Sportivissimo Luglio 2017

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SPORTI magazine mensile di sport nco bia distribuito gratuitamente direttore responsabile

Luigi Borgo

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redazione e grafica

Paola Dal Bosco Elena Caneva

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Iscrizione al Tribunale di Vicenza il 21 dicembre 2005 n.1124

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SSIMO

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Il santo laico

di Luigi Borgo

ome promesso, questo è per il mio amico Roberto Caccaro, che ha un’idea chiara su cosa significhi essere “campione” tanto che gli piace che sia conosciuta, magari anche discussa. Per uno come Roberto, che ha compiuto 80 anni, la gran parte dei quali vissuti nell’associazionismo sportivo, il campione è la vittoria che si fa persona. Non c’è nulla di più alto, di più bello, di più nobile della vittoria e di chi la consegue. Anch’io condivido questo pensiero. Lo sport è una pratica complessa. S’inizia da piccoli. Prima nei club, gestiti da tanti appassionati volontari come Roberto, poi si entra nelle squadre federali e si diventa atleti professionisti. Chi arriva a vincere non è solo un talento, ma è uno che ha lavorato sodo, confrontandosi con altri che hanno fatto il suo stesso percorso. La vittoria, poi, è la dimostrazione che l’uomo è un essere che sa migliorarsi sia come individuo, sia come specie, dato che di anno in anno i record sono sempre migliori. E poi la vittoria non è un’opinione. Essa si misura in tempo o in punti. La vittoria è un dato oggettivo. Chi vince una medaglia d’oro alle Olimpiadi è il migliore di tutti in quella data disciplina. Nemmeno il premio Nobel ha un valore altrettanto assoluto come un titolo olimpico. Per tutto questo la figura del campione è alta: egli è, come dice il suo nome, il “combattente in campo” che, dando tutto se stesso, è stato il più bravo di tutti; è bella: la sua è una storia di sacrifici propri, ma anche di sacrifici altrui, quelle persone amiche che non meno di lui si sono spese alla causa; è nobile: il campione è un numero uno della specie umana, della quale è la prova provata della sua capacità di miglioramento. È chiaro, a questo punto, che il campione è anche un esempio. Per Roberto la parola “campione” significa proprio questo “fare da modello di comportamento” per gli altri. Quindi il campione non va imitato solo nelle sue qualità tecniche, né solo nel suo sapersi sacrificare per il risultato, ma proprio come esempio assoluto di comportamento morale. Per i giovani innanzitutto, che lo vedono come un idolo, ma in genere per chiunque aspiri al proprio miglioramento, il campione dev’essere un modello. Un santo laico, potremmo definirlo, esagerando. Ma i campioni di oggi sono consapevoli di tutto ciò? Sanno che il loro ruolo impone questa altissima responsabilità etica? Secondo noi, pochi tra coloro che sono chiamati da tv e giornali “campioni” sono da ritenersi tali. Magari hanno vinto, sicuramente hanno ingaggi notevoli, fans e vita da star, ma ben pochi hanno la consapevolezza di essere esempi di comportamento eletto. Basta vedere come molti, soprattutto calciatori, reagiscono a quanto accade loro in campo. Sono capaci di fare scenate per nulla, provocando, volutamente, non solo il rivale, ma anche chi li sta a guardare. Nella storia dello sci i grandi campioni degli anni Quaranta, dopo aver terminato la loro attività agonistica, hanno tutti svolto la professione di maestri di sci. Sono passati dai campi di gara al campetto scuola. Dall’essere i più bravi di tutti, a essere esempi per tutti sia del fare le curve sia, soprattutto, dello stile da tenersi in montagna. Grazie a questa loro umiltà, lo sci è diventato da pratica per pochi giovani arditi a sport di massa. Così dovrebbe sempre essere. Attraverso il buon esempio dei campioni, far crescere tutto il movimento sportivo. Perché, come sostiene Roberto, il campione dello sport è, innanzitutto, un modello di comportamento che ci aiuta a farci migliorare come persone.

Con Alberto Tomba a Chiampo Il 15 novembre prossimo lo Sci Club Chiampo del presidentissimo Francesco Zecchin, in occasione del suo quarantennale, ha invitato Alberto Tomba a Chiampo. Sarà una serata magica, durante la quale ricorderemo una tra le pagine più belle dello sci Azzurro. Alberto ci farà rivivere le grandi emozioni delle sue vittorie come solo lui sa fare. Ma ne riparleremo più ampiamente nel numero di Sportivissimo di settembre. Intanto prendete nota.

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vicenza Ph di Renata Romagnoli Testo di Camilla Tartaria

Luca Rigoldi

La cintura dell’Unione Europea arriva a Vicenza!

L

a tensione della numerosissima tifoseria di Luca Rigoldi era percepibile nell’aria del Palazzetto di via Goldoni dove, fin dal tardo pomeriggio, le gradinate si sono man mano riempite di tifosi ed appassionati accorsi per il grande evento pugilistico organizzato da Boxe Loreni con l’ausilio della Queensberry Boxe Vicenza e del Luca Rigoldi Fan’s Club.

rio, (che l’aveva sconfitto giocando di strategia e d’astuzia al primo tentativo di conquista del Titolo Italiano) e non si lascia sorprendere: manda poco a vuoto, le serie che partono sono sempre ragionate, ben asEntrano i pugili, accompa- sestate e colpiscono nel gnati dalla musica, quella segno. giusta, quella che serve Fin dall’inizio l’arbitro è per accendere ancor di più costretto a intervenire più gli animi. E dopo i saluti di volte, a causa soprattutrito e il sempre toccante to della condotta di Parrimomento degli inni nazio- nello, che spesso cerca di nali, la campanella segna- bloccare l’avversario con la l’inizio del match. abbracci poco apprezzaGià dalla prima ripresa il ritmo è alto: Parrinello è velocissimo tra le 16 corde, gira, salta, si muove, tanto da far sembrare il ring grande come un campo di calcio. Ma Rigoldi conosce bene lo stile dell’avversa-

ti, tanto da Rigoldi quanto dai Giudici. I round centrali sono caratterizzati da un grande equilibrio tra i due, che mostrano tutte le loro abilità tecniche e non cedono il passo, nemmeno per un istante.

Sabato 20 maggio. Il Palazzetto dello Sport di Vicenza gremito. Al centro il ring dove, dopo una serie di incontri tra dilettanti e due Sottoclou, si sono battuti per la seconda volta il vicentino Luca

Rigoldi ed il campano Vittorio Parrinello: l’esito però, questa volta, è stato positivo per il pugile berico, che ha conquistato, a seguito di un match al cardiopalma,

l’ambita cintura del Titolo dell’Unione Europea nella categoria di peso Supergallo.


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È al giro di boa dell’incontro, ovvero a partire dalla settima ripresa, che gli animi iniziano ad accendersi: la tifoseria è sempre più carica e tra le corde la tensione inizia ad essere più palpabile. Entrambi i pugili scivolano a terra a causa del pavimento leggermente umido, tanto che l’arbitro chiede più volte che venga asciugato. Gli scambi tra i due sono sempre più veloci, serrati e il ritmo aumenta ancora di più dopo che l’arbitro è costretto ad interrompere l’azione per una scorrettezza di Vittorio Parrinello, che gli costa un punto di penalità: quel vizio di abbracciare l’avversario, impedendone i movimenti, soprattutto della testa, avrà un peso rilevante nel verdetto finale della giuria. Gli ultimi tre round sono un’escalation positiva per il pugile di Villaverla che, nonostante la stanchezza, non molla: i colpi diminuiscono leggermente

per numero, ma non per rapidità e tanto meno per precisione. Per entrambi le energie sono fondamentali in questa fase dell’incontro co è già in piedi e, dopo il ed ogni singolo pugno ha sentito abbraccio tra i due l’obbligo di andare a segno. sfidanti, il verdetto della giuria è quasi coperto dal La dodicesima ripresa è fragore del tifo. I tre Giudispettacolo puro: i colpi ri- ci, rispettivamente con un cominciano ad uscire come punteggio di 114 a 113, 114 a se si ripartisse da zero, non 113 e 113 a 114, fanno sì che c’è più stanchezza, non c’è sul tetto d’Europa ci salga più dolore per i colpi subiti, lui, il pugile dal cuore d’osoltanto adrenalina a mil- ro, il Nostro Campione! le nello sforzo di portare Dopo l’euforia, i salti di a casa l’ambita cintura. E gioia, l’abbraccio collettivo se fino a questo momento con i Tecnici Gino Freo e il verdetto poteva essere Alessandro Santamaria, la ancora incerto, qui Luca si carezza commossa della gioca tutto e, al termine di mamma e il bacio con la tre minuti di fuoco, nessu- fidanzata Valentina, anche no ha più dubbi: la cintura in questo momento Luca è di Luca Rigoldi. non dimentica la parola Dopo il suono dell’ultima giusta: ancora senza fiato campana, tutto il pubbli- e visibilmente provato dal

match, prende il microfono per dedicare questa splendida vittoria all’amico Sedik Boufrakech, compagno di allenamenti che, pochi giorni prima dell’incontro, aveva accusato un grave malore a margine dell’ultima sessione di sparring con il campione berico ed era stato ricoverato d’urgenza. Fortunatamente le sue condizioni, da allora, sono nettamente migliorate; in questo periodo Luca non ha fatto mancare la sua presenza vicino a Sedik. Perché altre sfide, la Vita, costringe a combatterle fuori dalle corde di un ring. Ed è lì che si misura l’uomo, oltre che il campione!


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Rock basket Abbiamo incontrato Gianni Manuel, voce storica della radiofonia italiana. Dalle prime radio libere degli anni Settanta ai grandi network nazionali, è oggi direttore artistico di Stella FM. Nelle ore in cui non è al microfono, scende in campo a insegnare le magie del basket nel segno della passione e dello spirito del rock.

Gianni Manuel è “la Voce” della radio. Da più di quarant’anni, ha iniziato giovanissimo, Gianni è conduttore radiofonico di trasmissioni di successo. La sua voce inconfondibile ha accompagnato generazioni e generazioni di giovani che sono cresciuti ascoltando la “sua” musica, le sue parole in un mix di battute, buoni consigli, grande simpatia e affetto sincero per quel pubblico di ascoltatori che lo segue, che lo chiama in diretta, che condivide con lui il gusto per la bella musica. Uno stile unico, quello di Gianni, che ritroviamo identico nel suo grande amore per il basket, sport di cui è stato prima buon giocatore e poi allenatore. “Sono”, dice, “un trasmettitore di passione: alla mattina in radio, al pomeriggio in campo con i ragazzi”.

Gianni, partiamo dalla radio, raccontaci com’è iniziata. La mia prima volta è stata nel 1975. Portavo ancora i pantaloni corti. Era il tempo delle prime radio libere. Per caso mi trovai davanti a un microfono acceso. Era quello di Radio Spazio International di San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine. E io mi misi a parlare. Da allora non ho più spento il microfono. Iniziarono a cercarmi altri editori radiofonici. Ero considerato un ragazzo prodigio. Lavorai per E.R.A. Stereo 2000, che era una radio, ma anche una tv. Quando la mia famiglia dal Friuli, dove ci eravamo traferiti, ritornò a Valdagno, dove sono nato, entrai prima a Rete 94 di Malo e poi a Onda Radio di Thiene e quindi Radio Studio 99. Ma la provincia mi stava un po’ stretta. Volevo

vivere di radio e così iniziai a partecipare ai concorsi per giovani conduttori. Allora a Milano stavano crescendo le radio e le tv alternative alla Rai. Roma era la Rai, Milano era il mondo delle radio e delle tv private. Andai, quindi, a Milano, c’era un grande fermento attorno al mondo delle telecomunicazioni. Arrivavano giovani da tutta Italia che volevano fare la radio, la tv. Io vinsi il concorso per entrare in Radio 105.


