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SPORTI magazine mensile di sport nco bia distribuito gratuitamente direttore responsabile

Luigi Borgo

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SSIMO

Ciao Presidentissimo Grazie Francesco E

di Luigi Borgo

ra un grande, Francesco Zecchin, un grande appassionato di sci, un grande amico, un grande uomo. Di quelli che sanno seminare e far crescere i valori in cui credono e sono capaci di arricchire di affetto, amicizia, passione sportiva la vita delle persone che incontrano. Con lo Sci Club Chiampo, di cui è stato presidente fino all’ultimo giorno della sua vita, il presidentissimo anzi, ha insegnato a sciare a un intero paese. Sciare che per lui non era solo il saper scendere dalle piste, ma era il piacere di stare una giornata all’aria aperta in montagna tutti assieme; era fare una spaghettata in sede per scegliere le fotografie da mettere sul calendario e, tra queste, premiare le tre più belle; era inaugurare, a ottobre, la stagione sciistica, invitando nel teatro del paese i grandi personaggi dello sci. Francesco ha avuto ospiti i più grandi campioni azzurri, da Gustav Thoni a Erwin Stricker, con cui rimase tutta la notte tra un buon bicchiere e l’altro a parlare di sci, ad Alberto Tomba, al grande Bruno Alberti, con cui aveva un feeling speciale; ai campioni azzurri della sua terra, Tescari e l’amico Giulietto Corradi, sempre presente come ospite d’onore alle serate del club. Ma Francesco ha voluto sul suo palco anche chi scritto di sci, Giorgio Daidola, Marco di Marco, che da lui hanno presentato i loro libri. Aveva fondato lo sci club per necessità. I ragazzi del paese, tra i quali c’erano

visita il sito: www.luigiborgo.com

editoriale

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1980 Gara Sociale Recoaro 1000

1996 Ploose Bresanone

20° Sci Club Chiampo ospite Stefano Mantegazza

2013 Maestri Cervo Marta e Alessio

anche i suoi 4 figli, sciavano con uno sci club di Arzignano, che un certo giorno cessò le attività. Francesco decise che era arrivato il momento di farne uno suo, di sci club. Sono convinto che l’idea gli girasse per la testa da un bel po’. Così, chiuso quello sci club, non ci pensa due volte e apre lo Sci Club Chiampo, mettendoci tutto se stesso. Era di una stoffa speciale, Francesco. Al tempo faceva il benzinaio. Quando i clienti venivano a fare benzina e chiedevano 10 mila lire di super, lui ne faceva per 9 mila lire, tenendosi mille lire per il club. Glielo diceva, ovviamente. E tutti a Chiampo lo sapevano che pagavano 10 per avere 9, ma anziché perdere clienti, Francesco ne aveva sempre di più. Perché quelle mille lire le faceva diventare un’indimenticabile giornata con gli sci ai piedi e felicità e gioia di stare assieme. Nel 2004 e nel 2014 il suo sci club fu premiato dalla Fisi per essere stato lo sci club italiano con il più alto numero d’iscritti affiliati alla Federazione. Le mille lire erano diventate dieci euro, la storia era cambiata, non però la sua visione del mondo. Francesco conosceva il grande sforzo economico


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30° Sci Club Chiampo con Ospiti E. Stricker-B.Alberti-F. Tescari-Gallizio-Cristian Putzer

della Fisi per lo sci italiano. Era lo stesso sforzo che faceva lui per il club, che facevano le famiglie per far sciare i propri figli. Tanto che, molti anni prima, s’era inventato uno skilift. Artigianale. Una corda d’acciaio, una puleggia a monte, un motore di Vespa a valle e una specie di ganascia di ferro per gancio. Lo mise a Campodalbero, sopra il paese. Lo accendeva alla mattina della domenica

e chi voleva poteva sciare senza pagare una lira. Tutti i presidenti sanno che a volte il ruolo comporta anche qualche arrabbiatura. C’è sempre qualcuno che manca di rispetto, che parla a sproposito, che offende. Francesco s’arrabbiava ma poi sapeva perdonare. Aveva un modo speciale per riappacificarsi. Scendeva nella sua cantina e prendeva la bottiglia migliore e con quella in mano cer-

Premio Sci Club più numeroso del Veneto, f. ZECCHIN-Gen. Valentino-Concia M.-Pieropan

cava la persona che gli aveva mancato di rispetto per berla assieme. Era fatto così. Francesco era il più giovane di quei presidenti di club che hanno fatto grande lo sci dell’Alto vicentino: Oscar Garbin a Recoaro, Antonio Ramanzin a Valdagno. Persone che hanno amato lo sci, persone che hanno saputo farlo amare a tanti di noi. Grazie Francesco. Ciao Presidentissimo.

Premio Distintivo d’Oro al Merito allo S.C. Chiampo e Distintivo d’Argento al Merito a F. Zecchin consegnati da Flavio Roda Presidente FISI nel 2014


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natura

Quando soccorrere gli animali selvatici

di Dorino Stocchero

Certe volte il ritrovamento di un animale selvatico puo’ farci pensare ad una situazione di difficolta’ dell’animale, in realta’, non sempre e’ cosi’. Ad esempio i cuccioli di diverse specie selvatiche, che sembrano abbandonati, di fatto non lo sono.

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a fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale. E’ bene ricordare che in tutto il territorio nazionale sono vietati la cattura e la detenzione di animali selvatici, nonché il prelievo di nidi , di uova e di piccoli nati. L’unica circostanza in cui la “raccolta” è consentita è la loro sottrazione a sicura distruzione o morte. Il prelievo e la detenzione di esemplari di fauna selvatica da parte di privati cittadini, dunque non sono permessi se non per sottrarli a pericolo o a morte certa e in ogni caso ne va data comunicazione entro le 24 ore agli organi di polizia competenti. La detenzione temporanea di fauna viva è difatti concessa esclusivamente a quelle strutture autorizzate dalle Regioni a curare e riabilitare gli animali selvatici es. il CRAS (Centro riabilitazio-

ne animali selvatici). Questo vuol dire che se troviamo un animale selvatico anche se in difficoltà, non dobbiamo raccoglierlo, a meno che non sia in imminente pericolo di vita, e comunque solo per il tempo eventualmente necessario per metterlo in salvo. Oltre alle disposizioni di legge, bisogna sempre ricordare che gli animali selvatici sono molto diversi dai domestici. Hanno il bisogno, oltre che il diritto, di vivere la loro vita nel loro habitat naturale, dal quale non bisogna separarli. E’ sbagliato pensare di portare a casa un selvatico, solo perché magari ci siamo ritrovati a soccorrerlo in un momento di bisogno. Se l’animale che abbiamo trovato versa in una condizione di pericolo , possiamo metterlo al sicuro e contattare le autorità competenti che interverranno in caso di necessità. Se si tratta di volatili feriti (uccelli migratori e rapaci) bisogna munirsi


