Sportivissimo Ottobre 2017

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Così anche Recoaro Mille, quest’inverno rimarrà chiuso. Anche la nostra “busa”, dove tutti, qui, abbiamo imparato a sciare, la prossima stagione non aprirà. È una sorte che è capitata ad altri, prima. Boscochiesanuova, chiuso già dall’anno scorso, le Fratte di Tonezza, chiuse da anni, Le Melette di Gallio, anch’esse chiuse da due stagioni. Stazioni storiche dello sci vicentino e veronese hanno chiuso prima di Recoaro. Sciare nelle Prealpi è diventato molto difficile, quasi impossibile. Ma anche sulle Dolomiti le difficoltà sono enormi. Lo scorso inverno è rimasto chiuso il Passo Rolle, che non è a mille metri, ma oltre i 2000. È fallita la Sitr, la società che gestisce gli impianti. Troppi costi, troppi debiti. Anche il Nevegal sta soffrendo e, a ogni nuova stagione, è in forse la sua apertura. Non sono posti qualsiasi, questi. Sono luoghi in cui è passata la storia dello sci. A Recoaro Mille si sciava già dalla fine degli anni Venti. Nel 1923 Gino Soldà portò a Recoaro il primo paio di sci, cimentandosi nelle prime discese. Lo imiteranno da subito in tanti, primo tra tutti il fratello Italo che a soli 5 anni imparerà a sciare per diventare poi uno degli sciatori più forti e più bravi d’Italia della sua generazione. Ma a Recoaro Mille, già negli anni Venti, sciava Nilde Cocco e questo è una specie di record dello sci femminile mondiale. Recoaro Mille è stata una culla di sciatori non comuni. In quella pista ripida e stretta che è Monte Falcone si sono formati grandi maestri di sci, conosciuti e stimati in tutto l’arco alpino. Gino Soldà dalle nevi di Recoaro è arrivato a quelle olimpiche di Lake Placid nel 1932; Italo Soldà è stato un pioniere dello sci estivo, ha avviato la scuola del Tonale; è stato responsabile dei giovani maestri della Scuola di Sci Sestriere, direttore del Bondone; è stato autore di libri di tecnica sciistica e con altri ha firmato la prima progressione dello sci italiano, quella storica del 1958, oltre a essere stato il primo sciatore italiano a compiere il salto mortale con gli sci. In anni più recenti Stefano Reniero ha fatto parte della squadra Azzurra e poi a Recoaro Mille sono cresciuti allenatori di squadre nazionali, quella Italiana, Marco Garbin, quella Spagnola, Carlo Pianalto. E ancora tanti che sono stati direttori di famose scuole di sci: a Foppolo, ad Andalo, al Bondone, a Panarotta, a Folgaria, a Boscochiesanuova; tanti che hanno fatto gli allenatori negli sci club, tanti che hanno fatto i maestri un po’ dappertutto e sempre distinguendosi come ottimi sciatori. Lo sci recoarese, nato in quella “buca” con due piste, una troppo facile e una troppo difficile, ha sempre avuto un grande respiro. Sciare, insegnare e pensare allo sci in qualsiasi luogo e con qualsiasi responsabilità non sono mai stati un problema per uno sciatore di Recoaro. Nella storia e nel presente del Grande Sci, da quello della tecnica, a quello dell’insegnamento, da quello della direzione di scuola a quello dell’impegno politico, dallo sci pensato a quello scritto, si trova sempre un nome di uno sciatore di Recoaro Mille. Questa è la storia. Adesso, però, è finito tutto. Quella piccola miniera di “caratteri” dello sci si è chiusa. E’ un peccato. In giro, nella valle, si dà la colpa alla gestione; in giro, fuori dalla valle, si dice che tutto ciò sia causato dal riscaldamento del Pianeta che non fa più nevicare. Personalmente non credo né all’una né all’altra di queste motivazioni. Certo, qualche errore di gestione vi sarà stato, come ci sarà stato in tutte le altre stazioni che hanno chiuso: Bosco, Melette, Le Fratte, Rolle…, e, sicuramente, il meteo di questi ultimi anni è stato inclemente, perché se fosse nevicato anche in pianura, sarebbe stato tutto più facile, ma non dimentichiamoci che il Rolle è alto e lì la neve c’è sempre stata: al Rolle si sono sempre disputate, anche in anni recenti, le ultime gare di stagione, perché era il posto in cui la neve si scioglieva per ultima. No, non è una questione di gestione: chi ha gestito in questi anni le stazioni di sci in qualsiasi parte dell’arco alpino ha fatto sacrifici enormi e va rispettato e stimato; e non è nemmeno una questione di neve, lo scorso anno abbiamo sciato tantissimo e benissimo sulla neve artificiale, che oggi è una garanzia che in passato non c’era. Né difetto di gestione, né scarsità di neve, la questione è un’altra. segue...

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6 Quando nascevano le stazioni invernali come Recoaro Mille, l’Italia era un paese diverso. Con meno scartoffie, con meno casini burocratici, meno cavilli su ogni cosa. Bastava che un gruppo di amici decidesse di mettere un po’ di soldi su un’idea e partivano le ruspe per tracciare la pista; chi investiva, metteva il 90% in opere, il restante 10% in orpelli vari. Bastava chiedere a un ragazzo se aveva voglia di prendersi quattro soldi e, se diceva “sì”, quel giorno stesso veniva impiegato al gancio di risalita. Chi finiva la scuola ed era in attesa di partire per il militare, andava a

fare lo skiliffista in “Busa” finché non arrivava la cartolina di precetto. Nessun contratto a tempo indeterminato, nessun obbligo a inventarsi un lavoro per tutto l’anno. Chi voleva e se la sentiva, saliva sul gatto delle nevi e la sera iniziava a battere le piste. Nessuna patente, nessun corso di formazione, né aggiornamenti continui. Sui seggiolini non c’era la sbarra di sicurezza. I bambini piccoli salivano in braccio del genitore o di un amico, che oltre al “bocia” si portava sottobraccio gli sci di entrambi. I controlli sulle funi e su tutto il resto erano

minimi. Le seggiovie avevano una vita tecnica che durava 50 anni e non 20. Nelle biglietterie non c’era il registratore o il computer di cassa. Il commercialista lo vedevi una volta l’anno o forse nemmeno. Se qualcuno salendo in seggiovia, cadeva, si sentiva un fesso; se allo skilift il gancio gli finiva in testa, si sentiva un “bauco”; se sciando, prendeva una buca o andava addosso al “fagaro” e si rompeva una gamba o la testa, si vergognava di essere così scarso. Per decenni nessuno si è mai sognato di esporre una denuncia alla società impianti per “gravi” inadempienze

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nella cura delle piste. Non esistevano obblighi di rete, né di materassi su alberi e piloni. Era solo sci. Era un’Italia diversa e diversi erano gli italiani. Quello che ha fatto saltare il banco, è stata questa metamorfosi sociale, più della mancanza di neve e degli errori di gestione. Perché oggi è tutto complesso. Le adempienze normative che una stazione e i suoi amministratori devono sostenere sono senza fine. In termini di denaro sono centinaia di migliaia di euro. Di un investimento, il 75% va in tasse e affini, il restante 25% in opere. Uno squilibrio che una piccola, gloriosa stazione non più sostenere. È bastato che si aggiungesse il costo della neve artificiale ed è saltato tutto.

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di Annalisa Marchesini e Alessandra Dalla Costa

Randonèe d’Italie Cronaca della ROMA – MATERA – ROMA, 17 tappe, 1600 km con 20.000 mt. di dislivello, 168 ore il tempo massimo: ecco la 1a edizione della randonèe che si è corsa lungo le strade del nostro meridione, tra arte e paesaggi mozzafiato

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oma, 24 giugno 2017, sono le 19,00 ed è quasi il tramonto, al punto di partenza una bella atmosfera, c’è tanta gente, c’è aria di festa, foto, saluti, presentazioni… bicicletta affardellata, le luci in funzione, si fa la coda al tavolino dell’organizzazione per il timbro di partenza sulla carta di viaggio e poi si va. Le prime pedalate sono quasi sempre lente, incerte, come se si avesse timore di partire. La 999 Miglia parte da Roma e attraversa molte delle più belle località del Sud Italia. E’ una pedalata nella storia e nella natura con partenza dal Circo Massimo nel cuore di Roma. La scelta dell’itinerario ha tenuto conto dei luoghi che caratterizzano l’immaginario collettivo come la Reggia di Caserta, i parchi archeologici di Pompei e di Paestum, i Sassi di Matera, il barocco di Martina Franca, i trulli di Alberobello, a cui si ag-

giungono i tesori di Anagni, Sperlonga, Teano, Ruviano, Sorrento, Positano, Amalfi, Salerno, Atena Lucana, Tricarico, Montescaglioso, Polignano a Mare, Conversano, Altamura, Castel del Monte, Venosa, Melfi, Benevento, Morcone, Letino, Pescasseroli, la piana del Fucino, Avezzano, Castel di Tora e tanti altri centri meno noti. Il tutto per 1609 km e presenta un dislivello complessivo di circa 20.000 metri. È così che una sera d’inverno, davanti a una tazza di the caldo, due amiche Alessandra ed Annalisa programmano la loro avventura, non avevano idea di come sarebbero tornate, ma l’unica cosa che contava era quella di assaporare le bellezze delle nostre regioni, gustandone colori e sapori della nostra bella Italia. Si pedalava quasi tutto il giorno, ci piaceva andare con molta calma… ogni tanto ci si fermava anche per un bagno al mare, un gelato, una foto, e dopo pranzo,

quasi sempre in un parco all’ombra di un albero per un meritato pisolino. Chiacchieravamo con tutti coloro che incontravamo, parlavamo con gli esercenti dei negozi provocando file alle casse, molto era l’interesse per noi ed era bello sottoporci alla loro dolce invadenza e curiosità. Nelle randonèe non è indispensabile andare veloci come i professionisti o fare il record. Non c’è nessuna classifica. Ciò che conta maggiormente è la capacità di organizzare ed amministrare le proprie risorse psicofisiche in modo da concludere il percorso entro il tempo massimo, affrontando le difficoltà e le avversità che ci vengono messe di fronte. Un vero randonèe non si ritira se piove, questo è bene ricordarlo. Organizzazione e una buona dose di testardaggine, profonda conoscenza di se stessi, dei propri punti di forza e dei propri limiti e una fortissima moti-


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vazione stanno alla base di tutto: diversamente è troppo facile mollare alle prime difficoltà che puntualmente faranno sgradita visita. 17 tappe, 168 ore il tempo massimo, questa la 1^ edizione organizzata in maniera magistrale da far invidia a tante randonèe più blasonate, percorso interamente frecciato punti di controllo con ristori dove ci venivano offerti i prodotti tipici locali e la possibilità di riposare, e ad ogni ristoro era una festa e quasi ti piangeva il cuore ripartire. Abbiamo attraversato posti incantevoli, a noi sconosciuti. Sì, è vero, ci sono stati tratti con asfalto sconnesso e buche, un po’ preoccupa, ti fa pensare alla possibile foratura che puntualmente arriva, ma poi ti guardi intorno e vedi questi luoghi incantati, pieni di storia. Ti riempi i polmoni di aria fresca, buona e gli occhi di meravigliosa natura e il silenzio, quanto bel silenzio!

Non sono mancati il vento, la fatica, il caldo - abbiamo dormito rannicchiate in una panchina di un bar - ci sono stati momenti in cui non riesci ad andare avanti e pensi che forse non sei abbastanza preparata, che forse hai scelto qualcosa più grande di te, oltre le tue possibilità, che forse hai mangiato poco… ma poi i chilometri vanno avanti, arriva la pausa, ti fermi, ridi, chiacchieri, mangi un panino, ti togli, ti rimetti le scarpe e poi di nuovo sali in bici e le tue gambe riescono ancora a pedalare e sei felice e guardi il contachilometri e ne mancano ancora pochi! Poi guardi in alto e quella nuvola nera, sì quella che tanto ci infastidiva, ci ha seguito e poi pioggia, quanta pioggia, ma chi se ne importa, tanto ormai manca poco, ormai neppure la pioggia ci può fermare, può calmare l’adrenalina che sentiamo lungo tutto il nostro corpo che fin prima era stanco,

affaticato e adesso viaggia, leggero come se ci fossimo appena messi in sella e poi il pensiero che manca poco e possiamo dire a noi stessi che ce l’abbiamo fatta… è una sensazione impagabile. Ci hanno incantate o forse meglio stregate i colori, i profumi, la varietà dei paesaggi, la limpidezza del cielo che varia di colore da zona a zona, il mare cristallino e le bellissime spiagge, alte e verdi montagne, piazze splendide con panchine all’ombra di grandi alberi, città eleganti e maestose, piccoli borghi con casette basse, ma quello che più ci ha stupito è il calore unico e il senso di ospitalità della gente che ci ha fatto sentire come a casa, coccolate e viziate. Queste sono le randonnèe, questo è lo spirito ed è per questo che ci si innamora di queste avventure e non si può più farne a meno.



arrampicata

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di Vera Visonà Foto di Marco Ceramella

Boulderagno 2K17 “Organizziamo un Raduno di Street Boulder noi, gruppo I Sogati?”

C

osì è iniziato quello che sarebbe stato il primo street boulder organizzato da noi Sogati, un raduno che da tempo non si organizzava a Valdagno. Le cose da fare sono state tantissime, tra cui inizialmente chiedere il permesso al Comune di Valdagno per organizzare questo evento, cosa che, fortunatamente, non ci è stata negata, anzi. La burocrazia è stata tanta e complessa ed è quella che ha preso più tempo, soprattutto ad Elisa, che se n’è occupata in maniera più che efficiente! Sono stati tanti gli incontri tra alcuni componenti del gruppo e non, per organizzare al meglio questo evento. Volevamo che fosse, per quanto possibile, organizzato nei migliori dei modi. Una volta avuto il nulla osta dal Comune per procedere

all’organizzazione abbiamo pensato subito agli sponsor e a quanti soldi ci sarebbero serviti per organizzarlo. Abbiamo avuto un ottimo riscontro da tanti locali del centro e negozianti tra cui: Carlotto, Tasca, Taboo, Bar Dante, Giardino la Favorita, Belluzzo Sport, Why e anche dal CAI di Valdagno che ci supporta in ogni nostra iniziativa. Poi ci siamo fermati un attimo a pensare: “Che nome diamo a questo evento?!” Questa è stata una domanda molto importante a cui rispondere; tante teste e tante idee sì, ma solo una poteva andare bene! Pensa e ripensa, pensa e ripensa! Alla fine abbiamo detto: “Perché non uniamo il nome Boulder e parte del nome Valdagno?!” Da qui è venuto fuori: BOULDERAGNO!

