SportivissimoFebbraio2014

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Hockey la Partita del Cuore


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editoriale

Appunti per un protocollo d’intitolazione di piazze, vie e rifugi

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unque non è andata. La nostra proposta di intitolare il rifugio di Montefalcone a Oscar Garbin, il nostro maestro di sport, non è stata accolta. A dir la verità non è stata nemmeno rifiutata; è stata sospesa in attesa della stesura di un protocollo che dia un regolamento chiaro in materia di intitolazione. È comprensibile: bisogna fare le cose in modo chiaro ed equo; è saggio: bisogna che le intitolazioni siano ponderate e ben giustificate per evitare che poi chiunque si possa sentire autorizzato a intitolare questo e quello a Caio, Tizio e Sempronio solo perché vi è un precedente non regolamentato. Quindi aspettiamo, aspettiamo di leggere questo disciplinare e nel frattempo facciamo qualche riflessione sul senso e sul valore delle intitolazioni. Prendiamo il caso Recoaro, dato che è l’amministrazione del comune di Recoaro ad aver pensato alla necessità di disciplinare la materia. Qui la via principale si chiama Roma; le piazze, una Dolomiti, una Varese, una Duca Amedeo d’Aosta; le altre vie del centro sono: Del Donatore, Capitello, Cavour, Vittorio Emanuele, Lelia, … da questa mappa di nomi un recoarese può riconoscere il suo paese solo per “Lelia” che deriva da Lelio Piovene, lo scopritore delle acque di Recoaro. Gli altri nomi non dicono nulla di dove siamo e infatti chi si trovasse al civico 1 di via Roma potrebbe trovarsi in qualsiasi altro paese d’Italia. I nomi delle vie del centro di Recoaro non parlano minimamente di Recoaro e della sua gente. Da essi non possiamo risalire a nessuna storia, a nessun carattere, a nessun significato specifico, a nessun padre nobile. Sono indicatori asettici, generici, senza spirito, senza vissuto, senza forza, senza fantasia. Leggendoli viene fuori un paese senza anima che Recoaro non è. Se lasciamo il centro e riflettiamo sui nomi delle contrade, tutto cambia: Ronchi, Storti, Parlati, Zulpo, Ceola… da questi nomi qualsiasi recoarese riconosce il suo territorio perché vi legge la sua storia e quella dei suoi concittadini, essendo, quei nomi, anche nomi di persone che in quei luoghi sono vissute. La mappa dei nomi dei luoghi di Recoaro, quindi, ci dice che Recoaro è più territorio che paese, è più contrade che centro, più conca che villaggio. Infatti le manifestazioni culturali e sportive più sentite sono La Chiamata di Marzo e la Coppa Scarnusso, inequivocabili espressioni di un tessuto territoriale policentrico e multiforme. Ebbene, più in alto delle contrade ci sono i rifugi. Che nomi hanno i rifugi? Quello della Gazza, che è di proprietà del Cai di Valdagno, è intitolato a Cesare Battisti, eroe della Prima Guerra Mondiale; quello di Campogrosso, prima di esser venduto a privati, era del Cai di Vicenza che l’ha intitolato a Toni Giuriolo, figura di grande spessore culturale e morale della Resistenza; stando in alto, per il valore simbolico di essere in alto, i rifugi in genere portano nomi che rinviano a esempi di umanità e di civiltà. Ecco, quello di Montefalcone, unico rifugio che ancora appartiene alla comunità recoarese, è chiamato “Gingerino”! Che nome è? È come se i Parlati si chiamassero “Acqua Brillante”, gli Storti “Chinotto”, i Cornale “Toco toco”, gli Zulpo, “Pompelmo Brillante”, i Ceola “Tamar Soda”… “Gingerino” è un nome ridicolo. Recoaro ha una storia importante, fatta da donne e uomini che hanno profuso passione ed energie perché Recoaro fosse di generazione in generazione sempre migliore. È il caso di fare davvero presto nel dotarsi di un disciplinare in materia d’intitolazione. Ps. So che qualche genio proporrà di intitolare lo “Chalet Gingerino” a Nelson Mandela, nome che indubbiamente (mi autocito) “rinvia a esempi di umanità e di civiltà”. Nel caso (continuo con l’autocitazione) “è come se i Parlati si chiamassero “Vittorio Emanuele”, gli Storti “Cavour”, i Cornale “Duca Amedeo d’Aosta”… la conca diverrebbe come il centro, dove i nomi dei luoghi non parlano minimamente di Recoaro e della sua gente; dove, leggendoli, viene fuori un territorio senza anima che Recoaro non è.

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Sport e solidarietà

A Valdagno lo sport si fa solidarietà: grande successo per la partita del cuore tra le vecchie glorie dell’hockey azzurro e la squadra del CSV

S

ono molti i valori che lo sport può e deve trasmettere, la solidarietà è uno di questi. Il 5 gennaio 2014 al Palalido di Valdagno si è disputata la Partita del Cuore, un evento hockeystico organizzato dal Centro Sport Valdagno a scopo benefico. Hanno dato spettacolo grandi campioni dell’hockey pista contro la squadra del CSV che milita nel campionato di A2. L’incasso è stato devoluto all’Associazione “Un cuore un Mondo Onlus” di Padova che sostiene

di Paola Dal Bosco il reparto di Cardiochirurgia Pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Padova. L’evento ha chiamato indimenticabili campioni del calibro dei fratelli Mariotti, Cupisti, Marzella, Girardelli, Rizzitelli, Giradelli, Faccin, Frasca, Stella, Zanfi, Amato e De Gerone come allenatore. Di fronte a circa 600 spettatori la partita, ricca di emozioni ha regalato spettacolo e tanti goal finendo in parità 11 a 11.

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Prof. Giovanni STELLIN, DIRETTORE U.O.C. - Cardiochirurgia Pediatrica e Cardiopatie Congenite, Università degli Studi di Padova

L’Associazione un Cuore un Mondo

passato. Accogliere le famiglie di

è un’associazione di genitori che

bambini cardiopatici nel complesso

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loro genitori. A volte per chi viene da

dire vite salvate. La ricerca richiede

profondamente. Lo sanno i genitori

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gravosa anche da un punto di vista

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supporto economico e logistico.

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INTERVISTA A STEFANO GARBIN

valdagno

Incontriamo il presidente del Centro Sport Valdagno, Stefano Garbin, che assieme a Sportivissimo ha sostenuto la manifestazione, per alcune riflessioni cha vanno oltre la cronaca dell’evento. Allora, Stefano, tiriamo le somme, come è andata ? Sono soddisfatto, è stata una grande festa di sport e solidarietà, abbiamo lanciato un messaggio positivo e dato un aiuto concreto all’Associazione “Un Cuore un Mondo” di Padova e alla Cardiochirugia Pediatrica di Padova. Valdagno e l’hockey in generale hanno dimostrato di esserci quando si parla di solidarietà e di bambini. Perché la Cardiochirurgia di Padova ? In Italia su 10 bambini che nascono 1 soffre di qualche patologia cardiaca, che di solito per alcuni porta anche alla morte. Per me è un dato impressionante. Ma ogni anno si riesce a ridurre questo divario grazie alla ricerca e alla formazione dei medici. Il centro di Padova è uno tra i più eccellenti d’Italia, con circa 350 interventi all’anno, e parliamo di bambini da 0 a 3 anni ! Ogni volta che vedo le nostre squadre giovanili pattinare felici, penso a che tesoro abbiamo, e quindi era giusto fare qualcosa per bambini meno fortunati, per dare un segno e per sensibilizzare anche l’opinione pubblica.

Centro Sport Valdagno lo hanno fatto per trasmettere dei valori attraverso lo sport. Puntiamo molto sui giovani e investiamo perché diventino uomini e campioni allo stesso tempo, corretti in campo e anche nella vita; ed è giusto che questo percorso di crescita civile lo possano fare a Valdagno nel senso che devono trovare spazi e risorse qui, a casa loro. Come da un lato non vogliamo che i nostri migliori cervelli emigrino all’estero, non vogliamo neanche che i nostri possibili campioni di domani debbano giocare altrove per perfezionarsi. Quindi la Partita del Cuore è stata un veicolo per far passare questo messaggio: grandi campioni assieme ai ragazzi del CSV per sostenere e mantenere in Italia la Ricerca.

Parliamo adesso del progetto che ha portato la squadra di hockey in A2 E’ un progetto semplice, anche se non sembra. Oramai tutti delocalizzano, le nostre industrie prima di tutto, poi i nostri migliori manager, gli stilisti, i professionisti etc. tutti se ne vanno, anche da Valdagno. Lo sport risente di questa situazione, difatti si ricercano sempre più risorse per destinarle all’acquisto dei migliori atleti per vincere tutto. E’ una filosofia che in parte ha un senso: porta spettacolo e prestigio a chi se ne appropria. Poi però bisogna fare i conti con i bilanci, e non sto parlando dell’hockey ovviamente ma di Come e quando è nata questa tutto lo sport. Noi abbiamo vobella iniziativa? luto tentare di invertire la rotta, Coloro cha hanno fatto nascere il nulla di nuovo per alcuni, difatti

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8 in Portogallo e in Spagna è già una realtà consolidata. Per quanto riguarda l’hockey a rotelle abbiamo semplicemente richiamato a Valdagno i valdagnesi, e abbiamo dato spazio e a chi per vari motivi era fermo o non è stato oggetto di acquisti societari ma aveva ancora molto da dire. Questo progetto di “localizzazione” dello sport ci è piaciuto fin da subito e sta dando ottimi risultati: diverte, vince e dimostra all’Italia la grande scuola hockeystica Valdagnese e Vicentina. Ritornando alla Partita del Cuore, quali emozioni sono rimaste? Prima di tutto la grande umiltà di questi campioni. Questa è gente che ha fatto l’hockey in Italia e non solo. A oggi i lori risultati non sono ancora stati eguagliati, eppure hanno risposto subito all’invito, senza esitazione e senza pretese, dimostrando di essere campioni anche nella vita, e quindi dei maestri, maestri di vita. Ecco, questo, secondo me, è quello che fa la differenza fra un campione sportivo ed il maestro. Loro sono dei maestri, difatti ad oggi continuano a trasmettere i loro valori sportivi e umani. Poi ho ancora in mente le firme sulle maglie ai ragazzi dell’Under 10. Un gesto simbolico ma molto forte, una trasmissione quasi sciamanica di tutti quei valori che vorremmo, un giorno, fossero anche dei nostri ragazzi. In tribuna c’erano anche degli esponenti dell’Associazione “Un Cuore un Mondo” ma anche della Cardiochirugia Pediatrica. Per noi è stato un onore. Con L’Associazione “Un Cuore un Mondo” abbiamo subito avuto una buona intesa, avere poi tra noi il dott. Giovanni Stellin, direttore della Cardiochirurgia Pediatrica di Padova, ha dato un significato in più all’evento. Prima della partita, il professore ha incontrato negli spogliatoi tutti i giocatori dando loro una forte motivazione; un gesto che ha colpito tutti, degno di un allenatore in una finale importante.

