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L’arte di allenare e il vero allenatore di Luigi Borgo Nello sport gli allenatori si dividono in due generi: gli allenatori “allevatori” e gli allenatori “selezionatori”. Al primo genere appartiene la grande maggioranza degli allenatori dei club di paese, quelli che si trovano ad allenare il figlio, più o meno sveglio, del dottore, del commerciante, dell’artigiano del luogo in cui vivono. Del secondo genere, invece, fanno parte gli allenatori dei Comitati, dei Gruppi Sportivi, delle Nazionali, delle squadre semiprofessioniste e professioniste, che allenano chi scelgono di allenare. Come a dire che i primi sono i bovari che allevano il vitello che la vacca della stalla ha dato loro mentre i secondi sono i grossisti di carni che scelgono tra tanti, il vitello che a loro giudizio è il migliore. La Fondazione Agnelli ha studiato un criterio di selezione degli insegnanti in relazione al rendimento dei propri allievi. Può funzionare, se sono io il responsabile della scelta degli allievi. Nel caso opposto, non vedo come si possa valutare il lavoro sui risultati in sé di chi parte da elementi con capacità motorie e intellettuali estremamente diverse. Se ho un vitello da una vacca Limousine, per intenderci, mica è facile portarlo al prezzo di mercato di uno di razza Chianina. In genere gli allenatori “selezionatori” godono di maggior prestigio rispetto ai colleghi “allevatori” e, infatti, l’allenatore della nazionale, che è per eccellenza un allenatore selezionatore, è più figo di quello della polisportiva di paese. Ovvio: è più difficile diventarlo: pochi, pochissimi diventano “selezionatori” mentre tutti possono proporsi come allenatori “allevatori”; il livello tecnico espresso è decisamente più alto; un “selezionatore” è un professionista, mentre l’altro è un dilettante. Eppure, nello specifico dell’arte dell’allenare, il vero allenatore è il secondo, ovvero non il figo ma lo sfigato. In uno dei grandi classici dell’arte d’insegnare, si legge un’importante verità: nessun uomo può insegnare a un altro uomo. Ciò significa che la via per l’apprendimento non è mai diretta e imperativa. Non si po’ dire a un atleta “fa così” e pensare che per magia egli riesca subito a eseguire quello che gli è stato indicato. Sarebbe troppo facile e saremmo tutti dei campioni. La via per l’apprendimento ha tempi e modi strettamente legati agli individui e ognuno impara secondo i propri. (Così, almeno, la pensa Agostino, autore del De Magistro; se lo si chiedesse a chi ha inventato le prove Invalsi probabilmente non sarebbe dello stesso parere). L’allenatore “selezionatore”, allora, scegliendo chi ha già dentro di sé la verità tecnica, limita la sua opera ad aspetti, diciamo, esterni come le strategie di gara, gli schemi di gioco, i piccoli suggerimenti su qualche aspetto tecnico. Altro compito quello che spetta all’allenatore “allevatore”, il quale non ha di fronte a sé un atleta capace tecnicamente ma un giovane ai primi passi, a cui deve insegnare tutto, senza, però, poterlo fare in modo diretto: “fa così e così”, perché non ne trarrebbe alcun risultato. Dice il filosofo, che insegnare significa saper risvegliare all’interno dell’individuo ciò che lo porterà a riflettere sul proprio miglioramento. E’ esattamente questo quello che fa l’allenatore “allevatore”, il quale cerca in tutti i modi di dare quei suggerimenti attraverso i quali l’allievo possa iniziare “in interiore” a capire lo sport che sta praticando. La parola “allenare” deriva da “lena” che significa “forza di volontà, energia, vigore”, tutti stati interiori dell’essere. C’è, allora, l’allenatore “selezionatore”, abile sulle cose esterne e l’allenatore “allevatore”, che lavora su quelle interne, quelle intime. Non c’è dubbio, che il vero allenatore, quello che fa la fatica più nobile dell’arte di allenare, sia il secondo.

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la nascita delle Stelle Abbiamo incontrato Bruno Bruni ed Enrico Pozza, presidente uscente e attuale della sezione recoarese del Cai, per farci raccontare la storia del più importante premio alpinistico del territorio, le Stelle delle Piccole Dolomiti, e per conoscere da loro i progetti futuri.

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di Luigi Borgo Foto di copertina di Luca Baldi

Premiazione VIII edizione 2011

Bruno Bruni

Enrico Pozza

ato nel 2004, in occasione dei 50 anni dalla conquista italiana del K2 e della fondazione del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino, il premio Stelle delle Piccole Dolomiti è oggi arrivato alla sua ottava edizione, affermandosi, nel corso degli anni, come un momento importante sia della vita della sezione recoarese, che da sempre ne è l’organizzatrice, sia di tutto il movimento alpinistico italiano. Sono stati premiati alpinisti di primissimo livello come Cesare Maestri, autore di oltre 3000 ascensioni e grande vecchio dell’alpinismo del Novecento, e di Sergio Martini, che è tra i pochi uomini al mondo a essere salito su tutti i 14 Ottomila. Al fianco di questi grandi nomi, il premio recoarese ha anche dato ampia valorizzazione a molti alpinisti che si sono formati e che si sono distinti sulle Piccole Dolomiti. Oggi, dopo otto edizioni di successo, il presidente e i consiglieri della Sezione di Recoaro hanno aperto una riflessione sul futuro stesso del premio affinché esso possa diventare un momento sempre più importante della

passione per la montagna, vissuta come sport, come salvaguardia dell’ambiente, come ricerca culturale, come solidarietà per i popoli della montagna di tutto il mondo. Otto anni vissuti intensamente. Bruni: “assolutamente sì. Nel 2004 siamo partiti con un convegno intitolato “Soccorso e solidarietà in montagna: quale futuro”, in occasione dei 50 anni della conquista del K2 e dei 50 anni del Soccorso Alpino. Abbiamo avuto come relatori Umberto Martini, allora vicepresidente nazionale del Cai, Armando Poli, presidente del Soccorso Alpino nazionale, ma anche Bruno Zanettin, componente dello staff scientifico della spedizione del K2 e l’alpinista Kurt Diemberger. Il 2004 è stato un anno importante per la nostra sezione, che porta il nome di Gino Soldà, il quale fu un protagonista assoluto sia del cinquantesimo del K2 sia del Soccorso Alpino per essere stato capostazione del Soccorso Alpino Recoaro-Valdagno per più di 20 anni. Pozza: Con il presidente di allora, Raffaele Coronin, si pensò che dal buon esito di questo congresso potesse nascere un momento di riflessione sulle tante attività alpinistiche in cui la nostra sezione era impegnata, tra tutte, quella “Adottiamo un rifugio”, un progetto a favore delle popolazioni della montagna peruviana. Fu così che si pensò di ideare un premio. Siete partiti alla grande! Pozza: sì, già l’anno successivo abbiamo avuto Cesare Maestri, un padre dell’alpinismo moder-


no. È stata una serata indimenticabile. E poi Sergio Martini con tutti i suoi Ottomila, altra grande serata, e ancora Giampaolo Casarotto, Pietro Lucchi, Matteo Campolongo, Franco Brunello e Tarciso Bellò, il nostro Gianni Bisson, e quest’anno Nicola Tondini e Nicola Sartori, una carrellata di esperienze alpinistiche di primo ordine. Bruni: Siamo partiti anche con Cristina Castagna, la nostra indimenticabile alpinista, premiata già nel 2005 per la conquista del Gasherbrum II e tanti altri alpinisti delle nostre Dolomiti come Paolo Asnicar, Franco Arturo Castagna, Mariano Storti, Andrea Sartori, Franco Spanevello; abbiamo premiato anche ricercatori storici come il professor Claudio Gattera, fotografi come Luca Baldi, naturalisti come Dorino Stocchero, e autori di trekking significativi come Paola Pianalto, e poi i giovani Piero Perin e Alessandra Visonà oltre a vari enti, tra tutti il Soccorso Alpino e la Comunità Montana per la loro opera sul territorio. Cristina Castagna… Bruni: prima del tragico incidente, è sempre stata una presenza importante e attiva del nostro gruppo: ci ha donato serate indimenticabili, raccontandoci delle sue imprese, delle sue emozioni di alpinista delle grandi vette. Lei è una stella delle nostre montagne e noi siamo orgogliosi di averlo capito fin da subito. Con questo premio avete monitorato l’attività alpinistica locale e nazionale di un decennio. Pozza: abbiamo cercato di valorizzare chi si è impegnato per la nostra montagna. Le Piccole Dolomiti sono un patrimonio della nostra terra che dev’essere sal-

vaguardato e i primi a farlo sono gli alpinisti che le vivono con intensità e passione. Per questo abbiamo coinvolto anche altre sezioni del Cai, come quelle di Rovereto e di Verona: le Piccole Dolomiti sono montagne anche loro. Dopo 8 edizioni, quale futuro per le stelle? Bruni: siamo orgogliosi del percorso compiuto. Abbiamo dato visibilità ad alpinisti veri e prestigio alle nostre montagne, che sono sempre al centro di un’intensa attività alpina. Però, dopo 8 anni, abbiamo pensato che il premio avesse bisogno di rivedere la sua formula. Pozza: Alberto Peruffo, alpinista e uomo di cultura alpina, ci ha formulato un’idea molto valida: premiare oltre agli alpinisti locali, com’è tradizione delle Stelle, anche un giovane alpinista o esploratore straniero e offrirgli, come riconoscimento, una residenza, diciamo alpinistica, nel Veneto nel segno dell’acqua. Si tratterebbe di invitare a Recoaro uno dei campioni dell’alpinismo del futuro e farlo arrivare attraverso un percorso che tocchi alcuni dei luoghi più belli e significativi dell’acqua veneta: Venezia, il Brenta e le Ville Venete, il Bacchiglione, Vicenza e il Palladio fino, appunto, a Recoaro e alle sue terme per poi proseguire risalendo la via del Piave fino alle Dolomiti. Un percorso da Venezia alle Dolomiti nel segno dell’acqua con al centro Recoaro e le sue terme. Recoaro capitale dell’acqua veneta Bruni: se le Dolomiti sono patrimonio dell’Unesco, lo sono in qualche modo anche le Piccole Dolomiti e le acque che da esse sgorgano. È questo il pensiero geniale di Peruffo: dire al mondo che le acque di Recoaro sono un

patrimonio dell’umanità. Come le rocce da cui sgorgano, come le Ville del Palladio che, nel percorso verso il mare, le nostre acque vanno a toccare. Il premio delle Stelle sarà essenzialmente un premio in “cultura veneta”: si offrirà a un talento dell’alpinismo mondiale l’opportunità di conoscere da vicino bellezze naturali e culturali uniche. Per lui sarà un’esperienza indimenticabile; per noi sarà il modo di inscrivere il nome delle montagne recoaresi dov’esso deve stare: nel patrimonio dell’umanità. Si chiamerà ancora Selle delle Piccole Dolomiti? Pozza: Sì, ma avrà anche un nome internazionale legato alla premiazione del giovane alpinista straniero: PALLADE EXPLORER AWARD, perché vogliamo non solo ribadire che è un premio a un giovane talento, “pallade” in greco significa “giovane”, ma anche vogliamo esprimere in modo esplicito il riferimento al genio della vicentinità più conosciuto nel mondo, Andrea Palladio, e al patrimonio artistico che ci ha lasciato. Un’idea stellare! Bruni: Una grande idea e un’ottima opportunità perché si continui a valorizzare le nostre montagne attraverso il riconoscimento degli alpinisti più impegnati ma anche un modo per porre le Piccole Dolomiti al centro del Veneto e delle sue bellezze. È un progetto, tuttavia, che la nostra sezione potrà realizzare soltanto con il contributo economico della Regione Veneto e di “Vicenza è”, che in forma preventiva hanno già espresso il loro parere favorevole sulla qualità del progetto. Una condivisione di questo genere garantirebbe il pieno successo del Premio.

