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Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha aperto in esclusiva a SportdiPiù Magazine le porte della casa dello sport italiano. Un'intervista tra racconti, aneddoti, ricordi e curiosità, con uno sguardo al futuro (incerto) dello sport italiano

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magazine

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GIOVANNI MALAGÒ

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ANNO 12 - N. 66 - NOVEMBRE 2020Trial/ GENNAIOiBarcoder 2021Trial- Periodico iBarcoder Trial iBarcoder

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Verona n. 1807/2008

I GENE GNOCCHI

I FABIO CARESSA

I CAROLINA MARCIALIS

I www.sportdipiu.net

# 66

E 5,00

magazine

Gioco di squadra


SPORTLER


L'editoriale

di Alberto Cristani Facebook-Square @albertobrunocristanivr instagram alberto.cristani70 Foto figurine Maradona gentilmente offerte dal collezionista Gianni Bellini

AD10S Dieguito!

C

i sono uomini che nascono per diventare leggende. C'è chi nasce con il talento per la musica, per l'arte, per la pittura o per la letteratura. C'è invece chi nasce per trasmettere emozioni 'semplicemente' calciando un pallone. Diego Armando Maradona è stato, senza se e senza ma, il miglior calciatore di tutti i tempi, un genio, unico, inarrivabile, inimitabile e irraggiungibile. La sua morte improvvisa e purtroppo per certi versi quasi annunciata, ha travolto il mercoledì 25 novembre 2020 (ricorrenza della morte di altri due 'rivoluzionari' come Geroge Best e Fidel Castro) il mondo del calcio e dello sport, lasciando in tutti un grande senso di tristezza. Maradona se n'è andato a soli 60 anni (compiuti il 30 ottobre) dopo aver regalato meraviglie in campo, momenti unici apprezzati da tifosi e avversari: subire un gol dal Pibe de Oro non era solamente delusione ma anche stupore e ammirazione. I suoi gol infatti, anche quelli più facili e 'banali', erano frutto di movimenti e intuizioni che solo un extraterrestre come lui poteva avere. Il suo esordio in Italia avvenne sul manto erboso dello Stadio Bentegodi di Verona il 16 settembre 1984. Quel giorno per lui ci fu tanta curiosità ma poca gloria: Hans Peter Briegel lo cancellò grazie ad una marcatura pressochè perfetta. Quel Verona vinse lo scudetto mentre quel Napoli iniziò a gettare le basi per diventare il MaradoNapoli che successivamente vinse i campionati 1986-1987 e nel 1989-1990. Maradona vinse praticamente da solo anche Mondiale del 1986, caricandosi sulle spalle un'Argentina forte ma non eccezionale. Epici e leggendari i suoi gol all'Inghilterra, uno scartando praticamente tutta la squadra avversaria e l'altro anticipando il portiere con la sua Mano de Dios. Solo lui, nella stessa partita, poteva segnare il gol più bello e il più truffaldino della storia! Il Maradona uomo ha vissuto sempre border line, facendo delle scelte che nessuno, soprattutto ora che non c'è più, ha il diritto di giudicare; di sicuro ha sbagliato ma è altrettanto certo che quei suoi errori li ha pagati a caro prezzo. Dieguito va quindi ricordato esclusivamente come il Campione che ha saputo trasformare il calcio in uno spettacolo unico, magico e incantato, il folletto che ha animato il pallone come nessuno ha mai fatto. E come nessuno, probabilmente, mai farà. Adios Dieguito

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Quest'anno piĂš che mai tanti auguri di Buone Feste! La redazione di SportdipiĂš Magazine


Sommario

# 66 - NOVEMBRE 2020 / GENNAIO 2021

COVER STO RY

20 Giovanni Malagò

3

Editoriale

28

Sport Life

40

Intervista

8

Bar Toletti light

32

Intervista

42

Intervista

9

Uscita Verona Sud

36

Intervista

46

Breaking news

10

Pelo… e contropelo

11 12

AD10S Diego

Emil, la locomotiva umana

Derby veneto e Pori-Power Point

Chi l’avrebbe mai detto?

Compagni di squadra

Nipoti: quelli veri, quelli acquisiti e quelli "Bon Nadal anca a ti"

Genitorinrete

Un metro di distanziamento sociale: la paura del limite e il potere di un sorriso

14

Sport Books

16

Intervista

18 20

Multisport, una raccolta di proposte motorie

Federica Delli Noci (alimentazione)

Evento

Lo sport veronese in piazza al grido #IONONCISTO

Intervista

Giovanni Malagò (Coni Nazionale)

L’emozione non ha voce

Fabio Caressa (giornalismo)

Riccardo Meggiorini (calcio)

Vincenzo Rossi (calcio)

Gene Gnocchi (giornalismo)


Tdi SPORmagazinePIÙ

48

Intervista

102

Sport Life

52

Intervista

104

Sport Life

56

Intervista

106

Sport Life

60

Intervista

Direttore Responsabile Alberto Cristani

64

Intervista

Vice Direttore Daniela Scalia

Sportiva-Mente

Caporedattore Andrea Etrari

70

Intervista

Direttore della fotografia Maurilio Boldrini

72

Intervista

76

Intervista

68

Rachid Arma (calcio)

Emilio Pulli (imprenditoria sportiva)

Richard Collins (sport e scuola)

Guerriere inside

Click! E i Mastini volano a New York City

Fondazione Bentegodi: avanti tutta!

Massimiliano Maculan (progetto sociale)

Simone Palazzin (MMA) La psiche che sta dietro all'istinto: la preparazione mentale nell'MMA Daniele Corso (consulenza finanziaria)

Anno 12 - Numero 66

NOVEMBRE 2020 / GENNAIO 2021

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Verona n. 1807/2008

In Redazione Alberto Braioni, Andrea Etrari, Bruno Mostaffi, Daniela Scalia, Giorgio Vincenzi, Marina Soave, Matteo Lerco, Matteo Zanon, Paola Gilberti, Jacopo Pellegrini

Giorgia Pegoraro (calcio)

Foto SportdiPiù magazine Veneto Maurilio Boldrini, Mirko Barbieri, Paolo Schiesaro, Simone Pizzini

Jacques Muvumbi

110

Sport Life

112

Sport Life

Contatti redazione@sportdipiu.com a.cristani@sportdipiu.com www.sportdipiu.com

114

Intervista

Progetto grafico e impaginazione Francesca Finotti

116

Intervista

120

Intervista

122

Intervista

Abbonamenti abbonamenti@sportdipiu.com Cell. 345.5665706 Hanno collaborato Alberto Braioni, Andrea Etrari, Bruno Mostaffi, Daniela Scalia, Federica Delli Noci, Gian Paolo Zaffani, Giorgio Vincenzi, Jacopo Pellegrini, Luca Tramontin, Marino Bartoletti, Matteo Lerco, Matteo Viscione, Matteo Zanon, Paola Gilberti, Tommaso Franzoso, Daniele Fregno.

La E-volution della E-mobility

Dopo il lockdown... tutti pazzi per la bicicletta

Matteo Ferro (rugby)

Asia Sgravato (ciclismo)

Luigi Guelpa (letteratura sportiva)

Stampa e distribuzione Mediaprint Srl Sede operativa di San Giovanni L. Via Brenta, 7 - 37057 Verona Cell. 345.5665706 Pubblicità marketing@sportdipiu.com Cell. 348.4425256

78

Intervista

80

Intervista

124

Intervista

84

Sport Life

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Sport Books

88

Intervista

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Webinar

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Breaking news

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Intervista

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Intervista

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Sport Life

Foto Archivio SportdiPiù magazine Veneto, BPE agenzia fotografica, Fotolia, crediti singoli articoli.

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Sport Life

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Breaking News

Foto copertina Giovanni Malagò presidente Comitato Olimpico Nazionale Italiano – Maurilio Boldrini

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Intervista

Damiano Tommasi (tamburello)

Luca Spirito (pallavollo)

Un Doc al centro

Annalisa Vitari (pallacanestro)

Carolina Marcialis (pallanuoto)

Family affair

Elena Barani (pallamano)

Magazine partner dell'Hellas Verona

Matteo Fontana (letteratura sportiva)

Federica Seneghini (letteratura sportiva)

Consulenza Elite per ASD

Gianfranco Zigoni (calcio)

Stampelle tricolore

con il patrocinio

www.sportdipiu.net Facebook-Square SportdipiuVr Instagram sdpverona Linkedin SportdiPiù magazine Veneto

Stampato su carta ECF, 100% riciclabile con inchiostri vegetali

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STO RI ES

Bar Toletti light

di Marino Bartoletti instagram marinobartoletti Facebook-Square Marino Bartoletti

Emil, la locomotiva umana

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torie che sembrano favole. Favole che sembrano storie. Immagino che sappiate che è stato Emil Zatopek, praghese, nato nel 1922: a detta di tutti, assieme al finlandese Paavo Nurmi, il più grande e più eclettico mezzofondista di tutti i tempi. Aveva già vinto una medaglia d’oro e una d’argento nei 10.000 e nei 5.000 metri alle Olimpiadi di Londra del 1948. Si allenò testardamente per quelle del 1952 portando avanti tecniche di preparazione eretiche che nessuno condivideva (“Ma come puoi pensare di vincere sulle lunghe distanze lavorando come un velocista?”). Correva in maniera assolutamente sgraziata, con la testa piegata su una spalla e con le braccia apparentemente non coordinate con quello che facevano le gambe. Sbuffava, quasi rantolava a ogni passo. Anche per questo - e non solo per le vittorie - venne chiamato la locomotiva umana. Ad Helsinki trionfò nei 5.000 e nei 10.000 metri, battendo il suo eterno rivale francese Alain Mimoun. Poi alla vigilia della maratona (che non aveva mai corso in vita sua) disse: “E se ci provassi?”. Ci provò! Parti con prudenza, cercando di adeguarsi al ritmo degli altri. A un certo punto, mentre assieme allo svedese Jansson si era messo all’inseguimento dell’inglese Peters, primatista mondiale della specialità, chiese all’esperto collega: “Non

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staremo andando troppo forte?”. Questi lo guardò con disprezzo e forse per scoraggiarlo replicò: “Anzi, stiamo andando troppo piano”. Non fu una buona risposta. Emil accelerò e dal trentesimo chilometro in poi non lo vide più nessuno. Entrò nello Stadio Olimpico intitolato a Paavo Nurmi (ancora vivente) con quasi tre minuti di vantaggio su tutti. Conquistò così tre ori nella stessa Olimpiade. Per il suo Paese diventò un eroe. E fu un’eroina anche sua moglie Dana che aveva vinto la gara di giavellotto nello stesso momento in cui lui aveva trionfato nei 10.000 metri. Per anni, dopo aver partecipato anche ai giochi di Melbourne, si adeguò con gioia alla promozione dello sport. Da campione, da militare e da patriota. Si sentiva un buon socialista e come tale si comportò. Con coerenza e convinzione. Ma nel 1968, quando vide arrivare a Praga quei carri armati sovietici pilotati da ragazzi che neanche sapevano perché si trovassero lì, chiese a uno di loro di

potergli parlare. Questi fece cenno di sì col capo: incuriosito e anche intimidito dal fatto che davanti a quel signore stempiato e non più giovane la folla si fosse aperta come al passaggio di una divinità. “Noi siamo socialisti come voi” - gli disse paternanente - “crediamo nelle stesse cose alle quali vi hanno insegnato di credere. Ma le vogliamo applicare nella democrazia e nella libertà”. Quel giovane soldato abbassò gli occhi. Poi Emil andò a Città del Messico, invitato come tutti i grandi della storia dello sport, alle Olimpiadi di quell’anno. A chi lo intercettò e gli spiegò che cosa fosse accaduto a Praga dopo la sua partenza (e i rischi che anche lui correva) rispose: “Quello che ci hanno fatto appartiene alla barbarie. Ma io non ho paura: sono Emil Zatopek nessuno avrà il coraggio di toccarmi”. Quando rientrò venne privato di tutti i titoli sportivi, espulso dal Partito Comunista e anche dall’Esercito. Venne mandato nelle miniere di uranio di Jachimov, sulla frontiera tedesca e li visse per sei anni prima di tornare a Praga dove gli diedero un lavoro come spazzino. Continuò a vivere con umiltà e dignità, confortato dall’amore di Dana. E con lei, quando tornò alla luce, riprese a correre felice sulla neve. È morto, sereno e rispettato, il 21 novembre di vent’anni fa.