Una volta pensato al nome dell’evento ci serviva una grafica per le magliette che fosse carina, non troppo monotona, ma nemmeno esagerata: ed è venuta fuori grazie al disegno e alla mano artistica di Beatrice Perin (che ringraziamo davvero per tutte le modifiche che ha dovuto fare durante la lavorazione). La lavorazione di stampa di tutto quello che è stato targato Boulderagno da magliette, sacchi gara, adesivi e volantini, è stata affidata a Melania di Nicoletti New, precisa e puntuale nel lavoro! Grazie ai ragazzi dell’Hostaria che ci hanno aiutato nella parte cibo e bevande ed intrattenimento e grazie al Panificio di Soldà Cesare! Un’altra cosa più divertente e meno burocratica è stata la scelta dei blocchi (grazie Piero e Luca per l’a-

iuto)! Con la cartina di Valdagno tra le mani la scelta è stata difficile, perché ce ne sono tantissimi scalabili lungo il corso. Il risultato è stato di 21 blocchi da inizio corso fino al Parco Gino Soldà compresa Villa Serena! Proprio quello che volevamo, far conoscere Valdagno un po’ a tutti: a chi era venuto di passaggio tempo fa e per chi era la prima volta che veniva! Un vero e proprio excursus tra gli archi storici, parchi verdi all’interno della piccola cittadina che è Valdagno! Successivamente, una volta scelti questi blocchi un’altra questione burocratica è stata chiedere il permesso a tutti i proprietari degli edifici, al comune e la Parroco (che ringraziamo per la concessione del campanile). Bene, le cose più difficili erano state fatte, adesso rimaneva soltanto da preparare piantine e pacchi


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liani di doppio misto ita i ion mp ca no so nti ipi ch Oc ilia Eugenio Menato ed Em

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Quartu S. Elena (CA) si sono svolti i campionati italiani di terza categoria di tennis. A distanza di quattro anni, la siciliana bissa la vittoria conseguita sugli stessi campi mentre il valdagnese ottiene una personale rivincita dopo la clamorosa squalifica subita nel 2013. Lo Sporting Club di Quartu S. Elena ha sei campi da tennis, tutti in cemento, disposti a mezzaluna attorno a un prato verde. I due centrali, non a caso numerati 1 e 2, sono un po’ più carini degli altri perché sono circondati da delle tribunette disposte a terrazzo, dalle quali si può scorgere in vicinanza il mare che bagna il litorale del Poetto. Dal 2011, questo circolo sardo è teatro dei campionati italiani di terza categoria di tennis, che si svolgono ogni anno sotto il sole cocente di fine luglio. Nel 2013, a rappresentare il Veneto e la Sicilia c’erano Eugenio Me-

nato ed Emilia Occhipinti. Il percorso dei due giocatori in questa edizione fu nettamente differente. Mentre Emilia arrivò a trionfare sia nel singolare che nel doppio femminile, Eugenio divenne protagonista di un grottesco episodio. Al primo turno, infatti, un impellente bisogno sopraggiunto al termine del secondo set lo fece correre al bagno; un’applicazione estremamente fiscale del regolamento (il giocatore ha diritto di recarsi ai servizi al termine del set, ma deve formalizzare la richiesta al commissario di gara) portò il Giudice Arbitro ad escludere il tennista dalla manifestazione per abbandono del campo. Tornare in Sardegna dopo quest’esperienza non è stato semplice per Menato. “Per tre anni ho rinunciato a partecipare ai campionati italiani, perché non volevo tornare più a Quartu. Tuttavia, sentivo in cuor mio che potevo ancora giocarmela, e sarebbe stato un peccato non provarci. C’era insomma qualcosa di indefinibile e tuttavia di pienamente

avvertibile che mi indicava d’istinto cosa avrei dovuto fare. Diedi finalmente retta all’istinto e, pur senza compagni di viaggio, presi un biglietto aereo per Cagliari”. Nell’entry list dei campionati italiani maschili 2017 figurano 81 giocatori, di cui 12 con classifica 3.1. La Federazione assegna la testa di serie n. 3 a Menato, mentre l’urna del sorteggio gli riserva un primo turno agevole contro un giovane giocatore sardo. Fatalità, l’esordio avviene sul campo n. 2, lo stesso in cui terminò anzitempo l’avventura tricolore del valdagnese nel 2013. “I giudici si ricordavano dell’episodio di quattro anni fa” racconta Eugenio “per cui, per non correre rischi, stetti in bagno fino a un attimo prima della

partita! Sciolta la tensione, vinsi facilmente e mi qualificai al turno successivo”. Al secondo turno, Menato sconfigge l’olbiese Andrea Calcagno con il punteggio di 6-4/6-3 mentre negli ottavi supera con un walkover il 3.1 pugliese Domenico Zingrillo. Nei quarti di finale, lo aspetta l’alessandrino Daniel Dappino, campione piemontese in carica e semifinalista del torneo nella passata edizione. Dopo un primo set perso troppo frettolosamente (6-3), il portacolori del T.C. Istrana lotta nel secondo set dal quale però esce sconfitto al tie break, perdendo così il match. “Il singolare era l’obiettivo principale per cui sono partito. Ho raggiunto i quarti di finale e tutto sommato, va bene così. Sono arrivato a questo turno un po’ cotto: non mi aspettavo un caldo così forte e umido e quindi quattro partite (tre di singolo e una di doppio) giocate sul cemento si sono fatte sentire sulle gambe. Per di più, ho perso contro un ottimo giocatore, che infatti poi ha vinto il torneo. Per batterlo avrei dovuto avere sicuramente qualche settimana in più di allenamento, in particolare su questa superficie che è molto diversa dalla terra rossa. Nonostante questo, ho avuto le mie occasio-

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ni, tra cui un set point nel secondo set che il mio avversario è stato bravo ad annullare con un ace”. Il doppio misto, invece, Menato l’ha giocato quasi per caso. “Una sera, all’incirca tre settimane prima dall’inizio del torneo, mi è arrivato un messaggio su Facebook che più o meno recitava così «Ciao, spero tutto bene, ho visto che sei iscritto anche tu agli italiani: avrei voglia di giocare il doppio misto, lo faresti con me?» Era Emilia Occhipinti. Nonostante ci fossimo incontrati in Sardegna quattro anni fa, di lei sapevo poco nulla: da allora, infatti, le uniche sue notizie mi arrivavano da Facebook. Accettai quindi con riserva …”. Partito quasi per gioco, nel corso della settimana il doppio misto si è rivelato un’occasione importante per entrambi. Occhipinti, infatti, aveva alla portata uno storico tris mentre Menato, fuori dal singolo, aveva la chance di rifarsi. Dopo aver usufruito di un bye al primo turno, la coppia veneto-sicula (più di 1.400 km separano Valdagno da Scicli) ha sconfitto non senza qualche patema il duo formato dal campano Alex Di Biase e la perugina Valeria Piccioli e poi la coppia

canturina formata da Cristian Giudici e Alessandra Ripamonti. La finale, contro i sardi Ludovico Sanna e Sarah Stoerbrauck, era in programma sabato 29 luglio alle 19.30, a seguire delle semifinali individuali e delle finali di doppio maschile/femminile. “Dopo due partite e con una finale ad attenderla il giorno dopo, temevo che Emilia sciogliesse il doppio misto; pertanto, per stimolarla, le ho detto che se non avessimo vinto la finale le avrei rubato uno dei suoi scudetti che già aveva vinto” scherza Eugenio. “La sua determinazione nel centrare tutti e tre gli obiettivi mi ha però sorpreso ed è stata a mia volta fondamentale per dare il massimo impegno a un torneo, il doppio misto, cui all’inizio avevo dato poco peso”. Il bilancio del torneo per Menato è quindi, in definitiva, molto positivo. “Torno da Cagliari con un senso di pace, oltre che di felicità. Da una parte, infatti, ho realizzato un mio piccolo sogno, ossia quello di conquistare un titolo italiano; dall’altra, soprattutto, sono contento di essere riuscito a prendere con coraggio una decisione personalmente difficile, vincendo le avversità del caso e mettendo da

parte la scelta più comoda, ossia quella di stare a casa. Una esperienza che sicuramente mi servirà anche in futuro.” La tripletta di Emilia. Il successo di Emilia Occhipinti ha le sembianze di una vera e propria impresa. La ventenne siciliana, infatti, ha conquistato i titoli in tutte le gare a cui ha preso parte: singolare, doppio femminile e doppio misto. Oltre a quest’ultimo di cui

si è già detto, nel singolare la giocatrice tesserata per il C.T. Ragusa ha superato in finale la catanese Chiara Ginevra con il punteggio di 6-3/6-4, mentre nella gara tutta rosa ha conquistato il titolo in coppia con l’irpina Lucrezia Santamaria superando agevolmente all’atto conclusivo le sarde Sarah Stoerbrauck e Marta Plumitallo. In totale, 12 partite in 7 giorni nelle quali non le è sfuggito nemmeno un set. Il cosiddetto “triple-


15 te” si aggiunge così agli altri due scudetti conquistati nel 2013 sempre a Quartu S. Elena, e ai freschi titoli siciliani in singolare e doppio misto conquistati due mesi fa a Sciacca. Questi risultati confermano pienamente il valore della borsa di studio che, grazie ai meriti tennistici e scolastici, le è valsa l’ingaggio alla Grand Canyon University di Phoenix (Arizona), dove da un anno frequenta il corso di laurea in Hospitality Management e fa parte del Roster dei GCU nel campionato universitario statunitense. Una vita piena di emozioni quella a stelle e strisce, in cui

tutto sembra un film. “Vivo in un Campus di 40.000 studenti provenienti da ogni parte del mondo” racconta Emilia “e alle partite di conference assistono sempre centinaia di persone, pin-up compresi”. Un bel salto rispetto a Scicli, piccolo gioiello barocco situato nella cosiddetta Val di Noto, in provincia di Ragusa. “Negli Stati Uniti tutto è esagerato. Mi sono presentata la prima volta al campo con un paio di pantaloncini Adidas per fare bella figura, ma subito me li hanno fatti cambiare. Pensavo avessero qualcosa di strano, invece il motivo era diverso: mi hanno portata a uno store gigante dove mi hanno riempita dalla testa ai piedi delle loro uniformi, rigorosamente marchiate Nike, che obbligatoriamente dovevo indossare”. Se tutto questo è molto affascinante, qualcosa lo è ancor di più per lei. “Il tricolore ha un sapore speciale, difficile da spiegare. Indipendentemente dalla categoria, vincere un titolo nazionale è sempre difficile e mai scontato, e per questo dà un’immensa soddisfazione” ha dichiarato Emilia a margine del torneo. “Questa è l’edizione più bella ed entusiasmante dei campionati italiani a cui io abbia mai partecipato. Lo scudetto ha un prestigio del tutto particolare e soprattutto, è una cosa che rimane per sempre”.

Le partite Doppio misto 1’ turno: Menato/Occhipinti (1) bye; ¼ finale: Menato/Occhipinti (1) b. Di Biase/Piccioli 7-6/64; ½ finale: Menato/Occhipinti (1) b. Giudici/Ripamonti (4) 6-1/6-0; Finale: Eugenio Menato/Emilia Occhipinti (1) b. Ludovico Sanna/Sarah Stoerbrauck (3) 6-3/6-2. Singolare maschile 1’ turno: Eugenio Menato (3) b. Leonardo Castagnoli 6-1/6-0; 2’ turno: Eugenio Menato (3) b. Andrea Calcagno 6-3/6-3; 3’ turno: Eugenio Menato (3) b. Domenico Zingrillo w.o.; ¼ finale: Daniel Dappino (6) b. Eugenio Menato (3) 6-3/7-6(6); Finale: Daniel Dappino (6) b. Carmine D’Onofrio 6-1/7-6(5). Singolare femminile Finale: Emilia Occhipinti (3) b. Chiara Ginevra (9) 6-3/6-4. Doppio femminile Finale: Emilia Occhipinti/Lucrezia Santamaria (1) b. Marta Plumitallo/Sarah Stoerbrauck (2) 6-0/6-2.

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valdagno

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Notturna Valdagnese WHYsport

inalmente anche quest’anno è arrivato il momento della Notturna Valdagnese WHYsport. Dopo mesi di preparativi, il giorno 30 settembre 2017 ha preso il via la kermesse valdagnese. La squadra dell’anno precedente è stata confermata: alla regia il gruppo “Facerunners” e al loro fianco il sostegno della sempre presente WHYsport. Quest’anno, a differenza dell’anno precedente, l’organizzazione ha cercato di dare a più persone la possibilità di partecipare alla gara, dando il via ad una versione non competitiva; per questo, alle ore 19,00,

Primo Sacchet Lucio

Secondo Zordan Andrea

Prima Lonedo Rebecca

hanno dato lo start a questa sfida che si è svolta lungo il percorso della gara competitiva con un’unica variante nel chilometraggio. Anziché 3 giri del percorso da 3 km, previsti per la versione competitiva, è stato portato a 2 giri. Qui hanno dato adesione molti concorrenti; tra questi è spiccata la presenza di numerosi gruppi iscritti in varie società sportive della vallata dell’Agno. Il tempo massimo di percorrenza è stato fissato ad un’ora e quindici minuti, tempo rispettato da tutti i concorrenti. Nel percorso di quest’anno è stata inserita una variante all’interno di Villa Margherita, molto apprezzata dai concorrenti. Qui i runners si sono cimentati in un piccolo dislivello, immerso nel verde, per poi

sbucare dinnanzi allo splendore del parco della villa e poi proseguire sul viale della villa stessa. Questo luogo è stato riqualificato dalla famiglia Marzotto e trasformato in una residenza per anziani. Infatti gli ospiti hanno potuto svagarsi e dare il loro sostegno agli atleti. Il via della gara competitiva è stato fissato per le ore 20,30. Quest’anno l’organizzazione ha fissato il tetto massimo a 200 partecipanti, obiettivo raggiunto con una settimana di anticipo. Sulla linea di partenza hanno preso posto nomi eccellenti per cui ci si aspettavano tempi di un certo livello; le aspettative non si sono fatte attendere. Il primo tra gli uomini è stato Sacchet Lucio, dell’ANA Atletica Feltre, bloccando il crono-

Seconda Tonin francesca

metro a 29 minuti e 01 secondi. Al secondo posto Zordan Andrea, dell’Atletica Vicentina, con 29 minuti e 28 secondi ed al terzo Bonetti Andrea, dell’Arieni Team, con 29 minuti e 33 secondi. Per il settore femminile ha fermato per prima il cronometro Lonedo Rebecca, dell’Atletica Vicentina, a 31 minuti e 50 secondi; al secondo posto Tonin Francesca, dell’ANA Atletica Feltre, con 35 minuti e 22 secondi ed al terzo Povero Fabiana dell’Atletica Vicentina, con 37 minuti e 01 secondi. Anche quest’anno la partenza è stata allocata in piazza del Comune che, per l’occasione, si è vestita dei colori societari della WHYsport. Per le premiazioni ed ai festeggiamenti finali la scelta è caduta in piazza del Mercato; qui l’organizzazione Facerunners, coadiuvata dall’associazione Blusasso, ha animato la serata con due concerti. Di particolare interesse nella serata è stato l’intervento, prima del via della sezione competitiva, del sindaco Dott. Acerbi Giancarlo e del vincitore di tre edizioni, dei primi anni ottanta, della Notturna Valda-

gnese, il Sig. Pesavento. Altro evento particolare della serata è stata la presenza di Desy, mamma di Sofia di 6 anni. Ha portato la testimonianza della malattia genetica che ha colpito la sua bambina, la SPG47. Per questa ragione l’organizzazione ha istituito un premio speciale dedicato a Sofia per il 47esimo concorrente che ha tagliato il traguardo. Anche quest’anno la kermesse si è conclusa. Lo staff dei Facerunners sono stati onorati del supporto che, una 50ina di volontari, hanno dato alla riuscita della competizione, dell’aiuto ottenuto dai molteplici sponsor e dal sostegno della WHYsport che ha creduto anche quest’anno al progetto Notturna Valdagnese WHYsport. Assieme a questa manifestazione la WHYsport sta già rimettendo in pista la Gran Fondo WHYsport 2018, un altro evento sportivo con soggetto Valdagno, città in cui l’amministratore delegato Pieropan Stefano crede fermamente. L’associazione Facerunners, la WHYsport e gli sponsor ringraziano tutti e Vi aspettano all’edizione 2018.



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viaggi

Nel grande nord

di Giorgio Peripoli

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emote e solitarie, circondate dalle acque dell’oceano Atlantico, le isole Fær Øer sono la meta ideale per un viaggio fuori dal tempo, nella natura incontaminata. Un arcipelago di diciotto isole che emerge dal nulla in mezzo al mare, a metà strada tra l’Islanda e la Norvegia, dominato da paesaggi mozzafiato, pittoreschi villaggi di pescatori, innumerevoli specie di uccelli e greggi di pecore. Le isole Fær Øer sono una regione autonoma della Danimarca; il nome significa letteralmente isole delle pecore, che sono il doppio della sua popolazione di 50mila abitanti. La prima tappa del nostro viaggio è l’isola di Vágar, dove si trova l’aeroporto internazionale; qui si percepisce subito come l’uomo abbia dovuto imparare a convivere con la natura di

questi luoghi, grandi scogli piatti ricoperti di verde e circondati, in molti punti, da ripide scogliere a picco sul mare, battute dal vento e dalle onde. Si notano subito piccoli villaggi di case dai caratteristici tetti di erba, una naturale soluzione di isolamento per proteggere l’interno dal freddo e dall’umidità delle piogge. Le case fanno capolino discrete dal terreno e solo i colori vivaci con cui sono dipinte permettono di notare la loro presenza. Presa la macchina a noleggio, non distante dall’aeroporto facciamo un’escursione al lago Sørvágsvatn, noto per essere il più grande delle Isole Faroe. Il lago si trova a 30 metri sopra il livello del mare, anche se l’effetto ottico di alcune foto può far sembrare che il dislivello sia ben maggiore e che il lago sia direttamente sospeso

sull’oceano. Sempre con base di partenza all’isola di Vágar, è d’obbligo prendere il traghetto che in 40 minuti porta all’isola di Mykines. Completamente isolata da tutte le altre, quest’isola ospita un villaggio in cui vivono circa 40 persone e una riserva protetta dove trovano casa molte specie animali, soprattutto uccelli. Qui è un ottimo punto dove poter ammirare i simpaticissimi Puffins, le Pulcinelle di Mare. Ritornati sull’isola di Vágar merita una capatina anche il piccolo villaggio di Gásadalur, che offre uno splendido scorcio con una cascata che si butta in mare dalla scogliera posta sotto l’abitato. Spostandoci sull’isola di Streymoy si raggiunge la capitale, Tórshavn, circa 20.000 abitanti; abituati a


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capitali di ben altre dimensioni ci si stupisce del fatto che tutto sia di dimensioni molto piccole, come ad esempio il parlamento collocato dentro una normalissima casa. Luoghi d’interesse sono Tinganes, la parte vecchia della città ancora costituita da piccole case di legno, e ,ad alcuni chilometri, Kirkjubøur, il primo centro abitato di tutte le isole. Sull’isola di Streymoy visitiamo anche il pittoresco villaggio di Saksun. Gli immancabili tetti d’erba fanno da cornice a un bellissimo fiordo che con l’abbassarsi della marea nelle ore diurne lascia scoperta una bellissima passeggiata su spiaggia nera fino allo sbocco sull’oceano. Ci spostiamo di isola e visitiamo Eysturoy. Qui si può salire fino alla cima del Slættaratindur (880 m), la

vetta più alta di tutto l’arcipelago. Poco distante da qui si trova il bellissimo villaggio di Gjógv, che ha un piccolo porto naturale nella roccia su una gola che dal mare entra verso il paese. E’ tempo di spostarsi sulle isole di nordest. Raggiungiamo Klaksvik, importante porto peschereccio e con 5000 abitanti seconda città del paese. Qui un traghetto in 20 minuti ci permette di caricare l’auto fino all’isola di Kalsoy. Nella parte più a nord dell’isola si trova il fotogenico faro di Kallur, situato sopra scogliere a picco sull’oceano. Il vicino villaggio di Mikladalur merita un passaggio per ammirare in riva al mare la statua di Kópakonan (la donna foca), protagonista di una delle più famose leggende di tutte le isole, da approfondire meglio in internet.