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amici per la corsa

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o comprato un nuovo paio di scarpe sportive. Fin qui la notizia in sé potrebbe al più interessare mia mamma, ma i soldi erano i miei quindi sembro l’unico coinvolto a cui potrebbe fare un qualche effetto. Un paio di scarpe sportive può adempire a diversi scopi, tra questi, forse tra i più banali, correre comodamente, senza dover imprecare per giorni a causa di tendiniti, vesciche o calli infiammati. Ebbene, ho deciso di andare a correre! Ecco, un’altra informazione che non cambierà il futuro del mondo. Ma c’è qualcosa che potrebbe interessare? Si, altrimenti non avrei scritto fin qui, sarei solo uscito a correre per conto mio. Domenica mattina, ore 10, infreddolito e assonnato dopo una serata di lavoro, mi hanno suggerito un gruppo di appassionati per uscire a correre in compagnia e allora perché non aggregarsi? L’iniziativa si chiama “Amici per la corsa” e a sostenerla è l’Assessorato allo Sport del Comune di Valdagno che da anni con diverse attività promuove il benessere psico-fisico ed uno stile di vita sano, fatto di sport e attività fisica. Correre perché? Perché fa bene, potrebbe essere la prima risposta. Ma correre può essere anche un’ottima

di Giulio Centomo

occasione per socializzare, per scoprire nuovi percorsi ed il fascino della città vista con un punto di vista diverso, forse anche un po’ più frettoloso, ma comunque interessante. Ecco allora che se una cosa funziona vale la pena riproporla e darle continuità. Questo è proprio quello che hanno fatto gli “Amici per la corsa”, quasi cinquanta al primo appuntamento dello scorso gennaio, che ogni domenica mattina, alle 10.00 presso il parcheggio del PalaSoldà di Valdagno, si incontrano, allacciano le scarpe e partono. Runners ma non solo, c’è posto per tutti. Alcuni cittadini appassionati di corsa a vari livelli hanno deciso di dedicare un po’ del loro tempo e sono a disposizione per guidare soprattutto podisti amatoriali, in modo da creare un gruppo per condividere questa passione e stimolarne la diffusione in città. La partecipazione neanche a dirlo è gratuita ed aperta a tutti. Per qualunque informazione gli appuntamenti sono disponibili sul sito del Comune di Valdagno all’indirizzo www.comune.valdagno.vi.it oppure sulla pagina Facebook “Amici per la corsa a Valdagno”. Vi aspettiamo numerosi!


L’Ufficio Educazione Fisica dell’UST di Vicenza, in collaborazione il CONI provincialecon e con L’Ufficio Educazione Fisica dell’UST dicon Vicenza, in collaborazione il ® e con l’Associazione Zamberlan® Arrampicata, organizza: CONI provinciale l’Associazione Zamberlan Arrampicata, organizza:

ore

PROGRAMMA:

8.00/8.30: Registrazione e conferma dei partecipanti. Riscaldamento atleti. ore 8.30/11.00: Qualificazioni. ore 11.30/12.30: Finali. ore 12.30/13.00: Premiazioni.

CATEGORIE IN GARA:

Ragazzi/Ragazze nati nel 2000- 2001

(per questa categoria la manifestazione è a Carattere promozionale)

Cadetti/Cadette Allievi/Allieve

nati nel 1998-1999 nati nel 1995-1996 1997 (1998) nati nel 1993-1994

Juniores M/F

L’evento si svolgerà presso il

Centro di Arrampicata Zamberlan® XXL a Pievebelvicino in via Schio, adiacente al supermercato Per info: Punto Vendita Zamberlan® Mountainsport · 0445 660 476 · 335 844 30 81 · www.zamberlanmountainsport.com

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bentornato lupo

Dopo l’orso Dino, è il lupo Slavc a correre nei nostri boschi. Dorino Stocchero ci racconta la vita e gli spostamenti di questo animale dalle caratteristiche morfologiche straordinarie.

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a alcuni giorni la stampa locale riporta la notizia della presenza di un lupo tra il territorio vicentino e quello veronese. Il lupo arriva dalla Slovenia, fa parte di un progetto di studio “Slowolf” che è coordinato da ricercatori universitari. Le certezze relative ai suoi spostamenti e alla sua provenienza derivano dal radiocollare che gli è stato applicato dai ricercatori sloveni. Il mammifero è stato catturato e poi rilasciato nel mese di luglio 2011 a SLAVNIK, assieme ad altri quattro esemplari, quindi una cattura “scientifica” durante la quale è stato applicato all’animale un radiocollare in grado di trasmettere via GPS la sua posizione in tempo reale, permettendo così di studiare gli spostamenti di questo canide che normalmente vive in gruppo, ma in giovane età tende ad emigrare per cercare e creare un branco proprio. Il lupo veniva nominato dai ricer-

catori dell’Università di Lubiana “Slavc”, si tratta di un maschio di 3 anni con un peso che si aggira sui quaranta chilogrammi e la sua lunghezza dal muso alla coda è di circa 160 centimetri. Un progetto sloveno diventato internazionale proprio grazie al percorso effettuato da Slavc che in meno di due mesi ha attraversato la Croazia, l’Austria, l’Alto Adige, il Trentino e ora è in Veneto, prima nell’Alto Vicentino transitando per Zone limitrofe di Asiago, arrivando fino a Thiene per poi portarsi verso Santorso, Tretto, Valli Del Pasubio, Recoaro Terme, Crespadoro e adesso nel Veronese, battendo così il suo ben noto predecessore, l’orso Dino. I ricercatori manifestano ancora una volta tutto il loro stupore per la velocità e la capacità di orientarsi (dal momento del rilascio ad oggi ha percorso circa mille chilometri). La sottospecie di Slavc è più grande del lupo italico sia per il

di Dorino Stocchero

suo peso che per la sua lunghezza; Slavc è più grande anche dei suoi parenti più stretti visto che altri lupi sloveni pesano qualche chilogrammo in meno. Per questo motivo, per la sua notevole mole, forse Slavc è stato costretto ad allontanarsi così tanto dal suo branco, proprio per evitare di dover rivaleggiare con il capo branco da dove proveniva. L’animale, in grado di fare 50 chilometri al giorno, è monitorato dalle Polizie Provinciali in collaborazione con L’Università di Lubiana, con la Regione Veneto e del Trentino Alto Adige. Il radiocollare applicato a Slavc è di ultima generazione: associa oltre al sistema GPS anche quello GSM e VHF per poterlo seguire non solo con il satellite ma anche con strumenti mobili terrestri. Questo studio promosso dai ricercatori dell’Università di Lubiana rientra nell’ambito di un progetto europeo “slowolf “ di conservazione della specie.

IL LUPO (canis lupis)

ordine carnivori famiglia canidi genere canis Il lupo può vivere dal livello del mare fino all’alta montagna, in Italia le zone più interessanti per la specie sono le aree montane con ampie coperture forestali e scarso disturbo antropico. E’ un animale silenzioso, erratico, con abitudini prevalentemente notturne. Vive gregario in gruppi familiari eccetto che nell’epoca della riproduzione quando la coppia si apparta. Non raramente vive anche solitario. In inverno può riunirsi in branchi alla cui guida è posto l’esemplare più esperto. Eccellente corridore compie spostamenti anche notevoli per la ricerca del cibo. Durante la caccia è silenzioso ed emette qualche abbaio per richiamare i compagni all’inizio dell’inseguimento delle prede. Si nutre di varie specie di animali selvatici come mammiferi di media mole, uccelli, rettili, anfibi, molluschi ed altri invertebrati, nonché carogne, frutta, bulbi e tuberi. Gli accoppiamenti hanno luogo da dicembre a febbraio e la femmina dopo una gestazione di circa 60 giorni, partorisce in un covo approntato alla base di un albero o sotto rocce o altre cavità generalmente da 4 a 6 piccoli che vengono accuditi dall’intero branco. I cuccioli aprono gli occhi a 1012 giorni dalla nascita, hanno un accrescimento relativamente


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lento e vengono allattati per un paio di mesi. All’età di 6 mesi si rendono indipendenti ed a circa 2 anni, raggiunta la maturità sessuale, entrano in dispersione o tentano di rimanere nel branco tentando di raggiungere una posizione dominante. Il mantello è grigio fulvo con tonalità marrone rossicce. I sensi più sviluppati sono l’olfatto e l’udito. Il lupo vive in media una decina di anni. L’areale di distribuzione originario del lupo interessava gran parte dell’emisfero settentrionale a nord, comprendendo l’intero continente nord americano, Messico incluso, e il continente euroasiatico, Giappone compreso. In epoca recente il lupo ha subito drastiche riduzioni a seguito di persistenti

interventi di eradicazione della specie da parte dell’uomo. In Europa, alla fine del XVIII secolo, la specie era presente in tutti i paesi ad eccezione della Gran Bretagna e dell’Irlanda. Durante il XIX secolo e in particolare negli anni che seguirono il secondo conflitto mondiale. Gli intenti di persecuzione della specie furono cosi intensi che il lupo si estinse in tutti i paesi dell’Europa settentrionale e centrale. Negli anni ’60 vi erano popolazione più o meno ridotte ed isolate esclusivamente in Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, Paesi dell’ex Jugoslavia e paesi Scandinavi. In Italia la consistenza attuale del lupo è stimata in circa 400500 capi ed è considerata specie particolarmente protetta.

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31 anni Raffaella Masciadri, capitano del Basket Famila Schio, ha già vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere ma in campo lotta sempre come un leone alla costante ricerca di nuovi trionfi. Con alle spalle anche un’importante esperienza negli Stati Uniti con le Las Angeles Sparks la cestista d’origine Comasca, ma ormai trapiantata a Schio, è da molti ritenuta il vero simbolo del basket femminile Italiano degli ultimi anni. Anche in azzurro ha raggiunto ottimi risultati giocando 108 partite e segnando 1074 punti. Ripercorriamo la carriera, i ricordi, i successi ed i rimpianti di questa atleta straordinaria nella lunga intervista realizzata qualche giorno fa a Schio: -So che hai iniziato a giocare a basket all’età di 10 anni, cosa ti ha avvicinato a questa disciplina? A dir la verità è stato mio padre: sia lui che mio zio avevano giocato per anni a basket e mi hanno spinto a provare. Prima personalmente mi ero dedicata ad altri sport, soprattutto l’atletica, ma una volta provato il basket non l’ho più lasciato. In verità per un anno ho provato a dedicarmi sia all’atletica che alla pallacanestro ma alla fine ho scelto il basket e non l’ho più lasciato. -Como, la tua città, ha una grande tradizione cestistica: da piccola chi erano i tuoi idoli o modelli sportivi? Ho avuto parecchi modelli sportivi essendo cresciuta in una società come la Comense che al tempo annoverava tra le sue fila alcune tra le migliori giocatrici presenti in Italia: Ballabio, Pollini, Fullin, Gordon solo per fare qualche nome. Avendo la possibilità sin da giovanissima di allenarmi e disputare partite a stretto contatto con loro ho cercato di carpirne i segreti sia a livello sportivo che umano perché queste atlete avevano la capacità di essere grandi leader sia in campo che nella vita. -Dopo tanti anni, e tanti successi, a Como cosa ti ha convinta ad accettare il trasferimento in quella che allora era una squadra emergente come Schio? Quando c’è stata la proposta da parte del presidente Marcello Cestaro di trasferirmi al Famila non ci ho pensato più di tanto. Conoscevo già il presidente, la serietà della società ed anche la città visto che avevo già affrontato in trasferta il Famila come rivale. Oltre a questo in quel periodo probabilmente avevo voglia e necessità di una qualche forma di cambiamento dopo tanti anni a Como e quindi ho seguito l’istinto.