L'O PI N I O N E

Uscita Verona Sud di Daniela Scalia instagram dani_seamer TWITTER @DanielaScalia

Derby veneto e Pori-Power Point

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siste qualcosa che sia più veneto di un derby? Se devo essere obiettiva, ovviamente, il concetto di derby è universale ma, siccome scrivo da Verona Sud e mi è concesso di essere orgogliosamente locale, direi di no. Tralascio gli esempi più evidenti di calcio per andare a uno di rugby e uno di hockey che ho acquisito nel tempo: Alleghe Cortina di Hockey Ghiaccio, Casale - San Donà di Rugby. Come abbiamo fatto a perdere dei capolavori simili? Li conto anche come augurio di rivederli. Ci sarebbe da perdersi, e da farmi notare che ci sono derby veneti molto più grossi, ma ho indicato subito che oggi sono la «ragazzina» di Verona Sud e non la giornalista. Derby con il Cortina ad Alleghe. Giulio Soia carica in balaustra il giocatore del Cortina Toni Savarin Per i primi anni della mia vita ho istintivamente pensato che i “veri derby” fossero solo «State of Origin», in cui ogni giocatore nel Veneto. Da Sportitalia in avanti ho si schiera con Queensland o New South pensato che riguardassero solo la vecchia Wales, a seconda dell’origine. Una sfida Europa. Solo recentemente ho saputo tripla con tutto esaurito da 90.000 che anche il “nuovo mondo” ha i suoi, e spettatori a volta. che sono regolati da tutt’altro. Mai avrei Nel cricket mondiale Australia – pensato. Inghilterra si chiama «The Ashes», le Gli esempi che mi sono rimasti più ceneri, e cambia per settimane gli orari e impressi. a volte l’economia di varie zone. E io che In NHL (la NBA dell’Hockey americano) pensavo solo al derby in termini di club i veri derby sono tra le 6 «Originals», contro club. cioè le squadre fondatrici della lega, Siamo diversi, il tanto pubblicizzato o della sua base. Quindi si va “a storia marketing sportivo funziona solo pionieristica” e non a chilometri: quando tiene presenti le sue origini: nel esempio Montreal Canadiens – Boston rugby gallese le franchigie regionali non Bruins. funzionano, contano i club, i derby sono Nel Rugby League (versione a 13) loro. In Irlanda invece Leinster - Munster australiano i derby di Sydney sono (regioni) raccoglie la nazione più di molti, ma quello con la D maiuscola è lo

Dublino – Limerick (che sono le città più importanti delle due contee di Leinster e Munster) ed è l’evento della settimana o del mese indipendentemente dalla classifica (altro valore del derby, ha una grossa tensione anche se sei già promosso o retrocesso). Sarò fissata, ma a volte i super manager con i loro powerpoint mi fanno pena perché ignorano questi concetti, sono patetici. Mi fa ancora più rabbia chi li strapaga con i soldi dei genitori, del comune, o le quote dei ragazzini. Cosa ne sanno dei derby? E di conseguenza degli incassi e degli sponsor? E di ulteriore conseguenza: cosa ne sanno di un programma serio di espansione e di attrazione di sponsor? Incassano, rovinano e poi danno la colpa al calcio, che è sempre lì, comodo comodo e quasi sempre non c’entra un... derby. Meglio che mi fermi e non esca dal tema e dai gangheri, Pori-power, pori noi... Ho saltato l’origine della parola derby e tutto quello che è risaputo e ufficiale, mi piace di più parlare dei miei limiti e del mio stupore. E mi ha stupito anche questa considerazione che riporto: «Che piaccia o no, anche i tifosi “cattivi” vogliono bene ai derby e di conseguenza agli avversari più accaniti. Quando retrocede la squadra (che credono) odiata festeggiano ma con amarezza perché perdono il derby». Guai a dirglielo, ma in un certo senso vogliono bene agli avversari. Voglio vederlo come uno spiraglio nel miglioramento del rispetto tra tifosi, ma questo è un altro tema.

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Pelo e… contropelo di Sergio Pellissier Facebook-Square @Pellissier.Sergio

Chi l’avrebbe mai detto?

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ià: chi l’avrebbe mai detto? Io, Sergio Pellissier, ‘ingaggiato’ come opinionista sulle pagine di una rivista di sport! Se qualcuno me l’avesse ipotizzato qualche settimana fa gli avrei dato del pazzo. E invece le situazioni cambiano velocemente e… eccomi qua! Quando il direttore Alberto Cristani mi ha contattato credevo scherzasse: “Sergio, ti andrebbe di scrivere su SportdiPiù magazine? Una rubrica tutta tua dove raccontare, analizzare, commentare ciò che accade nel mondo dello sport. Senza ‘peli sulla lingua’, come da tuo stile. Che dici?”. Subito ho risposto che scrivere non è il mio lavoro, ma Alberto ha insistito e alla fine per il rapporto di stima che ci lega (e perché mi piacciono le sfide…) ho accettato. Ci siamo visti qualche giorno più tardi a casa mia e, con una stretta di mano, abbiamo ufficializzato la collaborazione. Alberto ha deciso di chiamare la mia rubrica Pelo e contropelo e devo dire che calza a pennello: un riferimento al mio soprannome ma soprattutto una indicazione di come cercherò di ‘sfruttare’ al meglio questa pagina. Parlerò di calcio - il mio grande amore, la mia vita - ma in generale di tutto lo sport e delle tematiche ad esso legate. Qualcuno si starà chiedendo come sto vivendo questo momento da ‘ex calciatore’ e dopo che si è concluso il mio rapporto di collaborazione con il ChievoVerona. Dispiace sicuramente lasciare una società dopo oltre vent’anni ma l’attuale Chievo, purtroppo, è completamente diverso dal ‘mio’ Chievo. Al Veronello e al Bottagisio non c’era più spazio per me e quindi, a malincuore, ho dovuto salutare. Ora mi prendo un momento per riordinare le idee e per valutare eventuali

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proposte (qualcuna mi è già arrivata) per rimettermi in gioco. La voglia di mettere a disposizione la mia esperienza e la mia passione c’è, purché il progetto sia chiaro e stimolante. Cosa mi manca del calcio? Semplice: andare al campo, incontrare i compagni, gli amici, i collaboratori. Condividere gioie e arrabbiature, festeggiare vittorie, maledire sconfitte. Mangiare insieme, scherzare, ridere, mandarsi anche a quel paese. Insomma del calcio giocato mi manca tutto! La vita, però, va avanti e il giusto compromesso che ho trovato, una volta appese le scarpe al fatidico chiodo, è stato quello di reinventarmi come direttore sportivo. Perché, va bene non giocare più, ma io nel ‘mondo calcio’ ci voglio restare e l’erba del campo la voglio ancora calpestare. Il ChievoVerona mi ha dato l’opportunità di iniziare ma non di dimostrare fino in fondo le mie capacità e, soprattutto, non mi ha permesso di capire se questa è davvero la mia strada per il futuro. Cercherò quindi risposte e stimoli nuovi

altrove, non appena il Covid-19 ce lo ripermetterà. A proposito di Covid-19, in conclusione, vorrei esprimere il mio pensiero. Premetto che, come tutti, sono molto colpito dai decessi e dai numerosi ricoveri in ospedale a causa di questo virus. Detto ciò sono per convinto che, rispettando le regole, dobbiamo reagire e non dobbiamo abbatterci. La vita va avanti e noi abbiamo l’obbligo di viverla, facendo tutto quello che ci è concesso fare. Non possiamo, non dobbiamo farci sopraffare dal Covid. Auguro quindi a tutti i lettori di SportdiPiù magazine di trascorrere un periodo natalizio, seppur limitato da restrizioni, insieme alle persone più care e vicino, col cuore, anche a chi non potremo stringere tra le braccia. L’amore unisce e fortifica nonostante le difficoltà. E quando questo periodo sarà finito, sono convinto che potremo affrontare con più fiducia e grinta tutte le future difficoltà, e più ‘banali’, difficoltà. Perché la partita contro il Covid, a fatica, la vinceremo noi!