10 Per quanti anni sei stato a Milano? Beh, ho fatto 9 anni in Radio 105, poi sono passato a RTL, dove sono rimasto per altri 2 anni, poi l’avventura con R101 e quindi Radio Kiss Kiss, un grande progetto: la radio aveva sede a Napoli, dove era stata fondata, e proprio in quegli anni era stata aperta una seconda sede a Milano. Rimasi a Radio Kiss Kiss per altri 7 anni. Hai fatto qualche esperienza all’estero? Certo, a New York: l’America era il paese di riferimento per chi faceva radio;

la musica, ma anche tutta la tecnologia e le tecniche radiofoniche venivano da lì. Hai lavorato in Rai? Allora la Rai, in specie RAI STEREO DUE, offriva ai professionisti delle emittenti private di condurre qualche suo programma. Era una collaborazione possibile. Ho fatto un paio di programmi su Radio Due e ho condotto Hit Parade,

un programma seguitissimo dai giovani. La mia specialità è l’intrattenimento alla mattina. E oggi? Ho fatto la scelta di tornare a Valdagno. Ho trovato stimolante il progetto di crescita di Radio Stella FM, di cui sono Station Manager e Direttore Artistico. Gli ascolti stanno crescendo di giorno in giorno e siamo ascoltati in un’area sempre più vasta, che copre quasi tutto il nord-est d’Italia. La mia diretta va dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 13. Radio alla mattina e basket al pomeriggio Rock basket… nella diversità, radio e basket, hanno tanti punti in comune. La Radio è veloce, bisogna sempre avere la battuta pronta, come il Basket che vive di continui e repentini cambi di fronte; la radio è imprevedibile: ogni volta accade qualcosa d’imprevisto, il cosiddetto “bello della diretta”, proprio come il basket dove ogni rimbalzo nasconde una possibilità, uno scarto, una soluzione di gioco. La radio è immaginazione, dà spazio alla fantasia, è in continua evoluzione, se hai uno spunto, non sai mai però dove si vada a finire... c’è sempre qualcosa di nuovo che accade: è l’imprevisto, l’inatteso. Come nel basket.

Ti piace allenare? Moltissimo. Mi piace insegnare. Alcune università mi hanno chiesto di fare lezione nei corsi di laura in Scienze della Comunicazione. Mi sono divertito

a trasmettere ai giovani i miei segreti del parlare al microfono, la mia esperienza pluridecennale nell’arte della diretta. Così mi piace trasmettere i miei segreti del basket ai giovani talenti. Come ti prepari? Per la radio devi essere informatissimo su tutte le novità discografiche e poi devi conoscere molto bene la storia della musica, dei suoi protagonisti; per il basket devi seguire la Federazione, partecipare ai corsi di aggiornamento tecnici che vengono annualmente organizzati; per entrambi devi provare quella passione che continua a farti ricercare e sperimentare cose nuove.

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Cos’è per te lo sport? E’ salute: le statistiche dicono che chi fa sport vive in media 4 anni più di chi è sedentario; è socialità e amicizia: uno sportivo non è mai solo; è impegno che diverte: come dovrebbe essere il lavoro e lo studio; è giovinezza, festa, piacere, ma è anche disciplina, scuola di vita E il basket? È uno sport fantastico! Ha delle dinamiche incredibili. Tutta la squadra deve essere partecipe al gioco; tutti devono fare fatica; tutti devono difendere e tutti devono andare a canestro. Che differenza c’è tra allenare a Milano e allenare qui? Nessuna sotto l’aspetto dei giocatori: ci sono ottimi atleti qui come là; molta, invece, sotto l’aspetto delle strutture sportive che qui scarseggiano. Dobbiamo condividere i palazzetti con altri sport e questo in città non accade dove ognuno

ha la propria struttura. Come hai trovato il basket in valle? Il movimento cestistico valdagnese è buono. Da quando ero giovane io, è cresciuto moltissimo. C’è una cultura del basket che ai miei tempi non c’era. Il Basket Valdagno è una società sana, ha un ottimo presidente, un bravo direttore tecnico, una valida dirigenza, non si potrà che crescere ancora. Fai altri sport? Tennis, due, tre ore la settimana e d’inverno amo lo sci. Mi piace girare per l’arco alpino. Quando ero a Milano, andavo a Courmayeur, adesso mi piace molto la Val di Fiemme: il Cermis, Pampeago.

La tua squadra del cuore? Il Milan da sempre e per sempre. I tuoi miti dello sport? Nel basket il messicano Manuel Raga, non molto alto, ma uno capace di saltare un metro e 60 da fermo. Sapeva spostare la palla da una mano all’altra senza cadere, sebbene fosse pressato da due giocatori. Poi Mike D’Antoni, Michael Jordan, Steve Nash. Nel tennis, John McEnroe; Ivan Lendl, Djokovic; nello sci, Gustavo Thoni; Alberto Tomba; nel calcio, Gianni Rivera, Johan Cruijff, Marco Van Basten; nella Formula Uno, la Ferrari in assoluto e poi sono tifoso di Alonso per il quale mi dispiace che non sia nella Ferrari di quest’anno, che è una super macchina, perché lui è il numero 1.


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fara

di Lino Bertolli

Un vicentino nell’olimpo del tiro a volo

Finalmente dopo 37 anni è successo, un vicentino ci è riuscito entrare nell’olimpo del tiro a volo.

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opo 37 anni è successo: un vicentino è riuscito a entrare nell’olimpo del tiro a volo nazionale. Dario Carretta ha vinto il Gran Premio di Fossa Olimpica Cat. Eccellenza. Correva l’anno 1981 quando il vicentino Alessandro Nardi, straordinario tiratore ma soprattutto grande sportivo perché ancora oggi è presente nelle pedane venete assieme al figlio Giovanni e

al nipote ononimo Alessandro, ha vinto il titolo italiano di tito a volo. Sono trascorsi 37 lunghissimi anni, ma oggi finalmente Alessandro ha passato il prestigioso testimone. Non me ne vogliano i vari tiratori Vicentini, tutti bravissimi e ineguagliabili nel dedicarsi a questo sport, molti capaci di segnare importanti risultati nelle varie specialità e categorie sia in campo na-

zionale che internazionale, ma domenica 28 maggio 2017 è successo una cosa grande, magnifica, stupefacente, ECCELLENTE com’è il nome della categoria in cui si è gareggiato... Dario Carretta ha vinto il Gran Premio di Fossa Olimpica Cat. Eccellenza!! Agli amici lettori di questa rivista ho il dovere di trasmettere, come appassionato, questo straordinario risultato ottenuto da Dario Carretta. La categoria Eccellenza Fossa Olimpica è la serie A del tiro a volo. Non si arriva a fare una gara in questa categoria, pagando una semplice iscrizione, come avviene per moltissime e bellissime gare italiane o internazionali di varie discipline e specialità tiravolistiche…, ma ci si arriva solo per essersi qualificati, ovvero per

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merito. Per esserci bisogna superare un iter importante di gare e gare; bisogna, come si dice in gergo, “ROMPERLI!!!!” Dario ha vinto una prova del Campionato Italiano presentandosi in testa alla finale con un 122/125, lo stesso punteggio che ha ottenuto l’azzurro Giovanni Pellielo a Rio 2016, che gli è valso la medaglia d’Argento olimpica. Roba grossa! La finale, poi, è andata diversamente... le finali sono sempre diverse per tutti, ma Dario ha trovato la tranquillità giusta, la concentrazione del campione vero. E ha vinto, portando a Vicenza, dopo quasi 4 decenni, il titolo più bello, quello più ambito: il Gran Premio di Fossa Olimpica Cat. Eccellenza.


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I Piccoli Sogati al campionato italiano ad Arco

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irando le somme non potevamo chiedere di meglio: una stagione in cui i nostri atleti, e non solo, hanno fatto dei passi da giganti qualificandosi per il mese di giugno al Campionato Italiano ad Arco per le discipline di Lead, Speed e Boulder delle categorie U10U12-U14, gli atleti che parteciperanno saranno: Matteo Pretto per la categoria U10 maschile. Gaia Perin per la categoria U12 femminile. Giulio Vivian per la categoria U12 maschile Ed infine Linda Randon per la categoria U14 femminile e Lorenzo Benedetti per la categoria U14 maschile. Non possiamo che essere orgogliosi: dopo tanti

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allenamenti, tante gare, buoni posizionamenti ma soprattutto tanto divertimento, siamo riusciti a trasmettere quello che per noi del Gruppo “I Sogati” è più importante di tutto, la passione per questa disciplina: l’arrampicata sportiva! Questa complicità tra grandi e piccoli, insieme all’intesa, alla determinazione e spensieratezza, ma sempre il rispetto per gli altri e tanta dedizione, ci ha portati, passo dopo passo, a qualificarci per gli Italiani. La crescita all’interno del Palasport Gino Soldà non è avvenuta solo tra gli atleti ma anche tra i responsabili del Gruppo “I Sogati”, che sono riusciti, grazie a un duro lavoro, acquisire le seguenti qualifiche: • Tracciatori (Matteo Falloppi e Marco Perin) • Giudici di gara (Massimo Benedetti, Luca Perin, Marco Perin, Luca Randon e Vera Visonà) • Istruttori di Primo Livello (An-

valdagno

di Vera Visonà

drea Asnicar, Luigi Dal Bianco, Simone De Franceschi, Matteo Ponza, Luca Perin e Vera Visonà) della Federazione di Arrampicata Sportiva Italiana, figure che sono necessarie per raggiungere e portare avanti una struttura di arrampicata come quella di via Volta di Valdagno con la sua storia e la sua importanza nella vallata. Un Gruppo che ha trovato nei giovani e nei bambini la voglia di mettersi in gioco cercando di superare i propri limiti, vivendo in pieno la passione per l’arrampicata! Ed è proprio attraverso questa voglia che si può pensare di porre delle basi per un futuro ancora più ricco per la nuova stagione e magari, chissà, anche di una possibile struttura dove potersi allenare oltre al Palasport, in modo tale da incentivare e far conoscere maggiormente il nostro territorio ricco non solo di strutture sportive ma anche di tante falesie!

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In bici da Valdagno a Prien di Giannino Massignani

A quasi un mese di distanza non si spegne nel cuore dei protagonisti l’eco della storica impresa: in bici da corsa da Valdagno (VI) a Prien am Chiemsee in Baviera.

P

er onorare degnamente e originalmente il 30° anniversario del gemellaggio, il Cicloclub Novale ha ideato e organizzato questa fantastica trasferta. Alle ore 8:00 di giovedì 1 giugno, dopo il saluto del Sindaco di Valdagno, siamo partiti in dodici, sette baldanzosi uomini, tre intrepide, giovani donne in sella e due disponibilissimi accompagnatori del Cicloclub con auto per l’ assistenza, alla volta della Germania. Attraverso quattro tappe e tre pernottamenti (a San Michele all’Adige TN, a Vipiteno BZ e a Kufstein in Austria), superando in ordine il passo della Frica, il passo del Brennero

una pioggia battente! - fino al Municipio di Prien, dove ci è stato dato il benvenuto da parte del terzo Sindaco, Alfred Schelhas, dalla signora Ida Bromse, referente per i gemellaggi, e da altri membri del Consiglio Comunale. Al pranzo presso il ristorante dell’hotel Luitpold, vicinissimo all’imbarcadero per le isole del lago, insieme alla moglie Barbara ha preso parte, anche malgrado il recente infortunio, il dottor Hans-Rainer Hannemann, per molti anni stimato referente dei

e infine il passo Sebi al confine tra Austria e Germania, domenica 4 giugno abbiamo raggiunto la cittadina bavarese, percorrendo in totale 438 km. A Sachrang, il primo paesetto della Baviera, siamo stati accolti dagli amici del Radfahrverein di Prien (Lothar, Klaus e altri) e accompagnati - sotto

gemellaggi e persona molto legata alla città di Valdagno. A noi, dopo una doccia calda e recuperate le energie, ogni piatto è parso gustosissimo. E in un clima di sincera amicizia e calorosa allegria, tutti abbiamo compreso che il legame con i partner bavaresi rappresenta un’occasione straordinaria di crescita cul-

turale e personale, e abbiamo sperimentato come i momenti di incontro e di scambio facciano apprezzare le cose nobili e belle della vita e, allontanando dall’orizzonte le nubi minacciose, rappresentano un concreto contributo alla causa della fratellanza e della pace.