-Il cambio di maglia è stato facile o hai avuto bisogno di un periodo di adattamento? Devo dire che non ho avuto particolari problemi visto che in squadra ho ritrovato ragazze delle quali ero già stata compagna di squadra o di nazionale e questo mi ha permesso di adattarmi bene a livello sportivo. Oltre a questo aspetto anche i tifosi sono stati un fattore importante: mi hanno accolto bene sin dall’inizio supportandomi al massimo anche se arrivavo dalla Comense, storica rivale del Famila Schio. -Quella che stai affrontando è la tua settima stagione a Schio ma oltre all’aspetto sportivo come giudichi la tua vita in questa città? Sono molto soddisfatta della mia vita a Schio dato che mi sono sempre trovata bene in questa cittadina. Penso che per un’atleta professionista, sottoposto a continui spostamenti e trasferte, vivere in un ambiente tranquillo sia fondamentale. Oltre a questo in città nel tempo ho trovato e sedimentato importanti amicizie, senza scordare che anche mio marito (Matteo Contalbrigo ex ginnasta della nazionale Italiana, ndr) è di Schio ed ha contribuito a farmi “innamorare” di questa città. -Oltre all’esperienza Italiana hai avuto l’onore, insieme alla tua compagna ed amica Laura Macchi, di giocare diverse stagioni in WNBA, la massima serie americana: qual è il tuo ricordo di questa esperienza? Un ricordo sicuramente molto positivo. Degli U.S.A mi è piaciuto tutto, sia la realtà prettamente sportiva che l’ambiente esterno. Inizialmente ho avuto bisogno di un breve periodo d’adattamento dato che li il basket è vissuto in maniera molto più fisica rispetto ai campionati europei: ho dovuto sottopormi ad allenamenti molto pesanti con sessioni di pesi ed altri esercizi per migliorare sotto l’aspetto atletico. Un’altra difficoltà che ho incontrato inizialmente sono state le trasferte: basti pensare che spostarsi per la trasferta più vicina è come andare da qui in Sicilia! Superati questi primi problemi d’adattamento però tutto è venuto da sé: giocare in strutture sportive come quelle americane è un’esperienza incredibile considerando che gli impianti in cui li solitamente ci si allena sono a livello dei migliori palazzetti Italiani in cui si disputa la serie A maschile. Ho avuto la possibilità, e l’onore, di giocare in veri e propri templi del basket, come lo Staple center di Los Angeles o il Madison Square garden di New York, davanti a un pubblico di 10000/15000 persone,

vita da leader

Intervista a Raffaella Masciadri, la campionessa del Famila basket

di Fabio Landi EURO GROTTO photographer Studio fotografico Zugliano euro.grotto@gmail.com web site www.eurogrotto.it

un’esperienza assolutamente indimenticabile. -Alcuni rumors parlano di un tuo possibile ritorno negli Stati Uniti questa estate, ce li puoi confermare? Diciamo che non c’è ancora nulla di ufficiale ma mi piacerebbe moltissimo avere la possibilità di poter tornare per una stagione in America considerando che davanti a me non ho ancora moltissimi anni di carriera. Quindi resto apertissima e spero in questa possibilità... -Il tuo palmares parla da solo: 10 scudetti, 5 coppe Italia, 5 supercoppe ed un Europa Cup. In campo però sei sempre l’ultima a mollare: dopo tanti successi dove trovi gli stimoli per dare sempre il massimo? In tanti me lo hanno chiesto ma non mi sono mai posta questa domanda. Penso che per un’atleta nel corso della carriera ci sia la possibilità di continuare a migliorare e di ambire di anno in anno a nuovi obiettivi. Ho sempre avuto la fortuna di trovarmi nella squadra giusta al momento giusto e questo mi ha aiutata nello stabilire e nel cercare di raggiungere nuovi successi. Per esempio quest’anno la finale di Eurolega raggiunta col Famila è per me un traguardo del tutto nuovo e trovarsi a contendere un trofeo con le migliori 8 squadre di tutta Europa mi sprona nel trovare la motivazione e la forza per riuscire ad entrare in campo impegnandomi e rendendo al massimo. L’auspicio mio, e di tutta la squadra, è quello di arrivare in fondo a questa importantissima competizione, anche se solo figurare tra le prime quattro squadre classificate sarebbe già un grandissimo risultato. -Tra le tante partite che hai disputato in carriera quale giudichi la più importante? Ce ne sono tante ma una gara di cui ricordo il grande impatto emozionale è sicuramente quella del primo scudetto vinto nel corso della prima stagione che ho disputato qui a Schio contro Faenza, nel 2005. Era il primo scudetto in assoluto per il Fami-


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la dopo tante cocenti sconfitte quindi sia l’attesa che i festeggiamenti finali sono stati incredibili. Non scorderò mai l’affetto dei tifosi e della gente a fine partite e nel periodo successivo la vittoria del primo scudetto. -La compagna di squadra più forte con cui hai giocato? E’ una bella lotta. Sicuramente qui a Schio l’Australiana Penny Taylor mi è rimasta impressa per la facilità con cui effettuava determinati gesti tecnici. Oltre alle partite disputate come compagne di squadra ho avuto la possibilità di marcarla tante volte in allenamento rendendomi conto della genialità e della naturale classe di questa giocatrice davvero unica. Per quanto riguarda l’esperienza americana invece non posso non citare Lisa Leslie, un vero monumento del basket americano, che mi ha colpito per la sua costanza e la sua forza mentale che le hanno consentito di arrivare a giocare fino a 34/35 anni al top della forma in quello che è indubbiamente il miglior campionato al mondo. -Tornando alla tua carriera quale è stato il tuo più grande rimpianto o delusione sportiva? Forse il mio più grande cruccio, aldilà di alcune partite perse, è quello di aver saltato una stagione in America nell’estate del 2006. Anche oggi ripensandoci credo che in quell’occasione avrei probabilmente potuto cogliere delle importanti soddisfazioni ed è per questo che, a distanza di anni, quel forfait rode ancora... -E per quanto riguarda l’esperienza in nazionale? Sono approdata in nazionale in un periodo di transizione successivo ai grandi successi degli anni novanta. Ho disputato delle importantissime partite ma, purtroppo, a livello di squadra non siamo riuscite ad ottenere i risultati sperati. Ho però sempre dato l’anima per la maglia azzurra che, personalmente, considero un grande onore e per la quale lascio le porte aperte anche in futuro. -Oltre al basket c’è qualche altro sport che segui con passione? Fino all’anno scorso, quando mio marito era ancora in attività, seguivo costantemente la ginnastica artistica. Mi piace seguire anche il tennis oltre chiaramente al basket maschile italiano e l’NBA. Anche l’atletica dopo le esperienze giovanili mi è ri-

masta nel cuore e seguo sempre con interesse le grandi manifestazioni. -Se dovessi dare un consiglio a una ragazza che si avvicina a uno sport nell’immaginario comune molto “maschile” come il basket cosa ti sentiresti di dirle? Di sicuro la prima cosa che le direi è di cercare di divertirsi praticando questo sport. L’ideale per un giovane che si avvicina al basket sarebbe quello di prenderlo come un puro divertimento il che significa entrare in palestra col sorriso, allenarsi con il sorriso ed uscire dalla palestra altrettanto contenti e soddisfatti. Penso anche che il basket, e lo sport in generale, possano essere un ottimo metodo per estendere i propri rapporti sociali: fortunatamente io con la pallacanestro ho avuto la possibilità di girare, e conoscere, il mondo venendo a contatto con culture e persone differenti. Questo mi ha permesso di crescere e di instaurare rapporti di amicizia importanti ed è un’opportunità che auguro a chiunque. Un altro consiglio è certamente quello di impegnarsi e di applicarsi sempre al massimo in allenamento perché ritengo che con la voglia di lottare ed un po’ di spirito di sacrificio si possa inseguire e raggiungere qualsiasi sogno. Nel mio caso ad esempio fermandomi qualche minuto in più in palestra al termine di ogni sessione d’allenamento ho potuto gradualmente accrescere la mia tecnica grazie al lavoro individuale e questo mi è stato di grande aiuto nel raggiungere i miei obiettivi. -Ti piacerebbe rimanere nel mondo del basket una volta terminata la tua carriera di giocatrice? Anche questa è una domanda che mi sto iniziando a porre. Certamente rimanere nell’ambito sportivo sarebbe bello perché per ora è l’unico ambito che ho conosciuto e nel quale ho avuto l’opportunità di lavorare per tanti anni. Dovendo scegliere non mi dispiacerebbe un ruolo da general manager o da dirigente in modo da riuscire a gestire non solo gli aspetti tecnici ma anche le questioni fuori dal campo. La possibilità di fare l’allenatrice di una prima squadra mi attrae meno anche se, visto che ho già il patentino per allenare le squadre di minibasket, non escludo la possibilità di poter tornare a lavorare con i bambini come ho già fatto in passato.


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Eddy e l’hockey

Eddy Randon, 37 anni il prossimo aprile, è un difensore del Recalac Hockey Valdagno. Si divide tra la pista ed il lavoro, una scelta non facile ma che, grazie a passione e dedizione, riesce a conciliare. Una persona concreta che è ben conscia del suo ruolo all’interno della squadra e lavora sempre per farsi trovare pronto. Lo abbiamo sentito per parlare di hockey e per farci raccontare qualcosa di sé. Come giudichi il campionato fino ad ora? Ad inizio stagione si poteva sicuramente fare meglio. Qualche passo falso doveva essere evitato ma poi abbiamo trovato risultati e gioco. Ci sono state delle sorprese, Forte dei Marmi rappresenta un bel mix di esperienza e gioventù che, nonostante il leggero calo, sta ottenendo ottimi risultati. Comunque l’importante sarà arrivare in buone condizioni ai playoff. Ce la giocheremo anche perché il fattore campo incide relativamente se la squadra sta bene. Certo, è innegabile che piste come Lodi e, per gli avversari, Valdagno siano più calde di altre. È difficile conciliare il lavoro con l’hockey? Indubbiamente è molto impegnativo. Io cerco di dare il mio contributo. So che al Valdagno posso essere utile dando un cambio ai compagni, per farli rifiatare. Nonostante ciò il mio attaccamento a questo sport fa

si che lo stimolo per continuare ad allenarsi in modo serio e professionale non venga mai meno. Qual è un tuo pregio in pista? Do sempre il 100%, non mi risparmio e non mollo mai. Di questo i tifosi possono starne certi. E un difetto? Più che altro ho la curiosità di sapere fino a dove sarei potuto arrivare in questo sport se avessi avuto più tempo da dedicare solo ed esclusivamente all’hockey. Come hai iniziato l’avventura sui pattini? A sei anni a Trissino ho cominciato a cimentarmi con questa attività sportiva. Praticavo anche altri sport perché mi piace in generale l’attività fisica. Anche in famiglia siamo appassionati di sport, non a caso mio papà mi ha chiamato Eddy come il grande ciclista belga, il “cannibale” Eddy Merckx. Forse lui avrebbe voluto un figlio ciclista ma io ho scelto l’hockey. C’è un collega che ammiri particolarmente? Sicuramente Dario Rigo è un esempio di professionalità che negli anni ha saputo unire doti tecniche a capacità mentali. Ha un grande palmares ed è ancora, dopo tanti anni, al top. Quando ho cominciato a giocare con il Trissino, lui era già un punto di riferimento per la squadra. Nel tempo libero cosa fai? Mi riposo, sto con la moglie. E poi di tempo libero ne ho veramente poco.