L'O PI N I O N E

Compagni di squadra di Luca Tramontin

Nipoti: quelli veri, quelli acquisiti e quelli "Bon Nadal anca a ti"

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hi vede la famiglia tradizionale come l’opzione più bella e naturale del mondo uscirà allegro da questo capitolo di “Compagni di Squadra”. Chi la vede come l’unica, l’imprescindibile, e che schifo le altre, piuttosto niente, scriverà al direttore che facciamo pubblicità promiscua. Mi invento un esempio: Vincenzo, Vinny Calcaterra, giocatore di hockey professionista, cambia squadra con un contratto di cinque anni, si trasferisce a Brunico, vede nascere i figli del suo compagno di squadra e vicino di casa. Da zero (nascono a zero anni) a cinque. Gioca con loro, li accompagna all’asilo, loro lo chiamano per nome. I bimbi si appropriano anche della sua ragazza, non hanno chiaro il concetto anagrafico di zia, ma quello affettivo sì. I nipoti ufficiali di Vincenzo (che per i compagni veneti diventa immediatamente “Cencio”) sono in Canada. Sì, ok, si vedono su Facetime, ma solo a Natale e poco altro. Quindi, nella psiche profonda, quali sono “più nipoti”? Per brevità ho limitato l’analisi agli sport professionistici, ma cascano dentro anche gli accordi squadra-atleta che al posto di soldi danno opportunità di lavoro e di studio, insomma tutti quelli che spostano le persone dai legami anagrafici a quelli di convergenza sportiva. Mettiamola così, sono fenomeni tipici dell’emigrazione generale, ma lo sport ha la sua, specifica, un po’ simile un po’ dissimile da quella del lavoro non atletico. E così abbiamo capito che dentro la definizione insiemistica di compagni di squadra stanno comode anche delle parentele effettive/affettive e non ufficiali.

prendevano in giro perchè sbagliavo, ho in mente telegiornali che guardo apposta per vedere la figlia di quello che giocava con me e poi contro, e adesso allena il figlio del mio collega. Per chi ha voglia di ammetterlo: sono parentele di fatto. Poi ci sarebbe il capitolo buffo del quando si viene ceduti e si gioca contro. A Fiume io, Daniela (Scalia) e altri abbiamo passato la sera con due amici fraterni, che si erano appena marcati duramente durante un PrjmorjeDubrovnik di pallanuoto. Nel water-rugby le marcature tra centro-vasca e centro-boa sono quasi uno sport individuale insertato in un gioco supercollettivo. I bambini hanno dormito da quello che giocava in casa, i padri si sono sgomitati da buoni avversari poi sono tornati a casa/ex casa insieme. Luca insieme a Tana Umaga (ex compagno a Viadana). Il capitano degli All Quello in trasferta ha Blacks fa parte di una dinastia "sparsa" in varie nazioni. chiesto il permesso di dormire fuori, ovviamente concesso, la mattina dopo ha Chiunque abbia giocato a livelli mediofatto un giro all’ex asilo con i bimbi. alti ha storie di bambini che si inventano Non faccio nomi di giocatori né di gli zii pescandoli dalla squadra dei nazioni perché sono di quelle che nel genitori. Nel nostro Triveneto: quanti nostro immaginario si confrontano solo matrimoni veneto-canadesi via hockey? sulle trincee, non sui tipi di asilo o sullo E con argentini/e, kiwi e kiwe del rugby? scherzo di compleanno che hanno fatto a E via balcani del basket e della me (ve la racconta Daniela). pallanuoto? Frontiere ufficiali e reali, parentele Ho in mente ex bambini che ho visto ufficiali (sì, ciao, bon nadal anca a ti, crescere nell’appartamento a fianco, stame ben) e di sport. che mi insegnavano le lingue e mi

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FO CUS GENITORINRETE

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dr. Michele Dal Bo Psicologo Psicoterapeuta

Un metro di distanziamento sociale: la paura del limite e il potere di un sorriso

n questi mesi di limiti imposti, diventa fondamentale trovare un equilibrio tra il disagio del lockdown, le incertezze del futuro e un presente fatto di responsabilità. La paura del contagio, il lento riaprirsi verso una nuova normalità e le informazioni discordanti e spesso “chiassose” del web mediatico, hanno lasciato in molte persone un senso di rigidità e insofferenza. È importante riportare ordine e liberare corpo e mente dalle “catene” che, in alcune persone, la pandemia ha messo con forza. 1 metro di distanza Il contatto è una parte importante della vita sociale e relazionale. Eppure oggi è limitato o addirittura vietato (in primis nella scuola), con conseguenze dannose sulla collettività e sull’equilibrio psicologico delle persone. La lontananza fisica ha fatto aumentare i casi di “aggressività”, depressione, senso di abbandono, paura. In molte occasioni anche separazioni, sia familiari che lavorative. È comparsa la dicitura “1 metro di distanza”, inizialmente legata solo alla sferra fisica di prevenzione. Non è però stata considerata l’influenza psicologica del distanziamento. In questo periodo di ripresa e di riconquista, emerge quanto sia necessario riportare un nuovo centro nei rapporti. Per ritrovare nuove energie dobbiamo imparare a tendere la mano verso chi ci può aiutare. Scopriremo che, come in un dialogo, anche noi saremmo linfa vitale per l’altra persona. Bisogna parlare. Narrare ad altri la

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propria storia per condividere, e saper ascoltare i racconti gli altri. Il potere di un sorriso Il famoso clown dottore Patch Adams ha detto: “L’humour è l’antidoto per tutti i mali. Credo che il divertimento sia importante quanto l’amore. Alla fin fine, quando si chiede alla gente che cosa piaccia loro della vita, quello che conta è il divertimento che provano, che si tratti di corse di automobili, di ballare, di giardinaggio, di golf, di scrivere libri. La vita è un tale miracolo ed è così bello essere vivi che mi chiedo perché qualcuno possa sprecare un solo minuto! Il riso è la medicina migliore.” Riconquistiamo il sorriso attraverso la condivisione sociale: anche alla distanza di 1 metro si può condividere una storia, un tramonto, una risata allegra e spensierata. A 1 metro si possono creare legami con nuove persone, far emergere nuove opportunità di lavoro e di studio, conoscere meglio un “conoscente” per farlo diventare un amico. A 1 metro di distanza si può “abbracciare” l’altro con un ascolto attivo, si possono rivedere gli occhi emozionati di una persona e anche ridere o piangere. Per i genitori, gli insegnanti e i ragazzi, ecco alcuni piccoli consigli: · fate scrivere ai ragazzi le emozioni e le storie che vivono; · fate comprendere le regole e le responsabilità, condividendole e parlandone insieme per evitare il senso di impotenza;

· fate fare attività di gruppo per riprendere la fiducia nell’altro; · fate gruppo tra insegnanti per promuovere il sostegno reciproco; · rinnovate la didattica introducendo motivi per coinvolgere i ragazzi e farli sorridere. Patch Adams scriveva: “Sono stato un clown di strada per trent’anni e ho tentato di rendere la mia vita stessa una vita buffa. Non nel senso in cui si usa oggi questa parola, ma nel senso originario. “Buffo” significava buono, felice, benedetto, fortunato, gentile e portatore di gioia. Indossare un naso di gomma ovunque io vada ha cambiato la mia vita.”. Possiamo essere felici anche con indosso una mascherina!


SPO RT BO O K

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Multisport, una raccolta di proposte motorie

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ANDREA ETRARI

o sport è di primaria importanza per la crescita dei giovani. Ogni disciplina non solo permette lo sviluppo della motricità, ma contribuisce inoltre alla formazione della personalità e dell’area cognitiva. A partire dall’infanzia, l’attività sportiva stimola e arricchisce chi la pratica. Tutte le attività sportive “giocano” un ruolo fondamentale nello sviluppo e nella crescita; tuttavia per quanto ciascuna proposta possa essere attrattiva e coinvolgente, non bisogna dimenticare che ogni disciplina possiede elementi differenti di arricchimento motorio. Per questo è bene pensare a una programmazione didattica ed a una strategia di allenamento affinché le discipline sportive possano trovare un punto di intersezione e conseguire finalità omogenee. Il concetto di transfer permette di collegare coerentemente fra loro vari sport per raggiungere obiettivi comuni e trarre benefici reciproci in termini di ricchezza di contenuti e varietà di stimoli. Dal docente di scuola al tecnico di federazione, dall’istruttore all’animatore, chiunque dovrebbe partire proprio da questo assunto per sviluppare e proporre nuove modalità di allenamento capaci di determinare e conseguire molteplici obiettivi. Il titolo Multisport richiama gli specifici contributi che possono essere forniti dai vari sport alla formazione globale dell’individuo,

soprattutto, ma non solo, dal punto di vista fisico-motorio. Una proposta alternativa e nuova pensata per ampliare gli orizzonti delle competenze motorie in un periodo caratterizzato da un severo sedentarismo largamente diffuso tra i giovani. Utilizzando la leva dello sport, il libro fornisce nuove opportunità di sviluppo sociale per consolidare la personalità del singolo e la per-

cezione del sé in un gruppo. Seguendo differenti discipline e le curiosità che ogni sport cela, i ragazzi/e verranno coinvolti in attività che favoriscono l’integrazione e l’inclusione sociale, garantendo a tutti nuove possibilità di espressione e fornendo nuovi stimoli per la ricerca del proprio talento. Le schede In ambito filosofico e teologico morale è ben conosciuto lo schema degli 8 elementi creato da San Tommaso D’Aquino nella sua opera più famosa, la Summa Theologiae, in cui, alla fine del XII secolo, il teologo individuò gli elementi fondamentali che identificano la struttura dell’azione morale. Lo schema dell’Aquinate si adatta molto bene anche alle nostre esigenze di una rapida e schematica informazione. È facile verificare, attraverso l’uso della simbologia riportata, l’utilità di questo schema per conoscere a grandi linee i vari sport lasciando poi l’approfondimento ai vari siti web. Per problemi di spazio, le schede sono solo 10 per ogni categoria, lasciando al lettore l’approfondimento in quelle mancanti. Le prime sono inerenti a giochi/sport antichi e tradizionali, mentre le altre trattano di sport codificati, l’ultima di sport improbabili o folkloristici. Dal prossimo numero di SportdiPiù magazine Veneto, in concomitanza con la partenza del nuovo anno scolastico, pubblicheremo alcune delle schede pubblicate sul libro.

DETTAGLI PRODOTTO: Peso: 1,1 kg. / Copertina flessibile: 355 pagine, 16 capitoli, 207 schede di proposte motorie / Dimensioni: 21 x 29,7 cm. / Editore: Stimmgraf INDICAZIONI PER RICEVERE IL LIBRO Per ricevere il libro MULTISPORT che sostiene lo sport scolastico, fare una donazione seguendo la procedura: - eseguire un bonifico bancario intestato a: VALPOLICELLA BENACO BANCA CREDITO COOPERATIVO S.C. - CODICE PAESE: IT CIN EURO: 35 CIN IT: L ABI: 03599 CAB: 01800 C/C BANCARIO N.: 000000135540 intestato all’ente di Tesoreria: Istituto Comprensivo Statale di Caprino, Via S. Pertini, 22– 37013 – Caprino Veronese - Codice fiscale N° 90011140234. - comunicare per e-mail all’indirizzo: educazionefisica@istruzioneverona.it l’avvenuto versamento (Euro 15,00 costo libro + Euro 5,00 di spese postali in caso di spedizione) tramite bonifico bancario specificando in caso di spedizione postale i dati necessari (nome, cognome, via, cap, città dove ricevere la spedizione postale). Chi non usufruisse della spedizione postale (il bonifico sarà quindi di Euro 15,00), può ritirare il libro presso l’Ufficio Educazione Fisica dell’UAT di Verona in viale caduti del lavoro, 3 Verona.