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Sempre con base a Klaksvik si raggiunge Viðoy, l’isola più a nord dell’arcipelago. Dal villaggio di Viðareiði parte un’escursione che raggiunge la vetta del Villingadalsfjall (840 m), sotto la quale si possono ammirare le scogliere di Enniberg, che cadendo improvvisamente in mare sul lato nord a 756 m d’altezza, formano le scogliere marine più alte d’Europa oltre che la scogliera verticale più alta del mondo. Da Klaksvik ritorniamo a Vágar dove l’aereo ci riporta verso casa. Che dire? Sicuramente un posto unico, introspettivo e indimenticabile, merita una visita se amate stare , lontani dalle folle turistiche, immersi nel silenzio e circondati da panorami mozzafiato,ricordando che alle Fær Øer è la natura la vera padrona di casa.

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yoga di Marco Savegnago “Sat Nam”

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in dal lontano 2006 quando è uscito il film documentario “the secret”, se non l’avete visto ve lo consiglio, nel mondo e anche in me stesso questo tema ha subito affascinato per la rivoluzione di alcuni concetti. La prima cosa che colpisce e che mi ha colpito è conoscere come la vita si relaziona a noi, come e perché ci accadono le esperienze che viviamo. Ebbene siamo noi ad attirare le esperienze, le circostanze, le persone che incontriamo nelle nostre vite. All’inizio è difficile, e lo è stato anche per me, accettare questo: è come accettare che siamo noi ad attirarci traumi ed esperienze negative cose che non vogliamo a livello cosciente. Nella spiegazione di ciò negli ultimi anni molto è stato dimostrato dalla fisica quantistica: noi siamo più del corpo fisico che tocchiamo e vediamo con gli occhi, siamo letteralmente un ammasso di energia che vibra a certe frequenze, e queste frequenze sono determinate dalle due parti di noi che possono modulare tali frequenze, ovvero il campo magnetico del cuore e il campo elettrico del

Kundalini yoga e legge di attrazione “Voglio condividere con voi un aspetto importante della mia esperienza e della mia sperimentazione con il kundalini yoga come insegnato da Yogi Bhajan, sulla legge di attrazione” cervello. Ogni pensiero, ogni intenzione, ha una sua vibrazione specifica che influenza la vibrazione di ciascuna cellula di cui siamo composti; questo significa che pensieri di povertà hanno una loro vibrazione, diversa da pensieri di ricchezza, cosi come emozioni come odio, rabbia, amore, compassione hanno tutte una specifica vibrazione. Allora seguitemi sempre per un effetto fisico detto effetto diapason o risonanza ogni frequenza attira a sé frequenze simili, quindi se io vibro frequenze di paura o povertà, l’Universo, Dio o Matrix come la volete chiamare fornirà esperienze, circostanze e persone compatibili a quelle frequenze. La legge di attrazione a quel punto dice, se io consapevolmente cambio i miei pensieri coscienti, creo le condizioni per attirare una realtà diversa. Per anni ho visualizzato, scritto i miei obiettivi, cercando con determinazione e disciplina di attirare una realtà diversa,

come mai non ci sono riuscito? A questa domanda ha risposto il Kundalini Yoga: quello che ho scritto sopra in parte è vero, cioè se io cambio i miei pensieri, per essere più specifici il subconscio, cambio la mia realtà. Ciò su cui questi libri e autori si soffermano poco o niente è la risposta a questa domanda: Conosci te stesso?

Il Kundalini Yoga ha confermato questo aspetto metafisico dell’essere umano cioè di essere un magnete, di riuscire a fare in modo che l’universo si pieghi e serva i nostri intenti e volontà; ha aggiunto che ciò che innesca questo processo è: se io so chi sono, sono in contatto con me stesso, lo accetto e lo manifesto.


23 Se guardo alla mia vita, quello che ho voluto, sono spesso cose che altri mi hanno insegnato a desiderare: sono schemi imposti dalla società, genitori, ambiente, e che niente hanno a che vedere con chi sono veramente io, quali sono le qualità che mi rendono unico e diverso dagli altri. Qual è l’effetto di tutto ciò? Che questo correre dietro alle cose e alle circostanze esterne crea un gap nella mia consapevolezza e in me stesso, non essendo in contatto con me stesso e non sapendo chi sono, giorno dopo giorno divento sempre più insicuro; se vado nella vita con questa insicurezza ogni cosa che inizio, lavoro o relazione è viziata da questo gap e ciò porterà, a lungo termine, all’infelicità, alla frustrazione, a blocchi emotivi e squilibrio. Per fare due esempi, se io mi sento insicuro come uomo in una relazione, compenso a tale insicurezza con una gelosia tanto maggiore quanto la mia insicurezza, vedo ogni uomo come una minaccia e una conferma di questa insicurezza; se inizio un nuovo progetto con questa insicurezza di fondo nel non farcela, dimenticherò che

l’unica cosa che posso fare è gestire me stesso e cercherò di manipolare le circostanze esterne, gli incontri, affinché coprano la mai insicurezza, ottenendo l’esatto opposto, che ovviamente andranno male e confermeranno ciò di cui ho paura. Di fatto cerchiamo fuori di noi la soluzione, quando l’unica cosa che possiamo fare è cercare dentro di noi e cambiare noi stessi: avete idea di che significa rapportarvi alla vita, sapendo che non importa ciò che accadrà, voi avrete la forza per andarci attraverso e superare le sfide? Avete idea di quanta energia risparmierete così, anziché affannarvi per controllare le cose fuori di voi, cose su cui non avete un controllo? L’unica soluzione per attirare le cose a sé è, come insegniamo nello yoga, vibrare alla frequenza della tua anima, alla tua frequenza creativa originale, allora sì l’Universo inizierà a servirci, l’Universo non aspetta altro servire chi sei, servire il tuo vero sé!!! PROVATE PER AVERE UN’ESPERIENZA!!! Anche in questo caso il Kun-

dalini Yoga offre una serie di tecnologie fisiche, di esercizi e meditazioni, per fare esperienza di chi noi siamo in maniera autentica, come mantenere questa relazione, per vivere la vita in maniera reale, aperta al cambiamento per essere sani, felici e di successo. CAMBIATE VOI STESSI! AVETE SCUSE O SIETI PRONTI? CHE LAVORO VORRESTE FARE? CHI SENTITE DI POTER DIVENTARE? CAMBIATE VOI STESSI! Mille benedizioni Atma Singh

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natura

di Dorino Stocchero

Autunno: tempo delle migrazioni

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a migrazione degli uccelli è uno degli eventi più spettacolari del mondo vivente e comprende quel complesso di spostamenti periodici che si verificano nel corso del ciclo biologico di un animale. Essendo uno dei fenomeni più affascinanti della natura, non sorprende che sia stato oggetto di studi fin dai tempi antichi (Aristotele, Spallanzani, Linneo). I percorsi compiuti dai volatili avvolgono l’intero globo terrestre. Una molteplicità di adattamenti fisiologici permette loro di superare barriere come gli oceani, le grandi catene montuose, i deserti o le regioni ghiacciate, passando da ambienti adatti alla sopravvivenza fino alle zone più sperdute del mondo, a volte in voli di migliaia di chilometri. La ricerca negli ultimi cent’anni, con l’inanellamento, ha chiarito la maggior parte dei movimenti migratori. Prima dell’inizio degli esperimenti sulla migrazione degli uccelli, i metodi della ricerca si riducevano all’osservazione casuale accompagnata occasionalmente dalla caccia. Oggi la ricerca si avvale di una

grande varietà di metodi. La vista di uccelli in volo migratorio diurno è un’esperienza comune: la formazione a V delle anatre, gli stormi dei corvidi, i voli degli storni e dei fringillidi, sono spettacoli che colpiscono la nostra attenzione visiva ma anche acustica, perché riempiono il cielo di strida e richiami. Numerose specie di uccelli migrano di notte, mentre di giorno si possono osservare mentre sostano e sono intenti procurarsi il cibo. Un tempo, prima che fossero disponibili gli attuali strumenti di intercettazione notturna, veniva utilizzato il disco della luna piena come schermo. In passato anche la caccia ha dato un contributo alla conoscenza diffusa di varie specie di migratori, e soprattutto alle descrizioni delle rotte di volo e dei quartieri di svernamento, documentando alcune specie di difficile classificazione. Spesso lo studio sistematico di alcuni migratori ha previsto il prelievo di un numero elevato di esemplari, specialmente nei casi in cui le caratteristiche esteriori non consentivano un’individuazione mediante l’osservazione visiva.

Le migrazioni sono comuni in diverse specie animali, tuttavia è fra gli uccelli che si notano i fenomeni più maestosi e caratterizzanti

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Oggi la caccia, quanto le collezioni dei musei, svolge un ruolo marginale per la ricerca. Altro metodo di ricerca è la registrazione acustica. Diverse specie migrano in silenzio, molte altre emettono richiami particolari che vengono prodotti soltanto nel corso della migrazione. Questi richiami hanno l’evidente funzione di riunire lo stormo e di stimolare i compagni alla partenza imminente, ma, anche a volo iniziato, l’emissione di versi speciali ha lo scopo di migliorare l’orientamento del volo stesso. Il mondo scientifico ha ampliato e aperto negli ultimi anni uno dei capitoli più interessanti della ricerca sulla migrazione degli uccelli mediante la telemetria, cioè l’applicazione di piccole emittenti del peso di pochi grammi, i cosiddetti minitrasmettitori satellitari che lavorano con impulsi elettromagnetici, applicati sul groppone di alcuni uccelli migratori come piccoli zaini, in collegamento costante con un satellite. Questo permette la localizzazione di un soggetto in movimento. In provincia di Vicenza è stato applicato un minitrasmetti-

tore su una beccaccia, che dal monitoraggio risulta aver percorso circa 4000 chilometri, andando a riprodursi nei paesi nordici per poi ritornarvi l’autunno successivo. La necessità di migrare è un impulso ereditario, al quale le progenie degli uccelli migratori non possono sottrarsi. Estesi e ben noti sono gli spostamenti ciclici degli uccelli, che nella stagione fredda migrano nelle regioni temperate e calde, con successivo ritorno alla zona di partenza nella stagione calda per la riproduzione. La facoltà di migrare non è comune a tutti gli uccelli e, in base a questo, si usa distinguere le specie migratrici da quelle stanziali. Le stanziali vivono stabilmente nel territorio in cui nascono o compiono trascurabili spostamenti non periodici. La distinzione tra specie stanziali e migratrici non è però in realtà così netta ed ha un valore relativo, inoltre nell’ambito della stessa specie esistono popolazioni o individui stazionari e altri migratori. Uno spostamento non identificabile con il fenomeno della migrazione, poiché è irrego-

lare e non si svolge secondo ritmi stabiliti, è rappresentato dall’erratismo e interessa varie popolazioni di uccelli. Questi spostamenti irregolari e in diverse direzioni sono dovuti a cause di varia natura, quali necessità di ricercare il cibo, le avversità della stagione, l’improvviso aumento della popolazione. Le perturbazioni atmosferiche possono far tardare la data di partenza degli uccelli. In particolar modo i venti violenti costringono gli uccelli a interrompere il volo e sostare e le nebbie estese creano disorientamento dei migratori. Per contro il vento a favore può essere sfruttato per aumentare la velocità di crociera. Il volo di migrazione degli uccelli è un evento straordinario. I volatili possono coprire una distanza giornaliera tra i 200 e i 700 chilometri. I fringuelli e le peppole, per esempio, possono coprire una velocità di migrazione sui 55-60 Km/ora, mentre per i colombacci, gli anatidi e trampolieri la velocità di crociera raggiunge oltre i 90 Km/ora. Gli studiosi sostengono che lo stimolo che induce gli uccelli a intraprendere la migrazione sia dovuto al fotope-

riodo, ossia dalla variazione della durata della luce nella giornata. Tutto il territorio italiano è interessato in modo rilevante e diffuso dai flussi migratori e nel piano faunistico provinciale sono stati individuati dei valichi di particolare flusso. La Federazione Italiana della Caccia in collaborazione con la Regione Veneto, con Veneto Agricoltura e con la Provincia di Vicenza, da 5 anni e in 3 zone - nei valichi denominati Mesole e Bocchetta Cattarin (1 e 2), situati nella dorsale fra i comuni di Recoaro Terme e Crespadoro - con la presenza minima di 2 censitori per zona, esperti qualificati (agenti volontari FIDC e agenti di Polizia Provinciale) nel riconoscimento delle specie oltre che dal canto anche dal modo di volare, effettua il monitoraggio di tutta la piccola migratoria di passo riportando i dati (quantità e specie) su un modulo predisposto. Questi dati vengono successivamente analizzati dal mondo scientifico per verificare l’andamento delle specie migratrici di passo in passo e per valutare se gli spostamenti periodici sono costanti, in calo oppure in aumento.


ritmica

A tutta L ritmica Cresce il gruppo delle ginnaste della Polisportiva di Valdagno con risultati sempre più importanti

a squadra di Ginnastica Ritmica della Polisportiva Valdagno è nata nel 2013 sotto la guida dell’allenatrice Jelena Stankovic, ex ginnasta della nazionale Jugoslava, campionessa di ginnastica ritmica in Serbia e allenatrice della squadra di ritmica di Belgrado. La nostra squadra ha cominciato con poche ginnaste, ma riuscendo lo stesso ad ottenere buoni risultati sin dal principio; oggi ci sono circa 50 ragazze che, divise fra i diversi gruppi di propedeutica, base, avanzato, pre-agonismo e agonismo, partecipano alle gare del Trofeo Rosa dei Venti del Sud e al Trofeo Stella del Veneto organizzati dall’AICS in tutta la regione. Durante questi anni abbiamo vinto numerose gare, ma è nella stagione agoni-

stica appena trascorsa che si sono ottenute le vittorie più importanti. Nel Trofeo Rosa dei Venti del Sud a Belluno siamo arrivate prime in classifica generale nelle categorie Master, Junior e Allieve con le atlete Visentin Anna, Pieropan Sara e Buonaiuto Marika, terze con Castagna Sofia e Nedelcu Roberta. Numerose sono state anche le medaglie ottenute ai singoli attrezzi in tutte le categorie con Reniero Gioa, Zarantonello Ambra, Neri Angela, Nicole Sawicki, Sofia Pejcic, Dal Lago Beatrice. Lo stesso successo si è ripetuto nella successiva gara di Montecchio Maggio-

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re, durante la quale si sono aggiunte le vittorie di Piazza Gaia, Spadavecchia Martina, Consolaro Zoe e Battistin Vittoria. Al Trofeo Stella del Veneto abbiamo partecipato alla gara a squadre, dove le nostre ginnaste Buonaiuto Marika, Piazza Gaia e Pieropan Sara sono arrivate terze, mentre alla Gara Agonistica di Montecchio Maggiore, Marika è arrivata prima nella sua categoria.

I risultati ottenuti hanno fatto si che le nostre ginnaste si qualificassero per la finale nazionale del Trofeo Rosa dei Venti World Cup AICS, svoltosi a Carole, nelle categorie attrezzi, squadra e gara agonistica, portando a casa altrettanti successi. Nella gara con attrezzi Visentin Anna è arrivata terza in classifica generale (categoria master), Buonaiuto Marika e Castagna Sofia prima e seconda in classifica generale (categoria allieve), Piazza Gaia prima nella categoria Junior mentre le altre ragazze della squadra, Roberta Nedelcu, Ambra Zarantonello, Pieropan

Sara, Consolaro Zoe hanno tutte vinto una medaglia nelle classifiche per attrezzo. Nella finale della gara agonistica Buonaiuto Marika è arrivata prima e Spadavecchia Martina quarta nella classifica generale al corpo libero nelle rispettive categorie. In questa stagione agonistica, viste le capacità delle ginnaste che fanno già parte della squadra e avendo nuove atlete in arrivo, puntiamo a confermare i traguardi raggiunti e a ottenerne nuovi risultati.