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Il mondo delle api

di Dorino Stocchero

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e api si possono definire insetti polimorfi, per il fatto che gli esemplari hanno caratteristiche diverse a seconda del compito che svolgono (riproduzione e difesa della colonia). Questi insetti vivono in una società che è tra le più evolute non solo della classe degli imenotteri, ma di tutto il regno animale e le loro principali attività consistono nella costruzione dell’alveare, nella ricerca del cibo e nell’allevamento della prole. Se da un lato l’uomo viene considerato come la specie animale che tra i vertebrati è arrivata al gradino più alto della scala evolutiva, nel mondo degli invertebrati tale affermazione è riconosciuta alla piccola e infaticabile ape domestica (apis mellifica), appartenente all’ordine degli imenotteri della famiglia degli apidi, la cui la socialità e il cui comportamento nell’arnia sono esempi massimi di rispetto e reciproca collaborazione. Le api sono straordinariamente operose, capaci di elaborare grandi quantità di un dolce prodotto commestibile: il miele. Già gli uomini preistorici ne avevano individuato le virtù, pur non avendo ancora scoperto come allevarle, anche se troviamo diversi cenni sull’apicoltura

nell’antica mitologia greca, che considerava il miele come un magico alimento destinato alla divinità. Le api sono insetti sociali e sono suddivise in tre caste: operaie, ape regina e maschi detti anche fuchi. Rispettivamente corrispondono alle femmine sterili o operaie, alle femmine feconde o regine e ai maschi della specie. L’Ape regina si distingue per il grosso addome affusolato e per le dimensioni maggiori rispetto agli altri componenti della colonia (la sua lunghezza può superare i 2 centimetri) ed è responsabile della continuità della specie in quanto è l’unica riproduttrice. Nella sua lunga vita può deporre diversi milioni di uova, con una media che nei periodi più favorevoli (andamento climatico buono e fioriture abbondanti) può

raggiungere le 2000-3000 unità giornaliere. La regina produce due diversi tipi di uova: partenogenetiche, che daranno origine a maschi, e fecondate, che origineranno api operaie o regine a seconda di come verranno nutrite nel periodo larvale. Durante tutta la sua vita si accoppia e viene fecondata una sola volta, che deve avvenire entro 10 giorni dalla sua nascita e perciò appare strano che riesca a dare origine a una tale progenie. La spiegazione risiede nel fatto che essa possiede, in connessione con l’apparato genitale, un capace ricettacolo in cui viene gelosamente custodito lo sperma, racchiuso in apposite spermateche. Gli spermatozoi, così incapsulati, vengono liberati poco alla volta e secondo necessità per fecondare in successione il maggior numero di uova,


17 fino al completo esaurimento delle scorte e senza alcuna perdita energetica, come invece si osserva nella maggior parte degli animali, dove il successo di ogni singolo elemento spermatico comporta il sacrificio di milioni di altri destinati alla degenerazione. Sono le api operaie che danno appropriato supporto alla regina, costruendo celle di dimensioni diverse a seconda della necessità di accogliere fuchi, operaie o una nuova regina. L’ape regina può, in determinati periodi dell’anno, deporre uova non feconde dalle quali nasceranno solo maschi, mentre nel contempo ha la capacità di inibire la futura fertilità delle femmine determinandone così anche la funzione, tramite la secrezione di particolari ormoni che vengono addizionati al cibo delle larve. Le api operaie derivano da un uovo fecondato che però, a differenza di quello destinato a diventare regina, è nutrito solo per tre giorni con pappa reale e poi con semplice miele e polline. Le stesse sono il tutto fare della famiglia e sono, infatti, responsabili di tutti i compiti tranne quello di procreare. Nella colonia delle api esiste una precisa gerarchia tra le operaie: appena nascono, sono “nutrici”, cioè produttrici di pappa reale, poi “spazzine” perché si occupano

delle pulizie, “guardiane” perché scacciano i nemici, “ceraiole” perché producono scaglie di cera, materiale fondamentale per la costruzione dell’alveare e infine diventano “bottinatrici” cioè api esperte, capaci non soltanto di esplorare l’esterno dell’arnia, ma anche di segnalare la posizione e la quantità del raccolto alle sorelle. I fuchi hanno lo stesso patrimonio genetico della madre. Essi non sono tenuti in grande considerazione nell’arnia: il loro compito è quello di fecondare la regina e mantenere bassa la temperatura durante il caldo estivo; quando arriva la stagione invernale e loro non servono più, muoiono naturalmente o vengono cacciati fuori dall’arnia. Le api sono dotate di tibie posteriori caratterizzate dalla presenza di una speciale struttura, denominata cestella, formata da un incavo contornato di lunghe setole, in cui viene provvisoriamente immagazzinato il polline con l’ausilio delle spazzole, costituite da una serie di peli rigidi situati sul primo elemento dei tarsi. L’apparato digerente è provvisto di una voluminosa ingluvie, o borsa melaria, dove il nettare viene portato a contatto con gli enzimi prodotti dalle ghiandole salivari, per essere trasformato gradualmente

in miele tramite la scissione primaria del saccarosio nei due zuccheri più semplici, glucosio e fruttosio. La durata media della vita delle api operaie nate in primavera non supera le 4 settimane, a causa della loro frenetica attività e del conseguente dispendio energetico a cui sono sottoposte. Solo quelle nate in autunno e destinate a superare l’inverno sono dotate di una maggiore longevità. Le femmine sono dotate di un poderoso aculeo addominale collegato con voluminose ghiandole velenifere. Da alcuni studi è emerso che questa inconsueta struttura anatomica deriva da un particolare tipo di ovopositore, che nel corso dell’evoluzione ha perso la sua funzione primaria per

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diventare un organo di difesa. L’iniezione di veleno nell’uomo causa, salvo in caso d’ipersensibilità, soltanto una dolorosa reazione locale accompagnata da arrossamento e gonfiore, ma per numerosi invertebrati e piccoli vertebrati essa può risultare letale. Questa strategia difensiva comporta la morte dell’ape stessa, che dopo aver inferto il colpo, nel darsi alla fuga non riesce a ritirare l’aculeo ed è quindi costretta ad abbandonarlo infisso nelle carni del ne-


18 mico, insieme alle ghiandole velenifere e all’ultimo tratto d’intestino. I maschi hanno dei grossi occhi composti, presentano una sagoma tozza rispetto alle femmine, non sono in grado di alimentarsi autonomamente e nel corso della loro breve vita vengono nutriti di continuo dalle operaie. La loro unica funzione è fecondare la regina, ma, come ab-

biamo visto, dopo il periodo riproduttivo vanno incontro alla morte. Mentre la regina ha i fondamentali compiti di provvedere alla deposizione delle uova e alla coesione della colonia, nella stagione attiva la vita delle api operaie può essere fonda-

mentalmente suddivisa in due periodi: nel primo di 16-20 giorni, esse si dedicano all’attività interna (api di casa); successivamente, nel secondo periodo 7-10 giorni, si dedicano all’attività esterna (api bottinatrici, api foraggere, api di campo). Sotto il profilo ge-

nerale la teoria sulla divisione del lavoro prevede che ogni ape operaia, entro certi limiti, esegua compiti diversi a seconda delle necessità contingenti. Le api divenute bottinatrici volano sui campi alla raccolta di nettare, polline, acqua e propoli. Le api che trovano sul campo un’abbondante fonte di nettare e polline ne informano le compagne compiendo, al ritorno, una serie di movimenti particolari (danza) sul favo. La danza delle api è il famoso linguaggio (scoperto nel 1945 da Karl Von Frisch) che rappresenta il volo simbolico dall’alveare alla fonte di cibo è una delle forme di comunicazione più perfezionate del regno animale. Attraverso il tipo, la vivacità e la direzione della danza le api indicano l’ubicazione, l’entità e la distanza del bottino (la loro bussola è la direzione del sole); il profumo che aderisce al corpo dell’ape che esegue la danza nonché quello che emana dal nettare rigurgitato indicano poi in quali fiori si trova il

raccolto che le compagne sono invitate a raggiungere. Il nettare viene sorbito attraverso la proboscide, è immagazzinato nella borsa melaria e quindi rigurgitato alle api di casa che manipolandolo e aggiungendo degli enzimi lo sistemano nelle celle dove diventerà miele. Il polline viene direttamente scaricato dalle cestelle nelle celle dei favi (un carico medio di polline si aggira sui 10 mg, ma in alcuni casi può arrivare a 20-30 mg). Mentre il miele costituisce per le api, l’alimento energetico, il polline apporta soprattutto proteine (oltre a vitamine e minerali) ed è fondamentale fra l’altro per la produzione di gelatina reale. Il propoli, invece, è un prodotto vegetale resinoso che viene raccolto e impiegato dalle api soprattutto per chiudere fessure dell’arnia, restringendo i fori anche a scopo difensivo, per creare aperture di passaggio, per attaccare e verniciare i favi e, dato l’elevato potere antisettico, anche come sostanza imbalsamante dei corpi dei nemici uccisi all’interno


19 dell’alveare e che, a causa della mole, non possono essere trasportati fuori dall’arnia. Allo stato selvatico le api costruiscono i loro nidi all’interno delle cavità degli alberi o nelle fenditure delle rocce. Per descrivere la loro complessa società possiamo prendere spunto dal momento della sciamatura della regina. Con la sciamatura, per la quale esiste una predisposizione ereditaria, le api provvedono alla moltiplicazione e diffusione della società. E’ il processo più spettacolare da osservare: lo sciame si presenta come una nuvola d’api che si muove compiendo nell’aria delle evoluzioni circolari ed emettendo un ronzio intenso percepibile ad alcuni decine di metri. Il fenomeno avviene quando nelle celle reali c’è una regina prossima allo sfarfallamento e la vecchia regina, accompagnata da

un elevato numero di api operaie e da pochi fuchi, in una giornata serena e calda, abbandona l’alveare e si porta altrove. Si forma pertanto lo sciame primario che ben presto darà origine a un caratteristico grappolo d’api. Il luogo di formazione del grappolo può essere un ramo d’albero o una siepe. Trascorso qualche tempo lo sciame si trasferisce per raggiungere il luogo prescelto da alcune api esploratrici. Intanto nell’alveare di origine, dalla cella reale per prima opercolata nasce la nuova regina; le altre giovani regine saranno uccise o dalla prima o dalle api operaie. Questo non avviene quando, per il perdurare di condizioni favorevoli, la famiglia si accinge a suddividersi ulteriormente. In questo caso anche la giovane regina da poco sfarfallata lascerà l’alveare accompagnata da un discreto numero di api operaie e da

un buon numero di maschi. Ha così origine un altro sciame detto secondario, meno numeroso del precedente, con una regina giovane e vigorosa. Dalle colonie si possono unire sciami successivi. Durante il periodo della sciamatura si può avvertire anche il cosiddetto canto delle regine, una specie di suono su diversi toni e con frequenza variabile prodotto ora dalla vecchia regina, ora dalle giovani ancora rinchiuse ancora nelle celle reali. L’ape oltre che praticare l’impollinazione crea benessere e ricchezza con la produzione di mieli e di altri prodotti dell’alveare (polline e propoli), apprezzati integratori alimentari per le loro proprietà di particolare interesse nutritivo-sanitario. Il miele è una sostanza molto complessa, ricca di elementi vitali; la sua composizione e le caratteristiche organolettiche dipendono dalla composizione

del nettare, dalla flora, dalla stagione di raccolta, dalle condizioni ambientali e dal tipo di ape che lo produce. L’abbondanza e la varietà della flora italiana danno origine a molti tipi di miele, che si possono distinguere con relativa facilità, non soltanto in base alle caratteristiche fisiche (fluidità e colore che può andare dal bianco al marrone molto scuro), ma anche dal sapore e dall’aroma. I principali mieli sono: acacia, millefiori, tarassaco, tiglio, melata, rododendro e castagno.

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A filo d’acqua KAYAK IN SARDEGNA una scia di 700 km

di Mariano Storti

I

l kayak trip si chiude a Castelsardo, km percorsi 727 in 21 giorni di navigazione effettiva più 6 giorni di stop forzato causa maestrale o grecale- Dura la Sardegna ma bellissima. Sono salpato a Torre dei Corsari, Oristano. Ho raggiunto Sant’ Antioco e Cagliari, doppiato Capo Carbonara ho poi risalito la costa orientale. Raggiunta l’isola di Tavolara ho percorso la magnifica ferrata a Punta Cannone 565 m. sl. Ho circumnavigato Caprera, la Maddalena, Spargi, Budelli e Santa Maria. Doppiato Capo Testa e superate le Bocche di Bonifacio, sono approdato nel porto di Castelsardo.

INCONTRI

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PERCORSO

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È

stato un viaggio minimale a filo dell’acqua di straordinaria bellezza sia a livello paesaggistico che umano: i sardi sono un popolo meraviglioso, ospitale e cordiale. Ho incontrato italiani di tutte le regioni che mi hanno sempre aiutato, donandomi acqua fresca e viveri, anche perché crede-

vano che nel mio viking Lv non avessi niente! Indimenticabile l’incontro con il generoso kayaker barese Marco Garbetta che ha fatto il periplo completo dell’isola, saltando l’Arcipelago della Maddalena, da lui già visitato in un precedente trekking nautico.

