Palcnno 1586. J! pars, c. 5, p. 56; /\!lessina 1588. !J p<1rs. Dc Sacrrnncnto EucharisLiae, p. 85; ;\grigento 1589, li pars, De Euch<1ristiae Sacran1enlo. c. ! l-14, p. 44-45. 121 P<1!crrno 1586, li pars, c. 5. p. 57. Sul!'argomcn!o si veda C. CARGNONI, Le quarantore ieri e oggi. Viaggio nella storia della predicazione cattolica, della devozione popolare e della spirit11alità cappuccina, R01na 1986. 122 Siracusa 1553, tit. V. c. 24. C 4 J r-42r: tvlaznn1 1584. I p<1rs, Dc Sa11clissin10 Eucharistìae Sacramento, c. 10. p. 30: /\!lessina 1588, li pars, De Sacrmnento Eucharistiac, p. 85-86. 123 Palli 1542, C. 96. r 28v; Siracusa 1553. lit. Il, c. 14. r. 12v-!3r: l\1onrcalc 1554, t. xiv, c. 12, L 82v: Catmlia 1565, c. 103; Putti 1584, Il pars, c.!. f. I lv. JN Siracusa r 553. ti!. XL C. 8. r. 86r-v. 125 l\1onreale 1554, til. IX, c. 2 L f. 49v. 126 Agrigento 1589, !l pars, tit. V, c. 2. p. 42. 127 J\llaznn1 1575, !I pars, c. 51, r. 64r; IVlazara 1584. l pars, Dc Sanctissi1110 S<1cr<1n1cnto Eucharistiae, C. 27, p. 33: Patti 1584. J I! p<1rs, C, 5. r 21 v; Palcrrno 1586, I! pars, c. 5. p. 53; Messina 1588, li pars, Dc Sacrmncnto Eucharisti<1c, p. 84: 1\grigento I 589, tit. V, c. 19. p. 46.


Religione popolare nei sinodi siciliani dei '500

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in chiesa durante la inessa doveva essere n1andato via, altrin1enti il celebrante avrebbe dovuto interron1perc la celebrazione 128 ; i sacerdoti che per negligenza o dolo facevano cadere a terra i I SS. Sacramento erano sospesi per quaranta giorni e dovevano digiunare a pane ccl acqua il 1nercoledì e il venerdì 129 • Solo tre sinodi affrontano il tema della gratuità dei sacramenti'"', uua norma che avrebbe avuto conseguenze positive nella formazione dei fedeli. Ma per obbligare i parroci a non chiedere e ricevere denaro in occasione della celebrazione dci sacra1nenti era necessario aver risolto il problen1a del loro sostentamento o della loro formazione, due questioni che avrebbero richiesto riforn1e strutturali di con1petenza non dei vescovi sola1nente.

Va al di là di una sen1p!ice notazione curiosa la norn1a che proibiva di accedere arn1ati alla ricezione dei sacra1nenti1.1 1• Co111e si può notare, le norn1e su Ila celebrazione dei sacran1enti (in particolare dell'Eucaristia) non se111brano affì·ontarc un proble1na di fede; l'interesse principale sembra essere costituito dall'affermazione della presenza della Chiesa nella società e dalla volontà di stabilire un efficace controllo dci fedeli/cittadini. Poiché la celebrazione dei sacramenti competeva al clero, non era difficile in questo settore indirizzare e controllare le 111anifestazioni della religione popolare.

2.4. Il culto dci santi e delle reliquie, le feste religiose Il decreto del Concilio di Trento sulla venerazione dei santi, sulle reliquie e sulle in1n1agini costituisce una sintesi dottrinale abbastanza densa, che offriva non pochi spunti ai vescovi per le nonne sinodali: era necessario istruire i fedeli su una dottrina che da sc111pre la Chiesa aveva tenuto e insegnato. Il decreto, dopo avere esposto i principi teologici sull'intercessione dei santi, sulla loro invocazione, sull'onore dovuto alle reliquie e sull'uso leIn quest'ulti1no sinodo si slnbilivn che gli uomini e le donne dovevano fhrc la con1unione in due altari diversi.

Palcnno 1586, Ili pars. c. 4. p. 81: l'vlessinn 1588, J pars, c. 41, p. 63. l'vlonrea!c 1554. tit. 111. c. 14, f 28r-v. Si veda la con1plcssa procedura stabilita dal sinodo di l'vlazara nel caso che fosse caduta una goccia di vino consacrato (Mazan1 1575. J! pars, c. 20, r. tl5v). no rvtazara 1575, Il pars. C. 43. f. 58v: fV!cssina 1588, !I pars, c. I, p. 68; J\grigenlo 1589, !I pars, tit. I, c. 3. p. 28. Tutlavia n1c11trc il sinodo di ;\grigento stabiliva una proibizione assoluta, f'vlazara e rvlcssina an11netlevano eccezioni per i parroci che non avevano di che vivere. ni Palcrn10 1586, Il pars. c. I. p. 38; J\grigento 1589, J! pars. lit. Il, c. I. p. 28. iw

129


396

Adolfo Longhitano

gitti1no delle i111111ag111i, indicava in un residuo di 111cntalità idolatrica pagana il pericolo più frequente nel quale incorrevano gli ignoranti ed esortava i vescovi e i pastori a bandire ogni superstizione e a "purifìèare" le feste dei santi, evitando che si trasfonnassero in occasioni di dissipazione e di dissolutezzau2. Quasi tutti i sinodi post tridentini siciliani recepiscono queste direttive affrontando il tema con accentuazioni diverse. Il sinodo che sembra abbia colto più di ogni altro il n1essaggio del concilio è quello di Catania. «Exortatione chi si devino fari per i 111inistri al popolo per \evari la supcrstitioni. Et per livare li supcrslitioni cl alcune clcvotioni di persone ignoranti, orclinarno chi li acl111inistratori si forzino a qucsli ignoranti farli capaci dcl vero, dc1nonstn.1ncloci con1e dovc1no confidare al solo Iddio et tutti così indrizare in fJio. El quella devotione chi hanno inverso alcuno sancto la devino indrizari; con quella devotioni chì è in quello san lo; adorino cl rcverisc<.1110 a TJio, perché li sancti sono 111c1nbri di Cristo el te1npio di Dio et quando prcghian10 li sancti insien1c doven10 ancora pregare Iddio che ni conceda che li preghcri diii sancli ni siano LU-ili (quando noi sia1110 indigni) non per causa cli essi sancti, 111a per causa di nostro Signore Jesu Christo, cossì con1c dicono lll11i li onltioni clele Ecclcsic universale» >-'. 1

Da notare in questo testo che la nonna si proponeva diretta1nente l'e!in1inazione della superstizione e di alcune devozioni proprie delle persone ignoranti, cioè intendeva rirnuovere i residui di 1nentalità pagana che tratta i santi, le reliquie e le i1nn1agini co111e idoli. Questo fine avrebbe potuto essere raggiunto solo istruendo e for111ando i fede] i a una fede cristiana autentica, che sa distinguere fra Dio, Gesli Cristo e i santi. L'invito del concilio a "purificare'' le feste religiose è accolto dai sinodi siciliani che indicano gli abusi da eli1ninare. Dal quadro co1nplessivo offertoci dalle nonne sinodali su questo teina si ha [1 in1pressione che i vescovi non siano andati niolto in profondità e si siano li111itati a indicare gli abusi

1.1 2

Sess. XXV, de re/ (COeD 774-776). Sulla discussione e l<t vot<tzione del decreto Storia del C'o11ci/io d/ 7ì·ento, cii., JV/2. 237-238. i.n Catania 1565, c. 117. Trovirnno una sintesi dottrinale del decreto conciliare in Patti 1567, De rcliquiis et venerntione sancloru1n. c. I. 120-123; Ì\-'!azara 1575, l! pnrs, c. 25-29, p. 49r-51 v; fVla7an1 I584. Dc reliquiis et venerai ione sanclorunL c. 1-6, p. 141-142: Patti 158"1, ! pars. c. 3. L 5r-v: rvlessina !588, I pars, c. !6-18. p. 36-38. vedi H.

JEDJN,


Religione popolare nei sinodi siciliani del '500

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più appariscenti. I problcn1i che li preoccupavano 111aggionncntc sc1nbra fossero quelli dei fuochi d'artificio e di una certa conta1ninazione carnevalesca ilelle feste dei santi, secondo un inodc!!o con1unc alla cultura popolare euro-

pea n.i. Per quanto aHiene ai fuochi si tentava di far cessare una prassi, ritenuta pericolosa e inutile o al111eno cli disciplinarla u5 . Per il resto si illvìtava il clero ad evitare che le feste religiose venissero celebrate con balli, banchetti e altre pratiche oscene 1' 1'; si proibiva inoltre che nelle feste patronali i pre1ni delle gare fossero pagati con i soldi della chiesa 1-17 . Alcune usanze particolari venivano csplicita111ente condannate: nella

festa di pentecoste si simulava la discesa dello Spirito Santo appendendo al tetto della chiesa una struttura lignea con fuochi di artificio «quos sulfarellos dicuni», che si accendevano dopo !a lettura dell'epistola, n1entre fuori un assordante strepitio di 1nortaretti non pennetteva ai fedeli di partecipare alla celebrazione n 8. In altre festività sì usava fi1r discendere dai tetti delle chiese o delle case durante !a celebrazione della n1essa uccelli, nuvole o altro. I! sinodo invitava a spostire nlla fine della 111essa queste usanze e indicava anche il tipo di uccelli che era possibile adoperare: tortore, pernici e colo1nbeL'9 . Aveva qualche attinenza con le feste religiose il tenia delle rappresentazioni, che si tcncvnno in chiesa o nei locali attigui. 0i poteva far ricorso alle rappresentazioni per un duplice fine: quello pedagogico, co111e supporto alla predicazione quaresin1ale o delle 1nissioni, e quello ricreativo. Mentre le prin1e si ispiravano a scene dell'Antico o del Nuovo Testan1ento o portavano in scena le vite dei santi, le seconde di solito erano profane e potevano aver luogo durante le feste religiose. L 'attcggiaincnto dei sinodi verso le rappresentazioni è decisan1enie negativo per due n1otivi diversi: quelle sacre, volendo suscitare negli spettatori e1nozioni forti, finivano per atterrire le

persone semplici o per muovere tutti al riso; quelle profane potevano diventare occasione dì scandalo, perciò erano severa1nente proibite o a111111esse dopo un esplicito penncsso del vescovo. In alternativa si invitava il clero a

IJ.J P. BURKE. ('11/t11ra popolare, ciL. 187-194. rvlazara !575. lii pnrs. C. 7. r 85v; Palermo !586. !11 pars, c. 6, p. 87; Messina 1588. I pars. c. 30, p. 54. 1-'<' Palern10 1586, I pnrs. c. 5. p. 9. l.1 7 fvfcssina ! 588, !V pars, c. 27, p. 138. IJ~ tvlazarn 1581L JV pars, c. 14. p. 127: tvicssinu 1588. J pars, e 32, p. 55. IJ<J tvlessina 1588, I purs. c. 31. p. 54. l_ì_'i


Ado/fò Lo11ghito110

398

far ricorso a sussidi pedagogici più efficaci e

n1eno

pericolosi, cotne le

1111111a-

gini sacre o gli atti di pietà esterni 1·m. Un teina che non seinbra suscitare particolare interesse nei vescovi siciliani è quello dcl purgatorio. Solo nel sinodo di Messina si invitano i predicatori a spiegare a porre all'attenzione dei fedeli la dottrina del Concilio cli Trento sul purgatorio'"· Nel complesso non ci sembra che il tema dei santi, delle reliquie, delle immagini e delle feste religiose sia stato affrontato ed approfondito in modo adeguato. Ci saren11110 aspettati una 111aggiorc sensibilità verso uno dei problemi da sempre considerati nodali per la religione popolare.

2.5. Lotta alle pratiche sconvenienti, alla superstizione e alla 111agia

È nota !a particolare co1nplcssità dei ten1i della superstizione e della n1agia. Le opinioni degli autori divergono sia sul significato eti1nologico di questi tennini, sia sulla loro utilizzazione nelle diverse culture e nelle diverse epoche 142 • Un approfondimento di questi argomenti ci porterebbe lontano dai li1niti prefissi in questo studio. Va cotnunque precisato che non ci trovian10 d'accordo con chi identirica la religione popolare con la superstizione e la tnagia. Al fine cli evitare facili fraintendimenti, ci limitiamo ad indicare il significato prevalente con il quale sono adoperati i tennini "superstizione" e "1nagia" nei testi esan1inati. Per superstizione se111bra che si intenda una credenza o una pratica non confanne alla dottrina e alle nonne ufficiali della Chiesa. La magia indicherebbe un rito che ha qualche analogia con i sacra111enti e i sacra1nentali: si fa ricorso alla Sacra Scrittura, all'acqua benedetta, agli oli santi nel tentativo di piegare le forze positive o negative, naturali o soprannaturali al proprio volere. A parte il generico invito al clero cli vigilare sulle superstizioni, sopra!-

140 Patti 1542, c. 77,

r.

22v: Siracusa 1553. tit. XXVII!, c. I, r. I 22r-v; Monreale 1554, r 51 v. 52r, c. 41, f 57v-58r; tviazara 1584, lii pars, c. 20, p. 92: l'vtessina 1588, J pars. c. 37, p. 58. 141 Messina I588. I pars, c. 22-23. p. 45-46. 142 J\. 01NOLA,1\Iagia. in Enciclopedia delle religioni. Hl, rircnzc 1971, 1823-1841; ID., Superstizione, ibid, V, Torino 1975, !535-154! e !a bibliogn1fia indicata dall'autore. tit. XXV, c. 36, I'. 120r; Mazarn 1575, !J pars, c. 30,


Religione popolare nei sinorli siciliani del '500

399

tutto delle donne 14 ', trovian10 nei sinodi un elenco di superstizioni o di pratiche ritenute sconvenienti che i vescovi si riproponevano di elin1inare: - A Patti si proibiva la prassi dell'episcopello, consistente nel vestire un ba111bino degli abiti vescovili e di fargli celebrare i riti o pronunziare i discorsi in chiesa nella feste dci Santi lnnocenti 1-1-1• - L'uso delle rcputatrici o prefiche doveva essere molto diffuso se quasi tutti i sinodi intervenivano per proibirlo 145 . - Nella diocesi di Siracusa vigeva !a prassi cli portare in giro i 111a!ati per la città, pronunziando o cantando detcnninate parole e con1piendo alcuni gesti con la convinzione che i n1alati guarissero 1-1(,. - A Patti i sacerdoti richiedevano un'offerta superiore a quella stabilita per celebrare le cosiddette 111essc ciel Santo An1atore o per accendere un detenninato nu111ero cli candele, nella convinzione che si avessero frutti 111aggiori 1 17 - A Mazara nella notte precedente la festa della nascita di S. Giovanni Battista [e donne, le bainbo!e e !e i111n1agini delle ban1bine venivano adornate, battezzate e diventavano oggetto cli canti. All'alba o durante il giorno le ragazze eia 1narito davano al pri1110 passante un lucchetto; se questi lo chiudeva deducevano che si sarebbero sposate, se lo lasciava aperto erano convinte che non avrebbero trovato 111arito 1 • 1 ~. Le ostetriche portavano le fen11nìne sul braccio sinistro e i ninschi sul braccio destro e rifiutavano di voltarsi indietro se qualcuno le chian1ava 1-19 • Si proibiva inoltre un non 1neglio precisato rito chia111ato bulizfln, praticato dai negri, probabiln1ente schiavi 1511 • Inoltre agli sposi che si recavano in chiesa per ricevere la benedizione veniva

rvtazara 1584. l pars. c. 40, p. 41. l\1tti 1542, c. 19. r. 9r-v. Si ir<1ttava di una prassi vigente in Europa, secondo il n1odello della festa dci folli (P. BURKE, C'11lt111·0 popolare, cit., 187-188; C. GJNZ13URG, Folklore, 111agia, religione, ciL. 609-61 O). 14 .'i Patti 1542, c. 119. f. 36r; Siracusa. 1553. til. XXVllL c. 2, f. 122v-123r; Monreale 1554, lit. XXV, c. 33, r. ! 19r: P<1tti 1567. Dc rcput<1tricibus, c. 1, 150-152; Mazara 1575, fl pars, c. 45. f. 59v-60r; !VJazara !584, li pars, c. 25. p. 86: f\llcssi11a !588, IV pars, c. 12, p. 124; Agrigento 1589, IV pars, tit. IL c. 14, p. 118. l.f(, Siracusa 1553. tiL XIX, c. 2, f. 10~v-105v. 147 Patti 1567, De cclcbratione rnissarurn. c. 7. 102-103. Analoghe proibizioni sul nun1cro delle candele si avevano in Patti 1584. I! pars, c. 2. r l2v e Mazara 1584, IV pars, c. 38. p. 132. i-1:-; Mazara 1575.11 pars. c. 31. t: 53r-v. 149 //Jir/., C. 32. f. 53v. 150 lbid., c. 33. f 54r. I.!,\

144

*

*


Adolfo Longhitano

400

offerto del pane benedetto in farnia di ostia ·"il. - A Palermo si proibiva la superstizione di mettere oggetti particolari 1

nelle mani o nella bara dei dcfonti '"· - A Messina c'era la convinzione che, 111ettendosi in tredici a tavola, uno dei con1111ensali sarebbe 111orto dentro l'anno 15-'.

-

Ad Agrigento durante !e esequie alcune donne recitavano in pubblico o in privato dctcnninate forn1ule con i! capo scope1to e con una candela accesa in 1nano 15 .J-. Sulla n1agia gli interventi sono pili fi·cquenii e diversificati: trovia1no anzitutto le condanne generali per tutte le forn1e di so1iilegi, 1nagie, arti occulte155 ... con interessanti elenchi che ci offrono un panora111a abbastanza an1pio di questi peccati 15 r'. In 111olti casi questi peccati erano inclusi tì·a quelli riservati, cioè i peccati che i confessori potevano assolvere solo se avevano una particolare -fr1co!tà dcl vescovo 157 ; alcuni sinodi invitavano i fedeli a denunziare coloro che praticavano la n1agia 158 . C'erano, poi, gli interventi su specifici abusi: la n1agia esercitata dai chierici ivi, il cattivo uso dell'acqua benedetta, degli oli santi e della S. Scrittura"''', l'uso dell'astrolabio"''.

Conclusione La trattazione del tenia della religione popolare, secondo le date all'inizio cli questo studio, avrebbe dovuto considerare tutti gli to e tutli i comportamenti pubblici e privati dei fedeli. I limiti hanno indotto a restringere il can1po della nostra ricerca, che ci

indicazioni atti di culimposti ci ha offerto

151 fbid, C. 63, f. 71 V. 152 Paler1110 1586, 111 pars, c. 11, p. 100. 15-1 Messina 1588, I rxirs. c. 39. p. 60. 15 -i Agrigento 1589, V pnrs. til. IJJ. c. 2, p. 132. 155 Patti 1584, IV pars. c. 2. r. 37r; Palcrn10 1586, I pars. c. ! 3. L 20r-v; tvlessina 1588, I pars, c. 38, p. 59: Agrigento 1589. V pars. ti!. !li, c. I e 6, p. 132-133. 15 (' !Vlazara 1575. Il pnrs, c. 3 !. C 52r: ìvlazarn 1584, Il pars, f 67r. 57 i Patti 1542, c. 44, f 13v: Siracusa 1553, til. V. c. I I, f34v; Catania 1565, c. 142: Pal!i 1567, De poenitentiis et rernissionibus. c. •L 192: Pa11i 158'-l, lii pars, c. 8, f 25r; Ccl'aIL! 1584, Dc sacrainento pocnilentiae, c. 8, f. l 5r; Palermo 1586, I! pars, c. 4, p. 48. l.'iK Siracusa 1553. tit. X!X, c. ! . f. 104v~ Agrig,enlo ! 589, JV pars, lit. I, c. 3, p. 111. 159 Monreale 1554, lit. Il. c. 22. r 15: Lil. Xli!, c. 31. f. 75. l('11 !V1<1zara 1575, I pars, c. 45. f. 29r: li pars, c. 4, C 34r; /VJazara 1584, !V pars, C. 12, p.

*

169. ud

!Vlazara 1575, li pars. c. 20. caso 33. f. 45r: caso '12,

r.

46v.


Rehgione popolare nei sinodi siciliani del '500

40 I

con1unquc dati sufficienti per trarre qualche ri-flessione conclusiva. Un rilievo di fondo riguarda la fi·agilità di una pratica religiosa che non si fondava su solide basi dottrinali e su una seria forn1azione del clero e dci fedeli. Si tratta di una situazione che ha radici profonde e non riguarda solo la religione popolare siciliana. La scelta della Chiesa -

dopo l'editto di Co-

stantino - di gestire !a religione con1c fe11on1eno sociale portò inevitabi!n1cntc ad una pratica cristiana ibrida, nella quale convivevano elernenti di varia natura: dai principi accolti con l'evangelizzazione, a forn1e di religiosità naturale e pagana1 1,2. l_~a volontà di purificnre questa pratica religiosa del popolo cristiano avrebbe dovuto con1portare il riconoscin1ento della situazione e il proposito di un contì·onto e di un dialogo con i! popolo e con i! suo peculiare approccio alla religione, fatto di ritualità, di dra111n1atizzazione e di intensa partecipazione en1otiva. I~·: prevalsa, invece, una prassi pastorale che si lin1itava ad i1nporre dog111i, riti e principi n1orali senza porsi il problen1a di verificare 111 che n1odo tutto questo veniva recepito e vissuto. Da ciò l'affennarsi cli un duplice tì·ontc: la fede predicata con categorie e linguaggi estranei alla n1entalità e alla cultura del popolo, la religione vissuta concretan1ente che poneva accanto a! dato cristiano elernenti estn111ei di natura diversa. Fino a quando i vescovi si !i1nitarono a considerare la religione popolare entro l'angusto li111ite della superstizione, il problen1a non poteva trovare una soluzione soddisfacente. Qualche tentativo di far incontrare la disciplina ufficiale e la pratica religiosa ciel popolo si ebbe nella prassi pastorale seguita da alcuni ordini religiosi. Si pensi, ad esc111pio) alle niissioni popolari e alla predicazione in genere, che si serviva dell'ausilio di rappresentazioni o di i111111agini sacre 16 -'. In realtà la disciplina uffìciale e la pratica popolare contidati nuarono ad ignorarsi a vicenda, percorrendo un can1n1ino parallelo. della nostra ncerca ne sono una co11fcnna: la catechesi n11rava più all'insegna1nento di fonnule che alla loro effettiva con1prensione; i vescovi

162 Si veda a lnl proposito il saggio di J Dt.::LUt\·lEAU. [Je /'011fo11rd'h11i u /'hier del /'Occidenl c/1relien. ,\Tf-X/'//( siècles. in La ri!ligion pop11/aire. ciL. 99-107. 1 <'~ Le 1nissioni popoli1ri dei gesuiti in Sicilin ebbero inìzio nella seconda 1nctà dcl '500 e si svilupparono soprattutlo nel secolo successivo (J\ GUIDETTl, Le 111issioni popolari. cit.). A loro si affim1c8rono ben prcs1o i cappuccini (A. ROlv!AN!ELLO. Le tnissioni popolari nella nostra storia. Ro1na 1979: C. CARCìNONI. la predicazione dei ji·ati cappuccini nel/ 'opera di r!fòr111a promosso dul Co11ci/io di 7ì·ento. Ro111a l 984)c successivmnente i redentoristi e i passionisti.


402

Adolfò Longhitano

sembravano preoccupati più della pratica esteriore e sociale della fede cristiana che della sua interiorità. Tutto ciò contribuiva all'affermazione di una concezione 111agica della religione, non di una fede autentica. Perciò si poteva giungere alla situazione parndossale di una societas christiana con1posta da 1ne1nbri che si preoccupavano poco o nulla della propria fede. La nostra indagine è stata lin1itata ai sinodi diocesani del '500; la si-

tuazione descritta subirà le prin1c variazioni nella s_econda 111età del '600 e nel '700, sotto l'influsso del 111ovi1ncnto giansenista e dei cattolici i!lu111inati. Altri cambiamenti si avranno ncll' '800 e nel '900 con il prevalere della pietà ultra111ontana e con !'avvio della sccolarizzazione 1(>-1.

16 1 - .I DELUMEAU, L>e I 'a1!jo11rd '/111i a I '/1ier, ciL; (J, DurvlE!GE, Storia della spiritualità, in 1\.'uovo dizionario di spiritualità, cii.. 1543-! 57 ! _


Synaxis XVl/2 ( 1998) 403-458

LA RELIGIOSITÀ POPOLARE NELLA SICILIA DEL'SOO SECONDO LA TESTIMONIANZA DEI CAPPUCCINI E DEI GESUITI

SALVATORE VACCA

Una ricerca sulla religiosità popolare pone tutta una serie di proble111i 1 • Un unanin1e consenso e un pieno accordo sulla definizione ed inte1·pretazio-

ne del valore se1nantico di "religiosità popolare" non sono stati ancora raggiunti tra gli studiosi 2 • Partendo dalla proposta ermeneutica che comprende la religiosità popolare co1ne ricezione della fede cristiana nelle sue linee essenziali in relazione alle esigenze un1ane e religiose\ si intende studiare la traduzione della "religione prescritta" o della "religione ufficiale" o del "cristianesi1no puro" in "pratica religiosa cioè l'aspetto esteriore, la veste 1nisurabile e quantificabile che assun1e il culto a Dio e la devozione ai santi, le fonnule, i rituali e i segni visibili attraverso i quali si esprime la fede del popolo creden!e4 . Desiderando conoscere quale sia stata la "pratica religiosa" nell'area geografica della Sicilia, si vogliono cogliere le indicazioni sul co1nporta111ento di vasti strati della popolazione nei confronti del soprannaturale, cioè i dati relativi al con1portan1ento collettivo, con1e feno1neno di 111assa. Il presente contributo, pur presentandosi con1e una ricerca storica, postula ed integra quanto, sul piano della religiosità popolare, è stato studiato dalle scienze umane, in particolare dalla sociologia, dall'antropologia e dalla storia delle religioni. Esso tenta di dedurre dai gesti della pratica religiosa lo stesso senti111ento religioso e i segni della vitalità religiosa. La storia, pur es1

\

~Docente cli

Storia del Crisi-iancsi1110 in Sicilia nella Facoltà Teologica di Sicilin. Neg!i ulli1ni venticinque anni gli studi su!la rcligiositù popolare, in genere, e su quella 1neridionale, in parlico!t1rc, hanno conosciuto uno sviluppo notevole. La letteratura in inerito è orn1ai stern1inata e solo un repertorio ad hoc potrebbe contenere tutto, o quasi. 2 Rel(r;ione e rel1:r;iosità popolare. in Ricerche di storia sociale e religiosa 612 ( 1977) 5-350; J.-C. ScHM!TT, "Religione popolare" e cultura j'olkloristica, ibid, 9-27: 16. ·'A. DE SPIRITO, li cristia11esi1110 popolare secondo Haoul 1\fa11selli, in /Vcerche di storia sociale e religiosa 15 (1986) 119-127: 121. 4 L. 0Sl3AT, Pratiche rel(giose e classi sociali, in Ricerche di storia sociale e religi'osa 6, cit., 28~38: 28. 1


404

S'ofvolore Vocca

sendo preoccupata della singolarità degli eventi e delle persone, cristallizza certe permanenze del sentimento rei igioso. li campo della ricerca si estende per tutto il '500. Si assume come strun1ento privilegiato di investigazione il "docun1ento scritto", cioè alcune

testin1onianze dei cappuccini e dei gesuiti-5, le quali, pur avendo avuto una genesi e una storia propria, pennettono di individuare particolari aspetti della vita e della pratica religiosa del popolo siciliano. I_,' indagine è condotta, in particolare, sui due volu111i degli Annali del frate cappuccino Zaccaria Boverio da Saluzzo (-i"1638)'', il primo dei quali è stato edito a Lione nel 1632, mentre il secondo nel 1639 7 • L'opera è il frutto della rielaborazione di tutto il materiale cronachistico precedente al 1627 insie1ne ad una nuova docun1entazione raccolta dalle diverse province dell'ordine, comprese quelle siciliane (Messina, Palermo e Siracusa).

Si tratta della prin1a pubblicazione in latino sulle origini e sui prin1i sviluppi dei cappuccini. In essa l'autore encornia 800 cappuccini in un periodo di tempo che va dal 1524 al 1612". I frati siciliani ricordati sono 50, la cui data di morte va dal 1550 al 1612. Otto frati sono soltanto citati in rife-

ri111ento ad alcuni episodi che, per !'interesse storiografico dcl te1npo, furono stin1ati degni di essere tran1andati ai posteri; si 111enzionano pure tre terziari,

s Le testi1no11ianze dci gesuiti vengono sopral!ullo

dal Chronicon di p. Palanco

('11577) e dalle lettere q11adri1111!stri. Queste ulti1ne, riporlanclo l'attività svoltd dai gesuiti nei diversi paesi in cui vivcvnno. sono cosi cl1in111a!e perché inviate ogni quattro 1nesi (gennaio, 1naggio e sctte111bre) prinH1 n p. Ignazio d(l Loyola, poi al suo in11nedialo successore, p. Laincz . .l.A. DE POLANCO. l'ila lgnatii Loioloe ef ren1111 Societatis Jes11 fiistoria, VI (1556), (Monu1ncnta 1-listorica Societatis .lcsu, l-listoria Socictatis Jesu), Matriti 1894, 5-8;

Litterae q11adrf111estres ex universis praeter l11dia111 et Brasi/ia111 locis in quibus aliqui de Societatis Jes11 versabantur 1?0111a111 111issae, I (1546-1552), (Monun1enta Historicd Societa~ tis .Tesu, !-I istoria Socictnlis .Jesu). tvlatriti ! 894, 5-6. (, '/. !30VER!O, A1111ulh1111 se// sacrar11111 llis/oriar11111 Ordini.'> 1\Iinon1111 S. fi·ancisci Qui Capucini n11nc11pa11t111·. To111us pri11111s, In quo 1111iversa. quae ad ej11sde111 ()rdinis ortu111 et progress111n 11sq11e ad r1111111111 1580 spectot .. fidelissi11ie trad1111tur, Lugduni 1632 (d'ora in poi citato Z. BOVERIO, J): ID .. Annali11111 se11 sacrar11111 historiar11111 ()rdi11is !\Iinor11111 S. fì·ancisci Qui Capucini 111111cupant11r. J'o11111s sec11ndus, In quo universo, quae ad ei11sde111 Ordinis progress11111 11sq11e ad a111111111 1612 spectal, .fidelissi111e traduntur, Lugcluni 1639 (d'ora in poi citato Z. BOVL'.RIO, Il). 7 l'vlELCl-llOR A Pol3!.ADUHA, De cooperatorib11s in co111positio11e /lnnali11111 Ordinis Fratl'lf/11 1lii1101'11111 Cup11cci11or11111, in C'o/lectaneo Franciscana 26 (1956) 9-47: ID __ /)e pri111a versione italica ':/l1111ali11111", /.achariac Bovel"ii 5'al11tie11sis h11c11sque inedita, ibid., 25 (1955) 305-312. 8 C. Ct\RGNONI, Alc1111i aspetti del successo della rifor111a cappuccina nei pri111i cinquant'anni (1525-157./). in /,e origini della n/or111a cappuccina, Atti dcl convegno di studi st·oricì, Ca1ncrino 18-21 scltcmbrc 1978. Ancona 1979, 213-289: 214-216.


Ret;g;os;tà popolure e testhnun;anza dei ca11puccini e rlei gesuiti

405

uno dei quali, Girolan10 da Patti, ha vissuto sen1pre con i frati, nientre gli altri due sono Antonina Spatafora e Ascanio da Nicosia. Lo scopo della raccolta biografica era non tanto di elaborare con _interesse storico una biografia elci fì·ati defunti, quanto di edificare i laici, e in specie i frati, ccl inoltre difendere e propagandare quanto più era possibile la riforn1a e la vita cappuccina. In definitiva, l)cclificazione e l'apologetica erano le due forze che hanno ani111ato e spinto questa produzione letteraria. I_,o stesso Zaccaria Boverio sostiene infatti che non si voleva ricostruire la vita dei frati più insigni, bensì riportare solo le loro virtù a scopo niorale-edificatorio: «Quelle 111e1norie sono slalc n1cco111andJlc, sebbene siano state lrrnnandale 111ulili ccl i1nperfelte (ciò accadde spesso durante la vila dci prirni scrittori cli quel tcn1po), infalti sono 1noltc le cose che n1ancano, u111t'è che vengono ricordate da essi stessi. Ma qualche inipcrfezionc elci loro ten1pi è da attribuire a1l'un1illà e non agli scrittori, i quali si proponevano non di tessere la storia, 111a di raccogliere piccole testin1011ianzc delle gesta di cui spesso non sono siate riferite né la stirpe, né la patri'1, né i luoghi in cui sì sono reali7,7.a1c le azioni»'1.

Le vitae jìY1frton riOettono, tuttavia, un f-ì·an1n1ento cli n1en1oria storica cli notevole interesse. Esse, trattegginndo le caratteristiche spirituali dei cappuccini, non solo creano un certo niodel!o agiografico, tna anche, involontarian1ente e indipendenteinente dalla volontà delPautore, forniscono i1nportan1i elen1enti sulla vita quotidiana dei J-ì·ati e del popolo nelle sue varie di1nensioni: soci3li, culturali e religiose. Esse hanno un grande interesse storico in quanto esprin1ono le strutture, i 111etodi, !e intenzioni dell'azione religiosa (si potrebbe dire anche ideologica) sulla massa elci fedeli della Chiesa pretridentina, tridentina e post-tridentina. Ci offrono, peraltro, una significativa docutnentazione sulla 111entalità, sulla pratica religiosa, sulle credenze o convinzioni dei fedeli e degli stessi f-ì·ati circa il diavolo, la 111agia, le superstizioni, i racconti popolari, i gesti ordinari, i riti, le espressioni idion1atiche del vissuto religioso dcl popolo siciliano 111 •

9 Z. BOVERIO. !, illl. 15~ I. Il XXXII!. 294. 111 S. VACCA. Le "Firoe l-'raf1·11111" di Ben1ardino da Co!pefrazzo (1514-1594). Storia, srrurrura ed intenzionalità di 111111 r(lccolto agiogrl!/Ìcu. in /,a11rentic11111111 37 ( 1996) 3-

120.


406

Solvatare Vacco

Non è stata ancora studiata la funzione di queste v;tae fratrzlln nella vita reale della cultura dcl tempo, né la loro interazione con l'uditorio cui erano destinate. Lette e interpretate sincronica1nentc, le vitae ci pern1ettono di cogliere il generale sfondo culturale e la coscienza comune dell'epoca, cioè il terreno 1nentalc, concettuale, e1notivo e socio-psicologico da cui nasceva e di cui si ali1nentava la cultura. Ci giunge indiretta1nente, attraverso di esse, la voce del popolo, in particolare, le sue credenze, consuetudini, tradizioni, e il suo modo di pensare. li loro contenuto ripropone, in parte, alcuni aspetti dcl mondo dei credenti. Sono i particolari delle narrazioni biografiche che getta-

no luce sulla realtà religiosa e sociale delle popolazioni; si tratta di particolari sui quali vale la pena sofTennarsi. Tale approccio storico rivela dei liiniti, tra i quali, quello di seguire un 111odo indiretto per accedere alle inforn1azioni sulla religiosità popolare: per questo vuole essere solo un tentativo di nna!isi che, fondandosi su alcuni testi letterari prodotti dai cappuccini e dai gesuiti del '500, cerca cli scoprire un -filone di quella cultura siciliana che sta en1ergendo nell'interesse storiografico degli special isli 11 •

Il contesto econ<Nnico e socio/e Lo studio sui gesti cli pietà, sulle devozioni e sulla fede vissuta del popolo siciliano dcl '500, non può prescindere dalle sue condizioni ed esigenze socio-eco110111iche. Nella sua concretezza storica la "pratica religiosa" è intin1a111ente legata a[ contesto econon1ico e sociale. I! 1110111ento religioso non vive a sé, 111a opera in una detenninata società storica assu111endo e tras111ettendo vita e cultura 11 •

11 S. TRANIONTAN1\. 5'u11t ',/gufo e la re/1~r;iosità della C'atania norinanna, in Chiesa e società in Sicilia. L'età nor111an1u1, Atti dcl J convegno intcrnazio1rn!c organizzato dn!!'arcidioccsi di Catania. 25-27 noven1bre !992, a cura di Cì. Zito, Torino !995, 189-202; F. MlGL!ORINO. "Q11ista est i lo co1?/Cssion" religione e società in 5'ici/ia, in Chiesa e società in Sicilia. I secoli ,\'//-,.'(/-'/, J\tti del li convegno internazionale organizzalo c!nt!'<1rcidiocesi di Catania, 25-27 novcn1brc !993. a cur<1 di G. Zito. Torino 1995, 273-291; S.l-~. RJ\NDJ\ZZO. Sici/ianità. S11hc11/t11ra. trudizioni ethos e co111por/a111enli, le11de11zia/ità, Palenno 1985. 12 G. DE ROSA, !11trod11z.ione alla ricerca s/oric(f sociale e religiosa, in Ricerche di storia sociale e religiosa S (1976) 7-34: 24.


l?eligiosità popolore e r.esthnonianz.o dei cappuccini e dei gesuiti

407

La società siciliana del '500 vive in genere nella pove1ià. J_,a testi1nonianza dei cappuccini e le fonti dei gesuiti riflettono una real!à alquanto 1nisera. Accanto ad una esigua presenza di fa1niglie ricche, vi è una enor111e n1assa di poveri bisognosi. Parlando, ad escn1pio, di Bivona, il gesuita p. Palanco scrive: «Ma tanta era la n1o!titudine di poveri a Bivona 1... -1. Delle dueinila ran1iglie che abitavano a Bivona, solo quaranta o cinquanta non lo erano, rnentre le altre erano tahnente povere che, tra di esse, quel!e che avevano abbastanza pane, si giudicavano ricche» -1. 1

«La causa di tanta povertà a Bivona è dovuta all'assoluta n1ancanza cli con1111ercio, per cui i poveri, pur volendo procurarsi il cibo con il loro lavoro, non lo trovano. P. Eleuterio alTcn11ava che, quantunque abbia girato rnoltì luoghi per tulta la Gallia, la f"iandr<1 e l'Italia, in nessun luogo aveva n1ai visto una sin1ile povertà. Abitano in piccole c<.1se in cui vi era solo un<1 stanza priva di finestra e di carni no, n1a con delle fessure nel telto; e così che quando accendono il fuoco, tutta la casa subilo si rieinpie di fun10; inoltre nella stessa abitazione coabitano gli uon1ini con i loro ani1nali; nello stesso !e110 dorn1e pure lulla la farniglia; dorn1ono uon1ini, donne, genitori e figli e servi; questo vcrosin1iln1ente è un grande inconveniente, un essere anche privi cli cose

spirituali» 1 ~.

«Moltissi111e donne, a causa della povcrtù, non hanno vesti con cui ricoprirsi; di conseguenza per tutto !'anno non vanno ad ascoltare la Messa; e sono così oppresse dalla n1iscria che pensano che la fa1niglia n1uoia di faine se non lavorano anche nei giorni

f'cstivi»1.~.

«Pertanto, per evitare che la f~uniglia sorJi·<l la fJn1e, accade che invece di occuparsi delle cose spirituali, non accedono frcquenten1en1e alla confessione e alta co1nunione. l)icevano, inoltre, di non avere altro peccato, se non quello cli 111ale<lirc i figli a c<1usa del!a povertà» 1(>.

1.1

J.A. DE POLANCO, \li/(/ !gnatii Loiolae et ren1111 L\'ocietatis le.su ffisloria, \Il ( 1556),

cil., n 1240, 308.

fbir/.,

L'l

Il !241, 308-309. lbid., n 1243, 300.

16

L.c.

Id


Salvotore Voccn

408

«Per questo n1otivo pochi, tra il popolo, potevano andare alle prediche. E quando, secondo il costun1c, durante la Messa, clopo la recita ciel simbolo degli Apostoli, il preclicalorc era solito fare la predica, a volte, appena lo vedevano salire sulla

tribuna, quasi lutti scappavano cb)la chiesa, alcuni perfino in frclta. Pensavano infatti che se fossero ri1nasli in chiesa, per tutto il ten1po della predica e della Messa, quando sarebbero ritornati a casa non avrebbero 111angialo niente. Di con-

seguenza l'uditorio so!cva essere così n1olto incostante» 17 •

La povertò ha un riflesso sociale anche nel mondo della scuola. li 22 febbraio 1558, riferendosi agli scolari di Bivona, p. Vincenzo Ron1ena, affen11a: «Qua li scholari per hora non sono 111olti; !a causa è, patte la carestia dcl vivere, parte perché la gen1e qua non è dalla alle ]etere, 111a li pili a scn1inarc frun1cnto. Molto anchora le nostre schuole in1pccliro110 le n1alalic della state passata, in1pcroché a]' ora ru dcl i111Ult0 lltCCSS<tr.10 chiudere ]e SChuoJe»IN.

Le calainit;:ì naturali e la inancanza di conl!ncrc10 contribuiscono a creare nuove povertù. Se a Bivonn si registra una situazione econo1nica di sopravvivenza, a IV1onreale non si sta 111cglio, essendo anch'essa presentata con1e una città povcra 1'1• Parlando dci ·fr111ciulli 111011realesi che fì·equcntavano il collegio elci gesuiti, p. Eleuterio Pontano riferisce: «Li schol;iri benché 11011

L1ccino quel profitto nelle lettere che vorressi1no, per

non co1llinoarc le lcllioni et non havcr libri (sunt cni111 paupcrcs, quibus neque a:! panen1 quotidianun1 coe111endun1 suppctunt nu1nrni), nondirncno nclli costun1i et [vila] christiana s'aiutano ;_1.c;sai» 20 .

17 Jbid., Il 1244, 309. IN V. RO!'v!ENA, 1\/ 1110110 Rdo. in Cl1ris10, il JJ. !vf/ro . .locobo LU)'llCZ, Bivona 22 l"cbbraio 1558, Epistolu (::::Ep.) 144, in Li11err1c q11udri111cstrcs e_1· universi.\· praelcr !11diu111 et Bra-

si!ia111 !ocis in q11ih11s uliq11i de Socielulis .lcs11 i 1ersr1b(l11/111" Ro111r1111 111issae ex t111/ogruphis u111 t111liq11issi111is upogruphi.1· dcpro1111oc, \1 ( 1557-1558). Jocobo Lai11io, Societalis Jes11111oderu-

(ivtonun1enla Historica Societalis Jcsu. Hisloria SocicUJlis Jesu), lVIalriti 192!, 558. 19 J. Li\JNIUS, A!e.wrndro, Cardino/i Fornesio, f\!tonrc::ilc 26 febbraio l 549, Ep. 46, ì n Epislolae et acro Fu1ris .lacohi Lr1i11ii. !: 1536-1556, (Lainii f\!lo11un1e111<1), l\1atrili 1912, I J 3-

1ore,

114.

:w E. PONTANO, Al 1110110 R. i11 Chro. P., il P. don .lt1co1110 Laynez, l\1onrcalc 10 ottobre 1557, Ep. 105, in Lit1en1c q11adri111eslres, \I (1557-1558), cii., 406.


Religiosità popof(lre e testilnonianza dei capJJUccini e clei gesuiti

409

Gli scolari di Monreale non possono essere molto assidui nel frequentare la scuola - aggiunge p. Pietro Santacroce - JJer esser occzl)Jati dagli loro ]Jarenti negli loro bisogni, ]Jerché sono jJoveri2 1 • Pari1nenti i cappuccini tcstin1011iano, indiretta1nente, un contesto sociale estre1na1nente precario, sen1pre 111inacciato dalle 1nalattie, dai pericoli e dalle cala1nità naturali, nonché da un'econo1nia realn1ente quasi al lin1ite della sopravvivenza. Dalle fonti cappuccine emerge la Sicilia della campagna e delle montagne, la Sicilia dei pastori e dei contadini, delle donne e dei poveri, un modello sociale statico, privo cli mobilità, dunque, a carattere prettamente feudale ed esclusivan1cnte legato alla terra, un sistcn1a econo111ico chiuso, senza sbocchi, fatto di pura sussistenza, arretrato e privo di altre risorse, ed infine un volto di Chiesa che, chinandosi su questa gente, ne registra i con1portan1enti, ne affronta i problen1i e stringe con essa un lega1ne di solidarietà e di condiv1s1one. Presenti in particolare nel 111ondo rurale, i frati ne riflettono anche la paura e l'incertezza per i! do1nani·, !a sofferenza e l'angoscia per la nialattia. Di tì·onte a questa situazione cli 111iseria n1ateria!e e psicologica, essi intervengono operando "111iracoli uinili" a tàvore di persone un1ili. 1 racconti di fatti tneravigliosi, di 111iracoli e di guarigioni, di cui le vUae fratrun1 sono infarcite, rivelano una società priva dei n1ezzi prin1ari per vivere: non sono rari i casi in cui i frati "taun1aturghi" fanno sì che ai contadini siano restituiti l'asino, il cavallo, il giumento, il mulo o gli altri animali perduti o rubati. Essi preservano dal precipizio i buoi; fanno alzare da terra gli asini caduti a motivo del peso; domano gli animali; guariscono chi è caduto eia un albero, da un cavallo o dalle scale; estraggono una spiga di tì·u111ento conficcata in un occhio di un ba1nbino e guariscono la gan1ba del contadino a cui gli si era conficcata la punta dell'arntro; riportano allo stato precedente gli orti o le vigne saccheggiati dagli nnin1ali; rendono fecondo un can1po sterile; pron1ettono una buona pesca e rendono pescoso i! tnare per un pescatore bisognoso; t~1nno in 111odo che !e donne ritrovino i loro unici oggetti cli valore: l'anello e la collana; n1oltiplicano il pane, il vino, l'olio, la seta, il latte nelle 1na1111nel!e delle nutrici; provvedono il denaro ai bisognosi; si adoperano perché si abbia l'acqua; guariscono i greggi di pecore, di capre o qual-

21 P. S1\NCT1\CHUCJS, Al 1110110 !?do. i11 X", P" .. il JY. don ./({cobo Laynez., novembre 1557, Ep. I !6, ihid., 445.

!Vlonreale 30


Solvotore \locco

41 ()

che vitello aiTetti da un pestifero 1norbo; guariscono chi è stato ,inorso eia un cane rabbioso. Sono infìne solidali con l'ammalato cli febbre, di palisi, cli "scrofole", di "frenesia", di "podagra", cli 111al di testà, con chi è cieco e claudicante, ed infine con !e donne sterili o con [e puerpere in difficoltà 22 • I cappuccini aiutano non solo la gente bisognosa che incontrano nelle catnpagne, 1na anche i poveri che, accorrendo nu1nerosi alla loro portineria, chiedevano pane e qualche piccolo ristoro. Ecco un'esen1plificazione. Nella biografia del cappuccino Giuseppe da Corleone ("i' 1580), raccontando che questi non pennetteva che si rin1anclassero a inani vuote i poveri che venivano a elen1osinare alla portineria de! convento, si dice che egli, essendo cuciniere e portinaio a Bivona, soccorresse due poveri di Licata: uno quasi n1orto e/; .fione ed un allro n1orto cli sete che erano venuti a suonare la can1panella della porta. TI primo riceve il cibo, mentre il secondo una zucca di vìnon.

JJopolo religioso e C'appuccini

J,..,a predicazione si rivela nel '500 un can1po apostolico n1olto vasto e co1nplesso. Generalinente trascurata prin1a ciel Concilio di Trento, divenne in seguito lo strutnento principale per il rinnovainento della pietà e dei costu1ni cristiani, il inezzo più efficace tì·a quelli che consentirono la realizzazione pratica del progran1n1a cli rifonna all'interno della Chiesa 2 " e la strategia vincente per ricondurre all'uniforn1ità e ad una sola voce la diversità di uffici, cli riti e cli lingue presenti nell'isola con il pretesto di non generare confusione tra il popolo.

22

Cfr Le lavok dcll'r1ppc11dicc: C/{fssif/'c{f:/011e dei 111irocoh.

2-1 Z. HOVl]<!O. I. <111. 1580,

11 XLVII, S70. Pozz1. l11torno uflu prcdico:io11e del Punigurolll, in Prohle111i di vita religioso in ltalia nel Cinquecento. Atti dcl convegno di Storia della Chiesa in lta!ia. Bologna 2-6 sclten1brc 1958. Padova J 9(10, J I 5-322: 3 J 8: Lu /lredicaz.ione in ltolio dopo il Concilio di Trento tra Cinquecento e Sef/ece1110, A11i del X convegno di studio dell'Associtizionc Italiana dei Professori di Si-oria clc!!a Chiesa, Napoli 6-9 seuen1brc 1994. ;1 cura di CJ. Martinti e U. Dovere, Roma 1996; 1-u /lredicu::_io11e cappuccina nel S'eicenfo, Atti dcl convegno internazio1uilc di studi dci Bibliotecari cappuccini lt<-lli<-lni, Assisi 26-28 scllen1bre 1996, ti cura di C. Ingegne21 - Cì.

ri, Rc)[na 1997.


J?eligiosità popo/ore e testi1J1011ia11z(t (fei coppuccini e tlei gesuiti

411

I tre gesuiti estensori del 111en1oriale cli riforn1a per la Sicilia, redatto su con1n1issìone del vicerè, Juan de !a c:erda, per i padri del Concilio di 'frento 2\ partendo da questa consla1azione, si auguraiio che per il futuro venga dato niolto più rìsaho all'annuncio della Parola cli [)io: «Sar8, 8nche, cosa degna che si ordinasse che, essendo la parola dì Dio la bev8nda

clel!'anin1a n1olto in1portanle e necessaria, non venisse of(erta con così grande scarsezza, con1c si usa fare qui, dove si predica sollanlo nelle quaresi1ne; 111a che

si provveda di aggiungere a queslo le fes1e e che, altneno nelle chiese cattedrali, per tutlo l'anno le do111eniche ci sia una predica; inoltre, per lulli questi giorni vi siano deputati particolari vangeli che non sono di 1ninorc dourina e profillo, rispetto agli <.1llri, per le anin1e; e perché lulli predichino e dicano la stessa cosa, con1e san Paolo c1111111onisce, sarù bene che non si lasci la dìff-trenza e la diversità di vangeli e uffici che, nelle diverse diocesi e ordini cli religione, si cantano: e che, in tulle le parti, si dicano gli stessi uffici e si propongano gli stessi vangeli, poiché, questa 111t1nicra, si capirebbe n1cglio quello che nella Chiesa si tratta; così si evilerebhc ogni confusione che c'è negli ;1scolt<:1lori» 11'.

La predicazione costituisce il can1po privilegiato dell'azione apostolica. (iesuiti e cappuccini, pur dedicandosi alla tradizionale predicazione quaresin1alc, predicano anche fuori de! teinpo pasquale. Essi vengono spesso interpellati per risolvere casi di coscienza. Nelle cattedrali, presentando ogni giorno all'uditorio i diversi casi di coscienza, il predicatore cappuccino, al fine di suscitare la conversione di ino!ti) porta avnnti la sua argon1entazionc in 1noclo così severo e rigido da sollevare nelle coscienze dci nobili e dei con11nercianti non pochi scrupoli e difficolt:-ì, a tal punto che n1olii sentivano il bisogno di consultare il gesuita, p. CJirola1no ()te!lo 17 .

25 l'vT. SCADUTO, Lo Filu religioso in S'icilio secondo 1111111c111orùtle inedito del 1563 in

Rivisfo di sforio dello chicsd in ltalio 28 (I ()74) 563-58 I: 563. Il lesto del 1nc1norialc è stalo edito nelle pagine 575-58! dello stesso studio. 2(\

lbid.' 580.

27 «P. I liero11y111us ()tellus

curn post l-\1sclu1 conscicnlinc casus pn1elegerel, in11no et in ipsa Quadragcsin1a, c11111 in concionihus esse! occupatus, a 111ultis inlcrpcllabalur, qui dc conscicnriae casibus eurn consulcbant: cum cni111 Cilthcdn1lis tcrnp!i concionator, qui cx orcli11e1n cnpuccinon1111 eraL quotidic c11su111 uliqucn1 conscic11tioe lractarcl, et 1Jt1111erosissin1u111 alioqui audiloriun1 haberet, luni severe el <llTlc dc hujusrnodi casibus cgit, u1 conscicntias nobiliun1 et 1ncrcalon1111 1nagnis scrupulis et clìllicultatibus iinplcvcril, cl ila n1agn;1c rcstitulioncs <-1 1nultis facicndac diccbnnlur, et Jwcc caus<1 consulcndi P. Hicronyn1i rnultis fuit». J.A. DE POL1\NCO,


412

Salvo/ore \lacca

Nel 1667 il frate cappuccino relice Brandimarte da Castelvetrano (tl 685), raccogliendo l'esperienza cli un secolo di storia cappuccina in ordine alla predicazione, pubblica a Palermo il primo trattato sul modo cli predicare'"· Egli, es01iando i confratelli predicatori a predicare con voce alta e ardente secondo lo stile cli Giovanni Battista", propone anche di andare incontro alle esigenze e ai gusti della gente. li predicatore cappuccino, infatti, si adatta alla sensibilità del suo uditorio: la città non ha le stesse esigenze del paese o della campagna. Nei paesi, nei contadi e nelle campagne, in cui l'uditorio per la 111aggior parte era incolto, bisognava gridare e alzare la voce, 1nentre nelle città la sensibilità esigeva più la convinzione e i ragionan1enti che le urla. Nel Regno di Sicilia - secondo Felice Brandimarte - giovava moltissimo parlare di Cristo, commuovendo il popolo. li predicatore, rivolgendosi ai contadini e agli artigiani, che per la 1naggior pa1ie erano analfabeti, era solito gridare e n1i11acciare, 111entre con i dotti e i sapienti era convincente e argon1entava in 111odo dolce e non acre. Con le donne, poi, usava esen1pi tanto devoti da far suscitare le lacrin1e; infine, davanti ai nobili, ai notabili e ai prelati cercava quanto più fosse stato possibile di essere 111olto cauto e prudente nelle parole. Accompagnando il discorso con la gestualità, soleva anche alzare il Crocifisso, invitando la gente alla conversione e alla preghiera3o. I cappuccini, mirando cli più al frutto e alla salvezza delle anime, privilegiano un discorso semplice, condito con sale apostolico e con Io spirito del Signore, composto più di orazione e di lacrime che di parole scelte e retoriche; non an1ano la curiosità e la vaghezza di un elegantissi1110 stile, né ri\lita lg11a1ii Loio/oe et n'n1111 Socletotis Je,\'11 f-lisforio, 111 ( 1554), (Monu1nentn Historic;_1 Sociclatis Jcsu, !-!istoria Sociclc11is Jcsu), M;_1lriti 1896, n 424, 197. ~.~ F. BRADIMARTE i\ C1-\STEL VETl{i\NO .)'o;Jicn/i{{r-: ful'bue scientiu, id est fl'octo111s schol{l.1·tic11s de U/'fe sucr{I co11cio11{111di, in quo se.r disli11cfio11ib11s 0111111<1 co111prehendu11!11r, q11{{e S{{cris .1·11111 neccssarill co11cio11{1/orib11s diccnrlis. sin111/

et co111po11e11dis, odditi.1· e.rr!111plis, scp"

ti111u ponitur dc o/"fc ji1n111di; et tondc111 ocf(/l'U l!ddit11r de exe111plarih11s distinctio, in quo fres pro 1rib11sgcnerib11s s1111t co11cio11e.1· c11111 posrillis iu111 troditas in arte rcg11/as in1111en1ib11s.

Opus pro.fic1111111 studiosi, sed 1101'itiis 1n·uetlic{//orih11s O/Jfn:i11u' 11ecessarit1111, Panorn1i 1667; C. C1\RGNONL Troffoli, 111111111tde e 111ctodi di ;iredicoz.ione dei c(lpp11cci11i dcl '600, in La p!'cdit.Yl?.ione cop/J11ccinu nel Seicento. cii.. 1 l 3- 174. 29 F. BR1\IJHVl1\1<T1·: i\ C1\STELVETl~ANO Sr11Jienfit1r' /11/'h{le scientiu, idest lrnctt1111s scholo,1·1ic11s de orte socro conciont11uli, cii., 2!2. Su!l<1 predicazione cappuccina rinvio in particolare al volu1nc Lo l'redicoz.ione copp11cci11u nel Seicento, cit. e a C. C1\RGNONI, l1Jf!'od11zio11e, a Prediche e predico tori ( 1525-163 I), in I .fi·{/fi co;1;111cci11i. /Joc11111c11ti e festi111011i{l11zc dcl pril110 secolo, !Il/ I, a cura di C. Cargnoni, Ro1n<1-J)crugia J99 J, 1743-2104. w F. BR1\Dli'd1\IZTE i\ C1\STLLVl·:Tl{ANO S'opicntioc t11rboe scientia, idcst troc/o/11s schoh1stic11s de u/"fe sac/"{/ co11cio11rmdi, cii., 262-'.2(i3.


Religiosità popolure e testirnonionz.o dei coppuccù1i e dei gesuiti

413

cercano gli abbellin1cnti e gli orna111enti de!liarte retorica, le finezze oratorie, le parole terse ed eleganti e le belle immagini oratorie; non amano un discorso florido ed ornato secondo le regole e i precetti dell'oratoria". I loro discorsi sono intrisi di in11nagini vivaci e paragoni se1nplici, estranei a ragiona111enti n1etafisici, ad astrazioni logiche e spiegazioni razionali. La provvidenza divina è l'unico riferimento sicuro ed efficace del loro 1nodo di argon1entare. Fra Francesco da Paternò (t 1598) - interpellato da due illustri signori di Paternò, l'avvocato Ottavio Cmlonetto e don Agatino Farace, i quali avendo sentito predicare un fi·ate do111enicano sulla santità della Beata Vergine Maria, ri1nasero confusi per la diversità di opinioni tra do1nenicani e francescani circa l'In1111acolata Concezione di Nostra Signora (chi la negava e chi la affern1ava), - disse di aver udito·· una volta, nientre pregava, la seguente at1èrn1azione: Gaurle11n1s 017111es Ùl JJ0111ino, clien1 jestun1 ce!ebrantes sub

honore Beatae f/frginis, c!e cuius conceptione gaudent Angeli et collaudant jilii1n1 Deln. I cappuccini, accogliendo il pensiero del popolo per il quale l'unica forma di conoscenza di cui disponeva era principalmente la forma orale, sono attenti a utilizzare quanto del folklore veniva riportato dalla tradizione orale e godeva di vasta popolarità. Essi sono in diretto contatto con il popolo; sono ponte e saldatura tra il cristianesimo popolare e quello ufficiale. Pa1tendo dalla vita e dal co1nportan1cnto dei loro conterranei, assun1ono anche alcuni elementi essenziali della loro religiosità e della concezione del inondo. Si adeguano all'uditorio siciliano, in gran parte costituito da uon1ini che vivevano in territori rurali, e quindi i111111obile e conservatore; parlano un linguaggio sen1plice e con1prensibile, ricorrendo a i1n1nagini ad esso vicine; si li111itano a ten1i che non varcano i confini dell'orizzonte popolare e, basandosi sul folklore, ne utilizzano talvolla lo stile. I cappuccini si servono, nella loro predicazione, anche di alcuni ele111enti di paganesin10 e credenze religiose che continuavano ancora ad avere

·11

z.

BOVER!O. !, an.

!533, 811. 1536, n VIII, Il XLV, 179, 227-228. Francesco da

Sciacca (t 1575), nonosu1ntc !<:1 sua preparazione teologica {conosceva 111olto bene la dottrina di Duns Scolo), presenta una predicazione 11011 irnbellata e curata con favole o storie e difficili questioni teologiche capaci di lusingare l'orecchio ed eccitare i curiosi <il desiderio della novità, né infarcita con fiorelli oratori e abbellin1enti retorici, n1a essenziale, sen1plice, evangelica. !bid., an. 1575, n XX!ll, 774. 2 ·' Io., Il, an. 1598, 11 57, 613-614.


SalvatrJre Vocca

414

un certo rilievo. Essi non condanna110 le credenze religiose, piuttosto le utilizzano e le orientano alla fede, rclativa1ncnte a quanto era possibile accettare. Ciò si può evincere, ad escn1pio, da quella credenza secondo !a quale l'Etna sarebbe stato uno dci luoghi i11 cui l'inferno aveva !a sua sede. Fra Salvatore da Tusa riferisce. così, di aver visto nell'aria una quantità

di den1oni che, giocando a calcio con l'aniina di un ricco sulla bocca del vulcano, la precipitano dentro·'-'. Nel 1579, il generale cappuccino Girolamo da Montefiore ("i-1584), vi-

sitando le province cappuccine cli Sicilia, a! sentire che alcuni credevano che l'Etna fosse una delle bocche dell'in/'erno, volle personalmente scalare la

111ontagna fino

él

raggiungere la bocca principale da cui uscivano fuoco e fu-

1110: «arrivò all<1 buca da cui escono

ru1110

e fuoco; e n1irando in essa vi scorse una or-

renda voragine ed un'c1pertura HHJlto grande: da cui uscirono prin1a tre tuoni cornc d'artiglìeria; in seguilo vide salire da quella bocca alcuni cerchi di fuoco che ritornavano a concentrarsi nella caverna, udì anche inollc voci con1c di uon1ini e di donne, che piangevano dolorosan1cntc c gridavano con1e se fossero crude!n1entc lorn1enl<Jte dalle fian1n1c e dallo 1.o!ro a lai punto che suscilJrono nel suo anin10 lin1ore e con1passionc. Mirava con diligen7,a fra Cìirolan10 se, nel 1nczzo di quei globi che ora salìvano alla son1n1iti1 della bocca, ora ricadevano al fondo, potesse vedervi qualche ani1na in se1nbi:1111.c un1anc, con1c fosse spinta e respinta dall'i1npclo di quelle liquide fian1n1c; 1na non potendo veder altro che fuoco, arrivando solo con l'udilo a quelle voci dolenti e lacrin1cvoli, restò con1e persuaso, che per virtù divina vi fossero tonnentalc inolte anin1e; n1a non seppe forn1arne giudizìo distinto se con pena di purgatorio e cli inferno>>·'.+.

Nell'attività dci cappuccini c'è una reciproca influenza tra la dottrina ufTiciale e quella popolare. Essi creano e pro111uovono un cristianesin10 popolare non solo con1c scelta apostolica, n1a anche per connaturalità, in quanto siciliani che parlano a siciliani, che provengono quasi tutti dnllo stesso ambiente popolare.

:n ID., li, nn. !598, n 28, 607. -'~ID., I, an. !579, Il li, 840.


Religiosità popo/ore e restir11011io11z.o r!ei cappuccini e dei gesuiti

415

Non cessano però di richiamare il popolo alla purezza della fede e at buoni costu111i. Berna rei ino da Balvano (·i· J 570ca), racco111andando le regole necessarie per attendere alla perfezione, predicava così ai 111essinesi: «Il giunco ti si;_111en1ico con1c l'inrcrno, le n1asc8rc, e li balli li quali of-fendono Icldio, dcsc811claliz<1110 il prossi1110, :·;crvono al clcn1onio et alla persona danno perpclua dannalionc. Cìtrnrdali dalle n1t1garie, incanti, cl supcrstitioni, pcrchc ranno il populo idolatro» 15 .

I cappuccini sono tras111ettitnri e custodi delle tradizioni popolari; creano perfino istituzioni cli supporto alla religiosità popolare: le Quarantore, le confraternite e clctcr111i11ate pratiche devozionali. Pro1nuovono il culto e la devozione alla l\llaclonna, a san lV!ichclc Arcangelo e ad alcuni santi, ritenuti dal popolo co111petenti specialisti nel venire incontro a specifici bisogni esistenz,iali. A ~rortorici, ad ese111pio, quando portano a Silverio da Messina (°i'1609) un ragazzo di quindici anni con una grav1ss1111a rottura alle ossa, egli reagisce dicendo ai parenti: «Forse io sono un sanlo che ha la virtù di guarire gli an1n1alati? Ecco san Pietro (additando un'i111111t1ginc dc! sanlo che vi era lì) rivolgetevi a lui, che lui lo guari-

Ancora nello stesso paese, qun11clo g!i portano una ragazza orn1ai cieca, perché le facesse sugli occhi il segno di croce al fine cli darle la vista, Silverio da Messina precisa: «è con1pito di santa Lucia i!!un1inare i ciechi e non 111io; dunque racco111andatela a lei e non ;_1 n1c, poiché sono un povero peccatore»-'7. I tì·ati pro111uovono anche le devozioni che, ali1nentanclo la vita spirituale del popolo, si esprin10110 con diversi gesti cli pietà ed in un linguaggio in1n1ediato, spontaneo, confidenziale e dialettale. La devozione a Cristo e

35 Br:11.N1\ll.DINO UJ Bi\LBi\NO . .~/Jecchio di' 01·atio11c nel quo/e con brevità si contiene d'essa S({Crosr111fu ora1io11e, fu lll!Cessitrì, e/ 111i/i1ù con l'ordine, e regole si lia d'essercilure, e gli suoi Ji·1111i, utile, e 11cces.1·rll'io rì 111/fi Jideli clrristinni. iVicssina 1553, 213-214. \('Z. BOVEl~I0.11, illl. 1609, n 70. 831. ~ 7 Jbid., (l!l, 1609, Il 71, 831.


416

Salvotore Vacca

alla Madonna, come il culto dei defunti non si accontentavano delle forme liturgiche. Salvatore da 'l'usa ('i·l 598) digiuvana tre giorni la settin1ana a pane e acqua e si disciplinava ogni giorno fino al sangue per non concedere alcuna tregua ai sensi·' 8 • Prega dinanzi al Snntìssiino Sacratnento ed è devoto della Regina degli Angeli, a tal punto che si diceva che le avesse parlato più volte. In onore della Beatissi1na Vergine insegnava ai giovani alcune canzonette, seguendo il testo e la 1nusica di alcune canzoni profane·''>. Di fra Salvatore da 'l'usa, an1111alato nel convento di Catania, si dice che gli angeli Io aiutavano a recitare l'ufficio della Beatissima Vergine, che

soleva pregare ogni giorno4°. I predicatori hanno dunque un fo1tc ascendente sul popolo e godono di grande consenso; e i cappuccini raccolgono attorno a loro, cotne ad ese1npio Francesco da Sciacca, così tanta gente da essere costretti a predicare nelle piazze, poiché la capienza delle chiese si rivela insufficiente41 . Interpreti della sensibilità di lulti gli strati della società, persino dei più alti rappresentanti delle istituzioni, i cappuccini, animati da un profondo spirito apocalittico, predicano nelle chiese e nelle piazze che la peste, il terre1noto, l'eruzione dell'Etna e le cala111i1à naturali sono un castigo di Dio 42 . Questa n1entalità non esprin1c solo irrazionalità, 1na anche una significativa con1ponente razionale ed una istanzn profondan1ente religiosa del tin1ore di Dio e del suo castigo. Traspare dal le fonti coeve un senso cli paura e di morte che, ingenerato dal timore del nagello delle calamità naturali, richiama l'aldilà e dà forza anche a un profondo senso della presenza di Dio che 1111pregna questa cultura, contribuendo a risolvere dran1111atiche situazioni esistenziali. Proprio in concoinitanza con questi eventi catastrofici e con il conseguente scatenarsi della paura, il popolo intensificava non solo le 111anifestazioni di fede e di devozione (si conressa, fa la cotnunionc ed indìce processioni penitenziali, portando per le strade i santi protettori), 111a anche le pra-

3 ~ Jbid., an. 1598, n 24, 606. :w Jbid., an. 1598, 11 27, 607. 40 L.c. 41 Io., L an. I 575, n XXJ!l, 77cl. 42 M.P. O!CìlORGlO VITI, fleste, terre11101i e culto dei santi tra XVII e/'(/,'( secolo nella Provù1cia di J\Jatera, in !?icerche di storia sociale e religiosa 18 (1989) 129-160: 130.


Religiosità popolare e testùnonianza dei capJJUccini e clei f.:esuiti

417

tiche superstiziose e magiche''. Tutto ciò rivela il permanente senso di religiosità insito nelle popolazioni e quanto il culto fosse in esse radicato". Nella predicazione ricorrono spesso i temi della vita e della morte, del peccato e della redenzione. La paura del peccato, ma soprattutto delle sue conseguenze, il terrore dell'inferno e del giudizio universale, sono predominanti e condizionano non solo il giudizio dei predicatori sugli uomini e sulle cose, ma anche la loro azione pastorale. Si predica continuamente, attraverso insistenti riprese dei te111i apocalittici, un Dio, giudice e irato che sovrasta il campo delle azioni umane. Bernardino Molizzi da Reggio Calabria U 1535), per cultura e conoscenza teologica uno dei più eminenti predicatori cappuccini del tempo ·1', ha predicato a Mcssina46, Palern10 47 e Catania. Jn quest'ultin1a città, celebre per le reliquie e particolarmente per il velo e la protezione di sant' Agata", il predicatore cappuccino esordisce con tale veemenza di spirito da spingere il popolo alla co1nn1ozione, alla devozione e al penti1nento dei suoi peccati 49 : «[ .. .] In Catania, città della Sicilia, dove, predicando co1nc un nuovo Giona

esclamando scvera1nentc contro i vizi, rapito dallo Spirito del Signore proruppe con queste parole, come se gli fossero state dcltatc dal consiglio di Dio: "Ascoltan1i o Catania, che puzzi cli tanti e tali abon1incvoli vizi, il cui fetore è già arrivato alle narici della giustizia divina. Ascolta111i, o 1nisera, e svegliati dalla sonnolenza: tu che dici nel tuo cuore: lo sono quella, e non c'è un'altra pari a 111e: non siederò sola nella vedovanza, né conoscerò che cosa s;a la sterilità. Mise-

ra te, che verrà a cadere sul tuo misero capo il colpo di una grave sfortuna di cui non saprai 111al l'origine. Subirai una calan1ità lacrimevole, da cui non potrai n1ai

~-' G.f\11. YISCARDI, Aspetti della religiosità popolare nella diocesi di Policarpo attraverso i sinodi. Secoli ,'(Vff-):JX, ibid., 99~117: 110. 4-1-M.P. 0JGIORGfO VITI, Peste, cil., 132-139.

'15

z. BOVERIO, I, an. 1533, an. 1536, 11 VIII, Il XLV, 179, 227-228. 46 Jbid.. an. 1533. n VII. 178; Io., Il. an. 1596, 581-582. ·17 ID., I, an. 1533, n VIII, 179.

~ 8 lbid., an. 1533, Il !X, 179; 110NAVENTURA CAMPAGNA DA REGGIO, C'ronaca Capuccina In cui si traf!a del principio, ed origine de' Fì·ati 1\Iinori Capuccini in questa Provincia di Reggio Delle vita, miracoli, ed opere maravigliose de' due Primi Beati Fondatori di essi Capuccini Lodovico, e Bernardino il Giorgio da Reggio e di molti altri di quei antichi Padri e Fratelli, tanto di essa Città di Reggio, che di altri Luoghi. che fiorirono in vitù, e 111!racoli, In Reggio 1629, Libro secondo, cap. 12, pp 45~47, in Archiv11111 Generalis ()rdinis 1\Iinor11111 Cap11ccìnor11111 AB 66. 49 Z. l30VERIO, l, an. 1536, n XLV, I 79, 227-228.


418

Salvatore Vacca sfuggire senza un particolare aiuto divino. Non sai ancora quale sarà? Ecco all'in1provviso da questo 1nonte (puntando il dito verso l'Etna alle cui radici si trova Catania) sgorgheranno le fian11ne vendicatrici delle tue scelleratezze, le quali arriveranno fino alle tue porte e ti bruceranno e divorcrnnno le fondan1cnla, portandoti a rovina, se non spegnerai, con le lacrin1c penitenti e con i suffragi della lua prolctlricc santa Agata, quel fuoco dcl furore divino che

diva1npcr~1

a luo dan-

no. Queste e n10Jte altre cose predisse, con1c rcalrnente si crede, da luce celeste, e subito dopo ebhcro luogo nello stesso rnodo con cui erano state da lui predelle. Pertanto, trascorso appena un anno, il rnonte Etna, che è vicino a Catania, erulta dalla sua cin1a fian11ne perpetue, un globo cli fuoco flebile all'inizio che con1e una colonna, scioglìendosi poi in un fiu1ne, traboccava verso la città, la quale, sbigottita eia una così pericolosa disgrazia, vedendo che l'incendio si avvicinava, ricorse al patrocinio della beata santa Agata e n1unita dcl suo velo istituì una pubblica processione, duranlc la quale piangendo e gen1endo tulli e iinplorando con affettuose preghiere la divina inisericordia, andò incontro alle fia111111e. Il fuoco aveva già distrutto i ca1npi, le vigne, le case e tulto ciò che si trovava tra il 1nonte e la ciltù, cd era arrivato alle porte, dove i! popolo pentito elci suoi peccati chiedeva 1niscricordia a Dio, e alla santa protettrice, quando alla vista del velo si fcnnò e non ardì passare più oltre, e così infranse cd estinse i suoi orgogliosi furori: verificandosi così in questo incidente la n1inaecia del servo di Cristo, co111e predetta dallo spirito ciel Signore. Che questo incendio successe l'anno 1537 ne rende testin1onianza Ton11naso Pazello, che tratta delle cose della Sicilia nel libro 2 al c. 4»51).

L'ossessione della dannazione eterna ci aiuta, anch'essa, a spiegare la frequente preoccupazione dei frati cappuccini non solo di sapere la destinazione ultin1a delle ani111e dci defunti, cioè se alle anin1c sarebbe toccato l'inferno, il purgatorio o il paradiso, ma anche l'attenzione di predire il giorno della loro morte o quella degli altri in modo tale da disporre in tempo della loro proprietà per i laici e soprattutto di provvedere alla salvezza dell'anima. Nel momento della morte il cappuccino Ruggero da Enna ('i· J 550) viene assalito dal de111onio con una tentazione così forte da fargli credere che non si sarebbe salvato a causa dci suoi peccati. Il cronista scrive:

50 Jbid., m1. 1536. nn Xl.VIJ-XLV!IL 228.


l?elifjiosità popolare e testirnonianzo de; cappuccini e (/ei gesuiti

4 l9

«Gli apparve Cristo nostro Signore con la croce sopra le spalle e gli disse: Ruggero n1ctti tulti i tuoi peccati su questa croce i11 cui giù sostenni la 111orlc per le a11i111e peccatrici, che in essa troverai vila e salute. Sollevato da queste parole l'ani1no di Ruggero, posta tutla la sua salvezza nella croce di Cristo, si riposò placida1nentc negli abbraccian1enti nel Signore» 51 .

In prossimità della morte Leone da Catania (ti 580) viene tormentato da una turba di dcn1oni che, per portarlo alla disperazione, gli ricordano i suoi peccati già cancellati dalla penitenza 52 • Molte visioni, apparizioni e rivelazioni, riportate nelle vitae .fralrun1, pur avendo forse un carattere controversistico ed ideologico, poiché intendono controbattere la concezione di Martin Lutero e di Bernardino Ochino, riguardano i novissin1i, cioè !a n1orte, il giudizio, l'inferno e il paradiso (tcn1i e contenuti privilegiati dalla predicazione cappuccina). Esse sviluppano partico!annente il tenia del purgatorio, il valore delle indulgenze e la preghiera cli suffragio per i defunti. Si diceva, ad esempio, di Ivone eia Messina (t 1572) che offrisse le lacri111e e i sacrifici quotidiani per l'ani111a di un illustre signore, 1110/to affezionato ai cappuccini. Pregando con 111aggiore fervore del solito, davanti all'altare del!a santissin1a Eucarestia, per la salvezza eterna di questi, si rifE:risce che !'ani111a del defuilto ringraziandolo gli avrebbe detto: «lvonc, il grande Signore dal ciclo li ricon1pensi; poiché io ricevo n1oltissi1nc grazie, dal n10111ento che con il suf(ragio delle Lue preghiere, libera dalle pene dc] purgatorio, ascendo giù al ciclo» 5 .ì.

Fra Salvatore da rrusa, di cui si sosteneva che sapesse leggere i segreti dci cuori, nel riprendere il gentiluon10 di Tusa, Don1enico Scaglia, <Hnico dci frati, in quanto parlava n1ale dcl fì·ate defunto Francesco da Calvaroso che a parere suo, in qualità di n1aestro di fabbrica, non aveva saputo eseguire con esattczzza certi lavori, lo esorta a non 1nonnorare dci poveri defunti: JJerché, o l)o111e11ico, 1nor1nori elci cle_ji111ti che non jJOssono JJiÙ ri.~'}JOnclerti'? 5 -+

51

52 51 5

-+

lbid.. an. ! 550. n XXXVI!!, "139. lbid.. an. 1580, n XL, 866. lbid.. an. 1572. n XXVIII. 730. fo .. IL an. 1598. n 34, 608.


420

Salvatore Vacca

Le vitae fiatrum rivelano così nna pastorale della paura dell'inferno e del peccato, espressione della mentalità religiosa di questo periodo. li Dio che emerge dalla religiosità popolare è un Dio detentore della "legge" e partecipe delle vicende terrene e terribile giustiziere; è il Dio dell'Antico 1'esta1nento che, ancora una volta, rico1npare e attraverso la "legge", non può non 111anifestare "l'ira" e il suo "giudizio''. L'a1nbito della sua azione è fondamentalmente la legge, di cui manifesta la grandezza e il terrore, sicché viene ad essere irrangiugibile: un 'in11nagine, questa, non nuova nella sensibilità italiana ed europea del tempo 55 • Pietro da Mazara ("i· I 550), uomo violento e crudele, aveva ucciso la sua concubina con l'a111antc, e perfino il figlio del governatore di Mazara. Fattosi cappuccino, si dà alle più aspre penitenze per placare la vendetta e lo sdegno cli Dio Giudice e per sfuggire al suo rigore nel momento del giudiziosr·: «Si era scolpito sì alta1nente ne! cuore i disonori, e gli obbrobri della passione del Salvatore, che ogni sesta feria consacrata alla nien1oria delle sue pene, e dci suoi dolori, si legava una corda al collo, e toltosi l'abilo, lraltenule le sole 111utande, si faceva trascinare dai suoi novizi per la chiesa e nel refettorio; dove gli uscivano dal cuore tanti singhiozzi e sospiri che chi !o udiva o lo vedeva non poteva trattenere !e Jacrin1e. Slrascinale - egli diceva- quest'uorno scellerato, e crudele, anzi non uon10, n1a peggiore cli qualunque fiera più feroce, a cui d'uon10 altro non è riinasto, che la figura. Strascinate questo sacrilego, il quale tante volte ha piegato il figlio di Dio ed ha accumulato dolori sopra dolori alle sue piaghe. Piangeva egli i suoi peccati, la vita passata e i tonnenti del suo Signore. Piangevano i novizi le an1arissi1ne lacrin1c del loro padre. E non contento di ciò, si faceva da essi flagellnre aspran1cnlc» 57 .

Insuperbitosi per essere stato eletto provinciale, comandò ai frati che gli calpestassero con i piedi la bocca". Si flagellava inoltre con tanta asprezza che, non bastandogli le consuete discipline, colpiva il suo corpo con grosse catene di ferro 59 •

55 J\. OLIVIERI. Uno ''strato" delle colfettività urhane: /)io e la 111orte nel "Beneficio di Cristo", in Ricerche di storia sociale e religiosa 7 (1978) 107-120: 113. 56 Z. BOVERIO, I, an. 1550, 1111 XXIX-XXXI, 434-436. 57 lbid. an. 1550, n XXXIV, 437. 5 ~ lbid, an. 1550, n XXXV, 437. 59 lhid., an. 1550, n XXXVI, "138.


Religiosità 11op0Lare e testùnonianza dei cappuccini e dei gesuiti

421

I niiracoLi nelle biogrqfie di Zaccaria Boverio I 111iracoli, le visioni, !e apparizioni, le credenze, i gesti religiosi, cotne pure il racconto della vita dei frati defunti, provocano un vivo interesse e una profonda suggestione in tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro posizione sociale o dalla loro cultura. È interessante notare con1e 1nolti aspetti della cultura popolare - le cui radici, a volte, sembrano affondare nel pagancsi1no e in credenze e usanze arcaiche - e della cultura cristiana, coesistano e si intersichino, interagendo nella coscienza dell'analfabeta e del dotto, del vescovo e del fedele laico, del ricco e dcl povero, dell'uomo e della donna, dcl giovane e dell'anzianti'0 • l cappuccini presentano nelle vitae .fi·atum le leggende agiografiche, i racconti di n1iracoli, le narrazioni di visioni, gli intrighi dei diavoli, i racconti dell'oltretomba e lo stato ultimo dell'anima (le fiamme dell'inferno, le pene del purgatorio e la gloria del paradiso). li frate viene identificato col taumaturgo e il medico. La fiducia dei contadini nel 1nago e nel frate, ritenuto santo, copre una volontà ancora oscura di trasfonnare la società, cli uscire dal sonno dei ten1pi, di garantirsi esistenziahnente il futuro. Non c'è 111agis1110 puro con1c fatto culturale pern1anentc, 1na c'è un 1nagisn10-spia che nasconde esigenze sociali di rifiuto o di rivolta contro una realtà ingrata ed oscura<d. li popolo non faceva confosione sull'origine del potere del fattucchiere e del frate tau1naturgo; per la gente era chiaro che la stregoneria operava con l'aiuto del diavolo, mentre il frate con quello di Dio.

1111 La religione popolare si dis1ingue nellrnncn!c dal folklore: essa indica il co1nporla1nento del popolo nel can1po religioso (G. DE ROSA, C'hiesa e religione popolare JI(!/ 1\Ie::::ogiorno. B<iri 1978. 7). 1ncn1rc il folklore n1pprcscnta le sopn1vvivcnze di riti. di tnenltditù e cli pratiche prelogiche. App<1rlengo110 al folklo1·e le divi11izza1ioni, le profc7.ic e la stregoneria, lllltl rc1c assai varia di rili, legati alla nascita e alla n1ortc. allu 1nal<11tia e all'an1orc. alla lt:rlilitfl. 81 corso dcl 1c1npo e al tempo 111ctcorologico. lupi 1nnnnari, streghe. 1naghì ccl indovini (i\. JA. CìUVIYIC, c·onf{f[/fni e santi. /!roh/cmi dello cu/turo popolare nel i\Icdiocvo, Torino !986, !53). Religiositù popolare e folklore esprimono la visione del 111011do, 1<1 particolare concezione del te1npo. dello spa7.io. dcll'anin1a. del cielo. della terra c dcl rapporto lru Dio e l'uo1no propria di una culturu. L'clcn1c11to folkloristico ha nella coscienza religiosa una sua consistenza. spccialinente con1c componenlc cli uno di1nensionc spirituille collc11iv11 (ibid. VII-XVI). Lo rcligiositù popolare si presenta coinc il punto di incon1ro e di discri1ninazionc tra preesistente realtà spirituale e crislia11csi1no colto (R. l'vlANSl'.LLL J11trod11zio11e a Ln refigiositò JYOJYolare nel 1\Jedio J:vo. a curn cli R. rv!anse!!i. Bologna 1983. 25). rii G. DE Rosi\. Chiesa e re!igio11e popo!nre ne! i\lezzogior110_ cit .. 16.


422

Sa/votorc \lacca

Il ricorso alla n1agia diventa l'unico 1nodo, se non il più cfTicacc sul piano pratico, certo pili rassicurante e forse addirittura l'unico sul piano psicologico, per esorcizzare o a!n1eno a1nn1ortizzarc la paura che era seinpre 111 agguato e bastava un nonnulla a farla scatcnarcr'~. La stessa richiesta ossessiva del 1niraco!o Vfl collocata nel contesto di una vita estren1an1ente precaria, continuan1ente 111inacciata da pericoli e calan1ità, nonché da un 'ccono1nia povera6·'. i\d alimentare il desiderio del miracolo nel popolo misero ed affanrnto non era solo un 1nccca11isn10 di fuga dalla realtà - una realtà dura da accettare

e ancor più da n1odificare - 111a il bisogno concreto di alleviare un destino di sofferenza e di 111orte<'-+. Solo il miracolo, pertanto, produce libertà, perché rompe il clima quotidiano di una necessità senza scainpo, dove la carestia, che produce 1niseria ed epiden1ia, niacina vite uinane senza pietà e senza ostacoli. Si esprime in tal modo il bisogno dell'autoaffermazione dell'uomo sofferente, !o sforzo di preservare !a sua vita di lì-onte ad un quotidiano sen1pre più triste e avverso. In tali condizioni di vita, poi, il niiraco!o si colora e si inischia di n1eravig!ioso; rispecchia la 111aterializzazionc del divino e esso costituisce una diinensionc essenziale della religiosità popolare. La n1alattia, la sofferenza, la peste, i terren1oti, le carestie, hanno avuto un ruolo notevole nella vicenda storica della Sicilia in età inoderna. '!'or111entando !'uo1110 con grande crudeltà, si è spinti a ricorrere ai tì·ati ritenuti taun1aturghi; ci si convince che 11011 si può sperare la salvezza eia alcuna provvidenza uinana, per cui bisogna provocare un 111iracolo, invocando l'i11tcrcessionc dci santi tau111aturghi o della Madonna, o l'aiuto dei "santi frati"r' 5 . In tali situazioni di 111iseria 111atcrialc e psicologica, è soprattutto contro !e 1nalattie organiche che si opera e si co111batte; anche perché la 111alattia è unita·-· e si confonde spesso - con forze oscure non curabili dnlln 1nedi-

62 G.rvl. V1sc1\RDI, ..-\lugio, stregoneria e superstizioni nei sinodi lucani del S'eicenlo. in l?iccrclie di storia sociale e religioso 14 (1985) 143-!87: !cl6. r,_i ID .. ,·isJH'ffi dello religiosità, cii.. 110. <d !D .. La re/igiositrì popolare nel Cilenlo .fru /\.I 'I e /(!,,\"secolo. in Hicerc/Je di storiu sociale e rcl1:r;iosa 22 (!993) 7-46: 29. r, 5 IVLP. DIGIORGIO \/JTL Pesle. cit.. 130.


Religiositò popolare e /estÌlnanionzo dei copJJUCch1i e dei gesuiti

423

c1na ufficiale 6r'. È !a n1alattia dunque il pri1110 nen1ico da vincere con la potenza segreta degli scongiuri, quella n1alattia restìa alle leggi della n1edicina ufficiale e legata in qualche modo all'influsso di forze diaboliche'''. J tì·ati hanno la ferina coscienza che i n1iracoli si chiedono unica1ncntc al Signore: solo colui che fece gli occhi può - ad esempio - ridare la vista ad un cieco, n1a per ottenere le grazie richieste è necessaria una fede viva 1 '~. I n1iracoli, quali in1porlanti tcsti1nonianze della santità dei religiosi(''\ sono dei segni attraverso i quali i! Signore non solo accon1pagna la loro predicazione, n1a condivide anche quello che predicano 711 , e riflettono soprattutlo la gloria di Dio, Autore e Operatore di tutte le n1eraviglie 71 • I frati se fanno 111iracoli cd esercitano lo spirito cli profezia è solo per l'utilità della gcntc 72 : operano perché sono inossi dalla carità e dalla coinpassionevole pietà verso tutti, in particolare verso i poveri di cui condividono profonda1nente le disgrazie 7-1. Essi operano segni 1neravigliosi a favore di tulli: ricchi e poveri, uo111ini e donne, giovani cd anziani, !aici, sacerdoli e vescovi, dotti e ignoranti. Il cronista riferisce su Antonino da Polizzi: «Risplendette così in vila, con1c in 111orlc, dcll<l luce di 1nolti nliracoli: e sebbene si ferinì la penna per l'unlillù di quei nostri prin1i padri, ne parla, e ne parlcrù clcrna111cnlc la L1111a per tutti i scco!i»n.

Per i n1iracoli operati a 'l'otiorici, Silverio da Messina era chia1nato dal popolo il .fi·ate lal11llalurp;o 75 . l cappuccini, pur presentando un cristianesin10 integro, rivelano indizi di un cristianesin10 povero e, per certi aspetti, anche esposto a defonnazioni, quali, ad esc1npio, !'inaccessibilità di Dio, la prevalenza del sentin1ento dcl

(,(,D. DE. ANTONI, Processi pe!' stregoneria e mogia a C'hioggio 11cl Xl"/ sl.!colo, in N.iccrche di .1·torio sociale e religioso 2 ( 1973) 187-228: 191. 17 ' !bid.. 195. r,.~ /.,, !30\IERIO. Il. a11. 1583, Il 127. 85. 1''1 !D" I, <111. 1555, n XVI!, 53!: !bid.. an. !555. Il XIV, 530. 70 lbid.. a11. 1575. n XXllL 774. 71 !D., li. an. 1598, n 42. 610. n lbid.. an. 1583, 11 123. 84. 7-1 fhid, an. 1583. n 127, 85. H !D .. I. an. 1550. n XXXVIL 438-439. 75 JD., Il, an. 1609. n 73. 83(f


424

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timore su quello dell'amore di Dio; la misericordia di Dio impetrata con preghiere, penitenze e l'intercessione della Madonna e di san Michele Arcangelo. Tuttavia il cristianesi1no popolare, grazie a questa loro capacità di dialogare con le diverse popolazioni dell'isola, mantenne vive le sue forze. I cappuccini operano quindi un processo di inculturazione e di acculturazione tra la cultura religiosa di massa, popolare, e quella di élite, ufficiale. Integrazione cd assin1ilazione sono le due coordinate che acco111pagnano la loro azione pastorale nei confronti della popolazione siciliana. Prendendo ciò che trovano nella loro cultura vi incorporano gli elementi della cultura ufficiale e dotta, rinnovandone così le tradizioni autoctone.

Gesuiti e popolo re/;gù;so

La Co1npagnia di Gesù si insedia inizialn1ente nelle grandi città (Paler1110, Messina e Catania) e nei centri abitati pili nun1erosi 76 . J__,a pri1na generazione dei gesuiti che approda in Sicilia è general111ente costituita dfl uon1ini provenienti dalla Gennania, dalla Francia e dalla Spagna (in particolare dalla Navarra). Si dedicano co111unen1entc a COJ?fèssare, }Jtellicare, legere e a e/are gl 'essercitii77 . La loro presenza suona con1e una novità: la gente non era più abituata a sentire predicare con una certa frequenzan, né aveva 111a1 visto chi insegnasse la dottrina cristiana 7'>. I gesuiti, giungendo in Sicilia, dicono di trovarsi nelle Indie e il I 0 gennaio 1568 così scrivono al preposito generale:

7(, IVI. SCAIJlFIO. Storia della ('rN111)ognia di (~'es!Ì in lrolirr, IV. L'epoca di Giaca1110 Laine:; 1556-1565. Roina 1974. 540. 77 i\. X1n1LJ1\. Al 111olto Udo. in Chrislo J'adre, il P. 1\ffro. lucoho lay11e::. lvtessinn 18 gc1nwio 1558. [p. 137. in l"iflerae quadrimes/res. /' (l557-155c~J. cii.. 519. 7K .l.J\. Di·: POL1\NCO. l'ifa lgnalii f,ofolae e/ rerum S'ociefalis Jesu 1-fisforirt. /'/

(f55ri). Cil.. ll ! 175, 296. ]11 quel 1C111p0 Ja prcdiC<ILiOllC \'ClliVtl f:'.CllCraJinenle ratta solo dun.111-

te la qu<lrcsi111a. 79

(I 555). eit.. 11 531. dai sci ai dodici an~ ni. per ascoltare il co111111cnto clclla dottrina cristian<l- L'i11segna1nento. tenuto nelle chiese parrocchi<lli e nelle: loro chiese. era rivolto <li l'<inciulli elci loro collegi e delle cittù. ID .. l'ila lgnatii Loioluu et rcn1111 Societatis Je.1·11 /-/istoria. I'/ (/556). cit.. 11 1094. 280: ibid. n J 164. ID .. l'ila /g11atii

J,oio/ae et rcrr1111 ,':ìocielafis Jes11 ffisforia.

184. Neì giorni fcs1ivi c nelle don1cnichc i gesuiti riuniscono i

293-29,L

J~111ciulli.

I"


Religiosità popolare e testùnonianza llei cappuccini e llei gesuiti

425

«Certifichere1no a V. P. essere in questo regno con1e la vera India, sì nella grande ignorantia et bisogno della luce evangelica, eo1ne nella buona dispositione et auitudine della gente per fare il frutto spirituale ne' prossi1ni, che desidera la Con1pagnia, nutssi1ne in quesla

diocesi»~ 0 .

Avendo visitato le montagne del regno di Sicilia (probabilmente l'estrema Calabria e le coste settentrionali e orientali della Sicilia) dalla fine di aprile 1574 al 21 gennaio 1575, p. Michele Navarro presenta al generale dell'ordine, Everardo Mercuriano, la seguente relazione: «Durante questo periodo 111i sono recato in alcune terre di queste n1ontagne, che sono fino adesso ouo; in ognuna di esse n1i sono ferrnato un 1nese; in esse sia1110 stati occupati nella predicazione clo1nenicale e festiva e ncll'inscgna1nento quotidiano cle!Ja dottrina cristiana, cui 1nolta folla di qualsiasi estrazione sociale ha se1npre partecipato con vera devozione e disponibilità; ciò si è rivelato al cli sopra di ogni attesa che alcuni dei nostri avevano. Si è reso un grande servizio a Noslro Signore; per nlezzo di questa dottrina cristiana si è aperta una porta e si sono gettate le basi per edificare e sviluppare questo edificio cli Noslro Signore che si sta 1110110 rovinando per l'assenzn cii chi non parla e lavora per esso)). «0 Padre 111io carissi1110, se V. P. vedesse l'estrcn1a rovina di tante anin1e e co111e

si stanno perdendo a rnotivo della spaventosa ignoranza che regna in queste n1011tagne sia a livello spirituale che tcn1porale, avrebbe co1npassione di loro. E a!cuni dci nostri corne si recano alle Indie, n1olto potrebbero lavorare qui. A

11110

pa-

rere, non offrirebbero a Dio 1ninore ossequio di coloro i quali si portano fin laggiù. Qui senza percorrere tante leghe per 1nare e pericolo della vita, senza dovere n1ollo attendere ad i1nparare la lingua, potrebbero bene spendere i loro talenti; e pro111ctto a V. P. che troverebbero per questo un ca1npo n1olto aperto. Anzi credo che, avendo la Co111pagnia tante case cli probazione per i novizi, queste 111onlagne della Sicilia e Calabria potrebbero essere luoghi di noviziato, in cui 1nettcrc aJ!;:i prova coloro i quali desiderano recarsi nelle Indie. Tengo infalli per certo che chiunque darà buona prova cli sé in queste nostre Indie sarù buono per quelle lon-

so !tal. E/Jist., 1568. cit. da P. TACCl!I VENTURI, La vita religiosa in fili/fa durante la prima età della ('0111pag11ia di Gesù, lii, Rotna 1931~, 325.


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426

tane; coine al contrario chi in esse trovasse difficoltà nel viaggiare e patire, non spcri1ncntcrà certo in quelle più facilità» 81 .

L'insegnamento della dottrina cristiana costituisce un campo privilegiato dell'azione pastorale dei gesuiti. Nel 1547 82 il provinciale, p. Girolamo Doménech, a spese del viceré don Giovanni de Vega, pubblica in italiano un breve catechismo per i fanciulli siciliani 8'In questo 1nodo i gesuiti intendono spiegare e tradurre in una lingua con1prensibilc i fOndan1enti essenziali del cristiancsin10; inculcano i principi del comportamento cristiano e tentano di sradicare il vizio del peccato. li catechismo, destinato in parte ai fanciulli ed in pa1te ai sacerdoti, rendeva più accessibile la dottrina cristiana, facendo sì che i principi dcl cristianesi1110 finissero per essere patri111onio di un'élite e diventassero invece proprietà di tutta la popolazione siciliana. L'istruzione catechistica viene così considerata un valido farmaco per curare il popolo da ogni forma di devianza religiosa. Pur individuando e denunciando la sopravvivenza di qualche residuo folkloristico, i gesuiti identificano alcuni elementi della tradizione culturale e religiosa di Sicilia nella superstizione, n1agia, n1ito o rituale pagano.

NI fVl.

NAVARRO, Ad Everardo 1\Iercuriano, Messina 24 gennaio 1575, cii. da P. 2

TACCHI VENTURI, La storia della Co111pagnia di Gesù in Italia, 112, RonHl 1931 , 92-93. Nel

1548 a l'vlessina sorgono le prime scuole della Con1pagnia cli Gesù. Il collegio, così i gesuiti chian1nno te !oro scuole, diventa un centro di propaganda cateehis1ica. Alla n1orte di Ignazio da Loyola ( 1566) i gesuiti insegnavano in Sicilia, a .rvlessina, Palen110, l\1onn:ale, Bivona. Siracusa e Catania. ID., La vita religiosa. eiL, 355, 430. 2 N P. Polanco pone nel 1555 la pubblicazione del calechisn10 (.T.1\. DE POLANCO, //ila !gnalii l,oiolae et rerum Societatis Jesu Historia, V /1555}, cit., n 532, 184). Se111bra che p. Do1nénech abbia pubblicato un prin10 catechis1110 ad uso dei J~1nciulli di età tra i 6 e i 12 anni e che ne! 1556 lo avesse sostituito con quello di Ciiovanni cl'1\vila (1499-1569), pubblicato a Va!encia nel 1554, o più presun1ibil1nente con il catechisn10 di Diego dc Lcclcs111a (!5191575). L. LA ROSA, l11trod11zio11e n SAN JUAN Dl AVILA, IJoctrina cristiana quc se canta: "Ofdnos vos, /)Or An1or de l)ios" (circa I 540). (~atechis1110 spagnolo, trapianf({tO in .5ici!ia, in lti11erari11111 4 ( !996) 3-9; L. RESlNES LLORENTE, // catechis1110 di Diego de LedC,\"11/{f. in ltineraril1111 5 ( 1977) 177-205. NJ Quanto al catcchis1no si tratta di un testo catechistico che, per ordine dello stesso vicerè, viene in1posto a tutti i 1naestri ciel le scuole del regno di Sicilia. P. TACCHI VENTURL La vita religiosa, cit.. 361, nota 3. In Sicilia vigeva allora un sistcnia di Chiesa di Stato, che assunse caratteri n1olto esasperali, essendo il suo esercizio collegato con !"istituto de!!a Regia Afonarchia fondato sulla "Lcgazia apostolica''. Jn virtù di questo singolare privilegio. il più tipico dcl diritto pubblico siciliano, i re di Sicilia ascendendo al trono si arrogavano il diritto di ''kgati a latcrc" dcl papa, e di esercitare una serie di prerogative circa sacra. G. CATALANO, I.a "Regia 111011archia di 5'icilia", in Archivio storico siciliano 17 (1967) 9-28.


Religiosità popolare e testimonianza dei cappuccini e dei gesuiti

427

Così a Bivona alcuni ciarlatani - che in Sicilia, a parere di p. Polanco,

riscuotono 1nolto successo - vendono ai poveri carcerati, con non poco guadagno, alcune preghiere superstiziose. P. Paolo Mantovano, poi, riprende pubblicamente un tale e lo costringe a scappare poiché era solito portare in piazza i serpentil".i. li p. Palanco riferisce anche riguardo al popolo di Messina e dei din-

torni: «Quel popolo fu n1olto dedito alle superstizioni, agli incantesin1i e agli usi dei

pagani; il pri1110 giorno ciel n1ese non è pcrn1csso, presso di loro, in una casa accendere o spegnere il fuoco; inoltre, co1nc huon auspicio, 1ncllevano un nuno sulle porle. Giuravano prendendo un coltello dal n1anico nero; usando l'incenso, portando 1noltc candeline, gridando in1partivano la benedizione con il segno di croce sugli uo111ini ossessi, i quali, la vigilia della Circoncisione, cinti di can1panclli, entravano nelle case per ricolrnarle di benedizione, rnentre prendevano quello che desideravano in ordine al vitto, senza essere ripresi; nelle nialaltie e necessità veniva cercata una incantatrice perché usasse vari rirnecli. Se qualcuno nioriva, tutti i consanguinei e1nettevano alte grida; stando intorno al cadavere gli uornini si strappavano la barba, n1entre le donne i capelli; condotto il cadavere nella chiesa in cui era stato sepolto qualche congiunto di sangue più vicino, si n1anlenevano 1nollo distante dall'ingresso di quella chiesa per cui non ascoltavano i riti sacri e il Poter nnster»~ 5 . «Da questi e da altri errori pagani sono slali così richia111ati, affinché subilo si allontanino da essi; inoltre sono stati ripresi in altre cose. Accon1pagnato in chiesa il cadavere, partecipano ai riti sacri e ascoltano la predica che faceva P. Daniele, seduto davanti all'altare, dopo il vangelo della Messa per i defunti; questi predicava, secondo il costu1ne, i quattro novissinli; n1entre il popolo era 111ollo contento di potersi allontanare da quegli antichi riti alcuni dci quali, in se stessi, erano causa di n1orle»'%.

8-l J.A. DE POLANCO, Vifa lgnatii /,oiolae et rer11111 5,'ocielati.1· (I 556), cit.. n 1225. 305. 85 fbid. Il 1089, 279. 6 H fhid., 11 1090, 279.

.Je.1·11 Historio,

/'/


428

Salvatore Vacca «Conoscono e detestano senza dubbio l'antico errore; inoltre frequentano più assidua1nente, rispetto a prin1a, le chiese, le confessioni e le con1unioni; pregano anche son11na111ente il Signore perché li illun1ini con la luce cli una proJ'onda conoscenza; infine, in quei luoghi in cui la Società una volla si era insediata, veniva

predicato alle loro hcatc anin1c» 87 .

Si avverte i1nn1ediata1nente l'ossessione della superstizione e delle pratiche 111agiche. 1.,a stregoneria e la n1agia sono qualificate con1e eresia che si pone con1e alternativa alla religione ed opera di satanaH 8. Il gesuita Michele Navarro, scrivendo al generale Everardo Mercuriano, ci inforn1a che tra il popolo siciliano sopravvivevano alcune credenze e superstizioni in ordine alla cura degli inferni i: «Se nelle Indie vi sono errori sulla 111ortalità o in1n1orta!i!-ù dcll'anin1a, qui

si

trovano 111olli che diranno che il corpo finisce, che la stessa fine è stala e sarù l'essere dcl corpo e che l'uon10 non è più quello che vive qui, &c>>. «Circa le superstizioni, ve ne sono in abbondanza; e, lasciandone 1nolle altre dt parte, cerco di presentarne a V. P. solo due, perché conosca quali sono le altre. La pri1na si pralica nelle zone 1nari11in1e, 1nentre la seconda nelle 111ontagnc. Quella delle 1nontagne consiste in questo: quando un infcrrno si an1rnala di una n1alaltia di euì i 1nedici non conoscono un rin1cdio un1ano per poterlo applicare, e si è anche persa la speranza nel sapere e nel potere delle n1edicine, le donne e n1olti uon1ini che gli accorrono vicino, dico della parentela, n1et!ono questo uo1no infcrn10 in una lettiga e, duranlc la prin1a notte, lo portano in n1ezzo alla strada, lasciandolo qui fin quando non suona la can1pana di 1nezza no[(c, fr1ce11do anche attenzione che l'inJCnno non si adclorn1enli; pri1na che canti il gallo, ì suoi parenti, riuniti attorno, facendo n1ille sorti di giochi, canl<lno e danzano, e dopo il canto ciel gallo, prendono e conducono l'in!Cnno a casa sua e gli applicano certi in1pacchi, e con questo dicono e credono che il detto n1alato guarisc<1». «La superstizione n1arittin1a consiste in questo: quando una persona si a1n111ala di 1111;1 certa infcnnità -di cui io non le saprei no111inarc 11( l'una né !'altra (sebbene le abbia sentite n1olte volle) - viene porlala sulla spiaggia del n1are; poi scavano una fossa nella sabbia vicino all'acqua dcl 1nare e calandovi dentro il dello infer1110, seppelliscono tutto il suo corpo sotto la sabbia. T_,a testa soltanlo rin1ane

N7

Jl 1091, 279. DF:LLHv11·:AU, // ca!fo/icesùno dal X\!! al X\i/11 secolo. !\1ilnno 1976, 222.

fhid,

NN ./.


l?e/;giosità popolare e testùnoninnza dei cappuccini e dei gesuiti

429

fuori dalla sabbia o dalla sepoltura che gli hanno fatto; qui lo fanno restare fino a quando le onde del rnare lo oltrepassano, non [_so) quanti passi davanti a lui e non so quante volle; e al ritorno dell'acqua c'è da ridere, perché il poverello non può resistere all'acqua se non con il soffio della bocca. Riferisco solo di queste due, perché V. P. si distragga un poco e consideri se non sia necessario aiutare queste Indie corne !e altre; e se non fosse per la prolissità, ne racconterei tante che V. P. si spaventerebbe. E tutto ciò deriva e nasce dalla grande ignoranza che c'è nei sacerdoti cli qua, da cui procede tanta rudezza e crudeltù di n1olti uon1ini di questo regno. Che il Signore ponga un rin1eclio per la sua infinita nlisericordia; e V. P. non lasci di essere cooperatore 1nandando co!Jaboratori per lavorare in queste terre,

in questa vigna derelitta e tanto dissipata, così co111c noi, che stia1no qui, vedia1110»~9.

ll suono della ca1npann avevn un significato 1nagico e sncralc, per cui nel n10111ento in cui suonava le streghe iniziavano i loro sortilegi e le tcn1pes1e cassavano. Pari1ncnti, l'uso dell'acqua 111arina richian1a l'ancestrale fiducia nclrncqua co111e rnezzo di salvezza 90 , sicché la cornbinazione di acqua e sale in genere, e dell'acqua del 111are in particolare, è 111olto con1une presso alcune cu/turc'J L'esperienza del soprannaturale tra il popolino era connessa anche con le forze della natura: si pensi alla luna o al n1are. l_.'esperienza della niorte è poi vissuta in Sicilia con grande pathos. gesuiti, assistendo alle 1nanifestazioni con cui la gente soleva espriinersi 111 occasione dei funerali dci pnrenti, sono dcl parere che la fede cristiana tra i siciliani non aveva ancora posto le sue radici, sostenendo che alcuni aspetti esterni, usi e costumi non fossero in alcun modo segni di fede. Le testin1onianzc riportate sugli an1n1alati gravi, sulla 11101ie e il culto dei n101ii, rivelano il con1porta1nento e la 111entalità siciliana di fronte alla 1

x9 r·v1.

NAVARRO, ;/d Everardo i\fercuriano. cit., 93-94. G. DI~ ROSA. Vescovi, popoli e 111agia nel Sud, Napoli 1971. !54. 91 G.M. V1SCARDJ, Aspetti della religiosità popolare, cit.,110. Nella diocesi di Policarpo vi era !a consuetudine che il sabato santo, non appena le crnnpane annunciavnno !a risurrezione di (ì-esl! Cristo, !e donne in1pastavano il pane, pensando che così risultasse partico!anncntc ''bcneclello'', n1entre gli scabbiosi e i lebbrosi si tuffavano nelle acque n1arinc, ritenendo in questo inodo di ol!enere la guarigione. Tale pratica si con1prcndc ncl!'cco110111ia di un'aspettativa spasn1odica del miracolo, che solo avrebbe potuto assicurare In guarigione di n1alallie che la scienza 111cdicn e farniacologica non erano riuscite ancora a sconfiggere. L'unica speranza per gli uomini, altri1ncnti condannati a subire e sopportare le conseguenze nefaste dì 1nalattie croniche. era. dunque, un intervento divino (ibid, 108-110). 90


430

Salvatore Vacca

morte. L'evento morte, richiamando il tema della precarietà della vita, è un 1nomento di celebrazione, rivela un profondo senso sociale, religioso e u111ano.

La sofferenza e la n1orte sono eventi con1unitari, perché si colgono all'interno dello spazio familiare. Il dramma della morte, con il suo corredo di angosce e speranze, si consu111a nonnal111ente fra le pareti di casa o, per i suoi aspetti collettivi all'interno delle mura del paese. Si rappresenta l'assistenza al moribondo, con al capezzale non solo la presenza di uno stuolo di familiari, ma anche l'insieme delle forze demoniache ed angeliche, chia1nate a contendersi un'anitna. li grande dran1111a della morte si dispiega interamente fra il Cristo e il demonio, diffusore della paura'l2.

A causa di tale sensibilità, il vissuto religioso dei siciliani viene, a volte, ricondotto a riduttive interpretazioni della religiosità popolare corne 1nagia o cripto-paganesi1no. Sebbene alcune credenze se1nbrano provenire da epoche passate e eia area pagana, non tutte però vanno ricondotte al inondo della superstizione. Esse erano spesso vissute accanto a fonne religiose di co111unicazione con Dio, la Vergine, i santi e le anitne dei defunti. La lan1entazione funebre, ad esen1pio, che dra111111atizza nella società contadina la perdita della forza lavoro, non poteva solo richia111are la rnortv e il pianto rituale dcl 111011do antico (la conclcunalio) '1-\ li gesuita Angelo Sibilia, riferendo sull'argomento, scrive:

«! ... ] Sogliono le donne di Catania piangere nella n1ortc dci loro parenti, così cornc se non havcsscro speranza della risurrctionc: piangono, gridano, ululano, con le n1ani si strappano i capelli, battono il petto, squarciano la faccia, et di più le rcputatrici (sono certe donne che hanno quest'arte di co1n1nuovere gli altri a piangere), acciù al pianto le provochino; et puhlican1cntc cl privata1nenle questo dalli nostri si reprcndc. Passò di questa vita il rnese passato il castellano di questa

'l2

di

1\.