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equitazione

Ponyadi 2017 Quest’anno più che mai, si conferma l’importanza che questa manifestazione riveste per l’equitazione giovanile. Appena arrivati all’Arezzo Equestrian Center, non si può che ammirare quanto ogni singolo dettaglio contribuisca a creare una location perfetta. L’ambiente che accoglie i partecipanti fa pensare a qualcosa di grandioso. Entrando negli impianti dell’Arezzo International Horse, quasi a confondere le idee dei piccoli ospiti, si ha la forte sensazione d’aver varcato il cancello di un grande parco dei divertimenti. I giardini sono di un verde brillante e le aiuole fiorite, musica, colori, palloncini sono il preludio di una grande festa, persino la temperatura è perfetta. Durante il pomeriggio di mercoledi 30 agosto sono arrivati al Circolo Ippico aretino centinaia di bambini e ragazzi che, con i loro amici pony, dopo aver superato le dure sele-

18 Regioni, 16 discipline, una grande festa all’insegna dello sport e del divertimento

zioni regionali, sono pronti per la sfida finale. Ad attenderli all’entrata c’è “Tony, il pony” che, con la sua folta criniera arancione, oltre a dare qualche utile informazione, gentilmente si mette in posa per farsi fotografare con i numerosi ospiti. Un consistente pubblico calo-

roso e sorridente, pronto a tifare gli atleti della propria regione, rende l’atmosfera ancora più accogliente e felice. E, come da manuale, tutto inizia con la cerimonia d’apertura: il giuramento dell’atleta, l’accensione della fiaccola “ponyolimpi-

di Giovanna Ferrari

ca” e la sfilata degli atleti vestiti dei colori di rappresentanza di ogni singola regione, accompagnati da palloncini e bandiere dello stesso colore. Segue poi il discorso di benvenuto e gli auguri di una buona riuscita dell’evento da parte delle autorità.


29 Sono loro, Costanza Tomasi, 11 anni di Valdagno con la sua agile e veloce Joanna e Alessandra Rensi, 11 anni di Arzignano, con il piccolo e scattante Wisky, ad aver superato le selezioni ed essere state ammesse in rappresentanza del Veneto alle Ponyadi 2017 per la disciplina del salto ostacoli. Assieme al loro tecnico federale Tomas Boschetto, titolare del’omonimo centro equestre Horse Club Boschetto, le due atlete entreranno nell’arena più volte calpestata dai migliori campioni del mondo equestre e, assieme ad altri piccoli cavalieri, scriveranno sin da oggi il futuro dell’equitazione.

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bici

Luca il grande su due ruote, tra le Dolomiti

di Elena Calvetti

Luca Tecchio segna un entusiasmante record di durata

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l 23 agosto 2017, Luca Tecchio ha deciso di affrontare una vera e propria impresa in sella alla sua bici da corsa. Partendo da Valdagno, il suo obiettivo era quello di compiere più di 300 km, attraversando i più rinomati e impervi passi che segnano le nostre montagne, per giungere ad alcune località trentine situate a più di 2000 metri sul livello del mare, per poi tornare alla vallata di partenza, compiendo un anello tra i rilievi delle Dolomiti. Così, all’alba di un giorno di fine estate, accompagnato da un’ammiraglia, guidata dall’amico e coach Massimo Cocco, il nostro campione ha raggiunto la prima meta, il Passo della Fricca – un valico sulle Prealpi venete che collega la Val d’Astico a Trento, situato fra gli altopiani di Folgaria e Lavarone – passando per Malo, Schio, Piovene Rocchette e Arsiero, attraversando la Valle dell’Astico. A questo punto, dopo essersi concesso una prima, breve sosta, Luca percorre in picchiata la lunga discesa che porta al lago di Caldonazzo, procedendo poi per Borgo Valsugana e Telve. Ora però bisognava affronta-

re altri 20 km di dura salita per poter raggiungere il secondo passo della giornata: Passo Manghen (2047 m), sulle Dolomiti del Lagorai, rinomato per essere uno dei più duri valici alpini percorsi dai ciclisti del Giro d’Italia. Dopo l’enorme sforzo, è stato doveroso concedersi un panino e un rapido stop, per poi avventurarsi in una nuova discesa alla volta di Cavalese. Proseguendo per Predazzo e lasciandoselo alle spalle, ha inizio la traversata del terzo passo, Passo Rolle. Le tre vette erano state conquistate, non restava che fronteggiare una lunghissima discesa, passando per San Martino di Castrozza e Fiera di Primiero, Fonzaso e Scale di Primolano fino al ritorno in Valsugana. Ormai giunti a Bassano del Grappa, si cominciava ad assaporare il gusto dell’impresa. Attraversando le città di Marostica e di Thiene, per una visita al nostro vicepresidente Agostino Costalunga, Luca e la sua squadra si sono diretti poi verso l’ultima asperità, Monte di Malo. La faticosa giornata si è conclusa con una distanza percorsa pari a 330 chilometri ed un dislivello complessivo di 4700 metri.


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sub

di Antonio Rosso foto Stefano Scortegagna

Fotograf ia subacquea

Stefano Scortegagna ai vertici mondiali

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Stefano Scortegagna

orniamo a parlare di Stefano Scortegagna, il fotografo subacqueo di Schio che, dopo i primi riconoscimenti internazionali (Sportivissimo luglio 2015), ha iniziato a scalare i vertici delle classifiche mondiali, fino ad aggiudicarsi numerosi titoli mondiali. Va subito detto che, per riuscire ad ottenere una qualche premiazione ai campionati e contest di fotografia subacquea, bisogna inviare foto capaci di smuovere giurie ormai assuefatte a prestazioni professionali e superare un numero di concorrenti così elevato che, grazie al web, a volte arriva a ci-

fre con tre zeri. Stefano, che collabora da molti anni con Sportivissimo, ha saputo imporsi nelle categorie macro e faschion grazie ad una tecnica fotografica e d’illuminazione personale unita ad uno spiccato senso artistico. Moltissimi i suoi successi tra i quali ricordiamo il primo posto sia nel 5° che nel 6° underwater Photo Marathon di Zagabria, premiato dal presidente del National Geographic Croato; 1° posto al Silently di Belgrado categoria Color Macro, primo e secondo posto allo scuba shooters contest di giugno del 2016, 1° premio al


sportart

photo: Stefano Scortegagna

negli abissi


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19° Salon de la plongée di Parigi; secondo posto individuale e terzo posto nella categoria National Team, alle spalle di Stati Uniti e Taiwan alla gara iridata di Dusseldorf, Global Championship World. Terzo posto al Nikon Macro photo contest e 3° premio al 9° Con-

corso internazionale di Fotografia Subacquea Abissi, città di Venezia. Un 2° posto al festival internazionale del mondo sottomarino e del patrimonio marittimo a Hyéres (Francia) e il 1° posto e Best Of Show (SIAS 2016) all’European Dive Show di Bologna. Infine va

ricordata una sua foto multipremiata, pubblicata dalla rivista Scuba Divers australasia, numero in onore e per ricordare del cantante Prince, in quanto ritraeva un gamberetto imperatore Zenopontonia rex chiamato dalla rivista purple reign come il titolo di un cele-

bre album del cantante. Ultima soddisfazione, essere stato invitato, per il prossimo anno a Singapore, in qualità di Speakers, dal 9-11 marzo, al Diving Resort Travel Expo. Ed ora lasciamo spazio alle fotografie. Ad maiora, Stefano!



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Città di Valdagno Assessorato allo Sport

di Giulio Centomo

Il Valdagno Basket suona la carica con Duracell

No, nessun nuovo main sponsor, ma forse qualcosa di più. Lasciate le tinte biancorosse di Vicenza, Anna “Duracell” Zimerle è adesso a tutti gli effetti una dei nuovi istruttori del minibasket targato Valdagno Basket, assieme a Ezio Lorenzi, Sara Giomo e Suzana Lzarevic

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’arrivo a Valdagno dell’ex orange ed ex nazionale della palla a spicchi prende forma circa un anno fa, dopo l’addio a Vicenza e un passaggio per la terra iberica. In un clima generale in cui non solo il basket, ma anche altre discipline, sudano sette camicie per trovare tecnici preparati e, al tempo stesso, in grado di confrontarsi con gli atleti di ogni età, poter contare su una simile risorsa è sembrato da subito un colpo ben assestato per un movimento, come quello dei “baskettari” valdagnesi, che negli anni ha portato in campo centinaia di giocatori. Obiettivo 1: mettere in campo la passione che la Zimerle ha sempre trasmesso nel suo modo di giocare, la stessa – come mi fanno sapere – che vorremmo poter vedere negli occhi dei nostri bambini. Obiettivo 2: un canestro in ogni cortile. Insomma, qualcuno direbbe: “Mica pizza e fichi!” Conosciamo meglio Anna, dunque. Si definisce persona umile e determinata al contempo. Chiamarla “ex-giocatrice” appare alquanto riduttivo, perché le esperienze non le manca e - come mi scrive – sono di quelle che le hanno insegnato tanto, sia dal punto di vista tecnico che da quello umano. Nei panni dell’allenatrice, oltre ad insegnare la tecnica, si propone di trasmettere valori, passione e autostima ai giovani cestisti. Come e dove nasce la tua passione per la pallacanestro? Nasce a Dueville, dove il basket era prevalentemente giocato da maschietti, ma iniziava a farsi spazio qualche bimba. Di lì a poco mi chiamarono a

Sicuramente i successi lasciano sempre un segno speciale, addolciscono il sapore della fatica e danno un senso al lavoro del giorno dopo giorno. Ricordo con estremo piacere le coppe europee vinte con Schio, le medaglie ai Giochi del Mediterraneo e alle Universiadi con la maglia azzurra, ma anche la promozione in A2 con Vicenza che suggellava il mio Dove nasce il tuo sopranno- rientro dopo la malattia. me, Duracell? Non lo so con certezza, ma E adesso Valdagno... immagino sia dovuto all’in- Devo dire che è tutta opera di stancabilità con cui entravo in Marco Venezia, che ho avuto il palestra. Ci sono state stagioni piacere di conoscere dopo aver in cui giocavo per quasi tutta la chiuso la mia esperienza con partita sia in campionato che Vicenza e forse è stata la mia nelle coppe europee ed era un fortuna. Non è affatto facile incontrare persone e professionipiacere farlo. sti del suo spessore, in grado di Famila e Velco Vicenza, due lavorare con tanto cuore e tangrandi realtà sportive nella ta umiltà per amore di questo pallacanestro femminile, ma sport. Ancor più difficile se queanche la chiamata in naziona- ste stesse persone hanno idee le. Quali sono i ricordi più belli chiare ed equilibrio sufficienti di queste esperienze? per perseguire i gli obiettivi. Vicenza per giocare in un club femminile, ma personalmente all’età di avviamento non credo faccia una gran differenza, anzi, è stimolante un confronto misto. Spiegare come sia nata la passione è complesso, la pallacanestro è uno sport magico, intenso, veloce, intelligente. Ricordo la definizione di una grande giocatrice dalla quale ho avuto il piacere di essere allenata, Beverly Smith, che definiva il basket un meeting di atletica, misto ad una partita di scacchi. Ecco, credo di aver trovato di grande spinta la sfida di usare nel miglior modo possibile la tecnica, il fisico e la mente.

Quali sono ora le tue aspettative? Mi aspetto di poter fornire ai ragazzi che alleno gli strumenti tecnici perché possano innanzitutto divertirsi giocando e credo che nel basket quanto più si è capaci di giocare più ci si diverte. Mi aspetto anche di contribuire ad un’ulteriore crescita di una società composta da persone profondamente appassionate e da loro poter imparare e migliorare qualche aspetto in cui ho meno esperienza.


trekking

Rifugio “Gabriele Boccalatte”, luogo di cultura Cronaca di una notte magica trascorsa sul Monte Bianco, a “casa” di Franco Perlotto di Francesco Busato

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n giorno di questa torrida estate, Gian mi ha fatto un fischio: “andiamo a prendere il fresco da Franco Perlotto, al Boccalatte”. Detto, fatto. Convocato l’immancabile Sergio, ci portiamo in macchina fino a Courmayeur e poi in Val Ferret, a Planpincieux per l’esattezza. In quella deliziosa località, sotto lo sguardo dell’imponente versante sud del monte Bianco, mentre ci facciamo una birra nell’alberghetto alla cui destra parte giusta la stradina che sale al Boccalatte, il simpatico gestore ci fa: “andate anche voi su alla festa da Franco?” Noi lo guardiamo un po’ stupiti. “ Lo conosco bene Perlotto, - ci tranquillizza - faccio anch’io, spesso, un salto su da lui. Qui tutti conoscono Franco. Proprio oggi compie gli anni, sessanta. E’ così che, doppiamente contenti, prendiamo adesso a salire i 1250 metri di dislivello che separano Planpincieux dai 2803 metri del rifugio Gabriele Boccalatte. All’inizio andiamo su per un bel tratto in mezzo al bosco; poi, su terreno più aperto, ma sempre ripido, guadagnamo un primo torrentello che scende dal ghiacciaio. Lo guadiamo. Continuiamo a salire e di seguito, grazie a un provvidenziale ponticello ne guadiamo un altro di torrentello e quindi ancora su, fino a incontrare una scala in ferro incassata nella roccia. Si sbuffa e fa caldo. Sopra la scala montiamo sul filo di schiena di un interminabile pendio misto di erba, rada, e di sassi che ci innalza dalle parti di un seracco che se ne sta lì...appeso poco sopra. Attraversiamo velocemente a sinistra e guadiamo un altro torrente; adesso, so-

pra un robusto rilievo roccioso, fa capolino, nitido, il piccolo, ardito edificio del Boccalatte. Gli fa da contorno la parte terminale della spettacolare seraccata che scende dalle Grandes Jorasses. Da qui pare quasi di poterlo toccare tutto quel ghiaccio tormentato, bizzarro, bianco, azzurro e nero. Infine, eccoci a tirare di braccia lungo i grossi canaponi che Franco ha saggiamente predisposti dalla base del granitico roccione verso l’alto; e su, fino ad approdare ad una rampa di scalinetti in pietra che danno direttamente sul minuscolo terrazzino di quel nido d’aquila. E quando, sbuffando, mi ci sto per affacciare, che ti vedo? Una mano che, stringendo una coppa (sic!) di vino bianco, si sporge dall’alto, oltre l’ultimo scalino, protesa in un gesto di generosa offerta verso il disidratato che se ne viene da sotto. Incredibile! Il fatto è che, quando dal braccio passo con lo sguardo alla relativa figura umana, prende forma una ragazza dai tipici tratti asiatici che sorridendo mi dà il benvenuto. Vicino a lei, bicchiere in mano pure lui, Franco. “Pensati, - mi informa subito indicando la ragazza - che per il mio compleanno lei, leonicena di chiara origine tibetana come puoi constatare, assieme a questo suo amico, me ne ha portate su una decina di bottiglie; nei loro zaini voglio dire. Forte, no, la ragazza? Non per niente è una nipote del Dalai - Lama!” Mentre, ancora trafelati, subiamo pacche sulle spalle da Franco, dal suo giovane figliolo, dalla radiosa

Nadia e da un ragazzo dell’ Alberghiero di Recoaro Terme, che Perlotto ha confinato fin lassù in “stage” come cuoco, si materializza sul terrazzino l’amico della tibetana; è un ragazzo filiforme, delicato, un po’ vago; lo classifico subito come un tipo... “piuttosto metafisico”; del resto alquanto inconsistente, leggerino, precario, e in tal senso pure esso “metafisico”, mi si manifesta anche questo terrazzino semovente del Boccalatte, affacciato sul mondo, su cui poggiamo i piedi. “Metafisico” nel senso forte del termine invece, mi sembra Franco Perlotto che, sporto adesso più in fuori che mai sul tremolante balcone, rapito in estasi e roteante su se stesso, declama per i nuovi venuti puntando ripetutamente il dito di qua e di là: Aiguille noir di Peteurey, Dames Anglaises, Aiguille blanches, Dent du Geant, cresta di Rochefort, Brenva, punta Margherita, la Whimper, la Walker, e, qui sopra, sotto e intorno a noi le Grandes Jorasses; come dire: “guardate un po’ che roba!” Mi appare leggero e felice Franco, quassù, in questo suo minuscolo riparo aggrappato alla roccia e sovrastato dai ghiacci, “puntualmente saltato via dalla valanga che in inverno passa sopra al rifugio spiccando il volo proprio da lì” - ci racconta indicandoci un punto preciso fra le roccette dietro la capanna; “metafisico” appunto, come lo sono di certo per lui i due tedeschi, “che questa notte, - ci riferisce sempre etereo e sorridente, - si sono messi in moto all’una e mezza dal rifugio su per la normale delle Grandes Jorasses e che adesso, (sono le

cinque di sera passate), dovrebbero essere bene avanti sulla via di ritorno. Comunque non c’è problema, - lascia capire Franco, la guida alpina, - il tempo è bello, anche loro mi sono parsi belli, tutto è bello qua in cima. “Lo vedete quello lì, - ci fa poi indicandoci un dinoccolato, impalpabile giovanotto tutto assorto a leggere un corposo libro in tedesco, allungato sulla panchina del rifugio come si trovasse al parco pubblico? Suo padre, un uomo esile, dallo sguardo intelligente, dal fisico giusto, è salito poco fa qui dietro, sopra la capanna, per dare un’occhiata alle Grandes Jorasses che intende salire stanotte con questo suo biondo ragazzo. E’ “professeur à l’Université” di Ginevra il papà, - ci sussurra Franco fregandosi le mani. Come a ribadire: vedete bene che razza di gente passa per di qui. Intanto fa capolino dall’ultimo scalino una guida con cliente. Più esattamente appare prima la guida, un ragazzo giovane, agile, leggero e dall’occhio limpido, con un “che” di metafisico anche lui insomma e di lì a un paio di minuti il corpulento cliente, mezzo romeno e mezzo americano, sapremo poi. Nel terrazzino ormai intasato, la generosissima nipote del Dalai Lama, tutta presa in gesti di accoglienza, rovescia addosso alla guida una mezza coppa di prosecco. Evviva! Noi tre, un famoso alpinista e la sua famiglia, la nipote del Dalai - Lama ed il suo amico metafisico, una guida del monte Bianco con cliente, un “professeur” di Ginevra con il figlio studioso, due arditi germanici sulla via di ritorno dalle Grandes Jorasses; il Boccalatte per questa sera è al completo. Pochi, ma buoni, penso con una punta