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Con Marco ho percorso pochi ma intensi km., mare forza 4, nei capi direi 5!, poi il maestrale ci ha bloccato quasi due giorni nei pressi di Palau, ospiti di una famiglia barese. Sono rimasto bloccato quasi due giorni a Tavolara, altri due giorni a Porto San Paolo ed ho trascorso due notti memorabili nell’isola di Spargi: il giorno dopo il grecale si è placato e potevo tranquillamente, raggiunta Santa

Maria, arrivare a Lavezzi e a Bonifacio. Percorrenza massima giornaliera 50 km, quel giorno volevo farne 60, ma Poseidone non ha voluto: nel pomeriggio dalle Bocche di Bonifacio è entrato il vento che mi ha tenuto a terra un paio d’ore. Sono salito infine sulla macchina del tempo e sono ritornato agli anni 80: a Capo Testa, sono approda-

to nella Valle della Luna, ho incontrato gli ultimi Hippes d’Europa e visto come vanno le cose sul continente, volevo svernare anch’io in una grotta, riparata dalla furia del maestrale ed adorare il loro totem.

Buone pagaiate e viva il popolo sardo che ho riscoperto, dopo 2500 km. di kayak trip.


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Città di Valdagno Assessorato allo Sport

In bici o di corsa

Foto di Gianpietro Bevilacqua, Matteo Cristofanelli, Luca Ciccio

Wild Trail di Piana già al traguardo della 4^ edizione. È nata dalla sinergia tra Velo Club Piana e team Facerunners l’idea di un piccolo trail sulle colline sopra la frazione di Piana. Piccolo, neppure tanto. Si perché i concorrenti che lo scorso 25 aprile si sono presentati al nastro di partenza hanno dovuto affrontare nel complesso 20 km e 950 mD+ con passaggi mozzafiato tra boschi, contrade e prati a cavallo tra le valli dell’Agno e del Chiampo. Ad avere la meglio su tutti è stato l’atleta di casa, Mirko Cocco, giovane promessa della corsa trail, mentre al femminile si è imposta Mariangela Boschetto. A corredo non è mancato nemmeno un tracciato di 14 km e 700 mD+ dedicato al nordic walking, mentre per i più piccoli è stata proposta la 2^ edizione del Mini Wild Trail, 1,5 km per giovanissimi runners in erba dai 6 ai 14 anni. Agnotrail promossa alla prova di debutto Ultima arrivata tra le proposte sportive in vallata è la competizione Agnotrail, debuttata il 21 maggio scorso

Valdagno sempre più tappa d’eccellenza per lo sport.

Dalla corsa in montagna al ciclismo su strada, tra nuove proposte e gare consolidate

sotto la direzione Velo Club Piana-Facerunners. Due i percorsi proposti con un più corto tracciato di 18 km e 850 mD+, al quale si è affiancata l’ardua prova di 33 km e 1.700 mD+, questa volta tra le valli dell’Agno e del Leogra. Lanciati alla riscoperta di alcuni sentieri meno noti delle colline sopra Valdagno, a centinaia hanno preso parte alla manifestazione, baciata anche da un caldo sole primaverile. Il primo a tagliare il traguardo nella più lunga delle due gare è stato il runner Nadir Lissa Dal Prà. Al femminile la gara è andata invece a Kristel Mottin, mentre nella corta il trionfo è spettato a Simone Cortiana e Tiziana Scorzato. Trans d’Havet, la regina delle Piccole Dolomiti Per difficoltà e per anzianità può tranquillamente definirsi la gara regina in vallata: è la Trans d’Havet, la 50 miglia delle Piccole Dolomiti. Non a caso arriva nel mese di luglio, quando la maggior parte dei runners ha già messo sulle gambe diversi chilometri e non pochi metri di dislivello. La preparazione rimane

infatti la base fondamentale per affrontare il lungo percorso di 80 km che si snoda con ben 5.500 mD+ da Piovene Rocchette fino a Valdagno, transitando dapprima sul monte Summano, quindi sul monte Novegno per poi attaccare il massiccio del Pasubio. Lungo la Strada degli Eroi si cala fino a Pian delle Fugazze, dove si incontra la partenza del secondo tracciato proposto dagli organizzatori dell’Ultrabericus Team, il Marathon di 40 km e 2.500 mD+. Si riprende ad arrampicare sul gruppo del Sengio Alto che immette nell’affascinante anfiteatro del gruppo del Carega e delle Tre Croci, sfilando fino a cima Marana da dove si stacca la ripida discesa fino alla finish line in pieno centro storico a Valdagno. Appuntamento dunque il 21 luglio con l’edizione numero 6. Per gli spettatori si potrà assistere alla mezzanotte alla partenza da Piovene Rocchette del più lungo dei percorsi, mentre il via alla gara Marathon scatterà alle 9.00 del giorno successivo (22

Potremmo dire senza tanti problemi che Valdagno è una città che corre. Sono infatti sempre di più anche i valdagnesi che si appassionano a discipline quali il ciclismo, la mtb e la corsa in tutte le sue salse, occasione perfetta per uno stile di vita sano, ma anche per scoprire o riscoprire gli angoli più affascinanti della vallata. Particolarmente apprezzata sembra essere la corsa trail, dedita soprattutto allo sterrato e a pendenze che spesso si fanno insidiose. Sono infatti ben tre le manifestazioni che tra primavera ed estate si consumeranno in città. Per chi invece predilige salire in sella e pedalare, immancabile come non mai anche nel 2017 si è tenuta la granfondo cittadina. luglio) da Pian delle Fugazze. Per conoscere i nomi dei vincitori il ritrovo sarà sul traguardo di Valdagno a partire dalle 10.00 del 22 luglio. Granfondo Why Sport: la chiamata per oltre 1000 appassionati Il 28 maggio da Piazza Cavour è andata in scena anche la 3^ edizione della Granfondo Why Sport Città di Valdagno, gara inserita nel prestigioso circuito Alè Challenge, tra i più frequentati d’Italia. Oltre 1.000 gli iscritti che si sono dati battaglia sulle due lunghezze di 131 km e 90 km. Ad imporsi sul più lungo dei percorsi è stata la coppia Carlo Muraro-Manuela Sonzogni, mentre nella corta la vittoria è andata ad Andrea Pontalto e Giuseppina Michela Bergozza.


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trekking e storia di Alberto Bosa

Dentro alle gallerie e dentro alla storia

Prendete una matita affilata e un foglio di carta. Ora tracciate ad occhi chiusi, andando a memoria e senza sbirciare fuori dalla finestra, il profilo del monte Pasubio. Un gesto da poco, ma che vi ha appena consentito di rappresentare una storia evolutiva che dura da 220 milioni di anni, pressappoco il tempo che è servito alla Natura per ammassare tutta quella roccia sedimentaria, innalzarla verso il cielo e modellarla fino ad ottenere la sagoma ormai familiare a ogni vicentino che voglia dirsi tale. Sono bastati, invece, poco più di nove mesi, il tempo della gravidanza di una donna, per incidere quelle pareti, scolpirle e bucarle, partendo da Bocchetta di Campiglia e arrivando alle Porte del Pasubio. 280 giorni per far nascere un’opera maestosa e leggendaria. Un migliaio di uomini, tutti di umile estrazione sociale, provenienti da ogni parte della Penisola, a cui vennero affidati i migliori prodotti dell’industria chimica e metallurgica di un Paese emergente qual era l’Italia agli inizi del ‘900. Le esplosioni

dei candelotti di dinamite e il rumore assordante dei martelli pneumatici risuonarono senza interruzione dal febbraio al novembre 1917, echeggiando e penetrando lungo le fiancate della Bella Laita, dei Forni Alti e del Sojo Rosso. Un’impresa di ingegneria militare talmente ardita e complessa da non potere nemmeno essere riportata sulla carta come un normale progetto, ma il cui tracciato, con le pendenze, i rinforzi e le gallerie necessarie, era ben impresso nell’immaginario e nelle menti di quegli ufficiali determinati. Una mulattiera lunga 6 chilometri e mezzo, dei quali oltre due in galleria e quattro a mezza costa. Decine di baracche, postazioni per artiglieria e muri a secco; teleferiche efficienti, impianti per l’acqua, aria compressa e forniture di energia elettrica che non avevano uguali lungo l’intero fronte di guerra. Tutto questo, e molto altro, sono le 52 gallerie del Pasubio. Pasubio, montagna che custodisce oggi uno straordinario patrimonio storico e naturalistico. Troppo importante per non essere raccontato. Così, oggi, gli appassionati, gli alpinisti, gli escursionisti che vogliono approfondire queste tematiche hanno la


25 possibilità di farlo tutti i giorni, da giugno a ottobre, presso l’info-point (per il momento ancora provvisorio) sorto a Bocchetta di Campiglia. È questo il luogo ideale dove le informazioni possono essere richieste oppure ricavate da uno dei tanti volumi messi a disposizione dei visitatori o, ancora, ascoltate dalla viva voce, strada facendo, degli accompagnatori di Pasubio Guide®. Da lì, l’ascensione verso il Pasubio non presenta difficoltà elevate, ma richiede un discreto allenamento e l’intera giornata. Il solo tempo necessario per raggiungere il Rifugio Papa, infatti, considerando le soste e le spiegazioni, è di circa 3 ore e mezza. A questo punto i più interessati potranno spingersi anche oltre, lasciando alle loro spalle le retrovie italiane e addentrandosi in quello che fu uno dei più aspri terreni di battaglia della Grande Guerra. Ma questa è un’altra storia.


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Il Kundalini Yoga di Marco

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Sat Nam, sono Dharam Atma Singh. Questo è il mio nome spirituale, ma nasco come Marco Savegnago. Insegno e pratico, da quasi 7 anni, una meravigliosa disciplina che si chiama Kundalini Yoga.

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A cosa serve lo Yoga e come può aiutare globalmente qualsiasi persona che lo pratica? Perché ho scelto il Kundalini Yoga e non altri yoga? Oggi sta diventando sempre più popolare la parola yoga e tutto ciò che ruota attorno ad essa, soprattutto perché collegata al rilassamento e alla riduzione dello stress. Dal mio punto di vista e sensibilità, tutti gli yoga servono per sostenere l’essere umano, per aiutarlo a superare le sfide che la vita gli mette davanti e per permettergli di essere sano, felice e di successo.

l tempo e il modo che consentono di raggiungere questi obiettivi, differenziano tra loro le varie forme di yoga. Mi spiego meglio con un esempio: immaginiamo che due persone, partendo dallo stesso luogo e nello stesso momento, decidano di fare un viaggio per arrivare a Roma. Ciò che può fare la differenza è il come scelgono di spostarsi: a piedi, in bicicletta, in treno, in auto. A seconda del mezzo, quindi, impiegheranno un tempo diverso per raggiungere la medesima meta. Mantenendo questo esempio, per la mia esperienza, il Kundalini Yoga è lo yoga più veloce e potente, è come decidere di andare a Roma in aereo. Osservando la realtà che mi circonda, sento spesso le persone dire che non fanno yoga perché nel tempo libero, scelgono di praticare qualche attività che serva loro per sfogarsi, non cogliendo le opportunità che esso offre e non vedendo la trappola in cui cadono. Seguitemi: ipotizziamo che oggi io senta il bisogno di fare sport per sfogarmi per una relazione che non funziona, per problemi nel lavoro o per qualunque cosa che non stia andando nel verso giusto. Vado quindi in palestra. Dopo l’attività fisica il sistema nervoso, in sovraccarico per la situazione in cui mi trovavo, si scarica e mi sentirò più rilassato e sereno.