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Tutto in una notte Imperdibile la sfida del 14 aprile prossimo, quando il Recalac Valdagno sfiderà il Liceo La Coruña per l’accesso alla fase finale dell’Eurolega.

I Oltre all’hockey ti piacciono altri sport? Si, un po’ tutti ma il tempo scarseggia. Ogni tanto riesco a ritagliarmi un’ora da dedicare al tennis. Hai qualche rituale prima di scendere in pista? No, nessuno. Non sono scaramantico. Che musica ascolti? Quella che passa la radio, sono spesso in macchina per lavoro e la ascolto in sottofondo. Hai un piatto preferito? Tocchiamo un tasto dolente. Mi piace mangiare ma devo tenermi anche se il sacrificio è grande. In gioventù ho avuto un’alimentazione un po’ sregolata, è un errore che ho imparato a non commettere più. Oltre che in pista ogni tanto sei utile alla società anche per risolvere piccoli problemi informatici. È il mio lavoro e di carattere non riesco a dire di no quando mi si chiede con gentilezza un favore. Quindi se posso rendermi utile per dei lavoretti sono sempre disponibile. Un’ultima domanda: ti saresti aspettato che mister Marozin tornasse ad allenare il Breganze? Francamente no. Dopo tutto quello che era stato detto, soprattutto il polverone alzato dalla società Breganze, non credevo che, solo dopo qualche mese, Marozin ritornasse a sedere su quella panchina.

l Recalac Hockey Valdagno, dopo aver sbancato Ginevra per 9 a 2, si gioca tutto sabato 14 aprile al Palalido contro il Liceo La Coruña. L’obiettivo è di accedere per la terza volta consecutiva alla fase finale dell’Eurolega: la Final Eight. Per centrare il prestigioso traguardo il Valdagno ha tre possibilità: vincere, pareggiare o perdere con al massimo un goal di scarto. Ma, di fronte, avrà un Liceo all’ultima spiaggia, insomma l’appuntamento è di quelli da non mancare. Nel girone C infatti continua a regnare l’equilibrio. Fin dal sorteggio è stato chiaro che si trattava del raggruppamento più duro della competizione perché sono tre le corazzate, Valdagno, Liceo e Porto, che si giocano i due posti utili per la fase finale. Insomma, qualcuno dovrà rimanere a bocca asciutta. Ora, la classifica dice che in testa c’è il Valdagno con 12 punti seguito da Liceo, campione d’Europa in carica, e Porto a quota 9. Fanalino di coda il Ginevra sempre sconfitto. Nell’ultimo turno il Porto ospiterà gli svizzeri e la partita non dovrebbe avere storia. Il Valdagno, da parte sua, è chiamato ad una grande prestazione contro il Liceo. All’andata in Galizia andò male: 5 a 1 per Bargalló e compagni. Da allora, però, la squadra è cresciuta e ha acquisito esperienza in partite di livello internazionale. Molti ragazzi erano, infatti, praticamente al debutto su un palcoscenico come quello dell’Eurolega. Il risultato di grande prestigio è a portata di

mano. Sarebbe frutto di un cammino a tratti entusiasmante. La compagine di Vanzo si è esaltata in particolare nel doppio confronto con il Porto. I fortissimi lusitani,imbattuti fino ad allora, si sono dovuti arrendere sia in casa che al Palalido. Alla Dragao Caixa Arena, 8 a 4 il risultato finale per il Valdagno. Gara dominata dall’inizio alla fine con i biancoazzurri sempre avanti con Pedro Gil e compagni incapaci di arginare le ripartenze letali di Nicolia e Tataranni. Poi, il match casalingo è stato dal punto di vista emotivo la partita dell’anno. Una vittoria pazzesca ottenuta a fil di sirena quando il Palalido era già in estasi per il pareggio visto che il Valdagno era andato al riposo con un passivo di 4 goal. E invece il 7 a 6 finale, con rete di Tataranni allo scadere, ha regalato ai tifosi una serata magica. Pensare che a meno di 4 minuti dal termine il Porto siglava il 6 a 4 e sembrava mettere in cassaforte il risultato. Lì è uscito il carattere, il dna che la squadra ha acquisito da quando c’è Franco Vanzo in panchina: la capacità di non mollare mai che si era già vista con il Bassano e si è ripetuta con il Viareggio. Imprese che, a distanza di tempo, proprio per la loro portata non si affievoliscono ma anzi sono più vive che mai nel ricordo di tutti gli appassionati. Adesso il prossimo 14 aprile il Valdagno può chiudere il cerchio e, con l’aiuto dei propri tifosi, confermarsi tra le prime 8 squadre d’Europa.


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passaggio sotterraneo Un risultato eccezionale, dopo anni e anni di ricerche e tentativi, gli speleologi dell’alto vicentino sono riusciti a trovare la CONGIUNZIONE tra il BUSO DELLA RANA e il BUSO DELLA PISATELA

di Gruppo Speleologi Malo - CAI Malo e Gruppo Grotte Schio - CAI Schio FOTO: estratte dall’archivio del GSM.

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nni e anni di esplorazioni e ricerche speleologiche si sono finalmente concretizzate. Il Buso della Rana con i suoi quasi 28 km di gallerie e sale e fiumi sotterranei, il 17 marzo di quest’anno è stato finalmente collegato all’altra grande grotta presente sotto l’Altopiano del FaedoCasaron, il Buso della Pisatela. Sommando così altri quasi 8 km di gallerie, e cunicoli si è venuto a formare un complesso sistema carsico di quasi 36 km di sviluppo diventando una delle grotte più estese d’Italia. Il Buso della Rana in comune di Monte di Malo (VI) è una grotta ad andamento suborizzontale che si sviluppa all’interno dell’Altopiano del Faedo-Casaron. Conosciuta fin dall’antichità il suo nome deriva dal cimbro “Roan” che significa parete rocciosa e probabilmente trae le sue origini nei secoli ’X-XII ° quando popolazioni di origine tedesche hanno colonizzato questi luoghi Solo nel 1887 a causa di una forte siccità è stato possibile a un gruppo di giovani di Malo e Schio fra i quali ricordiamo Valentino Castellani, Don Giacomo Bologna e Cesare Bellini i superare il sifone iniziale e quindi conoscere le reali dimensioni della grotta. Negli anni successivi la grotta non fu più oggetto di esplorazioni, ma solo di ricerche faunistiche anche a opera di studiosi stranieri.


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Nel Giugno del 1933 è iniziata la vera esplorazione sistematica della grotta ad opera prima di Paolo Antoniazzi di Malo che si immerse in solitaria nel sifone per primo e successivamente del Gruppo Grotte del CAI di Arzignano. La caratteristica del Buso della Rana e che negli anni ne ha alimentato la fama a livello nazionale e internazionale è quella di aver avuto una sola entrata. Sono nate così leggende, che ancora oggi persistono nell’immaginario popolare, di maiali o cani fatti entrare dall’ingresso principale della cavità e poi ritrovati a Valdagno, Cornedo o addirittura a Verona. Fin dagli anni ’70 il Gruppo Speleologi Malo e il Gruppo Grotte Schio hanno cercato di sfatare queste leggende da bar cercando il secondo ingresso della cavità intensificando le esplorazioni delle decine di piccole voragini nel soprastante Altopiano del FaedoCasaron. Diversi buchi più o meno profondi sono stati scoperti esplorati e rilevati negli anni, ma nessuno di essi permetteva di entrare all’interno del complesso sistema del Buso della Rana. Nel Novembre del 1978 il Gruppo Grotte Schio del CAI Schio scopre una piccola cavità a forma di tana che battezza con il nome di Buso della Pisatela ( pisatela in dialetto veneto è chiamato il girino) quasi preannunciando quello che sarà il suo futuro destino di incontrare

la Rana. Il Gruppo Speleologi Malo dal canto suo intensifica negli anni le ricerche dall’interno del Buso della Rana con una successione di risalite di camini verticali ed esplorazioni nelle zone più estreme. Nel dicembre 2003, la svolta decisiva. Il GSM organizza un campo interno al Buso della Rana nella zona più lontana dall’ingresso con lo scopo di forzare da sotto una frana e proprio in quei giorni il GGS di Schio sente dalla Pisatela i suoni dei trapani e dei martelli. Avviene così la conferma ufficiale della vicinanza delle due grotte. Comincia così tra GSM e GGS la collaborazione per lo scavo dalla frana dalla parte dello Pisatela, molto più agevole e veloce da raggiungere.. Nel 2004 la prima prova con lo strumento ARVA fornisce una distanza di 20-24 metri e inizia lo scavo vero e proprio della F-Rana che separa le due grotte.. Nel 2006 viene fatta una ulteriore prova ARVA con una distanza di 14 metri della Pisatela dalla Rana che vengono confermati dai metri effettivamente fatti di scavo. Si prosegue lo scavo di qualche altro metro, ma la enorme massa di sassi e fango ha la meglio sulla volontà e la forza di proseguire questa improba opera. Nel Giugno 2011 la svolta decisiva. Dalla volontà mai sopita nel GSM di trovare il secondo ingresso della Rana si


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ritorna nella F-Rana e viene rifatta una prova ARVA scoprendo che la distanza tra le due grotte è di soli 10 metri. Ricomincia lo scavo con un nuovo entusiasmo da parte dei due gruppi. La forza e la volontà raddoppiano, velocizzando il raggiungimento del risultato e alla ulteriore prova di Settembre 2001 la distanza è di soli 7.6 m. Squadre di speleologi dei due gruppi, quasi tutti i fine

VALTERMO

settimana di questo secco inverno 2011-2012, tornano in Pisatela per avanzare di un metro alla volta finché a Febbraio 2011 la distanza è di 3.6 metri. Il 14 Marzo l’ultimo sasso che separa le due grotte cade alle ore 00.35 e il successivo sabato 17 Marzo il GSM Malo e il GGS Schio entrano finalmente dentro il Buso della Rana da un altro ingresso. Il GSM con il GGS hanno

realizzato il sogno di decenni di speleologi vicentini e veneti raggiungendo l’obiettivo di trovare il secondo ingresso del Buso della Rana. Il Complesso carsico del Buso della Rana – Buso della Pisatela può sicuramente regalare alle generazioni future di speleologi nuove sorprese e soprattutto grandi emozioni come quelle vissute in questo inizio di 2012 dalla speleologia vicentina.