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40 di orgoglio guardando a Gian e a Sergio. Come del resto piace a Franco Perlotto, che forse è venuto quassù anche per questo. Nel frattempo, mentre noi tre, bicchiere sempre alla mano andiamo nettamente riavendoci dalle tribolazioni della salita, dal retro del rifugio, impercettibile, fa la sua comparsa il “professeur” ginevrino; è alto, magro, distinto, con un’espressione nobile in volto, come ce l’ha descritto Franco; sotto la sua pedula le tavole del pavimento, pur mobili, come per incanto non cigolano nemmeno un pochino; decisamente un altro “metafisico”, mi dico, se non fosse che perde un po’ di sangue da una mano. “Je suis tombè, - si scusa. Mentre Franco, sollecito, accanto alla coppa di champagne, gli sversa per terra, in un angolo del terrazzino, una confusa, copiosa quantità di medicinali, la Nadia, premurosa, lo soccorre. “Di che cosa sei professore all’Università?” Gli fa lei anche, tamponandogli la ferita. Lui la fissa un istante.“De Philosophie”- le risponde con grazia. “Di Filosofia”, - ribadisce in italiano. Inutile dire che io a questo punto gongolo anche perchè Sergio, che con me ha ascoltato i due, mi dà di gomito e mi bisbiglia: “ due “professeurs” di filosofia al cospetto delle Grandes Jorasses; ah, la magia del monte Bianco!” “Ssss! - gli faccio, anche se a questo punto, sentito cosa insegna lo svizzero, mi sento invadere ancora di più da quella sensazione di fisico e metafisico insieme che mi ha preso fin da quando ho messo piede su quella minuscola piattaforma. Mentre guardo ammirato il “professeur”e anche il suo sangue che come per incanto cessa adesso di uscirli dalla mano, ci giunge un rumore di ferraglia da dietro il rifugio: arriva il primo dei due tedeschi che la notte prima hanno affrontato le Jorasses. Sta sotto uno zaino enorme, è fradicio, “cotto”; servizievoli, lo aiutano un po’ tutti a lasciarsi cadere sulle assi del terrazzino. Spiega a Franco che non ce l’hanno fatta ad arrivare in cima; dice che c’era troppa neve, fresca e molle a rendere faticoso il passo e insidioso l’ambiente. Ma mi pare contento lo stesso mentre, ignaro del sottile filo di bava che collega la sua bocca con la coppa, sorseggia, ricurvo su se

stesso, la generosa mescita della ragazza del Dalai-Lama. Finché attendiamo il suo compagno e la Nadia ci impartisce le disposizioni per la cena, io colgo l’attimo; il “professeur”, gomiti sul balcone, è lì, lieve nel suo profilo contro con gli aspri seracchi, in contemplazione del tutto e... del niente; come si conviene al filosofo. Mi avvicino di soppiatto, ci guardiamo, ci presentiamo e poi... poi prendiamo a parlarci. Lui mi informa che a Ginevra sta facendo studi sul pensiero di san Tommaso; io, forte del mio Liceo, gli “oppongo” i “miei” Presocratici. “Pensare ed essere?”mi sorprende lui nel suo dolce, fluente italiano. “Oui,”- lo assecondo, sorpreso. Pensiero e realtà, il grande problema di Parmenide, da Parmenide in avanti. - Mi fermo un attimo. Lo scruto, mentre lui, in silenzio, annuisce. - Coincidono, pensiero e realtà? Non coincidono? Siamo di fronte al fondamentale dilemma del pensiero antico... e anche moderno, - rincaro, deciso, con una punta di orgoglio. E avanti così noi due, lì, al cospetto del monte più alto del Continente, finché, quasi l’avessimo dentro entrambi, approdiamo al nodo cruciale su cui ogni pensatore di madrelingua tedesca si deve misurare prima di tutto con se stesso e poi magari con qualche curioso interlocutore incontrato strada facendo: - E Heidegger, gli domando? Lui scuote lentamente la testa e si prende una sostanziosa pausa. - Sai, - mi confessa poi medi-

tabondo, - Heidegger dice cose importanti, profonde, straordinarie, enormi. - Si concede un’altra pausa. - Ma io non ho mai avuto chiaro dove intenda arrivare, cosa, alla fine, voglia dire. - Si ferma ancora un attimo, pensoso, il “professeur”. - I suoi percorsi, - continua mostrandomi là, giù a valle, una pallida traccia di sentiero che sembra venire avanti salvo poi diradarsi fino a sparire nella sassaia prossima al seracco - sono proprio... come quello, “Holzwege”, sentieri interrotti. - Tace ancora qualche istante. - Forse, all’origine di tutto, c’è in lui un nodo mai sciolto, - riprende quindi a mormorare più con sé che con me perdendosi al tempo stesso con lo sguardo lontano, - C’è... - C’è il suo rapporto con il regime? Lo anticipo, galletto, io. Lui mi fissa, mi fa di sì e anch’io mi scopro a fare altrettanto. Proprio in quel momento veniamo tutti distratti da un gran rumore. Dalle rocce soprastanti la seraccata prossima al rifugio cade una robusta frana di sassi. La seguiamo in silenzio, fino all’assestarsi dell’ultimo terriccio. - Però la vuoi sapere una cosa? - Riprende quindi a dirmi sottotono, con aria quasi da cospiratore dopo essersi sincerato con lo sguardo che gli altri risultino ancora tutti “presi”dagli echi della valanga. - Vuoi sapere - mi fa, mentre gli occhi gli luccicano un po’, qual è il...titolo di studio, chiamiamolo così, che io, prima di diventare professore all’Univerità, ho conseguito? E a cui


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tengo... particolarmente? E mentre, ovviamente, gli faccio segno di no: - Guida alpina, - mi confessa con un filo di voce, - io sono una guida alpina. - Non dirmi! E porti la gente in

montagna, allora! - Certo. O per lo meno la portavo. - Anche sul Bianco? - “Oui”, si. L’avrò salito almeno... almeno una trentina di volte, il Bianco. Sto per chiedergli immediatamente dell’altro, come se qui lo sanno che lui è una guida alpina, se Franco lo sa, ma non ne ho il tempo. Un rumore di ferraglia proveniente dai canaponi poco sopra il retro del rifugio ci annuncia che anche il secondo germanico delle Grandes Jorasses è di ritorno. Ha uno zaino enorme, come il suo compagno e come il suo compagno è fradicio e “cotto”. Mi appare anche un po’ “stralunato”, ma con la bocca piena di denti che sorridono. -Bien, - mi fa, sempre cortese, il “professeur” mentre tutti si affaccendano attorno al neo arrivato,- adesso devo andare dentro a preparare ogni cosa per bene. Di lì a poco anche noi tre rientriamo per trovarci un posto nel letto “a castello” comune della piccola capanna. Cala la sera. La cena è buona, pasta e poi goulasch con polenta. Mentre la consumiamo, assistiamo al definitivo “kappaò” dei due bravi tedeschi già cucinati dalle Jorasses. Ci pensano i piatti di spaghetti, enormi, che la Nadia ha posto loro di fronte. Noto infatti che pur avendo dei seri problemi tecnici e forse anche di concentrazione ad arrotolarli come si deve attorno ai rebbi della forchetta, riescono a ingurgitarli comunque, in men che non si dica, a grandi “infornate”, aiutandosi alla bisogna con il cucchiaio. Sono curvi sul piatto, non parlano fra di loro, annaffiano quasi ogni boccone con il generoso “rosso” del rifugio; dopodiché gli resta a malapena il tempo di trascinarsi di

là da dove li sentiamo russare già prima di avere finito il nostro “secondo”. E’ quindi la volta di andare a letto anche per la giovane guida alpina e per il suo cliente romeno- americano. Pure il “professeur”e il suo impalpabile figliolo, adesso, si ritirano. Mentre varca la soglia: “ A bientot” - ci fa, piano, piano, quasi tema di disturbare in qualche modo il fragoroso sonno messo in atto dai tedeschi. Franco e la Nadia sparecchiano; noi, che non dobbiamo alzarci all’una e trenta del mattino, ci buttiamo invece su un delizioso “tortino” arrivato anch’esso apposta lassù per il compleanno. Poi, preparate con cura le colazioni per le due cordate che partono fra qualche ora, mentre gli altri prendono a scherzare fra loro e a giocare un po’ a carte, Franco si dedica a noi tre. -Allora, ragazzi, - ci fa - avete visto che razza di posto è questo? Mitico, non è vero? Vedete, io adesso faccio un po’ fatica a muovermi come prima. Vi mostro subito, - continua mentre prende a digitare sul suo smartphon. - Guarda un po’ qua, - invita Gian piegandosi verso di lui. E sul monitor compare quella che si presenta subito come una spina dorsale umana ingabbiata fra due sbarre verticali lunghe parecchi centimetri attraversate ciascuna, in senso orizzontale, da una decina di “aggeggini” dalla testa circolare: viti! Ride Franco nel proporci quell’immagine. - Cacchio! Gli fa Gian. Eh, sì, - commenta, - questo sono proprio io. A furia di su e giù per i sassi, di sforzi, di botte, di strappi, di lesioni, di microlesioni, di “tironi”, la mia schiena non ha più retto e così, a gennaio, mi hanno aperto e messo dentro questa impalcatura. - E, tirata su la maglietta ci fa vede-

re “lo sbrego” da metà dorso in giù. - Adesso ho capito che mi devo fare un po’ di riguardo, ho chiuso pure con la Cooperazione internazionale, in un certo senso ho tagliato con tutti e con tutto; così sono venuto quassù dove, beh...riesco ancora a sentirmi me stesso, l’uomo di montagna che sono, voglio dire. -Però, non è che venire quassù, con le ossa rotte, sia proprio una passeggiata, - gli obietta immediatamente Sergio. - E anche lo starci non è così agevole. -Ma io sono venuto in cerca proprio di questo! Reagisce prontamente Franco. Io, lo sapete, sono uno spirito libero, un solitario, un viaggiatore, un ricercatore, un temerario, un visionario, - si apre, esplode quasi. Qui, alla faccia dei miei malanni e di tutto il resto, riesco ancora a sentirmi fra terra e cielo, più in cielo che in terra, come piace a me. Avete di certo notato che il terrazzino fuori del rifugio scricchiola un po’, che il parapetto oscilla un tantino, che il calpestabile non è ben protetto; d’accordo, dovrò provvedervi. Ma a me piace un mondo sedermi con le gambe a penzoloni, là sull’orlo di quel precario pergoletto, con il vuoto sotto e il Bianco che mi guarda le spalle, a guardare lontano, a riflettere, a pensare indietro, a pensare avanti, a parlare con i miei amici elicotteristi, con le guide alpine, con quelli del soccorso, con i finanzieri, con i gestori degli altri rifugi, con gli alpinisti, con i montanari, con i runner, con i tedeschi, i francesi, gli spagnoli, gli americani noti e meno noti che mi chiamano, che io chiamo, che si arrampicano fin quassù. Che diamine! Mi sento ancora bene in palla io, qua. Ci sono abituato all’alto, al vuoto, al brivido, ai grandi spazi, sono un rapace io, ho il nido sulla roccia e qui ho trovato una


42 nicchia che fa ancora al caso mio! Prende fiato un attimo. - Guardate per un momento a voi tre, riprende poi, più pacato. - In tre fate un architetto e due professori; qui con voi c’è gente sfatta dalle Jorasses, altra che fra qualche ora parte per le stesse, c’è la nipote del Dalai Lama, c’è un professore dell’Università di Ginevra, c’è uno studente autoconfinatosi quassù, pensate un po’, per amore dello studio, c’è la mia bella famiglia; prima, sul precario terrazzino di questa piccola, grande, capanna, al cospetto del Monte Bianco e di una coppa di champagne, dico champagne, vi ho sentiti parlare di Tibet, di libertà, di oppressione, di accoglienza, di san Tommaso, dei Presocratici, di Heidegger; lo sapete vero che proprio di qui, nel “38”, sono passati Cassin, Tizzoni ed Esposito di ritorno dalla loro straordinaria salita alla punta Walker; guardateli lì, dietro di voi, in quella vecchia foto, - ci fa segno. - Ora, amici, se io sostengo che tutto questo, il posto, gli eventi, le persone intendo dire, ha del prodigioso, dell’ incredibile, del fantastico, voi non pensate che possa avere un po’ di ragione? Nessuno di noi risponde subito. -Un luogo di montagna e... di cultura, Franco, - intervengo poi io, - possiamo chiamarlo così il Boccalatte? -Ecco, bravo, proprio così, un luogo di cultura nel cuore del Bianco è il Boccalatte. -E di accoglienza, -aggiungo. -Che sono la stessa cosa, - mi strizza l’occhio lui. - Credi alla parola del “vecchio cooperante”, - ridacchia. Poi, mentre comincia a passarci delle mirabolanti immagini del Boccalatte durante un rifornimento a mezzo di elicottero che deve stare per aria perché qui

non c’è nemmeno un fazzoletto di “terra” dove planare, io, meditando sui suoi discorsi, mi vado rinforzando nella mia idea circa la “natura iperuranica”di quel posto e di coloro che si trovano a popolarlo. Questo, penso io, è un luogo “metafisico” sia perché chi, come Gian, Sergio e me si mette in cammino per venire quassù, è come se confessasse il proprio più o meno urgente bisogno di una salutare boccata di “metafisica”; sia perché, anche se così non fosse, ci pensano subito Franco e il Boccalatte messi insieme, loro sì due “metafisici d.o.c.”, su questo non c’è dubbio, a far capire al nuovo arrivato, appena messo piede qua in cima, che tipo di aria tira “in quota”. Questo è un bel posto, concludo fra me e sono proprio contento di esserci. Intanto Franco, venuta l’ora, spinge in branda prima i suoi e subito dopo anche noi. E’ una notte bella, la nostra, passata, distesi, a pensare. Il russare dei due tedeschi si tramuta via via in un respiro profondo e anche quelli che partono all’una e trenta, venuta lìora, riescono a districarsi nella ferraglia, leggeri come ombre. La mattina, alle sei poco più, nell’affacciarmi all’angusto terrazzino del rifugio, scorgo lui, la Nadia e il loro figliolo radunati sulla piccola panchina e... abbracciati tutti e tre fra di loro. La giornata si preannuncia bellissima. Mi paiono pienamente assorti a riempirsi gli occhi, a contemplare. Il silenzio la fa da padrone e loro, rispettosi, si scambiano sotto voce solo qualche parola. Mi ritraggo per non disturbare. E quando, lasciato passare il giusto tempo e sempre a loro insaputa, mi riaffaccio, vedo che Franco è andato a sedersi

là in fondo, giusto nell’angolino più esposto del balcone. Ha gli occhi chiusi, le braccia molli sulle ginocchia, e ostenta, voluttuoso, il suo volto a Nadia; lei ne indaga le pieghe, poi lo massaggia, distribuendovi con dovizia e delicatezza la crema solare. Che “roba”, ragazzi! Di lì a poco, mangiato il caffelatte, viene per noi il tempo di scendere a valle. Baci e abbracci, dunque. Passati i canaponi e imboccato il sentiero, rischio una prima volta di inciampare in un sasso. Più avanti invece, scivolo sul ghiaione. Infine, un po’ più in giù della scaletta di ferro, inciampo pienamente nella pietraia, dimodoché, per proteggermi, metto per terra il palmo di una mano ferendolo a sangue. Si vede proprio, brontolo, che dal “piano metafisico” sto abbassandomi a quello “fisico”; ne ho l’immediata riprova dalla costatazione, che pur cercando di tamponare al meglio la

piccola lacerazione alla mano, essa non smette di sanguinare così in fretta come aveva fatto quella del trascendente “professeur” di Ginevra, la sera prima, lassù. Ah com’è tutto diverso al Boccalatte, sospiro, mentre, guadando l’ultimo torrentello, mi inzuppo pure lo scarpone, sbalzato prontamente in acqua da un sassone viscido che ho scelto maldestramente.