Ma che succede il giorno dopo? Se si ripresentano le difficoltà che hanno turbato, continuerò a comportarmi e a reagire, in quelle circostanze, con le stesse modalità, senza mai arrivare a colpire il problema all’origine. Chiaramente è risaputo che lo sport faccia bene a corpo e mente, tuttavia, per modificare sé stessi nel profondo, potrebbe essere necessario qualcosa di diverso. Personalmente sono arrivato al Kundalini Yoga, o meglio, il Kundalini Yoga è arrivato a me, quando il desiderio di cambiare, di affrontare le sfide interne ed esterne per poter essere felice, era diventato una necessità. La pratica del Kundalini Yoga ha totalmente cambiato la mia vita, permettendomi - usando le parole dell’insegnante indiano che per primo lo ha insegnato in occidente, Yogi Bhajan - «di rendere possibile ciò che prima credevo impossibile per me stesso». Com’è avvenuto tutto ciò? Per comprendere l’esperienza del cambiamento, riporterò di seguito alcune definizioni, che passerò per scontate, non avendo il tempo e lo spazio per dimostrarle tutte: 1. La fisica quantistica ha dimostrato che tutto ciò che noi chiamiamo realtà, anche noi stessi, è in verità energia che vibra a precise frequenze;


30 2. Esistono due parti della nostra mente: mente conscia (ciò che penso consapevolmente, che rappresenta il 5%) e la mente subconscia (che gestisce tutte le funzioni vitali e registra ogni esperienza che abbiamo fatto, che rappresenta il 95%);

di respirare (Pranayama), avevano un effetto sul corpo fisico in primis, ma soprattutto sulla psiche e sul subconscio. Nella meditazione accade un processo simile e ancora più profondo: finché si è

85´000 sequenze di posture, respirazioni, chiamate Kriya, e modalità di meditazione che investono ogni possibile aspetto fisico, energetico e psichico dell’essere umano. Ad esempio, troveremo Kriya

plina sta nel fatto che, indipendentemente da quanto male stiamo, da quanto poveri siamo, da quanto depressi o insicuri siamo, da quante persone abbiamo intorno che ci dicono cosa possiamo o non possiamo fare o essere, nel Kundalini

3. La mente subconscia è impregnata di ciò che noi, per le esperienze passate, crediamo di noi stessi, dell’ambiente, di poter o non poter fare, schemi, blocchi eccetera; 4. Attiriamo verso noi stessi ciò che crediamo vero nel nostro subconscio: ogni circostanza, relazione, sfida, evento, positivo o negativo che sia, lo abbiamo attirato noi nelle nostre vite a livello subconscio. Quindi per cambiare veramente noi stessi, dovremmo cambiare e ripulire il nostro subconscio. I primi insegnanti Yogi, migliaia di anni fa, avevano scoperto che specifiche posizioni del corpo (Asana) abbinate ad un modo specifico

fermi e concentrati sul respiro, emergono tutte quelle paure, nevrosi, ansie, problematiche che normalmente, nel corso della vita, tendiamo a coprire o scegliamo di non vedere e affrontare. Ma solo passandoci attraverso e guardandole negli occhi diventa possibile liberarsene: questa è l’unica strada per vivere in maniera serena e felice. Anche gli ultimi esperimenti della neuroscienza confermano che, lavorando sul corpo, è possibile bypassare la mente, che di base è di ostacolo a ogni cambiamento, e incidere direttamente sul subconscio, uscendo dalla “zona comfort”. Il Kundalini Yoga offre oltre

che lavorano sul fegato, sull’ intestino, sul sistema ghiandolare, Kriya per la menopausa, per la rabbia, per l’ansia, per la paura, per il campo magnetico, per essere coraggiosi, per sentire la propria forza interiore, per attrarre prosperità e denaro. I Kriya possono essere statici o dinamici, caratterizzati cioè da un’attività aerobica intensa. Non occorre essere particolarmente flessibili o avere esperienza, ognuno parte dal proprio inizio e dalle proprie possibilità. La pratica comunque, se praticata con costanza, assicura la sua efficacia. La bellezza di questa disci-

Yoga c’è l’occasione per trovare uno strumento potente e profondo per affrontare queste circostanze e per scoprire la forza interiore e l’ energia ognuno di noi possiede, anche inconsciamente. Tutto quello che dobbiamo fare è scegliere: la felicità e il successo sono diritti di nascita di ogni persona. E’ necessario rendersi conto che negatività, povertà e malattia non sono condizioni dell’essere umano, ma bensì scelte. Impariamo a dirigere la nostra mente e la nostra energia: la felicità è una scelta, la salute è una scelta, il successo è una scelta, per questo vi dico scegliete!

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equitazione

Cavalcare nel mito L’Horse Club Boschetto sul podio a piazza di Siena di Giovanna Ferrari

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niziata alla grande la stagione agonistica degli allievi dell’Horse Club Boschetto che ha visto impegnati, sia i veterani che le nuove leve in un susseguirsi di gare, con ottimi risultati agonistici. Ma ecco una delle più importanti tappe agonistiche dell’anno: il Campionato Regionale a Squadre, disputato a fine aprile a Sommacampagna presso lo Sporting Club Paradiso. Sono ben 24 le squadre che si battono per arrivare sul gradino più alto del podio perché solo la vincitrice del Campionato Veneto Master 2017 si guadagnerà l’accesso ad uno dei più importati appuntamenti sportivi del salto ostacoli in Italia: PIAZZA DI SIENA Solo anni di duro lavoro, sacrifici, passione, fatica e rinunce

aprono la strada a eventi di così rilevante spessore. Dopo aver superato le tradizionali prove nazionali, grazie alla preparazione svolta nei centri equestri sotto la guida dei loro istruttori, solo pochi ragazzi riescono a cavalcare nel mito di Piazza di Siena, nell’ambitissimo incontro sportivo che si tiene nella capitale d’Italia. Quest’anno sono i ragazzi dell’Horse Club Boschetto a guadagnarsi l’importante qualificazione. La squadra capitanata da Tomas Boschetto e composta da Tomaso Da Schio in sella ad Uno Retto, Giorgia Paganini su Eville FZ, Giulio Carpigiani su Volèe di San Patrignano e Nicolò Borelli su Lacidos ha vinto il titolo Veneto, ottenendo cosi l’accesso alla finalissima romana. Gioia, emozione e trepidante attesa non devono far perdere la concentrazione, un mese passa in fretta e fine maggio si avvicina. Allenamenti mirati che devono mantenere gli atleti freschi ma in forma per la

grande prova. Gli incontri con lo psicologo sportivo che insegnano a gestire ansia e stress sono fondamentali a questi livelli agonistici. A due giorni dalla gara tutto diventa più frenetico, malgrado l’abitudine alle trasferte non manchi, spostare gli “atleti cavallo” è sempre impegnativo e questa volta il viaggio è lungo. Camion, viaggio, maneggio, albergo e in un attimo ti ritrovi lì, dove prima sei stato sempre spettatore, ora da dentro il campo di gara guardi il tuo pubblico. Dopo due giorni di gara, alla fine della prima manche, la squadra dell’Horse Club Boschetto con il suo capo equipe Tomas Boschetto è ai vertici della classifica, unico team Italiano a segnare tutti e quattro i percorsi netti; meglio di così non poteva andare! Il podio è ormai vicino, infatti con l’ultima prova Tomas, Tomaso, Giorgia, Giulio, Nicolò e i loro rispettivi cavalli vanno a podio vincendo l’argento a Piazza di Siena 2017.

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equitazione di Giovanna Ferrari

Campionati regionali pony 2017

Equitazione”, una parola che a sentirla dire fa un po’ sognare: uno splendido animale, qual è il cavallo; un correre veloce e libero; uno stare in sella fieri ed eleganti nella splendide divise bianche, con i caschi luccicanti sulle teste dei cavalieri; un cavalcare leggero e possente nei salti dei percorsi a ostacoli. Eppure per Costanza Tomasi 11 anni, Bianca Ferrari 10 anni, Alessandra Rensi 12 anni e Ginevra Sarre 11 anni non è proprio così. Per loro la parola “equitazione” ha un significato molto più ampio perché conoscono già, seppure ancora giovanissime, entrambi i lati di quella medaglia che si chiama “equitazione”. I loro impegni sportivi già fanno sentire il peso di allenamenti duri e giornalieri e poi c’è sempre la scuola, che è un altro grande impegno: sono giovani ma devono sapersi organizzare. Come hanno fatto quest’anno: bravissi-

me a scuola e strepitose in sella ai loro pony, con i quali hanno ottenuto il podio ai Campionati Veneti nella gara di salto ostacoli. Molte le qualità che accomunano le quattro giovanissime amazzoni che hanno gareggiato singolarmente e in squadra nella finalissima che si è disputata nei primi giorni di giugno presso il Centro Equestre Veneto: ambizione, determinazione, tenacia, caparbietà, spirito di sacrificio, perseveranza, lealtà, rispetto … ma soprattutto: L’INFINITO AMORE PER I LORO PONY! Costanza e il suo pony Joanna formano un binomio fondato sulla fiducia: velocità e intelligenza sono le loro qualità; Bianca e Star du Bois sono una coppia che non si può definire “garista”, la loro forza è nel loro rapporto che giorno dopo giorno diventa sempre più solido; Alessandra e Wisky, esperienza e sensibilità li fa essere semplicemente

fenomenali! Poi c’è Ginevra che con i pony dell’Horse Club Boschetto sta facendo le sue prime esperienze agonistiche, come tanti bambini e ragazzi che hanno iniziato ad andare a cavallo e pian piano hanno imparato ad amarlo. Una fortuna per loro aver incontrato persone competenti, tecnicamente preparare ed eticamente solide. Amore, passione e competenza possono solo vincere: medaglia d’oro per Alessandra

e Wisky; medaglia di bronzo per Bianca e Star; quinto posto per la squadra composta dai tre binomi: Costanza e Joanna, Bianca e Star, Alessandra e Wisky. Saranno Costanza in sella a Joanna e Alessandra con Wisky a gareggiare ad Arezzo in rappresentanza della nostra regione alle prossime PONYADI che si svolgeranno a settembre. Brave ragazze continuate così e… in bocca al lupo!!!


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gr andi viaggi

Cammino Induista Gianni Bruttomesso, quasi settantenne di Creazzo, come chi scrive, era allievo al 7° Corso Allievi sottufficiali di Viterbo nel lontano 1968; stava quindi per intraprendere la carriera militare, ma una scelta successiva lo riportò verso casa e nella vita finì per occuparsi, come tanti altri, di un lavoro normale. Ma, appena - da pensionato - ha avuto la libertà di poter disporre del suo tempo, Gianni ha tolto dal cassetto il vecchio sogno di viaggiare, di conoscere luoghi e genti diverse, di vedere il mondo coi propri occhi, e così si è lanciato col mezzo più semplice che esiste: le proprie gambe, i propri piedi, nelle lunghissime camminate che occorrono per traversare l’Europa, andare per esempio a Compostela, come tanti altri pellegrini, o a Manchester in Inghilterra. Poi, ormai sicuro dei propri mezzi e della propria non comune volontà di andare e di vedere, è voluto andare a Gerusalemme, e poi in India e poi, e poi....

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nsomma, Gianni Bruttomesso ha voluto vivere fino in fondo l’esperienza e l’emozione del grande viaggio, che è in definitiva l’espressione più vera della libertà, accettando e vivendo gli imprevisti, risparmiando denaro, trascorrendo settimane e mesi in giro per il mondo e ritornando alla fine felice alla propria casa, col senso di essersi arricchito di un mondo di esperienze e di emozioni, da depositarsi nello scrigno dei sogni realizzati, con impegno e con qualche sacrificio, ma con l’ineffabile piacere di conoscere e affermare la propria indipendenza. Vale qui la pena di ripercorrere Il canto della strada di W. Whitman che testualmente afferma: “A partire da quest’ora, mi ordino libero di limiti e linee immaginarie. Vado ove voglio, totale e assoluto signore di me. Do

di Bepi Magrin

ascolto agli altri, considerando bene quello che dicono. Mi arresto, ricerco, ricevo, contemplo dolcemente ma con volontà incoercibile,

immaginato, incontreremo un successo inaspettato nelle ore comuni. Ci lasceremo alle spalle certe cose, supereremo il confine invisibile e

mi svincolo dalle remore che vorrebbero trattenermi...e vado!”. H.D. Thoreau nel suo Walden aggiunge: “Se avete costruito castelli in aria, il vostro lavoro non sarà sprecato; è quello il posto in cui devono stare. E adesso metteteci sotto delle fondamenta!”. Se ci muoviamo con fiducia in direzione dei nostri sogni e ci sforziamo di vivere la vita che abbiamo

intorno a noi e dentro di noi, cominceranno a sorgere leggi nuove, universali e più liberali. Ecco tutto questo Gianni l’ha concretamente realizzato: ha vissuto settimane e mesi tra la gente dei luoghi in cui passava, accolto nei monasteri come un pellegrino e nelle case di pastori o di gente comune come un amico. Il suo andare non è