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oltre le Alpi Giorgio Peripoli, Massimo Cracco e Michele Zamperetti sono saliti con gli sci sui Monti Tatra tra Polonia e Slovacchia

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di Chiara Guiotto

e per gli appassionati di sport estivi i Monti Tatra non ricordano nulla in particolare, invece per gli appassionati di sport invernali questa catena montuosa al confine tra Polonia e Slovacchia rappresenta una meta ambiziosa che tutti gli inverni ospita tra la sue splendide valli tantissimi sportivi. Un importante zona montuosa con una forte tradizione di sport invernali e molti rifugi a dimostrazione che sono tanti gli amanti di sport e montagna che frequentano queste zone. Un viaggio che Giorgio Peripoli, Massimo Cracco e Michele Zamperetti avevano programmato da molto tempo: un piccolo sogno nel cassetto di tre amici appassionati di sci alpinismo e di montagna che hanno deciso di avventurarsi oltre le Alpi per scoprire le bellezze di una catena


montuosa quella dei Tatra davvero affascinante. Muniti di sci alpinismo, ramponi e coltelli da neve i tre amici provenienti dalla vallata dell’Agno avevano previsto sei uscite, alcune più impegnative, altre più tranquille ma sempre molto alpinistiche e mai banali. A guidare i tre giovani sportivi l’istruttore di sci alpinismo Stanislaw Melek, forte alpinista slovacco che ha accompagnato Giorgio, Massimo e Michele in alcune uscite. “La guida è stata importante -ha commentato Giorgio Peripoli- Un po’ per affrontare le difficoltà con maggiore sicurezza, ma soprattutto perché in questa catena montuosa ci sono molte zone vietate non solo alle auto ma addirittura alle persone a piedi o con gli sci, ci sono zone protette per la fauna presente e aree prive di interventi forestali -ha proseguito Giorgio”. Insomma la guida è servita ai ragazzi anche per questo motivo, per essere sempre certi dei percorsi che andavano a esplorare e le vette che risalivano. Dal punto di vista meteorologico i tre amici sono stati fortunatissimi perché hanno trovato una settimana sempre soleggiata, un clima secco e temperature più alte della norma: in alta quota di giorno si raggiungevano -10°C. Normalmente nei Monti Tatra il tempo è molto variabile, invece in seguito a forti raffiche di vento che hanno interessato la catena montuosa una settimana prima della loro partenza, hanno permesso ai nostri atleti vicentini di godersi una settimana di tempo splendido e neve dura, caratteristiche ottimali per praticare sci alpinismo in sicurezza. La gita più alpinistica di tutte è stata la prima, la risalita al Monte Rysy, a 2499 m, con un dislivello di 1250 m. Un alternanza di laghi, valli, tratti ghiacciati e pendii mozzafiato hanno reso la prima uscita davvero intrigante; con gli sci in spalla su un tratto molto ripido esposto a 50 gradi hanno raggiunto il rifugio Chata Pod Rysmi a 2250 m. A causa del forte vento dei giorni precedenti i tre alpinisti sono saliti sulla dorsale con i ramponi raggiungendo così la vetta del Rysy che ha regalato una splendida vista sulla parete Nord del Wysoka, palestra di allenamento di molti alpinisti polacchi durante la preparazione alle spedizioni sull’Himalaya. Lunedì 5 marzo direzione Svistovy Stit, vetta a 2383 metri di altezza, con un dislivello di 1100 metri. Un trenino a cremagliera ha condotto i tre amici ai piedi della Vel’ka Studena Dolina, un’ampia vallata dagli scorci meravigliosi illuminati da una giornata di sole senza paragoni. Neve dura ma pendio sciabile. La terza gita, più tranquilla, ha previsto il raggiungimento del rifugio Rainerova Chata a 1300 m. Costruito nel 1863 si tratta del primo rifugio costruito lungo la catena dei Monti Tatra. Vecchie picozze, ramponi, sci di legno, corde di canapa e vecchie fotografie: un vero e proprio salto nel passato per

i tre sci alpinisti. Giornata quindi non troppo faticosa in preparazione della giornata successiva che ha previsto la risalita a Terhyo Chata, 2015 m. “A piedi dal nostro alloggio -ha commentato Giorgio- abbiamo raggiunto Stary Smokovec dove abbiamo preso il trenino a cremagliera fino a Hrebniok; da qui abbiamo cominciato a risalire su una strada forestale in mezzo al bosco e in corrispondenza del rifugio a 1475 m (Zamkovskèho Chata) abbiamo imboccato la stupenda Malà Studenà Dolina. La valle era circondata da bellissime pareti rocciose e ci ha portato al ripido pendio finale sotto il rifugio Teryho Chata – ha proseguito Giorgio”. Il rifugio sorgeva in una bellissima conca ed era circondato da alcune delle più spettacolari vette dei Monti Tatra. I canali circostanti erano troppo ghiacciati e i ragazzi sono stati costretti a scendere verso valle. Dopo quattro giorni di risalite impegnative finalmente un po’ di meritato riposo a cui i ragazzi hanno deciso di dedicarsi andando alle terme di Poprad dove sorge un rinomato centro benessere con piscina all’aperto e temperatura dell’acqua intorno ai 38°C. Ottima scelta per rilassare la muscolatura

contratta e affaticata, e poter ricaricarsi in vista delle ultime due uscite previste prima di fare ritorno in Italia. Purtroppo raggiunta la località di Zakopane, punto di partenza per le ultime due uscite, durante la notte nel parcheggio dell’ostello dove i ragazzi alloggiavano, hanno subito il furto degli sci: triste e spiacevole episodio che ha costretto i tre amici a concludere in anticipo il loro viaggio e tornare in Italia. “A parte questo spiacevole fatto -ha concluso Giorgio Peripolisiamo contenti di aver scoperto e visitato un luogo nuovo e poco conosciuto qui in Italia. I posti sono veramente belli e molto selvaggi, le uscite con gli sci alpinismo non sono state mai banali. Abbiamo avuto la fortuna - prosegue Giorgio- di realizzare quattro uscite molto belle e tecniche che ci hanno regalato panorami meravigliosi che possiamo paragonare ad un mix tra le Dolomiti e Lagorai. E il tempo splendido, cosa parecchio insolita da queste parti, ha reso questo viaggio ancora più spettacolare. Un ringraziamento speciale alla nostra guida di sci alpinismo Stanilaw Melek e alla guida polacca Zosia Bachleda”. Alcuni cenni geografici. I Tatry,

nella lingua locale, rappresentano la parte più alta dei Carpazi e si distinguono per picchi molto alti situati nell’area slovacca e per i grandi laghi polacchi. Situata a 2655 m di altezza la cima più alta dei Monti Tatra, in Slovacchia, è Gerlachovsky Stit, mentre nella parte polacca la vetta più alta è Rysy che tocca i 2499 m. Ai piedi della catena montuosa molto conosciuta per gli sport invernali sono presenti alcune località turistiche altrettanto conosciute come Poprad, Vysokè Tatry e Zakopane, capitale invernale della Polonia. Si pensi che gli Alti Tatra appartenenti alle cime più orientali della catena, con ben 25 vette oltre i 2500 m sono le uniche montagne a carattere alpino nei 1200 chilometri della catena dei Carpazi. I Monti Tatra, Parco Nazionale sia in Polonia che in Slovenia, sono parte dell’UNESCO dal 1993. Nel 2004 3 milioni di m3 della foresta meridionale degli Alti Tatra a causa di una burrasca di vento furono abbattuti e morirono due persone. Per chi volesse visitare questi bellissimi posti e avere ulteriori informazioni dai protagonisti, scrivere a peripoli.giorgio@libero.it


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La Arrowhead è una delle gare più estreme al mondo: 217 km nel cuore ghiacciato del Minnesota. Corrado Buzzolan, atleta di Santorso, vi ha partecipato con successo. Per gli appassionati di gare Ultra Trail affrontare una gara dove non solo la distanza da percorrere a piedi ma anche le avverse condizioni atmosferiche, la solitudine e desolazione sono fattori che mettono a dura prova la performance dell’atleta, può senz’altro rappresentare una sfida nella sfida. Per questo la preparazione fisica e psicologica, ma anche del materiale tecnico deve essere fatta scrupolosamente. ’ un continuo sali scendi. A volte ripidissimi. Il cibo fa parte del bagaglio obbligatorio da portarselo appresso. E’ insomma una gara impegnativa che ti mette alla prova sia fisicamente che psicologicamente. A Corrado Buzzolan, atleta di Santorso, che ha ultimato questa gara nel febbraio scorso chiediamo le impressioni e i consigli per coloro che volessero l’anno prossimo intraprendere questa avventura. Qual è la condizione atletiche e mentali per potersi iscriversi a una gara così impegnativa? Avere partecipato almeno a una gara lunga 200 Km. Serve, ovvero, conoscere le reazione del proprio fisico e della propria mente in una gara Ultra Trail, prima di affrontare una gara così estrema come la Arrowhead. Quali sono i materiali obbligatori da portarsi appresso? Sacco a pelo adatto a temperature rigide, stuoino, sacco da bivacco o tenda, fornello a benzina, due lampade frontali, acqua e viveri per 2 giorni. Con quali calzature ha corso? Scarpe da ginnastica in Clima Shield SALOMON modello SpeedCross 3 con ghetta da ciclista in neoprene. Dove ha acquistato il bob? In Inghilterra. Ordinandolo via web all’indirizzo: www. snowsled.com Il bob arriva dopo circa 7 giorni e costa 300 euro.

di Roberta Dalla Vecchia C’è un altro modo per avere il bob senza acquistarlo? Sì, lo si può noleggiare direttamente dall’organizzazione. Quanto importante è stato avere l’abbigliamento tecnico giusto, cosa consiglia? L’abbigliamento deve essere nella stesso tempo caldo e leggero, ma soprattutto deve tenerti asciutto; io consiglio per l’intimo X-Bionic e per il secondo strato Ortovox in lana merino. Quali difficoltà ha riscontrato e quali sono state quelle per le quali non era preparato? Le ripide salite nella seconda parte della gara e l’eccessivo peso della slitta. Dove dormire a International Falls, punto di partenza della gara? Presso il Motel Voyager Quanto costa questa gara in termini di equipaggiamento tecnico (scarpe/maglioni/ materiale obbligatorio), viaggio (aereo), pernottamento(motel) e varie? Equipaggiamento tecnico: 2300 (abbigliamento, calzature, bob e accessori). Naturalmente se si possiede già tanta di questa attrezzatura la spesa si azzera. Viaggio: 900 euro. Pernottamento per 10 giorni e varie: 350 euro. Iscrizione gara: 200 dollari (circa 150 euro). Quindi per fare una gare simile devi prevedere una somma iniziale di 3700 euro. Sì, è una gara faticosa e anche costosa, ma lascia delle emozioni uniche. Quali sono state le sue motivazioni che lo hanno spinto a fare questa gara? Volevo provare una gara al freddo in preparazione ad un’altra ancora più estrema che vorrei tanto fare: la Iditarod in Alaska. Se dovesse rifarla cosa non farebbe? Metterei nel bob molta meno attrezzatura, esclusa quella obbligatoria, naturalmente. Così viaggerei più leggero. (Ma atten-


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ARROWHEAD MINNESOTA STATI UNITI Gara Ultra trial a piedi - bici - sci fondo Distanza: 271 km Tempo massimo: 60 ore Temperature minime: fino a -25 (anche -41) Materiale obbligatorio per i podisti: bob/slitta da traino sacco a pelo e materiale da soppravvivenza N. posti disponibili: max 135 concorrenti (tra tutte le specialità) Ristori: 3 Web: www.arrowheadiltra.com/index.php

zione! bisogna tenere altresì conto che ci possono essere delle nevicate e quindi prevedere dei cambi sia di scarpe che di abbigliamento perché col freddo gelido bisogna stare sempre all’asciutto) Altri consigli? Con un’adeguata preparazione alle lunghe distanze e con un adeguato abbigliamento la Arrowhead è una gara fattibile da chiunque. Naturalmente con un certo spirito d’avventura e la propensione alla solitudine. La paura la si deve contenere. Com’è andata la sua gara: Sono arrivato 24 assoluto col tempo di 59 ore, su 50 podisti alla partenza. In 28 abbiamo tagliato il traguardo. Corrado ha ricevuto anche il premio Shackleton Expedition Award per l’atleta che è rimasto più con il quale ha condiviso tutta l’avventura.