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ISCRIZIONI APERTE


I NTERVISTA i c o N i ll e D a ic r Fede

I segreti del "mangiare bene"

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DANIELE FREGNO

osa vuol dire alimentazione sana? In che alimenti possiamo trovare gli elementi fondamentali per il corpo? Quali stili di vita bisogna adottare per prevenire l’obesità? Quali alimenti sono consigliati per La dottoressa Federica Delli Noci, dietista specializzata in scienze dell’alimentazione, ha risposto a queste domande e ci ha svelato i ‘segreti’ di una corretta alimentazione. Parlando in particolare di salute si sente spesso parlare dell’importanza di seguire un’alimentazione sana. Ma che cosa vuol dire, sostanzialmente, “alimentazione sana”? «Per rispondere a questa domanda, è fondamentale premettere che non esistono a prescindere cibi “buoni” o “cattivi”; la priorità nella scelta degli alimenti da consumare va fatta tenendo conto dell’apporto calorico e della composizione, cercando di mantenere un’alimentazione varia, equilibrata e adeguata ai propri fabbisogni. Nel corso della vita, dall’età infantile a quella senile, i fabbisogni nutrizionali si modificano e la dieta deve assecondare questi cambiamenti. In linea più generale, in tutte le fasce d’età una sana alimentazione prevede la limitazione di cibi raffinati, snacks e bevande zuccherate, alimenti ricchi di grassi saturi come merendine, prodotti da forno dolci e salati, cibi conservati sotto sale e sott’olio». Ci ha parlato in questo caso dei cibi che è bene evitare. Ma quali sono invece gli alimenti fondamentali per mantenersi in salute? «Un’ottima guida per individuare gli alimenti che ci aiutano a mantenere un buono stato di salute è la piramide alimentare mediterranea, alla cui base vi sono i cereali

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(meglio se integrali!), la frutta e la verdura raccomandati quotidianamente in tutti i pasti principali. Salendo verso il vertice della piramide, troviamo gli alimenti da consumare giornalmente, come i latticini magri, le erbe, gli aromi, le spezie, la frutta secca e a guscio e il prezioso antiossidante per eccellenza: l’olio extra vergine d’oliva. Le fonti proteiche animali e vegetali (pollame, pesce, uova, formaggi e legumi)

le troviamo collocate nella seconda metà della piramide e devono essere assunte alternandole settimanalmente. Infine, al vertice troviamo dolci, carni fresche e trasformate, da consumare mensilmente e sempre con moderazione». In che genere di alimenti possiamo trovare i minerali, le proteine e le vitamine, elementi fondamentali di cui il corpo non può fare a meno?


«La raccomandazione ad un’alimentazione varia è dettata proprio dalla necessità di assumere tutti i macro e i micronutrienti presenti, in misura diversa, negli alimenti. Frutta e verdura, per esempio, sono per eccellenza i cibi più ricchi di vitamine e minerali, anche se non sono i soli a soddisfare i nostri fabbisogni. Alimenti come la carne, il pesce, le uova, i formaggi e i legumi, oltre a contenere una buona percentuale di proteine di cui necessita l’organismo umano, sono anche ricchi di minerali e vitamine come il ferro, il calcio, lo iodio, il rame e la vitamina B12, presente prevalentemente negli alimenti di origine animale». Perché è sempre preferibile consumare verdure e frutta di stagione, nonostante al supermercato oggi la maggior parte di prodotti sia disponibile tutto l’anno? «Nonostante oggi si riesca a trovare qualsiasi tipologia di frutta e verdura in tutti i periodi dell’anno, il consiglio è sempre quello di preferire vegetali di stagione perché sono molto più ricchi di nutrienti, hanno un sapore decisamente migliore, garantiscono un maggior risparmio economico e hanno un minore impatto ambientale in quanto sono meno ricchi di pesticidi». L’alimentazione scorretta è strettamente connessa all’obesità, una problematica che negli ultimi decenni ha assunto sempre maggior peso e di cui lei si occupa perso-

nalmente. Da che cosa è causata, in particolare, l’obesità? «Lo stile di vita della maggior parte dei paesi occidentali, caratterizzato da ritmi frenetici, numerosi spostamenti in auto nell’arco della giornata, riduzione dell’attività fisica e larga diffusione delle tecnologie a supporto dei lavoratori, ha vertiginosamente aumentato la sedentarietà, la diffusione dei fast food oltre che l’incremento di abitudini alimentari scorrette come il consumo di pasti veloci spesso ricchi di zuccheri e grassi saturi. Una delle principali cause di obesità nei paesi industrializzati è rappresentata dalla sedentarietà e dalla riduzione dell’attività fisica settimanale, per molti lavoratori ritenuta impossibile da realizzare a causa della freneticità dell’attività lavorativa e degli impegni sociali che rappresentano un ostacolo al tempo libero». Quali stili di vita e comportamenti possono aiutare a prevenire l’insorgere di problemi di obesità? È possibile prevenirla in qualche modo? «Assolutamente sì! Volere è potere! Alcuni piccoli comportamenti quotidiani possono prevenire il sovrappeso, l’obesità e tutte le patologie ad essa correlate. Il consumo di pasti ridotti ma frequenti, la riduzione del consumo di alimenti confezionati, l’organizzazione della spesa settimanale, l’uso di robot da cucina che sono un supporto per i più pigri che non amano cucinare, l’uso della bicicletta per

gli spostamenti, l’abitudine di parcheggiare l’auto lontana dal luogo di arrivo, l’uso delle scale in alternativa all’ascensore e una passeggiata quotidiana di almeno 30 minuti all’aria aperta, abbinate a scelte alimentari più sane e bilanciate, possono contribuire alla diffusione di corretti stili di vita che rappresentano la prima forma di prevenzione delle malattie definite “del benessere”». Per concludere, quali sono i segreti per un’alimentazione sana? «È importante consumare pasti piccoli e frequenti, evitando di arrivare troppo affamati ai pasti principali; aumentare il consumo di frutta e verdura, in particolar modo di stagione, raggiungendo le 5 porzioni totali nell’arco della giornata; limitare il consumo di bevande alcooliche e zuccherate, sostituendole con acqua, tè, infusi alla frutta o alle erbe da consumare senza l’aggiunta di zucchero; limitare il consumo di alimenti confezionati dolci e salati preferendo cibi freschi e preparazioni fatte in casa; limitare il consumo di carne rossa e, in particolar modo, di carni trasformate, come affettati, wurstel, salsicce e altre preparazioni confezionate a base di carne; limitare il consumo di sale sostituendolo con aromi, spezie ed erbe aromatiche, limitare il consumo di condimenti grassi come salse, burro, panna, strutto sostituendoli con olio extra vergine d’oliva, uno dei più potenti antiossidanti disponibili in cucina».

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Foto: Paolo Schiesaro

EVENTO

Lo sport veronese in piazza al grido

#IONONCISTO

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A CURA DELLA REDAZIONE

acifico, compatto (ma in sicurezza) e deciso: così sabato 31 ottobre 2020 lo sport veronese si è ritrovato in piazza Bra, a Verona, per urlare la propria disapprovazione nei confronti di chi, con superficialità e poca attenzione, ha deciso di mettere alla berlina l’attività sportiva di base ritenendola une delle maggiori cause di diffusione e di contagio del Covid-19. #IONONCISTO è stato lo slogan più volte ripetuto durante la mattinata alla quale hanno preso parte, si stima, oltre cinquecento persone tra rappresentanti di società sportivi, atleti, gestori di piscine e palestre, amministratori locali e assessori allo sport. L’evento, voluto e organizzato dal Delegato Coni Verona Stefano Gnesato

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e dal Presidente Fipav Verona e Consigliere Comune di Verona Stefano Bianchini, si è svolto in un contesto di assoluta correttezza ed educazione, tipico del vero spirito sportivo. “Una mattina” – ha evidenziato Stefano Gnesato – “che ha dimostrato come lo sport, le istituzioni e gli sportivi veronesi siano in grado di fare squadra, soprattutto nei momenti di difficoltà. Il Covid-19 sta mettendo in ginocchio molte realtà per mancanza di fondi e di sponsor. Gli ultimi DPCM hanno dato la ‘spallata’ definitiva, relegando l’attività fisica e sportiva di base all’ultimo posto tra le priorità. Decisione alquanto ‘curiosa’ visto che, all’occorrenza, si parla sempre di sport come strumento educativo e veicolo per garantire salute e benessere psicofisico”. “I DPCM non hanno sicuramente aiutato la nostra attività” – ha

sottolineato Stefano Bianchini – “e anzi hanno penalizzato fortemente i nostri giovani atleti. Certo, l’emergenza Covid-19 è la priorità ma è altrettanto importante non bloccare l’attività, soprattutto dei più piccoli, che hanno bisogno di avere momenti di sfogo e di aggregazione. Purtroppo stiamo affrontando un momento molto difficile ma, insieme, sono convinto riusciremo a superarlo”. “Questo DPCM – “ha evidenziato l’assessore allo sport del Comune di Povegliano Veronese Pietro Guadagnini – “ha penalizzato lo sport, non tenendo conto di alcuni aspetti che vanno oltre l’aspetto ludico e motorio. Lo sport unisce, aggrega è una componente fondamentale per una comunità. Purtroppo nei momenti di difficoltà le prime cose che ‘saltano’ sono sport e cultura. Questo non va bene: ci vuole più


attenzione e competenza”. La manifestazione di Piazza Bra ha avuto anche un seguito social giovedì 12 novembre con la live organizzata sulla pagina Facebook @SportdipiuVeneto nel corso della quale i protagonisti si sono ritrovati per fare il punto della situazione e analizzato i possibili scenari da qui alla ripresa post Covid. La diretta si è aperta con un emozionante saluto di Stefano Bianchini a Loreno Bressan, dirigente sportivo molto attivo sul territorio scaligero, prematuramente scomparso il 9 novembre all’età di 66 anni.