E per quanto riguarda la risposta benefica? Siamo soddisfatti, l’incasso è stato devoluto all’Associazione ma molte sono state anche le offerte spontanee di privati; le maglie commemorative sono andate a ruba su ebay, anche a 300 euro in un’asta! Un modo nuovo per raccogliere fondi. Propositi per il futuro? In un momento di crisi generale e concreta come questo, credo che anche lo sport debba riflettere. In giro per l’Italia, nell’hockey ma anche in tanti altri sport, vedo squadre composte da giocatori che poco hanno a che fare con i vivai e con il territorio, e questo, come già detto, pesa sul prezzo dello spettacolo e lo altera anche. Noi continueremo con il nostro progetto, forti della nostra la filosofia: sostegno e sviluppo delle risorse sportive locali, per dare spazio ai nostri giovani affinché crescano nei valori dello sport.


La festa dello sport

N

ella serata del 6 dicembre a Torri di Quartesolo si è tenuta l’annuale Festa dello sport organizzata dal CONI Point di Vicenza con la premiazione a società, atleti, dirigenti e tecnici vicentini che maggiormente si sono distinti. Ha aperto la serata il delegato del Comitato Provinciale di Vicenza Marco Franceschetto, madrina della serata Maria Santucci. Momenti musicali con Maria Mecenero alla viola e Sarah Van Eijk al violino e con la Band Sismica. Sono seguite le premiazioni che hanno interessato Malo, Rosà, Montecchio Maggiore insigniti dal titolo Comuni ACES “Città Europea dello sport”. A seguire premiazioni del comune di Torri a suoi atleti e dirigenti e del CONI, per i dirigenti degli sportelli di Consulenza e degli sponsor degli Educamp. Quindi la premiazione con stelle di Bronzo alle società: Shooting Team Scaligera di Asiago, Tennis Montecchio Maggiore, Moto Club La Favorita Sarego e a Polo Guerrino presidente della Bicisport Linda di Tezze sul Brenta. Le benemerenze sono andate al Real Vicenza, a Cinzia Picchiarelli di Valdagno, atleta a livello nazionale nella scherma Paraolimpica, al Giornale di Vicenza, a Vettorato Francesco campione italiano assoluto di arrampicata della società Xfighter Team di Molvena, Mauro Grotto, del New Team S. Trinità di Schio, 8 scudet-

vicenza

Un firmamento di stelle alla festa del CONI. Tra i premiati molti atleti e società della valle dell’agno e dell’alto vicentino di Antonio Rosso foto archivio CONI e Antonio Rosso

momento musicale con Maria Mecenero alla viola e Sarah Van Eijk al violino

Cinzia Picchiarelli e il presidente del Circolo Scherma Valdagno con Franco Franceschetto delegato del CONI

Mauro Grotto del New Team S. Trinità di Schio tra Marco Franceschetto e Marina Santucci riceve la benemerenza del CONI

Cinzia Picchiarelli di Valdagno e il delegato CONI Marco Franceschetto

Vettorato Francesco della Xfighter Team di Molvena

Cinzia Picchiarelli e il presidente del Circolo Scherma Valdagno con Franco Franceschetto delegato del CONI e Marina Santucci

I rappresentanti del liceo scientifico Tron di Schio

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ti nella disciplina del calcio per atleti sordi e Sante Sarracco presidente del Rugby Vicenza. Stelle d’argento per Il Circolo Scherma Valdagno, Enrico Agosti, presidente della ASD H81 di Vicenza, Giorgio Grigolato Presidente Provinciale Federazione Hockey Pattinaggio con sede a Valdagno e Longo Ottavio dirigente Federazione Italiana Bocce. Premiate le seguenti scuole per i migliori risultati e per il maggior numero di partecipanti ai Giochi Sportivi Studenteschi Provinciali: IC Caldogno, IC Vicenza 5, IC Marano Vicentino, Liceo Scientifico Brocchi Bassano, liceo Scientifico Tron di Schio, ITIS Rossi Vicenza, IC Tori di Quartesolo. Palme di Bronzo al merito tecnico per Lorenzato Benvenuto Aldo, atletica leggera, Zanetello Tiziano, Orienteering, Zoccante Lorenzo, atletica leggera. Per concludere premiazione per le società Vi. Squash Vicenza, Jonathan Scherma Bassano, USR Arcobaleno Basket Carrè, GS San Paolo Vicenza, Canoa Club Vicenza, Centro Nuoto Rosà, Rugby Alto Vicentino di Schio, Xfighter Team di Molvena, Circolo Sportivo Bushido Vicenza, GSD Scolastico Marconi Cassola, Vicenza Baseball Softball Club, Società Pugilato Dilettantistica Trissino, Pallamano Camisano, Bruel Volley Bassano SSD, Pesistica Montecchio Maggiore, HC Diavoli Vicenza, BMX Creazzo, Tennis Tavolo Vicenza, Erebus Urienteering Vicenza. Ha chiuso la serata un buffet offerto dagli organizzatori a tutti i partecipanti, pubblico compreso.



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Le ottime prestazioni agli Europei del cavaliere vicentino, Stefano Fioravanti, lo proiettano tra i grandi favoriti dei prossimi Mondiali e delle Olimpiadi del 2016

C

di Paola Dal Bosco

on il 2013 si è concluso un anno importante per il cavaliere vicentino Stefano Fioravanti. Proprio ad inizio dello scorso anno non si sarebbe mai aspettato che sarebbe andata così bene. Infatti ad inizio 2013 per questioni di età è passato dalla categoria Young Riders alla categoria regina del Completo (la sua specialità) cioè quella Senior, dovendo affrontare quindi delle gare più alte e più impegnative, con livelli di sforzo per cavallo e cavaliere molto impegnativi e arrivando a scontrarsi con tutti i più grandi cavalieri d’Europa e del Mondo che gareggiano in quella categoria anche da molti anni. Nonostante questo, è riuscito a partire alla grande. Grazie all’allenamento che fa tutti i giorni, al maneggio dove si allena, il Ross Horses International che gli ha messo a disposizione moltissime strutture e al nuovo istruttore Alberto Basilico, inizia l’anno partecipando alle maggiori gare Europee e classificandosi sempre tra i migliori italiani. Ha avuto il privilegio di essere chiamato per partecipare agli Europei di Completo per la squadra italiana che si sono tenuti a Malmo in Svezia la scorsa estate, gara in cui solo 6 italiani possono andare e raramente viene chiamata una persona giovane, seppur preparata tecnicamente. La decisione del tecnico federale Andrea Mezzaroba di far partecipare Stefano per la squadra italiana agli Europei è stata presa dopo una gara di Coppa delle Nazioni, tenutasi in Francia a Marzo, nella quale Stefano già partecipava per l’Italia e dove la squadra ha ben figurato arrivando terza dopo Germania e Francia, e dopo una gara internazionale in Inghilterra in cui il tecnico aveva invitato i migliori binomi italiani a prenderne parte per fare una selezione in vista degli Europei e dove il nostro


vicenza

Il cavaliere vicentino

cavaliere vicentino è stato il migliore tra gli italiani in gara, arrivando ventesimo in tutto e confrontandosi con quasi tutti i binomi esteri che poi avrebbero preso parte alla maggiore gara europea il mese dopo. Agli Europei poi il binomio Stefano - Nodin d’Orval (il suo cavallo) ha portato a termine egregiamente due prove su tre, contribuendo al quarto posto di squadra. Ottima prova per essere al primo anno di una categoria

che include tutti i più bravi al mondo e che risulta essere una prima prova in vista di Mondiali che si terranno quest’anno e Olimpiadi, che si terranno invece nel 2016. Quest’anno ci saranno i mondiali equestri in Normandia come si diceva sopra, dove Stefano spera proprio di partecipare, per questo si sta già allenando da tempo con i suoi due cavalli e si sta preparando per le prime gare della stagione, che saranno entrambe in Francia: la prima sarà una tappa di Coppa delle Nazioni e la seconda una gara di qualifica per i Mondiali. “Ringrazio tutti gli sponsor che mi hanno sostenuto fin qui, cioè: Selleria Equipe di Valdagno, Sergio Grasso per gli stivali, Veredus per le protezioni dei cavalli, Animo per l’abbigliamento per gli allenamenti e in gara, Trm Ireland per gli integratori dei cavalli che mi permettono di ottenere sempre il massimo, infine Cmz Sistemi elettronici e PFM packaging Machinery che mi aiutano molto nell’organizzazione delle gare”