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36 un atteggiamento sociale, né un ambito morale, non è una dichiarazione politica con l’obiettivo di rifondare la società, è invece un atto personale il cui unico obiettivo è il riallineamento di se stessi. Così, dopo Compostela, dopo Manchester, dopo Gerusalemme, Gian-

ni si è diretto in India, altro luogo dove si verificano grandi esodi collettivi verso momenti di sacralità che hanno retaggi millenari, e dove bisognerebbe prima o poi passare almeno una volta nella vita per condividere lo spirito e il sentire di quei popoli. Il Char Dam Yatra è uno di questi momenti, così come lo può essere il

pellegrinaggio musulmano alla Mecca, o quelli cattolici a Lourdes. «Il Char Dham Yatra è un cammino di pellegrinaggio, intrapreso da migliaia di fedeli induisti per fede, spiritualità purificazione, ma affascina anche gli occidentali, che raramente

hanno avuto occasione di parteciparvi o di assistervi da vicino. Il percorso si articola nelle zone dell’India settentrionale, più precisamente alla sorgente dei quattro fiumi che, scendendo dalla pancia dell’Himalaya Indiano e unendosi nelle vicinanze di Reshesh, prendono il nome di Gange. Qualche anno fa ho deciso di percorrere questi sentieri, attraversando i luoghi sacri della regione dell’Uttarkand-Carhwal risalendo le quattro valli per raggiungere i Templi di Yamunotry, Gangotry e Kedernathe Badrinath. È un viaggio di 800 km, su e giù

dalle valli, dai 1500 ai 4500 metri d’altitudine. Salite e discese lungo i fiumi, caldo e freddo, pioggia e neve, altitudini. La mente diventa più leggera favorendo la meditazione e il cammino leggero. Ma questo non è stato il mio caso: sono rimasto con i piedi ben saldi a terra e ho trovato il tempo e lo spazio per osservare la natura attorno, i paesaggi incantevoli, gli angoli di luce, le maestose e imponenti montagne, il sorriso dei bambini, i volti solcati dalla sofferenza degli uomini e soprattutto delle donne. Ho deciso di percorrere questo cammino sacro io, cristiano, mescolandomi ai fedeli induisti e rinunciando alle comodità del mondo moderno, per una

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comprensione più vera e profonda della realtà in cui viviamo. Sono un pellegrino che non segue una dottrina prescritta legata a una fede particolare, ma vado alla ricerca di legami sottili e misteriosi tra l’esperienza cognitiva, la narrazione mitologica ma soprattutto la storia e la conoscenza delle persone e dell’ambiente. L’antica via non è molto percorsa, non ci sono frecce, segnali, ostelli, alcuni paesi non hanno strade che li percorrono o sono senza corrente. Talvolta è necessario chiedere informazioni ai pastori o ai cantonieri, che con le nude mani riparano i sentieri. È un›avventura, e che avventura! Ho visto posti incantevoli e altri terribili, ho incontrato gente diversa e particolarissima: saggi e vagabondi, santi e furbacchioni. Mi sono immerso in un mondo incredibile, talvolta sconcertante, primitivo. Ho visto l’India più arretrata che ci sia.» Giovanni Bruttomesso

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Chiropratica e gravidanza a cura di Life Chiropratica

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a chiropratica in gravidanza?? Assolutamente sì! I cambiamenti fisiologici di una donna in gravidanza sono assolutamente normali, anzi, sono necessari per accomodare al meglio l’embrione e permettere il corretto sviluppo e crescita del feto nel tempo. Se si osserva la postura di una donna incinta si vede che cambia moltissimo durante l’arco dei 9 mesi e più la gravidanza avanza, più i cambiamenti sono visibili e importanti. Mediamente in una donna in gravidanza si ha un aumento del peso compreso tra i 9 e i 12 kg, il seno aumenta di circa 2 taglie, il sangue aumenta di volume di circa il 45% e si ha un cambiamento del metabolismo basale che aumenta del circa 300 Kcal/giorno. Con l’accrescere dell’utero, (pancione per intenderci), il bacino tende naturalmente ad inclinarsi in avanti, il pube scivola leggermente all’indietro assieme al coccige, mentre la base sacrale scivola leggermente in avanti e in basso. Questo comporta un inarcamento della zona lombare (iperlordosi) ed un incremento della curva toracica (ipercifosi), le spalle e la testa inoltre si spostano in avanti e la cassa toracica collassa verso il basso a causa dell’incremento del seno. Vi ritrovate? Beh, non prendete paura! Tutto è nella norma! Tutti questi cambiamenti aumentano notevolmente le curve fisiologiche presenti sulla colonna portando ad

Le tecniche chiropratiche usate per le donne in gravidanza, sono tecniche apposite e variano a seconda dei mesi di gestazione e sono tutte tecniche sicure sia per la mamma che per il feto. Noi di Life Chiropratica cercheremo di mettere a proprio agio entrambi in modo che l’aggiustamento risulti il più avere molto spesso degli ef- efficace possibile. fetti “collaterali” come: Ma vediamo in dettaglio la VERTE• Maggiore stress sul si- SUBLUSSAZIONE BRALE stema nervoso centrale • Maggiore stress mecca- La sublussazione vertebrale è un mal-allineamento su nico sui dischi • Maggiore stress mecca- uno o più piani dello spazio nico sulle articolazioni di una o più vertebre rispetto a quella superiore o a quella vertebrali • Stiramento di alcuni le- inferiore. Questo disallineamento crea una pressione gamenti della colonna • Sbilanciamento di gruppi “anomala” sulle radice nervose uscenti dalla colonna muscolari • Dolori diffusi alla colonna alterando la trasmissione del segnale neurologico. • Sciatica Le sublussazioni vertebrali, • Dolori cervicali compromettono per primo la • Mal di testa funzionalità del sistema ner• Tensione alle spalle voso creando un mal-fun• Difficoltà respiratoria zionamento degli organi e • Problemi digestivi successivamente compro• Costipazione mettono anche Le future madri possono la funzione del intervertrarre un grande giovamen- disco tebrale creando to dalla cura chiropratica, infatti un sistema nervoso dolori diffusi alla ben funzionante mette in colonna (cervicacondizione di poter affrontare li, dorsali, lomcon più facilità alcune delle bari, sciatica, padifficoltà sopra elencate do- restesie), artrosi vute alla gravidanza. Si sente e problematiche/ infatti troppo spesso che le scompensi podonne accettino alcuni disa- sturali. gi quando potrebbero benissimo farne a meno o quanto Ricerche dimostrano che donmeno ridurli. Mantenendo libera da su- ne in gravidanblussazioni la colonna toraci- za sottoposte a ca e sbloccando il diaframma cura chiropratisi aiuta ad alleviare il dolore ca, quindi con un toracico, a migliorare il fiato corretto allineacorto e i problemi digestivi. mento della pelvi Mantenendo libera da su- e della colonna, blussazioni la zona tora- hanno un travaco-lombare, lombare e sa- glio più facile e crale si aiuta a migliorare un parto meno per la costipazione, la sciatica, doloroso il dolore pubico, lombare e mamma e neonato. Uno stupelvico.

Seguici su

dio condotto dal Dottor Irvin Henderson MD (membro del consiglio di amministrazione dell’associazione medica Americana) ha dimostrato che: “ donne che hanno ricevuto aggiustamenti chiropratici nel loro terzo trimestre, sono state in grado di portare a termine il parto con più facilità”. Una ricerca condotta dal dottor Joan Fallon ha dimostrato che nella maggior parte dei casi, le donne sotto cura chiropratica, in attesa del loro primo figlio, hanno avuto un travaglio più corto del 24%, mentre le donne al secondo figlio addirittura del 39%. Un ulteriore studio, effettuato in un ospedale che ha incorporato aggiustamenti chiropratici durante il periodo di gravidanza, ha dimostrato una diminuzione del 50% nell’assunzione di antidolorifici durante il travaglio e parto: tale miglioramento viene attribuito alla cura chiropratica effettuate prima del parto. Portateci una sola donna che non vorrebbe tutto questo!


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valdagno

Chiara d’argento Chiara Peripolli è vice-Campionessa Italiana Il pattinaggio artistico della Polisportiva Valdagno si colora di argento e il compiacimento sale alle stelle. Ai Campionati Italiani F.I.S.R. (Federazione Italiana Sport Rotellistici) la prestigiosa medaglia d’argento è arrivata grazie alla perfor-

Tosetto Cristina

Gasparoni Filippo

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’importante gara si è svolta a Roana il 6 luglio 2017 e l’esibizione dell’atleta sedicenne è stata di grande successo: Chiara si è distinta dalle numerose e migliori pattinatrici provenienti da tutta Italia e il risultato conquistato è stato molto soddisfacente: da un lato il riconoscimento ot-

mance di Chiara Peripolli, già campionessa provinciale e regionale nella categoria Divisione nazionale “B” esercizio libero e già premiata con un’altra medaglia d’argento nella combinata.

Refosco Elena

Bernardi Francesca

tenuto dimostra l’impegno dell’atleta e di tutto il Team della Scuola Valdagnese capitanato dall’allenatrice Stefania Intelvi, dal Presidente Vittorio Vencato e dal Consiglio Direttivo; dall’altro lato un traguardo così importante, viene raggiunto ancora una volta da una pattinatrice valdagnese.

Questo traguardo ha riempito di orgoglio e soddisfazione la Polisportiva Valdagno che dal 1975 porta avanti questa splendida disciplina, riuscendo Giulia Danzo a portare a casa vari titoli italiani (Francesca Nizzero, Luca Colombo, Isabella Soliman) e vantando anche degli atleti azzurri (SteBedin Elisabetta fano Bicego, Grigato Claudia Giulia Gatta Calligaris, Giovanni Rigo, Francesco Consolaro, Vittoria Saccardo, Filippo Gasparoni). Un applauso va fatto anche alle altre atlete che hanno partecipato ai Campionati Italiani di Roana dopo aver conseguito le fasi provinciali e regionali. Per la catego-

ria Divisione nazionale “A” la campionessa provinciale e regionale Elena Refosco (anni 15) si è classificata al 10° posto e Francesca Bernardi (anni 15) al 12°. Nella categoria Divisione nazionale “C”, Cristina Tosetto, medaglia di bronzo ai Campionati Regionali, ha ottenuto un ottimo 6° posto. Ai Campionati Italiani 2017, durante gli esercizi obbligatori che si sono svolti a Bologna, si sono particolarmente distinte Giulia Danzo, Elisabetta Bedin e Claudia Grigato, già detentrici delle medaglie d’ oro e d’argento ai Campionati Regionali nelle categorie Divisione Nazionale “C “e Jeunesse. Rimangono ancora le gare delle categorie effettive Jeunesse che si svolgeranno a Ponte di Legno (BS) dal 19 al 23 luglio2017, per l’atleta azzurro Filippo Gasparoni, per Claudia Grigato ed Elisabetta Bedin, tutti di anni 16, che dovranno cercare di dare il meglio per conquistare prestigiosi risultati e raggiungere traguardi sempre più importanti con l’ Ass. Polisportiva Valdagno.


schio

I tartufi dei berici e della Pedemontana Tre sono le qualità di tartufo nero che si possono trovare sui Colli Berici. Il più diffuso è l’Estivo; poi, ma è raro, il pregiato “Tartufo di Norcia”; infine il “nero di bagnoli” o Irpino. Ecco caratteristiche e uso in cucina.

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l tartufo nero che si trova più facilemente sui Colli Berici, è il tuber aestivum, conosciuto con le denominazioni volgari di scorzone o estivo. Esso è il tartufo per antonomasia, quello più raccolto, ubiquitario, si raccoglie infatti dalla Sicilia all’alto Adige. Nella varietà uncinatum arriva a crescere nei boschi di faggio fino a 1500 metri di altezza, nel Veneto, mentre in centro e sud Italia fino a 2000 mt. È molto apprezzato per il suo aroma dolce, non è mai sgarbato al palato e per apprezzarlo deve essere necessariamente riscaldato nel burro o con un più dietetico olio extra Vergine d’oliva. Il tartufo di Norcia o tartufo nero pregiato o scientificamente tuber melanosporum è un fungo più raro. A differenza dell’estivo cresce nei mesi freddi e si può raccogliere da metá novembre a metá marzo. È molto apprezzato per l’intensità dell’aroma che si matura più lentamente in profondità su terreni con tessitu-

ra sciolta. Questo tartufo può crescere anche ai piedi delle prealpi vicentine dove i terreni hanno uno spesso strato di ghiaino depositato in centinaia di migliaia di anni da abbondanti piogge che hanno dilavato le sovrastanti cime rocciose. Tra i tartufi neri, quello di Norcia, è il migliore e naturalmente il più costoso. Le piccole quantità raccolte nella pedemontana vicentina difficilmente trovano un uso in loco. Per lo più esso viene acquistato da commercianti del centro Italia che naturalmente lo rivendono ai ristoranti delle regioni più vocate, dove la richiesta di questo dono della natura è sempre molto alta.

forte profumo, da taluni definito odore. In mani esperte può trovare mille usi in cucina. Il suo forte sapore lo fa spiccare su ingredienti incompatibili con altre varietà di tartufi. Il tuber aestivum uncinatum, come già accennato, è una varietà del nero che si trova in una certa abbondanza nei Colli Berici. Essa varia però il periodo e la zona di crescita. Si puó raccogliere da inizio ottobre a fine dicembre ad altezze che vanno dai 600 ai 1500 metri. La maturazione a temperature più basse è più lenta e ciò permette una maggiore concentrazione di aromi. Gli altri tartufi sono: il bianco di Alba tuber Magnatum Pico, bianchetto tuber albidum Pico, nero invernale nelle due specie tuber Brumale e Tuber Brumale Moscatum e per ultimo il Tuber Macrosporum. Tutti questi sono di scarsa presenza nel vicentino, dove se ne fanno sporadici raccolti se non pari a zero.