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Il laghetto di Castel di Godego

on c’é subacqueo vicentino che non conosca il laghetto di Castel di Godego in quanto, complice la sua favorevole posizione geografica, è stato eletto a luogo preferito per le immersioni didattiche e sportive da molte scuole subacquee trivenete e vicentine. Il laghetto é al confine tra Castelfranco e Castello di Godego ed ha gli ingressi e buona parte dello specchio d’acqua nel comune di Castelfranco, per cui sarebbe più corretto chiamarlo “laghetto di Castelfranco”. Ma ormai è entrato nel lessico e teniamolo per buono. Il fondale è composto da ghiaia e coperto da una coltre di limo con una vegetazione a tratti molto rigogliosa. Nella bella stagione gli appassionati fanno la fila per immergersi nelle acque fredde e spesso torbide. Le società sportive hanno infatti attrezzato il fondale con piattaforme e passaggi obbligati. Sono stati pure affondati relitti di ogni genere tra cui un’imbarcazione e delle vecchie carcasse di auto per rendere

Palestra di immersione per i sub vicentini

di Antonio Rosso Foto di Antonello Porchedda e Denis Zorzin le immersioni più interessanti. Chi è appassionato di biologia o di foto trova numerose specie di piante, pesci e gamberi. Il bacino è stato ottenuto da una cava in disuso riempitasi d’acqua sorgiva. Ha dimensioni di circa otto ettari, 290 metri di lunghezza per 260 di larghezza, con una profondità massima di 33 metri, variabile con il livello di falda. Tutto ha avuto inizio gli anni Sessanta con la ricerca della ghiaia. La ghiaia allora valeva come l’oro. Iniziò così anche la coltivazione della cava dei Vudafieri, il nostro futuro specchio d’acqua. A furia di scavare e di approfondire l’estrazione, ai primi anni 80, si intercettò l’acqua di falda che ne prese possesso. I cavatori non si persero d’animo e continuarono l’estrazione fino al 1985. Seguirono anni di abbandono, fino al 1990 con l’asta nella quale il bacino viene acquistato per 400 milioni di lire ed aperto ai subacquei dietro il pagamento di una quota di ingresso. E’ un successo, arrivavano a centinaia. Negli anni successivi il laghetto é messo

in ordine, recintato e pulito ed i bagnanti accolti nella «Playa Loca». Con la nascita delle infrastrutture esterne il laghetto è ormai un punto obbligato per la didattica e lo svago subacqueo. Oggi ne passano anche mille, millecinquecento in un week end. Tuttavia, oltre che luogo di relax e di svago, il laghetto è tristemente noto per gli incidenti mortali che ci sono stati. I primi due sono avvenuti negli anni Novanta. Un altro è accaduto nel 2004 mentre negli ultimi tre anni ne sono avvenuti altri quattro. Sempre per cause dovute a fatalità. La magistratura ha sequestrato il laghetto dopo i due decessi di fine estate 2009, ma non ha individuato responsabilità. Sono seguite opere di bonifica, durate tre settimane, realizzate dagli stessi subacquei. La pulizia del fondo, le piattaforme, le corde, il bagnino, la stesura di una planimetria con le norme di sicurezza da applicare. Tutto fu posto in ordine, ma non è servito a nulla perché il lago ha richiesto anche nel 2010 il suo triste tributo. Ogni volta

è stata una causa diversa. Ma si deve ricordare, ancora una volta, che ci si deve immergere solo in condizioni psicofisiche ottimali. Proprio per questo segnalo quel che pochissimi subacquei sanno, cioè che, in località “Motte, a meno di due chilometri dal laghetto, vi è un sito importantissimo di epoca preistorica” la cui visita potrebbe arricchire una giornata subacquea o creare un’alternativa se non ci si sente pronti. Il luogo è stato abitato fin da epoche molto antiche e lo si ritiene risalente all’età del bronzo (XII-X secolo a.C.). E’ una vasta area arginata, sopraelevata dal piano campagna, detta, appunto: “le Motte”. Il sito si presenta allineato al vecchio corso del fiume Muson, come un grandioso manufatto con l’asse principale orientato lungo una direttrice nord-ovest, sud-est. Qui, in perfetto allineamento, si può assistere nei solstizi d’estate e d’inverno, al sorgere del sole, godendo di sensazioni analoghe a quanto si avrebbe a Stonehenge, senza allontanarsi da casa.

Un po’ di storia di Castel di Godego Il toponimo “Castello” allude all’esistenza nel luogo d’una rocca, con funzioni militari, in epoca romana e, successivamente, in età barbarica. Il castello in età medioevale divenne possesso della famiglia degli Ezzelini. Oggi è ancora visibile, nei pressi della canonica, il rialzo del terreno sul quale fu eretto il fortilizio (“castelliere”). La seconda voce, “Godego”, è di incerta derivazione. Secondo una teoria nasce dalle parole longobarde “gudia” o “gudaga”, aventi il significato di “boscaglia”.Ed infatti, nel corso dell’alto medioevo, fitte foreste si estendevano su questo territorio attraversato dal fiume Muson. Una seconda ipotesi, propende per una stretta derivazione dal toponimo Godego dal nome di quel popolo, i Goti, che qui, nel corso della seconda metà del V secolo avrebbero eretto una fortezza a presidio dalla via Postumia.


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pesce gatto

gambero


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I ragazzi di Bon

Italia Poon-Zè Team ancora una volta grande protagonista al 3° trofeo open città di Nonantola Wushu - Kungfu

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o scorso sabato 3 marzo si è svolta a Nonantola (Modena) la 3° Manifestazione di KungFu e Taijiquan. La Scuola della provincia di Vicenza ASD ITALIA POON-ZE’ TEAM si è comportata egregiamente portando sul podio in tutte le specialità dove ha partecipato i suoi atleti, dai più giovani allievi del Kung Fu tradizionale ai “maturi” allievi della Scuola di Taijiquan. Neresini Massimo ha vinto 4 ori su quattro specialità codificate di Taijiquan, aggiudicandosi anche la targa di Miglior Atleta di Stili Interni e Taijiquan, Neresini Leonardo ha vinto 1 oro, 1 argento e 3 bronzi partecipando sia nel Kung Fu che nel Taijiquan, Faccin Valentina ha vinto 3 ori partecipando sia a gare di Kunf Fu che di Taijiquan, Belometti Giampiero ha vinto 2 argenti nel Taijiquan, Tiso Luca ha vinto 1 oro e 2 argenti nel Kung Fu, Gasparella Fabio ha vinto 1 oro e 1 bronzo in gare di Kung Fu e Taijiquan, Bertoldo Elias ha vinto 2 ori in gare di Kung Fu e Corazza Simone ha vinto 1 oro nel Kung FU. Tra i molti partecipanti alla competizione il piccolo gruppo della Scuola del Maestro Bon è riuscita a strappare il terzo posto tra le società. Un grande risultato merito indubbio degli insegnamenti del Maestro Bon e della grande Scuola che guida da anni senza perdere la linea tradizionale e severa che matura atleti di ottimo livello. Per informazioni rivolgersi al Maestro Giuseppe Bon cell: 328 7304862 Giuseppe.bon56@gmail.com

La Rari Nantes

Rari Nantes di Marostica: passato, presente e futuro di una delle prime squadre di triathlon italiane di Martina Dogana

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iamo arrivati alla presentazione alla terza e ultima (ma non certo per importanza) società di triathlon vicentina. Sono partita dalla più giovane Tribù di Bassano del Grappa, poi è stata la volta del Vicenza Triathlon, e ora tocca alla squadra storica: la Rari Nantes di Marostica, che è stato addirittura uno dei primi team di triathlon in Italia. Io e tanti altri vicentini ci siamo avvicinati alla triplice disciplina grazie a questa squadra e alla gara che organizzava negli anni Novanta proprio nella piscina comunale di Marostica che ha in gestione dal 1988. La società opera anche nei settori del nuoto, del pentathlon moderno e delle attività per disabili. Attualmente i responsabili del settore triathlon sono Sergio Contin (che è anche il CT nazionale della squadra olimpica) ed Eros Venezian. È proprio quest’ultimo che ci parla di come è organizzata oggi la società, dopo più di 20 anni di attività di promozione e di agonismo giovanile ed élite: “Attualmente la Rari Nantes Marostica settore Triathlon ha circa 40 tesserati Age Group e circa 20/25 ragazzi della categoria giovanissimi e giovani. Da qualche anno invece non abbiamo più il settore élite. Per quanto riguarda il settore amatoriale l’attività viene svolta nel seguente modo: da quest’anno abbiamo deciso di avere un contat-

to continuo con i nostri atleti relazionandoli con delle newsletter nelle quali si racconta un po’ tutto quello che succede nel mondo del triathlon. Inoltre da due anni a questa parte ci siamo impegnati a svolgere in periodicamente degli stage di triathlon con appuntamento mensile; in particolare modo l’ultimo sabato del mese, dove vengono svolti allenamenti specifici ed inoltre vengono dati degli allenamenti da svolgere a “casa”: due per il nuoto, due per il ciclismo, due per la corsa in modo tale che nel periodo che va dallo stage a quello successivo ogni atleta può allenarsi con un certo criterio. Per quanto riguarda l’attività giovanile diciamo che attualmente non c’è un vero e proprio settore triathlon, ma visto e considerato che la frazione del nuoto nel triathlon è diventata sempre più determinante, abbiamo pensato di concentrare tutta l’attività giovanile con un grosso lavoro natatorio fino al periodo di aprile e poi successivamente inserire le altre due discipline. Anche perché l’attività federale per le categorie giovanili inizia a primavera inoltrata.” Parlaci degli obiettivi per la stagione che sta iniziando. Con i giovani vogliamo partecipare a tutti i circuiti del settore giovanile che attualmente sono 4: Coppa Veneto, Nord-Est Cup, Alpe Adria

Triathlon e Coppa Italia. Tra l’altro a fine giugno proprio a Marostica organizzeremo un evento unico nel suo genere: una gara giovanile, solo giovanile (ci hanno chiesto più volte di inserire anche gli adulti, ma noi crediamo che le cose per farle bene non devono essere mescolate) con un profilo tecnico elevatissimo. Questa manifestazione farà parte del circuito Coppa Veneto, Nord Est Cup e Alpe Adria Triathlon divenendo così una gara a livello internazionale che raccoglierà in una sola domenica atleti provenienti da tutto il nord est ma anche oltre confine come Austria e Slovenia. Quest’anno per molti dei nostri migliori ragazzi sarà un anno di transizione per il cambio di categoria e quindi di distanza, ma puntiamo comunque ad entrare nelle prime tre società a livello nazionale ai campionati giovani e giovanissimi a Porto S. Elpidio. Inoltre puntiamo (visto che negli ultimi due anni siamo stati la società rivelazione nel circuito Nord Est Cup) al podio più alto nella finale che si terrà a settembre a Tarzo Revine (TV). Per quanto riguarda gli adulti, l’obiettivo è quello di essere presenti in massa in più gare possibili puntando a ottenere risultati di buon livello.



la scienza della sottomissione Il maestro Marco Vigolo ci spiega come si deve affrontare l’aggressore che non ti aspetti.