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di una scatola di cartone di modeste dimensioni, dove dovranno essere praticati dei fori, in modo da garantire l’areazione. Tenere sempre l’animale il più possibile tranquillo e al buio per evitare una condizione di stress che potrebbe essere molto dannosa per la sua salute. Evitare anche di somministrare cibo all’animale, anche se magari la nostra sensibilità, sul momento potrebbe sembrarci naturale rifocillarlo, possiamo rischiare di farlo anche morire. Dopo avere depositato l’animale al sicuro, bisogna contattare le autorità di riferimento che in questi casi

sono: la Polizia Provinciale competente per territorio e il servizio veterinario ASL , se l’animale viene considerato pericoloso, es: tasso, volpe, faina ecc. Tante volte il rinvenimento di un animale selvatico può farci pensare ad una situazione di difficoltà. Ad esempio le specie più soggette a essere raccolte sono quelle dei cuccioli di capriolo, camoscio e riccio. Da ricordare che i piccoli di diverse specie selvatiche vengono tenuti d’occhio da lontano dalla madre e che quindi , a un primo sguardo , possono erroneamente sembrare abbandonati. Questo vale anche per diverse specie

di uccelli che si avventurano nel mondo esterno fin da piccoli , senza avere sviluppato ancora perfettamente la capacità di volare. Può capitare di imbattersi in un uccellino o in animali non domestici bisognosi di aiuto non solo in ambienti naturali ma anche in città. Soprattutto nel periodo primaverile e nella prima estate, non è raro dover soccorrere piccoli nidiacei caduti dal nido. E’ bene intervenire nel primo soccorso se i genitori non sono in zona (ad esempio gli uccelli spesso continuano ad occuparsi dei pullus anche se caduti dal nido) e se vi è un immediato ri-

schio dovuto alla presenza di predatori, come cani e gatti o di automobili o se vi è un qualsiasi elemento di disturbo. Bisogna sempre essere molto prudenti e valutare di intervenire caso per caso perché si rischia veramente di creare danni , anche se si è magari in perfetta buona fede. Se ci capita di trovare piccoli sani e che non corrono pericoli evidenti e immediati, è buona norma lasciarli dove sono, avendo cura di non toccarli, in modo da non lasciare addosso il nostro odore compromettendo la loro vita. Se si tratta di animale ferito investito sulla strada e bene informare


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la Polizia Provinciale che potranno fornire la prima assistenza all’animale e dare tutte le direttive del caso per il suo recupero. E allora cosa fare per soccorrere un animale investito nell’attesa che giungano i soccorsi ? Di sicuro per garantire un intervento tranquillo e ottimale, bisogna prima di ogni cosa mettere in sicurezza la zona per evitare che si verifichino incidenti o altre situazioni di questo genere. Nello specifico bisogna indossare un giubbotto catarifrangente e posizionare un triangolo e altri elementi per segnalare la zona agli automobilisti di passaggio. La fauna selvatica come citato precedentemente è protetta e che la detenzione è vietata e che il fai-da-te spesso porta alla morte dell’animale.

Il problema è che trattandosi di animali selvatici , cercare di prenderli mette a rischio sia l’animale che voi. Pensiamo al becco o agli artigli di una poiana, ai denti di una volpe o di un tasso. Tuttavia se l’animale è in immediato pericolo di vita (magari in mezzo alla strada), se la cosa è fattibile e non si rischia lesioni e aggressioni, la cosa migliore e cercare di catturarlo, usando guanti robusti in cuoio o una coperta. Allora quando intervenire?... si consiglia quando gli animali siano feriti visibilmente debilitati, non reattivi e con equilibrio precario. Soccorrere un animale selvatico è un gesto di generosità e rispetto, ma un intervento errato può pregiudicare la salute e la possibilità di vivere libero.

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sentieri nascosti

Sentiero dei Ronle, Monte Pasubio di Mirko Cocco

La memoria del sentiero dei Ronle sopravvive in poche persone: qualche vecchio montanaro, alcuni valligiani e gli amanti delle esplorazioni.

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uogo selvaggio, non per tutti, a due passi dagli itinerari più frequentati eppure lassù non si incontra mai gente, solo qualche camoscio o la coturnice. Un tempo il percorso era più frequentato del giorno d’oggi, solcato da contrabbandieri e dalla gente del posto. Ora rimane qualche segno sbiadito di vernice rossa, qualche traccia di sentiero, nient’altro. Non si vede nemmeno sulla cartina. Il sentiero sale lungo l’erto e articolato versante sud del Pasubio, tra vaji, guglie e forcelle. Punto di partenza è Prà dei Penzi, ai piedi del Soglio Rosso e del Campanile di Val Fontana d’Oro, che si raggiunge in breve da località Ponte Verde sulla strada che porta a Passo Xomo. Si segue per circa 500m la strada sterrata che porta all’imbocco del sentiero di Val Fontana D’Oro per poi tenere la destra sempre su strada sterrata in direzione di Malga Cornebe. Si supera una sbarra nei pressi di una baita e si prosegue fino ad incontrare un greto sassoso di un torrente. Lo si risale fino all’evidente imbocco del Vajo del Ponte, che ha la prima parte in comune con il Boale Rosso. Il sentiero dei Ronle si trova alla destra del Vajo del Ponte. Per essere sicuri di trovarlo basta spostarsi perpendicolarmente a destra salendo leggermente nel bosco di faggi a partire dalla strettoia iniziale del Vajo del Ponte. Dopo poco si potranno notare i bolli rossi che indicano il sentiero. Inizialmente si attraversa un bosco misto sul ripido versante nella zona denominata Cavallone dei Ronle. In breve si acquista quota su un erto pendio erboso e ci si immette in un canalino d’erba che sbuca in una piccola forcella; da qui si ha una vista spettacolare sul sottostante Vajo del Pon-