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valdagno

Fratelli Karate

C

Cristian e Angelica Sababo sono due promesse delle Arti Marziali nella disciplina KARATE SHOTOKAN

di Damiano Irlanto

hristian Sbabo ha 11 anni ed è Cintura Marrone, Angelica Sbabo ne ha 8, di anni, ed è Cintura Arancione; e sono fratelli, abitano alla Piana di Valdagno, e si allenano a Malo e Costabissara, con il Maestro Paolo Scapin 7° DAN di Marano Vic. allenatore della Nazionale Italiana Kata Fik presso la ASD Karate Shindojo. Christian comincia a praticare la disciplina alla fine del 2011 e visto il suo impegno e la sua capacità nell’apprendere la Disciplina fa le sue prime gare già nel 2012 ottenendo degli ottimi risultati con parecchie vittorie conquistando il titolo di vicecampione di Kumitè e 3° nel Kata nel Campionato Veneto, al Campionato Italiano ad Arezzo fa un 1° posto nel Kata agli Internazionali di Trieste si classifica 1° nel Kata. Visto le sue importanti vittorie comincia a partecipare a gare sempre più impegnative i Mondiali quali i Campionati del Mondo Children a Novi Sad in Serbia piazzandosi ad ottimi livelli ed ai Mondiali per Club a Roma arrivando a conquistarsi il 2° posto nel Kata. Christian partecipa tutt’ora a gare importanti compreso Gare Internazionali piazzandosi sempre al 1° posto. La piccola Angelica, vedendo che il fratello faceva sempre più importanti vittorie e sempre più spesso, ha cominciato ad avvicinarsi anche lei al mondo delle

Arti Marziali. E così nel 2013 comincia a gareggiare assieme al fratello, rivelandosi una super combattente, da non sottovalutare, come il fratello. Assieme vincono, ma ognuno per la sua categoria, Campionati Regionale Veneto di Fik – Kata – Kumitè, vincono la Coppa Italia a Terni di Kata e 3° posto in Kumitè, ai Mondiali di Caorle Christian vince nel Kata ed Angelica vince nel Kumitè ed arriva 2° nel Kata. Ed negli ultimi 2 Campionati

2013 di cui 1 Internazionale ed 1 Italiano si classificano tutti e 2 i fratelli primi in Kata e Kumitè. Sicuramente questi due giovani con questi ottimi risultati faranno parlare di loro nei prossimi anni grazie all’impegno di tutti, compresi i genitori che con la loro preziosa collaborazione danno loro un continuo sostegno; grazie anche alla professionalità del loro direttore tecnico Maestro Paolo Scapin, figura fondamentale nel loro percorso di crescita.


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valdagno

Donna in siKurezza: anche a Valdagno

L

di Elena Chemello

a WORLD KRAV MAGA ASSOCIATION sta diffondendo su tutto il territorio nazionale una proposta per l’anno 2014 con il titolo “Donna in

Sikurezza” che viene coordinata e gestita qui in Veneto, dal Coordinatore Tecnico di WKMA: il mo°. DIEGO BRUGNOLO, che ci ha gentilmente rilasciato un’intervista:

D.: “Ci vuole spiegare in cosa consiste questo Progetto?” R.: “Il progetto “DONNA IN SIKUREZZA” è frutto dell’analisi di casistiche reali e dell’esperienza sul campo di varie strutture: dai medici del Pronto Soccorso, agli psicologi dei Centri Antiviolenza, dalle forze di Polizia, ecc., fino alle drammatiche testimonianze dirette di chi ha subito violenza....” D.: “Un corso di Autodifesa rivolto alle donne dunque?” R.: “A grandi linee si può dire di sì, ma non è solo questo. In questo corso non si vogliono insegnare tecniche impossibili da attuare, mirate esclusivamente alla lotta o al combattimento, bensì anche la cono-

scenza di quello che è il nostro codice penale, perchè spesso non basta difendersi dopo essere stati aggrediti per avere ragione di fronte alla legge. Quindi anche un’accurata informazione su quello che dice al riguardo la nostra Legge in materia di legittima difesa o di eccesso di difesa. Altro aspetto molto importante che viene “insegnato” riguarda l’atteggiamento da tenere durante le situazioni di pericolo...” D.: “Cosa significa; intende forse dire che possiamo essere noi a “provocare” una certa reazione?” R.: “Non in questi termini: la VITTIMA è sempre VITTIMA, non vanno confuse le dinami-

L’Associazione “PUNTO D per i Diritti e le Pari Opportunità” di Valdagno organizza in collaborazione con Studio Progetto di Cornedo e con il patrocinio del comune di Valdagno, corsi di autodifesa femminile.

che. Voglio dire che quando ci si trova di fronte ad un imminente pericolo, tutto il nostro corpo lancia dei segnali (paura, debolezza, insicurezza, ecc.) che vengono “captati” dall’aggressore ed è per questo che è importantissimo conoscerle ed imparare un nuovo “linguaggio del corpo” che ci aiuterà anche sotto l’aspetto psicologico; servirà a ridarci fiducia e sicurezza. D.: “Ci può fare un esempio?” R.: È bene chiarire subito che è sempre fondamentale, di fronte ad un pericolo imminente, valutare l’entità stessa del pericolo; ecco quindi che durante i nostri corsi di “Donna in Sikurezza” noi insegniamo an-

che a pianificare le vie di fuga e a “stemperare” sul nascere le discussioni verbali per non farle degenerare in collutazioni. Le donne, purtroppo, sono un bersaglio privilegiato per gli aggressori e diverse sono le tipologie di aggressione: ci sono le liti che degenerano, le aggressioni di teppisti, quelle a scopo di rapina, le aggressioni da parte di malintenzionati, di ubriachi o drogati, quelle finalizzate a nuocere alla persona (tentativi di stupri o di uccisione). Le donne perciò non devono imparare a difendersi solamente da un unico tipo di aggressione, ma imparare ad applicare, a ciascuna situazione concreta, un modello di auto-

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difesa “codificato” e specifico. D.: “Ci può dire ora maestro come si svolgono praticamente i corsi?” R.: Le tecniche di difesa proposte nei nostri corsi sono semplici ed efficaci, richiamano a movimenti istintivi, che abbiamo dimenticato... Il condizionamento sociale, la convivenza civile ci ha portato a privilegiare la gentilezza, la trattativa, la sottomissione, al fine di evitare lo scontro. Ma di fronte ad una violenza improvvisa talvolta è necessario saper andare oltre le proprie inibizioni. Nei corsi si insegna a saper gestire lo stress e la paura, che vengono spesso vissute come un fattore negativo, cercando di trasformarli in effetto positivo che ci dia l’energia e la forza di reagire, aumentando la nostra determinazione. Nella difesa personale è importante saper sfruttare a proprio vantaggio l’ambiente circostante, così come saper utilizzare gli oggetti a portata di mano (le scarpe, la borsa, una penna, le chiavi, l’ombrello, ecc.). Per questo le nostre lezioni non si svolgono solamente all’interno di una palestra, ma anche per strada, al supermercato, in un parcheggo, proprio per ricreare le situazioni reali che dobbiamo imparare ad affrontare.” Ringrazio il mo° Diego Brugnolo per la sua chiarezza e disponibilità e penso tra me e me che questa opportunità non voglio proprio lasciarmela scappare.... Arrivederci a tutte!!!!

IL CORSO A VALDAGNO PARTIRÀ giovedì 20 marzo 2014, dalle ore 19,30 alle 21 presso la Sala di Itaca, in Cittadella Sociale, V.le R. Margherita, 42 Valdagno –VI –

INFO:

Associazione “PUNTO D per i Diritti e le Pari Opportunità” c/o Cittadella Sociale, email:puntod@hotmail.it Cell. 333 3622036 (Elena) Cell. 347 6176886 (Silvia)

DIEGO BRUGNOLO Istruttore 3° Livello KRAV MAGA Istruttore 3° Livello in S.A.T. KRAV MAGA Istruttore 3° grado in SPETSNAZ GLOBAL Cintura nera 2° Tenchi Bogyo Ryu Goshinjiutsu Esperto settore sicurezza, Autodifesa, Antiagressione, Difesa terza Persona, Body Guard (IBSSA international bodyguard & security services associations) Scorta VIP Istruttore di Body Building. Attualmente il Mo° Brugnolo sta formando nuovi istruttori per il “progetto donna”, che sono: Erika Tregnago, Nicola Prebianca, Giacomo Pireddu, Paglialonga Sabrina, Diego Preto, già abilitati all’insegnamento.

Cos’è il Krav Maga Il Krav Maga è un sistema di combattimento ravvicinato e autodifesa di origine israeliana. La parola krav maga,significa letteralmente “combattimento con contatto/ combattimento a corta distanza”. È stato ideato come programma di addestramento accelerato per i soldati dello stato di Israele da Imrich Lichtenfeld. Imi nasce a Budapest nel 1910 e cresce nella città di Bratislava capitale della Slovacchia. Eccellente nuotatore, ginnasta, e lottatore, diviene campione nazionale di lotta e pugilato e campione internazionale di ginnastica. Intanto l’antisemitismo nazista aumenta a macchia d’olio, e Imi organizza un gruppo di giovani atleti (per la maggior parte pugili, lottatori o culturisti) il cui compito era di proteggere la comunità ebraica locale, combattendo le truppe naziste. Qui nascono le prime basi del Krav Maga. Il KRAV MAGA risponde a criteri pratici quali l’efficacia e la rapidità con cui si arriva al risultato

desiderato con logica ed economia dei movimenti: la neutralizzazione dell’aggressore. Lo scopo del KRAV MAGA è sviluppare in chi lo pratica, la capacità di adattamento alle più svariate situazioni che possono accadere in tutti i luoghi frequentati giornalmente. PRINCIPI FONDAMENTALI E CARATTERISTICI DEL KM: SEMPLICITA’ Il KRAV MAGA si basa su movimenti semplici e movimenti naturali. Sono quelli che funzionano meglio in un combattimento reale. VELOCITA’ La velocità di reazione determina l’efficacia della tecnica, perciò è basilare esercitarsi sulla velocità di reazione con una risposta veloce ed esplosiva. EFFICACIA Questa disciplina lo dimostra proprio attraverso la sua storia ed il contesto nel quale si è sviluppata. Viene insegnato nelle accademie

dei più famosi servizi segreti (nella stessa CIA) e corpi speciali di polizia (come FBI e Guardia Nazionale) o esercito. In Italia, tra le forze dell’ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, ecc..), i reparti militari, gli operatori della sicurezza e vigilanza privata (es. guardie del corpo). Da un decennio a questa parte il krav maga è divenuto una realtà anche per i semplici cittadini nell’ambito della difesa personale, in quanto le diverse federazioni e organizzazioni esistenti hanno studiato e sviluppato metodi specifici adatti ad ogni individuo, di qualsiasi corporatura (donne, uomini e ragazzi), che si prestano all’autodifesa in qualsiasi luogo e situazione (a piedi, in auto, in ambienti chiusi o aperti, etc...).