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vicenza

Intervista ad un vero sportivo

famiglia, impegno sociale e sport sono la sua ragione di vita... superando grandi difficoltà

di Dr. Angelo Pietropan, medico oculista

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on enorme piacere ho conosciuto qualche settimana fa Sebastiano, 64 anni, sposato con 2 figli trentenni, Presidente del Gruppo Sportivo Non Vedenti di Vicenza. Sebastiano ha una malattia congenita che si è manifestata intorno ai 30 anni provocando gravi difficoltà nella visione serale e restringimento del campo visivo (cioè vedeva abbastanza bene diritto, ma non ai lati). “Ho studiato e lavorato in Svizzera, anche come piccolo imprenditore, ma quando la vista è stata troppo compromessa ho lavorato in una banca come telefonista. Da circa 6 anni sono non-vedente: talora mi sembra di avere bagliori di luce bianca alternati a momenti di nero assoluto. Devo ringraziare l’UIC (Unione Italiana Ciechi) e i miei familiari per l’aiuto che ho ricevuto e per aver rinforzato il mio carattere, perché senza la forza di volontà non si esce dalla disperazione. La cecità è un fatto psicologico: all’inizio bisogna decidere se accettarla o meno e se la si accetta bisogna darsi da fare, bisogna credere e dire FACCIO CIO’ CHE POSSO, INSIEME AGLI ALTRI, PER VIVERE UNA VITA NORMALE. AMMETTO CHE LO SPORT MI HA AIUTATO PERCHÈ FA STAR BENE E RENDE LIBERI. Allora ho deciso di impegnarmi nel gruppo sportivo dei ciechi e di praticare regolarmente trekking, sci da fondo e soprattutto IL CICLISMO, la mia passione. Pedalo in tandem in-

sieme a tante guide vedenti che si alternano e sono tutte disponibili e molto preparate. Quando però sono impegnato in gare ciclistiche mi guida Giorgio, un ex corridore professionista, con cui ho partecipato a gare a cronometro e in linea ottenendo ottimi risultati. Abbiamo inoltre partecipato a lunghe gite, come quando siamo andati da S.Bonifacio a Roma, abbiamo visitato la città e i colli circostanti, e poi abbiamo fatto ritorno in Veneto. Altrettanto meravigliosa come esperienza la camminata a Santiago di Compostela e Porto-Fatima”. Lei e il suo compagno di tandem: tra di voi un rapporto di fiducia costante. “Sì è proprio così: siamo molto affiatati, per cui non servono molte parole. Io seguo l’andamento della pedalata e assecondo i suoi movimenti, così come fa il passeggero di una moto. Capisco quando devo spingere sui pedali o quando posso rallentare, quando mi piego su un lato o mi devo fermare: in questo caso l’affiatamento è indispensabile ad esempio quando dobbiamo slacciare i pedali e mettere giù a terra lo stesso piede, altrimenti si cade. Ovviamente il pericolo di cadute e incidenti è maggiore sulle strade più trafficate, in città, ai semafori e alle rotatorie. Ma io ho una fiducia assoluta nel mio partner. Anzi, Le dirò che se

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stiamo gareggiando non ci par- “Il passaggio dalla condizione di liamo proprio e pensiamo solo a ipovedente a quella di non-vedente, nel mio caso, è stato graspingere sui pedali”. duale e, purtroppo, previsto. SaMa il suo compagno non le par- pevo che sarei diventato cieco e la del paesaggio che state at- mi ero preparato. Avevo già temprato il mio carattere. L’impattraversando? “Certo, e quello che lui descrive to non è stato così traumatico, io lo integro con i suoni, i rumo- per cui dovevo solo continuare a ri, gli odori, i profumi, le correnti comportarmi come prima.” d’aria e il vento. Cosa diversa poi è se il paesaggio l’ho già percor- Mi sento fortemente emozionaso da vedente o se si tratta di un to… perché il signor Sebastiano posto nuovo. Adesso è bello sen- mi ha fatto vivere un’esperienza tire il profumo della vendemmia coinvolgente, umana, nonché professionale: si è reso disponei campi!” nibile per rispondere ad altre Così come quando pedalava domande che abbiamo deciso di nello Jura, terra di grandi vini! pubblicare nel prossimo numero “Certo (sorridendo) e i profumi di Sportivissimo!!! A presto! erano diversi…” A 58 anni Sebastiano da ipovedente è diventato non vedente. Da una condizione di autonomia a quella di dipendenza dagli altri. Come ha vissuto questo cambiamento? È diventato più facile fidarsi delle persone?


calcio

Calcio a 5 serie B nazionale

Futsal Cornedo, una squadra fatta in casa che coinvolge una città di Nicola Ciatti

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bluamaranto di mister Diego Albertini sono partiti col piede giusto nella seconda stagione di fila in Serie B, regalando grande spettacolo e portando tanti spettatori al Paladegasperi CORNEDO VICENTINO (VI) - E’ partita col piede giusto la seconda stagione consecutiva del Futsal Cornedo nel Campionato Nazionale di Serie B. Due successi in altrettante partite tra Campionato e Coppa Italia hanno confermato come la squadra allenata da Diego Albertini abbia dei valori importanti, da abbinare comunque a quello che da sempre è il marchio di fabbrica di questo club, ovvero uno smodato attaccamento alla maglia e un forte coinvolgimento della città nelle proprie vicende sportive. COPPA ITALIA Al debutto stagionale capitan Rubega e soci hanno surclassato il Vicenza nel primo turno di Coppa Italia, vincendo per 8-1: sette marcatori diversi a referto, da Ragno ad Aalders, da Radujkovic a Cabianca, da Moscoso a Sbicego (doppietta per lui), passando per il “Golden Boy” Giuliano Boscaro. A questo proposito anche

quest’anno, infatti, la società presieduta da Stefano Bulleghin ha puntato forte sui ragazzi della città “fatti in casa”: nella rosa della prima squadra, infatti, ben nove elementi sono stati formati nel settore giovanile, hanno compiuto il triplo salto dalla Serie C2 alla Serie B, ed ora se la giocano alla pari con i big della categoria. CAMPIONATO - Molto bene anche la prima di campionato, nella quale il Cornedo ha battuto quella che fino all’anno scorso era la propria “bestia nera”, il Città di Mestre. Vittoria per 7-4 arrivata grazie alla doppietta del bomber olandese Marino Aalders, e alle reti di Nicola Savegnago, Aleksandar Radujkovic, Alberto Ragno, Granci Moscoso e di un altro prodotto del vivaio, Fabio Cabianca. EFFETTO PALADEGASPERI - Due vittorie arrivate nella “tana” del Paladegasperi, un palazzetto caldo come pochi in Italia per il tifo sfegatato che il pubblico cornedese sa trasmettere ai propri beniamini, che quando giocano in casa sentono di giocare di fatto con un uomo in più rispetto agli avversari. E’ infatti questa una delle

45


46 forze di questa realtà: il forte legame che si crea in maniera più che naturale tra giocatori, staff tecnico, dirigenza e pubblico. Sono tantissimi infatti i giovani e bambini che assistono alle partite e che sognano un giorno di poter emulare i propri beniamini. Anche perché sono trentun anni che questa società lavora a trecentosessanta gradi per promuovere il futsal in città, in provincia e in tutta Italia, regalando uno sbocco nel mondo del calcio a 5 ai ragazzi di Cornedo e limitrofi. Un amore forte quello della città e della vallata verso questo sport giovane, fresco, divertente e che non annoia mai. LA ROSA – In porta sono tre gli estremi difensori: due sono due veterani, il capitano Ulisse Rubega (1985) e il compagno di mille battaglia, Federico Cracco (1987), che sono chiamati a fare da chiocce ad uno degli altri baby di grandi prospettive, Simone Boscaro (1999). Due i centrali di ruolo, entrambi reduci da tutto il percorso delle giovanili, Fabio Zarantonello (1992) e Renè Sbicego (1992). Numericamente ampio il parco laterali: da Nicola Savegnago (1985) ad Aleksandar Radujkovic (1990), da Alberto Ragno (1979) a Fabio Cabianca (1996),

da Enrico Donin (1998) a Giuliano Boscaro (1998), passando per un giovane di grande talento di cui sentiremo parlare in futuro come Fabio Gonella (1999). Ruolo universale per Granci Moscoso (1988), mentre i pivot che si alterneranno nel ruolo offensivo saranno Marinio Aalders (1989) e Andrea Tecchio (1994). STAFF TECNICO – Allenatore, per il secondo anno di fila, è Diego Albertini, ex giocatore bluamaranto ed in passato allenatore del Thiene Zanè in Serie A2. Il suo vice è Alberto Raffaelli, ex trainer dell’Under 21. Assieme a loro il preparatore dei portieri, Michele Trafico e i dirigenti responsabili Giorgio

Marcati e Giuseppe Pizzolato. SETTORE GIOVANILE – Ci si aspetta molto dalle squadre del vivaio bluamaranto in questa stagione, coordinate dal Direttore Sportivo, Robertino Negro, e dal Segretario e factotum Luca Consolaro. Specialmente dalla neonata formazione Under 19 Nazionale, affidata alla sapiente guida di Alberto Dal Cason, ex giocatore della prima squadra e l’anno scorso apprezzato tecnico della Juniores Elite Regionale. Al suo fianco il vice Sebastiano Bosco, il preparatore atletico Lisa Frizzo e i dirigenti Paolo Gaiga e Paolo Nardi. Rinnovata anche la squadra Allievi Regionali, che saranno

guidati per il primo anno da Massimiliano Capitani, coadiuvato dal giocatore della prima squadra Fabio Zarantonello. Il dirigente responsabile sarà Gianni Savegnago. Parteciperanno al Campionato Regionale di Calcio a 5 anche i Giovanissimi della Virtus Cornedo, in virtù del rapporto di collaborazione tra le due società nell’attività di base, allenati dall’ex vice allenatore della prima squadra, Andrea Caile, coadiuvato dai giocatori della prima squadra, i fratelli Giuliano e Simone Boscaro, con l’ausilio dei dirigenti Italo Santagiuliana, Mauro Disconzi e Giuliano Fioraso. Servizio a cura di Nicola Ciatti

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L’Autovisper di Valdagno, brand storico della mobilità a motore della nostra valle con il salone d’auto, l’autofficina per moto, auto, camion, corriere, con la rivendita ricambi, ha inserito tra i suoi tanti servizi anche l’E-bike e l’ha fatto con un’interessantissima proposta. Non solo ha aperto un punto vendita di E-bike del prestigioso marchio Fantic, ma ha organizzato anche un centro di noleggio con la possibilità di avere una guida escursionistica. Si può quindi avere la nuovissima bici Fantic solo per qualche ora o anche per più giornate e, se si vuole, si può prenotare un accompagnatore certificato AMI, Associazione Mountainbike Italia, che, oltre a insegnare il corretto funzionamento della bici elettrica, sa condurci alla scoperta delle bellezze naturalistiche dell’Alto Vicentino. Giuliano Prebianca, ex atleta nazionale di Mountain Bike, fondatore del Ciclo Club Novale e ciclista di collaudata esperienza, è guida AMI e

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49 co-ideatore assieme a Eliseo ti, a meno che non si usi una Visonà di Autovisper del pro- E-bike. Allora chiunque può farlo, magari in più giorni, getto E-bike Autovisper. ma con una bici assistita si Giuliano, come nasce que- sale agevolmente su qualsiasi salita. Ecco, in sintesi, noi sta idea? L’amico Eliseo, sempre atten- vogliamo offrire sport, aria to a tutto ciò che riguarda il buona e natura... mondo delle ruote e sensibile ai valori del nostro territorio, …salute e divertimento! e io siamo stati fin da subito Certo, l’E-bike è un modo affascinati dalla bici assistita di fare sport assolutamente e ci siamo detti: la E-bike è salutare. Tra i suoi tanti beperfetta per vivere in pieno la nefici, essa permette un’attibellezza del nostro territorio e vità di tipo aerobico e questa, conoscere le sue eccellenze com’è noto, brucia i grassi, mentre, quando si fanno eno-gastronomiche. sforzi anaerobici, si bruciano Qual è stato il primo passo? solo gli zuccheri. E poi con Abbiamo cercato la miglior l’E-bike il cuore non va mai bici del mercato. Una bici fuori soglia. Non lo si stresforte, di alto contenuto tecni- sa, non lo si affatica. Non si co, versatile, con una batte- corrono inutili rischi. ria potente e resistente. Una bici italiana. Fantic ha pro- Quali sono le vostre propoposto una bici straordinaria. ste? L’abbiamo testata e ci siamo Possiamo affittare la bici convinti. Anche il manage- per due ore come per mezment della Fantic, che vuole za giornata o una giornata spingere sull’E-bike, ha su- intera oppure anche per più bito appoggiato il nostro pro- giorni. Chi desidera essere accompagnato, può contare getto. su una guida certificata. Se Di cosa si tratta, raccontalo si tratta di gruppi, oltre a me, che sono sempre disponibile anche a noi È semplice. Viviamo in un su prenotazione, c’è anche posto fantastico. In un paio di Michele Menin, altra guida pedalate si è subito fuori dal certificata. Possiamo pertraffico, su strade di collina sonalizzare le uscite come e montagna incantevoli. Val- si desidera. Si va dalla pedagno poi è al centro dell’a- dalata facile di un paio d’onello turistico escursioni- re ai tour escursionistici di stico delle Piccole Dolomiti, più giorni. È il ciclista a dirci un itinerario di oltre 120 km, quanto vuole impegnarsi, noi sempre più conosciuto non poi gli tracciamo il percorso solo dagli appassionati della ideale. Abbiamo proposte montagna italiani ma anche che prevendono anche la vieuropei e americani. L’anello sita a cantine vinicole, pranzi è percorribile anche in bici, in luoghi di ristoro selezioperò bisogna essere allena- nati, pernottamenti in rifugi

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in quota. Con l’E-bike si ha un’infinita varietà di proposte, una più affascinante dell’altra, e soprattutto alla portata di chiunque. Il territorio c’è! E la città? Stiamo dialogando con l’Amministrazione, in collaborazione con il gruppo Area, per capire la fattibilità di alcune idee interessanti. La zona dell’ex inceneritore, per esempio, sarebbe ideale come partenza per la varie escursioni in valle. C’è un ampio parcheggio, una zona verde che potrebbe essere trasformata in un bike park, dove poter far conoscere il funzionamento della E-bike per chi la usasse per la prima volta, ma anche una zona di allenamento-addestramento per tutti i bikers, anche quelli più esperti. Fondamentale sarebbe realizzare uno spogliatoio con docce e magari anche un piccolo punto di ristoro e soprattutto un infopoint. Vi aspettate un certo flusso turistico? Lavoriamo per questo fine. Siamo in collegamento con varie organizzazioni ciclistiche e con alcuni operatori turistici del Veneto, del Friuli e della Toscana, che possono portare i loro appassionati a visitare i nostri luoghi e noi i loro. Costa molto? Assolutamente no e il divertimento è garantito tutto l’anno. Anche adesso la natura è straordinariamente bella. Fare ciclismo non è mai stato così divertente.



vicenza

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T’ai Chi Il Gran Maestro cinese Hou Tie Cheng a Vicenza di Antonio Rosso Foto archivio Associazione La Via del T’ai Chi

foto con il Maestro Hou Tie Cheng

Yang Lu Chan il redattore del primo testo scritto delle regole di T’ai Chi

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al 4 al 18 settembre l’Associazione Sportiva Dilettantistica e Culturale La Via del T’ai Chi che conta un centinaio di iscritti, alcuni dei quali residenti nell’altovicentino, ha ospitato il gran maestro Hou Tie Cheng, discepolo ed erede del sapere del gran maestro Yang Zhenji dello stile Yang. E’ il maestro più accreditato di Pechino e Tianjin in questo stile e la visita è stata un’opportunità, unica, di praticare e ricevere insegnamenti direttamente da un gran maestro. La fama e le conoscenze di Hou Tie Cheng derivano dal fatto di essere vissuto all’interno della famiglia Yang. Solo pochissimi maestri al mondo possono vantare una tale formazione e vicinanza con i grandi maestri di Taiji Quan della famiglia Yang. Vediamo, ora, di fare un pò di chiarezza. Innanzitutto, T’ai Chi, Tai Chi, Taiji, sono sinonimi ed indicano la medesima, antica arte marziale il Taiji Quan. La parola Tai, letteralmente, significa sommo o supremo, mentre, Ji vuol dire polarità ed indica gli estremi opposti dello Yin e dello Yang.