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COVER STO RY Malagò i n n a v io G

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Foto: Maurilio Boldrini, Archivio CONI-GMT, Mezzalani

Gioco di


squadra L

ALBERTO CRISTANI o sport italiano, da sempre celebrato come uno dei capisaldi su cui si fonda la nostra società ed elemento imprescindibile per la crescita psicofisica dei più giovani, sta attualmente attraversando momenti difficili. L’emergenza sanitaria legata alla pandemia Covid-19 ha costretto il Governo ad emettere misure restrittive e numerosi Decreti che hanno di fatto causato un vero e proprio stop dell’attività sportiva dilettantistica e giovanile. Ciò sta mettendo in ginocchio molte società (alcune delle quali hanno già alzato definitivamente bandiera bianca) e realtà che gravitano nell’ambito sportivo come ad esempio palestre e piscine. In alcune città si sono svolte manifestazioni pacifiche (vedi articolo a pag. 18 n.d.r.) con le quali si è cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica ma, di fatto, nulla sembra essere ancora cambiato. Per analizzare questo momento buio dello sport italiano, SportdiPiù magazine ha intervistato in esclusiva il Presidente del Coni Nazionale Giovanni Malagò. Una lunga chiacchierata tra pensieri, dubbi, incertezze ma anche tra aneddoti e ricordi molto personali. Presidente Malagò innanzitutto grazie per averci aperto le porte della sua casa sportiva… «Beh, sia chiaro, questa non è la mia casa ma quella dello sport italiano. Sono onorato e orgoglioso di essere il Presidente del Coni, una carica non di nomina ma elettiva, che rappresenta quindi tutte le categorie. Questo penso sia il riconoscimento e il ruolo che ricopro». Cosa significa essere Presidente del Coni? «Significa tante cose: innanzitutto un

serio, importante, profondo e complesso senso di responsabilità, al quale non mi sono mai sottratto. Senso di responsabilità che mi è stato insegnato dalla famiglia e in particolare da mio papà. È inoltre il completamento di un sogno che coltivavo sin da ragazzo. Certo, da piccolo non espressamente ho studiato per diventare Presidente del Coni. Sicuramente però ho gettato le basi perché ciò potesse avverarsi». Lei è stato giocatore ad alti livelli di calcio a 5 (partecipazione nel 1982 ai primi Mondiali di futsal in Brasile n.d.r.) mentre suo papà Vincenzo ha rivestito l’importante carica di dirigente sportivo (per anni vicepresidente della Roma calcio e responsabile del comitato organizzatore del Mondiale di calcio Italia 90 n.d.r.); queste esperienze quanto sono state formative e quanto l’hanno aiutata ad arrivare ai vertici del Coni? «Sicuramente quello che ho fatto da atleta è stato importante, così pure l’esperienza di mio papà. Quello che però ha fatto la differenza nella mia formazione sportiva è stato l’aver vissuto da vicino, sin da piccolo, lo sport. Quando ero bambino andavo con mio papà a vedere i match di pugilato di Benvenuti, il passaggio del Giro d’Italia, il Banco di Roma pallacanestro che vinceva la Coppa dei Campioni, le partite di pallanuoto al Foro Italico, gli Internazionali d’Italia di tennis, le prime partite di rugby del 6 Nazioni. Potrei continuare all’infinito. Questo è il vero bagaglio che ha fatto la differenza e che porto sempre con me». Un dirigente sportivo deve avere grande passione, conoscenza e umiltà nell’ascoltare… «Si, certo, tutto corretto. Attenzione però: fino a qualche tempo fa la passione era una componente che faceva la differenza. Oggi purtroppo non basta più. Tante per-

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Da destra Cristani, Malagò e Gnesato

sone che negli anni hanno dato moltissimo al mondo dello sport, non si sono mai aggiornate e ora sono completamente ‘tagliate fuori’. Oggi il dirigente sportivo, purtroppo, deve saper gestire anche i famosi ‘pezzi di carta’; ogni giorno c’è una circolare, una normativa fiscale, amministrativa, tecnica, di coordinamento. Se fino a qualche tempo fa potevi essere il migliore del mondo ad accompagnare una squadra alla partita, a compilare una distinta di gara, ad interloquire con dirigenti o arbitri, oggi questo non è più sufficiente. È vero che stiamo andando verso una settorizzazione, ad una specificità del ruolo, ma è anche vero che, soprattutto nel dilettantismo, non ti puoi permettere un organigramma societario composto da tante persone. Il dirigente sportivo deve essere ‘uno e trino’ e quindi è fondamentale che completi la sua formazione». Parlando di difficoltà e crisi non possiamo non analizzare le decisioni del Governo in tema di emergenza Covid in ambito sportivo... «Realisticamente, e lo dico con franchezza, credo che chiunque al posto dell’attuale Governo si sarebbe trovato in difficoltà nell' affrontare l’emergenza Covid. Riconosco la peculiarità e la complessità delle decisioni da prendere, però è altrettanto vero, e lo dico non in tono polemico ma di riflessione, che questa seconda fase sotto il profilo della gestione, della comunicazione e delle aspettative, oggettivamente non ha funzionato benissimo, soprattutto per quanto riguarda lo

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sport. Si sono generate aspettative non rispettate, chiesti sacrifici e investimenti che, visti gli ultimi DPCM, hanno provocato ulteriori problemi. Si è chiesto di rispettare alcuni requisiti considerati indispensabili che poi sono passati in secondo piano, vedi chiusure piscine e palestre. Un’interpretazione di ‘chi può fare’ e di ‘chi non può fare’ che oggettivamente non ha funzionato quantomeno sotto il profilo della mediaticità. Al Governo ho chiesto, con garbo e con molta fermezza, perché non siamo stati interpellati subito; noi del Coni siamo indiscutibilmente, non le persone più competenti, ma le persone competenti in ambito sportivo». Quale futuro dobbiamo aspettarci quindi per lo sport italiano? «Io sono di natura un ottimista, mi è impossibile non esserlo! Vado spessissimo a parlare nelle scuole e nelle università e quindi ho un’interlocuzione istituzionale fin troppo frequente. Purtroppo da questi confronti ne escono numeri che non lasciano assolutamente La fiaccola sperare bene. olimpica Cortina 1956 Auspicavamo di

riuscire ad ottenere qualcosa di più dallo sport nella scuola e invece alcune decisioni sono andate ad aggredire proprio l’unica cosa che ha sempre sorretto tutto il sistema sportivo dal dopoguerra ad oggi. Questa è stata oggettivamente una follia». Cambiamo argomento: l’assegnazione a Milano-Cortina dei Giochi Olimpici invernali 2026 è, ad oggi, uno dei momenti più importanti della sua presidenza? «Senza dubbio le Olimpiadi MilanoCortina 2026 sono una grande conquista, uno dei momenti indimenticabili non solo per me ma per tutti. Per tanti l’idea e il desiderio di poterci essere è un grande sogno che si potrà realizzare anche grazie


ad una serie di iniziative che si stanno attivando sul territorio. Stiamo parlando di 36000 persone (numero certificato da Ca’ Foscari, Bocconi e Statale di Roma n.d.r.) che da oggi al 2026 troveranno un impiego. Sarà una grande opportunità per i giovani e l’occasione per formare una classe dirigente importante e nuova. E poi proselitismo e affiliazione soprattutto per gli sport della montagna e coinvolgimento di città limitrofe come, ad esempio, Verona. Chi avrebbe mai pensato che la cerimonia di chiusura di MilanoCortina 2026 potesse svolgersi in Arena? Un evento eccezionale, un biglietto di promozione più unico che raro». Presidente c’è uno sportivo o un atleta che ammira o che ha ammirato in modo particolare? «Mamma mia, domanda dalla risposta non facile; sono talmente tante le persone che ammiro! Onestamente ho grande stima per quei ragazzi che hanno fatto risultati di vertice importantissimi, che hanno vinto medaglie alle Olimpiadi o ai Campionati del Mondo e che hanno, allo stesso tempo, trovato la forza di interpretare e gestire la propria quotidianità nel solco della famosa dual-career (il concetto di dual-career, secondo la definizione data dall’Unione Europea, consiste nel dare agli atleti la possibilità di avviare, sviluppare e terminare con successo un percorso sportivo di alto livello, in combinazione con il perseguimento di obiettivi legati alla formazione, al lavoro e ad altri obiettivi importanti nelle diverse fasi della vita n.d.r.). Ragazzi

e ragazze che si sono laureati e che si sono costruiti un percorso diverso. Io li ho sempre apprezzati e stimolati, soprattutto in discipline come canottaggio, scherma, rugby. Questi sono atleti su cui punto moltissimo anche in ottica futura. Lo ripeto spesso: per un atleta di grande livello la migliore garanzia per il domani è mettersi in condizione di apprendere nozioni e di allinearsi con la mentalità di un dirigente. E il protocollo sottoscritto lo scorso ottobre tra Coni e Istituto per il Credito Sportivo va proprio in questa direzione». Le capita spesso di dover consolare, consigliare o tranquillizzare uno sportivo? «Ogni giorno comunico con una cinquantina di sportivi tra Whatsapp, telefonate, incontri e lettere. La maggior parte sono di alto livello ma molti sono atleti

normalissimi, che vincono e perdono, anzi tanto più vincono tanto più perdono. In questo periodo ho ricevuto telefonate e messaggi di atleti che mi hanno comunicato che, per una serie di motivi, anche personali, hanno deciso di ritirarsi. Altri hanno avuto contraccolpi psicologici significativi a causa del Covid, altri problemi con il tecnico o con la federazione, con la famiglia o di altra natura. Io sono sempre disponibile ad ascoltare e a dare loro una parola di conforto». Come fa un papà con i suoi figli… «A dire il vero più che un papà mi sento un fratello maggiore (ride n.d.r.)». La sto intervistando in questa bellissima stanza nella quale sono raccolte le fiaccole Olimpiche. Una collezione di valore

Momento dell'intervista

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Saluto 'in sicurezza' tra Giovanni Malagò e Delegato Coni Verona Stafano Gnesato

inestimabile. La vicinanza con campioni e squadre le ha permesso di allestire una collezione privata? Se si, ha uno o più cimeli a cui è particolarmente affezionato? «Ci tengo innanzitutto a fare una precisazione: questa stanza delle fiaccole è stata allestita su mia richiesta, un’iniziativa dedicata a chi prenderà il mio posto, un ricordo per quando non sarò più Presidente del Coni. Ho pensato potesse essere un bel gesto per chi verrà. Tornando alla domanda iniziale, la risposta è no, non ho una collezione di cimeli. Ho conservato una serie di fotografie, alcune maglie di quando ho vinto i campionati italiani di calcio a 5 e quella, che ho incorniciato, di quando ho esordito in Nazionale, le coppe vinte quando ero ragazzo, la tessera di Stella Azzurra di pallacanestro. Due sono però gli oggetti a cui sono particolarmente legato, entrambi regali di papà. Il primo è un poster. Mio padre è stato dirigente accompagnatore della spedizione italiana in Messico nel 1966 e da quel viaggio mi portò un poster raffigurante tutte le bandiere delle Nazionali che avevano già vinto un Mondiale, tra cui l’Italia. Su quel poster, incorniciato e appeso a casa nella mia stanza sportiva, ci sono i ventidue autografi dei giocatori che presero parte a quella spedizione. Il secondo oggetto è invece una foto che conservo accanto al comodino in camera da letto, nella quale è impressa l’immagine di una villa palladiana di Vicenza. La foto è datata venerdì 13 marzo 1959, giorno in cui nacqui. Sempre quel giorno mio papà accompagnò la squadra della Roma a Vicenza per la partita di campionato che si sarebbe giocata la domenica. Da quella trasferta

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mi portò la fotografia e sul retro, cose se fosse una cartolina, raccolse tutte le firme dei calciatori. Poi mi scrisse una dedica: "Tu sei nato e io non sono con te perchè devo stare con la squadra..."». Una foto, un ricordo che la lega in modo particolare al Veneto… «In Veneto mi sento a casa, con la famiglia abbiamo una casa a Cortina. Per noi il Veneto è casa, assolutamente. E poi a Verona abita la mia amica Federica (Pellegrini n.d.r.)…». Il Veneto e Verona possono essere un simbolo e un punto di riferimento per lo sport italiano? «Certo. Il Veneto, ma in particolare Verona, è una piazza molto ‘pesante’ sotto ogni punto di vista: nei numeri, nella storia, nella multidisciplinarità. A Verona convivono tante squadre di eccellenza di sport molto diversi tra loro. Un’eccezione nel panorama italiano. Io Verona la conosco molto bene, non solo a livello sportivo…». Come mai? «C’è stato un periodo, da giovane, che a Verona ci andavo ogni quindici giorni per motivi di lavoro. La mia era una famiglia di imprenditori, fattore che mi ha aiutato ad acquisire una visione managerale dello sport. Per cinquant’anni siamo stati la più grande concessionaria della BMW, casa automobilistica la cui fabbrica aveva sede a Palazzolo di Sona, a pochi chilometri dal centro di Verona; noi ci andavamo per definire i nostri affari...». Presidente, quando terminerà il suo mandato, cosa le piacerebbe fare?