OLJV!ERI,

llno "strato" delle coffeffività 11rhane: [)io e la 111orte nel "Henejìcio

(~risto", cit., 112. 9 ·' La laincntazionc

funebre è molto con1une: basta consic!cnirc gli statuti ciLLadini di 1nolti coinuni dell'Italia con1unale, in cui si leggono ripetutamente norn1e lendcntì a correggere le pratiche scon1postc di lutto, le grandi grida, i capelli scannigliati, !e percosse in viso e il ricorso alle larnentazioni. E. DE MARTINO, J\4orte e pianto rituale nel mondo antico, Torino 1958; ID., La111ento fi111ebre lucano, in Società 4 (1952) 655-615; G. BRONZJN. 7ì·adizioni popolari in Lucania. Ciclo della vita umana, Matera 1953, 226.


Religiosità popolare e testùnonian.za llei CllfJpuccin.i e liei gesuiti

43 I

ciLà huorno nobile cli sangue cl dc costu111i: la cui fa1niglia è 111olto affettionata a nostra Con1pagnia et se confessa con li nostri, la quale certo tanto pazienternente supportò la n1ortc di quello, che rneritata111cntc ne parse un 1niracolo. Non se ne toccorno i capelli, non si percossero i petti, non si lacerorno le fr1ccie, non si chia1norno le repulalrici. Ma !e altre donne le quali eran presenti con1inciorno a gridare cl dire: "Ci voriano buone bastonale per destar la pigritia di queslc. Vedi quanto pigran1cnte nella 1norte d'un tanto signore si dipartano". Le quali parole udevano le parenti dcl defunto tanto paticnten1ente, che neppur le respondevano. Ma tutte le buone opere co111e dalli 111ali sono vituperate, così si lodano dalli buoni. Già con l'esen1pio di queste s'incitano alla rnodcstia le altre donne. 11110 disse un gcnlilhuon10: "Poi che tanto ponno questi padri, io hlrrÒ che l'avvenire tutta la n1ia faniiglia si confessi con loro, acciò non si odino più nella rnia casa si111il la111entalioni"» 9-1_

li culto dei morti era in Sicilia particolarmente curato e sentito. l gesu1t1 erano in1pressionati dalla consuetudine con la quale gli abitanti di I3ivona vivevano il lutto fa1niliare e la pietà verso i defunti. Era costu1ne qui vestire i morti con gli abiti più belli: sia che il m01to fosse ricco o povero lo si rivestiva del suo abito più prezioso o con1unquc niigliore. Tn seguito, deposta !a salina in un luogo pubblico, si facevano venire alcune donne le quali, cantando alcune "cose stolte e puerili", estendevano la n1ano sul cadavere, riempivano la casa di lamenti, si strappavano i capelli e si graffiavano il volto con le unghie. Il lutto si protraeva non un giorno solo, n1a per n1oltissin1i giorni: anche due o tre anni. Riferiscono i gesuiti che per tutto questo tempo i fa1niliari del defunto non ascoltavano la Messa né pa11ecipavano a nessun sacran1ento; e fin quando vivevano, per nessun 1notivo, entravano in quella chiesa in cui avevano seppellito il congiuuto. Il vicerè, Giovanni de Vega, e1nanando alcuni editti, dovette perfino intervenire per estirpare la consuetudine di condurre nella casa del morto le donne reputatrici. E permise che, solo per tre giorni, le donne potevano deplorare con alte grida e lamenti; vietava invece di en1ettere le grida dopo il terzo giorno, 111entre passavano le processioni del Santissimo Corpo del Signore e durante alcune feste"'.

'>~/tal. '!.'i

l:,ÌJist., 1560. Cit. da P. TACCHI VENT\JRl, La vita religiosa, 111, cii., 330-33 !. J.A. DE POLANCO, Vita lgnatii Loiolae et reru111 Societatis Jes11 Historia. /-'/

(1556), ci1., nn 1226, 1227, 305-306; 306 noia 2.


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Salvatore Vocca

I gesuiti denunciano particolarn1ente il costante e con1unc costu111e, invalso tra le donne siciliane, le quali, in seguito alla n1orte di uno dci loro congiunti, si rinchiudono in casa per lunghissi1no te1npo e non fì·cquentano neppure la chiesa, né partecipano alla vita sacran1entale. Questa prassi, interpretata co1ne una pratica superstiziosa, è segno per loro di rnancanza di fede e di speranza nella resurrezionew'. Un'altra antica consuetudine, riguardante anch'essa le donne siciliane e che i gesuiti cercano di estirpare tra la popolazione di Bordonaro, "un piccolo centro di 500 fuochi" della provincia di Messina, è la seguente: «che le loro figliuole che non erano ancora 1naritalc, non le

111andavano

n1ai alla

chiesa per atte111palc che fossero, per rispetto de i pericoli, e c'erano di quelle cli

30 anni per le quali conlinuan1cnte s'era osservalo qucslo n1alissirno riguardo, et ancora s'osservava in parte per li 1naschi»'17 .

J gesuiti, quali esponenti della religiosità colta, cogliendo la storia dell'incontro e dell'intersecarsi della cultura dei dotti con quella popolare, dcl cristianesi1no uffìcialc con quello popolare, niettono in atto una pastorale del sospetto e una interazione tra le tradizioni folkloristiche e la dottrina cc-, clesiastica ufficiale. La predicazione, la confessione e le 111issioni, sono gli strun1enti di diffusione "ideologica", attraverso i qunli conquistano il popolo e, in qunnto canali di con1unicazione tra il clero e il popolo, controllano ed esercitano un'influenza sulla vita spirituale delle 1nasse98 , I.,,a Con1pagnia di Gesù, offrendo particolari garanzie di preparazione e di metodo, fa anche fronte a molte richieste di vescovi che chiedono religiosi 111issionari ben preparati in appoggio alla loro visita pastorale o in sostituzione di essa. Accade però che i gesuiti, identificando a volte la 111issione con la visita dcl vescovo, si trasfonnano in attenti revisori e rigidi rifonnatori della vita ecclesiale: verificano con1e vengono a111111inistrati i sacra111enti,

96 ID., Vita lgnatii Loiolae et rer111n 5,'ocietatis .Jesu /!istoria, Il-' (1554), cil., 1111 Ll4 l442, 201-202. 97 A. 1-'AnLR, Al 1110/to Rdo. in (~hristo, il P. 1\!tro. Jacobo Laynez. !Vlcssina 5 niaggio 1558, Ep. 162, in Lilferae q11adri11iestres, V (1557-155,~). cit.. 643. 98 A. ASOR ROSA. La nuova scienza, il Barocco e la crisi della Contror{/Or111a, in Il Seicento, Bari 1974, 33.


Religiosità popolare e testilnonianza dei cappuccini e dei gesuiti

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controllano gli abusi correnti e i difetti 111orali più gravi e prescrivono anche i niutan1enti che si dovrebbero apportare in ordine alla vita cristiana99 • A Messina, ad esen1pio, si era diffusa la diceria che con1unicavann e rivelavano all'inquisitore i peccati di coloro che si confessavano da !oro, per cui, soprattutto i nobili, ten1enclo cli essere 111andati dall'inquisitore, evitavano 1 confessori gesuiti 1110 • JI 111ovin1ento di cultura religiosa, intrapreso e pro111osso dai gesuiti per n1ezzo del catechis1no nella pri111a 111età dcl '500, poi rinvigorito e allargato nella seconda metà, dopo il Concilio di Trento, pur rivelandosi di grande beneficio 1111 , non riuscì a creare una salda sin1biosi tra [a cultura ufficiale e quella popolare, tra il cristianesi1110 puro e quello popolare, anzi, scn1bra, a volte, risolversi in uno scontro. L.a religiosità popolare con1inciò a essere definita eresia; l'inquisizione diventò, nelle loro 111ani) lo strun1ento principale della politica della Chiesa; ebbero inizio le persecuzioni di 1nassa di eretici e di streghe. Ci voleva poco per essere tacciati di eresia, di n1agia e stregoneria. Viene accentuato il clin1a di sospetto, di controllo e di 111innccia 111 ~. I [ nien1orialc del 1563 ne riflette la nientalità. I suoi estensori, consigliando ai padri del C~oncilio di Trento di rifon11arc la Chiesa di Sicilia, al paragraro venticinque scrivono: «Non n1cno in1portcrcbbe che si abbandonasse la facilità che c'è qui, in questi luoghi, di usare le scon1unichc per n1olivi 11101lo lievi e di poca in1porlanza. Converrebbe che, essendo la sentenza di scon1unica la pili grave pena con la quale la Chiesa castiga, si applicasse con 11101la a!tenzione e soltanto in casi rari cd in1por!anti, usando per gli allri casi più facili ri1nedi più leggeri; e, in qucslo n1odo, essendo le sco1nuniche piuttosto rare, saranno più ten1ute e obbedite e le anin1c non rin1ango110 1nolto legate, con1e fino adesso si presenl<J» 111 _i.

'J'J A. PROSPERI, Alissioni popolari e visite pastorali in !talio /ro "500 e "600, in Ricerche di storia sociale e religiosa 23 (1994) 29-44: 41-44. 1110 J.A. DE POLt\NCO. Vita !gnalii !,oio/oe et rel'11111 Societalis .Jcs11 I/istoria. /' (1555), cit.. n 551. 191. 101 /,'istruzione religioso dcl popolo italiano nel secolo ,\'/'!. Con!Crcnza tenuta da Pietro Tacchi Venturi della Cornpagnia di Cìesù il 25 aprile 1936 - X!V all'Ascensione per lo sviluppo del!' Alta Cultura, rvli!ano, 3-19. im Costituendo a Ro1na nel 1571 u11'opposita Congregazione dell'Indice, si dclcr111ina un'accentuazione della sorveglianza e dcl controllo dci libri e delle pratiche superstiziose. D. CANTI MORI. Storici e storia, Torino I 971, 663-664. 10-' fVL SCADUTO. /,o vita religiosa in Sicilia secondo 1111 111e111oria/e inedito del 1563. cit., 580, paragrafo 25.


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Salvatore Vacca

Molti dei condannati e scomunicati dall'Inquisizione siciliana erano solo dei curiosi, degli imprudenti, spesso accusati per vendetta. L'Inquisizione in Sicilia dipendeva da quella spagnola, assai più che dalla ron1ana di cui

adottava i 111etodi e i rigori 111-i. I !re gesuiti estensori del memoriale di riforma per la Sicilia propongono un maggiore controllo sulla vita sociale ed ecclesiale. Essi prescrivono:

«È inoltre irnportantc che, così con1c sono stati santa1nente proibiti i libri eretici e la dottrina sospetta, si proibiscano pure i lascivi e inutili, latini e volgari, co1nc sono quelli di an1orc e di pettegolezzi, e altri sin1ili; poiché la lettura di questi libri è 1nollo dannosa, con1c è di1nostrata dall'esperienza e non servono se non a corro111pere e ad incitare al 111ale gli anirni di coloro che li leggono, particolar-

n1cntc, quelli della gioventù che per sua natura è incline al n1alc» 105 .

Non mancarono gesuiti che apprezzarono la vita di fede della popolaz1one siciliana. Parlando della gente di Bivona p. Vincenzo R.on1cna, testi1non1a:

«È, certo, una terra sana, et fertile, et alli nostri n1ollo conveniente; la gcnlc scn1plicc cl di vota è)) 1n6 _

La situazione storico-sociale era rcaln1ente in1111ersa nel soprannaturale. Il popolo vedeva in certi avvenin1enti quotidiani l'intervento del cielo, e nonostante n1anifestasse qualche residuo folkloristico, si rivela profonda1nentc cristiano, vivendo un intenso legan1e con la Chiesa-istituzione. La popolazione accorre nun1erosa alla confessione e alla con1unione in occasione della celebrazione di particolari feste e ricorrenze. Alzando il tono apologetico e lievitando forse anche i nun1eri, le fonti gesuitiche riferiscono: per tre settinuu1e i gesuiti, in occasione del giubileo proclan1ato a Messina nel luglio 1553, confessarono e fecero la co111unione a circa seicento per-

Hl~ ID .• Storia della Co1npagnia di Gesù in Italia, IV. L'epoca di Giaco1110 Lai11e:: 1556-1565. cit.. 717; V. SC!UTJ Russi, Eresia e trasgressione nella Sicilia spagnola. in C~hiesa e società in Sicilia. I secoli Xli-X/"!, Atti del I! convegno internazionale organizzato dall'arcidiocesi di Catania. 25-27 novc1nbrc 1993. a cura di Cì. Zito. Torino 1995, 245-27!. 105 fVL SCADUTO, La vita religiosa in ,\'icilia secondo 11n me111oriale inedito del 1563. cit., 579-580, paragn1ro 23. 1116 V. ROMENA, Al molto Rdo. cii., 555.


l?eligiositrì popolare e testùnonianza l/ei cappuccini e dei gesuiti

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sone che desiderarono lucrare l'indulgenza 107 • A Palen110, per la 1ncdcsin1a ricorrenza, durante l'estate dello stesso anno, il nun1ero dei confessori si triplica: circa ottocento persone si confessarono e fecero la con1unione im:. Un giorno del niese di luglio, pili di trecento e di quattrocento si accostarono ai sacra111enti 10'>; il giorno di Pasqua del 1556 i gesuiti confessarono a Palenno duen1ila uon1ini e, indetto nel 111aggio successivo l'anno del giubileo, a causa delle nu111erose confessioni, avevano appena il te111po di niangiare 111l. Il popolo accorre nu111eroso ai sacran1enti (confessione e con1unione) specialmente in prossimità delle calamità naturali e delle pesti: uel 1556, scoppiata una terribile febbre che portava alla morte e alla fame, si confessarono non pochi, che da n1o!tissi111i anni non si erano accostati alla confessione. Molti restituirono ciò che avevano ingiusta111ente rubato, tante ini111icizie si rieo111posero e un nu1ncro considerevole scelse la verginità nella vita religiosa 1naschile. La 1nalattia del corpo divenne causa di salvezza per le ani111c 111 • Le calan1ità naturali, considerate con1e "Oagello della visitazione di Dio'' e suo "giudizio", sono se111pre accon1pagnate e seguite da un forte spirito penitenziale. In questi frangenti viene applicato il contenuto del sa!n10 77, 34: Quando li.f'aceva 11erire, lo cercavano, ritornavano e ancora si volgevano a Dio. li 27 setten1brc l 557, essendo scoppiato a Monreale un gran tc111porale che distrusse 111olte case con quanto si trovava in esse, i gesuiti ebbero un gran concorso lii ]Jenilenti 112 . I confessori ebbero inoltre 11101to lavoro durante l'estate del 1558 a 111otivo di un 111orbo pestifero che si diffuse tra le popolazioni palennitana 1u e siracusana 11 -1.

107 J.A. DE POLANCO, l"ita !gnatii Loiolae et rer11111 5,'ocietatis Jes11 !!istoria. lii (1553-155.:/), (Monumenta !listorica Societatis Jcsu, Historia Socictatis Jcsu), ivlatriti 1895. Il

419. 197. lllX 109

f/Jfr/., Il '145, 207. Ibid., n 462, 214. lo., Vita Jgnatii Loiolae et rer11111 5,'ocieratis

110 Jesu Historia, VI (1556). cit. nn 1105; 1110; 1167, 282; 283; 294. ;\nche a Bivona. indello il giubileo, n1olti accorsero alla confessione. !bid.. n 1235. 307. 111 Jbid.. nn 1053-1054. 272. 112 ''Per questa cagione hanno abundalo !e confessioni". E. PONTANO, Al 1nolto R. in Chro. P., il F. don Jaco1110 J,aynez, Monrc<l!e 10 ottobre 1557. Ep. 105, in Litterae q11adri111estres, /i (1557-1558), cit., 405-406. I i:i G. rvlF.RCATUS, R "". in C'hro. Patri. 1\I "'. Jacob La)'l1CZ, Palcnno 25 ottobre 558. Ep. 202, ihid., 845. ii.i !"vi. LA13ABl30. Al molto J?.tl" in ,Y "., il P. Giacomo J,ayne::, Siracusa I dice111brc I 558, Ep. 2 I 6, ibid. 889.


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Un'cnonne affluenza di penitenti si ha particolarn1ente nei te1npi e nei luoghi in cui si indicono i giubilei, cioè durante alcune solennità particolari, quali ad csc1npio: il giorno di tutti i santi a Monreale 115 . Tra gli usi, riprovati dai gesuiti, si segnala anche !'abitudine di parlare in chiesa durante le celebrazioni liturgiche. l_,a chiesa era considerata con1e una piazzll e un luogo cli incontro: durante le celebrazioni la gente passeggia, discute, e i giovani cercano le ragazze 111'. Il 1ne1noriale di rifonna del 1563, denunciando questo abuso, tcstin1011ia: «Un altro abuso, in questo Regno, dcl resto, corne altrove, è la irriverenza e ìl poco rispcllo che gli uon1ini hanno nei tcn1pli e nei luoghi sacri; nei quali, davanti al Santissi1no Sacra111cnlo, senza nessun rispcllo, perfino passeggiano dur<lnte la celebrazione delle 111esse e degli altri uffici; si è anche raggiun!o il punto di indecenza che nel 1nedesi1110 luogo, si recano per stipulare contratti e atEiri secolari che sono invece si è salili trattare nelle piazze e nei luoghi secolari. Pertanto, conviene dare, in questo, un ceno ordine in 111odo tale che questa profanità sic1 estirpata in questo luogo così santo, poiché, nella casa di _Dio, si addicono unic;_uncntc la riverenza e la santità» 117 •

È difficile stabilire il 111otivo per cui 111 chiesa o in luoghi sin1ili avvenissero "contratti e affari secolari". Sen1bra che fosse con1une ritenere !a chiesa un luogo di incontro per !a con1unità sociale, e in particolare la catte-

115 P. SANCTACRUCIS, Al 1110110 Rdo. i11 )( ". P"., il P". do11 Jacobo /,ayne::, f'vlonreale 30 novembre 1557. Ep. 116, ibid., 445. 11 (' Ciò non è solo un fallo locn!c. A Modena il vescovo Delfino della Pergola proibiva giù nel !463. lanciando anche la scon1un!ct1 e t<lssando in denaro chiunque passeggiasse in cattedr<llc, conl~1bulassc e raccssc strepito durante le f'vtessc. le prediche ed ogni altra celebrazione (P. TACC!ll VFNTURL /,a vita religiosa in lto!io .... cii.. 201-202, 209-21 O). Scriveva Davidico: «() povero Cristo. come slni al presente in mano de molti, quali si vergognano parl<lre di le el stare in chiesa senza passeggiare cl resonare passeggim1do di n1illc fiabe. perché di st<lr inginochiono con le due ginocchie è cosa da pover'huon10, et loro non sarieno tenuli gcntì!huoinini. 1\l1nanco se inginocchi<lsseno quando se lev<l in la ivlcssn il santissi1110 Corpo: 1na stanno in piedi d buffoni et li Hu1no riverenza d'1 balestrieri». (L. DAVlD!CO, T!'oltato, 25). Cii. da ibid. 204. Il sinodo del 1567. cclcbr<lto dalla diocesi di Cap'1cci. durante l'episcopato di Paolo l-:'.1nilio Verallo, vieta ai laici cli fare in chiesa. durante le cclebrnzioni. parla111e11ti, spasseggiamenti, strepiti, cla111ori, a/li inconvenienti et lascivi, nonché di Llre dan::e, giochi, parla111entl vani' et profàni, spasseggfru11enti, strepiti', cla111orl, ri:re, scia!'rc. risi et altri al/i lascivi avente ccclesie et altri luog/Ji [ ... } circ11111vici11i. G.IVI. Y!SCARDL lo religiosità popolare 11el Cilento .fra ,YVJ e _XL\' secolo. cit., 35. 117 J'v1. SCADUTO, La vita religioso i11 ,)'iciliu secondo 1111 111e111oriale inedito del 1563. cil.. 577, paragrafo IO.


Religiosità popolo re e testilnonianza dei cappuccini e dei gesuiti

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dralc che, trovandosi, con1e la piazza, al centro della struttura urbanistica della città o del paese, veniva utilizzata appunto co111e piazza, co111e dyopd 11 ·~. Bisogna tuttavia considerare che non solo la centralità fìsica dell'edifìcio ecclesiastico detern1inava la sua pluri1na funzione sociale e religiosa 11 '\ 111a anche la fìgura del prete e del parroco rivestiva un ruolo chiave, il cui tcmpcra1nento e la cui capacità, a volte, potevano anche turbare il cli111a dei rapporti con la con1unità o pregiudicare la crescita inorale e sociale 1211 • Il sacro esercitava, inoltre, per così dire, una specie di attrazione verso realtà profane che, evidenten1ente, profane non erano del tutto o non lo erano state in origine, e lo erano invece diventate succcssiva1nentc. La natura sacra del luogo di culto deter111ina l'essenza e la ragione della sua forza centripeta, del suo potere di attrazione 121 • f)ando forse una interpretazione riduttiva, si può anche considerare che queste 111anifestazioni avvenivano nelle chiese perché il popolo non aveva altri luoghi di incontro o centri di aggregazione. Non bisogna tuttavia diincnticare che queste consuetudini sociali cd econo111iche erano sen1pre associate alla celebrazione del sacro 122 . Presentandosi infatti una società in cui il nesso tra sfera religiosa, cconon1ica e politica era inscindibile, il teinpio richian1a sen1pre il 111ercante proprio perché esso richian1a i fedeli: non c'è dunque grande festa che non abbia la sua fiera, né fiera senza la sua festa 12 -'. Se considerian10 poi che nella religione popolare si in1pone la "dialettica degli indistinti", poiché sacro e prot~u10 sono categorie distinte ed elaborate solo dagli inte!leHuali e dai teologi, ne consegue inevitabilinente che "contratti ed affari secolari" sono anch'essi, nella considerazione dei laici e de! popolo 111inuto, dei gesti sacri e si111bol i liturgici, e dunque, fanno parte di una liturgia religiosa non ufficiale 12 ·1. lJno degli elen1enti pili sorprendenti e significativi dei gesuiti è la loro capacità di penetrazione psicologica. Essi creano tOnne di apostolato assai

11

~ J. 1-!r:r:r\S. /,e feste dei /o/li. Nnpoli 1990, 42.

11 'J /\. D!JPRONT,· /, '011tro1-;ologio

religiosa. in Fore storia, a cura di l I,e Cìoff e P. Nora, Torino 1981, !70-171. 1211 S. PLRINL Aspetti della rel(giosilà popolore nel contado della diocesi clodic11sc nel seicento. in Ricerche di storia socio/e e re/1~e,ioso 21 ( 1992) 51-69: 61 _ 121 ìvl.C. JJ\C0!3ELLL// "ris11s pasc/Ja/is" e il_fo11dan1e11!0 teologico del piace/'c sess11ole, Brescia !991 2 , 52. 56. 12 " G.IVI. \/JSCJ\l{IJI, /,a religiosità popolare nel Cilento fi·a ,'(/"/e ,\"I}( S!!Co/o. cil.. 45. 121 P. 1-IUVELIN. Essai historique s111· le droil des 111orchés cl des fòires. Pnris 1887. 37-38. 12--1 Ci.lv!. VISC1\l<:1JJ. I.a religiosità popolare nel Cilento _jì·a )(/'/e)(/);' secolo. cit .. 46.


Solvatore Vacca

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consone alle tradizioni culturali del popolo siciliano: si servono di grandi apparati scenografici, delle sacre rappresentazioni, delle recite e dei canti; sovvengono alle difficoltà della lingua attraverso le immagini e la musica per entrare nell'animo popolare. L'Eucarestia gode dì un grandissi1no culto. I gesuiti elaborano canni, dialoghi e rappresentazioni teatrali che hanno per contenuto l'adorazione dc! Corpo Eucaristico di Cristo. In una relazione inviata a Francesco Borgia il 30 luglio 1565, il giovane Bernardo Colnago scrive che i gesuiti del collegio cli Palermo: «il giorno che doveva passnre ln processione dcl sanlissi1110 Corpo cli nostro Si-

gnore per la nostra chiesa, ornassi1no assai bene li 111uri di quella, dove innanzi il vicerè et arcivescovo si rapprcscnlò brcvcn1cnlc l'hìsloria della i1nolalionc che !Cce Abrahan1 del suo figliuolo lsaac, cl il giorno dalla ottava se rapprescnlò un piccolo dialogo fra l'angelo et I-Ielia con gran contento cli lutti i circostanti» 12 5.

I nuovi ordini, i chierici regolari e i cappuccini, introducono e pro111uovono nella vita religiosa del popolo la preghiera delle Quarantore. Si tratta di una nuova t'orina devozionale che veniva vissuta con1e una salutare pratica propiziatrice cd in1petratoria 12(,. Nel J 553, a Messina, p. Girolan10 ()tello, per scongiurnrc !1in1111inente sbarco della flotta turca, racco111anda al popolo la consueta preghiera continua delle Quarantore 127 • A tal proposito, p. Polanco, parlando della suddetta città, nel 1556 registra: «A causa del disordine e delle afflizioni, all'inizio cli agosto, nella nostra chiesa è

stata iniziata la preghiera delle Quaranta ore con gr<indc e piena partecipazione dcll'u110 e dell'altro scsso» 12 g.

125

!tal. 1~·pisf .. 1565, HL Cit. da P. TACC!!J VENTURI, La vito religiosa, I/!, cii.. 228. C. C1\RGNONJ, Le Quarantore ieri e oggi. Viaggio nella storia della predicazione cotto/ica. della devozione popolare e della spiritualità capp11cci11a, Ro1na 1986. 127 J.1\. DE POLANCO, Vita /gnafii Loio/oe e/ ren1111 Societatis .Jesu /-!istoria. lii (1553-155./), cit., n 420, 197-198. «Alian1 etian1 ordi11atio11c1n i1nprin1i curavit Provincialis circa oratio11c111 toto in reQno racicndain contn1 classein lurcica111». lbid., 11 487, 222. 128 ID., /"ilo lgnatif Loioloc et rerum Societatis .Jes11 !!istoria,/'/ (1556). cii., 11 1080, 277. 12 h


Religiosità popolare e testitnonianza dei cappuccini e rlei gesuiti

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«All'inizio cli noven1brc è stata ripctula quella preghiera delle Quarantore, in parte per i defunti, in parte perché cessassero le guerre; pari1nenti fu lale l'afflusso che il giorno di Tutti i Santi si con1unicarono nella nostra chiesa più o ineno seicento, tranne 111o!te donne che si con1unicarono in un altro luogo» 129 .

li 18 gennaio 1558 il gesuita Angelo Sibilia, scrivendo al Lainez, te~ stimonia che a Messina nelle feste di Ognissanti, i gesuiti, nella loro chiesa, facevano la ora/ione di quarant 'ore con gran .fervore et grande concorso (/i !nto1nini et e/onne et tanta 1nollilucline cli lachrhne et SUS]Jiri che ci JJareva a noi essere cosa nuova, benché il shnile altre volle sia acca(/uto 1.1°. Ancora, i! giorno di san Matteo apostolo, viene iniziata a Siracusa la preghiera delle Quarantore, la cui pratica era stata introdotta da! Provinciale Nel 1583, a Messina, la nascente Congregazione Mariana dei Nobili, conosciuta sotto il titolo del!' Annunciazione, per la prin1a volta, con n1aestosa grandiosità di apparato e frequenza di popolo, celebra le Quarantore nei tre giorni precedenti la quaresin1a, cioè durante i giorni più intensi del carnevale 12 . La pratica dcl !e Quarantore è gencraln1cnte accolta con grande successo e pastoralincntc dà 1nolti frutti spirituali di conversione. Tale n1czzo, proposto con grande sontuosità e spettacolarità, richiede al fedele devoto la conversione dei suoi peccati e una vita rinnovata e attira non solo il popolo 1ninuto, n1a anche gli uon1ini più insigni che si accostano a1 sacra1nenti della confessione e della co111unionc. La prassi delle Quarantore,\inaugurata nel 1553 per porre rin1cclio alla calan1ità dei turchi, è stata continuata e proposta anche nelle altre case che i gesuiti avevano in Sicilia 1·1 '. A Siracusa, ad esen1pio, il gesuita Michelangelo Labacco, scrivendo il 20 luglio 1557 a padre Lainez, riferisce: 1

·'

1

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12

Jbid., Il !082. 277. J\. XIH!LlA, ,// 1110/to Rdo. !11 Chrislo /l({dre, il Altro. !acobo Layne:;;, fVli.:ssina 18 gennaio 1558, Ep. 137, in Li!ferae q11adri111estres, 1-' (1557-1558), ci1., 522. ')

1 11 -'

ur .J.A. D1: POL1\NCO, Vita lgnatii l.oio!ae et rf'1·11111 Socif'tatis Jf'Sll !-/istorio. I"/ (1556), cit., n 1193, 299. 1 2 -' «Scd nobiles "Annuncia1io11is'' soda!es illud etian1 in ipso So!ìdalitaiis cxortu cxcogilaverunl rcligionis o!Ticiun1, ul suprcn1is 1ribus Bacchanaliu1n diebus ·'Qtwdn1gi11ta !-loraru1n·· pubblicani supp!icationern auspicarcntur in tc111plo Societatis non sinc 111usico conccntu et 1nagnirico apparatu». P.E. AGUILEll.A, Provinciae Sic11/ae Socif'tatis Jesu m·111.1· et res gestoe ab a11110 1546 od ann11111 161 l, Palenno 1737. 243. l~.l lbid., 239.


Salvatore \lacco

440

«Celebrandosi a li giorni passati nella chiesa nostra l'oration delle 40 horc, il prefetto cli questa città con quasi tu!ti li signori et dottori volse esser presente; cl havendo fallo un'hora cl'ora!ione, !i pareva esser stati brcvissin10 lcn1po; tanto si cle!e1tavano in quel!a» 1 ~-".

Le Quarantore, avendo riscontrato 111olto successo, sono successiva1nente celebrate con grandiose esposizioni eucaristiche, chian1ate Teatr; e/elle Quarantore'"· P. Carlo Mastrilli, in alternativa alle feste del carnevale e per sottrarre quanto più era possibile [a gente da quel tipo di dive1ii1nento, negli ultimi tre giorni del carnevale del 1591 fece celebrare nella chiesa del Gesù cli Palermo le Quarantore come mai fino allora si era fatto, facendo risplendere quella chiesa di porpora, di oro e di 1nigliaia di ceri e di la1npade, profu111ando l'aria con l'aron1a cli erbe odorifere, accon1pagna11clo la celebrazione con devoti concerti di rnusica alternate da brevi prediche al n1atti110 e alla sera 11 r'. La predicazione evangelica incide anche nel ca1nbia1nento dei costun1i. Parlando della presenza apostolica elci gesuiti, il rettore dcl loro collegio cli Siracusa, I' 11 gennaio 1557, così scrive al p. Laincz: <(In ques(c1 fiera de santa Lucia, quale si suole rare ogni anno in qucsl<i ci!là, nella quale concorrino 111ercanti cli diversi parti cli ques1·0 regno, et soglino ponar' diverse cose d'oro e vari i lissi per vani ornarnenli cli clona, per il che ques1o anno, con1e è solito, andavano le fr1nciul!e et le donne per co111prar' cose alloro necess<irie, e! essendo al soli lo invitate ch1lli detti n1ercanti per con1prar', eon1e solevano, orna111cnli et pon1pc, loro rispondevano che hanno ]assale ques!e cose vane, perché li nostri Padri di san Joseph non volino che usian10 pili queste cose. I detti n1crcanti si disperavano, cl ci biasin1avano lan1entandosi che l'hahhian10 ruinati. Meglio havcrcbbcro dello guadagnati, avenga che gli levavan10 l'occasione di inalo

131

!Vl.1\. LAB1\CClJS. Al 1110/10 Rdo. /11 C:lll'isto Padre, il JJ. 1\lro. )aco1110 /,u_\'lll!z. Sir<1cusa 20 luglio 1557, Ep. 71L in Liff(!/'(/(! q11adrililc.1·trcs, /' (1557-1558), cit" 305. 11 -~ P. TACCJJI VL:NTURI. la vita reliçziosa. ]/!,ci!.. 2113. 1.ir, «0rnn1111n est purpun1 auro disti;lc1a Tcn1pl11111, ccrcac !~1ccs acccnsac qua1npluri1nnc. ()doralan1111 rerum suffitus !oci cultun1 augcbat. Acdus PontiJC;.,; solc11111i ccrcn1onia rc111 clivinmn fecil. Prore;..: c1 u;..:or sacris adfucrunt. 1-Iabitac sunt inatutinis t1c vcspcrtinis horis sacrt1c co11cioncs. adclitus eliarn concenlus. 1nira civitatis ìrequenlÌ<l. quae Bacchanaliwn liccn1ia111 in rcligioncni abìisse. n1agno voluptatis scnsu, gratulabatur». P.1-:. AGUILLl{1\. cit., 300.


Religiosità popolare e testirnonianza (/ei CC!fJpuccini e dei gesuiti

44 I

guadagno. 1,i fanciulle si ridevano et si pigliavano piacer' della loro desperationc»n1.

La predicazione e la presenza dei gesuiti entra dunque e penetra con notevole influsso nella vita n1orale e sociale dcl popolo, così durante il carnevale 1nolti 1nascherati che ca111111inavano per la città di Bivona, ripresi per questa "consuetudine orinai abbandonata dagli infedeli", si tolgono le 1nascherc, e così quei giorni che precedevano la quaresi111a furono trascorsi in un modo più tranquillo. E coloro che portavano le maschere non osavano però passare davanti alla casa dei gesuiti1.1 8 •

Per una conclusione La religiosità popolare ha rivelato volti e sensibilità diversi del siciliano religioso. Essa non è ovunque identica e 11cn1111cno si identifica con !a scelta e la cultura di una detenninata classe socialc 1Y>, per cui si può dire che esistono diverse religioni popolari. La "pratica religiosa" del popolo elci credenti ha assunto caratteristiche diverse non solo secondo i luoghi nei quali essa si 1nanifesta, n1a anche rispetto ad altre condizioni, quali !'influenza dcl n1are, della 111ontagna, dcl clima, della città e della campagna; la diversità delle leggi, degli usi, della 1nen1alità, le condizioni di vita (econotniche, politiche, ecclesiastiche), rapporti di lavoro, il grado e il tipo di istruzione 1" 0 • In questo periodo non si dà una rottura tra cristianesin10 ufficiale e razionale e cristianesi1no popolare e folklore pagano, n1a una con1bi11azionc, una farnia di "sincretisn10 religioso)'. La vita religiosa dcl popolo di Sicilia non si può con1prendere piena1nente se non si tiene conto della sua tradizione mitopoietica e folkloristica. Molte forme folkloristiche, pur rivelando

.l.P. C/\SJNI, Al 1110/to Rdo. In C~hro. Padre. il JJ. ;'\fro. l,ay11e::, Saragoza 11 gennaio Litterac q11adri111estres, I' (1557-1558), cit., 57-58. I.IN J./\. DE POL1\NCO, l'ifa lgnotii J,oioloe et ren1111 ,)'ocictotis Jes11 /!istorio. /'/ (1556), cit., n 1224, 305. IYJ O. Dr:. ROS1\, Conclusione a Religione e religiosità eopo!a!'e, in Rice!'che di storia sociale e religiosa 6 (1977) 177-192: 191. 1·H 1 L. ÒSBAT, /,a vita rel(ç;iosa nell'Alto J,azio: alcune co11siderazioni generali. prob/c111i di nu!todo e di 11tilizztcio11e dcJle fOnti, in Studi di storia sociale e reli/z,iosa. Scritti in onore di Gabriele Dc Rosa. a cura cli A. Ccst<iro, Napoli 1980, 121-137: 125-127. i:n

1557.

r:p. 13, in


442

Sa/votare \lacco

alcune sopravvivenze pagane, hanno influenzato e condizionato il cristiancsi1no, anche se si presentano alcuni casi di equivoci sincretisn1i. Il fatto tòlkloristico, pur non assorbendo quello religioso, fa parte dcl mondo religioso, fino a costituire un elemento della religiosità popolare. Tale processo rivela un'acculturazione cristiana delle 1nasse capace di 111odificare in 1naniera decisiva le stesse strutture della religione ufficiale 1' ' . Religiosità, folklore e cultura si identificano in quanto contribuiscono a esprimere la concezione dcl mondo e della vita del popolo siciliano. La religiosità popolare è la storia dei co1nporta1nenti dell'uon10 di Sicilia davanti alla vita, alla nascita, alla fan1iglia, al lavoro, al dolore e alla 111orte. Alcuni aspetti esterni del vissuto cristiano, pur testi111oniando un rapporto con la fede, non sono sufficienti né rivelano necessarian1ente i contenuti della fede. Tuttavia sarebbe insensato dire che non sono in alcun 111odo segni cli fedei-1 2 • Pur scorgendo l'origine n1itica e 111agica di alcuni riti, tante pratiche 111agiche non sono sen1pre riconducibili al 1nondo delle superstizioni. È in1portantc capire che cosa sia 111agia, superstizione e religiosità popolare, poiché spesso non sono presenti fonnc di superstizione e di n1agia 1 quanto piuttosto una tncntalità superstiziosa e n1agica. La religiosità ha sen1prc alcuni aspetti di a111biguità.

È con1unque ingiusto e storican1ente errato identificare la Sicilia del '500 con la n1agia: possia1110 tutto al più parlare della relazione Sicilia-n1agia, gian1111ai dell'equazione "la Sicilia è niagia". La cornprensione della rappresentazione religiosa del popolo siciliano ha fatto scoprire un universo 1ncntale. L'esperienza religiosa, investendo 1nolteplici spazi del!a vita colletiiva, si ergeva con1e forza n1otrice di salienti azioni pubbliche, ritmando il ciclo annuale della varie attività. La fede per111eava le din1ensioni di vita non solo sociale, 111a anche f.:1111iliare e personale, infondendo nei fedeli speranze e conforto per sopportare fatiche e sofferenze. Lo studio della religiosità popolare - pur non legandoci ad una detern1inata classe sociale dcl popolo siciliano: vivono !a din1ensione religiosa e la religiosità popolare anche persone dotate di grande potere politico, econo111ico ed ecclesiastico - ha anche rivelato quella parte della popolazione sici-

1-11 1 1

A. Dl2 Sl'IRJTO, // cristianesi1110 popolare secondo Rao11/ 1\f({11se/li. cii.. 120.

- ~ L. OSLlAT. Lu vita religiosa nell'Alto l.a::io. cit., 123.


Religiosità popolare e testùnonianza dei cappucch1i e dei gesuiti

443

liana, cui - essendo in quell'epoca la niaggioranza analfabeta - è stato negato il diritto alla storia, in quanto le era stato precluso l'accesso diretto agli struinenti con cui fissare per iscritto i suoi valori culturali. Si è potuto studiai-e questo filone della cultura e si è potuti entrare in contatto con !a coscienza anoni1na di questo popolo, con l'aniina ciel "grande assente'', degli "uon1ini senza parola, senza archivi e senza volto", non seguendo una strada diretta, 111a utilizzando alcune conoscenze indirette, appunto, offe1teci dalla clocun1entazione scritta dei cappuccini e dci gesuiti. L'analisi della storia religiosa ha anche portato alla conoscenza della geografia religiosa e sociale delle rappresentazioni religiose. Non può essere trascurato il retaggio storico di tanti secoli di conquiste, di lotte, l'eredità di un regin1e feudale, la peculiarità di talune strutture ecclesiastiche e di certe espressioni di vita rcligiosa 1 ~l. li discorso è con1plesso se pensin1no che ci trovia1110 di fronte ad un'area caratterizzata dall'arcaicità delle strutture sociali ccl cconon1iche, dalla n1ancanza di una precisa 0111ogeneità territoriale, dall'intreccio di svariate correnti religiose ed ideologiche che sorsero per influenza del niondo greco, .latino, di una certa religiosità bizantina e ron1ana, attraverso la diffusione cli fanne di 111onachesi1110 che hanno lasciato le loro tracce nella pennanenza di credenze, riti e tradizioni 1 ~~. Gesuiti e cappuccini e sono in diretto contatto con i fedeli. I prin1i, trasmeUendo a loro modo ai redcli i dati essenziali della fede, riflettono la vita religiosa dal punto .di vista della Chiesa ufficiale, nicntre i secondi esprimono quella del popolo.

1

~ 3 IVI.i\. RIN1\LLJJ. 1\iote i11frod11ffive ad

11110 ricerco in l3asilicofa per una sociologia della 111orte. in Ricerche di storia sociale e rel(r.;iosa 7 ( 1978) 135-154: 139. I~~ fbfd., J38-!39.


444

Salvatore Vacca Appendice

Class~ficazione 1:rn1e

dei 111iraco/i 1·15

Miracolo

Tipo

Classe

I ,uca da

Riunisce i

Occasionale

Nalura!c

Naro

frammenti

Sacerdote

dcll'arnpollinc

(ti 555}

di vetro rotte Donna

Tci~]O

Luogo

Ante

Convento

Geslunlitci

N11111ero I

mortcm

Occasio1111le

Terapeutico

Ante

!,cnlini

mortcm

colpitfl da

Segno di

I

croce sul In

paralisi

parte ammalata

Un

adolescente

Occasi01rnlc

Tcrapculico

Ante mortem

Ernrn

Rccitn della

I

Are A/uri({,

ammalalo

un bicchiere

gravissimo

di acqua

benedetta da bere, segno

di croce

1 5 ~ Lo schcn1n va così letto: si indica con Fra/e il soggcllo agente che, secondo la biograria, ha opcn110 il n1iracolo; /\1iraco/o: il contenuto dcl 1niraco!o. Tieo si distingue in

"occnsionale" ed in "abituale"; "occ<tsiona!e" è il n1ir<tcolo operato durante la vita dei frati, sul tipo dci n1iracoli cli Gesù, cioè quello che si presenta una voltti, fuori di ogni previsione e senza un seguilo; 1nentrc "abituale" è quello conseguito dopo l<t n1orte dei frati rresso il cadavere. i! sepolcro o usando le "reliquie" dcl l'ratc ritenuto sunto. Classe: "nnturale" se il 1niracolo espri1ne ratti meravigliosi legati alle perenni leggi della natura; "terapeutico" se si tr<1lla di guarigioni cli persone an11na!ate di qualsiasi infennith. Te111po: se il peccnlo è staio fritlo prima o dopo la n1orte del frate. Luogo: fa ril'erin1ento al luogo in cui avvenne il 1niracolo. Cib è anche in1portantc per cogliere l'estensione della devozione popolare nei confronti del frate "1au1nalurgo" e i! raggio della sua azione pastorale. Cest110/irà: il n1odo e con quali n1ezzi viene fatto i! 111iracolo. Infine Nu111ero, indicando il numero dci 1nirncoli, rivcln <tnchc in che cosa i! frale è parlicolnnnente specialista e per che cosa viene con1une1nenle interpellato. S. VACCA, Le "\litoe Fn1tn1111", cii., 52-61.


Religiosità popolare e testin1011ianz.a dei ca11puccini e lici gesuiti i:i·nte

t\1irncolo

Alessandro

lvlolli

da Catania

inJCrm·1

Tipo

Clnsse

Tempo

Tcrnpculici

l'ost

Luogo

445

Gcslualilù

Numero

Toccando !a

ivlolli

sua

mortelll

corona

Chierico ("i" J 572)

Sebastiano da Pcrsonalmenl e )ccnsionalc Tcrapet1tico Gratteri

Ante

Cìibi!ma11na Un bicchiere d'Elcqua

morlcn1

aflètlo da

I

Sacerdote

·'calo1-"1

<latogli dalla

("i"l 572)

febbri Ii..

Consolatrice degli afflitti

f\!linaccia

Jccasionale

Naturale

dci corsari

Ante

Stretto di

Protezione di

morlcn1

r1.1cssirn1

s. Frnncesco

I

d'Assisi Un pazzo

)ccnsionalc Terapeutico

Ante

Castelbuono Pone In mano destra sul

mortcrn

riacquistn !n

I

cnpo

ragione

dell"nmmal<llo Uomo quasi

)ccasionale ·rcrnpcutico

Ante

Cnstclbuono

gli

mortern

cieco

on t111;1 mnno !OCC<l

I

fa

fronte e con rallra

ra

il

·egno di croce Paolo da

Un bambino bccasionalc Tcrapet1fico

Anlc

Cittùdi

Facendo per

111ortc111

r'iaZTd

tre volle il

Francavi Ila

di tre a1111i

Sacerdolc

affcllo di

segno di

Ci·J 572)

"scrofole'·

croce sulla

I

gol<t J\d un

loccnsionalc

Naturale

povero 1-"11rov;1

Ante

Citta di

morlcrn

Piazza

J\nte

Sciacca

Preghiera

I

Segno di

I

il cavallo Donna colpita )ccasionnle rcrapcutico di frenesiil

mortcrn

croce


Salvatore Vacca

446 Frate

Miracolo

Tipo

Classe

Tempo

Luogo

Gestualilù

Numero

Giuseppe dn

Arricchisce

)ccnsionalc

Naturale

;\nte

Orto del

Preghiera

I

Corleone

l'orto di

111orte111

convento di

Laico

frulli e

("i" 1580)

verdure

Eliseo d;1

Prov~1 edc

I

ìvlessina

Sacerdote

1·acgu<1

J\grigenlo

lrJccasionale

Naturale

per

Ante

Convcnlo

Per intcrccs-

mortem

di Caslro

sionc dcl la

[3cntn Vergine

il convento

recita con i

('i'l582)

frati una ;/1·e 1\laria~

infine

percuote d suolo con uno

scarpe Ilo \!ilo da Ragu-

ìvlo!tiplicn

rccasionale

Naturale

Ante

Gibilmannél Per intcrccs-

sa

l'olio per !n

Laico

lampada del

13eata Vergint

r-1·1582)

Santissimo

!viaria

!Vlolliplica

Occasio11a!c

Naturn!c

Ante

Rnndnzzo

I

obbedienza

frntì l~n111bi110

Per i meriti della

mortcm

l'olio per i

I

sionc della

mortcm

nato )ccnsionalc ferapcuLico

Ante

Ragusa

Preghiera

I

Ragusa

Preghiera

I

Torlorici

Preghiera

I

mortem

deformato Bambino con joccnsionalc rcrapeutìco

Anlc mortem

una spiga di frrnnento 11ell'occl1io Restituisce nl )ccnsionn!c prcn~dcntc

·Lalo una vigna distrutta dagli animali

Naturnlc

Ante

111orte111


Religiosità popolare e testin1011ianza rie i cappuccini e dei gesuiti Frate

ivliracolo

Vito da Ragu-

Snlva due

sa

frntclli

!"aico

caduti dn un

('i·J 582)

noce La mndre

Tipo

Classe

)ccasional e ~crapeulico

Tempo Ante

44 7

Luogo

Gestualitù

Numero

Tortorici

Per i meriti di

I

san Francesco

morlcm

d'Assisi

Ahilualc

ferapeutico

Posl rnortem

Jclln barones-

Aci cadnver

Licodin

sa cri 13utera h;

l,a donna

I

con\'Cnlo di tocca la parte ammalata con la mano dcl

una fistola nel pet1o

dellmto

Principe di

L ammalato si

Abituale

rcrape11lico

Post

Cnsa

lavò i piedi coi

morlcm

Bulcrn affctlo

I

da podagra e

l'acqua nella

go Ila

quale immerse un po' della tena dcl sepolcro dcl frate defunto

i:cbbricit<lllle

1\hituale

rcrapcuLico

Post

Convcnlo

Bevendo un

murlem

di Licodia

bicchiere

I

d'acqua in cui ernno stati intinti i peli della sua harlJ' Vitale da

Ritrova i

Nicosia

lllllli

)ccnsionalc

Naturale

Ante

Nicosia

Prcghien1

I

Nicosia

Preghiera

I

rnortem

Laico ('i" J 583)

Ritrova un giumento

Occasionale

Naturale

Ante mortcrn


Salvatore Vacca

448 Fralc Vitale da Nicosia Lnico ("i" 1583)

Ti Jo

Minicolo

] ,a madre di Jccasionale

f"ra

)\~atteo

Classe

Tcn1po

Luogo

Naturale

Anlc

Nicosia

Cìcstualilù

Numero

2

mortcm

da

Nicosia ritro-

va il suo anello e la

mula Uomo colpi! oPccasionale Ternpeutico

Anlc

N"1cosi<l

I

conversione

morlcm

da!la febbre

I ,o esortò alla

quartana

Recupera i bccasionale

Naturale

Nicosia

Preghiera

I

mortcm

muli U1rn donna

Ante

)ccasionale

Nalura!e

Ante

I

Nicosia

lllOT[Clll

recupera la sua prcziosH

coJJana Cieco

-iccasionalc Tcrnpcutico

J\nlc

morlcm

Nicosia

Con il faz-

I

zolcllo in1bevuto della sua saliva

locca gli

occhi Ma!;1to agli

)ccasionak Terapeutico

occhi

i\nte

Si lava gli

mortem

occhi con

I

!'acqua con la quale erano stati

lnvnli gli

stracci

u.~ati

per il Cat!ICrio di frn

Vitn!c Frate nffeuo )ccasionalc Terapeutico di dolori ngli occhi

Ante

Segno di croct

mortem

sugli occhi

I


Religiosità J70pofare e testirnonianzo dei ca}Jpuccini e dei gesuùi Frate

Miracolo

Tipo

ViLa!c da Ni- Consola una Occasionn!c

cosi a

llHlllllllfl

Classe

Tempo

!.uogo

Gestualità

Numero

Naturnle

Ante

Nicosia

Preghiera

I

Preghiera

I

Preghiera

I

mortem

Cl!i

Laico

nvcvano

cn ss3)

ucciso

449

l'unico figlio. fliccndolc vedere ·11 figlio in purgnlorio Provvede il OccasionRle

Naturale

pane per i

/\nte

Convento

mortem

di Nicosia

Anlc

Do1111a di

morlcm

Pc LI ineo

Ante

Nicosia

frati ! .ibern do111rn OccasionnJe

inde111011iata Un suo

Occasionale l'erapcutico

parente

l~ecitn

per tre

I

volle il /'oter

rnortcm

Rfflitlo dalln

noster in

Jèbbrc

ginocchio dinanzi

quartana

all"alwre dcl Snntissimo Infermo di Occasionale J"erapcutico febbre

Ante

Nicosia

Eodem

I

mortcm

..s;;1artana Donna in-

Post mortcm

dcmoniata

Ad cndavci

/\mmnlata

Occasionale rcrapcutico Post mortem

agli occhi

I

Nicosin

Nicosia

Toccnndosi con il fazzoletto dc! frate dc hm lo

I


Solvatare Vacca

450 frate

Miracolo

C:ristofr)ro da

Bambino

Pnlermo

pieno di

Predicatore

"croste''

Tipo

Classe

Occasionale rerapcutico

·1·e111po

Luogo

Gcs1ualitù

Numero

Ante

Villafranca

Ungendogli la

I

Lcstn con J'olil

mortcm

dcl In lampada dell'altare

{t 1587)

della lvladomrn

Filippo da Cnmmarnta

S8cerdole ci·1 s88J

J\d un gio- Occasi(malc rcrnpeutico vanc rie reSCOllO

Ante

Recita di

morlem

c·mquc Pater

I

noster e u1rn

Ì

Ave 1\Iorio

capcll i

presso l'altare dclln f'v!ado11m1 1:rn11ccsco da IV!aznra

Donna spi- Occnsionalc

Posi

Trapani

I

posto sulla

mortcm

ri1ala

11 suo bastone

testa

i>rcdicatore ("i"\588) 1:ra1i Cappuc-

cini

Artista dc- Occasionale rcrapeulico

Ante

l{ecalmulo

I

1·<lcqua con la

mortcrn

holc alle

Lavnndosi con

qunlc i frati si

gmnbc

ernno lavali i piedi Greggi

in!"cllali dal morbo

Occnsionale rerapcutico

Ante

morlcm

Termini

Aspersi con !"acqua con la

quale i frali si erano lavati i piedi

2


Religiosità popolare e testhnonianz.a dei cappuccini e {/ei gesuai Frate

JV!iracolo

Tipo

Cnppueeino di 1\1ol!iplien il Occasionale

Classe

Tempo

Luogo

Naturale

Ante

Sicilia

Numero I

mortcm

pnnc

nome

Gestualità

45 I

Francesco Sacerdote (episodio: 1591 I frati del

Donna

convento di

spiritata

/\nte

Occasio11alc

Agrigenlo

Preghiera

I

Caltanissetta

Recitano i!

I

mortem

Agrigento (episodio: 1591 Frntì questuanti Un signore Occasi(malc (episodio: 1595

Naturale

Responsorio d1

111orle111

recupera \lll

Ante

sant'Anlol/io

animale

srnnrrito Snlvntorc c!n Tusn

!Vlolliplica la Occasionale

Nn!llralc

cnlcc

/\nte

Convento

Ruolando con

morlcm

di Naso

la zappn la

I

calce

I.nico ("i" 1598)

Allunga la Occasionale

Naturale

trave

Ante

Chicsn dcl

mortem

convenlo

Preghiera

I

di Gcrnci

Solleva un Occasionnlc

Nn!llralc

sasso IV!oltiplicn il Occasionale

Naturale

Convento Segno di croce

I

111orte111

di Tusn

/\ntc

Tusa

Segno di croce

I

Tusa

Con il solo

I

mortcm

pane e il vino Preserva dal Oceasionnlc

Ante

Nn!llralc

J\n1e

comando

morlem

precipizio due buoi Fa gcrmo- Occasionale gliarc un campo sterile

Naturale

Ante mortcm

Tusa

Segno di croce

I


Solvatore Vacco

452 Frntc

Snlvalorc da

Miracolo

Con le mani Occasionale

Tusn

prende i

I .nico

carboni

("i" 1598)

Tipo

Classe

Tempo

Luogo

Naturale

Ante

Tusn

Numero

GcsLualiLù

Pili volle

mortcm

ardenti e vi

cammina sopra a piedi

nudi l{iporln allo Occasionale

Naturale

Tusa

Toccando con

I

le mani le

mortcrn

prece-

S!<l!O

Ante

piante

dente un orto distrulto dn due buoi

Donna

<Il~

Occ;1sio11n!c 1·crapculÌc(J

1\11Lc

Tusa

mortcm

Jdta da

J-'rn SalvnLorc.

I

appnrendolc in

gravissinm

sogno. le dil un

febbre

bicchiere di <lC(jlln

Jnfenno

()ccnsionale Terapeutico

grnvc

lnfrrrni di

Ante

Tusa

Preghicrn

Pili volte

Tusa

Con lo bere un

2

mortcm Occnsiom1lc Terapeutico

Ante

bicchiere

morlcm

lèbbrc

d'acqua scgm1to con i!

segno di eroe Terziaria

Occasionnlc rcrapculico

francescana

1\11le

Tusa

mortcm

febbre

I

d'acqua

terza~

fortissima

lii

segnalo con il segno di crOce

na Infermo di Occasion<Jle rernpeutìco

lo bere

bicchiere

ammalala di febbre

Con

Anlc mortem

Tusa

Segno di croce

I


RehghJsità pojJo/are e testilnonionza clei cappuccini e elci gesuiti Frate

Miracolo

Tipo

Classe

Tempo

J.uogo

Salvatore dil

Fanciullo

Abilunle

·1·ernpeutico

Post mor-

Naso

Tusa l.aico

Gestualità

Numero

ìvlellenclo

I

addosso un

lem

inl"crmo

453

pezzo dcl

("i" 1598)

cingolo Tcmpesla

1\bitunle

Naturnle

scdntn Jnlèrmo di

Ahilualc

rcrnpcutico

Jèhbrc

Post

Tra ìv!cssim

11 tcschio di

rnortcm

e Tusll

fra Salvatore

Post

Durante il

Toccando Il

rnorte1n

vinggio dn

teschio

I

lvlcssina a

qu<1rtrnm

Tu sa Ammalala

1\bìtuale 1-rcrapcutico

Post mor-

Tusa

1Cl11

agli occhi

l3cvc11do un

I

po dcll'acqun in cui i Jh1ti avcv;mo lavatl Il teschio

Bambino

Abituale

rernpcutieo

Posl mor-

Tusa

morso da

Bevendo un

cane

nella quale crn

rabbioso

stnto immerso

llll

I

po dcll.aequil

lcm

llll

pezzo

dell'abito ciel frnlc defunto

\ Infermo cli

Abitunle

rerapeulico

Post mor[Clll

postema

Isidoro da lvlcssirni. predicatore, ;1ffetto di lèbbrc lerznnn

Toccnndo

I

con le mani il 1eschio

alla goln Il cappuccin(

Tusa

Abituale Terapeutico

Post mor!cm

Portrn1do un dente dcl frate dcrunto

I


454

Salvatore Vacca Frnte

iVlirncolo

Tipo

Salvatore da 1\m111alato di Tusa

l'cbbrc qunr-

l.aico

trnrn

;\bitualc

Classe

Tempo

Gestualitù

Numero

Terapculico

Posi mor-

Bevendo

I

lcm

l'acqua nella

Luogo

quale cm stato

("!"1598)

immerso un

dente del lh1le dcli.mio

Un pescatore

Abilurilc

Nnturnle

Post

rete

Umile da

Risana in-

Ante

l~rmdnzzo

Jènni. doma

mortem

I .aico

le

llll

pezzo

dell'nbi1o

pesci

("i"l 598)

I

lvlcttcndo nella

mortem

prende molti

lv!olli

fiere.

moltiplica il

vino Doma un

Occnsionnle

Nnlurale

leone

Sflccrdotc

/\nte

/vlessina

mortcrn

Occnsionalc J'cn1pculico

affcllo da

Ante

C<lstelbuono Recita cinque

l'Ave ;\faria

podagrn

Nnturnle

vino

Jlatcniò

Cìuariscc llll

caduto dn

('!'I 598)

cavallo

1\11te

Cnstelbuono

Pregliiern

I

Paternò

Segno di croce

I

Paternò

Segno di croce

I

Paternò

Segno di croci.:

I

mor1c111

Occasionale l'erapeu1ico

ragazzo

Sacerdote

I

Pater noster e

morlcm

1V1olliplica il Occasio11;1le

Francesco da

I

lJn ragazzo Occasionale rerapentico

con la lesta

;\nit: mor!em

1\nte mortem

rolla

Inferma di Occasionale rcrnpcutico !i:bhrc rortissima

Ante morlcm


Religiosità po110/ore e 1estin1rJ1donza lici ca/Jpuccint' e det' gesuiti Frntc

Frnncesco da

i\1iracolo

Tipo

Classe

Urbano da Occasionai e !.crapcutico

Tempo

l,uogo

Cìesnmlitfl

Numero

Anle

l'aternò

Segno di

I

croce

111orte111

Pnternò

Paternò

Sacerdote

nfJèuo da

("i•l 598)

rnnl di testn Donnn ca- Occasionale "erapeutico

1\nte

Pntcrnò

Scg,no di

I

croce

mortcm

dula dalla

455

scnln e fcri!i alla testa Da una bott e Occasionale

Naturale

Ante

Pnternò

I

PalL'rnò

I

mortem

vuota fece uscire il vino IV!ol!iplica l;l Occasionale

Natunile

mortem

tela Cìuarc!inno di

Ante

Guarisce

C<lslclbuono

dalla febbre

(episodio:

fra i\1acario

1600)

da Castel-

Occasionale /Terapeutico

A111e

Castelbuono

1,, forza

I

della fede

mortem

dcll'a111111alalo

buono Bo11:1ve11turn

Nobildonna Occasionnle h·erapcutico

Spagnolo

ammalilta di

Laico

lèbbre

Ante

l'illcrmo

Preghiera e

I

segno di

111orlcm

croce

("["1600)

Vincenzo da Corleone

Guarisce

llll

Occnsionalc rerapcutico

un nobile

Laico

palcrmi1ano

("i' 1603)

che aVC\'H i

Ante

Palermo

Segno di

I

croce

morlem

piedi ?Ollfi

llnn donna Occnsionalc i·ernpeutico ha una llsloli nella parle

pili segreta

Ante morlem

Palermo

Preghiera

I


Solvatare Vacrn

456 Frnte

Miracolo

Tipo

Clnsse

Vincenzo da Fece ritorn<l- Occasionale i·erapeutico Corleone

re il latte ad

Laico

una nutrice

Tempo

Luogo

Gcstualilù

Numero

Ante

Palermo

Fece bere un

I

bicchiere

rnortcrn

d'acqua in cui

avcvn messo

("!•1603)

un po' cli

polvere del legno <li san Francesco d'Assisi !3onnvcnlurn

La nuorn

d<1 Noto

della

Lnico

ministra del

("i" 1603)

Terz'Ordinc

Naturnlc

Post

Modica

Sandalo posto

I

in un velo

1norlcm

ha bisogno di

denaro

Pw:rpcrn ha

rcrnpcutico

Posi

lvlodicri

un parlo

Stringendo il

I

sandalo

111ortc111

foci le Donnn gnan-

rerapcutico

Post

tvlodicn

md la

··mmricali.,

Partorienti in

rcrnpeutico

Post

l'vlodica

P"crnpcutico

Post

!'vlodicn

3

Sandalo

I

posto sulla

mortcm

fetta dal

Srn1dalo posto

sul ventre

rnortcm

difficoltfl Donna af-

I

sulla mam-

morlcm

sce dai dolori

Sandalo posto

111ammcll<1

dolore alla

mammella Donnn. con il bambino

morto in grembo. ·spelle il fe10

J"erape11tico

i'ost rnortem

Modica

Sm1da!o posto sul ventre

I


ReUg;osità popolare e testi111011ianza dei ca1Jpucch1i e dei gesuiti 1-"rnte l3onavcntun1

1\1irncolo dc~'anonico

Tipo

coi

Nolo

dolori alla

Laico

testa

Classe

~crapculico

457

Tempo

Lnogo

Gestualit<\

Numero

Post

Modica

Sandalo posto

I

sotto il

!llOT{Clll

capezzale de!

("ì•!603)

Ictio Domrn a!'-.

rcrnpculico

fclla da mal

Post

Modica

mortem

Sandalo posto

I

sulla Lesta

di testa Mattia da Emrn Guarisce un Laico

archi Lello

(•i•J604)

inlèrmo

Silverio da

fernpeutieo

!nf'errno di Occasionale 'crapcutico

Messina

tumore ad

Predicatore

una gamba

Post

Enna

mortem

Anle

Toccando il

I

bnstone

Tortoriei

Preghiera

I

Torlorici

Preghiera

I

Preghiera

I

mortem

("i"l609) ~:ontac!ino

cu Occasionale P"crapculico

15i era confìc-

Anle mortcm

cala la punta dcl!'arntro ne!!a gamba [(agazzo con Occasionale rernpeutico una grave

Ante

T(ntoriei

mortem

rivolla a San

rollura Ragazza

Pietro Occasio1wlc Terapeutica

cieca

1\11te

'l"ortorici

Preghiern

I

rivolta a santa

mortcm

Lucia Adolescenle Occnsionnle rcrnpcutico claudicante

Ante

Campagne

Esortò il

111orte111

di Tortorici

rngazzo ad

I

avere lède J\nc!rcn da l~nnn

l)rcc!icatorc ('!'1612)

ìvlolliplica Occasionale l'olio

Nat11rnle

Ante

/\!lassaria di

mor!ein

Girolmno Cnnnizzo

Preghiera

I


458

Salvatore Vocca Frate

Miracolo

Tipo

Clnsse

J\ndrea da

Camilla di

Occasionale

Naturale

Enna

Licodia,

Predicatore

baronessa di

cui nvcva

("fl612)

Santapnvo

dolore

infèrma

Tempo

Ante mortem

Luogo

'

GeslualitĂš

Numero

Pose In nrnno

I

sulla pnrtc in


Synaxis XVJ/2 ( 1998) 459-477

RELIGIONE POPOLARE NEGLI SCRITTI DEI FRATELLI STURZO

SALVATORE LA TOR A

Pren1essa Se per "religione popolare" si intende quell'insie111e di «esperienze religiose indipendenti da una gestione clericale» 1, se1nbra che dovendo attenerci agli scritti dei fratelli Sturzo saremmo per tale argomento fuori strada, perché si tratterebbe proprio di due ecclesiastici: di un vescovo e di un sacerdote! Ma il proble1na non si chiude con una considerazione così se1nplice, perché, in prin10 luogo i fratelli Sturzo sono stati due "ecclesiastici'' eccezionali, i quali, pur rimanendo ubbidienti sempre ai comandi delle loro autorità, hanno espresso strade diverse per la comunità ecclesiale e, com'è proprio di tutti i profeti, essi hanno precorso i tempi e quindi non facilmente potevano essere accetti a chi crede di seguire l'anda1nento norn1ale degli avvenin1enti. Va ricordato infatti che nel l 93 l il vescovo Mario Sturzo ricevette un monilum da parte della S. Congregazione del S. Ufficio che lo invitava ad una ritrattazione, la cui stessa formula gli fu imposta. Egli accolse in pieno il 111011itzo11 pontificio e 1'8 aprile 1931 in un solenne pontificale celebrato in cattedrale rese pubblica la ritrattazione e la sottomissione'.

1

Docenle di Filosofia nello Studio Teologico S. Paolo di Catania.

1 R. OsclJLATJ,

La teologia cristiana nel suo sviluppo storico.

Il.

Secondo n1il/e1111io.

Cinisello Ba!san10 1997. 645. 2 tvfario Sturzo (1-11-1861 - 12-11-1941) fu no1ninato vescovo di Piazza Anncrin<l nel 1903 eia Leone Xli! e resse quella diocesi fino alla 1norte, per 38 anni. L'episodio dcl 111011if/11n va inquadrata in quel clin1a di sospetti che si prolungava dall'ascesa sul soglio pontificio di Pio X in poi. Nel 1906 1nons. Mario era stato denunciato alla S. Sede co1nc 1110dernista e con !'accusa di crocia11esi1110; nel 1907 una dcnunei<l contro don Luigi avcv<l provoc<lto l'invio da Ron1a a Caltagirone di un visitatore apostolico. Per quanto rigtrnrd<l la ritrattazione, !'Avvenire d'Italia de! 19 aprile 1931 pubb!icav;1 questa notizia: «S.E. !vlons. Mario Sturzo, Vescovo di Piazza Arn1erina, dietro richiaino c!cl!a S. Congregazione dcl S. Ufficio, ha inviato la seguente ritrattazione: Io sottoscritto intendo di ritrattare, con1e di fritto ritratto con !a presente, tutto ciò che ho scritto e pubblicato nei librL nella "Rivista di autofonnazionc'' e nella rivista "La Tradizione" di Palcnno contro la do!-


460

Salvatore Lotora

Ma già alcuni anni priina, anche per don Luigi era iniziato il periodo della croce r Nel 1924 da parte del cardinale Gasparri gli si' consigliò di andare all'estero, perché antifascista non gradito al regin1e~. Si dice ancora che le espressioni religiose popolari sono quelle che vivono ai margini della cultura dotta e sono estranee al linguaggio della teologia e della filosofia per il loro «carattere simbolico ed emozionale, dedito alle esperienze fondamentali della vita individuale e collettiva. La nascita, la 11101te, l'an1ore, l'odio, la tà1niglia, il cibo, la salute, il tempo, lo spazio, la felicità, il dolore sono argomenti di teologie vissute, fOnnatesi attraverso un lavoro tnillenario e diffuse in coloro che si trovavano o si trovano ai inargini de!Ja cultura dotta».!. I fratelli Sturzo sono certamente due personaggi colti, ma di quella cultura che non è orpello ed evasione, perché sa riflettere e respirare la vita della gente e della realtà; nella loro opera c'è dentro la tensione di un'epoca di trasforn1azione, c'è pensiero innovativo. Sono anche scrittori di opere letterarie, poetiche e 1nusicali, che costituiscono validi spiragli per capire, leggere cd cspri111ere quel 111ondo inforn1e che costituisce la realtà popolare, la quale per aver voce è stata se111prc n1cdiata, in qualche 111odo, dalla cultura dotta. Le opere poetiche di Mario Sturzo, i suoi roinanzi sociali così con1c le opere teatrali del fratello Luigi ci dicono dell'intento pedagogico e religioso con cui essi cercavano di educare il popolo, che in parte riconosceva in quelle rappresentazioni i propri sogni e le proprie aspirazioni. È stato infatti trina cattolica e contro ciò che la S. Sede e i Son11ni Ponleliei. specialmente negli ulti1ni tc1npi. hanno inculcato, racco111a11dato e comandalo per lo studio della Filoso1ìa scolasticn nei sen1inari in confonnitù anche del canone 1366. Piazza Arn1cri11a. 8 aprile 1931. F.to lvlnrio. Vescovo». li prof Agostino raggìotto, da Padova, così co1111nenlava in una lettera al vescovo: «La Sua ritrattazione. ispirata da un senso di disciplina pari in altezza alla Sua augusta dignità. lu1igi dall'offuscare !a Sun opera, la illustra così che nulla di quanto in essa rappresenta conquista ciel pensiero, a giustificazione ed interpretazione della Fede, andrù perduto)). Cfr S. LATOR1\. 1\Iario e luigi S't11rzo. Per una rinascita c11/t11rale del C'atto/iccsi1110, Catania' 1991. I !Ci. ·' In una lettera al cardinale Bournc, arcivescovo di Londra, Luìgi Sturzo così scriveva: «Per "desideri" della Santa Sede, il 20 luglio 1923, lasciai i! posto di segretario politico ... Pure per desideri clcl!a Santa Sede, il 19 maggio 1924 cessai cli J'arpar!c della direzione dcl partito; e lo stesso giorno hi noininata altra direzione senza il n1io 11on1e .. Anche per desideri della Santa Sede il 25 ottobre !924, lasciai Ron1a e venni a Londra». in Cì. DE ROS1\. 5i'!urzo, Torino 1977. 257. Tali 1~llli vanno ora spiegati in chiave di contingenz<1 storica e di particolare stagione cullura!c, piena cli sospetti. ~ R. OSCULATI, La teologia, cit .. 645.


Rehgione popolare negli seri lii dei fratelli Sturz.o

461

detto, per don Luigi Sturzo, politico, che egli ha contribuito a dar voce a tutta quella massa di esclusi dal processo storico del Risorgimento italiano (G. De Rosa)'. Nei loro scritti, pertanto, si riscontrano testin1onianze dirette e indirette per il nostro te111a. È impmiante rilevare che essi approrondiscono il concetto di santità (La santità ne/l'itinerario dell'anima in Dio: è il titolo di una pastorale dcl 1935 che i! vescovo di Piazza Annerina rivolge ai suoi diocesani), tna anche in parecchi scritti di don Luigi, precorrendo il Vaticano Il, si fànno riscoprire itinerari ad una santità possibile a tutti, e attraverso cui si accoglie quell'ansia di liberazione propria delle classi subalterne che vedono nel santo un 1110dcllo efficace per do111inarc gli eventi 111ondani altri1nenti incontrollabili e

paurosir'. Ma forse la figura dominante di questa religiosità diffusa è il culto a Maria, alla madre del Redentore sofferente, in cui si rispecchiano i dolori e le angosce quotidiane de!Puon10 con1une, a cui il vescovo Sturzo ha dedicato molte poesie de li mio canto, e alcune delle pastorali, specialmente: La devozione alfa 1Vlalio1111a S'antissilna 7; n1a anche l~uigi Sturzo viveva in prin1a persona questa devozione, se durante i lunghi anni di esilio chiede al fì·atello cli mandargli, insieme ai libri e alle riviste, l'ufficio della Madonna di Loreto,

-' !I vescovo Sturzo è stoto r111chc autore di una raccolta cl! poesie: Il 111io canto, sonetti di buona J~1ttura stilistica e di profonda ispirazione religiosa; ha pubblicalo inoltre: /''isite e 1,etlure, che, secondo la tcsti1nonianza del vescovo cli Piazza Arn1erina. n1ons. Sebastiano Rosso, m1cora si recitano dinanzi a! SS. Sncrmncnto (cfr !"-ì)isto!ario spirituale, Cata11i<1 1977. 9). Occorre pure citare i ventisette bozzetti e lre ro1nanzi di cartittcrc psicologico~sociale /ldcloidc, Rii'oli, Il jìglio del Zuavo, che egli veniva pubblicando su Lo Croce di Costantino (per cui si può consultare il saggio di Grazia Spadara, in ('hieso e Vangelo nella c11lt111"0 siciliana, Quaderni di Synaxis 12 (1997) e il drmnma filosofico Lajìlosofìa in azione. che si può leggere a cura di S, Latora, in S~vnaxis 8 (1989). Due riviste egli fondò e diresse: "Rivista di Autofonnazionc'· e ''L'Angelo della fruniglia. Bollettino intcrporrocchialc·'. ()ltre alla politica, il teatro e la musica sono state le passioni giovanili di don Luigi Sturzo: egli scrisse: // d11el/o, l,a 11/{{fia, e il Ciclo della crea;:;ione. Tetralogia cristiona, con riferi~ n1c11to evidente alla tetralogia fa1nos<1 di \Vagner, che dopo tante vicissitudini ebbe anche una riduzione musicale. Con1c si vede, i fratelli Sturzo sono stati instancabili cm1tori della rcligione~vita per i! popolo cristiano. 6 l)er questo aspetto cfr Itinerari a!!a santità secondo 1\Iario e Luigi Sturzo, antologia a cura di S. Latora, Catania 1998. 7 M. STUH.7.0. li 111io canto, a cura di Cateno Benito AugcrL Roma 1980. ID., Lo devo::io11e alla kladonna Santissi111a, in 1\ladonna delle lacrilne (1985).


Salvarore Latora

462

che è nel calendario liturgico di Caltagirone perché «qui non si fa tale festa»; chiede un Crocifisso con le indulgenze della Via Crucis; e si informa sulle modalità per il conseguimento delle indulgenze plenarie durante l'anno santo.~. Le lettere sono utili per le notizie che ci danno sulle processioni calatine, sulle feste religiose e sugli Oblati cli A1aria, una Congregazione fondata dal Vescovo. Bisogna ricordare che Luigi Sturzo all'estero fo entusiasta lettore delle opere di 1-1. Bremond Histoire littérarie du sentiment religieux en France; lntrocluction à la jJhilosojJhie cle la prière; I'rière et l)oésie; e ne dà con1unicazione al fratello.

I. Pregùf{fizi da superare Nello studio dei fratelli Sturzo occorre superare almeno due pregiudizi:

il

deriva dall'opinione che l_..uigi Sturzo sia prevalentcn1cntc un uon10 politico, anche se di grande valore e cli ispirazione, co1n'è ovvio, religiosa: 1nentre nella sua azione pratica c'è un itnpianto teoretico, filosofico e teolopri1110

gico indispensabile per capire tutta la sua attività. In secondo luogo, questa costruzione teorico-pratica va co111presa, non per tesi preconcetta, 111a perché così è andata fonnandosi, in rapporto dialettico con quella del fì·atello Mario, vescovo di Piazza Annerina, di I O anni più grande, con1c credo onnai dirnostri una indagine esegetico-con1parativa, a partire dal (,,'arieggio, quattro volu111i, pubblicato a cura di G. Dc Rosa, più di duemila tra lettere e cartoline che i due fratelli si scambiarono dal 1924 al 1940, e che costituisce certamente una svolta nel campo degli studi sturziani.

H Lettere nn !036, 1128, 1261 del Carteggio, Ili, a cura di G. Dc Rosa, Ron1a 1985. «Sento ancora il profu1110 delle rose de!!a processione dc! Corpus Dornìni di ieri e un po' il protìuno dcll<l gr<lzi<1. Spero che l'anin1a tu<1 abbi<l avvc1tito il tocco delle divine 1nisericordie» (lett. di Mario del 5.6.'31). E Luigi: «A rnc sembra però di essere a Caltagirone e di nssistere alla processione per l'lnHnacolata, e sento dalla inia stanzetta le belle cainrane di S. Francesco» (lett. dell'S. 12. '28). In altra lettera: <C. penso alla processione dc! Cristo 1norlo a Caltagirone, e mi pare di essere là, in 1nezzo ai 111ici ainici e con la fo!!n dci 1niei ricordi)) (!cli. dcl 29. 3.'29). In un'allr<1 il vescovo di Pi<1zza Anncrina lo inforn1ava: «!o ho bandito dalle chiese le oleografie e le st<1tue di cart<lpesta, resistendo a tutte !e proteste o preghiere delle case di RonHl e di Lucc<1. E posso dire che onnni su ciò la nuova coscienza è lì:innala» (lctt. dcl 9.5. '31 ). E Luigi di ri1nando: «apprendo con grande piacere che hai abolito tutte quelle statue e oleografie che per 111e sono una profanazione e che vorrei cli1ninatc dalla chicS<I» (!etl. del ! 5.5. '31 ).


Religione popolo re negli scritti dei fratelli Sturza

463

Fra i due ci fo una intesa spirituale e uno scambio culturale fecondissimo, che, per portare un esempio illustre, si può paragonare allo Zibaldone: come non si può capire lo sviluppo del poetare leopardiano senza tener conto di quella raccolta di pensieri, così non si può comprendere la genesi delle opere dei fratelli Sturzo senza la lettura di questo Carteggio. Nei due c'è un proge!to di rinnovamento del Cattolicesimo di straordinaria attualità e ci sono delle proposte n1etodologiche, a nostro parere, interessanti anche per il nostro argoinento. TI vescovo Mario Sturzo elabora un sistcn1a filosofico che egli chian1a Neo-sintetismo, secondo il quale il problema prioritario di ogni indagine filosofica è quello gnoseologico. Se da una parte egli paga, com'è inevitabile, un tributo alla problematica dcl proprio tempo, dominata dal Neo-idealismo, dall'altra però, i principi della sua filosofia per essenzialità e fecondità vanno oltre il tempo in cui sono stati pensati. Il !•leo-sintetis1110 pa1te da una intuizione di fondo che è il "fatto" pri1110 del conoscere, in cui cle111enti oggettivi e soggettivi, sensitivi e intellettivi sono inscindibili; a quest'atto intuitivo seguirà poi la conoscenza inquisitiva. Per Mario Sturzo l'uon10 è sintesi, cioè unità attiva e rapportuale di fisiologicità, sensitività e intellettualità; in quanto soggetto attivo e sintetico, l'uon10, non solo è potere di trascendenza, n1a anche di autotrascenc/enza. Per brevità, in un rapido sche1na, possian10 indicare tre aspetti essenziali di questa filosofia che si propone cli dare le basi a una metafisica che procede diversamente da quella neo-scolastica: I. L'Autotrascendenza. 2. La

legge della Ny1portualità. 3. La Storicità 9 . Don Luigi condivide gli aspetti essenziali di questa impostazione, 111 tnodo critico e dialettico, li sviluppa in 1nodo personale, per dare senso e fondan1ento alla sua diversa esperienza di politico e sociologo. Con1e spiegare altriinenti il significato di una delle sue opere più interessanti: .f,a 1/era f/fta, che porta per sottotitolo, Sociologia del soprannaturale, se non al la luce ciel Neo-sintetismo, che sviluppato fonda il rapporto di immanenza e trascendenza? lll.

9 Cfr S. LATOR1\, 1\,!ario e f,11igi Sturzo, cit.. 57-112. 111 Lcggian10 un esplicito riconosci1ncnto nei confronti dcl fratello nella prcfi1zionc alla pri1na edizione de la vera vita: «L ·autore deve qui n1cnzionarc anche i! fratello Mario ... che rnantenendo costt111ti conta!ti con l'autore con scritti e lettere intorno ad argon1cnti fl!o-


464

Solvatare Latoro

Dagli scritti

di Luigi Sturzo possiamo enucleare il concetto

di

"popolo" e alcuni principi-chiave della sua sociologia storica: Dualità -Duali\·1110 - Diarchia, che ci saranno utili per una interpretazione del rap-

porto religione rorolare-fede cristiana.

2. Una prOJJOSfll di sociologia storh;a o lii antropologia sociale

Leggendo l'accurata indagine cli C.C. Canta su La reli;;iosità in Sicilia, che si inserisce nella più a1npia ricerca pro1nossa dall'Università Cattolica dcl "Sacro Cuore" di Milano, riguardante le «tipologie religiose e culturali in Italia», non si può non apprezzare il rigore di una 111ctodologia sociologica scientifica, utile per i suoi apporti di conoscenza analitica, che si vorrebbe finalizzata all'azione pastorale, 111a già il concetto di.fìne è allotrio rispetto all'impianto scientista! Malgrado le sofisticate accortezze metodologiche cli cui parla Cipriani nella introduzione e quelle di Sgroi nella postfazione, non si può fare a 111eno di rilevare il li111ite di ogni ricerca sociologica scientifica, che per essere tale 11011 può non seguire la stessa sorte della "psicologia sc11z'ani111a", nella quale, avvertiti i lin1iti, si richiede di seguire altre vie, come la LogolercqJia di Viktor Frankl o le ricerche cli Jamcs 1-lillman, per citare qualche esetnpio, che indicano la necessità di una i1npostazione teoretica in sede antropologica e pri1na ancora filosofica e teologica 11 • Così in sociologia la sintesi non può venir dopo, se non c'è stata già prima, altrimenti i risultati dei questionari si mostreranno per quello che sono: palesc111ente tautologici, e ci8scuno trova quel che voleva trovare 111 rapporto alla propria ideologia' E qui mi pare l'attualità ciel pensiero sociologico di Luigi Sturzo, che fu tutt'altro che un puro teorico, avendo egli in prin10 luogo orientato la sua so1ìci e 1nistici. lo ispirò e aiutò nella coni posizione di questo libro». CtY 1\LFRED DJ LASCIA. in SocioloJ?ia, XX (1986) 2-3, 428-429. Unn più esplicita consonanza. dal punto di vista filosofico può vedersi negli nrticoli I.a 11eoscol(lsfica e la vol11ta::ione della jìlosofla 111oder11(/. in Rivista di Autc'.fonna::ione. IV (1930) 188-197, in cui, pur apprezzando il tentativo dell.()lginti e de! Bontadini. che non gli appaiono risolutivL ritiene che bisogna 1neiiersi sulla linctl dc! 1Veo-sintelis1110: La .filosofia 11eo-to111ista e il 11101'i111ento 111oderno della jilosojìa cristiana, in Scriffi inediti (1890-1924), a cura di Piva. I. Rornn 1974. !05-107. Volle J~ire conoscere in Cìran Bretagna le leorie lìlosofichc ciel fralello con un saggio La teoria della conoscenz(I 11el 1\ieo-sintetismo, per cui e/ì' il noslro vo!un1e già cilalo. 11 C.C. CANTA, l.r1 religiosità in 5,'icilia, Cnltanissella-Ron1a 1995: cfr anche J. HACKING, I.a riscoperta de/I '(lniina, l\1ilano 1996.


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Religione popolare negli scritti dei .fi"atel/i Sturzo

ricerca in senso integrale secondo il Neo-sintetis1110. «Prioritaria è la sintesi, perché l'analisi è sen1pre una sintesi che si analizza; l'analisi ha senso sino a che vive nella sintesi», affennava il fratello Mario, il quale, a sua volta, partendo dagli stessi principi orientò il suo impegno in campo pastorale. Cerchian10 di rigorizzare i concetti di "religione" e di "popolo" alla luce della sociologia sturziana. Luigi Sturzo espone la sua teoria sociologica ne!ropera Lo società sua natura e leggi, che porta il sottotitolo: ,)"ociologia storicista; essa fu pensata con1e introduzione all'altra opera fondan1entale (~'hiesa e /'J"/alo, che porta anch'essa un sottotitolo chiarificatore: Stuclio sociolotzJco--slorico. Si può

ricavare dunque una definizione sturziana di sociologia cotne lo «studio della vita sociale nella sua concretezza e con1plessità e nei suoi fattori sintetizzanti)) 12. In una lettera al fratello Mario delPagosto 1934 scriveva

111

proposito:

«La sociologia è nata positivista: A. Co1ntc i11ve11tt'1 questa parola n1czzo latina e 111ezzo greca. Ancora oggi non si riesce a svincolarla dal positivisn10. l sociologi disprezzano i filosofi e viceversa. Non sono due scienze né opposte né indipendenti; la sociologia è una branca della rilosoria e si appoggia su tulte le indagini

che sono fornile dalle scienze positive. Io non la chian1crei sociologia, n1a 011tropofogio socia/e» 13 .

La sociologia sturziana vuole distinguersi da quella positivista e speri1nentale, senza 111isconoscerne i vantaggi «con1c 111ezzo di indagine e di rilcva1ncnto di 1nateriali, 1na questi, fuor ciel quadro storico, sarebbero ele111cnti 111uti, cotne quelli di un corpo anato111izzato, a cui 1nanca !a vita» 1-1• Co111e non accetta la sociologia 111arxista, che pone la classe al di sopra della perso-" na, e quella idealista, che pone il pensiero al di sopra dell'individuo; lo storicisrno di Sturzo è di 111atricc vichiana e si distingue eia quello di Croce e di Gentile.

11 L. STLJl{7.0, /,a società sua natura e leggi. Sociologio storicista. Bologna 1960. 3. ID .. Chiesa e Stato. S't11dio sociologico-storico, Bologna 1959. Lì Si veda L. STURZO- fVl. STURZO. C'arieggio, ci!.. lii. lettera 1485: e ancora, per il dia~

logo con il frnicllo, le lettere: 1093, 1368, 1369, 1482. 14 L. STLJl{7.0, La sociologia fra persona e storia, opere scelte a cura di A. 1\rdigò e L. Frudù. IV, Bari 1992, 35-36.


466

Salvotore Latora

Ma vuole anche distinguersi dal modo di intendere la sociologia nel n1ondo cattolico, secondo cui i fatti sociali vengono esa111inati a partire da definizioni sia 111ctafisiche che teologiche, indicandola co111e "sociologia cristiana"! 'ranto l'una che le altre fanno dell'astrattis1110. Oggi, partendo dai 1nessaggi contenuti nelle Encicliche papali si enuclea quella che si indica come Dottrina sociale della Chiesa. Giustamente è "dottrina" e non "sociologia"! Nel sociologo siciliano c'è un'esigenza di concretezza, di indagine fenomenologica simile a quella che caratterizzava il pensiero di f-lusserl; secondo Sturzo, «la base del fatto sociale è da ricercarsi solo nell'individuo u111ano preso nella sua concretezza e con1plcssità e nella sua originaria irriso!vibilità. La società non è un'entità o un organis1no fuori e sopra la società. L'uo1110 è insieine individuale e sociale (Mario la indicava con1e legge di relazione o raJJJJOrfuahtà); la sua potenzialità individuale e quella sociale hanno unica radice nella sua natura sensitivo-raziona!e (o con1c dirà più avanti: è inclivìcfualità ]Jersonale)» 15.

La concezione sociologica sturziana è un1anistica e integrale, perché non trascura le varie din1cnsioni dell'uo1no: quella fisica, spirituale, sociale e soprannaturale. Tuttavia senza facili otti111isn1i, dato che elen1enti non razionali pennarranno se1nprc, connessi con il rischio della libertà e con il n1istero del tnale; così con1e la storia è concepita con1e JJrocesso, che può indicare ]Jrogresso, nia anche regresso 16 • Ma è vera sociologia perché individua le fanne sociali sia JJriJnarie che secondarie e formula delle leggi sociali che hanno cara!tere non deterministico bensì probabilistico, sicché possian10 dire che già in Sturzo ciè la consapevolezza ciel carattere crn1cneutico di ogni scienza. Le concretizzazioni prin1arie della socialità sono: I. La fonna fàtniliare, che nasce dal bisogno di affettività e continuità. 2. L,a fonna politica, che en1ergc dal bisogno cli ordine e difesa. 3. La fonna religiosa, che nasce dal bisogno di principi etici e finalistici e quindi di trascendenza. Elenca pure le fanne secondarie che sono: L'cconon1ica - l,a con1uni1à internazionale - Le società particolari.

15 lhid., 38_ 45. 16 Cfr ne I.o vera vita. parte seconda: L 11 rnalc; Ili. Lti storia; !V. L'incarnazione nella sloria: V. Il Cristiancsi1110 nella storia.


Religione popolare negli scritti dei fi"atelii Sturw

467

Ma è in1portante sottolineare con1e quella religiosa è per Sturzo una forn1a prin1aria che, secondo la legge di auto110111ia e h1te1:fere11za si lega a tutte le a Itre. Qui egli si inserisce in quella corrente di pensatori come Toniolo e Sombart, Weber e Troeltsch, che hanno analizzato i rapporti tra credenze religiose e sviluppo sociale. Ma rnentre ad esen1pio nella sociologia cli Wcbcr, per il concetto di avalutatività, a ogni scienza sfugge l'essenza della realtà, per cui il divenire del 111ondo appare una "infinità priva cli senso", «Sturzo invece pone la connessione tra religione e società a un livello teoretico più profondo, ispirato dalla concezione cristiana della storia. e con una 1nctodologia positiva si propone il cotnpito di rintracciare nella società l'azione del soprannaturale stesso ... il soprannaturale, lungi dall'essere un'aggiunta o un aspeUo 1nargina!e dell'attività u1nana, è il grado più elevato della vita (che è la funzione della forma religiosa) ... Nella tesi di Sturzo, che fu già di Toniolo e di altri sociologi di ispirazione cristiana, che la religione è la radice della civiltà e fattore dcl suo sviluppo, non c'è nulla di sentimentale, di inti111istico o di 1nistico» 17 . La sintesi teorica di fondo di tutta la sociologia di Sturzo, esposta cfficacc111cnte nella sua opera: La vera vita: sociolor;ia ciel so]Jra1111aturale, consiste nel rélpporto di in1111anenza e trascendenza. Con1e estendere ora tali principi al concetto di religione JJOjJo!are piuttosto che religiosità popo!are? 18 In un altro testo Il [>o/Jo!aris1no, per cui Sturzo è più conosciuto 111entre lo è 111eno per la sua sociologia, che pure, a nostro parere, inerita di essere studiata e pili seguita, Sturzo dà una definizione di popolo molto ampia e positiva, coni 'era nei tnotivi ispiratori del suo pensiero politico: «Nel concetto di popolo si volle trovare quella integrazione sostanziale di unità na-

17

S.

rvlARTELLI,

La re/1/;ione nella società post-111odcrna,

Bologna 1990, 174, 180.

181.

rn Con chiaro rilèri1ncnto in1r!icito a don Giuseppe Dc Luca, la Evangi.!lii 1\111ntiandi, 48. preferisce: pietà popolare. <dvfr1 se è ben orientata. soprallu!to 1ncdiante una pedagogia di evangelizzazione, è ricca di valori. Essa 1nanì/Csta una sete di Dio che solo i sen1plici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all'crois1no. quando si tratta di rnanif'estarc !a Jèdc; co1nporta un senso acuto degli attributi profòndi di Dio: la paternità, la provvidenza, la rresenza an1orosa e costante: genera atteggiamenti interiori rara~ niente osservati altrove a! n1edcsi1no grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana. distacco, apertura agli altri, devozione. A 1notivo di questi aspetti, noi la chiainia1110 volentieri pietà popolare, cioè religione de! popolo. piuttosto che rc!igiositù». 11


468

Salvatore Lotora

zionale e di ragione sociale, di libertà insie111e e di organizzazione, di forza politica e di valore 111orale, che segna le conquiste ascensionali della storia un1ana, da quando tutti gli uo1nini furono chian1ati JJOJJO!o eletto, JJ/ebe santa, ]JO]Jo/o cristiano» 19.

I presupposti di queste affcnnazioni sono decisaincntc innovativi,

ri-

spetto alle interpretazioni illuministiche e classiste del tempo, proprio perché nella sua sociologia la religione è nella aspirazione essenziale di ogni uo1110, in rapporto con il trascendente, portatore di una finalità che n1ira all'ulteriorità. Se poi teniamo presente due delle altre leggi sociologiche descritte da Sturzo: la legge di risoluzione e la legge di dualirà o polarizzazione, quei presupposti teorici diventeranno più chiari e utili per leggere la realtà storica. Cosa si intende per legge cli risoluzione? Essa rappresenta quel processo per cui l'individuo diventa persona assi1nilando i valori e le norn1e di una società a cui si sente di appartenere, anche se tale processo di assin1i!azione non è n1ai totale. Secondo questa legge, l'individuo deve educarsi esplicitando quelle tendenze che porta nel proprio ani1110, dn gruppo deve diventare popolo e da popolo, popolo cristiano. Per questo: «tra le funzioni sociali della Chiesa, vi è la pro1nozione nei popoli della tendenza alla trascendenza dci particolaristni ed egoisn1i, pron1ovcndo la solidarietà, la pace, l'aiuto reciproco» 20 . L'altra costante sociale è la Legge cli un[/ìcazione che si specifica nella legge cli clualilà o ]Jolarizzazione, che introduce un principio di dina1nisn10 nella società 21 ; quando la dualità sociale supera la lottn e il conflitto, i gruppi

i<J In Opere scelte di L. STURZO,// Popo/aris1110, a cura di G. Dc Rosa. L Bari !992. 55. Per una uccurata disan1ina sul conccllo di popolo si può leggere V. POSSENTI. S11/ concetto di

popolo. i\Io111enti della jì!osqfia pubblica antica e moderna. in Rivista di .fi/osqfia 11eosco/astica 3 (1988) 395-423. 211 S. l'vlARTEl.1.1, La religione. cil., 180. La sociologia di Sturzo. che nasce da esperienze concrete. ha ccr!an1ente fini politici, 111a essa, a noslro avviso. può essere acccttntn. purché si Lengn presente una distinzione simile a quella indicata da! pedagogista Brczinka in campo pedagogico. Con1e infatti cg!i distingue Lra: Filosofìa del! 'educazione, .5cien::c educative, Pratica educativa: nello stesso 1nodo bisognerebbe distinguere tra: fì'/osr?fia sociologica, Scienza sociologica, Pratica sociale; precisando che distinguere non vuol dire se/Hwarc. e uncora che !h1 i tre settori c'è un rapporto di suba/ternante a s11baltcr11ato. 21 Qui si1.11110 agli antipodi del decisio11is1110 anli!ibcrale di C. Schn1iH. che individua i! concetto di "politico" co111c scontro tra an1ico (Freund) e ncinico (Feind). li popolo non ha un'identitcì propria. è solo una n1assa che acc!an1a. pronto 8 cin1entarsi nella lotta n 111orle con~


Religione popolare negli scritti dei _fì-otelli Sturw

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sociali si istituzionalizzano in Diarchia, che è l'antico principio gclasiano dci due poteri applicato alla realtà presente. Questo principio che individua due polarità nella realtà sociale applicato alla diade: religione jJOf)(J/are - religione istituzionale o Z(ffìciale ce la fanno intendere in tern1ini di distinzione e non di contrapposizione, con1e con1plen1entari, nel quadro di una Chiesa co1ne "popolo di Dio", che Sturzo intuisce ancor prin1a del Vaticano Il. Ma i concetti sopra citati di clua/ità-clualis1no-c!iarchia, in Sturzo hanno una valenza sociologica pili rilevante, in quanto richiedono un confronto fra la società conn111ità religiosa con la società civile, le quali in realtà interfèriscono continuan1ente, per cui la crescita della pri111a verso la santità, richiede la crescita della seconda verso la cle1nocrazia e la civiltà. R.icerchc attuali sulla religiosità popolare hanno rivelato con1e tC110n1cni di fede si intrecciano con aspettì econon1ici) politici, sociali e addirittura mafiosi (caso Aglicri)I Ora, lo studio della società in di111ensione storica, secondo la proposta di L,uigi Sturzo, se111bra il più adatto ad inquadrare i fenon1eni religiosi e di religione popolare in rapporto alla società civilc 22 . In un accurato studio: La Chiesa nella società siciliana, Michele Stabile sottolinea che: «L/intuizione più rilevante ciel clero dcn1ocratico cristiano, e soprattutto di Luigi Sturzo, fu quella di cogliere il nesso tra azione pastorale e condizioni politiche e sociali. Perciò una utilizzazione del clero per una proposta pastorale di trasforn1azione religios<i e civile della socictcì con1portava co111c pren1essa indispensabile una liberazione del clero dai condizionan1enti e dagli interessi locali e quindi un can1bia111ento dei rapporti sociali.

tro il popolo nc1nico scelto clnl capo! Nega al popolo ogni cliri11o a!!'nutogoverno. elle è il principio esscn1:ialc di una dcinocn1Lia politica. 21 Sturzo sociologo è pili conosciuto all'estero, specialmente negli Stati Uniti. dove trascorse una parte dcl suo esilio, e dove diede un rilevante contributo alla estensione della Carta dcl Diritti dcll'uon10; 1nenlrc rnolto n1eno lo è in llalin. dove rnolto pochi riprendono le sue dottrine. Uno dci pili fedeli. nella linea sturziana, è Cìabriclc De Rosa. che propone su questo argon1ento la lesi ciel rapporto dialettico fra: religione popolare e rr:l(t!,ione prescritla.

Di lui sl possono leggere opere ro11dn111cntali con1c: Chiesa e rr:l(gione popolare nel 111ezzogiorno. nari !978: Vescovi popolo e 111agia nel sud, Napoli 1983. dove si trovano anche an1pi brani che precisano la posizione di St\117.o sul clero 1neridionale. crilicn rispe!lo acl csen1pio a que!ln cli Croce e n!tri. Tra gli al1ri autori che apprczLnno i! n1etoclo sociologico di Sturzo eitimno: lvlorra, Barbano, Chrnrnicri. Vasale. Di Giovanni, Guccionc, J\cocclla. Ardigò, l:'rudft Cipriani.


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Salvatore Latora

Ma questo ca1nbia111ento, secondo Sturzo, richiedeva una proposta culturale, sociale e politica autonon1a da parte dei cattolici» 2·'. Se si vuole liberare la religione popolare da certe sopravvivenze magico- superstiziose, bisogna che anche il clero sia aiutato a liberarsi da quei condizionaincnti di cui diceva giusta111cnte Sturzo, che sono esterni, verso i notabili locali, 111a anche interni alla stessa chiesa istituzionale: ecco perché non erano infrequenti i conflitti tra clero e confraternite, tra clero secolare e

clero regolare, tra chiese diocesane e chiese "ricettizie" 2-1. E parallelamente anche il fratello Mario, a differenza di altri vescovi siciliani ancorati a sche1ni tridentini, si batte per lo stesso progetto: «La linea di Mario Sturzo, che aveva in nlons. Blandini un corifeo, secondo cui riforn1a dcl clero e rifOrn1a della società erano inscindibili, voleva una cultura e una coscienza politica e sociale autono1na nel clero e nel n1ondo cattolico per evitare di farsi risucchiare nel torbido 111ondo trasfOrn1ista e clientelare dei notabili locali» 15 . Anche Cataldo Naro, nella sua 111inuziosa ricerca scrive: «Chi tentò una J'or111ulazione teorica dell'esperienza spirituale-pastorale dei preti c!cn1ocralico crisliani, fu il vescovo Mario Stur7.0, /'ralcllo di don

I~uigi.

Egli in-

dicò la cerniera tra spiritualità e pasloralità ne! nesso stesso che lega l'aHenzione pastorale al suo oggetto, cioè la socictù, intesa però nella sua concretezza storica e con la quale, quindi, occorreva stabilire un allivo rapporto cli confronto. Così Mario Sturzo nella Lettera pastorale dcl 1908: "Il Sacerdozio è così connesso con /'u111anitù, che, se non la santirica, !a corron1pe o se la vede conon1pcre da sé con1e corpo, dal quale si sia separato il principio vilale; il Sacerdote non ha da sé la virtù sa11tiricatrice, 1na è dispensatore elci tesori santificanti della redenzione ed ha la 1nissione cli disporre gli uo111ini a riceverli; J'a1:ione dcl Sacerclolc è diretta alle anin1e per sé e alla società per le ani1nc; il suo apostolato è ordinato a date ani1nc e a date societù, che è quanlo dire che egli è l'apostolo del suo tcn1po''>>u'.

Egli poi continuando giudica che

2-1 F.fVL STABJLL:. La (~hiesa nel!(/ società siciliano, Caltanissc1ta-Ron1n 1992, 79. 80. n Cfr S. [ ,ATORA. Primo Congresso della parrocchialilrì. (Jrguni::::::ato dal Vescoì'o i\lario St11r::o nel 1937, in Synaxi.1· 6 (1988). 25 F.t'vf. STABILE, La ('.'hil!sa. cif., 99. ~ 6 C. NARO. il-lomenti e _figure della C~hiesa nissena del/ 'Otto I! del 1\!ovecento. Caltanissetta 1989. '170.


Religione popolare negli scritti dei fi"atelli Sturw

471

« ... non ernergc ancora la considerazione dcli 'originale apporto dcl laicato, in (orza

dello stesso battcsi1110, a!la n1issionc cvangclizza1rice della chiesa»,

1nentrc a noi è parso di poter sostenere altrove che nei fratelli Sturzo c'è già !'affer111azione dei principi di una teo!og;a ciel laicato 27•

3. Il vissuto religh1so attraverso i doct11nenti Ne La compagnia dellafède di Giuseppe Ruggicri c'è tutto un capitolo intitolato Il vissuto, in cui l'Autore si chiede quali sono i nuovi "luoghi" della teologia; si1niln1ente anche noi ci chiedia1no qual è "il luogo" della religione popolnrc in Sicilia al ten1po dci fratelli Sturzo; con1e ricostruire il vissuto della fede e della religione popolare attraverso i docun1enli, nel nostro caso sturziani e co111e ritrovarlo se non per «assunzione di linguaggi e stru111enti che essa (fede) non ha generato»"· Anche da qui nasce la problematicità cli ogni ricerca, donde suoi li111iti e la continua riproposta degli interrogativi esistenziali. Cerchere1110 ora di indicare e di leggere e interpretare breven1ente alcuni docu111enfi non faci!n1cnte reperibili nella vasta produzione dei fratelli Sturzo, alla luce dell'irnpianto teorico su cui ci sian10 soffern1ati un po più diffosamente in precedenza. 11 prin10 docun1ento riguarda la Lei/era JJastorale di Mario Sturzo, che egli rivolge a! clero e al popolo della sua diocesi di Piazza Annerina, e che per la sua struttura, organicità e ricchezza di argon1enti, è sin1ile alle sue altre dotte pastorali, e quindi è 1110!10 di più di una seinplice "applicazione" o raccolta di "note esplicative", con1e egli n1odesta111enle scrive, della [>astora/e collettiva {/egli Arcivescov; e f/escovi della S'ici/ia 29 , che si riunirono nell'aprile del 1934, a Catania, nella villa S. Saverio. Ricordiamo che Mario Sturzo era stato no1ninato segretario della Conferenza Episcopale Sicula.

27 1

Cfr S. L1\TOR1\, PI!!' una teologia del laicato nei _(ratei/i Sturzo, in Laòs, V ( 1998)

~ G. RUGG!ERJ. La compagnia della fCde. Lince di teologia .fonda111entoli!,

Torino

1980. 30. 2 'J IVI. STURZO, La Pastorale Collettiva degli Arcivescovi e f''escovi della Sicilia dopo le Co1?fcrc1ce dell'aprile 193-1 per la Q11arcsimo 1935, 1\sti 1935.


5'alvatore Latora

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li secondo testo Visite e Letture è costituito eia una sene cli preghiere poetiche che «nacquero tra il tormento cli grave mal d'occhi e il tedio cli riposo forzato e di forzata oscurità. l,a natura è ricca di risorse. Colpita 111 un ca111po, si rifà in un altro»·'0. lnfìne una raccolta della rivista interparrocchiale L'Angelo della filn1(i:z;lia31. Tre docun1enti diversi; tre 1nodi di guardare diversan1ente la stessa realtà ecclesiale, 1na che in qualche 111odo si integrano reciproca111ente. La I'aslorale di Mario Sturzo riflette l'aspeUo istituzionale della Chiesa, co111e il n1ondo dei fedeli e delle pratiche religiose e devozionali venivano viste e giudicate da parte degli uon1ini di chiesa e in pa1tico!arc dalle alte autorità, dagli arcivescovi e vescovi di Sicilia, anche se scritta da quel vescovo aperto al tnoderno, qual era Mario Sturzo, riconosciuto coltissi1110 e "vescovo d'eccezione'), che potrebbe paragonarsi al vescovo di Bergan10, Rad in i 'T'cclcschi, con [a sola differenza che qucst'ulti1110 ebbe con1e seguace e continuatore un papa, Giovanni XXIII! Da essa, a con1inciare dal paragrafo 6°, e poi nella Il parte: Esortazioni e prescrizioni riguarda111i i fedeli (pp 59ss) possiamo ricavare delle utili indicazioni per una vera e profonda educazione del popolo, perché viva in pienezza la vita cristiana (p 72): si indicano gli "errori))' gli abusi di culto! (p 72), perciò bisogna che si osservi una differenza cli gradi nelle forme di culto che prin1a va tributato a Dio, curando la vita interiore, la orazione 111entalc, su cui il vescovo insiste 1110110, al111eno tnezz'ora al giorno! Poi viene il culto alla Madonna; e in fine quello per i Santi, che sono sì i nostri n1igliori an1ici, confidenti, i nostri avvocati, 111a se111pre dopo la Madonna e Dio. Si vede che nella pratica popolare quest)ordine veniva capovolto! Quali altri doveri? Frequenza alla pratica catechistica per la istruzione religiosa; la fede va nutrita e liberata dalla ignoranza e dalla superstizione. Ci

·' -'

11 1

lvL STUl\7.0. /'isife e Lcll11rc, ··Lellure doinenic(lli'". P(]lenno 1923. L'Angelo dc!!a .fa111ig/io. Hollcllino i11lcrparrocchiu/c per la [Jiocf'si di Pirc::{r

An11eri11a, Pubblicazione n1ensile, 11 bis. Torino. !Vfario Sturzo Condù e diresse per tre n1111i (1927- 1930), !!no n!!'ordine di cessa?:ionc, In Rivista di .-luto.ft)/'l/lazione Fi/oso.fìca e Let-

teraria, Pia7.7.a Armerina. Il JOrn1alo e il colore della copertina ern si1nile a ""La Critica·· di B. Croce. La pas!ornle dcl Vescovo era rivolta anche agl"i "111lcllc1ttw!i. Per un elenco di tutti gli nrlicoli. si veda S. LATORA. [!110 .fònte bibh'ogJ"{!fìco: la "!?ivislo di A1110./or111a::io11c" 111 5) 111oxis 9 (1991); La Croce di Costantino, rivista !Ondatn da Luigi Stu17.o. (]cui collnbornva intensa1nenlc anche il fratello tvlario, è pili conosciuta. (]nchc per 1·ouin1a scelta nntologica che llC rece (ì. Dc ROS(]. per le Edizioni di Storia e Letter(]\llr(]. RO!ll(] 1956.


l?eli;;ione popolo re ne;;li scritti t!ei fratelli S'turzo

473

sono i doveri circa l'Eucaristia e quello di assistere alla S. Messa (p 61 ), non solo la domenica, ma possibilmente tutti i giorni. Dovere di far celebrare le S.te Messe per se stessi e per i detì.mti: e qui si apre uno spiraglio sul sostentamento del clero (pp 65, 66): «I nostri sacerdoti niancano del pane quotidiano!», ecco perché le n1esse di suffragio si pagano e anche i funerali! Notazioni di costuine sin1ili si possono leggere anche negli Atti del Convegno sulla parrocchialità (già citato). La Pastorale accenna poi alla confessione e ai peccati più cotnuni e tennina con l'eso11azione ai sacerdoti, che devono vivere per il popolo, per i bisogni spirituali del popolo, in vista della santità che è il vertice della vita cristiana. La raccolta Visite e letture, ci manifesta un altro aspetto del vissuto di fede: un rappot1o più i111111ediato e personale con il Santissin10, con la Vergine Maria, con il Cristo crocifisso, con la natura opera dcl Creatore, nel linguaggio lirico della poesia, come sgorga sincera e limpida dal cuore del fedele poeta. Qui il ruolo de! vescovo resta ncll'on1bra e si fa voce di tutti, per questo ogni fedele può t~1r proprie queste preghiere in versi e recitarle: e ancora si recitano dinanzi al SS. Sacra1nento, secondo la testin1onianza del vescovo di Piazza Anncrina, 111ons. Sebastiano Rosso-12 . T/isile al /)anlissilno ,)acra!llenlo si con1ponc di una Prilna serie: sette preghiere in versi, una per ogni giorno della setti111ana. Una ,)econcia serie: anche qui sette preghiere. f/isile a /\1aria S"anlissiina: sette preghiere per ciascun giorno della settin1ana. In nota c'è un'avvertenza: N.B.- Dopo ogni stanza di queste visite va recitata un'Ave e un (]foria, e una pia giaculatoria, co111e, per es.: Azo:;/h1111 cristianorz11n, ora J7ro nobis.

Seguono poi Letture - Prima serie: I - Xli; Seconda serie: I - XIX, su ten1i edificanti con1e: Marta e Maria, }_,a risurrezione di L,azzaro, li figliuol prodigo, Il Crocifisso ecc. Sono tutte fruibili anche da gente u111ile, tna cli fattura stilistica e for1nale di buon livello, che ci rivelano la niano sicura di chi da lungo ten1po ha assirnilato le tecniche letterarie (sono sue) infatti, anche due antologie: E'le1nenti t!i Letteratura, Vallccchi, Firenze 1923, destinate agli alunni del Ciinna-

11 · TI

9.

vescovo SlURZO, E/Jisto!ario spirit11a!e, a cura di n1ons. P. Stella, Catania 1977.