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te. Si sale ancora verso destra arrivando ad una seconda forcella. Ora si scende di poco sul versante rivolto verso il Vajo del Ponte e ci si addentra in un boschetto di faggi. Superato il bosco si trova un altro ripido pendio erboso che nella parte bassa permette di osservare il sottogruppo delle Sgralaite ed è delimitato a destra da un vajo detto Scaranto dei Ronle. Si continua per alcuni gradoni naturali a sinistra fino all’estremità superiore del Cavallone. La si oltrepassa e si sale un canale di rocce fino ad una forcella. Sopra alla destra dell’escursionista si possono notare i Roccioni dei Ronle, a quota 1700. Il sentiero prosegue in costa su un traverso. Il panorama è veramente suggestivo, con guglie ardite, grandi pareti di roccia e profondi vaj che si insinuano tra di esse. Bisogna

comunque prestare molta attenzione per il tratto esposto. Si risale il costone mugoso fino ad un piccolo salto di roccia attrezzato con una catena. Da qui si sale a destra sempre attraverso i mughi e si giunge a una piccola sella. Si segue la traccia di sentiero fino all’ultimo pendio con lingue di ghiaione e lo si risale fino a sbucare sulla Strada delle 52 Gallerie, a destra del Vajo del Ponte e ai piedi della notevole parete sud di Cima Forni Alti. Qui il sentiero del Ronle sembra apparentemente terminare ma con buon occhio si riescono a scorgere ancora dei segni rossi che salgono dritto per un canale a sinistra di Cima Forni Alti. A circa metà canale si trova una cengia probabilmente scavata durante la Grande Guerra che taglia tutta la parete di Cima Forni Alti. Si

segue proprio questa cengia dove si trova ancora una traccia di sentiero e qui la vista e l’itinerario si fanno spettacolari con larghe vedute panoramiche. La cengia conduce fino alla destra di Cima Forni Alti salendo fino quasi in cresta. Nel tratto finale si superano resti di vecchi terrazzamenti e sempre per la propria via, senza intercettare il sentiero delle Cinque Cime, il sentiero dei Ronle giunge diretto per una crestina alla croce di vetta di Cima Forni Alti a 2023m. Per percorrere questo sentiero serve una buona esperienza di montagna e piede fermo, oltre che buone doti di orientamento. È un sentiero per “intenditori del ravanare” ma regala sicuramente una grande avventura e viste spettacolari su zone del Pasubio poco battute.


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sub

di Antonio Rosso Foto Frank Vanzetti

Speleologia La speleologia messicana parla anche vicentino: la Cueva del Rio La Venta

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n campo speleologico le località messicane di Chapas, Cintalapa, Rio la Venta, Cueva de la Venta, sono note nel mondo dai lontani anni ‘90 grazie alle ricerche di Tullio Bernabei e della sua associazione La Venta. Meno noto è il fatto che, nel tempo, alle varie spedizioni, hanno partecipato anche speleologi vicentini. Poiché la speleologia è poco conosciuta, si vuole illustrare l’ultima spedizione, del 2019, composta per la maggior parte da speleologi della nostra provincia, per rendere loro merito, senza nulla togliere agli altri partecipanti che hanno contribuito in analoga misura. La spedizione alla Cueva del rio la Venta, nel Chiapas (Messico sud-orientale) nasce da un’idea del gruppo Grotte Schio nell’ottobre del 2018 con lo scopo di scoprire nuove diramazioni e documentare in modo specifico il complesso ipogeo con foto e video. E’ durata dal 1 al 13 marzo, composta da un team di speleologi di varie nazionalità. Gli italiani erano rappresentati dall’Associazione Geografica La Venta, dai gruppi grotte di Schio, Aosta, Gioia del Colle (Bari), Bassano del Grappa e dal gruppo grotte Trevisiol di Vicenza. Tutti appartenenti al CAI. In totale, oltre a Tullio Bernabei, 18 speleologi italiani, due messicani ed una guida locale. Di questi undici vicentini: Mirko Calgaro e Davide Strapazzon del Gruppo Grotte Geo CAI Bassano; Igor Dalla Costa, Marco De Pretto, Davide Lotto, Angela e Massimo Pasqualotto, Cesare Raumer del Gruppo Grotte Schio; Paola Laudando, Mirko Palentini e Angela Schiavo del Gruppo Grotte Trevisiol, immortalati nella foto di gruppo.

Facciamo ora un passo indietro. il progetto “Rio La Venta” con le campagne di ricerca nel fiume omonimo, ha avuto inizio nel 1990. La principale grotta esplorata è la Cueva del Rio La Venta, ma percorrerla non è facile. Solo speleologi esperti ed allenati possono affrontare, in un ambiente ipogeo a 20°C e saturo di umidità, percorsi di elevata difficoltà e superare strettoie, imbuti, guadi, cascate, con arrampicate o discese molto tecniche per tutti i 450 metri di dislivello da superare, trasportando al seguito i materiali e le attrezzature. E’ una delle più lunghe e difficili attraversate in grotta del mondo ma anche tra le più appaganti con la soddisfazione di cercare e percorrere aree inesplorate, effettuare gesti sportivi di elevato grado e godere alla vista di enormi sale concrezionate, che la luce non riesce ad illuminare per intero, nonché ammirare gallerie, laghi, cascate, mentre nelle profonde spaccature si sente lo scorrere, nel buio, dell’acqua. Questa grotta permette di soddisfare tutti i sensi. Il tatto, l’olfatto, il gusto, l’udito e la vista sono di volta in volta messi a dura prova o soddisfatti con un continuo susseguirsi di momenti unici e magici. Fa parte di un’area carsica imponente: nella zona vi sono grotte per uno sviluppo di oltre 75 chilometri di gallerie e l’ esplorazione di questa zona è un progetto in continua evoluzione, tanto è vero che alcuni vicentini partiranno quest’anno con una nuova spedizione. A divulgare la ricerca del 2019, ci ha pensato Mirko Palentini, del gruppo Grotte Trevisiol, organizzando il 21 gennaio una serata, a Vicenza,