Giovanni Malago con il presidente della repubbilca Mattarella e il presidente CIP Pancalli.

«Mah, è presto per dirlo. Vedremo. Innanzitutto c’è da capire quando decadrà (l’attuale mandato di Giovanni Malagò scadrà a maggio 2021 ma, ad oggi, non è da escludere il prolungamento per un altro quadriennio n.d.r.). Se non sarò più Presidente del Coni potrei decidere di orientarmi verso un’attività internazionale, sempre mosso dalle mie passioni. Di sicuro farò qualcosa per lo sport, elemento che farà per sempre parte della mia vita».

più forte calciatore mai visto. Diego rappresenta l'eternità. È stato un onore averlo conosciuto e, in un'occasione speciale, è stato un privilegio giocare con lui».

Presidente Malagò, al Particolare della sala delle fiaccole termine di questa intervista, le va di fare Giovanni Malagò si sente più privilegiato, un saluto e un augurio ai lettori di Sportdifortunato, invidiato o importante? Malagò insieme a Luca Paltrinieri Più Magazine? «Se guardo gli altri sette e passa miliardi «Cari lettori, cari amici sportivi può semdi persone che popolano il mondo, molte brare strano quello che dico ma, delle quali nascono e vivono in povertà anche se non vi conosco e miseria, mi sento indubbiamente un tutti, abbiamo una uomo fortunato. Poi, oltre alla forcomponente genetuna, senza dubbio ci ho messo tica che ci accoanche del mio per arrivare dove muna: l'amore sono arrivato…». per lo sport. Continuiamo Questo maledetto 2020 ci ha quindi a svilupportato via anche il miglior za. Perché lo sport, soprattutto in questo pare e, possibilcalciatore di tutti i tempi, Diego momento difficile, ha bisogno di un unico mente, a miglioArmando Maradona... Diego Armando Maradona gioco di squadra per poter rialzare la testa rare e incrementare «Maradona ha fatto la storia del e tornare ad essere protagonista. Auguri a questa componente di calcio, è la storia del calcio. È stato tutti». comunanza e di vicinanun'icona per il mondo e per Napoli, il

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PILLOLE DI CONI

Foto: Maurilio Boldrini Il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) è un’emanazione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). È autorità di disciplina regolazione e gestione delle attività sportive nazionali ed Ente pubblico cui è demandata l’organizzazione e il potenziamento dello sport nazionale, promuovendo la massima diffusione della pratica sportiva. Dopo le ultime modifiche normative del Decreto Legislativo 8 gennaio 2004 (n. 15), è la Confederazione delle Federazioni Sportive e delle Discipline Associate. Fondato il 9 e 10 giugno del 1914 a Roma in via permanente, oggi il CONI è presente in 102 Province e 19 Regioni, riconosce 45 Federazioni Sportive Nazionali, 19 Discipline Associate, 14 Enti di Promozione Sportiva Nazionali e 1 territoriale, 20 Associazioni Benemerite. A questi organismi aderiscono circa 95.000 società sportive per un totale di circa 11 milioni di tesserati (Fonte Istat e Censis). La sede del CONI nazionale si trova presso il palazzo H edificio storico di Roma, nel complesso del Foro

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Italico. Il palazzo H fu progettato dall’architetto Enrico Del Debbio nel 1927, la prima pietra fu posta da Mussolini il 28 febbraio 1928 e fu inaugurato nel 1932 come sede dell’Accademia fascista maschile di educazione fisica (poi Accademia della Farnesina). È la prima opera del Foro Italico (allora Foro Mussolini) a essere realizzata, su indicazione dell›Opera Nazionale Balilla, il cui piano fu progettato da Del Debbio nel periodo 19271933, e completato nel dopoguerra (1956/60). Nel marzo 1951 Giulio Onesti ne fece sede del CONI e il palazzo è divenuto poi sede di rappresentanza del Comitato olimpico nazionale italiano. Composto da due corpi simmetrici di due piani, collegati da un grande pontile, così da formare una pianta a “H”. Dentro nicchie incorniciate da edicole di marmo a fastigio triangolare spezzato, vi sono 4 statue di atleti. A fianco vi è realizzata una palestra monumentale, con una pianta semi ovoidale, progettata per la ginnastica, con gallerie sopraelevate.

All’interno, nel salone d’onore, vi sono due enormi pitture murarie. La più famosa, realizzata da Luigi Montanarini nel 1928, è intitolata “Apoteosi del Fascismo” e nel dopoguerra - per decenni - fu tenuta nascosta sotto un panno verde; solo nel 1997 su disposizione della Soprintendenza è stata scoperta. L’altro affresco è una allegoria di Roma antica, opera di Angelo Canevari. Vi sono anche quattro soggetti sportivi, dipinti da Romano Dazzi.


VERONA STRADA SICURA Educhiamo i conducenti di domani Siamo un’associazione senza scopo di lucro di persone appartenenti al comparto sicurezza e soccorso, all’associazionismo no profit, atleti disabili di handbike e semplici famiglie impegnate nel sociale che fanno del loro lavoro e tempo libero un motivo di sensibilizzazione alla sicurezza stradale in tutta la provincia di Verona

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L'emozione non ha Foto: Nazionale Italiana Femminile Pallavolo Sorde

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ALBERTO CRISTANI

on è vero che gli sport sono tutti uguali e, soprattutto, che tutti gli sportivi trasmettono stesse emozioni e valori. Un esempio (e che esempio…) ci viene dall’Italvolley femminile sorde, formazione che dal 2017 ad oggi, dopo un lungo periodo di quasi anonimato, sta inanellando successi ma soprattutto sta attirando su di sè l’attenzione dei media nazionali ed internazionali. Nonostante l’incertezza del momento e dopo aver superato, non senza qualche difficoltà, il lockdown dei mesi scorsi,

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voce

le Azzurre allenate da Alessandra Campedelli, hanno voglia di ritornare ad essere protagoniste in campo. Segnali importanti per una ‘ripartenza’ importante sono arrivati quest’estate quando coach Campedelli ha ufficializzato il suo nuovo staff che, dopo le partenze eccellenti (una su tutte quella di Angiolino Frigoni), si tinge completamente di rosa. Sono infatti arrivate come vice allenatrice Greca Pillitu e come assistente tecnica Simona Rinieri ex capitana dell’Italia e oro ai Mondiali del 2002. Confermatissima invece, nel ruolo di Direttore tecnico, Loredana Bava. “La scelta di rinnovare lo staff” – spiega

Alessandra Campedelli – “è stata dettata essenzialmente da necessità in quanto chi era qui lo scorso anno non era più disponibile per fare questo percorso. Per esempio Angiolino Figoni, che è stato davvero molto importante per la crescita di questa Nazionale, ora è allenatore l’Under 21 maschile. Ho perciò deciso di formare un nuovo gruppo di lavoro con caratteristiche diverse ma con altrettante competenze. A dire il vero a Greca Pillitu avevo già chiesto lo scorso anno di venire con noi; ho sempre pensato che potesse essere una persona importante per un ambiente come il nostro. Io e Greca abbiamo la stessa linea di pensiero, di conduzione e di aspettative nei confronti di un mondo, quello della Nazionale Sorde, che può ancora crescere. Lo stesso discorso vale per Simona, che ritorna nel mondo della pallavolo dopo aver appeso le ginocchiere al chiodo e dopo essere ‘sparita’ per un po’. Siamo un bellissimo staff ed è la prima volta che mi ritrovo con tutte donne. Sarà un’esperienza diversa e nuova anche questa”. Alessandra però ci tiene a sottolineare il ruolo fondamentale della ‘veterana’ Loredana bava: “Sicuramente Loredana è la persona che ha seguito queste ragazze da più tempo e più di tutti. Lei è anche stata in passato un’atleta della Nazionale Sorde ed è quella che tra noi conosce più sfumature del passato e di quello che noi oggi ci troviamo da gestire. Lei tiene tutti i rapporti con la Federazione Sport Sordi Italia, sceglie gli allenatori e si interfaccia con le atlete per tutte le questioni logistiche e organizzative. Insomma, per farla breve, è assolutamente


Da sinistra Loredana Bava, Greca Pillittu, Alessandra Campedelli e Simona Rinieri.

indispensabile per la Nazionale e per le ragazze. Con lei ho condiviso tante scelte, più o meno semplici. Non sempre ci troviamo in accordo, come è giusto che sia, però questo è stimolante perché se fossimo sempre in accordo non ci sarebbe una crescita. Lei è anche la persona che riesce a sopportare tutte le mie richieste. Da quando sono arrivata alla guida della squadra, nel 2017, un po’ di cose sono cambiate: abbiamo vinto un argento alle Olimpiadi dei Sordi di Samsun, un oro europeo ma soprattutto abbiamo conquistato una nostra dignità sportiva, consolidando la nostra immagine. Se tutto ciò e accaduto è anche perchè Loredana mi ha dato

fiducia altrimenti non saremmo riuscite a raggiungere i risultati e a costruire un qualcosa che, nel futuro, spero potrà migliorare ancora.” “Quando sono arrivata in Nazionale” – prosegue coach Campedelli – “la prima cosa che ho detto alle ragazze è erano atlete di una Nazionale a tutti gli effetti e che rappresentavamo l’Italia. Questo implicava onore e oneri, ovvero visibilità ma anche tanto sacrificio e impegno. Non c’era più spazio per improvvisazione e pressapochismo. Fin da subito abbiamo messo a disposizione delle atlete uno staff di alto livello anche se, ogni anno abbiamo dovuto cambiare qualcosa poiché tutti noi tecnici della Nazionale