474

Salvatore Lotoro

sio); se le paragon1a1no ad altre di quel periodo, veran1ente c1 conv1nc1an10

che gli Sturzo erano pastori coltissin1i-'.1. Da recitare dinanzi al SS. Sacran1e111o: «lo t'adoro nel inislcro./Non ti vedo, non ti sento./Tu sorpassi il n1io pcnsicro;/Tu sci irn111cnso più che il 111ar./Dc! 111istcr io son contento;/Ncl n1ister ti voglio an1ar./Trino !un1c in un sol foco,/Tu risplendi nell'e1npiro;/Non c'è terra non c'è loco/Che non senta il tuo calor;/Dove ch'io n1i volgo e giro,/1\1tto è pieno ciel tuo a1nor./ ... Ncll'altar sol pane io vcdo,/Nell'altar sol pane io sento./Ci sci

tu; lo so, lo creclo,/Vivo e vero con1e in Cicl;/Bcnché il fulgido portento/Mi nasconda arcano vel/ ... L'al111a n1ia con te vivrà/Nella luce, nella vita/J)ella sanla Trinità» (I 7. I I .'922).

Per il culto a Maria: «Della C:hiesa lontana,/Corne una 111clodia/l)i

pian10,

la ca1npc1n<1/Suo11a

l'ave111aria/Tutto d'intorno tace/Nella pili dolce pace./ ... O Madre a te ritorno/Fa l'anin1a che spera,/Pria che finisca il giorno,/I~ che avanzi la sen1./J)opo un dì di lavoro/Cerca a! tuo pie' ristoro./ .. O l\1adre, t'invocai/Al sorger del 1nattino,/.E intesi con1e n1ai/Un alito divino/Di speranza e d'an1orc/Tutto agitarn1i il core./ .. Poi nulla. TI giorno 1nio/Ncll'ansie della vita/Senza un pensicr di Dio/Passò; J'alina sn1arrila/Riscolc or la ca1npana/Dell;:1 chiesa lontana/ .. l)ella chiesa

lonl<J1H1,/Co111e

una 111elodia/Di pianto,

la

carnpana/Suona

l'avc-

1naria./Tutto d'intorno tacc/Ne!l<J pili dolce pace» (27. I .'923).

11 Crocifisso: «Pcndca dal legno in1H1obile; era spento/L'occhio che tanto pianto ;1vc,1 versato/Sulle iniscrie un1an; parca crucciato/li fir111a111cnto;/ ... Tacc l'insulto; sull'oscuro n1onte/L'in1n1ensa folla avea cornc un n1uggi10/Sordo di 111ar lontt1no; spaurilo/ T3atteasì il fronte/ ... li f"icr ccnturion; presso la croce/S'udia di pocl1i, 1na! represso, il pianlo;/Terribilc echeggiava ancor dcl Santo/J_,'es!rc1na voce./. Pure 11011 è il IVfcssia- nel suo !ivore/Dicea,treniando, un vecchio sacerdote) - l\

:n Si veda ad es. i! ricco voh11ne di: Cì. ZITO, L(/ c1t1"0 j.J((Sfora!e dell'episcopato L)11s111et. Acireale 1987. specinln1cntc Feste pa1ro11ali. ne popolare, 11,16-'170.

negli a1111i dr:vo-::ioni e rel1:eio-

a Ca/(111ii1


Relit;ione popolare negli scritti dei ,fratelli Sturzo

475

1norto; ed anche c'è chi lo percuote;/E gli apre il core!-/ ... Ancor tre giorni. Dal deserto avello/Si leverà cinto cli nuova gloria;/E il n1ondo prenderà, da lai vitto-

ria,/Corso novello» ( 27.3.'923).

Morie e vita: «Quando 1ni porteranno al cilnitero,/Con1e spero, sarò nel firman1ento;/Di là, nn1irerò questo stru1nento/Del n1io pensiero./ ... Non avrà sguardo, non avrà sorriso,/Né il gesto dcl coniando o dcl perdono, Né della voce il 1nultiforn1c suono,/Da 111c diviso./ ... Sopporterò la visione atroce/Dcl suo lento disJ'arsi, in fin che l'ossa/Rcsleran nude nella fredda fossa,/Sotto una crocc./ ... Dall'eslasiantc vision di Dio/Gli squilli udrò dell'angelica tron1ba;/Tosto ricercherò nella sua ton1ba/Il corpo n1io./ ... Anzi noi cercherò, che in un sol punto,/Solto il voler di Dio, che a sé ci appclla,/Lo spirto al corpo, in arn1onia più bclla,/Sarà congiunto:>) (l.3.'923).

Sono i terni comuni della religione popolare: la devozione al SS. Sacra111ento, alla Madonna, al Crocifisso, e un richian10 icastico ai nuovissin1i; con voce poetica, che scende profondan1ente nell'ani1110: la poesia è sorella della preghiera! Il terzo gruppo di docu111enti è costituito dalla raccolta de "L,' Angelo della fan1iglia'\ bollettino interparrocchiale, scritto naturaln1ente a più 111ani, in cui l'i1npcgno pedagogico-educativo e pastorale è prevalente, e che riflette, coni 'è chiaro, più direttan1ente l'a111biente, il "luogo", le convinzioni con1uni, le ideologie dcl te111po: docun1cnti utilissi111i per la cronaca e per ricostruire la storia locale del ten1po. Vengono scritti utilizzando più risorse espressive, oggi si direbbe più tecniche, che non siano solo quelle della parola scritta. Si fa, infatti, regolare uso n1cnsìle nella copertina della riproduzione di un'opera d'arte di grande valore artistico, ad es.: "l,'incoronazione della Vergine", nel nun1cro dcl niese di agosto 1940; "Matteo e l'Angelo" dcl Caravaggio (settembre 1940); "S. Teresa" (ottobre 1940); "S. Pietro e S. Paolo" di Guido Reni (giugno dcl 1941); "S. Elisabetta d'Ungheria" (novembre 1941), proprio perché nell'interno, a pagina 8, viene illustrata la sua vita nella rubrica: 11 santo del 111ese; "Sant'Eligio" della scuola sarda del XV sec., nel n 12 di dicembre 1941, che porta anche l'annunzio della niortc dcl vescovo, avvenuta il 12 dcl nlcse di novembre 1941.


476

Salvatore Latora In ogni numero del Bollettino si accompagna la parabola o il racconto

edificante con un disegno esplicativo, ad es.: "Il filo da!l'alto", per spiegare l'opera della fede; o i "Benefici della festa cristiana", ilfustrnti con tanti disegni, nella tecnica si1ni!i ai nostri fun1etti. Contengono anche la rubrica A'ola Agricola, in cui si danno consigli utili agli agricoltori: co111e e quando sen1inare, le opportune dosi di conci1nazione; c'è perfino una rubrica statistica: Bollettino De1nogrqfico, con i! nu111ero dei nati, dei 111orti e dell'au1nento di popolazione nell'arco dei vari tne-

si; co111e non 111anca nella pagina finale la pa1tc della propaganda pubblicitaria, l'equivalente degli spot televisivi e delle inserzioni dei nostri giornali. È l'uso dei 111ass inedia in piena regola che precorre i ten1pi! Quando esa1nino !a rubrica iniziale Pensieri Evangelici , in cui si sintetizza il significato delle letture don1enicali con esegesi sotto fonna cli parabole, co111c il 1nctodo evangelico, del resto, e con sapiente intuito psicologico adatto a tutti e quindi anche al popolo, non posso che restare an1111irato e auspicarne una riedizione.

C'onc!usione Tre, possian10 dire, sono state le grandi passioni dei fratelli Sturzo: I. Una profonda cultura: essi ritenevano infatti che "!'apostasia delle n1asscn fosse dovuta principaln1cntc a crisi cli idee, e quindi a crisi culturale e filosofica. 2. f111pcgno sociale, con cui n1iravano ad inserire il portato religioso e della fede nel n1ondo civile, attraverso una svolta politica e sociale, e una pastorale pili dina111ica. 3. /\spirazione alla santità, ani111ata dalla scelta di fede sacerdotale, 111a estensibile a tutti i fedeli. Essi hanno una visione precisa di popolo e di religione popolare, che non coincide con il concetto ron1antico di "popolo" ·'-!; né con quella che, in rapporto al potere politico ccl ecclesiale istituzionale, considera le fanne di

1 - -< Tale concetto pcnnane tullora. ad esempio, nella concezione sociologica di i\lberoni. che risale a \Vcbcr, quando egli considera la pietù popolare più vicina all8 rc!igiositù sfat11 11asce11ti ed ha carattere caris1natico, n1cnlre quella uJTici<de sarebbe contrnsscgnata clrd!n prcvnlcnza dell'1([/ìcio sul caris111a.'


Religione popolo re negli scritti dei fratelli Sturw

477

religione popolare come strumentalizzabili a fini di dominio, come istr111nenlu111 regn P5. Luigi Sturzo con la sua "sociologia" sostiene che le cose non stanno così, in 1nodo statico; con il principio di JJO!arità non è possibile consentire che un a1nbito assorba l'altro e lo sotto1netta a sé in una visione fatalistica; egli crede, invece, che sisten1a politico-sociale e sisten1a religioso possono procedere insieine verso una sintesi vitale. I Fratelli Sturzo, in dialettica sintonia, con la loro opera vollero abbracciare tutti i settori e i diversi strati sociali, per una rinascita culturale del cattoliccsi1110, e cercarono di educare tutti a crescere cristiana1ncnte, perché tutti sono "popolo", quando tutti si dirigono allo stesso fine e nutrono la stessa speranza, alin1entata da profonda fede. Questa è la sintesi finale a cui 1nira ogni popolo. Ciò che è avvenuto con il Vaticano Il già Jènnentava net lunghi anni precedenti, perché la legge delta storia non è quella del salto o della rottura, 111a quella della ripresa nella continuità.

15 Le inicrprctnzioni n1arxiste, ad esc1npio, considerano gli attcggimncnti del!a Chiesa una 1nistilicazionc e stru1nentalizzazionc del 1nessaggio religioso ad opera de! potere ccclcsiasiico. tn1 cui bisogna dislinguerc la gerarchia dal basso clero, più vicino al popolo. B. CROCE, LJ0111ini e cose della vecchia Italia, Bari 1956, 120, considera il dcvozionalisrno 1neridionale pieno di sopravvivenze rnagico-supcrstiziose, struinenlalizzato dai sovrani e dai ceti drnninanli, per 111antc11erc la gente quieta e disciplinata!


Synaxis XVI/2 ( 1998) 479·489

LA MEDIATOR DEI DI PIO XII E LE SUE CONSEGUENZE SULLA PIETÀ POPOLARE IN SICILIA

ANGELO PLUM ARI

I. Brevi cennJ sulle radici e

svihtjJJJO

della religiosità popolare

l,a liturgia, dal Medioevo in poi, si è trovata con1pressa e n1ortificata da una 'tradizione' non se1nprc retta1nentc con1presa, la quale ha bloccato il fondan1entale dinan1isn10 vitale, insito in ogni realtà, che co111porta un costante aggiorna111ento e ac\atta1nento. Essa, inoltrei sotto il peso di una 111entalità scn1pre più giuridica, ha acquisito le connotazioni di culto "pubblico",

"clericale", e con l'accentuazione legale preccttizìa, che ha fatto della partecipazione alla liturgia, un dovere e un obbligo. li disagio del popolo, di fronte a questo stato di cose, ha detcnninato la nascita e il diffondersi dei pii esercizi e delle pratiche devote) connotate co1ne espressioni private, che, pur traendo origine e ispirazione dalla liturgia stessa, non furono «tanto la causa, quanto il segno di una decadenza spirituale-liturgica» l3isogna con1unque rilevare che tale processo sen1bra essere stato «un fatto provvidenziale, che ha risposto, nei diversi contesti socio-culturali, a profonde esigenze religiose popolari, che non solo non hanno trovato espressione nella liturgia, 1na che non potevano e non dovevano trovarla in essa» 2 • Il devozionalisn10 111edievalc detenninò un dualis1110 tra liturgia, legata 1

al clero, e devozioni, legate al popolo, ciò portò a due realtà che si richia· 111avano e si opponevano allo stesso tempo: il 111aterialis1110 e la superstizione. Questo nuovo disagio ncll'a111bito della con1unità cristiana avviò un nuovo 111ovi111ento di rottura con qualunque for111a di "culto esteriore", che sfociò in un 111oto di rifonna il cui obbiettivo ulti1no era il raggiungin1ento

' Do!lorc in Liturgia. 1

S. ìv1ARS!Ll, Verso una teologia della Liturgia, in Ana11111esis !. /,a Liturgia 111on1ento nella storia della salve::za, Casale rvlon!Crrato !974, 154. 2 D. SARTORE, Le 111an1festazioni dello religiosità popolare, in //11a1111u:sis VJI. I sacramentali e le benedizioni, Genova 1989. 236.


480

Angelo Plumari

dell'interiorismo religioso; tale movimento prese il nome di Devotio 1'vfoder11a.

Il XV secolo conobbe un altro

momento

di grandi rivolgimenti

all'interno della Chiesa, in cui il generale 111oto di riforn1a spiritualistica si divise in due: l'espressione ortodossa interpretata dalla Devo/io !'vfodema, che vide la possibilità di un recupero della liturgia permeata e trasformata dalla 111editazione; l'altra espressione, interpretata dal Protcstantesi1110, non ebbe nessuna fiducia sulla possibilità che la liturgia potesse esprimere un culto spirituale. La riforma liturgica fatta dopo il Concilio di Trento, non avviò una nuova visione del culto basata sulla teologia, al contrario affern1ò un forte attaccan1ento alle fanne ereditate dal Medioevo. A questo si aggiunse la cre-

scente affer111azionc della 111entalità giuridica e rubricale che definì la liturgi<l preghiera pubblica giuriclican1cnte valida, in quanto fatta in non1c della Chiesa, mentre le espressioni devozionali furono definite preghiera privata spiri-

tua/111cnte valida, in quanto espressione 1nentalc e interiore, fatta in non1c della propria devozione.i. In questo tempo si affermò pure un nuovo tipo cli splendore esterno, incentivato dallo spirito fortemente apologetico dell'essere segno di vittoria contro l'eresia Protestante. Si determinò di fatto quello che S. Marsili definisce il "dualisn10 cultuale", in cui liturgia e devozioni si posero in un cli1na di pacifica convivenza 4 . Nel clima culturale del barocco e in quello religioso della Controrifor1na cattolica, la celebrazione liturgica si ridusse a una din1ensionc esteriore di solo spettacolo a cui assistere. «Quando nel secolo XVlll il pietismo e l'illuminismo scossero alla radice gli antichi fondamenti dogmatici, si ebbe di conseguenza anche il tra1nonto definitivo della liturgia, a parte una sua certa sopravvivenza come di vecchia cosa da n1usco» 5 • Il popolo onnai lontano dal culto ufficiale, continuò nelle proprie devozioni e trasse dalla liturgia solo la din1ensione della "spettacolarità", che e111ulerà nelle sue espressioni devozionali esterne.

-' S. l'vfARSlL!,

Liturgia e devozioni: tra storia e teologia, in Rivista Lit111:gica

(=RL) 63

(1976) 181. ~ !bid., 183. 5 R. STAEHLIN,

/Jie (ieschichte des christ/ichen Go!!esdienstes,

in

MULLER-BLANKFN-

BllRG, Leit111:r.;ia, !, Kassel I 954. 60, citato da S. MAl<SJLI, Verso una teologia della Lit111:r.;ia.

cit .. 68.


La Mediator Dci di Pio Xli e la pietà popolare

481

A questo stato cli cose, a partire dal XIX secolo, si opporrà quello che sarà definito il Movimento Liturgico6 •

2. L'enciclica "lvfedialor Dei" di Pio Xli (20 novembre 1947) L'enciclica cli Pio XII Media/or Dci 7 , fu pubblicata in maniera inattesa il 20 novembre 1947, per la necessità di porre dei chiarimenti in materia liturgica, dopo un lungo periodo di problematiche e di polemiche suscitate dal Movimento Liturgico. L,e po!en1iche legate alla liturgia si erano accese particolannente all'inizio del nostro secolo, in seguito alla presa di posizione teologica da paiie di O. Case!. A questo si aggiunsero altri fern1enti che portarono quasi

a!la rottura nei confronti sia degli ordina111enti liturgici, con1e ad esc1npio la problernatica relativa all'uso della lingua volgare, sia riguardo all'i1npostazione stessa dei riti, in cui si csprin1eva l'esigenza di un aggiornatncnto e sen1plificazione di essi, sia riguardo ai rapporti tra liturgia e il vasto can1po della spiritualità, e cioè della relazione con !e devozioni, pietà popolare, oggettivisn10-soggettivis1no nella vita spirituale8 • In questo docu1nento, Pio XII esprin1c sulla liturgia una posizione straordinaria per il suo ten1po, denunziando le varie riduzioni avvenute ne! corso del tempo nell'ambito della Chiesa, c pur ribadendo lo stretto legame liturgia-Chiesa gerarchica, offre una nuova visione teologico-ecclesiale, 111 cui fa proprie alcune istanze espresse dal Movi111ento Liturgico 9 • Allo stesso tempo, però, il documento pontificio si pone a difesa delle pratiche devozionali e dei pii esercizi, 111inacciati dagli attacchi dello stesso ìVlovin1ento Liturgico, che tendeva a fare delln liturgia l'unica fonte ed espressione di vitn spirituale cristianaw.

6 lbid. 67-78. 7 Acta Apostolicae Sedis (=AAS) 39 (!947) 521-600. ~ S. rvlARSllJ, Verso 1111a teologia della Litul'gia, cit., 78-79. 1 ' «La Sacra Liturgia è pertanto ì! culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dci fedeli rende al suo Cupo e, per 1nezzo di LuL all'Eterno Padre; è, per dirla in breve, il culto integrale dcl Corpo n1istico di Gcsl1 (~risto, cioè dcl Capo e delle sue 1ne111bra». Pio Xli, E11ci"c/ica "k!cdùtlor l)ei'' sulla Sacra liturgia, Ro1na 1948, 18. 10 « ... a!cuni concludono che tulta !a pietà cristiana deve incentrarsi nel 1nislcro dcl Corpo l'vlistico cli Cristo, scn7.a nessun riguardo persona!c e soggettivo. e perciò ritengono che si debbano trascurare le altre pratiche relìgiose non slrettaincntc liturgiche e con1piute ad


Angelo !)lt1111ari

482

Il rapporto tra liturgia e pietà popolare viene distinto n1ecliante le categorie giuridiche di culto pubblico e pietà privata 11 , di espressione oggettiva e soggetliva 12 . Per ciò che riguarda le pratiche cli pietà si dice che: .::<È vero che i Sacran1enli e il Sacrificio dell'altare hanno una intrinseca virtù in quanto sono azioni cli Cristo stesso che co1nu11ica e dif"JOnc\c la grazia ciel Capo divino nelle n1cn1bra dcl Corpo Mistico, 1na, per aver la debita efficacia, essi esigono le buone disposizioni del!'anin1a nostra. [ ... ]Perciò la Chiesa definisce brc-

vc111cntc e chiararnente tutti gli esercizi con i quali l'aniina nostra si purifica, I . . -1 azione delle 1ne1nbra che con l'aiuto della grazia, vogliono aderire al loro Capo. [... ]Si deve dunque atfennare che !'opera della redenzione, in sé indipendente dalla nostra volontù, richiede !'inti1110 sforzo clell'anin1a nostra perché possic11no conseguire l'elerna salvezza» 1-'.

Da queste constatazioni ne deriva !a necessità della pietà soggettiva espressa n1ediantc la 1neditazione e !e pratiche spirituali: «Se la piclù privala c interna dei singoli trascurasse l'augusto Sacrificio dcli altare e i Sacran1cnli e si sottraesse all'influsso salvifico che cn1ana dal Capo nelle n1crnbra, sarebbe senza dubbio riprovevole e slcrile; n1a quando ltHlc le previdenze e gli esercizi cli piclù non slretlan1e11te liturgici fiss<tno lo sgu<trclo dcll'anin10 sugli aU-i un1nni unica1ncnlc per indirizzarli al Padre che è nei cicli, per stin1olarc salutarn1enle gli uo111ini alla penitenza e al tin1or cli Dio e, str8ppatili all'altraltiva dcl n1onclo e dei vizi, per condurli felicen1cntc per arduo ean1n1ino al vertice della santilù, allora sono non soltanto son1niarnente lodevoli, n1a necessari, perché scoprono i pericoli della vita spirituale, ci spronano all'acquisto delle virlù e aun1entano il fervore col quale dobbian10 dedicarci tulli al servizio di Gesl1 Cristo. L;i genuina pietù, che l'Angelico chian1a "devozione" e che è l'atto prìncipale della virlli della religione col quale gli uo1nini si ordin;ino rcttan1entc, si orientano opportunan1cntc verso Dio, e lihcra1nente si dedicano al culto, ha bisogno della 111cditazione delle realtà soprannaturali e delle pratiche spirituali perché si alin1enti, stin10Ji e vigoreggi, e ci anin1i alla perfezione. Poiché la religione di fuori dcl culto eucaristico. Tutti. però. possono rendersi conto che queste conclusioni ca le due ·specie di pietù, [ ... ] sono del tutto false, insidiose e dannosissin1e» (ibid, 28). Il

12 l.ì

fhid. 30. Jbid, 26-30. Jbid. 29-30.

cir-


La Mediator Dci di Pio Xfl e la pietà popolare cristiana dcbitan1cnlc praticata richiede sopraltutto che la

Dio e inrluisca sulle <dire

t~1coltà

dell'anin1a»

volont~1 s1

483 consacri a

1

..i.

Possiatno concludere che la Adecliator Dei, pur nelle sue novità, non offre un chiari1ncnto sulla natura della liturgia e delle espressioni di pietà devozionali, 111a dà per scontata la ragione, per altro posta in chiave negativa,

che li distingue, cioè le espressioni di pietà non sono liturgia. E su questa posizione, senza interrogarsi oltre, che si 111uovc !'enciclica, preoccupata solo di rilevare la necessità dci pii esercizi nella vita cristiana in genere e co1ne 1nezzo di preparazione e di nttuazione personale della liturgia. Tralasciando quindi di chiarire perché i pii esercizi non sono liturgia, si a-ffern1a che essi sono azioni sacre, 111a altra cosa rispetto alla liturgi<l. L'unico elen1ento di differenziazione che se111bra en1ergere si rifà <llla don1inante concezione giuridica, e sta nel fatto che le espressioni di pietà sono "azioni private", perché trovandosi al di fuori del culto pubblico, non sono dircttan1cnte connesse con la liturgia. Merita un accenno l'Istruzione su lo A/fusico sacra e la Liturr~ia 1 -', posto tra la A1echator ])ei e il Vaticano II~ en1anato dall'allora Sacra Congregazione dci Riti (3 setten1bre 1958), che tratta il rapporto tra la liturgia e !a n1usica sacra. J\ proposito della pietà popolare affenna: «La liturgia è il culto pubblico dcl Corpo 1nistico di Cristo nella sua totalitù di capo e cli 1nernhra (A1cdiotor Dei). Sono perciò azioni liturgiche quelle che per istiluzione cli Cristo o della Chiesa e a loro non1c vengono eseguite da persone a ciò legiuin1a1ncnlc deputate, in conronni!ù ai libri liturgici approvati dalla S. Sede (tfr C/C 1256); le altre azioni sacre, che vengono eseguite sia in chiesa che fuori, e anche con In presenza e la presidenza di un sacerdote, si chian1ano invece ''pii esercizi"». 11'

Nel tentativo di illustrare e approfondire l'enciclica A1eclialor Dei, a proposito di ciò che rende vera111entc un'azione "liturgica", possia1110 constatare co111e si registri nel linguaggio un chiaro passo indietro rispetto alla stessa enciclica del 1947. Infatti, pur partendo dalla definizione teologica di

l.J

lbid., 31-32. 50 (1958) 630-663. !bid.. 632.

15 MS 11 '


484

An!{elo Pltnnari

liturgia, essa utilizza la n1edesin1a definizione data già dal Codice di Diritto Canonico (can. 1256-1257), dando agli elementi costitutivi e differenziatori tra azione liturgica e pii esercizi, una 111arcata connotazione giuridica.

3. Prilni segni cii rij'orll1a in conbito liturgico

Per quanto riguarda il tema della rifonna delln liturgia, la 1\;Jeclialor Dei non ha dato nessuna indicazione. Però, appena l'anno seguente (28 n1aggio 1948), il Papa istituì una co111111issione per la rifonna generale della liturgia 17 • Per questo 111otivo le 111en1oric di A. Bugnini sulla riforn1a liturgica 1111z1ano proprio dal 1948'". Nel 1946 il P. G. Locw cominciò la stesura di una Memoria sulla ritOnna liturgica, che fu pubblicata dopo 2 anni di lavoro in 342 pagine 1'). Sulla base di questa Men1oria, la co111111issione lavorò in assoluto segreto per 12 anni, e quasi all'in1provviso andavano raccogliendosi i frutti. Ciii eventi di riforn1a furono i seguenti: il 9 febbraio 195 I viene ripristinata la veglia pasquale che prima si celebrava i! sabato santo 1naHina; il 6 gennaio 1953 il digiuno eucaristico, che pri111a era obbligatorio dalla niezzanottc, viene ridotto a tre ore: questo consentirà una 1naggiorc possibilità di co111unicarc durante la niessa, anche a tarda ora, ed inoltre per111ctterà la pron1u/gazione, nello stesso giorno, dcl decreto che concede !a celebrazione della 111cssa nelle ore vespertine;

17 La con1111issione era compostil da: prefetto card. rvlicara, A. Carinci segretario della Sacra Congregnzionc dci Riti_ F. Antonelli e G. Loc\v. A. Albarcda oso. J\. Bea SJ, A. Bugninì segretario. C1ì· ;\. BUGNJNI, La rifor111a liturgica (19-18-1975), Roina 1983. 18 ((La 1\icdiotor f)ei era s!nla preceduta dì soli due anni dnlla nuova versione latina dei salini l ... J dei PlB nel !945. Da quel lnvoro, portato a termine con tenace volo1·1tà dal rellore I>. A. Bea, poi cardinale, 1naturò nella 1nente del Papa l'idea della rifonna di tutta la liturgia. di cui il salterio non doveva costituire che In prin1a pietra. ··Maturò l'iclcn", perché qualche pensii.:ro di rifonna Pio XIJ deve averla uvula nnchc nnni addielro. Si è trovnto un progetto di riforma, più esattainente di codificazione liturgica co111c allora si diceva, tra le cnrte dc! p. Pio ;\l/'onzo, benedettino, inscgnnnte di liturgia a Propaganda ride e consultore della S. Congregazione dei Riti. ~: datato ·'Purificnzio71c di ivlari<.1 1942''. Consta che il progcllo ("'criterio generale"', dice !'autore) consistente in due cnrtclle dattiloscritte non f'u una se1nplicc esercitazione l ... ] letteraria. ma fu richiesto all<1 cosiddelta ·'Co1n1nissionc dcl l'vlercoledi" dei Riti f ... 1. ivla il tentativo non ebbe seguito)) (ibid., I 9-20). I') lbid .. 20.


La Mediator Dei di Pio Xli e la pietà popolare

485

il 16 novembre 1956 si ha la Riforma della setlimana san/a, specialrnentc per quanto riguarda l'orario: la 1nessa in Coena Doll1i11i del giovedì e l'azione liturgica del venerdì santo passano al po111eriggio; il 3 settembre 1958 viene pubblicata la già citata Istruzione sulla musica sacra e la partecipazione dei fedeli, con i diversi gradi cli partecipazione; il 25 luglio 1960 viene pubblicato il Nuovo codice delle rubriche. Accanto a queste azioni ufficiali sui riti, da parte della S. Sede, importante fu l'azione svolta dai personaggi e dagli organi del Movi1ncnto Liturgico. Va ricordato in particolare il congresso di Assisi, tenuto nei giorni 18-21 settembre 1956, con circa 1500 partecipanti "'. Discussione e polemiche suscitò la richiesta, da parte di larghi strati dell'assemblea, della lingua volgare nella liturgia. Tale richiesta non piacque ai rappresentanti del Vaticano. Ma questo non pregiudicò il tenore del discorso che Papa Pio XII tenne ai Congressisti, in R_o111a, il 22 sctten1bre, quando pronunciò le 1nen1orabili parole: «Il 1novi111ento liturgico è apparso eon1e un segno delle disposizioni provvidenziali di Dio riguardo al ten1po presente, con1c un passaggio dello Spirito Santo nella sua Chiesa» 21 •

4. I'resupposli s/ol'ici in Sicilia Il processo cli unificazione nazionale, in seguito al quale incon1inciò lcnta111ente a sgretolarsi l'on1ogcneità religiosa di 1no[tc co1nunità locali cara11erizzata da quello che è stato definito il "cristianesin10 111unicipalc"'2 ~, po1iò al lento declino di parecchie confraternite. Infatti, dopo dei segni di vitalità organizzativa ed econo1111ca nel periodo in11necliata1nente post-unitario, nei decenni seguenti parecchie confraternite cessarono ogni !oro attività e continuarono stancan1ente la loro esistenza din1ostrando una

2° Cfr La Restaurazione !it11rgica nell'opera di Pio ;01. Atti del pri1no congresso internazionale di Pastorale Liturgica, Assisi-Ro1na 18-22 settembre 1956, Cìcnova 1957. ~ 1 Ctì· !. SCICOLONE, Le 1\Jesse Proprie delle C'hù:se di S/cilia. l?!fon11a, adat111111en/o e i11c11lt11razio11e, in Il soggetto della celebrazione. A C'i11q11a11t'a1111i dalla "Afediator J)ei .. Atti del V convegno liturgico-pastorale della Facoltà Tco!ogicu di Sicilia S. Giovanni Evangelista, Palcnno 4-6 rnarzo 1997. a cura di l}. Sorci. Caltanissctta-Ron1a !998, 282-283. ~ 2 Cfr F.lvl. STABILE, Cattolice.\'i1110 siciliano e 111ajìa. in 5i}·nn.Yis 14 ( 1996) 1, 15-20.


Angelo Pfun1ori

486 1111nore vitalità

religiosa~

incentrata prevalcnten1e11te sulla ritualità devozio-

nale2·'.

Ecco come C. Naro ci descrive il declino delle confraternite della diocesi di Callanissctta durante i pontificati di Pio X e Pio XJ 2-1: «Al tcn1po del pontificato di Pio X, il vescovo lnlrcccialagli, critico di certi aspetti !enc!cnzial111entc aconfessionali dcl 111ovi1ncnlo cano!ico e altento principahncnte agli aspei-ti religiosi della pastorale, volle rifonnarc le confraternite valorizzando la loro specifica nalura cli associa7,Ìoni devozionali. Ma anche questo proposito riforn1alore ebbe scarsi risultati. Contribuì tuttavia a dissolverne dclìni-

tiva1ncnle ogni caraUerizzazione 111utualislica [... ]e a riconclurle su un terreno dcvozion<ilc, anche se in funzione pressoché csclusiv<i clcll'organizzaLionc di talune lradi7,ionali processioni. Alla fonnazìone crisliana, secondo nuovi oric11tan1enti, si dedicarono con n1aggiore successo le nuove associJzioni di Azione Ca1tolica, le

quali tuuavia non raggiunsero quell'estensione e quel radicarnenlo sociale che erano slali propri delle conlì«,Hernite. L'incrcn1enlo cli queste associa7,ioni contribuì, in prosieguo di tcn1po, ad alìcnnre ancor pili J'anin10 dcl clero dalle confraternite che conlinuarono il loro

declino)>~-".

Negli anni seguenti la seconda guerra n1ondiale la risposta pastorale fìJ incentrata soprattutto sulla difesa e sulla preservazione della fede. Int~1tti, i! Secondo Concilio Plenario Siculo dcl 1952 non propose riforme strutturali o

un progetto pastorale, nia si dedicò all'invito a preservare la fede dagli errori n1odcrni, con particolare rifcrin1ento al con1unisn10 ateo, considerato /'espressione ideologica pili pericolosa per la fede e per la Chiesa. In questo clin1a il rilancio dell'iniziativa religiosa e disciplinare fu aftìdato, già negli anni dopo la guerra, alle 111issioni popolari dirette dai Paolini e agli appelli al grande ritorno nella casa dcl Padre ciel n1ovi1nento del gesuita p. L,0111bardi. li successo di queste iniziative portò n una accentuazione di de-

2·' Cfr IVI. PENNJSI. I 11101'i111f'nfi /oica/i i11 Sici/iu. in la Chiesu i11 Sici/io. Do! I 'aticono I al I 'atitt1110 Il, a cur8 di F. Florcs d' Arcais, I, Cnltm1isscttn-Ron1a 1994, 3:15-403. ?-! C. NARO. I.ti Chiesa di Ca/tanissf'ffo fi'(/ lf' d11f' g11f'/'l'f'. J. Ideale sacerdotali! f' prassi JHIS!oralf'. Ro11rn-Calta11issctta 1991. 379-410. 25 lbid, 385. Succcssivamcntc il vescovo J8cono i111posc J"iscrizionc dei rncnibri delle

confrutcrnite all".!\zione Cntto!ica e le soUoposc solto lo stretto controllo dci parroci (cfr ihid. 385-388). con i quali non 111ancarono inornenti di forte tensione (cfì· ibid. 392-396).


La Medìator Dei di Pio Xli e la pietà popolare

487

vozionaliLà 1nariana che nel 1954 ebbe la sua solenne 111anifcstazione ne! congresso n1ariano regionaJcH'.

5. (,"onseguenze s·ugli usi pO/Jo/ari in ,)icilia

I can1bian1cnti in a111bito liturgico dctcnninati negli anni successivi alla 1\1etlialor Dei, con1c abbian10 visto, rurono tutti riguardanti la setti111ana santa, i quali detenninarono da lì a poco ten1po uno sconvo!gi111ento degli usi rituali tradizionali popolari, orn1ai ben strutturati nell'isola. In un lungo processo avviatosi in epoca 111edicva!c, tutte !e celebrazioni eucaristiche coinprese !e vigilie e le veglie, si spostarono al n1attino. Questa prassi fu ratificata e cristallizzata dal Messale J{on1ano di Pio V del 1570, in cui si proibì ogni celebrazione eucaristica dopo Fora di niezzogiorno 27 • Questo stato cli cose detenninò uno spnzio tcn1porale che andnva dnl (f/oria in e:rce!sis Deo delln 111essn in C'oena !Jcnnini del n1ezzogiorno dc! giovedì santo, i~no al CT!oria in exce!si.s· l)eo della veglia pasquale dcl n1czzogior110 del sabato santo. Questo spazio rituale, caratterizzato dal teina della Passione e n1orte del Signore, a partire dal XVII secolo grazie anche ai vari ordini religiosi, si rien1pì di n1anifcstazioni rituali a carattere popolare, in cui si perseguiva una finalità didascalica e catechetica, secondo il linguaggio sen1p!ice delle in1111agini e della 1nin1esi dran1111atizzata degli eventi della Passione. I can1bian1cnti voluti dn Pio XII negli anni '50 in an1bito liturgico, preludio della più co111plessiva rifonna del Vaticano Il, hanno portato ad uno sconvolgi1ncnto dcl rituale popolare della settin1ana santa, che vide ridursi i tc1npi celebrativi: le processioni pon1eridiane del giovedì e venerdì santo furono relegate alla sera, n1entre !a processione dell'incontro del Cristo risorto con !a Madre, che si svolgeva il snbnto 1nczzogiorno dopo la celebrazione della veglia pasquale, rurono spostate alla don1enica di Pasqua. Tali Céltllbia111enti rurono l'avvio cli 1111 processo di trasfonnazione che è in atto ancora

11' F. 1\ !. ST1\l.llL.L:. /, 'cpiscO/Hlfo siciliano, in La (}1iesa ili Si'ci!io, cil .. 193-198. " 7 A/issale Ro111r11111111 cx decreto sacrosancti conci/ii 7ì'i<le11ti11i restitut11111 /-,', JJii 1· pontifìci muximi juss11 edit11111 a/ioru111 po11tijìc11111 cura recognit11111 a Pio .\· re.for111at11111 et Bc11edicti Xl' ouctoritute v11/gat11111, Torino 1936, Rubr. gcn. 1

15.


488

Angelo Plurnari

II can1bian1ento ebbe particolare rilevanza per i te1ni celebrati il giovedì santo. Prima del 1956 tutto il giorno del giovcdi era dedicato all'adorazione eucaristica che si concludeva il venerdì n1attina con l'azione liturgica e la con1unione del celebrante. Una volta spostate le celebrazioni al po111eriggio, l'adorazione si è protraeva in 1nolti casi a quasi tutta la giornata del venerdì, prassi che si pose in contrasto con la natura del giorno della passione del Signore. L'Ordo Hebdomadae Sanctae instauratus del 1956 affern1a: JJrolrahencla salte1J1 usque Clll 111echa1JJ nocte111, ciò lascia intendere che si poteva riprendere la 111aHina del venerdì. Sarà il futuro Messale di Paolo VI che, non solo c!i111inerà l'avverbio salte111, n1a addirittura scoraggerà !'adorazione il venerdì santo, pur senza victarJan. In riforimento al "Sepolcro", nell'istruzione del 1956, nella liturgia dcl giovedì santo scon1 parve ogni riferin1enio, coni preso P uso de I ca Iice, 1nentre rimase l'uso delle ostie collocate in una pisside da porre poi all'altare della Reposizione. I! teina eucaristico nel 111odello rituale ri1nase unico, assoluto e chiaro, anche se "nel linguaggio con1une e cli 111o!ti 111inistri e della gran parte elci fedeli si continua a parlare dcl cosiddetto Sepolcro e, forse, a credere che all'inizio ciel triduo Pasquale Paltare della reposizione, in qualche 1nodo, deve avere a che fare con il sepolcro cli Cristo" 2'>. Infatti, nella coscienza .popolare, si continua ad identificare, ancora oggi, l'altare provvisorio con il sepolcro del Signore, con una dissolvenza di significati tra l'adorazione della "presenza reale/ostia" conservata nel '"tabernacolo/custodia", e de! "corpo/ostia" del Signore conservato nel "tabernacolo/sepolcro" percepito, spesso, alla stessa stregua dei "si111ulacri". Non a caso, in riferin1ento a questi u!ti111i, trovia1110 il giovedì sera e il venerdì 1nattina, [a visita a[ SS. Sacramento e alle statue del Cristo morto e dell'Addolorata, poste sullo stesso piano. Per quanto concerne, invece, il tenia della Passione, sono ancora diffusi i n1on1enti rituali popolari in cui si evidenzia un nion1ento della passione di Cristo o della sofferenza dell'Addolorata, anche se, in seguito alla riforma di questi anni, non dovrebbe esserci più spazio il giovedì sera per questi due te-

1s L SCICOLONE, La 111emorio de/I 'istit11::ione del! 'h,'11coristi11. in La celebrazione del l'rid110 Pasq110/i:. A11a11111esis e 111i111esi.s·. A1ti dcl Il! convegno interna7ionnlc cli Liturgia del Pontificio Istituto Liturgico.a cura di I Scicolone. Roinn 1990. 63-65. 10 S. !Vlt\CìCìlANl.~i?e/1~r;iosità popolare. Il se;Jo/cro: 111oda!ità e interpreta::ioni. i11 Liturgia e odatta111ento. /)i111e11sioni c11/t11rali e teologico-pastora/i. Atti c!elln XVII! settin1a1w cli Studio c!cll'1\PL, 27 agoslo - I settembre 1989, Roma 1990, 209.


La Mediator Dei di Pio Xl! e la pietà popolare

489

mi. Di fatto, però, ci si trova di fronte ad una prassi liturgico-pastorale confusa che risulta essere an1bigua e contraddittoria, che non ha trovato soluzione neanche con la riforma del Vaticano li e che, quindi, permane tuttora. Questo stato di cose ha po1iato in alcuni casi ad un atteggiamento accondiscendente in cui si è pern1csso di continuare a svolgere regolanncntc

questi riti tradizionali, per cui ci si trova in situazioni di vera e propria incongruenza e contraddizione nella con1plessiva "gran1111atica" si1nbo!ica, sia liturgica che popolare, dcl programma rituale di questo giorno. In altri casi si

è cercato di rin1ediare spostando tali riti in altri giorni; oppure, lì dove si è riusciti, si sono drastican1ente eli1ninati i riti popolari, con grave danno e offesa alla coscienza popolare, che si è sentita espropriata e usurpata di qualcosa che gli appartiene, il cui sterile risultato è stato solo quello di allontanare definitivamente paiie dcl popolo dai riti. In definitiva quello che en1erge in Sicilia in seguito alla ritOnna avviata nel 1956, per il giovedì santo sera e il venerdì 111attina, è stato e continua ad essere un grande disagio e confusione nel rapporto tra ritualità liturgica e ritualità popolare·' 1).

-' 11 A. PLUMARL /,e e,\pressioni di rel(e;iositò popolare della Setti111a1u1 Santa in Sicilia. Tesi di Dottoralo in Sacra Liturgia, Pontificio Istituto Liturgico, Rcl!na 1996.


Synaxis XVI/2 ( 1998) 491-513

LA SETTIMANA SANTA TRA LITURGIA E PIETÀ POPOLARE: PER UNA INTEGRAZIONE

COSIMO SCORDATO

Introduzione La religiosità/pietà popolare negli ultimi decenni si è trovata esposta a due atteggiamenti tra di loro opposti: da un lato, la critica di chi laicamente ne ha ridotto il senso, riportandola sul terreno dei gesti u111ani, incapaci di dare risposta adeguata ai problemi della vita e della morte; dall'altro lato, la critica di chi, soprattutto nel fervore della teologia della secolarizzazione,

considerandola espressione eccessiva rispetto al dato essenziale della fede, l'ha relegata ncll'an1bito del superfluo. Per i prin1i essa dice poco e non raggiunge il mondo della vita se non camuffandolo; per gli altri dice troppo, andando oltre la riservatezza e la con1postezza che si addice al 111istero. In a111bcdue i casi la pietà popolare non viene riconosciuta ed intesa in eh) che csprin1e e nel 1nolio con cui co1nunica, quanto piuttosto Lliversc1111en/e (per difetto o per eccesso) dalla intenzionalità religiosa di chi la vive. Tentando una riflessione teologica sappiamo di doverla differenziare rispetto ad altri approcci i quali, partendo da una lettura feno1nenologica (priino dato di doverosa osservazione) riconducono le sue espressioni o alla stringatezza insuperabile di una struttura risolventesi nelle sue co111ponenti culturali, sociali, econo1niche (indirizzo strutturalista) 1; oppure alla sua prio-

·Docente di Teologia sacran1en1aria nella Facoltà Teologica di Sicilia. 1 Per questa prin1a posizione va ricordato soprattullo C. Levy-Slrauss e l'oricnla111enlo che dn lui ha trallo ispirazione; cfr G. BOF, S1n1ff11ra!is1110 e i111erpre1az.io11c della Bibbia, in Fi!osqjiu dello religione. Storia e prob/e111i, a cura di P. Grassi, Brescia 1988, 299-328: 316326. «Una attenici lctturn dello strutlura!is1110 Ji Lévi-Strauss potrebbe però convincerci che In prospettiva cpisten1ologica nella quale esso n1uove coniporta una rigorosa deli111itazione delle sue assunzioni sul piano della 1netodologia.. Unn rete, per quanto vasta e ritta, di condi?;ionan1enti, la tran1n delle leggi che regolano la nostn1 attivil~l sirnbolica e che rivela una coerente rcgohiritù, ove, in prin1a istnnza. sen1bravano 111oslrarsi pura spontaneilf1 e cren!ivilà, non signiricano ancora l'a111n1llnn1ento della libera rcsponsabililù dell'uon10, per il quale i conclizionn1ne11li possono rappresentare l'offerta di possibilità, finite n1a nulentiche»; ihid.. 326; né lutto può rinchiudersi nel rinvio Lra rapporti intcrpersonnli o intracos111ici, senzn che si dia lo spa7,io per un senso ul!eriore e per una autentica espericn?;a di trascendenza.


492

Cosimo Scordato

ritaria valenza socio-politica, tentativo parziale, provvisorio (e quindi superabile) di una risposta che non attinge alla radice profonda dei problemi (indirizzo sociopolitico) 2 ; o a sopravvivenza di riti arcaiCi (indirizzo storicoantropologico) 3 . Senza negare la presenza di simili intrecci, spesso difficili da districare nelle diverse forme di religiosità popolare, resta aperta la duplice don1anda sul piano n1etodologico, circa la legitti111ità di una i1npostazione che per principio prescinde dalla intenzionalità comunicativa dei soggetti interessati ed offre una lettura che spesso si risolve circolarmente e tautologicamente nelle stesse premesse o nei presupposti da cui prende il via; e sul piano dei contenuti, circa la scelta pregiudiziale di on1ologazionc co1nparativistica, che spesso si preclude la possibilità di cogliere lo specifico delle di-

verse fanne di religiosità osservate. Il presente intervento ~. pur posto alrinterno di nna riflessione critica che non distoglie lo sguardo anche dagli eventuali scantonainenti incotnbenti

2

La lellura grainsciana aveva tentalo cli recuperare l'in1portanza della religiositì1 popolare con1c espressione privilegiata dcl conflitto tra classi subalterne ed cge1noni, richia1nando anche l'attenzione sulla frattura Lra Chiesa e classi popolari; cssn è slata detenninante nc!ln ricerca ulteriore in ca1npo italiano. Per un prin10 arproccio, cfr F. !VlARTON, IL1 ricerca sullo religiosità popolare oggi in /1alia, in Religiosità popolare e co111111il10 di liberoz.io11e, convegno teologico-pastorale su la «religiositù popolare» tenutosi a! CEJAL (Verona, S. l\1assirno) con la partecipazione cli teologi latino-nn1ericani e teologi delle tre Venezie. l l-13 maggio 1978, a cura cli L. Sartori, Bologna 1978, 15-47; per approfondin1cnti, cfr T. J,/\ ROCCA, Granisci e fa religione, Brescia 1981 (con bibL 155-!60); per una collocazione della riflessione gra111sciann nell'ori7,zonte 1narxista, cfr F.S. TESTA - T. LA ROCCA, Scritti 111rll'Xisti sullo religione, antologio di testi, Brescia J 988, 265-302. ·'Si tralla di un approccio culturale, tipico di alcuni oricnta1nenli n1isli, che tende a n1cllerc tra parentesi il dato attuale della religiosità popolare per evidenziarne le radici profonde che affondano nel passato delle esperienze religiose pagane, che le hanno preceduto. Detto approccio, se sul pinno della ricostruzione storica potrebbe nvcrc una sua plnusibilili1 perché coglie una certa conlinuit~1 tra il presente e la storia religiosa dcl passalo, rischin pcn') di trascurare la co1nprensione dcl presente nelln 1nisura in cui ignora il con1plesso processo di inculturazione (assunzione di fonne precedenti, risignificazione e arricchin1ento cli esse), che ha caratterizzato l'esperienza cristiana. Siaino convinti, peraltro, che In stessa istanza storica nella sua connotazione diacronica (origine e sviluppo lineare delle varie l'orine religiose) e nella sua connotazione sincronica (intreccio delle espressioni religiose col pili an1pio inondo della vita, stratificazioni e allro ancorn) necessita di ben altra <1ltcnzione e a!lrez7,<1lura 1neloclologica, se non vuole scadere in lellurc indifferenzinle e ìn n1cri accost<1n1cnti ideologici. Per un:i pri111a ricostruzione del contesto storico-religioso che ci rigunrcla, cfr Trai/alo di r1111ro1)(Jlogia del sacro, a cura di J. Rics, Il!. Le cii,iltù del Medùcrraneo e il sacro, l\1ilano 1992. 4 Qui riprenc!iarno, con intencli1nenti diversi, una riflessione preccdenlctncntc elabornta; c!'r C. SCORDATO, l.i:1 celebrazione del triduo lro anriinncsis e 1nfn1esis, in FAC:OLTA TEOLOGICA DI SICILIA, La Set1ù11a11a sonta: liturgia e pictù popolare, J\tti ciel IV convegno liturgico-pastorale, P;1lcn110 15-17 1nnrzo 1995, Palenno 1995, 77-110.


Lo settilnana santa tra Uturgia e pietà popolare

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su alcune espressi on i ciel la religiosità popolare (non esclusi gli atteggiamenti talvolta alienati e ce11e connotazioni 111agiche), punta ad una assunzione che riconosce al soggetto popolare ed al suo linguaggio la dignità di una esperienza capace di esprimere la fede e quindi di interpellare la riflessione critica della teologia, sollecitandola all'assunzione di altre prospettive e categorie; ciò in linea non soltanto con i tentativi di recupero già en1ersi da anni in convegni di studio 5 o in nuovi orientan1enti di ricerca('; n1a anche con i recenti interventi inagisteriali che a pili riprese e con intensità diverse hanno richian1ato l'attenzione sulla in1po11anza della religiosità popolarc 7 •

5 Tra i convegni, cfr Foi pop11faire. Foi savante, Actes du v" colloque clu Ccntrc d'étucles d'histoire dcs rcligions populaires tenu au Collège don1inicain dc théologie (Ottawa), éd. J.M. Tillard, Paris 1976; Religiosità popof(lre, cil.; La re/igion popu/airc, coiloqucs internationaux du CNns, 576, Paris !979; Liturgia e religiositrì popolare. Propos/o di anali5i e orie11to111e11ti, Alti della VI! setti111an<1 cli studio della Associazione Professori di Liturgin, Bologna 1979; Ricerche sulla reli!c:iositrì popolare nella hibhi(/, nella liturgia, ne/fu pastor({le, Alli del sin1posio 1enuto dall'Istituto di Liturgi<l P8storale del!' Abba7,ia di S. Giustina in Padovn nel corso dell'anno accnclen1ico !977-!978, l3o!ogn<1 1979; U1 ce/ebrrrz.ione del triduo pasquale. Ana11111esis e 111i111esis, Alti dcl lii congresso internazionale di Liturgi<1, Pontiricio Istituto Liturgico, Ro111a 9-13 maggio 1988, a cura di I. Scicolone, Ron1a !990, 13-5'-l. Tra i nu1neri n1onografici di alcune rivisle, cfr Re/igio11 populaire et rtff'onne- lit11rgiq11c, in La k/({iso11-!Jie11 122 ( l 975); Re/igiosidad populor, in Phase 80 ( 1975); Devoz.ioni e liturgia, in Riiiista Liturgica 63/2 ( 1976); Liturgie .fiir das \lofk und!oder aus de111 \lo/k ?, in Lit11rgisches .lahrhuch 27/l ( 1977); Liturgia e religiosità popolare, in \lito 111011astica J 32 ( 1978) 3-148. 157-162; Fonne della pietà popolo re, in Ril,ista di j)as/orale liturgica I 03 ( 1980); Liturgischc Spirituolitiit 1111d \lolks/ì·iJ111111igkeit, in !Ieiliger f)ienst 401! (1986); Religiosit<ì popolare, in Co11f:ìliu111 4 ( 1986). Per un avvio bibliografico sulla rcligiosilh popolare, cfr J. DuQUESNE, Un debot oct11cl ,,La religion po/)!doire», in La N!aison-!Jieu, cit., 7-19; D. SARTOnE, Pa11oro111ica critico del dibattito ott11alc sulla re!igiositrì popolare, in Liturgi(/ e religiosità popolare, cit., 17-50; F.G.B. T!{OLESE, Co11trib1110 per 1111a bibliogrqfia sufi(/ religiosità popolare, in Ricerche sulla religiosità popolare, cii., 273-325 (segnala 528 titoli); P. ZOVATTO, Religiosità popolare e Concilio \lotic(1110 !/, in Ripensare il Concilio, Casale Monferrato 1986, ! 65-178; A.N. TERfUN, /\1110\'/· tcntotii•i difo11daz.io11e della liturgia pastora/e i11 rapporto alle scienze U/11(//ll', Brescia 1988; D. Si\l{TORE, Le 111a11(/èstazio11i della religiosità popo/ore, in A11a11111esis: 1 socra111e11toli e le hc11edizio11i, (ìcnova 1989, 229-247; per un aggiornan1enlo periodico, B./VI. BosATRA, Recenti n1isce/la11ee sullo religiositrì popolare J, in La .5c110/a Cattolica 110 (1982) 65-84; //, 3110-323; ///,451-472; IV, lii (1983) 450-475; V, 113 (1985) 546-574; \!/, 115 (1987) 48-83; VII, 117 (1989) 487-525; VIII, 120 (1992) 613-650. (, Ci ri ICrian10 sopr<1t1utto n quegli orientan1enti che, sulla scia delle ricerche cli G. Le Hrns, puntano a recuperare l'intrecciarsi delle espressioni della relìgiosilù popolare con la vita quotidiana, restituendo un'in11nagine pili articolata della con111ni!à ecclesiale; cfr D. HERVIEU-LOGEI{, "Scristia11izzaz.io11e", q'j'on11e religiose e religione JJOpolare, in D. HERVlFULOGEH. con !a coli. cli F. CHJ\fv!PION, Verso 1111 nuovo cristionesù110? !11trod11zio11c alla sociologio del cristia11esii110 occidentale, Brescia ! 989, 95-l 26. 7 Per quanto vnnno riconosciute sensibilitù cd accentuazioni diverse tn1 gli interventi


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Cosimo Scordato

La scelta della ,settimana santa facilita il nostro compilo in quanto la celebrazione del triduo è paradigmatica per ogni altra celebrazione cnst1ana. infatti, in analogia col kerygma apostolico da cui ha preso il via la produzione neotestamentaria, dalla celebrazione della pasqua del Signore si è sviluppata la celebrazione della con1unità cristiana, !'organizzazione dell'anno liturgico e l'espressività più generale della religiosità cristiana.

I. La settùnana santo: verso un recupero globale Nel corso dci secoli la celebrazione della sctti1nana santa si è caratterizzata per una sotia di percorso parallelo tra le espressioni ufficiali della liturgia e quelle non ufficiali della religiosità popolare; in verità, non è facile la cleinarcazione tra !a liturgia ufficiale e !e diverse celebrazioni fatte all'esterno della chiesa; d'altra parte, le n1anifestazioni popolari hanno incluso la presenza del clero, spesso con1e loro ispiratore ed aniinatore. li rinnovan1ento della liturgia, che già pri111a del Concilio Vaticano !I aveva prodotto i! nuovo rito della setti111ana santa, non è riuscito però a tutfoggi a ricucire piena1nente questo duplice percorso; nonostante il tentativo di qualifìcare alcuni 1110111enti della religiosità popolare, pern1ane l i1npressionc che si tratta più di una strategia di n1alcelata accondiscendenza o di estrinseco controllo ecclesiastico, anziché di una vera assunzione dei 111otivi essenziali, che invece continuano a cercare un loro spazio di cittadinanza ecclesiale. Non possian10 nasconderci che l'attuale liturgia, nonostante la bellezza dei suoi 1110111enti più espressivi, ha privilegiato un linguaggio più rivolto ad 1

dei diversi episcopati, è cornune la considerazione del vnlore positivo, che va ;:1cco1npag:nato da un lavoro di purificazione; per gli interventi clell'episcopnlo dcl sud d'Italia, cfr A. SORRENTINO, U1 nostra religiosità (Lettera pastorale alla diocesi di Potenza ciel gennnio 1969), in li Regno 14 (1969) 110-113; EPISCOPATO SICILIANO, Le feste cristiane (Lc1lcra 11'1s!·onilc dcl 9 aprile 1972): Lei/ere Pastorali 1972-1973, Verona 1975, 907-912; EPISCOPATO CAMPANO, li culto popofore e fa con11111i1à cristiana (Lellera pastorale del 1974), in //Regno 19 (!974) 121-123; EPISCOPATO PUGLIESE, Elù11i11are gli abusi d(l//e feste religiose (Lettera pastorale dcl 3 aprile 1979), in!{ Regno 24 (!979) 350-351; CEJ, Chiesa italiana e Mez::.ogiorno ( 1989). Tra gli episcopati stranieri, un grande contributo è venuto soprallutto cla!J'episcorato sudan1ericnno; cfr sopratturto CEl.A1vl, Chiesa e religiosità popolare i11 A111erica Latina, Bogotà 1976, il già citato Religiosità popolare e ca111111i110 di libera::.ione, (con bibl. 431-453), oltre che la recente messa a punto di D. IRARRAZA VAL, Religione JJO/Hdare in I. ELLACURÌA - J. SOBRINO, A1ysteri11111 Liberationis. I co11celli fònda111e111ali della teologia della liherazione, Ro1na 1992, 802-826.


f_,a settin1ana santa tra liturgia e pietà popolare

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una conte1nplazione "distaccata" anziché al coinvolgin1ento degli affetti. Ci rendiamo conto che il discorso si fa delicato; infatti, il coinvolgimento degli affetti non può essere pensato al di fuori dell'avvenimento celebrativo o al di fuori dell'unità della persona e della comunità celebrante; in questo senso ce n'è abbastanza perché anche la celebrazione quotidiana della messa possa 111uoverc a con1n1ozione spirituale di fronte alla 111en1oria dcl sacrificio di Cristo c alla sua presenza vivificante nello Spirito. La soluzione, allora, non può essere cercata in direzione degli aspetti en1otivi, con1e continua ad avvenire equivocan1ente in alcuni gruppi religiosi o fonne di partecipazione. L/incontro liturgico di Dio con la cornunità credente coinvolge di per sé tutto l'essere un1ano (111ente, cuore, sensi) e, debitan1ente preparato secondo le 111odalità dell'accoglienza u111ana, non può che con1portare una trasfonnazione radicale ed una ricchezza di en1ozioni. Si tratta di integrare la forn1a oggettiva della salvezza, cotne è stata recepita e 111aturata dalla con1unità credente fin dalla scaturigine dall)cvento pasquale e pentecostale, con le espressioni cangianti della ricettività u111ana, condizionate incvitabihnente dalla storia e dal rischio di sbilancia111enti, n1a non per questo da considerare 1narginali se sono prolunga111ento ed esplicitazione di quell'unico evento salvifico. l_,a n1essa a tenia di questo intreccio non è sc111plice; ci lin1itian10 a riprendere due percorsi individuati dalla riflessione teologica contcn1poranea; il prirno, sulla linea della categoria tradizionale del "sacran1entale", crea le pren1esse per recuperare il senso di quel conlinuun1 che acco111pagna la vita sacran1entale della Chiesa, in quanto sporgente dallo stesso 1nistero salvifico; il secondo, sulla linea di un rinnovato rapporto tra liturgia e religiosità popolare, ne ricerca la radicazione profonda nella duplice esigenza della ripresentazione e della rappresentazione. Restian10 convinti che si tratta di tentativi che nieritano ulteriori approfondin1cnti.

. I. Tra sacra111cnto e sacran1entale La teologia ha denon1inato sacran1entali tutte quelle espressioni religiose che, non riconducibili alla volontà istitutiva del Signore, scaturiscono però dalla assi111ilazione con1unitaria e personale del suo niistero, segnando in rnaniera profonda la sensibilità e Pin1111aginario. Più precisa111ente, «sono segni sacri per 111ezzo dei quali, con una certa i1nitazione dei sacra111cnti, ven-


Cosirno Scorllato

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gono significati degli effetti spirituali, ottenuti per impetrazione della chiesa ... Di conseguenza la liturgia dei sacran1enti e dei sacra1nentali ha con1e effetto che ai fedeli ben disposti sia dato di santificare quasi ogni evento della vita per mezzo della grazia divina, che fluisce dal mistero pasquale della passione, 111orte e risurrezione di Cristo, da cui tutti i sacran1cnti e sacrainentali derivano la loro efficacia» (SC 60-6 I). L'appello al sacra111entale ci interessa per i nessi intrinseci con la celebrazione del sacran1cnto; è interessante che recente111entc ci si sia 111ossi in questa direzione, tentando una interpretazione teologica ciel possibile rapporto tra sacran1entali e religiosità popolarc 8• In verità vengono proposti e sono possibili diversi percorsi. C'è, infine, chi insiste, dalla prospettiva ecclcsiologica, sul dovere cli riconoscere il soggeHo ecclesiale in tutta la sua interezza,

superando la concezione passata di una ''Chiesa per il popolo" in vista di una "Chiesa del popolo" (.J. B. Me!z). C'è chi insiste sulla riscoperta del sensus

.fìcle!iu111, evidenziando il suo radicarsi in quel n1argine vissuto, in quello spazio di verità che nasce dalla parola ricevuta e da ciò che essa diviene, per la potenza dello Spirito, per il credente che vi si in1pegna a confonnarvisi (J. M. Tillard). C'è, infine, chi insiste sul riconoscimento ufficiale da parte dcl

Concilio delle diverse for111e dcl culto cristiano; la vita spirituale, inratti, non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia, n1a si realizza anche attraverso altre fonne cli pietà, nei confronti delle quali vengono offerte indicazioni di orientamento (SC 12-13). Si tratta di tentativi preziosi per fondare una valutazione positiva della religiosità popolare negli aspetti più apprezzabili, non senza l'invito ad un discernin1ento che faccia i conti con possibili rischi e aspetti negativi.

l .2. Tra ana111nesis e 111;,nesis Forzando un po' i tennini e riconducendo l'anan111esis alla sua accezione biblica di zikkaron-111e111oria, cioè re-praesentatio dove l'unico evento salvifico si rende presente nella forma dell'annunzio credente e celebrante; e la 111hnesis alla sua caratterizzazione principale di ra1J-11raese111atio (111a stian10 forzando il tennine latino), dove la gestualità u111ana viene piegata in direzione dell'evento, riconoscian10 che non c'è opposizione tra l'una e

x Cfr D. SARTORE, Le 111a11(festazù)l1i, cit., 234-238.


[,a settilnana santa tra liturgia e 11ietà popolare

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l'altra; anzi, se nel prin10 caso viene riconosciuta la priorità dell'azione divina, la quale fa irro111perc l'evento salvifico in tutta la sua tòrza trasforn1antc, secondo la forma voluta da Dio stesso ed accolta dalla Chiesa nell'annunzio della parola e nel gesto si1nbolico; nel secondo caso, viene posto un gesto un1ano da parte della co1nunità in quanto, attraverso le risorse rappresentative dcl linguaggio u1nano (verbale e non verbale), si n1anifesta l'intenzionalità verso l'evento originario, in una sorta cli conteinporancità evocativa di csso9. Una prospettiva interessante, in questo contesto, s1 può aprire partendo e/all'approccio teodrammatico di von Balthasar. «Se si dà qualcosa che si chirnna leodran1111atica.. e se essa central1nenle è l'incarnazione di Dio, il suo iinpegno per il n1ondo, si devono o si possono drn"C allora for111e dra1nn1atiche per una sua rappresentazione, per quanto esse possano essere indire!te, rischiose, precarie e an1bigue..

La s<1cra rappresentazione, svi-

luppatasi nel n1cdioevo per articolazione della liturgia, è anzitullo conte111pl;:iLionc che guarda e rivive la sloria della salvezza nei n1ocli in cui essa è afferrabile dai lesti della incssa, poi da con1plcssi liturgici an1plil'ica!i (ciclo di Natale e di Pasqu<1), poi dalla Bibbia inlera e da episodi che prolungano la storia della salvezza (soprallullo vite di santi). Un sin1ilc conten1plare di cose poste davanti agli occhi ha pere/Tetto di i111prin1ere ciò che ha di slupcfr1cc11le e di paradossale i! fallo che si è davvero verificata questa irripelibile storia, cli clrastican1cntc con1unicare ciù che f(ierkcgaard ha chian1alo la "conten1poraneitù" [ .. . ]. ln aggiunta a queste due esperienze- "È proprio vero" e "Io ci sono e c'entro" - l'elen1cnto teatrale ridà valore anche n un altro n10111cnlo forse più segreto; l'idea che qui si rappresenti qualcosa per n1e ridesta un'idea pili profonda: tutta questa vicenda è "per

~ne",

è

avvenuta per n1e e n1i in1pcgna in tal inodo all'estren10» 111 •

Se questa dra1111natica della salvezza conte111plata costituisce il pruno 1non1ento del dran11na cristiano, ad essa vanno aggiunte le altre caratterizzazioni: la jJOs(fìgurazione che nasce dalle in1plicazionì inesauribili del dran1111a di Cristo, l'en1ergenza del cristiano co1ne partner libero e la centralitù cucari-

9 Per <iltri orie11Lan1cnti su questa ten1alica, cfr !lnche C. VALENZIANO, «klil11csis Ano111nesis» spa:)o-te111porule per il triduo pasquale, in LL1 ce/ebra:.ione del triduo posquole, cii 13-54. 10 J-I. URS VON B1\LTJJASAR, Teodranunatica /, Milano 1980, 106-107, passi111.


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Cosùno Scordato

stìca, dalla quale si dipartono le varie rappresentazioni e gli stessi au/os so-

crc11nentales spagnoli

11 •

In questo orizzonte teodra1n1natico anche la riflessione sulla 1J1ilnesis acquista un valore decisivo se spostia1no il punto di osservazione; infatti, qualsiasi tentativo dcll'uon10 di rappresentare Dio, per quanto possa avere un senso sempre limitato e superabile, si regge sul fatto che Dio si è presentato all'uo1110 pcrsonaln1ente, prendendo forn1a di uo1110 e accettando la totale so111iglianza all'uon10 fino alla 111orte, eccetto il peccato. L'incarnazione è il gesto suprcn10 della 1nhnesis di Dio, che raggiunge il livello insuperabile della identificazione di Dio con la sua creatura, secondo le tnodalità della unione ipostatica e quindi secondo le più alte tnodalità pensabili. È Dio che, irnitando !'uon10, anzi ponendo a rischio !a sua vita nella stessa condizione un1ana e celebrando in essa i dina1nisn1i della sua stessa vita intradivina, ha reso possibile la sua stessa rappresentabilità, per quanto nella forn1a poco allettante, eppure risplendente di gloria divina, dcl servo sofferente. Se è così, allora va ripensato il rapporto anan1nesis-1nilnes;s, in direzione della CJJic!esis. Infatti se l'a11c11nnesis raccoglie e custodisce nella vitn de! Padre tutti gli avveni1nenti salvifici dall'inizio della creazione fino alla pienezza dei te1npi e ne rende possibile la nictnoria nelle diverse fonne della celebrazione; se la 111ilnesis è il n10111ento culn1inante della accondiscendenza divina dcl Figlio verso la condizione un1ana, l)eJJic!esis dello Spirito tiene unita la storia di Dio con l'uo1110 e rende possibile l'apertura della 111e111oria dell'uon10 all)a11c11nnesis divina) e orienta gli spazi della 1nilnesis clell'uo1110 alla loro realizzazione cristocentrica e cristologica. Da qui diventa possibile quel percorso che, dalla forma pili alta della celebrazione sacran1enta!e, che nella essenzialità si1nbolica dà spazio all'irruzione dell'evento salvifìco, alla fOnna esistenziale cd esistentiva della prassi utnana, che si lascia nonnare dra1nn1atica1nente e gioiosatnente dalla logica dclrcvento pasquale; dalla narrazione-procla1nazionc della passione e risurrezione del Signore, che viene rivissuta nel qui ed ora del keryg1na evangelico, all'espressione dran1n1aturgica che nella in11nagine visiva, tenta di rappresentare ciò che è avvenuto una volta per sen1pre, per renderne cn1otiva-

11 «il n1istero eucaristico è centro in quanto conclusione genernle che ri::1ssun1e ogni cosa; in senso ten1pornle e concreto slanno in prima fila i rapporti intessuti dalla natura, dal destino. dagli elen1cnti cosinici e storici, essi hanno un'autono1nln 1na soltanto co1ne in sospensione, perché sono stati pensnti e creali rin dnl principio in vista del n1istcro di cui si lrntta» (ibid., 110).


La setthnana santa tra liturgia e

ph~trì

popolare

499

1ncnte la conten1poraneità, coniugando l'intrecciarsi della vita di Dio con la vita dell'uon10, in un unico teodra1n1na in cui la libertà assoluta dcl dono pieno di Dio viene incontro alla libertà finita e zoppicante della condizione u1nana. È chiaro che tutto questo ha plausibilità teologica solo a partire dal riconosci1nento della iniziativa divina nei contì·onti dell'uo1no e dalla volontà espressa di Dio che istituisce i gesti fondan1entali della sua autoco111unicazione ed autodonazione sacra1ncntalc. Se l'esistenza un1ana è già un essere-gettato lì, esposta alla n1ortc, eppure sostenuta dai diversi 11101nenti e dalle varie esperienze di autotrascendi1nento e di trascendenza, l'uno e l'altro aspetto invocanti la coni-passione e [a con-resurrezione di Dio con l'uon10, che cosa può restare estraneo all'ananu1esis di quel definitivo e totale avvicinarsi di Dio nel Figlio incarnato e nello Spirito donato, che dalla n1hnesis supren1a della incarnazione e della passione vuole condurre l'uo1no alla n1ilnesis della sua risurrezione e della trasfigurazione pentecostale? I n1istcri pagani, pur nella vaghezza e nella opacità dci loro riti, avevano evocato e preludevano a questo incontro, seppure intuito in un rapporto cos111ico e initico col divino. In questo contesto vanno superate alcune preco1nprcnsioni dell'approccio socioculturale alla pietà della setti111ann santa. Se un attcggian1ento con1parativistico tende a ricondurre le esprcssion i della religiosità popolare a son1iglianze con altre espressioni religiose, tutte unite dalla stessa scansione dci cicli della natura; o a residuo o sopravvivenza di culture arcaiche, l'una e l'altra posizione peccano per difetto; infatti i! n1ondo della natura può essere assunto da parte dcll\101110 con1c luogo dclln interpretazione del dran1n1a della sua vita toul courl; cd ancora di pili, per il credente il 111ondo della natura è creazione posta da Dio con1e scenario in cui la sua libertà infinita si incontra col dra111111a della libertà finita della crcnturn. Da questa prospettiva un filo unico unisce - pur nelln essenzinlc differenza delle realizzazioni e non senza il rischio degli equivoci sopra paventati - la 1nessa, atto sacran1entale che ricapitola il dono di Cristo per 111ano della Chiesa, la 111essa-in-011era dei gesti della esistenza cristiana sollecitata dalla grazia di Dio, la 1nessa-in-scena della teodran1111atica, incontro di Dio col dra111111a de!l'uon10. Fern1a restando l'identità della celebrazione liturgica, soprattutto nei suoi 1110111enti cuhninanti delle celebrazioni sacran1entali e dell'anno liturgico, essa non esclude la relazione tra l'anan1nesi attualizzante del niistero salvifico nella potenza della epiclesi dello Spirito, e l'accoglienza molteplice da


500

Cosin10 Scordoto

credente la quale, segnata prin1aria111ente parte della comunità dall'atteggiamento di fede e di abbandono al 1nistero, non finirà di evocarlo ed espri111erlo - in risposta - attraverso le 1nolteplici risorse del linguaggio u111ano. D'altra parte, da dove nasce l'anno liturgico con le 1noltc espressioni della sua scansione se non dal desiderio di ritn1are il te111po e segnare lo spazio con le infinite esplicitazioni di quel riferi1nento all'evento salvifico? In particolare, è proprio dal desiderio di collegarsi ai "luoghi e tcn1pi santi" della mo1te e risurrezione del Signore che va prendendo corpo la liturgia della settiinana santa, così co111e ci viene attestata dalle pri111e testin1onianze relative alla con1unità di Gerusalen1111e. Ciò che può accorciare le distanze è l'unico Spirito di Cristo il quale, nell'epiclesi sacran1entale 111ette in con1unionc con ['evento nel suo advenire incontro alla con1unità, 111entre nell'atto dra1111natico, riproducendo o evocando l'originale, ne ispira !a partecipazione coinvolgente ed etnotiva. Ma, appunto perché è lo Spirito cli C'r;sro non può che ricondurre all'oggetti-

vità d ciò che è avvenuto in lui per se111pre e che rappresenta il criterio cli c\isccrnin1ento cli ogni pensiero e gesto u1nano. Se l'epiclesi conviene solo all'Eucaristia cd in qualche n1odo a tutti i sacran1enti, è perché il nonnativo riferitncnto ad essi è fontale e di ritorno; ciò a prevenire o a correggere qualsiasi fuga o fraintcndin1cnto, rispetto all'unicità ed alla centralità del niistero rispetto a qualsiasi altro gesto. I due itinerari appena accennati sono una esen1plilìcazione dei tanti possibili percorsi interpretativi e, a loro volta, andrebbero esplicitati 111eglio in riferin1ento alle diverse 111anifestazioni della religiosità popolare; non possìan10, infatti, 111eltere sullo stesso piano espressioni della settin1ana santa con espressioni di altre feste popolari e, a loro volta, non tutte possono van-

tare la riconducibilità alle qualificazioni preeedenlemenle offerte. Per il nion1ento, può bastare avere tentato una iniziale 111essa a punto

della problematica e di alcune prospettive.

1.3. Pietà popolare e liturgia: il modello dell'integrazione Nel rapporto tra religiosità popolare e liturgia, non tutto risulta prcgiudizialn1cntc chiaro; infatti, seppure col beneficio dell'inventario, qualche autore fa opportunan1ente osservare che si può dnrc unn diversa tipologia: può esistere un popolare connaturale alla liturgia) un popolare con1raddi1to-


f_,a setthnana santa tra liturght e pietà JJOJJO/are

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rio alla liturgia ed un popolare parallelo alla liturgia". Ciò non toglie che, fatto il dovuto discerni111ento, l'orienta1ncnto prevalente sia quello di accogliere nella liturgia le ista1)ze della religiosità popolare; in particolare, si auspicano una liturgia 1neno clericalizzata, una 1naggiore possibilità di partecipazione popolare, un linguaggio pili adatto alla con1unicazione concreta, un rapporto più autentico della liturgia con la vita. Dall'altro lato, viene sollecitato un ripensan1ento delle fonne tradizionali soprattutto in direzione di una 111aggiore loro ispirazione alla parola di Dio ed al senso ecclesiale e di una loro n1igliore arn1onizzazione con la sacra liturgiau. Il presente contributo, dato il caso particolare osservato ed assunto, punta ad un vero e proprio "111odello di integrazione" tra la celebrazione liturgica della setti111ana santa e la religiosità popolare. L'esperienza della quale ci accingian10 a rendere conto non ha raggiunto ancora, sul piano celebrativo, la sua esecuzione otti1na!c e probabi!inente anche una corrispondente rillessione; sia1110 ancora agli inizi di detta "speri111entazione" la quale, pur con1inciando ad avere un buon grado cli accoglienza da parte della gente, con1porta un lungo ca1nn1ino cli tnaturazione; tanto più che la presente riflessione solo in parte è frutto di dialogo e confronto con lutia la con1unità celebrante; in questo senso ha il lin1ite di altribuire alla gente percezioni che nascono da itinerari più "astratti" e rischiano una certa proiezione teorica; e soprattutto di non avere assunto ancora !a testimonianza diretta e molteplice del soggetto popolare come interlocutore insostituibile, in vista cli un ripensa111ento del percorso celebrativo e di una sua corretta te1natizzazione 1-1.

12 Per !a suddella distinzione, c!'r C. VALENZ!ANO, Li111rgio e un/ropo/ogiu, Bologn11 !997, 46-68: si tratta di una proposta che prende uvvio dal c;_1so dcl culto 1nariano. L 'indica?,ionc, ccnarncnlc oricnluliva, abbisogna di essere verificata in carnpo; nel caso p<l!'ticolare della sclli1nuna santa, in quanto luogo privilegi<ilo delln concentrazione religiosa, è probubi!e che. nnnliLznndo !lilli i n1aleriali che in essa si sono depositali e slrntificnli. si possano riscontr<1rc tutti gli clen1cnti della proposta. Si potrebbe tentnre unn pri111n verificn sul nuHcrinlc offerto cb C. BU<NAl<L":, Lo dr{/!111110ftll'gio dr!llo Scffi111r111r1 sanfu, !Vfilano 1991; per !;1 Sicilia, in parlicolarc, cfr S.B. RANDAZZO, Ln cclebruz.ione dello Se!!ù11r11u1 so11ta in Sicilia. Aspetti socio-111istogogici, in FACOLTÀ Ti:OLOGICA DI SICILIA, Ln Scffilll(I//(/ SO/I{(/, cit., 111129; R. LA DELl'A, f.11 ce/ebrt1z.ione della Scfti111a11a Santa in Sici/io: per 1111r1 i11/{'rpre/t1z.io11{' teologica, ihid., 131-170. 1.1 Cfr D. SARTORE, Le 111(//llfesfoz.ioni, ci!., 244-247. l-l ll difello che frequenlen1cnte viene riconosciuto ad indagini che - per n101ivi cli scientificità - restnno <11 di fuori di ciò che viene osservato e rilcvnto, si insinua anche nella presente riflessione la quale, seppure ha nvuto n10111enti proficui di confronto e di ricerca con buona pane dci confrati, non è ancora riuscila <i n1eltcrc in circuito (e neppure forse con disar-


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Non nascondian10, inoltre, che quanto finora è stato realizzato è frutto più di accondiscendenza e di affettuosa concessione da parte dei confrati, che di consapevole assunzione dell'intero progetto. D'altra parte sia1no ap-

pena agli inizi e si tratta di processi che richiedono non solo ten1pi più lunghi, ina anche Paffina1nento dei rapporti e degli spazi dell'autentica reciproca

COllllllllC3ZIOl1C.

2. La sett;,nana santo: per un 1norlel!o (/i ;,11egrazione 2.1. Una piccola storia L'inizio dell'esperienza risale a tre anni or sono. Sia1no ne[ quartiere popolare cieli' A!bergheria, nel centro storico di Palern10. Il quartiere ha due parrocchie, 111a diverse chiese (rettorie e non), per lo più appartenenti a con1unità religiose, congregazioni o confraternite. Essendo rettore di una di queste chiese (S. Francesco Saverio), negli ultin1i anni ini ero deciso a celebrare il giovedì santo ccl il venerdì santo; 111a, nonostante la nu111erosa partecipazione negli altri n1on1enti dell'anno liturgico, !'afflusso alle due celebrazioni è ri1nasto esiguo. Solo tre anni fa, facendo un giro nelle chiese circostanti, 111i sono reso conto che, non soltanto il 111aggiore 1novin1cnto avveniva intorno ad alcune di queste chiese (specialmcutc la chiesa di S. Isidoro Agricola, che ospita le due congregazioni dci "panificatori" e la congregazione del "venerdì santo"), 111a che c'erano anche delle gravi incongruenze. In particolare, ho notato che per il giovedì santo, nella chiesa di S. Isidoro, l'altare era molto addobbato con i classici "laurcdcli" e soprattutto con bei nianufatti di pane, rappresentanti ten1i eucaristici; stranan1ente, però, non c'era esposizione del sacran1ento. l,,a gente affluiva non11aln1ente e, forse ignara dcl!)asscnza del Santissin10, friccva ugualn1ente le sue devozioni. Avendo chiesto ai confi·ati, 111i risposero che non avevano trovato qualche prete disponibile per !oro. Il venerdì santo, invitato a fare la predica in piazza per l'uscita della Madonna e del Cristo niorto) sono ri1nasto sorpreso per la inarca di persone che rien1piva la piazza e per la grande attesa dell'uscita della processione. Con grande soddisfazione, i confrati n1i riferivano che ogni anno !a piazza si

rnara !eal!à) la co1nplessilà dell'operazione la quale, se vuole essere corretta, tcnninativan1cnlc, deve approdare alla consapevole realizzazione dcl soggetto co1nunilario.


La settirnana santa tra liturgia e pietà popolore

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rrernp1va, trattandosi di un vero e proprio appuntamento cittadino. La predica, con1c 111i spiegarono, doveva avere due 1non1enti: il prin10 preparatorio dell'uscita ciel Cristo morto ed il secondo per l'uscita clell'Aclclolorata; ho fatto del n1io 111eg!io. Va aggiunto che tra i due 1110111enti co111inciava la sfilata dei confì·ati (vestiti a nero) e dci personaggi, tutti in uniforn1e iinpeccabi!e: i soldati romani, i giudei, i cosiddetti "babbuini" (dal volto coperto), le pie donne, la sa1naritana, la Veronica, Pilato ... La processione sarebbe durata parecchie ore (dalle 16,30 alle 24.00) ccl attraversava non solo il quartiere Albergheria, 111a anche strade di quartieri li111itrofi, acco1npagnata da due bande 1nusicali con repertorio appropriato. Quanto detto non è sufficiente se non va aggiunto che i! tutto avviene in genere con una certa con1postezza ed è frutto di niesi di preparazione da parte dei confrati. La preparazione consiste nella pulizia 111eticolosa della chiesa, nella preparazione dei costu111i della processione, negli incontri se111prc più frequenti quanto più si avvicina la setti1nana santa, fino "al te111po pieno" degli ulti1ni giorni; si arriva stanchi al venerdì santo, 1na soddisfi1tti perché a questo giorno si addice il son1n10 della penitenza e della fatica. Mon1ento einozionante (coine diceva1110) l'uscita della due bare e l'inizio della processione, oltre che il rientro a tarda sera con la seconda on1clia; in particolare, l'uscita delle bare richiede il 111assi1110 di attenzione e cli fatica perché, oltre al considerevole peso, c'è la difficoltà cli portare foori i sin1ulacri dalla stretta uscita della chiesa; per realizzare ciò i contì·ati debbono 111uovcrsi con precauzione e con grande sforzo. Ma, la tàtica estenuante fino al dolore diventa soddisfazione nel 1110111ento in cui !e due bare (durante la predica) entrano nella piazza e lì vengono accolte trionfahnente dalla gente. Ebbene, diffìciln1ente ci si può sottrarre all'en1ozionc di questo 1110n1ento che, non a caso, per 111olti confrati con1porta anche una esplosione di lacriine.

Alcune considerazioni L)i fronte a questo stato di cose, alcune considerazioni si i111pongono.

La pri1na considerazione è relativa ai partecipanti: è probabile che la 111aggior parte delle persone che intervengono alla processione non vadano


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in chiesa e consideri con1c celebrazione del giovedì santo e del venerdì santo rispcttivan1ente la visita ai sepolcri e la partecipazione alla processione. La seconda entra nel inerito della celebrazione. En1erge con chiarezza

la fran1111entazione della settin1ana santa; il giovedì santo, curato per lo più

dai confrati panificatori, non sen1bra avere un suo posto in sequenza col venerdì; a sua volta il venerdì santo se1nbra restare chiuso in se stesso, con la vistosa enfatizzazione del Cristo morto e dell'Addolorata, ma non proteso verso il giorno della risurrezione; infine la Pasqua viene demandata alla liturgia ed assorbirà un altro tipo di attenzione e di fedeli.

l_,a terza considerazione è relativa alle cause che hanno favorito questo stato di cose. Detnandando ad altre discipline la ricostruzione di questa storia) ci lin1itia1no a ricordare due fatti che hanno avuto il loro peso sulla vicenda. Il prin10 è il processo di centralizzazione della vita parrocchiale, che non ha favorito una sana evoluzione delle congregaz1on1 verso una loro ricollocazione ecclesiale cd un loro rinnovan1ento evangelico. li secondo è il fatto che le congregazioni, caratterizzate da un forte protagonisn10 sociorei igioso nel territorio, tendono a riproporre la loro esperienza con una certa rigidità e non senza qualche sospetto nei confronti di chi vuole intervenirvi; d'altra patte, un po) abbandonate a se stesse o appena sopportate dalrautorità ecclesiastica, o sono lenta111entc scon1parse o sono rin1aste legate alle [oro tradizioni, considerandole con1e qualcosa di intoccabile. La narrazione sopra accennata non offre particolari rilevanti rispetto a tradizioni di altre confraternite più antiche e forse anche più significative; la congregazione ha celebrato appena 75 anni dalla fondazione e non presenta aspetti particolannente proble111atici; in ogni caso, il rifcrin1cnto ad essa è pura1nente esetnplificativo.

2.2. Le scelte di fondo

Dalle osservazioni precedenti si possono intuire le scelte dì fondo che vanno 1naturate. In pri1110 luogo) si tratta di ricucire l'unità della seHin1ana santa nei suoi diversi nion1enti: la don1enica delle paline, la 111essa in coena Do1nini con la lavanda dei piedi, !a celebrazione della passione dcl Signore, la Pasqua cli risurrezione sono 11101nentì di uno stesso 1nistero; esso si dispiega secondo la scansione liturgica nel duplice crescendo della tnorte e risurrezione dcl Si-


/_,a settùnana santa tra lilurgùt e pietà po110/are

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gnore, la cui 1ne1noria attualizzante si realizza pen11anenten1ente nell'Eucaristia della Chiesa e nel suo divenire corpo del Signore". Inoltre, J1unitarietà va coniugata con la diversificazione dei 11101nenti celebrativi, evidenziati nella loro specificità; purtroppo, se più facile risulta il rapporto giovedì-venerdì santo (forse facilitato dall'adorazione dell'eucaristia che si protrae fino a tu!la la mattinata del venerdì), il nesso tra il venerdì santo e la veglia pasquale viene colto meno facilmente; la difficoltà non va riscontrata soltanto nell'attardarsi della religiosità popolare sul tema della passione, non senza il rischio di una ce11a "riduzione"; essa ha una sua oggettività che va oltre le enfatizzazioni popolari. Il progetto che adesso proponiamo'' non prescinde da una preparazione ren1ota e prossin1a che deve aiutare la gente a vivere la con1plessità dell'avvenin1enlo celebrativo. Certa1nente il sin1bolo parla da sé e c'è una certa connatura!ità tra la sensibilità religiosa e il 111on1ento celebrativo; il sensus .fhleliu111 non ha valenza soltanto dottrinale 111a più profondan1entc sa attingere alle radici stesse del n1istero celebrato. Ciononostante\ non sarà rnai bastante la preparazione di una celebrazione, in quanto deve raggiungere tutti, aiutandoli a ritrovarsi pienan1ente 111 essa, cogliendo in qualsiasi n10111ento il tutto nel fì·an1111ento.

2.3. li progetto li progetto generale cornprende i seguenti n10111enti: la dornenica delle paline, il giovedì santo, il venerdì santo, la veglia pasquale, la don1enica cli risurrezione, la clon1enica dell'incontro (Gesù risorto e Maria). Attualn1ente l'attenzione si è concentrata soprattutto sulla clo111enica delle paln1e e sul giovedì e venerdì santo. La lÙJJnenica ciel/e ]Ja/Jne ha due 111on1enti: il pri1no è la benedizione delle palme e viene celebrata insieme dalle due parrocchie limitrofe (S. Nicolò all'Albergheria e S. Giuseppe Cafasso); il secondo momento è la processione dci diversi gruppi verso la propria chiesa, nella quale viene celebrata la n1essa. La benedizione delle paln1c è presieduta da uno dei due parroci, 111a vi

l.'i Sull'unili1 liturgìc<1 della scLLiinann santa, cfr Celehrare l'unità del Triduo /HIS(jllUlc, !. li Triduo oggi e il Prologo del Giol'cdì San/o, a cura di A. Catclla - G. Ren1ondi. Lcurna1111 1994. I(, Si parln cli progello perché solo in parte è slato rcnlizzato.


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pa1iecipano tutti i sacerdoti presenti nel territorio e le diverse congregazioni. L'in1po1ianza di questo 1no1nento va rintracciata sia nella presenza unitaria della congregazioni, le quali spesso sono caratterizzate da un certo ca111panilisn10, sia dal tàtto che la benedizione avviene nella stessa piazza nella quale sarà celebrato il venerdì santo. In questo contesto, viene annunziato tutto il percorso della settimana santa, orientando i fedeli verso la sua unità celebrativa. La 1ncssa In coena Do111i11; viene celebrata nelle rispettive parrocchie; nel nostro caso, particolare attenzione viene riservata alla chiesa di S. Isidoro Agricola la quale, per la presenza della congregazione dei panificatori, addobba l'altare con 111anufatti di pane evocanti n1otivi eucaristici. La lavanda dei piedi viene fatta a dodici confrati della congregazione del venerdì santo i quali, il giorno appresso, aprono la celebrazione col sacerdote e sfilano nella processione; questo costituisce anche un raccordo ideale tra i due 1non1enti. Per l'adorazione notturna, invece, le persone vengono invitate a partecipare a quella organizzata nella parrocchia, ani111ata da giovani; si conclude col dono di un pezzo di pane, spezzato e diviso tra la folla, come gesto di continuità tra il pane eucaristico ed il pane della vita. Momento culminante è la celebrazione del venerdì santo. L'afflusso è niaggiore degli altri giorni in quanto raccoglie presenze provenienti da altre parti della città. I preparativi riguardano centinaia di persone coinvolte nella celebrazione (soprattutto nella processione) e l'ambiente esterno: la piazza viene isolata dal traffico, si co111incia a diffondere niusica di an1biente, 111e11tre di fronte alla chiesa viene predisposto un palco cli grandi dimensioni per la celebrazione liturgica; l'intendin1ento è quello di creare un 111ovin1e11to di corrispondenza visiva tra ciò che avviene in chiesa (l'uscita delle due bare) e ciò che viene celebrato sul palco: in 111ezzo, nella piazza, si dispone tutta la gente che rappresenta l'unica assen1blea liturgica. La celebrazione ha inizio intorno alle 16 (con durata di 45 111inuti circa) con la processione che dalla chiesa va al palco di fronte, composta dal presbitero, gli inservienti, i dodici apostoli (in costume), i lettori, 1 personaggi della passione in costu111e (Pietro, Pilato, la serva ... ). La liturgia della parola si svolge rego!arn1ente; particolare i111po1ianza viene riservata alla procla1nazionc della passione, con intervento dci vari personaggi della passione, 111entre, sul sagrato della chiesa, vengono rappresentate o raffigurate alcune scene della narrazione (Pilato che si lava le n1ani, la Veronica che po1ia il sudario, le donne incontrate da Gesù ... ); durante


La settilnona sonto tra liturgia e pietà pOJJo/ore

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la procla1nazione i vari personaggi vanno sfilando in nlezzo alla gente. All'annunzio della morte di Gesù fa seguito una pausa di silenzio e quindi un brano n1usicale. Segue la preghiera universale (un pò snellita e con l'aggiunta di qualche riferimento a situazioni del luogo). L'adorazione della croce ha due momenti. li primo è quello della ostensione della croce; esso si svolge con1e previsto, salvo che al n10111ento dell' innalzan1ento della croce essa viene tenuta alta, con1e se dovesse essere piantata nel cuore dell'assemblea, la quale viene invitata a esprimere la propria fede ed il proprio amore al Signore con diverse acclamazioni; intanto la banda 111usicale suona una 111usica tradizionale e viene letto un bel testo patristico sulle dimensioni cosmiche della croce. 11 secondo momento consiste nella accoglienza, in nlczzo all1assen1blea, delle due urne, rispettivan1cntc dcl Cristo 1norto e cli Maria Addolorata; esso viene preceduto e preparato 1n1111ecliatan1cnte dalla on1elia. È con1pito clell'on1elia evidenziare, con essenzialità e incisività, il senso di tutta la celebrazione, con attenzione particolare sulla continuità dell'ascolto della parola di Dio (particolarmente della passione), dell'adorazione della croce con l'accoglienza dell'immagine del Cristo e di Maria. È chiaro che l'ingresso delle due urne viene preparato anche sul piano e111otivo; si tratta cli accogliere nel seno della con1unità celebrante l'in1111agine di Cristo che, deposto, si consegna nella inani della chiesa. In un crescendo che culmina nell'applauso dell'assemblea, Gesù viene accolto con gioia e con1111ozione; 1nenlre i confrati lo portano lenta1nente e solennc111ente in 1nczzo alla folla, vengono scanditi lenta1nente i cosiddetti "i1nproperi'\ ovvero le !an1entazioni. Si tratta di un 1110111ento en1ozionantc perché l'incedere di Gesù in 111ezzo alla folla viene accon1pagnato dalla lettura dcl suo lamento che interpella i presenti: "popolo mio che male ti ho fatto?" 11 testo va letto con co111n1ozionc e con intensità; ad esso fa seguito anche la lettura di qualche testo dialettale 17 , mentre la banda scandisce il tutto con brani tradizionali. Dopo una breve pausa di assestan1ento dell'assen1blca, rico1npostasi intorno al Cristo deposto, riprende l'omelia; questa volta essa ha il compito cli annunziare l'ingresso del!' Addolorata; va evidenziato il ruolo di Maria in quell'accoglienza del Cristo che caratterizza tutta la con1unità ecclesiale. Ciò

17

Si tratta dcl testo delle Selle parole cli Pietro Fulluni.


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che la comunità ha già fatto (accogliere Gesù nel proprio seno) trova in lei Pespressione pili vera e co1npiuta. La presenza di Maria è decisiva in questa configurazione ecclesiale della liturgia; accanto ai 1notivì tradizionali dci sette dolori o siinili, va evidenziata soprattutto la sua cse1nplarità nei confronti della chiesa. Maria, partecipe e testimone ad un tempo della morte del Figlio, vive con lui e con la chiesa il dra1111na del peccato e della lacerazione ciel corpo del Signore. Anche qui, in un crescendo che fa diventare invocazione l'attesa della gente, l'accoglienza dell'immagine dell'Addolorata culmina in un applauso di affetto e di commozione verso , la madre del Signore. ]_,'ingresso .viene acco1npagnato dalla lettura di un testo dialettale che interpreta i sentin1enti di Maria nel loro intreccio con la vita di Gesli. La banda acco111pagna il nuovo assestan1ento dell'asscn1blea intorno alle due i1nn1agini e quindi un pensiero conclusivo raccorcia il 1110111ento della processione, i cui personaggi nel frattempo sono sfilati in mezzo alla folla. La celebrazione continua con la recita del Padre nostro, 111entre i 111 inistri straordinari si dispongono agli angoli della piazza per la distribuzione dell'eucaristia (che nel frattempo è stata portata dalla parrocchia). Va sottolineata in n1odo particolare la con1unione dei sentitnenti con Gesù crocifisso (e con fV1aria) ed il gesto liturgico della cotnunione sacran1entale, piena condivisione di vita tra il Cristo ed il credente; si tratta di far cogliere il passaggio tra ciò che si è asco11ato, visto e che ora deve essere assi1nilato nella intin1ità della con1unionc sacran1entale col Signore, che resta vivo in 111czzo alla sua con1unità. La conclusione liturgica viene orientata in dire?:ione del!a processione; essa va presentata carne uno sviluppo ulteriore della celebrazione, evidenziandone il senso inolteplice di gesto personale e con1unitario dalla valenza cristologica (can11ninare secondo il Signore), antropologica (il quotidiano conn1orire e conrisorgere con Cristo), escatologica (can11ninare verso il Signore che viene), nell'attraversamento dello spazio della quotidianitù, laddove la passione del Signore si congiunge con la fatica del vivere, la tcstiinonianza personale e con1unitaria di una fede, che accetta le sfide e l'attese ciel proprio territorio; e l'attesa della sua risurrezione si congiunge con la disponibilità a gesti cli speranza e di condivisione fraterna. La 11rolixilas n1ortis, che acco1npagna l'esistenza un1ann, in questo n1odo diventa soppo1iabile perché la croce non solo è portata sulle spalle stesse di Dio-con-l'uon10, n1a orn1ai la via crucis, cioè il can1n1ino del Crocilisso, e quindi di tutti i crocifissi, è posto verso quel sepolcro, eia dove egli è


La setthnana santa tra liturgia e pietà popolare stato risuscitato, 111eraviglia di tutte le n1eraviglie. L'appuntan1cnto

509 successi-

vo è allora alla veglia pasquale, quando cioè la storia cli Cristo rico1nincia eia dove l'uomo credeva di averla seppellita per sempre. Può essere utile nei giorni della setti111ana santa, invitare la gente ad alcuni gesti che sul piano esistentivo rappresentino un tentativo di traduzione della liturgia nello spazio della vita quotidiana; dai gesti di tenerezza (lavarsi i piedi a vicenda, accudire a persone bisognose) ai gesti di riconciliazione personale e co1nunitaria, ai gesti di sorpresa e di speranza; il tutto come espressione della propria partecipazione alla morte e risurrezione del Signore. Ultimo momento (ancora eia realizzare) è il cosiddetto incontro cli Gesù riso1io e di Maria, la do111enica successiva alla Pasqua, con l'itnpegno co111une delle due congregazioni. Certan1ente, l'in1portanza principale va riconosciuta alla celebrazione pasquale della veglia e dcl giorno; attualincnte, però, nel giorno della Pasqua, non en1erge una coralità di presenza ed en1ozione, analoga e sin1n1etrica a quella del venerdì santo; è cotne se i laici deinanclassero di nuovo ai preti il 1non1ento celebrativo e non avessero qualcosa di specifico da esprin1ere, sen1n1ai qualcosa da con1piere "per precetto"[ Esito deludente se !a Pasqua continua ad essere intesa co111e un obbligo e non invece i! proron1pere della vita cristiana dal costato di Cristo risorto. La realizzazione dell'incontro di Gesù e di Maria, con1e evidente tipizzazione dell'incontro pasquale di Cristo con la chiesa, può diventare una circostanza favorevole per rientrare a pieno titolo e con creatività in tutto il percorso della celebrazione la quale, appunto fino alla fine, deve restare partecipativn di tutta la co111unità e secondo le varietà delle sue co1nponenti. Con1e, quando, cosa fare? Attualn1ente, resta solo la denon1inazionc della "clo111enica dell'incontro"; in verità c'è dentro tutta la potenzialità della vita pasquale della Chiesa la quale, in Maria (e forse anche in Maddalena), può ritrovare i due percorsi della propria partecipazione (santa e peccatrice) al niistero pasquale.

3. Per quale ce!ehrozinne? Con1e n1ai il nostro popolo si ritrova più facihnente nella passione di Gesù ed in Maria Addolorata? Si tratta di lutto, di n1ancanza di speranza o,


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Cosimo Scordato

per dirla con Sciascia, di contemplazione della mo1te? "Ovvero, si tratta di qualcos'altro che attinge all'ispirazione cristiana, cioè alla profonda intuizione che solo un Dio sofferente può essere veran1ente vicino all'uo1no? Ma, in questo n1odo, la celebrazione del n1istero pasquale non rischia di esaurirsi nella celebrazione della passione di Gesù Cristo, senza sporgere verso la sua risurrezione? In che modo, poi, tutto questo si intreccia con la cultura di Sicilia e, viceversa, con1e la cultura di Sicilia si intreccia con una ipotetica accentuazione "riduttiva" del n1istero pasquale? Do1nancle 1110110 in1pegnative che chian1ano in causa diverse discipline e soprattutto un atteggian1ento ri-

18 «Non i! drrnnn1a, dunque, del divino sacrificio e dell'u1nana redenzione; n1a quello ùc! rna!e cli vivere, dell'oscuro visccnllc sgo1nen!o cli fronte all<1 1norle, ciel chiuso e perenne lutto dci viventi. E parrebbe che, co1nunque intesa, !a Pnssione susc!ti nel popolo siciliano un n10111enlo cli autentico af!lato religioso: ma in re<iltà si appnrtiene n una co11tcn1plaz.io11e dr!lla n1orte quale può esprimere un 111ondo asso!uta1nente refrallario alla trascenùenzn. Se è possibile pnrlare cli religione senza il trascendente, allora è religiosa questa co11tcn1p/azione del!(/ 111ortc elle trova nella Passione In sua più acuta rappresentazione>) L. SCIASCIA, Feste religiose in Sicilio, Bari ! 965, 21-22. Per quanto si tratti di titoli 11011 01nogenei, per un inquadrnrncn!o generale della rcligiositù popolare ne! sud cl'lta!ia e nella Sicilia in particolare, cfr G. D1: ROSA, Vescol'i, popolo e 111agia llf'I Sud Ricerche di storia socio-religiosa dcl X\111 al XIX secolo, Napoli 1971; A. D!<:\(ìO, fJ)(J/esi sulla religiosità popolare napo/ciana r! 111eridionalc, in Rassegna di Teologio ! 5 (1974) 270ss; .Sfr11/fo111e11/o e subalternità nel 111011do contadino 111eridiono!e, Rornti 1975; Religiosità e cultura popolare nel 111eridione, in !doc ( l 976); A.t\-1. DI NOLA, A spelli 111ogico· religiosi di un(_/ cultura s11baltcr11a ù1 Italia, Torino ! 976; G. AGOSTINO, Le feste religiose nel Sud, Torino-Leun1ann 1977; D. PIZZUTl, Religione e e/ossi s11baltcrnc, in Rassegna di Teologia 4 (1977) 396-409; C. PRAND!, Religione e classi subalterne, Ron1n 1977: A. BuTnn·A M. MlNNLLLA, Pasqua in Sicilia, Palcnno 1978; G. DE RosA, Chiese e religio1u' ;Jopolure nel n1ezzogion10, Bari-Ron1a l 978; E. (ìUIDOll, Processioni e città: Atlante di .\'Iorio 11rbonistica siciliana, Palcnno !980; M. SERRAINO, La processione dei Misteri. U1 casazza 111agna. Tn1prini 1980; G. DE ROSA, LL1 religio11e popolare. Storia - Teologia - Pastorole, Ron1a 198 J; S. CALLAH!, Le celebrazio11i dello Serti111ana Santa a Caltanissetta, Caltanisscttri 1982; A.I. LllvlA, La dil11ensio11c sacrale dcl paesaggio, Pa!cnno 1984; E. ZUPPARDO, Se!fù1uau1 Sonio e canti popolari in Sicilio, Marina di Patti 1984: V. ORLANDO, Religione del popolo e pastorale popolare, Torino 1986; G. AGOSTINO, U1 pietà popolare co111e 1 alorc pastorale, Cinisello Balsamo 1987; S. PIRRERA, U.1 Passione (U Passi11), Agrigento 1987; V. VADALÌ\, Palenno sacro e laborioso, Palern10 1987; B. ALESSJ, Gli archi di Pasqua di S Bingio Pio tani, Agrigento !988; M. BARBERA- M. MINNELLA, Pietà popolare. Le edicole sacre di Palen110 ieri e oggi, Palern10-Sfio Paulo 1989; FACOLTÀ TEOLOGICA REGIONALE, Progetto c11lt11rnle Sicilia, a cura di C. Valenziano, Palenno 1989; A SFERRAZZA, Radici e popolo della religiosità del popolo sicilinno, Messina 1990; G.P. F!NOCCH!ARO, !11ve11tario di nrateriali sonori, Palenno J 991; C. NARO, Lo cura pastorale tra ù1n0Faz.io11i e continuità; Io., La chiesn di Caltanisseffa Ira le due guerre. Ideo/e sacerdotale e prassi pastorole, Calt<1nissetta-Ron1a 199 ! , J39-'.'i 14; A. AMITHANO SAVARESE, Sicilia a111roJ>ologica. Percorsi culturali e profì'li ct11ostorici, P<1lern10 1992; B. RANDAZZO, Religiosità. Mistagogia e piet<Ì JJOpolore in Sicilia, Palern10 1992, 184; Le coqfraternite de/l'arcidiocesi di Palenno. Storia e Arte, u cura di M.C. Di Natale, Palenno I 993. 1


[,a setthnana santa tra liturgia e pietà 110110/are

SI I

goroso che sappia rispettarne la co111plessità; in ogni caso, sia1110 lontani da quegli atteggiamenti equivoci che, scegliendo la via del folklore (orientamento prevalente in certa pubblicistica superficiale), o con approssin1ative interpretazioni antropologiche rischiano di non raggiungere 1nai la specificità di una celebrazione, pregiudicata già nelle pre1nesse dell'analisi. Nel nostro caso, parlia1110 della seUi111ana santa in quanto celebrazione cristiana, che ha con1e ispirazione, contenuto e fonna il 111istero pasquale, cioè il riferi1nento a Gesù Cristo crocifisso e risorto. Le eventuali so111iglianze celebrative (sul piano dcl linguaggio, delle forme ... ) sono marginali rispetto all'evento fondatore della fede cristiana, la quale considera nella vicenda un1ana di Gesù, cuhninata nella sua 111orte e nella attestazione della sua risurrezione, l'evento definitivo dcll'autorivelarsi e dell'autoco1nunicarsi di Dio all'u111anità. Le 1nodalità celebrative ecclcsinli, a loro volta, 1nodulano con varietà di linguaggi, di ten1pi, di luoghi il senso di tutto questo; si rischia di non con1prendere niente se viene 1nesso tra parentesi, perché irrilevante o faciln1en1e risolvibile in altro, ciò da cui attinge ispirazione, senso e significato l'azione liturgica della chiesa e la vita dcl cristiano. Che tutto questo vada distinto nei diversi 11101nenti e nelle diverse n1odalità della sua realizzazione, dalla attualizzazione sncran1entalc nl gesto del vivere quotidiano, dalle fonne strutturali a quelle contingenti della vita ecclesiale e così via, è con1pito della teologia discernere con avvedutezza; è pregiudiziale, però, che l'interpretazione di un fatto vada ricondotta al contesto in cui esso è posto, ai soggetti (credenti) che Io pongono ed alle espressioni interpretative offerte. Venendo agli interrogativi inizialmente posti, è compito della teologia n1ettere a teina l'unicità del 1nistero pasquale, dato che la fede cristiana professa e celebra il Crocifisso risorto ed il Risorto crocifisso 19 . I.,a verifica dcll'in1n1cdiatezza e della consapevolezza di ciò nel popolo cristiano con1po1ta altre analisi; in questo senso, le sollecitazioni provenienti ù1 11artibus r'lifilleliu111 (citia1no con sitnpatia l'espressione riproposta da Sciascia) non solo vanno prese sul serio, 1na potrebbero costituire una benefica provocazione alla coscienza cristiana. In altre parole, il lan1cnto dell'autore siciliano,

19 Per un approfondimento di questn te1nntica nella tco!ogia conlernporanea, crr G. TR1\Pi\NI,

L '1111i1à d1!! 111istero pasquale, in

cit., 31-76.

FACOLTA TEOLOGICA DI SICILIA,

Lo Se11i111a11a

,\'(//I/li,


Cosimo Scordato

512

che osserva riti prevalenti della settin1ana santa, può essere risolta nell'indiretta richiesta: dove è la risurrezione di Cristo che voi credete? Dove sono i segni di quella risurrezione che voi celebrate? l,,a risposta può andare in tante direzioni; in prin10 luogo si potrebbe

richia1nare l'attenzione sui riti della don1enica di risurrezione (incontro cli Maria, volata dell'angelo, mortaretti di festa e si sorpresa, archi trionfali ... ); pari1nenti si potrebbe fare riferin1cnto all'afflusso consistente nel giorno e nel periodo di Pasqua; inoltre, più sottilmente, si potrebbe sottolineare che proprio l'accondiscendenza di Dio verso l'uomo nella passione e morte cli Gesù è annunzio che l'uon10 neppure nella n1orte è solo e che quindi la 111orte, in quanto "abitata" anche da Dio, è rcsn più sopportabile e viene vinta. In verità, se la Chiesa celebra ,la n1orte di Ciesù è perché è la n101ie di

colui che, donando la sua vita nel non1c del Padre, risorge dai niorti e, viceversa, se la Chiesa celebra la risurrezione di Gesù è perché essa è la vittoria cli colui che, pur essendo n1orto e quindi pur avendo attraversato l'opacità della 111orte, l'ha vinta per sen1pre; d'altra pa11e, che senso avrebbe una celebrazione ciel Crocifisso che fosse rimasto morto e seppellito? E che senso

avrebbe il Risorto se non fosse 1nai veran1ente n1orto, a guisa di tutti gli uo111ini, lui che è diventato il pri111ogenito della creazione? Ma la do1nanda forse richiede un ulteriore passo avanti. Non si tratta, infatti, di vedere se il cristianesi1110 ha "le carte in regola" rispetto a quclPunità del 1nistero pasquale pri1na invocata. Piuttosto, si tratta di capire fino a che punto sia la n1orte del Signore, sia la sua risurrezione abbiano segnato, in 111aniera decisiva, non solo l'esistenza individuale, nia anche la vita della co111unità cristiana; la 111orte del Signore in quanto scatenante di quella con1passione divina che dovrebbe toccare le radici dci rappo1ti tra gli uomini, la risurrezione come alternativa ad una storia di morte e di peccato. È bene che la domanda resti aperta, spina al fianco della comunità cristiana; essa può diventare allora stimolo ad un continuo ripensamento della vita e della cele-

brazione cristiana.

A

1110'

di conclusione ... aperta!

Alcune considerazioni ci se111brano conducenti per un rinnova1nento che) attingendo alla celebrazione cristiana, può avere una decisiva ricaduta nella vita della comunità.


/_,a settirnana santa tra hturgia e pietà jJOpolare

513

La pritna è relativa al difficile 111a necessario rapporto con le congregazioni; si tratta di un percorso di 1naturazione reciproca, che è tanto più conducente quanto più è rispettoso della sensibilità degli interlocutori, paziente nei ten1pi di n1aturazione, discreto nella capacità di costruire insic1nc, senza prevaricazioni o secondi fini; assun1endo seria1nente l'in1pegno della congregazione nei confronti della passione di Gesù (e dcli' Ad do !orata); l'intervento mira ad approfondire e ad esplicitare tutte le potenzialità che in esso sono presenti. L,a seconda è relativa a! recupero del soggetto celebrante. Le forn1e popolari cli celebrazioni colgono nel segno in quanto esprimono la voglia cli essere protagonisti partecipi della vicenda ecclesiale; il rischio di trascinare una differenza - più infida perché serpeggiante - tra cristiani n1aturi e cristiani (pcrenne111entc) in1111aturi non aiuta la crescita della co111unità; non che si debba rinunziare ad oftì·irc percorsi tOnnativi che aiutino a riattingere allo spirito evangelico, n1a bisogna partire dall'esistente, anche se in condizione di "lucignolo fun1igante"; ricon1porre continuan1ente la co111unità, recuperare esperienze del passato, convivere accettando anche profonde differenze è gesto di 1naturità ecclesiale. D'altra·parte, con1e non con1n1uoversi di f-'rontc a chi ha !'orgoglio di caricarsi della statua di Gcsl1 Cristo e cli portarlo in giro per le strade del suo qua1tiere? f_,'ulti1na considerazione è relativa al recupero dcl territorio, in quanto luogo cli aHraversan1cnto della celebrazione. Forse non si è riflettuto abbastanza sul fatto che le celebrazioni popolari, da un lato tendono a superare l'idea che la chiesa sia l'unico spazio celebrativo; dall'altro lato, in quanto manifestazione pubblica di fede, sono poste al cospetto della socielù, sbilanciando verso il luogo in cui esse avvengono; si tratta di esplicitare la fede che le sorregge, l'i111pegno che le in1plica, le scelte che esse con1portano (condivisione della via crucis e della via g!oriae); se sarà così, il rinnova1ncnto del territorio passerà attraverso questa presenza con1unitaria, la quale, a sua volta, si sentirà sen1pre più responsabile di coestendcre il suo in1pegno cristiano con la vita di ogni giorno.