Cueva del Rio La Venta – Salone Metnal


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dal titolo “Chiapas 2019. Spedizione alla Cueva del Rio La Venta. Viaggio alla scoperta di una delle più importanti grotte del mondo”. Ospite d’eccezione: Tullio Bernabei animatore e fondatore dell’Associazione di Esplorazioni Geografiche la Venta. Come sia iniziata l’avventura delle ricerche lungo questo fiume e su questa grotta, in particolare, lo racconta Mirko Palentini: “ … la scoperta la si deve

a Tullio Bernabei che assieme ad un gruppo di italiani, decise di scendere in gommone il canyon Rio La Venta, scoprendo l’ingresso basso di un sistema carsico imponente. Da quella discesa - continua Mirko - è nata poco dopo l’associazione di esplorazione omonima che in pochi anni ha portato in Messico alcuni tra i migliori speleologi italiani e che ancor oggi continua la sua ricerca.” “Nel 1995, inoltre, - è sempre Mirko che

racconta - dopo anni di ricerche si è trovata una congiunzione tra la grande grotta sub orizzontale e un’altra importante cavità posta in alto sull’altipiano, a oltre 450 metri di quota che ha reso possibile avere un sistema carsico con uno sviluppo, oggi, di oltre 14 chilometri di gallerie: la Cueva del Rio La Venta. Per effettuare le ricerche programmate e percorrere l’intera grotta sono stati necessari cinque giorni, quattro in grotta con


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Cueva del Rio La Venta – Zona a monte

tre pernottamenti. Poiché i mezzi motorizzati non raggiungono l’imbocco questo va raggiunto a piedi oppure a cavallo. L’entrata è nella parte alta e si esce poco sopra il fiume con un dislivello di 450 metri. Da qui è gioco forza risalire a piedi fino agli animali per poi raggiungere a piedi la località con i mezzi motorizzati che hanno consentito di arrivare alla base logistica principale di Cintalapa. Nei quattro giorni trascorsi all’interno sono state esplorate nuove diramazioni che hanno portato lo sviluppo della grotta a oltre 14 chilometri totali ed è stato realizzato un servizio video che ha consentito a Mirko Palentini di realizzare il documentario

sulla storia di questa grotta e dei suoi esploratori che lui stesso ha presentato, in prima visione, alla serata vicentina. Per concludere va ricordato che i risultati di questi anni di lavoro hanno avuto una positiva ricaduta sull’economia locale. Un traguardo di cui Bernabei e gli speleologi anche vicentini devono sentirsi orgogliosi. Su tale argomento Lic. Juan Sabines Guerrero, Governatore Costituzionale dello stato del Chiapas, così si è espresso: “…abbiamo 26 destinazioni turistiche totalmente indigene ed il recente Incontro Mondiale sul Turismo di Avventura ci ha offerto l’opportunità di presentarle al mondo con l’obiettivo

di rafforzare l’economia di queste comunità e mostrare con orgoglio il nuovo volto del Chiapas d’Avventura.” Quale domani per la Cueva del Rio La Venta? Lo hanno esposto Francesco Sauro, speleologo padovano e lo stesso Bernabei nel libro Cueva del Rio La Venta. Sogno Sotterraneo: cioè “ creare una difesa dall’inquinamento che è una minaccia per le acque sotterranee, insegnare la fragilità dell’acqua, creare un turismo d’avventura e culturale ecosostenibile per poter dare un futuro a queste comunità che dovranno essere necessariamente in equilibrio con l’ambiente”.


Tullio Bernabei e l’Associazione La Venta Esplorazioni Geografiche Speleologo e alpinista dal 1975, ha effettuato oltre 60 esplorazioni scientifiche nel mondo. Autore e regista di documentari televisivi e film, ha al suo attivo molti premi internazionali. Ideatore e direttore di programmi televisivi a carattere scientifico-geografico-esplorativo, si occupa ora di divulgazione scientifica e ricostruzioni storiche di esplorazioni sotterranee. L’Associazione La Venta Esplorazioni Geografiche è un’associazione senza scopo di lucro, basata sul volontariato fondata da Bernabei che ne è stato presidente fino al 1997 assieme ad altri speleologi. Nel 2021 compirà trent’anni di attività e rispecchia ancora il carattere del fondatore promuovendo spedizioni speleologiche multidisciplinari in tutto il mondo, Antartide, Patagonia, Myanmar, Messico, Asia centrale e Venezuela con un’impostazione geografica e divulgativa. I risultati sono divulgati in libri, documentari, serate divulgative e articoli sulle maggiori riviste internazionali. (www.laventa.it)

Il palco finale della serata organizzata dal Gruppo Grotte Trevisiol il 21 gennaio a Vicenza

Cueva del Rio La Venta – Foto di gruppo con Tullio Bernabei in basso, al centro


sportart

Frank Vanzetti

caverne messicane


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ciclismo

Un team nel futuro della MTB nazionale foto di Maurizio Bertazzon

T

ante novità in casa METALLURGICA VENETA GT TREVISAN, e dopo la brillante stagione 2019 che ha consegnato tanti ottimi risultati per i nostri giovani atleti, il Team cresce ulteriormente. Nuovi progetti e nuovi obbiettivi sia per la rinnovata dirigenza che per gli atleti.

Il Team Metallurgica Veneta GT Trevisan, realtà relativamente giovane nel panorama del Fuoristrada italiano, nasce nel 2014 e nell’arco di questi anni ha fortemente confermato la sua posizione fra i più importanti team a livello Italiano.

A capitanare la formazione troviamo: • Thomas Paccagnella Elite • Eddy Zordan Elite • Erik Paccagnella Master Elite • Samuele Lovato Under 23 • Davide Meggiolaro under 23 • Davide Griffante Junior • Enrico Bongiovanni Junior • Alessandro De Rossi allievo • Enrico Neri Esordiente In rappresentanza della categoria elite donne troviamo Maria Zarantonello ex campionessa Italiana nella disciplina Team Relay a Courmayer. I nostri atleti delle ruote grasse saranno impegnati in gare internazionali e si cimenteranno anche nelle gare della rinnovata coppa Veneto e nel circuito della Veneto cup 2020.