Sorde siamo volontari. Nonostante tutto abbiamo sempre garantito un livello tecnico e comportamentale ad alti livelli. Abbiamo poi trovato tante società che ci hanno ospitato e quindi permesso di trovarci ed allenarci più spesso. Per noi questo ha fatto la differenza sia per la costruzione della squadra, sia per la costruzione delle dinamiche tecniche che per noi sono un pochino più difficili da raggiungere in quanto le ragazze non possono basarsi sulla parola e sull’udito, elementi che solitamente nella pallavolo sono importanti. Vincere ci ha poi permesso di raggiungere tante altre giovani e crearci un settore giovanile che ci permetterà di avere una continuità negli anni. Adesso possiamo contare su formazioni Under16, 18 e 21, cosa che fino a qualche anno fa era solo un sogno”. Il primo impegno ufficiale della Nazionale Italiana Pallavolo Sorde a Dicembre 2021 in Brasile con i prossimi Deaflympics. Manca ancora un anno quindi ma per arrivare preparati ad un evento di tale portata, e riconfermarsi tra i top team mondiali, serve un’adeguata preparazione, cosa che in questo momento, a causa delle disposizioni e delle restrizioni in ottica di contenimento Covid-19, non è ancora possibile. “Vorremmo iniziare ad allenarci già da quest’anno” – sottolinea Alessandra – “e riprendere a lavorare dopo tanti mesi di inattività. Speriamo di poterlo fare già da metà novembre, anche se le difficoltà sono evidenti. L’altro obiettivo che abbiamo questo anno sarà quello di lavorare ancora sulle ragazze più giovani e di fare in modo di trovarci

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qualche volta anche con loro per costruire dei gruppi qualitativamente importanti. Mano a mano che si va avanti ci devono essere atlete pronte per fare il prossimo cambio. Questi sono gli obiettivi oltre chiaramente alla mission di farci conoscere un po’ in tutta Italia, grazie alla visibilità che riusciamo ad avere, dalle scuole, alle associazioni. Far conoscere il mondo della sordità che spesso non si conosce per poter fare in modo di abbattere queste barriere della comunicazione, che rendono le cose difficili a chi non sente. Certe volte non conoscendo questa disabilità non ci rendiamo conto delle barriere che mettiamo; e probabilmente se noi riuscissimo a destrutturare queste barriere della comunicazione la sordità non sarebbe più una disabilità ma una caratteristica della persona.” Infine Alessandra ci tiene a sottolineare: “Non lo nascondo che per noi è importante ‘cavalcare l’onda’ della visibilità che abbiamo acquisito in questi anni. Abbiamo bisogno di tornare in campo anche per questo. Con la notorietà siamo riusciti a far aderire alla nostra attività molte più ragazzine e molti più ragazzini che non conoscevano l’esistenza di questa

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Nazionale. E poi, inutile negarlo, essere conosciute ci ha permesso di coinvolgere partner commerciali come Cattolica Assicurazioni e Cochlear Italia, che ci permettono di coprire le spese. Insomma solo facendo gruppo e coinvolgendo tutte le componenti interessate a noi

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I NTERVISTA ressa a C io b a F

Il Boss del Club Foto: Sky

U

MATTEO LERCO

na voce, una passione, un viaggio. La carriera professionale di Fabio Caressa, una delle stelle più splendenti nel firmamento giornalistico nostrano, si può racchiudere in tre sostantivi. Attraverso la parola ha

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dato forma al suo amore per lo sport, facendo da tramite tra gli Italiani e un mondo, il Calcio, osannato, ma spesso percepito come distaccato e inaccessibile ai più. Il Club domenicale è diventato un collante tra Serie A e spettatori, una grande tavola rotonda in cui tutti i ‘commensali’ sono parimenti protagonisti e la qualità del

dibattito che ne emerge è figlia principalmente di questa trasversalità di pensiero. Un format di successo, sorretto dalla mentalità vincente degli attori che più o meno continuativamente ne prendono parte. Fabio, inizio quest’intervista dalla fine: nel 2015 prende vita Il Club, uno spogliatoio composto da amici, prima che


«Tendenzialmente non credo nel rapporto di amicizia tra giocatori e giornalisti. Reputo corretto che ci sia una divisione tra i due ruoli: la mia posizione richiede una professionalità che esige a sua volta un certo tipo di distacco. Terminata la carriera sportiva si apre però una nuova fase in cui è possibile tessere dei legami d’amicizia, oltre che di lavoro: il primo riferimento che mi viene in mente è il ‘Cuchu’ Cambiasso, persona squisita, che stimavo da centrocampista e ancora di più oggi nei panni di collega». Respiriamo un calcio europeo in costante evoluzione. Il ritmo delle partite diventa sempre più incalzante e in generale si propende ad attaccare piuttosto che a conservare il risultato. Stai notando questo vento di cambiamento? «È una considerazione corretta, il calcio negli ultimi anni si sta evolvendo e anche il nostro campionato si sta adeguando

da professionisti del settore. Come nasce questo progetto? «Ti rispondo alla domanda partendo da un libro che ho scritto intitolato: ‘Sono tutte finali’. Credo profondamente nel fatto che il calcio sia una performante metafora di vita, ed è stato proprio questa la convinzione che mi ha portato a scrivere quest’opera: dalla mentalità

vincente e dalle scelte di tanti personaggi del pallone si possono trarre degli insegnamenti assolutamente spendibili nella quotidianità di ognuno di noi. Fortunatamente ho avuto il privilegio di conoscere persone come Capello, Costacurta, Marchegiani, Beppe (Bergomi, n.d.r.) e tanti altri, che mi hanno fatto capire come il successo sia prima di tutto uno state of mind». Sei entrato in contatto con tanti calciatori e allenatori che successivamente sono passati dall’altra parte della tavolata, diventando tuoi colleghi. C’è stato qualcuno che ti ha particolarmente colpito in questa transizione dal campo allo studio?

a questa nuova rotta. Gli esempi più lampanti sono Atalanta e Sassuolo, realtà con meno disponibilità economiche delle big, ma che con lucidità e lungimiranza hanno deciso di intraprendere una strada inesplorata che poi si è rivelata essere il “futuro”. Penso che comunque l’assenza di pubblico stia stimolando i calciatori ad assumersi maggiori responsabilità: le squadre tendono maggiormente ad ‘osare’ e il riflesso di questo sta nel numero sempre crescente di gol che si realizzano. Non so se questo ci porterà come “calcio italiano” ad avere un vantaggio in ambito internazionale, in quanto ogni rivoluzione sportiva è sempre frutto del contesto culturale in cui viene elaborata. Per come la vedo

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io comunque a sollevare i trofei sono e saranno sempre i collettivi che subiscono meno reti». Lele Adani ha indicato un’unica possibile soluzione per la salvezza del calcio dilettantistico: i giocatori si dovrebbero autotassare del 5% lo stipendio e donare quella percentuale ad un movimento in estrema difficoltà, che costituisce la base di tutto il sistema. Condividi la sua posizione? «Sposo appieno la sua considerazione e ritengo che un gesto del genere, oltre all’intrinseca bellezza, rappresenterebbe davvero un segnale generazionale. E ti dirò di più: penso che se una proposta del genere venisse rivolta concretamente ai giocatori, avrebbe un’adesione pressoché totale». In una telecronaca come fai a scindere l’aspetto emotivo della partita dalla professionalità correlata alla veste imparziale che indossi? «Quando commento un incontro per me ci sono delle ‘formiche bianche’ contro

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delle ‘formiche nere’. L’obiettività del commento è una prerogativa che deve mai venire meno. In epoca Covid ho cambiato l’approccio alla telecronaca, sfruttando molto di più i rumori del campo e cercando di far immergere lo spettatore nel rettangolo verde. Quando parlo di “immersione” mi riferisco proprio a questo modus operandi: se prima la colonna sonora della partita era composta dal commento e dall’atmosfera dello stadio, ora, essendo venuta meno questa seconda componente, a farla da padrone sono principalmente i suoni provenienti dal terreno di gioco». Caressa-Bergomi è un binomio che da Germania 2006 è entrato a far parte del patrimonio culturale e calcistico della Nazione. Come si è evoluta negli anni la vostra simbiosi? «Beppe è una persona speciale, un fratello che mi accompagna dal lontano 1999 e che mi stimola a migliorarmi costantemente come uomo e come professionista. Il segreto del nostro duo risiede nella complementarità: siamo

persone diverse che attraverso il lavoro condiviso hanno limato i propri spigoli, riuscendo a raggiungere un solido equilibrio. La parola che lo identifica meglio penso sia proprio capitano. Oltre a quello con mia moglie è stato l’incontro più importante della mia vita». “I Mondiali hanno scandito i tempi della nostra vita e scandiranno quella di chi verrà”: così Federico Buffa ha descritto la portata di una manifestazione che ciclicamente si fonde con le nostre esistenze… «Come al solito l’avvocato trova la sintassi perfetta per esprimere dei concetti assolutamente non scontati ed è per questo che ho provato una rabbia infinita in seguito alla mancata qualificazione ai Mondiali di Russia 2018. Per mio figlio sarebbe stata la prima edizione, uno step comunque importante nel processo di crescita personale e di avvicinamento al gioco. A tutta quella generazione quel passo falso è costato molto caro. Si rifaranno sicuramente col tempo».


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I NTERVISTA ini r io g g e M o d r a Ricc

Ricomincio dal Lane

ALBERTO CRISTANI E JACOPO PELLEGRINI

P

robabilmente, nei suoi pensieri, la sua carriera sarebbe dovuta terminare con un giro di campo al Bentegodi di Verona, tra gli applausi e i cori dei tifosi del Chievo. Ma nel calcio, come nella vita le sorprese sono dietro l’angolo e così Riccardo Meggiorini, dopo sei anni in maglia gialloblu, ha deciso di rimettersi in gioco a pochi chilometri da Verona. Il Vicenza allenato da mister Di Carlo, e gestito dalla famiglia Rosso, gli ha fatto capire che la sua esperienza e la sua tecnica, oltre alle doti umane, potevano essere molto importanti per una società neo promossa ma, allo stesso tempo, molto ambiziosa. Riccardo ha accettato subito, senza pensarci troppo. Perché a trentacinque anni, e dopo una lunga e importante carriera, sono i valori e le motivazioni a fare la differenza. E a Vicenza, questo, lo sanno bene. Riccardo, andare a Vicenza è stata una scelta, un’opportunità o un’occasione? «È stata in primis una scelta ma anche un’opportunità. A luglio ho rifiutato un altro anno di contratto con il Chievo perché non c’erano più i presupposti per andare avanti, soprattutto a livello umano. Negli ultimi due anni è cambiato tanto. Quando arrivai al Chievo il Presidente Campedelli mi disse che per lui contava prima la persona e poi il calciatore. Per me è ancora così e per questo ho preferito cambiare

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Foto: L.R. Vicenza Virtus


vero, con un mister che mi ha voluto e fatto sentire importante. Accettare è stato naturale».