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Skintage

La storia a Recoaro Mille

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omenica 16 febbraio 2014 Recoaro Mille ha ospitato la prima edizione del Trofeo Roberta Tonini SKINTAGE, raduno di sciatori, con abbigliamento e attrezzature d’epoca, che si sono misurati su uno slalom gigante tracciato con una tipologia a carattere storico sulla pista Senebele. Una quarantina di entusiasti partecipanti, provenienti da varie località, ha sfidato le inclemenze del tempo, dimostrando coraggio e abilità nel padroneggiare attrezzi degli anni ’50, ’60, ‘70, esibendo diversi “pezzi” di rilevante pregio storico frutto di un paziente e colto collezionismo. Tra i maschi nella categoria “Scarponi di cuoio e sci dl legno” si è imposto Michele Lorenzi di Valdagno, seguito da Andrea Bicego e Gian Menato. Nella categoria “ Scarponi di cuoio e sci di metallo o fibra” ha primeggiato Giovanni Randon di

di Gian Menato foto di Enrico Bauce Recoaro, davanti a Renzo Novella e Flavio Balboni. La categoria “Sci diritti e scarponi di plastica” ha visto il successo di Luigi Artuso di Marostica che, con il miglior tempo assoluto, ha regolato nell’ordine Aldo Ronconi e Fincati Valerio. Tra le femmine si è distinta Elena Bernardi di Valdagno che ha preceduto elisa Garbin e Marilì Menato. Il Trofeo Tonini per il miglior costume d’epoca è stato assegnato a Maurizio Cortiana di Valdagno. La manifestazione, che è stata possibile grazie al supporto della Società Conca d’Oro di Recoaro Mille e dello Sci club Recoaro, con il patrocinio del Comune di RecoaroTerme, è il primo di quattro appuntamenti di un circuito (100 SLALOM-STORIE DI SCI) nato per iniziativa del Gruppo Sciatori d’Epoca Facebook che ha l’intento di rievocare la storia del discesismo locale e nazionale.

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lavarone

È

buio pesto quando i 250 concorrenti della Lavaronda scattano alla partenza indiavolati come fossero inseguiti da una muta di dobermann. Organizzata dallo Sci Cai di Schio sull’altipiano di Lavarone, questa gara alpinistica, alla sua seconda edizione, prevede la formula dello start con una corsa iniziale a piedi. Pochi metri dopo, arrivati sulla neve, gli scarponi incontrano gli sci e ha inizio la vera ski alp race! 1200 sono i metri di dislivello positivo da superare per uno sviluppo totale di 12 km sfruttando parte dell’area sciistica. Aperta a tutti gli appartenenti alle categorie senior e master è una competizione che assume un innegabile sex appeal dovuto alla magia dell’atmosfera dark. Una gara che si corre nella catodica matrice in bianco e nero della notte invernale. Vista da un lontano punto d’osservazione gli

Lavaronda, il fascino di gareggiare nell’oscurità di Arturo Cuel

atleti si confondono nel brulichio delle loro luci. Incolonnati come su di una congestionata tangenziale arrancano lungo la prima salita che porta alla sommità denominata Tablat, in una scenografia decisamente surreale. All’avvicinarsi si distinguono finalmente i profili di quelle figure aliene che sembrano arrivare da chissà quale pianeta. Come perfette macchine da guerra sbuffano vapore e portano colori di battaglia. Ognuna ha un fanale installato sopra il casco per illuminare il perimetro che va a cadere qualche metro oltre le punte degli sci. Un ingegnoso quanto indispensabi-

le accessorio per poter praticare un’attività da autentici licantropi. Come in altre manifestazioni simili il tracciato è identificato da torce dislocate qua e là a bordo pista per facilitarne la stessa riconoscibilità. Almeno qui la scusante di “perdersi per ritrovarsi” non vale! Ma è diffuso gareggiare dotandosi di una propria fonte d’illuminazione a led che in alcuni casi è talmente potente da poter tranquillamente venir trapiantata sul paraurti di una macchina da rally. Anche l’abbigliamento non è uno scherzo, scompaiono i materiali ormai vintage dell’alpinismo classico, ci si veste di tutto punto con abiti ipertecnologici.

Il nemico è il peso e per sconfiggerlo si fa largo impiego di tessuti leggerissimi e traspiranti, mentre il carbonio è l’ultima tendenza per la costruzione di sci e scarponi. La caccia a togliere il superfluo è arrivata perfino a non concedersi neppure una goccia di Chanel N°5. Non si va per il sottile e si porta con sé solo lo stretto indispensabile, cioè la dotazione obbligatoria! Quella che devi avere da regolamento, pena la squalifica. La sicurezza dev’essere tutelata, per questo artva e telo termico si trovano nell’elenco pur trattandosi di una gara fondamentalmente su pista. Se il peso è stato sconfitto, la fatica rimane ed è notevole quando ci si misura con le fauci dei profes-


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sionisti che partono con l’intento di azzannare un nuovo record o di finire su uno di quei 3 gradini dove ti danno, comunque vada, una medaglia, e magari, un fugace bacetto di donzella. Fra i partecipanti figurano molti appassionati che, si dice, corrano per il puro piacere di partecipare ad un’alpinistica, addirittura in notturna!!! Una cosa che da sola varrebbe la pena di raccontare agli amici una volta giunti a casa! I più, al nastro di partenza, solo apparentemente meno racer, si confrontano degnamente e provengono dalle parti più disparate: da città e regioni non proprio limitrofe, a conferma dell’ interesse crescente per questa disciplina e in particolare per una manifestazione così sapientemente organizzata. Allenamento, dedizione e sopportazione della fatica, sembrano

essere gli ingredienti del successo in questo sport, ma come in altri il risultato dipende da una minima pianificazione a tavolino. La miglior strategia sarebbe quella di partire a palla e mantenere il piede schiacciato sull’acceleratore per tutta la durata. Motore permettendo qualcuno lo ha fatto, cosicché Michele Boscacci ha vinto in soli 59minuti e 16 secondi! Mentre prima fra le raga è arrivata la brava Francesca Martinelli. Chi invece ha dovuto fare i conti con il consumo eccessivo di benzina o che si è ritrovato qualche cavallo in meno nel propulsore ha potuto prendersela un po’ più comoda, arrivando tuttavia a tagliare il traguardo con tanto di sorriso stampato sul volto.

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Tuffo di fuoco Un tuffo in tv con Heroes Diving Team

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di Giulio Centomo

ilenzio. Un uomo incappucciato sale su di un traliccio per metri e metri. Si allontana sempre più da terra, poi si ferma. Trova un equilibrio e si dà fuoco. Le fiamme avvolgono gli stracci che ha addosso, un denso fumo nero si sprigiona e solo allora... il tuffo. Una piccola piscina rotonda spegne in un istante le fiamme e gli applausi scrosciano. Ma non è finita perché poco dopo un altro audace tuffatore

sale fino a 25 metri, si mette a gambe all’aria e si lancia nel vuoto dentro quella vasca che vista da lassù sembra ancora più piccola, con i suoi 2,8 metri di profondità e non più di 7 di diametro. Sono queste solo alcune delle evoluzioni che l’Heroes Diving Team ha portato sugli schermi televisivi del noto show Italia’s Got Talent, sotto gli occhi attenti del trio di giudici formato da Maria De Filippi, Jerry Scotti e Rudy Zerbi.

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vicenza L’idea che sta dietro a questa formazione di tuffatori professionisti è tutta vicentina e porta il nome di Lerry Broccardo, originario di Piovene Rocchette e già noto nell’Alto Vicentino per essersi fatto immortalare in più occasioni mentre si lanciava nelle evoluzioni dal conosciuto “ponte della Pria”, ad Arsiero. Ciao Lerry, come è nata questa idea? Heroes Diving Team è un progetto nato proprio in occasione del talent di Italia 1 ed il nome non poteva essere più azzeccato. Siamo tutti tuffatori non professionisti, sappiamo quello che facciamo, ma provare un numero a sole poche ore dalla trasmissione, beh, ditemi voi se non è da

eroi! Un ringraziamento particolare va a Samuel e Matteo che ci hanno sostenuti fornendoci l’abbigliamento sportivo pur sapendo che nessun marchio sarebbe potuto comparire in tv. Chi sono i componenti della squadra? Con me si sono avventurati in questa idea Alicia Carretero ex nazionale spagnola, mamma e allenatrice spagnola che da anni vive a Riccione così come Artem Bochevarov. Poi ci sono i veronesi Riccardo Giacometti e Davide Arganetto, i due veneziani Federico Nardi e Stefano Corrà e dalla Francia Fabrice Rastel. Quanto lavoro c’è dietro alle vostre performance? C’è soprattutto molto lavoro a livello individuale vista la man-

canza di strutture adatte per allenarsi a questo genere di esibizioni. Fin da subito c’è stata la necessità di non chiamare campioni visto l’estremo bisogno di duttilità umana ed artistica. Quali sono le principali difficoltà delle acrobazie che avete inserito nelle due esibizioni viste in tv? Sicuramente la profondità e la larghezza ridotte della piscina hanno reso tutto difficile. I tuffi più difficili sono stati poi quelli sincronizzati a 2, 3 o 6 tuffatori contemporaneamente e quelli a due dai 10 metri, soprattutto se si considera che la “mini” piattaforma su cui dovevamo stare misurava appena 30x30 cm. Ah, per non parlare di quello che abbiamo chiamato “fire man”. Tuf-

farsi avvolti dalle fiamme non è proprio semplice anche perché in volo devi restare in apnea per non rischiare di cuocere letteralmente. Dove nasce la tua passione per i tuffi? Già da adolescente da Piovene salivo alla “Pria” per tuffarmi nell’Astico. A 21 anni ho conosciuto due ex tuffatori trentini che, vista la mia passione, hanno deciso di portarmi ad un loro allenamento in quel di Trento. Grazie a Saveria e Giuliana Aor, allenatrici dell’azzurra Francesca Dallapè, ho capito che era lo sport che cercavo. A loro devo moltissimo perché mi hanno sempre trattato come fossi un tuffatore professionista.