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LA STORIA

N

Il team METALLURGICA VENETA GT TREVISAN sarà impegnato anche nel ciclismo su strada femminile con 6 atlete che si dividono tra le categorie Allieve ed esordienti primo e secondo anno. Il team è così composto: • Anna Venturini allieva 1° anno • Vanessa De Pretto allieva 1° anno • Emma Michelazzo allieva 2° anno • Anna Panozzo allieva 2° anno • Emily Sella esordiente 1° anno • Diletta Ziggiotto esordiente 2° anno. Le nuove leve della bici da corsa si cimenteranno nel circuito strada allieve ed esordienti Veneto nonché in alcune gare su pista dislocate sul territorio triveneto. L’impegno della squadra sarà di promuovere nel territorio le discipline della mtb e della bdc, La squadra sarà inoltre impegnata come di consueto nell’organizzazione di due gare di caratura nazionale, la ormai storica gara a Montecchio Maggiore denominata XC dei Castelli che vedrà la partenza il 5 aprile 2020, e la GF Piccole Dolomiti sulla strada degli eroi con partenza da Recoaro Terme il 28 Giugno 2020. Le gare sono inserite nei circuiti di MTB COPPA VENETO, VI-CUP, e VENETO CUP.

el 2014 nasce la squadra Corratec Keit, da un idea di Mosè Savegnago e con il supporto Mattia Neri in poco tempo si creano le basi per costruire un team di alto livello in campo Nazionale e improntata nel settore fuoristrada. Già dal primo anno la squadra ha riportato numerose vittorie sia nel MountainBike che nel Ciclocross portandosi subito tra i TopTeam a livello Nazionale. Visti gli ottimi risultati, nel 2015 il Team si è potenziato con un nuovo atleta di alto livello. Sviluppata anche la disciplina dell’Enduro con ottimi risultati. Nel 2016 nasce un ambizioso progetto denominato “Giovani Corratec Keit”, destinato alla pratica agonistica della Mountain Bike e delle Ciclocross per incentivare e promuovere i giovani talenti veneti a livello nazionale e internazionale. Nel 2017 cominciano ad arrivare i primi importanti risultati già all’inizio della stagione. Tre titoli Italiani, un titolo alle Internazionali d’Italia e la vittoria del circuito Veneto Cup, oltre a molte altre vittorie individuali hanno confermato la validità del Team a livello internazionale confermato dalla convocazione mondiale in Australia per due nostri atleti.


corsa

di Marta Carradore

Trail run vs run

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L

o sport sicuramente è un elemento fondamentale nella vita di tutti i giorni, quel "scappare" dal lavoro, dall'ufficio, dallo stress quotidiano e calzare le proprie scarpe sportive sta diventando la priorità per molte persone, quel liberare la testa e sentirsi liberi è una sensazione che fa gola a molti. Tutto ciò spiega la crescita esponenziale, negli ultimi anni, del settore fitness e di tutti quegli sport che fanno spostare l'asticella sempre un po' più in alto regalando, giorno x giorno, dosi di adrenalina fondamentale per affrontare gli allenamenti e la quotidianità giornaliera con il giusto spirito. Tra questi sport sicuramente un bel passo in avanti lo sta facendo la corsa su strada, per me madre di tutte le discipline, e il trail running, una fantastica "moda" che ha il potere di avvicinare alla montagna più persone, una trasformazione della corsa che si affaccia a panorami mozzafiato. In questi ultimi anni, l' incremento degli "atleti" e praticanti di queste due discipline

è cresciuto in maniera esponenziale creando un vero Boom di runners sui diversi terreni. Molti ragazzi/e, signori/e più o meno allenati, piu o meno ambiziosi, ma sicuramente molto entusiasti e determinati, si sono affidati a me per affrontare nel loro miglior modo delle gare di corsa e trail: da gare veloci a gare davvero impegnative come ultratrail quali la LUT e Ultrabericus e ultramaratone come la famosissima 100km del Passatore. Ma...come si preparano questa gare? E soprattutto...che differenza c'è nell'allenare un trail rispetto alla corsa su strada? Per spiegarlo in modo semplice ed intuitivo, analizziamo i principali aspetti delle due discipline: -corsa su strada: il percorso è generalmente pianeggiante, si impostano delle velocità definite nei diversi chilometraggi e si cerca di mantenerle per tutta la distanza. -trail: le gare sono molto differenti tra loro per difficoltà tecniche, altimetriche e condizioni del terreno, la velocità varia continuamente e può

passare da tratti molto veloci come le discese a camminate lente in salita. Primo aspetto da allenare presente in entrambe le discipline è la variazione di passo. La capacita di gestire velocità diverse permette di non aver un accumulo di lattato muscolare e riuscire a rilanciare sul km scelto o su tratti pianeggianti o di discesa nel trail. Secondo parametro importante è l allenamento con ripetute in salita e discesa: esso permette di sviluppare forza esplosiva e potenza muscolare, componenti importanti per il mantenimento della falcata fluida su strada e nei sali/ scendi del trail. Fondamentale è lo sviluppo di una buona capacità aerobica, ovvero la capacità di mantenere uno sforzo medio a lungo termine sui terreni di gara (strada-sterrato). Questo è l' allenamento chiave dell'endurance che racchiude, in questo caso, tutto il mondo della corsa e si ottiene sommando tutti gli allenamenti: lunghi lenti, fartlek, training alternativi come ciclismo e nuoto, ripetute e progressivi, forza e potenza, determina-


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zione e testa. Ultimo elemento indispensabile ma, purtroppo, molto spesso snobbato è il recupero! Il corpo non potrà mai allenarsi se prima non lo mettiamo nelle migliori condizioni per poterlo fare! Perciò considerare il recupero parte integrante della programmazione è sicuramente un ottimo punto di crescita. Ora che avete tutti gli ingredienti, non resta che inserirli ordinatamente nel vostro planning settimanale, studiando la migliore composizione per raggiungere il massimo della vostra performance che sia essa in strade asfaltate che tra bellissimi sentieri collinari! Buona corsa a tutti!!!


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castelgomberto

KARDIO KOMBAT l kardio Kombat nasce come una “rivisitazione della fit boxe” conosciuta orma da molti anni in tutte le palestre. La diversità sostanziale sta nella struttura della lezione, scandita da più fasi diverse di allenamento e non solo da combinazioni al sacco. A rendere diverso ogni corso poi sta nell’abilità dell’istruttore, dal suo carisma, dalla sua preparazione ma anche dalle sue esperienze sportive passate e presenti. Il corso di Kardio Kombat nella palestra PolaFit di Castelgomberto è tenuto dall’istruttore Michela Dalle Ave, da parecchi anni atleta nelle arti marziali di cui kung fu, thai boxe, maestro di Sanda (boxe cinese) e preparatore atletico per sport da combattimento. Dalle sue esperienze Michela ha trasformato il corso di kardio kombat da un semplice fitness musicale a una disciplina che miscela il functional training con gli sport da combattimento, un connubio tra tecniche di arti marziali e preparazione atletica mirata allo svilup-