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di Massimo Neresini

ncora una volta vi introduco nel mondo delle Arti Marziali incontrando l’amico e Maestro Marco Vigolo che ci

schio o femmina che sia. E’ mia convinzione pensare che ogni individuo abbia tra gli istinti primordiali anche il desiderio di crescere e di apprendere il più possibile, in

darà una sua visione di come affrontare un eventuale scontro diretto “in strada” con un avversario che poco ha a che vedere con il tradizionale compagno di allenamento in palestra. Il Maestro Vigolo ben sa quanto io non veda molto bene le varie “campagne di difesa personale” perseguite da molti e per pochi mesi. Anche lui con la sua grande esperienza di combattimenti molto duri e allenamenti, alla fine dell’articolo ci porterà alla chiara consapevolezza che solo con una duro e continuativo allenamento si può arrivare a maturare una specie di “reazione istintiva” o “rapidità esplosiva” che è l’unica soluzione per la “reale difesa personale”! Vi riporto di seguito le parole del Maestro Vigolo: Nei miei 21 anni di pratica nelle Arti Marziali ho sempre cercato di uscire da quel “luogo” reso famoso dai guru della PNL (programmazione neuro linguistica) e da personaggi noti come Antony Robbins universalmente riconosciuto come il “non plus ultra” dei motivatori e padre nel mondo della ricerca dell’autostima. Quel luogo è conosciuto e classificato come “ZONA DI COMFORT”. La zona di comfort è uno stato mentale, un’abitudine, un ripetersi di abitudini che minano la crescita e lo sviluppo psicofisico di qualunque individuo, ma-

modo da poter trasformare poi in “pratica e azione” le nozioni acquisite, a favore della propria sopravvivenza e di un miglior tenore di vita; (parlo di amore, vita sociale, vita professionale, rapporti con i figli, situazioni da risolvere… “mens sana in corpore sano”). L’unico modo per crescere e migliorarsi è uscire dalla propria “ZONA DI COMFORT”. Nel 1996 avevo vent’un anni con alle spalle sei anni di dura e convinta pratica negli sport da combattimento cosiddetti “stand up” e quasi una decina di match disputati. Mi tenevo informato sui metodi d’allenamento dei grandi campioni e sui quaderni tecnici tramite la rivista “KUNG FU Magazine” ora scomparsa. Fu proprio su questa rivista che lessi un articolo scritto dall’esperto di Grappling (lotta di sottomissione) Larry Harstell. Harstell era uno sceriffo della California che nel tempo libero si allenava al combattimento con gente come Bruce Lee e Gene Le Bell (una leggenda della lotta…) Harstell sosteneva, in base ai suoi venticinque anni di servizio, che il modo più efficace per mettere fuori combattimento un aggressore esasperato, mentalmente deviato o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, era quello di sottometterlo con una leva articolare o uno

strangolamento. Il mio primo passo verso l’uscita dalla mia zona di comfort fu proprio quell’articolo. Iniziai ad allenarmi in modo duro e costante nelle sottomissioni e nella lotta e nello stesso tempo a gareggiare nelle competizioni nazionali disputando trenta match sia con kimono che senza (submission grappling). Applicare una leva articolare cosa significa? Significa ”forzare la posizione anatomica di un articolazione”, andare oltre il punto di rottura. Per farlo servono quattro elementi fondamentali: resistenza, fulcro, punto di forza, segmento rigido ed in alcuni casi forza centrifuga ed inerzia. Quando la leva articolare è in atto e ben chiusa, l’avversario può fare solo due cose, arrendersi subito o piangere lacrime di dolore poi. La difficoltà maggiore per chi vuole imparare le sottomissioni, leve articolari o strangolamenti che siano, sta soprattutto nel modo in cui si arriva al contatto con l’avversario. Immaginatevi ora un aggressore, grosso e agitato che sbraccia, urla e vi carica come un toro infuriato, con in mano una lama magari, o un coccio di bottiglia. Se siete fortunati vi troverete il suo fiato puzzolente d’alcool sul collo, un po’di graffi, un coltello infilato nel fianco sinistro e, se avete una buona dose di fortuna, un passante o più passanti che cercheranno di togliervi il pazzo di dosso. Perché non avete usato lo spray al peperoncino? Purtroppo è stato tutto così veloce che non c’è stato il tempo per tirarlo fuori! Oppure eravate troppo impegnati per cercare di colpirlo nelle parti intime o comunque di prenderlo a pugni? Cosa avrei fatto io? Siccome come voi non me l’aspettavo minimamente, sicuramente sarei caduto a terra col suo fiato puzzolente sul collo. Solo che gli avrei spezzato un braccio (quello che magari brandiva il coltello) con un ARM BAR (leva al gomito con blocco di gambe). Le mie probabilità di riuscita sono del 95%!!!! L’armbar è un automatismo, l’ho fatto migliaia di volte!!! Non dico che uscirei illeso, ma ne uscirei sempre meglio di voi! Le probabilità della mia riuscita sono molto alte perché sono testate contro avversari molto forti che ho affrontato in molte competizioni o allenamenti di lotta, “uscendo ogni volta mentalmente dalla mia zona di comfort”. Molti mi hanno detto che “la

strada è un’altra cosa”! In strada non ci sono arbitri, non ci sono regole, non ci sono limiti di tempo ecc. Ma la questione fondamentale che purtroppo in pochissimi hanno capito è lo stretto legame tra la competizione sportiva del combattimento e la difesa personale in strada! Nonostante sulla strada non ci siano regole la questione fondamentale è monitorare, ispezionare, conoscere il più possibile il proprio stato emozionale che può verificarsi con un “evento eccezionale”! Salire su un ring, un tatami o entrare in una gabbia significa affrontare un avversario preparato a picchiare. Alcuni atleti iniziano a pensarci una settimana prima del match, prima di addormentarsi, alcuni più sensibili cominciano addirittura a preoccuparsi, altri iniziano a pensarci un’ora prima del combattimento… pochissimi non ci pensano affatto. Scarsa salivazione, grande sudorazione, aumento esponenziale del battito cardiaco, difficoltà nel formulare parole. Tutte queste cose non centrano niente con la paura. Sono fasi di difesa del nostro organismo che si prepara ad un evento ECCEZIONALE, il giorno del nostro combattimento sportivo! Maggior apporto di sangue nei muscoli (causa l’aumento dei battiti), maggior riserva idrica e termo regolazione (causa della scarsa salivazione e della grande sudorazione), rilascio di endorfine e adrenalina (causa della difficoltà nel formulare parole). I muscoli vengono riempiti di sangue la respirazione aumenta per la richiesta inconscia di un maggior apporto di ossigeno, il corpo si surriscalda come il motore di una Ferrari pronta a correre in pista e la sudorazione aumenta per la termoregolazione! Siamo una macchina perfetta ma se non la sappiamo guidare non ci serve a niente! Chi ha provato questo, più e più volte, è consapevole di cosa succede a livello mentale e fisico in un contesto di scontro corpo a corpo ed ha imparato con l’esperienza a dominare, comunque mai non totalmente, le proprie emozioni. Questo controllo emozionale permette all’atleta di eseguire liberamente nel match le tecniche di difesa, attacco, sottomissione, allenate “mille” volte in palestra. Senza questo controllo emozionale, acquisito combattendo nelle “gare”, si perde la lucidità mentale e si và incontro ad una sconfitta imminente. Sulla strada senza questa consapevolezza si và incontro


cornedo all’ospedale, o peggio al cimitero. Basta guardare i telegiornali! Quindi maggior esperienza agonistica nelle arti marziali significa maggior consapevolezza di sé, poi in uno scontro ci vuole anche a volte un pizzico di fortuna. La seconda fascia di tecniche di sottomissione riguarda gli strangolamenti o soffocamenti. Gli strangolamenti si dividono

farmaci provocano le medesime alterazioni nell’individuo. Quindi i pugni, i calci anche ai genitali spesso non funzionano con persone mentalmente alterate. Informatevi da qualche amico che presta servizio in un ospedale psichiatrico o in pronto soccorso. Bisogna quindi “metterli a dormire”! Per poterlo fare bisogna essere ben addestrarsi a farlo! Il Mata Leon, l’anaconda, la

l’avversario, fanno parte di un contesto a 360° nel quale potrebbero subentrare bastoni, coltelli e addirittura pistole, mazze ecc… Ma attenzione, per arrivare a padroneggiare (realmente!!!) tutto questo ci vogliono cinque fattori fondamentali: un insegnante serio e qualificato, passione, sudore, costanza e sacrificio.

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Maestro Marco Vigolo Direttore Tecnico Regionale/ Shootboxe FIKBMS c.nera 3°Dan Responsabile Nazionale/MMA Benkei Italian Connection/Zelg Galesic Insegna presso la palestra Moving Center/sede regionale/ Spagnago di Cornedo il martedì e giovedì dalle 20 alle 22 Info:3358451834

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in tre gruppi principali: sanguigni (vena giugulare), respiratori (trachea e vie respiratorie) e nervosi. Mi sento in dovere di consigliarvi di non fare gli eroi. La vostra vita vale molto, ma molto di più di 100, 1000, 10.000 euro. Quindi date al criminale ciò che vuole e fuggite se ne avete la possibilità, con la grande probabilità di tornare a casa sani e salvi. Se invece la vita dei vostri figli fosse messa a repentaglio da quel pazzo, deviato di mente, drogato che abbiamo già menzionato prima, ciò che vi può servire per fermarlo è un “MATA LEON”. Mata Leon (uccidi il leone) è una tecnica di strangolamento che chiude per un breve lasco di tempo le vene giugulari dell’avversario. Le giugulari sono le più importanti vie incaricate dell’apporto di sangue al cervello. Chiudi le giugulari e non passa sangue. Se non passa sangue lo svenimento arriva in meno di dieci secondi. Le persone in questi stati esagitati non sentono fatica, dolore e non provano paura! La deviazione mentale causa un alterazione delle normali funzioni dell’organismo con rilascio libero di adrenalina ed endorfine. Le droghe e alcuni

ghigliottina, il triangolo, la gogoplata, e molti altri sono tutti metodi di strangolamento ma a mio avviso il Mata Leon è il più fruibile ed efficace, utilizzabile anche da un principiante, chiaramente ben addestrato. Nella mia scuola insegno JuJitsu e Mixed Martial Arts (MMA), la prima rappresenta la solida base di lavoro, l’ARTE MARZIALE, la seconda la più completa espressione sportiva del combattimento puro. Premetto che i miei Maestri sono tra i massimi esponenti mondiali di queste discipline. Nella mia Scuola l’insegnamento delle sottomissioni viaggia di pari passo con quello dei calci e pugni, in quanto ritengo riduttivo a “disciplina esclusivamente sportiva” l’isolamento di un unico comparto di tecniche (esempio: la kickboxing usa solo calci e pugni, la greco romana utilizza solo le prese, questi sono esclusivamente sport). Le leve articolari o gli strangolamenti in un contesto di reale combattimento, vanno eseguiti sempre dopo aver portato una serie di colpi, dopo aver fintato e colpito, dopo aver studiato gli “avvicinamenti”, dopo aver organizzato una strategia per chiudere la distanza con