E la tua carriera dove ti ha portato? Nonostante i miei più di 188 cm di altezza dopo anni di sacrifici ho cominciato a vedere i primi risultati e a partecipare alle gare master. La fortuna mi ha portato ad entrare nella compagnia francese di spettacoli “Shark Water Show” e con loro ho girato il mondo imparando tantissimo fino a tuffarmi da 25 metri. Il 2005 è stato l’anno del bronzo dalla piattaforma di 10 m agli Europei Master di Stoccolma e del bronzo dal trampolino di 3 m, seguiti l’anno dopo da due medaglie ai Campionati del Mondo a San Francisco, per la precisione un argento dalla piattaforma ed un bronzo dai 3 metri. Nel 2007 agli Europei in Slovenia ho portato a casa l’argento sia dal trampolino che dalla piattaforma, ma nel 2009 un’embolia polmonare improvvisa mi ha costretto a lasciare lo sport. Solo quest’anno sono riuscito a riprendere, sotto la guida di Riccardo Giacometti (vice campione europeo master dalla piattaforma) e a giugno è arrivato il bronzo nel sincro dai 3 metri. Poi l’idea di Italia’s Got Talent, la convocazione e le prove a poche ore dall’accensione delle telecamere. Ricevere tanto affetto dal pubblico e riuscire a lasciare a bocca aperta i giudici è stato fantastico e inaspettato, soprattutto perché a casa le nostre famiglie erano davanti alla tv con il fiato sospeso. Per la cronaca questi pazzi tuffatori, dopo essere approdati in semifinale e aver tenuto incollati allo schermo milioni di telespettatori non sono riusciti a superare lo scoglio del televoto (0,80% lo scarto) per la finale, ma non è difficile prevedere che ne sentiremo ancora parlare! A loro va comunque il nostro più grande in bocca la lupo.

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bassano

Assi di spade

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di Chiara Guiotto

ue gli appuntamenti in calendario il 25 e il 26 gennaio, diversi i piazzamenti, e che piazzamenti. Il primo ha visto schierati tre giovani atleti ai Campionati Interregionali di fioretto al Circolo Scherma Mestre Livio di Rosa: Mina Comunello categoria Allievi classe 2001, Giorgio Casini categoria Giovanissimi classe 2002 e Gioia Serradura la più piccolina della categoria Prime Lame classe 2004, supportati dall’Istruttore Giovanni Sponza che con passione e dedizione accompagna regolarmente tutti i suoi atleti alle diverse manifestazioni dislocate sul territorio. La tredicenne Mina Comunello si è dovuta arrendere dopo la fase a gironi forse per la poca esperienza ma dimostrando molto impegno, mentre Giorgio Casini un anno in più di Mina, nonostante in pedana avesse mostrato forte carattere, è stato eliminato da Matteo Troiani colui che si è aggiudicato il tabellone a eliminazione diretta della categoria Giovanissimi. Chi invece ha messo letteralmente al tappeto tutte le avversarie nella fase a gironi della gara di spada è stata la più piccolina del Circolo bassanese Gioia Serradura di soli dieci anni. Accedendo al tabellone a eliminazione diretta come testa di serie n°1, con determinazione, precisione e pochi errori ha scalato l’intero tabellone aggiudicandosi il gradino più alto del podio dopo aver conseguito cinque vittorie dirette. Che gioia a tutti gli effetti possiamo dire! E pensate che Gioia si allena solo una volta la settimana, da tre anni pratica sia spada sia fioretto, e i suoi più grandi sostenitori, l’allenatore Giovanni Sponza in primis, sostengono che proseguendo così con costanza ed entusiasmo, il suo futuro sportivo le potrà davvero regalare molte soddisfazioni. Ma le sorprese non erano ancora terminate perché, fiera di aver vinto la Coppa di Spada, il giorno dopo Gioia si è presentata in pedana per dare il meglio di sé anche con il fioretto. Oltre quaranta le Prime Lame in competizione, cioè le ragazzine di nove e dieci anni che si sono cimentate nella prova.

Week-end sportivo di fine gennaio iniziato con buoni propositi senza troppe aspettative, ma concluso con il botto per merito dei favolosi risultati che i giovani atleti della Spada di Bassano hanno portato a casa.

Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che a questa giovanissima età maschi e femmine a volte vengono fatti tirare di scherma assieme, quindi le difficoltà per Gioia erano maggiori. Precisione, determinazione e gesti veloci al momento giusto hanno regalato a Gioia l’accesso alla fase eliminatoria in cui la giovanissima schermitrice ha dato del filo da torcere a tutti i suoi avversari, arrendendosi solamente in semifinale a un maschietto. La mascotte del Circolo della Spada Bassano ha quindi terminato al 3° posto ma questo bronzo di fioretto possiamo dire che vale come un oro tra le femmine! Ciliegia sulla torta, grazie ai risultati dei tre giovanissimi atleti, il Circolo della Spada è stato premiato come 2° Società del Triveneto! Trecento chilometri più a ovest di Mestre precisamente a Busto Arsizio altri due atleti del Circolo della Spada durante lo stesso week-end di fine gennaio si sono cimentati nella 3° prova Nazionale di scherma in carrozzina valida come gara di qualificazione per i Campionati Italiani Assoluti. Oltre 50 gli iscritti hanno preso parte alle gare suddivisi nelle categorie A, B e C. In pedana si sono schierati la mitica Sara Bortoletto vice Campionessa Nazionale di fioretto categoria A e il Campione Nazionale di fioretto categoria C Francesco D’Alessandro, entrambi medaglia di bronzo nazionale di spada. L’assenza del loro allenatore Sponza non li ha distratti per nulla tanto che entrambi hanno conquistato il podio con una certa facilità. Sara Bortoletto, recentemente premiata dal Panathlon Club di Padova come migliore studente-atleta per essersi distinta allo stesso tempo tra i banchi di scuola e nel conseguimento dei risultati sportivi, ha guadagnato un ottimo terzo posto nella spada arrendendosi a un’atleta molto forte di Lecco Sofia Brunati. Ottimo il piazzamento anche di Francesco D’Alessandro che si è aggiudicato la medaglia di bronzo sconfitto dall’attuale Campione del Mondo della categoria C William Russo.


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sportart local

alta valle del chiampo photo: Enio Scorsin

Sono le 16:25 del 25 novembre 2013 e il tramonto mi ha fatto vivere uno splendido panorama delle nostre Piccole Dolomite innevate; si era alzato un vento nella vallata del Chiampo che sferzava


le bianche cime del monte Gran Molon (1814) e del Monte Zevola (1976) disperdendo la coltre soffice e lieve in visibili veli bianchi che si sfumavano sul cielo blu a Cima Carega (2252). Enio Scorsin


sportart global

deserto del Sahara photo: Bepi Magrin



Spedizione “Deep Sand”

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di Bepi Magrin

er chi ama l’avventura, tutti i terreni: monti, deserti, oceani, sono buoni per cercarla. Dai libri di egittologia si scopre che il faraone Tutankhamon, morto circa 1300 anni prima di Cristo diciottenne, quando già regnava da 9 anni e la cui tomba fu scoperta solo nel 1922 dall’inglese Howard Carter, indossava come corredo funerario un prezioso pettorale con al centro un meraviglioso scarabeo (Scarabeo stercorario -Kheper) scolpito nel Silica Glass. Che diavolo di materia è mai questa? Forse la stessa che con i suoi misteriosi influssi determinò tragedie e fortune degli scopritori anche per molti anni dopo la scopertura della mummia? Si apprende che a sud del Gran Mare di Sabbia (Deserto libico) ovvero in uno dei posti più remoti e solitari del mondo, esiste un’area limitata detta Silica Glass Field dove si può trovare questa meraviglia geologica. In nessun altro posto al mondo infatti si incontreranno gli stupefacenti frammenti –simili a gioielli- di un colore giallo-verde che qui si

Nel deserto del Sahara alla ricerca del misterioso “Silica glass”

scorgono luccicare tra la sabbia! L’origine di queste Tectiti rimane sconosciuta ma gli scienziati ritengono che siano dovuti all’impatto di un meteorite (una cometa?) caduto 28,5 milioni di anni fa e la cui esplosione a circa 10/12 km di altezza determinò sul suolo una temperatura di 2mila gradi C° , tale da sciogliere la sabbia e trasformarla in una sorta di vetro naturale unico al mondo. Nessun cratere nel Field conferma tale teoria. I pezzi vetrosi che si rinvengono hanno un aspetto brillante, a volte sono trasparenti, di colori tra il verde biancastro e il giallo verde, molto belli e lucidi al tatto. Ciò che sappiamo per certo è che essi furono utilizzati dai faraoni per creare gioielli di rara bellezza. Dopo la pubblicazione di articoli che ne parlano (Earth and Planetary Science letters –D. Block) il Governo egiziano ha proibito la raccolta di queste


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rare pietre, le quali sono tuttavia oggetto di commercio clandestino tra i trafficanti di pietre preziose. L’unico Museo che ne possiede un campione in Italia, pare essere il Museo di Scienze naturali di Milano. Allora con queste premesse, si poteva immaginare una spedizione di largo raggio nel Sahara per visitare luoghi come l’altipiano del Gilf Kebir ai confini tra Sudan-Egitto e Libia dove presso alcuni uadi (ex corsi d’acqua) esistono le misteriose grotte come la grotta di Foggini Mestikawi o quella detta dei “nuotatori” e molte altre, che recano segni di remotissima presenza dell’uomo e della vita animale e vegetale in quello che ora è da secoli un aridissimo inabitabile deserto. La traccia buttata sulla carta dal mio amico Ale Zuzich (www.amitaba. net), prevede un percorso di circa 4mila km e tocca i luoghi più remoti e incantevoli di questa parte del Sahara. Li elenco sommariamente non potendo qui descrivere compiutamente tanta somma di scoperte e meraviglie: Cairo- Giza FayumUadi Heitan- Oasi di Baharya, Deserto Bianco, Abu Tuyur, Farafra, Oasi di Dakla, Abu Ballas, uadi Bagar, Eight Bells, Kamal el Din, Crateri di Clayton, Diebel Uweinat, uadi Sura, grotta di Foggini, Aquaba pass, uadi Abdelmalek, uadi Gubba, uadi Homra, Silica, Gran Mare di sabbia- (Deserto libico), oasi

di Siwa, Giza, Cairo. I nomi non diranno molto a chi non sia già stato da quelle parti, ma posso assicurare che ognuno di questi luoghi riserva molte stupefacenti scoperte. Peccato che oggi, posti simili non possano esser raggiunti senza mettere in conto il rischio di incontrare predoni sudanesi, libici o tciadiani, nelle cui mani non si sa che fine si possa fare, ciò che costringe il governo egiziano a fornire ai viaggiatori una scorta militare. Per otto viaggiatori che eravamo, vi erano con noi 10 militari, la cui presenza discreta ma necessaria, non recava tuttavia alcun disturbo. Certo la vita in tenda nel deserto non è comodissima, si possono trovare ven-


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to, freddo, tempeste di sabbia ed altre incognite ma per stagionati alpinisti questo non è sicuramente un problema. Del resto, come sopra detto non era l’avventura quella che si cercava? E il silica glass….??? Si certo si può trovare, ma come sopra detto, è proibito raccoglierlo, ragion per cui qui ne rendiamo solo una foto anche perché non si sa bene se sia –come alcuni sostengono- la pietra che porta maggior fortuna al mondo o se invece, possa recare le maledizioni di Tutankhamon il giovane faraone che è meglio lasciar dormire in pace!