I

KARDIO KOMBAT E PREPARAZIONE ATLETICA po globale del fisico e della mente. E’ stato creato per condizionare il corpo con movimenti di arti marziali più i movimenti a corpo libero o con l’ausilio di pesi introdotti nell’allenamento a circuito, è di variabile intensità e tecnica a seconda del grado di preparazione. E’ suddiviso in blocchi di lavoro combinati e con differente intensità e durata scanditi dal ritmo musicale. Riscaldamento dinamico; Cardio Work out a corpo libero (replica in chiave fitness di tecniche di combattimento); Tonificazione/potenziamento; Cardio Work out con sacchi (corso intermedio/avanzato); Tonificazione/potenziamento Stretching. L’allenamento cambia di lezione in lezione alternando esercizi functional a corpo libero e con step, power pump, sequenze total-body, GAG, esercizi in coppia e in gruppi. Il corso, seguito con costanza e impegno, ha fatto ottenere agli allievi, miglioramenti, non solo dal punto di vista di elasticità e coordinazione (elementi alla base del format originale F.I.F.) ma soprattutto di forza, energia, resistenza, aumento del tono muscolare e autostima. Il corso non è per soli sportivi già avanzati ma anche per chi volesse trasformare la sua vita in qualcosa di energico e veramente utile per il suo corpo. Michela è anche in grado di formulare schede alimentari per accompagnare ogni allievo a raggiungere i risultati che vorrebbe avere dall’attività fisica, combinazione fondamentale al rag-

giungimento degli obiettivi personali. Per questo il Kardio Kombat oltre ad essere un fitness avanzato, viene trattato come una vera e propria di-

sciplina sportiva, in quanto combina il movimento fisico con il rigore da tenere nell’alimentazione sempre al fine degli obiettivi, del “prova costume”.

PREPARAZIONE ATLETICA

I

l corso per la preparazione atletica, è prevalentemente studiato per un ulteriore potenziamento degli atleti che normalmente fanno gare. L’istruttore a seguito di continui corsi di aggiornamento usa tecniche avanzate moderne e per atleti particolarmente esigenti è disponibile a lezioni private e mirate. Consiste in un sistema di utilizzo dei carichi per strutturare la muscolatura combinato con tutti i movimenti che si incontrano nel combattimento, questo per aumentare la capacità fisica in fatto di resistenza, flessibilità e gestione della respirazione per affrontare gli incontri. Anche questo corso non è un corso standard in quanto possiamo trovare atleti che fanno Sanda piuttosto che Muay Thay, K1 e così via per cui avremo delle sessioni in cui faremo lavorare la parte superiore del corpo ed altre che fanno lavorare la parte bassa. Generalmente ci sono delle fasi comuni Non manca mai un ottimo riscaldamento per poi passare alle tecniche e finire con uno stretching

per allungare le fibre. In questo corso è vietato fermarsi, parlare o fare altre cose che non siano seguire l’istruttore, per cui chi lo frequenta deve sapere che non ci sono sconti, e tutto ruota sul cambio continuo di movimenti cercando di mantenere il cuore sotto controllo e soprattutto la respirazione idonea a sostenere sforzi diversi e prolungati. I risultati in termini di resa poi nel ring o in pedana sono incredibili. La preparazione atletica per i praticanti di arti marziali o sport da combattimento, a prescindere dal livello, sia esso agonista o amatoriale, risulta fondamentale sia nella prevenzione di traumi ed infortuni, che nel miglioramento delle qualità fisiche generali e specifiche della disciplina applicata. Anche in questo caso l’istruttore si adopera per fornire un sistema di alimentazione che sia il più idoneo possibile all’attività che l’atleta deve affrontare, in modo da bilanciare quelle che sono l’energia del soggetto con la sua struttura fisica.


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viaggi

Salita allo Stok Kangry (Ladak) mt 6157

di Bepi Magrin

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opo una vita di alpinismo, professionistico e da “diporto”, inseguire il mito della vetta è forse la conferma che la “conquista dell’inutile” non è poi proprio tale. Inutile non è certo, mantenere a 71 anni una condizione fisica discreta e comunque tale da permettere lunghe pedalate, camminate e salite in quota, per le quali molti, anagraficamente più giovani, debbono giocofor-

za restare al balcone per inidoneità anzitutto psicologica alle prove fisiche e a quelle di volontà. Anche in questo campo si raccoglie ciò che si semina, un se pur blando ma costante allenamento, sia esso condotto sulla bici, correndo o camminando in montagna, permette di essere in condizione per mettersi in gioco anche alle grandi altezze, dove l’ossigeno è davvero poco, dove sono

la volontà, la tenacia a farla da padrone, perché lo sforzo prolungato, unito al freddo e alle difficoltà del terreno, costituiscono severi ostacoli al procedere, ostacoli tali da dissuadere presto gli sprovveduti o gli improvvisati. Un lungo trekking precedente lungo un percorso di altura che si snoda tra montagne solitarie a quote mai inferiori ai 3500 metri e fino a 5200 di alcuni alti


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valichi, (la Markha Valley descritta nel numero precedente) mi offre il tocco preparatorio finale. Tre dei partecipanti, provati dalle prolungate fatiche del trekking, rinunciano a tentare la salita e dalla capitale Leh, dirigono sui fuoristrada verso la valle di Nubra per più riposanti visite culturali. Laura, invece, tenacissima montanara svizzera, a dispetto della sua modesta corporatura, è decisa a tentare la salita. Accompagnati da Mingma Sherpa, uno dei più forti alpinisti al mondo che ha nel suo carnet tutte le salite degli Ottomila e un rilevante numero di nuove vie sugli stessi: l’ultima sul Kantchenjunga; ci dirigiamo al campo uno. 6-7 ore di cammino tra montagne dalle forme fantastiche ci portano a questo primo campo. Il giorno dopo saltando le possibilità intermedie giungiamo già al Campo Base della salita alla vetta. Siccome siamo partiti presto,