Synaxis XVl/2 (1998) 515-535

RELIGIONE POPOLARE ED ECCLESIOLOGIA. ASPETTI E PROSPETTIVE NELLA RIFLESSIONE TEOLOGICA POST-CONCILIARE

NUNZIO CAPIZZI"

li presente studio si limita a considerare alcuni aspetti e ad evidenziare qualche prospettiva, in merito alla questione della relazione tra la religione popolare (~RP) e l'ecclesiologia (e non la Chiesa!), nella riflessione teologica post-conciliare. Secondo f(. Rahner, oggi !a teologia scientifica è chian1ata a riflettere sulla RP, molto più di quanto abitualmente abbia fatto e faccia, perché questa ha qualcosa da dire alla teologia' e - dato il presente contributo - all'ecclesiologia. li suggeri111ento di Rahner, ci spinge a chiederci se l'ecclesiologia post-conciliare abbia 111ostrato o 111ostri un ce1to interesse nei confì·onti della RP, o se ci sono dei te111i ecclesiologici, in cui la RP e la riflessione ecclesiologica si incontrano. Ci si pone, ancora, la don1anda riguardo ai ten1i ecclesiologici, che vengono indicati dalla RP all'ecclesiologia contemporanea. Gli interrogativi, appena avanzati, vengono acco1npagnati dalle seguenti riflessioni, articolate - in una presentazione dcl problc1na della relazione tra la RP e l'ecclesiologia, nel contesto più ampio del rapporto tra la RP e la teologia (I); - nella considerazione espositiva dei contributi, riguardanti l'argomento scelto, forniti da due studiosi: L. Boff (2) e J. Lòpez Gay (3); ~nell'individuazione del ten1a del sensus .fille!iu111, di grande rilevanza per l'ecclesiologia, come particolarmente suggerito dalla RP alla riflessione ecclesiologica contemporanea (4).

• Professore cli Teologia c!og1natica nello Studio Teologico S. Paolo di Catania. 1 Ctì· K. RAIJNLR, Z11111 Verhdltnis von Theo!ogie 1111d Vo!ksre!igio11, in ID., Schr{fien zur 1/1eo/ogie. xvr. H11111a11e Gese//schaft 1111d Kirche V0/1 1\Iorgen, Zlirich-Einsiec!elnKiiln I 984. 185-195.


516

Nunzio Capizzi

I. Religione popolare ed ecclesiologia: una relazione da eludere? Come ho anticipato, anzitutto voglio riflettere sul problema della rclaz1onc tra la RP e l'ecclesiologia, tenendo conto dell'ambito più ampio del rapporto tra la RP e la teologia nella riflessione teologica post-conciliare. E. Henau, scrivendo sulla RP nel sno rapporto con la fede cristiana, mentre prende atto di una valutazione sempre più positiva del fenomeno della RP da parte della riflessione teologica, a paitire dal 1973, sottolinea pure l'esistenza di un rapporto teso fra teologia e RP. La 111otivazionc della tensione è duplice: la RP non si 111anifesta in fonnulazioni esatte, co1ne invece sarebbe desiderio della teologia, e il popolo vede nel teologo semplicen1cnte uno che ne disprezza la sen1plicità 2 . Tale tensione - ci chiedian10 è destinata ad attenuarsi o ad aun1entare, fino al punto da trasforn1arsi in rottura? Jn altri tern1ini, !a do1nancla potrebbe anche essere così for111ulata: la RP ha qualcosa da dare alla teologia e, viceversa, questa può ricevere qualcosa dalla RP, oppure esse devono procedere parallela111ente, senza n1a1 incontrarsi? Si tratta, forse, di una relazione da eludere? Posta la questione, s1 impongono (a) due pree1saz10111, pn111a di (b) procedere ulterior111entc. a) Prilna ]Jrecisazione. Sulla base di quanto è stato pubblicato, einerge chiara111ente che, per lo studio della RP nel periodo post-conciliare, l'interesse si è 111osso, soprattutto, nell'a111bito delle scienze t11nane e del dialogo con queste, preoccupate dclln probletnatica culturale e sociale) intin1a1nente legata al fatto religioso. Così, la religione e la fenon1enologia della RP sono state trattate nel dialogo con l'antropologia culturale, con la psicologia e la sociologia della religione, con la storia delle istituzioni e delle pratiche religiose'. Inoltre, anche se si è scritto abbastanza dal punto di vista teologico, e

2

Cfr E. I-It.:NAU, Religiosità popolare e jCde cristiana,

in Concili11111 22 ( 1986) I 00-

111. -' Si vedano. sen1plicen1e11lc 8 titolo di esernpio, i11 ordine cronologico: a) L. 1VlALDON1\DO, Religiosidad popular. A'ostalgia de lo magico, Nladrid 1975; F.1\. ISAMBERT. Le scns r/11 sacré. Féte et re/igio11 popu!aire, P8ris 1982; J. C. SCANNON". Teologia dc la !ibcraci611 y doctrina socia! dc la !glesia, Madrid !987; b) alcuni studi collett8nei: Ethno-socio/ogie dcs re!/gions pop11/a/J"es, in AJ"chives de Sciences socia/es des l?eligions 43 (1977) 7-!39, 161-184; La re!igion pop11!aire. (~o!­ /oques internationaux du (~cntre de la Rechcrche Scientijìq11e, Paris 1979; Pop11!ar piety in 11ort!iern, eastcrn and middle arca.1· o_f Europe. in Socia/ C'ompass 29 ( 1982) 99-221: La religiosità popolare tra 111ar11festazionc di JCde ed espressione c11/t11ra!e. Bologna 1988.


Religione popolare ed ecc!esio!or;ia. Aspetti e /Jl·ospettive

51 7

soprattutto pastora!c4 , non altrettanto, aln1eno a inia conoscenza, è avvenuto dal punto di vista specifican1cntc ccclesiologico. In questa direzione, non 111ancano del tutto alcuni studi; tuttavia questi, pur fornendo indicazioni assai apprezzabili per una ricerca, non pongono esplicita111ente la questione della relazione tra la RP e l'ccclcsiologia 5 . ,)econcla ]Jrecisazione. Porre tale questione, oggi, non è qualcosa di indifferente, a 111otivo della relazione tra la storicità della Chiesa e la storicità clcll'ccclesiologia('. L'esortazione apostolica Evangelii Nuntiancli ~ con il suo paragrafo 48, esclusivamente dedicato alla RP 7 - , gli interventi delle

Conferenze Episcopali 1\ i vari studi pubblicati nel trentennio post-conciliare, i «problemi legati al confronto tra alcune forme di fede popolare [ ... l e la

-l Si vedano, ad cscn1pio, ìn ordine cronologico: a) libri: Fai populail'e. F'oi savante, i\ctes du yc colloque du Ccnlre d'études d'histoire des rcligions populaires tcnu au Collègc clo1ninic<lin dc théologic (Otlawa), éd. J./'vf. Tillard, Paris !976: i::QUIPE SFLADOC, Religiosità popolal'c. I. [Joc11111enti. R1jlcssione teologico-11astor(l/c; 2. Analisi interpretative. Esperienze pastol'ali, Quaderni ASA!., 32-33, Ronrn !977: D. 1117.7.IJTJ ~ P. Cì!ANNONI, Fede popolare, Casale J'vlonlCrrato 1979: G. DE ROSA. /,u religione popolal'e. Storia - teologia - pastorale, Ro111a 198 I: S. CALJLLA. Religiosidad pop11lar )'pastora/ liispa110-a111t!rica110, Ne\v York 1981: V. ()RLANUO, Rel(çione di!! popolo e pastorule popolare, Torino 1986. b) qualche articolo o qualche stiggio: H. BoURGEOIS, Le christia11is111e pop11/aire. l.!11 problè111e d'anthropologie théologiq11c, in La ,.\/aiso11-Die11 122 ( 1975) 116-1,I ! : Cì. DE ROS1\, Teologia e pastorale della religione popolare, in L(/ religiosità popolal'e i11 Basilicata, J\tti dcl convegno ecclesiale regionale pron1osso dall'Istituto Pnstoralc Lucrn10_ a ct!l"tl di V. Orlando, Potcnzti 1984, 67-79; I( TURA,!/ jJopnlo come soggetto della religiosità popolare, in l?e/igiosità popolare e ca111111i110 di liberazione. a cura di L. Sartori. Bo!og11t1 1978. 169-185. Per 111t1ggiori indicazioni bibliografiche, a co1nplctan1c11to di quanto ho citato nella presente nota e nella prcccclcnle, rinvio alle l?ecenti 111isce/lanee sulla religiosità popolare, curale da B. rvl. Bosatrn, in La Scuola ('attolica !IO (1982) 65-84, 300-313, 451-472: 111 (1983) '150-475: 113 (1985) 5<16-574: 115 (1987) 48-83: 117 (1989) 487-525: 120 (1992) 613650. ·" Cfr L. BOFJ-'. I, 'ccclesia/ità popolare, in Rel(çiosità popolare e ca111111i110 di liberozio11e, cit., 187-206: J. LÒPEZ GAY, Fo11da111e11ti teologici della religiosità 110110/are, in /,o religiosità popolare. Valore SfJirituale jJer111one11tc, Ro111a 1978_ 103-120: G. PANTECìllJNL Lo religiosifrì popolare. Provocazioni c11/t11ra/i ed ecc/esfoli, Padova 1996. 118-126. Inoltre, nelle opere citate nella noia precedente, si possono trovare, talvolta, anche alcuni cenni al nostro argo1nento. r, Cfì· A. ANTÒN, tJ miste rio dc la lglesia. 1~·1·0/11cirJ11 histOrica de las fdeos cclcsiol6gicas, I, ivltidrid-To!edo 1987, 31-35. 7 !I testo dell'esortazione in E11chiridio11 Votica1111111. /)ocumenti l!f/Ìcia/i della Santo Sede 5, Bologna 1979, !008-! 125: 1060-1063. ~ Lo studio di S. Consoli. in questa rivista, è un csen1pio.


518

Nunzio Cap;zz.i

pastorale ufficiale della Chiesa»' testimoniano l'importanza della RP, nella vita ecclesiale di oggi. Si tratta di un aspetto della vita della Chiesa che, di conseguenza, diversa111ente da quanto di solito avviene, non deve 111ancare di essere preso in considerazione da quel settore della teologia che, oggi, riflette sisten1atica1nente sulla Chiesa. Lontano da un can11nino parallelo tra la vita della Chiesa e rccclesiologia, si richiede, infatti, un 111utuo dare e ricevere per un reciproco arricchin1ento. b) Ritornia1110, dopo le due precisazioni, a una delle don1ande già avanzate: l'ecclesiologia post-conciliare 1nostra un certo interesse nei confronti della RP? Oltre a ciò che ho detto nella prima precisazione, un semplice sguardo all'indice analitico di qualche traitato di ecclesiologia'" permette soltanto una risposta negativa alle do1nande poste. Se, poi, ci sì dovesse i111pcgnare nella lettura del trattato, dal punto di vista accennato, l'i1npressione iniziale non troverebbe che un 'ulteriore confenna. Bisogna, allora, eludere la relazione tra la RP e l'ecclesiologia? Penso di aver già risposto chiara1nente, in senso negativo alla do111anda, adducendo, nella seconda precisazione, la 1notivazionc del lega111e tra la storicità della Chiesa e la storicità dell'ecclesiologia. A quanto asserito, desidero ancora aggiungere gli spunti recente111ente dati da L. Sartorie da G. Pantcghini. Il pri1110 sottolinea e auspica l'inti1no lega111e tra la RP e l'ecclesiologia di co111unione, che pennette di valorizzare la diversità e varietà dci carisn1i, apre al dialogo, alla 1111ss1011c, alla ricerca dell'unità, senza la pretesa 11 dell'uniforn1ità . Pantcghini sostiene che se la RP venisse presa sul scrio dall'ecclesiologia, non con1e «oggetto» da rifiutare o da custodire, 111a con1e «soggetto» con una propria identità culturale ed ecclesiale, pcrn1etterebbe

'J G. R!JGG!ERl. La jède popolare .fra strategia ecclesiastica e hisogno religioso, in Co11cifi11111. cii.. 129-139: 137 1° Cfr, ad ese111pio, M. KF.llL, /,a C'/1iesa. Ti·attato sistematico di ecclesiologia cattoliC(I, trac!. il., Cinisello 13alsan10 1995, 1~53-456; Aiysteri11n1 5,'alutis. 1\111ovo corso di dog111atica come teologia della storia della salvezza. 7. /,'evento salv1jlco nella co1111111ità di C7eslÌ Cristo, a cura di .I. Feincr - M. Ltihrer, trad. il.. Brescia 1981\ 737-754; F.1\. SuLL!VAN.1\loi crediamo la chiesa. li11ca111cnti di ecclesiologia siste111atica, !rad. il., C8sale ivlonfèrralo 1990. 223-224. 11 Cfr L. SARTORL Criteri per 1111u valutazione leo/ogico:fò11da111entale. in Evange/i::zare e fasciarsi evangeliz::an: dalla pietò popolare. Atti dcl convegno org811iz7ato dal ìvlessaggero di sanL"Antonio e cblla Facoltù Teologica dell'ltnlia Settentrionale. sezione di Padova. Padova 16-17 febbraio 1995, a cura di G. Panteghini, Padova 1996, 89-11 O: I0411 O. Nello stesso volume è interessante. miche se più allento al versm1tc teologico-pastorale: P. G!ANNONI. Criteri per una va/11tccione teologico-pastorale, 111-129.


Religione popolare ed ecclesiologia. Aspetti e prospettive

SI 9

l'elaborazione di una rinessione 1naggiorn1ente attenta a tutte le realtà viventi e operanti nella Chiesa, a tutte le componenti dcl popolo di Dio. Non si tratterebbe di altro, che cli uno sviluppo dell'ecclesiologia comunionalc, intorno a cui, da parte degli ecclesiologi contc1nporanei, si 111anifesta un'estre111a scnsibilità 12 •

La relazione, tra la RP e l'ecclesiologia, lontano dall'essere elusa, va dunque favorita! Personaln1ente, ritengo che il suggcrin1ento di Rahncr, citato all'inizio del presente studio~ secondo cui la teologia scientifica, cioè, è

chian1ata oggi a rifleHere sulla RP, 111olto più di quanto faccia, e la R.P ha qualcosa da dire alla teologia 1·1 e all'ecclesiologia - vada saggia1ncnte considerato. I risultati non deluderanno. II rilievo della relazione in questione emergerà, particolarmente e a modo di esempio, anche dagli studi, di L. l3off e di .I. I_,6pez Gay 1-\ che 1ni accingo ad analizzare.

2. Il contributo di Leonardo Boff

Il saggio di J_,. Boff, che prendo in considerazione per cogliere il rapporto tra H. P cd ecclesiologia, ruota intorno al !egan1e tra le coinunità ecclesiali di base (=CEB), che operano per un rinnovamento della pastorale popolare e assu1nono il ruolo di educare e ali111entare [a RP, e la nuova concezione ccc!esiologica, verso la quale esse oricntano 15 • L'esperienza e la vita cli fede nel nuovo modo di essere Chiesa nelle CEB, di cui dapprima descrive la nascita, succcssivan1entc portano Boff a n1ostrare i risvolti che la riflessione

sulla Chiesa a esse soggiacente, e in esse resa presente, ha per l'ecclesiologia. Desidero presentare le riflessioni dell'autore, articolandole intorno a tre terni: a) ecclesiogenesi; b) rapporto Cristo-Chiesa; e) "concezionF' di Chiesa e problc1na del 111inistero ordinato. a) L'ecclesiogenesi è il primo tema su cui Boff porta l'attenzione: dal popolo cristiano, povero e oppresso, che vive «del cattolicesi1110 popolare

12

Cfr G. PANTEGJJIN!, La ref(e;iosilà popolare. cii., 6-7, 118-126. Cìr sopra. nola !. 1 ~ Come si potrù notare sopra. nelle note 4b) e 5. i due autori hanno pubblicnto i loro sludi nel 1978. f.ler la n1ia analisi, non seguo, dunque, !"ordine cronolog_ieo. 1na quello 11lfr1bctìco. 15 Cfr L. BoFI:, L 'ecclesialità popolare, ciL 1

'


520 (o della religiosità popolare)))

Nunzio Capizzi 16 ,

che nella fede si rende cosciente e solidale,

nasce un 111odo nuovo cli essere Chiesa. Mi sia pcrn1esso di sottolineare, per inciso, con1e Boff, nella sua riflessione ecclesiologica, contestualizzata nella concreta situazione dcll'An1erica Latina, usi «popolo» e «popolare» nell'accezione dcl popolo oppresso, della 1nassa dei poveri, inso1n111a in riferi1nento a una classe sociale. Con1e vedre1110, L6pez Gay prenderà le distanze da tale

accezione. La tòrn1a popolare di vivere la religione, nel saggio in questione, non viene individuata nell'an1bito specifico dei fenon1cni religiosi cli 1nassa (ad esempio: i pellegrinaggi o le feste patronali), bensì in quello più ampio, nel quale la forma e il modo di vivere il rapporto dell'uomo credente con Dio assu1nono un carattere più diretto e se1nplice nella sua esperienza, cercando una 1nodalità pili accessibile al gruppo concreto. La descrizione della nascita dcl nuovo niodo di essere Chiesa - in concreto delle CEB - nel suo legan1e con il vissuto religioso popolare, nel senso sopra spiegato, viene fatta in tennini incisivi: un popolo seinplice si riunisce per ascoltare la parola di J)io e per fare esperienza con1unitaria del!'an1ore, in una con1unità di 20-30 fi11niglie. In breve, per l3oft: dai credenti concreti e dal loro agire «dal basso», si edifica la Chiesa: questa sorge nel processo del crearsi delle CEB. !_..'uso abbondante dell'aggettivo conrunifaria, per qualificare ['esperienza fatta dalle t~uniglie riunite, e il ripetuto richiarno alla conu111ifà di i~11niglic corrispondono, poi, alla categoria co1nu11ità, decisan1ente privilegiata da Boff per l'interpretazione della Chiesa, dcl gruppo un1ano che si t'orina intorno alla fede in Cristo 17 • b) li rapporto tra Cristo e la Chiesa, in ]JrilllO luo,go, viene considerato, in generale, nel confì·onto tra un'ecclesiologia giuridica, da una parte, c un'ecclesiologia che vuole costruire il suo schen1a interpretativo a partire dalla categoria conn111ità, dall'altra. Dal punto di vista del primo dei due termini del confronto, Boff sottolinea con1c, nell'occidente latino, il rappo1io sia stato considerato, prevalentcn1cntc, sulla base della categoria sacra }JO/eslas, in una prospettiva giuridi-

16 Cfr ihid.. !87. Come en1erge anche dulia citazione lettcrtilc che intcrsca111binbili '"cnttolicesin10 popol<irc"' e '"religiosità popolare"'. Per della pri11H1 espressione, si vcdu un ci!tro s1.tggio di L. non~ nella (<C'attolicesi1110» e 1(Cattoliccsi1110 popolare», in Religiosità popolare ra:::io11e, cil., 113-!66_ 17 Cfr lo .. L 'ecclesia/ità popolal'e. cii., 187-188.

ho fritto, BolTriticnc un npprofòndin1enlo stcssti n1iscel!anea: e ca111111i110 di lihe-


Religione popolare ed ecclesiologia. Aspetti e prospettive

521

ca, preoccupata di n1ettere in evidenza l'autorità: l'autorità dei pastori (papa e vescovi), nel suo collegamento con l'autorità degli apostoli e con la volontà di Cristo fondatore e capo della Chiesa. Ne è risultata, per la vita della Chiesa, una separazione tra la con1unità reale, quale incontro di persone in una qualche forn1a di vita co1nune, e l'autorità gerarchica della Chiesa. L'autorità gerarchica, poi, ha concentrato in sé tutte le responsabilità per la continua edificazione della Chiesa e si è presentata co1ne l'unico rappresentante cli Cristo'"· Divcrsan1ente vanno le cose quando l'interpretazione, invece che dalla prospettiva giuridica, muove da quella della Chiesa-comunità. Da questo punto di vista, anzitutto, al livello della vita ecclesiale, viene richian1ata la corresponsabilità di tutti nella scn1pre nuova edificazione della Chiesa e il servizio che la gerarchia rende alla co111unità. Nella riflessione sulla Chiesaco1nunità, che pone al centro del discorso la realtà del rappo1io interpersonale che costituisce la vita della con1unità cristiana, alla base del rapporto Cristo-Chiesa, non sta il Cristo fondatore e capo dell'ecclesiologia giuridica, non sta un legan1e estrinseco di un'istituzione con i! suo fondatore, 111a il Risorto e lo Spirito Santo attivan1e11te presenti nella con1uni1à 19 . Le considerazioni di carattere ecclcsiologico, fin qui esposte, infine, sono connesse con il loro rispettivo fondan1ento cristologico e, al ten1po stesso, lo 111ostrano: «La co1nprcnsìone della Chiesa 1nodcllata su una ccrla cristologia considera Cristo solo nella sua esistenza «sarchica» (carnale); non considera Cristo risorto con le trasConnazioni operate in lui dalla resurrezione[ ... -! questa considerazione hirebbe diventare pili flessibile l'istituzione della Chiesa e reintrodu1Tcbbc l'ele1nento pncuinalico insien1e all'clc111ento crislologico» 20 •

Se fino a questo nio1ncnto, ho preso, in generale, atto delle considerazioni di Boff sul rapporto Cristo-Chiesa, nel confronto tra una prospettiva ecclesiologica giuridica e una con1unitaria, adesso, in secon<lo luogo, desidero prendere in csa111e, in n1odo specifico, il rapporto in questione, dal punto di vista delle CEB, presentate come frutto della manifestazione e dell'azione

ig 19

J.O

Cfr ibid. 193. Cfribid, 198. fbid.. ] 9LI.


522

Nunzio Ca11izzi

dello Spirito Santo nel popolo di Dio. Differentemente dal Cristo fondatore e capo, dell'ecclesiologia giuridica, ritroviamo per le CEB, come già per l'ecclesiologia con1unitaria, il Cristo risorto, presente e operante nella Chiesa, e il suo Spirito: «Le CEB aiutano la Chiesa tutta intera a riflettere su se stessa, partendo dalla real-

tà più J'onclan1entale, senza la quale non esiste la Chiesa: la fede nella presenza attiva dcl Risorto e dello Spirito nel seno cli tutta la con1unità un1ana, fricenclo in n1odo che essa si apra ali' Assoluto, senza il quale non c'è dignilà né salvezza. Questa nzione divina si densifica nella Chiesa, 1na non esclude nessun uon10. Qucsla visione conte1nplativa n1odìfica la rnaniera di essere-Chiesa. Il chierico va

in n1czzo al popolo sapendo cli incontrarsi con persone già loccate dall'azione dello Spirito, il quale, prin1a dell'arrivo della Chiesa istituita, già forn1ava una Chiesa anoni1na con la sua grazia e i! suo perdono. Ne deriva che non si tratta di tropiontore deduttìvainente la Chiesa, 111a cli ù11pia11tare indulliva1nenle la Chicsa»21.

11 rapporto del Cristo riso1io e dcl suo Spirito con la cotnunità u1nana e con la Chiesa, così con1e descritto nel brano riportato, offre alcune piste di riflessione concernenti, ad esen1pio, la necessità della Chiesa per la salvezzan o la possibile relazione fra la Chiesa istituzione e la «Chiesa anoni111a» 23 • J\ tnio avviso - tenendo presente le dornande che ncco111pagnano il presente studio sul rapporto tra RP ed ecclesiologia - Boff vuole, soprattutto, portare l'attenzione del lettore sul contributo recato all'ecclesiologia, da parte della RP, vissuta nelle CEB, per il tema dell'azione dello Spirito dcl Risorto e per quello della pianta/io ecc/esiae''· In altri termini, l'esperienza delle CEB

21

Jbid., 195; il corsivo è nel testo.

22

A questo proposito, vorrei lin1itanni a un'osservazione: ritengo riduttivo dire se1nplicen1ente, con 13ofC che «l'azione divina si densi fica nella chiesa», rispe11o all'assio1na <<universale sacraincnto di salvezzall (L.Ci 48). Per uno studio su questo assio1na. crr F.J\. SULL!VAN,<1U11iversa!e sacra111ento di salvezza)>, in ID., Noi credia1110 la chiesa. cil., I !3-

134. ri !)rescindendo dall'espressione «chies<1 m1oni111a» di Bolf per delle considerazioni sulla chiesa con1e istituzione e sul suo rapporto con la con1unione e la co111u1lit8 (questione non assente nel saggio di 13ofl), cfr Ì\!1. K.EI 11.. f,a Chiesa co111e istituzione. in C'orso di ren!ngia J011da111e11ta!e. !Il. 7ì·a!fato sulla C'hiesu. a cura di \V. Kcrn - I !..I. Pottn1eyer - ['vl. Seckler. traci. il.. Brescia 1990, 200-225. 21 · Co1ne conl'enn<1 di ciò che dico, si vedano le righe successive a que!!e da 111e citate lettcralinente nel testo: cfr !.. f30FF, L 'ecc!esialità 11opolare, cil.. 195-196.


Religione popolare ed ecclesiologia. Aspetti e prospettive

523

porta Boff a privilegiare e a suggerire una riflessione teologica sulla Chiesa, che esiste nell'unità dcl legame con Cristo, attualmente attivo ed efficace, e con il suo Spirito. L'unione con lo Spirito del Risorto conduce la Chiesa alla profondità invisibile della vita divina, con la sua dinamica, la sua spontaneità e la sua espansività verso il 111ondo. L'azione dello Spirito Santo, inoltre, si estende anche al cli là della Chiesa, nel cuore degli uomini, nella loro cultura. Perciò, una Chiesa può essere piantata facendo einergere, 1nediante l'annuncio evangelico, nella prassi dcl dialogo, quanto lo Spirito del Risrnto abbia già operato nel cuore degli uo111ini. e) Sulla base della riflessione concernente il rapporto Cristo-Chiesa, dal punto di vista dell'ecclesiologia giuridica e eia quello dell'ecclesiologia che ruota intorno alla categoria conrunità, en1ergono, per Boff, due «concezioni» di Chiesa: una che ruota intorno alla categoria della sac1·a JJOleslas e una che ruota intorno a quella di co111unità. Questa categoria, a sua volta, rinvia al dono della koinonia, della koinonia speri111entata ne!l'a1nbito della comunità" e, in concreto, delle CEB. Nella pri111a concezione si ha una raccolta dei credenti per tònnare il popolo di Dio, secondo una linea orientata dall'alto verso il basso. Ne segue che «la nozione cli popolo di Dio e111erge con1e il risultato cli un'organizzazione clata»H': organizzazione nella quale i! potere è concentrato nei vescovi - la cui autorità è collegata con quella degli apostoli e con la volontà di Cristo fondatore - e nei sacerdoti, 111entre ai laici tocca soltanto li111itarsi a ricevere. Diversan1ente, nella seconda concezione - peraltro ritenuta già realizzata nelle CEB - «la realtà del popolo di f)io e111ergc con1c prin1a istanza, e !'organizzazione con1e seconda, derivata e a servizio della prin1a» n. Nel popolo cli Dio, a cui si appartiene per la professione di fede e il battesimo, l'azione del Risorto e dcl suo Spirito si concretizza nei carisn1i. L'azione divina passa attraverso la base, attraverso le persone e le co111unità in un niovi1nento che sale dal basso. I carisn1i, pur essendo dono dello Spirito e venendo dall'alto, si incarnano nelle persone e nelle situazioni storiche concre-

]-5 La disti117:ione 1n1 koi11onia e c01nunità non è di BofL che usa in n1odo inlerscainbiabilc i due lennini (cfrad es_, la pagina 196 del saggio in analisi), 111a111in. sulla base cli S. DIANICll, Ecclesiologia. Questioni di 111ctodo e 1111a proposta. Cinisello Balsamo 1993. 174176. 2r L. BOFF, /, 'ecclesialità popolare, cit.. 196. 27 lbid .. 197. 1


524

Nunzio Cap;zzi

te. In questa prospettiva si ha un'ecclesiologia di comunicazione di doni, di con1partecipazione, di corresponsabilità. In breve, il vissuto della RP nelle CEB suggeriscè all'ecclesiologia che la Chiesa si edifica dal basso, a partire dai credenti concreti e dal loro agire, e non dall'alto, dalle disposizioni istituzionali del ministero. Dicendo questo,

però, l'asse della riflessione e, conseguente1nente, !'attenzione, da una parte, si sposta verso il tema dell'ecclesiogencsi (già considerato) e, dall'altra, alla questione del ministero. Nell'ecclesiologia di comunicazione di doni e di corresponsabilità, il servizio del tninistro ordinato si inserisce un1iln1ente tra i 1nolti servizi che, nel modo loro proprio, manifestano lo Spirito, presente e operante, ed edificano la comunità. A tale proposito, Boff espone il modello di «Chiesa-

co111unità di servizi», riprendendo un'affennazione di Y. Congar, per il quale nella co111unità tutta santa, sacerdotale, profetica, 111issionaria, ci sono diversi 1ninistcri, da essa accolti: alcuni suscitati libera111cntc dallo Spirito, altri legati, 111cdiante l'in1posizione delle inani, all'istituzione e alla 1nissione dei dodici 2 s. La «Chiesa-co1nunità di servizi», di fatto resa presente nelle CEB, è propositiva di un nuovo stile di vescovo e di presbitero: questi pienamente inseriti nella con1unità, realtà avvolgente dei 1ninisteri, devono stare dentro e non al di sopra di essa, co111e principi di ani1nazione, di unità e di universnlità. Emerge un nuovo genere di preti e di vescovi che ascoltano il popolo, che ne condividono le problematiche, che lo stimolano e lo coordinano. La necessità del niinistcro ordinato per la co1nunità non viene, dunque, negata, n1a si prende scn1pre più sul scrio, dal punto di vista strutturale, l'inseri1ncnto dcl ministero nella comunità di fratelli e sorelle che formano il popolo di Dio.

3. li contributo di .les1is Lòpez Gay li saggio di son: che ci ha occupati fìno a questo momento, ha mostrato i risvolti della JZP vissuta nelle CEB - che concretizzano una concezione cli Chiesa fraterna, cli Chiesa-con1unità - per l'ecclesiologia, intorno

n Cfr ibid.. 202-205. Per le riflessioni seguenti. sul n1inistcro, n1i rifr1ecio ancora ;1 queste pagine. L'opera citata di Y. Congar, nella pagina 203, é (riporto lclleral1ne11tc la citnzione) «1\·linistères et co11111111ninn ecc/ésia/e, l\u-is 197L 19».


J?eligione popolare e(/ ecclesiologia. Aspetti e prospettive

525

ai terni dell'ecclcsiogenesi, del rapporto Cristo-Chiesa, delle concezioni della Chiesa. Diversamente si orienta il contributo del gesuita J. L6pez Gay, dopo che egli, anzitutto, nelle premesse metodologiche, ha risolto il problema del rapporto teso tra RP e teologia - a cui ho fatto riferin1ento, nel pri1110 pa- · ragrafo dcl presente studio, citando Henau - totahncnte a favore della RP 29 • Il legame tra questa e l'ecclesiologia può essere colto, anzitutto, (a) nella direzione di alcune questioni ecc!esiologichc, concernenti la Chiesa con1e JJOpolo di Dio; successivamente, (b) nelle considerazioni sull'inculturazione della fede cristiana, connessa alle proprietà della Chiesa, particolarmente alla sua cattolicità e alla sua apostolicità. a) Se nel contributo di Boff, la categoria decismncnte privilegiata per l'interpretazione della Chiesa è con1unità, in questo di L,6pez Gay è JJOJJo/o cli Dio. Alla luce di questa categoria, l'autore chiarisce i rapporti tra la RP e l'ecclesiologia. La RP è dcl popolo, si configura con il popolo e ne manifesta il pensiero. Ma al tennine «popolo» - ci si chiede - bisogna riconoscere, alla maniera cli Boff, il significato del popolo povero e oppresso? Come in qualche modo ho avuto modo cli anticipare, L6pez Gay prende le distanze da tale posiz1one, offi·cndo la sua spiegazione dell'accezione ecclesiologica di «popolo» e cli «popolare»: «Ultin1an1cnlc [ ... ] il tcnnine «popolare» viene utilizzato in chiave socio-

politica; il popolo sarebbe la cl<1ssc sociale oppressa, coinvolta nella Joua [ ... ].

Questo senso dcl lcrn1ine «popolare» è n1ollo lontano dal nostro uso. Noi sernprc che parlia1no di Chiesa-popolo, o di «popolare», uti!izzian10 questa tcnninologia con1c una nozione religiosa, teologica: la Chiesa è un popolo eletto da Dio, re-

dento eia Cristo e raggruppato intorno a Lui, can1n1ina verso il Padre»·111 .

2 ') <di vero soggetto della rcligiosilù popolare è i! popolo. Dobbimno conoscere questo popolo. rispettarlo e non voler giudicarlo con le nostre categorie intcllcuua!i. All'ora clclb valorizzazione della religiosità popolare più che i nostri valori di specialisti debbono prevalere i valori dcl popolo j .•• J il Leologo non deve cedere a!!a lenta7.ione del don1inio, e di in1porrc le proprie categorie ideologiche al cristianesin10. f;: una tentazione così facile, prove~ nienle talvolta dallo zelo di n1igliorarc o fr1re più autentica la vi1a cristiana. Il teologo deve essere pronto a convertirsi dinnanzi alb realtà del cristiancsin10. La nostra pri1na funzione eoine teologi dinnanzi alla religiosità popolare cristiana, non è di criticarla. 111a considcrnre attcnta111ente la realtà del cris1iancsin10 che Cristo ha iniziato e che oggi vive la Chiesa>>: J. Lòl'F!. GAY, f'o11da111enti teologici della religiosità popolal'e, cit., 106~107. Jll lbid .. 114.


526

Nunzio Cap;zzi

«Popolo» e «popolare» vanno quindi compresi alla luce di popolo di Dio che) lontano dalla si1npatia per una classe sociale, per !a 1nassa dei poveri o per il proletariato stì·uttato e oppresso, vuole cspri1ncre che Dio ha voluto c ha fondato un popolo come particolarmente suo, un popolo che ha come fondamento e guida il Redentore. 1_,'uso della categoria, nella sua stretta connessione con il teina della RP, pennette a J_,òpez Gay di cogliere due provocazioni per la riflessione ecclesiologica conten1poranea. Da una pa1ie, questa è continuan1ente stirnolata a non ridursi a un discorso condotto csclusivan1ente sulla gerarchia, dal 1110mento che il popolo di Dio, prima di ogni distinzione intraecclesialc, spinge a prendere atto degli elcn1enti fonda1nentali, con1uni a tutti i fedeli; dall'altra pa1te la RP porta a sottolineare gli elc111enti u111ani e il carattere storico della Chiesa, contro qualsiasi considerazione, che volesse 111uovcrsi lungo un percorso pura111cnte spirituale: «Se nella Chiesa 111ancas.se una vera religiosità popolare, significherebbe l'esistenza di un volto della Chiesa che non è il proprio. Sarebbe una Chiesa considerata soltanto sotto l'aspetto interiore, o gerarchico I .. -1. Oggi la teologia ha riconsiderato con occhi nuovi la realtà visibile della Chiesa per discernere prin1a cli tutto la realtà cli un popolo vivente cd operante nel divenire storico»-11 •

La Chiesa, nella sua din1ensione visibile, si presenta costituita dagli uomini e dalle donne che compongono il popolo di Dio. Uomini e donne che portano in sé lin1iti, esigenze religiose e sociali e, fra queste, anche le espressioni con1unitarie, festive della loro religiosità. J_,a RP, di conseguenza, si presenta come la religiosità degli uomini e delle donne che formano il popolo di Dio e, al contempo, spinge a riflettere sulla Chiesa nella sua forma di popolo: popolo che è in continuità, e insieme in discontinuità, rispetto a Israele; popolo, che vive e opera nel divenire storico, in ca111n1ino verso il IZcgno promesso; popolo universale, che ha la possibilità di inserirsi nelle più diverse culture e civiltà. b) Per quanto riguarda l'universalità del popolo di Dio, l'asse della presente riflessione si sposta verso il secondo argo111ento, sopra anticipato:

li

lbid., 113.


Religione popolare ed ecclesiologia. Aspetti e prospettive

527

l'inculturazione della fede cristiana, nel suo !cga111e con le proprietà della Chiesa, specialn1cnte con la cattolicità e rapostolicità. li saggio di L6pez Gay si apre con la seguente defizione di RP che, per alcuni aspetti, anticipa le caratteristiche del contenuto delle pagine successive: RP è «la 111aniera in cui il cristianesi1110 s'incarna nelle diverse culture e strati etnici, e viene profondan1ente vissuto e si 1nanifesta nel popolo»--12 • Se, in precedenza, ho illustrato l'accezione ecclesiologica di "popolo" e di "popolare", in rifcrin1ento a poJJo/o cli Dio, adesso, dal 1110111ento che «la Chiesa è un popolo e vive nel popolo» 3\ bisogna fare un cenno a una seconda declinazione dei tern1ini "popolo" e "popolare", ne! saggio in analisi, previamente alla questione dell'inculturazione. Jn poche parole, ci si imbatte con l'idea di popolo sul piano sociologico, definita niuovendo, principaln1entc, dalla nota della cultura.1·1• A livello dei termini, nello studio di L6pez Gay, viene adoperato "incarnazione" e non "inculturazione", 111a è chiaro il concetto del rendersi presente della vita e dcl 111essaggio cristiano nelle culture dei popoli e, per quanto ci riguarda, il risvolto concernente la RP: «TI cristit1ncsin10 coinc Cristo "si incarna" nella vi la, nelle espressioni religiose e culturali ciel popolo, e in questo piano clobbia1no collocare !a religiosità popohire.

l! cristianesin10 non ri1nane cornc un'ideologia lontana dalla vita ciel popolo. I-la bisogno di incarnazione: incarnazione significa arrivare al popolo, partecipare cli una espcrien7a popolare, accettare la rcallù con i suoi lin1iti [... ]. Niente che appartiene alla vita religiosa del popolo ri1nane fuori ciel can1po clell'incarna7ione».ì 5 .

La RP, dunque, invita l'ecclesiologia a tenere presente il processo cli radican1ento della fede cristiana nelle culture, in culture che trovano la loro manirestazione anche nel modo di esprimere la fede.

12 -

Jhid. 105. Nella nota I, l'autore fornisce la J'onte della definizione (cito letteral!nen//Sinodo dei /"e.scovi 1974, Ron1a 1975, p. 152)). T\Jhid .. 114 . .l·I Cfr, ad escn1pio, ibid., 106: «Ogni religiosità popolare è inti1na111ente legata agli eleinenti culturali ed etnici. Talvolta è difficile segnalare dove finisce il fallo religioso e dove inco1nincia il culturale. Questo fe110111eno, pili che i limiti ci n1osira uno dei valori della religlosilà popolare: è un segno che è de! popolo, che è vissuta, perché la religione cli ogni gruppo u1na110 ne rappresenta f... J l'esplicita alTennazionc cli identità culturale». "Jbid., I 08-109.

le): «G.

C/\PRILE,


528

Nunzio Capiz.z.i

L6pcz Gay, nelle righe introduttive del sagg10, dice che l'argomento principale del suo studio è la RP "cristiana" -'6 : questa si situa nel !a logica dell'incarnazione, nel senso che, nella RP, il divino si incarna ne!l'u1nano, nel sensibile, nel visibile, nel corporeo, nel n1ateriale, e l'u111ano religioso è assunto nel divino. La R_P, quindi, non è una degenerazione superstiziosa e idolatrica del cristianesin10, 111a è il cristianesin10, in quanto con1prcso e vissuto dal popolo cristiano, nelle situazioni storiche e culturali, in cui esso si è venuto e si viene a trovare, è la forn1a popolare del cristianesi1110. Inoltre, nella prospettiva missionaria delle sue riflessioni, sulla base di Ad Genfe.1· 9. 11, Lòpez Gay sottolinea il significato della RP "non cristiana" 17 : neanche questa deve rin1anere al di fuori dcl can1po dell"'incarnazione", dal n10111enio che anch'essa riceve luce dal tnistero dell'incarnazione,' data la presenza, in essa, dei "gern1i del Verbo". Ritengo che le riflessioni di LOpez Gay sulla RP, considerata da! punto di vista dcl suo rappotto con le culture dei popoli, assu111a110 un certo rilievo per l'elaborazione ecclesiologica conte111poranea, nella quale si è orientati a sottolineare l'universalità della Chiesa nella prospettiva dell'inculturazione - unitan1cnte al progran1111a dell'evangelizzazione o della nuova evangelizzazione - privilegiando, in tal 111odo, il tenia dell'annuncio 111issionario della fede in una detenninata situazione socio-culturale'·\ La n1enzione dell'universalità pennette il passaggio alla connessa riflessione sulla cattolicità della Chiesa. In questo senso, la RP invita l'ecclesiologia a tenere presente la cattolicità, spiegata particolannentc eia L,6pez Gay, co111e accettazione - pur con un processo di purificazione - di tutti i popoli con i valori religiosi e culturali, di cui sono portatori, con il loro bisogno di esperienze e di 111anifestazioni con1unitarie-' 9 • La realizzazione della cattolieiià della Chiesa, mediante il suo inserin1ento in ciascuna cultura, si acco1npagna, poi, all'evangelizzazione della cultura e delle culture, all'annuncio de! Vangelo finalizzato a penetrare e a rigenerare [e culture. Si tratta di un annuncio che, tenendo conto dell'apostolicità della Chiesa, va fatto nell'unità della Chiesa attuale con la Chiesa apostolica delle origini, nel legame della Chiesa di oggi con la fase iniziale nor-

Jr, Cfr ibid., I 05 . .n Cfr ibid., I 09. -'~ Cfr, ad csc1npio, ivl. KEHL, La Chiesa. J/y1flalo sisle111alico di ecclesiologia ca/lofica, cit., 236-246 .

.w Cfr .I. L6PEZ GAY, Fonda111enti /eo!ogici della re!igiosilà f)Opo!are, cit., 114-115.


Religione popolare ed ecclesiologia. Aspetti e prospettive

529

mativa. E affinché ciò che Gesù Cristo ha affidato alla Chiesa apostolica, per tras1netterlo alle generazioni successive, possa penetrare nelle culture, nei tratti caratteristici di un gruppo u1nano, nei suoi 111odi tipici di pensare, di con1po1iarsi e cli un1anizzare un dato an1biente, L6pez Gay suggerisce che venga battuta la via privilegiata - peraltro già storica111ente battuta - della RP~ 0 •

4. Un tenia do non lasciare possare sotto silenzio: il sensus fideliu1n li contributo di Boff e quello di Lòpez Gay hanno evidenziato dei temi ecclesiologici intorno ai quali la RP e l'ecclesiologia si incontrano e che, al conte111po, possono essere accolti, dalla riflessione ccclesiologica conte111pornnea, come suggeriti dalla RP. Sono i temi dell'ecclesiogenesi, dcl rapporto trn Gesù Cristo e la Chiesa, delle concezioni della Chiesa e del ministero, della Chiesa nella sua forma fondamentale di popolo di Dio, clel!)inculturazione. LJn teina di notevole rilevanza in ecclesiologia, che, particolanncntc, può essere dettato dalla RP, è passato invece, in 111odo evidente, sotto silenzio: si tratta del sensus ficleliz1111, di ciò che si può captare oggettivan1entc di quanto credono e professano i fedeli"' 1 • Per l'articolazione delle inie successive riflessioni sull'argo111ento appena evidenziato, n1i lascio guidare dalle considerazioni di I(. Rahner. Questi, dopo aver nettamente distinto tra la Chiesa come popolo di Dio (Kirche als Vo!k Gol/es) e il popolo nella Chiesa con la sua religione popolare (/lolk in cler Kirche 111it seiner f/ofksreligion) 42 , con11nentando quanto lunzen GenriuJJ1 12 dice sul senso della fede dei fedeli, scrive:

.m «Uno dei n1czzi più idonei aJTinché la forza dcl Vangelo entri nelle culture. nelle fonli ispiratrici e nei rnodelli di vita, è la religiosiU1 popolare, dove i! popolo trova un suo n1odo di essere cristiano e di cspri111ersi crisLianmnente. La storia ci din1oslra che una evangelizzazione che ha tenulo conto della religiosità popolare, ha penetralo negli strati cultun1li più profondi»: J. LòPEZ CiA Y, 1''011da111enti teologici della religiosità popolare. cit.. 116. ·11 Su questo argon1cnto. cfr S. P1E-N1NOT. Sensus fìdei. in [Ji:::ionario di teologia .fonda11ie11tale. a cura di R. Latourelle - R. fisichella, Assisi 1990, 1131-1134. 42 C!ì· K. RAllNl:R, /:11111 Ver/iiiltnis von Tlieo!ogie und Volksrel1~e;io11, ci!., 189-!90. Al riguardo, Rahncr introduce la questione del significato di popolo sul piano sociologico. Cito lelleraln1cntc i passaggi salienti_ sulla base dci quali viene stabilita la distinzione di cui parlo nel testo: ((Von Vo!ksrcligion zu sprcchen haL so1nit \vohl dann nur eine Bcdcutung, wenn n1it dc111 llegrilT ·'Volk'' ein prol'ansozio!ogisches E!cmenl eingehihrt \Vird, so daB nich! von vornhcrein und notwendig jeden11n1111 zu diesen1 Volk gezLihll \Verdcn 111uf\ daf.ì es 111in-


530

NunzhJ Copizzi «Natural niente in questa dichiarazione conciliare si intende tulio il popolo di Dio,

che è la Chiesa, e non solainentc il popolo 11e{/o Chiesa che qui ci interessa. Ma quanto essa dice deve valere anche ùi questo popolo, perché e in quanto questo è una parte ciel popolo che si identifica con la Chiesa, e perché non potre1111no

ar-

fcnnarc quanto è stalo detto della Chiesa nel suo insierne, se lo ncgassi1110 sc1nplice111enlc della parte più grande di questa Chiesa, cioè ciel popolo ;11 essa. Naturaln1enlc possian10 condividere quanto il Concilio dice dcl sensus fidcliu111 del popolo nella Chiesa, solo in quanto questo è e rin1ane una parte della Chiesa e sla in un rapporto vivo con le altre p<1rti e uffici della Chiesa»~-'.

Il punto esatto che voglio 111ettere in luce è costituito dal legan1c, sta-

bilito da Rahner, tra una riflessione sul sensus fidelium della Chiesa-popolo di Dio e una sul sensus fìdelium dcl popolo nella Chiesa, dcl popolo con la sua religione popolare. l~ale Jegan1c, a 111io avviso, deve essere tenuto presente dall'ecclesiogia, nella sua relazione con la RP. L'ecclesiologia dovrebbe accogliere il suggerimento che, a proposito, le proviene dalla RP. Seguendo l'ordine dei cenni fàtti, nii accingo a esa1ninarc, pri111a la rilevanza del teina del sensus .ficlelilon per !'ecclesiologia conten1poranea, e dopo il suggerin1cnto proveniente dalla RP del popolo nella Chiesa. a) Nell'ecclesiologia conten1poranea, viene n1olto sottolineata l'i1nportanza che una trattazione sul sensus .fìclelhan assu1ne, sia nel quadro di un'ecclesiologia di cornunione che evidenzia, tì·a l'altro, la co111unicazione dcslcns erhcbliche DiflCrenzen in dcr ZugehOrigkcil zu dicsc1n so verstandcncn Volk gibt. daf3 dernentsprechend die Religion dieses Volkcs nicht einfr1ch von vornhcrcin oder i1n gleichcn Maf3 dic Rcligion allcr in der Kirche isl f... I Was zuniichst clic soziologischcn Bestin11nungc11 angeht. dic irn 13cgriff ((Vollo> gcgcben sein 111iisscn, so bcstcht keine grunclsiilz!iche Sclnvicrigkeit, auch nicht, \\'Cllll solchcs «Volk» in dcr Kirche Qcgcbcn sein soli. .la, flir unscrc theologische Obcrlcgung ist es sogar rcbtiv gleichgOltig,.._ \Velchc Bcstin11nungcn gcna11er nmnhaft gcrnacht \Vcrdcn. Das ist cinc Sache dcr Gcsellschahswissenschaft!cr [... ] ;.\uf jcden l·'all aber gibt es solchcs so besti1nn1tcs ((Volk» auch in der Kirchc, weil dicsc Bcsli1nn1ungen dcn /'vlenschcn auch anhaiìcn und sic charaklerisiercn. insofern sic Glicder der Kirchc sind und in ihr leben und auch auf das religiose Lcbcn diescr f\/fcnschen Ans\Virkungen habcn»; il corsivo è dell'autore. ~J lhid., 193: «Natlirlich ist hicr in dieser Konzilserkliirung das ganze \folk Gottes, das dic K.irche ist, gc1neint und nichl blo[I das Volk in dcr I(irche, das uns hier inlcrcssicrl. ;\ber es 1nuf3 das Gcsagte auch von diesc111 Vo!k geltc11, \Vci! und insofcrn es ein Tcil des Volkes isL das n1it dcr Kirche idcntisch isL une! \VCil 1111.111 das von der Kirchc als Ga1li':cr C_ìcsagte nicht bchaupten kOnnte, \vl'lrdc n1an es schlcchlhin vorn gr0/3Len Tcil c!icscr Kirchc. von1 Volk in ihr. vcrncinen. NatOr!ich kann 111an c!as Liber dcn scnsus lìdeliun1 vo1n I<.0117.i! Gcsagte von1 Volk in dcr J(irche nur sagcn. insofcrn es cin Teil dcr l(irche ist und blcibl und in eincr lcbendigcn Verbinc!ung n1il den iibrigcn Teilen trnd i\.n1tern dcr Kirche steh!)): il corsivo è dell'autore.


Religione popolare ed ecclesfologia. Aspetti e pmspetlive

53 I

della fede propria cli tutti i credenti, sia nell'ambito dei rapporti tra magistero e teologia. Mi li1nito, a titolo ese111plitìcativo, a tncnzionare quanto alcuni autori dicono al riguardo. J.M. Tillarcl, dopo essersi preoccupato cli precisare che il sensus .fìdeliurn «non equivale a quella che viene detta "tède popolare"», nota co111e uno dci dra1n1ni della teologia occidentale, negli ulti111i secoli, consiste nell'averlo dimenticato. In particolare, dal punto di vista dell'ecclesiologia, egli sottolinea come l'accoglienza del senso della fede dei fedeli, «della verità in gestazione nella vita del popolo di Dio», porterebbe l'attenzione sulla fede presente nell'intero corpo ecclesiale, farebbe percepire il ruolo del laicato e spingerebbe a una riflessione sulla Chiesa con1e conn111ione più che con1c ,r;erarchia4~.

Nella trattazione sisteinatica sul tenia del sensus .ficieliz11n, presentata con1e dissertazione di dottorato alla Pontificia lJniversità Gregoriana, L). Vitali, in pa1ticolarc, segnala il senso della iècle elci fedeli nel suo nesso con il rinnovan1ento dell'ecclesiologia avviato dalla Llanen (]enthtnl, con !'ecclesiologia del popolo cli Dio che, evidenziando l'aspetto comunitario della

Chiesa, prin1a di ogni distinzione di stato o di funzione, inette in luce l'uniti! del popolo di [)io e la con1une dignità di lutti i suoi 1nc111bri. Successivan1cntc, però, l'autore passa a trattare la questione preoccupandosi soltanto dcl

confronto tra sensus ./Ìlleliz1111, 111agistero e teologia ·15 . Anche S. Dianich, nella recensione al volu1ne appena 111enzionato, ribadisce l'i1nportanza de! sensus .fìdelh1111 nel contesto della riflessione ecc!esiologica attuale. Tuttavia, diversamente da Vitali, egli suggerisce di seguire, più che quella del confronto con l'l teologia e il 111agistero, la pista del significato del sensus jìcleliuor co111e for111a fondan1entale di co111unicazione della fcdei propria di tutti i credenti, nel popolo cli Dio. Comunicazione della fede che assume diverse forme, a seconda delle «diverse attitudini o elci diversi momenti della [ ... ] esistenza ecclesiale» dei soggetti che pensano e dicono la fcde- 16 •

11 · · Cfr J.l'vf. T!Ll.AIUJ, Teologia e vita ecclcsiu!e, in lniziozione a!!n protica della teologia. I. Introduzione, o cura di B. Laurel - r. Rcfoulé, trnd. il .. Brescia 1986. 171-194: 172175. Di Tillard. si veda anche, utilinenle: ((Sensus jìde/i11111»: réjlexion théologiq11c, in Foi pop11faire. Fai sovante, cii., 9-40. ~ 5 Cfr D. VITALI, Sens11s/hle/i11111. lfna f111izio11e ecclesiale di inlel/igenza della ji!de. Brescia 1993. 89-94, 114-118. ~(, Cfr S. 01/\NICH, Recensione a D. VITALI, Se11s11s .fide/111111, cit., in Cristianesimo nella storia 17 (1996) 688-692: 691.


532 Il gesuita tedesco M. I<ehl, nel suo trattato di ecclesiologia, dà 1nolto spazio a delle considerazioni sul senso della fede dei fedeli, ponendo l'accento su alcune sfaccettature del tema. ln modo speciale, egli riflette sull'uguaglianza di tutti i credenti nella fede, donata e operata dallo Spirito Santo, con1e fonda1nento di ogni ordinan1ento e struttura ecclesiale. Poi, mostra come la partecipazione fondamentale dell'intero popolo di Dio alla 111issione profetica di Cristo, lungi dall'esaurirsi in una sen1plice proclan1azione, dovrebbe csprin1ersi nel dialogo con il 111agisiero e, concreta111ente, u1 un dialogo che segni il procedimento metodologico per la stesura delle lettere pastorali .n. Quanto ripreso dagli autori 111enzionatì basta per poter ribadire l'attenzione 111ostrata, dall'ccclesio!ogia post-conciliare, al sensus .fì{/elizt!Jl. In breve, si può asserire che uno studio sulla Chiesa come popolo di Dio, sulla scia ecc!esiologica tracciata dalla Lu111en Ge11tiu111, si 111ostra interessato a considerare anche ciò che credono e professano tutti i nien1bri della Chiesa come popolo di Dio (Kirche a!s Vo!k Gottes, riprendendo i termini cli Rahner). b) Parlando della totalità dei membri del popolo di Dio, è chiaro che non si possono escludere i membri del popolo nella Chiesa, del popolo presente in essa con la sua religione popolare (Volk in (/er Kirche 1nil seiner Vo!ksreligion). Esattamente su questo punto, a mio avviso, l'ecclesiologia dovrebbe porsi in ascolto della RP che, da pm1c sua, propone un approfondin1ento e un arricchi1ncnto della riflessione ecclcsiologica sul senso della fede dci fedeli. Non 111ancano i teologi contc111poranei che colgono, nella religione del popolo nella Chiesa, una 1nanifestazione del sensus .ficlelh1111. P. Giannoni, nelle sue pagine, i111preziosite da nun1erosi riferi111enti alla diretta esperienza pastorale vissuta in una parrocchia della ca1npagna toscana\ sostiene, anzitutto, che la riflessione teologica deve accogliere\ co111prendere e valorizzare la "teologia popolare\' co1ne "teologia con1plc111entare''·rn. Passando, poi, a descrivere i vari 1nodi di espressione della "fede po-

.i

7 Cfr Ivl. KF.HL, La Chiesa. ìì·attato sistematico di ecclesiologia

cattolica, cit.. 99:

249. · 1 ·~

P.

re, cil.. 82.

G!ANNONI,

Fede, re/1~r;ione, rel(r;iosità, in

D. PJZZ!JT! " P. GJANNONI,

Fede popola-


Religione popolare ed ecclesiologia. Aspetti e prospettive

533

polare", sottolinea, sulla base di Lumen Gentium 12, il carattere autorevole, che essi hanno, per essere assunti, in quanto «portatori di verità teologica»: «Sian10 coscienti di fare di questo testo rLG 121 una applicazione particolare, che

tuttavia sc1nbra giustificata proprio per il fatto di avere la coscienza che la espressione della rccle popolare, in quanto espressione ecclesiale, è uno dei 111odi in cui parla il "popolo cli Dio" che è la Chiesa: vi è in essa uno spirito-cli sapienza che interpreta e lega insicn1e vita un1ana e vita clivina».f'J.

Si possono rintracciare, quindi, per Giannoni, le 1nanifestazioni del senso della fede dei fedeli, anche nelle molteplici e multiformi espressioni dell'esperienza della fede ecclesiale vissuta dal popolo, nella sua vita quotidiana: si tratta della fede del popolo - che fa parte della Chiesa-popolo di Dio - vissuta nella fatica dei giorni e nella difficoltà dell'esperienza quotidiana. Inoltre, secondo l'autore, nel vissuto della "fede popolare'', si stabilisce un legan1e tra sapienza di fede e vita. Su tale \egan1c, coine si vedrà, pongono l'accento anche Tillard e G. Ruggieri, che sto per citare. Tillard, pur asserendo giustainentc - con1c ho già detto sopra - che il sen.s·us .fhfe/iun1 «non equivale a quella che viene detta "fede popolare"» 511 , nelle sue riilessioni, afferma che il senso della fede dei fedeli può essere colto nel linguaggio si111bolico o 111itico, nel quale la "fede popolare" csprin1e ciò che non può essere tradotto in concetti razionali. Nelle 111anifestazioni delln "fede popolare'', infatti, secondo !~autore, un linguaggio intessuto di segni e di atteggian1cnti, espri1nc la fede professata dai fedeli in n1odo più pregnante, anche se in 1naniera diversa dalle confessìoni verbali. Inoltre, con1c Giannoni, 'ri!lard valorizza il legan1e, espresso 111ediante la sacralizzazionc dei n10111enti cruciali dell'esistenza, che la RPstabilisce tra la fede in Dio e la vitn 51 • L'autore rende più chiarn l'esposizione del suo pensiero, sostenendo che, nella RP «traspare la densità dì un1anità della J'cde, troppo rinnegata dalla Riforn1a e i111p!icita1nenlc 111cssa in discussione dalla distinzione superficiale tra tede e religione. Ed e111crgc così il !ega1nc prezioso tra la fede e ciò che, fin dalla notte elci tcn1pi,

19 •

lbid. 107.

50

crr sopra,

51

CfrJ.ivL

nola 44.

TILLARD,

Teologia e vita ecclesiale, cit.. 177-178.


534

Nunz;o Capizzi fa durare l'un1anitù. Ma questo cn1crgcrc non ha nulla della precisione nen-a di un'idea o di un concetto .. Bisogna decifrarlo sollo un a1111nasso cli riti, di ahitudìni, di lraclizioni»-' 2 ,

H.uggieri, infine, 111entre considera la natura e i contenuti della RP nel meridione d'Italia e nota come, nella religiosità popolare dcl popolo siciliano, i! posto centrale è occupato dal Cristo n1cHio, sottolinea che, per una riflessione che si voglia 111uovere in una prospettiva teologica, più che di "religione popolare", si deve parlare «di una forn1a autentica della fede cri-

stiana». Una forma della fede cristiana che non manca di illuminare la difficile esperienza dcl vissuto feriale, particolarn1ente l'esperienza della 111orte e

della sofferenza, dal momento che (<Tl nucleo di quesla J"edc popolare può quindi essere descriu-o co111c una specie di idenlificazione tra la sofferenza e la inorte storica del Cristo e l'esperienza attuale della sofJCrcnza e della inortc dcll'uo1no. In qucsla identificazione l'cspcric117.a un1rn1a acquisisce dignitù e scnso» 5-'. I riferi1ncnti fritti, ai teologi conten1poranei, hanno reso pili chiaro come il senso della fede dei fedeli trovi una modalità di espressione nella RP. J.,a conseguenza, a n1io avviso, è che il sensus .fille/iu1n, nell'espressione che assume nella RP del popolo nella Chiesa (Volk in der Kirche mii seiner Vo!ksreligion), non dovrebbe essere tenuto al cli foori di una riflessione ecclesiologica sul scnsus fìdelium dei membri della Chiesa-popolo di Dio (Kirche a/s Volk Gol/es), per il semplice fatto che - come ha scritto Rahner - quel popolo «è una parte del popolo che si identifica con la Chiesa»-'·1•

Osservuz;oni conc/11s;ve Senza alcuna pretesa di con1plctezza, ho cercato cli niostrarc co111e la relazione tra la RP e l'ecclesiologia, lontano dall'essere elusa, vada favorita: la pri1na ha qualcosa da dire alla seconda.

52

lbid.. 178 . La ff:de popolare Jì·a strategia ecc/esiasfico e bisogno re/1);ioso, 134. Cfr sopra, nota 43.

.'i.ì G. RllCiGJl-'.RI.

133-135: 5.;

cii ..


Religione popolare eri ecclesiologia. Aspetti e prospettive

535

Per L. Boft; in particolare, il vissuto della RP nelle CEB suggerisce all'ecclesiologia che la Chiesa si edifica "dal basso", a partire dai credenti concreti, in mezzo ai qual i è presente e operante il Cristo Risorto. J. L6pcz Gay ha evidenziato la religiosità degli uomini e delle donne, che formano il popolo di Dio, nel legame con una riflessione sulla Chiesa nella sua forma di popolo, e il radicamento della fede cristiana nelle culture. Infine, sulla base delle considerazioni di K. Rahner, ho considerato una pista di riflessione, nella quale non viene separato il sensus fidelium della Chiesa-popolo di Dio, da quello del popolo nella Chiesa con la sua religione popolare. In una riflessione ecclesiologica, sulla scia della Chiesa-popolo di Dio, bisogna prestare n1aggiore attenzione a un'espressione assunta dalla con1unicazione della fede, propria di tutto il popolo di Dio. Mi per111etto, infine, di portare l'attenzione sulla relazione (anch'essa da non eludere) tra la RP e il teologo che riflette sistematicamente sulla Chiesa. Ultimamente, infatti, è lui che deve porsi in ascolto o meno di quanto la RP dice all'ecclesiologia. Ritengo suggestive, al riguardo, le parole di .T.M. Tillard: «Inserito per il suo battesin10 nella con1unìtà ecclesiale e partecipando alla vita di una Chiesa locale, il teologo, dcl resto, è lui stesso (spesso a sua insaputa) abitato dalle questioni della fede popolare. E anche se alcune di esse lo 1neltono a disagio, la solidarietà con la propria con1unitù gli i1npeclìsce di trascurarle»-'i 5 •

55

J.lvl. TlLLARD, Teologia e vita ecclesiale. ciL., 179.


Synaxis XVI/2 (1998) 537-552

ATTEGGIAMENTI E INDICAZIONI PASTORALI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA NEI CONFRONTI DELLA RELIGIOSITÀ POPOLARE

SALVATORE CONSOLI'

1. La religiosità popolare, oltre alla dimensione antropologico-culturale, abbastanza studiata in questi ulti1ni decenni, possiede una autentica di1nensione religiosa, che 111an 1nano ha interessato la teologia e la pastorale: per scoprirla necessita un attento e intelligente studio. Le espressioni e i si1nboli di questa religiosità non vanno né disprezzati né cli1ninatì 1na interpretati per scoprirne il contenuto di fede: nonostante la presenza di elementi ambigui e contraddittori, la religiosità popolare è da ritenersi un modo legittimo con cui il popolo esprime e vive il proprio rapporto con Dio. 2. L'attuale interesse per la "cultura" del popolo, 111cntre per il consun1isn10 costituisce una fonte di guadagno, per la Chiesa invece è un '"segno dei ten1pi", un'occasione cioè sia per scoprire la voce di Dio che giunge anche attraverso le varie culture sia per ripensare la sua diakonia pastorale, perché il popolo diventi sempre più e meglio "popolo di Dio". 3. La tennino!ogia usata nella letteratura, co1npresa quella teologicopastorale, è piuttosto fluttuante: si parla infatti di religiosità, religione, pietà, devozione, pratiche, credenze, sen1pre però con ['aggiunta "popolare". La esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii "f\Tunlianrli, evidenziando sia le caratteristiche esteriori sia gli atteggia1nenti interiori che essa genera e svela, preferisce la dizione pietà JJO]JO/are: «A n1otivo di questi aspetti, noi la chia1nian10 volentieri "pietà popolare", cioè religione del popolo, piuttosto che religiosi!à» 1• Il docun1ento con questa tenninologia intende sottolineare il fonda111ento di vera JJietas, che secondo la ·rradizionc cristiana è dono dello Spiri-

, ()rdinario di Teologia morale nello Studio Teologico S. Paolo di Colonia. 1 Eva11gelii 1Vuntiandi (=EN), n 48.


538

Salvatore Consoli

to. In questo senso pietà diventa sinonimo di devozione: include pertanto quell'aspetto positivo che la teologia e la spiritualità hanno sempre attribuito a "devozione". L'aggettivo popolare indica sia qualcosa dalle profonde radici, di spontaneo, di non ufficiale, sia forme con le quali il popolo si identifica e che rivendica come proprie, a differenza della liturgia che è regolata dall'autorità2. La Conferenza Episcopale Italiana, nei docu1nenti che saranno analizzati in questo studio, usa la tenninologia in 111odo fluttuante, anche se sen1bra privilegiare il termine pietà.

I. Riconoscilnento e GJJJJrezzcunento llefla reUgiosità popolare

In quest'ultiino periodo, soprattutto alla luce della Evangelii 1\Tunfiancli, si è progressivan1entc presa coscienza che nei confronti della religiosità popolare il prin10 e fondan1entale atteggia1nento va definito in terni ini di amore e di profondo rispetto verso il popolo: esso consente di ascoltarlo e di capirne i valori e le necessità attraverso le varie espressioni, non escluse quelle religiose. Paolo VI parla cli carità ]Jastorale che con1anda di essere sensibili verso la religiosità popolare per «Saper cogliere le sue di111ensioni interiori e i suoi valori innegabili»-'. li rispetto nasce dalla convinzione che il popolo cristiano non è solo oggetto ma anche soggetto di rinnovamento perché depositario della fede e dello Spirito Santo. "Popolo,, sono "le nostre n1asse popolari"~: bisogna sen1pre evitare la tentazione di parlarne da una posizione di distacco con1e pure il rischio cli trattarlo con1e una cavia per tutte le esperienze della gerarchia e degli intellettuali. Vero soggetto della religione popolare, il popolo va innanzitutto conosciuto e rispettato; e va giudicato a partire dai valori del popolo stesso, 11011, co111e spesso accade, con le sole categorie degli intellettuali. La Conferenza Episcopale Italiana, superando un attegginn1ento pre-

2 Cfr S. CONSOLI, La pietà popolare siciliana. in Agata la santa di c:atania, a cura di V. Peri, Bcrgm110 1996, 127-145: 127-128. -' EN, n 48. -1

L.c.


Atteggiamenti e indicazioni pastorali della CE!

539

cedente in prevalenza negativo, si inserisce chiaramente nella linea tracciata da Evangelii Nuntiandi di Paolo VI e da Catechesi Tradendae di Giovanni Paolo 11 assu1nendo un atteggia1nento di particolare attenzione, che giunge a vedere nella pietà popolare un fatto provvidenziale: «Nel patri111onio di feùc e di pietà che il passalo ci ha tran1andato, un'attenzione

particolare va rivolta alla cosiddetta "pietà popolare'', le cui espressioni, "per lungo te1npo considerate n1cno pure, talvolta disprezzate" (EN 48), "sono praticate in certe regioni dal popolo fedele con un fervore e una purezza d'intenzione

con11110-

venti" (CT 54). 1'ali espressioni di devozione e di fede "fornulnO oggi un po' dappertulto l'oggetto di una riscoperta" (EN 48) e questo è certa1ncnte un fallo provvidcnziale» 5.

L'Episcopato italiano fa proprio anche raltro atteggia1nento n1aturato progressivan1entc e che va definito in tcnnini di giusta valorizzazione e di efficace rinnovan1cnto. Nei confronti della religione popolare sono da evitare due tendenze estreme: quella di coloro che vorrebbero salvare tutto, c quella iconoclasta che crede di poter fare piazza pulita di tutto; bisogna, invece, da una parte purificarla dagli elementi negativi e dall'altra valorizzare i suoi elementi positivi, rivitalizzando al n1assi1no il senso di Dio e J'.attcggian1ento di fede. Nel con1piere questo lavoro il criterio non può che essere il contenuto di fede; l'essenzialei infatti, non è il segno 111a la cosa significata: n1olti gesti religiosi, con apparenze folkloristiche, debbono essere giudicati nello spirito con cui sono vissuti e nel loro contenuto di fede. Nei confì·onti di questa religione «così ricca e insie1nc così vulnerabile>/', l'atteggia111ento da assu1nere è ben sintetizzato da Paolo VI: «saper cogliere le sue ditncnsioni interiori e i suoi valori innegabili, essere disposti ad aiutarla a superare i suoi rischi di deviazione» 7 e ciò a 1notivo della convinzione che «ben orientata, questa religiosità popolare può essere se1nprc più, per le nostre inasse popolari, un vero incontro con Dio in Ciesù Cristo»i(. La CE! fa propria la linea pastorale da tutti acquisita di evitare gli

5 I I rinnovamento liturgico in I talla. I8. in Enchiridio11 CF! (=ECEJ) 3/ I 54 I. n 48.

ti EN.

7 N

L.c. L.c.


540

Salvatore Consoli

estremismi: tutto bene o tulto male nella religiosità popolare. Le manifestazioni della religiosità popolare non sono fini a se stesse n1a ricevono valore e senso dalla fede che riescono ad esprimere; debbono pùrificarsi di continuo per non tradire la fede che vogliono testi111oniare: hanno bisogno di essere sen1pre ri-viste, ri-pensate, ri-indirizzate.

Il reale pericolo che certe forn1e possano sconfinare o nella 1nag1a o nella superstizione non deve impedire di cogliere tutti quegli elementi, e non sono pochi, che conducono alla conoscenza di Cristo e favoriscono l'esperienza della vita cristiana: «In realtà, se bisognerà vegliare perché certe forn1e cli devozione non sconfinino nella 1nagia e nella superstizione, sarebbe colpevole non riconoscere, in quelle pratiche, eleinenti che, "se ben utilizzati, potrebbero servire benissi1no a

l~lr

pro-

gredire nella conoscenza ciel 1nistcro di Cristo e ciel suo 111cssaggio" (CT 54 ): in esse infatti si 1nanifesta un ardore di fede, una passione d'an1ore, un'accettazione di dipendenza, un attaccan1cnto alle tradizioni religiose che da soli costituiscono autentici valori e feconde possibilità cli evangelizzazione»').

Saggia la seguente constatazione che, oltre a darne una precisa 111otivazione storica, certa111ente rende giustizia al popolo cristiano: «Bisognerà anche riconoscere il ruolo storico che la pietà popolare ha svolto per secoli, quando è stata l'unica J'onna di pietà accessibile al popolo cristiano, escluso co1ne era dalle ricchezze della liturgia»w.

L'affcrn1azione che segue oltre nd essere significativa di un 111odo diverso di considerare il 111ezzogiorno d'Italia e la sua cultura, è certa111ente rivelativa di un atteggia111ento che progressiva111cntc 1natura nei confronti della religiosità del popolo'': 1

«Sopratlulto, è diffusa nel Mezzogiorno d'Italia una sentita religiosiLù popolare, c.hc n1erila n1olla attenzione con1e terreno fertile per sen1inare e far frultificarc la pienezza dell'annuncio cristiano.

9

11 rinnova/l/e11to lit11rgico. cit.. I.e.

101..c. 11 Cfr S. CONSOLI, R!}lessioni teologico-n1oruli sulla religiosità ;;opolare. in !?cligio11c e 111ora!e popolare cristiana, Bologna 1980, 403-417: 415-4!7.


Atteggiamenti e indicazioni pastorali della CEI

541

Questi valori, espressioni di una cultura e generatori di un ethos, hanno costantcn1cntc bisogno cli essere sottoposti a disccrnin1cnto, oltre che evangelizzati in profondità, per una trasforn1azione delle coscienze e della condolta di vita che con-

duca a una vera crescita 111oralc e civile» 12 . La religiosità popolare è esplicitan1ente riconosciuta tra i valori che si riscontrano nel sud; essendo espressione della cultura, è ben radicata e profondamente sentita, pe1ianto merita la dovuta attenzione.

È considerata quale terreno fertile per l'annuncio, a condizione però che venga sottoposta al necessario discernin1ento. La evangelizzazione non può infatti prescindere dal vissuto religioso del popolo cristiano. Queste affcnnazioni costituiscono la 111aturazìone di un atteggia111ento che l'Episcopato italiano comincia ad assumere fin dal 1970: in tal senso è particolarn1ente significativo il fatto che si parli dell'attenzione da prestare alla religiosità popolare nel documento di base per il rinnovamento della catechesi in Italia: «Tnfine,

V<l

dedicata peculiare attenzione a quei te111i che corrispondono alla pro-

blcn1atica u111ana e sociale del nostro paese, o alle n1anifestazìoni tipiche della sua religiosità. È un'esigenza che qui hasla segnalare, affidandone la forn1ulazione più precisa ai catechisn1i, ai testi didattici, alla catechesi viva» D.

I valori della religiosità popolare sui quali si è maggiormente posta l'attenzione da qualche decennio sono: l'apertura alla trascendenza, la sincera sete di Dio, il senso acuto degli attributi di Dio, l'anelito verso la salvezza, l'apertura agli altri, il senso di appartenenza al popolo di Dio. In tale scia è apprezzabile, e 111etodologica1nente indicativo, il tentativo che fa la CEI di leggere questa religiosità evidenziandone i valori positivi: «L'evangelizzazione non 1nira in alcun rnodo al soffocan1ento delle n1anifestazioni della "pietà popolare", n1a soltanto alla sua purificazione, che ne inetta in evidenza gli aspclli positivi, quali il profondo senso della trascendenza, la fiducia illi1nit1Jta in Dio provvidente, la "via ciel cuore" nella percezione di Dio,

12 1.1

5'vi!uppo nella solidarietà. Chiesa italiana e 1\Iezzogiorno, 11, in ECEJ 4/1935. li rinnovamento della catechesi. 99, in ECEJ 1/2664.


Salvatore Consoli

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l'esperienza del rnistero della croce nella sua dra1nn1aticità, rna anche nella sua valenza salvifica, !a confidenza filiale nella Madonna, il senso tipican1cntc cattolico dell'intercessione dei santi. Al contempo ne qualifichi la gestualità e il rifcrin1ento alla natura, in1pedendo che diventi "l'alternativa dci poveri" alla liturgia. Senza

questa purificazione data da una nuova evangelizzazione, la pietà popolare, pur essendo aperta e orientata alla trascendenza, può ridursi a essere don1ancla senza risposta, croce senza risurrezione, gestualità senza contenuti, 111e111oria di pure e1nozioni,

solidarict~1

senza con1unione. L'evangelizzazione, invece, agevola il

passaggio da una religiosità gratificante, consolatoria, a una fede liberante, c_b espressioni individualistiche e quasi celebrative delle proprie difficoltà a esperienze di autentica con1unione (Giovanni Paolo II, Discorso ai vescovi francesi della regione Provencc-Méditcrranée: OR 19.! l.!982), da un in11nohilis1no chiuso cd evasivo a un vero in1pegno storico» 14 .

Significativo l'oricnta1nento 111etodologico, volto a vedere questa religiosità aperta e propedeutica al Vangelo e l'evangelizzazione indispensabile a salvaguardarne l'autenticità. E si rende ancora una volia giustizia al popolo cristiano constatando che: «Nessuno ignora la religiosità dcl nostro popolo. Essa ha saputo resistere, lungo il corso dei secoli, alle più dure prove e alle più forti seduzioni, dando vita a nun1erevoli opere di pietà e a svariate forrne di culto))

1n-

15 .

Ma si precisa che: «.

in altr-i purtroppo, e non son pochi, più che consapevolezza e disciplina, è

scntin1ento e tradizione, orientata assai spesso verso l'esclusiva o prevalente ricerca dei beni rnateriali, e intristita non di rado da fonnc parassitnrie e superstiziose, in cui, a volte, lo stesso vizio osa, con gesto sacrilego, anche se incosciente, porsi sotto le ali della religione e del culto» 16 .

Con questi rilievi non si n1isconoscono né si sottovalutano gli aspetti

1

~ Sviluppo nella solidarietà,

cit., 26, in

ECEI

4/1962.

l.'i

J problen1i del n1ezzogiorno, 2, in ECEJ 4/2794.

ir,

Le.


Atteggiamenti e indicazioni pastorali della CE!

543

positivi della religiosità del popolo, ma si evidenzia il bisogno di alimentare il senti111ento religioso, pena il suo spegnersi o il suo degenerare. La religione deve essere alimentata dalla fede e questa nella sua espres-

sione esistenziale necessita della carità e delle sue opere, che, nel 1nezzogiorno d'Italia, non può escludere la giustizia: «Pertanto, venerati confratelli e figli dilettissin1i, se noi 1nisurian10 la vita reli-

giosa delle nostre popolazioni alla stregua di questi principi, e sappiarno riconoscere le non poche né lievi difficoilà e resistenze che l'attuazione delle nonne di giustizia incontra nel Mezzogiorno cl'Ilalia, dobbian10 con an1arczza concludere

che non di rado ci 1nuovian10 in un 111onclo cristiano solo d'apparenza, il quale ci in1pegna a un lavoro e a un apostolato che gli ridia la sua anin1a e il suo pieno signi ricalo» 17 •

La Conferenza Episcopale riserva una attenzione tutta particolare alla religiosità del mondo rurale in Italia: «A giudizio degli studiosi, ìl rurale pre-tccnico avrebbe una religiosità di natura cosn1ologica e biologica, nel senso che sarebbe portato ad attribuire ad intervento diretto dcl divino i fenonicni che non riesce

<i

cotnprcndcre o

<i

dorninarc. Di con-

seguenza il sacro penetra la sua vita personale, fa1niliarc e professionale; grande i1nportanza viene attribuita ai riti religiosi, non r<1ra1ncntc intrisi di superstizione. Scn1bra anche prevalente lra i rurali una concezione religiosa naturale, con e!ernentarc conoscenza della religione rivelata, scarsarnenlc vissuta. Si innesta su questa religione naturale un'alta stirna della vita n1oralc relativa1nentc alla fa1niglia, all'educazione dei figli, al dovere dcl lavoro, .<>u cui il rurale fonda il n1erito e cli conseguenza il pren1io o il castigo cli l)io» 18 •

La descrizione della religiosità del mondo rurale è chiaramente attenta e critica: assien1e ai valori positivi, tra cui l'innesto della vita n1orale, si notano alcuni li1niti, tra cui la faciloneria nel chiatnare 111 causa l'intervento diretto di f)io, l'apertura dei riti alla superstizione, la scarsa conoscenza della religione rivelata. Logica e preoccupata la seguente conclusione:

17 J•. c .. IH

in ECE! 4/2795. La Chiesa e il 111011do rurale italiano, 13, in

ECE!

2/756.


Salvatore Consoli

544

«Una religiosità de! tipo sopra descritto non può non rivelarsi fì·agile di fronlc al profondo processo di razionalizzazione che investe il n1onclo rurale. Tuttavia conunettercbhc un errore grave chi ritenesse che la tede dcl rurale nel divino non avrebbe altro fondan1cnlo che la paura e l'ignoranza, essendo assai fì·equentc nel rurale l'idea di Dio creatore e signore di tutte le cose, desunta dallo stesso contalto con la natura» i 9 _

La fragilità propria della religiosità popolare rurale non porta a negarne la validità ma impegna a scoprirne i valori, soprattutto quello relativo al Dio creatore. Anzi con questa sua convinzione può essere di aiuto al 111ondo

razionalizzato, che spesso non riesce a vedere il 111ondo nel suo stato di relazione con Dio. Viene criticata quell'ala di clero che, ritiene inutile la "pastorale rurale" perché

a1111naliata dall'urbanizzazione,

«nega contenuti validi alla religiosità rurale, considerata superficiale, acritica, spesso n1agica, in ogni caso prin1itiva e incapace di resistere di fronlc all'avan7.arc del progresso» 20 •

E si insiste nel giusto riconoscitnento che: «Peraltro espressioni di religiosità più viva e più ricca non n1ancano ed <Jffondano le radici assai spesso nell'evangelizzazione singolare svolta da alcuni santi e nella devozione tradizionale verso alcuni santuari; si scoprono di quando in quando valori spirituali interessanti e 111eritevoli di essere approfonditi e conservati, con1c espressioni originali e vitali di chiese locali» 21 •

Consequenziale a questa chiara coscienza di una rispettosa attenzione dovuta alla religiosità del nostro popolo è, innanzitutto, la precisa indicazione che per una completa formazione teologica dei futuri presbiteri occorre prevedere, tra le discipline ausiliarie della ratio studiorum, la "religiosità popolare" 21 •

19 L.c., in ECEI 2/758. /bid., 28, in ECE! 2/782. 21 /bid., 29, in ECEl 2/786. 22 Ctr La fònnazione dei presbiteri nella Chiesa italiana. (Jrienta111enti e nonne. 20

164, in ECEI 3/376.


Atteggiamenti e indicazioni pastorali della CE/

545

E poi, per una adeguata for111azione dei catechisti si auspicano dei corsi su problc1natiche rilevanti per l'azione catechistica, e tra queste si annovera la religiosità popolare 2-'. L 'i1nportanza che si attribuisce a questo argo1nento si deduce nnche dall'insistenza sul dovere di far conoscere, fin dalle scuole elementari, il linguaggio con cui il popolo esprin1e la sua fede e la sua religiosità: «Assun1c, inoltre, grande in1portanza la conoscenza ciel linguaggio con cui 1 cristiani esprin1onò i contenuti della loro religione: i sin1boli di f-Ccle, la preghiera, le feste, l'arte, la religiosità popolare, le tradizioni religiose radicate nella cultura loca!e ... )) 2·1•

L'Episcopato italiano riconosce, con scn1plicità e u1niltà, di essere stato aiutato in questa presa cli coscienza della dovuta attenzione da prestare alla religiosità popolare dalle Chiese latino-a1nericane che da te1npo curano «l'analisi allenta elci valori della religiosità popolare e la loro utilizzazione in una prospettiva cli educazione alla fede e alla vita cristiana>> 2s.

2. Indicazioni per lo pastorale

2.1. Ravvivare e autenticare la fede

11 primo dovere nei confronti del popolo è di educarne la fede in 111odo che le espressioni religiose abbiano un solido fonda111ento e una adeguata anin1azione: «sappia111o'bcnc che la religiosità, disancorata da una fede autentica, illunlinante e propulsiva, può degenerare in fanne puran1ente esteriori, prive di significalo vitale per l'uo1110 di oggi e tali da ostacolare, per 111olti, il vero incontro con l)io» 2('.

I pastori debbono prendere coscienza della accresciuta loro responsabi-

2

Ctì· La formazione dei catechi~·ti nella co111uni"tà cristiana. 5, in ECEI 3/909. !l?C nelÌe scuole elementari, 11.2.c, in t:cr:1 4/726; cfr anche !RC nelle scuole 111edie e secondarie superiori. IJ .2.f., in ECEJ 4/835. 25 ,\/.'anniversario della costituzione del Cl:L'/I,, 3, in ECEI 2/3009. 26 Vivere la fede oggi, 2, in ECEI 1/3631. .:i 2~


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Salvatore Consoh

lità nei confronti dcl popolo cristiano. Infatti «Le espressioni religiose di una parte notevole dcl noslro popolo scn1brano nascere da una tede non sufficicnternente conosciuta e n1otivata: e ciò può indurre a forn1e scntin1cntali o superficiali, avulse dal vivere quotidiano e troppo fragili per resistere all'urto cli una visione n1ateria/istica o edonistica della vita» 27 .

Inserendosi nella indicazione della Eva11gelii Nunliandi, l'Episcopato italiano definisce 111eglio l'intervento pastorale orientandolo sia nel senso della purificazione della religiosità dagli aspetti negativi di tipo superstizioso e 1nagico sia verso una elevazione della fede personale ad un livello il più possibile cosciente e 111aturo, avendo se111pre presente che i poveri si potranno avvicinare a Dio con 111ezzi se1nplici e "poveri" e in 111aniera "povera": «Anche nei riguardi della religiosità popolare, che oggi alcuni, anche col preteslo dell'opposizione che esislerebbe tra "religione" e "fede", troppo faciln1entc tacciano di "religione" e cli "superstizione", la Chiesa deve sforzarsi cli purificarla dalle possibili incrostazioni superstiziose e 111agiche e cli elevarla al piano d'una Jede scn1prc pili cosciente e 1natura, n1a non deve clin1inarla col pretesto che essa è di ostacolo ad una Jède auten!ica: anche i "poveri" e quelli che hanno una !È'de "povera" hanno diritto ad avvicinarsi a Dio con i n1e7,zi di cui sono

capaci» 2 '~.

Gli operatori pastorali hanno il dovere di "ascoltare" per essere in grado di scoprire il mondo simbolico del popolo, sviscerarne il linguaggio e i suoi significati, l'universo di riti, 111iti e leggende: la teologia e la pastorale) superando ogni possibile impressione negativa, hanno il dovere di apprendere questo "linguaggio" per poterlo usare e per essere così in grado di aiutare il popolo a vivere, sia pure in 1nodo "popolare", la fede e il rapporto con Dio. E la pastorale non deve di1nenticare che un cristianesin10 puro non esiste: «di fatto la fede, come atto di una umanità pellegrina nel tempo, si trova 111escolata all'i111pcrfezione di 111otivazioni 111iste» 29 e ne1111neno l'interrogativo che oggi parecchi si pongono: perché i1nprcssionarsi del "Dio-111agico" dcl popolo e non dcl "Dio-metafisico" degli intellettuali? È proprio vero che

27 lbid.. 4, in ECU 1/3635. ~ 1~·vangelizzazione del mondo conte111poraneo. 43, in 29 [)ocu1ncnto cli Aledel/in. 6,6. 2

ECl'.I

2/1041.


Atteggiamenti e indicaz.ioni pastorali della CE/

54 7

il popolo quando vive la sua fede la degrada più di quanto faccia il teologo quando vi riflette sopra? Delicata e significativa la seguente annotazione di natura pedagogica che purificare non significa disprezzare, n1a correggere per 111igliorarc: «Vorren1n10, tuttavia, non si equivocasse sulla nostra viva esortazione a purifica-

re in tal 1nodo le espressioni cli fede, quasi che ciò autorizzasse

<1

una sorta di di-

sprezzo, più o n1eno aperto, per alcune espressioni caratteristiche della pietà popolare, sc1npre che si evitino gli inconvenienti sopra denunciati. L'educazione alla J'cdc è attenta alle esigenze, anche più un1ili e sernplici, del popolo cristiano e, pur quando interviene a correggere, è vigile e clelicata» 30 .

2.2. Educazione liturgica Lcnta1nente è stata superata la facile opposizione tra pietà popolare e liturgia, e se ne affenna esplicita1nente la co111ple1nentarietà: non solo nel senso che il popolo ha bisogno dell'una e dell'altra, ma anche nel senso che l'una deve ali111entarsi e raffrontarsi con l'altra. L'Episcopato italiano fa propria tale convinzione: «Ora tutto un grande ea1npo cli lavoro ci si offre davanti: con1po1Tc in an11onin liturgia e pietà popolare, ispirando la seconda alla prin1a (c!ì· se J 3) e viviCicando quella con qucsla, senza esclusivisn1i e senza preclusioni, n1a anche senza fondere o confondere le due fonne di pietà; il popolo cristiano avrà sen1prc bisogno dell'una e dell'altra, e a Dio bisognerà lasciare aperte tulle le strade che conducono al cuore dcli' uon1o»:i 1•

Le molteplici espressioni della religiosità popolare vanno purificate e anin1ate attraverso una appropriata educazione liturgica adattata però alla gente più sctnplice; è necessario adoperarsi perché le espressioni della pietà popolare entrino in relazione dialettica con la spiritualità liturgica:

-'0 Vivere la fède oggi, I 7. in ECL::I 1/3673. 1 -' 11 rinnovo111ento !iturgico, cit., !8, in ECL::! 3/1541.


Salvatore Consoli

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«Attraverso un'autentica spiritualità liturgica vanno orientate le 1110/tcplici e ricche fonne, lullora in atlo, cli religiosità e pietà popolare. H.icntrn nella n1issionc della co1nunilà purificarle ed evangelizzarle con riguardo soprattullo alla gcnlc pili sen1plice e povcra»·' 2 .

E si insiste logica1nente ed opportunan1ente sulla forza oricntatricc e purificatrice che lrn la liturgia nei confronti della religiosità popolare: « .. la liturgia offì·c singolare crilerio e rnisura per ogni altra J'orn1a di preghiera e

cli pietà cristiana, a i1npcdire arbitri e squilibri cli soggettivis1110. Dove è in atto

un scrio i1npegno liturgico la puri lìcazio11e»-'-1.

pict~t

popolare può essere valorizzala in un clin1a di

2.3. Inculcare la semplicità aiutando alla se1nplificazione Molti studi recenti evidenziano il 111odo festivo con cui si espri111e la religiosità popolare, al punto da potersi dire che essa «è principalmente festa religiosa»"- Che si tratti di un valore si può evincere dal fatto che eia qualche decennio si va affern1ando la convinzione che la festa, non ln tecnica, può salvare il nostro 111ondo artificiale e secolarizzato: essa infàtti supera le c8legorie del "fare" e si colloca in quella dell"'esserc'\ dell'esistenza cioè veran1cnte un1ana, religiosa, e cristiana; è un 111ovin1ento che apre a Dio e offre una capacità di essere pili che di avere, una capacità di vivere e can11ninare eon1unitarian1entc verso Dio. Per l'Episcopato italiano la nota della festività, caratteristica della religiosità popolare, se da una parte non può essere soppressa dall'altra, però, deve essere educata per evitare quello spreco che è oftCnsivo nei rigunrdi dci poveri: «La dirnensione gioiosa e "festiva" dell'esistenza cristiana è un valore che

11011

dev'essere negletto e può trovare lcgitti111a n1anifestazione nelle fanne care alla tradizione pastorale e a una relìgiositù popolare ben orientala;

111a

vale anche a

.n Co1111111io11e e comunità 111issio11ario, 47.c, in 1:c:EJ 4/289. 3-' /,o fonnazione ecu111enica nella chiesa particolare, 2, in ECE! 4/2220 . .i.i .J. LLOP!S, Religiosità popolare in Spagna. 1\latura dell'attua/e discussione teologica, in Concili11111 2 ( 1977) 172.


Atteggicunenti e indicazioni pastorali della CE!

549

questo proposito il richian10 alla se1nplicità e alla sobrieLà, che non Lollera oslentazioni e sprechi, orrcnsivi delle attese dci poveri»:ì.5.

2.4. Valorizzazione dci gesli e dei luoghi della religione popolare La pastorale deve valorizzare, dandovi un'ani1na, tutti i gesti che il popolo vive per esprimere la propria religiosità. Bisogna saper cogliere, ad csen1pio, l'a11i1na penitenziale presente 111 tanti pii esercizi: «Manca la valorizzazione penitenziale dell'anno liturgico, in particolare dci tcn1pi

di avvento e quaresin1a, delle din1cnsioni pcniten7,iali inlerne alla celebrazione eucaristica, di tante altre espressioni penitenziali, anche tradizionali, co1ne !a via crucis, i pellegrinaggi, ecc».1 6 .

gio~

Un altro gesto che viene affidato alla cura pastorale è il ]Je!leg;rinogche è una pratica caratteristica della religione popolare: «Esso consiste nel recarsi incliviclualn1cnte o collct1ivan1ente a un santuario o a un luogo, particolannente significativo per !a f'edc, per con1picrvi speciali atti cli devozione, sia a scopo di pietà, che a scopo votivo o penitenziale e per Jàvorin? un'espcricnz<l cli vita con1unitaria, la crescita delle virtl! cristiane e una pili an1p1a conoscenza cli ChiesJ».ì7.

Viene istituito l'Ufficio nazionale per la pastorale del tempo libero, turisn10 e sport perché si ha la viva convinzione che: «l)edichcrà parlico!are allcnzione al fcno1ne110 dci pellegrinaggi, che hanno un forte rilievo pastoraic».it:.

E viene sottolineata l'in1portanza che ha il pellegrinaggio per la evangelizzazione:

-' 5 Sovw:nire alle necessità dello (J1iesa, 15, in ECEI 4/! 266. v, Le attese della Chiesa in Italia. 24, in ECEI 3/1104. 17 - Pastora/e del tempo libero e del t11ris1110 in Italia. 41. in ECEl 3/78. 8 -' Co1111111icato del (~onsig/io JN!/'1Jla11e11te del 16. J I. J 9h'7. 7. in ECEJ 4/918.


550

Salvatore Consoli «Il pellegrinaggio pertanto rappresenta per la Chiesa uno strun1cnto parlicolar-

111cntc valido cli promozione t11nana e di evangelizzazione, per il forte influsso che esso esercita anche sui non-praticanti»-w.

E si precisa che l'utilizzo pastorale del pellegriuaggio non può essere affidato alla estemporaneità ma suppone il suo iuserimento nel progetto pastorale della Chiesa locale: «Affinché il pellegrinaggio non ri1nanga un rnornento isolato nel tcn1po e nella vi la dcl pellegrino, n1a diventi n1on1ento farle di pro111ozionc e di catechesi, esso dovrà venire inserito nella pastorale della Chiesa locale»-111 •

Un'altra realtà che ha da fare con la pietà popolare è il santuario.

Il santuario - luogo di conversione, di penitenza e di riconciliazione con Dio - assu111e una grande i111portanza per la pastorale della religiosità popolare. La pastorale deve adoperarsi, con opportuuc iniziative, a che esso diventi un luogo di autentico incontro con Dio, di vera esperienza cristiana e di purificazione della fede: «"13ssi possono e devono essere luoghi privilegiati per l'incontro di una fede scn1prc pili purificata, che conduca a Cristo" (Giovanni Paolo Il, Discorso nel santuario di Zapopàn - Messico, 30.1.1979). T retlori pertanto siano attenti e sensibili alle esigenze clelln pastorale con1unitaria nella quale i santuari sono inseriti, con spirito di collaborazione e cli fraterno aiuto. "Per questo bisogna curare con 1nolta attenzione e zelo la pastorale dei santuari, n1ecliante liturgie appropriate e vive, 1ncdiante In prcdica7,ione assidua e di salda catechesi, n1cdiante la preoccupazione per il ininistero ciel sacrarnento della penitenza e la depurazione di eventuali forn1e di religiosità che presentino elcn1cnti n1eno adeguati" (Discorso, 30.1.1979)»".

19

~o

Pastorale del tempo libero, cii., I.e. lbid.. 43, in ECl:J 3/80.

-11

L.c.


AtteggianJ.enti e indicazioni pastorali tle!la CE/

551

Conclusioni I. Ritengo si possa affermare che la Conferenza Episcopale Italiana abbia superato il tradizionale atteggiamento di sordità nei confronti della nostra gente: non capirla e non valorizzarla nelle sue espressioni religiose sarebbe operare ancora una volta for111e di violenza e atti di do111inio. H.isulta evitato il pericolo di relegare facilmente le forme di devozione popolare nel "folklore" senza cogliervi le sicure di1nensioni religiose e spirituali, con1e pure la tentazione di considerare la religiosità dcl n1ezzogiorno d'Italia superstizione e paganesi1110. Ci trovia1110 davanti a qucll'atteggia111ento "nuovo" tracciato dalla Evangelii Nuntiandi e approfondito sia dalle Chiese latinoamericane sia dai molti studi teologici e pastorali pubblicati in questi ultimi decenni. 2. R_itengo ancora che la lettura che viene fatta di alcune espress1on1 della religiosità, più che per il contenuto, valga con1e tentativo e co111e indicazione di un 111etodo da seguire. 3. Significativa e indicativa l'attenzione che si n1ostra ne! cogliere il positivo sia nei gesti, quali la festa e il pellegrinaggio, sia nei luoghi propri della religiosità popolare, quali i santuari. 4. Le indicazioni per la pastorale, oltre ad avere un valore in sé, sono segno di un nuovo atteggia1nento che non si Ii111ita a constatare il negativo, frutto peraltro anche di una assenza di azione pastorale, nia avverte con1e proprio dovere adoperarsi perché seon1paiano o, quanton1eno, non prevalgano gli aspetti negativi. 5. Il chiaro recupero della coesistenza dialettica di liturgia e religiosità popolare consente di superare gli csclusìvis111i di una certa rigida applicazione delta rifonna liturgica voluta dal Vaticano IJ: il popolo cristiano ha bisogno, infatti, di speri111entare l'una e l'altra forn1a di rapportarsi al Soprannaturale. 6. Duole però il fatto che l'atteggiamento come pure gli orientamenti pastorali chiara111cnte indicati nei contì·onti della religiosità popolare non siano supportati da altrettanto chiare 111otivazioni cli natura teologica ed ecclesiologica. Si ricava l'i111pressione di un pragn1atisn10 non surficicnten1ente né adeguatan1entc 111otivato. 7. Questo studio dovrebbe essere completato da analoghe ricerche da condurre sugli eventuali pronuncia111enti delle Conferenze episcopali regio-


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Salvatore Consoli

nali e delle singole chiese locali per poter verificare sia il reale livello sia la diffusione di tali convinzioni, prendendo anche in esan1e le varie tendenze e i numerosi tentativi in atto nei confronti della religiositĂ popolare.


Synaxis XVI/2 (I 998) 553-564

POSTFAZIONE Dai contributi contenuti in questo quaderno, ini pare che en1ergano alcune conclusioni. La pri111a riguarda la oscillazione stessa dei tennini: religione popolare, religiosità popolare, pietà popolare. Ma anche i significati variano: da quello cli superstizione/devianza a quello di senso della fede ciel po-

polo cristiano. Per cui variano anche le strategie ecclesiastiche e teologiche: dalla condanna della religione popolare co111e superstizione e 111agia (cfr i contributi di Longhitano e Vacca), alla educazione (cfr i contributi cli Raf~ facie, Vacca, Latora, Consoli, Scordato), all'ascolto (cfr il contributo di Capizzi). Ché, se si passa ad un'analisi più attenta dell'aggettivo "popolare)', !'oscillazione, 111a anche l'oscurità aun1cntano. Il popolo, il soggetto stesso cli questa religione/religiosit8/pictà infatti non enierge con chiarezza. Si tratta di un popolo ancora "pagano". Ma si tratta ancora cli un popolo disobbediente all'autorità cli una Chiesa intesa conie corpo bipartito, dove è iniplicito che il popolo è la 1nassa ignorante/passiva contrapposta a!l'autoritò che possiede in esclusiva la retta coniprensione della fede. Ma si tratta anche cli un popolo che, con la sua particolare sensibilità religiosa, fì·utto ad un teni po della cultura cli questo popolo e della predicazione cristiana, è il soggetto ciel senso di fede clel!a Chiesa stessa. E si tratta infine, con una distinzione pili sollile ripresa da Rahner nel contributo di Cnpizzi, cli un popolo nella Chiesa, non perfetta.niente identico alla Chiesa conic popolo cli JJio. Non si traHa cli distinzioni ingenue, gincché esse riflettono ogni volta !e strategie pastorali sopra ricordate. E se poi si aggiunge che, in Sicilia - nia non solo -- queste strategie hanno dato origine anche a una disciplina repressiva, acconipagnata eia sco11iuniclie e interdetti, configurando così una vera e propria "lotta'' tra gerarchie e ceti popolari non così lontana nel tenipo (per cui interpretazioni conic quelle cli (Jranisci e Dc Martino conservano coni un~ que una loro verità), allora dovrebbe risuhare chiara la necessità di un ripensaniento radicale dcl problenia, necessit8 tanto più urgente in quanto è secolare la pigrizia spirituale e intellettuale delle istituzioni ecclesiastiche, pigrizia che solo negli ultinii decenni postconciliari è andata nianifestanclosi in tutta la sua insostenibilità. Nei !iniiti di una postf-~1zione 111i sia penncsso, non già di riprendere la questione nella sua globalità, nia di indicare solo alcuni punti che potrebbero


554

Giuseppe l?uggieri

essere di una qualche utilità per collocarla in una pili esalta prospettiva ecclesiologica. Per cui la postfazione stessa non è che un con1ple111ento al contributo di Capizzi riportato in questo quaderno.

I. Un llisogio antico L'in1prcssione che si ha, nel leggere tanti docun1enti ecclesiastici (vedi il contributo di Consoli), ma anche tante altre prese di posizione, belle quanto irreali e quindi prive di qualsiasi impatto sulla prassi, è che difficilmente si vada alla radice del problema della religione popolare. E l'imbarazzo è antico. Infatti esso risale, al111eno ne! cristianesi1110 occidentale, all'in1presa volta ad assorbire e integrare nella fede cristiana la di111ensione religiosa dell'uomo. Agli inizi il cristiancsi1no non si presenta con1c una religione a sé stante, 1na come un particolare n1odo, una "strada", ciel giudaisn10 (quella "strada" che i giudei "chian1ano eresia": At 24, 14) dcl quale si condividono le "promesse", con la pretesa che esse siano state adempiute nel Cristo. Que-

sto lega1ne con il giudais1110, nel n10111ento in cui si sviluppa la 1nissione ne! 111ondo ellenico, viene 111esso in discussione con la distinzione tra ciò che nel giudais1110 è "caduco" a appartiene solo all'Israele secondo la carne (la "legge" paolina) e ciò che invece resta e viene co111piuto in Cristo. La religione pagana da parte sua veniva ridotta, in questo passnggio, alla sua din1cnsionc idolatrica e con1unque, co111e esprin1e la categoria del "terzo genere" 1, i

cristiani erano convinti di non essere assin1ilabili né ai giudei né agli elleni2. Che la religione fosse anche altro rispetto alla sua 1nodalità idolatrica, i cristiani furono liberi di ignorarlo fino al IV secolo, giacché essi non dovevano per così dire assu1nersi le responsabilità della "funzione" socio-culturalepolitica di ogni religione. Era questo che con buona ragione, alla fine del Il secolo, notava Celso e che Origene, con grande in1barazzo, cercava di respingere parecchi decenni dopo.

1 D1\C !I, 3412-3413; Cl-IR. MO!l1Uv1ANN, /'tudes s111· le lolin des chréticns, 1\1, Ron1a 1977. 195-21 O. 1 E coinunque la categoria cspri1nc una consapevolezza ben diversa da quella che appare ad cscn1pio ncl!'cdillo di Teodosio del 380, dove il Vangelo è onnai definito con1c una proposl<l l~1lla ai "'ro1nani''. Se Costantino i11H1tti nel cosiddetto Editto di ìvlilano (313) accordava «ai cristiani e a tutti la libcrt8 di seguire la religione di loro scelta>l, 11cll'l:·:ditto di Tessalonica, Teodosio decreta orinai «che tutti i popoli che noi governiamo seguano la religione che il divino apostolo Pietro ha trasn1esso ai Roinani».


Pos~fàzione

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Ma già con Tertulliano, il cristianesimo si serve della categoria di "religione" per definire la propria identità rispetto alla religione ro1nana, che quindi sarà degradata al rango di "superstitio" 3 . A pa1iire dal IV secolo, con la sostituzione progressiva della religione pagana 1nediante la "religione" cristiana, era quindi inevitabile che il eristianesin10 si assun1esse le varie funzioni e responsabilità della religione, attenuando la propria din1ensionc escatologica. Nel confrontarsi con la religione pagana è significativo ad esen1pio che Agostino ritenga necessario confrontarsi con le sue din1cnsio11i fondamentali così come erano state elaborate da Terenzio Yarronc (homo 0111niu111 acutissin1us et sine ulla dubitatione doctissi1nus: De civitate Dei VI, 6), sotto la categoria di "teologia". Era infatti Varrone a distinguere tra teologia 111itica, cioè conoscenza che si esprin1e in favole (co111e preferisce tradurre Agostino, ihid., 5: fabulosum più che fàbulare, alla quale fanno ricorso i pocti).i; "naturale" (alla quale ricorrono i filosofi che sanno distinguere il vero dal falso); civile, quod in urbibus cives) n1axnne sacerdotes, nasse atque administrare debent (fr. 9). Inconsapevohnente e con i111barazzo, nel corso dei secoli il cristianesin10 ha assunto tutte e tre queste di111ensioni. Ma in quest'opera di assorbitnento) se il cristianesin10 poteva i111111ediatan1ente appropriarsi della pretesa filosofica di detern1inare la vera religione, giacché, grazie alla rivelazione dcl Verbo, orn1ai è il cristianesin10 la vera filosofia (Giustino), risultava ben più i111barazzante I)in1presa volta a fare i conti con le altre due din1ensioni, quella mitica e quella politica della religione degli antichi. L'imbarazzo di fì·onte all'assunzione in proprio della religione "n1itica" è doclnnentato p!astica111ente nella f~1n1osa lettera di Gregorio Magno al 111onaco Mellito: "E non i111111olino onnai gli ani111ali al diavolo, nia li uccidano e li 1nangino a !ode cli Dio, ringraziando colui che tutto dona per il fatto di essere saziati. l n

l Cfr t\11. SAC:HOT, C'o111me11t le christianis111e est-il deve1111 rcligio, in Revuc des ,)'ciences Religie11ses 57 (1985) 95-118. tvlcntrc gli apologeti greci tendevano a definire il crislianesin10 come jì'/osqfia. i latini tendevano a rovesciare l'accusa di s11perstitio con la qurilc veniva qualilìcato dai pagani il cristianesimo (come appare da Tacito e Svetonio). Ciù Cicerone riveva separato 18 religione dalla superstizione. Co1nunquc Tertulliano. qualìricando i I cristianesi1no coine religione, cambia il senso del tern1ine che di per sé non aveva rapporto con !a ·-verità .. (giacché era nella filosofia che invece si poneva {]Uesto rapporto). ·1 !Via t1nchc questa conoscenza "1nitica'' di Dio è utile alle ciltù: cfr rvl. Tt.::RENTJUS V ARRO, A 11tiq11itates rcr11111 divi11(!r1t111. fr. 20, a cura di B. Cardauns, tvlainz- 10/ìcsbaclcn. 23 e Jil9. Per cui !a distin?:ione tra religione mitica o popolare e religione civile o politica non è poi così ne\1a, giacché l'uti!itù politica della conoscenza di Dio dcrivt1 rroprio dal 1nito.


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questo n1odo concedendo loro alcune gioie esteriori, diventa più facile che aderiscano alle gioie interiori. Infatti è fuori cli dubbio che è impossibile per i duri di niente liberarsi in un solo istante di tutto. Del rcSto anche coloro che cercano di salire in vetta salgono un passo dopo l'altro, e non già saltando"5 . Si trattava, in quella lettera, dci riti sacrificali di buoi in uso presso gli inglesi. Era stata inviata un'an1basciata a Gregorio per sapere con1e con1portarsi a riguardo: dappri1na aveva risposto negativan1ente, 1na poi scrive la lettera di cui abbiamo riportato qualche passo. Il grande Ci:regorio è per noi, con il suo tergiversare e con la sua invenzione di un "con1pron1esso'' pedagogico, testi1nonc autorevole dell'in1barazzo e del rossore con cui viene celebrato questo 1natrin1onio cli convenienza tra cristianesi1no e religione n1itica. Non 111eno iinbarazzante è l'altro connubio, quello con la religione civile. Con la pace del IV secolo la condizione cristiana progressivan1ente assuine la funzione che prin1a coinpeleva alla religione pagana nei confronti della res 11ubl;ca. Il /Je civilale Dei di Agostino è anche una risposta a quanti pensavano che appunto il connubio tra cristiélnesi1110 e i111pero ron1ano fosse stato letale per !a consistenza di quest'ulti1110. La vera filosofia cristiana, il Vangelo di Cristo, dovette quindi nei secoli fare i conti che la din1ensione 1nitico religiosa e con quelh1 politicri. Non è qui possibile tracciare, sia pure a grandi linee, la storiél di questo in1barazzo ecclesiale. 13asti dire che nel nostro secolo esso si configura in due fanne fonda111entali, in quella protestante e in quella cattolica. Dopo la stélgione del Kul/Z.f!'jJtoleslanlisnn1s, prevale nella teologia protestante, soprattutto ad opera di I3arth, 1~atteggian1ento di condélnllél verso ogni connubio tra fede e religione (anche se lo stesso Barth nella Dog111atica ecclesiale attutisce di niolto la condanna). Nel cattolicesin10 invece continua il tradizionale atteggian1ento pedagogico gregoriano, acco111pagnato eia forn1e di condanna verso le deviazioni pili eclatélnti che sfuggono al controllo della gerarchia. La tréldizionc orientale da parte sua, senza che sia possibile per 111ancnnza cli indagini verificélrne fino in fondo la pretesa, sostiene che è stato il fatto di aver n1antenuto !a liturgia co111e esperienzél vivente e centrale della Chiesa ad aver i111pedito le devianze "religiose" dcl popolo .

.'i

VENERABILI'. BEDt\, !lisloria ecclesiaslù.'tt ge111is ong/on1111, n curn di C. Plu1111ner. r, ()-

xonii I 896, 63.


557

Poszfazione

Prin1a cli passare tuttavia ad una considerazione di prospettiva, è necessario ricordare più da vicino tutta una serie di dati, che e1ncrgono, al1neno in linea di principio, fuori da!l'orizzonte ecclesiale.