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L’Atleta della Croazia Lo stupefacente bronzo sommerso di Lussino

L

di Antonio Rosso

a Croazia è ormai la meta preferita dai club e dai subacquei vicentini che intendono effettuare immersioni interessanti, con buona visibilità senza allontanarsi troppo. Chi si è recato al “Museo storico sottomarino”, un parco situato nella baia di Cikat nell’isola di Losinj (Lussino), a un chilometro dal centro di Mali Losinj, avrà notato la copia di un bronzo Greco inserita per ricordare il ritrovamento dell’originale avvenuto poco lontano. Era il 12 luglio 1997 quando René Wouters un subacqueo di Bruxelles, in vacanza a Lussino, decise di immergersi fra i due isolotti di Vele Orjule e Kosjak, poco fuori dal porticciolo di Lussingrande (Veli Losinj). A -45 metri fu colpito dalla vista di un corpo disteso sulla sabbia. Era un bronzo antico, completamente concrezionato, il primo grande capolavoro di

VALTERMO

arte antica ritrovato in Croazia: un Apoxyòmenos (atleta che si deterge dopo la gara), identico a quello esposto al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Dopo il recupero, avvenuto nel 1999 e il trasporto nella piscina delle esercitazioni presso il Centro sommozzatori della Polizia di Lussino, sono seguiti complessi lavori di restauro durati quattro anni e svolti in collaborazione fra l’Istituto croato del restauro e l’ Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Le operazioni di restauro sono state lunghe e complesse. Le condizioni del reperto sotto il profilo strutturale erano pessime: la gamba ed il braccio destro presentavano un ampio vuoto, insieme ad una frattura circolare nella coscia e anche il braccio sinistro non dava garanzie di potersi sostenere; mancava infine un dito della mano sinistra. La parte anteriore della statua, protetta dal sediment,

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era in buone condizioni, mentre la parte posteriore era così sottile da essere, strutturalmente, inconsistente. Per il trattamento dei vuoti, si è seguita una prassi di integrazione con resina del medesimo colore del reperto caratterizzato da patine verdi e brune in modo da creare omogeneità con il resto della statua,: il risultato è che il bronzo sembra integro. Si è resa, infine, necessaria anche la realizzazione di una speciale struttura interna in grado di sorreggere l’intera statua che è alta 192 centimetri e pesante 300chili. L’interno è risultato infestato da una colonia di roditori che si nutrivano all’interno della gamba destra e che avevano l’alcova dentro il braccio sinistro. Infatti i tecnici hanno trovato le tane di erba morella, i gusci di noce, i noccioli di oliva, di ciliegia e di pesca ed i resti di fichi, intaccati dal morso dei roditori. Per tale

motive la scultura doveva trovarsi in uno stato di abbandono e giacere in posizione orizzontale già nel I secolo a.C. Più tardi, nella seconda metà del II secolo d.C., la statua deve essere stata recuperata da qualcuno con l’intenzione di tornare ad esporla, venderla o di fonderia. Ma l’intento, non è stato raggiunto: la nave è stata sorpresa da una tempesta e il bronzo deve essere caduto, o gettato in mare per alleggerire il carico o perso nel naufragio. La nave non è stata, però, trovata, per cui potrebbe essersi salvata dopo aver gettato in mare il carico più pesante. I reperti organici recuperati all’interno della statua hanno restituito datazioni differenziate ma che hanno consentito di dedurre che già a partire dal I sec. a.C. la statua fu sottoposta a sommari interventi di manutenzione o consolidamento. Raffigura un atleta nudo, forse un pugile, o un lottatore che

con la mano destra doveva impugnare uno strigile, ovvero, lo strumento in bronzo con una sorta di “lingua” concava ed arcuata usato dagli atleti per detergere l’olio di cui si cospargevano prima delle gare e il sudore. Lo stigile purtroppo non c’è più e, quindi, è difficile dire oggi quale sia esattamente l’operazione che l’atleta sta compiendo. Comunque l’ipotesi più diffusa è che si tratti proprio di un “apoxyòmenos”, cioè di un atleta, che si sta togliendo via l’olio ed il sudore dopo la gara che ha vinto, utilizzando proprio lo strigile. La statua sembra attribuibile al 1° sec a.C. ed essere una replica ellenistica di un altro esemplare più antico, forse del IV-III sec a.C. Il restauro ha consentito pure di osservare la presenza d’inserti di rame utilizzati per creare i capezzoli e le labbra e di ipotizzare il ricorso all’avorio o alla pasta vitrea per la resa

degli occhi: tutti segni della volontà di caratterizzare policromaticamente la scultura. L’assenza di perni per l’ancoraggio sotto la pianta dei piedi indica che l’opera dovrebbe essere stata realizzata per una collocazione in uno spazio chiuso. Dopo molte esposizioni in Croazia e all’estero, tra cui anche Firenze, attualmente si trova al museo archeologico di Zagabria, ma dovrebbe avere la sua sede definitiva a Lussinpiccolo nel Palazzo Quarnero, ristrutturato. Doveva arrivarci nel 2011 ma, mancando i fondi, la sede non è ancora pronta. Molte riviste hanno dedicato articoli a questa statua, in particolare Archeologia Viva che nel luglio-agosto del 1999 subito dopo il recupero le ha dedicato un servizio esclusivo, e successivamente, nel 2005, al termine del restauro.


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valdagno

uan fratello di TMETaODijiq O PRATICO HONG, TAIJIQUAN STILE CHEN A VALDAGNO IL MAESTRO PAVEL CODL OSPITE

SABATO 22

febbraio dalle 10 alle 18

Presso King Gym Bassano del Grappa ITTHIPOL PHANOM

è nato in un villaggio del nord-est della Thailandia e pratica da sempre questa Arte Marziale che in Thailandia è considerata uno sport nazionale. Nella sua carriera ha conquistato il terzo posto nella competizione più prestigiosa thailandese ed è stato per tre volte Campione Mondiale di categoria inferiore ai 69kg e una volta Campione Mondiale di categoria 71kg. È una occasione da non perdere per gli appassionati di questa Arte. Lo stage è organizzato dal sempre attivissimo TEAM CANOVA diretto dal Maestro Tiziano Canova. Allo stage parteciperà anche la Scuola del Maestro Giuseppe Bon di Vicenza. Buon stage a tutti con Maestri di altissimo livello!!

A

nche questo anno la Scuola di Taijiquan del Maestro Bon ha avuto il piacere di ospitare il Maestro Pavel Codl di Praga nella propria sede di Valdagno presso la palestra del Progetto-Musica ASSOCIAZIONE CULTURALE ARTISTICA di Spagnago per una settimana di pratica insieme dove sono state approfondite sia lo studio della forma Yilu dello stile Chen Metodo Pratico Hong che alcune delle innumerevoli applicazioni che consentono sia l’approccio alla lotta “TuiShou” (spingere con le mani) del Taijiquan che di strutturare le basi per una efficace difesa personale. Il Maestro Codl oltre ad essere un “fratello di Taijiquan” è anche un grande amico sia della Scuola del Maestro Bon che della stessa città di Valdagno in quanto sono ormai diversi anni che una o più volte all’anno si allena con noi e promuove assieme a noi dei corsi e degli stage per gli appassionati del “vero” Taijiquan. Io continuo a ripetere e lo farò fino all’esaurimento delle mie forze che se non si conosce questo metodo o non ci si indirizza a praticare gli insegnamenti del Maestro Chen Zhonghua non si riuscirà mai a capire veramente che cosa è il Taijiquan. Questo altro non resterà che una pratica svolta o da persone anziane nei parchi in Cina o da persone occidentali che lo scambiano per una specie di “yoga cinese” o al massimo da atleti che ne esaltano le prestazioni coreografiche ma che mai potranno nemmeno avvicinarsi a quello che esso è veramente e cioè una Arte Marziale formida-

bile, estremamente complessa, che non richiede l’uso della forza e che ti cambia il modo di vivere e di atteggiarti nei confronti del prossimo. La separazione continua dello yin e dello yang, l’allineamento energetico, la postura, il “non muoversi” richiedono anni di costante esercizio a discapito della coreografia tanto amata in occidente quanto ormai anche in Cina dove si sta perdendo l’origine, la storia e l’essenza di questa Arte sublime. Si parla troppo spesso a vanvera di “salute” e di “Arte Marziale” confondendo le due cose senza dare alle stesse una spiegazione, una ragione, una logica! Non c’è l’una senza l’altra nel Taijiquan! Non c’ė “salute”, nel senso che se non si riesce ad accrescere correttamente l’energia interna e rinforzare le giunture ed i tendini con una pratica corretta si può arrivare ad avere l’esatto contrario; ossia stressare il corpo con esercizi che, per esaltare l’aspetto coreografico, portano ad una postura scorretta che può solamente apportare danni. Nello stesso tempo effettuare una forma senza apprenderne il corretto significato dei movimenti o non imparare a farli in modo da stimolare l’essenza interna del movimento è come “andare a farfalle”, può essere coreograficamente “bello” ma forse per la salute sarebbe meglio una sana passeggiata. Non c’è Arte Marziale, nel senso che se non sai quello che stai facendo, mentre esegui una “forma”, non apprendi le corrette tecniche, non sai niente di allineamento energetico e di corretta postura per poi non parlare