28 siamo al campo intorno al mezzogiorno, ed io che ormai sono stufo di notti in tenda e dei disagi dei campi, butto lì a Laura l’idea: “Se approfittassimo del bel tempo e partissimo già questa notte per la cima!?” Dapprima Laura mi guarda un po’ strano, ma poi ci pensa e…accetta. Anche Mingma approva il progetto. Partiremo a mezzanotte! Cerchiamo di riposare preventivamente il pomeriggio nelle tende e, a mezzanotte, viene puntuale la sveglia. Alla luce delle torce elettriche si parte per un ripidissimo sentiero che tra massi e pendii scoscesi ci porta al ghiacciaio. Passiamo accanto al campo più alto, quello che utilizzano molti alpinisti per diminuire il dislivello che si deve affrontare: 1200 metri, che a quelle quote non sono pochi. La salita si fa durissima, vorrei protestare con Mingma, “non un passo è uguale ad un altro” possibile non poter prendere un ritmo costante? Solo quando dopo una fatica indicibile, le prime luci dell’alba illuminano la scena, capisco il perché. Mingma è salito diritto

verso la cima, senza un minimo di curve o tornanti, e quando me ne rendo conto siamo già sulla cresta che dovremo di qui seguire fino in vetta. Una serie di speroni rocciosi coperti di detrito mobile, si frappongono ancora, i ramponi stridono sulle rocce e sostiamo più volte per riprender fiato perché il passo è sempre molto irregolare. Ma pian piano la vetta si avvicina. Un grumo multicolore di bandierine di preghiera segna la cima, dove ogni volta le guide locali si prostrano in preghiera per ringraziare gli Dei dei favori ricevuti anche per quel giorno. Mingma, Laura ed io siamo abbracciati sulla vetta. Un po’ di commozione fa lustri gli occhi, ma la felicità è proprio grande. Intorno a noi un mondo di cime himalajane e del Karacorum fanno da corona. La giornata è bellissima e sostiamo una mezzora sulla cima. La lunga preparazione fa si che non si avverta la difficoltà del respiro che a volte mi era toccata anche a quote inferiori. Stok Kangry: un premio degno di tutte le nostre fatiche.


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ciclismo

Isibike school & racing team… a tutto bike! di Marta Carradore

Oggigiorno i nostri ragazzini, figli, nipoti hanno davanti a loro una vastità di discipline sportive da sperimentare, provare, praticare ed amare. Se si pensa solo a qualche anno fa, gli sport che venivano più comunemente proposti erano i classici giochi di squadra quali il calcio, la pallavolo, il basket e discipline più individuali come il nuoto e l’atletica.

O

ra invece, grazie all’impegno e alla passione di nuovi tecnici, il panorama sportivo permette davvero di cimentarsi in più sport, capire quale piace di più, quale ‘’viene meglio’’ e quale trasmette più emozioni. In merito a questo, oggi voglio aprire una bella finestra sul mondo del ciclismo giovanile, in particolare sulla mtb, grazie a una realtà che anno dopo anno sta

prendendo piede e crescendo sul nostro territorio. Il mio primo incontro con Mario Fornasa, insegnate di ciclismo presso la federazione ciclistica Italiana FCI, avvenne circa 15 anni fa in palestra di roccia dove seguiva i ragazzini che, come me, si volevano avvicinare all’arrampicata sportiva. Dopo qualche anno, a metà del 2019, le nostre strada si sono rincrociate grazie al Triathlon dove i ruoli inse-

gnate/allievo si sono invertiti. Alla mia proposta di scrivere un articolo sulla sua squadra di mtb, a Mario si sono illuminati gli occhi, e questo è ciò che succede a chi ama davvero ciò che fa; perciò non abbiamo perso tempo, ci siamo incontrati e abbiamo fatto questa semplice ma esaustiva intervista per far conoscere la ISIBIKE SCHOOL &RACING TEAM.

me a degli amici, ho svolto la formazione per diventare insegnate di ciclismo FCI e coronare, così, un sogno chiuso nel cassetto da tempo, ovvero realizzare la prima scuola di MTB nella Valle. Sicuramente un grande appoggio è stato dato dal Comune di Arzignano che, sin da subito, ha creduto nel

progetto, appoggiando a pieno le attività e dando l’accesso ai parchi pubblici e alla palestra di S. Bortolo per svolgere gli allenamenti. Nel corso di questi anni, il numero di tesserati è sempre cresciuto e così, nel 2016, è stata create ufficialmente la Isibike schooll&racing team.

L’INTERVISTA “Mario, racconta, quando e perché è nata questa idea di creare una scuola di mtb giovanile ad Arzignano?” “La scuola di mtb nasce ad Arzignano nel 2014 per dare un servizio sportivo ai ragazzi che vogliono intraprendere la bellissima disciplina del ciclismo fuori strada. Insie-


31 “Da mamma, sono convinta siano molte le domande che un genitore ti pone prima di iscrivere il proprio bambino al tuo corso di mtb, vediamo se ne indovino qualcuna! A che età possono iniziare i bimbi?” L’età da cui iniziamo a tesserare i ragazzini è 6 anni, anche se a volte arrivano bimbi più piccoli (mi guarda ridendo visto he Benjamin, mio figlio tesserato con il team, ne ha appena compiuti 5!) e si arriva fino ai 17. Generalmente la prima lezione dell’anno, vengono svolti dei semplici test di guida in modo da capire le capacità di ciascuno e costruire al meglio il percorso di crescita. Ovviamente poi i gruppi vengono divisi in base all’età: i piccoli dai 6 ai 12 anni svolgono attività esclusivamente al Parco Mantovano o dello Sport in piena sicurezza, i grandi, dai 13 in su, invece iniziano ad avventurarsi su veri anelli da mtb mettendo in pratica le nozioni imparate negli anni. “Che materiale è necessario per svolgere l’attività?” Sicuramente la bici è l’elemento essenziale, possibilmente con il cambio e della misura adatta; il casco non deve mai mancare e si consigliano i guantini e occhiali. La scuola, inoltre, si impegna ogni anno a fornire un capo diverso ai piccoli allievi in modo da vestirli, da testa a piedi, come veri bikes. “Riusciresti, in poche parole, a spiegarmi gli obbiettivi e i valori della ISIBIKE SCHOOL & RACING TEAM?”