Nelle vallate vicentine più fresche, in folti boschetti di nocciolo, è di facile ritrovamento anche un’altra specie di tartufo, quello nero di Bagnoli, detto anche irpino, meglio conosciuto come Mesenterico o appunto Tuber Mesentericum. Questo è l’unico tartufo che puó indifferentemente avere un comportamento simbionte o saprofita. Ha un Il tartufo di qualsiasi pro-

venienza esso sia va preferibilmente consumato fresco, meglio di giornata, in alternativa può essere surgelato. Ai tartufi conservati sottovuoto o prodotti in modo industriale molto spesso viene aggiunto un aroma sintetico. Riconoscerlo è facile: il sapore dell’aroma è molto persistente nel palato. Se poi ce n’è in abbondanza, può gonfiare lo stomaco e con difficoltà si riesce a trattenere il gas che si forma......! Per chi vuole assaporare del buon olio tartufato può prepararlo anche da sé. Si pone un contenitore piccolo riempito con olio all’interno di uno più grande. Nell’intercapedine che si forma si pongono dei tarufi ben lavati e asciugati. Il contenitore grande deve venir chiuso ermeticamente. Poi il tutto va posto in frigo per 3 giorni. I tartufi si possono utilizzare per altre ricette, mentre l’olio avrà assorbito l’aroma e, se conservato in una bottiglietta ben chiusa, ne manterrà la fragranza per due o tre settimane. Buon appetito!

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sub

Relitti austro-ungarici La grande guerra in alto Adriatico 12a parte

Il cacciatorpediniere Wildfang Cento anni fa, il 4 giugno 1917, alle ore 1.12, il cacciatorpediniere austroungarico Wildfang si inabissa al largo delle foci del Po, a 35 miglia da Goro e 26 miglia da Pola. Alcuni attribuiscono il suo affondamento ad una mina, altri ad un siluro. Oggi il suo relitto si trova a 42 metri di profondità ed è conosciuto dai pescatori come “Tegnua Granda”, intendendosi con il termine “tegnua” un affioramento roccioso, di varia natura, che emerge dal fondale sabbioso e che trattiene le reti dei pescatori; in questo caso, così come in altri, a far tenuta è il relitto stesso. Le cause dell’affondamento Nel giugno del 1917 il Wildfang si trova ad operare nell’ambito di una importante azione militare. Questa fase comprende l’appoggio ad una incursione aerea notturna tra le foci del Po e Magnavacca, contro l’odierno Porto Garibaldi ed a provvedere allo sminamento della zona. Questo per preparare successive incursioni e sbarchi nelle retrovie italiane, a sud del Po e predisporre un accerchiamento delle nostre difese in modo da distogliere le truppe italiane dagli altri fronti e favorire la sconfitta del regio esercito, in prospettiva di altre offensive da nord, realtà che si sarebbe effettivamente realizzata, anche se con l’aiuto tedesco, con la dodicesima battaglia dell’Isonzo e con lo sfonda-

mento di Caporetto. Ma senza l’accerchiamento previsto le cose sono potute andare diversamente. “L’operazione di Goro viene preparata dal II Comando Squadriglia Torpediniere di Pola. Alle ore 15:40 del 3 giugno 1917, i caccia Wildfang, Csikos, Velebit e le torpediniere 83F, 93F e 96F ricevono l’ordine di uscire in mare, in formazione, alle 19.00. Gli ordini prevedono di mettersi in rotta da Peneda per 245° per nove miglia, poi mutare la stessa rotta in 258° e percorrere trentasette miglia per ricompattare la formazione alle 22:30. Alle 21:00 parte anche una squadriglia aerea con direzione Puntisella-Po di Goro, che sorvola le unità di scorta. Il rientro è previsto verso la mezzanotte. Alle 22:38, il mare è calmo, ma nella zona vi è foschia. La formazione è nel luogo previsto quando si sentono colpi di cannone provenire da ovest, quindi il rumore secco e ritmato della contraerea ed una esplosione, della quale si nota all’orizzonte il bagliore. Non sappiamo perché, ma le unità austriache cambiano rotta con prua a 310°, poi, alle 22:50 virano per 30° con velocità dieci nodi. Alle 23:05 la rotta viene ancora modificata in 180°, poi alle 23:30 procedono al rientro con rotta 76° alla velocità di dieci-undici nodi. La formazione è in rotta per Pola quando, all’una e dodici del 4 giugno, arriva dal comando l’ordine di cercare verso le foci del Po un aereo che non è rientrato.

Il cacciatorpediniere Wildfang affonda il 4 giugno 1917 mentre il gemello, lo Streiter il 16 aprile 1918. di Antonio Rosso foto Pierpaolo Zagnoni

Tre soli minuti dopo, all‘una e quindici, il Wildfang viene sconvolto da forti esplosioni. I detriti volano dappertutto in mezzo a nuvole di fumo. La prua ed il ponte di comando vengono completamente distrutti, mentre divampano le fiamme. Il comando delle operazioni viene assunto dallo Csikos, che si mette alla ricerca di eventuali sommergibili nemici, cercando contemporaneamente di proteggere il Wildfang che sta inesorabilmente affondando. Con le scialuppe delle altre unità si cerca di salvare i superstiti. Fra l‘1:25 e l‘1:28, il caccia affonda di prua, mentre, dopo l’esplosione di una caldaia, la poppa si alza verticalmente sull’acqua. Apparentemente sembrano doversi escludere insidie da parte di forze subacquee anche se, verso l’una e quaranta, il Csikos avvista scie di siluri sulla sua sinistra, che evita con una pronta manovra; dopo più nulla. L’olio, la schiuma e i detriti che galleggiano sulla superficie del mare non permettono di individuare alcunché. (In ogni caso, nessun sommergibile italiano o alleato si è attribuito la paternità dell’azione). Nel disastro periscono venticinque marinai, tra i quali il capitano Albert Felix Machnitsch. All’una e cinquanta, il Velebit e la torpediniera 96F fanno rotta per Pola con i feriti più gravi, mentre lo Csikos, con i superstiti del Wildfang, l’83F ed il 93F vanno alla ricer-


45 l’incrociatore Wildfang in azione

menti del 3 e del 4 giugno 1917 scoprendo un elemento nuovo rispetto alla posizione di affondamento riferita dal Bilzer che aveva riportato solo il rapporto del tenente di vascello Pankraz comandante della torpediniera 83F. L’elemento nuovo è che, incrociando i dati, i cacciatorpediniere Csikos e Velebit indicano punti, distanze, rotte e tempi diversi tali da spostare il punto di affondamento più a est rispetto alla zona in cui si era sempre cercato.

disegno (profilo e pianta) dell’incrociatore Wildfang

La foto del comandante del Wildfang, Albert Felix Machnitsch

ca dell’aereo perduto sulla rotta di 215° ed alla velocità di venti nodi. Alle quattro e cinquanta, non avendo trovato nulla, la formazione rientra a Pola arrivando in porto alle 5:40 del mattino”. (da “Wildfang, il caccia austriaco che mancava all’appello” di P. Zagnoni, pubblicato sulla rivista SUB del luglio 2007 e ripreso da più siti web). Il ritrovamento del relitto “L’idea di individuare i resti del Wildfang nasce nel 2001. Allora si sapeva quanto aveva scritto lo storico austriaco Franz Bilzer che aveva

indicato il punto dell’affondamento a ovest di Peneda, latitudine 44° 43’ N e longitudine 13° 13’ E, praticamente in mezzo all’Adriatico. Aveva anche attribuito l’affondamento all’urto contro una mina. Numerose spedizioni di club italiani e croati avevano perlustrato l’area più volte, ma senza alcun risultato. Per tale ragione, prima di affrontare il mare, i subacquei Zagnoni e Pellegrini, compagni da anni di ricerche coronate dal ritrovamento in alto Adriatico di altri relitti, preparano un piano che prevede:

1) l’ esecuzione di una preventiva accurata analisi storica degli eventi 2) il confronto dei risultati teorici con la posizione di tegnue già note ai pescatori 3) le prospezioni in mare e le immersioni di verifica Le ricerche d’archivio vengono realizzate a Vienna, presso il Kriegsarchiv. dove il direttore. Christoph Tepperberg mette a disposizione tutta la documentazione richiesta, tra cui i giornali di bordo della squadriglia torpediniere di stanza a Pola. In tal modo Zagnoni e Pellegrini riescono a ricostruire fedelmente gli avveni-

Ora i due ricercatori possono confrontare questa nuova posizione con le tegnue conosciute dai capitani dei pescherecci di Chioggia. Due di esse sembrano particolarmente attendibili. Sono chiamate “Tegnua granda” e “Tegnua del rimorchiatore”. La prima corrisponde a un’elevazione del fondale di quattro o cinque metri, mentre la seconda è un punto con i resti di un vecchio rimorchiatore. Sono passati quattro anni ma non resta, ora, che partire. Le condizioni meteo sono, però, avverse e la zona operativa, gene-


46 istantanee dell’incrociatore realizzate in immersione nel 2006

ralmente battuta dal vento e distante 54 miglia dalla bocca di porto di Malamocco, a Venezia, dove c’è la base, sconsigliano una partenza affrettata, rinviando il tentativo all’estate del 2006, con la speranza di un bel tempo stabile. Agosto 2006: la finestra meteo ottimale si apre dopo ferragosto per cui all’alba del 22 il gruppo parte. E’ formato da Danilo Pellegrini, Pierpaolo e Vincenzo Zagnoni, Andrea Falconi divisi su due cabinati d’altura: il Maestrale e l’Aphrodite, carichi di apparecchiature elettroniche ed attrezzature subacquee. Dopo circa due ore e mezzo di navigazione su un mare calmo e senza vento raggiungono la zona delle operazioni e iniziano la ricerca dalla “Tegnua granda”. Dopo poco tempo, il Maestrale segnala di aver individuato un’elevazione del fondale di quattro - cinque metri, non molto larga, ma della lunghezza di circa quaranta metri. Segnalata la posizione con un gavitello, si ripetono i passaggi. Ciò che si vede a video è convincente: è tempo di compiere la verifica subacquea. L’ancoraggio non è semplice, la profondità e una sostenuta corrente obbligano a ripetere l’operazione più

volte. “Alle 13:30 (è Zagnoni che scrive) indossiamo le mute, dopo aver controllato con meticolosità l’attrezzatura fotografica e cinematografica e valutato il piano d’immersione con aria compressa. La profondità è di 42 metri, per cui ci si accorda di non oltrepassare i venti minuti complessivi. Il primo a immergersi è Andrea, armato di cinepresa, seguito da noi tutti con gli apparecchi fotografici; solo Danilo rimane di guardia in superficie”. Dopo la prima immersione non c’è dubbio: è il relitto del Wildfang. Il giorno dopo viene fatta una seconda immersione con lo scopo di documentare ciò che rimane del caccia, nella quale viene girato un filmato e vengono scattate fotografie. “A quasi novant’anni (nel 2006 n.d.a.) dal suo affondamento il cacciatorpediniere torna a far parlare di sé” L’immersione sul relitto Il relitto, si trova alla profondità di circa 42 metri. Con acqua limpida lo si vede in quasi tutta la sua lunghezza, privo della sezione prodiera e senza gran parte dell’armamento, anche se sono evidenti i due cannoni Skoda imbullonati sulla murata di sinistra. Lo sca-

fo ha una larghezza di circa cinque metri. Tutt’intorno tracce di vecchie reti da pesca, cime e cavi metallici. Si nota subito la prima elica: non è nella sua posizione naturale, ma rivolta verso l’alto, quasi sulla coperta della nave. Poco sotto è visibile l’altra elica, collegata al proprio asse. Verso il centro della nave, dopo il primo cannone, ce n’è un secondo dello stesso tipo. “Si incontrano poi le caldaie Yarrow nella loro posizione originaria; solo l’ultima, sotto il ponte di comando, è staccata dal proprio basamento e sollevata”. Il relitto si interrompe: la nave è stata spezzata in due dall’esplosione e da qualche parte, nelle vicinanze, dovrebbe trovarsi la prua con il cannone principale. Attorno, sul fondale, mace-

rie sparse, tra le quali la colonna di bronzo del timone. Lo scoppio iniziale deve aver troncato l’unità in due, ma poi le esplosioni a catena delle caldaie (e della santabarbara) devono aver completato le devastazioni. Lo scafo è dimora di molte specie di organismi incrostanti, di molluschi e di pesci: castagnole, merluzzi, saraghi, scorpene, mustelle e gronghi, oltre a qualche aragosta e grancevola. Con acqua chiara a circa 30 metri di profondità si riesce ancora a scorgere tutto il relitto. Immagini stupende, specie se l’illuminazione gioca la sua parte. Tuttavia, a questo punto, è necessaria una riflessione. Quelle lamiere, le eliche ed i cannoni che sembrano, laggiù, danzare in uno scenario da favola,


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l’incrociatore Streiter la posizione dei due relitti, il Wildfang e lo Streiter

vanno viste come un sudario che, pur nascondendoli, può conservare ancora i venticinque corpi dei marinai scomparsi assieme al loro comandante. Il Wildfang non è semplicemente un relitto, ma un sacrario, per cui dobbiamo comportarci di conseguenza.