La disciplina si perde nella notte dei tempi ed il concetto filosofico Tai Ji compare per la prima volta nel classico dei Mutamenti, la cui composizione risale alla dinastia Chou (1776-1150 avanti Cristo). Concetto che è stato, poi, spostato ad indicare una modalità di combattimento, aggiungendo il termine Quan, che vuol dire pugno, inteso proprio come arte marziale. Oggi del T’ai Chi, pur avendo, intrinsecamente, ancora un valore marziale, vengono prevalentemente utilizzati e praticati quegli aspetti legati all’equilibrio energetico di cui tutta la medicina tradizionale cinese è fondata. In particolare, poiché tutti i movimenti, svolti negli esercizi, rispettano precise regole posturali e di respirazione, risultano utili al nostro corpo, favorendo una migliore circolazione di quell’energia vitale che i cinesi chiamano Qi. Risultato pratico: un migliore equilibrio psicofisico ed una maggiore resistenza allo stress. Cerchiamo, ora, di capire, perchè un gran maestro cinese come Hou Tie Cheng viene fino a Vicenza. La ragione è che a Vicenza insegna un suo discepolo, il Maestro

il documento di nomina a discepolo

investitura a discepolo di Franco Toniolo

Flavio Toniolo, direttore della Scuola Specialistica di T’ai Chi Chuan, stile Yang. Flavio Toniolo, cultore dagli anni ‘80 di tale arte, aveva iniziato a seguire il maestro dal 2012. Nel marzo di quest’anno in occasione di una sua visita in Cina ha avuto la sorpresa e l’onore di essere nominato discepolo del Gran Maestro Hou Tie Cheng. Una soddisfazione particolare in quanto nessuno di questa famiglia, aveva mai rilasciato il titolo a un maestro non cinese. Flavio Toniolo è il primo non cinese ad essere inserito nel-

la linea diretta che collega ogni membro e generazione della Famiglia Yang. Nel suo caso egli ne rappresenta la sesta generazione essendo, la prima, iniziata con Yang Lu Chan (17991872). La cerimonia si è svolta a Tianjin e, secondo un rito complesso ed articolato, gli è stato consegnato il documento ufficiale di nomina a discepolo. Una ulteriore eccellenza, da aggiungere, allo sport vicentino Per informazioni: Associazione Sportiva Dilettantesca e Culturale La Via del T’ai Chi, iscritta CONI, sede e palestra a Cavazzale Conte Otto (VI) via Saviabona 106 H. Tel 346 5155707 - 347 1466845 - Sede distaccata a Verona. https://www.facebook.co/LaViaDelTaiChi/ http://www.laviadeltaichi.it


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bici

Scatto f isso Maria Vittoria Sperotto vince il Red Hook Criterium

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lla tappa milanese del Red Hook Criterium, spettacolare competizione su pista a bordo di bici a scatto fisso, Vicenza si è ritagliata una fetta di meritata vittoria. Il 14 ottobre 2017, infatti, tra le strade di Milano, - dopo le tappe di Brooklyn, Londra e Barcellona - la velocista Maria Vittoria Sperotto, della Bepink Cogeas, ha spiccato nella prova femminile della competizione. A segno già nella batteria di qualifica, si è poi classificata terza nel giro cronometrato e, nella gara finale, la ventenne ha anticipato tutte le altre concorrenti con un allungo nell’ultima curva che le ha permesso di ol-

trepassare il traguardo a braccia al cielo. La giovane ciclista aveva già portato a casa altri importanti successi, dimostrando tutto il suo talento per lo scatto fisso, specialità che negli ultimi anni ha suscitato un crescente interesse, attirando a sé anche molti ex ciclisti di strada. “Complimenti a Maria Vittoria per questo bel successo” ha detto il Team Manager Walter Zini. “Ha corso veramente bene e siamo felici che abbia portato i nostri colori sul podio di una competizione così prestigiosa e amata dal pubblico.”

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salute

Chiropratica e odontoiatria, l’intesa perfetta per il tuo sorriso! L’articolazione temporo-mandibolare (ATM), si trova davanti al meato acustico dove mandibola e cranio si incontrano. L’ATM è l’articolazione del corpo più usata, infatti si usa sia per la masticazione che per la fonazione (parlare). Circa 165 muscoli sono usati durante la masticazione e poiché l’uomo deglutisce circa 1300 volte al giorno, vi è una grande interazione di forze nel compiere questi movimenti. Molto importante è l’equilibrio di queste forze che aiuta a fissare la posizione dell’articolazione temporo-mandibolare e la posizione dei denti . Anche questi ultimi sono di fondamentale importanza per il corretto funzionamento dell’ATM in quanto se non si trovano in una posizione occlusiva corretta possono creare stress sufficiente per dislocare in condilo mandibolare e danneggiare così legamenti e menischi dell’articolazione. Se consideriamo che quasi la metà degli input che arrivano al cervello provengono dalla zona del collo, dall’alta cervicale (C1-C2) e dalla bocca, ci rendiamo conto della complessa interazione della bocca con la cervicale e dunque la postura che ne consegue è frutto di un delicato equilibrio che può venire a mancare. Mal di testa? Dolori faccia-

li? Dolori cervicali? Acufeni? Vertigini? Problemi all’udito? Difficoltà a deglutire? Problemi di colonna cervicale, di articolazione temporo-mandibolare(ATM) o di masticazione?? La risposta non è certo facile. Problemi alla masticazione (piani occlusali) possono condurre a problemi all’ATM e di conseguenza possono portare a problematiche cervicali e di postura e viceversa problemi alla cervicale posso portare a problematiche all’ATM. Può essere che non abbiate sintomi alla cervicale, ma problemi di ATM oppure che abbiate sublussazioni cervicali e di conseguenza una ATM coinvolte C1 e C2 , nel giro disallineata e non dolorosa. di poco tempo si ottengono ottimi risultati. Noi di LIFE In base ai differenti test ed CHIROPRATICA grazie ad esami i chiropratici di “LIFE una tecnica molto specifica CHIROPRATICA” diagnosti- chiamata “TOGGLE RECOIL” siamo in grado di corregcano la causa principale. Quando la causa è una ma- gere la prima vertebra cerlocclusione, prima dell’invio vicale (Atlante) dando una al dentista, il paziente viene diminuzione sostanziale dei trattato almeno 3-4 volte sintomi e un miglioramento per permettere alla musco- dei rapporti occlusali. latura del collo, dell’ATM e alle vertebre cervicali di ri- Ma vediamo in dettaglio la trovare i giusti equilibri, così SUBLUSSAZIONE VERTEche l’odontoiatra troverà il BRALE paziente in una condizione La sublussazione vertebrale è un mal-allineamento su ottimale per lavorare. Se la causa è strutturale, ov- uno o più piani dello spazio vero legata a sublussazioni di una o più vertebre rispetto cervicali di cui molto spes- a quella superiore o a quella so le prime due vertebre inferiore. Questo disalline-

amento crea una pressione “anomala” sulle radice nervose uscenti dalla colonna alterando la trasmissione del segnale neurologico. Le sublussazioni vertebrali, compromettono per primo la funzionalità del sistema nervoso creando un mal-funzionamento degli organi e successivamente compromettono anche la funzione del disco intervertebrale creando dolori diffusi alla colonna (cervicali, dorsali, lombari, sciatica, parestesie), artrosi e problematiche/scompensi posturali La cosa più importante che devi sapere è che spesso malocclusioni e sublussa-


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zioni coesistono e perciò il lavoro del chiropratico e del dentista deve procedere in parallelo: gli aggiustamenti chiropratici correggono la posizione delle vertebre cervicali che a loro volta, modificano l’occlusione attraverso il sistema muscolare, osso ioide e mandibola. Dall’altra parte anche il lavoro del dentista con il bite o l’apparecchio ortodontico influenza la posizione dell’ATM, delle prime vertebre cervicali modificando la postura. Ne consegue che il lavoro

chiropratico/odontoiatra deve proseguire per tutto il tempo in cui si attua la correzione gnatologica, pena il non conseguimento del miglioramento definitivo; infatti il bite deve essere portato per un periodo variabile e soggettivo per apprezzarne i risultati definitivi. Durante tutto questo tempo è necessario che il chiropratico intervenga per correggere possibili sublussazioni e quindi squilibri neuro-muscolari anche solo ogni 3-4 settimane, come è necessario per il dentista verificare

che i rapporti occlusali non si siano modificati re n d e n d o necessari alcuni ritocchi, anche minori del bite. Ricordatevi dunque che se il chiropratico vi indirizza al dentista o viceversa, lo fa per il vostro bene e la vostra salute. Le valutazioni e la collaborazione tra chiropratico

e odontoiatra possono portare a risolvere molti fastidiosi problemi tra cui: patologie dell’ATM, nevralgie orali, bruxismo, malocclusioni, blocchi mandibolari, acufeni, dolori cervicali, mal di testa, vertigini.

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bici

S

di Gianluigi Visonà

abato mattina, un caffè veloce, due chiacchiere e qualche stretta di mano prima di partire; un’ultima occhiata ai bagagli e alle fedeli compagne di avventura: le biciclette da corsa prodotte prima del 1987, che ci accompagneranno in questa XXI edizione dell’Eroica. Ideata nel 1997 da Giancarlo Brocci, l’Eroica è una cicloturistica che parte da Gaiole in Chianti e si snoda sulle colline intorno a Siena, passando per la Val d’Orcia fino a Montalcino, con percorsi che si svolgono in buona parte su strade bianche. Vengono insigniti col diploma di Eroici tutti quei ciclisti che vi partecipano con un abbigliamento e una bici d’epoca, secondo i criteri fissati dall’organizzazione: leve del cambio sul tubo obliquo, filo dei freni e dei cambi esterni al telaio, pedali con gabbietta, e altro ancora. I percorsi sono 5, da circa 40, 70, 115 fino ai 135 e 209 km, per i veri appassionati. L’Eroica non è una gara, è una Manifestazione che richiede comunque un certo impegno fisico, non esiste quindi una classifica finale, vengono premiati tutti coloro che la portano a termine. Lungo il percorso sono presenti i controlli per l’apposizione dei timbri ai passaggi, e alcuni ristori tipici, tappe spettacolari dove il cibo locale si sposa con le coloratissime divise dei numerosi ciclisti, con i costumi dei vari borghi ospitanti. Da vari anni vengono superati i 7000 iscritti. La settimana che precede la Prima Domenica di Ottobre, il paese di Gaiole in Chianti dove tutto é nato, diviene il centro della Toscana a pedali, in attesa della solenne partenza domenicale fissata di rito alle 05.00 precise del mattino, con qualsiasi tempo. Atleti di quasi 50 Paesi del

Il mito dell’Eroica È tra le corse cicloturistiche più affascinanti del mondo: su biciclette d’epoca lungo le strade, per lo più bianche, del Chianti. Cronaca da un gruppo di “eroici” della nostra valle.

mondo corrono a Gaiole per partecipare a questo evento, e aspettano in fila con pazienza fin dalle primissime ore del mattino la fatidica apertura dei cancelli, a volte immersi nella frescura autunnale, a volte nel freddo o addirittura sotto l’acqua. La piccola piazza affollata da mille caschetti e berretti colorati é uno spettacolo da non perdere, animata dal brulicare silenzioso di bici e ciclisti in divisa vintage, immersi nel sommesso sferragliare di cambi, ruote e pedali, e avvolti dalla miriade di luci bianche e rosse che lampeggiano in attesa della partenza, pronti a lanciarsi in una tortuosa discesa verso la prima salita del Castello di Brolio. L’innegabile fascino dell’Eroica, per il contesto in cui

è inserita e per le emozioni che fa nascere in questi amanti del ciclismo d’altri tempi è così forte, e così pura da far sopportare ogni cosa; anche l’attesa, il freddo, la pioggia. Si parte presto e qualche volta si arriva tardi, con il buio. Questa sana passione è stata trasmessa a tutto il gruppo di “Eroici” dall’amico Enrico Pianegonda, veterano della corsa toscana, che per l’occasione riunisce ogni anno noi appassionati presso l’Enoteca la Corte, ormai base operativa e goliardica prima e dopo la manifestazione. Domenica mattina, ore 3.30 suona la sveglia, indossiamo le nostre divise, colazione ricca e giù subito in piazza per prendersi il posto più vicino possibile alla partenza. Sono già le 04.30.

Quest’anno siamo fortunati, non piove e la temperatura è buona. Pronti, via! Dopo aver timbrato il “road book” siamo subito risucchiati in un lungo fiume di ciclisti che scorre veloce nel buio, ansimando e pedalando lungo la strada a curve che porta alla prima vera salita, il Castello di Brolio. Una salita di strada bianca che si snoda e sale sulla collina fin su al Castello, come un serpente avvolto ad un albero, tutta illuminata a terra da centinaia di fiaccole ad olio: uno spettacolo unico, che da solo vale la fatica di una partenza così mattiniera. L’emozione successiva è il passaggio sulle colline sopra una Siena ancora addormentata, mentre l’alba colora di rosa il paesaggio intorno, costellato da lun-


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ghe file di austeri cipressi e casali in pietra; impossibile non fermarsi per scattare qualche foto cartolina. Dopo circa 45 km arriviamo al primo ristoro e tra le tavole imbandite di ogni delizia si comincia a respirare quell’atmosfera di festa goliardico sportiva, tipica della Manifestazione Toscana. Riprendiamo a pedalare con impegno e tra foto, chiacchiere e ancora strade bianche polverose raggiungiamo il fantastico Borgo di Murlo, primo timbro di Controllo: un vecchio feudo del 1200 seduto su di una collina che domina tutto il paesaggio circostante. Sono già volate 5 ore di

pedalate tra saliscendi continui e siamo giunti alla splendida piazza di Asciano dopo aver toccato Buonconvento, ci tuffiamo adesso nel consueto festone liberatorio del secondo ristoro e riprendiamo fiato, con torte, cantucci, finocchiona e altro ancora, vin santo, chianti e per i più salutisti the o succhi di frutta. Altra serie di foto nella cornice festosa. Ci aspetta adesso il tratto di strada bianca più famoso e duro di tutta l’Eroica : le salite del Monte Sante Marie con i suoi tre gradoni, nominate così dagli antichi carrettieri poiché quando le percorrevano

con gli animali da tiro legati ai carri, non riuscivano ad avanzare a causa della forte pendenza, e le “Marie” che tiravano rivolti al cielo nel loro caratteristico dialetto toscano non erano proprio così Sante. In cima alla salita è d’obbligo una foto sotto all’ambito cartello stradale, sia per i pochissimi duri che arrivano in cima sui propri pedali, sia per coloro che sono dovuti scendere e spingere la bici, a testimonianza comunque della fatica comune. Pochi tratti ancora di discesa e si arriva al ristoro del Castello di Berardenga, altra tipica piazza toscana

riempita di musiche, colori, profumi e dal festoso vociare dei partecipanti che si ritrovano e ricompattano prima di scendere nuovamente verso Gaiole percorrendo gli ultimi faticosi chilometri passando per il bivio di Pianella. Qui il gruppo del percorso dei 135km ritorna percorrendo la lunga e ripida strada bianca del Castello di Brolio, ma i veri duri della 209 continuano a pedalare ancora per qualche ora salendo verso Vagliagli e Radda, prima di raggiungere il traguardo. L’arrivo a Gaiole è una festa unica, in mezzo a due lunghe ali di persone, di tifosi, e di appassionati che affollano la piazza e battono le mani agli Eroici giunti al termine della loro fatica, alcuni partecipanti arrivano sfiniti ma felici anche a sera inoltrata con il buio, dopo le 22.00, accompagnati solo dalla fioca luce dei fari ormai spenti e stanchi delle loro bici. Dopo l’arrivo ci si ritrova tutti in piazza fino a sera per proseguire la festa, ci si confronta e ci si raccontano le emozioni, le fatiche, i momenti piacevoli della giornata, con il bicchiere in mano. Sul viso di qualcuno ancora i segni del sudore, dello sporco e della fatica, ma dentro al cuore la soddisfazione di avercela fatta e di essere lì, adesso, presente e testimone in questo straordinario evento. E quando a tarda sera tutto finisce veramente, si rientra a casa felici con addosso una vera, grande convinzione e promessa: essere presenti anche l’anno prossimo. Hanno partecipato Gianluigi Visonà, Fabio Piccoli, Sandi Cocco, Doriano Fin, Enrico Pianegonda, Luca Crestani, Matteo Faccin, Giorgio Venezia, Giannantonio Lo Magno, Paolo Ravazzolo, Roberto Veggo. A supporto Marisa Piacentini e Chiara Zarantonello.


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l termine Personal Training rappresenta una delle evoluzioni ultime del concetto d’attività motoria e ginnastica dove, mediante l’utilizzo del massimo grado di personalizzazione possibile, si costruisce un servizio, e non solo un programma di esercizi, intorno al cliente realizzato perfettamente su misura. Ciò comporta, previa attenta analisi valutativa, l’utilizzo di

una serie di tecniche e conoscenze che spaziano dagli approcci motori più classici a quelli olistici e al fitness, opportunamente combinati per la soddisfazione delle esigenze e per la realizzazione degli obiettivi della persona. Cosa si intende quindi per fitness? Per comprenderne meglio il concetto ci riportiamo doverosamente alle sue origini e capire come questo sia nato e si sia sviluppato. Si ritiene che alla radice del termine Fitness ci sia l’aggettivo inglese “fit” che tra le sue traduzioni possibili esprime i concetti di “adatto” “idoneo” “opportuno” “valido”, facendoci risultare evidente come esso sia nato come pratica volta al raggiungimento di uno stato di completa efficienza, intesa come benessere di un individuo in tutte le sue manifestazioni psicofisi-

che e relazionali. L’OMS ha definito che “la salute è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non meramente l’assenza di malattia o infermità; è un fondamentale diritto umano per cui il conseguimento del più alto livello possibile di salute è il più importante obiettivo sociale del mondo intero, la cui realizzazione richiede l’azione di molti altri settori sociali ed

economici oltre al settore sanitario”. Ecco che il Fitness rientra a pieno diritto tra tutti quei settori sociali ed economici che contribuiscono alla promozione della salute, cioè quel processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sul proprio stato e di migliorarlo, vedendo essa stessa come una risorsa della vita quotidiana ed aspirando a modelli di vita volti al massimo benessere possibile. Con queste premesse, riallacciandoci a quanto detto inizialmente, si può affermare che ad oggi ci è possibile quindi intervenire in maniera personalizzata su parametri fondamentali quali: • Controllo del peso e della composizione corporea

(rapporto massa magra/ massa grassa) • Bilancio dell’alimentazione in relazione alle specifiche necessità • Abolizione delle sostanze ad azione tossica (alcool, fumo, ecc.) • Controllo dei parametri fisiologici (frequenza cardiaca, valori pressori, esami del sangue ecc.) • Controllo nei limiti del possibile dello stress psico-fisico. E’ in tutto questo contesto che l’attività motoria/ginnastica trova un ruolo centrale proprio per educarci ad uno stile di vita volto al raggiungimento ed al mantenimento di questa piena efficienza psico-fisica con il fine ultimo di raggiungere, mantenere e tutelare la propria salute.