Come dice il nome, prima di tutto siamo una scuola; il mio compito è di preparare i ragazzi a usare correttamente la bici in qualsiasi situazione ed essere in piena sicurezza anche in situazioni difficili. Ovviamente ci si pone sempre obbiettivi raggiungibili determinati dall’età dei bambini. Per me, per noi, la parola d’ordine è il divertimento e la spensieratezza che sono la chiave per far appassionare anche i più piccoli alle ruote grasse, questo è il motivo per cui, almeno per ora, non seguiamo il settore agonistico. “Ultima domanda: ci sono nuovi progetti per questo 2020?” Sicuramente! Mai fermarsi !! Nuovi progetti vedranno la Isibike school&racing team espandersi grazie a nuove collaborazioni sportive come il Martina Dogana Triathlon Team e il suo crescente settore giovanile dove, lo scambio di preparazioni atletiche, porta ai ragazzi interesse, formazione, sperimentazione e condivisione. Un grazie infinite Mario per la tua disponibilità, concludo ricordando a tutti coloro che volessero cimentarsi con la mtb che gli allenamenti vengono svolti tutti i Sabati da Ottobre a Maggio alle 14.30 per i piccoli da 6 a 12 anni, e dalle 15.30 per i più grandi presso il Parco Mantovano di Arzignano. In caso di brutto tempo, gli incontri avvengono nella palestra di S.Bortolo alle 14 per tutti. Buone pedalate a tutti!!


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storia

Il mito di Bonatti disegno di Bruno Vendramin

A

inizio 1965 Walter Bonatti era, a tutti gli effetti, un ex alpinista: aveva deciso di chiudere con le grandi scalate, come sempre coerente con le sue decisioni. Tutto quello che si poteva fare, Bonatti l'aveva fatto, usando gli stessi strumenti tecnici dei grandi alpinisti che lo avevano preceduto. Quesrto era l'unico modo, diceva lui, per misurarsi direttamente con loro, per capire se davvero si fosse in grado di passare dove gli altri si erano fermati. Lui era passato, sempre, e adesso aveva chiuso: con le scalate possibili e impossibili. Ma proprio quell'anno cadeva il centesimo anniversario della prima salita del Cervino, vinto dal gruppo del grande Edward Wimper che riuscì nell'impresa a caro prezzo: quattro suoi compagni finirono per sempre nell'abisso della parete Nord. Wimper li avrebbe pianti tutta la vita. Si danno appuntamento per febbraio, ma Panei e Tassotti hanno altri impegni, non possono accompagnare Bonatti. Che a quel punto concepisce un nuovo progetto, folle per tutti ma non per lui che sulle montagne ha scritto pagine da leggenda. Parte il 18 febbraio, puntando a salire da solo, in pieno inverno e per direttissima la terribile parete Nord. Lo fa in segreto, informando solo tre amici che lo accompagnano fingendo un banalissimo giro con gli sci. Arrivano ai piedi della Nord, dove il sole lascia spazio alle gelide ombre che la avvolgono. Lo salutano e Bonatti resta solo. D'ora in avanti per procedere bisogna essere Bonatti. Pazzi come Bonatti, forti come Bonatti, uo-

mini come Bonatti. Il primo bivacco è sotto la parete, su un terrazzino ricavato spianando la neve. Bonatti confesserà di aver sperato nel maltempo, in una tormenta che lo costringesse a tornare indietro, tanto era l'immensità e la solitudine della montagna sopra di lui. Ma la montagna questa volta non lo respinge, anzi lo attira come a voler mostrare il suo lato debole, a invitarlo a raggiungere la vetta. Il freddo all'alba è di quelli che non ci puoi resistere, ma bisogna muoversi: picchiare il primo chiodo, assicurare lo zaino e poi salire per un tiro di corda. Fissare la corda a un altro chiodo, calarsi fino allo zaino, caricarlo in spalla e poi salire di nuovo. Una tecnica che Bonatti conosce bene, che ha già sperimentato in altre occasioni: una tecnica che lo costringerà, per arrivare in vetta, a scalare la Nord due volte in salita e una in discesa. Il secondo bivacco è in piena parete, ancorato a uno spuntone roccioso raggiunto quando la notte è ormai calata a spegnere anche le ultime ombre. La montagna reagisce, scatena una tormenta che però colpisce solo sul versante italiano: Bonatti sente il vento che spazza le rocce, ma quando spunta il giorno sulla Nord del Cervino splende il sole. Via, di nuovo, attaccando la parete fino alla Traversata degli Angeli: questa si, ricoperta di neve. Uno strato sottile, infido, scivoloso: centoventi metri di salita obliqua da ripulire passo dopo passo. Avanti e indietro: salita, discesa, recupero dello zaino e di nuovo salita. Fino a un nuovo bivacco, nello stesso posto dove il Cervino l'ave-


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va bloccato, appena un mese prima, insieme a Panei e Tassotti. Bonatti lancia due razzi di segnalazione, uno bianco e uno verde. Dalla valle gli amici sapranno che ha deciso di continuare, di proseguire oltre le rocce sovrastanti che segnano un punto di non ritorno: unica via di uscita, la vetta. Alla mattina il peso dello zaino diventa insopportabile: via il formaggio, la marmellata, i biscotti, la pancetta e le bombolette del gas, via tutto quello che pesa e di cui si può fare a meno. Passate le rocce del non ritorno Bonatti affronta una muraglia verticale che indica come una freccia la salita alla vetta: una muraglia che supera con fatiche immani, combattendo contro la solitudine, il gelo, i pensieri che portano lontano, in altri luoghi, quando invece sarebbe indispensabile essere concentrari sulle rocce, sugli strapiombi, sulla Nord del Cervino. Passata la muraglia, alle quattro di pomeriggio, ecco inattesa una zona di rocce lisce e ghiacciate: devono essere superate in sole due ore, perché restare lì in piena not-

te significherebbe la morte. Le mani sanguinano, il freddo le attanaglia, ma è indispensabile proseguire senza guanti per avere il massimo della sensibilità a contatto con la roccia gelata e tagliente. Di nuovo un bivacco, appena in tempo prima che cali la notte. Il quarto da inizio scalata, il terzo in parete. Viveri e bevande sono in gran parte laggiù, in fondo alla Nord, gettate nel vuoto per togliere peso allo zaino. Bonatti capisce che questo bivacco deve anche essere l'ultimo, per forza, a qualsiasi costo: un'altra sosta in parete sarebbe fatale. Il termometro segna trenta gradi sotto zero e il bivacco consiste in un terrazzino di trenta centimetri sul quale stare seduto con la schiena appoggiata alla roccia. Senza dormire, ancora una volta. Il sonno diventerebbe morte. Di nuovo qualche segnale luminoso agli amici, a fondo valle, per far capire che è vivo, che è sempre più in alto. Il giorno dopo Bonatti è sulla vetta e nella Storia. La via aperta da Bonatti sulla Nord del Cervino

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