di Massimo Neresini

di applicazioni e di lotta... beh di cosa stiamo parlando se non della solita “coreografia”. Nel mondo c’è tanta libertà e c’è sempre spazio per tutti, io non voglio convincere nessuno e non voglio sminuire nessuno, ognuno faccia il proprio percorso... però quando si parla di Taijiquan almeno si abbia l’accortezza di dare il giusto riconoscimento a questa Arte e non si dimentichi quanto meno il significato del termine, “quan” significa “lotta/ pugno”! Anche questo anno è passato con grandi opportunità di crescita per la Scuola Italia Poon-Zè Team, dovute all’instancabile impegno del suo Direttore Tecnico il Maestro Giuseppe Bon, del nostro Maestro Chen Zhonghua di riferimento per il Taijiquan Stile Chen Metodo Pratico Hong e degli Istruttori e Fratelli come il Maestro Pavel Codl che costantemente si uniscono a noi per trasmettere quanto appreso con grande fatica ed impegno. Un grazie da tutti noi, Maestro Pavel Codl. Il prossimo appuntamento sarà il quinto “ITALIAN WORKSHOP TAIJIQUAN STILE CHEN METODO PRATICO HONG” che si terrà a fine aprile a Valdagno guidato dal Maestro Chen Zhonghua con la partecipazione di diversi discepoli. Vi terrò informati e per chi volesse saperne di più può contattare direttamente il Maestro Giuseppe Bon o la segreteria di Progetto-Musica Associazione Culturale Artistica di Valdagno. Maestro Giuseppe Bon cell. 328-7304862 giuseppe.bon56@gmail.com


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Campioni di oggi e di domani

O

rmai è una tradizione: da qualche anno, qualche giorno prima di Natale, squilla il telefono e sullo schermo del telefonino appare il nome di Antonio Cannata, patron della Scuola di Cicismo-Cicli Rampon di Piovene Rocchette, che vuole invitarmi alla pedalata con i suoi

bimbi e i vari professionisti della zona. Nel 2012 l’appuntamento non si svolse a causa del brutto tempo, ma il 28 Dicembre 2013 splendeva un bel sole e la temperatura era mite, quasi a scusarsi delle avversità dell’anno precedente! Grazie anche al lavoro instancabile del thienese Roberto Zarantonello, oltre che di Antonino

e Fabrizio Cannata, al ritrovo delle 10.00 presso la rotatoria di Marostica si sono ritrovati una quindicina di big del pedale oltre a tanti appassionati e qualche ex, come Fabio Baldato, oggi DS della BMC, e Angelo Furlan ora impegnato con la sua attività di preparatore “360°”. Presente anche l’Avvocato Claudio Pasqualin che non perde occasione

per sgranchirsi le gambe e condividere le iniziative rivolte non solo ai professionisti, ma anche quelle dedicate ai giovani ciclisti, come questa. Tanti ed importanti i nomi dei Pro: dai trevigiani Alessandro Ballan, Emanuele Boaro, Marco Bandiera e Matteo Tosatto, al padovano Stefano Agostini, ai vicentini come Gianluca


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Annuale pedalata dei professionisti con i bimbi e i ragazzi della Scuola di ciclismo Piovene-Cicli Rampon. Tante le attese dei vicentini per il 2014. di Martina Dogana – Foto di Enzo Casarotto Brambilla di Tezze sul Brenta, Emanuele Sella che vive a Mussolente, Marco Canola di Torri di Quartesolo, Andrea Zordan di Altavilla, Enrico Battaglin di Molvena, Filippo Pozzato di Sandrigo, l’eneghese Andrea Pasqualon e il più giovane di tutti: Marco Tecchio di Muzzolon di Cornedo che dal terzo anno junior è volato direttamente nel

ciclismo che conta con la “Continental” Area Zero. Da Marostica il gruppo ha pedalato ad andatura tranquilla lungo la Gasparona, poi attraversando Thiene e Zanè per proseguire fino alle porte di Piovene Rocchette dove ci attendevano i bambini della Scuola in sella alle loro biciclette e vestiti di tutto punto con le loro divise co-

lorate per pedalare insieme fino al Patronato dove ci aspettava un bel ristoro. Oltre al brindisi di fine anno c’è stata la possibilità di chiacchierare con i big delle due ruote, ma anche di riempirci dell’entusiasmo dei più piccoli che sono sempre ricchi di spunti e carichi di aspettative. Dopo qualche foto rituale ognuno è ripartito, chi verso casa, chi a fini-

re il proprio allenamento perché la stagione è alle porte: a metà gennaio c’è chi andrà in Australia per correre il Tour Down Under e chi invece volerà in Argentina per disputare il Tour de San Luis in cerca delle prime soddisfazioni della stagione! Sempre con l’in bocca al lupo dei piccoli tifosi di Piovene!

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Sempre Liotto, sempre Valdagno GF Liotto e Città di Valdagno un connubio che si rinnova anche nel 2014 per la classica di primavera

I

n molti avranno già segnato sul calendario la data del prossimo 13 aprile, quando a Valdagno torneranno a girare le ruote fine della 16.a Granfondo Liotto – Città di Valdagno. Ancora una volta la città aprirà le porte a centinaia di ciclofondisti che si daranno battaglia sui due percorsi di gara proposti dall’immancabile staff dell’Asd Team Granfondo Liotto. Accanto ai fratelli Luigina, Doretta e Pierangelo Liotto, eredi del noto marchio ciclistico vicentino, anche il Comune di Valdagno salirà in sella, rinnovando la sinergia con una competizione che di anno in anno ha riscosso sempre maggiori consensi. “Sono contento di poter dire che in questi anni ho avuto il piacere di avere non solo un rapporto professionale con i fratelli Liotto – sono le parole dell’Assessore allo Sport del Comune di Valdagno, Alessandro Grainer - ho trovato in loro una passione ed

un entusiasmo davvero rari. La loro cura di questo evento mi ha reso orgoglioso, come assessore e come cittadino, di ospitare un tale appuntamento che, assieme alla Trans d’Havet a luglio rappresenta il top dell’offerta a livello di eventi sportivi per il grande pubblico che una città come Valdagno può ottenere. Sono oltre 10.000 le persone che partecipano a vario titolo a questi due eventi, motivo di grandissimo orgoglio per la nostra città. L’Assessorato allo Sport, con il Sindaco e l’indispensabile collaborazione degli uffici, si adoperano al massimo perché questa gara riesca nel migliore dei modi, contribuendo con attrezzature e logistica. Mi sento di dire che la sinergia costruita negli anni, insomma, funziona alla grande.” Nel frattempo la macchina dell’organizzazione è in pieno fermento e all’orizzonte si annunciano diverse novità. Ancora non ci è dato sapere cosa cambierà nei percorsi Mediofondo e

Granfondo, visto che proprio in queste settimane si stanno ultimando i sopralluoghi e le richieste di autorizzazione. È proprio Pierangelo Liotto a dare alcune prime informazioni e a breve avrà modo di presentare ufficialmente lo sviluppo complessivo della gara. “Non abbiamo apportato cambiamenti per tutta la prima parte di gara – ha confermato – dal giro di boa di Sovizzo, tuttavia, quest’anno la Granfondo Liotto non percorrerà più la strada di Peschiera dei Muzzi, ma devierà su una prima novità che non si risparmierà certo in quanto a panorami.” Dopo aver imboccato la Provinciale 35 in direzione nord, infatti, si prenderà per Vigo ed in salita verso Sant’Urbano da dove il percorso proseguirà per Monteschiavi e poi Castelgomberto, sul crinale della dorsale che separa la vallata dell’Agno da quella solcata dal torrente Onte. Anche a Valdagno il percorso cambierà, ma questo è ancora un punto su cui gli organizzatori stanno mantenendo un po’ di su-

di Giulio Cantomo

spance per stuzzicare l’interesse di tanti appassionati. Pierangelo Liotto con le sorelle non ha poi tenuto segreto che nel 2014 la gara valdagnese assumerà sempre più un’impronta green. Molta attenzione sarà quindi prestata alla raccolta differenziata, all’utilizzo di materiali riciclabili ed alla riduzione degli sprechi. In occasione del simpatico momento conviviale che come da tradizione chiuderà la gara spariranno inoltre le bottigliette di plastica per far posto agli erogatori collegati direttamente all’acquedotto. Nel programma, inoltre, ci sarà posto anche per una novità tutta riservata ai più piccoli con il coinvolgimento delle scuole primarie valdagnesi e del territorio circostante nella giornata di vigilia. Alla Granfondo Liotto – Città di Valdagno farà scalo anche il rinnovato Alè Challenge, un circuito che ha raccolto l’apprezzamento di tanti amanti di lunghe distanze e si è attestato tra i più frequentati d’Italia. E con l’arrivo di numerosi atleti anche da fuori provincia per la Città


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di Valdagno l’occasione sarà ghiotta per far conoscere e promuovere le bellezze del proprio territorio. “Gli atleti e il pubblico – ha proseguito Grainer - avranno la possibilità di visitare un territorio dove la qualità della vita è molto alta e dove i luoghi di interesse sia storico che naturalistico non mancano, posti dei quali innamorarsi e nei quali, perchè no, pensare anche di stabilirsi.”

Per prenotare un posto in griglia di partenza si potrà approfittare fino a fine febbraio del prezzo agevolato di 32 €. A marzo la quota salirà a 36 € e ancora a 42 € nell’ultimo periodo fino a poco prima del via, sempre che non venga raggiunto prima il limite di iscritti fissato dal regolamento in 2.500 concorrenti. Basterà andare sul sito della manifestazione per scaricare i moduli di iscrizione, oppure all’indirizzo www.mysdam.net per procedere all’iscrizione on-line. Si gira!