2. La consa11evolezza n1ocler11a

ciel 11roble1na

La consapevolezza critica della problen1atica della religione popolare è un fatto che risale al secolo scorso e si innesta a sua volta sulla ricon1prensione della categoria stessn di "popolo" che si è avuta a partire dal secolo XVI. Possian10 qui ricordare la storia della presa di coscienza 111oderna del nostro proble1na rifacendoci ad una rassegna utilissi1na di Bolgiani 6 • Fu a ridosso della scoperta delle An1eriche che, prendendo conoscenza degli oggetti prodotti dalle popolazioni dcl nuovo inondo si ravvisò la loro analogia con quelli prodotti c\a!l'artiginnnto contndino dcl vecchio 111onclo e si contrappose all'arte perfetta quella "popolare", "pura1nente naturn!e" che ha un'ingenuità e una grazia diverse da quella evoluta (Montaignc). Qui "popolare" viene identificato a "naturale" e contrapposto a ''perfetto)', evoluto, perfezionato. In questa accezione) "popolare" contiene inoltre una nota cli genuinità che lo rende particolanncnte attraente. Lungo l'epoca i!lu1ninistica e poi ron1antica, si scoprirono i canti e le tradizioni popolari. H.ousseau e Herder vedranno nella "natura" qualcosa di non nncora corrotto, giacché la corruzione sarebbe stata introdotta dall'evoluzione dallo stato di natura a quello di società civile. Dalla connotazione di "popolare=naturale" si passa a quella che coglie in "popolare" ciò che è ''prodotto e veicolato dal popolo" (con le caratteristiche di "intuitivo", "orale'', "illetterato"). Ad ese1npio il cristianesi1no 1neclicva!e, proprio per le sue tnanifestazioni allegoriche, intuitive, vitali viene considerato eia alcuni ro111antici co111e il cristianesi1no vero, ideale. "Popolare" e ciò che appartiene al "popolo minuto", la plebs. Ma '"popolo" poteva significare anche la "1ne1noria storica", il depositario de!\e tradizioni di una nazione e quindi la vera identità di essa. J\ questo concetto di popolo con1e nazione, Marx opporrà quella di "proletariato" che entra in conflitto con il pritno, a causa delle sue condizioni 111ateriali di lavoro e prende una particolare coscienza delle contraddizioni della propria esistenzn. Questa concezione 111arxiana di un "popolo qualificato" e portatore

11

F. BOLGl1\NI, R(!/igione

popolare,.in .r/11g11stinh11111111 21 (!981)

7-75.


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di una particolare coscienza della sua servitù, consapevolezza ignota alle altre classi sociali, avrà influenza soprattutto nella lettura che la cultura italiana e francese faranno della rei igionc popolare. Nel contesto, soprattutto romantico, dell'attenzione alla cultura del popolo co1ne soggetto e veicolo di una dcten11inata storia, la "religione popolare" diventa oggetto di studio con Guglielmo Mannhardt (1831-1880) nel Il volume della sua opera "Wald- und Feldkulte" ("Culti dei boschi e dei campi": 1875-1979). Egli paragonava i culti dell'antichità classica con le soJJravvivenze di questi culti all'interno del cristianesi1110 1noderno. Ha da qui inizio quella concezione della religione popolare con1e sopravvivenza, all'interno del cristianesi1110, di culti e forn1e religiose precedenti o che si supponevano essere tali. Questa tendenza avrà vita lunga. Sarà ripresa da Margaret Alice Murray nei suoi studi sulle streghe degli anni 20 e 30 dcl nostro secolo e eia molti altri studiosi (A. Lang, J. Frazer etc.). li concetto di religione popolare con1e "sopravvivenza" viene superato da quegli studiosi che invece ne sottolineano la "co1nplen1cntarità" (V. Schulze, J. Gefflrnn, Martin P. Nilsson etc.). Accanto alle forme religiose pit'J elevate, è infatti ovvio che i 111eno colti abbiano bisogno di fanne religiose più accessibili alla propria sensibilità. Questa concezione diventa particolarn1ente feconda quando si studia il fcno111eno della religione popolare in epocn patristica. Essa si din1ostra partico!anncntc utile per co1nprenderc infatti l'atteggia1nento che 1nolti Padri della Chiesa hanno avuto nei confronti della religione popolare, spesso lottata, n1a spesso anche tollerata, in quanto i rulles ne hanno bisogno e debbono solo essere educati a respingerne gli aspetti "pagani". Ma soprattutto è stata la scuola delle Anna/es a n1ostrare l'insufficienza del concetto di "sopravvivenza". Infatti se qualcosa sopravvive è perché v;ve. Occorre quindi spiegarne la funzione e l'azione. La religione popolare appartiene ai feno1neni di "lunga durata", giacché nella società esistono "te111pi lunghi" di trasforn1azione che, per alcuni strati della popolazione o per alcuni istituzioni non coincidono con quelli più veloci di altri strati e di altre istituzioni. La religione popolare, in quanto fenon1cno di lunga durata 11011 è qualcosa di 1norto, di sopravvissuto, 111a ele1nento dcl connitto tra 111cntalità diverse, tra la cultura "non scritta" e quella "scritta", tra classi meno colte cd élites culturali o classi dominanti. È questo un indirizzo che ebbe ed ha molta fortuna soprattutto tra gli studiosi del Medioevo.


Pos(fazione

559

Parallela1ne11te a questo indirizzo storico-sociologico francese si af-

fern1a inoltre in Ttalia, a partire da Granisci, una lettura della religione popolare come espressione delle classi subalterne (Ernesto De Martino, Alberto Cirese etc.), elemento quindi di resistenza e di lotta. Collegata ancora alla metodologia delle Anna/es, attenta allo studio delle n1entalità, è i1nportantc la visuale della sociologia religiosa francese che

si sviluppa a partire dalle intuizioni di Ciabriel Le Bras. Per questa tendenza tuttavia, ciò che è in1portante non è tanto il conflitto tra la religione delle é[ites e la religione del popolo, quanto il 111oclo cli intenclere la jècle cristiana proprio delle masse. Questa tendenza porterà poi allo studio della "storia del popolo cristiano'' che non si identifica alla visione che della chiesa hanno il Magistero o la teologia. In Italia l'indirizzo più vicino a questa tendenza è quella di Gabriele Dc Rosa e della sua scuola. Egli ha cercato cli diinostrare che, in regioni con1e il Veneto e il 1nczzogiornt\ le classi popolari e quelle "alte" hanno un 1noclo analogo di vivere la propria fede, che si differenzia eia quello "ufficiale" della Chiesa. «La religione polare è ... definibile se1npre in rapporto ad un co1nanclo, a un divieto, a un 1nodello che viene dall'autorità ecclesiastica, dalla nonna scritta, dalle leggi della Chiesa. Non è una categoria a sé, un'altra religione, con connotati chiara1nente e netta1ncnte autonon1i, 1na è la stessa religione "ufficiale" per così dire vissuta secondo gli un1ori, le convenienze, gli interessi, le abitudini, le resistenze 1nentali c\ell'an1hientc storico locale» (De Rosa). In questa tendenza, più che di "religione", sc1nbra 1ncglio parlare di "religiosità" o di "pietà" popolare (tennini a volte usati anche in alcuni documenti del Magistero). Imp01tante fu qui, oltre ad alcuni riflessi della metodologia grainsciana, la prospettiva cli don Giuseppe Dc Luca sulla storia della "pietà", intesa con1e storia effettiva della carità cristiana, anche se sotto spoglie apparcnte1nentc non cristiane.

3. Per una jJl"OSJJe/liva jJiù realistica

È possibile uscire dall'i1nbarazzo tradizionale, reso ancora più acuto dalla consapevolezza critica del problcn1a quale si è affennato in epoca n10clcrna e conte1nporanea, con una considerazione più realistica, 111a forse anche più vera? Alincno a titolo cli ipotesi, n1i sia pertnesso di 111ettere in discussione un dato che sen1bra scontato e che cioè l'unica alternativa possibile cli inten-


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dere i rapporti tra fede e religione popolare sia o quello del/'assorbi111ento purificatore della religione dcl popolo nella fede cristiana o quella della semplice condanna, con la pretesa che si possa dare una esperienza della fede cristiana che possa fare a 111cno da un qualche legan1c con la cii111ensione religiosa dell'uon10. Per chiarezza, dirò subito che, aln1eno in via teorica è possibile

un'altra strada: quella che vede ]'esperienza della fede cristinna co111c co1n}Jagnia 1nisericorcliosa e critica al ten1po stesso dell'esperienza religiosa dell'uon10 singolo, dei gruppi sociali e dci popoli, senza condanne per un verso e senza la pretesa di assorbin1cnto - pedagogico o stru111entale che sia per altro verso. Sen1prc per chiarezza, dirò subito che perché questo nvvenga è necessaria una condizione: !'esistenza di un soggetto ecclesiale adeguato. I~ sen1pre per la stessa chiarezza occorre precisnre che, in questa ipotesi, religione e fede si a/i1J1enlano, senza nccessarian1ente dover entrare in conflitto, a due diverse sorgenti: !a problen1atica in11nanentc all'esislen1.a uinana con1e tale, la sequela credente di (Jesù di Nazaret (e quindi di una precisa figurn disegnata dalla sua storin concreta) confessato con1e Cristo. Occorre interrogarsi in pri1110 luogo se giù non sia necessario leggere in questa prospettiva le scritture giudaico-cristiane. Le scritture se1nbr8no infatti suggerirci co1ne possibile (non certan1cnte con1e l'unica) un'altra strada dn quella della pedagogin/assorbin1ento e da quella della se1nplice condanna. Senza poter qui fondare nel dettaglio quella che preferisco presentare con1e una ipotesi di lettura, si può afJènnare con1e, soprattutto nel!'/\'r, la di1ncnsio11c religiosa del/'uon10 sia riconosciuta con chiarezza sia pure sotto !a continua tutela 1nisericordiosa e critica al ten1po stesso della parola profetica. Per altro verso, soprattutto ne! NT, questa di111cnsionc religiosa seinbra costi tu ire un orizzonte "diverso" da quello della sequela di Cristo, quasi un orizzonte più vasto, dentro cui la sequela affcnna !a propria specificità, n1a anche il proprio rispetto per qualcosa che resta "diverso". Il J)io della Bibbia si piega sull'uon10 religioso, sulla sua don1andn, sul suo bisogno. Non potrc1111no pregare i c'la!Jni se rifiutassin10 questa din1ensionc. Non possian10 allegorican1ente edulcorare la loro i111n1agine di un l)io niisericordioso, 1na anche roccia de! debole, suo protettore e vendicatore. Marcione li prendeva 1110/to più sul scrio di tante letture spiritualizzanti, che di tàtti ne annullano la peculiarità. (]iobhe ci in1pedisce a sua volta di giudicare questa in1111agine religiosa cli Dio. Chi è in fondo Giobbe? È !'uon10 religioso che chiede giustizin a Dio, che rivendica il diritto ad essere trattato secondo !e sue azioni, che pretende


!'ostfazione una corrispondenza tra il suo 111ondo e quello di Dio, che si scontra con il

S6 I 1111-

stero insondabile di un Dio che dovrebbe essere resalta riproduzione del nostro bisogno cl i giustizia.

li Qohelet !ascia la don1anda religiosa in una sua apertura radicnlc e problc1natica e ne 1:1 l'indice cli un'eternità che l'uo1no ha ricevuto nel cuore (3, 11: Dio ha n1esso la nozione d'eternità nel cuore degli uon1ini, senza però che gli uo111ini possano con1prenderc l'azione con1piuta da Dio dal principio alla fine). L.a scrittura "divina" forse non sarebbe "uinana" se non avesse accolto il dubbio del Qohelct, se non l'avesse fatto suo, C'è una problenrntieità radicale ciel Qohclet alla quale non si trova risposta, afferma il Qohelet. Certo egli è sicuro che l)io "ascolta tutto'' (12, 13)ì, n1a il Qohe!et non è in grado cli sentire la risposta di ritorno, per cui davanti a [)io non resta che il ti111ore e l'osservanza dei con1anda111enti. Questi velocissimi esempi (i Salmi, Giobbe, il Qohelet) stanno qui11cli lì a cliinostrarci che è in1possibilc leggere e pregare la scrittura senza rispettare questa clin1ensione religiosa dell'uon10, con tutti i suoi antropon1orfis111i. La sofferenza dcll'uon10, il suo bisogno, 111eritano da noi una n1isura cli rispetto e di ascolto che deve cercare cli approssin1arsi alla n1isura stessa che Dio usa secondo la tcstin1onianza biblica·~. Esiste un dialogo tra !)io è l'uon10 che viene pri111a della costituzione stessa dell'orizzonte cristiano e che non viene assorbito dentro questo qrizzontc, una volta che esso si è costituito. Nel fenon1eno religioso clell'u111anitcì, in tutte le sue espressioni, con tutte le sue an1biguità e contraddizioni, affiora la traina cli questo dialogo. In questo senso sarebbe fortetnente li111itativo e riduttivo della storia della salvezza, dire che nelle religioni è presente solo la conoscenza naturale cli l)io. Ma non è soltanto l'Antico 'restan1ento che ci itnpone una visione 111agnanin1a del fenon1eno religioso. Anche all'interno del Ncr !e Beatifu(/ini

7

Seguo qui l'inlerpret;u:ione cli A. Neher, nel suo piccolo ma splcudido con1111enlo <il

Qohclel. 8 Senza voler integrare altri dati. in questa ipotesi di lellura. non si può tullnvin Hala~ scittre qualche allusione. J\d esenipio: l'esistenza di un culto alla raffigurazione 1aurina di Dlo non viene condannata dni profeti più nntichi: la prutien dello hen!111, dello stcnninio sacro. viene codificata in un certo stadio clelln religione israelitica, etc. Lo schema di lclturn secondo cui si trattercbhc di stadi primitivi e poi superali. nello sviluppo della rivclnzionc biblica, è troppo se1nplicc. Gi<lcclH.~ resta da s11perc in che misuril questo superrnnento sin frutto dclln rivclnzionc in quanto tale o non anche un dato esso stesso storico-culturale. E co1nunque, giacché l'esislcnzn cli una donna e di un uon10 sono un lutto. resta che. all'interno dell.orizzon!c biblico. uomini e donne siuno vissuti cosi. davanti nl Dio di J\brrnno. di Isacco e di Gincobbc.


562

Giuseppe Ruggieri

pongono una conoscenza di Dio, quella dei puri di cuore, che non sen1bra possa essere identificata con la conoscenza cristiana di Dio. L'orizzonte delle Beatitudini è infatti estraeccclesiale. I discepoli partecipano ad esse solo

nella n1isura in cui tcsti1noniano la causa di Gesù. Co111e ha 111ostrato il padre Dupont, le Beatitudini nel loro tenore originario non descrivono le condi-

zioni n1orali per partecipare al Regno di Dio, 1na la sovranità di Dio sulla storia che si esprin1e attraverso la sua predilezione per coloro che non hanno posto secondo il co111une 1netro della valutazione u111ana. In questo senso, [e

Beatitudini, e in genere rannuncio del Regno da parte di CJesù, ci rin1anclano ad una storia più an1pia di quella "cristiana", di cui Dio è il vero sovrano. In questa prospettiva, oggi non si pone il problen1a di una rico111pre11sione delle altre religioni soltanto, 111a della rico111prensionc non strun1entale, non ecclesiastica della religione del popolo cristiano. Dal 111isticis1110 cli alcune culture giovanili sino al persistere cli riti ancestrali della religione 1neridionale, sorge la stessa questione. La Chiesa non può guardare con sufficienza a questi feno111eni e ncn1111eno deve cercare di "assorbirli", di integrarli pedagogican1ente o, 1Jcggio, strun1entaln1entc. Ma è vero che non possian10 che balbettare le risposte. Per troppo tempo, nei confronti del fenomeno religioso) la Chiesa ufficiale e la teologia hanno accettato un profilo di confronto basso. Il concilio ha anche da questo punto di vista invertito la tendenza e noi ne possia1110 vedere i frutti in alcuni passaggi della Recle111JJforis A1issio 9 . lJn confronto autentico con la religione popolare presuppone quindi una profonda accoglienza, una saggezza evangelica che è cosa ben diversa da ogni 111oralis1no ecclesiastico e di ogni sociologis1110. Significa accogliere la gioia vitale e la sofferenza della gente, quale si esprin1c nella religione vissuta dal popolo, persino nei suoi tratti pagani, instaurando un rapporto pastorale dove ognuno possa collocare la propria fan1c e il proprio bisogno, l'angoscia della 111orte e dell'assenza, 111a anche la gioia "pagana" del vivere, in una esperienza di niisericordia. A tale scopo occorre supcrnre sia le strategie cc-

'>Si può così 111cttere a raffron1o l'cnciclicn Rede111j)toris missio 11 20 e un pnssaggio dcl docun1cnto contc1npon1nco del Conseil Pon1ifical pour le Dialoguc lntcrrcligicu.\'. cl la Congrégation pour l'Evangélisaltion dcs Pcuples. Cfr 1 DuPUIS. L'Église. le Hèg11e de J)ie11 et /es "A11tres'', in .I. [)ORÉ - CHR. Tlll·:OBALD. Penser la foi. Rechcrchcs cn théologie a11jo11rd'h11i. J\Jélanges ojfcrts à Jospch i\1oingt, [laris 1993. 327-349: 336--·-338. Cfr adesso. co111c testi1nonianza autorevole della considcraziouc delle religioni in a1nbito callolico. il docun1ento della C01'v1M!SSIONE TEOLOGICA INTL:RNAZIONALE, Christia11is111us et religiones. in (7regoria11u111 79/3 ( 1998) 427-472.


Postfazione

563

clesiastiche che accolgono strumentalmente il bisogno religioso popolare, sia ostracis1ni di 111arca protestante, sia le ingenue idealizzazioni "rivoluzionarie". Il popolo n1uto dcl venerdì santo che in Sicilia contcn1pla(va) il lento dondolio della "bara" del Cristo morto e il dolore scolpito del!' Addolorata) sa vagan1ente) n1a "sente" altresì profondan1entc, che la propria sofferenza è stata accolta da Dio stesso, che anzi è esperienza divina, che quindi trova un senso nel 111istero stesso delPUon10-Dio. È a questo senso della 1norte, è alla figura della n1adre siciliana che viene richian1ata la fede della Chiesa. La riscoperta che il soggetto ecclesiale non è "solo" il Magistero o, peggio ancora "solo" i teologi, 111a "tutto" il popolo di Dio, dovrebbe servire da correttivo ad una concezione troppo t~1cile della esclusività della gestione della religione popolare cristiana da parte della gerarchia e/o dei teologi. \!aie anche qui !a regola dell'ascolto e del dialogo, non solo per ragioni di buona creanza e di prudenza pastorale, 1na per ragione autenticnn1ente "leologichen. Il "popolo'~ (nella sun accezione di con1poncntc u111ile, 11011 consapevole delle sottigliezze 111agisteriali e teologiche, del corpo ecclesiale) è infatti autentico portatore di alcune intuizioni e di alcune sottolineature del tnislero cristiano che, anche se indigeste ai teologi e ai chierici, potrebbero essere altrettanto autentiche. Il "grido'' che sorge dalla sofferenza va rispettato, accolto. Non è detto che esso sia una t'orina "'debole" della fede. l,'"urlo" di Ciesù crocitìsso nel vangelo di Marco può qui servire da cse1npio. Quante traduzioni lo elin1inano o lo addolciscono perché esso non sarebbe adeguato alla dignità (così come la vedono i traduttori per lo pili chierici) del Figlio di Dio?

gli

Ma al di là del richian10 a questa "integrazione" della di1nensione religiosa popolare dentro l'esperienza credente, va fatta un'altra considerazione, apparente1nente pili sottile, n1a dalle conseguenze corpose. A questo proposito va accolta la concezione rahneriana di un popolo nella chiesa, figura distinta da quella della Chiesa con1c popolo di Dio 10 • La sua concezione pecca tuttavia di astrattezza ed è tutta relativa alla sua teoria del rapporto tra rivelazione originaria, di cui è destinatario ['uo1110 in quanto tale, e rivelazione .\·torica. Checché ne sia della sua teoria, si i1npone invece con1e più reale un'altra considerazione. Ogni popolo, nella sua concretezza storico cui-

°

1

K. R1\JINU<, /.11111 J'crlià!tnis von Jheo!ogie 1111d /'o!ksrefigion. in .'_.,'chr{ften ::11r Theofogie. Hd X/ 1, Zlirich-Einsiedeln-KO!n 1984, [ 85-195. 7


564

G'iusepjJC f{uggieri

turale, vive nella Chiesa, attraverso la sua JJarfe credente, con1e presenz8 cli un orizzonte pili an1pio tlenfro il quale si colloca la Chiesa stessa con lei sua 111issionc. La religione è parte costitutiva cli questo orizzonte che solo con violenza e ipocrisia può essere assorbito, perdendo !a propria identità distin-

ta, dentro la Chicsn. La religione popolnrc, nella sua diversità dalla fede cristiana, diversitù che resta tale anche quanto essa è inestricabihncnte inescolata a elen1cnti specifici della fede cristiana, va quindi riconosciuta co1nc espressione di l\118 un1anità 11011 integrabile, oltre che di fatto non integrata, rispetto alla quale l'esperienza della fede ecclesiale si pone come ospite (nel senso cli chi ospita) e co1npagna rispettosa e affettuosa. I salini non possono essere pregati solo "cristianainente'\ annullando spesso nell'allegoria la lettera, e nen1111eno spesso con1c con1unione di preghiera con ['Israele secondo la cnrnc a cui essi appartengono indissolubiln1entc, 111a anche "teologican1entci', co1nc pensieri di Dio (l"3onhoerfer!) che acco111pagna con il suo sentire in grande In gioia e

la sofferenza di ogni uon10, al cli !à degli orizzonti di Israele e delle Chiese. Non è con1pito di questa postfazione indicare le conseguenze pastorali

dì questa visione. A suo 111odo, e indipenclente1nente da essa, lo fa già il contributo di Scordato in questo stesso quaderno. Due sole brevissin1e considerazioni forse vale invece la pena di aggiungere. La pri111a è che questa visione non si riferisce solo alla rigura della religione popolare tradizionale, forse in via di dissoluzione anche in Sicilia, n1a anche alle fonne attuali del revival religioso. Non si obietti che ci possono essere delle storture e delle an1biguità in queste con1e in quella. La funzione critica è infatti possibile clenlro l'accoglin1ento 111isericordioso e a111ico, co111e strada co111une, e n1ai prccedenten1ente a questo accog!i1nento. La seconda considerazione è che questa visione è solo un aspetto, sia pure decisivo di una ricollocazione più vasta dell'esperienza delle chiese cristiane nel inondo conte111poranco. Si tratta infatti di un aspetto che può essere afferrato solo nella sua connessione organica con il ripensarsi della Chiesa oggi e in1ponc quindi una conversione della sua 111entalità delle SllC strutture ecclesiali. E dovrebbe allora qui innestarsi il discorso sull'effettiva recezione della ecclesiologia di con1unione del Vaticano 11, a partire dalla eucaristia, con l'abbandono deciso di ogni ecclesiologia societaria ...

e

GiusejJfJe Rugg;ieri


Sezione miscellanea con documenti e studi Synaxis XVT/2 ( 1998) 565-621

NASCITA DI UNA DIOCESI: NOTO (1778-1844)

CAETANOZITO'

«Co1nunquc, quel po' che ho raggranellato, Eccellenza f.\evcrcnclissin1a, è bastevole per cli1nostrare che i 1niei concittaclìni da secoli nu1rivano la superba quanto

santa an1bizionc di avere nella loro cilltÌ il Seggio Episcopale. Lottarono, più volte furono sconfitti; 111a la form del scniin1ento religioso, onde l'anìn10 loro era preso,

ru ['eletnenlo che finì col l~1rll trionfr1rc».

Così il can. Giuseppe l,a I,icata introduceva la sua 111en1oria sul vescovado di Noto, consegnata il 15 n1aggio 1944 al vescovo Angelo Calabretta, per co111111en1orarc

il prin10 centenario della fondazione della clioccsP.

f)ella radicale ristrutturazione dell'organizzazione ecclesiastica dell'isola, realizzatasi nei prin1i decenni del sec. XIX, se si escludono alcune rì-

Orclin;irio di Storia dclln Chiesa nello Studio Teologico S. Paolo di Catania. 1

Abbrevìa:t.ioni:

N1\POLI,

AB

;\RCl-!IVJO

IJI SlATO, Archivio /Jorhone Vi\TIC1\NO. S.C'. C'o11sisloria/i~1\ Acta Congrcgntionis Consi-

/\CA= ;\RCll!VIO SFGRETO

storia!is, 18l1,L l. 2 ASSO= Archivio Storico per lu Sicilia Orienuilc NN= ;\RClllVIO St:GRF:TO V1\llC1\NO, S'e~rctcria di 5Jta/o. !8cl2-1844. rubr. 252. b11sl<1 LJ70: Nunzialurn di Napoli. rr. non nun1er<1li l\·1ASI~ = P.A.LERMO. /-\l~C!-11\110 DI STATO. Alinistcro Aj/ari di ,':ìicilia, Ecclesiastico. busta 2338 SAS S!H.1\CUS1\. J\RCl-!l\110 DI STATO. Fondo /11/enden:.11 !Jorbo11ica, ;\!Tari Ecclesi<.1stici, busl<l 1850. Nolo. 0 0 •

1 G. L1\

l.!CATA. //

1·escovado di 1Voto nel pri1110 cente11ario della s11a ./ondu::iollC

(1844-19-1-1): tes1o inedito dattiloscrilto eo11serv<1lo presso l';\rchivio della Curia Vescovile cli No1o: la citazione è n f. 2. Devo In sua segnalaz.ione all"n111icizia di Cì. Barone.


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Gaetano Zho

cerche per singole diocesi\ e le pagine scritte da Angelo Sindoni~, non risulta che ci si sia occupati esplicitan1entc e globaln1ente. Eppure, con la erezione di nuove diocesi si è verificato un evento che ha stravolto la secolare e assodata organizzazione religiosa dell'isola: per il profondo ca1nbian1ento prodotto, «non ha riscontro con nessun'altra zona d'Italia e forse - riguardo ad au1nenti - neanche d'Europa» 5. In questa relazione 111i li1nito a tracciare il percorso che ha dctcrn1inato, all'interno di un più ampio progeUo della politica borbonica, la fondazione della diocesi di Noto, rimandando ad una prossima pubblicazione la trattazione globale della ristrutturazione delle circoscrizioni ecclesiastiche dell'isola nel 1844. La ricostruzione delle vicende e delle problematiche ad esse connesse si è resa possibile grazie alla docu111entazione rintracciata presso l'Archivio Segreto Vaticano e lArchivio di Stato di Palermo, relativa proprio al processo, istruito dalla S. Sede e dal governo napoletano, in previsione della decisione di erigere la nuova diocesi.

I. Il "perpefl!tffn silentiun1" Ìlnposto a Noto nel sec. XV L'aspirazione di Noto ad essere elevata a capo-diocesi è possibile datarla già al sec. XV. All'incirca dal 1432, infatti, i netini tentavano di ottenere dal papa la sede episcopale, e per tale rnotivo incessanten1cnte in1ploravnno l'approvazione e l'aiuto di Alfonso il f\1agnanin10. Questi, non suffìciente1nente inforn1ato sulle conseguenze della eventuale concessione, con1e egli stesso ebbe a dichiarare, in un pri1110 nion1ento aveva concesso un assenso di massima alla richiesta di Noto. In seguito alle rimostranze presentategli dal vescovo di Siracusa Ruggero Bellomo (1419-1443)", rappresentato dal decano del capitolo cattedrale Bartolomeo dc Grandis, e dal senato della città, rappresentato da Corrado de Marescalco, riconobbe però che la concessione delln dignità episcopale a Noto avrebbe prodotto gravi danni ai privi le-

1 Cì. CONTARINO, Le origi11i della diocesi di Acireale e il pri1110 vesco1.'o, Acircrdc

1973: G. ZITO. l,a (onda:: ione della diocesi di Ca/tanisse!ta. in Svna.xis 15 ( 1997) 33 ! -352. ·1 A. S1ND0N1. /)al rifor111is1110 assol111istico al colto!ice.1:imo sociale. !. Ro111a 1984. 167-186. 5

lbid. 174.

6 (). GAR1\NA, I \'escovi di .5irac11sa. Siracusa 1969. 122-123.


Nascita di una diocesi: Noto (I 778-1844)

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gi di cui godevano la diocesi e la città di Siracusa. Pertanto, nesan1inò la richiesta di Noto e ritenne di doverla respingere, disponendo che tale decisione venisse rispettata anche dai suoi successori; prescrisse pure agli officiali e ai sudditi del regno, che si trovavano e in foturn si fossero trovati presso la curia ro1nana, di non favorire, direttan1entc o indirettan1ente, tale richiesta di Noto sotto qualsiasi forma presentata. In tal modo, con l'aiuto di Dio, s1 1111pcgnava a conservare, favorire e proteggere integralmente la secolare ed attuale condizione delle prerogative della diocesi di Siracusa7 • A questa ferma risposta di re Alfonso ben presto fece seguito quella pii1 severa di papa Eugenio IV. Per rispondere alla petizione dei netini, aveva affidato al card. Angelotto Fusco (del titolo di S. Marco e vescovo di Cava 1431-1444) il compito di indagare sulla richiesta di Noto e appurare se la eventuale concessione avesse potuto arrecare lesioni ai diritti del vescovo, della città e della diocesi di Siracusa. Dalle informazioni ricevute, anche Eugenio IV riconobbe valide le rin1ostranzc dei siracusani e riaffern1ò il loro diritto di mantenere inviolati tutti i privilegi e integro il territorio della diocesi. Era suo peculiare co111pito, infatti) in1pcdire ogni eventuale danno alla Chiesa, in special 111odo alle diocesi, sia nella sfera spirituale che in quella dei beni n1aieriali: e la chiesa parrocchiale di Noto era soggetta «utraquc lcge» a! vescovo di Siracusa e costituiva la rendita beneficiale per il cantore del capitolo cli quella cattedrale. Agli abitanti cli Noto, pertanto, il papa impose «super ipsius negotio perpetuu111 silentiun1»; nessuno, inoltre, doveva per1nettersi di contravvenire a quanto disposto: «Si quis autcn1 hoc attentare praesun1pserit indignationen1 Onnipotentis Dei Beatorun1 Apostolorun1 cius se noverit incursurun1»~.

7 Decreto de! 2 111aggio 1433. Il testo originale se111bra sia undato perduto. È sl81o possibile recupenire soltanto !a tr8scrizione fallane d;il canonico ANTONINO J)1.:· ivt1c1-1r;:i.E (+ 1666), /)e Antiquo et novo sta tu f~·cc/esial! .5yrac11sa11ae, 99-1 Ol, ins. conservalo nella Biblioteca Alagoniana di Siracusa; e un'al!r8 trascrizione settecentesca, con autentica notarile: ((Ex scripluris existentibus in Archivio Rev.1ni Capituli huius Sanctae fvlalricis et Cathedralis Ecclesiae Syracusanae extracta esL pracsens copia. NoL D. Gaspar Partexano ;\rcllivarit1s. Co!lcctione salva» (SIRACUSA. Al{Cl-JIVIO Ct\PJTOl.ARE, Raccolta di Bolle Po1111:ficie del C'apitolo di Siracusa, J!, r. 21 ). 8 Bolla ((Inter caetcra», ihid, r. 19, con uguale 8Ulentica notarile: e A. Di.:: lVl1c11ELE. /)e Anti"quo, cit., 101-102. l.,a datazione della bolla presenta, però, qualche problen1a: <1Dalun1 Roinae apud S. Petrum Anno lncarnationis l'-133 quinto Nonas .!unii Ponlific(lt\ls Nostri anno ter1io». Nella trascrizione settecentesca, per di pili, non è indicato !'anno di pontificato. li <<quinto Nonas .!unii>> corrisponde al ] 0 giungo e pertanto la datazione corretta avrebbe dovuto riportare l'indicazione «Kalendis .!unii». Poiché il testo originale della boll8 è an-


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Goe/0110

Zito

Purtuttavia, nonostante la radicalità delle risposte e la gravità delle pene 111inacciatc nei confronti di coloro che avrebbero osato riaprire la questione, a breve distanza di anni, alla 111orte di Eugenio IV, Noto ripresentò ancora una volta l'istanza alla S. Sede per ottenere la sede episcopale, ricevendone però una ulteriore drastica risposta negativa sia dal nuovo papa che dal re. Il 23 gennaio 1450, infatti, analizzata a1tenta111ente l'istanza dei netini, Nicolò V affidò al1 1arcivescovo di Monreale, Alfonso Cuevasruvias (1450-1454) "diplomatico al servizio della S. Sede" 9 e metropolita per Siracusa, all1abate del inonastcro di S. Maria di Roccadia (oggi in territorio del con1unc cli Carlentini), Giovanni de Girifalco 111 , e al decano della cattedrale di Siracusa 11 , l'incarico di rendere esecutive le sue disposizioni. li docun1ento, che riassurne tutta la vicenda precedente e preclude defìnitiva111cnfe a Noto la possibilità di ripresentare l'istanza per la sede vescovile (a!n1cno fino a! I 783), offre indicazioni di particolare rii ievo sia sul piano ecclesiologico che su quello della politica papale e della storia socio-religiosa 12 • dalo perduto, purtroppo sembra ci si debbn accontentare cli tali trascrizioni. Anche un saggio co1npiulo presso !'1\SV, 5,'c/Jedurio Ga1·a111pi e l?egisfri l'ufico11i 11011 ha dato <ilcun esito per il rlnvenirnento della copia cancelleresca di quesla bolla: la 1rnscrizione degli alli relativi nl pontificalo di l-'.ugcnio IV non segue alcun ordine cronologico. ed essa non pare sia trascritta nei registri riguardrn1ti il 3" anno dc! suo pontificato. Con1c pure. sarebbe di grande rilievo i I reperi1ncnlo dcl!<i supplica al para degli nbitanli di Noto. per le n1otivazioni da loro addo1tc: 1na non agevole si prescn1a pure il suo reperimento in ASV. Registri delle S11pp!ichf'. essendo qucsle Lrascrit1c secondo la datn della registrazione. che poteva essere ritardata di n1csi cd anche di anni. e 11011 di quella dcll<i concessione. !I decreto di Alfonso V e questa boll<i di Eugenio IV. insien1e con <il!ri docun1enli postumi (di Nicolò V e dello stesso re A!J'onso). vennero allegali dai sin1cusani a sostegno della loro supplicn. nJTid<11a in esa111e nll'nrcivcscovo di tvlonre[Jlc Bnlsa1110. contro In c!on1a11d<1 prcscnlatn da Noto nel 1783 per ollencre la sede cpiscopnlc: cfr ACA, 25 nove1nbre l 841. il 26 J-2(i,L Ll' trascrizioni nuten1 icale che si conscrvnno nell'Archivio Capitolare di Sir<icusa, sia dall'esame p<ilcografico che per qucs1'ulti1no indiL.io, possono pertanto datarsi con certezza ulla fine dcl scc. XVIJI. 9 (ì. SCHIJH\ ...l/011rcole. J'errilorio, popolo e prc/oli dui 11or111r11111i od oggi. Pulcrn10 !CJ8cl. 26. 10 !I non1c. non indicato nella boll<i. è desunto dn R. PJRRL Sicilio sacra/ ... / edilio lf'!'lia e111e11dota et co111i1111afio11c a11cra c11ra et s111dio .'/nloni11i ,-\/011gi101·e, Panonni l 733, 1308. 11 Non è stato possibile identificarlo con esatlc7.7a: è probabile clic fosse ancor:1 nar~ lolorneo dc Grandis, eletto vescovo dni c1111onici della cattedrale di Sir<icustl nel l'lil5. n1<1 11011 confcrnrn!o dal papa e dal re: ibid .. 632. 1 ~ A!~ClflV!OSECìRFTO VATJC1\NO. Rcg. /'af.. 393. ff 352-353: la lrascrii'.ione di css<1 in Appendice. Reputo opportuno riportare u11'mnpio1 sintesi di questa bolla sin perché è l'unico docurnenlo di cui è disponibile <il presente copia sicurn de!l'origìnulc: sia per 1·nrgo111cntazionc e le clausole addotte, 111olto pili n1npic rispello agli altri tcs1i: sia. inrinc. perché nel 18~ I tìi <iddolta da Siracusn co111e una de!!c principali argo111entazioni per continunrc ad i111-


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Nella bolla Nicolò V esordisce affermando quale fosse, 111 simili casi, il dovere del papa: impedire che venissero usurpati i diritti costituiti e salvaguardare particolannente le prerogative dei vescovi, perché con lui essi erano chia1nati a condividere la cura pastorale dei fedeli. Di conseguenza, gli apparteneva il potere di colpire con censure ecclesiastiche coloro che avessero osato, con n1olesiie e ingiurie, attentare a qualsivoglia privilegio deile diocesi e dei vescovi. Ora, da Paolo Santafedc o Santapau, vescovo di Siracusa (1446-1460), a lui era stato inviato il «iegum doctorcm» Antonio de Galgano: aveva così appreso, non senza turban1ento di anin10, che i diletti figli di Noto, con evidente an1bizione, sinaniavano per ottenere la sede vescovile, benché su ciò fosse stato imposto il silenzio dal suo predecessore Eugenio IV. Non si vergognavano, quindi, di stancare «quotidic» il vescovo e la chiesa di Siracusa per ottenere tale dignità, con gravissi1no pregiudizio di questi, costringendoli ad investire cospicue somme di denaro per difendere i loro diritti. Pertanto, meravigliandosi della protervia dei nctiui e della loro 111subordinazione alla risoluzione cli Eugenio IV; poiché tra i compiti ciel papa vi era quello cli porre a si111ili situazioni salutare rin1eclio; considerando che la chiesa parrocchiale di Noto, a nonna dei canoni, era beneficio del cantore del capitolo della cattedrale di Siracusa e eia sempre soggetta al vescovo di quella diocesi; n1e111ore che dai suoi predecessori) i ro111ani pontefici, era stata stabilita l'opportunità che il governo episcopale risiedesse solo nelle città principali e pili popolate; essendo indecoroso per gli episcopati e le altre dignità 111aggiori subire qualsivoglia frazionan1ento del beneficio; e con1e la chiesa universale si espri111eva nella sua unità, ccisì qualsiasi chiesa locale con i suoi n1e111bri doveva essere garantita nella sua stabilità e integrità: in considerazione di questi presupposti e per altre cause che egli riteneva certa111ente legitti111e, «111otu proprio et ex certa scientia», Nicolò V i1npose di nuovo il perpetuo silenzio sulla erezione della sede vescovile e riaffcnnò la sotton1issionc della città e degli abitanti di Noto alla diocesi cli Siracusa. In virtù della sua autorità, inoltre, con1111inò delle punizioni a tutti coloro - ecclesiastici, religiosi, cistercensi, 111e1nbri di ordini 111ilitari e di ordini n1cnclicanti, esenti o non esenti, laici di qualsivoglia stato, grado e condizione - che in futuro avessero osato fo1nentare ancora la ribellione contro Siracusa: pare che ad avviarla fosse stato Giovanni Gunusiun1, abate del n1onastero

pedire la orn1ai decisa fondazione della diocesi di Noto.


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Gaetano Zito

cistercense di S. Maria dell'Arco in Noto. Tutti costoro sarebbero incorsi nella scon1unica, nella sospensione «a divinis» e nell'interdetta, con la conseguente confisca dei beni, dovunque li avessero possedLÌti, e la perdita di ogni privilegio di cui avessero potuto godere; la città di Noto restava intanto inabilitata ad ottenere per il futuro la sede vescovile o «similia». E se i netini non avessero obbedito agli ammonimenti degli esecutori di queste prescrizioni, costoro avrebbero potuto pure i1nporre loro sanzioni pecuniarie o anche di più gravi se da essi ritenute opportune. Nessuno, quindi, avrebbe più dovuto osare di arrecare 111olestie o affronti al vescovo Paolo e ai suoi successori: i netini, pertanto, dovevano desistere da simili atteggiamenti e decidersi a prestare obbedienza e riverenza al vescovo di Siracusa, accettando un1ihnente le sue salutari a111111onizioni ed eseguendo efficacen1cnte le sue ingiunzioni. In caso contrario, trascorso il tern1ine stabilito, coloro che avessero perseverato nella loro pervicacia sarebbero incorsi «da111nabiliter» nelle suddette censure. Inoltre, quando e come fosse stato giudicato opportuno, e da parte del vescovo Paolo e dei suoi successori, bisognava annunziare e fare annunziare che, coloro i quali incorrevano in quelle censure, dovevano essere evitati da tutti finché, convincendosi, si fossero ravveduti e avessero 1neritato di ottenere dalla Sede Apostolica i benefici dell'assoluzione dalla scomunica e dall'interdetta e la grazia della piena riconciliazione. Nondimeno, qualora si fosse reso necessario, gli esecutori della bolla pontificia avrebbero dovuto rendere ancora più gravi tutte queste pene istruendo appositi e legitti1ni processi. Pur di ottenere l'obbedienza da coloro che eventualmente si fossero ribellati alle censure, il papa prescrisse agli esecutori della bolla di ricorrere al braccio secolare. E se da informazioni certe constasse che l'abate e tutti coloro che avrebbero dovuto subire il processo non fossero stati in grado di recarsi presso il tribunale costituito dai tre destinatari della bolla, questi dovevano pro1nulgare un editto da tenersi affisso per due anni in luoghi pubblici in n1odo che, per quanto si potesse presu1nere, le citazioni e gli an1111oni1nenti potessero giungere a conoscenza degli interessati, ed essi dovevano ritenervisi canonica1nente obbligati con1e se fossero stati notificati loro personalmente. Qualora, infine, all'abate e ai netini dalla Sede Apostolica fosse stato concesso in passato qualche indulto o privilegio, tale da renderli liberi da eventuali censure e giudizi, essi non potevano avvalersene in questo caso. La perentorietà dell'intervento di Nicolò V, a salvaguardia dell'integrità della diocesi di Siracusa, si comprende più facilmente se si tiene conto


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degli eventi generali di quegli anni. Da appena un anno, infatti, dopo Io scis1na d'Occidente e la crisi conciliarista, si era sanata una nuova frattura nella Chiesa: la maggioranza dei padri conciliari, che non avevano accolto la decisione di Eugenio IV di trasferire il concilio da Basilea a Firenze, avevano eletto antipapa Amedeo Vlll di Savoia, Felice V (1438-1449). Per cui, la difesa della pace e dell'unità nell'ambito del territorio di una diocesi per il papa sembra rivestisse, in prospettiva, il carattere dell'urgenza per tutelare pure la pace e l'unità nella chiesa universaleu. L1anno successivo a questa risoluta ed energica presa di posizione del papa contro Nolo, nel 145 l, si aggiunse pure un secondo intervento di AltOnso il Magnanitno: poiché ancora una volta i netini avevano tentato di ottenere la diocesi con grave pregiudizio del vescovo e della chiesa di Siracusa, «vobis dicin1us, con11nittin1us et 1nanda111us scientcr et expresse sub incursu nostrae irae et indignationis poenisque unciaru1n n1ille si contra [eceritis exigentia, nostroque erario applicanda» 1 ~. Se si esclude la conferma, data da Carlo V nel 1519, dci confini della diocesi di Siracusa così con1e le erano stati assegnati da Ruggero il norn1anno15, e che di conseguenza equivaleva, in forn1a indiretta, alla negazione di ogni pretesa di frazionan1ento di essa, le speranze di Noto di essere elevata alla dignità episcopale si chiusero per circa quattro secoli con la decisione cli Alfonso V. Le 1ne1noric, a sta1npa o n1anoscrittc, presentate da Noto e da Siracusa, rispettiva111ente a sostegno e ad in1pedin1ento della sospirata fondazione della diocesi netina nel XIX secolo, non indicano altra docu1nentazione successiva a quella del sec. XV: se ve ne fosse stata, ognuna delle due parti, che mise in campo il meglio delle forze anche della cultura del tempo per ottenere l'una la diocesi e l'altra la salvaguardia del suo territorio, ccrta1nente vi avrebbe fatto ricorso a sostegno della propria petizione. Una distorta visione degli eventi del sec. XV, invece, è stata tran1andata dal netino Rocco Pirri. Fidandosi della testin1onianza del suo concittadino

D Per una contestualizzazione di questa prospettiva, si può vedere iv1. rois, /,escavo e chiesa locale nel pensiero ecclesiologico, in Vescovi e diocesi in Italia dal ,\71" alla 111età del XVI secolo, Atti de! V!! convegno di Storia della Chiesa in Italia, nrescia 2!-25 settembre 1987. Roma 1990, 27-81. i.i li testo è citato dalla trascrizione fa.Ltanc eia G. LA LICATA, Il vescovado di 1\loto, cit., ff. 10-1 !, i! quale a1Tenna di aver utilizzato una copia autentica esistente nell'Archivio della Cattedrale di Siracusa: purtroppo però questa non è stata rinvenuta. 15 Di questo documento si parla nella 111c1noria esaininata dall'arcivescovo di I'vJonrcale: ACA, 25 nove1nbre 184!, JT. 261-264.


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Vincenzo Littara (De rebus Nelinis), il quale affermava di aver letlo «autographa litteraru111 apud tabulas Netinas», n1osso da sentin1enti ca111panilistici, il Pirri sostenne che «Concives 111ei Nctini cupientes sua1n exornare Patrian1 nova Ponti-ficalis Sede, et a Syracusana in1111uncs esse», erano riusciti ad ottenere la fondazione della diocesi da Eugenio JV e da Nicolò V, e da Alfonso d'Aragona l'unione delle abbazie di S. Maria dell'Arco e di S. Lucia di Noto, di regio patronato, come beneficio per !'erigendo episcopato; l'opposizione, però, dei siracusani era stata tale da costringere i papi e il re a revocare quanto già da loro concesso, poiché sui proventi della chiesa 111adrc di Noto aveva la sua prebenda beneficiale il canonico cantore della cattedrale di Siracusa 16 • ln verità, una attenzione agli uon1ini in catnpo nella vicenda pennette di capire nieglio le decisioni assunte dai papi e da! re. 1 personaggi in gioco a difesa di Siracusa erano tnolto più potenti dei patrocinatori della causa di Noto. I vescovi siracusani, in particolare, erano stretta111entc legati alla curin ron1ana e alla corona, in grado quindi di vanificare i tentativi di Noto: Ruggero Bellon10 (1419-1LJ43) vantava una assodata tradizione di fainiglia a servizio degli aragonesi; Paolo Santafede o Santapau doveva essere uon10 abbastanza influente sia presso la corte di Alfonso che presso la curia ron1ana: aragonese, uditore della Romana Rota, referendario della Sede Apostolica per 12 anni, consigliere del rc 17 • Sia nel 1433 che nel 1450, invece, non pare che i netini abbiano potuto contare sull'aiuto del loro concittadino ['un1anista Giovanni Aurispa (1376-1459): aeercdi!alo alla corte di Alfonso grazie alla fraterna amicizia con Antonio Beccadelli eletto il Panormita (1394-1471), svolse mansioni cli segretario apostolico presso la curia ro111ana, più volte ricevette incarichi di legato pontificio da Eugenio IV, e fu a1nico personale di Nicolò V ancor pri1na che questi venisse eletto papa. Se111bra, anzi, che I' Aurispa non si fosse interessato dell'aspirazione dci suoi concittadini quanto, piuttosto, cli garantirsi la rendita di benefici ecclesiastici e di assicurarsi la benevolenza dcl vescovo di Siracusa, per sé e per i suoi fa111iliari, al quale fece pervenire chiari segnali della propria totale estraneità alla pretesa di Noto: «Oro te per an1icitian1 illa111 nostra1n ut episcopo Syracusano n1c con1111endes et itfl n1c illi co1n111endes, ut vicario suo scribat et iubeat ut eos qui ibi pro 111e sunt caros

Jr, R. PllU{I, Sicilia sacra, cii., 631-632. lbid; O. CìARANA, I vescovi, cit., 122-124.

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habeat, aut, quod inagis cupio, nullo pacto 111olestet» 18 • Al Panonnita, inoltre, chiese un autorevole intervento presso Alfonso d'Aragona per ottenergli la concessione di due benefici «sine cura» in diocesi di Siracusa, lasciati vacanti da Guglielmo Bellomo in seguito alla nomina di questi a vescovo di Catania (1450-1473). /\soluzione della lite sorta per il loro possesso, il re avrebbe potuto concederli a lui, e «si suae serenitatis voluntaten1 habercn1us, cx pontifice habebo omn ia» 19 : nel 1452 gli venne concessa in beneficio l'abbazia di S. Maria di Roccadia, dopo che nel 1449 era stato nominato abate con11nendatario dcl n1011astero di S. Filippo de' Grandi in Messina 21l. Perché I' Aurispa, in grado di poter ottenere tutto dal papa, come egli affcnna e, per 111ezzo del Panonnita, anche dal re, non intervenne per favorire la elevazione a sede episcopale della sua Noto? Non pare che egli abbia 1nostrato interesse alcuno per la sua patria; forse anche con1e atto di obbedienza a re Alfonso per la proibizione, in1posta ai suoi sudditi, di suffragare la petizione di Noto presso la curia ron1ana. É certo, invece, che l'Aurispa fosse uon10 di pochi scrupoli, di grande attenzione ai propri interessi cco1101nici, al punto che il desiderio dcl guadagno lo portava a mercanteggiare con rurbcria pure gli antichi codici da lui rinvenuti con passione di ricercatore e raccog!itore21. Per tutelare, dunque, cd accrescere le rendite personali e fa111iliari su benefici destinabili alla dote della eventuale nuova diocesi, si può presu1nere che l' Aurispa abbia piuttosto cooperato con il proprio prestigio, presso la curia roinana e presso la corte di re Alfonso, ad i111pedire la concessione dell'assenso alla reiterata supplica di Noto.

li' Lettera nl Panonnila dc! 25 dice1nbrc 1449, in R. SABBADJNI, Biografia doc11111entata di Cìiovonni Aurispa, Noto !890. 111. Su! P811orn1ita, cfr G.\/. RESTA,/, 'epistolario del Panormita. Studi per 1111a edizione critica, Messina 1954. 11 ' Lettera de!!'\ I gennaio 1451: ibid. 116; si veda pure l'altra lettern inviata al Panonnitn il 16 diceinbre 1450: ibid .. 113~! 15; e inoltre, Carteggio di Cìiovanni i/11rispa. a

cura di R. Sabbaclini, Ron1a 1931.

111 R. SAnB:\DlNL Bi'ograji'a doc11111e11fafa. cit., 118. Non poteva certo coinpctcre con l'inllucnza del!';\urispn, presso la Curia pontificia e la corte di re ;\IJ'onso, rinviato da Noto per perorare !a causa della sede episcopale, Rinnldo Sortino: \/. LtTli\RA, Storia di 1Voto antica dalfe origini al 1593 (J)e rebus netini.s), traduzione e note di f. Balsaino. Roina 1969, 79. 21 E. BIGI, Aurispa (iiovanni, in J)izionario Hiografìco degli Italiani, 4. 593~595.


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2. Necessita «accrescere il niunero (/e' Vescovi lle! regno» «Essendosi 111olto accresciuto questo Regno

nel

nun1ero

dc'

fuochi,

e

ne!l 'aun1cnto dì nuove popolazioni, ha consideralo il Parlarnenlo di un1iliarc a S.

M. l'incovcnicntc, che succede pcl ristretto nun1cro di soli sei Vescovi, e due Arcivescovi, i quali quantunque con indefessa cura, e vigilanza procurino di soddisfare al loro Apostolico n1inistero, tuttavolta per la cslcnsione delle loro Diocesi, non sono in grado di poterli tutti, e con esattezza adcn1pirc, quelli spccialn1ente che bisognano di pronta e sollecita proviclcnza; e però riflette di non potersi a si gran n1alc ovviare, se non con accrescere il nu1ncro de' Vescovi ciel regno, e dividere le Diocesi per assegnarsi a corrispondenza delle anirne e popolazioni, ai novelli Vescovi Ja porzione divisa e separata, e per aiuto dcl loro congruo assegnan1ento doversi sccn1arc da pingui Vescovadi una porzione rata, da contribuirsi, seguita che sarà da qui a 1nille anni la n1orte degli atluali Vescovi» 22 .

Così, il 5 aprile I 778 il parlamento di Sicilia, in pieno clima di riformisn10 borbonico, presentava a Ferdinando III la richiesta ufficiale di erigere nuove diocesi nell'isola, 1notivanclola con l'aun1ento della popolazione, 1na ancor più per impellenti esigenze di carattere pastorale. Lungo il sec. XVIII, cou andamento differenziato, la popolazione della Sicilia aveva subito un incremento del 34,74%. Infatti, tra il 1714 e il 1798 la popolazione dell'isola" era passata da 1.083.163 a 1.659.948 abitanti, con un au111cnto reale di 576. 785 abitanti in 84 anni, facendo registrare in tal 111odo un saldo attivo tra nati e 1norti di circa 7.000 abitanti per ogni anno. A questa popolazione doveva rispondere una struttura diocesana che era ancora rigida1nente ferina all'ordina1nento ecclesiastico dato all'isola dai normanni. La Sicilia era, infatti, ripartita in 8 diocesi, e tutte con sede episcopale lungo la costa siciliana: 2, Palermo e Messina, sedi arcivescovili; le altre 6 sedi vescovili: Cefalù, Patti, Catania, Siracusa, Agrigento, Mazara del Vallo. Le diocesi che sorgeranno tra il 1816 e il 1844 saranno, invece, dislocate prevalentemente nell'entroterra. Alla organizzazione normanna nel I 778 mancava in verità Monreale: nel I 776 era stata unita alla sede di Pa-

22 !I testo in A. GALLO, C'odice Ecclesiastico Siculo, I!, Palenno 1846, 68. 23 l dati dcl Maggiore Perni e riportati da G. LONGHlTANO, La dinamica den1ogrr(/ica, in La Sicilia, a cura di lvl. Ay1nard e G. Giarrizzo, Sloria d'Italia. Le regioni dall'Unità ad oggi, Torino 1987, 1019.


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lermo, in quel clima riformatore del governo borbonico che tendeva, tra l'altro, a decurtare i più pingui possedin1enti ecclesiastici e in particolare quelli delle mense vescovili. E Monreale indubbiamente era tra quelle maggiori dcl regno: «questa Chiesa - scriveva Tanucci in un suo dispaccio del 25 n1aggio 1776 -

quanto era inutile, altrettanto colla esperienza riconosceasi pregiudiziale alla cura spirituale, per la irregolarità, onde fu dal principio rorn1ata collo sn1cn1hra1nento di tanti luoghi dalle altre Diocesi, producendo così il suo territorio sparso, e intreccialo nelle viscere <lella Chiesa cli Pa!errno, e delle altre [giungeva fino a Bronte, alle falde dell'Etna], continui clissicli, e l'abbandono, e la poca assistenza delle Anin1c per la lontananza dcl loro Pastore» 24 .

Il ripristino dell'autono1nia di Monreale, chiesta proprio nel Parlamento dcl 1778, venne concessa nel 1802 con la bolla «lmbecillitas humanae 111entis» 25 . Alla richiesta del Parlamento di istituire in Sicilia nuove diocesi il re non si 1nostrò contrario, 111a ritenne indispensabile sospenderne la decisione operativa per conoscere csattan1ente i tennini del provvedi111cnto da adottare, e affidò l'indagine conoscitiva alla Deputazione del Regno: «Sua Maestà non è lontana dall'accordar questa grazia, 111a per ora la sospende, a:! ordina, che la Dipulazione del Regno con tutta l'avvedutezza fornii un piano dettagliato di corne dividersi le Diocesi, e quali Vescovadi accrescersi, e corne assegnare ai 1nedesin1i la corrispondente azienda, e da quali Vescovi, ed Arcivescovi scen1arli, col riguardo a quelli che per la situazione della loro residenza hanno bisogno di spendere di più: che il Viceré con1unichi tal piano alla Giunta de' presidenti, e Consultore, per esaminarlo coll'intervento dci due Avvocati Fiscali della

21 · D. rvL GrARRIZZO, Codex siculus, !, Palern10 1779, lib. I, tit. I,§ IV, 26-30. Ag!i arcivescovi, di conseguenza, spettava il doppio titolo di Arcivescovo di l-'alerino e klonreale. 25 lbid., 26-30; il testo della unione di Monreale a Palcnno in A. (JALLO, Codice Ecclesiastico Siculo, cit., lii, 141-142. Sulla questione, cfr !'vi. CONDORELLI, 1\Io111enti del rifOr111/smo eccles/asf/co nella Sicilia borbonica (1767-1850). Il proble111a della 111ano111orta, Reggio Calabria 1971, 35-37; G. ScHJRÒ, Aionreale, ciL, 65-68. Sui Par!an1enti: f Parla111enti di ,':J'fcilia, Atti del convegno, Catania 23-24 1narzo 1984, in ASSO 80 (1984) htsc. I. Su Tanucci: Bernardo J'anucci: la corte, il paese 1730-1780, Atti de! convegno, Catania 10-12 ottobre 1985, ibid. 84 (1988) fase I-li.


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Gran Corte, e dcl Patrin1onio; indi passi a S. Maestà sì il piano sudetto, che il scntin1ento della Giunta, per ordinare quanto convenga»H'.

li co1npito affidato alla Deputazione prevedeva, pertanto, un nesa1ne complessivo delle circoscrizioni ecclesiastiche dell'isola. E la notizia non 1nancò di svegliare in diverse città il desiderio di assurgere a sede episcopale, n1entre fece registrare una forte opposizione da parte di quelle diocesi che vedevano a rischio l'integrità del loro territorio. A Messina, senato e curia arcivescovile ostacolarono la progettata cessione di co1nuni alla piccola diocesi di Patti e di alcuni altri alla erigenda diocesi di Nicosia 27 • E a Siracusa il vescovo, Giovanni Battista Alagona ( 1773-180 I), dovette intervenire sevcran1cnte contro coloro che paventavano lo s1ne1nbra1ncnto del territorio della diocesi e contro le pretese avanzate da Lentini: il 1° dicembre 1779 «fuln1ina la scon1unica da eseguirsi a suon di ca111pana contro il vicario econon10 D. Melchiorre Perrotta, arcidiacono di Lentini, sostenitore del ripristino della sede vescovile in quella città» 28 • Nell'ambito dello stesso territorio della diocesi di Siracusa anche il senato della città di Noto, a seguito cli una generica accondiscendenza di re Ferdinando a concederle la sede vescovile, presentò formale richiesta alla Deputazione del Regno per le nuove diocesi del!' isola. La decisione di an1pliare il nun1ero delle sedi vescovili, co1ne è facile i1nn1aginare, favorì pure lo sviluppo di una editoria pole111ista e apologetica in difesa dei vescovadi esistenti nia anche dei con1uni che an1bivano a diventare capo-diocesÌ 29 • L'agitazione scatenata nell'isola dalla prospettiva delle nuove diocesi e le vicende politiche, succedutesi alla rivoluzione francese, costrinsero a ritardare l'esecuzione del progetto a cui, frattanto, aveva lavorato la Deputazione del Regno. La richiesta delle nuove diocesi venne ripresentata in occasione del 124° Parlamento del Regno, apertosi il 24 marzo 1802. Ma è di fondamentale importanza evidenziare come, in questa occasione, sia stato il braccio de1naniale a do1nandare, con 1naggior vigore, che si au111entasse il

26

D.l'vl. GrAf{H.IZZO, Code};, cit., 31. 27 A. SINDONI, /)a/ rij'on11is1110, cit., 172_ 28 O. GAH.ANA, I vescovi, eit., 198~ 199. 29 Sì veda, ad eseinpio, restando ne! contesto della fondazione della diocesi di Noto. C. GAt:TANI~CìAETANl, 1\loti::ie della (}1iesa di Siracusa, Catania 1788.


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numero delle diocesi dell'isola, lasciando intravedere così, all'interno del Parlan1ento, una contrapposizione netta con gli altri due bracci. In verità, sia il braccio ecclesiastico che il braccio n1ilitare non 111ostravano alcun interesse a che venissero erette nuove diocesi. Entra1nbi avevano coscienza che si snrcbbero dovuti ledere diri!ti e privilegi in loro favore consolidatisi, e decurtare le rendite dei benefici esistenti per fondarne dci nuovi. Per il brnccio dc1naniale, al quale in1portava sostenere le avanzanti nuove realtà urbane dell'isola, riuscire ad ottenere quanto richiesto equivaleva chiara111ente ad una vittoria di particolare rilievo sugli altri due bracci. L'assegnazione della sede episcopale avrebbe pern1esso di elevare notevol111ente il prestigio socioreligioso della città, portandone a con1pi1nento, in un certo qual 111odo, la fisionon1ia di civitas chrls-tiana con la residenza della 111assi1na autorità ccc!csiastica_ì11. Nella istanza generale, presentata da! braccio clen1aniale si inserì, inoltre, tra le altre città, la fonnale richiesta dcl senato cli Caltagirone per ottenere la sede episcopale. Il vescovo di Siracusa Alagona era 111orto proprio durante la visita pastorale in questa città: la Deputazione del Regno ritenne più agevole elevarla alla dignità di capo-diocesi prin1a della no1nina dcl nuovo vescovo di Siracusa, sn1en1brandovi i con1uni per la nuova diocesi. A tal fine il senato si obbligava ad «assegnnre, e pagare al novello eligendo Vescovo, che dovrà risiedere nella stessa Città di Caltagirone, l'annua pensione cli [)ucati tre111ila, e sci cento, oltre a quel tanto, che per i! Cattedratico gli verrà accordato dalla Diocesi; quali Ducati 3600 dovranno servire per la sua Menza per detto nuovo Vescovado, non dovendosi perciò obligarc a contribuzione alcuna l'Azienda destinata al Vescovado di Siracusa, perché essendo 111o!to tenue, 11011 potrà soffrire un tal peso»_ì 1• Anche questa volta il re accolse «ben volentieri» la richiesta del Parla111ento: sia per Caltagirone che per altri due nuovi vescovadi. Co111111issionò, pertanto, l'elaborazione di un progetto che riguardasse «il 111odo di stabi-

:in Ln frequente assenza dal capoluogo della nuova diocesi fu uno dei rnolivi che acuirono il conflitto fra il 1nunicipio di Caltagirone e i! vescovo Giovnnni Bnitisin Bongiorno (1879-188'1), conJlitto che indusse il Bongiorno a presentare al papa le din1issioni: iV!. PFNNISI, [J11s111et a111111inf.1·rrotore oposto/ico di Co/tagirone. in C'hie.1·a e sociefà in Sicilia. I secoli Xli-XIX. Atti del JIJ convegno internazionale organizzato dall'arcidiocesi di Calnnia. 24-26 nove1nbre 1994. n curn cli G. Zito. Torino 1995, 97-118. JI Parla111enti generali del Regno di Sicilia dall'anno 1794 fino al 1810. s.n.L. 39110; il testo pure in A. GALLO. Codice Ecclesiastico Siculo. cit .. lt. 69.


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lire le Diocesi, e le 1nense, onde sentendo in seguito, chi crederà sull'assunto possa trattare l'occorrente con la Corte di Roma» 12 . Il voto del Parlamento siciliano e I'orienta1nento del re fu tenuto in debito conto a Ro1na al 1110mento della designazione ciel successore cli Alagona. Nella bolla di nomina del nuovo vescovo cli Siracusa, Gaetano Bonanno (1802-1806), datata 24 maggio 1802, venne, infatti, inserita una significativa clausola: «Volun1us etian1 quod Nobis et Apostolicae Sedi reservata 111aneat facultas novan1, ex nonnullis praedicta Syracusanae Dioecesi locis praeserti111 di Caltagirone nuncupa-

tae, episcopale111 ecclesian1 erigendi quatenus iuxta votu111 dicti Ferdinandi rcgis ita in Don1ino expedire iudicabi111us»-'-'· Riserva ribadita pure nelle bolle dcl successore di Bonanno, Filippo Trigona 3.i. Tuttavia, l'insorgere di forti pressioni ca1npanilistiche da parte di diverse città dell'isola che chiedevano il vescovado, (tra esse Nicosia, Piazza Annerina, Troina - che legitti111ava la propria richiesta con l'essere staia la pri1na sede istituita nell'isola dopo la conquista nonnanna - Lentini, Taorn1ina, Castrogiovanni); i te1npi necessari per istruire i processi canonici, (conseguenti alle trattative avviate nel 1805 dalla corte napoletana con la S. Sede"); e poi gli eventi politico-militari che portarono al decennio francese (1806-1815), con la fuga da Napoli di re Ferdinando Ili e il suo trasferimento a Palcrn10, ritardarono notevoln1ente, ancora una volta, la possibilità di portare a co1npi1nento la progettata erezione di nuove diocesi in Sicilia) nientrc si acuivano notevol111entc le diatribe ca1npanilistiche. La residenza palennitana di re Ferdinando, in verità, non ostacolò il progetto delle nuove diocesi ma solo ne rallentò l'iter. Proprio da Palermo, infatti, è datata una sua lettera a Pio VII, 8 niarzo 1806, con la quale lo ringraziava per la disponibilità ad accogliere la richiesta di tre nuove diocesi, Caltagirone, Nicosia e Piazza Annerina; accettava di prendere in considerazione le proteste dei siracusani, anche se «non potranno essere di tal valore da impedire un Provvedimento diretto al maggior bene della Religione, ed al di

110111ina

12 -

Par!a111enti generali, cit., 52 . I vescovi, cit., 204.

.ì.ì 0. GARANA, 1 ·'· lbid.. 208.

15 Crr A. SINDONI, Dal

r(/On11is1110, cii., l 73. «il problcn1a, concepito e 1naturato nelln stagione dcl rifonnis1no scltccenLesco, doveva trovare una pri1na soluzione nei prin1issirni anni della Restnurazionc (prin1a quindi che nel Mc7,zogiorno continentale) e poi negli anni successivi, nutrendosi dunque anche dci nuovi rennenti dcll'ctù napoleonica e del nuovo quadro politico-religioso»: I.e ..


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miglior scrv1z10 spirituale dci Popoli; quali oggetti ogni altro secondario

se1nbra che debba cedere, se non possa aliri1ncnti ripararsi»; e, infine, an11netteva essere stato un equivoco della segreteria la pron1ozione a n1etropolitane di Catania e Siracusa, con suffraganee rispettiva111ente Piazza Anncrina e Caltagirone\ in con1pcnso dei territori ceduti ad esse: «L/ intenzione fu di proporsi che i nuovi Vescovadi fossero suffraganei dclii stessi Metropolitani, ai quali erano soggette le Diocesi da cui si dis1ncn1bravano», Monreale e, per Nicosia, Messina-'r'. Nel Parlamento dcl 1810 anche la città di Trapani, «una delle pili antiche e cospicue del regno, e la prin1a dopo Palern10 nel Val di Mazara», pre-

sentò istanza per essere elevata a sede vescovile, non appena si fosse resa vacante la diocesi di Mazara del Vallo: vi era vescovo dal 1792 il palermitano Orazio Della Torre, che morì nel 1811. li 28 settembre 181 O il principe di 'frabia con1unicava alla Deputazione dcl Regno che «riguardo alla grazia don1andata di un nuovo Vescovato in Tra pan i S. M. prenderà in considerazione la don1anda per risolverla nella 1niglior 111aniera e ten1po opportuno»·'n. Il capitolo della cattedrale e il senato di Siracusa, invece, che vedevano orinai seria111ente 111inacciata l'integrità territoriale della diocesi, affidavano a due loro procuratori, il beneficiale Benedetto Bufardeci e il cav. Giovanni Borgia del Casale, il compito di redigere una solida difesa dei propri diritti contro la pretesa di Caltagirone di rendersi auto110111a. La difesa venne presentata all'arcivescovo di Palermo, Raffaele Monnile (1803-1813), al quale papa Pio VII nel 1807 aveva affidato il compito di esaminare il progetto cli fondazione delle nuove diocesi di Caltagirone, Piazza Arn1erina e Nicosin, smembrandole da Catania, Siracusa e Messina. Bufardeci e Borgia svilupparono tre argon1enti a sostegno di Siracu_sa: «l solidi titoli che la Chiesa di Siracusa ha acquistato in virtù delle Bolle Pontificie, e de' Reali Diplomi sovra il possesso della Diocesi; l'indispensabile necessità di doversi 1nantenere intatta senza il n1eno1no din1inui111ento, acciocché non avvenissero notabili inali; e il non verificarsi nel caso presente alcuno di que' 1notivi che potrebbero forse in altre contingenze indurre la Sede Apostolica ad una tal novità». Sul piano più propriamente giuridico fecero

osservare che «è regola costante, ed ovunque osservata di giuspubblico, e della giurisprudenza particolare, che non si può offendere il diritto altrui, per

~ 6 t\13, busta 715, f 43. :i 7

A.

GALLO,

C'odice f:'cc/esiastico Siculo, cit., !L 70.


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far cosa grata ad un altro»·'·~. E per avvalorare tale pnnc1p10 richian1aro110 quanto era accaduto nel sec. XV a causa del «capriccio» e dc! «fanatisn10» della città di Noto che intendeva sottrarsi alla giurisdizione del suo pastore siracusano. I due autori della Difesa, esponendo in dettaglio le glorie passate della chiesa siracusana, evidenziando la sua fondazione apostolica e i ineriti acquisiti per i servizi prestati alla corona, sia dagli ecclesiastici che dai laici, non 1nancarono di confutare a1npia111cntc anche le 111otivazioni addotte nel Parlamento del I 802 per ottenere dal re l'aumento delle diocesi nell'isola e fecero osservare che il venir n1eno di tanti benefici avrebbe ulterionnente in1poverito le prebende canonicali, le rendite ciel scn1inario, i proventi per il culto e gli introiti per gli istituti di beneficenza. La sollecitudine pastorale dei vescovi siracusani, poi, espressa anche con la periodica visita pastorale in tutti i con1uni della diocesi, non giustificava in alcun 111odo le pretese esigenze di garantire n1cglio la cura d'anin1e avanzate dal Parlan1ento per sostenere l'urgenza di fondare nuove diocesi. Co1ne pure, altrettanto pretestuoso era il supposto incrcn1cnto den1ografico: 1nentre si era rcaln1cntc verificato in alcune città dell'isola, e a Palenno in special 111odo dove si erano trasferite 111olte fan1iglie facoltose, non era di1nostrabi!e in quei territori in cui si pretendeva erigere nuove diocesi. Per tale niotivo, piuttosto, a loro parere si era avuta una contrazione della popolazione nei con1uni della diocesi di Siracusa. Ma la decisione di erigere nuove diocesi in Sicilia era onnai assunta, e anche la S. Sede se ne 111ostrava neHa1nente favorevole. Pertanto, reintegrato nel pieno della sua autorità, dopo il Congresso di Vienna, e rientrato in Napoli, re Ferdinando ottenne dal papa la bolla cli erezione per la prima delle nuove diocesi, che intaccava proprio il territorio di Siracusa: Caltagirone, il 12 settembre 1816. Aci essa seguirono le bolle per le altre due diocesi previste: Nicosia, il 17 marzo 1817, e Piazza Armerina il 3 luglio 1817. Tutte e tre di patronato regio; Caltagirone e Piazza suffraganee di Monreale, e Nicosia di Messina·19 •

:rn B. BUFARDFCl - G. i30RGJ1\. I>iji:!sa della cattedrale di Siracusa contro la vona pretesa di (~a/tugirone. Ragioni presentate in Palermo il 16 111aggio 1810 a 1\lons. Rq/j'aele 1\lof'l11ile. Siracusa 1814. IO e 13. Y> I decreti di esecuzione delle bolle pontificie in: ;\. CìALLO, (.'odice F.cclesiastico !)'iculo, ciL, Il, 70-72. Per Caltagirone, cfr O. 0RRIGO, La diocesi di (~a!tagirone. Storia, arte, istit11zioni, Catania 1993: per Nicosia, cfr S. Gioco, .Nicosia diocesi. Erezione. co1111111i, 11101u1111e11ti, Catania 1972; per Piazza Anncrina, cfr E. FRANCHINO. /,a diocesi di Piazza An11eri-


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li progetto, comunque, di ampliare il numero delle circoscrizioni ecclesiastiche dell'isola non si chiuse con queste fondazioni, anzi si volle ulterionnente an1pliare e a tal fine venne inserito pure nel concordato del 1818. L'art. 3, 111cntrc riconosceva l'urgenza di ridurre il nu111ero delle diocesi nei territori continentali del regno, dove vi erano «parecchi pìcciolissin1i vescovati» e di conseguenza 111olti vescovi non potevano «n1antenersi colla decenza dovuta», prevedeva invece che: «Ne' do111ini poi di là dal faro si conserveranno tutte le Sedi /\rcivescovili e vescovili, che attualinente vi esistono: e di più, affine di provveder 1neglio al co111odo ed al vantaggio spirituale de' fedeli, ne sarà accresciuto il nun1ero>rrn: nia fu necessario attendere ancora qualche decennio per concretizzare quanto deciso. Per le circoscrizioni diocesane del territorio continentale de! regno, al di qua del fàm, già dal l 741, con il «Trattato di accomodamento», la monarchia borbonica aveva fatto riconoscere alla S. Sede, alineno in via di principio, !1esigenza cli una loro riduzione. Si reputava urgente la soppressione cli prelature e «abbazie nullius» che producevano confusione nell'organizzazione ecclesiastica e continue liti, con conseguenti sperperi delle rispettive rendite e scandali per i fedeli. In seguito al concordato, con la bolla «De utiliori>> (27 giugno 1818), le diocesi dcl mezzogiorno da 130 vennero ridotte ad 84: di esse, 31 scomparvero del tutto, I O furono unite «acque principaliter», e 5 concesse in «an11ninistrazione perpetua» ad altre sedi. rruttavia, però, non vennero intaccate la «loro ineguale distribuzione territoriale nelle provincie del regno e le profonde sperequazioni tra le sedi vescovili per rendite, estensioni geografiche e consistenza den1ografica>r 11 • Anche questo aspetto della politica ecclesiastica dcl governo napoletano, relativo alla quantità e all'estensione delle diocesi dcl regno, era giudicato da Pio VII funzionale a quella con1plessiva rifonna della vita della Chiesa, che lo portò «a vedere nella restaurazione l'occasione propizia per realizzare fi11u. Ragioni storiche della sua e!'e::ione, PiaLza Anncrina 1929: L. V1JJ.ARI. S'toria ecclesia·'·tica dello città di Pia::::::a Ar111crina. Tvlcssina 1988: S.ÌVL PAGANO - G. CASTALDO. Le visite l({{d li111i11a a1)(Jsto/or11111» dei vescovi di Piazza Ar111erina e le loro relazioni sullo stato di:lla diocesi (1818-1920). in 1\SSO 83 (1987) 73-135. ~ 0 Il testo dcl concordalo in A. ÌVIERCt\Tl. Raccolta di concordati su 111aterie ecclesiastiche fra lo Santa Sede e le autorità civili. l. Città del Valicnno !954, 620-637. Sulle i111prcssioni negalive prodolle in Sicilia dalla stipula dc! concordato, in particolare per i ril1essi sulla politicn delta proprietù ecc!esiasticn, cfr l'vf. CONDOIO·:U.1, 1\lomenti del rifor111is1110, cit..

I 05-114. ~ 1 F. 13AH.l<A, Il proble1110 della ristr11t111razio11c delle circoscrizioni diocesane nel regno di 1\'apo/i tra decennio e restaurazione, in S't11di di storia sociale e religiosa. Scritti in onore di G'abrielc L>e Rosa, a cura di A. Ccstaro. N<lpoli 1980. 537-575: 553


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nal111ente un vasto piano di vera e propria riorga111zzazione della vita ecclesiastica e religiosa» 42 • Il riordinamento delle strutture diocesane dell'isola si rivelò, tuttavia, una ulteriore affermazione di potere da parte del governo borbonico anche in can1po ecclesiastico. L'aspirazione di quei coinuni che recla1narono la promozione a capo-diocesi, dopo le fondazioni del 1816-1817, venne ulterior111entc rafforzata dalle vicende connesse con la rivoluzione siciliana del I 820. In quella occasione i baroni dell'isola tentarono l'ultima difesa dei loro privilegi contro gli aneliti den1aniali delle nuove classi sociali, 111a non trovarono sostegno nel governo napoletano che ora invece si 111ostrava favorevole alle a1nbizioni della de111anialità e del nuovo patriziato. La istituzione di intendenze, sottointendenze e decurionati, grazie allo sviluppo di una nuova burocrazia, favoriva l'ascesa sociale delle borghesie c1nergenti e la costituzione di un nuovo patriziato locale, dando una forte scrollata al potere della vecchia classe baronale-I-\ E, nella designazione delle nuove sedi vescovili, oltre che nella 110111ina dei nuovi vescovi, furono dctern1inanti gli eventi connessi con i 1noti rivoluzionari dcl 1837.

3. La .f'on{/azJone rh nuove rhocesi nel 1844 Negli anni '40 la rin1essa in questione delle circoscrizioni ecclesiastiche siciliane per istituirne di nuove ebbe sulla vita religiosa, e non solo, un impatto ben più pesante e una incidenza ben più profonda di quanto non era avvenuto con le tre diocesi fondate negli anni 1816-1817. La prin1a notizia che abbia1110, circa la decisione del governo di riaprire le trattative con la S. Sede per erigere nuove diocesi, ci è fornita da una lettera «Confidenziale Riservata» inviata il 30 aprile I 839 dal marchese

12 ·

C. SEMERARO, l?esta11razione, Chiesa e società. la r<seconda ricupera>) e la rinascita degli ordini rel(r;;;iosi nello Staio Pontificio (1\Iarche e Legazioni 1815-1823), Ron1a 1982. 252. ·D E. lACHF.LLO, I.a fra~:fòrmazione degli apparati perifCrici dello Stato nel Xl.\ secolo: la !'(forma a111111i11istrativa del 1817, in l~lites e potere in Sicilia dal medioevo ad oggi. a cura di F. llenigno e C. Torrisi, Calanzaro 1995, 103-120. ~: orn1ai in corso una significal(va revisione sloriografica di questi anni del regi1ne borbonico e !a rivoluzione del 1820 viene riletta con1c difesa dei propri privilegi da parte della antica nobiltà siciliana. Si veda il volu111e 1nisccl!a11co R1}Jensare la Rivoluzione francese. Gli echi in Sicilia, a cura di (ì. rvlilazzo e C. Torrisi, Caltanisselta-Ro1na 199L e in particolare il saggio di U. BAl<ONE, !,a Rivol11zio11e e il klezzogiorno. AI011archia a111111inislrativa e nuove é!ites borghesi. ibid., 175-198.


Nascita r/; una diocesi: Noto (1778-1844)

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D'Andrea al card. Emanuele De Gregorio. Il segretario di stato di Napoli allegava alla lettera un dettagliato progetto sulla erezione di nuovi vescovadi e la rettifica dei territori delle diocesi esistenti. D'Andrea interpellò l'anziano cardinale De Gregorio perché aveva ricoperto ruoli di prestigio nella curia ro1nana e godeva di particolare sti1na di re Ferdinando-1--1-. Le 1notivazioni addotte dal governo napoletano a sostegno del progetto riguardavano: l'urgenza di facilitare l'esercizio della cura pastorale nelle diocesi, riducendone l'estensione, in 1nodo che ai vescovi fosse agevole visitarle e ai fedeli «partecipare degli effetti della incessante spirituale cura» dei propri pastori; l'attuazione di quanto concordato nel 1818; la difficile condizione delle diocesi constatata dal re in occasione del viaggio co111piuto in Sicilia nei 111esi precedenti: «più con la n1inula ed indefessa ispezione oculare, che sugli altrui rapporti la Maestà Sua - scriveva D'Andrea - ha con vivo ran11narico ciel Suo Cuore dovuto ravvisare che quella porzione de' suoi Don1ini ripartita in pochi Vescovadi, i confini de' quali non sono analoghi né alla divisione territoriale delle Provincie, né aila natura ciel sito, né ai bisogni delle popolazioni, contiene fra le altre delle JJiocesi così estese, e laln1cnlc difficili a girarsi, che non si può pretendere che un Vescovo ne faccia, con1c sarebbe utile, spesso la visita, n1a la costante esperienza ha fatto conoscere che forse sì, e forse no si è giunto ad ottenere che il Pastore l'abbia visitato una sola volta durante il suo governo. Quindi non v'ha chi non veda che popoli, i quali avrebbero forse inaggior bisogno della Cura in1111ccliala elci loro Vescovi, sono abbandonali a loro stessi, e che una serie cli inali gravissi1ni debba inevitabiln1ente risultare dall'attuale stato cli cose. Avrebbe voluto Sua Maestà augurarsi che con la forn1azione di nuove slrade che sono in progetto, potesse ripararsi a tali inconvenienti, 1na ha dovuto deporre questa idea attesa la distanza, e la inaccessibilitù di n1olti siti, e penetrarsi che il solo ccl unico espediente a provvedersi sia quello di aun1entare i! nun1ero dc' Vescovadi in Sicilia, e

..i~ Il 111cssi11csc Dc Gregorio (!758-1839) era stato, tra l'altro, Segretario dei Urcvi. l'eniten7.iere rvlaggiore, e fruiva delle rendite del!'archirnandritato basiliano del SS. Salvatore, di l\!fessina, in qualilfl di abate co111n1endalario: llierarchi(/ Catholica 111edii ef recentioris aevi, per R. RiLzlerct P. Sclhn, VIL Padova 1968, 19; M. CAFFll~RO, /)e G!'egori'o h"111anuclc. in l)izionario Riogrqfico degli Italiani, 36, 212-215. Negli anni successivi al concordato non erano 1nancate ulteriori richieste eia parte di altre città di essere elevate a sede episcopale. Tra esse anche Randazzo, nel 1829, vantando di esserlo stata antican1ente: G. CONTARINO, Le origini del/(/ diocesi di Acireale, cil., 63.


Goetano z;ro

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cli procedere nel tc111po stesso ad una piccola rettifica dell'attuale circoscrizione dcl territorio di quelle Diocesi, che riuscisse più analoga cd uniforn1e alla presente divisione delle Provincie»·l.'i.

Dopo il concordato, in verità, il governo aveva tentato di a1npliare ulteriormente il numero delle diocesi dell'isola. Si era iniziato l'iter per la erezione di una nuova sede episcopale a Caltanissetta, e su tale progetto anche la S. Sede aveva espresso parere favorevole. TuHavia, non era stato possibile portare a co1npin1enio «una tale santa ed utile opera finora - si ran11naricava O' Andrea - [ ... ] per un complesso di dispiacevoli circostanze occorse, e per lo sviluppo di quei partiti che inevitabilmente sogliono manifestarsi in siffat-

ti

casi»~(>.

Motivazioni pastore11i e 111otivazioni politico-a111111inistrative si intrecciavano, dunque, e si sostenevano a vicenda. Certo la estensione e la niorfologia del territorio di diocesi con1e Messina, Agrigento e Siracusa, non favorivano un agevole rapporto pastorale e facilitavano fanne di autonon1ia locale dall'autorità ecclesiastica diocesana. La difficoltà di collegan1enti fra centro diocesi e periferia era ulterior111ente aggravata dalla condizione della rete viaria intcrna~ 7 , per cui non era raro persino il caso di vescovi che non erano in grado di adcn1pire all'obbligo della visita pastorale a tutti i con111ni della diocesi; e qualche vescovo, proprio alPinizio del sec. XTX, anche a causa dei non lievi disagi ad essa connessa, era deceduto in corso di visita pastora!e·rn.

~ 5 ACA.

IT 4-16. lbid, r 4v. ~ 7 La cura pastorale dovcvu essere l~1vorita pure da un nuovo sistema viario. Ln costruzione di nuove strade nell'isola. nonostante fOssc stnta deliberata dal re nel 1825, per ovvii interessi co1n1ncrcìali, a dist<1117a di dicci anni era ancora soggetta a con/lilli tra i conHlni de!l'isoln. Piazza Arn1crina ollenne l'autorevole intervento, presso Pcrdinando H. del card. Gaetano Trigona arcivescovo di l)alerrno, suo concittadino, per salvaguardare il passaggio dal proprio territorio dcll<l strada regia proveniente da Siracusa: carteggio dcl Trigona con re Ferdinando, tra i! 24 n1aggio 1835 e 1'8 aprile 1837, in AB, busta 82!, ff 26!-267, 286-287. Il dccurionato di Caltanissetta, il 23 1narzo 1834, espresse al re i ((SCll!i1ncnli di gratitudinell clcl!a cilladinanza ((pcl segnalalo beneficio ciel passaggio della Regia slradn cl i Siracusa per questa cittàl> e non per C<istrogiovanni: il testo della delibera edito in Tra 0111ministrazione e religiosità: Ca/la11isset1a sede vescovile 184./. 1\!ostra doc11111enfaria: calologo, a ~ura cli C. Torrisi, Caltanissetta 194,i, 51~52 . .rn E il caso dcl vescovo di Siracusa. ivlattco Alagona, 1norlo a Caltagirone nel 1801: e dcl vescovo di ;\grigento. Saverio Granala, 1norto a Caltanisscl!a nel 1820: A. SINDONI, D11/ n~(o1·111is1J10. cit.. 168-171. 16

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Nascita di una diocesi: Noto ( 1778-1844)

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Il progetto inviato al card. De Gregorio, affinché saggiasse il terreno presso la S. Sede, ulteriormente rafforzava quanto detto a proposito di intreccio tra giustificazioni pastorali e velate, n1a prioritarie, ragioni politico-

an1111 in i strati ve: «'frovansi altualn1cntc tre Capi-luoghi cli Provincia privi dcl Vescovado residente ne! rispe!tivo Capoluogo. Tali sono Caltanissetta, Noto, e Trapani. Ognuno conosce bene quale vantaggio spirituale e politico risulti dall'avere nelle Capitali i

Vescovi di residenza. Quindi di altri tre dovrebbe accrescersi il nun1cro attuale de' Vescovadi in Sicilia, e questi istallarsi in Caltanissetta, Noto e Trapani>»19 •

Per ognuna delle nuove diocesi veniva quindi esposta: la fonte della rendita di cui dotare le nuove 111cnsc vescovili e i nuovi benefici 50, la provvista di episcopi, la con1posizionc delle nuove circoscrizioni, le giurisdizioni metropolitane, la riformulazione dei confini delle diocesi esistenti. Così, non solo si sarebbe potuta elin1inare quella che se111brava grave ano111alia - una capitale di provincia senza sede episcopale e soggetta a vescovo cli altra diocesi - 1na, soprattutto, con la conseguente rifonnulazione dei confini di tutte le diocesi dell'isola, «si otterrà il doppio vantaggio di avere in ogni Capo luogo cli Provincia il proprio Vescovo, ed i vescovadi distribuiti e ristretti nell'a1nbito cli ciascuna Provincia» 51 • Si sarebbero, al conten1po, elevate a sede arcivescovile e 111etropolitana Agrigento e Siracusa, in 1nodo che la giurisdizione dci cinque 111etropoliti (insie111e a Palenno, Monreale e Messina) si riferisse esatta111ente ed esclusivan1ente alle diocesi lin1itrofe. La scelta di 'rrapani, Caltanissetta e Noto, co111unque, oltre ad essere legata ora alla loro nuova condizione di capoluogo di provincia, tendeva pure a portare a co111pin1ento i procedi1ncnti già in corso per elevarle a sedi episcopali: Trapani aveva presentato l'istanza al Parla111ento del 181 O; Calta-

r 9. Di rilievo la nota di D'Andrea a proposito delle rendite dci vescovadi: «Sua l'vlacstà non può tacere a Sua Santitù che Le sarebbe n1o!to grato se la Santilù Sua trovasse n1odo cli far intendere ai Vescovi special1nente cli Sicilin che g!i asscgnan1enti delle Congrue Vescovili ai Vescovi tutti non possono né devono calcolarsi falli pcl mantenimento dc' so!i Vescovi, co1ne alcuno pretende, n1a, a secondn dc' Sacri Canoni, per lo n1anleni1nenlo della Chiesa, de' poveri. e per lo discreto sostcntaincnto dc' Vescovi»: ibid, r. !Or.-v. 51 Jbid, r. 12v. 4'1 ACA,

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nissetta si era tentato di erigerla negli anni successivi al Concordato; Noto aveva ricevuto l'assenso di massima dal re alla richiesta presentata dal senato della città dopo il Parlamento del 1778. Nel caso di Noto risolutivi, per la sua elevazione a sede vescovile, furono gli eventi connessi con la rivoluzione scoppiata a Siracusa nel 1837: la città aretusea venne ritenuta indegna del prestigio di capoluogo di provincia trasferito, per punizione, a Noto dimostratasi fedelissima al re. La domanda del senato netino per la sede vescovile venne ora a n1aggior ragione accolta, penalizzando ancora una volta Siracusa con una nuova contrazione del territorio diocesano, dopo lo smembramento subito per la fondazione di Caltagirone, pur se da indennizzare con la elevazione a sede arcivescovile e 1netro-

politana52. li progetto inviato da D'Andrea venne condiviso dal card. De Gregorio e fatto esa111inare a 1nons. Lorenzo Sin1onetti, segretario della Congregazione Concistoriale, dicastero cui co1npeteva pronunziarsi sull'oggetto. Questi ne riconobbe (23 luglio 1839) la validità e le motivazioni addotte, pur presentando osservazioni e quesiti su alcuni punti, in particolare sugli aspetti relativi alla costituzione delle rendite delle mense episcopali, sui locali eia adibirsi per episcopi e seininari, sulla dotazione di rendite per il culto e per i canonici della cattedrale 5 ·'. Per l'ufficializzazione della richiesta si attese però circa un anno: solo il 16 maggio del 1840 il ministro plenipotenziario di Sua Maestà Siciliana presso la S. Sede, Giuseppe Costantino Ludolf, presentò la richiesta formale a Gregorio XVI consegnandola, secondo il prescritto iter diplo1natico, al cardinale segretario di Stato, Luigi La1nbruschini 5·1• Anche da parte della S. Sede si convenne sulla opportunità di ridi segnare i confini delle circoscrizioni ecclesiastiche dell'isola e di erigere i tre nuovi vescovadi; le trattative, pertanto, si mossero principalmente sulle questioni relative alla dotazione di rendite e alla individuazione delle strutture. Dalle rendite delle mense vescovili" e delle abbazie di regio patronato più p111g111 dell'isola si pensò di poter dedurre la dotazione delle rendite per le nuove

52

! 111oti del 1837 a Siracusa e la Sicilia degli anni Jì·enta, a cura di S. Russo, Pa!cr-

n10 1988~ G. GJARRJZZO,

l,a Sicilia dal ('i11q11ecento al/'L/nità d'Italia, iii Storia d'Italia. diretta da G. (ìalasso, XV!. La Stci!/a dal Vespro all'Unità d'Italia, Torino 1989, 709-7Ll8. 53 /\Ci\, Jf 17-26. 5-1 !bid, tT. 28-JOv. 55 Sulla condizione dci beni delle 1ncnsc, in particolare dci fondi rustici, per i quali i I governo decretò !a ccnsuazionc, cfr M. CONDORELLI, kfo111enti del r[for111is1110, cit .. l 4 l-146.


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mense episcopali, per i seminari, e per le prebende dei nuovi capitoli cattedrali; 1nentre il re si i111pegnava ad approntare in ogni nuova diocesi i locali idonei per Pepiscopio, il sen1inario e la curia. Nelle istruzioni al nunzio apostolico a Napoli, Camilla Di Pietro"', la curia ro1nana si preoccupava, tuttavia, di salvaguardare i diritti di quei vescovi che avrebbero visto decurtate le rendite delle loro mense in favore di quelle delle nuove diocesi: la decurtazione sarebbe stata irregolare senza il loro previo assenso, ritenuto da IZ0111a «difficilissin10 ad ottenersi». Oppure, bisognava attendere che le diocesi si fossero rese vacanti per inserire nelle bolle di provvista dei rispettivi successori la riserva sulle rendite in favore delle diocesi da erigersi. E poi, sosteneva ancora il segretario di stato La1nbruschini nell'istruzione, se la erezione di nuove diocesi stava a cuore al re, che la chiedeva con tenacia, facesse lui «qualche sacrificio, 111assi1ne se questo tende a tranquillizzare la sua coscienza»: avrebbe potuto dotare se111inari e capitoli assolvendo il debito contratto dalla corona con la 111ensa di Monreale per finanziare la guerra ai pirati 57 . 111 seguito ai rapporti intercorsi tra il nunzio e il governo napoletano, il re venne nella determinazione di dotare le mense delle tre nuove diocesi con i redditi delle abbazie di regia nomina, e i capitoli e i se1ninari con parte del terzo pensionabile di suo diritto, «evitnndo in tal guisa qualunque sottrazione di rendite dalle altre più ricche Diocesi»". Ai vescovi e ai capitoli delle cattedrali interessati alla attuazione del progetto, - successiva111ente il re aveva aggiunto anche la richiesta per la erezione della diocesi di Acireale, alla quale teneva particolarmente «anche perché è Paese rin1astogli sen1pre fedele» 59 - a nonna dei ca non i, andava con1unque chiesto il consenso, «tanto più che il piano presenta vistosissi111e

56 Non1ina10 il 27 luglio 1839 ri11H1sc a Napoli fino alla non1ina a nunzio apostolico in Portogallo, il 7 febbraio !844: G. DE ivlARCI!!, le 1111n::iat11re apostoliche dal 18()() al 1956. Ro1na 1957, 176. 7 -"' NN, dispaccio dcl 22 seUen1bre 1841. 58 Nola del 19 1narzo 1842, i 11 ACA, J: 126 S'J Nola del 6 1naggio 1842, in ACA, t: 125r-v. Al!'insurrczionc catanese elci 1837 non aveva aderito Acirc<llc, rin1asta clevola ai borboni: C. GEMl'v!F:LLARO, Avvenimenti notabili successi in Catania nel 1837, in ASSO 20 (1924) 86-192, con introduzione cli V. Pinocchiaro,

ibid., 75-85; C. NASF:LL!, li 111oto rivoluzionario catanese del 1837 e Salvatore Barbagal!o Fittà, in Bollettino Storico Catanese (già ASSO) 1-2 (1936-1937) 75-! 16; 1\lel pri1110 centenario della rivolta catanese del 1837. (~elehrazioni, studi, ricerche. C:atalogo della 111ostra del Risorgi111ento, Catmlia 1937; F. PATF:RNÒ CASTELLO, N1101•i doc11111enli intorno alla rivoluzione catanese del 1837, in Bo!!etti110 Storico Catanese (già ASSO) J ( 1938) 175-181.


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dis1ne111brazioni» 60 • Al nunzio apostolico, che aveva interpellato i vescovi e i capitoli delle cattedrali interessati, pervennero così le risposte dalle singole diocesi. Esse, ovvian1ente, non gradivano il ridin1ensionan1ento del proprio territorio, 111a si rin1ettevano, per «dovuta obbedienza», alle decisioni del papa e dcl re: accondiscendevano purché risultasse «vera111ente utile alla spirituale a111n1inistrazionc dci popoli in discorso la progettata circoscrizione» 61 . Acquisito, dunque, anche questo consenso, che sebbene sostanziale secondo le norn1e canoniche di fatto era solo forn1alc, si pervenne finalincntc alla definitiva risoluzione di Gregorio XVI di erigere le nuove diocesi e di riformulare complessivamente le circoscrizioni ecclesiastiche dell'isola. Di un certo nun1ero di osservazioni pervenute con la consultazione si tenne, in verità, debito conio per la definitiva redazione delle bolle. rfra 111aggio e giugno ciel 1844 vennero pubblicate le bolle pontificie. costitutive delle nuove dio· cesi di Acireale (che inizierà !a sua vita autono111a solo nel 1872), Caltanissetta, Noto, e Trapani. Al contempo, tulta la geografia ecclesiastica ciel· l'isola acquisiva una fisiono1nia nuova: Siracusa venne elevata a sede arcivescovile e n1etropolitana; si ottenne l'in1pegno cli elevare anche Catania a sede arcivescovile, i111111ediata1nente soggetta alla Sanfa Sede 111a non 1nctropolitana (1859), per l'opposizione cli Acireale che ottenne di essere anch'essa in1111ediata1ncntc soggetta; non venne riconosciuta la dignità di sede arcivescovile per Agrigento; furono stabilite le diocesi suffraganee delle quattro sedi metropolitane (Palermo, Monreale, Siracusa e Messina)'''.

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Nola dc! 22 11ove111bre 1842. in NN. Nota del 27 aprile 1843, in ACA, f 216r.-v. La consullazione dell'arcivescovo di l'vlessina e del vescovo di Catania fece rifiorire le speranze di ;\cireale. Ne! 1naggio dcl !8Ll3 il consiglio eon1u1rn!e, il capitolo della chiesa n1adre e il consigliere Santoro Grtissi Cnlanna ti no1ne proprio. presentarono distinte petizioni n! re per ottenere fina!n1ente la erezione della loro cittù a sede episcopale, secondo quanto promesso «nell'ultin10 fausto passaggio da qucstn». Alla petizione de! consiglio co1nunale, il principe di Trabia annotò che il re. nella riunione del 6 giugno 1843, «n1i hn ordin<1to conserv<1rsi>l: i testi in rv11\SE. 62 Con la ristrutturazione delle circoscrizioni ecclesiastiche dell'isola e la fonduLione di nuove diocesi «la Corte di Napoli rese esecutivo il progctio di revisione per ack.?.t1are i territori delle diocesi alla divisione politico-ninn1inistrativa delle province. ;\Ila slrutturn 111onocentrica e primaziale sostituì il sistcrna policentrico e pluri1nelropolitano dcll"Isol8. n danno cli P<llcnno e <1 vantaggio di lVlonrea!c e Siracusti. L<1 rifOnnn si era trasforn1ata in un aJTarc di stato, un efficace strun1c1110 per l'<Jccentra111cnto burocratico e a1nn1!nislralivo, con riflessi negativi, secondo il parere dci vescovi sul piano pastorale. Le diocesi sn1en1br8lc pcrdcvtino JCudi e benefici; le nuove rin1aneva110 prive di se1ninari e curie, strulturc csscn7.iali per la cura cl'anin1c di stile tridentìno. Nel p8SS<lggio cbl!'<lntico al nuovo ordi11a111e11Lo la corte di Napoli avcv<1 <1ccrcsciuto il potere sul!'inter8 giurisdizione ina1erialc e spirituale della Chicsn»: 1\. GAMHAS!N, Religiosa 111ag11{{icenza e plebi in Sicilia nel XIX secolo. Ro111<1 1979, 94(il


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Essendo tutte le diocesi dell'isola, antiche e nuove, di regio patronato, Ferdinando 11, con proprio decreto, sancì la nuova con1posizionc della geo-

grafia ecclesiastica dell'isola e sciolse le questioni con essa connesse. Nello stesso decreto vennero enucleati i n1otivi che avevano indotto la corona napoletana a perseguire con rennczza tale progetto: «Sono ora 1nai scorsi presso ad otto secoli, eia che ripristinata in Sicilia !a Santa Religione Callolica, fondate le Sedi Vescovili, stabiliti i lin1iti delle Diocesi; ul ancora n1algrado le varia;doni de' Lcn1pi, il corso di tanti anni, 111algrado i cangia111cnti e nel 1nodo delle A1n1ninistrazioni Civili e ne' sentieri, che non più quali la grezza natura li presentava, n1a strade cli con1unicazione e di racilitazionc tra ogni Con1unc si fossero aperte; n1algraclo le popolazioni già estinte; n1algrado le nuove eretlc; sebbene riconosciute in qualche 1noclo non adatli pili a' teinpi, si fossero delle nuove Sedi Episcopali eretle; pure non si era dato al segno. E riconoscendosi ciò in tutli gli aspetti, e per accelerare il rin1eclio ai bisogni nello accedere alle Sedi, e per facilitare le Sante Visite Diocesane, onde pili d'ogni altro rendere più fi"Cqucnte la son1n1inistrazione del Sacro Sacrarnento della confen11azione, con rincrcscin1enlo veduto ritardare non dallo zelo dc' Vescovi, n1a dalle circostanze locali, che ne hanno negli andati tcn1pi clifficoltate le con1unicazioni; volendo parin1cnti riunire negli stessi punti le Autorità Ecclesiastiche alle Civili e Militari, onde facilitare la sollecita riuscita ed andan1ento degli affari, per l'interesse e !a concorrenza di tutte le Autorità, allo sviluppo dc' pubblici e privati interessi in ogni ran10 di An1111inistrazione: per tali, e per 1nolti altri n1otivi, la sapienza del Re, intcnla sernpre al bene dc' suoi Sudditi, alla osservanza elci precetti dì nostra Santa Religione, ad invigorire sen1prc più e a n1antcnerc vivi cd inconcussi i principii della slcssa, si é applicata non solo alla circoscrizione delle attuali Diocesi; n1a, conoscendone il bisogno, alla erezione anche di nuovi Vescovadi»6·1. 95. 1 ('· Ne!hl pri111a stesura del decrclo regio le motivazioni addol!e in npcrtura, circa la decisione cli erigere altre diocesi nell'isola, enunciavano esprcssainente le motivazioni politico-ain1ninistrative che vi soggiacevano, e ponevano in secondo piano quelle più 111arcatan1cnle religiose dc! lesto uJTiciale: «Sun fvlacstà volendo ne!!a son11na Sua snpienza e so!lecitucline per il bene de' suoi Sudditi portare alla n1aggior possibile perfezione l'Ordine generale della Pubblica An1nlinistrazione, e considerando che delle sette Provincie di Sicilia tre nmncano di una Superiore Autorità r:cclesiastica, rncntre per ]'1-\1111ninistrazionc Civile. e per la l\1ilitarc hanno tutte i! proprio Intendente, cd i! proprio Con1andantc Militare, e considerando dall"altra parte che la inopportuna circoscrizione delle attuali Diocesi rende difficile cd inviluppata !a loro co111unicazionc con le altre Superiori Autorità, ha giudicato necessnrio di 1nettcrsi di accordo con !a Santa Sede 1\postolica, onde 1:1rsi a ciò una rifonna». Copia di que-


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Due indicazioni ulteriori vanno infine riportate. Anzitutto, già da novembre 1842 il re si mostrava impaziente di concludere le trattative e sollecitava le bolle per le nuove diocesi: a tal fine, dichiarava ampia disponibilitil a farsi carico della soluzione di ogni necessità finanziaria e strutturale delle nuove diocesi 6-1. A tanta fretta del re si contrapponeva la pacatezza della S. Sede, dettata dal voler assicurare alle nuove diocesi an1pie garanzie, sia di ordine finanziario e logistico quanto di carattere ecclesiale, salvaguardando tut-

te le procedure canoniche prescritte in tali casi, e tese a far accettare graduahnentc la nuova condizione alle diocesi preesistenti, lasciando decantare tensioni e campanilismi. Al re, probabilmente, premeva attuare presto le pron1esse fatte alle città destinate a sede di nuove diocesi anche al fine di garantire la corona con un 111aggiore sostegno da parte di quel nuovo patriziato urbano che ne aveva fatto richiesta, e da pa1ie dcl popolo che, tutto so111111ato, vedeva gratificata e pron1ossa la propria vita religiosa. In questa prospettiva, anche l'opera dei nuovi vescovi, che il re avrebbe designato, doveva essere funzionale ad inibire la spinta autonomista e liberale dell'isola che, tuttavia, sfocerà nei moti del 1848. Un particolare rilievo inerita, inoltre, la situazione della gerarchia ecclesiastica dell'isola in questi anni. Alla fine dcl 1843 ben 8 diocesi siciliane su 13 erano sede vacante: Agrigento, Cefalù, Lipari, Mazara del Vallo, Nicosia, Patti, Piazza Arn1erina e Siracusa. Da Napoli si fece sapere alla S. Sede che il re avrebbe designato i rispettivi vescovi solainentc dopo la canonica erezione delle sedi episcopali già concordate. Così, con la designazione dei vescovi per le nuove diocesi di Noto, Trapani e Caltanissetta, nel 1844 f'erdinando II, in pratica, ottenne la si1nultanea non1ina di ben 11 vescovi su 16, operando in tal modo un radicale ricambio nell'episcopato dell'isola. Di essi, 6 erano del continente e 5 dell'isola; 5 erano religiosi e 6 provenivano dal clero diocesano; la loro età media era di 54 anni. Questo passaggio della vita della Chiesa siciliana, ovviamente, richiede cli essere studiato con particolare attenzione. li dato che emerge immediatamente è che re f'erdinando, in occasione della erezione delle diocesi nel 1844, ebbe modo di immettere un consistente nun1ero di uon1ini del continente anche nella gerarchia ecclesiastica siciliana, e non solo negli apparati burocratico-an1111inistrativi dell'isola, 1nentre in precedenza i vescovi erano di quasi esclusiva proveniensta prìn1a bozza de! decreto, e del testo en1endato, in MASE. fl.J Le lettere del 3 nove1nbre 1842 e 4 gennaio 1843, in ACA, fL 122 e I !8r.-v., e 141r.: e in NN, le lettere 8 novembre 1842 (sono 2) e 5 gennaio 1843.


Nascita di una diacesi: Noto (1778-1844)

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za isolana. Se poi si considera che nel 1839 anche a Catania e Palermo erano

stati 1101ninati dei non siciliani, allora, in appena cinque anni, tra il 1839 e il 1844, furono ben 8 i vescovi di origine continentale che Ferdinando li poté

piazzare in Siciliaf15 •

4. La vana O)JjJosizione di Siracuso alla secolare aspirazione c/; Noto

A sostegno della richiesta presentata dal Parlamento del 1778 e per avvalorare l'assenso di 111assin1a espresso dal re, la città di Noto presentò alla Deputazione del Regno una Allegazione, redatta il 17 febbraio 1783. Le condizioni generali della diocesi di Siracusa, l'opportunità di identificare sede dell'autorità a1111ninistrativa - Noto era capovalle - con sede dell'autorità ecclesiastica, le bene1nerenze regie e religiose acquisite, la consistenza della popolazione civile e religiosa (17.000 abitanti e 180 preti), le strutture ecclesiastiche di cui godeva: tutto ciò pennetteva di asserire che «nulla 1nanca in Noto per fondarvisi la nuova sede vescovile». TI testo presentava una mappa socio-religiosa della città di Noto e, in dettaglio, indicava le soluzioni alle varie esigenze connesse con la fondazione della diocesi e ai requisiti indispensabili per una sede vescovile. Per palazzo vescovile e curia poteva adibirsi la casa dei gesuiti, attigua alla chiesa n1adre, e vicino ad essa poteva istituirsi pure il scn1inario, con 600 onze annue di rendita, in grado di 111antenerc gratuita1nente fino a 30 alunni nativi di Noto, oltre ad «una buona Cattedra di Filosofia». Per la mensa vescovile potevano destinarsi le rendite delle due abbazie quella cistercense di S.

r,:; Ad Agrigento venne 1101ninato il teatino Don1enieo Lo .Tacono, da Sicu!iana (!\Cì) di 58 anni; a Caltanissetta un altro teatino. Antonio Stron1i1!0, da Capua di 55 anni; a Cefalù il benedettino 1nessincse Giovanni Maria l1 roto, di 63 anni; a Lipari Bonaventura Attanasio, eia Lueera (FG) ad appena 37 anni; a Mazara dcl Vallo Antonio Salon1one, da Avellino a!l'etù di 41 anni; a Nicosia Rosario Benza, da S. Caterina \lillerinosa (CL) di 60 anni; a Noto (Jiuscppe !Vlenditto, eia Capua all'età di 50 anni; a Piazza Arn1crina il benedettino Pietro Francesco Brunaccini, da !Vlessina cli 72 anni; a Patti il catanese rvlartino Ursino, cli 61 anni: a Siracusa i! napoletano ìvlichelc Manzo, di 59 anni; a Trapani Vincenzo Maria l\1arolda, redentorista, da l\1furo Lucano all'etù di 41 anni. I vescovi continentali non1inati in questa occasione andavano ad aggiungersi agli altri 2 no111inati appena qua!che anno prin1n, nel 1839: per Catania felice Regano da Andria (BA), e per Palenno il napoletano Ferdinando l\1aria Pignatelli: f-lierarchia Catho!ica, VJ!, alle singole diocesi. Sui vescovi bencdetLini di questi anni cfr Cì. ZITO, D11s111et e l'episcopato benedettino siciliano tra i Borboni e l'Unità, i11 C~hiesa e società in Sicilia. I secoli XVII-XIX, cit., 59-96.