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Con la partecipazione di diretti discepoli del Maestro Chen Zhonghua, provenienti da Canada, Germania, Repubblica Ceca, Irlanda e Francia ed istruttori della scuola “Asd Italia Poon-Ze’ Team” del Maestro Giuseppe Bon che saranno a disposizione per l’insegnamento e la pratica anche a principianti di questa disciplina. INFORMAZIONI PRESSO ASSOCIAZIONE CULTURALE “PROGETTO MUSICA” VALDAGNO SPAGNAGO VIA MONTE ORTIGARA 75 TEL. 0445 4311989 giuseppe.bon56@gmail.com


un anno fantastico

trissino

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stata una pioggia di risultati e soddisfazioni quelli raccolti nella stagione agonistica 2011 dalla sezione pattinaggio artistico della polisportiva Valdagno-Castelgomebrto e perciò in occasione del 12° gala dei campioni della provincia di Vicenza, svoltosi a Trissino il 29 gennaio e organizzato dal comitato Provinciale F.I.H.P., presieduto dal presidente sig. Avaro Maiolini, la Società Valdagno Castlegomberto a.d.p. è stata premiata per avere saputo mettere in bacheca il 1° posto al campionato provinciale e il 3° Posto al Campionato Regionale e aver raggiunto il 27° posto a livello nazionale. Sono stati premiati gli atleti: Claudia Grigato, campionessa regionale categoria esordienti A combinata. Filippo Gasparoni, campione regionale categoria esordienti A. Luca Colombo, campione italiano categoria divisione nazionale B. La coppia Filippo Gasparoni (pattinaggio Valdagno Castelgomberto) e Arianna Zerbato (pattinaggio Malo) campioni regionali categoria esordienti. Il gruppo spettacolo New Age Junior pattinaggio Trissino-Valdagno-Castelgomberto, giunto terzo ai campionati europei. I presidenti della società Luigi De Gerone, Sandro Colombo e Giuliano Crosara hanno espresso

Premiati al gran galà dello sport di Trissino i pattinatori dell’Associazione Polisportiva Valdagno-Castelgomberto. Il presidente De Gerone con gli allenatori Stefania Intelvi, Damiano De Felice e gli atleti premiati: Claudia Grigato, Filippo Gasparoni, Arianna Zerbato, Luca Colombo.

il loro vivo compiacimento a tutti gli atleti che si sono distinti in ogni gara. Questi successi sono il frutto del duro e appassionato lavoro svolto con impegno e competenze tecniche dai bravissimi allenatori: Stefania Intelvi, Damiano De Felice, Susanna Mezzadri, Marisa Massignani e Raffaela Tozzo. A completare una stagione molto positiva, c’è da rilevare anche un’altra grande soddisfazione per la società: la convocazione in nazionale dell’atleta Francesco Consolaro, atleta azzurro.

SEGUENDO IL SOLE “Ogni giorno i tuoi raggi ci daranno la vita, tutto quello che vogliamo è seguire il tuo cammino dall’alba al tramonto…” Queste sono le parole che hanno introdotto il disco di gara del Quartett Ensamble al Campionato Regionale 2012 quartetti divisione nazionale che si è tenuto a Caorle il 10 febbraio scorso. Questo quartetto della società Valdagno-Castelgomeberto ADP composto da Luca Colombo, Anna Crosara, Alice Mengato e Sofia Dal Conte è riuscito con un’esecuzione precisa, elegan-

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te e musicale ad interpretare in maniera ottimale la coreografia creata da Massimo Carraro aggiudicandosi il primo posto al Campionati Regionale 2012 e qualificandosi ai Campionati Italiani Gruppi Spettacolo che si terranno a Padova dal 22 al 25 marzo. Un ringraziamento a questi atleti che hanno portato la loro società per la prima volta a questo importante risultato nella categoria Gruppi Spettacolo e agli allenatori Massimo Carraro e Gioia Zerbato per il lavoro e la costanza che dedicano a questo gruppo.


Ricordando Franco

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Il “Terzo Memorial Franco Zamperetti” per mancanza di neve non si è potuto disputare con l’ormai tradizionale gara di sci nordico al chiaro di luna, ma gli amici di sempre si sono comunque dati appuntamento per ricordare l’amico di Chiara Guiotto Sabato 10 marzo è stato organizzato nella località sportiva di Recoaro Mille il “3° Memorial Franco Zamperetti”, un uomo che tutti ricordano per la sua grande passione per lo sport, in particolare per lo sci nordico, la bicicletta da corsa, le escursioni in montagna. Una grande persona che attraverso lo sport riusciva ad unire gli amici, quelli veri, con i quali ha trascorso i momenti più belli della sua vita. Così per mantenere vivo il suo ricordo gli amici di Franco hanno organizzato per il terzo anno consecutivo una serata che lui tanto amava. Purtroppo per mancanza di neve la tradizionale uscita con gli sci di fondo al chiaro di luna è stata sostituita da una divertente passeggiata anticipata dalla celebrazione di Don Enrico nella chiesetta di Fongara. La serata è proseguita con la cena al Ristorante Castiglieri che ha visto la partecipazione di ben 27 amici. Con triste emozione durante la serata è stato ricordato un altro sportivo amico di Franco: lui è Damiano Zarantonello, mancato lo scorso 15 settembre. Anche Damiano ha lasciato un vuoto incolmabile nella vita dei suoi amici sportivi con cui ha condiviso gioie e momenti indimenticabili. Franco e Damiano: due amici, due sportivi, due grandi uomini che hanno lasciato una traccia indelebile nella vita di tante persone, sportive e non. L’appuntamento è al prossimo anno, sempre all’insegna dello sport che Franco a Damiano amavano tanto.


vicenza 32

Sulle tracce di Lioy

A cent’anni dalla morte di Paolo Lioy, un gruppo di scienziati sotto l’egida del Museo di Vicenza ha ripercorso il cammino della spedizione scientifica che Lioy fece nel 1879 sui monti Lessini con il geologo Antonio De Gregorio, le guida geologica Giovanni Meneguzzo, il segretario del Cai Scipione Cainer e due asini.

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di Armando Bernardelli el 2011 si sono svolte le celebrazioni del primo centenario della scomparsa di Pa-

olo Lioy. Oltre ai convegni e alle mostre che hanno reso omaggio a questa eclettica figura di politico, archeologo e scienziato, il Museo Naturalistico Archeologico di Vicenza ha escogitato un modo molto dinamico e sportivo per ricordare Lioy e i suoi interessi naturalistici. Nel settembre 1879 Paolo Lioy, assieme al geologo Antonio De Gregorio, alla guida alpina Giovanni Meneguzzo e al segretario del CAI di Vicenza Scipione Cainer aveva svolto nell’arco di quattro giorni una spedizione scientifica sui Lessini vicentini e veronesi. Scipione Cainer scrisse un breve diario su questa escursione, e la sua lettura ha fornito lo spunto per ideare, organizzare e realizzare una rievocazione moderna dell’escursione del 1879. Non si è trattato di ripercorrere semplicemente il percorso del 1879, ma di riprenderne anche

lo spirito scientifico, trasformando quello che poteva essere un bellissimo trekking tra splendide località montane, in una vera e propria spedizione scientifica. Così il Museo di Vicenza, con l’essenziale collaborazione logistica delle coop Biosphaera e I Berici, è riuscito a formare un gruppo di scienziati che, ripercorrendo le tracce del Lioy ne hanno seguito anche gli scopi scientifici attraverso la raccolta di materiali naturalistici, geologici e paleontologici. Materiali che sono andati a implementare le collezioni del Museo vicentino. La rievocazione si è tenuta nel settembre 2011 e seguendo per quanto possibile quella del Lioy ha percorso questo interessantissimo itinerario: primo giorno, S. G. Ilarione - Bolca, secondo, Bolca - Campofontana, terzo, Campofontana - Rif. Revolto, quarto Rif. Revolto - Podesteria-Ebezzo, quinto e ultimo Erbezzo - Ponte di Veja. Il tutto, ovviamente, con gli stessi mezzi del Lioy, e cioè a piedi e con la simpatica (e indispensabile) compagnia di due

simpaticissime asinelle: Agata e Natalina. E per non esser da meno dei nostri predecessori, anche in questa occasione si è pensato bene di tenere un diario dell’escursione, compito affidato ad Enrico Gleria. Ma la documentazione di questa esperienza è stata affidata anche alle immagini, con la realizzazione di un documentario realizzato dal regista Paolo Bernardi e dal tecnico del suono Antonio Ricossa. L’iniziativa, quindi, ha visto la pubblicazione di un libretto con la trascrizione del diario del Cainer assieme a quello di Gleria, allegati ad un DVD documentario dell’escursione. In questo modo si potranno ripercorrere e ricordare le azioni dei partecipanti all’impresa: gli entomologi Paolo Fontana e Filippo Buzzetti, il naturalista Roberto Battiston, il paleontologo Ermanno Quaggiotto, il conservatore del Museo Naturalistico Antonio Dal Lago, il prof Ugo Sauro, il botanico Sivlio Scortegagna, il lichenologo Riccardo Febbraretti; un gruppo qualificato di epigoni del Lioy che hanno reso onore

ai loro predecessori e alla rievocazione dell’escursione. Attraverso il racconto scritto e le immagini del filmato si evince anche che si tratta di un percorso interessante e soprattutto ripercorribile, un trekking naturalistico scientifico da riproporre e vivere direttamente. I monti Lessini offrono ambienti e panorami che gli scienziati coinvolti in questa iniziativa hanno potuto vivamente apprezzare in un percorso ricco di spunti di interesse, intercalato ad esempio dalla visita alla famosissima pesciara di Bolca, con il suo bellissimo Museo dei Fossili, e conclusosi allo straordinario ponte naturale di Veja. Ma, a dire la verità, c’è un ultimo aspetto che si evince dal racconto di questo viaggio: per quanto interessati e concentrati sulla loro spedizione, l’attenzione degli scienziati puntualmente, a fine giornata, è stata rivolta ai succulenti piatti della tradizione culinaria della Lessinia! Un bel modo di riprendere le forze, e un ulteriore motivo per ripercorrere da parte nostra, le loro tracce.


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lettere

Potete scrivere al Senatore Alberto Filippi inviando le vostre e-mail a: sportivissimo@mediafactorynet.it

Vino e sport Caro Senatore, ho letto con piacere e divertimento la lettera di una lettrice pubblicata su Sportivissimo del mese scorso e vorrei proporle la versione maschile di essa: io faccio sport non per dimagrire ma per concedermi qualche bicchiere di vino in più. Mi piace il vino e a volte ne sento proprio il bisogno. Non al punto di ubriacarmi, figurarsi, ma per il piacere del suo sapore. Un buon bicchiere e la televisione; un buon bicchiere e un libro, un giornale sono quello che desidero per chiudere le mie giornate di lavoro. Poi, però, averto la necessità di fare sport per “recuperare” questa piccola concessione che mi sono fatto. Vado in bici, mi piace: so che potrei andare più forte, se non bevessi quei due bicchieri serali, ma poi mi dico che non pedalo per vincere le Olimpiadi e quindi continuo nel mio piacevole rito serale. Insomma, la conclusione personale a cui sono giunto è che si può fare sport anche per concedersi qualche piacere della tavola in più: lo sport è bello perché serve anche a questo, non crede? Alla salute, Armando.

Carissimo Armando, anch’io la penso come te: lo sport è sempre legato a un risultato: può essere nella prestazione in sé, ma può anche essere nel tenersi più in forma. A te piace il vino - a chi non piace? - però cerchi di tenerti in forma, praticando il ciclismo. Con il vino un po’ ingrassi; con la bici rimedi. Ottimo, mica devi prepararti per le Olimpiadi! Un mio caro amico consiglia di bere sempre un po’ di vino; dice che un bicchiere alla sera fa bene al cuore. Quindi un bicchiere e un bel giro in bici, niente di più salutare. Ma, se devi eccedere, fallo con i chilometri e non con i litri. Un brindisi alla tua simpatia, Alberto.

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Le vostre lettere possono essere lette anche nel sito: albertofilippi.it

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