Tutti possono praticarla, dal ragazzino all’anziano, dal sedentario al soggetto con patologie compatibilmente alle sue necessità. Fermo restando che tanto più sarà precoce l’approccio all’attività fisica personalizzata, tanto maggiori saranno i risultati ottenibili, è comunque opportuno sottolineare che non esiste un momento ideale per iniziare un “percorso” motorio, ma che ogni momento della vita è ideale per iniziare un lavoro funzionale per il miglioramento della propria condizione fisica e per alcuni aspetti anche psichica, con gli ovvi benefici che ne deriveranno. E questo è e sarà sempre l’impegno preso dallo Studio Personalfit verso i suoi clienti presenti e futuri.

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storia

Relitti austro-ungarici

La grande guerra in alto Adriatico 13a parte

la corazzata Santo Stefano in navigazione

10 giugno 1918: l’impresa di Premuda. Rizzo affonda la corazzata Santo Stefano

di Antonio Rosso foto archivio ANMI foto subacquee di Michele Favaron

Il 10 giugno di ogni anno si celebra la festa della Marina Militare Italiana. La data è stata scelta perché il 10 giugno del 1918, al largo di Premuda, due MAS hanno attaccato le corazzate austriache Tegetthof e Szent Istvan (Santo Stefano), affondando quest’ultima. Questo successo viene a dar ragione al Grande Ammiraglio Thaon de Revel che aveva organizzato la difesa navale in Adriatico con la tattica di utilizzare solo unità minori dichiarando: Grandi ardimenti con piccoli mezzi saranno certamente coronati da felici successi. L’immediato plauso internazionale annulla ogni precedente critica sulla condotta della guerra navale da parte dell’Italia ed il Comandante in Capo della flotta inglese scrive: La Grand Fleet presenta le sue calorose congratulazioni alla flotta italiana per il magnifico risultato conseguito contro il nemico austriaco con

tanto valore ed ardimento. Al comando dei MAS vi era il Capitano di Corvetta Luigi Rizzo, imbarcato sul MAS 15 con il Capo Timoniere Arnando Gori mentre il MAS 21

garica ammiraglio Nikolaus Horthy, aveva pianificato in completa segretezza, cioè una incursione in basso Adriatico con tutta la forza navale per forzare, grazie all’effetto

gli equipaggi dei MAS 15 e 21

era sotto la guida del Guardiamarina Aonzo Giuseppe. L’affondamento determina, ancor prima di iniziare, anche la fine della grande operazione che il Capo di Stato Maggiore della Marina Austro-Un-

sorpresa, lo sbarramento navale di Otranto che impediva alla Marina Austroungarica l’accesso al Mediterraneo. La squadra intercettata da Rizzo era, infatti, diretta a sud per contribuire a tale operazione.


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Eliminatol’effettosorpresal’operazione viene annullatata. Il caso ha voluto, poi, che i tragici momentti della Santo Stefano fossero immortalati da una troupe cinematografica che si trovava a bordo della Tegetthof per riprendere l’azione di forzamento. L’attacco alle corazzate La storia è nota, ma rileggiamola, dal rapporto del Comandante Rizzo. La notte tra il 9 ed il 10 giugno, di ritorno da una missione di pattugliamento sulla costa verso le 3,15 a circa miglia 6,5 da Lutostrack, avvisto leggermente a poppa del traverso e sulla dritta una grande nuvola di fumo. … Esclusa l’ipotesi che potessero essere le nostre torpediniere, giudicai che, scoperto dalla Stazione di Gruiza, fossero venuti a darmi caccia Cacciatorpediniere o Torpediniere provenienti da Lussino. Essendo già l’alba … decisi di approfittare della luce incerta per prevenire l’attacco e perciò invertivo, seguito dal M.A.S. 21, la rotta, dirigendo sulle unità nemiche alla minima velocità onde non far rumore ed evitare i baffi a prua che avrebbero tradito la mia presenza. Avvicinando il nemico, mi accorsi dell’inesattezza dell’ipotesi, trattandosi di due grosse navi scortate da 8 a 10 cacciatorpediniere che le proteggevano di prora, a poppa e dai fianchi. Decisi di eseguire il lancio alla minima distanza possibile e perciò diressi in modo da portarmi all’attacco passando fra i due caccia che fiancheggiavano la prima nave. Per scapolare il caccia sulla mia sinistra, portai la velocità da 9 a 12 miglia riuscendo senza essere scorto a oltrepassare di 100 metri la linea dei caccia e lanciare i due siluri contro la prima nave ad una distanza di non oltre 300 metri. I due siluri colpivano la nave e scoppiavano … sollevando due grandi nuvole d’acqua e fumo nerastro. Anche il

la rotta di attacco

la corazzata poco prima di affondare

M.A.S. 21 eseguiva l’attacco contro l’altra nave. Il siluro di dritta scoppiava a poppavia delle ciminiere mentre il lancio del siluro di sinistra mancava il bersaglio. Il Cacciatorpediniere alla mia sinistra accortosi del lancio dirigeva

per tagliarmi la ritirata riuscendo a mettersi sulla mia scia. Apriva il fuoco con colpi ben diretti ma leggermente alti. Per evitare la rettifica del tiro, tenendosi il C.T. esattamente sulla mia scia, lanciai una bomba antisommergibi-

le che non scoppiò. Una seconda bomba scoppiò vicino alla sua prora. Esso accostò immediatamente di 90° ed io con accostata a sinistra ne aumentai la distanza perdendolo poco dopo di vista. Nel frattempo date le condi-


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disegno dell’azione di Premuda

zioni di luce e lo stato di allarme, eseguivo per due volte il segnale convenzionale: tre separatori e un very verde: “Ho silurato ritiratevi su Ancona”. Verso le 5h avendo avvistate le torpediniere, alle quali si era già congiunto il M.A.S. 21, segnalavo le notizie, onde ne fosse data comunicazione radiotelegrafica alle Autorità Superiori. Alle ore 7.00 entravo nel porto. E la Santo Stefano? Si è subito inclinata di 7°. Non si riesce nè a turare le falle nè ad elimaninare l’acqua entrante. Falliscono anche i tentativi agganciarla alla Tegetthof. Alle 5,45 la nave è sbandata di 18° e continua ad inclinarsi. Verso le sei il comandante chiama tutti in coperta e gli uomini abbandonano la nave. Poco prima delle 7.00 la corazzata Santo Stefano scompare nei flutti con la perdita di quattro ufficiali e 85 marinai. Il comandante Rizzo e il G. M. Aonzo vengono decorati con Medaglia d’oro e l’equipaggio con medaglia d’argento. Tutti sono promossi al grado superiore per meriti di guerra. Il MAS di Rizzo, considerato un cimelio, al termine del suo servizio, viene portato, al Vittoriano, a Roma, dove è esposto.

L’immersione sul relitto Il relitto si trova alla profondità di circa 65 metri ed è tutelato dal Governo della Repubblica Croata attraverso il Ministero della Cultura. Ministero che, dopo aver verificato le capacità della IANDT durante i corsi di addestramento all’uso di miscele trimix per le immersioni profonde, organizzati per gli archeologi subacquei croati, accetta di dare a questa agenzia il suo patrocinio per svolgere alcune spedizioni ufficiali sul relitto. Fabio Ruberti, subacqueo e ricercatore, nonchè titolare per Italia, Slovenia e Croazia della IANTD è l’organizzatore e il capo delle tre spedizioni realizzate negli anni 2003, 2005 e 2009. Vi partecipano istruttori e subacquei italiani e croati tra cui Jasen Mesich, archeologo subacqueo del ministero della Cultura in quanto, immergersi su un relitto come la Santo Stefano richiede attenzioni particolari, non solo per le dimensioni (21.254 tonnellate di stazza per oltre 150 metri di lunghezza), ma anche per il suo grande valore storico. Vi ha partecipato anche Michele Favaron, che opera come istruttore IANTD nel vicentino, il quale

i marinai della Santo Stefno vengono raccolti dai mezzi di soccorso

ci ha messo a disposizione alcune sue foto subacquee. Nelle varie spedizioni, in collaborazione anche con l’Istituto per il Restauro del Ministero della Cultura Croato si effettuano esplorazioni per l’identificazione di oggetti, misurazioni e rilevamenti nonchè riprese video e foto delle aree esterne, delle falle d’affondamento, dei danni collaterali. Su richiesta del Ministero vengono recuperati un fanale ed un prezioso te-

lemetro portatile da artiglieria da esporre, dopo restauro, al Museo Navale di Pola. Da una pubblicazione di Flavio Ruperti reperibile su Accademia.edu, ricaviamo che: Il relitto si presenta capovolto, adagiato sulle sovrastrutture e inclinato sulla fiancata di dritta di circa 15°; in conseguenza, la fiancata di sinistra è sollevata di circa 3 o 4 metri dal fondo. Iniziando dalla poppa, ciò che colpisce di più sono le due gi-


65 gantesche eliche con i relativi timoni; su ogni fiancata si trovano le ancore ausiliarie, entrambe, però, non facilmente distinguibili a causa delle incrostazioni; sulla chiglia, fra due timoni, si riconosce invece l’apertura del tubo lanciasiluri poppiero. Scendendo verso il fondo, si incontrano per primi i finestroni del salone dell’ammiraglio e proseguendo verso prua si distingue chiaramente la prima torretta trinata poppiera con i cannoni rivolti verso la fiancata sinistra, … spostati per bilanciare le falle sulla dritta durante l’affondamento; della seconda torretta si intravedono i cannoni spuntare dalla sabbia. Nuotando sotto

la nave, si possono riconoscere, anche se parzialmente distrutti, i dettagli del ponte e delle sovrastrutture. Solo in alcuni punti il legno della coperta risulta ben conservato. Proseguendo verso prua si incontrano i resti dei due alberi e di altre sovrastrutture. L’inclinazione si riduce fino ad annullarsi dove la nave è spezzata, dopo la seconda torretta trinata prodiera da 305 millimetri. Su ogni fiancata si possono vedere chiaramente i sei cannoni da 105 millimetri in casematte singole. Attraverso la grande frattura di prora si distinguono numerosi dettagli dei vari ponti, fra cui, sul fondo, il deposito granate della torretta trinata da 305 millimetri. Anche il MAS 21 colpì la Santo Stefano? Le immersioni hanno permesso di analizzare la poppa e il grande squarcio di prua, largo circa quattro metri, cre-

atosi nell’affondamento, per l’urto della prora con il fondo. Secondo Ruperti, le falle sulla fiancata di dritta, che causarono l’affondamento, andrebbero ancora analizzate perchè oltre alla grande falla di prora, ce ne sono altre quattro. La prima, da prora verso poppa, è la più piccola ed è differente dalle altre tre che sono imbutiformi e nelle quali si distingue chiaramente, al loro interno, la paratia longitudinale, divelta verso il ponte. La prima falla, quella più vicina alla prua, è, probabilmente, conseguente al contraccolpo dell’urto sul fondo. La seconda, verso poppa, che è molto grande ed è posizionata tra i due fumaioli, corrisponderebbe al punto dove Rizzo indica che è esploso il suo primo siluro. Anche la terza falla, molto grande, tra il secondo fumaiolo e l’albero di poppa, concorda con il rapporto di Rizzo. La falla che pone de-

gli interrogativi è la quarta, l’ultima verso poppa. Ha la stessa forma delle due precedenti, è molto più piccola, ma non può essere attribuita all’urto sul fondo perchè è la più lontana. Risulta difficile trovarle una spiegazione se non attraverso una rilettura della sequenza dell’attacco. L’unica plausibile spiegazione di questa quarta falla è, sempre secondo Ruperti, che uno dei due siluri di Aonzo, che lui stesso dichiara di aver visto esplodere sulla Tegetthoff, abbia in realtà colpito la parte poppiera della Santo Stefano. A conferma di ciò il fatto che la Tegetthoff non è stata colpita e che le esplosioni che risultano dai rapporti italiani ed austriaci sono state sicuramente tre. Si tratta, ovviamente, di una ipotesi. Per maggiori informazioni è in uscita il volume di Flavio Ruberti dal titolo Il relitto della corazzata Santo Stefano, Magenes Editoriale Libri.

foto subacquee del relitto


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vita sana

a cura del Centro Salute e Movimento Vania Peserico, chinesiologa

Osteoporosi e movimento Cos’è l’osteoporosi?

I fattori di rischio

L’osteoporosi è una malattia che in molti casi si può e si 1. fattori anagrafici, genetideve prevenire e questo obietci, costituzionali tivo si può realizzare essenzial• età avanzata mente con l’informazione. Tec• sesso femminile nicamente viene definita una • razza bianca o asiatica “malattia progressiva sistemica • eccessiva magrezza dello scheletro caratterizzata • familiarità per osteopodalla perdita di tessuto osseo rosi e da disturbi della sua microstruttura con il successivo au2. fattori ambientali e commento della fragilità delle ossa portamentali e la tendenza a fratture”. • dieta povera di calcio Colpisce sia il sesso femminile • dieta troppo ricca di proche il maschile, ma nella donna teine compare più frequentemente e • dieta troppo ricca di fibre in età più precoce in coincidennon digeribili (cibi inteza, solitamente, con la menograli) pausa. Se consideriamo che le • carenza di vitamina D donne hanno in partenza una • vita sedentaria massa ossea minore rispetto • eccesso di fumo, alcool, agli uomini, aggiungiamo gli caffeina effetti della menopausa e la • abuso di lassativi maggior durata della vita, ecco la prima spiegazione del per3. disturbi ormonali e maché l’osteoporosi colpisce solattie croniche prattutto le donne: 1 donna su 4 • ad es. menopausa precontro 1 uomo su 10. coce (prima dei 45 anni, Spesso si tende a pensare che, anche chirurgica) con l’avanzare dell’età, il pro4. uso di farmaci (*) gressivo indebolimento delle • ad es. corticosteroidi ossa sia naturale. Niente di (*) si intende uso cronico o copiù errato: con un intervento di munque prolungato prevenzione mirato a costruire uno scheletro consistente e resistente, l’osteoporosi in molti diminuire. casi sarebbe evitabile. Ecco perché la prevenzione deve iniziare nell’età dello sviluppo e giovanile, per intenGuardiamo la tabella dei fattori sificarsi nell’approssimarsi di rischio per l’osteoporosi. Su dell’età a rischio. molti non possiamo far nulla, Quando ci muoviamo sotto ma altri dipendono almeno in l’effetto della gravità vi e’ un parte da noi e dal nostro stile di aumento della massa ossea vita. Possiamo, per esempio, ri- grazie ai continui stimoli che durre l’uso di alcool e tabacco a mantengono il trofismo dell’oslimiti ragionevoli; possiamo mi- so stesso. La medicina spaziale gliorare l’alimentazione e, infi- ha infatti dimostrato che negli ne, possiamo far movimento! astronauti, non sottoposti alla La massa ossea che si raggiun- forza di gravità e privi di moge dalla nascita ai 18/20 anni vimento per lunghi periodi di è all’incirca il 90% del valore tempo, vi era una perdita di cirmassimo che si raggiungerà ca 200 mg di calcio al giorno. in seguito. Il picco di massa ossea (25/30 anni) rappresenta il momento in cui vi e’ la massima quantità d’osso relativa a ciascun individuo. Esso è un valore cruciale per determinare il L’esercizio fisico deve essere rischio di osteoporosi, dato che adeguato alla patologia tratin seguito la massa ossea più o tata e alle capacità della permeno lentamente è destinata a sona: diventa fondamentale

La prevenzione

L’importanza dell’esercizio fisico

affidarsi a persone competenti e che conoscano i principi di prevenzione e trattamento dell’osteoporosi. Gli esercizi vanno quindi personalizzati sulla base degli obiettivi da ricercare: • Incremento della massa ossea: preferire sempre esercizi in carico per stimolare il metabolismo osseo e diversificare gli esercizi a seconda del distretto corporeo da sollecitare. • Utilizzo di carichi distrettuali per la prevenzione delle fratture (per colonna vertebrale, femore, avambraccio in particolare). • Miglioramento della capacità aerobica. • Tonificazione muscolare. • Miglioramento dell’equilibrio e coordinazione per prevenire le cadute. • Educazione posturale ed ergonomica (ed esempio

insegnare come spostare i pesi in modo corretto)

Quale attività preferire?

Come già spiegato, nella prevenzione dell’osteoporosi, sono indicate tutte le attività in carico (camminate, marcia, ballo, ginnastica di gruppo ecc..), svolte regolarmente 2/3 volte a settimana. Quando si tratta invece di scegliere gli esercizi in presenza di osteoporosi conclamata è di fondamentale importanza affidarsi a professionisti che conoscano a fondo la patologia e che sappiano impostare un corretto programma di esercizi, magari in collaborazione con il medico curante.


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