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Maria dell'Arco e l'altra benedettina di S. Lucia del Bosco, con complessive 1.600 onze annue, equivalenti alla son1111a di 4.000 scudi, che sarebbero potuti ascendere fino a 7.000. In Noto vi erano, inoltre: un collegio reale; una 1nagnifica chiesa per cattedrale, con un capitolo co111posto da 17 canonici e 24 cappellani corali o canonici secondari; una seconda collegiata, nella chiesa del SS. Crocifisso, con 13 canonici e 16 cappellani; nun1erose cappellanie e benefici con rendite sufficienti; 12 conventi n1aschili; 6 111onasteri fc111111inili; 2 reclusori, uno per gli orfani e l'altro per le repentitc; nu111erosc opere pie, tra le quali l'ospedale, l'ospizio per i poveri, i collegi di studio per i giovani, 7 ercn1i; e infine: confraternite, congregazioni, chiese, abbazie e insigni reliquie. I netini ritennero di poter risolvere al re pure la eventuale difficohà per la scelta del prin10 vescovo: si pren1urarono di suggerirne il 110111c, «l'attuale Abate di S. Maria dcll' Arco, Mons. Don Carlo Airardi»; e indicarono anche i co111uni da assegnare alla nuova diocesi: Avola, Buccheri, Busce1ni, Canicattini Bagni, Chiaron1ente, Co1niso, Cìiarratana, Modica, Monterosso, Pachino, Palazzolo, Ragusa, Rosolini, S. Croce, Scicli, Spaccalorno, Vittoria, Yizzini: «Così tutti questi popoli che sono lì più remoti e per ciò li 111eno curati dal Vescovo di Siracusa, sarebbero ben custoditi e diretti eia un Pastore che per la vicinanza sarà quasi eia per tutto presente; da un Pastore che potrà l'occhio estendere e la sua voce far sentire al suo gregge». Per tali 111otivi, concludeva l'Allegazione di Noto, lo stesso vescovo di Siracusa, i cui predecessori in passato si erano opposti, «persuaso alla fine della necessità indispensabile di soffrire una divisione della sua vasta Diocesi, dovrà restar contento che una sì piccola parte se ne dis1nen1bri e quella appunto che gli è più difficile reggere e custodire» 66 ,

(,(,Allegazione in favore della C'ittà di 1\!oto sulla pretesa del Vescovado, in cui si detegge pure l'attuale stato della esistente C'hiesa (17 .fèbbraio 1783), inserita in G. LA LICATA, Il vescovado di 1\loto, cit., 1[ 12-37. Dopo una introduzione di ordine generale. l'Allegazione si suddivide in cinque capitoli: «1° Del!a necessiUi di dividersi la Diocesi di Siracusa e di stabilirsi in Noto un nuovo Vescovado>>; (<2° Della nobile origine. antichitù gn111dezze e co1n1nodi de!la città di NotOll; (<3° Degli uo1nini illustri, dci rilevanti servigi prestati alla corona di Sicilia dalla ci!lù di Noto nei titoli cd onori che ne ha riportato e la grazia della sede vescovile in oggi la 18.n n1eritarc»; «4° Dci privilegi, delle pre1nincnzc e della polizitt secolare e chiesastica della citlù di Noto, troppo ttdatte e proporzionate alla grazia che richicdC>l; «5° Nulla 111a11ca in Noto per fondarvisi la nuova sede vescovile: vi concorre la volontù e beneplacito dei 111onarchi di Sicilia e di vari son1n1i pontefici e con la sua elezione soltanto può ogni pregiudizio togliersi di 1nezzo e !'interesse salvarsi della real cortc>l.


Nascita di uno diocesi: Noto (I 778-1844)

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La proposta di territorio da assegnare alla nuova sede episcopale, e 111serita dai nctini nella Allegazione, in gran parte venne recepita nel progetto trasn1csso ufficiosan1entc dal n1archese O' Andrea al card. Dc Gregorio. Si pensava, infatti, di staccare Noto e la 1nctà 111eridionalc della provincia, facente parte per intero della diocesi di Siracusa, che avrebbe subito un dimezzamento più o meno della popolazione di 300.000 abitanti, escludendo però i con1uni di Buccheri, Busce1ni, Canicattini Bagni, Palazzolo, 111a con l'aggiunta di Portopalo e Pozzallo. Ovvian1entc, però, i siracusani con1c si erano opposti, 111a inuti!n1ente, per la erezione della diocesi di Caltagirone, in vista della onnai più che probabile fondazione di una diocesi a Noto nuova1nente avviarono la presentazione di rin1ostranze e opposizioni. Per i1npcdire questa seconda grave contrazione di territorio, dopo i con1uni perduti in favore di Caltagirone, il capitolo della cattedrale di Siracusa, pri1na ancora che il nunzio apostolico chiedesse loro il prescritto parere sul progetto di una nuova diocesi a Noto, si prc1nurò a far valere le proprie ragioni. La diocesi di Siracusa, a parere dei canonici, non poteva essere ulterior111cnte s111en1brata, e per di più in J-~1vore cli Noto, in forza dei diplomi del scc. XV e delle benemerenze storiche e contemporanee della Chiesa, della città e delle strutture ecclesiastiche. L'istanza, presentata a[ luogotenente generale di Sicilia, duca di S. Pietro dc Maio, venne eia questi sottoposta al vaglio dcl benedettino Domenico Benedetto Balsan10, arcivescovo di Monreale e con giurisdizione di 111etropo!ita sulla diocesi di Siracusa, per verificarne la validità e l'oppo1iunità di accoglierla, al fine di una dctenninante risoluzione sulla questione. Balsa1110 esa111inò attentarnente la docun1entazione presentatagli e, in considerazione delle decisioni assunte sulla richiesta presentata da Noto ai papi e a re Alfonso nel sec. XV, con1e pure per la già subita disn1e1nbrazione con la erezione della diocesi di Caltagirone, ritenne «fondata, e giusta la Supplica dc' Canonici della Cattedrale di Siracusa di non venire accolta la din1anda di stabilirsi in Noto la Sede Vescovale con dis111e111brarsi quella di Siracusa» 67 • Si deve al canonico netino Ignazio Astuti ·rrigona, delegato dcl tribunale di Regia Monarchia in Noto, l'iniziativa di superare definitivainente tutti i possibili ostacoli per pervenire finahnentc alla pron1ozionc della sua città a sede episcopale, così co111e era stato proposto al papa da re Ferdinando, e a

r, 7 Lcttcrti cli Bslsmno dcl 25 nove1nbre 184L in

1\C/\,

ff. 261-264.


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tal fine decise di recarsi in Napoli a perorare la causa dei suoi concittadini. li Decurionato di Noto, tuttavia, a cui !'Astuti chiese a sostegno una deliberazione ufficiale da presentare al re a 110111e della città, non sen1bra abbia accolto con entusiasn10 la proposta del canonico se «pria di detern1inarsi a questo passo, reputa doveroso scegliere dal suo seno un Comitato, all'oggetto di esan1inare lo affare, e riferire, con rnaturità e cognizione di causa, se conviene o no alla Decuria inoltrare tale dimanda, dietro di che si riserba di deliberare deffi n itiva111ente» 6H. Più sollecito si 1nostrò, invece, il Decurionato di Siracusa che, informato dal capitolo cattedrale dell'iniziativa dcll'Astuti, il 12 aprile 1841, «considerando che quanto si provoca dai Procuratori di questo I:Zcv.do Capitolo n1ira a n1cglio sostenersi gl'incontrastabili diritti di questo vacante Vescovado avverso la i1n1naginaria din1anda del Can. Astuti da Nolo, Delibera a voti unif"orrni che i! Sig. Sindaco si n1etta d'accordo col l~ev.do Capitolo di questa Cattedrale Chiesa, seconda nell'Orbe tutto Cattolico, per intraprendersi quegl'indirizzi che crederanno opportuni per respingersi la 111al fondala clin1anda del Can. Astuti eh Noto, con far tutto ciò che crederanno opportuno in sostegno elci diritti di questa vacante Sede Vescovile».

E anche l'intendente della provincia approvò che il sindaco di Siracusa si 111ettesse d'accordo con il capitolo per il «Sostegno del Vcscovado» 69 . E poiché necessitava incaricare dci procuratori che difendessero a Napoli le ragioni di Siracusa il 12 luglio 1841 il Decurionato deliberò di «approntarsi la son1111a di ducati cinquecento per occorrere ratan1ente alle spese necessarie in sostegno della Siracusana Vescovile Cattedra», ad integrazione della equivalente so1n1na stanziata dal capitolo cattedrale. Ma il consiglio provinciale, nella seduta del 21 luglio 1841, pur volendo «secondare il voto dcl Dccurionato, ma trattandosi d'una spesa forte, che probabilmente non bastando, dovrà esser seguita da altre posteriori erogazioni, è d'avviso che se ne faccia rapporto a S. E. dell'Interno, 1na in sensi favorevoli». Ovvi<unente, essendo orn1ai l'orientan1ento del re favorevole a Noto, il 1ninistro dell'lnterno non sostenne la richiesta e il 4 settembre successivo fece sapere che «lo debbo disapprovare del tutto la deliberazione dcl Decurionato di Siracusa, che crede

r, 8 SAS. f3se. «Per lo indirizzo a Monsignor Vescovo di Noto». lbid. lvi tutta la docu1ncntazione rel7itiva agli atti del Decurionato.

r,<J


Nascita di uno diocesi: Noto ( 1778-J 844)

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dover pagare un avvocato per difendere le ragioni dell'Arcivescovo Siracusano. Ove il decurionato abbia ragioni da esporre, e recla111i da fare, Ella [l'intendente della Provincia] li dirigerà a questa real Segreteria, che non

111ancherà di co1nunicarli i111111antinente al Ministro degli Affari

l~cclesiastici,

a cui oggi ho rinviato copia del voto manifestalo dal Consiglio Provinciale». Si dovette attendere, co1nunque, l'inizio del nuovo anno perché, a nome dcl «Clero della Madrice Chiesa della Città di Noto» e «tmiformementc al voto dcl Consiglio Provinciale di Maggio 1841 », il 30 gennaio 1842 il can. Astuti potesse presentare a re Ferdinando la petizione per eliminare definitivamente «gli ostacoli sinora frapposti» alla erezione della sede vescovile. Dopo aver elevato Noto a sede di Intendenza, «la Maestà Vostra [ ... ] voglia degnarsi accordare un altro tratto della Sua Sovrana 111unifìcenza alla enunciata Città con la istituzione di un Vescovado, che di n1oltissin10 vantaggio spirituale riuscirebbe a tutti gli abitanti della medesima, che tornerebbero a benedire la Maestà Vostra». In tal nlodo veniva portato a con1pin1ento il progetto avviato ma non realizzato nel '400, del quale I' Astuti allegò le distorte notizie tra111andate da Rocco Pirri, che a sua volta le aveva desunte da Vincenzo Littara. Per apprestare le strutture necessarie ad una sede di diocesi il re, tuttavia) avrebbe potuto 1nutare la destinazione delle rendite di alcune opere pie di cui ]'Astuti, circa un n1ese dopo, indicò in dettaglio la consistenza annua degli introiti7°. l~e 111utate condizioni storiche, dunque, l'opinione prevalente di far coincidere città capoluogo di provincia con città capo-diocesi, una nuova concezione della cura pastorale 71 e le vicende politiche del 1837, con1e già accennato, postulavano ora la necessità di una riduzione dcl territorio della diocesi di Siracusa e favorivano senza alcuna on1bra di dubbio la secolare aspirazione dei netini. Di questa situazione i siracusani erano ben consapevoli, tanto che nella petizione a loro difesa inviata al papa tra1nitc il card. Angelo Mai, in visita

711 La seconda supplica al re è ciel 22 febbraio 1842. con allegato: la docu111enlazio11c. cditri in Appendice. si conserva in MASE. 71 Per In condizione pastorale della diocesi di Siracusa nel '700 si può vedere: Chiesa di .5il'acusa. 1\!otizie dei suoi prelati dal 1732 in poi: 1\Ions. Afaf/en 7Ì'igon<1 vescovo di Sirac11s(I 1732-17 117, in La Sicilia sacra, a cura di L. I3oglino, 2 (1900) 289-319, con ainpia appendice clocun1cntaria: P. l\ IAGNANO. La Chiesa siracusana nel J 739. L!na relazione (<ad li111i11a» del vescovo kiatteo Trigona, in ,S'ynaxis 2 (1984) 527-573: C'hiesa di S'il'acusa. 1\lotizie dei suoi prelati dal 1732 in poi: 1\Ions. Giov. Battista //lagona (1773-1801), in La Sicilia sacra, a cura di L. Boglino, 6 ( ! 904) 356-363. 1


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alla cittù nell'ottobre del 1842, scrivevano: da un anno circola la voce della nuova diocesi di Noto, «innalzato a Capo di Provincia dopo le triste vicende dcl 1837»; se, nonostante i ineriti cristiani acquisiti da Siracusa lungo ì secoli, in particolare con il sangue dei suoi 1nartiri e con !a sua costante fedeltà alla Sede Apostolica, inevitabilinente il papa avesse dovuto consentire alla irrevocabile decisione dcl re, allora fosse aln1eno il papa a «proteger sen1prc, per quanto possibile questa disgraziata Chiesa, che non avendo altro appoggio ove riporre le sue speranze, ogni fiducia rin1ettc nelle n1ani della Santità Vostra». In pnrticolare, nella definizione dei confini, lasciasse ahncno a Siracusa il distretto di Modica assegnato, nel progetto de! governo napoletano, alla erigenda diocesi di Noto in n1odo che quest'ultin1a non avesse un nu1ncro con1plessivo di abitanti superiore ad cssa 72 • Favorevole a quest'ultirnn richiesta si 111ostrò pure !a Congregazione Concistoriale: non poteva assegnarsi a Noto una popolazione superiore a quella di Siracusa, a 111aggior ragione che quest'uhin1a doveva essere elevata al rango di 111etropolitana 73 • Malgrado orinai non vi fosse più alcun dubbio che Noto avrebbe ottenuto la sede episcopale, nuovan1entc il capitolo e il senato di Siracusa si sentirono in dovere di intervenire presso la S. Sede per difendere i diritti della diocesi, a 111aggior ragione che si era in sede vacante. Il l 8 n1arzo 1843 il capitolo presentò una ulteriore lunga serie di osservazioni «cli fatto e di diritto», ripercorrendo le vicende che da Ruggero il norn1anno nvcvano dato rngionc all'integrità del territorio diocesano. I canonici ra111111entarono, inoltre, alla S. Sede che proprio il delegato apostolico per la erezione della diocesi di Caltagirone aveva affennato, a proposito di un possibile vescovado in Noto, che esso era «non suggerito dal sentin1ento di un Cristiano bisogno cli una nuova Sede Episcopale 111a dettato da una i1nn1odesta en1ulazione e da uno spirito di indipendenza», anche perché la città di Noto era abbastanza vicina a SiracusaH. Le osservazioni «di fatto» del capitolo siracusano riguardavano la struttura diocesana che, già i111poveritasi per la fondazione di Caltagirone, si sarebbe ora clcfinitivan1entc affossata sia religiosarnentc quanto econon1ica111ente. Jnfatti, prin1a di erigere Caltagirone, Siracusa contava: 51 paesi, 306.000 abitanti, 68 parrocchie, 22 collegiale, 4 comunic, 1898 preti, 60

72 /\CA. 3 ! ottobre 1842, ff. 381-382: e ! 0 novembre 1842. f( J80r.-v. 7-' Le osserva?:ioni seinbrano rcck1iie intorno al 22 11ove111bre ! 842: /\C1\. CL J 59r.-v. H /\C~\, I 8 inarzo 1843, II 336-357 e 383-385.


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n1onasteri, 17 collegi di Maria e reclusori, 198 alunni in sen1inario. A Caltagirone erano stati assegnati: 15 paesi, 135.000 abitanti, 21 parrocchie, 7 collegiate, 1 co1nunia, 711 preti, 17 1nonasteri, 2 collegi di Maria e reclusori, 75 se111inaristi. La n1ensa vescovile aveva perduto 1767 onze e 27 tarì annui; 1nanteneva però una erogazione annua di 941 onze, 8 tarì, 4 grana e 3 piccioli, oltre ad altre 74 onze 14 tari e 14 grana. Cosicché, alla data del memoriale presentato nel 1843 la 111ensa vescovile di Siracusa aveva una rendita netta di 1.118 onze, 21 tari e 13 grana. Oltre alle prebende perdute dai canonici, il sen1inario si era ridotto fino a 75 alunni e con rendite sen1prc pili

esigue. L'erezione di una nuova sede in Noto avrebbe reso Siracusa né n1adre, né sorella delle due diocesi, «n1a figlia ed u!tin1a fra di loro». Infatti, dei J 6 paesi che con1ponevano la diocesi siracusana) con 229.802 abitanti, 47 parrocchie, 16 collegiate, J co1nunic, 1.21 O preti, 42 1nonasteri, 16 collegi cli Maria e reclusori, 70 alunni in se111inario, a Noto sarebbero anelati: 17 paesi, 130.369 abitanti, 21 parrocchie, 12 collegiate, 2 comunie, 736 preti, 2 7 111011asteri, 11 collegi di Maria e reclusori, 44 alunni del se111inario. E Siracusa, per quanto il progetto prevedeva la sua elevazione a sede arcivescovile e metropolitana, avrebbe mantenuto solo: 19 paesi, 90.223 abitanti, 26 parrocchie, 4 collegiate compresa la cattedrale, 1 comunia, 474 preti, 15 monasteri, 5 collegi di Maria e reclusori, 26 alunni del sen1inario; con gravi danni per le prebende e i privilegi dei canonici della cattedrale, per il se111inario, per la pregevole biblioteca alagoniana e per la curia. Siracusa, quindi, fondata nel I sec., seconda nella Chiesa cattolica, con lunga e fedele tradizione, e nu1nerosissi111i 111otivi cli plauso, da n1adrc sarebbe diventata la sorella pili piccola delle tre diocesi. Per le osservazioni «di diritto», il capitolo sosteneva che, a nonna dei canoni, bisognava che convergessero due condizioni: «urgente necessità ccl evirlente utilità» e che la «TJignilas E]Jisco;1alis non vi/esca/». Nel caso della fondazione di Noto, per i canonici siracusani non sussisteva alcuna necessità e tanto n1eno la utilità; il prestigio e il decoro dcl vescovo, inoltre, ne avrebbero subito un grave degrado. Nel caso in cui, poi, il re e il papa, nonostante tutto, avessero ritenuto di dover cotnunque erigere la diocesi di Noto, allora il capitolo stin1ava «consentaneo all'equità assegnarsi alla novella Sede di Noto il solo suo Distretto collo Stato descrittivo de' Paesi designato nel real Decreto degli 11Ottobre1817, restando alla Sede Vescovile di Siracusa il Di-


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stretto proprio e quello di Modica secondo lo stato descrittivo de' Paesi nello stesso Real Decreto». Alla petizione elci canonici fece seguito quella del sindaco e dei decurioni di Siracusa inviata, anche questa, al card. Angelo Mai perché la facesse pervenire al papa, avvalorandola con la sua autorità75 : «quantunque persuasi che ad onta di qualunque valevole ragione Noto avrà il Vescovado», tuttavia ritenevano di non poter restare inerti spettatori della privazione dei co111uni più redditizi per Siracusa, mentre le venivano lasciati pochi paesi e in gran parte villaggi. Cosicché, scrivevano al card. Mai, «se non potremmo ottenere il rigetto della dimanda di Noto, otterremo però quello che nella conclusione dello indirizzo s'in1plora, per non ri1nanere la Cattedra Siracusana spogliata dei rnigliori paesi che costituiscono la sua presente diocesi, e quindi i111battersi nella desolazione e nello avvili1nento». A papa Gregorio XVI, oltre ad esporre le argomentazioni già ricordate, le autorità civili di Siracusa desideravano sottolineare che: «É un principio cli giuspubblico e della giurisprudenza particolare, che non si può offendere il diritto altrui per far cosa grata ad un altro». Ovvia111enie, e lo avevano in1parato fin troppo bene nel 1837, «non intende con ciò Siracusa diretta1nente opporsi alla volontà del suo augusto Sovrano, né a quella del Capo della Chiesa, 1na ha creduto nel suo interesse di n1ostrare soltanto che la din1anda di Noto non è sostenuta d'alcun n1otivo Canonico, n1a soltanto clall'an1bizionc e dal capriccio». Che se con1unque Noto doveva diventare diocesi, le si assegnassero solo i co111uni del proprio distretto; e inoltre, «Noto fosse obbligato corrispondere in ogni anno sul cli lui ten1poralc assegnan1ento ali' Arcivescovado cli Siracusa il quantun1 interest, d'arbitrarsi dalla S.V. in compenso del danno che verrebbe a soffrire, e per non degradare dalla propria dignità». Con le loro istanze, co1nunque, i siracusani riuscirono ad ottenere una n1itigazione delle decisioni regie. li segretario della Congregazione Concistoriale, al quale era de1nandato il co111pito di studiare le 111odalità di attuazione del progetto di nuove diocesi nell'isola, in parte le condivise e ne parlò in udienza al papa, sostenendo di «doversi provocare presso la Real Corte un qualche te1nperan1ento conciliativo, onde in quel 1nodo che se1nbrar potrà più facile e convenevole si provveda aln1eno alle annuali perdite pecuniarie».

75 AC1\, 28 n1arzo 1843. ll 328 la lettera al card. ivlai; la supplica per il papa: identica data ina ff 374-378v.


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Gregorio XVI ritenne valida la proposta e dispose di inviare le osservazioni al nunzio apostolico a Napoli per ottenere dal governo «quel temperamento che sembrerà pili equo e adatto all'uopo»'"· Anche re Ferdinando convenne sulla opportunità di attenuare la ritorsione sui siracusani e, il 16 dice1nbre 1843, il nunzio apostolico poteva inviare alla curia rotnana la ridefinizione del territorio da assegnare alla nuova diocesi e che assicurava ora a Siracusa un 1naggior nu111cro di con1uni e di abitanti rispetto a Noto: «Sua Maestà fern1a scn1pre nella i<lca e nel voto che abbia luogo l'erezione dcl Vescovado in Nolo, eia forn1arsi i1nprcscinclibiln1entc con la dis1nen1brazionc di pane della Diocesi di Siracusa, unican1entc a fin cli rendere per quanlo 1neno sia possibile acerba e sensibile alla detta Chiesa di Siracusa la din1inuzione clell'atluale suo lerrilorio, e perché non ri111angano del tullo rigellali i reclan1i che si sono avanzati dal Capitolo della Chiesa suddetta, conclisccncle la Maestà Sua che al progetto cli circoscrizione delle due Sedi Vescovili cli Siracusa e di Nolo, già rassegnato a Sua Sanlilà, si portino le seguenti due 111odificazioni cioè: ! 0 Lasciarsi a Siracusa, oltre i Paesi che·cornpongono il proprio Distretto Civile,

anche i seguenti dcl J)istretto di Modica, cioè Diseari [oggi Acate], Chiaron1ontc, Con1iso, Monterosso, Ragusa, S. Croce, Vittoria e Scoglitti. 2° Aggregarsi a Nolo, oltre i paesi de! suo Distretto Civile, i tre soli ciel J)istrelto di Modica cioè: Modica, Scicli e Giarratana. Secondo la circoscrizione che si era proposta, il risultalo per le due Diocesi era il seguente: Siracusa anin1e 90.223, Noto anin1e 139.579. Con le attuali n1odificaz:ioni poi Siracusa conserverà anin1e 131.203, Noto anin1e 98.599» 77 •

Anche la questione dci con1uni che dovevano essere staccati da Siracusa era così definitivan1ente risolta. La nuova diocesi sarebbe stata con1posta dai con1uni di: Avola, Buccheri, Busce1ni, Cassaro, Ferla, Giarratana, Modica, Pachino, Palazzolo, Portopalo, Pozzallo, Rosolini, Scicli e Spaccaforno. Si poteva ora procedere alla redazione della bolla pontificia relativa alla fondazione della nuova diocesi di Noto.

7 f' «Compendio delle osservazioni riguardanti le Chiese di Siracusa, ìvlazara, Girgcnti e Caltagirone)), redatto presso !a Congregazione Concislorialc tra il 22 e il 26 aprile \8z!3:

ACA,

re 502~5 I 1V. 77

fbid.. IT. 195-196


600

Gae1a110 Zito

Tuttavia, due altre questioni di particolare rilievo, relative piuttosto ai rapporti tra la S. Sede e il governo napoletano, fu necessario dirin1ere prin1a della stesura definitiva delle bolle, ritardandone alquanto la pubblicazione. Anzitutto, re Ferdinando fece pervenire al segretario di stato le proprie rin1ostranze circa la tassa i111posta per intero, 5.000 ducati, che egli avrebbe dovuto versare per la concessione delle bolle relative alla erezione delle nuove diocesi. 11 nunzio perorò la richiesta della riduzione di tale son1111a in segno di benevolenza nei confì·onti dcl re, essendosi questi preso cura della sor-

te spirituale dei siciliani con la richiesta di nuove diocesi, e privato ciel diritto di no1ninarc nuovi titolari a ricche abbazie di regio patronato, devolvendone le rendite in favore delle nuove mense episcopali, dei capitoli cattedrali e dei se111inari. Ma a Ro1na la son11na venne ritenuta equa, sia in rapporto alla tassa versata per la erezione delle diocesi cli Caltagirone, Nicosia e Piazza Arrnerina, sia perché in essa era con1presa pure la parcella per l'incaricato a Roma delle spedizioni a Napoli, che era a servizio del re e non della S. Sede. Piuttosto, il segretario di stato rin1proverò il nunzio apostolico perché la richiesta sen1brava redatta più «nel senso di procurare g!'interessi di cotesta R. Corte, che quelli della S. Sede»'". L,'a/tro n1otivo per il quale venne rinviata la pubblicazione delle bolle era connesso ai diritti cli cui godeva il re in Sicilia, in conseguenza della Legazia Apostolica. Su proposta del nunzio apostolico la bozza della bolla per la nuova diocesi venne f~ltta pervenire dalla curia ro111ana al governo napoletano per eventuali osservazioni prin1a della pubblicazione, evitando così di incnppare in seguito nella dilazione, o peggio nella negazione, del «regio exequatur». E tale decisione si rivelò quanto 111ai eflìcace: rerdinando li, infatti, pretese ed ottenne che nel testo definitivo vi fosse esplicitan1ente affennata la condizione di regio patronato dell'abbazia di S. Maria del]' Arco, sui beni della qunlc si costituiva il patri111011io per la nuova diocesi 79 • Condi-

n NN. lt.J e 16 inarzo 1844. Non è possibile conoscere con esattezza quanto ognu1i<1 delle cillù dovctle investire per riuscire ad ottenere la erezione a capo-diocesi. Si trattava con cer1ezzn. cornunque. cli ingenti srn11111e: sappian10 che Caltagirone sostenne la considerevole spesa di 300.000 ducati: ACI\. Il 270-272v. 7 'J Non se111prc però fu possibile percepire reg0Jar111e111e le rendite di questo beneficio. !I card. Ton1111aso Arezzo (1756-1833) era titolare di questo beneficio abbazinlc che <(snrebbe uno dc' migliori l3encfizi se 11011 1ni fossi incontrato in un Enrileula pieno di cabale. e di rnggiri. che a f'orza cli eterne liti n1i inquieta. rni dispcnclin, e n1c ne paralizzn i! fruttato. Tal\'; per mia disavventura il Barone Judica». Per tali 1no1ivi chiese al n1archesc Donalo Ton11n'1si. 111i11istro dcl governo napolc1ano. cli sostenere la sua richiesta per ottenere dal re il ca111bio con


Nascita di una diocesi: Noto ( 1778-1844)

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zJOne che gli permetteva di assicurare, a sé e ai suoi successori, il diritto di designare i vescovi anche per questa nuova diocesi, e di non1inarc a tante prebende canonicali della cattedrale quante se ne potevano dotare con le rendite assegnate sui beni di quella abbazia, eccettuate sempre però le prebende per la prima dignità, per il teologo, il penitenziere e quella con annessa la cura d'anin1e.

Gli venne accordata pure la eliminazione dalla bolla della clausola relativa alla cosiddetta «vacanza in curia». La clausola prevedeva la assoluta libertà del papa di nominare il nuovo vescovo di una diocesi nel caso in cui il titolare fosse morto mentre si trovava presso la S. Sede e, quindi, soggetto alla completa giurisdizione pontificia. Per Noto, anche in simili casi, la designazione del nuovo vescovo venne attribuita al re. Con ogni probabilità, senza tali modifiche, difficilmente al momento della presentazione ufficiale della bolla si sarebbe ottenuto per essa il «regio exequaturn"'Assicurata alla corona a111pia giurisdizione ecclesiastica sulla nuova diocesi, finalmente la bolla di fondazione della sede episcopale di Noto, datata 15 maggio 1844, poté essere pubblicata e, il 18 luglio successivo, le venne apposta la regia autorizzazione ad essere eseguita"'· li compito di rendere cl~ fettivi gli accordi tra S. Sede e governo napoletano, sulla ristrutturazione delle circoscrizioni ecclesiastiche dell'isola e sulla fondazione delle nuove diocesi, venne affidato dal papa a Celestino Coclc, arcivescovo titolare di Patrasso e confessore di Ferdinando Il. Poiché questi non poté recarsi pcrsonahnente in Sicilia, per Noto e per la elevazione di Siracusa a sede arcivescovile subdelegò il nuovo vescovo di Trapani, Vincenzo Marolda: giunse a Noto «la sera dcl 22 [novembre 1844] c la mattina del 24 ha eseguito la erezione del Vescovado di Noto»"'. il beneficio dell'abbazia cli S. Maria della Novara: lellera da Ferrara dcl 23 c!icen1bre 1828 in AH, busta 715, rr 136. !I card. Arezzo, cli nobile rainiglia siciliana, anche se nato a Orbetello in Toscana, a1nbasciatorc slraordinario a Pietroburgo, attivo nell'opera di ricostruzione e riorganizzazione della Chiesa dopo il 1815, rifiutò l'arcivescovado di Palenno e la carica cli luogotenente generale dcl regno delle Due Sicilie; cfr M. BARSALJ, Arezzo To1111naso, in f)izio11ario Biogra,fico degli Italiani, 4, 108-112. Bll Tulla la questione: ASV, Segr. di Stato, !6 n1at7.o 1844, 13 aprile 1844 (2 !cttcre): ACA, 31 marzo 184<L n: ! 12-l 14v.; dopo 31 1narzo 1844, n: 516-52Llv.; 6 giugno 1844, ff 1 I 1r.-v. 81 Testo della bolla e dell'exequatur in Collezione degli alti emanali dopo fa pubblicazione de! C'oncordato del 1818: parte deci111a ( .. /da gennaio 1842 a dicembre 1844. Napoli 1847, 145~165; transunto della bolla ed esecutoria anche in A. GALLO. C'odice Ecclesiastico Siculo, cit., JJ, 73-74. 82 SAS. fase. «Per lo indirizzo a f\1onsignor Vescovo di Noto)); l'Intendente al princi-


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Gaetano Zito

li decreto emesso da Cocle il 27 ottobre 1844, e consegnato a Marolda, dettava le norme: per la costituzione del capitolo cattedrale, la designazione dei canonici con le dignità"', le prebende, le insegne, l'abito corale; per la non1ina del vicario capitolare; per il se1ninario; per l'episcopio e la curia; per la provvisoria residenza del vescovo (ospite del convento dei domenicani con pensione a carico del regio erario); per la distribuzione tra la mensa vescovile, il capitolo, il seminario e la fabbriceria della cattedrale, delle rendite di S. Maria dell'Arco; per la consegna dei documenti relativi ai comuni della nuova diocesi conservati presso l'archivio della curia siracusana (entro tre mesi dal decreto)". Tuttavia, però, per la determinazione dei membri del capitolo cattedrale e per la dotazione delle loro prebende e di quelle dei beneficiali, il Coclc dovette superare diverse difficoltà. Dovette intervenire con un snccessivo decreto, del 14 dicembre 1844, per la assegnazione dei beni della soppressa abbazia S. Maria del!' Arco di Noto alla mensa vescovile, al seminario, al capitolo, sagrestia della cattedrale c ai mansionari; e per chiarire la posizione e le rendite dei quallro canonici cosiddetti di Rocco Pirri, istituiti cioè con legato di quest'ultimo nella cappella di S. Corrado in cattedrale 8s A conclusione del suo 111andato, allegando copia dei singoli decreti da lui emanati per rendere esecutive le bolle pontificie, Cocle presentò al card. Lambruschini, il 20 aprile 1845, un dettagliato rapporto sulle modalità seguite e sulle «ragioni dalle quali sono stato spinto a dare alcuni provvedimenti nelle difficoltà, che mi si sono presentate di fatti forse poco circostanziati umiliati alla Santa Sede»"'. E per la erezione della diocesi di Noto, in partipc cli Trabia, 26 noven1bre 1844. 81 Il pri1no capitolo del!a cattedrale venne co111posto d<li canonici della preesistente

collegiata: il parroco Baldassare Trigona venne eletto prevosto e pri1na c!ignitil; il caiL Giuseppe fcrnanc!cz ciantro e seconda dignità; il can. Vincenzo Arezzi tesoriere e terza clignitù; Francesco rvJuscan'l canonico penitenziere, Antonio Brancali canonico teologo: e canonici Corrado Astulo, Ignazio Astuto, Corrado Difr1!co, Salv<1torc Scala, Luigi l~e!leri, Nicolò (ì-allo, Giainbaltista Tedeschi, Cì-iuseppe Vela, Francesco Piraino, Carlo Viz?:ini. Giuseppe f\!lensullo e Vincenzo 13uccheri. Verbali notarili dell'avvio della nuova diocesi, con la proressione di fede dci canonici, in ACA, ff. 600-617. ~~ li testo dcl decreto, in Appendice. Quest'ul1in1a clausola dcl decreto non è stata mai - e con la sensibilità odierna, per fortuna! -- aden1piula. Sorte ben diversa, n1alaugurata111enle, è toccata all'Archivio storico diocesano di Catania: in esecuzione di si1nile clausola, inscril<1 anche nel!a bolla di erezione della diocesi di Acireale, all'inizio degli anni ·so cli questo secolo(!!) fu porlata a co1npin1cnto la estrapolazione di docun1enli relativi ai co1nuni staccati da Catania e avviata solo qualche anno prirna. ~ 5 Il testo ciel decreto, in Appendice. 86 ACA. ff. 800-805: 800.


Nascita di una diocesi: Nolo (I 778-1844)

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colare, ha incontrato «maggiori difficoltà». li capitolo della cattedrale era previsto che fosse composto da 13 canonici, comprese le tre dignità; ritenne opportuno elevarli complessivamente a 17, annettendovi anche i quattro canonici del legato Pirri. Dovette, inoltre, includere l'ufficio dcl canonico teologo, con relativa prebenda, che nel testo della bolla, certo per errore dell'amanuense, non era previsto. Per tutti i membri del capitolo stabili l'ammontare della prebenda; in attesa della assegnazione del palazzo vescovile da parte del governo, così come promesso dal re, dispose che il vescovo abitasse in una co1nunità religiosa, oppure che prendesse in affitto un palazzo, 1na con le spese a carico del regio erario. Da parte di re Ferdinando, nondi111cno, anche Noto aveva ricevuto una dotazione di suppellettili e di arredi sacri per complessivi 3 .000 ducati. Grazie al suo intervento il re aveva, inoltre, anticipato al vescovo la son1111a di altri 3.000 ducati come contributo alle spese di avvio della diocesi; e aveva disposto che il vescovo doveva fruire delle rendite della mensa vescovile a

partire dal giorno della sua preconizzazione e non dal giorno della sua i1111nissione in loro possesso, così con1e previsto dalle leggi del regno. Per il se111inario stabilì il nu111ero di «piazze franche» n1a, co1ne per l'episcopio, bisognnva attendere che il governo decidesse sull'i111111obile da assegnargli: l'assenza di questi due i111n1obili restava, pertanto, l'unico ostacolo alla piena esecuzione delle bolle apostoliche di erezione del vescovado di Noto e degli altri dell'isola. I decreti eseeutoriali di Cocle, sulla erezione delle nuove diocesi e sulla ristrutturazione delle circoscrizioni ecclesiastiche dell'isola, e il suo rapporto finale vennero esan1inati da un consultore della curia ron1ana incaricato di approntare una apposita relazione da sottoporre al papa. Sia ai decreti quanto al rapporto venne data una valutazione an1pian1ente positiva. Per quanto concerne Noto, le disposizioni i1npartite e le interpretazioni da lui assunte sui punti suscettibili di controversie, con il governo oppure con gli ecclesiastici locali, vennero considerate «confanne allo spirito della Bolla». li testo della bolla aveva dato adito ad un equivoco circa le dignità capitolari del nuovo capitolo cattedrale, ma esso era da attribuire alle ambigue risposte pervenute alla Concistoriale. Da Napoli, infatti, sebbene più volte richieste, non erano state fornite infor111azioni certe su quante e quali fossero le dignità del capitolo collegiale da trasformarsi in capitolo cattedrale: «cosicché nel Decreto Concistoriale e nella relativa Bolla fu disposto che la sola Prepositura sarebbe stata l'unica dignità di quel capitolo. Se non che stando le cose


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come ha esposto Monsignor Cocle [ ... ], sembra che l'analogo temperamento stabilito da lui stesso sia del tutto conveniente ed opportunm>81. Con l'esecuzione della bolla e con la no111ina del pri1no vescovo, il cinquantenne canonico primicerio della cattedrale di Capua, Giuseppe Menditto (I 844-1849) 88 , non tutti i nodi erano stati sciolti. Le ovvie difficoltà per avviare la vita diocesana erano aggravate dalla mancata consegna, secondo gli impegni assunti dalla corona, degli immobili da adibire ad episcopio, a seminario e a curia vescovile. In verità, già dal 1843 il principe di Trabia, ministro per gli affari ecclesiastici del governo borbonico, aveva interessato l'intendente di Noto - gli venne comunicata la notizia ufficiale della fondazione della diocesi il I 0 giugno 1844 - per individuarli tra quelli più idonei in città. Particolarmente adatti sembravano il palazzo del barone Astuti, quello del barone di S. Giacomo e quello del barone Recupero, ma le rispettive famiglie non intendevano privarsene. Le abituali lungaggini burocratiche, aggravate dalle difficoltà locali, differirono a lungo la soluzione del problema logistico per tutte le nuove sedi episcopali, al punto che il nuovo nunzio apostolico a Napoli, Antonio Garibaldi"', il 28 agosto 1844 deplorava che «i novelli vescovi non possono ancora partire per le loro sedi» e, in attesa, erano costretti a risiedere a Napoli 90 , Per Noto fu lo stesso Menditto, dopo qualche tempo dcl suo ingresso in diocesi, a proporre co1ne soluzione «pili convenevole all'uopo, - con1unicava il principe di Trabia all'intendente - la casa stessa della Badia di S. Maria del l'Arco concedutagli per dotazione della di lui Mensa; facendosi passare nell'abolito convento di S. Maria di Gesù la Gendarmeria che nella detta casa trovasi attualmente allogata, e la quale avrebbe così il vantaggio d'essere

/bid., IT. 786r~v. xx Nato a Casanova, diocesi di Capua, il 21 giugno 1794, fu ordinato st1ccrdotc il 19 aprile 18!8 e il 19 niaggio 1831 conseguì il dottorato in teologia all'università cli Nnpoli. Per 11 anni insegnò tcologin don11natica e leologia 1norale nel sen1inario di Capua dove fl.1 vicerettore e in seguito, dt1! 1830 al 1836, rettore. Prornolore fiscale della curia arcivescovile. per 25 nnni ricoprì anche l'incarico di esaminatore prosinodale. Il 20 nu1ggio 1844 Ferdinando Il !o presentò per la diocesi di Noto, e venne consacrato vescovo il 28 luglio successivo a Ron1a dal card. Antonio Francesco Orioli. Diinessosi il !3 nove1nbre !849, 111orì il 2 n1nrzo 1850: ASV, C'onsistoria Gregorii PP. ,'(VI, anni ,'(/V, 1844, ff 354-359, con !a pri1na Lcttcrn pastorale del Menditto; Hierarchia catho/ica, VI/, 281. x9 No1ninato il 7 rcbbraio 1844, rin1ase a Napoli fino al 30 sette1nbre !850, quando venne 1101ninato Nunzio apostolico in f'rancin: G. DE IvfARCHJ, le 1111nziat11re aposto!icl1e, ciL, 176-177. 87

90 NN.


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più vicina al Carcere e alla Gran Corte Criminale. Sua Maestà, Cui ho tutto ciò rassegnato, si è degnato di approvarlo». Pertanto, l'intendente doveva ora prendere gli opportuni accordi con il vescovo sui lavori di ristrutturazione, da sostenersi a carico dell'erario, per adattare l'abbazia ad episcopio, seminario e curia. 1 locali vennero consegnati al Menditto il 15 agosto I 846, 111a nell'agosto dell'anno successivo i lavori non erano stati ancora eseguiti 91 . Alla soluzione definitiva si pervenne solo il 25 gennaio 1855 quando, con reale rescritto, venne approvato l'acquisto della casa del marchese Trigona di Canicarao per consegnarla al successore di Menditto, il catanese Mario Giuseppe Mirane (1853-1864), e destinarla ad episcopio e seminario"'. Insieme all'acquisizione delle strutture logistiche, tuttavia, al primo vescovo co111peteva soprattutto l'ardua inco1nbenza di individuare i suoi più diretti collaboratori, di risolvere le iniziali questioni giuridiche e, in special 1nodo, di avviare la coinunità diocesana verso la detern1inazione di una propria fisiono111ia ecclesiale e pastorale in interconnessione con la tradizione che le apparteneva per la secolare dipendenza da Siracusa9 -'. La vicenda della erezione di Noto a sede episcopale, come delle nuove diocesi sorte nel primo Ottocento, può essere assunta ad ulteriore ed emblematica cifra della peculiare condizione dettata in Sicilia dalla Apostolica Legazia. L'ampia giurisdizione esercitata dal potere laico sulla vita della Chiesa, in forza del diritto di regio patronato e dell'indispensabile regio exequatur per rendere esecutive in Sicilia le disposizioni della curia romana, faceva del re il principale punto di riferimento e rendeva abituale il prevalere degli interessi politico-amministrativi sulle esigenze più propriamente religiosoecclesiastiche, riducendo di fatto la Chiesa ad instrumentum regni. La rifor111a delle circoscrizioni diocesane, pertanto, unita1nente al radicale rican1bio dell'episcopato avutosi in conte1nporanea, assun1e pure il valore di una pre-

91 SAS: corrispondenza dal 15 febbraio 1843 al 21 agosto 1846. 92 SAS, busta 2690, fase. 11Per la costruzione delle fabbriche del Sen1inario Vescovile di Noto)). Anche la mancuta consegna dcl palazzo vescovile e dcl se1ninario fu uno dei n1otivi

del conflitto tra le autorità inunicipali di Caltagirone e i! vescovo Bongiorno: M. PENNJSI, J)11s111et an1111inistratore apostolico, cii. 91 - Per i rapporti tra Siracusa e Noto, seguiti alla fondazione di questa diocesi. può essere dì un qualche interesse osservare che già nel 1855 si verificò una circostanz<1 indice e! i rapporli onnai sereni: l'arcivescovo Angelo Robina (1853-1868} diede il proprio assenso al decrc{o del vescovo di Nolo, il catanese i\1ario Giuseppe Mlrone (1853-1864), con cui il vicario generale di Siracusa, Salvatore Arnorc!li, veniva 1101ninato vicario generale anche a Noto: O. UAR1\N/\, !vescovi. cit., 233. E ne! 1875 Siracusa accolse con1c arcivescovo Benedetto La Vecchia Guarneri. vescovo di Noto dal 1872: ibid.. 240.


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ziosa opportunità di cui la monarchia borbonica ritenne di potersi giovare al fine di consolidare il proprio prestigio nell'isola. Nell'arco di 25 anni, per due volte, nel 1816-1817 e nel 1844, dopo ben otto secoli di tranquillità, la struttura ecclesiastica della Sicilia veniva radicalmente stravolta, e rimane dcl tutto aperta l'indagine sull'impatto che si è avuto sulla vita religiosa del clero e dei fedeli, sia delle nuove diocesi come di quelle che vennero smembrate. In un contesto di rigida «socictas christiana» tutto da verificare resta, inoltre, l'innegabile risvolto sull'econo111ia dei territori in gioco, co111e l'interferenza tra il fern1ento provocato da questa vicenda con gli eventi più propriamente politici accaduti negli stessi anni. Proprio dalle nuove diocesi, nondimeno, fin dai primi decenni della loro autonon1ia, venne un significativo apporto alla vita religiosa dell'isola e una incisiva presenza dei cattolici nella società siciliana, in proporzione certa1nente ben 111aggiore di quanto non seppero dare le diocesi di antica istitu-

zione. Oltre ad un incre1nento di con1111ittenza artistica a soggetto sacro 9·1, funzionale anche alla promozione di espressioni devozionali, e ad un poten-

zia1nento di disponibilità vocazionale, in particolare per il clero diocesano, si pensi al contributo dato al n1ovi1nento cattolico, all'in1pegno sociale c alla forn1azione spirituale e culturale del clero e dcl laicato. Le indagini storiografiche di questi ulti1ni anni ci pennettono di conoscere orinai la Caltanissetta del vescovo Giovanni Guttadauro; la Noto del vescovo Giovanni Blandini; la Caltagirone del vescovo Saverio Gerbino: negli anni del suo episcopato si fOnnarono Mario e Luigi Sturzo; la diocesi di Acireale con il suo pri1110 vescovo Gerlando Gcnuardi: autonoma dal 1872, già all'inizio del '900 diversi membri del suo clero vennero promossi all'episcopato. Quella che in origine, dunque, era stata una risoluzione politica ciel ritOrn1isn10 borbonico e una richiesta di autono1nia ecclesiastica, perseguita dalle nuove città demaniali a completamento di quella amministrativa, si è rivelata con1e un evento di considerevole spessore e di qualificante apporto alla vita ecclesiale e sociale della Sicilia.

9 " È indubbian1ente uno degli aspetti che inerita n1aggiore allenzione di quanto non ne abbia avuto. Si vedano, esen1plificativainente, G. ORR!GO, La diocesi di Caltagirone, cit.. 152-154 e 159-165; V. LIBRANDO - A./\1. FlCARRA, Giuseppe, Francesco e 1\Iario Vaccaro pittori del .XIX secolo, Caltanissetta 1991.


Nascila di una diocesi: Noto ( 1778-1844)

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Appendice

Papa Nicolò V, il 23 gennaio 1450, a/l'arcivescovo di A1onreale, ;l(fonso Cuevasruvias (1450-1454), all'abate del 111011astero cislercense di S. l\1aria di Roccadia (nei pressi e/; C'arlenth1;j, Giovanni de Gir{/G/co, e al decano della cat!edrale di Siracusa, probabihnenle Bartolon1eo de Grandis, ajfìda /'incarico di rendere esecutiva la negazione della sede vescovHe a Noto e co11111frna censure ecc/e5)astiche nei co11fì·onti di coloro che avessero continua/o ad allentare ai diritti della chiesa e della città di Siracusa (ARCHIVIO SEGRETO VATICANO, Reg. Val., 393, ff. 352-353). Nico!aus etc. Venerabili fratri archiepiscopo Montisrcgalis cF clilcctis fìliis abbati 1nonastcrii sanctae Mariae de Roccha<lei Siracusanae dioecesis ac decano ecclesiae Siracusanac sa!uten1 etc. Spectat ad Ro1nanun1 Pontificcn1 cui ccclcsiaru1n 0111niu1n cura divinilus est co1n111issa sic sol!icilc sic

qui

vigilanter intendere ut earu1n iura per nen1ine1n occupentur

ac slalui et inden1nitatibus praelatoru1n quorun1 in parten1 solicitudinis evocavit altissin1us opportune provideatur cosquc ecclesiastica censura co1npesccre qui ecc!esias et praelatos huius1nodi n1olestiis et iniuriis afficere non forn1idant. Nuper si quiden1 quaerula lainentatione et relatione nobis per dilcctu111 filiun1 Antoniu1n dc Galgano legun1 doctoren1 per ve11erabile1n [352v]

11

fì·atre1n nostrun1 Paulu1n Episcopun1 et dilectos filios

Cives tìdelissin1ae Civitatis Siracusanae oratore1n ad nos destinatu1n facta non sin e quadatn anilni pe1turbatione percepin1us quod dilecti filii habitatores et inco!ac oppidi Nothi Siracusanae Dioecesis an1bitione quada111 anhelantes quod paroechialìs ecclesia dicti oppidi in cathedrale111 ecclesian1 erigatur licet super hoc eis per felicis recordationis Eugeniu1n PP. IV per suas litteras silentiurn in1positun1 fuit; praedictu1n Paulu1n Episcopun1 Siracusanae et ecclesiain Siracusanae huius111odi super eade1n erectione facienda quotidie fatigare non crubcscunt; in 1naxi1nun1 Episcopi et ecclesiae Siracusanae huiusn1odi ac Civiun1 et Universitatis eiusden1 praeiudiciu111 da1nnum atque expensas. Nos igitur ad quos ex officio nobis con11nisso pertinct super hoc salubre rc1nediu1n adhibere attendentes quod dieta paroechialis ecclesia Cantoriae eiusden1 ecc!esiac Siracusanae canonice unita et utraque lege Episcopo Siracusanac sen1per fuit et est subiecta et non in11ne1nores quod a praedecessorìbus nostris IZ01nanis Pontificibus statutun1 est quod Episcopalia gubernacula non nisi n1aioribus et populosis civitatibus praesiclcrc oportet

et ripete Cod. " per venerabilern ripete (~od.


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et indecoru1n sit quod episcopatus et aliac 111aiores dignitates quae in sua stabilitate et integritate reinanere debent aliquan1 patiantur sectione111. Nani sicut universalls ecclesia unan1 de1nonstrat unitaten1 sic guaelibet ccc!csia Cu1n suis 1ne1nbris debet unrnn habere integritatc1n: ex pre111issis et certis aliis legitiinis causis ani1nu111 nostrun1 n1oventibus 111otu proprio et ex ceria scientia pro potioris cautelae suffi·agio ipsis incolis et habitatoribus super huiusn1odi erectionc perpetuu1n silentiun1 in1ponentes declarantes oppidu1n praedictun1 ac· illius tcrritoriu1n Netuu1n incolas et habitatores huius1nodi scn1per fuissc et esse dioccesi Siracusanae ac ordinariae iurisditioni Episcopo Siracusanae subiecta discretioni nostrae per apostolica scripta 1nandan1us quatenus vos ve] duo aut unus vestrun1 per vos vel aliun1 seu alias dilectu111 filiun1 Johanne1n Gunusiun1 Abbaten1 1110nasterii dc Larcu ordinis sancti Benedicti predictae clioecesis qui ut accepi111us discordiac huiusn1odi caput et principiun1 existit Nctuu111 inco!as et habitatores praedictos utriusque sexus ccclcsiasticos regulares etia1n Cisterciensen1 et aliorun1 eti8n1 1nilitiarun1 ac n1cndicantiun1 ordinun1 quoru1ncun1quc exen1ptos et non exen1ptos ac laicales cuiuscu111que etian1 status gradus conditionis vel pre111inentiae fuerunt qui vobis per eunden1 P8u!un1 Episcopun1 no1ninati fuerunt in specie, reliquos vero in genere sub excon11nunicationis suspcnsionis a divinis et interdicti ac beneficiorun1 ecclesiasticoru1n s8eculariu1n et regulariun1 Netuun1 feudaliun1 en1phiteoticorun1 bonorun1 alioru111que iuriu111 guae a quibusvis ecclesiis 1nonasteriis seu locis ubilibet consistentibus tenent et rccognoscunt. Netuu1n ad illa et sin1ilia in postcrun1 obtinenda perpetue inhabi!itationis et pecuniariis aliisque fonnidabilioribus de quibus vobis videbitur poenis quas ipsi et eorun1 qui!ibet si n1onitionibus et n1andatis vestris rea!in1 et cu1n eftèch1 non paruerint illoru1nque non parentiu111 ecclesiae 111onasteria et loca oppidu111 et territoriun1 huiusn1odi ipso facto incurrant quoticns quando [353] et ubi vobis vidcbitur coniuncti111 vel divisin1 111oneatis ut intì·a tern1inun1 peren1ptoriun1 quen1 eis duxeritis ad hoc praetìgendum erectione huiusn1odi petere seu ut illa fiat directe ve! indircctc aut quovis quaesito colore insistere non audeant. Nec ipsi Paulo Episcopo et successoribus suis Siracusanae pro te1npore existentibus 111olestias vel iniurias aliquas inferre quo quo1nodo presun1at sed ab illis penitus cessent Netuun1 Paulo Episcopo et eius succcssoribus praedictis oboedientia1n et reverentia111 debitas ac consueta servitia et iura pracstent et exhibeant ac eius salubria 1nonita et 111andata suscipiant ac ea hun1iliter et efficaciter aclin1pleant alioquin !apso dieta ten11ino in eos " qui no111inati fucrunt u( proferatur in specie, rei i~ quis vero in genere declaretis huius1nodi sententias ac censuras dan111abiliter incurrisse; ipsos quc n1andetis et faciatis eisde1n poenis sententiis et censuris laqueatos ubi quando

" in eos njJefe

(~od


Nascita di una diocesi: Noto ( 1778-1844)

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vel quotiens expcdicrit ac pro parte <lieti Pauli Episcopi et successorun1 suoru111 fueritis requisiti publicc nuncietis et faciatis ab aliis nunciari ac ab 0111nibus artius evitari; donec et quisque spirituin assun1entes consilii sanioris Paulo Episcopo et succcssorìbus praedictis condignans en1endans pracstitcrint ac abso!utionis quoque ab exco1nn1unicationis et suspensionis sententiis ac relaxationis interdicti huiusn1odi beneficia et aliis integran1 reconciliationis gratiam a nobis ut dieta Sede 111eruerint obtinere. Et nihilon1inus legitin1is super his per vos habendis servatis processibus quotiens expedicrit aggravare curctis. Contradictores per censuran1 ecclesiastican1 appc!!atio postposita co111pcscendo invocato ad hoc si opus fuerit auxilio brachii saecularis. Ceterun1 si per sun1111arian1 infonnationcn1 per vos desuper recipiendan1 vobis constiterit quod Abbas incolae et habitatores ac alii prae1nissi quos huiusn1odi processus concernunt pro 111onitionibus et citationibus de ipsis faciendis persona Iiter con1ode nequeant haberi nos vobis processus citationes et n1onitiones huiusn1odi prae edicta publica litis affigenda publicis partibus illis biennis dc quibus sit verisin1ilis coniectura quod ad notitia1n 1nonitorun1 et citaton1111 huius1nocli pervenire valeant plenain concedin1us tenore praesente1n facultatcn1 ac vo!uinus quocl huiusn1ocli processus 111onitiones et citacioncs perincle clictos 111onitos et citatos arctcnt ac si eis intin1ati et insinuati personalitcr et prescntialiter extitissent, non obstantibus constitutionibus et ordinationibus Apostolicis ceterìsque contrariis quibuscun1quc. !\ut si Abbati incolis et habi1a1oribus praedictis vel quibusvis ciliis coniuncti111 vel divisiln ab cadcn1 sit Sede indultun1 quod n1oneri aut extra ve! ultra certa loca trahi scu ad iudiciun1 evocari aut intcrdiri suspendi ve! exco1nn1unicari seu beneficiis feudis bonis et iuribus suis privari aut alia quacu111que poena 111ulctari non possunt per litteras Apostolicas nos facicntcs plenain et expressan1 ad de verbo ad verbu1n dc indulto huiusn1odi n1entionen1 et quibuslibet aliis privilcgiis indulgentiis et !itteris apostolicis generalibus vel specialibus per Sedc111 Apostolica111 ve] alias in specie ve! in genere concessis quorun1eun1que tenoru111 cxistant per quae praesentibus non expressa ve! toialiter non inserta nostrae iurisditionis explicatio in hac parte valeat quoinodolibet i1npediri quae quo ad praen1issa eis volun1us aliquatcnus suffì·agari. Datun1 Ro111ae apucl Sanctun1 Petru111 Anno etc. Mil!esi1noquadringentcsii11oquinquagesi1110 Decin10 J(alendas Februarii Pontificatus nostri Anno Quarto. L. Thcrenuda H. Penstlebin


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Supplica (con due allegati) a re Ferdinando Il, a .fir111a aulogrqfà del can. Astuti Trigona, in qualità di jJ!'oc111·atore della cillà di f\To/o, con la quale si chiede che Noto, fìna/Jnente, venga elevata a sede diocesana: 30 gennaio I 842 (PALERMO, ARCHIVIO Ili STATO, Minislero Ajfàri di Sicilia, Ecclesiastico, busta ~gnazio

2338) S.R.M.

Sire Il Clero della Madrice Chiesa della Città cli Noto in Sicilia rappresentato dal suo

Procuratore Canonico D. Ignazio Astuti Trigona qui sottoscritto, con profondo rispetto a piè dcl Real Trono supplica la M. V. che voglia degnarsi accordare un altro tratto della Sua Sovrana n1unificcnza alla enunciata Città con la istituzione di un Vescovado, che

cli n1oltissin10 vantaggio spirituale riuscirebbe a tutti gli abitanti della n1edcsin1a, che tornerebbero a benedire la M. V. desiderandole sen1pre prosperità, e lunga vita con tutta la Reale, cd Augusta Fainiglia. Maestà, questa din1anda da istituirsi in Noto una Sede Vescovile non è nuova, n1a fu prodotta ed accolta nel secolo XV governando il Re Alfonso detto il Magnaniino che provocò dalla Santa Sede le Bolle d'istituzione, e che si ottennero ne! 1450 dal Papa Nicolò V. Ma co111e si oppose i! Vescovo di Siracusa allora Paolo Santafides a non fare realizzare lo sn1en1bra111ento della sua Diocesi così l'affare sotto il Papa Callisto Ili rin1ase in sospeso, con1e rilevasi dalla Storia di Rocco Pirri della quale qui si soccarta l'articolo corrispondente [Iv]. Anin1ato frattanto in oggi da zelo il Clero Netino, uniforn1en1ente al voto de! Consiglio Provinciale dcl Maggio 1841, supplica vivan1ente la M. V. a volersi degnare colla sua alta Potestà ordinare, che si tolgano gli ostacoli sinora frapposti, e che si dia pronto e pieno ade111pin1ento alle precitate Bolle Pontificie, le quali ricevuto aveano benanco il Regio Exequatur. Maestà. La Città di Noto offre i locali oppo1tuni per la casa del Vescovo, e pcl Sen1inario de' Chierici, ed in quanto alla dotazione, potrebbe ricavarsi dai fondi descritti nello acchiuso notan1ento, che presentano una rendita di onze 2800 circa, e ciò laddove !a M. V. con la sua son1111a Saviezza, e colla latitudine dei 1nczzi che sono nel suo Suprcn10 potere, non giudicasse diversan1ente. Sire, la creazione din un Vescovado di più in un Regno è un gran bene spirituRle, e la M. V. che per ventura dc' suoi popoli è religiosissin1a, certo che si degnerà accogliere questa istanza, e proteggerla col suo Supre1110 potere onde avere felice risultato,


Nasciw ,i; una dioces(路 Noto ( !771!-1844)

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e contare la Sicilia quest'altra epoca di grazia sotto il potente e paterno governo della

M. V. Che lddio conservi lungan1ente. Napoli l矛 30 gennaro 1842 Can.co Ignazio Astuti Trigona Procuratore


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[Allegato I alla supplica] Rocco Pirri notizie delle Chiese del Regno di Siciliaa Anno Christi 1433: Ncti novus Episcopatus dc-

signatur

Anno Christi 1451

" R.

PJRRJ,

Anno 1433 14 Iunii concives n1ci Nctini cupicntes sua1n exornare Patriain nova Pontificali Sede, et a

Syracusana in1nn1nes esse, ab Eugenio IV Pontificc Maxin10 de erigenda in D. Nicolai sede, litteras in1petrarunt, confirn1ante Nico!ao V successore anno 1450 22 Ianuari atque R_ege Alphonso volente, concedenteque unionen1 Abbatiaruin S. Mariac dc Arcu, et S. Luciae de Noto in agro Netino iuris patronatus Regii huic novo Episcopatui erigendo, huius rei authographa !itteraru111 apud tabu!as Netinas !egisse testatur Vinccntius Littara de Rebus Netinis f. ! 22. Scd Episcopo Syracusano praecipue obstantc quia dignitas Cantoriac Syracusanae praebendan1 habebat ex proventibus Ecclcsiac Neti suu111 non sunt sortitae effectun1 Pontificia et Regia decreta. Paulus Santafides Antistcs Ecclcsiae Syracusanae, anno 1447. Multae sane sen1per fuit aestilnationis atque auctoritatis Pau!us apud Callixtun1 nec parun1 quidcin profuit tanti Pontilìcis gratia. Cun1 enin1 Senatus Netinus (ut dixi111us supra ad annun1 1433) littcras Apostolicas ab Eugenio IV ac Nicolao V pro erigenda Catheclrali Ecclesia Netina obtinuisset ad Callixtun1, et Regen1 Alphonsun1 trans1nissus est Orator IZina!dus Sortinus Netinus, solertia, cloqucntia, et nobilitate clarus, qui ad ean1 reni confìrn1andan1 duas Regias !itteras obtinuit una quide111 data anno 1451 altera anno 1453 scd ab Cal!ixto Antistite Paulo ac Syracusanis obsistentibus re infecta rediit»

Sicilia sacra, cit., 631-633.


Nascita di una diocesi: Noto (i 778-1844)

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[Allegato li alla supplica] Descrizione cle!fe rendite per la dOtazione della 1nensa vescovile di Noto, allegato alla supplica dall'Astuti: 22.febbraio 1842 S. R. M. Signore

I! Clero della Madrice Chiesa della Città di Noto rappresentato dal suo Procuratore Canonico Ignazio Astuti Trigona qui soscritto, con rispetto profondo a' piedi del Rea! Trono supplica la M. V. che voglia accordare un altro tratto di Sovrana 111unilìccnza nella istallazione in Noto della sede Vescovile. li dovere con cura esercitare la Procura suddetta in1posta, fa sì che si prega che V. M. tenghi presente la totale povertà della Chiesa di Noto della Colleggiata, ove sono stati con Bolle Papali fondati n. 0 13 Canonicati co111prcsc tre dignità, e con rendite date dal Barone Buxel!o. Per tutt'altro è indigente la novella Chiesa Cattedrale. Non vi sono le tre Dignità proprie nelle sedi Vescovili, cioè Arcidiacono, Penitenziero e Teologale. Non vi sono Secondari Prebendati, non chierici per servir in Coro e in Chies8. Non ceren1onieri, non rendite pelle feste nell'anno Ecclesiastico. Pel!a n1aran1111a v'è necessità cli rendita. Quantunque esiste un Se1ninario a cura dei [lv] PP. Gesuiti, vi 111ancano nelle scuole quelli Chierici della novella Diocesi quattro Cattedratici, cioè Lettore di risica di l'eologia Don1111atica di Morale e cli Canonica. Quantunque esistono pel Sen1inario, e pella sede del Vescovo le fir briche richiedono quelle !'annua 1nanutenzione in dote. Il 111ezzo opportuno secondo la disciplina della Chiesa è quello della con1111utazione di alcune opere pie, con1e a n. 0 uno si legge, le quali presentano un decente Patrin1onio acciò tutto venghi fondato con decoro, oltre la sede. Più cli niettà del solitario Monastero dcl Salvatore, perché vano n.ro 22 di velate,

è la sufficiente abitazione del Vescovo e funzionanti della Gran Crote \fcscovile e suoi officine di unita alla casa delle tre novelle Dignitò, ed altre persone pel Culto Divino. Questa è un'altra grazia che si spera con1partirc.

Napoli lì 22 Febraro 1842 Canonico Ignazio Astuti Trigona Me111oria


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Opere Pie della Con1unc di Noto la cui con11nutazione si desidera per la 111aggior gloria di Dio e bene delle aniine per servire alle diverse fondazioni di opere in una sa di sede Vescovile. 1° Monastero del Salvatore, nella Con1une suddetta gode circa onze 4 n1ille annue

onze 4000

2° Per fondarsi un Oratorio di S. Filippo Neri, colla dote di legati di Messe, il Sacerdote Don Carlo Andreini di f'irenze con1e 'fesoriero a1n1ninistra una rendita cli lordo di onze cento, che con11nutata per i

onzc I 00

Canonici goder della celebrazione dc' legati di Messe sono annuali con1prcso il

fitto della casa ch'è

l'Intendenza I Deputati dell'Opera dc! Circolo an11ninistrano onzc 200 e più di rendita peli' Esposizione dcl SS. E cera delle funzioni del Corpo del Signore, quale esecuzione di tal testatore si desidera con1n1utarsi pel

onze 200

Culto del SS. Corpo di Gesù Cristo nella Cattedrale Per uso della fondazione del detto Oratorio tre fedecon1n1issari an11ninistrano onze 300 e più annuali L'opera detta della Lun1inaria annuali sono totale

onze 300 onze

30

onzc 4630

Chic~


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Decreto per la esecuzione della bolla di erezione del vescovado di Noto, e1nesso dal delegato apostolico Celestino A1aria Coc/e, arcivescovo di Patrasso, i! 27 ottobre 1844 (ASV, S. C. Consistorhtlis, Acta Congregationis Consistorialìs, 1844, to111. 2°, ff. 595-596v). [595r] Coelestinus Maria Cocle. Visis Apostolicis Litteris Rornae datis sub P!un1bo Idibus Maii l\1DCCCXXXXIV quae incipiunt Grcn1is.~·i1nu111 sane 1nunus Regio exequatur n1unitis super Cathedralis Ecclesiae Netensis cun1 Capitulo, et Sen1inario erectione Nobis pro cxecutione co1nn1issis. Per qua1n libentcr Apostolicis Mandatis obte1npcravi1nus, quorun1 vigore declaran1us in prin1is iuxta Serenissin1i Siciliaru1n Regis Perchnandi Il votuin Sanctissin10 Don1ino Nostro GregorfrJ I'apae )(VI expositun1 suppressa111 Abbatiain dc Sancta Maria dell'Arco di Noto vulgo nuncupatain, itc111 suppressionc111 tituli Collegialis Ecclesiae S. Nicolai Mircnsis, eiusquc Capituli in Noti Oppi-

di existentis praeter parochialitaten1 seu anin1an1111 curain. Declarainus autcn1 praedictu1n Oppidun1 vulgo Noto in Civitatis Episcopalis titulun1 eiusquc Ecclesian1 Divo Nicolao Mirensi Sacra111 in Cathedra\e111 cu111 onoribus, et praerogativis perindc ac ceterae Cathedrales Ecclesiac erectan1, ut in praelaudatis Litteris est sancitun1. Volun1us deindc, ut universa Dioccesis Netensis, quan1 sutlì·agancan1 Ecclesiae Syracusanac per Nos vigore Litterarun1 /\postolicarun1 datis Ron1ae apud Sanctu1n Petrun1 s11b Plu1nbo deci1110 tcrtio I<alendas Junii rv!DCCCXXXX!V Metropolitanae declarandae, eiusquc Archiepiscopi pro tc111pore, decerni111us, constet ex quindecin1 Oppidis, seu paracciis, vu!go Noto, Avola, Pachino, Portopalo, Rosolino, Buccheri, Buscen1i, Cassaro, Ferla, Palazzuolo, Modica, Scicli, Giarratana, Pozzallo, e SpaccafOrno a Syracusana Dioecesi avulsis, ac disn1e1nbratis, quae nonagintaocton1illia quincentos nonginta novcn1 hon1ines co111p!ectuntur. Fines n1e1noraton11n oppidorun1, seu paracciarun1, qua!os in tabulis ccnsualìbus civilis regin1inis describuntur, iiden1 erunt universae Dioecesis Netensis. Capitulu111 hactenus collegiale Sancti Nicolai Mirensis in Netensi Oppido suppressun1 cleclarainus, et volun1us, ut ex nunc, et 01nni futuro te1npore ad Capituli Cathedralis tàstigiun1 erigatur cun1 privilegiis, honoribus, et oneribus ceterorun1 Capitulorun1 Cathedraliun1 in usu, et ex speciali gratia, ve! oneroso titulo non quaesitis cun1 iure praecipuc statuta condendi ab Episcopo Nctensi ad trutina1n revocanda, et rite approbanc\a. Quoad personas antedictun1 Capitulun1 constituendis ex prae!audatis Aposto!icis Litteris eruitur, illud co111ponendun1 cx iisden1 Canonicatibus, qui existcbant in Statu Collegialitatis, hinc cun1 Nobis constare fecerint septen1decin1 Canonicales Praebendas fuisse, videlicet Praepositi Curati, Pracccntoris seu Ciantro, Thesaurarii, deccn1que Canonicorun1, quibus additi fucre alii quatuor Canonici vu!go di Rocco Pirro seu Sancti Conradi quatuor distinctas, ac scpartas habendas praebendas; licet igitur Praepositura unica declarctur L)i-


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gnitas in Apostolicis Littcris ex 1ninus accuratis forsitan1 ad Apostolican1 Seden1 relatis, ab cius [595v] niente, et laudabili fini augendi potius, qua111 n1inuendi honore1n, ac dccus Capitulo Netensi perinde ac Capituli Drepanensi, et Calatanisiadensi sin1i!iter in Capitula Cathedralia ercctis, 111inin1e recedentcs decernin1us, Capitulu1n Cathedra!e Nctense co1nponendun1 cx Praeposito, qui prin1a post Pontilìcale1n Dignitas cun1 anin1arun1 cura erit, Praecentorc seu Ciantro, secunda, Thesaurario tcrtia, et ex ccteris praedic-

tis quatuordcci1n Canonicis inter quos quatuor di Rocco Pirro seu S. Conradi recensentur. !teni deccrnin1us quod ex nunc, et in postcru111 praebcndis duabus canonicalibus ili i videlicet, quan1 nun possidet Canonicus Antoninus Brancali officiu1n, et ob!igationes Canonici Thcologi, alteri qua gaudct Canonicus Pranciscus Moscherà officiun1, et obligationes Canonici Paenitcntiarii iniungantur, praecipientes, et 111andantcs, ut quotics in posteru111 vacavcrint praevio concursu ad Sacronun Canonun1 praescriptun1, et pracscrtin1 Bulla Papae Benechcti )(///, quc incipit Pastorali.\' confcrantur. Praeter antedictos Pracpositu1n, Praeccntorc111, et Thcsaurariun1, et quatuordcci111 Canonicos, octo constitui111us beneficia residentia!ia, quorun1 Beneficiati Mansionarii nuncupabuntur coru111 officiun1, onera, et honores erunt sicut ceterarun1 Cathedraliu1n beneficiatorun1. Insignia, et indun1enta choralia Dignitatun1, Canonicorun1, et Mansionariorun1 erunt eadc111 ccteroru1n Capitulonun Sici!iac ultra Phanun in usu, et ex speciali gratia non concessa. Eorun1 usun1 nuper n1en1oratis Dignitatibus, Canonicis, et Mansionariis, intus praedictan1 Cathedralen1, extra quan1 in on1nibus !ocis Dioecesis Nctensis si vel collegialiter convcnerint, ve! on1ncs sive pars eorun1 in Sacris functionibus proprio Antistiti inservicrint, concedi1nus, et indulgcn1us. Volun1us autcn1, ut pro hac priina vice Praebcndae J)ignitatu111, et Canoniconun rctineantur ab hodiernis possessoribus, veruni in posscssionen1 in1111itti teneantur, et profcssionen1 fìdei corani Nobis vcl nostro Subdelegato c111ittcrc. ln postcru1n prin1a f)ignitas cun1 vacaverit ab Apostolica Sede providebitur. Canonicatus rrhco!ogi, et Paenitentiarii, tan1quan1 liberae co!lationis servata for111a in pactis conventis intcr prae!audata111 Apostolica1n Seden1, et Siciliarun1 Rege1n dc Anno 1818 confcrentur. Ad ceteros Canonicatus, praeter eos, qui di Rocco Pirro seu S. Conradi dicuntur dc quibus nihil innovandun1 volun1us, attento supplen1cnto dotationis ex bonis Abbatiae R_egii Patronatus ut infra, et salvo quantu1n fieri potesi- iure patronatus, quo Capitu!un1 fìl1itur, ipse1nct Rex, et Capitulun1 altcrnis vicibus infra !cgitin1a ten1pora idoenos Viros Ecc!esiasticos noininabunt ab Ordinario instituendos. Volu111us ut pro prin1a vice ncdun1 vacantiun1, veruni, et vacaturorun1 in huiusinodi iuris cxercitio Rcx prac!audatus praeferatur, ac proindc Auctoritate Apostolica Capituli ius patronatus prorsus quoad Pracpositun1, Theo\ogun1 [596r] et Paenitentiariu111, et on1ni tl1turo tcinpore abolen1us, i!ludque quo ad cetera Dignitarios et Canonicos contìrn1an1us iuxta n1odu111 nuper n1e111oratun1 scilicct alternis vicibus. Mansionarii porro utpotc ex integro, ut intìTI


Noscita di una diocesi: Noto ( 1778-1844)

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ex iisden1 bonis dotantur a Rege 1101ninabuntur, et ab Ordinario instituentur. De Vicario Capitulari cu111 Ecclesia Netensis ian1 de suo Pastore previsa sit, nihil deccrni1nus. Manda1nus ut Se1ninariun1 iuxta Tridentini 111ente111 per Episcopun1 Netense111 pro Clericis crigatur, et ad1ninistrctur. De aedibus pro eiusde111 Episcopi habitatione, ac Residentia, Curia, Archivio, et pro Sc1ninario volun1us ut ubi clcctus Antistites ad Sua111 Ecclcsian1 accesserit, Nobis referat de locis, et fabricis aptioribus, et Cathcdrali vicinio-

ribus, reservantcs Nobis ca decerncrc, quae pro exccutione necessaria videbuntur. Interini Episcopo optionen1 concedi1nus pro Suo Episcopio, vel uti Convcntu Fratru111 Ordinis Praedicatorun1, vel Palatiutn conduccrc, curantes Nos, ut pensio a Regio Fisco locatoribus solvatur. Cun1 nondu111 status bonorun1, et reddituun1 suppressae Abbatiae Nobis sit cxhibitus, quare obstat, quo n1inus vel bona respective dispertia1nus Mensac Episcopali, Capitulo, Mansionariis, Se1ninario, Ecclesiae fabricae tuendae, et Sacrario, ve! ea adiiudicen1us Mcnsae, cun1 onere cuilibet tribuendi, quod n1odo assignabin1us, hinc potestaten1 hanc Nobis per super!au<latas Aposto!icas Litteras data111, itcn1 reservantes assigna111us, deductis oneribus, uncias 111ille annuas seu scutata bisn1illia, et quadrigcnta, Episcopali Mensae; uncias biscentun1, seu scutata quadrigenta octoginta Se111inario, et uncias centun1, seu scutata biscentun1 quadraginta, Fabricae, et Sacrario absque praciudicio bonorun1, et rcddituun1, quibus potitur Ecc\esia, et Sacrariu111, et praetcr sun1ptus ad con1paranda on1nia, quac pro exercentis Pontificalibus rcquiruntur, pro quibus ia111 regia iussa pro su111111a uncianun n1ille, seu scutata bis111illia, et quadrigenta obtinuin1us. Relate ad Capitulun1 pro Praebe11darun1 supple111ento constare Nobis tècerunt practcr Praepositun1, cui pro ani111arun1 cura suflÏciens ac congrua dos est, et quatuor Canonicos di Rocco Pirro seu S. Conradi, quon1111 singuale Pracbendae, et e111olu111cnta ad uncias circitcr vigintiquinque, seu scutata sexaginta asccndunt, ceteros Dignitarios, et Canonicos copulatis praebendis, distributionibus quoti<lianis, et anniversariis n1inus qua111 decen1 uncias annuas, seu scuatata viginti quatuor pro singulis percipere, quibus etian1si adderentur centun1 unciac ab Apostolicis Littcris statutae uniuscuiusque Canonici praebenda inferior esset illa cuiusque Mansionarii, quae ex assignatione unciaru111 centu111 scxaginta octo, seu scutatorun1 quadrigentorun1 triun1 super obulos viginti, ad uncias viginti super unmn asccndcret. Contra ex sin1ilibus Apostolicis Litteris pro Cathedra!is Drcpancnsis erectione docti Mansionariis inspccta ratione inferioris gradus, n1inorun1quc officiorun1, 1ninore111 quoque praebenda111 tribuendan1 esse, huiusn1odi Sanctac Aposto\icae Sedis sapicntissi1110 consilio 111oti eiusque superiori iudicio, cui Nostrun1 subiici1nus, sen1per salvo, decernin1us, cl sanci111us l596v] uncias centun1 annuas, scu Scutata biscentu111 quadraginta inter Dignitarios on1nes, et Canonicos exceptis Canonicis Theologo, et Paenitentiario, ut infra dotandis, ncc non quatuor di Rocco Pirro seu S. Conradi quibus utpote de iure patronatus privato, et sufficienter dotatis nihi! da-


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111us, pro aequali portionc dividendas assignandas esse. Deinde cx praedictis scutatis quatuorcentu1n triu1n super obulos viginti, scutata triginta duo unicuique Mansionariorun1, scutata octoginta pro aequis partibus Canonicis Theologo, et Paenitentiario, reliqua scutata sexaginta septen1, et obulos viginti Praccentori, l~hesaurario, ceterisque octo Canonicis exceptis se1nper quatuor di Rocco Pirro scu S. Conradi pro aequali portione

dividenda assigna1nus. Volu1nus insuper, ut pracdictaru1n assignationun1 pro praebendaru1n supplen1ento acqua proportione te1iia pars addatur pro distributionibus quotidianis iis usque 1nodo statutis. Iten1 volu1nus, ut pro Mansionariis ex te1iia parte corun1 singularun1 praebendaru1n distributiones quotidianae instituantur. Decernin1us rursus ut ab Ordinario Syracusano intre tres Menses a notificatione pa1iiculae praesentis Nostri cxecutorialis Decreti 0111ncs, et singulae scripturae praetata quindeci111 Oppida, seu paraecias respicientia in eius Cancelleria, seu Archivio hactenus asscrvatae Episcopo Netensi, ve] salten1 authenticae copiae tradantur. Volu111us de111u111, et n1andan1us, ut in ceteris on1nibus praeter reservata per praesens Decretun1 forsitan non praevisis ca on1nia, quae in prae!audatis Apostolicis Litteris continentur, rite scrvcntur, et cxecutionĂŹ de111andentur salva potestate addendi, 1ninuendi, et n1utandi, quae, et prout dc iure super dubiis, et questionibus in actu pubblicationis, ve! effectu huius executorialis decreti orituris, quae pariter ex nunc pro tunc observari 111andan1us. Haec 0111nia a Nobis decreta ad quos spectat sic observari in perpetuun1, et 0111ni futuro te111pore voluinus, decerni111us, et sancin1us, in quoru1n lĂŹden1 praesentes n1anu nostra, eiusque qui Nobis est a secretis nostro sigillo 111unitas subscripsi111us. Daba111us Neapoli ex Acdibus nostrae Rcsidcntiac in Conventu Sancti Antonii ad Tarsian1 die 27 Octobris MDCCCXLIV. Coelestinus Maria Archiepiscopus Patracen Dclegatus Aposto!icus. Sacerdos Pascha!is Coclea Secretis. V. Coelestinus M.a Archiepiscopus Patracen D. A.

L. + S.

Concordat cun1 ()riginali Sacerdos Paschalis Coclea Secretish

h

Le due finne sono autografe.


Nascito di una diocesi: Noto (I 778-1844)

619

Decreto e1nesso dal delegato apostolico Celestino l\Jru·ia Cocle, arcivescovo di Patrasso, il 14 dice111bre 1844 per la assegnazione dei beni della soppressa abbazia S. Maria del/ 'Arco e/; Noto a: 1nensa vescovile, se1ninario, capitolo, sagresNa della cattedrale; nor1ne per i quattro canonici cosidetN di Rocco Pirro (ASV, S. C. C'onsi.1,'forialis, Acta Congregationis Consistorialis, 1844, tom. 2°, ff 589r-v). [589r] Coclcstinus Maria Coc!c etc. Illustrissin10, ac Revercnclissin10 Don1ino Josepho Menditto Episcopo Netensi. Visis Apostolicis Litteris Ro1nac datis Idibus Mai i huius Anni super Cathedralis Ecclesiae Netensis erectione, quibus inter cetera

No~

bis co1nn1ittitur, ut universa suppressae Abbatiae di S. Maria del]' Arco di Noto nuncupatae bona, et redditus Episcopali Mensae assignare1nus, eiden1que porliones Sen1inario, Capitu!o, Sacrario, et Mansionariis so!vendi onus in1ponere1nus, ve! singulis bona singula tribucrc1nus. Viso nostro exccutoriali Decreto dc die vigesi1na scpti111a Octobris proxin1i clapsi, quo super hoc providere polliciti sun1us habita cognitionc de bonon1111 natura, et qualitate. Visis authenticis tabulis Nobis transn1issis, ac pracscnti nostro Decreto alligatis, in quas distincte redditus, et onera praedictae Abbatiae rcfcruntur, ex quibus liquet, bonorun1 redditus ad Annuos Neapolitanos ducatos septen1 n1il!e super terccntu111 triginta unu1n, et asses trigintanoven1 deductis oneribus intrinsccis ascendere, ncn1pc a Regio Acrario ducati quingcnti nonagintatres, et assis unu111 pcrcipiuntur. Ducati quinquc 1nille supra septuagintasex, et asses vigintiquatuor ex quindccin1 canonibus habentur. Ducati n1illc supra sexcentos quinquc, et asses nonaginta ex canonibus trigintanoven1, pa1iin1 pecuniac nun1eratae, et parti111 frun1enti super cx-feuclos vulgo della Piana, e Mangian1elli. Ducati quadraginta, et octo pro n1ercede locationis suppressi Monasteri i recipiuntur; ncc non ducati octo, et asscs viginti quatuor per la ritenuta dcl sette per cento sulle soggiogazioni passive, ex quibus on1nibus, ducatis 111ille sexcentun1 viginti septen1, et assibus scxaginta noven1 deductis ad Abbatiac onera terenda; universi redditus ad ducatos liberos quinque n1ille super septuagintos trcs, et septuaginta asses reducuntur. Quibus visis decerni1nus, quod Mensae Episcopali cx nunc, et

0111-

ni futuro teinpore assignctur canon ducatorun1 quinque inilliu1n super quadrigentos trcs, qui rcducuntur ad ducatos quatuor 111i!lc octigentos sexaginta duos, uti videre est in praedictis tabulìs nu1nero prin10 ordinis nu111erici canonu1n pecuniae nun1cratae. Volu111us auten1, ut antedìctae Mcnsae obligatio sit sol vendi nuper 111en1oratos ducatos 111illc sexcentu111 viginti scptcn1, et asses sexaginta noven1 ex univcrsis redditibus dcductos sub cura, et vigilantia Episcopi in1pendendos. lnsuper decerni1nus, quod Sen1inario assignentur ducati quingentinonagintartes, et assis unus a Regio /\erario debiti, ut supra, una cu1n annuo canone pecuniac nu1neratae, qui !iberi ad clucatos scptcn1, et asses quinquaginta sex reducuntur. Iteru111 dcccrnin1us, quod Sacrario turn pro supclletilibus, cu111


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Gaetano Zito

pro tuenda fhbrica assignentur canones partitn pecuniae, parti1n fru1nenti, qui in ordine nun1erico canonun1 huius1nodi in tabulas refcruntur numeris priino et decin10 quorun1 redditus ad ducatos tercentum trigintanovem, et asses vigintitre·s, seu lìberos tercentun1 quinque, et asses triginta unun1 ascendunt. Decerni1nus denuo, quod Capitulo assigncn-

tur, ex praedictis canonibus partiln pecuniae et parti1n fru1nenti, qui in tabulis rcpcriuntur nu1neris quarto, sexto, septimo, octavo, undecin10, [589v] deci1no secundo, tertiodecitno, sextodecin10, deci1110 septi1no, decitno octavo, et vigesilno octavo, quoru111 redditus usque ad ducatos nongentos septuaginta quatuor, et asses viginti quinque, seu !iberos octige11tos septuaginta sex, et asscs viginti duos ascendunt, ex quibus sublatis ducatis terce11tun1 viginti pro acquai i portione inter octo Mansionarios distribuendis, et ducatis quadrigentis octoginta quatuor inter Dignitarios, et Canonicos, praeter quatuor di Rocco Pirro servata t'onna, et n1odo a Nobis in antcdicto nostro executoria!i Decreto de die vigesin1a septin1a Octobris dispcrticndis, reliquos ducatos septuagi11ta duos

8

quatuor Canonicis di Rocco Pirro pro aequis partibus percipiendos, ea quae sequitur rationc ducti praecipi1nus, atque 111anda111us. Per Episcopun1 Drepanensen1 Subdelegatun1 Nostru1n Apostolicuin lecto, ac lato sacpc 1nc1norato nostro Decreto, in quo iuxta, guod cxpositutn Nobis fuerat iudicavin1us non esse augendos praebendas quatuor Canonicorum di Rocco Pirro, utpote ceteris pinguiores, iide1n supplicc1n !ibel!u111 prae!audato Nostro Subdelegato porrexerunt, querentes, falsun1 Nobis cxpositutn fuisse. Re ab eoden1 Subdelegato 111ature perpe11sa, et capta infonnationc, rclatun1 est Nobis, eon1n1 qucn1que annuos ducatos triginta octo ci re iter percipere, quare iuxta rescrvata in decreto, a quo super hoc recedentcs volu1nus, ut de reliquis ducatis septuaginta duobus, et assibus viginti duobus conun praebendae augeantur, ita tan1en, ut huius1nodi incrc111enti distributionibus quotidianis ia1n statutis tertia pars addatur. Attento tan1cn huiusn1odi dotationis augn1ento cx bonis suppressae Abbatiae Regii Patronatus, quoticscun1quc aliqua praedictorun1 quatuor Canonicoru111 prebenda vacaverit, et patronatui passivo locus 11011 erit ob consanguineoru111 defectu1n, ita ut patronatus cxcrceri debeat a Capitulo, volu111us, et praecipin1us ut in huiusn1odi casibus altcrnis vicibus a Serenissi1no Rege, et Capitulo non1inatio fiat servata fonna pracdicti nostri cxecutoriali Decreti, quod volu1nus, ut ita i11terpctratur ius patronatus a Nobis salvu111 fr1ctun1 relate ad dictos quatuor Canonicatus. Volu1nus dcn1um, ut ceteri redditus ab Antistite Netensi cxigantur, ut vel ad Seininarii crcclione1n ve! Episcopii constructioncn1, ve! ad alios necessarios pios usus sibi bene visos in1pcndantur. Haec ut decrevin1us, ita adin1plcnda iuben1us pro quorun1 etfectu praclaudatun1 Netense111 Episcopu1n subdelegainus, cuius crit hoc Nostrun1 Decrctu1n 111anu Nostra, et eius, qui Nobis est a secretis subscriptun1, nostroque sigillo 1nunitun1 debitoribus notun1 tàcere; ac prout de iure agere, ut assegnatariis rcspective possessio tribuatur. Daban1us Neapoli ex Aedibus Nostrae Residentiae in Con-


Nascita di una diocesi: Noto ( 1778-1844)

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ventu Sancti Antonii ad l'arsia1n die 14 Decen1bris MDCCCXLIV. Coelestinus Maria

Archiepiscopus Patracen. Sacerdos Paschalis Coclea Secretis. V. Coelestinus M.a Archiepiscopus Patraccn D. A. L. + S.

Concordat cun1 Originai i Sacerdos Paschalis Coclea Secretis 11

11 Le due rir111e sono autografe.


Synaxis XVl/2 ( 1998) 623-667

L'ARCHIVIO STORICO DEL CAPITOLO CATTEDRALE DI AGRIGENTO

GIUSEPPE SCHIRÒ

lnt rocluzione Quando la d.ssa Marina Grasso ed il dr. Francesco Vergara mi invitarono ad effettuare il riordino dell'archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento, pur in presenza delle gravi difficoltà di carattere finanziario e logistico, non mi sentii di opporre un rifiuto: le mie perplessità, non poche a dire il vero, furono vinte da quel che è diventata per me la propensione, la vocazione, l'abitudine a quello che Gabriele De Rosa chiama lo «scavo archi-

vistico»1. E, si /icet ]Jarva conJ]Jonere 111agnis, con lui dico che l'abitudine a questo scavo mi ha conquistato, indipendentemente da ogni prospettiva, se pur gratificante, di fruizione culturale da pa1te mia o d'altri. Non faccio questione di disciplina, ma mi riporto a quel mondo di sentimenti, di impressioni e suggestioni non solo scientifiche, 111a culturali e in un certo senso religiose, che nascono appunto dallo scavo, dall'affondare mani e occhi nelle carte antiche e nel sentirle rivivere, per poterle interrogare, con una sensazione creativa, con un senso indefinibile di utnana nostalgia, rimettendole nella loro originaria posizione, quasi co1ne a dar vita a scheletri disseminati su una pianura, giusta la visione di Ezechiele 2 • Avevo rin1esso in ordine diversi archivi storici ecclesiastici, anche di grande mole, come quello diocesano di Monreale, ma quelli che presentavano una somiglianza maggiore con quello capitolare di Agrigento erano l'archivio del capitolo della chiesa Collegiata di Monreale, che vantava antiche tradizioni storiche e culturali e quello del capitolo benedettino della Cattedrale di Monreale, nato nella stessa epoca storica, poco dopo quello di Agrigento.

~

Direllore dell'Archivio storico diocesano di Monreale.

1 G. DE ROSA, ''Presentazione" dcl vo!u1ne di D. MASSARO MASSA FRA, L'archivio del/a basilica di San 1'/icola di Bari. in Bari eco110111ica 2 ( 1989) I 11-119. 2

Ez 37.


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Giuseppe Schirò

Ma questo di Agrigento assumeva ai miei occhi un rilievo particolare perché avevo conosciuto la ricchezza docu1nentaria delle sue antiche pergan1enc attraverso l'opera di Paolo Collura, 1nio n1aestro ed a111ico, che le aveva illustrato in un prezioso volume, diversi decenni addietro'. Qui mi occupo solo dcl fondo cartaceo del capitolo, che aveva sede in un locale adiacente alla torre campanaria del duomo, attiguo a quello delle pergamene, ma dal 1969, anno della frana di Agrigento, lasciato in abbandono, esposto alle incursioni di svariati agenti nocivi, destinato a perire 111isera1nente, trascinando nell'oblio un ricco patri1nonio di 111en1oric. Ma da questo destino, quanto mai triste, è stato salvato dall'intervento premuroso e intelligente della Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento, che lo ha trasportato in un locale attiguo alla chiesa, lo ha disinfestato, ha provveduto al restauro dcl locale originario ed a quello della scaffalatura lignea per esservi ricollocato, dopo il suo riordino. Infatti, un archivio senza ordina111ento e senza guida è con1e un tesoro nascosto inutilizzato cd inutilizzabile: è con1e se non esistesse. li lavoro di riordino è stato pieno di difficoltà. ln quel locale, un unico vano an1pio e sufficientc1nente lu111inoso durante il giorno per via di tre grandi finestre protette da grate di ferro e vetri, la clocun1cntazione era disposta su una scaffalatura addossata ad una parete e in due altri castelli bilaterali che creavano due corridoi angusti e bui. Addossato alla parete delle finestre un lungo tavolo di legno, assai utile per lo svolgimento del lavoro. Ma al locale mancava la volta e la copertura in tegole lasciava penetrare il freddo e ru1nidità durante l'inverno. Mancava poi ogni più clen1entare servizio, 111ancava l'acqua e la corrente elettrica. Vi si accedeva attraversando la chiesa, in

orari li1nitati. La docun1entazione, anche se nel co1nplesso non si poteva considerare gravc1nente deteriorata, si presentava in uno stato di grave disordine: i dorsi di svariati volu1ni lasciavano supporre l'esistenza di un qualche ordina1ncnto precedente, n1a una gran quantità di carte non aveva alcuna chiave di collega1nento e diecine e diccine di faldoni erano addirittura sventrati e privi dc! contenuto. Solo la cura della Soprintendenza di creare dei blocchi di volumi e carte varie, tenuti insien1e da grossi elastici per realizzare la precedente disinfestazione, rendeva l'accesso alle carte nieno ingrato.

~ P. COLLUHA, le più antiche carte del/ 'archivio capitolare di Agrigento, l)a!cnno

1960.


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento

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Tutto ciò mi ha impedito di apportare al lavoro quella perfezione che avrei voluto, 1na spero che la futura gestione sappia en1cndarc queste carenze e rendere ancora più facile la sua tì·uizione. Mi è stato di grande aiuto il rinveni111ento cli un volu111ctto 1nanoscritto contenente l'inventario co111pilato nel 1833, epoca in cui l'ente era in perfetta efficienza. I-Io potuto così più agevohnente ricostruire le serie originarie, 111odificando ovvian1ente dove era necessario, 1na con la certezza cli realizzare una ricostruzione scientifica esatta della struttura dcll'nrchivio nel pieno rispetto del metodo storico. Infatti è importante rilevare che la struttura dcl capitolo, il suo funziona111ento, il sisten1a c1~a1111ninistrazionc dci beni e della distribuzione delle rendite del capitolo non subì sostanziali modifiche dai pri111i ten1pi della sua esistenza fino agli inizi di questo secolo, cioè per tutta la durata della sua esistenza, sei o sette secoli aln1eno. ()vvian1entc, la parte an1111inistrativa fa la parte dcl Icone. Non dobbiamo infatti dimenticare che la principale occupazione dei canonici non era tanto quella di destinare le carte ad una possibile fruizione scientifica e culturale degli studiosi, quanto quella di conservarle e cli utilizzarle ai fini della tutela e rivendicazione dei loro diritti, delle loro prerogative e dei loro privilegi. Uno dci filoni che hanno caratterizzato la storia del capitolo è dato dalla conflittualità continua nei rapporti col vescovo, nei rapporti dei canonici fì·a di loro e con i debitori, e questa conflittualità si rilegge nell'an1pia docun1cntazionc di questo fondo ca1taceo· 1• 11 capitolo non poté così evitare una certa erosione interna dovuta al pern1anere di quello stato continuo di conflittualità, che si estrinsecava in questi difficili rapporti e nel continuo verificarsi cli attriti. Ma soprattutto poi non poté evitare il naufragio dovuto alle leggi di eversione dell'asse ecclesiastico e a quelle che dissolsero alla base le decin1e. Non faccio qui la rassegna delle serie dell'archivio, perché ne presenterò contenuti e valori ana!itican1cntc in seguito, 111a non posso non sottolineare l'in1portanza della serie della sacra distribuzione, dei «Titoli autentici di rendita» che costituiscono le fonti d'inforn1azionc più preziose ai fini della ricerca storica. Ma quante cose possian10 chiedere a questo archivio! A parte una sti111olante docu111entazionc sui difficili rapporti col vescovo, pensian10 ai tanti fascicoli sui benefici,

4 Sul teina si veda quanto scrive G. DE RosA nella "Presentazione'', cii.


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Giuseppe Schirò

sui legati, sulle a1111ninistrazioni particolari, sulle donazioni, sulle vertenze, sui privilegi, sulle puntature, sulle immunità, sulle decime, e infine su quelle questioni che a noi paiono eccessive, perché di pura fonna. Di grande interesse sono poi i registri degli atti capitolari, cioè dei verbali delle riunioni del capitolo, considerando che il capitolo amministrava il non esiguo patrimonio mobiliare ed immobiliare della Chiesa. È una docu111entazionc ricca per capire, inoltre, attraverso lo studio delle donazioni, la grande devozione, il senso della pietà, contabilizzata con molto scrupolo, perché la volontà dei donatori, dei testatari era storia dell'azienda-capitolo, una storia delle sue possessioni attraverso una docutnentazione che ha un prevalente carattere notarile. Ma non solo questo, perché il capitolo, come del resto si può affcrn1are di tutte le istituzioni analoghe, fu una strana azienda, dalla risio110111ia giuridica particolare in cui la n1olla propulsiva, per così dire, non aveva la natura dcl profitto, dell'accun1ulo strutturale del surplus, ma la preoccupazione del controllo delle entrate e delle spese, della verifica più che altro contabile delle risorse del capitolo, le quali - si direbbe con il linguaggio degli odierni enti 1norali - non erano destinate a fini di lucro, né erano considerati beni personali. Con questo inventario viene n1csso a disposizione degli studiosi uno stru1ncnto di consultazione e di ricerca che è da considerare pren1essa indispensabile per la ricostruzione scientifica delle vicende storiche della diocesi agrigentina. E dire di più: la sola lettura dell'inventario ci fa ritenere che il fondo cartaceo del capitolo sia una delle più copiose e preziose fonti anche per alcuni aspetti della storia religiosa della Sicilia, non solo per l'estensione e l'in1portanza dei beni delle case, dei terreni della chiesa Cattedrale, 111a anche per quel più profondo mondo della pietà, che si è manifestato attraverso secoli di storia, dai norn1anni ai nostri giorni, in 1nodo particolare con le donazioni e i lasciti al capitolo, che erano nun1crosi e continui.

I. li capitolo cattedrale di Agrigento

È noto il ruolo esercitato nelle diverse Chiese dall'antica istituzione canonica dcl capitolo cattedrale. Non è certo che la sua origine debba ricollegarsi all'antico JJraesbJ;feriL11Jl. Tuttavia si può affennarc che ben presto fu considerato con1e il senato del vescovo, con il con1pito di coadiuvarlo nel governo della diocesi e di farne le veci durante la vacanza della sede.


L'Archivio storico del capitolo calledra!e di Agrigento

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L'ordinamento del capitolo cattedrale non seguì nelle diverse diocesi un modello unitario: accanto a quello della tradizione agostiniana, che prevedeva la convivenza dei capitolari in episcopio, regolata da norme (canone.1·) a spiccata tendenza n1onastica, se ne trovano altri rispondenti a pa1iicolari esigenze locali 5 • Per le Chiese di Sicilia non è possibile individuare il particolare ordinamento che si diedero nell'antichità i capitoli cattedrali. La dominazione islamica, iniziata con lo sbarco a Mazara (18 giugno 827) e conclusa con la caduta di Rometta (maggio 965), di fatto fece venir meno il culto pubblico, i luoghi di culto, l'organizzazione ecclesiastica e le tradizioni religiose cristiane. La riconquista nonnanna trovò una popolazione quasi del tutto islan1izzata. Il clero, venuto al seguito dei conquistatori, i111111ediata111ente non ebbe come compito principale l'evangelizzazione delle popolazioni locali, ma l'assistenza ai cristiani venuti dalle altre regioni dell'ltalia continentale o dell'Europa. Col passare degli anni si pose il problema di rifondare le diocesi e di creare le strutture ecclesiastiche previste dalle nonne canoniche(>. li capitolo cl' Agrigento nacque con la rifondazione della Chiesa agrigentina per opera del conte I\.uggero i! Norn1anno, il quale dopo la conquista di Agrigento (25 luglio I 086) chiamò da Bcsançon Gerlando, da lui pcrsonaln1cntc conosciuto, e con diplo1na dcl 1093 7 confer111ato da papa Urbano IF\ lo costituì vescovo di Agrigento, assegnando alla diocesi un vastissin10 territorio che si estendeva fino al n1are Tirreno, con possessioni e privilegi ultcriorn1cntc accresciuti in seguito. Nella sua intensa attività, rivolta al ripristino della fede cristiana, il vescovo Gerlando' - proclamato santo già poco dopo la sua scomparsa - ebbe la collaborazione di quattro compagni che lo avevano seguito da Besançon:

5

Per una sintesi sul!'origine e lo sviluppo elci capitoli di canonici si vedano P. Chapitres de chanoines, in Dictionnire de Droit Canoniq11e, JJJ, Paris 1942. 530~565; ZACCARIA DA S. MAURO, C.'apitofo, in l:'nciclopedia Cattolica, Città dc! Vaticano 1949, 686-690. 6 U. Rl7.ZlTANO, La conquista lll//Sllll/1(//1{/, 11. ENZENSBERGER, Fondazione () "r!}Ondazione "? Alcune osservazioni sulla politica ecclesiastica del Conte Ruggero, in C'hiesa e società in Sicilia. L'età normanna, Atti del I convegno internazionale organizzalo da!l'nrcidìocesi cli Catania, 25-27 novembre 1992, a cura di G. Zito, Torino 1995, 21-49: S. FODALE, Fondazione e ri}Ondazioni episcopali da Ruggero J a Gug/ie/1110 Il, ihid., 51-61. 7 P. COLLURA, Le più antiche carte, cit., 15. 8 lbid., 22. 9 Stilla figura ciel prirno vescovo di Agrigenlo dopo la rifondazione nonnanna si veda D. DE GREGORIO, San Gerlando. Vita, scritti, tradizioni popolari, Agrigento 1988 2. TOl{Q\JEB!AU,


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Giuseppe Schirò

Deodata, Gerardo, Norberto, Gerardo. Secondo la tradizione furono loro a costituire il primo nucleo del caritolo 10 , che il santo organizzò sul modello di quello della sua città d'origine. In quegli anni a I3esançon era ancora vivo il ricordo di s. Ugo di Salins (1031-1066), che aveva dato grande impulso alla vita canonicale cd era stato il maestro spirituale dello stesso Gerlando". Co1ne dice il De Gregorio 12 , è verosin1ile che Gerlando avesse adottato gli statuti pro1nulgati dal suo 111aestro, che ricalcavano la regola di s. Isidoro di Sivigli::i (570-636) detto «padre dei canonici», recepiti dappertutto e ratificati in sinodi e concili. Ugo di Salins aveva però voluto che il capitolo fosse formato

da sacerdoti e chierici non religiosi, fosse cioè secolare, non regolare~ perciò il capo doveva chia111arsi "decano" e non "priore". Ancora in quell'epoca lo stato canonicale era considerato una via assai efficace per il rinnovan1ento della Chiesa e veniva incoraggiato da papa Urbano Il (1088-1099). Per la Chiesa agrigentina dal papa Urbano e dal Conte Ruggero furono stabiliti dodici canonici, con prebende distinte o individuali, istituite da s. Gerlando. Secondo la testin1onianza del Libellus lfe successione jJ011t(ficu111 ilgrigenti compilato nella prima metà del scc. XIII'' la prima prebenda fu istituita in Agrigento con le deci1nc dei baroni confinanti e quelle dei borgesi latini, queste ultime commutate nel 1178 da Guglielmo 11 con quelle dei greci. La seconda con decime dcl territorio di Contessa Entellina, e dei casali dei baroni confinanti. Anche questa prebenda fu intaccata da Guglielmo Il che ne estrasse tre altre prebende, in favore della Chiesa di Monreale. La terza con le decime del monte Pizzo di Casa e dcl territorio di Campofclice di Fitalia, Gudden1i e Mezzoiuso. La quarta con le deci1nc di Cefalà Diana, anch'essa modificata da Guglielmo II in favore cli Monreale. La quinta con quelle di Prizzi e suo territorio, con qualche eccezione in tàvore dei borgcsi di Prizzi e di Palazzo Adriano. La sesta con le deci1ne di Caccan10 e Brucato, una di quelle ricavate da Guglielmo Il dalla seconda. La settima e l'ottava dalle deci1ne regie di Castronovo, Can1111arata e Sutera, eccetto quelle dei borgesi. I_..a

nona con quelle di Caltanissetta con le decime regali e baronali, due parti delle decime dei borgesi, la terza parte delle decime dei borgesi e delle chiese di Agrigento, ma la terza parte di quelle regali doveva andare in favore della

111 Il

12

l.l

ID., La chieso agrigentina, notizie storiche. J, 1\grigcnto 1996, !02-109. fbid, 109-J JO. L c. P. COLLURA, Le più antiche carte, cit., X e 299-312.


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento

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cappella regia, ed al canonico titolare di essa il priore dcl monastero di Santo Spirito doveva corrispondere annua\111entc un'oncia d'oro ed a lui spettava anche la chiesa di San Giovanni di Mileto con quelle del monastero col censo. La decima con quelle di Licata, sia dei regolari che dei borgesi, eccetto il porto. L'undicesima era la prebenda con le decime di Naro, e quelle di Sabuci

e Gargotta. Questa prebenda era conferita dal vescovo, 1na era annessa a! decanato, dignità di regio patronato e perciò conferita dal re. Anche la cappella di Naro era conferita dal vescovo e non dal decano. La dodicesima prebenda è data dalla decima delle decime pagate dai sacerdoti, che pur dovevano pagare qualcosa. In seguito fu istituita un'altra prebenda gravante sui quattro baroni di Sciacca. Un'altra ancora fu ottenuta dalle tre costituite con un permuta con Monreale, dopo la soppressione di quella di Cefalà Diana. In tutto rimasero quattordici prebende, perché venne stabilito che la chiesa agrigentina avesse quattordici canonici, non più. Prin10 in dignità era i! decano, poi il ciantro, poi l'arcidiacono, ma le prebende dcl ciantro e delParcidiacono non sono connesse a!le dignità, perché essi devono appartenere semplicemente al numero dei dodici. Questo era l'ordinamento fino ai tempi dcl vescovo Rainaldo d'Acquaviva (1240-1264) ai tempi del quale venne compilato il citato Libellus. Il vescovo Ottaviano De Labro, nel 1354 distinse i canonici in tre ordini: presbiteri, diaconi e suddiaconi, distinzione puran1cnte onorifica, con1c sappiano non connessa con i rispettivi ordini sacri. Nel 1507 il vescovo Giuliano Cibo aggiunse altri sei canonici, portando il nun1ero definitivo a venti. All'interno dei tre ordini, 1na con alcune !in1itazioni, vigeva il diritto di opzione, riferito o alla prebenda stessa o allo stallo nel coro. Questo diritto consisteva nella facoltà di optare per il livello superiore non appena questo si fosse reso vacante. Dai prin1i del '500 non vi -furono altri 111uta111cnti e la situazione si n1antennc stabile, sino alla fine, co111c segue: prin10 canonicato era quello della prebenda di Naro, spettante al decanato, con annessa regia cappellania, di regio patronato. li secondo era quello annesso alla prebenda di Ca1111narata spettante al ciantro. li terzo era quello della prebenda di Caltabellotta, spettante all'arcidiacono, cli regio patronato. Nell'ordine cli dignità seguiva il tesoriere, senza prebenda, occupante il quarto posto se canonico. Queste tre dignità erano presbiterali e non avevano diritto d'opzione. Pure il terzo tesoriere, se111pre se canonico era considerato


630

Giuseppe Schirò

dell'ordine presbiterale. li quarto è quello di Caltanissetta". li quinto di Licata15. Il sesto di Santa Maria dei Greci, in Agrigento. li settimo di Castronovo"'· Questi ultimi quattro canonicati erano pure appartenenti all'ordine presbiterale, ma godevano del diritto di opzione. L'ottavo canonicato era quello della prima prebenda del Porto 17 • li nono della seconda'" ed il decimo della terza" e questi tre sono dell'ordine diaconale e di regio patronato. Inoltre essi percepivano il diritto delle quinte sopra i feudi e i terreni coltivati. Undicesimo era quello della prebenda di Mongibelloso"' il dodicesimo quello di Entclla21 il tredicesimo quello della prima prebenda di Sutcra 22 il quattordicesimo della seconda prebenda di Sutcra2 '. Questi quattro erano dell'ordine suddiaconale e optavano fra di loro ed anche con quelli diaconali, eccetto con quello di Momgibelloso che optava solo con i suddiaconali e non aveva diritto verso quelli diaconali. Ma il primo canonicato dcl Porto doveva essere sempre dell'ordine diaconalc. I sei canonicati aggiunti erano i seguenti: il quindicesin10 della prebenda

dci Caternini 2·1, il scclicesin10 quello della Santa Croce 25 ; il diciassettesi1no della Fonte del Vescovo"'. Questi tre erano dell'ordine presbiterale ed optavano solo fra di loro. Il decimottavo era quello della prebenda di San Marco, tì1ori le 111ura di Agrigcnto 27 ; il decin1011ono era quello di Santa Margherita 2 ~. Questi due erano dell'ordine diaconale ed optavano solo tra di loro. li ventesimo infine era quello della prebenda di San Salvatore in Licata dell'ordine suddiaconalc, senza diritto di opzione.

H Nel sinodo dì !-!aedo era annesso all<1 prebenda di Castronovo (Costit11tio11es et decreta piena ,')),11odo diocesana agrigentina digesta et per iff,111u111 et rcv.11111111 /)on !Jydac11n1 /-/aedo{. .. / e{Jiscop11111 agrigent/1111111 (. . .}sancita, P<inonni, 1589, rista1npato a cura di don Ferdinando Aronica, per conto della curia vescovile, Agrigento 1992, 59). t.'i Nel sinodo di ! Iaedo quella di Caltanissetta (f. c.). ir, Nel sinodo di I /aedo quc!!n cli Licata (/. c.). 17 Nel sinodo cli Hnedo !a pri1na di Sutcra (/. c.). 1 •~ Nel sinodo cli I-Iacdo la prin1a di Porlo (ibid., 61). 19 Nel sinodo di [-l<icclo quella di Enlella (f. c.). 211 Ne! sinodo di I ]aedo la scconcl<i di Su tera (/. c.). 21 Nel sinodo di J !aedo quclfr1 cli fvlongibelloso (f. c.). n Nel sinodo dì ]-!aedo la seconda prebenda del Porlo(/. c.). 23 Nel sinodo cli 1-l<ieclo la terza del Porto(/. c.). ~.;Ne! sinodo cli l-laedo quella della fonte dc! vescovo(/. c.). 25 Nel sinodo di J-l<icdo quella di Caternini (/.c.). 26 Nel sinodo di !!aedo qucll<i della Santa Croce(/. c.). 27 Ne! sinodo di !-!aedo quella di S. tv1<irgherita (/. c.). :!S Nel sinodo di Hnedo quella di S. ivlnrco (/. c.).