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Gli animali nascosti


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piccole dolomiti Cosa si deve osservare durante un’escursione per scovare la presenza di un animale selvatico? Quali tracce lasciate ci rivelano la sua presenza? Una passeggiata nei segreti del bosco.

L

di Dorino Stocchero

a natura, sia essa un bosco o uno stagno, è sempre straordinariamente ricca di segni. E’ un vero e proprio alfabeto che entusiasma chi lo sa riconoscere e decifrare. Al di là dei meravigliosi panorami e della rigogliosa vegetazione, sono gli animali ciò che più affascinano l’appassionato escursionista. Le tracce, quindi, lasciate sul terreno sono indizi che guidano il naturalista a osservare i grandi spettacoli del mondo naturale: i camosci che danzano sulle cime delle rocce, il capriolo che bruca nei prati, la marmotta e il suo correre svelto accompa-

gnato dal caratteristico fischio, il volo del rapace sulle vette più alte. Ma è nel bosco dove le tracce sono più evidenti, perché è qui che la vita animale è più presente. Bisogna quindi entrare nel bosco con il corretto spirito di osservazione per scovare i nascondigli, interpretando i tanti segnali che gli animali lasciano. Non è tuttavia sempre facile. La natura ha molti segreti che noi riusciremo a interpretare solo imparando a “sentire” quanto la natura sia viva intorno a noi. Durante le nostre passeggiate, magari attraversando un bosco che già conosciamo, è importante osservare gli alberi ad alto

tare delle impronte, dei resti di frutti mangiati, penne, ciuffi di pelo e, talvolta ancora integre, tane, piccole trincee, piccoli sentieri (segno evidente di passaggi frequenti). In un bosco sano si potrà inoltre osservare la caduta di un grosso ramo o di un vecchio tronco che non costituisce un avvenimento straordinario in sé ma che diventa subito il nuovo habitat di una colonia di piccoli animali. Sarà opportuno allora esaminare la corteccia che, cominciando a marcire, si fa più morbida. Allora si ha la possibilità di osservare come molti animali abbiano trovato sia riparo sia nutrimento al suo interno, depositando anche le uova. Rimaniamo sicuramente affascinati dalla complessità del sistema

fusto, il sottobosco più o meno fitto di cespugli e piante e erbacee; ascoltare il rumore delle foglie secche e quello delle foglie fresche sugli alberi mosse dal vento: è importante porre attenzione a tutto ciò per diventare noi stessi parte del mondo del bosco. È questa la via per cogliere quei particolari che ci condurranno a scoprire dove si nasconde l’animale e avere l’opportunità di osservarlo. I mammiferi, i rettili, gli anfibi, gli insetti sono i più difficili da scovare e vederli è sempre un’impresa. Tutto va osservato con assoluta attenzione. Bisogna guardare per esempio lo stato del suolo: si possono no-

di gallerie scavate dalle termiti che costruiscono nel legno delle vere e proprie città. Le impronte, invece, degli ungulati sono quelle più facilmente distinguibili perché si tratta di animali di media e grossa taglia e per il loro peso imprimono sul terreno dei segni molto nitidi e marcati. Cervo, capriolo e camoscio sono quelli che lasciano le tracce più simili e si differenziano solo per le dimensioni. La maggior parte degli animali non si muove a caso, ma ha una rete di sentieri e di passaggi della quale gli animali si servono in continuazione per raggiungere i posti dove si nutrono e anche per sfuggire velocemente in caso di pericolo. Altro mondo affascinante è quello del riconoscimento degli

uccelli in volo, soprattutto dei rapaci; gli uccelli sono gli unici animali che si possono vedere facilmente durante il giorno, ma le occasioni di avvicinarli per poterli osservare attentamente sono molto scarse. Quindi bisogna dotarsi di un buon binocolo per riconoscere le specie comuni anche quando ci capita di vederle da lontano. Vorrei infine suggerire che lo strumento più opportuno per fare tutto ciò è entrare nel bosco o andare in montagna con il massimo silenzio. La nostra presenza in tali contesti è sempre di disturbo della vita animale. Il bravo osservatore si avvicina alla natura sempre con il massimo rispetto per poter cogliere dal mondo animale tutta la sua infinita bellezza.



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Il sentiero di Santiago de Compostela

Un cammino magico dentro se stessi

I

di Marta Carradore

l Cammino di Santiago di Compostela nasce nel Medioevo intorno all’anno 893 d.C. quando Alfonso II, re delle Asturie e della Galizia, ordinò la costruzione di un tempio sul luogo esatto dove nel 813 d.C un eremite, preavvertito da un angelo, vide delle strane luci simili a stelle cadere a terra. Proprio in quel luogo venne ritrovata una tomba riportante la scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebe-

deo e Salomè”. San Giacomo il Maggiore dopo l’ascesa di Gesù al cielo iniziò la sua opera di evangelizzazione della Spagna spingendosi fino in Galizia, remota regione di cultura celtica all’estremo ovest della penisola iberica. Terminata la sua opera Giacomo tornò in Palestina dove fu decapitato. I suoi discepoli, con una barca, guidata da un angelo, ne trasportarono il corpo nuovamente in Galizia per seppellirlo. Nei secoli le perse-

cuzioni e le proibizioni di visitare il luogo fanno sì che della tomba dell’apostolo si perdano memoria e tracce. Ma quella magica caduta di stelle le riportò alla luce e, in quel campo, venne costruita la cattedrale di Santiago di Compostela…di Santiago Campo della Stella. Il Cammino di Santiago è, dunque, un pellegrinaggio che migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo affrontano per raggiungere le spoglie di Giaco-

mo il Maggiore protette dal maestoso altere barocco all’interno della Sua cattedrale. Un pellegrinaggio di 795 km che inizia da Roncisvalle in Francia (per quanto riguarda il Camino francès) e percorre tutta la Spagna settentrionale per terminare a Finisterre sull’oceano Atlantico, passando per le più belle città spagnole: Pamplona, Burgos, Lèon e Santiago e Muxia dove sorge la chiesa di Nosa Senora da Barca, purtroppo colpita re-

centemente da un fulmine. Un cammino non solo religioso, ma di scoperta dell’Io più profondo….ogni passo compiuto in questo cammino è un passo magico, un passo non solo fisico ma spirituale….un passo che all’inizio è rapido e pieno di energia e ci fa camminare veloci guastando tutto il panorama che ci avvolge….un passo che, giorno dopo giorno, diventa più lento, un po’ più stanco; ma proprio questo passo ci permette di

entrar in sintonia con il vero Camino….non fatto solo di paesaggi, ma fatto di persone, da tante, tantissime persone provenienti da tutto il mondo, di ogni etnia, di ogni religione, di ogni condizione fisica e di equipaggiamenti a volte birrarrri…di ogni età…. che sono li, che camminano accanto a te, spesso in silenzio, lì a percorrere tanti chilometri per chissà quale motivo…ci si guarda a vicenda, ci si sorride e si

pronunciano quelle semplici parole che fanno splendere il sole anche se piove: “Buen camino!”. Un cammino che ogni giorno è diverso grazie ai paesaggi che cambiano, ai diversi monumenti gotici e barocchi che si visitano e alle bellissime città che si attraversano. Un cammino di emozioni, che sa regalare una gioia immensa e, al ritorno, aver solo la voglia di ritornarci!

Quest’anno, dopo la mia esperienza sul Camino francès, il gruppo Nordic Walking Valle del Chiampo, in appoggio all’agenzia SALIERI VIAGGI SRL, ha organizzato un viaggio aperto a tutti dal 23 al 30 agosto 2014 per percorrere gli ultimi 120 km del Cammino di Santiago per vivere insieme e regalarsi tante emozioni. Vi aspettiamo.



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lettere

Ricordando Pantani

Potete scrivere al Senatore Alberto Filippi inviando le vostre e-mail a: sportivissimo@mediafactorynet.it Le vostre lettere possono essere lette anche nel sito: albertofilippi.it

Caro Senatore, dieci anni fa moriva Marco Pantani, per me il ciclista più forte di sempre. Chi non ricorda le sue imprese, la straordinaria doppietta Giro d’Italia-Tour de France del 1998, la rimonta di Oropa al Giro del 1999? Il suo modo di pedalare era il più bello, il più generoso, così sempre all’attacco, così sempre “fuori soglia”. A dieci anni da quel tragico San Valentino del 2004, però, ci sono ancora quelli che considerano Pantani un ciclista dopato, un uomo drogato, morto di overdose. No, Marco era un campione della bicicletta e ai veri sportivi ha donato emozioni indimenticabili. Non crede che sia ora di finire di ricordare un campione solo per la fine tragica che ha fatto ma ricordarlo per tutte le gioie sportive che ci ha dato? La saluto, Dino P.

Caro Dino, io sono tra quelli che sono esplosi sul divano guardando la salita di Pampeago del Giro del ’99: Pantani ha dato anche a me emozioni indimenticabili. In questi giorni sta uscendo nelle sale cinematografiche uno straordinario documentario, firmato dal regista inglese James Erskine, che racconta, come sanno fare gli inglesi, con rigore e studio, la vita di Pantani: dagli inizi di quando era bambino con la prima bici regalata dal nonno che lui lavava nella vasca da bagno e poi la portava con sé in camera per la notte ai suoi grandi successi al Giro al Tour, fino a porre la domanda a cui tutti, in questi giorni in cui cade il decennale dalla morte, vorremmo dare una risposta: come può essere accaduto che un grande campione com’era Marco Pantani sia potuto morire a soli 34 anni in una camera d’albergo di Rimini? I genitori di Pantani continuano a sostenere che Marco non è mai stato trovato positivo al doping e anche sul famoso prelievo di Campiglio ci sono molti dubbi. Comunque anch’io condivido quello che tu scrivi: adesso è arrivato il tempo di ricordare Marco Pantani campionissimo del ciclismo. La sua città, Cesenatico, gli ha dedicato una statua, come era giusto che fosse. Ciao, Alberto.



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