Il relitto del cacciatorpediniere Streiter Circa un anno dopo dell’affondamento del Wildfang, il 16 aprile del 1918 affonda davanti a Laurana, in Croazia, nei pressi di Fiume un’unità della stessa sua classe: il cacciatorpediniere Streiter. Presente in molte azioni navali fin dall’agosto 1914, ha partecipato a vari cannoneggiamenti della costa italiana e anche al

bombardamento di Venezia del 14 agosto 1917. Il 16 aprile 1918 è in navigazione verso Fiume assieme al cargo Petka che sta scortando. Nella zona grava una fitta nebbia. All’improvviso, lo stesso Petka lo sperona e lo affonda. Nell’incidente, l’unico grave nelle operazioni di scorta della flotta austriaca, muoiono due marinai. Il suo relitto, scoperto da subacquei negli anni ’90, si trova appoggiato di fianco sul fondale, e parzialmen-

te coperto di reti da pesca ad una profondità di circa 60 metri Per l’immersione, viene consigliato di usare EAN o Trimix 18/45. Nota finale: le notizie sul Wildfang, le fotografie, le parti di testo ed i riferimenti storici citati o riportati, sono ripresi dalle pubblicazioni del dott. Pierpaolo Zagnoni che gentilmente le ha messe a disposizione e che ringrazio per la sua cortesia e disponibilità.

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schio

Buona la prima per Schio Bike, giornata di sole e duelli serrati Ottima prima edizione per Schio Bike, che ha portato il cross country in una inconsueta ma molto riuscita ambientazione semi-cittadina con un opportuno tratto di lancio su strada asfaltata nella frazione urbana di Magrè di Schio, che ha lanciato in una breve ma selettiva salita i concorrenti verso il cuore del tracciato, sulle colline circostanti con tanto single track, lunghi tratti in sottobosco, salite impegnative e discese tutte da guidare.

L

otto partenti qualificato e gara 1 che prende presto una fisionomia precisa: Daniele Mensi ed Enrico Franzoi fanno valere classe e gamba prendendo il comando sul “solito” e pimpante gruppo di giovani under 23. La testa della gara è loro dalle prime fasi, alle spalle vari duelli per le posizioni da podio e la classifica under. Mensi è determinato e allunga, Franzoi tiene un distacco contenuto. La gara è lunga e non semplice, sul valido tracciato predisposto da Schio Bike che prevede anche un

paio di passaggi in prossimità della curatissima zona di arrivo che dà la possibilità di effettuare 2 rifornimenti a giro nello stesso punto e a pubblico e addetti di verificare le posizioni. Il ritmo di Daniele Mensi è quello che continua a fare la selezione di giornata, continua a spingere fino al successo. Ottima seconda piazza per Enrico Franzoi, che precede nettamente sfoderando talento e orgoglio sul traguardo di Magrè di Schio il miglior under 23, Alberto Lenzi che torna al terzo gradino del podio assoluto ed al successo di categoria dopo aver a lungo duellato con Simone Segat, che giunge alle sue spalle. Terzo under un Alex Da Canal in netta crescita, mentre il podio elìte è completato dall’esperienza e tenacia di Nicola Dalto. Femminile a due volti, entrambi giovani: sono quelli di Marika Tovo e Giorgia Marchet che reduci entrambe da importanti esperienze internazionali danno vita a un confronto di alto livello. Le categorie sono diverse, oggi la Junior si fermava prima della Open Woman con ap-

pena un anno di differenza. Entrambe ne escono vincitrici dando lustro alla corsa e non sono sole: la Junior vede alla prima posizione appunto Marika Tovo, seguita da Giada Specia e Gaia Pagotto, un bel podio. Nella Open successo per Giorgia Marchet, su una tenacissima anche se lievemente acciaccata Noemi Pilat. Un problema ha impedito alla correttissima Giovanna Michieletto di essere con loro sul podio, per noi c’è, se lo è meritato tutto sul campo con una condotta di gara e correttezza esemplari. Assolo tra gli Juniores per Nicola Taffarel, una stagione dove a parte piccole rotture e inconvenienti relativamente innocui il giovane atleta di Vittorio Veneto sta offrendo una serie di prestazioni una più convincente dell’altra. Alle sue spalle l’attuale leader di veneto Cup Matteo dalla Vecchia raggranella altri preziosi punti di campionato, con un’altra gara di buon livello seguito dallo sloveno Anthon Bilic. Categorie Master di gara 1: fa valere per l’ennesima volta la sua classe tra gli ME Iva

Zulian, successo senza discussioni. Lunga lotta invece tra gli M1: prevale all’ultima tornata Michele Valente sul leader Alberto Bisetto. M2 di nuovo per Pietro Lunardi, M3 altra conferma per Nicola Terrin, M4 decisamente per Antonio Tasca. Ancora un duello in M5, oggi lo vince Nereo Canale su Paolo Alverà, si impongono tra gli M6 Maurizio Borsato, tra gli M7 Fabrizio Stefani e tra le MW Edi Boscoscuro. Se tra le categorie agonistiche e master le classifiche finali hanno riservato posizioni piuttosto delineate, in gara 2 le giovanili hanno offerto invece lo spettacolo di confronti serrati fino alla fine. Si è rivelata ottima la scelta organizzativa di ridimensionare drasticamente il percorso, mantenendone tutte la caratteristiche ma consentendo ai ragazzi ed alle ragazze di confrontarsi su più giri del consueto. La gara di testa tra gli Allievi secondo anno vede per gran parte dei 4 giri in programma avvicendarsi per la vittoria i primi tre: Emanuele Huez, Lorenzo Faoro e Simone Pederiva si avvicendano in testa


49 e solo nell’ultimissimo tratto Huez prende quel leggero vantaggio per un successo di rilievo. Appena dietro sprint tra Faoro e Pederiva che si classifica nell’ordine,

di tutti verso il futuro. Non sono da meno gli allievi 1: alla fine la spunta Gianni Vazzola ma dopo aver a lungo duellato con Eric Mendo e Giovanni Meneghin, in te-

Pivato, sul podio con loro Davide Turina. Un assolo tra i primo anno, è di Mattia Marini, alle sue spalle cambiano invece le posizioni: sul traguardo se-

le esordienti, il primo posto è di Denise Faiola, primo anno, che prevale su una sempre validissima Sara Vicentini ed Elena Tomasella in netta crescita.

con un “bonus in più per Pederiva che con il giro più veloce in gara si aggiudica il trofeo di giornata, destinato dallo sponsor Sartore appunto a un giovane, confermando l’intento chiaramente espresso dal presidente di Schio Bike Edoardo Sandri di previlegiare l’impegno

sta per lungo tempo c’era anche Tommaso Mezzacasa, quarto alla fine. Il copione del confronto a viso aperto vale anche per gli esoridenti: tra i secondo anno oggi la giornata è di Matteo Sfregola, decisa la gara, piccolo il vantaggio sul sempre ottimo Riccardo

condo posto per Thomas Serena, in volata Gabriele Mazzucco si aggiudica il terzo gradino del podio su Federico Saccon. Bella lotta iniziale tra le ragazze allieve, la risolve nel finale Vanessa Lucca su Camilla Cassol, più oltre Erica Campagna. Frizzanti

Archiviata questa ottima prima di Schio Bike, un po’ di pausa per la Veneto Cup. Con i Kids ci si rivede a Salgareda il 22 luglio in concomitanza con i Campionati Italiani assoluti XCo di Genova, con i “grandi” il 6 agosto a Sospirolo.

Brogliano - Magrè di Schio - Venezia

ottica_manuela@yahoo.it Ottica manuela otticamanuela


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vita sana

Attivita’ fisica e gravidanza

Sono stati condotti numerosi studi per valutare l’effetto dell’attività fisica sulla mamma e il bebè durante i nove mesi di gestazione. Da questi studi è emerso che le donne in dolce attesa che svolgono un’attività fisica moderata e regolare hanno maggiori probabilità di avere una gravidanza e un parto migliori, se comparati a quella delle madri sedentarie.

N

ell’affrontare la scelta del tipo di esercizio da preferire in gravidanza, vi sono alcune raccomandazioni da tenere presenti. Innanzitutto un’attività fisica intensa è da evitare durante tutti i nove mesi ma specialmente il primo trimestre. Infatti, i fenomeni che si verificano nei primi tre mesi di gravidanza sono complessi e delicati e possono influenzare la vita prenatale e postnatale. Per questa ragione viene suggerito alle donne di non prendere farmaci (tranne naturalmente quelli consentiti) e di evitare stress fisici e psichici. Vi sono poi alcune controindicazioni assolute all’esercizio fisico che L’American College of Obstetricians and Gynecologists ha elencato nello specifico, trattandosi di situazioni rischiose per la salute della madre e del bambino. Di seguito sono riportate le linee guida per l’attività du-

a cura del Centro Salute e Movimento Vania Peserico, chinesiologa Gianna Scortegagna, ostetrica rante la gravidanza: L’esercizio consigliato durante la gravidanza deve avere un’intensità da leggera a moderata. L’esercizio regolare (tre volte a settimana) è preferibile a un’attività intermittente. Le donne dovrebbero essere consapevoli della minor quantità di ossigeno disponibile per l’esercizio aerobico. Andrebbero quindi incoraggiate a modificare l’intensità e la durata dello sforzo a seconda dei sintomi della gravidanza. L’esercizio va interrotto se sopraggiunge un senso di stanchezza e non va mai protratto fino a sentirsi esauste. Per quanto riguarda la tipologia di esercizio è sempre da evitare un’attività che comporti sollevamento di carichi o sforzi eccessivi, così come le attività che sollecitano eccessivamente le articolazioni (per evitare il rischio di distorsioni). Ottimi quindi gli esercizi a corpo libero, lo yoga o il nuoto, l’uso della cyclette, le lunghe passeggiate e naturalmente i corsi di ginnastica pre-parto. I cambiamenti morfologici dati dalla gravidanza do-

vrebbero servire da controindicazione relativamente ai tipi di esercizi durante i quali la perdita di equilibrio potrebbe rappresentare un pericolo. Inoltre andrebbe evitato qualsiasi tipo d’attività che implica una probabilità di trauma addominale. La gravidanza richiede circa 300 Kcal addizionali al giorno, quindi le mamme che fanno esercizio dovrebbero essere particolarmente attente nel seguire una dieta adeguata. Le future mamme dovrebbero sempre idratarsi in modo corretto e aiutare la dispersione di calore utilizzando abiti adeguati e verificando le condizioni ambientali durante l’attività. Molti dei cambiamenti fisiologici e morfologici persistono per qualche settimana dopo il parto. I regimi di esercizio prima della gravidanza andrebbero ripresi gradualmente basandosi sulle proprie capacità fisiche.

(tratto da Exercise During Pregnancy and post-partum Period, American College of Obstetricians and Gynecologists)


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