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento

631

Nei sinodi veniva ribadito che solo questi venti erano le prebende canonicali della chiesa agrigentina e che non ve ne erano altre 29 • I canonici per privilegio pontificio indossavano rocchetto e 1nozzetta o nera o violacea, secondo il tempo liturgico. Nelle processioni erano preceduti dalla croce capitolare e dalla clava d'argento ornata di borchie dorate. }_,e sedute capitolari si tenevano nonnahnentc la terza don1cnica del

111ese, dopo la recita dei vespri. JI diritto di convocare spettava al decano, n1a era il ciantro che proponeva l'ordine del giorno. Le discussioni dovevano poi seguire una precisa prassi. Questa era la struttura dcl capitolo e questo funzionamento ebbe rigida1nente dalle sue origini alla fine. La docun1entazionc, oggetto del presente ordina1nento è la tcstin1onianza di questa realtà. Ma il 1ncccanis1no delle riscossioni e del suo funzionatnento era così con1plicato che era destinato ad incepparsi rrequcntcn1ente. Con1e veclre1110, quello che 1naggiorn1ente nocque alla sua esistenza fu il fatto che la sua base econornica era costituita dalle clcc1111e. Per an1n1issione dello stesso De Gregorio, pur così attento ad evidenziare i ineriti del capitolo, non si ricava dai docu1nenti ri111astici quale parte abbia avuto il capitolo nclPattività svolta dal vescovo Gerlando. È da presu1nere che si sia 111odellata alla tradizione che prevedeva la solenne sahnodia giornaliera delle ore canoniche, !o studio delle scienze sacre e la predicazione-'0. lndubbia1nente, nei pri1ni te1npi, le funzioni del capitolo furono pili nu111erose e i1nportanti, spingendosi - con1e ci attesta il Libellus per i ten1pi cli Federico IP 1 - fino all'elezione del vescovo. Nel periodo successivo la situazione 111utò sensibihnente, con1e vedren10. Inratti quella istituzione, destinata originaria1nente a funzioni assai nobili ed elevate, divenne ben presto una vera e propria azienda, così possian10 chian1arla in sin1biosi con l'altra istituzione dcno111inata "sacra distribuzione'', cui era affiliata la rnaggior parte dcl

29 Si vedano i sinodi cli Agrigento: Constit11tio11es dioecesanae .\vnodi !ll.111i et Rev.mi F. Vincenti/ Bonincontro episcopi agrigentini, Panorrni, 1610; Constitulinnes dioecesanae 5)1nodales i!l.111i et rev.mi D. Francisci Trahina, Panonni 1632: (~ostit11tio11es dioecesanae 5,~vnodi i/l.111i et rev.mi do111ini ji·. Fernandi 5,'anchez de C11ellar Ot:"SA [. ..} celchratae a. 1659, Panonni 1655, Costitutiones dioecesanae s:vnodi i/Imi et rev.1111 do111i11i .fr. Francisci Ramirez ... episcopi agrigentini, J\grìgcnti I 704 . .lii D. DE CìRF.GORIO, La chiesa agrigentìna, cii., I I 1. 1 -' [>. COLLURA. Le più antiche carte. cit., 117 e 309.


632

Giuseppe Schirò

clero agrigentino, gelosa dei suoi privilegi di autonon1ia, spinti fino a negare il diritto ispettivo del vescovo, agitata da infinite vertenze giudiziarie.

2. La sacra tlistr;buzione Questa istituzione, sorta 111 seno al capitolo, da esso gestita e difesa, non ha una vera e propria data di nascita. Le sue vicende e la sua consistenza ccono1nica ci vengono netta111cnte delineate dal suo contabile Gaetano Garofalo tra il 1846 cd il 1849, nel periodo più norido della sua esistenza, in uno dei registri di contabilità". Dalla sua opera apprendiamo che la prima testi· 1nonianza scritta risale al 1472. In quell'anno il vescovo Giovanni rfcrzo de Cardellis, avendo constatato che il culto divino nella chiesa cattedrale non era sufficiente1nente fiorentc 3\ convocò il capitolo e col consenso di questo ordinò che alcuni dei proventi che i canonici, sulla base delle costituzioni cn1anatc dal vescovo Ottaviano Dc 1_,,abro nel 1350, versavano alla sacra distribuzione «per disgravio dcl peso» della recita delle ore canoniche, alcune oblazioni che la confraternita della città faceva alla chiesa, le penalità dei giudei, alcuni altri legati disposti dai fedeli, forn1assero una niassa con1une per indurre gli ecclesiastici al servizio divino nella chiesa, con la recita dell'ufficio divino e con !'an11ninistrazione dci sacrainenti-14 . Si trattava evidente111cnte di una 111assa co111une, ben distinta dalle prebende individuali di cui godevano i canonici, e che venne chian1ata "sacra distribuzione". I fedeli intanto andavano costituendo lasciti «per la perpetua sussistenza della 1ncdesin1a». Nel 1479 il vescovo Giovanni De Castro, tenuto conto dell'insufficienza delle rendite'\ dispose che fossero incorporati a questa 111assa con1une i benefici di san 'To111111aso, dentro la cattedrale, di san-

12 5,'toria della origine, destino. circostanze, vc11·iazio11i e passaggi delle disposizio11i e rendite alle 111edesi111e apµorte11111i disposte da vari pii testatori i11 /uvore della Sacra Distribuzione di questa C'a!!edra!e chiesa formata da! contabile don C?aetano Garojàlo 11c//'a1111i 1846-1847-18:./8-1849, nell'Archivio, serie XVL sotloserie 2, 11 14: 1nrn1ero continuo 1133. Sul terna si veda A. LONGl!JTANO, La "co1111111ia" nel/ 'aria 11isse11a: model/o giuridico e finalità pastorali, in S)'naxis 15 ( 1997) 283-3 l O.

·'-' [ canonici «non recilavm10 ad alta voce le ore canoniche e senza ven111 canto gli offici divini, siccome era grave dovere» (Storia, destino, cit.). _-q «Ne restassero allettati e indotti gli ecclesiastici col sovvenirnento di alcune cotidiane distribuzioni» (ibid.). -' 5 «Acciocché questi ri preti] non si fussero ranì·eddati da una si lodevole opcrti per 11u111ct1nz.a cli stipcndii>l (ibid.).


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento

633

ta Margherita, in Giuliaua, dei santi Simone e Giuda, di santa Maria di Bonon1urone, di san Giaco1110 in Giuliana, di santo Spirito e san Don1enico in Sciacca, ed altri benefici vacanti. Di questo provvedimento che apportava una somma di 42 dncali d'oro si ebbe la conferma del papa con bolla del 4 dicembre 1492. Ma anche così le rendite si rivelarono insufficienti"' ed i canonici, sulla base di un'altra costituzione risalente al 1330, «furono astretti» a contribuire ulterior111ente. Nel 1559, sotto il governo del card. Rodolfo Pio del Carpio, il sac. Bernardo Vals, titolare della cappellania della cattedrale, cioè del servizio sacramentale, col consenso del papa rinunziò alla cappellania affinché essa fosse accorpata alla massa capitolare con facoltà per il capitolo di creare un

vicario per l'an1111i11istrazione dci sacra1nenti «senza obbligo di ottenere la necessaria facoltà da!Pordinario». Le rendite aun1entarono e il regio visitatore Del Pozzo, nel .J 583 trovò che ascendevano ad onze 400 con cui veniva-

no stipendiati 25 sacerdoti, 12 diaconi e suddiacono e l 4 chierici, con un tarì al giorno ai canonici ed ai sacerdoti presenti, 1O grani ai chierici, 1O grani per i celebranti ogni 1ncssa cantata, 5 grani per 111essa letta. L,'accresciuto nun1cro di preti dovuto anche alla inosservanza delle nonne che volevano che i sacerdoti ascritti fossero oriundi indusse a ridurre la n1isura dei con1pens1.

li numero dei preti era notevole, ma per l'insufÌÌcicnza delle rendite nascevano rissen Perciò il regio visitatore Giordi, nel 1604, impose al vescovo di ridurlo, assegnando un tarì al giorno ai sacerdoti. Nel 1615 111ons. Bonincontro stabilì che le distribuzioni dovessero ripa1tirsi tra i canonici ed il resto del clero riducendo a 29 i presbiteri, più il Cappellano della filiale Santa Croce, in tutto 30. In caso di vacanza si an1111ettesse un altro, nativo di Agrigento, dopo concorso in canto e casi di coscienza, esigendo la precedenza in coro. Successivan1cnte furono fondati dai n1ansionaristi o benefici 111inori con i fondi derivati da legati, così come segue: I) il 2 aprile 1646 il vescovo Francesco Traina fonda mansionari IO; 2) nel settembre 1651 D. Vincenzo

6

«Tediati li beneficiali per la picci0Je7za dcl cotìdiano stipendio che ad allro non ascendeva che a grani 10 al giorno, co1ninciarono a fà!dare e servire alire chiese per potere supplire alle spese necessarie dcl proprio n1antcnin1cnto» (ibid.). n «li disordine che veniva a recarsi e la confusione di nun1erose persone ecclesiastiche addette a! servizio del coro si estrinsecava in m11rm11ralio11es, rixae et q11aere/(le» (ibid.). -'


Giuseppe Schirò

634

Zunica fonda mansionari 3; 3) 25 febbraio 1664 il can. Giuseppe Polizzi fonda mansionari 2; 4) il 6 aprile 1671 il can. Vincenzo Crescenzo ne fonda 2 ridotti pari a 1; 5) il 15 settembre 1683 D. Nicolò Costa 4; 6) il 14 gennaio 1693 Donna Caterina Piemontese 6; 7) il 2 dicembre 17 I 7 D. Girolamo Mauri ci I; 8) il 22 luglio I 72 I D. Domenico La Seta 2; 9) il 27 luglio I 73 I D. Angelo Brugugnone I; I O) il 15 ottobre 1735 mastro Michele la cono 2, ridotto a I. In tutto n. 3 I (divenuti poi 30) mansionari o benefici minori. Ai legati per mansionariati si aggiungevano donazioni testamentarie ed altre assegnazioni su beni immobili, con l'onere celebrazioni di messe, che formarono un insieme di rendite sotto la denominazione di «Eredità ed Amministrazioni particolari» quale patrimonio della sacra distribuzione. 11 Garofalo ne elenca ben 43 disposte dal 1555 al 1837, come dcl prospetto della pagina seguente.

Elenco delle eredità particolari (in ordine cronologico)'" N.ro Anno

Nome

Disposizione

Obblighi e beni

Fol.

l

1555

Barone Pietro ìvlallia

Assegno su gabella

1\~esse

89

2

1586

Can. Pietro Montapcrto

Atto 11otarilc

ivlcssc: Lerre in enfiteusi

I 08

3

1592

Can. Frane. Boccalandro

Atto notarile

Messe: terre, vigneti

170

•l

1596

Can. Vine. Montaperto

Testamento

!'desse: terre in enfiteusi

278

5

1605

D. Gaspare dc Marinis

Tcstaincnto

Messe: cnsc

532

6

1617

Ch. Tiberio Calafato

Testamento

Messe: terre, vigne

266

7

1618

Pietro Tamburello

Testamento

Messe: terre

186

8

1624

Santo Di l ,ena

Testamento nuncupativo

Legali maritaggio: terre

94

560

9

1626

Gerlando Diana

·restamento nuncupativo

Messe: terra alberala

10

1629

Can. Corrado l3onincontro

Testamento nuncupativo

Messe: giardino

l

Il

1633

D. Pietro t\1onlaperto

Tcslamcnlo

t\1esse: Lcrra alberala

98

12

1636

D. PicLro Petruzzella

Teslarnenlo nuncupativo

Messe: Lcrre

102

13

1638

Can. Vito A!aimo

Testamento nuncupativo

t-. !cssc: vigne, bottega

359

14

1648

Mons. Francesco Traina

Donazione. testamento

Cappellanie .. : diritti

4

15

1651

t\1ons 1:ra11ccsco Trai1rn

Testamento

Anniversario: assegnazione

6

16

!652

Suor Maria Gisulfo

Donazione

Anniversnrio: tenuta

564

17

1652

Can. Cesare Gaetano

Testamcnlo

ìvlcssc: terre e case

259

l8

1652

Donna Girolama Pignola

Testamento nuncupativo

Anniversario: rendita

96

1

8 -' Dal registro «Storia dell'origine [ .. ] della Sacra Distribuzione», contabile Gaetano Garoralo dal 1846 al 1849.

co1npilato dal


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento

635 214

19

1660

Cmi. Giuseppe Pnncucci

Tcslamcnlo

Messe: terre, case

20

1667

Donna Giovanna Fidi

Testamento nuncupativo

J\!lesse: case Girgenti

104

21

1667

Sac. Frane. Milioto Canta

Testamento

Messa: tenute, terre

571

.22

1676

Can. Nicolò Noto

·restamenlo

IV!cssc: case Girgenti

100

23

1677

Can. Giuseppe Pace

Testamento

Messe: beni mobili, immobili

376

24

1684

Sac. Narcisso Giandaidonc

Testamento

Messe: Lene

198

25

!685

Don Vincenzo Zunica

Atto notarile

Messe: terre Durrueli

91

26

1687

Sac Marcanlonio Vassallo

Testamento

ìvlcssc: lcrrc

211

!\~esse:

27

1691

Sac. Calogero D'Agostino

Testamento

28

1693

Snc. Diego Orlnndo

Testamcnlo

Messe: terre, case

7

29

1697

rcrraro Rizzo Fradclln

Testamento nuncupativo

i'dcssc: terre, case

138

30

1707

D. Pietro Piraino

Testamento

Messe: Lene

543

vigneto

541

31

1726

;\mm.ne Jlr.pe Cattolica

Assegnazione vo!onlariri

Censi su terre

282

32

1732

Bcncf Frane. Caldcraro

Tcslamcnto

Messe: bottega

570

33

1732

Sacra distribuzione

Acquisto in proprio

Tc1Tc

562

34

1735

SAc. A11lo11i110 B<ibilonia

'l'estamcnto

iv!cssc: crisc, terreni

226

35

1737

Sric. GAspAre J\grò

·restamento

!'desse: case

575

36

1742

iv!cnsa vescovile

Disposizione Dc Ciocchis

Jncenso, lampade. cera

101

37

1752

Cnn. Antonino Giullari

cl'estamcn!o

!'desse: tenuta Lcrrc

573

38

1766

Testamento nuncupativo

l'vlcsse: crise

370

39

1782

Sacra distribuzione

AggiudicE1zio11e giudiziaria

Feudo ìv!onlerosso

424

40

1807

Donna Caterina Vicari

Assegnazione

!'desse: beni immobili

569

41

1815

Can. Gaclano Gucli

Tcslamcnlo

Messe e legati: rendita

566

42

1824

Sacra dislribuzionc

A~1isto ir~r~rio

Tenuta terre

568

43

1837

Can. Gaspare Cìibi!aro

Donazione

Prestito Seminario 5'Yo

202

l~enef.

Diego Ga!le:1

L,.a sacra distribuzione divenne così una vera e propria azienda, che quasi si contOndeva col capitolo, il quale ogni anno eleggeva due canon1ci deputati per a111111inistrare, 110111inava due procuratori a riscuotere, eleggeva un tesoriere, 110111inava per concorso un contabile, no111inava suoi rappresentanti legali i 111igliori avvocati di Agrigento e di fuori, per le controversie che frequenten1ente scoppiavano o fra i canonici stessi, o col vescovo o con i debitori riottosi. li bilancio annuale della sacra distribuzione può desumersi dalla relazione dcl regio visitatore Gian Angelo Ciocchis, nel 1742-''\ che son1n1a ad onze

.wG.A. DE CIOCCllJS, «:ìacra regiae visitationis {. 1833. 264-287.

.J acta

decretaque 0111nia, L Pa!cnno


636

Giuseppe Schirò

2801.22 le entrate annuali e ad onze 2579.12.5.3 le uscite, con un netto di onze 222.9.14.3. Per una valutazione di queste cifre si può tener conto del bilancio di alcune altre istituzioni registrato nella stessa visita: la sacra distribuzione di Palermo aveva un'entrata di onze 610.5, ma il capitolo aveva una diversa strutturazione; il capitolo di Messina aveva entrate per onze 307, quello di Cefalù di poche decine. E certamente le cifre non andavano a dimiuire, ma ad aumentare. Un secolo dopo gli oneri della sacra distribuzione ammontavano ad onze 3508.12.4.2, cifra non indifferente, come appare dal seguente prospetto.

Oneri llella sacra distribuzione I,imosina di Messe

onze

746.J

Distribuzioni quotidiane a 20 canonici e 30 mansionari

OllZC

1520

Distribuzioni quotidiane a 10 mansionari di nrnstro Traina

onzc

82

Limosina d'anniversari

onzc

177.14.10

Salari a Tavolati

onze

231.9

Salari e mandati e senza

Oll7.C

47.24

Cera olio e incenso per cullo divino

0117.C

145

SpesiU?.er la cappella del SS.1110

onzc

7

Spesa per In chiesa di S. Croce

onzc

9

Spesa per l'nrchivio capitolnre

OllZC

4

Occorrenze

onzc

40

Acconci e r;irari nelle case locntc

onze

I.IO

Spese di liti

onze

IO

Feste in Cattedrale

onzc

7

Munusco!i per_r,roccssioni e altre 1l111zio11i

0117.C

12

Limosine

0117.e

3

Casa a procuratori

OllZC

72

Regio donativo

onzc

4

Dazio per !'orfanolrofio in Napoli

011ZC

174

DaziOJ?.Cf

l'Università indigenti

Censi passivi Regio donativo Ud milione Totale

OllZC

6.27.1 s

onze

265.4-36.2

onzc

10.11.9

onzc

3508.12.4.2

I sacerdoti addetti - sen1pre secondo la relazione De Ciocchis - erano in totale 58, così distribuiti: il gruppo detto dei 30, cioè dei mansionari a tut-


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di /\grigen.to

63 7

ti gli effetti, perché il loro beneficio era stato eretto in titolo dal vescovo Bonincontro, scelti fra gli oriundi di Agrigento; tra questi 1O erano quelli fondati dal vescovo Traina; anch'essi mansionari a tutti gli effetti. Altri I 8 erano 111ansionari detti legatari, perché si sostenevano con i redditi dei legati pii e delle donazioni di privati fedeli. A questo numero bisognava aggiungere 20 canonici e la schiera dei 1nolti chierici addetti a vari servizi. Considerando che ogni sacerdote aveva interesse a celebrare la 111essa ogni giorno (e allora si celebrava individualmente) e che il capitolo ogni giorno celebrava la messa solenne e salinodia, ci si può fare un'idea del 111ovi111ento econon1ico e della

vitalità incentrati nel duon10 di Agrigento.

3. f conflitti col vescovo 1 principali motivi di connitto col vescovo sono due: il diritto del vescovo di ispezione sulla gestione dcl patrimonio della sacra distribuzione e il diritto di opzione esercitato dai canonici. a) il diritto ispettivo del vescovo

La fase più acuta dei contrasti tra il vescovo cd il capitolo si avvera all'arrivo dcl vescovo Lorenzo Gioeni (1730-1754), uno di più grandi vescovi di Agrigento, resosi assai benen1erito per le sue operc~ 0 • Durante il breve governo del predecessore Anselmo La Pegna ( 1723-1729) si verificano nella chiesa di Agrigento gravi disordini, a causa della malferma salute del prelato, assai avanzato negli anni 41 ed in concon1itanza con i so1nmovin1enti politici, dovuti alle conseguenze della guerra di successione polacca, conclusasi con la fine del dominio austriaco in Sicilia e con l'avvento della dinastia borbonica. Ad accrescere ancora i disordini contribuisce anche l'inasprirsi della famosa controversia liparitana, che metteva in contrasto il papa col re di Napoli e definitasi, dopo anni di contrasti, nel 1728, con l'accordo relativo al funzionamento del tribunale della Regia Monarchia sicula.

·10 G.A. DE COSMJ, Orazione jì111ebre recitata in morte di Aions. Lorenzo Gioeni, vescovo di Girgenti, Palcnno 1755 . ..JI G.B. !ANNlJCC!, /){fesa di" mons(ç;nor D. Lorenzo Cioeni, Vescovo di (Jir'--senti. contro le varie pretensioni di que' canonici, Naroli 1739, 2.


638

Giuseppe Schirò

La gestione della sacra distribuzione e dei beni dcl capitolo non era stata tenuta con la dovuta limpidezza fino al punto che le carte dell'archivio

erano state sconvolte e 111ano1nesse'12 . L arrivo dcl vescovo Gioeni rincuora le speranze degli onesti 4 -\ i quali ne invocano l'intervento affinché procedes1

se ad una ispezione per chiedere conto dell'amministrazione al capitolo. I canonici però si ~ppongono energica111entc, assun1endo di essere esenti dalla visita dcl vescovo, perché soggetti solo alla S. Sede, in virtù di un privilegio di Eugenio IV (1431-1447) e di Giulio Il (1503-1513), oltre che per inveterata consuctudine·1·1• In un primo momento, il Gioeni, privo della possibilità di avvalersi di docu1nentazione archivistica, si rivolse alla S. Sede con un 111en1oriale per chiedere consiglio, facendosi assistere da un bravo avvocato: Giovan Battista Maria lannucci. Si apre così una aspra e lunga contesa, nella quale furono coinvolte le strutture amministrative e politiche dello Stato e che portò ad un chiari111ento derinitivo sulla natura della sacra distribuzione, sulle funzioni del capitolo e sul grado d'ingerenza dei poteri dello Stato in materia ecclesiastica. Al 1ncn1oriale del Giocni, i canonici risposero con la pubblicazione di un libello intitolato «Causa regia o sia Difesa dal Regio Patronato». Ma la S. Sede, dopo avere esa1ninato gli esposti di an1bcdue le parti, il 5 aprile 1732, scrise al vescovo di procedere alla visita «iuxta decreta Sacri Concili i Tridentini, non obstante etian1 consuetudine contraria, quatenus adessct» 45 . Al rifiuto dei canonici, il Giocni si rivolse di nuovo alla S. Sede, la quale, con un breve dcl 3 luglio 1734 rispose «quod proceda! iuxta formam praececlcntis decreti, non obstante quacun1que consuetudine ctia111 in1n1en1orabili»·u;. Il Giocni chiede perciò l'exequatur regio per il breve pontificio, senza del quale non avrebbe potuto agire. Ma l'avvocato fiscale, su richiesta del capitolo, sospese l'esecuzione. Si entrò in una fase di trattative, favorite dalla presenza del Giocni a Palermo per l'incoronazione del nuovo re Carlo Ili di Borbone, avvenuta il 30 giugno 1735. Ma in seno al capitolo la 1naggioranza ostile al Gioeni si spinse sino a in1porrc una tassa ai canonici per le spese giudizia-

12 •

Jbid . «Il principio dell'episcopalo di n1ons. Giocni è l'epoca del rinnovmnento della pura n1orale in questa Dioccsill affcrn1ava G.A. DE COSMl, Ora::ione funebre. cit .. XX. ·H G.8. IANNUCCJ, D{fesa, cit., 3. 45 lbid. 46 !bid. .JJ


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento

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ne, anzi addirittura a prelevare dalle casse della chiesa il denaro necessario per le spese giudiziarie, perché «non fu mai capriccio - dissero - difendere il suo posto e la propria dignità» 47 , 111a attirandosi con ciò l'accusa di essere pronti a «vendere perfino il busto e le anche di s. Gerlando»·"'· Ad un certo punto il vescovo, stanco dei litigi, facendosi forte dei sacri canoni e del Concilio di Trento, pubblicò un editto di visita della sacra distribuzione e delle opere pie annesse. I canonici eccepirono che la chiesa di Agrigento era di regio patronato, pertanto la visita del vescovo avrebbe costituito lesione del regio patronato, e fecero notare che in passato la visita era stata effettuata solo dai visitatori regi. Alla posizione dei canonici era favorevole l'avvocato fiscale e, pertanto, il presidente del Regno, il Duca della Conquista, era costretto a rin1ettere la questione all'esa111e della Giunta dei presidenti e consultore, cui fu aggregato il presidente D. Giacomo Longo, giudice della Regia Monarchia. Intanto, si invitava il vescovo a non 111uovers1.

La Giunta non approdò ad un parere univoco: uno dei presidenti, il Loredano, concluse che il vescovo poteva visitare solo in virtù della delega accordata dai visitatori regi, un secondo, il Fraggiani, che solo i visitatori regi potevano effettuare la visita. Infatti - sostenevano - il Concilio di 'rrento non era stato recepito in Sicilia in quei punti in cui diretta111ente o indirettamente fossero lesi i diritti del Re. Gli altri due componenti della consulta, il Drago e il Longo, giudice della Regia Monarchia, concludevano invece che il vescovo poteva effettuare la visita, in virtù dci poteri assegnatigli dal Concilio di Trento, e partendo dal principio che la visita era rivolta non a quanto la chiesa possedeva per libertà legale, ma per le donazioni dei fedeli, per le quali il vescovo aveva diritto di chiedere rendiconti, come sempre si era praticato nella chiesa, dal tempo degli apostoli. Poiché dunque due dei quattro consultori si erano espressi a favore del vescovo, il presidente del Regno, il Duca della Conquista, con biglietto del 3 111aggio 1736, con1unicò al vescovo l'autorizzazione alla visita. Ma sicco111e i quattro consultori avevano concorde1nente chiesto che i loro pareri fossero sottoposti all'esame del sovrano, lo stesso presidente del Regno, con altra

·17 CAPITOLO CATTFJJRALE Dl AGRIGENTO, Risposte ad /Il'/(/ di111ostrazione .fatta a pro delle pretensioni del Vescovo di Girgenli su del suo capitolo contro 1111a scrittura intitolata «Causa regia o sia difesa del regio patronato e delle reali sue prerogative sopra I a chiesa di Girgenff)), senza luogo e anno di cdi7ione 123 . ..tH G.B. IANNllCCL Dijèsa, cit., 5.


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nota del 18 dello stesso maggio, rimise la questione al sovrano il quale, con reale rescritto del 3 giugno successivo, ne den1andò l'esan1e alla Supre1na Giunta del Regno di Sicilia presso la Corte reale in Napoli. t~e due parti, vescovo e capitolo, produssero 1nen1oric assai polen1iche, anche a stampa a sostegno delle proprie posizioni". fn poche parole quella dci canonici si pL1ò riassun1erc così: 1) la chiesa era di regio patronato e, pertanto «sub immediata protectione regis», anzi addirittura regia cappella ed il vescovo non poteva neanche invocare il Concilio Tridentino, perché questo aveva esentato dalla visita dell'ordinario le istituzioni di tale genere; 2) il Concilio Tridentino non era stato accettato in Sicilia nei capi pregiudizievoli ai regi diritti; 3) per consuetudine antica la visita era stata effct!uata solo dai visitatori regi; 4) le rendite della chiesa provenivano dal re e la sacra distribuzione era aggregata ad esse in 1nodo inscindibile e, pertanto, godeva delle stesse esenzioni; 5) la sacra distribuzione costituiva la n1ensa capitolare e, per questo, i canonici non dovevano rendere conto a nessuno. La Giunta di Sicilia, il 9 1narzo 1739 e111ise final111entc il suo voto 50, che fu favorevole al vescovo, 1na non in 111odo pieno e definitivo, essendogli stata riconosciuta la facoltà di effettuare la visita con1e "delegato del visitatore regio" e con riserva dci diritti dell'una e dell'altra parte. E ciò perché era stato sollevato un altro problema: la possibile violazione di un capitolo

~'1 ((l)irnostra7ionc delle ragioni che assistono a pro dcl vescovo di Girgenti Ivions. Lorenzo G-ioeni dei Duchi d'Angiò in sostegno e dcl Pastora] suo dirillo di visitare gli ef. Jètti e prendere i conti da' Ivlinistri della Sacra Distribuzione e di quella Calledralc e dc' giusti ordini dell'illustre Duca della Conquista lì.1 Presidente di quel Regno ed in risposta dell'in1proprie pretensioni di alcuni di quei Canonici, come più di due Al!egazioni a loro pro' date alla luce collo specioso e ideale titolo di causa Regia e di Nota dei reali diriHi da riconoscersi nella Suprema Real Giunta della Consulta dc! Regno di Sicilia». A questa segue una corposa risposta circostanziata e docun1entata, da parte del Capitolo, intitolata appunto «Risposta ad una dimostrazione httta a pro delle pretensioni dcl Vescovo di Girgenti su del suo Caritolo contro una scrillura intitolata Causa regia o sia difesa del regio patronato e delle reali sue prerogative sopra la Chiesa di Girgenti)) ed un volun1inoso n1en1oria!c, ricco di argon1entazioni, rivolto «Alla Sacra Real Maestà dcl Re Nostro Signore rer il Capitolo de!!a Real Chiesa Cattedrale e regia Cappella di Girgenti intorno al!a causa che si agita con 1nons. Vescovo di quella città ne!!a Supren1a Giunta di Sicilia)). Non n1eno ricca di argo1ncntazioni è, da parte dcl Vescovo, un «Ragguaglio della condotta e regioni del Vescovo di (ìirgcnli, inons. D. Lorenzo Giocni, dei duchi d'Angiò,che si sottopone alla intelligenza della Real Suprcrna Giunta di Consulla dc! Regno dì Sicilia, per la Consulta eia farsi alla Maestà dcl Re Nostro Signore (che Dio guardi!) sopra !e !~1lse asserzioni ed insussistenti pretensioni esposte ne! ricorso presentato sotto nornc del Capitolo di quella chiesa di alcuni di quei canonici alla 1nedesi1na Maestà ciel Re)). · 50 G.8. IANNUCCJ, IJ{fesn, cit., 17.


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del Regno «Quod causac siculoru1n non extrahantur» accettato da re Alfonso nel 1446 51 e confermato da re Giovanni nel 1460, che vietava di trattare fuori del territorio del Regno di Sicilia i processi relativi ai siciliani. L'avvocato lannucci, nella sua difesa, chiarì che la questione era stata deferita alla Gran Consulta «via ;·ecognoscendi tantum,, e non per decidere, perché la decisione era stata già presa. fece poi rivelare che le obiezioni del capitolo erano tutte collegate fra loro e potevano essere ridotte solo a tre: che la chiesa era di regio patronato, che il l~ridentino non era stato recepito intcgraln1cnte in Sicilia e che solo i visitatori regi avevano effettuate le visite nel temporale.

1_,a sua disanin1a era chiara ed esauriente: I) Che la chiesa di Agrigento fosse cappella regia era pura 1nvenz1one. Era solo vero che era di patronato regio, perché così aveva disposto il fondatore, Ruggero ìl Nonnanno, il quale però non si era neppure sognato di accordare ['esenzione, istituto allora inesistente e che, co111unque, avrebbe privato il vescovo di una funzione essenziale: il patronato consiste nel diritto di «presentare» i! vescovo con1e «capo cd ordinario di tal ten1pio, dci suoi 111inistri e di quanto al regio patronato stesso appartenesse». Era poi di1nostrato che alle pri1nitive assegnazioni di Ruggero, altre se ne erano aggiunte per volontà dei vescovi, fondatori di altri benefici con1e Bonincontro e Traina, di benefattori e della stessa città di Girgenti, che accordò nel 1543 i diritti sulla fiera di s. Gerlando. Si trattava dunque di una massa distribuzionale sulla quale il vescovo aveva diritto di vigilare, 111entre non esisteva una vera e propria 1nensa capitolare, anche se la precedente docun1entazione conteneva questi ter111ini, perché la tnensa consiste nelle risorse che sopravanzano alle prebende e che vengono destinate «ad co1nn1unes usus canonicorun1», cosa che 1nai si era fatto ad Agrigento, né vi si poteva applicare, in quanto vi era solo una serie di legati a111111inistrati e distinti separata1nente. 2) Quanto alle limitazioni dcl Concilio Tridentino era da osservare che la cattedrale di Agrigento non poteva essere inclusa fra le istituzioni esentate dalla visita dei vescovi, con1c ospedali e confraternitc 52 , che anzi lo stesso concilio 11011 volle esentare nessuno «nisi secus forte in istitutione et ordinatione Ecclesiae, ve! fabrice exprcsse cautun1 essel» 5 -l e pur questi erano sog-

51 f'. TEST/\,

Capitu!a Regni Sici/iae, J, Ptllcrn10 !741, 350. Sess. XXII, de ref, c. 8. ).'\ /bid., c. 9. 52


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getti «in casu negligentiae». Quanto alle restrizioni dell'accettazione, queste furono li1nitate solo ai casi in cui potessero essere pregiudicati i diritti dell'Apostolica l,egazia, 111a non fu n1ai 1nessa in discussione l'integrale accettazione del concilio, né il potere ispettivo dei vescovi, come può vedersi dall'an1pia docun1entazione in proposito. l,a prova più schiacciante proveniva da tutti i cinque sinodi tenuti ad Agrigento, quello di mons. Haedo nel 1589, del vescovo Bonincontro nel 161 O, di mons. Traina nel 1632, del vescovo Sanchez nel 1651 e del Ramirez nel 1704. In tutti i sinodi l'osservanza dei cap. 8 e 9 del Tridentino è stata ribadita ed espressamente è stato richiamato il dovere di rendere conto al vescovo di tutte le chiese ed istituzioni, a partire dalla cattedrale e dalla sacra distribuzione: i canonici erano stati sc1npre considerati an1111inistratori, tenuti al rendiconto. Negandolo, i canonici erano in n1ala fede, non per nulla avevano distrutto i docu1nenti-~- 1 • 3) Vi era poi una lunga serie di fatti dai quali risultava che i vescovi avevano sen1pre esercitato questi poteri ed aveva apposto il loro «visto» nei rendiconti presentati. JI fatto poi che in alcuni periodi i vescovi non aveva effettuato le visite non poteva considerarsi motivo di estinzione elci diritto. Né il fatto che la chiesa fosse stata visitata dai visitatori regi pregiudicava il diritto del vescovo~ perché il Re poteva disporre la visita per due facoltà: quella di legato a latere del papa e quella di patrono. Per la prima il legato poteva visitare tutto ciò che era di diritto dello stesso vescovo, perché la potestà del legato a latere concorreva con quella dell'ordinario e perciò il vescovo poteva visitare tutto ciò che poteva visitare il legato. Per la seconda poteva visitare quello che apparteneva ai fondi regi. La docu111entazione di1nostrava che i visitatori avevano agito nell'esercizio d an1bedue le facoltà e n1ai avevano 111esso in discussione i diritti dei vescovi. Questa situazione si riferiva a tutti i vescovadi di Sicilia e quindi anche a quello di Agrigento, co111c era possibile constatare dagli atti dei visitatori regi i quali però 1nai si occuparono della sacra distribuzione e delle opere annesse. La polen1ica non finì, 111a è inutile seguirla ancora; alla fine il vescovo riuscì a prevalere. 1

1

5·1 G.B. IANNUCCI, })(fesa, cit., 33 laincnta che 111ancano dall'archivio i volu1ni di 30 anni, contenenti atti delle visite.


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b) il diritto di opzione dei canonici Un altro momento acuto degli scontri tra vescovo e capitolo si ebbe sotto il governo del successore, il vescovo Andrea Lucchesi Palli ( 17551768), anch'egli considerato una delle figure «più luminose della storia agrigentina»55, cui si deve la costruzione del palazzo vescovile e la fondazione della biblioteca lucchesiana. L'occasione fu data dalla pretesa dei canonici di applicare il diritto di opzione, avendo rinvenuto tra le carte di archivio i docu111enti di fondazione di questo diritto. Sulla base di queste scoperte, i canonici dimostravano che nel 1448 il capitolo si era dato uno statuto, approvato dal vescovo di allora, Antonio Ponticorona, che prevedeva l'esercizio dell'opzione. Lo statuto era stato approvato dal papa Nicolò V, allora regnante, 111a l'opzione non era stata applicata. Nel 1463, sotto il governo del vescovo Domenico Xarth, lo statuto era stato rinnovato e, su richiesta dello stesso vescovo, approvato dal papa Pio li. Le due bolle di concessione erano ri1nastc in archivio, conosciute solo da pochi, anche se Rocco Pirri, ne aveva fatto cenno nella sua nota opera Sicilia sacra, e così l'opzione continuava a non essere applicata, anzi delle bolle pontificie si era perduta traccia. Esse ricon1paiono verso In fine del 1755 quando, alla morte ciel canonico Diego Franco avvenuta il 3 I ottobre di quell'anno, il vescovo no111inò al suo posto un suo parente Giovanni Plata1none, e poco dopo, alla niorte di un altro canonico Nicola Antonio Lo Presti, non1inò il suo assessore, cioè i! giudice del tribunale ecclesiastico agrigentino Gerlando I3runone. La S. Sede, cui spettava l'approvazione delle due nomine, accordò l'approvazione al Plata1nonc 111a la negò al Brunone. Intanto i canonici, avendo rinvenuto, come affermavano, l'originale delle due bolle pontificie ed essendosi accorti che esse erano prive dcl regio e.xequatur, indispensabile in Sicilia perché esse avessero efficacia, chiesero al vescovo di inoltrare la relativa istanza al viceré. Ma ne rimasero delusi. li vescovo infatti inoltrò un'istanza contraria, di111ostra11dosi contrario all'esercizio di questo diritto. Ne nacque una polemica legale che si trascinò per lungo tempo e che impegnò le finanze dei canonici, già onerati dei debiti per la lite contro il precedente vescovo Lorenzo Gioeni.

55 D. DE GREGORIO.

/,a chiesa agrigentina. cit.. 36.


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canon1c1 trovarono un valido sostegno nell'avvocato catanese Giuseppe Maria Fisichella. La sua difesa 56 trovò un certo credito presso la Giunta dei presidenti e consultore. Questa il 25 ottobre 1759 riferì che, procedendo da reale dotazione, il confcri1nento dei canonicati era di regio patronato. La confusione dei magistrati era evidente. Un opuscolo subito pubblicato per conto del vescovo 57 precisò che solo i! decano, l'arcidiacono ed i tre canonici dcl Porto erano di regio patronato, ma gli altri erano di libera collazione vescovile, perché fondati dal vescovo su beni donati alla Chiesa e ad essa appartenenti. Ne era confenna l'antica tradizione, la prescrizione e lo stato di fatto. La questione non era delle più semplici perché, ammettendo l'opzione, il conferin1ento dei canonicati, ahneno nelle quote superiori, sarebbe avvenuto auton1atican1ente, con il conseguente pregiudizio del diritto del vescovo, sancito dai sacri canoni, di conferire libera111ente i canonicati. Per la stessa ragione anche il diritto di regio patronato e quello pontificio ne sarebbero stati intaccati. Le posizioni delle due parti si possono riassu111ere così: Per i canonici: l) L'opzione era stata introdotta nella chiesa universale e poi in quella agrigentina per rispondere ad una esigenza di giustizia, perché essendo le prebende canonicali disuguali, tra cli loro era «troppo sconvenevole che alcuni canonici, già avanzati in età, e logorati dalle continue fatiche, apprestati in servigio della loro Chiesa per anni e anni percepivano tenuissin1e prebende ed al contrario, 111orendo qualcuno di loro ne veniva un eletto fresco e senza aver mai fatigato per l'addietro in ben di quella chiesa entrava a godere una pingue prebenda» 58 tant'è vero che l'opzione non solan1ente 11011 si opponeva, 111a era assai confanne al Diritto canonico universale. Infatti vigeva anche nelle chiese di Messina, Catania, Palern10 ed era stata approvata da ben cinque pontefici: Bonifacio VIII per la chiesa di Bologna, da Clemente Vlll, da Bonifacio IX eia Nicolò V e da Pio Il. 2) L'opzione era stata introdotta nella chiesa agrigentina dal vescovo Ponticorona, approvata da due pontefici e pertanto non ledeva i cl iritti del vescovo. 3) Non ledeva neanche i diritti del re, perché col favore dell'opzione sareb-

56 G.M. FISICHF:LLA, Ragioni per mef/ersi in esercizio l'opzione sul rev.1110 C'apitolo della C'af/edrale chiesa di Girgenti, Palenno 1757. 57 Per il dirillo di libera collazione che sui canonicnti de/In Ca!ledrale di Girgenli compete al vescovo di quella chiesa. s.I., s.d. ( 1759). 58 G.M. F!SJCl-!ELLA, Ragioni, cit., 12.


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bero ri1nasti vacanti con 1naggiore frequenza i canonicati regi e così il 1110narca avrebbe avuto più frequenti occasioni di gratificare chi gli aggradava e, nella prospettiva futura, sarebbero stati i canonicati più pingui ad essere assegnati dal re. La posizione avversa, quelle del vescovo si fondava sulle seguenti ragioni: I) il diritto di conferire i benefici ecclesiastici era appartenuto sempre al vescovo, come ha confermato il Concilio di Trento. 2) il vescovo che approvò quello statuto intese attribuire a sé l'opzione, per conferire libera· mente i canonicati. 3) li clii-itto di opzione non era stato esercitato per ben tre secoli e perciò era intervenuta la desuetudine ed era prevalsa la consuetudine contraria. 4) L'opzione era stata introdotta per i111pedire le grazie aspettative entrate in uso nella chiesa con lo scis111a di Avignone. 5) li vescovo Ponticorona fu scon1unicato e dichiarato eretico. 6) L'opzione era vietata per i benefici curati; tna quelli della chiesa d'Agrigento erano curati, dunque lo statuto che introduceva l'opzione doveva considerasi nullo. 7) Le bolle pontificie non recavano l'exequatur regio, che doveva essere apposto entro un anno. 8) Le grazie spiravano con la 111orte dcl concedente. Inutile dire che ad ogni affennazione se ne apponeva un'altra dall'una parte e dall'altra, col ricorso alle sottigliezze legali pii1 raffinate. Basta qui dire che la polen1ica non si estinse allora e che seguirono altri libelli a sostegno delle due parti 59 • È però significativo il fatto che dell'opzione si parla come di cosa usuale nel sinodo del Ramirez, del i 704, ma non ve ne è cenno in quello dell'Haedo del 1589. Ed è ancora inutile ricordare che la polemica non si svolse soltanto tra vescovo e capitolo, 1na coinvolse anche le autorità politiche ed i tribunali. C'era anche una litigiosità all'interno de! capitolo; a tal proposito si potrebbe addurre tutta una serie di memorie edite e di op usco li'•0 . Ma è so-

:w Si veda ;_id es. Regalia piena de' re di Sicilia in !11/fc !e chiese vaconti del Neame o sia dissertazione con cui si dimostra che co111pele ai re di 5,'fcilia, 1111ita111e11tc alla percezione dei fi·11tti. di cui sono in possesso la collocazione hcn anche di t11tli i bcnc,(ici che vacano in te111po della vedov({nza delle loro chiese, Napoli 1776. 6 1l V. Cil{AFFI, Per don Gaetano Sanzo, contra do11 To1111/l(/SO Calamaro nella Suprema Cli1111ta di Sicilia. s.n.L: [Jijèsa delle gi11risdizio11i e preminenze della Cantoria della chiesa cattedra/e di (7/rgenti a pro' dcl /Jr. /). Antonino C'ava/ieri, att11ale cantone, contro il /Jr. /J. l_~gone Papè, decano del/c1 medesima (~attedro!c sostenuta dal/ 'avvocato A nto11 ino (~rcsci111a1u10 dei baroni di C'apodarso, putrizii piazzesi, s.n.t. (1748L Segue: [Jijèsa delle Ire sentenze co11fon11i e del/ 'atto di perpetuo si/e11::io che ha otfe1111to il regio l)eca110


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prattutto la documentazione delle allegazioni ad offrirci la visione del fer111ento litigioso che pervadeva la vita di questa istituzione. Se poi guardia1110 anche la docun1entazione relativa alle questioni concernenti i privilegi e le insegne e quella assai pili vasta che si riferisce alle attività economiche e finanziarie e con-frontian10 questa enorn1e 111assa con la scarsezza della docun1cntazione relativa ad attività religiosa si ha la sensazione di trovarci in presenza di una istituzione che viveva assai lontana dalle pure e nobili idealità che l'avevano generata. Si tratterebbe co111unque di un giudizio superficiale, perché i profondi valori religiosi di cui quella istituzione era portatrice, andavano oltre le attestazioni dei docu111enti. È necessario intuire sen1pre la vita dello spirito dietro le carte giudiziarie e di contabilità.

4. !/ /ramon/o e la fine

Le basi econon1iche del capitolo poggiavano su una società pren1incnte1nente agricolo-pastorale, retta da strutture econo111iche statiche e rigide. Quando quella società co111inciò a rnutare le strutture non ressero più e ne! crollo trascinarono anche l'istituzione capitolare che, non essendo capace dì adeguarsi, riuscì solo a lottare fino a quando non scomparve del tutto. Le due co1nponcnti dcl capitolo, i canonicati o benefici 111aggiori, ed i n1ansionariati o benefici 111inori, poggiando su cespiti di diverso tipo, ebbero vicende diverse. a) I benef'ici minori e le leggi eversive dell'asse ecclesiastico Le principali leggi eversive furono quelle della legislazione detta unificata'''. La prima, del 7 luglio 1866 n. 3036, aveva come oggetto la soppressione delle corporazioni religiose e la conversione dell'asse ecclesiastico; fu

contro il Cantore della ('a!ledrale di (7irgenti ne!!a causa delle giurisdizioni e pre111inellze appartenenti al decanato, pri111a dignità {. . .}, Pa!enno 1751. (il Sul teina si vedano in parlicolarc: G. CERR!TO, La questione della /iq11idazio11e dell'asse ecclesiastico in Sicilia, in Rassegna storica del Risorgi111e11to 43 (1956) 270283; G. D'AMELIO, /,a legislazione ecclesiastica .fìno al 1867, ìvlilano 1961, 393-427; A.C . .IEMOLO, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni. Torino 1963-', 247-254; P. SCOPPOLA, Chiesa e Stato nella storia d'Italia, Bari ! 967, 50-67; f. /\!fARGIOTTA Br<OGL!O, Legisla::ione italiana e vita della (~hiesu (1861-1870'). in (~hiesa e religiosità in Italia dopo l'lJnità (1861-1878). Atti del qunrlo convegno di storia della Chiesa, La tvlendoln 3 ! agoslo - 5 seUe1nbre 197 l, fVfilnno, I 01-146: A. SINDONI, l'eversione del/ 'asse ecclesiastico, in Storia della Sicilia, eiL, IX. Napoli .1977, 201-220.


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en1anata dal luogotenente generale del Regno, Eugenio di Savoia, 111 virtù dell'autorità a lui delegata cd in seguito alla legge 28 giugno 1866 n. 2987, con la quale il governo del re ebbe facoltà di pubblicare cd eseguire come legge le disposizioni già votate dalla ca111era elettiva sulle corporazioni religiose e sull'asse ecclesiastico. La seconda, del 15 agosto 1867 n. 3848, riguardava la liquidazione dell'asse ecclesiastico. A queste due leggi seguirono altre complementari e interpretative, come quella dcl 3 luglio 1870 n. 5723, per lo svincolo dei benefizi e cappellanie di patronato laicale, soppressi con le leggi anteriori alla legge 15 agosto 1867, la legge 11 agosto 1870 (allegato P), n. 5784 sulla conversione dei beni immobili di fabbriceria, etc. e la legge del 2 gennaio 1876 n. 2902 (serie 2a) per disposizioni relative alla iscrizione di

rendita. Trascurando di occuparci degli ordini religiosi, interessa qui notare gli enti ecclesiastici secolari che furono soppressi e quelli che furono conservati. Furono soppressi: I) i capitoli delle chiese collegiate; 2) le chiese ricettizie; 3) le comunic; 4) i benefici ai quali per la loro fondazione non era annessa cura d'ani1nc attuale o co111e obbligazione principale. Non occorre ricordare qui i precedenti provvedi1nenti legislativi. Li1nito il 111io discorso a quelle leggi che toccavano il capitolo e la sacra distribuzione. La prima legge è quella dcl 7 luglio 1866 n. 3036 cli soppressione delle corporazioni religiose. All'art. Il la legge prescriveva che i beni i1nn1obili cli qualsiasi ente 1norale ecclesiastico dovevano essere devoluti al de111anio dello Stato e convertiti in una rendita al So/o del loro valore da iscrivere al Fondo per il cullo, sottoposta alla tassa di manomorta, con l'eccezione di quelli appartenenti ai benefici parrocchiali, alle chiese ricettizie e per il con1111a 4 dell'art. 18 anche quelli delle cappellanie laicali e dei benefici di patronato laicale e misto. L'ufficio previsto dallo Stato per la gestione dei beni degli enti ecclesiastici devoluti allo Stato e per sostenere i relativi oneri sarà il rondo per il culto, istituito appunto con questa legge (art. 25 e seguenti) dipendente dal Ministero di grazia e giustizia. Questa legge non toccava ancora direttan1ente né il capitolo, né la sacra distribuzione. Ma non era che un passo verso un più an1pio disegno, che venne a delinearsi nettamente con la legge n. 3848 del 15 agosto 1867 per la liquidazione dell'asse ecclesiastico, che aveva appunto lo scopo di troncare le innun1erevoli controversie sorte nella applicazione delle leggi precedenti. C'era vera1nente di che stare preoccupati e può in1111aginarsi il panico eia cui furono prese le innun1erevoli istituzioni a carattere religioso per


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l'attuazione di questa catena di leggi, regolamenti, disposizioni, spesso attuati con criteri scarsamente lungimiranti ed onesti. Tutte le vie, da quelle poi itiche a quelle giudiziarie a quelle della resistenza passiva, furono percorse per vanificare quei provvedin1enti, o, quanto n1eno, per ritardare l'applicazione. «Fu un 111ornento cli sgoinento terribile da cui fu preso lutto il Capitolo - scrive un rapporto confidenziale - poiché se le leggi avessero dovuto attuarsi la Chiesa si sarebbe rovinata, senza più quel lustro e quella n1agnificenza che rendevano

i111ponenti le sacre funzioni, davano n1czzi da vivere a quasi tutto il Clero di Girgenti, che, alla sua volta aden1piva alle 1nansioni dcl culto>/'~.

Le leggi colpivano anzitutto il capitolo perché limitavano a dodici il

nutnero dei canonicati ed a sei quello dei benefici 1ninori. Tuttavia in un primo momento, poiché l'art. I della legge del 1867 diceva solo che i ca non icati ed i benefici 111inori delle chiese cattedrali «non saranno provvisti» oltre il numero di dodici e sei, sembrò che non prevedesse perciò stesso la devoluzione dei beni al den1anio oltre quelli di regio patronato soppressi da! con1n1a 2. Si riteneva pc1ta11to che quei benefici né soppressi né provvedibili fossero da considerare vacanti e perciò le loro rendite dovessero passare agli econon1ati per essere destinate allo scopo per cui erano stati istituiti. Ma ben presto si ebbe ! 'interpretazione autentica ed ufficiale con l'art. 8 della legge cicli' 11 agosto 1870 n. 5784 (allegato P), che precisò «Per l'art. 6 della legge del 15 agosto 1867 n. 3848 devono ritenersi soppressi nelle chiese cattedrali i canonicali che eccedono il nu1nero di dodici e gli altri benetìzi e cappellanie che eccedono il nu1nero di sei». Non c'era alcun co1n1nento eia fare, alineno per quanto riguardava il capitolo. Diversa era la posizione dei benefìci 111inori o 111ansionariati, per i quali inizia un can1n1ino quanto 111ai travagliato. Era evidente che la legge colpiva anche i n1ansionari, sia il gruppo detto dei 30 sia i 1O di 'rraina e sia i legatari, cioè tutta la sacra distribuzione «Bisognava ricorrere a risorse legali straordinarie e dire quel tanto che giovava agli interessi della Chiesa - prosegue il citato rapporto - e tacere quanfaltro poteva concorrere alla distruzione della 111edesi1na». In altre parole bisogna lottare a oltranza, senza scru-

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Serie VJ, sottoserie 5, I.


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poli, avvalendosi di tutte le risorse che la legge consentiva. Perciò i canon1c1 adottarono una linea di difesa-offesa che alla fine diede i suoi frutti. Già fin dal 1868 la sacra distribuzione fu assalita dalle richieste provenienti e dal vicario capitolare e dagli organi finanziari di governo per conse. gnarc un elenco dei legati pii. J_,a sacra distribuzione avanzò il quesito sulla soppressione dci legati pii al Consiglio di Stato il quale, nel 1868, in udienza a sezioni riunite, espresse il parere «che i legati pii o le fondazioni di culto i quali non siano enti 1norali per sé stanti ed autono1ni, rna siano invece oneri di altri enti morali conservati, siano questi sorti pure per oggetto di beneficenza od altro qualsiasi non abbiano a considerarsi co111e aboliti» 6-'. li parere, a cui si confonnarono gli organi a1111ninistrativi e tìnanziari, era una confcr-

111a della legge, ed apriva un varco attraverso il quale la sacra distribuzione riuscì a 1nantcnere in essere la 111aggior parte dei legati. Un altro var_co era dato dalla stessa legge che conservava i benefici cui era annessa la cura d'ani1nc. Ma, in ogni caso, era necessario presentare la documentazione per dimostrare quale fosse la natura dell'ente, desumibile dall'atto cli fondazione, dagli statuti, dalle bolle di nomina degli attuali partecipanti, dal conto 1noralc dell'ulti1no anno, debitan1ente riconosciuto 1'4 • Proprio questo varco pern1ise alla sacra distribuzione di salvarsi, ahncno per allora. Jnfatti la sacra distribuzione con1unicò alla direzione den1aniale co111partin1entale di Agrigento di ritenersi esente dalla soppressione. Ma le fu chiesto di presentare la docutnentazione a riprova 65 • In quel 111on1ento fu presentata al de1nanio solo la docun1entazione dei legati Palizzi e Picinontese. Il demanio sollecitò quella relativa agli altri legati'''' svariate volte, e per vari anni ancora. Intanto la sacra distribuzione guardava a Catania che aveva citato in giudizio il den1anio, ottenendo il riconoscin1ento che il feudo di Santa Venera, precipua rendita della 1ncnsa capitolare, fosse dichiarato beneficio parrocchiale esente da tassa dcl 30o/o e dalla conversione, 111a non aveva ottenuto che il numero dci canonicati fosse elevato oltre i 12. Tuttavia il capitolo non aveva consegnato [e prebende dei canonicati eccedenti i 12, fondandosi

6

·'

!bid., Nota dcl R. Subeconomato ai Deputati della S. !Jistribuzione ciel 6 luglio

1868. 1 '"' r' 5 M

Jbid.. Nota dell'lJITicio Registro cli Agrigento dcl 3 agosto 1868. /bid.. Nota dcll'Uflicio ciel Dc1nanio dci Deputati. del 23 dicen1bre 1871. lbid. Nota dcl 15 ottobre 1872,


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Giuseppe Schirò

non sulla parrocchialità, ina sul concetto di 1nassa co1nune: non esistendo prebende distinte non vi potevano essere prebende soppresse e quindi il capitolo non aveva nulla da consegnare 67 • «Fu allora - prosegue se1npre il rapporto - che il capitolo intentò un giudizio contro il Dcn1anio e, per la 1nercè di San Gerlando, protettore di Girgenti e non senza ardui lavori e febbrili attività si ritenne il patri1nonio della cosiddetta distribuzione co1ne parrocchiale, soggetto alla sola conversione degli in11nobili, che erano pochissin1i, ed alla tassa del 30%, non già in forza dell'arl.18 della legge 15 agosto 1867, 1na dell'altra posteriore del dì 11 agosto 1870 arL 5 e, per 111cglic dire, venne assoggettata alla tassa dcl 30'1f) tc1nporanca».

E concludeva soddisfatto «così previo lo sparuto pagamento cli una somma quantitativa, la Chiesa venne fatta salva». Dunque tutto lo sforzo fo diretto a dimostrare che la sacra distribuzione era investita della parrocchialità e che perciò i 1nansionari non erano n1ansionari, 111a coadiutori del parroco. In questa argo111entazione non si riesce a capire quanta fosse la buona fede. Infatti «sarebbe davvero una irrisione o un delirio -

dice se111pre i! rapporto -

il voler

sostenere che i n1ansionari dei trenta, dci dieci e elci lcgalari costituiscono altrettante coacliutoric

1... ]

in nessuna delle fondazioni si parla cli coadiutoric ... ».

Ma non vi era altra strada per arrivare allo scopo. Dunque anche la sa-

cra distribuzione apriva una vertenza giudiziaria col de1nanio presso il tribunale di Agrigento e ot!enne la sentenza del 28 e 31 marzo 1876, secondo la quale la chiesa parrocchiale e la sacra distribuzione «non andava ad altro soggetto che alla conversione degli immobili ed alla tassa ciel 30% temporanea sino al I 0 gennaio 1870, giusta l'art. 5 della legge 11 agosto 1870>>'''. Poiché non venne fatto appello 69 , la sentenza passò in giudicato. Un altro successo ottenne la sacra distribuzione con altra sentenza dello stesso tribunale del 19 giugno 1880 con cui si dichiarava prescritta l'azione dcll'an1111inistrazionc finanziaria per la tassa d'annuo concorso dovuta sul

67 Jbid., Nota de!J'arcivescovado di Catania dcl n1arzo 1873. 68 Jbid.. Nola della S. Distribuzione al Ricevitore ciel 13 scttc1nbrc 1883. 69

L. c.


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65 I

reddito del patrimonio della sacra distribuzione per il periodo dal 24 giugno 1866 al 3 settembre 1867. Ma per la quota di concorso intanto si aprì un'altra vertenza giudiziaria col Fondo culto, il quale intendeva prendere possesso dei 58 benefici minori e cioè dei 30 mansionari antichi, dei I O fondati dal Traina e dei 18 fondati da privati, come risultava dagli atti della visita dcl De Ciocchis e ne chiedeva i relativi atti di fondazione 711 • l.,a sacra distribuzione tergiversava, adducendo pretesti di ogni genere, come la perdita dei documenti perché consegnati a suo te1npo ad un legale, adesso defunto, e non più restituiti 71 . Tuttavia un primo elenco contenente gli estremi di sette fondazioni fu inviato al sindaco di Agrigento 72 • I canonici risposero confcrn1ando la propria posizionc 7\ La Pretura insisteva 1ninaccianclo ricorso alle n1isurc estren1c previste dall'art. l 3 della legge 7 luglio 1866 74 . Solo allora i canonici forn1tliarono una risposta conciliante esponendo in 1nodo chiaro la propria posizione, fondata su argon1entazioni giuridiche75 : erano state rispettate tutte le leggi, era stata operata la conversione dci beni ed erano state pagate. Ma l'Intendenza di Finanza chiese altri chiari1nenti7 6 . I canonici redassero un'altra 1nen1oria in cui ribadirono la loro posizione «L'Ente unico, ed è la chiesa cattedrale parrocchiale, le di cui rendite furono già sottoposte al trattamento voluto dalle leggi, dalla sentenza passata in cosa giudicata e dal fatto stesso del Ministro» 77 • Per un chiarimento definitivo della questione, l'Intendenza di rinanza di Agrigento presentò al Ministero un rapporto che si riassun1cva in quattro punti: I) i minori enti ecclesiastici erano solo tredici: Traina, Palizzi, La Seta, Zunica, Crescenzo, Costa Borgognone (1neglio Brugugnone), Maurici, Pien1ontese, Sacra Missione, i Trenta, Sacra Distribuzione; 2) questi si sono messi in regola con le leggi di eversione ed hanno pieno diritto di esistere; 3) che l'istituzione detta dei trenta non è un ente 1norale con propria dotazione, nla è un pio sodalizio, che si risolve in una aggregazione di preti poveri

711

!bid., Nota dc! 19 rnaggio 1883. !hid, Nola dcl 10 luglio 1883. 72 !hid., Nota dcl 30 luglio 1883. 7-1 fhid, Dichiarazione dcli'!! scHen1brc 1884. 71 · !bid, DifTida con ingiunzione dcli'! [gennaio 1885. y, !bid., Nota del 31 gennaio 1885. 76 Jbid., Nota del 21 rebbraio 1885. 77 Jhid, Nota dcl 22 innrzo 1885. 71


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sovvenuti dalla sacra distribuzione coi proventi eventuali delle masse piccole; 4) che la sacra distribuzione ha il carattere della parrocchialità, indipendente dalle prebende capitolari e pertanto è un ente conservato, inlangibiJen Nei primi due punti il discorso appare chiaro: il demanio andava in cerca dei benefici 111inori, perché il capitolo, con soli 12 canonicati e 6 tnansionari era salvo; erano in discussione le altre fondazioni, 1na il Den1anio 1nostrava di non avere idee precise sulla distinzione tra i sei conservati a nonna della legge e le altre fondazioni che la sacra distribuzione affermava non essere dotate di personalità giuridica ed autono111a, 1na che costituivano il suo patrimonio. Infatti - a detta della deputazione - «tranne dei canonicati che hanno prebende distinte, non vi sono altri benefici minori [ ... ] ma sacerdoti che pel servizio che prestano vengono retribuiti sulla massa della fab-

briceria»79. li Ministero delle Finanze volle accertarsi del vero stato delle cose"' cd i canonici ribadirono che l'a1nn1inistrazione parrocchiale volganncnte detta sacra distribuzione era da considerare anche, co1ne da sentenze, uno degli enti contemplati dall'art. 5 della legge 11 agosto 1870 (allegato P) cd in conseguenza sot!oposto alla conversione degli immobili cd alla tassa dcl 30% fino a tutto diccn1bre 1870. In questa A111111inistrazione andavano cotnprcsc e «inviscerate» tutte le altre fondazioni, co1ne accessori. Non esistevano né di diritto né di fatto veri benefici o n1ansionariati, 111a se1nplici n1inistri incaricati del culto e di volta in volta con1pensati in 111isura variabile. Gli uffici finanziari continuavano a insistere fino all'ingiunzione della pretura di consegnare enll'o cinque giorni dal 29 agosto 1884 l'elenco delle l'enditc di tutti i benefici. Negli ulti1ni due punti sono contenuti pari pari le tesi dei canon1c1, 1 quali trovarono un sostegno efficace nell'opera di «un funzionario caltolico a cui slava son11nan1cnte a cuore la salvazione dci legali

<li Traina e degli altri dcui legatari - prosegue il rapporto - che seppe dì uf!ìcio sostenere che queste istituzioni dovevano caratterizzarsi con1e appendici, oneri e pesi della Sacra Distribuzione, soggetta sc111plicen1cnte alla conversione degli i1nn1ohili cd alla tassa len1poranea del 3()CfcJ».

78 79 go

/bid., Rnpporto del 20 sctteinbrc 1883. Jbid, Nota dcl 17 diccn1bre 1883. !bid.. Nota de! Subcconon1ato de! 29 febbraio 1884.


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65 3

E l'Intendenza di Finanza chiuse definitivamente tutta la questione con una nota indirizzata al capitolo"' il 4 giugno 1886 che val la pena tra-

scrivere: «Sulla questione della soppressione degli Enti n1inori della Cattedrale di Girgcnli la Direzione Generale del Den1anio ha preso le seguenti deliberazioni dopo aver scnlilo l'avviso della F. cgia Avvocatura Generale Centrale: I 0 che pci canonicati soppressi in codesta Cattedrale per eccedenza de! nurnero legale il l)e1nanio non possa prendere possesso delle porzioni di rendita di cui gli inves!iti godevano sulla 1nassa clenorninata Sacra Distribuzione giacché i canonicati avevano la loro rispettiva dotazione nelle prebende e la partecipazione di cui gli investiti fruivano sulla n1assa suddelta era a titolo di rcn1uncrazionc dcl servizio corale; 2° che nei 30 111ansionari di antica fondazione non si possano ravvisare, n1assi111a111cntc a fronte della Sentenza di codesto Tribunale 31 n1arzo 1876 passala in giudicato, altrettanti benefiziati veri e propri dci quali occorre tener conto nella sisten1azione del capitolo a tern1ini dell'art. 6 della legge 15 agosto 1967 e che per conseguenza non possa il Den1anio prendere possesso degli assegni di cui i 111ansionari eccedenti i! nu111ero di sei fruivano dalle rendite della Sacra Distribuzione vuoi a titolo di elargizione, vuoi a quello di ren1uncrazione dcl servizio; 3° che <lnche in ordine ai 1nansionari cli ronclazione privata la questione si debba ritenere pregiudicala dalla citata sentenza, e non possa quindi il Dcn1anio (il quale già assoggettò alla conversione cd alla lassa 30'XJ le diverse eredità) prendere possesso di assegni che allo stato delle cose sono a riguardarsi corne oneri inerenti agli scopi della Sacra Distribuzione. Stante tali deliberazioni l'Uffizio Finanziario nulla ha più da vedere in ordine alla presa di possesso cli porzione di 1nassa dei canonicati soppressi e di assegni ai n1ansionari dei Trenta cd a quelli cli fondazione privata e consegucntcn1cntc deve astenersi eia ogni ulteriore pratica al riguardo. Di quanto sopra 1ni pregio dare conoscenza alle SS. LL. per opportuna loro norn1a cd in segno cli affare dcfinitivan1ente ultin1ato».

E il prof. Luigi Conforti, che firmò il documento, era un profondo conoscitore della materia: diverrà poco dopo Regio economo generale dei be-

Xl

/,.C.


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nefici vacanti ed è autore di varie pubblicazioni giuridiche relative a questa materia, pubblicate a Napoli, qualcuna delle quali, come Il codice e la giuri-

sprurJenza della 111ano1norta e degli ecclesiastici conservc//i raggiunse la terza edizione. b) i canonicati (i benefici e le leggi sulle decime) Se le leggi di conversione e quelle di eversione dell'asse ecclesiastico,

riducendo il nun1ero dei canonicati e quello dei benefici 111inori, diedero un serio colpo alle basi finanziarie sulle quali era fondato il plurisecolare edificio del capitolo cattedrale e della sacra distribuzione, le leggi sulle decime diedero il colpo di grazia, facendolo crollare definitivamente. «La questione delle decime, che si agitò per lunghi decenni tra la fine del secolo scorso e l'inizio del presente, non è solo un episodio storico, che riguardi la chiesa agrigentina, 111a una vicenda ese111plare» che - scrive il De Gregorio 82 - ebbe riflessi su tutta la Sicilia. Sul capitolo cattedrale di Agrigento il problema delle decime, le leggi sulla loro abolizione o con1111utazione ebbero un effetto devastante, fino a procurarne l'estinzione. Infatti, co111e si è visto, le prebende dei canonici erano fondate sulle. decime. li capitolo, come nel caso dei benefici minori, oppose una durissi111a resistenza. Questa lotta produsse non solo una serie di memorie, opuscoli stampati, ma anche e soprattutto un'abbondante documentazione che possiamo rinvenire tra le ca1ie del capitolo e quelle di altri archivi. Per entrare più profondamente nello spirito della condotta dei canonici, occorre anzitutto ricordare che la decin1a affonda le sue radici nel!' Antico Testamento e consisteva nel versamento cli una parte (in origine la decima pa1ie) dei prodotti che gli israeliti dovevano versare al tempio ed ai suoi ministri per il mantenimento del culto e delle persone addette ad esso. Era un antico istituto fondato sul concetto di offerte rivolte alla divinità come proprietaria del paese. L'istituto entrò nelle consuetudini e poi nelle leggi della chiesa, seguendo una evoluzione dottrinale nel corso dei secoli. Vi era, pertanto, anche una ragione ideale, religiosa a 111antenerle. Secondo la provenienza dell'obbligo le decime furono classificate in vario modo: dominicali o prediali, sacra111entali o personali, regie, feudali, novali, sanguinali 8\ etc. Qui intc-

82 D. DE GREGORIO, Ottocento ecclesiastico agrigentino, !!J, Agrigento 1984, 209. 8 ·' Si chiainavano don1inicali le dcci1nc stabilite in fr1vorc delle chiese in corrispettivo di concessioni di fondi ordinariaincnte con diritto di do1ninio: le sacrainenta!i erano quelle


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ressano due categorie di decime: quelle dominicali o prediali, fondate sul riconoscimento del diritto di proprietà su un terreno, indipendentemente dalla persona del suo detentore, e quelle sacramentali o personali, fondate su una prestazione o un servizio personale di un ministro di culto, come, ad es. il conferimento di un battesimo. La deci1na veniva corrisposta in natura o in denaro equivalente e, pertanto, considerava in1n1utabilc la situazione del fondo su cui essa gravava. Lo scopo fondamentale delle leggi era rivolto a svincolare il fondo della sua i1nn1utabile destinazione, con la conversione in denaro e ad eli1ninare ogni imposizione per servizi personali. Tuttavia, nell'applicazione delle leggi non 1nancarono poi abusi e soprusi. Alla questione delle decime, che afflisse il capitolo di Agrigento, ha dedicato un ampio capitolo Domenico Dc Gregorio nel voi. Ili dell'Ottocento ecclesiastico agrigentino. Rinvio dunque a quell'opera chi volesse approfondire il discorso. Qui mi limito a delineare brevemente i termini della questione. La riscossione delle decime incominciò a incontrare difficoltà nella pri111a 111età del '700, sotto l'influsso dell'illun1inisn10, per la politica giurisdizionalista del Regno di Napoli, per effetto di un decreto del l'Assemblea nazionale francese (4 agosto 1789) e infine a causa delle varie leggi che colpirono la feudalità. li primo colpo di piccone si ebbe col decreto prodittatoriale dcl 4 ottobre 1860 che commutava in canoni affrancabili le prestazioni in natura delle decime. L'art. 1 diceva «le decime personali sono abolite» «con gli altri '11ticoli si stabiliva la conversione in denaro di tutte le altre prestazioni, variabili e invariabili, comprese le ottene, le decime, le vigesime, i censi ed i canoni. Era prevista una «Giunta» for111ata da tre alti 1nagistrati «per dare opera alla conversione delle prestazioni». A questo decreto seguì quello del 18 ottobre successivo di approvazione del regolamento e poi un altro decreto regio del 19 maggio 1864 che, rinforzando le prescrizioni precedenti, disciplinava il funzionamento della Giun-

prestate da coloro che fruivano dci benefici dell'attività della chiesa; erano regie o feudali quelle concesse dal re o per diritto feudale: erano novali quelle dovute dai fondi posti <1 col-

lura per la prin1a volta: le sanguinali erano quelle che gravavano sui prodotti degli anin1ali. Sul tenia si vcd<1: C. JANNACCONE, /)ecinze (dirilfo ecclesiastico), in 1\fovissin10 digesto italiano, V, Torino 1968, 258-267; f. SCADUTO, Stato e (~hiesa nel/e due Sicilie, L Palenno 1969, 73-74; A. CASTAGN!:TTI, Le decime e i laici, in La Chiesa e il potere politico, Storia d'Italia. Annali 9, Torino 1986, 507-530.


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ta, decretandone i poteri. Ciò 1nalgrado, questi 111cccanis111i funzionavano assai lentan1enteH..i.

Ma il proble1na essenziahnente consisteva nel distinguere tra le deci111e quelle dotninicali e quelle sacra1ncnta!i. In realtà le leggi e la giurisprudenza avevano distinto nettamente le due tipologie e avevano considerato abolite o da abolirsi solo quelle personali, come residuo della feudalità, e da conser-

varsi quelle don1inicali in segno di riconoscin1ento dcl don1inio e111incnte sulla terra, cioè di una forma di proprietà, legata alla terra, indipendentemente dalla persona che, come proprietario effettivo, deteneva quella terra. E ciò per salvaguardare i diritti della Chiesa. Si delinearono pertanto due posizioni contrastanti: quella di coloro che

interpretavano la legge con1e abolitiva di ogni fonna di decin1e e quella di coloro che volevano la conservazione delle deci1nc do111inicali. Lo scontro

durò per più di 1nezzo secolo. Si pronunziano per la conservazione vari autori, con1c Cirino Rinalcli, G.B. Piconc, Ignazio Caruso .... 111entre furono contrari Giuseppe Salvioli, Francesco Scaduto e, in genere tutta la nobiltà, oberata dai debiti per arretrati nel pagamento della decima. Infatti, a partire dal I 860, in seguito al decreto prodittatoriale del 4 ottobre, molti si erano cre-

duti autorizzati a non pagare più le dcci1nc e, per questo erano stati avviati svariati procediinenti giudiziari. La prima legge che colpiva anche le decime dominicali fu quella dell'l l giugno 1873 n. 1389 «affrancazione nelle province napoletane e si-

ciliane di tutte le prestazioni di qualsiasi quantità e natura» con cui veniva stabilito che entro tre anni dalla promulgazione, tutte le prestazioni di qualsiasi quautità e natura contemplata dal precedente governo borbonico dovevano «commutarsi in una rendita annuale in denaro uguale al valore della prestazione costituita sulle terre stesse ed affrancabili» (art. I). A questa seguì quella del 29 giugno 1879 e poi quella del 14 luglio 1887 che abolivano completamente ogni sorta di decime e commutavano in denaro quelle dominicali, dichiarate affrancabili. Il De Gregorio ci dà ampie informazioni sulla durezza dello scontro che si estrinsecò non solo con la pubblicazione di studi monografici, come ab-

bia1no visto, 1na anche con articoli sulla stan1pa, con1izi e varie altre inizia-

x~ D. DE GREGORIO, Ottocento ecclesiastico agrigentino, cii., 215.


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tive. ru messa in dubbio pure l'autenticità della concessione di Ruggero e fu esa1ninato con n1olta attenzione il diplo111a nor111anno. Nel 1892, nel 1894, nel 1898, nel 1900, nel 1903, nel 1908 non 111ancarono alcuni progetti di legge che prevedevano l'assegnazione di un assegno fisso ai canonici al posto delle decime; ma non approdarono mai all'approvazione parla1nentare. Finalmente si giunse alla legge 29 giugno 1912 n. 639 concernente «provvedi111cnti sulle deci1nc agrigentine». Scrive il De Gregorio: «È una transazione in1posta contro ogni clirillo, dalla autorità - non ru infa1ti concordata tra le parti; n1a chi erano le parli? Ccrla111ente i canonici e il vescovo di Agrigento; e l'altra parte chi era? lo Stato, i latifondisti? e in

1101nc

di quale di-

ritto? - perché conserva le dccin1e n1a ne riduce l'an1n1ontarc a f. 18.000. Condona le annualità arretrate e le rate di affrancazione non ancora pagate, concede l'iscrizione di ipoteca legale a garanzia delle dccin1e e !<i redin1ibilità delle prestazioni con la facoltà di pagare il prezzo di affranco ratealn1enlc. Così lern1in<1va l'annosa questione: si diede sostanzialn1cntc ragione alla lesi sostenuta scn1prc dal vescovo e dai Canonici, perché venne riconosciuto il diritto di decin1a, 111a la Chiesa fu, nuovan1enlc, spogli<ita, non per aiutare i! popolo, 111a i grossi proprietari che ne godettero lutti i vantaggi, dopo avere urnilialo la giustizia e ancora una volta - n1a l'ese1npio sarebbe stato fecondo in avvenire - lrasfonnata la politica in n1afia ciel potere» 85 •

Riporlo di seguito il testo della legge: «Art. I. Le prestazioni decin1ali di qualsiasi specie, natura, deno111inazionc pervenute al dcrnanio o all'an11ninislrazione dcl tOndo per il cullo, per qualunque titolo, della n1cnsa vescovile e dai canonicati, sia conservali che soppressi, della chiesa cattedrale cli Girgcnti e quelle tuttora con1prese nella tcn1poralità della della 111ensa e dci canonicati conservati della chiesa n1edesìn1a, sono regolate dalla presente legge, ancorché si trovino convertite in prestazioni pecuniarie o riconosciute giucliziarian1ente o in altro 111odo.

K'i

fbir/.. 247.


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Le annualità arretrate e le rate di nffrancazione delle dette prestazioni, non ancor<l pagate, co1nprcse quelle a cui possa aver diritto l'cconon1ato dei benefizi i vacanti di Sicilia, sono condonati.

Tutte le partite a debito, sia per spese, sia per qualunque altro 1notivo, nelle procedure e nei giudizi seguiti finora, e quelle relative a tulti gli altri crediti an1rninistrativi, di cui non sia stata eseguita la riscossione saranno cancellati. Art. 2. Le dette prestazioni graveranno sui fondi rustici situati nel territorio sottoposto alla dcci1na, salvo le esenzioni e le esclusioni cli cui agli articoli seguenti e saranno corrisposte all'a1n111inistrazionc dcl fondo per il cullo nell'annua con1p!essiva son1rna di lire 18.000. Tale son1n1a sarù dallo stato posla a carico dei fondi rustici situati nel lerritorio soggetto alle prestazioni cli cui all'art. I e ripartita lra gli stessi proporzional111entc alla rispettiva estensione e tenuto conto anche dello stalo cli esazione e di possesso all'epoca della pro1nulgazione della presente legge. J\rt. 3. Le quote individuali inferiori a 30 ettari non sono soggeltc ,1[ riparlo; quelle superiori vi saranno con1presc solan1enle per la parte che eccede i 30 ctlari. Agli effetti ciel presente articolo le estensioni dci diversi predii, appartenenti ;_d uno stesso proprietario, vengono son11nate, ancorché si trovano in con1uni diflCrenti del territorio decu1nano. Art. 4. Sono esclusi dal riparlo i fondi e le parti di essi la cui libertà dal peso delle prestazioni sopra indicale è stata riconosciuta per sentenza passata in giudicalo; quelli che ne sono stati liberati per aflì·ancazionc e quelli che furono alienali cb qualcuno degli enti di cui all'art. 1 senza i! peso delle prestazioni stesse. Art. 5. Gli intendenti di finanza delle provincie in cui trovansi i fondi gravati, nel tcnnine di sei 111esi dalla pron1ulgazione della presente legge, J-Orn1cranno gli elenchi dei debitori, e cletcnnineranno d'accordo la n1isura dcl riparto. Tali elenchi saranno pubblicati negli uffici cli registro della rispettiva circoscrizione. Ciascuno degli interessati, nel tcrn1ine di scssnnta giorni dalla pubblicazione degli elenchi, potrà recla1nare contro la propria iscrizione in essi, per errore cli fatto o per violazione degli art. 3 e 4 della presente legge con ricorso diretto alla Giunla provinciale an1n1inistrativa di Girgenti. La giunta, in base ai docun1cnti prodotti, decide sui reclan1i, stabilisce la n1isura definitiva dei riparto fra tuui i debitori e fonna i ruoli. Art. 6. I ruoli definitivi saranno resi esecutorii dai prefetti delle provincie in cui essi si trovano i fondi gravati e contro cli essi non è an1n1esso alcun gravan1e. Gli intendenti di finanza faranno procedere alla cancellazione cli tutte le iscrizioni ipotecarie che siano state preeedcntc1nente eseguite a garanzia delle prestazioni dc-


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cin1ali e degli altri crediti cli cui nel prin10 articolo e nello stesso ternpo htranno iscrivere le ipoteche legali a garanzia delle deciine accertate in esecuzione della presente legge. Le nuove ipoteche legali prenderanno rispettivarnente il posto e il grado di quelle da cancellarsi.

Art. 7. La riscossione è affidata ai ricevitori del registro dcl luogo dove si trovano

i fondi e sarà eseguita con le nonne dell'art. 21 della legge 15 agosto 1867

11.

848. Arl. 8. Le prestazioni dccin1ali sono rcdin1ibili cd è in facoltà dci debitori di pagare il prezzo di aflì«Jnco delle loro quote in rate annuali uguali non n1aggiori cli sci con gli interessi ciel 4o/n, sotto le condizioni stabilite agli articoli 4 e 5 della legge 29 giugno I 893 n. 347. Art. 9. Nonostante il trasferirnento a qualunque titolo dei predii gravati, !e azioni relative alla quota dovula di ciascuno di essi, saranno validan1cntc esercitate contro colui che figura iscritto nell'elenco dei debitori fino a tanto che la parle interessala non denunzi al

ricevitore dcl registro incaricato dalla riscossione

l'avvenuto trasfcrin1cnto. Art. ! O. Tutti gli atti e le operazioni occorrenti in esecuzione della presenle legge saranno esenti eia qualunque tassa. ArL 11. Il Governo è autorizzato a distribuire Ji·a i canonicati della Cattedrale cli Girgenli annuì assegni per l'an1111ontare di f. 15.000 a carico della direzione generale elci fondo per il cullo. Art. I 2. TI governo del re è autorizzato a stabilire con decreto reale, sentito il consiglio di Stato, le disposizioni occorrenti per l'esecuzione della presente legge. Data a

RC)]lla

addì 27 giugno ! 9 r 2.

Vittorio En1anuclc. Finocchiaro Aprile. Facta»

li Codice di diritto canonico promulgato dal papa Benedetto XV nel 1917, dedicava ai capitoli ben 31 canoni, dal 391 al 422. Ai capitoli cattedrali confcnnava tutte le funzioni, i con1piti e le prerogative del passato. Proibiva l'opzione) a 1neno che non fosse prevista dalle leggi di fondazione. li nuovo codice, promulgato, dopo il Concilio Vaticano li, dedica ai capitoli solo 7 canoni, dal 503 al 51 O, toglie la prerogativa più importante di governare la diocesi in sede vacante e di eleggere il vicario capitolare; separa nettan1ente dai capitoli la cura pastorale, ove questa vi fosse connessa. Pur non niancando alcuni cscn1pi di capitoli ancora efficienti, nella stragrnndc n1aggioranza dei casi i capitoli sono oggi in netto declino, e per la nlancanza di basi econon1ichc e per lo scarso nun1ero di sacerdoti.


Giuseppe Schirò

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li capitolo cattedrale di Agrigento aveva le sue basi economiche sulle decin1e, che considerava i1111nutabili e perpetue e non ebbe n1ai il pensiero di premunirsi contro eventuali cadute di valore. Eppure nelle chiese di Sicilia

non è 1nancato qualche eseinpio di lungin1irante prcviggenza, con1e quella di Girolamo V cnero, arcivescovo di Monreale ( 1620-1628), rondatore del capitolo della collegiata, il quale aveva strutturato le sue basi econo111ichc in 111oclo tale eia salvaguardarlo perfino dai pericoli dell'inflazione 1nonetaria86 .

5. L'orch;vio capitolare Formazione, criteri di ordinamento, contenuti e consistenza L'attenzione per la for111azionc e la conservazione degli archivi è stata sen1pre costante nella Chiesa. Sono infatti nu1nerosi i provvedi1nenti pontifici in tal senso, specialmente dal Concilio di Trento in poi. Pio V, col breve Inter 011111es del 6 giugno 1566 conferma ed estende alla Chiesa universale i decreti sinodali 1nilanesi dclranno precedente con cui si prescriveva l'istituzione degli archivi e la fonnazionc del loro inventario a tutte le istituzioni ecclesiastiche, compresi i capitoli. Lo stesso pontefice, nel 1571, emanava la costituzione apostolica A1uneris nostri con cui prescriveva ai vescovi dcl Regno di Sicilia cli compilare ogni anno e custodire diligentemente ['inventario degli atti crin1inali della propria diocesi, per con1battere rabuso di nlcuni vicari capitolari che, profittando della vacanza della sede, distruggevano i clocun1enti a loro non graditi. La serie di provvcdin1enti pontifici in favore degli archivi prosegue ancora a di1nostrazione della consapevolezza dell'i111portanza degli archivi, non solo dal punto di vista di interessi concreti, 111a anche dal punto di vista storico e culturale. Per rendere più efficaci !e prescrizioni veniva con11ninata la pena della scoinunica a coloro che avessero sottratto docun1enti o danneggiato archivi. Papa Benedetto Xli nel 1725 approvò un decreto ciel concilio ro111ano con cui ancora una volta si faceva obbligo ai vescovi di istituire presso ogni chiesa ed istituzione l'archivio e di con1pilarne l'inventario. Successiva111ente, nel 1727, e111anò la costituzione apostolica A1axÌ!na vigilantia con cui obbligò i vescovi, i capitoli e i superiori delle case religiose d'Italia, di

H(i

Cfr G.

SCH!RÒ,

Proteggerò questa città, rvlonrealc 1988, 53-54.


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di J\grigenlo

661

istituire entro sei 111esi l'archivio, se ancora non l'avessero fatto, e a 1101111nare l'archivista. La stessa costituzione conteneva precise e 111inuziose nor111e non solo sulla 1naniera di con1pilare l'inventario e di conservare la docu-

111entazione, 111a anche sui locali e sugli altri accorgi111enti necessari per la buona tenuta degli archivi stessi. Ancor più minuzioso al riguardo è il bando del cardinale camerlengo del I giugno 1748. Era questo il quadro norn1ativo a cui doveva fare riferi1nento il capitolo cattedrale di Agrigento nei confronti del proprio archivio. Come avevano fatto tutte le altre istituzioni, anche il capitolo di Agrigento aveva provveduto a raccogliere insie1ne e conservare i privilegi sovrani e le bolle pontificie di fondazione e di concessioni. Questa raccolta fon11ante il cosiddetto «Tabulario» è stata illustrata da Paolo Collura nel volun1e Le ]Jiù antiche carte dell'archivio CO]Jito/are cli Agrigento, pubblicato a Palcr1110, nel l 960. Ma quest~opera si riferisce esclusiva1ncntc ai contenuti del l~abulario. Per i pri1ni secoli questo contiene, oltre alle pergainene, anche alcuni docun1cnti cartacei, tra cui il «Libellus de successione pontificun1 Agrigenti», che il Collura considera il primo tentativo di storia della diocesi ad opera del vescovo Rainaldo de Aquaviva. I più antichi docu111enti cartacei si riferiscono alle controversie per le decin1c. Il Collura non distingue questa prin1a fr1se della for111azione dell'archivio cartaceo, che considera tutt'uno con la raccolta delle perga111ene. Dopo aver rilevato che con la fine dell'epoca angioina, le vicende del tabulario agrigentino rientrano nell'oscurità, scrive: «Sappia1110 solo che un ignoto archivista dcl secolo XIV ci lasciò traccic1 di un prin10 ordina111ento, segnando dci nun1eri ro111ani sul verso delle singole perga1nenc. Nessuna notizia sull'archivio - egli prosegue - negli atti del regio visitatore Giaco1no Arncdo ( 1552); qualcuna lroppo so111111aria in quella di Francesco del Pozzo (1583); nessuna in quella di Filippo Gìordi (1606); per trovare il prin10 dettagliato, se non coinp!eto, inventario dcl Tabulario <Jgrigentino bisogna aspettare il 1741-42, anno della visita de! di!igcntissin10 n1ons. Angelo f)e Ciocchis; egli prescrisse l'applicazione delle sagge nonne clellatc da Bcncdcllo Xlii nella bolla /\!/nxiJ11n vigilontia ciel 1727, ordinò la costruzione cli un annadio, per la conservazione delle carle, ch'egli vide accatastale, e la con1pilazione di un inventario, che poi fu redatto in n1aniera troppo son1111aria, con riferin1en!o alle sole carte e senza alcun cenno per le perga1nenc. Tultavia, in applicazione dei decreti cli visita, un ignoto archivista, nella seconda 111etù del secolo, riordinò in 1noclo cn-


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Giuseppe Schh-à con1iabile carte e filze della cosiddcua «Sacra fJistribuzionc» in apposite scaffalature e nun1crò con ciJì·e arabiche le pcrga1ncne [ ... l».

Non 111i pare che si possa dire enco1niabile il 111odo con cui questo ignoto archivista riordinò !'archivio, né 1ni pare dcl tutto certo che il relativo inventario sia stato fatto interan1cnte nel 1783, ultin1a data riscontrata, perché sen1bra che sia stato iniziato nel 1737, in occasione delle consegne fatte ad un innon1inato "detentore", che subentrava in quell'anno, né si vede un

cenno alle disposizioni ciel De Ciocchis. Tuttavia questo pri1110 inventario è assai prezioso, anzitutto per la co1npletezza dell'elencazione del tnaterialc e poi per le altre infonnazioni che ci dà. li concetto di archivio aveva un valore assai più a111pio di quanto noi siatno abituati a precisare perché l'archivio era considerato un sacrario da custodire e da abbellire. L.a docun1entazione era contenuta in tre "stipi" o annadi. Un quarto conteneva una piccola biblioteca di libri liturgici, giuridici, storici, di ascetica, nia senza alcuna velleità di ordinan1ento, co1ne invece appare per la docu111entazionc. Pur non facendo alcun accenno al locale, elenca una serie di "utensili" che, nella nlcnte del redattore, facevano parte dell'archivio e che di1nostrano quale idea si avesse dell'archivio: vi erano, tra l'altro, 16 sedie a bracciali, un arn1adio grande di legno con cassonetti, due scri~toi foderati di ebano nero, un quadro della Madonna, un quadro dei sette vescovi di Agrigento, altri quadri, una gabbia per topi, qualche reperto archeologico, un cannocchiale, un baron1etro e tcnnon1etro, altri oggetti ancora e suppellettili sacre. La serie più in1portante è quella degli atti capitolari, giunta allora al 5° volun1e, iniziata nel 1580 "troppo tardi, invero') osservava il can. Russo, segretario dcl capitolo, nel 1900, anno in cui egli portò a termine l'indice generale degli atti, arrivati già al 10° volun1e, e si 1neraviglia «con1e i! capitolo della vetusta ed illustre Chiesa agrigentina abbia potuto fare trascorrere dci secoli senza pensare a raccogliere e conservare in appositi volun1i le sue decisioni». Di valore assai n1aggiore è il «Repertorio del l'Archivio Capitolare della Cattedrale di Girgenti nel 1833» che ho rinvenuto in doppio esemplare, nel corso dei lavori di riordino. L,a docun1entazione è distinta secondo una classificazione "generica" per alfabeto ed una "specifica" secondo i contenuti. Vi è indicato a fianco il numero dei "volumi" e quello delle "scansie". Allego questo repertorio in appendice, perché esso riveste una grande i1nportanza. Infatti esso fu con1pilato nel n10111ento della 1naggiore efficienza del


L'Archivio storico tlel capitolo cattedrale tli Agrigento

663

capitolo, quando l'afflusso delle donazioni si era affievolito ed il capitolo aveva, dician10 così, tàtto il pieno. Infatti era stato raggiunto il niassiino nu1nero dei benefici, niaggiori e 1ninori, non si pensava neppure lontanan1ente ad una possibile rnodifica, il suo funziona111ento e la sua struttura erano, in sostanza, co1ne erano stati sen1pre e con1e ritnarranno, quasi fossilizzati, sino alla sua estinzione. Credo che le scansie siano proprio quelle che ancora si sono conservate e che adesso sono state restaurate per accogliervi la docu1nentazione al tennine del riordino da 1ne effettuato. La docu1nentazione era disposta negli scaffali con un criterio, direi, geografico e cronologico, 111entrc i I repertorio segue la classificazione alfabetica con1e detto sopra. Non poteva esserci 1nigliore costruzione delle serie archivistiche originarie e perciò ho adottato questa classificazione co111e titolario di base, apportando solo le poche necessarie 111odifiche, dovute quasi sen1pre alle nuove accessioni dopo quell'anno. Ho chian1ato "serie" le voci della classificazione "generica'' e "sottoserie" quelle della classificazione "specifica". Le singole unità sono state nu1nerate all'interno delle sottoserie, con l'indicazione del contenuto e annotazioni relative, le date estren1e e infine le note, con una elencazione che si ripete unifonnen1ente da 1 a 5, lasciando vuoto il nun1ero quando 111anca quella nota. Ogni unità reca la propria segnatura, indicante appunto !a posizione di appartenenza alla serie ed alla sottoserie. Quando lo stato di conservazione non era soddisfacente le singole unità sono state confezionate in faldoni, contenenti in vari casi anche più di una unità. Considero "pezzo" il faldone così composto e quelle unità che sono rin1astc singole. Ad ogni pezzo ho attribuito un nun1ero progressivo continuo (nun1ero di corda), che consente un rapido controllo, facile 1naneggcvolezza cd una pronta ricostruzione dcll'ordina111ento che non è più il legato alla posizione che quella unità o pezzo occupa in una scansia, nia alla serie cd alla sottoserie: l'ordinan1cnto così ottenuto è pratican1ente indistruttibile. Le vicende da me illustrate nel primo paragrafo spiegano perché le carte non siano state trasferite all'Archivio di Stato e quali erano !e loro condizioni al 111on1ento in cui ho iniziato il loro riordino. Sulla base dcl repertorio del 1833, l'ordinamento è il seguente: ,_)erie J - Giuliane. La "giuliana" era l'elenco e qui sono elencate [e rendite. li primo volume venne compilato dal can. Zanghì nel 1607. Una sola sottoserie, con la stessa denon1inazione 2 unità, nun1ero continuo l e 2.


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Giuseppe Schirò

/)erie 2 - /lssenti. L'assento era il registro di i111n1atricolazione dei legati, delle donazioni, degli obblighi. 7 sottoserie, 12 unità, i pezzi vanno dal numero continuo 3 al 14. /)erie 3 -Ann;versari. Si tratta dei registri in cui venivano annotati gli anniversari della morte dei legatari, in suffragio dei quali dovevano celebrarsi le Messe. Una sola sottoseric, 21 unità, pezzi dal numero continuo 15 al 33. Serie 4 - Acconci. Si tratta delle riparazioni alle case date in affitto o in enfiteusi, possedute dal capitolo, che era tenuto alle riparazioni. Una sola sottoserie, 3 unità, nun1ero continuo da 34 a 36. Serie 5 - Allegazioni. Si tratta della documentazione prodotta dagli avvocati nelle vertenze giudiziarie. Sono 5 sottoserie, con 67 unità, 11un1ero continuo da 3 7 a I OI. Serie 6 -Atti capitolari e allività del capitolo. Nel repertorio del 1833 trovian10 solo la serie "Atti capitolari''. I-lo aggiunto attività del capitolo per includere quella documentazione che tratta delle attività religiose del capi-

tolo e di altre ancora, con1e quella relativa ai benefici 111 in ori nei confronti delle leggi eversive. Sono 6 sottoserie, 55 unità, nu111ero continuo da 102 a 156. S'erie 7 - C'onli ù1froilo JJrocuratori. l procuratori erano delegali nd incassare le rendite. Sono 60 sottoserie, 249 unità, nu1nero continuo da 157 a

394. c)~erie 8 - Conii esito ]Jrocuratori. I procuratori avevano anche la delega per i pagan1enti. Sono 16 sottoseric, 162 unità, nun1ero continuo da 395 a 550. ,)erie 9 - (~onti Eredità ecf An11ninistrazioni jJarlicofari. Si tratta dei conti relativi alle eredità pervenute al capitolo e delle A111n1inistrazioni di particolari cespiti, con1e cappelle, n1ara1nn1a, etc. Sono 77 sottoserie, 3 8 l unità, nutnero continuo da 551 a 863. Serie 10 - Conii procuratori di Palermo. Per l'esazione delle partite gravitanti su Palenno e soprattutto per rappresentarlo in occasione di vertenze giudiziarie presso il Tribunale di Palcr1110 il capitolo si avvaleva di legali palen11itani. Sono 6 sottoseric, 8 unità, dal nu111ero continuo 864 a 871. 5)erie i J - Altri conti, registri cli cassa, bo/le/lari, etc. Questa serie, 111olto abbondante, raccoglie una buona parte della docun1entazionc contabile. Vi è inserita anche quella posteriore al 1833, con1e la lunga sottoserie dei bollettari, di cui qui si trovano i tronchi. Sono 21 sottoserie, 720 unità, dal numero continuo 872 a 1063.


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento

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Serie 12 - Congregazione c!ella "/vfisericordia. Era una organizzazione all'interno dcl capitolo, con finalità assistenziali e mutualistiche. Sono 3 sottoserie, con 5 unità, dal numero continuo I 064 a I 067. Serie 13 - Depositaria. Tranne poche ca1te sciolte, questa serie contiene i volumi dove venivano registrati i depositi delle somme riscosse, depositate presso canonici di fiducia, con -funzioni di tesorieri. Unica sottoserie, con 35 unità, dal numero continuo I 069 a 1106. Serie 14 - inventari. Non si tratta solo degli inventari dell'archivio, che sono quelli ricordati sopra, ma anche di reliquie e arredi conservati nella Cattedrale, a riprova che il capitolo gestiva anche i beni della Cattedrale. Sono 3 sottoserie, con 22 unità, dal numero continuo 1107 a 1116. (I due esemplari dell'inventario dell'archivio del 1833 sono stati considerati una sola unità). Serie i 5 Lihri maggiori della S. Distribuzione. Si tratta dei grossi re-

gistri di incasso e di paga111enti, corredati spesso cli rubrica a parte. Alcune di queste non hanno trovato il registro corrispondente. Sono 2 sottoscric, con 39 unità, dal numero continuo 1117 a 1141. ,)erie 16 - Libri 1naggiori ereclità. Si tratta di grossi registri della stessa natura di quelli della serie precedente, 111a riferentisi alle Eredità partico/8ri. Unica sottoserie, con 14 unità, dal nu111ero continuo 1142 a 1155. Serie 17 - Libri cluplicali. Alcune serie con1c quest8 e la seguente, non avrebbero 111otivo di esistere, avrebbero dovuto trovarsi in altre posizioni, ma le ho trovate nel repertorio del 1833 e le ho conservate. La duplicazione delle scritture rispondeva ad esigenze pratiche. Unica sottoserie, con 21 unità, dal numero continuo 1156 a 1173. S'erie 18 - f\1011/erosso. Era un feudo di particolare interesse ccono111ico del capitolo. nel repertorio del 1833 la documentazione relativa costituisce serie a sé. Unica sottoseric, con 9 unità, dal nun1ero continuo 1174 a

1180. S'erie 19 - Libri cli n1esse celebrale. Ogni sacerdote, celebrata la 111cssa, poneva di solito la firma in un apposito registro diario. Anche gli obblighi di 111csse da celebrarsi a scadenza fissa venivano apposita1nentc registrati. Sono 29 sottoserie, distinte per decenni, con 316 unità, dal numero continuo 1181

a 1448 . ._)~erie 20 - ()ccorrenze. r~rano le scadenze fisse per ['ade1npin1ento degli obblighi di 111essc. Unica sottoserie, con 15 unità, dal nu111ero continuo

1449 a 1463.


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Giuseppe Schirò Serie 21 - 01.fàne e bussolo. Si tratta dell'assegnazione delle doti pre-

viste da alcuni legati, per il matrimonio di ragazze orfane, che venivano scelte con sorteggio dei no1ni inseriti in un bussolo. Unica sottoserie con 3 unità, dal numero continuo 1464 al 1466. Serie 22 - Punterie. Le assenze nel coro, dette falte, nella recita delle ore canoniche veniva segnate da un puntatore o faltiere. Quella parte della distribuzione dovuta alla presenza veniva perduta da chi era assente e andava ad accrescere la quota spettante ai presenti. Sono due sottoscrie con 50 unità dal numero continuo 1467 a 1515. Serie 23 - Privilegi dei canonici. I privilegi riguardavano l'uso di insegne e di paramenti parìicolari durante lo svolgimento delle funzioni sacre e durante le processioni, sia nella chiesa cattedrale che fuori. Il loro uso era assai ambito dai canonici e non solo da quelli di Agrigento. Serie unica, con 5 unità dal numero continuo 1516 a 1520. ,)erie 24 - Processi di beatificazione. L'archivio conserva anche docun1cntazionc relativa al processo di beatificazione di due personaggi, la suora benedettina suor Maria Crocifissa Tomasi dci principi di Lampedusa e del beato Matteo Orsini, domenicano, vescovo di Agrigento ( 1326-1327). Sono due serie con 7 unità dal numero continuo 152 l al 1527. ,)erie 25 - Ri]Jarlhnenti. Si tratta della ripartizione tra i canonici degli obblighi di messe dovute per la soddisfazione dei legati. Serie unica, con l 5 unità, dal numero continuo 1528 al 1542. Serie 26 - Repertori. È una serie che ci è pervenuta in stato di grave disordine. Si tratta di docu1nenti relativi a problen1i di carattere giuridico, quasi un repertorio dì giurisprudenza. Sono 4 serie con 17 unità, dal nun1ero continuo 1543 al 1559. 5lerie 27 - Registri lii corrf.,JJ011lienza. Nella docu1nentazione di questn serie si scorgono tracce di un'antica classificazione degli atti, nia non in 111isura tale da consentirne la struttura. Sono 3 sottoscric con 21 unità, dal numero continuo 1560 al 1580. Serie 28 - Scritture diverse. I volumi di questa serie si potrebbero considerare 111iscellanee. Ne ho accresciuto la quantità con faldoni, seguendo lo stesso criterio. Sono 3 sottoserie, con 61 unità, dal numero continuo 158 l al 1641. ~)erie 29 - /)a/ari. Sono pagan1cnti a prestatori di servizi. Unica sottoserie con 4 unità, dal numero continuo 1642 al 1645.


L'Archivio storico del capitolo cattedrale di Agrigento

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Serie 30 - Titoli autentici di rendite. Non si tratta di titoli originali, n1a di copie, rilegate in volun1e, in 111assi1na parte. Questa serie doveva essere considerata dai canonici come il serbatoio dei titoli delle loro rendite. Sono 30 sottoscrie, con 180 unità, dal numero continuo 1646 al 1822. Serie 31 - Tavolate. Oggi diremmo tabulati. Erano i prospetti contabili relativi a 1nesi o ad anni. Unica sottoserie, con 25 unità, dal numero continuo 1823 al 1847. 1)erie 32 - Titoli esecutivi e ruoli censuari. Si tratta di docun1enti relativi a vertenze giudiziarie, visite ispettive, etc. Sono due sottoserie con 64 unità dal numero continuo 1848 al 1911. 1)erie 33 - f/isite regie e vescovili. I docu111enti relativi a questo argon1ento si trovano anche in altre posizioni. Sottoserie unica, con 2 unità, dal numero continuo 1912 al 1913.

S"erie 34 -·.//arie. Si tratta cli docuinenti in n1assi1na parte estranei all'archivio. I.~a sottoserie è unica, con 18 unità che vanno dal nu1nero continuo 1914 al 1921. In tutto si tratta di u. 2658 unità

,)erie 35

lrrecl!JJerahili. Si tratta di carte graven1entc deteriorate,

raccolte in 8 faldoni, col numero continuo dal 1922 al 1929. ~)erie 36 - l?egislri vuoti. Sono stati inclusi perché costituiscono un eseinpio cli n1odulistica. Sono 13 unità e vanno dal numero continuo 1930 al

1942.

Serie 37 - Copertine senza dicitura. Si tratta di ben I 05 copertine di volumi rimaste prive delle carte ivi contenute e raccolte in 3 faldoui col numero continuo da 1943 al 1945. Serie 38 - Copertine con dicitura. Si tratta di ben 148 copertine di volumi vuole, con la dicitura dcl contenuto nel dorso. Aggiungendole alle 105 precedenti si tratta in tutto di ben 253 volumi sventrati per la non felice sorte dell'archivio che hanuo perduto il collegamento con le carte e di cui è

i111possibile ripristinare il collegan1ento 87 • ,)erie 39 - JJiblioleca. Si tratta di una raccolta di volu111i a stan1pa, considerati giusta111ente parte integrante dell'archivio, che costituiva un ausilio nell'attività del capitolo. Ho distinto in cinque sottoserie: libri liturgici,

libri cli diritto (la parte più grossa), libri di storia, libri di ascetica e VClric. I-Io dato una nun1erazione continua a parte. I volun1i vanno dal 1 a 116.

87 Vi è inoltre una cassetta di legno. senza chiave, delle din1c11sioni di cm. 57.5x37x30 zeppa di ritagli e frm111nenli di carte, della quale non Ilo tenulo conto.


Synaxis XVI/2 (1998) 669-685

LA RICERCA SOCIOLOGICA SULLA RELIGIOSITÀ POPOLARE IN ITALIA

CARMELINA CHIARA CANTA"

I. Il concetto di religiosità popolare In ambito sociologico non sono molte le analisi e le ricerche sulla religiosità popolare. Essa ha invece costituito oggetto di studi più numerosi da parte di storici' e antropologi 2 • La stessa definizione di religiosità popolare non è univoca e risente della impostazione ideologica che ha caratterizzato tali studi. Sovente si è parlato di una religione istituzionale (Religione di Chiesa) come della religione "vera", distinguendola da quella "popolare", "meno vera" o addirittura "alternativa". Nella realtà «il continuu111 tra i due 1nodel1i appare invece senza drastiche soluzioni. Gli esiti si a11icolano, si con1plessificano, 111a senza rinunzie assolute, senza prese di distanza categoriche»-'. F. De Marchi' distingue la religiosità popolare «intesa come composizione di orientamenti spontanei suggeriti dalla natura dell'uomo, con filoni di esperienze rituali localmente consolidate e con insegnamenti di autorità teologiche e pastorali sti1nate, discusse e perfino ten1ute» sia da una re!igio-

,, Professoressa di Sociologia della religione nell'Università di Ron1a Tre. 1 Per una bibliografia cfr G. DE ROSA, Chiesa e religione popolare nel Alezzogiorno, Bari 1978; Io., Vescovi, popolo e 111agia nel Sud, Napoli 1971: R. VIOLI, Rèligiosità e identità collettiva: i santuari del Sud, tra fascismo, guerra e de1nocrazia, Ro1na 1996; L. BONTÀ, La religione e il paese, Caltanissetta 1987. 2 J\. AM!TRANO SAVARESE, Uo111ini e santi. Percorsi religiosi nella Sicilia di oggi, Messina 1984; I. NAVARRO lvfORENO, l)e ro111eria de !as 1r1aris1nas afìesta de idendidad andaluza, in li tempo e il sacro nelle società post industriali, a cura di A.Nesti, Milano 1997; C. CATALDO, Tradizioni religiose di Alcan10, Alcaino 1984; C. GAI.UNI, Il cons111110 del sacro. Feste lunghe in Sardegna, Bari 1971; E. GUGGJNO, La n1agia in Sicilia, Palenno I 97 8; L.M. LOMBARDI SATRIANI, /,a presenza di Cristo nella cuftura popolare meridionale, in I prob/e111i di Ulisse 81, I 58-175; P. APOLITO, "/)ice che hanno visto la 1'Iadonna ". Un caso di apparizione in Ca1npania, Bologna 1990. 3 R. CJPRIANI - l\11. MANSI, Sud e Religione. Dal magico al politico, Roma 1990, 9. 4 P. DE l\1ARCIJI, voce "Religiosità", in P. DE MARCHI - A. ELLENA, Dizionario di Sociologia, Cinisello Balsarno 1992, 1750.


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Carnzelina Chiora Canta

sità tradizionale più resistente alle «innovazioni culturali ed a progra111111i pastorali in ossequio a visioni del inondo elaborate in te1npi trascorsi e resistenti ad ogni forma di modernizzazione» che dalla religiosità naturale che esprimono tutti gli uomini che «si pongono degli interrogativi a proposito del mistero che avvolge il cosmo, la vita, il p1·oprio destino e la storia». Queste fanne non sono n1ai netta111cnte distinte in chi le vive 1na piuttosto negli studi degli specialisti. Nella letteratura sociologica internazionale con più tì·equenza si usa il tern1ine "religione" anziché "religiosità" popolare. In questo contesto si preferisce parlare di religiosità piuttosto che di religione per evitare di attribuire ad una religione storica, istituzionalizzata, con1portan1enti osservabili in an1bito popolare, con azioni concrete e visibili, con1e per esen1pio nei pcllegrinaggi 5. Non è altrettanto facile definire il concetto di popolo che ora viene inteso con1e Pinsie1ne dei cittadini che vivono in uno Stato spesso distinguendolo dal governo, talvolta è quella parte dei cittadini che vivono 111 condizioni econo1niche 111odeste, con bassa istruzione e scarso rcddito 6 • Nell'accezione gramsciana il popolo è la classe subalterna, che s1 pone in contrapposizione con quella do111inante. Non si può neppure fare rifcri1nento sen1plicen1ente alla distinzione fra n1agia e religione, tì·a razionale e irrazionale per individuare ciò che è popolare e ciò che non lo è. In 1nanicra pili corretta, osserva A. Nesti «più che di religione popolare si deve parlare di religioni popolari»'. Esse rispondono «al desiderio dell'uomo di allacciare col divino dei rapporti più semplici, più diretti, più immediatamente redditizi»". La religione popolare si caratterizza per la sua di1nensione antiintellettualistica, affettiva e pragmatica". Le caratterizzazioni del popolare sono: - ! 'ancoraggio cosn1ologico: la rappresentazione del 1nondo avviene attraverso elen1enti naturali, quali luoghi, piante, fiu1ni, acque, percorsi, boschi, pietre;

5

Pellegrinaggio e religiosità popolare, a cura di L. Sarlori, Padova !983.

6 C. PRANDI, Religione e classi subalterne, Ron1a 1977; Io., /,a religione popolare ji·a

potere e tradizione. Per una sociologia della tradizione religiosa, f'vlilano 1983. 7 A. NESTI, La moderna nostolgia. Culture locali e società di 11u1ssa, Firenze [ 992. 217-218. ~C. PRANDl, Religione, cit., ! 79. 9 ivi. MESLlN, li feno111eno religioso popolare, in Sacra !Joctrina 17. 9.


La ricerca sociologica sulla religiosità popolare in Itct!io

67 I

- ,.;corso alle I>otenze con uno scopo rassicurativo e terapeutico con forti n1on1enti di socializzazione; - lo scansione di gesti e segni nel tempo e nello spazio per rendere visibile il sacro. «li pellegrinaggio è il gesto tipico, la saldatura fra la routine e l'eccezionale, fra il privato e il pubblico»; - la valor;zzazione e/ella clùnensione sensoriale ed antropon1orfica degli oggetti sacri 111 •

2. Gli studi soc;o-antropologici sullo religiosità popolare

A. Gra1nsci elabora la sua riflessione in antitesi con le pos1z10111 crociane. La sua concezione sul folklore viene applicata anche alla religiosità popolare. Come il folklore è la manifestazione della visione della vita, propria delle classi "subalterne", in contrapposizione a quella delle classi "dominanti", così la "religione di popolo", espressione specifica del folklore, è distinta da quella "ufficiale". Su un piano di continuità con la tesi gratnsciana si situano gli studi di I_,. Lo1nbardi Satriani che ha con1piuto analisi su fenon1eni religiosi situandoli in un contesto di folklore, inteso con1e cultura di contestazione 11 • In questo ambito la religiosità popolare è la religione dei poveri, dei gruppi sociali più svantaggiati) che vivono una situazione di subalternità eco110111ica ed esistenziale. A.M. Di Nola ha rivelato i limiti di una lettura ideologica della religione popolare delle "classi subalterne" in contrapposizione alle "classi egen10ni" e il carattere vago e utopico del concetto di "popolo". Anche nelle analisi di altri studiosi" la religiosità popolare contemporanea non può essere considerata solo il prodotto del proletariato e non solo perché è can1biata la classe operaia 1na anche perché è 111utata la stratificazione sociale.

111 A. NESTI,

La n1oder11a ... , cit., 178-179. LJvl. LOMIJARDl SArRJANI, Gramsci e il folclore: dal pittoresco alla contestazione, in Granisci e la cultura conte111poranea, !I, Ron1a 1975. Su ques!CI linea si n1uovono gli studi di G. GU!ZZARIJ!, C. PRANDl, tvl. CASTIGLlONL E. PACt:: e A. MOROSSl, Chiesa e religione del popolo. Analisi di 11n'egen1011ia, Torino 1981; C. PRANDl, La religione popolare ... , cit. 12 A. NESTI, La moderna ... , cit.. 15. 11


672

C,orn1elina Chiara Canta

3. La religiosità pO]JO/are nel 111eritlhH1e Nella fenomenologia religioso-popolare del Sud è fondamentale la presenza dell'iconografia sacra incentrata sui santi: statue, santini, edicole, busti, medaglie rinviano a qualche santo. In una ricerca condotta da G. Pitrèi:> all'inizio de! secolo su un can1pione di 150 comunità si riscontrava che il 30% dedica la propria festa alla Vergine (Assunta, delle Grazie, dei Miracoli), il 58% ai Santi (Giuseppe, Giovanni Battista, Nicola, Giorgio, Vito, Lucia, Rosalia, Paolo, Sebastiano), 1'8,6% al Crocifisso e il 2,6% al Salvatore. I santi che più frequentemente costituiscono oggetto di feste sono: Nicola di Bari (139 casi), Rocco (95), Michele (79), Giovanni Battista (63), Antonio da Padova (68). La Madonna appare in 290 casi tra cui: 60 co1ne Maria Santissi1na, 30 co1nc Madonna, l O con1c Vergine, 4 I come Assunta, 28 come Madonna delle Grazie, 27 come Madonna del Cannine e 16 co1ne In1111acolata. Nelle analisi sulla religiosità compiute nel meridione la religiosità popolare è considerata in ter111ini antitetici rispetto alle fanne della religione prescritta, ed è identificata con la superstizione. Essa è l'espressione del popolino, "chiassoso", "rozzo", "pri1nitivo". <di popolo calabrese si pasce di pompe religiose e senza qualcosa di sensibile e di fanatico non an1111ette altra fede» 14 . Gli studi compiuti da E. De Martino evidenziano una religiosità nel meridione che si differenzia per una concezione ciclica del tempo. Egli ha esplicitato il legame tra magia e religione (in particolare, il cattolicesimo) affern1ando che «in realtà le "sopravvivenze" 1nagiche lucane o generica111entc 111eridionali pur "vivono" in qualche 1nodo e assolvono, nella società data, a una loro propria funzione: e finché "vivono 1 ' - sia pure per gruppi u1nani circoscritti - serbano una tal quale coordinazione con le forn1e egemoniche di vita culturale a cominciare da quella forma egemonica religiosa che è il cattolicesimo, con le sue tante volte sottolineate accentuazioni meridionali di "esteriorità", di "paganesimo" e di "n1agia"» 15 .

n G. PlTRt. La tipologia dei santi venerati in 5,'fci/ia, in lo., Feste patronali in Sicilia (1899), Palermo 1982, XXX - XXXI. 14 Cfr in particolare la relazione del delegato tecnico prof'. E. MAlH:NG!!l in Inchiesta sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia, Hasi/icata e C'alabria. II, Ro1na 1990, 573-574. 15 E. DE MARTINO, Sud e Afagia, l\1ilano 1973, 87.


La ricerca sociologica sulla religiosità popolare in Italia

673

La persistenza di elementi magici è "il riflesso ideologico e di costume di un difetto di energia civile". Nella ricerca di De Martino, condotta nel 1959, in un'arca della !3asilicata si individuano come fattori costitutivi della religiosità 111eridionale: la credenza antica nelle forze occulte, l'individuazione di queste forze in entità mitiche elementari (spiriti), e nell'opera volontaria o involontaria di alcune persone (il malocchio, la fattura), il ricorso a specifici rituali per esorcizzare lo spirito n1aligno e la fiducia a guaritori specializzati"'. Nel Sud la religione non ha saputo elevarsi al rifiuto cosciente di ogni fonna dì 111agia. R.N. !3ellah, pur ritenendo la religione del sud «emozionale e intensa in contrasto con il rigore razionalistico dell'alta cultura italiana, 111entre, in contrasto con !'univcrsalisn10 di questa, è sclvatica111enie chiusa al 111ondo esterno» 17 , ritiene che esso ha radici in luoghi e an1biti diversi dell'intera società italiana. G. De Rosa ritiene che la religione popolare debba essere interpretata all'interno del "vissuto", in un rapporto dialettico con la religione "prescritta". Anche se la Chiesa condanna certe pratiche n1agiche, queste continuano ad essere presenti nel vissuto quotidiano 1H. Le analisi sulla religiosità n1eridionale per decenni sono state "condizionate" e per 111olti versi lo sono ancora, dalla identificazione De1nartiana fra religione e niagia e 111inore attenzione si è dedicata ad altri aspetti della religiosità popolare con caratteri più innovativi. Le istanze innovative e politica1nente orientate presenti nella religiosità popolare in alcune esperienze del Sud sono state colte dall'analisi di R. Cipriani e M. Mansi. La ricerca ha analizzato due fe1101neni di religiosità popolare: quello cxtraecclesiale dell'oratorio "S. Gerardo" di Stornarella (FG) e quello antistituzionale della comunità "Sacro Cuore" di Lavello (PZ)'''. Questa indagine costituisce per molti aspetti la fine di un ciclo di studi, condotti negli anni sessanta e settanta, che risentono clelPintcrpretazione di De Martino e l'avvio di una nuova fase. Questa è iniziata alla fine degli anni

16

lD., La terra di!! ri111orso, f\!lilano 1976.

17 R.N. l~FLLAl-l,

/,e cinque religioni dell'Italia 111oder11a, in Il caso italiano, a cura F.

('avazza - R.S. Granbar, Milano 1974, 439.

G. DE

Chiesa e religione popolare nel 1\le::::ogiorno, cit., 1979. ,Sud e Religione. [Ja/ magico al politico, Roma 1990. Per un'ulteriore analisi sul meridione cfr V. ORLANDO. /,a religiosità popolare in Basilicata, Potenza 1984; ID., /,a refigione del "popolo'', 13ari 1980. IN

ROSA,

19 R. CJPR!ANJ- M. MANSl,


674

Carnzelino Chiara C'anta

ottanta e novanta, e con1prende ancora poche ricerche specitìche, alcune delle quali sono in corso, in cui il fenomeno della religiosità popolare è studiato in ter111ini squisitan1ente sociologici utilizzando elaborazioni raffinate e metodologie mu ltimed ial i.

4. Analisi delle principali indagini sullo religiosità popolare

4.1. Ricerche sui riti della settimana santa: il "Cristo Rosso" La pritna ricerca, condotta a Cerignola (FG), esa1nina le process10111 della setti111ana santa, partendo dall'ipotesi di una intersecazione nel rito tra valenze religiose e valenze politiche 20 • Il "Cristo Rosso", un cireneo che rappresenta la passione di Gesù è un uon10, generaln1ente 1nen1bro di una "congrega", vestito di saio rosso, con in testa un cappuccio dello stesso colore che copre con1pletan1ente il volto /asciando due fessure all'altezza degli occhi. La figura del "Cristo Rosso" è an1bita da molti ma è privilegio di tre o quattro famiglie che ne trasmettono il diritto di padre in figlio. La si1nbo!ogia dcl Cristo Rosso è soprattutto legata al colore rosso che nel cristianesin10 si associa alla n1011e fisica, al sangue, all'ainore. Non 1nancano altri ele1nenti si1nbolici che rendono partico!annente significativa questa figura (piedi scalzi, corda ai fianchi, corona di spine). Nel corso della processione il Cristo entra in contatto con la gente, soggetto privilegiato di 1nessaggi einotivi e con1unicativi. La festa rappresenta un 1no111cnto efficace di socializzazione religiosa. Sulla scia di questa ricerca di R. Cipriani è stata condotta un 'altra indagine sui "battenti dcl venerdì santo" a Vcrbicaro (CS) 21 • La ricerca è condotta, come la precedente, con la metodologia delle "storie di vita" dci personaggi che il giorno dcl venerdì santo interpretano il ruolo di Cristo (Cristo Rosso), dei "b~ttenti" (flagellanti) c dci "Giudei". Durante il rito (la processione) la co1nunità di Vcrbicaro 1nanifesta la sua devo-

20

R.

C!PlHANI,

li ('risto Rosso. Riti e si111boli, religione e politica nella cultura popo-

lare, Ron1n 1985. 21

(ì. Zrro, Religiosità popolare e approccio biogrqfìco: 'i Battenti· ed i protagonisti della processione del Venerdì Santo a Verbicaro (C.s). Tesi di laurea in Sociologia della Religione. Università degli Studi "La Sapienza", Roma 1992.


La ricerca sociologica sulla religiosità popola re in Italia

67 S

z1one alla divinità tramite la flagellazione "reale e simbolica" (Cristo porta sulle spalle una croce di 13 Kg, n1entre i "battenti" si flagellano a sangue). Il rituale si discosta dai canoni della Chiesa istituzionale 1na è anche vero che la religiosità può essere vissuta in 111odi diversi. La flagellazione è praticata per sciogliere un voto, per chiedere una grazia e per ringraziare la divinità per una grazia ricevuta. Tutta la con1unità di Verbicaro vive un 1110111ento di forte religiosità. Anche chi non crede partecipa spontanea1ncnte alla rappresentazione. Sia a Cerignola che a Verbicaro il rito costituisce un 11101nento di riappropriazione dcll'identiià; tnolti cn1igrati, anche all'estero, tornano in Paese per in1personare il "Cristo Rosso" o i "battenti".

4.2. La Sagra dei gigli di Nola l,a ricerca 22 analizza la processione che si svolge a Nola il 22 giugno, in onore di S. Paolino, vescovo di Nola nel V secolo. Le pili antiche testiinonianze parlano cli una processione di "ceri", che, col passare dei secoli, diventano enonni, quasi "candelieri" di legno trasportati da un gruppo di portatori. Succcssivan1ente scon1paiono i "ceri" e sono costruite delle vere e proprie 1nacchine in legno ricoperte di garofani c di insegne delle corporazioni delle arti e dci 1nestieri. Oggi i gigli sono delle macchine, alte 25-30 metri, a forma di piramide, costruiti essenzial1nente con legno di abete, pioppo e castagno. Nel giorno della festa, insie1ne ai gigli viene traspo1iato un veliero con a bordo un uon10 col volto colorato di scuro, il "turco", simbolo del ritorno in patria di S. Paolino. I gigli sono portati a spalla dalle "paranze" e ogni tanto vengono posati a terra per rispondere alle esigenze dei "cui latori", così chiainati per i 1novin1enti che cotnpiono al ritn10 di una 1nusica. L'ipotesi della ricerca è quella di individuare gli elementi di religiosità (fede in S. Paolino) confusi con elementi tipici di una società commercializzata (per ese1npio, durante la festa sono lanciati volantini pro1nozionali di prodotti che sponsorizzano la festa).

22 La ricerca è ancora in corso. Una prin1a analisi è in A. NESTI, La Sagra dei gigli di 1\10/a. in LCf 111oderna nostalgia: c11/t11re locali e società di 111assa, fircnze 1992, 95-112.


676

Carrnelina Chiara Canta

Anche in questo fenomeno di religiosità popolare, si può individuare un "festivo" dal forte spessore vitalistico, che csprin1e il senso di appartenenza della con1unità nolana.

4.3. li fenomeno del pellegrinaggio popolare alla Basilica cli S. Antonio di Padova

J_,.a co111prensione del feno1neno antoniano è, con1c affern1a P. Giuriati, una chiave cli lettura della religiosità popolare nella cultura contc1nporanca. Gli studi sui devoti pellegrini ciel Santo, iniziati nel 1975 e tuttora in corso, sono stati realizzati con diverse indagini conoscitive n1ediante una 111ctodologia scicntifìcn e organica dal Centro Ricerche Socio-Religiose (C.R.S.R.) di Padova, diretto eia P. Giuriati". Le ipotesi delle ricerche erano costituite dall'individuazione della tipologia e delle motivazioni cli coloro che compiono un pellegrinaggio e dal tipo di immagine che i fedeli hanno di s. Antonio. En1erge con chiarezza che il santuario antoniano sta attraversando un 1110111ento di sviluppo e si accentua la con1ponente internazionale dei suoi pellegrini. Mentre din1inuiscono i pellegrini che giungono dalle regioni vicine (Lombardia, Emilia Romagna), sono più che raddoppiati quelli provenienti eia Stati Uniti e Spagna, sono aumentati elci 40% quelli dei tedeschi e del 50% quelli dci francesi, sono quasi scomparsi i pellegrini dei paesi dell'Est. Le indagini condotte in anni diversi colgono n1olti aspetti specifici oltre che sulla tipologia dei pellegrini, sul comportamento cultuale (preghiera, messa, confessione) e sulle azioni devozionali (deposizione ex voto, offerte, richieste di benedizioni su persone e oggeHi, ecc ... ), al fine di analizzare gli aspetti squisitan1ente religiosi del co1npo1ta111ento dcl pellegrino 2 ~.

2-ì P. G!URIATJ,

/)e1 oti al Santo. Ilfé110111e110 del pellegrinaggio popolare oll(/ nosilica 1

di S. A11to11io ili Padoi•a, in Studi Sociali 10 (!994) 83-89; ID., /)e11oz)o11e a S. Antonio. Ricognizione socio-c11!t11rale, Padova !983. Il C.R.S.R., in c0Habon17.ionc con altri santuari e centri ùi ricerca ha attivato un proge!Lo di indagine sui pili rilcvmHi s<111tuari e pellegrinaggi della Chiesa Cattolica. 2 ~ Cfr 1nolti dati sono riportati in ID.,// pellegrinaggio al Santo di Padova, in Crede-

re oggi 3 ( 1995) 53-63.


/__,a ricerca sociologico sulla religiosità popolore in Italia

677

4.4. La fenomenologia della religiosità popolare a Castel Belice L'indagine è stata svolta per analizzare il pellegrinaggio al Signore di Bilici''. li Santuario sorge nel comune di Marianopoli, in provincia di Caltanissetta, 111a appartiene alla diocesi di Cefalù. Ogni prin1avera, on11ai da 3 5 O

anni, gruppi di donne, uon1ini, giovani e ba111bini provenienti dai co111uni dcl nisseno c dalle madonie, salgono sulla collina alla cui sommità è collocata

una chiesetta. Molti sono a piedi o addirittura a piedi scalzi. Si va per sciogliere un voto o chiedere una grazia. Il Crocifisso, "u santu 111iraculusu crucifissu di Bilici", una scultura lignea policroma è esposta nella piccola cappella dell'ex feudo di "Castel Bilìci'1. La ricerca sociologica su questo fenon1cno di religiosità popolare ha individuato che la tradizione del pellegrinaggio si è radicata anche nelle giovani generazioni: la fascia d'età giovanile, co111presa tra 18-24 anni è la più numerosa (27%) insieme ai 25-34cnni (26%) ed entrambe costituiscono più

della n1età dei pellegrini. I 111eno presenti sono gli anziani, oltre i 65 anni (7%).

Dall'esan1e di alcuni indicatori di religiosità (partecipazione alla 111essa, co1nunione, confessione) si può ritenere che c'è una certa coerenza tra !a religiosità popolare e la religione di Chiesa (tab. 1).

Tab. I - Partecipazione alla messa dei pellegrini n1ai o___g_uasi n1ai

14,4 %

1-2 volte l'anno

7,7 %

1 volta al 1nese

-'luasi tutte le domeniche tutte le domeniche

J.l.ÌÙ volte la setti111ana

12,5 % 27,7 % 28,0 % 8,0 %

1,6 %

n.r.

25 C.C. CANTA. Il pellegrinaggio O'Sig1111ri di Hilìci, in Segno 179 (1996) 61-69: C.C. CANTA - R. CIPRIANI - 1\. TURCJJJNI, li f'"iaggio. /le//egrinaggio e culto del Crociji'sso ne/-

la Sicilia

ce111ra/e,

Caltanissctia-Ron1a 1998.


678

Cor1nelina Chiaro Canta

Insieme ad altri elementi emersi nella ricerca (uno di questi è la motivazione della partecipazione al pellegrinaggio - lab. 2), sono la testimonianza che la fede nel Crocifisso percorre i sentieri più diversi. Tab. 2 - Motivazioni della partecipazione al pellegrinaggio _p_er tradizione _p_er un voto _JJ_er chiedere_g_razie _IJer fede acconJ_Q_auna altri ~1ssare una_gjornata diversa altro+ n.r.

25,9 14, I 7,2 42,9 1,6 Lj ,3

% % % % % %

4%

4.5. Le ricerche sui santuari in Italia Diverse sono orn1ai le analisi, alcune concluse, altre ancora in corso sui santuari, siti in luoghi dctcnninati dall'irruzione del divino in una realtà territoriale. Da un'indagine sui santuari alpini G. Capraro individua quattro tipologie di religiosità (R. Individuale, R. Co111unitaria, Etica profana ed Elica religiosa)26 dei pellegrini. L'analisi dcl "passo devoto" e dei "gesti devozionali" è condotta con interviste ai pellegrini dei santuari n1ariani nel Veneto e nei santuari di S. Valentino ad Ala, della Vergine di Caravaggio di Montagna di Pinè, la Vergine di Caravaggio a Peggia, il santuario di S. R.on1edio e della Vergine di Sabiona a ChiusaD. Un'altra indagine ::1ncora in corso è quella pro1nossa dall'École França;se lle Rlnne sui santuari cristiani in Italian.

2f, G. CAPRARO, Tipologia della religiosità ita/ia11a e rice/'ca sui santuari alpini, in /,o ,)'aera terra. Chiesa e territorio, a cura cli f. [)cnull'chi e S. Abbruzzcsc, Ri111i11'1 1995. 27 E. RENZETTL (~011 posso devoto. in /,o !)'ocro Terra, cii., 122-! 54. 28 In essa sono coinvolte molte universilù italiane. li progran1111a infonnatico relutivo al '·Censin1c11to elci Santuari cristiani in Italia'· è operativo su lnternel all'indirizzo seguente: htlp//c isadu5. lct.uniroina I. it/cfr.


La ricerca sociologica sulla religiosità popolare in Italia

679

I santuari del Piemonte e della Valle d'Aosta sono stati studiati con un approccio logico, 111orfologico e statistico da R. Grin1aldi 29 • ln una ricerca condotta per oltre quindici anni, sono stati schedati, studiati e fotografati le tavolette votive dei santuari per comprendere le strategie popolari degli ultimi cinque secoli. li santuario è analizzato sotto un duplice aspetto: la leggenda di fondazione (che ne contraddistingue la dimensione mitica) e la presenza di ex voto dipinti (che evidenzia il co1nportan1ento sociale "sciogliere i I voto"). La ricerca ha coinvolto i 174 santuari delle diocesi del Piemonte e Valle d'Aosta tramite un questionario che ha raccolto notizie sulla leggenda di fondazione e sugli ex voto> 1i. Altri studi sugli ex voto sono stati realizzati (e in parte sono 111 corso)

111 Ca111pania-' 1 da L. Mazzacane con una 111ctodologia siinile a quella realizzata in Piemonte e Valle d'Aosta.

5. Una rnan~festazione di religiosità popolore: ;/ pellegrinaggh;

Già ne!Panno santo 1975 furono approntate due indagini, in Italia e 111 Francia realizzate solo in parte, per le difficoltà incontrate soprattutto per quella italiana, da G. De Rosa e A. Dupront-12 • In questi ultin1i anni, nell'a1nbito delle indagini sul pellegrinaggio ad un santuario, possono essere annoverate le ricerche di S. Acquaviva, sul-

29 R. (iRIMALDI, Te111po 111itico e rappresentazioni simboliche della sopravvivenza. I santuari del Piemonte e della Volle d'Aosta in 1111 approccio logico, 11101jO!ogico e statistico, in Rivoltare il te111po, a cura di P. (ìri1naldi. (1997) 22~-275; R. CìRHv1ALDI - R. TRINCllLRO, Strategie di una/isi dci beni c11lt11rali. Siste111i 1111ilti111ediali e c111l11re della rappresentazione, in /\·faschere e corpi. Te111pi e luoglri dcl Carneval!!, a cura di F. Castelli P. Gri1naldL Roina 1997, 190-21 O. ~ 11 I dati e i modelli inlcrprctativi elaborati sono i11/0t1naiizz<1ti. Il progn11nn1a in/Ornrntico relativo (SF:MEX) è opcr<itivo sul sito internet presso il C!SI di Torino: http:/ /\V\V\V .cis i. un ilo. il./proget I i/111 vexv . .\I L<i Ct1!1ccln1 di Religiosiiù popolare cli Napoli ha ratto una 1nt1ppa di tutti gli C.\" \'O(O della Cainpania. Un ··siste1na esperto"', che è in grado di produrre un sisten1a di conosccn7c_ secondo specifiche categorie (per esempio: ma!aLLia, corpo n1nlnto, brigantaggio, in!Ortunis1ica ... ) è in corso di realizzazione per informatizzare g!i ex volo del santuario n<ipoletano della lvfadonna dell'Arco. In questa sede è allivo "';\reo", un Cenlro Studi sullt1 Religiositù Popolare. G. Bronzinì ha schedato gli e_y \'Oto dcl Gnrgano e della Puglia. 12 · G. DE ROSA, l?iccrche di storia sociale e religiosa. Xl I ( 1983) 11 24.


680

C'or1neli11a Chiara Canta

l'esperienza dcl sacro in Italia e in particolare sul Triveneto-'-'. Egli ha intervistato tre categorie di soggetti, "stanziali" cioè tendenti ad una scarsa 1110bilità, "giovani" di età inferiore ai 30 anni e "pellegrini", cioè tendenti alla mobilità, a carattere multiculturale, frequentatori di un ostello nel territorio veneto. Una delle domande focali riguardava l'indicazione della circostanza in cui era stata vissuta l'esperienza religiosa. La risposta data ("nel visitare un luogo sacro, santuario, ten1pio, n1onastcro'') ha raccolto un largo consenso tra i pellegrini (27%) e secondariamente tra gli stanziali (21 %) e i giovani (16%). Da tutti gli indicatori contenuti nella ricerca l'/\utore conclude che «la gente ha bisogno di un'intensa esperienza religiosa e al l'interno della

nuova cultura la costruisce interagendo anche con alcuni clc1nenti cui un tc111po faceva rneno rifcri1nento, con1e ci niostra il nature 1nJ1sficisn1», spesso legato a luoghi sacri, santuari, località che sono niete di pellegrinaggio. Infatti egli parla della «religione del pellegrinaggio: ricerca di una nuova maniera di essere religiosi. Ricerca, esplorazione, indetenninatezza. H..icerca religiosa e viaggio si son11nano». Indicazioni e dati attendibili sul feno111eno del pellegrinaggio in Italia sono forniti dall'indagine sulla religiosità in Italia, condotta dall'Università Cattolica di Milano·'-1• }__,a ricerca analizza diversi aspetti della religiosità, tra cui il fenomeno della religiosità popolare (tab. 3). li 15% degli italiani ha partecipato ("uua o più volte") ad un pellegrinaggio. li fenomeno è diffuso soprattutto nelle regioni dcl Sud e delle Isole, tra le donne e la popolazione dei piccoli Co111uni. I protagonisti hanno un'età con1presa tra 50 e 64 anni (21%) rna non 111ancano i giovani (16o/o). Numerose ( 18%) sono le persone che negli ultimi mesi hanno fatto un voto. Questa scelta i111plica un coinvolgi111ento più personale anche se non 111anca una con1poncnte utilitaristica e/o n1agico-sacralc. Einergono significative differenze di genere: i! valore più elevato si riferisce alle fe111n1inc di 65-74 anni. È un co111porta111ento radicato sia al Nord che al Sud, nei piccoli Co111uni e nelle grandi città.

_Ì_\ S. J\CQUA\llVA, Italia, ilfàttore e:. lJn Paese, 1//1{/ C'hiesa. App11nta111ento (/ Fa/ermo, Romn 1995. _,.;C. LANZETTI, I co1111Jor/a111enti religiosi, in V. CESAREO - R. CIPRIANI - F. Cìt\RELLI - C. LANZETTI - ROVJ\T!, La re/(e;iosftà in Italia, ivlilano 1995, 87-90.


La ricerca sociologica sulla religiosità popolare in Italia

681

Consistente è anche la partecipazione ad alineno una processione nell'arco di un anno (42%). Sinteticamente, facendo riferimento agli indicatori di rei igiosità presenti nella ricerca, si può concludere che la rei igiosità popolare comprende un'arca che varia dal 15% al 20% delle persone intervistate. È l'espressione dei ceti sociali più svantaggiati e con un livello di scolarità basso (tab. 4). Secondo C. Lanzetti l'aumento del livello di istruzione andrà a "beneficio" di una religiosità "più essenziale", centrata sugli atti religiosi che sono n1aggion11entc focalizzati sulla figura di Cristo. In una precedente indagine condotta nel nisseno-' 5 erano e1nersi dati significativi, apparentemente in contraddizione con quelli nazionali. ln questo caso, in verità, la domanda si riferiva all'intero arco della vita. Alla domanda «ha 1nai partecipato ad un pellegrinaggio o ad una visita ad un santuario?», i soggetti intervistati hanno risposto: 11131 30,6 % una sola volta nella vita 14,3 % 33,4 % due - tre volte nella vita spesso 21,6 %

Differenze significative si riscontrano con1unque nelle diverse aree territoriali alla don1anda «negli ultin1i 12 1ncsi, Lei, ha con1piuto un pellegrinaggio?» così hanno risposto·v': Rotna

Trentino

Lazio

83,6

Cerignola ed Ascoli Satriano_ìYG)_ 74,4

92,3

50,9

77,2

9,6

I 1,3

16,8

5,7

22,8

11,7

5,2

5, I

8,8

2,0

26,4

11, I

Italia

Sicilia

n1a1

85,2

una volta volte

_QÌÙ

3·1 R. CIPRIANI, La religione dei valori. Indagine nella Sicilia centrale, Caltanissetta Ron1a ! 992, 275. 6 -' Questi dati sono ricavati dagli "approrondiincnti'" regio1wli o di aree specifiche. condotte su cainpioni diversi, col 1ncdcsin10 questionario 11azio1rnlc dell'Univcrsitù Cattolica. Cfr G. CAPHARO, J,a re!igiosilrì dei trentini. Verso una religione più perso11ali22ata?. Milano 1997; C.C. CANTA, La rel(glosltò ln Slciha. indagine sulle f/iJo/ogie rcl/giose e c11!t11ra!i, Ca!ta11issetta-Ron1a, 1995; l,a religiosità a Ro111a, a cura di R. Cipriani, Ro1na 1997: La religiosità ne{ Lazio, a cura di D. Schiattane, Euro1na 1997: !Vf. PACUCC! - V. ORLANDO R. Ctl'RJANI, J,a religiosità jì·u tradizione e 111odernità. Ricerca socio-religiosa ne/fa diocesi di ('erignola - Ascoli Satriano. Bari 1996; V. CESJ\Rl·:o e altri, la rel1~·2;iosilà in /ta/io, cil.


Carnielina Chiara Canta

682

6. Magia e religiosità popolare Si è già detto della tesi di De Martino" che evidenziava il persistere di pratiche magiche nel mezzogiorno, sulla base delle analisi della sopravvivenza di cerimonie magiche in un'arca del sud: la Lucania del 1959. Tab. 3 - Indicatori di religiosità popolare per sesso ed età (valore%) comportamenti

valore

n1edio

sesso F

M

fasce età 18-21 22-29

30-49 50-64 65- 74

ha partecipato a processioni una o più volte in 12 mesi

40,2

3 7, 1 47,3

50, I

3 5,8

3 8,4

47,8

47, 1

ha fatto "voti" una o più volte in 12 111esi

17,8

11,8 23,7

13, 7

18,2

15, 1

20,0

22,2

ha partecipato a pellegrinaggi in 12 mesi

15,8

10,7 18,8

13,2

9,8

13

21,4

15,9

ha seguito Radio Maria negli ultimi 6 1nes1 Jabitualmen!e)

8

5, I

5,6

4,3

5,6

12,6

13,8

10,8

Fonte: Indagine sulla religiosità in Italia, 1995 .

.1

7 [.

Dt::

t'vfARTINO,

Sud e 1\Iagia,

cit.


683

La ricerca sociologica sulla relir;iosùà popolare in Italia

Tab. 4 - Indicatori di religiosità popolare per livello di scolarità (valori %)

cor!22_orta1nenti

bassa

medio-bassa

medio-alta

alta

ha partecipato a processioni una o pili volte in 12 mesi

52,4

42,7

32,4

25,8

ha fatto "voti" una o

26,8

13,8

14,2

12,7

ha partecipato a pelle_grinag.vi in 12 111esi

20,9

12,3

11,5

8,9

ha seguito Radio Maria negli ultimi 6 mesi

20,2

12,2

11, 7

7,8

L!2iù volte in 12 mesi

fonte: Indagine sulla religiosità in Italia, 1995. Anche se a'distanza di alcuni decenni questo stereotipo è superato, la n1agia non è sco1nparsa n1ai del tutto e 1nolte persone vivono sia la pratica 1nagica che quella religiosa, senza fare distinzione alcuna tra le due sfere. È vero infatti che, soprattutto a causa delle condizioni di precarietà di alcune zone 1neridionali, i 1nodclli di sfondo pennangono e anzi, con1e suggeriscono gli autori di Sud e Religione, «espedienti pili o meno magici, indovini, fattucchieri e 1naghi trovano ancora oggi utenti nu111erosi e fiduciosi non più e non solo in zone rurali 111a principalinentc in aree urbane e 111etropoli-

tane»38. Si riscontra so e paranorn1ale sono significativi. volgendo circa un

infatti che a livello di co1nportan1ento 1nagico-superstizio(consultazione di n1aghi, oroscopi, fattucchiere) i valori Il fenotneno infatti si presenta in n1anicra rilevante, cointerzo della popolazione che dichiara la propria apparte-

nenza al cattolicesi1110. La persistenza dcl fenon1eno n1agico non è però un fatto solo siciliano o n1eridionalc n1a di tutto il territorio nazionale: 111aghi, spiriti, fattucchiere popolano città e paesi d'Italia, con delle differenze socio-antropologiche legate alle diversità territoriali 111a non rilevanti a livello quantitativo. I~~ quanto si evince dal confronto dei valori meridionali con quelli nazionali, da cui emerge anzi una certa omogeneità soprattutto nella media (tab. 5).

-' 8

R.

CIPRIANI - l\1. lvlANSI,

Sud e Religione, cit., 15.


684

Carmelina Chiara Canta

Tab. 5 - Credenze e fenomeni magici fe110111eni e credenze

Italia

Sud

Isole

Sicilia

influsso astri

3 I ,6

26,6

24,2

22,4

contatto defunti

28,2

29,7

25,3

30,0

sedute spiritiche

I 6,8

I 7,8

I 7,7

I 9,0

lettura della mano

I 6,6

17,5

15,9

17,2

tel"]J'ltia

38,0

33 ,5

31,5

34,2

malocchio - malediz.

30,4

41,2

37,4

31,9

esistenza wjriti credenza 1n~1i 111edia

25,6

27,8

28,3

25,5

8,7

8,0

9,0

9,5

24,4

25,2

23,9

23,7

Fonte: Elaborazione propria dei dati dell'Università Cattolica "Sacro Cuore" di Milano, 1995. Cesareo e altri, La Religiosità in Italia.

È interessante

1nng1cosuperstiziosc e paranor111ali convivono nello stesso individuo che si dichiara notare

che

le credenze

e

le

pratiche

credente e cattolico. Ciò a confenna della pennanenza di elen1enti sincretici e della fluidità dei confini tra religione e 111agia nella società 111oderna. Corne affern1a M. Weber, la crisi della ragione che vive l'uon10 di oggi è un 111ovente efficace

per la ricerca di risposte in a1nbiti non razionaliw.

7. C'onclusione Dall'analisi, certa1nente non esaustiva, delle ricerche sulla religiosità popolare o su aspetti di essa estrapolati da un contesto di indagini più ampie, c1nerge quanto ancora sia difficile e problc1natico districarsi nella con1plessa proble111atica e giungere a definizioni univoche. Il dibattito, affascinante e ricco\ è ancora ìn corso. Per taluni la religiosità popolare è espressione della società civile, per altri è l'espressione della comunità ecclesiale.

-19 M. WEBEn, /-._,'cono111ia e Società, Milano ! 980.


La ricerca sociologica sulla religiosità popolare in Italia

685

Come afferma C. Narn, ormai la società è distinta dalla Chiesa anche se le espressioni della religiosità sono sentite come patrimonio di tutti. Ciò è confermato dalle ricerche di Sociologia della religione cui si è fatto riferimento in questo testo. Nelle espressioni e nelle manifestazioni della religiosità popolare è presente una certa componente di Religione di Chiesa. È chiaro che la Chiesa non può ignorare queste espressioni n1a «deve intervenire con delicatezza cd anche con rispetto verso tutti, senza ignorare

che l'an1ore per queste fonne cli devozione cristiana rappresenta, ahneno per certe fasce generazionali, un ponte di appartenenza alla Chiesa che non deve essere disprezzato 111a anzi valorizzato>r10 . I sentieri della religiosità popolare sono spesso tortuosi e sotterranei 111a «non bisogna din1enticare che l'etos popolare rappresenta una son1111a cli valori cristiani»~ 1 • Le fOnne della religiosità popolare possono apparire rozze e ingenue, perfino lontane dalle astrazioni teologiche 111a «se uno vive in niezzo al cristianesin10, si reca nella casa di Dio avendo una esatta rappresentazione concettuale di Dio, e lo prega, n1a falsan1ente e un altro che vive in terra pagana prega invece con tutta la passione dell'infinitezza, anche se il suo occhio si posa sull'immagine di un idolo; l'altro prega il vero Dio falsamente, e quindi veran1ente adora un idolo» 42 •

~° C. NARO. La pietà popolare è 1Jatri111onio civile!, in L'Aurora 1\111ova I ( 1997)

11. ·11 12 •

C. M. MAr<.TlNJ, Attirerò tutti a me, Lettera pastorale, 1982-1983. S. KlERKGAARD, Postilla conclusiva 11011 scientifica, SV, VIL 168.

9-


Note e commenti Synaxis XVI/2 (1998) 687-700

EUGENIO IV, L'UNIVERSITÀ DI CATANIA E LO STUDIO DEI CLASSICI

ANDREA PADOVANI'

L'edizione del codice Studiorum Constitutiones ac Privilegia del capitolo cattedrale edito da Giuseppina Nicolosi Grassi e Adolfo Longhitano mette finalmente a disposizione degli studiosi di tutto il mondo un testo di fonda1nentale in1portanza per la storia dell'università di Catania 1 • È in1possibile evidenziare, qui, il valore di questo libro, dato il numero dei documenti esibiti e la varietà dei ten1i che scaturiscono ad ogni pagina. Mi auguro che, col tempo, gli studiosi riescano a trarre frutto da questa silloge di documenti per approfondire la storia dello Studio e della società catanese nei secoli considerati. l"ra le carte raccolte nel volu111e una, in particolare, inerita d'essere segnalata: quella con la quale il viceré Lopez Ximen de Urrea emette l'esecutoria al privilegio di fondazione dell'università concesso da Alfonso d'Aragona il 28 maggio 1444 in riferimento alla bolla di Eugenio IV data il 18 aprile dello stesso anno 2 • Nel documento pontificio era detto, tra l'altro, che la nuova istituzione avrebbe dovuto tenere insegnan1enti «in theologia ac iure canonico et civili, ncc non in fisica, philosofia, dialctica, rettorica et gran1atica, alìisquc liberalibus artibus, tain graccis quarn \atinis, ad in-

• Ordinario di Storia dcl diritto italiano nel!' Università di Parn1a. 1 G. NICOLOSI CìRASSJ - A. LONGHITANO, Catania e la sua l!niversità nei secoli ,\'VXV!I. Il Codice "St11dior11111 (~onstitutiones ac Privilegia" del Capitolo C'attedrafe, Ro1na 1995. Lo studio che segue riproduce il testo Ietio il 6. J 2. 1996 nel! 'arcivescovado di Catania in occasione della presentazione del libro. 2 /bid, doc. 11, 53. t; noto, però, che già nel!'ottobrc del 1434 Alfonso il l\!lagnanin10 aveva dato il suo placet all'istituzione di uno Studio Generale a Catania (M. BELLOMO, 1\40de!li di [!niversitù in trasf'onnazione: lo "St11di11m Siciliae Generale" di Catania tra J\Iedioevo ed età 111oderna, in Rivista Internazionale di Diriffo Co11111ne 6 P995] 9: A. ROMANO, "l.eg11111 doctores" e cultura giuridica nella Sicilia aragonese. Tendenze, opere, r11oli, Milano 1984, 183ss).


688

Anclrea Pallovan.i star Stuclii Bononic, cu1n 01nnibus et singulis privilcgiis, insigniis, libcrlatibus, facultatibus cl i1nrnunilatibus Studiis gcncralihus a iure com1nuni, scu alias quomodolihct conccssis vel concedendis».:i.

li richiamo all'insegnamento della lingua greca torna in altra parte del testo, là dove don Giovanni Prima, catanese ed abate di San Paolo Fuori le Mura di Roma, riassumendo in qualche modo il contenuto della bolla papale, ricorda che il Generale ._)/ucliu111 preparerà gli studenti «in 0111ni facultate,

ta1n graeca quan1 latina»"'. Questa insistenza sulla necessità che l'ateneo appena fondato si disponga ad addestrare i giovani nella conoscenza della cultura classica non può passare inosservata giacché rivela il favore col quale la curia ron1ana accolse e sostenne i prin1i segnali dcl risveglio un1anistico. Per meglio comprendere la portata dell'iniziativa di Eugenio IV non sarà inutile richiatnare alcune precedenti vicende. L'evento decisivo per l'insegnamento della lingua greca in ltalia fo l'arrivo, a Firenze, di Manuele Crisolora nel 13971 . Coluccio Salutati, che aveva suggerito la sua chian1ata allo Studio, provvide ad assicurargli condizioni di favore 6 • Sebbene il contratto prevedesse un soggiorno nella città toscana per al111eno cinque anni, già nel 1narzo del 1400 il Criso!ora era costretto a lasciare Firenze, convocato dall'imperatore Michele Paleologo che era giunto in Italia per sollecitare aiuti contro i Turchi. Fino al I 403 Manuele si trattiene a Pavia 7 : di qui va a Venezia ove s'i1nbarca per Costantino-

-'G. N!COLOS! GRASSI - J\. LONGHlTANO, Catania e la sua Università, ci!., doc. IL 54. 1 ' fbid., 55. 5 G. ZIPPEL, J\ficcolò 1'/iccoli. Contributo alla storia de//'U111anesi1110, Firenze-TorinoRo1na 1890, ora in Storia e c11/t11ra del l?i11asci111ento ftaliano, Padov<1 1979, 79s. 6 G. CAMMELLI, I dotti bizantini e le origini del/ 'U111ancsil110. J. J\lanue/e C'risolora. li. Giovanni Argiropulo, Firenze 1941: il Crisolora, sbarcato a Venezia con Dcn1ctrio Ciclone nel 1394-95, doveva sollecitare !'aiuto degli italiani conlro i Turchi. Da Firenze accorrono Roberto Rossi e Iacopo di Scarperia, desiderosi di conoscerli: il secondo, addirittura, accompagnò i due dotti bizantini nel loro viaggio dì ritorno a Costantinopoli per persuaderli cl i stabilirsi a Firenze. Qui, in effetti, Manuele verrà il 2 febbraio 1397, dopo che gli erano state rnodificate le condizioni fissate in un prin10 tcn1po: sicché l'inscgnaincnto doveva durare 5 anni anziché 1O: poteva essere tenuto privataincntc, senza obbligo di leltura pubblica; la re1nunerazione passava da 100 a 150 fiorini (ihid., I, 26ss). Su Iacopo Angeli eia Scarpcria cfr V.R. GJUSTINIANJ, Sulle traduzioni latine delle Vite di Plutarco nel Quattrocento. in l?inosci111ento II/I (1961) 34, n. I. 7 Già eia! 1399, tullavia, egli aveva dovuto intc1Ton1pcre le lezioni fiorentine a enusa delln pesle trovando rifugio nella villa casentinese di Palla Strozzi. A Pavia non ebbe incarichi di insegnan1ento ufficiali: forse, tenne solo lezioni private a studenti cli un certo valore con1e Uberto, padre cli Pier Candido Decembrio (G. CAMMELLI, I dotti, cit., J, 115; P. \ 1ACCAR!,


Eur;enio IV, /'Università di Catania e lo studio dei classici

689

poli in co111pagnia del Guarino, deciso a farsi suo discepolo anche in Grecia. Per quanto breve, la presenza del dotto bizantino a Firenze aveva acceso in11ncdiata1ncnte grandi cntusias1ni e richia1nato allievi di notevoli capacità. 'fra questi, J__,eonardo Bruni che - appena infonnato dci corsi cli lingua greca - aveva abbandonato gli studi giuridici, Poggio Bracciolini e Pier Paolo Vergerio'. Tornato in Italia nel 1407, il Crisolora è prima a Venezia, poi a Bologna nel 1410 e l'anno seguente a Roma, donde parte nel 1413 per Firenze e di nuovo per Bologna (1414), ultima tappa italiana prima di Costanza, ove muore il 15 aprile 1415 9 . Nel tentativo di dare continuità ai nuovi indirizzi un1anistici, gli ufficiali dello Studio fiorentino chiamarono il Guarino, tornato da Costantinopoli: 111a i! suo fu soltanto un insegnan1ento privato, destinato cornunquc ad interrompersi nel 1414 a causa del clima ostile che il Veronese avvertì intorno a sé. Nel 1420 Firenze tratterà di nuovo per averlo, n1a invano 10 ; verrà invece, cinque anni dopo, !'Aurispa per interessa1ncnto del Niccoli e di A111brogio Traversari. La condotta dura fino al 1427 quando lo Studio viene chiuso a causa della guerra del Visconti con Venezia che coinvolge anche [a Repubblica. Alla riapertura, nel 1429, l'insegnamento del greco fu affidato al Filclfo 11 che presto si inimica Carlo Marsuppini" e gli stessi Medici. Col ritorno di Cosimo al potere dopo l'esilio del 1430, l'umanista di Tolentino

Storia della L/11iversitrì di Pavia, Pavia 1957, 61; P.C. DECEMBRIO. Vita di Fi/1/Jpo 1\lario Visconti, a cura di 1-.:. Bartolini, J'vlil<lno 1983, !<ls.}. g G. CAMMELLI,! dolli, cit., I, 50s.; cfr E. GARIN, Storia del/a filosoji'a italiana. L Torino 1966, 286s. 9 !n questo ultiino viaggio E111ancuclc non ottiene inc<lrichi d'insegnan1cnto ufficiali. Solo a Ron1a impartisce lezioni private (G. CAMMELLI, I dotti", cit., !, !56). 111 G. 7.JPPEL 1\liccolò. cit .. 88s. 11 Io .. !I Fi/e(!O a Firenze (1429-1434), Ro1na !899, ora in Storia e cultura, cii .. 215. CJiunlo a Venezia (IO ottobre 1427) egli pensa di sistemarsi a Firenze il cui Sludio, però. è chiuso. \fa perciò a Bologna nel febbraio dell'anno seguente; qui. le lotte di razione lo angustiano: sicché enlra di nuovo in trattative con i fiorentini fin dall'agosto. Nell'aprile 1429 i! [·'i!clfo giunge fina!rnenle a Firenze. inutiln1ente dissuaso a questo passo dall'Aurispa che gli aveva ricordato !e persecuzioni delle quali erano stati vittin1e tutti i professori di greco chia1nali in riva all'Arno. 12 Suo conco1n:ntc per l'insegnaincnto di retorica, poesia, greco e filosofia n1oralc nel 1431, sicché il filelfo si vede costretto ad iniziare il corso su l~schine a cas<l sua: nel diccrnbre, tul!avia, il tolcntinate viene ripristinato in cattedra (G. ZIPPEL, // Fi/effo, cil., 230; lu" Cal'lo 1\ial's11ppini da Are=:=o. Notizie hiogl'ajiche, Trento, 1897, ora in Storio e c11!t11ra. cii.. 206s).


690

Anllrea Padovr111;

cercherà rifugio a Siena (1434)''. Gli anni che seguono sono contrassegnati da una certa stagnazione negli studi classici; l'interesse verso la cultura greca pare risvegliarsi solo quando a Firenze vengono celebrate le sessioni dcl Concilio che stabilisce la fragile unione tra la Chiesa cattolica ro111ana e quella ortodossa. La sapienza di Gemistio Pletone e di Giorgio da Trebisonda tra i greci, di A1nbrogio Traversari, Leonardo Bruni, rfon1111aso da Sarzana e Guarino Veronese tra i latini 14 , suscita nuovi en1usiasn1i. Il Trapezunzio viene chia1nato a leggere nell'lJniversità fiorentina già nell'anno 1438-39 e dal 1440 al 1442 quando il dotto bizantino passerà a Roma". Un altro centro di irraggia1nento della cultura greca nell'Italia del Quattrocento è Bologna ove insegna, nel 1424, l'Aurispa. Il 26 ottobre di quell'anno l'u1nanista siciliano scrive ad A1nbrogio Traversari: «Sun1 praesenti anno hic conductus ad graecas liucras docendas. lnvcnio non hacc solu1n, scd oinnis hun1anitatis studia adco ab horun1 anin1is aliena esse, ut hic

non sinc fastidio sinl. Pulant nonnulli litcras graecas parvo quodrnn dignas lahorc. Cetcrun1 hi cives grati, suaves et dulcissin1i sunt. Qun caussa n1ea res sinc lucro non crit. Nani, praeler publicun1 sa!ariun1, crit e1nolun1cnti quidquan1

alìud» 11'.

Che i bolognesi fossero del lutto estranei alle novità introdotte dall'un1anesin10 è certa1nente falso, co111e a1111nctte lo stesso Aurispa allu-

1.1 ()ve, penlltro, si tratterrà ad insegn'1re nello Studio per un anno soltanto, il 1435: L. ZDEKt\UER, Lo Studio di Siena nel Rinasci111ento, rviilano 1894, 45; G. r10RAVANTI. /llc1111i aspetti della cultura umanistìca senese nel '400. in Ri11asci111ento 11119 ( 1979) 126. 1 ~ L.F. VON PASTOR, Geschichte der Péips!e i111 Zeitalter der l?enaissance his z11r !Fah! Plus 'Il. 1\Iartin V Hugen IV. 1\iikola11s V Kalixtus Ili, rrciburg irn Brcisgnu 1925 (Geschichte der Pi.ipste seit de111 Ausgang dcs Alitte/alters mii Ben11tz1111g des /liipstlichen Gehei111-/lrchives und Vie/er anderer Archive bearbPitet. .. 1), 326; A. ScrrTILl, .Autografi" c traduzioni di /l111brogio Traversari, in l?i11asci111ento !115 (1965) 5ss. - . 15 K. PARK, T!ie Reoders at the Fiorentine Studio according to (~omunal Fisco/ records (1357-1380, 1413-1446), in Ri11ascin1ento IJ/20 (1980) 296-299. Prin1a della pubblicazione cli questa importanle fonte si poteva credere, con G. /JPPEL, Per la hiografia del/'Argiropu!o, in Giornale storico della lefleratura italiana 28 (1896) 92ss, ora in Storia e c11/t11ra, cit., 183, che il Trapczunzio si trallencssc, dopo il concilio, per insegnare privata1nentc e solo dal !441 in veste pubblica. 16 Della vita e de!!e opere di Antonio ()rceo detto Codro. Studi e ricerche di C. rvtt\Lt\GOLA, Bologna 1878, 40. L'Aurispa aveva già insegnato a Bologna, dal 1392 al 1'100. astrologia: G. ZACCt\GNJNJ, Storia dello Studio di Bologna durante il Rinascimento. Cìcnèvc 1930 (Biblioteca dcl!'''Archivum Ron1anicu1n", diretta da G. Bcrtoni, serie I: StoriaLcttcratura-Palcograria, 14), 112.


Eugenio IV, !'Università di Catania e io studio dei classici

69 I

dendo a prospettive di guadagno nell'insegnamento privato. Inoltre, fuori e dentro l'università si segnalano, a quel te1npo, studiosi con1e Ugo Benzi 11 , Giovanni Ca1npia110 18, Gaspare Sighicclli 1'\ Giovanni Lan1ola jr211 , 1'0111111aso da Sai·zana 21 , Antonio Beccadelli (il Panormita) ed altri ancora". li loro sian-

17 G. FlORAVJ\Nll, li co111111ento di Ugo Benzi agli Eco110111ici (pseudo)aristotelici, in Rinasci111ento J!/35 (1995) 133 rileva l"'assolut<1 novilù" dell'ora/io classicheggiante «che fll piazza pulita cli temi, protc1ni, divisiones e subdivisiones trionlùnti per tulto i! Trecento ccl oltre nell'oratoria universitaria». Per L. NlONSTER, Ferrara e Rologna sotto i rapporti de!!e

loro scuole i\Iedico-Natura!istiche nell'epoca l_lrnanistico-Rinascimentale, in Rivista di Storia della i\4edicina (1966) 7, ru oiti1no conoscitore dc! greco e delle tecniche l'ilologichc. Su di lui cfr. ancora T. PESL:NTJ, Pro.fi?ssori e promotori di 111edicina nello Studio di Padova dal l 405 al 1509. Repertorio bio-bibliogrqfico, Sanncola dì Rubano 1984, 53ss. ig Concittadino dell'J\ur!spa, discepolo e corrispondente di Leonardo Bruni, è a Bologna nel 14\c!, forse presso la curia vescovile (L. G. ROSA, Due nuove leflere del Brunir il ritrova111ento del "111ateriale Berta/o!", in Rinasci111e11to Jf/34 [1994J 123). ll 1ncccnalis1no ciel care\. Niccolò Albergati è soUolincato da G. ZAOL!, J)i alcuni "Rot11/i" dello Studio della pri111a 111età del secolo X/i (Contributo alla storia dello Studio dal !420 al 1455), in S't11di e 111e111orie per la storia del/'lJniversità di Bologna (d'ora in poi: SMUB) 4 (1920) 210. Gli urnanisti lo ricainbiarono, per questo, della loro rnnrniraziouc. Lo Zao!i (ibid, 212) sostiene inoltre che il vescovo di Bologna ''irnparò dai suoi protetti il greco". 19 C. PIANA o.f.111., la Facoltù teologica dcll'l!niversità di Bologna nel 1444-1458, in Archiv11111 Franciscan11111 flistoric11111 53 ( 1960) 364ss; lu., 1\111ove rice1·che su le L/11iversità di Bologna e di Panna, Florcntiac 1966, 120, 11. I: lD., Nuovi docu111e11ti sull'L!niversità di Bologna e sul (~ollegio di SiJagna, I, !3olonia 1976, 205: laureato in artibus a Bologna nel 1420, il Sighicelli aveva iniziato ad insegnare, tuttavia. rin dall'anno precedente logica e poi J'ilosofia naturale. Nel scttcn1bre del 1429 Cìasparc si trova a Siena, 1na è richiesto pure da Firenze (ove, rorsc, era stato fin dagli anni 1427-1429); l;1 contesa lra !e due universilù toscane si risolve a favore di J.3ologna che !"annovera tra i suoi lettori di filosofia naturale nel 1429-1430. L'i11scgnan1erho nella città natale -dopo una parentesi fiorentina - i'iprcndc nel 1431-1432 (lect11ra Practicae) e nel 1432-1433 (/ect11ra Philosophiae natura/is). Nel 1434 il celebre 1nacstro è già entrato, a quanto pare, tra le fila elci don1enicani. A sentire Vespasiano da Bisticci, il Sighicelli, a Firenze, si distingue per una 111en10rabilc lettura dell'Etica di 'Aristotele; entra, poi, in stretti rapporti con Giannozzo Nlanetti. Niccolò Niccoli, Carlo Nlarsuppini cd altri ancora (VESPASIANO IJA l3!STICC!, Le vite, edizione c1·itica con introduzione e commento di A. Greco, I, [·'irenzc 1970, 291 s). 211 R. SA!HIADIN!, Cronologia doc1011entato della vita di C7iovanni /,amo/a, in li Propugnatore n.s., 23 (1890) 4!9ss.; C. PIANA, Nuove ricerche, cii., 120, n. I; C. !vl1\LACìOLA. Della vita, cit., 59s; E. RA!MONDL Codro e I 'l_!111a11esi1110 a Bologna, Bologna 1950. 53s; ID .. Umanesf!no e llniversità nel Quattrocen!o bolognese, in SMUB, n.s .. ! ( 1954) 329; sui rapporti col Fi!elJO: G. 7.JPPEL, li File!fo, cit., 228. 21 Poi papa Niccolò V. Lcs~e ne!!a l~1coltàdi arli negli anni 1420-1421. 1423-1424 e 1424-1425. Sulla sua laurea e sul suo soggiorno a Bologna cfr C. PJANA, Nuove ricerche, cii.. 118. 22 J\d es., Carlo Ghisilicri, Alberto Z.ancari, Niccolò Fava e Giovanni Pondi: L~. RA!MONDJ, Codro, cit., 54, n. 2; C. PIANA, 1V11ove ricerche, cit., 141. La pennanenza dcl l3eccaclelli (1425-1427) è quella di uno studente senza vocazione alcuna per la giurisprudenza e con la niente persa dietro al suo l:.'n11aji·odito pubblicato proprio nella città en1iliana. In quegli stessi anni (1426-1428) giunge a Bologna C:ìasparino Barzizza, acco1npagnato dal figlio


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Andrea l)a{lovoni

cio innovatore dovette rafforzarsi, di volta 111 volta, all'arrivo di alcuni dotti ellenisti: i soggiorni - seppur brevi - del Crisolora nel 14 I O, del nipote di questi, Giovanni, di De1netrio e dcl Guarino 2-1 prepararono, verosin1ilinente, l'ambiente favorevole alla convocazione dcll'Aurispa da parte degli ufficiali dello Studio. Proprio a Bologna l'un1anista siciliano ebbe occasione di incontrare quel Giovanni da Toscanella - da lui chiamato a Firenze nell'o!tobre del 1430 - che, sulla città, esprimeva giudizi diametralmente opposti a quelli

dc!l'a111ico: «ne1110 cloctus aut 0111nino eruclitus existi1netur, nisi qui scsc Bononiac cxercueri1, nisi qui sua gesta in hac urbe ostenderit, nisi qui 1nagnurn hic sibi no111c11 111agnan1que g!orian1 con1paravcrit)) 2-1.

Vero è, piuttosto, che l'Aurispa -

al pari di altri un1anistP 5

-

doveva

1nal sopportare, nella città e111iliana, il prcdon1inio dei giuristi, 111eno forti e rappresentati, viceversa, nello Studio fiorcn!ino2r'. Alla sua partenza ( 1425)

Guinifortc per leggervi retorica e poesia (C. PIANA, Lauree in diritto civile e canonico conferite dal/ 'L!niversità di 130/ogna secondo la tradizione del "!Jber Sapient11111 · I./ I 9-1434. in Affi e 111e111orie della J)eputazione di Storia Patria per le Provincie di Ro1nagna (""AMDSP), n.s., XVll-X!X, 270. n. 8; G. ZAOLJ, Di alcuni, ciL. 222, 232); anche in questo caso c'è chl chiedersi se la convocazione di un otti1no unu111ista si concili col quadro depri111cnlc disegnato da!l'Aurispa. Certo, la facoltà bolognese di arti attraversa, tra 1410 e 1415, un 1no1nento di crisi: ina dal 1419, a seguito dei provvedi1ncnti adott<lti cl<l Ivlartino V, !a situazione inigliora clecismncnle (C. [JIANA, 1\!11ove ricerche, cit., ! 12, n. 1; O. ZAOLL Lo S't11dio holognese e papa ,1\Iarti110 V, in SMUB 3 l!912] I 16ss) anche se dal 1427 al 1429 le autorità accade1niche dovettero fronteggiare gr3vi ristrettezze econon1iche (G. ZAOLJ, Di alcuni. cit.. 202s). 2 ·ì G. CAMMEI.I.I, I dotli, cil., L 190 sulla base di una lettera cli Leonardo Bruni al Niecoli. 2 -1 lbid., 140, n.2; G. GUAI.DO, Giovanni Toscanella. in Italia 1\Jedievale e Ll111anistica (=tME} 13 (1970) 34. Il File!l'o, condotto ud insegnare nello Studio pochi unni dopo (1428). infonnava l'Aurispu clc[!'nvvcnin1ento con parole di vivissi1na !ode per l3ologna che l'aveva accolto con !a schiera dci 111uestri e dei dotli e l'entusiasrno di tulla la cittadinanza (E RAJMONDI, Codro, cii., 50). 25 Cfr, sulla ''disputa delle urti", A. PADOVANI, C7i11rispr11de11za. Scienza giuridica (Storia de! J)iriflo i\Iedievale), in Digesto Italiano. JX. Civile, Torino 1995~; ID .• .)'/udi storici sulla dottrina delle sostituzioni, Milano 1983, 5\0ss con bibliografia alla quale si aggiungerà G. F. PACi1\l.LO. 1\111ovi testi per fa "disputa delle arti" nel Q11aflroce11to: la "Quaestio'" di Bernardo da Firenze e la "'Disputa/io" di J)omenico Rianchelli, in llvJE 2 ( 1959) 467ss. 2f, I<.. PARK, The Readers, ciL.. 27!.


Eugenio IV, l'Università di Catania e lo studio dei classici

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gli subentrarono Teodoro da Candia (1426) e poi il Filelfo (1427-29)27. Le gravi lacune nella tradizione dei Roiuli fin verso la metà del secolo XV ci impediscono di sapere altro sull'insegnamento del greco nell'ateneo bolognese; purtuttavia, le preziose indagini condotte dal compianto padre Celestino Piana o.f.m. consentono di affermare che il Filelfo !enne pubbliche letture regolarmente pagate dal primo gennaio al primo luglio 1439 28 • Un cenno inerita, infine, Ferrara. Qui si era trasferito da Veron<l, nel 1429, il Guarino, prece!tore del giovane Leonello d'Este; solo nel marzo del 1436, però, l'umanista veneto ricevette la nomina ufficiale a lettore nello Studio ove fonnò una generazione di otti111i allievi, italiani e stranieri. Grazie al suo insegna1nento, alla sua presenza assidua nei cenacoli letterari di corte, la città padana divenne una delle sedi più celebrate dell'umanesimo quattrocentesco29. A questo punto possia1no ben volgere nuovan1ente lo sguardo al docun1ento di fondazione dell'università di Catania con n1igliorc conoscenza dcl cli111a culturale in cui niatura l'evento. Quando Eugenio IV chiede, al nuovo ateneo, di aprirsi allo studio della teologia, del diriito - canonico e civile-, della fisica, della filosofia, della retorica e della grammatica, nonché delle altre atii liberali, sia greche che latine, sul modello dello Studio bolognese, ci si può chiedere cosa egli intenda precisan1ente. Vuole, il papa, additare la struttura istituzionale autorevole cui fare riferi111ento nella organizzazione dello Studio (attività e funzioni del cancelliere, ciel rettore, del collegio docente ecc.) -- con1e si ritiene con1unen1ente-' 11 oppure intende prospettare un piano di studi analogo a quello dell'Alma Mater Studiorum? Quanto al primo

27 Per Teodoro di Candia cfr Cì. Z/\OLL /)i alcuni, cii., 223 e 229. Sb<1gliu perciò C. l'vl1\L/\GOL/\. Della vita, cit., 39, a datare il suo insegnaincnto dul 1425~1426 al 1429-1430. Sulle letture tenute dal Filelfo cfr G. Z1\CC/\GNINI. S"torio, cit., 112; E. RA!MONDI. C'odro, cil.. 52, n. 2. 28 C. l)IANA, 1\111ove ricerche, cit., 571; ID., Lance/lotto de 1\lerc11riis da Reggio lettore di retorica e poesia nel!'L!niversitù di !Jo!ogna e una sua lettera spirituale, in Jlvlt.: 24 (1981) 380. 21 ' Cfr aln1cno R. SAJHJADIN!, Vita di Guarino /"eronese. Genova, 1891; ID., La scuola e gli studi di Guarino //éroncsc. Catania 1896; A. VrscoNTJ, La storia del!' [Jniversitrì di Ferrara (1391-1950), Bologna 1950, 12s. 0 -' ! I. COING, [)fe J/11ristische l··ac11/tàt 11nd ihr /,e/11progra111111, /11 !!andbuch dcr Q11el!e11 1111d Literatur der neueren Europàischen Privatrechtsgeschichte. I. k/ilfela!tcr (I 100-1500). J)ie gelehrten Rechte 1111d die (7esetzgebung. Ver6ffi11tlich11ng des I\IaxP!ank-fnsfif11ts _fiir r;uropàische Rechtsgeschichte. !!era11sgegehen van 11. C'oing, 1vllinchcn 1973. 61.


Andrea Padovani

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punto, Manlio Bellomo ha già acutamente rilevato che il testo della bolla papale ignorava «la difficoltà di calare in una realtà assai differente il modello bolognese» che, di fatto, non attccchP 1. Verissin10: 1na la curia ron1ana era a tal punto sprovveduta da non rendersene conto? Oppure è l'interpretazione usuale che si dà al docun1ento pontificio a richiedere una correzione? lo credo che, sotto il profilo linguistico, l'esortazione di Eugenio IV si intenda 111eglio quando sia volta a delineare un progetto didattico piuttosto che una riproposizione di 111odelli istituzionali od organizzativi ai quali\ in verità, ne1111neno si accenna. Questi ultitni, se1n111ai, potrebbero essere richia111ati dalla menzione dei JJrivi!egia, insigna, libertales, .facultales et iu11nunitates concessi o da concedersi: in tal caso, però, l'inciso «ad instar Studii Bononie» dovrebbe seguire - non precedere - l'elencazione di cui si tratta. Così con1'è concepita, inson1n1a, l'espressione usata dal pontefice se1nbra alludere alresperienza bolognese solo per il curriculun1 studioru1n che prevede - accanto a discipline orinai tradizionali - l'insegna111ento dei classici latini e greci nel quadro della rinnovata pedagogia un1anistica. Questa conclusione, seppur confortata dall'esegesi letterale, deve misurarsi con alcune possibili obiezioni. Si potrebbe eccepire, infatti, che l'insegnan1cnto delle ar/es i111partito a Bologna prin1a del 1444 non sen1bra presentare quei caratteri di continuità e di approfondimento che giustificherebbero la loro proposizione a modello dell'università di Catania. Al confronto, poi, l'an1bientc fiorentino appare 111aggionnente investito dalle novità culturali dell'u111anesi1110: per quale 111otivo, dunque, Eugenio !V 0111ise di farvi riferin1ento? La risposta a questi interrogativi dev'essere articolata. In prin10 luogo, abbia1110 già avuto occasione di rilevare che la docun1entazione ufficiale, sia a Pircnze, sia a Bologna, è taln1ente lacunosa da i111pedire di trarre conclusioni definitive sulla regolarità dell'insegnamento pubblico dcl greco in entrambi gli Studi. L'integrazione dci Rotuli con notizie tratte da fonti diverse potrebbe riservare, in futuro, ulteriori sorprese. A questa considerazione ne va aggiunta un'altra. Se fosse pur certo che nei primi decenni dcl Quattrocento la difficoltà di reperire docenti qualificati in1pedì di dare continuità ai corsi universitari di lingua greca, non si potrebbe - cornunque - sottovalutare la loro in1portanza. Anche se tenuti in 111anicra saltuaria, essi non 111ancaro110 di

-' 1 rvt. BELLOMO, 1\fode!!i,

cii.. 11. Cfr J\. Rotv!ANO, Leg11111 doc/Ol'CS, cit._ 189.


Eugenio IV, l'Università tli Catan;a e lo studio dei classici

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sollevare grande interesse al di là delle mura cittadine: furono un segnale, un ese111pio di vasta risonanza tra gli uo1nini più colti. Certo, il funzionan1ento delle cattedre di retorica e di poesia appare più regolare: ma in queste discipline - lo ha rilevato, a diverse riprese, il Garin - la vecchia intitolazione nasconde una sostanza nuova12 • Co1ne nei corsi di etica, anche qui la cultura ellenica provoca una riflessione approfondita sugli autori tradizionahnente studiati: è precisa1nente l'incontro tra inondo greco e latino - auspicato da Eugenio IV ("ta111 graeca qua111 latina")- che avvia l'u1nanesi1110 più niaturo, consapevole delle fonti alle quali si abbevera. Quando, allora, Firenze affida quell'insegnamento a Giorgio di Trebisonda, nel 1438-39 e poi dal 1440 al 1442, possiamo ben ritenere che il Trapezunzio avesse sottomano il testo della Re lorica - co111posta fin dal 143 o~:i - nella quale aveva fuso insien1c tradizione greca, bizantina e ciceroniana. A Bologna era prescritto che il titolare della on1onin1a cattedra leggesse ogni anno un poeta ed un prosatore classico latino-'-'. È però credibile che Giovanni Lan1ola jr tralasciasse di con1unicare agli studenti, in qualche 111odo, le proprie conoscenze cli greco nei corsi del 1438-39 e del 1443-44? I suoi studi - condotti sotto il Guarino a Verona (1422-25) e a Ferrara (1430-32), Vittorino da Fcltrc a Mantova (1425-26), Gasparino Barzizza a Milano (1426-28), Francesco Filelfo a Firenze (1429-30; 1433-34) - la sua esperienza didattica - nel 1434 era stato invitato da! Panorn1ita ad insegnare greco, privatarnente, a Pavia-' 5 - dovevano condurlo ad una naturale integrazione dei due a111biti nei quali s'era co1nposta la tradizione classica. Analoghe considerazioni dovrebbero farsi per Giovanni da -roscanella>6, Gasparino Barzizza--17 , Lapo da Castiglionchio

32 Già G. ZAOLI, Di alc1111i, cii., 224, avcv<1 intuito che l"insegna1nento dcl greco a Bologna poteva essere st<ilo af'fidato ((<l qualcuno dci retori e che nella scn1plicc p<1rola retorice o retorice et poesis fosse co1nprcsa» una qualche fonna di avviaincnlo <Jl!<1 conosccn?;a della lingua. l~ significativo la dizione conlenula nei Libri di Tesoreria per gli anni 1427 e 1411041: <dectura greca el rei orice)), <dectura rectoricc et poesie et sludiorun1 hun1anitatis» (ibid. 223). :>J L. O' J\sCJA, La Re lorica di Giorgio da Jl·ehisonda e / '11111011esi1110 ciceroniano, in l?i11asci111e11to I1/29 ( 1989) I 93ss. -'~ P.0. KRISTELLER, Fhe University of.Bologna and the l?enaissance. in SMUB, n.s .. I

(1954) 318.

·'5 C. ìvlALJ\GOLA, L)el/a vita, cii., 59. Nel 1431 insegna retorica a Bologna (Cì. 7.AOLL J)i alc1111i, cit.. 223) ancor tì·csco degli studi co1npiuli sotto il filclfo a Firenze o, addirittura, nella stessa città c1niliana (Cì. GUALUO, Giovanni Toscanella, cit.. 34). 17 · Nel 1426, quando viene invitato a 13ologna, l\nnanista bcrgainasco aveva giù u1Hl certa dimestichezza col greco, appreso sollo la guida dcl Guarino, a Venezia, nel 1416. Cfr (ì. 36


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Andrea Plulovan;

jr" c Niccolò Volpe, concorrente del Larnola già dal 1443-44, che nel 1448 inizierà a studiare greco sotto Lianoro Lianori-19 • Scrivendo al l~ortelli intorno alla venuta del card. Bcssarione in Bologna quale legato ( 1450) dimostrava il suo entusiasn10 «praesertin1 cun1 scias nil n1e 111agis optare quan1 litteras graecas earu111que cultores 111axi1ne conciliarc» 40 . Questi umanisti prepararono la grande stagione di studi ellenistici che si aprì a Firenze con la chia111ata di Giovanni Argiropulo e coi fasti del l'Accademia Platonica·", a Bologna con l'insegnamento del Lianori, cli Mario Filelfo, di Andromaca da Costantinopoli, di Gerardo da Pinerolo, di Bartolomeo da Pratovecchio, di Antonio da Cesena e, soprattutto, di Antonio Urceo. Non v'è dubbio, infatti, che la richiesta di un insegnan1ento sta()RTALLI, ,5'c110/e e 111aestri tra 1\Jedioevo e Rinasci111e11to. Il caso 1'c11eziano. Bologna 1996.

14 e bibliogrnfin in 1ncrito, 36, n. 16. \N \lerso la fine del 1436 viene incaricato di insegnare retorica a Bologna ove, i! 2 nove1nbrc, pronuncia il discorso inaugurale; l'anno seguente è costrelto a lasciare la cattedra per n1otivi di sulutc. Pure che lu sua presenza in città vada anticipata al 1433, quando prega l'atnico Ambrogio Traversari di fùr venire da Firenze alcune vite di Plutarco che uvcvn gifl con1inciato a tradurre (VESPASIANO DA BISTICCI, /,e vite, ciL., 1, 582, n. I; G. ZACCAGN!NL Storia. ci!., 115). 39 Per apprendere la lingua greca (che insegnò pubblicrnncntc a Bologna dal 14551"156: lJ. DALLAl~I, I l?ot11li dei do!!ori legisti e artisti dello Studio bolognese dal I 38../ al 1799, !, Bologna 1888. 43), Lianoro si era recalo a rerrara presso Teodoro Uuza (1447-1448). Nel 1448 era già in grado cli insegnarla a Niccolò Volpe. C'è da chiedersi se il Lianori --allora appena ventitreenne - non avesse già usufruito, in patria, di corsi propedeutici (pubblici o privali). Cfr, su questo personaggio, L. FRATI, Lianoro de 'Lianori ellenista bolognese. in SMUlì 10 (1930) 165ss; C. PIANA.1\luove ricerche, cit., 475, n. 4. Quanto al Volpe, cfr lJ. DALLARI. I l?otuli, cit., I, 18ss. Un discorso a parle meriterebbe lo Studio teologico bolognese del quale si occupò a diverse riprese e con la consueta crnnpetenza p. Celestino Piana. A quanto pare, non era previsto_ in quella sede, un inscgnan1cnto ciel greco: è tuttuv!a clif'.. ficilc credere che Cìiovanni Tortelli indìcato. all'atto dc! confcri1ncnto elci inngistero in leologia <(<11"tiun1 doctor et tain in gracco qurnn in lutino sp!cndoris execllcntissi111i praefulgens eloquio» (C. l)IANA, !,a Facoltà, cit., 401) - avesse tralascialo, ne!!e letture tenute sul!c S'entenze pochi nnni prirna (!443-1445) presso lo Studio rrancescano (C. PIANA, o.J:111., C~hart11lari11111 St11dii Bononicnsis S. Francisci. ;\d Claras ;\quas-F!orentiae 1970. !Analecta Franciscana sive chronica aliaq11e varia doc11111e11ta ad historia111 Fratr11111 kfi11on1111 spectantia edi!a a Patrihus Col/egli S. J3onavent11rae, }(/j, 66*). di dar provu delle sue co11osccnzc in quella lingua che aveva studiato prin1a a fircnzc, poi a Costantinopoli (1435-1438). Sarebbe certo interessante, poi, poter misurare l'influsso esercitato sul Tortelli dal Sighicelli, suo 111acstro pri111n e dopo il 1434 (C. PIANA, I.a Facoltà. ci!., 368s: lo., 1V11ove ricerche, cii.. 32,ls). -lii L. FRATI, [)i 1\!icolò Volpe (app1111li biogrr((icl), in SMUH 9 ( 1926) 250ss; cfr E NASALI.I ROCCA DI CORNELJANO, Il C'ard. Ressarionc legalo ponl(ficio in Bologno (I 4501455). Saggio sullo cos!ituzione dello staio pont{fìcio e sulla legisla::ione e la vita giuridica nel '400, in AMDSP, IV.XX.I-VI (1930) 17ss. ~ 1 A. 17. VERDE o.p., Giovanni Argiropulo e Lorenzo Boninconlri prqfessori nello 5,'111dio .fiorentino, in Rinascimento 1!/14 (1974) 279ss.


Eugenio IV, /'Università di Catania e io studio dei classiò

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bile del greco, all'interno dell'università, poteva essere preceduta soltanto da un'accresciuta curiosità intorno alla cultura antica che, rivelando inestimabili tesori di sapienza, eccitava il desiderio ài una sua conoscenza diretta e criticamente fondata. Si pensi, per questo, a Niccolò Fava - il filosofo più noto dello Studio bolognese" - che, profittando della presenza del Filelfo in città, chiede lumi al collega intorno alla lezione corretta di un passo dell'Etica 11ico111achea''· L'élite intellettuale bolognese di quegli anni è caratterizzata, di fatto, da «un eclcttisn10 senza iattanza verso la tradizione, un'apertura bonaria nei confronti delle forn1c nuove»~- 1 che fonde insien1c esperienze scientifiche molto diverse. A ragion veduta, pertanto, il Malagola poteva supporre che nozioni di greco fossero dispensate, in qualche modo, da lettori ellenici in altre discipline". Se Eugenio IV, nel promuovere la fondazione dello Studio catanese, ricorda l'esempio di Bologna - e non quello di Firenze (per ce1ii aspetti sicuramente più avanzato) o di Ferrara - ciò accade per ragioni diverse e ben co111prensibili. Da un lato agì il prestigio dell'Alma Mater Studiorum: al confronto dell'ateneo bolognese, quello fiorentino, nel suo periodo di massi1110 fulgore ( 1428-29; 1432-33) può opporre solo 27 lettori contro 80"·; la sua è un'esistenza stentata, di cui si può teniere, da un n1on1ento all'altro, la definitiva ccssazione 47 • Un'o1nbra di incertezza vela anche i destini futuri dell'università ferrarese, abbandonata dal Guarino (al seguilo del Concilio) e privata - alla morte di Niccolò lii - del suo signore e protettore'". Richian1are l'esperienza di entra111be le città nel docun1ento spedito ad una istituzione culturale che si sperava destinata a lunga e tranquilla attività poteva

42

Cfr C. PIANA, 1V11ove ricerche, cit., passi111. Maestro di Gaspare da Verona, li.1 pro1110torc di To1nnu1so da Sarzana (p. 119) e Gaspare Sighicclli (p 120). Insegnò inedìcina e filosofia dal 1405 fino aliti 1nortc (14 agostol439). 4 -' E. RAIMONIJI, lhna11esi1110, cil., 326. Lo stesso scrupolo filologico contrassegnerù i! 1netodo del 1ìlosofo Alessandro Achi!lini (1463-1512): lo .. Codro, cit., 143, 11. 1; 141. 44 lD., (J111anesi1110, cit., 330. 45 C. ivlAL/\GOLA, Della vita, cit., 32s.: Giovanni da Cipro lettore di astrologia ( 1382) e poi di logica (1383-1385): Uiaco1110 di Cipro, anche !ui docente di astrologia (1383); Cìiovanni da Nasso, lettore dell'Jnforziato (1401-1402); Lorenzo d'Attica, forse docente di leggi (1424). Cfr (J. ZACCAGNINI, Storia, cii., 112. 46 K. PARK. The Readers, cit., 271. Cli" E. SPAGNFSI, Uti!iter edoceri. Atti" inediti degli" Ufjlciali dello Studio Fiorentino (1391-1396), Milano 1979. 21. 47 Jbid., 69ss. Inutile ricordare le vicende che condussero, nel 1472, allo s111e1nbrmnento dello Studio con vantaggio di Pisa. 4 ·~ A. VISCONTI, /,a storia, cit., 15.


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Andrea Pudovani

apparire veran1ente incauto. Per altro verso, poi, non si può din1enticare che fin dal 1442 il papa - indispettito per l'appoggio dato allo Sforza, da lui dichiarato ribelle - aveva abbandonato Firenze. In un primo tempo i magistrati tentarono di trattenerlo con le 1ninaccie, poi Io lasciarono andare per la sua strada. Stabilito che il concilio si riaprisse a Roma nel 1443, Eugenio IV si recò il 7 1naggio a Siena, tradizionalinentc ne1nica di Firenze, ove si trattenne parecchi mesi prima di far ritorno - il 28 settembre 1443, dopo nove anni di esilio - a Ro1na~'J. Se non fossero bastate altre ragioni per tacere di Firenze questa si aggiungeva a colinare la 111isura. Quanto s'era venuto facendo a Bologna nel giro di alcuni decenni per avviare una nuova stagione di studi parve con1unque - agli occhi di Gabriele Conduhncr - di grande \1alore. Il suo atteggian1ento nei confronti della classicità divenne apcrta1nente fàvorcvole dopo l'incontro con tanti un1anisti al seguito del concilio"'; soprattutto, Eugenio IV dovette rendersi conto che, per 111antenere l'unità dei cristiani faticosan1ente raggiunta nel 1439, era necessario rafforzare la conoscenza di quella cultura orientale che per troppo te111po era restata nascosta all'occidente ron1ano. Veneziano, giudicò l'unione coi greci un obiettivo irrinunciabile: fu lo scopo della sua esistenza, l'obiettivo perseguito co111e vicario di Cristo 51 • Per attuarlo, giungeva opportuna l'inaugurazione di uno Studio e proprio in Sicilia. [,'isola aveva costituito, da secoli, l'approdo di culture diverse; collocata nel bel mezzo del Mediterraneo, era naturaltnente portata allo scan1bio - intellettuale cd cconon1ico insieme - con le contrade di Levante. Nelle aspettative del papa l'università avrebbe dovuto garantire continuità istituzionale all'approfondiinento delle lingue antiche, ma soprattutto del greco. In altre parti d'Italia - se si prescindeva da Firenze, Bologna e Ferrara - i vecchi atenei non avevano fatto quasi nulla per dare speranza al!'a111bizioso disegno concepito dal pontefice. Per lo più, i centri 1naggiorn1ente attivi nello studio del greco erano privati, co111e la Gioiosa di Mantova - nella quale si alterna-

9 -1 F'. GRECìOROVJUS, Storia di Roma nel 1\Iedioevo. V, cura e traduzione di V. Calvani e P. l'v1icchia, Ro1nt1 1972, 53; C'o11cilie11gesc/Jichte nach den Que//en bearbeitcl vo11 K. J. von !IEJ.'ELE ... VJJ. /)ie Rejòr111alio11s-1111d L/11ions-.~)1noden des 15.Jahrhunderls. Freiburg i111 Brcisgau 1874, 808 . .'ili L. F. VON PASTOR, Geschichte, cit., 326, 363ss. 51 F. [)ELARUEl.l.F - P. 0URLIAC - E.R. LAIJANDE, La Chiesa al le111po dcl grande scf.\·1110 e della crisi conciliore (1378-1449), Torino 1967, 388s: L. F. VON PASTOR, Ceschichte. cit .. 33 J SS.


Eugenio IV, l'Università di Catania e lo s!udio dei classici

699

rono, dal 1430 in poi, Vittorino da Feltre, Giorgio di Trebisonda, Teodoro o la scuola che Robe1to de' Rossi tenne in casa sua, a Firenze, e sempre in riva all'Arno - il monastero camaldolese degli Angeli, ove Ambrogio Traversari indirizzò molti alle opere di Aristotele e della patristica orientale. Iniziative i1nportanti, senza dubbio, che però non potevano dare garanzia di durata nel ten1po, legate coni 'erano a precise contingenze, all'iniziativa - generosa n1a precaria - di singoli studiosi 5". Mi pare difficile, dunque, dubitare delle aspettative di Eugenio IV nel momento stesso in cui assegnava all'università di Catania l'obiettivo di coltivare gli studi classici. 1 risultati, però, furono di molto inferiori alle attese: solo nel l 463 si ha notizia della chia1nata di un innon1inato «cavaliere greco» che subito scompare dalla documentazione lasciandoci nel dubbio sulla durata e la qualità dcl servizio reso 5-1• Probabihnente il papa sopravvalutò l'aiuto che poteva venirgli dal re Alfonso che appena un anno prima ( 1443) aveva ricevuto dalle sue inani l'investitura del regno in ca1nbio del riconosci1nento quale son1n10 pontefice 55 . Nonostante la faina guadagnatasi co111e nieccnate e pro111otorc di studi un1anistici, il sovrano fece assai poco, in realtà, per !'ateneo siciliano, costretto a lottare con l'esiguità dci 1nczzi, la scarsezza degli scolari e l'insufficienza dei professori. ln conclusione: sebbene l'università catanese tendesse a racchiudersi ben presto in uno spazio sostanzialn1ente locale, ben altra fu la vocazione alla quale il pontefice l'aveva suscitata. Per essa lo Studio novello avrebbe dovuto costituire un tratnite tra occidente latino cd oriente greco, uno spazio di libero incontro per le tnillenarie civiltà che si affacciavano sul Mediterraneo. Questo ruolo aveva giocato la Sicilia tutta fino a due secoli prima. Qui erano fiorite, rigogliose, le lettere; qui - tra Catania e Palermo - elette eccellente prova di sé quell'Enrico Aristippo (1155ca.-l 162) che si segnalò come traduttore di dialoghi platonici (Menone c Fedone), dei Metercologica

Gaza 52 -

s::- E. 134.

G1\RIN,

L 'ed11ca::io11e

i11 /~"uropa,

J400-1600. Proble111i e progra111111i. Bari 1966.

5-' Si pensi alle vicende - certo, più lontane nel tcn1po - delle scuole private tenute dal (iuarino a Venezia (14!4-lcl!8) e a Verona (1419-1429). s.i ivi. CATALANO - Tm.R!TO, Storia doc11111enfa/a della R. [Jniversità di C'afr111ir1. L'Università di C~ata11ia nel scc. Xl'. Appendice, Catania 1913, 36. 91, n. 145 (6 noven1bre 1463 ) . 5 .'1 K.J. VON I IF:FELE, C'o11ciliengeschichte, cit.. 808.


700

Andreo Padovani

di Aristotele, fors'anche delle Vite dei Filosofi di Diogene Laerzio"'. L'apparizione di umanisti quali I' Aurispa, il Campiano, il Marrasio - tutti di Noto - ed il Beccadelli, la fortuna della scuola privata istituita a Messina da Antonio Lascaris (1466), la presenza di biblioteche ancor ricche di manoscritti57 di1nostrano che il progetto di Eugenio IV non era vana chin1era; ad altri - meno lungimiranti di lui - va ascritta la responsabilità di aver negato alla Sicilia, fin dal secolo XV, il ruolo che poteva competerle nel concerto delle contrade più civili d'Europa.

56 13. fRANCESCl!JNJ, Aristippo f~'nrico, in /)izionario Hiogr(((ico degli Italiani 4. Ro1962, 20 I; L. f'v11NIO - PALUELLO, Tradizione testuale latina delle opere di Aristotele nel 111edio evo, in La critica del testo, I, Alti del secondo congresso internazionale della Società Italiana di Storia del L)iritto, Firenze 1971, 509~ W. BEl<SC!-lJN, kledioevo greco-latino. Da Gerolamo a 1\liccolò C'usano, edizione italiana a cura di E. Livrea, Napoli 1989. 293ss. 57 Il 4 noven1bre 1451 g!i ufficiali cd i rifonnatori dello Studio tentarono di difendere questo patri1nonio vietando l'esportazione dalla ciitù dci codici greci e latini (M. CATALANO ~ TIRRITO, S'toria, cil., Il, 26.). nu1


Synaxis XVI/2 (l 998) 70 I -707

IL XVI CONGRESSO DELL' IOSOT AD OSLO

ANTONINO MINISSALff

t/«Organizzazione internazionale per lo studio dell'Antico Testan1ento» (Internationa! Organization for lhe Study of lhe Olei Test ameni ~ !OSOT) ha celebrato il suo XVI congresso dal 2 al 7 agosto 1998 nell'università di Oslo, capitale della Norvegia. Il primo congresso promosso da questa Organizzazione, fondata nel 1950 a Leida (Olanda), aveva avuto luogo a Copenhagen nel 1953; ad esso sono seguiti con scadenza triennale questi altri, tenuti ogni volta in città che vantano in vario n1odo una spiccata tradizione accademica negli studi veterotestamentari ed orientalistici: Strasburgo, Oxford, Bonn, Ginevra, Ron1a, Uppsala, Edi111burgo, Gottinga, Vienna, Salan1anca, Gerusale111111e, L,ovanio, Parigi, Can1bridge. li prossin10 congresso, corne è stato annunziato nella seduta conclusiva, sarà a Basilea nel 2001. Il congresso di Oslo si è svolto sotto la presidenza dcl prof. Magne SaobCJ della "Norvcgian Lutheran School of 'fhcology"; ne è stato segretario il prof. Hans M. Barstad della Facoltà di teologia dell'Università di Oslo. Nella preparazione del progra111n1a si è voluto privilegiare il confronto tra le diverse metodologie che attualmente caratterizzano di pili gli studi dell'AT. Fedele a questa prospettiva, nel suo Presidenlia! Address Saobkl (Crossing Borders: Four Nonvegian Bib!e Scho!ars) ha voluto commemorare qual!ro illustri studiosi norvergesi che, partendo come teologi dall'AT, si sono dedicati pure agli studi orientalistici: J.A. Knudtzon, S. Mowinckel, I.P.Seierstad, A.S. Kapelrud. Ad essi ha aggiunto pure J. BjCJrndalen. Nella convergenza dell'interesse teologico con quello per l'orientalistica egli segnalava una significativn indicazione di carattere 1netodologico. La prima mattinata è stata dedicata allo studio "letterario" dell'AT nella forma specifica della "intertestualità". Nella relazione introduttiva Kirsten Nielsen (Univ. Aarhus: Interstuality ami lhe Bih!e) definisce la intertestualità non solo in rapporto ad altri testi ai quali poteva fare allusione lo stesso autore, 1na anche in rapporto all'intero canone biblico costituitosi

''Ordinario di Antico Testan1enlo nello Studio Teologico S. Paolo di Catania.


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Antonino Min.issale

successiva1nente e, addirittura, alle altre interpretazioni che ne daranno i lettori/studiosi nelle diverse età. Così si prospetta un'interpretazione aperta e riferita al lettore che interagisce con le nuove situazioni in cui si legge l'antico testo e si stabilisce uno stretto rapporto tra l'esegesi e la predicazione. Nel successivo pane! su Interstuality and Plurality of A1ethods, J. Barton (Univ. Oxford: Intertes/uality and lhe "Final Form" of lhe Texl) analizza la recente esegesi che studia un passo inquadrandolo nel conteso finale di tutta la Bibbia (metodo olistico) e la mette in relazione con il classico metodo storico-critico. M. Fishbane (Univ". Chicago: Types of Inlerslualily in Biblica! and Rabbinic Antiquily) esamina come funziona l'approccio canonico nell'esegesi rabbinica, che con il midrash sa essere nello stesso tempo fondata nella tradizione e innovativa. A. Schoors (Univ. Catt. Lovanio: (A1is)use of In/erstualily in Qohe/e/ exegesis) esamina come Qohelet cita la Tora adattandola al suo nuovo punto di vista, sapienziale e non giuridico-sacrale. J.L. Ska (Pont. lst. Biblico: Genesi.1· 18: Tau/ fai/ ji.1ri11e au bon moulin) presenta, a partire dai due tennini usati per indicare la farina (qe171ah e solei), i diversi tipi di lettura di Gen 18 proposti rispettivamente secondo il metodo storico-critico, narratologico, sociologico, destruzionista, che così 1nettono ciascuno in evidenza la grande ricchezza del testo biblico. Patricia K. Tu!! (Louisville Presbyterian Theological Seminary: The Relhoric of Recolleclion) nota come la intcrtestualità da un lato riprende il metodo tradizionale di identificare allusioni e influenze contenute in un testo, ma dall'altro sottolinea anche l'importanza del suo nuovo contesto retorico e sociale, con1e si può vedere in ls 49-54 . La seconda problematica affrontata da varie angolazioni è stata quella "storico-letteraria". l,,a critica \vellhausiana focalizzata sul Pentateuco identificava al di fuori di esso dei punti fer111i su cui basare una ricostruzione della storia dell'antico Jsraele, selezionando così alcuni testi rispetto ad altri, nell'ingenua supposizione che i prin1i presentassero i fatti quali erano real1nente accaduti. Questa sorta di positivis1no storico ignorava che ogni narrazione del passato contiene una sua interpretazione nella quale è sempre determinante un modo di vedere (soggettivo) proprio dell'autore/i, per cui è in ogni caso itnpossibilc ricostruire la storia in 111aniera oggettiva (B. Becking, Un iv. Utrecht: A Piea/or a Historical Crilical S1udy of lhe Ohi Teslamenl). La datazione dei testi può essere legittimamente orientata dallo studio storico della lingua ebraica che, indipendcnte111ente da considerazioni storiche o teologiche, consente di identificare pili a monte dei testi del dopoesilio quelli


Il XVI congresso dell'IOSOT ad Oslo

703

pili antichi del preesilio (A. Hurvitz, Hebrew Univ. Jcrusalem: Can Biblica! Text be Dated Linguistically?). Un'importante pista per lo studio della storia della religione dell'antico Israele è costituita dai nomi teoforici. In un primo tempo (sec. IX) anche il nome di Baal è usato come appellativo di Jhwh. Nell'opera storica deuteronon1istica i non1i co111posti con Jh\vh sono usati da persone che operano nell'arnbito dell'an1111inistrazione regia e sono perciò

vicine al tempio di Gerusalemme, mentre quelli composti con El caratterizzano le persone che ne stanno ai 111argini. Passando alla docu1nentazione

cpigrafìca, risulta che i nomi con Baal indicano persone che stanno vicine all'amministrazione centrale del regno del Nord e che i nomi con .Jhwh sono pili frequenti negli ostraca che derivano dall'an1111inistrazione centrale di

Giuda, 1nentre qui i non1i con El sono caratteristici dci sigilli, che provengono non dalla corte, ma dalle libere attività commerciali. Così si può stabilire

una corrispondenza tra la Bibbia e il materiale epigrafico extrabiblico (S. Norin, Univ. Uppsala: 0110111astik z1vischen Linguistik une! Geschichte). L'impiego ormai accettato di modelli sociologici nello studio del!' AT richiede che essi si specifichino in base ai diversi quattro an1biti ai quali si possono

applicare: geografìa, archeologia, storia, letteratura (Christa SchaferLiehtenberger, Univ. 1-leidelberg: Die F1111ktio11 der Soziologie im Studium des A!te11 Testaments). Al recente dibattito sulla possibilità di scrivere una storia d'Israele è stata dedicata la terza niattinata dcl congresso, introdotta dalla relazione, ab-

bastanza bilanciata, di P. Machinist (Harvard University: The Crisis of HistoIJI in the Study ofthe Hebrew Bible. Or: Js a New "Histmy of 1"rae/" Possible?), che ha spiegato come gli studi più critici apparsi negli ultimi dieci anni, posticipando l'origine della più antica letteratura dell'AT (quella relativa alla monarchia) al dopoesilio (periodo persiano o addirittura ellenistico), giudicano inaffidabile il quadro storico in essa fornito, che invece può essere utilizzato a patto che lo si sappia comporre criticamente con le testimonianze extrabibliche, scritte e non scritte. Nel pa11e! che ne è seguito su Ì'he Hebrew Bible and Hi.1·tmy, introdotto da L.L. Grabbe (Univ. I-lui!: Writing Tsrae! 's History al the End of the 20'1' Century); allo scetticismo di T. L. Thompson (Un iv. Copenhagen: The Prob!em with Texts a11d Historiciry), si sono contrapposte altre voci più moderate. Così E.A. Knauf (Univ. Bern: Ki1111eret a11d Naphtali) che ha condotto scavi a Kinneret (Teli e/- 'Oreime I Teli Kinrol), sostiene che la menzione fattane in Gs 19,35 riflette la situazione storica degli inizi del sec. VIJI, 111entre la notizia della incursione ara-


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Antonino Minhìsale

mea in I Re 15,20 trova riscontro negli strati V c Vl, conferendo ad esse un alto grado di storicità. Lo storico P. Briant (Uuiv. Toulouse Il: Some

Thoughts on the Documentary Evidence of the "Religious Policy of the Achaemenids ": fiwn .Jerusalem lo J\1agnesia) ha esaminato la documentazione extrabiblica riguardante la politica religiosa degli Achemenicli, che può integrare le scarse infonnazioni fornite in Esdra e Neen1ia: Elcphantina, l'iscrizione greca di Sardi, l'iscrizione trilingue di Xanthos. Diana Edclman (J. Madison Univ., Virginia: The Books of Samuel as Ancienl Hislmy Wriling) ha esaminato la figura di Saul in I Sam 8 - 2Sam I distinguendo, tra questi racconti storica1nente 1nolto vaghi, due generi letterari diversi: "historiography" e "history writiug". Amélie Kuhrt (Univ. London: Coms/ructions of the Past in the Ancient Near East) contesta la semplificazione operata da A. Momigliano quando situa l'origine della storiografia giudaica, parallela1nentc a quella greca - anche se di indirizzo diverso -, nella situazio-

ne culturale dctcrn1inatasi sotto l'i1npero persiano. Questa riconosciuta necessità di darsi una storia nazionale è da anticipare piuttosto al tempo della 111inaccia assira. Il vero contrattacco alla tendenza 1ninin1alista viene da I. Provan (Regent College Vancouver: In the Stable ivilh the Dm1rves: Tesli111011y, lnterpretation, Faith ami the HislmJ: of Jsrae/), il quale, appellandosi ad una più corretta episten1ologia, contesta il pregiudizio in base al quale 111eritano credito solo le tcstin1011ianzc extrabibliche in quanto conte111poranec ai fatti, mentre sono sospette quelle fornite dalla Bibbia; invece, si devono prendere in considerazione e vagliare di volta in volta le une e le altre. In

realtà, nella recente corrente n1inin1alista si applica all'Opera storiografica deuteronomistica lo stesso metodo seguito per il Pentateoco, che tratta della preistoria d'Israele. Le altre relazioni affrontavano ciascuna un teina particolare. M.S. Smith (St. .Joseph's Univ., Pennsylvania: Ras Shamra and the Present State of Ugaritic Studies) ha presentato un nutrito bilancio degli studi sui testi di Ugarit, G. Auld (Univ. Edinburg: The Deuteronomists between History and Theo/ogy) nota che nell'opera deuteronomistica la storia più antica è modellata sulla base della storia più recente e non viceversa. Per G.T. Sheppard (Univ. Toronto: Biblica/ Wisdo111 Literature ami the End of the Modem Age) lo specifico della letteratura sapienziale si deve determinare in rapporto ai modelli prcbiblici, alle altre componenti della letteratura biblica e alle stesse variazioni attestate nel corso del suo sviluppo; ma si deve anche tener conto delle esigenze dei diversi lettori. Secondo E. Zenger (Univ. Mlinster:


Il XVI congresso dell'!OSOT ad Oslo

705

Psalmenforschung nach H Gunkel und S. Mowinkel) è bene superare l'impostazione dello studio dei Salmi basato sul principio del genere letterario (Gattung), privilegiando perciò la dimensione laica e sapienziale, prevalente del resto nella raccolta finale (passando così dalla Psa/menexegese alla Psalterexegese), rispetto a quella liturgica circoscritta al tempio. É. Puech (École Biblique, .Jerusalem: Qumran et le texte de l 'Ancient Testament) presenta un quadro d'insieme molto dettagliato dei manoscritti biblici trovati a Qumran (manca solo Ester), mostrando l'importanza che essi hanno per la variegata storia del testo ebraico della Bibbia prima che si imponesse in maniera esclusiva la tradizione rabbinica (farisea). ln una conferenza serale con diapositive !3. Halpern (Pennsylvania State University) ha presentato i nuovi scavi da lui diretti a Meghiddo. Le due ultime relazioni sono state ampiamente prospettiche. M.G. Brelt (Univ. Melbourne: The Future of Olei Testament Theology) sottolinea con1c la "teologia biblica", pur essendo strettan1ente collegata alla storia della religione d'Israele, deve andare oltre per tener conto dell'incidenza che il messaggio biblico può avere sul discorso sociopolitico e teologico oggi più significativo, evitando di farsi addomesticare dalla teologia sistematica. O. Kaiser (Univ. Marburg: Die Zukunft der altteslamentlichen Wisseschaft) auspica che la scienza veterotesta111entaria che, attraverso la 1nctodologia storica, ha creato nel passato una base co1nune per gli studiosi appartenenti a diverse confessioni religiose, trovi anche oggi, in un n1ondo che è nello stesso ten1po spiritualtnente più diviso e tecnican1ente più unito di una volta, nuove 1nodalità di esercizio per continuare ad aden1piere questa sua i111portante funzione unificatrice. Le 115 comunicazioni libere erano raggruppate in sessioni simultanee distinte secondo questi argomenti: Testo e versioni, Lingue semitiche cd ebraica (3 sessioni), Libri storici (4), Profeti (3) ed etica, Sapienza, Poesia (2), Secondo tempio e oltre (2), Strumenti computerizzati, Approcci letterari (3), Interpretazione biblica, Qumran/epigrafia, Storia della religione. In questo ambito si è potuto prendere conoscenza di alcuni progetti che meritano una particolare segnalazione: 1) La Biblia Hebraica Quinta (=BHQ, che deve sostituire la Biblia Hebraica Stuttgartensia), che usa come testo base il Codice di Leningrado e della quale è stato offerto in anteprima il libro di Rut, e i due grossi volumi di Isaia (1995) e Geremia (1997) della "concorrente" The Hebrew University Bible (=HUB), che adotta il Codice di Aleppo; ma quanto all'orientan1ento 111etodologico, è la seconda che influenza la pri1na;


706 2)

Antonino Minissa!e

il

serv1z10

bibliogralìco

lnnsbruck BILDI (=Bihelwissenschajiliche Literaturdatenbank Jnnsbruck); 3) il progetto SAHD (=Semantic of Ancienl Hebrew Dalabase), attualmente coordinato da T. Muraoka e condot!o dalle Università di Bonn (H.-.J. Pabry), Cambridge (G.1. Davies), Pirenzc (1. Zatelli), Leiden (T. Muraoka), Lovanio (A. Schoors), Oxford (H.G.M. Williamson), Roma (M.G. Amadasi Guzzo), che, continua111ente aggiornato,

dell'Università

di

sarà accessibile via Internet. Jn una con1unicazione

brillante e ardita D.J.A. Clincs (Univ. Sheffielf: From Copenhagen lo Oslo. What Has [Al1ll Has Noi} Jlappened al /OSOT) ha tracciato un bilancio di tutti i precedenti congressi JOSOT, iniziati a Copenhagcn nel 1953, auspicando una 1naggiore attenzione ai te1ni oggi più avvertiti al di fuori della cerchia

degli specialisti. Il sottoscritto ha seguito pure l'annesso X congresso della JnternafhJnal Organisalion fòr Sepluagint and Cognate Sludies, che si è tenuto nei precedenti giorni 31 luglio e 1° agosto, con la partecipazione di più di cinquanta persone. J\ prescindere dalle innu111erevoli co1nunicazioni riguardanti aspetti particolari dello studio della Settanta, è stata particolarmente interessante il confronto dei èritcri attualmente seguiti nella traduzione della Settanta ne La Bible d'A/cxandrie (diretta da M. Harl, della Sorbona, e qui presentata da Cécile Dogniez) c nella NETS (=New English Translation of the Septuagint), diretta da A. Pietersma (Univ. Toronto). Semplificando si può dire che la seconda tien conto di più dell'ebraico, 1nentre la pri1na tiene conto di più della storia della lingua greca. R. Soliamo (Univ. Helsinki: The Letler of Arislea.s· ami the Origin ofthe Sepluagint) ha offerto un'analisi sociologica della Lettera di Aristea, che consente di valutare 1neglio alcune caratteristiche della Settanta. Nella sessione conclusiva Anneli Aejmelaeus (Univ. Giittingen: The Trulh abou/ Translalion Tecbnique) ha difeso la specificità dello studio della Translation Technique in quanto mirata a rilevare la resa di determinati elementi sintattici di contro ad uno studio genericamente statistico o direttamente teologico, il quale ultimo non può prescindere dal primo; E. Tov (Hebrew Univ. Jerusalem: Thc Greek Texts of the Bible .fìwn the Judean Desert) ha presentato un bilancio completo dei manoscritti biblici greci del Deserto di Giuda (Qumran e Nahal Hevcr), confrontandoli con la tradizione testuale dei LXX e del TM. Analogamente al congresso per la Settanta, si sono svolti pure gli altri congressi specializzati per lo studio del Targum, di Qumran e del Testo Masoretico.


li XVI congresso del!'IOSOT ad Oslo

707

Co111e si vede, questo è un panora1na 111olto vasto 111a anche ben articolato degli studi attuali sull'AT, che nel congresso triennale clell'IOSOT viene come sempre alla ribalta. Quello che colpisce di più ascoltando i diversi relatori, è che ciascuno di loro non appare con1e un ricercatore solitario, 1na con1e espressione di un lavoro di gruppo (anche a distanza), varian1ente articolato, che così dà origine alla formazione di tendenze e di scuole diverse, al dibattito e all'approfondimento delle problematiche emergenti che meritano di volta in volta una speciale attenzione.


Synaxis XVI/2 ( 1998) 709- 713

NOTIZIARIO DELLO STUDIO TEOLOGICO S. PAOLO 1. Licenziati in Teologio 111orale

Hanno conseguito il grado accademico della Licenza in Teologia morale, il 16 settembre 1998: G. D'AQUINO, La perfezione di Cristo e del crisriano nella lei tera agli Ebrei (relatore prof. A. Gangcmi) V. DI NATALI, li latifondo come struttura di peccato nel vescovo Peruzzo e l'attenlato del 1945 (relatore prof. G. Zito) 2. Baccellieri in Teologia

Hanno conseguito il grado accaden1ico del Baccalaureato in Teologia, il 16 settembre 1998: S. BUCOLO, L'altro traccia dell'infinito. hiruizione di Emmanuel LĂŠvinas e sue risonanze teologiche ed esistenzioh

(relatore prof. G. Schillaci) G. CAVALLARO, L'adeguamento liturgico de/l'altare nella diocesi di Acireale. Criteri

artistico~liturgici

o ilnprovvisazioni?

(relatore prof. G. Zito) A. MINARDO, La discussione co11ten1poranea sul concetto di jJOfentia

Dei absoluta et ordinata in Guglielmo di Ockham (relatore prof. G. Ruggieri) R. MINIO, L'antropologia intersoggettiva ne "li principio dialogico e altri saggi" di Martin Buber

(relatore prof. G. Schillaci)


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Notiziario dello Studio S. Paolo

A. PENNISI, L'omelia: attualizzazione della parola di Dio per l'uomo. Il reCUJJero della n1etodologia 11eotestan1entaria della ]Jredicazione nel C'oncilio e nel post-Concilio

(relatore prof. G. Federico) G.S. RIZZO, Paul Ricoeur: sullafilosr>fia del lingua[igio

(relatore prof. A. Crimaldi) M. RUSSO, L 'en1brione urna no. Un problen1a per la n1orale

(relatore prof. S. Consoli) D. SANGIORG!O, Il lessico della verswne greca del Simcide. Analisi se111antica e distrUn1zionale (relatore prof. A. Minissale)

L. SARACENO, Soren Kierkegaarde e il paradosso della ferie. Analisi testuale {/e/ soggio "Tùnore e tre111ore" (relatore prof. G. Schillaci) P.D. SCARD!LLI, Edith Stein: il ruolo della donna nella società e nella Chiesa (relatore prof. G. Schillaci) C. SCIUTO, Giovanni F1 ulvirenti erlucatore {/ella gioventù. Sacerrlote, 11rof"essore, vescovo

(relatore prof. G. Zito) M. TARASCIO, La nozione di con1unio11e nella ,for111azione presbt'terale. Rivisitazione critico della "Rivista del clero italiano" dal 1965 al 1995 (relatore prof. M. Aliotta)

C. VECCHIO, La dimora di Gesù e la dimora presso Gesù. Studio esegetico-teologico di Cv 1,38-39 (relatore prof. A. Gangcmi)


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3. Nomina In data 23 luglio 1998 il vescovo di Caltagirone, Vincenzo Manzella, dai vescovi responsabili dello Studio, è stato designato Moderatore del S. Paolo. Nell'incontro avuto con la Presidenza, il nuovo Moderatore ha 1nostrato grande attenzione allo Studio e ha dato la sua piena disponibilitù per affrontare i problemi con lo stile del dialogo diretto. 4. lnougurazione del/ 'anno occade111ico Il 16 ottobre 1998 si è tenuta l'inaugurazione dcl 29° anno accademico del S. Paolo. La concelebrazione eucaristica è stata presieduta dal vescovo di Caltagirone, Vincenzo Manzella, nuovo Moderatore. Dopo la relazione dcl Preside, il prof. Giuseppe Ruggieri, dello Studio Teologico, ha tenuto la prolusione accadc1nica sul teina: Per una cristologia re/ozionale. La .fe[/e in Cristo in uno società nut!tìcu!turale. 5. f_;ectio co111nu111is Anche per questo anno accademico si è seguila la 1nodalità sperin1entata nell'anno precedente: il professore invita un collega per apportare un contributo su un teina di specifica pertinenza, offrendo così agli alunni la possibilità di cogliere la divcrsitù di metodo e la interdisciplinarictà. Di seguito vengono indicati gli incontri interdisciplinari tenutisi: I Propedeutico A. Gangemi - S. Marino: // problema dei giudeo-cristianesim.o (vi hanno partecipato gli alunni cli 4° e 5° anno). II Propedeutico A. Gange1ni - S. Latora: L 'interJJrefazJone {lei/a Scrittura in Spinoza. Triennio teologico A. Gangcn1i - S. Marino: Il proble111a {/e! giudeo-cristianesilno (vi hanno partecipato gli alunni del I 0 propedeutico); A. Gangemi - F. Ventorino: Il {/esù!erio naturale dell'uo1110 {fi ve(/ere Dio; G. Zito - S. Consoli: Teologia llella grazia e prassi eucarh;tica nel gia11senisn10.


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6. Disputatio

In sintonia con il tenia dcl convegno, li Cristo siciliano, si terrà sul rapporto tra teologia e le!teraturo per cogliere in questa la presenza di connotazioni teologiche e favorire un approccio alla letteratura contcn1poranea. I gruppi di studio stanno già lavorando su apposita bibliografia e l'incontro conclusivo si tcrrrà venerdì 26 .febbraio 1999 con relazione del prof. JcanPierre Jossua, Direttore dei Seminari di Le Saulchoir di Parigi.

7. li convegno con l'Università Il convegno che il S. Paolo tiene con l'Università degli Studi di Catania, onnai biennale, è in fase di avanzata preparazione. Gli studiosi di an1bedue le istituzioni accade1nichc, continuando nella ricerca degli elen1enti caratteristici della cullura siciliana, terranno le loro relazioni su IL C'risto s;ciha110. II convegno, di cui è coordinatore il prof. G. Ruggieri, si celebrerà nei giorni 22 e 23 aprile I 999.

8. Sen1inari di ricerca Allo scopo di un 1naggiore coinvolgin1ento degli alunni al convegno con l'Università, sullo stesso tenia tengono due sen1inari di ricerca per il Triennio i proff. M. Aliolta, Il "Cristo siciliano" nel "Ciclo dei vinti" di C. Verga, e G. Ruggieri, Il "C~risto siciliano" nella lettera/uro contern1Joranea. 9. Se111inorio interdisciplinare Su mandato ciel Consiglio dello Studio, il gruppo dei docenti stabili del S. Paolo hanno individuato il tenia ed avviato il lavoro per il nuovo se1ninario di ricerca: /__, 'associazio11is1110 confra!ernale in Sicilia in età 1110(/er~ na. La pubblicazione dei contributi è progra1n1nata per Synaxis XVII/2 che uscirà a dicen1brc 1999.

I O. Fide.1· et Ratio Lo Studio Teologico S. Paolo, in collaborazione con il Rolary Club di Catania e con la Cattedra cli Storia nlodcrna della Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Catania, ha organizzato un incontro pubblico su li clialogo "Fede e ragione" alle soglie del terzo 111ille1111io (in occasione


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della pubblicazione dell'enciclica di Giovanni Paolo Il "Fides et Ratio"). La conferenza è stata tenuta dal Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, Tarcisio Bertone, arcivescovo emerito di Vercelli. I I . Biblioteca

II Consiglio per la Biblioteca è stato così costituito: il Direttore della Biblioteca; per il Seminario di Catania: il Rettore e il prof. A. Minissale; per Io Studio S. Paolo: il Preside e il prof. M. Aliotta. II suo compito fondamentale è di determinare l'orientamento negli acquisti e nella gestione complessiva del servizio che presta a professori e studenti del S. Paolo, come dell'Università degli Studi di Catania, e a studiosi e ricercatori locali. La Biblioteca, inoltre, ha la sua connessione ad internet con casella di posta elettronica: basastsp@din1tel.nti.it. 12. /1~forn1atizzozione

li sito internet del S. Paolo è operativo all'indirizzo: http://www.stud io san pao Io. it. Ogni ufficio del S. Paolo ha il proprio indirizzo e-mail: Studio S. Paolo: studiosanpaolo@studiosanpaolo.it; Presidenza: preside@ stud iosan paolo. it; Vicepresidenza: vice-preside@studiosanpao lo. it; Seg reterio: scgrctcria@stud iosanpaolo. it; Biblioteca: biblioteca@stud iosanpaolo. i t.


Synaxis 1998 XVI 2  
Synaxis 1998 XVI 2  
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