aria, soprattutto per essere più sereno. A Vicenza ho trovato un ambiente accogliente, una società seria dove c’è ambizione e dove si può fare sicuramente bene». A Vicenza hai trovato qualche similitudine con il ‘tuo’ primo Chievo? «Direi di no. Vicenza è una piazza completamente diversa anche se questo è un anno particolare causa Covid. Vicenza è una piazza storica, importante, con un bacino importante di tifosi. Il Chievo di quando sono arrivato era molto ben organizzato e preparato. Eravamo anche in un’altra categoria, in Serie A, e stava nascendo un bel progetto con Maran e per quasi cinque anni siamo rimasti ad alti livelli. Il Vicenza di oggi è una squadra neo promossa in serie B con tanti giovani: un progetto sportivo con prospettive molto diverse ma allo stesso modo molto stimolanti». Un progetto stimolante che coinvolge non solo la famiglia Rosso, ma anche tutta la città di Vicenza… «Si, la famiglia Rosso è a capo di una cordata di più di una decina di soci quindi a dimostrazione che in tanti credono in questo progetto. In un anno e mezzo è stata centrata la promozione in B dopo tre anni e un fallimento

societario. L’obiettivo prossimo è tornare nella massima serie nell’arco di due, tre stagioni. Non so se questo sarà l’anno buono perché il cambio di categoria dalla C alla B non è facile, però mai dire mai. Siamo partiti un po’ con il freno a mano tirato ma secondo me la squadra c’è». Quanto vi mancano i tifosi? «Tanto. Giocare senza tifo è davvero strano. Sembra retorica, ma il pubblico può darti davvero qualcosa in più e, di contro, togliere qualcosa agli avversari. Oggi come oggi giocare in casa o in trasferta non fa differenza. Manca il fattore campo». Quanto ha influito mister Di Carlo nella tua decisione di accettare la proposta del Vicenza? «Parecchio. Il mister mi aveva chiamato già durante il lockdown di marzo per chiedermi in che situazione ero con il Chievo. All’epoca nessuno dei dirigenti gialloblu era ancora venuto a parlarmi dal Chievo: probabilmente davano per scontato che io sarei rimasto ancora. Si sono fatti vivi solo a fine campionato. Per come la vedo io questo non è il modo corretto di comportarsi. Così, anche per questo, ho preferito andare via. E non c’entra nulla l’aspetto economico: a Vicenza mi hanno dimostrato interesse

Che campionato di Serie B è quello di quest’anno? «Come sempre equilibrato e per questo tosto e difficile. La squadra sulla carta favorita sembrerebbe il Monza, società che ha fatto acquisti davvero importanti. Però ce ne sono tante in lista possono puntare in alto. I Play-Off poi, come sempre, permettono anche a formazioni meno favorite di rientrare in gioco. Credo che alla fine sarà un campionato incerto fino alla fine». E il Vicenza dove può arrivare? «Per ora il nostro obiettivo è la salvezza. Abbiamo le carte in regola per giocarcela a viso aperto con tutti. A volte sarà l’episodio a fare la differenza e noi dovremo essere bravi e attenti affinchè questi episodi siano a nostro favore». La squadra è un bel mix tra giovani e giocatori di esperienza: tra le nuove leve c’è qualcuno che ti ha impressionato particolarmente? «Premetto che sono tutti bravi ragazzi e ottimi professionisti. Se devo fare qualche nome direi Beruatto, terzino molto bravo e Pontisso, centrocampista con tante qualità fisiche, tecniche, che calcia molto bene e forte da fuori area. Lui è un giocatore da Serie A». Il Covid è un’altra componente che può spostare gli equilibri in questo campionato? «Si certo. Ci sono squadre che non giocano, squadre che perdono a tavolino. Noi fino ad ora siamo stati fortunati ma va ad incidere molto sulle squadre che magari si trovano dimezzate, e anche allenarsi è più difficile. Anche per questo diventa più equilibrato il campionato. In un anno così dobbiamo essere pronti a tutto».

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Il calcio dilettantistico, quello amatoriale e quello giovanile, ossia lo sport di base, con questi decreti sta veramente facendo fatica. «Si, stanno uccidendo il calcio professionistico, figuriamoci quello dei dilettanti e amatoriale. La verità è questa. Le squadre e le società non hanno più le risorse dei tifosi a livello professionistico. A livello dilettantistico e amatoriale viene veramente a mancare tutto, anche la passione che ha la gente. Lo sfogo che si può avere al di fuori del lavoro è un aspetto importante della vita di milioni di persone in Italia. Nel calcio dilettantistico, poi, le strutture capisco che facciano più fatica a superare questo periodo qua. Loro sono la base del calcio, perché i professionisti partono tutti da lì» A 35 anni la tua voglia di giocare è ancora alta: che obiettivi ti poni? «La voglia è tanta perché vedo che sto bene, e se stai bene ti diverti: questo è il segreto per andare avanti quando arrivi ai 32-33 anni. Per me divertirsi ancora fa la differenza. Se il fisico tiene voglio andare avanti altri 2-3 anni. Dopo si vedrà. Ora sono in un momento positivo e voglio godermelo totalmente.” Ultima curiosità: com’è Renzo Rosso? «Renzo Rosso è un personaggio, un visionario, un grande imprenditore. Lui quest’anno viene spesso alle partite. Il figlio, Stefano, spesso anche agli allenamenti. Un segnale importante per tutto l’ambiente, a testimonianza di quanto credano e tangano al progetto. A noi fa piacere sentirli così vicini: la loro presenza è importante ed è uno stimolo per fare sempre meglio».

Riccardo Meggiorini in posa con la maglia del Vicenza al Museo Nicolis di Villafranca

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I NTERVISTA Rossi o z n e c in V

I galli della Laguna Foto: ASD Muranese

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JACOPO PELLEGRINI

a sede legale a Murano e uno staff tutto muranese doc. Il nome e lo stemma (il gallo) sono quelli storici, così come i colori sociali, il nero e l’azzurro. Molti ragazzi sono nati e vivono sulla più grande isola della Laguna (dopo Venezia…). Stiamo parlando della ASD Muranese, società che partecipa al campionato di terza cetegoria e che, con lo stop dei campionati dilettantistici causa Covid-19, in questo momento sta riordinando le idee in vista di una possibile ripresa. Vicenzo Rossi, giocatore e Ds, ci racconta quali sono gli obiettivi della squadra, grazie anche alla visione d’insieme che può avere dal suo doppio ruolo nella società. Vincenzo, spiegaci com’è iniziata la tua

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avventura con la Muranese… «Beh, ricoprire il doppio ruolo di Giocatore e Direttore Sportivo è stata un’idea nata dal nostro Presidente Massimo Gasparini, fratello di Ferdinando Gasparini (ex giocatore di Serie A degli Anni Novanta che ha vestito, tra le altre, le maglie di Hellas Verona e Vicenza n.d.r.). Ho conosciuto Massimo militando nel Venezia 1907 e da lì è nata l’idea di fare un qualcosa di nostro, un progetto che coinvolgesse la nostra isola, Murano, e noi appassionati di calcio. Abbiamo coinvolto Riccardo Zecchin, mio compagno di squadra, e Ferdinando. Noi quattro, spinti soprattutto dalle motivazioni e dalle risorse del presidente, ci siamo avventurati in questa sfida e abbiamo rifondato nel 2017 questa nuova società. La vecchia era fallita nel 2011. Anche a Riccardo è stato dato il doppio ruolo di Giocatore e Team Manager. Massimo Gasparini era il Presidente e

Vincenzo Rossi

Preparatore Atletico, mentre Ferdinando il nostro Allenatore, nonché VicePresidente». Com’è strutturata oggi la società? «Siamo arrivati alla terza stagione e io e Riccardo abbiamo mantenuto i ruoli invariati. Ferdinando è ancora il nostro allenatore, sempre con il supporto di Massimo che ha fatto il preparatore atletico per molti anni arrivando anche in categorie buone come la Promozione. Poi abbiamo degli accompagnatori eccezionali che ci seguono ovunque e mettono l’anima per questa società: Salvo


Massimo Gasparini

Massimo, Gastone Gasparini (papà di Massimo e Ferdinando n.d.r.) e Giuliano Santi. Infine abbiamo un’altra eccellenza del calcio, questa volta femminile, che è Elena Bon. Elena ha giocato come portiere tantissimi anni in Serie A e ha anche un paio di presenze in Nazionale ed è la nostra Preparatrice dei Portieri. Da lei e Ferdinando dobbiamo prendere esempio: possono trasmettere i loro vissuti e raccontare il calcio vero». Quali sono i vostri obiettivi? «Abbiamo obiettivi diversi da quelli che hanno abitualmente le altre società. Qui a Murano c’è una società di Prima Categoria, che a volte non può dare la

possibilità a tutti i giocatori delle giovanili di arrivare in prima squadra. Noi quindi vogliamo dare un’occasione a quei ragazzi in età da prima squadra di divertirsi e trovare un ambiente sano dove crescere e confrontarsi con altre persone, imparare da chi ha vissuto in prima persona il calcio professionistico e di giocare in un ambiente senza pressioni». Quali sono le difficoltà che da giugno state avendo causa Ferdinando Nando Gasparini Covid-19? festeggia un gol della Muranese «A mio parere si vede, leggendo il protocollo, che non Nel caso in cui si dovesse riprendere, è stato fatto da gente di campo ma da gente quale sarà l’obiettivo di questa stagione? d’ufficio. Noi comunque abbiamo sempre «Si parla di riprendere, forse, a febbraio/ adottato tutte le misure che bisognava marzo 2021. Alla riunione in delegazione prendere, tra cui il gel all’ingresso degli si parlava di un piano B, ossia fare solo spogliatoi e le distanze di sicurezza. il girone d’andata. Penso che ciò verrà Abbiamo messo addirittura i nomi sugli attuato, ma sto solo facendo delle ipotesi attaccapanni negli spogliatoi per garantire dovute al poco tempo che avremo a la sicurezza dei ragazzi. Abbiamo sempre disposizione. Comunque andrà quello sanificato, stampato le autocertificazioni e che faremo, quando ce lo permetteranno, misurato la febbre a tutti. Purtroppo tutto sarà di tornare in campo per divertirci, questo non è servito a nulla e ora siamo perché la Muranese è divertimento!». qua in pausa forzata…».

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I NTERVISTA occhi n G e n e G

L’Eugenio della palla Foto: @genegnocchiofficial

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ALBERTO CRISTANI

on la sua pagina Facebook @ genegnocchiofficial comunica e interagisce giornalmente con i suoi numerosi fans con gentilezza e simpatia. Su Wikipedia è ‘catalogato’ come comico, conduttore televisivo, cantante, scrittore e umorista italiano. La sua lunga e fortunata carriera è iniziata nei primi anni Ottanta allo Zelig di Milano. Da allora ha proposto una comicità e un’ironia sempre tagliente, english style, difficilmente riscontrabile in altri artisti italiani. Avvocato mancato, calciatore dilettante di altissimo livello (che ha ‘sfiorato’ il debutto in serie A), Gene Gnocchi, all’anagrafe Eugenio Ghiozzi, si racconta a SportdiPiù magazine in questa intervista esclusiva, tra sorrisi, battute e ricordi. Senza nascondere, in attesa di tempi migliori, un velo di tristezza e di malinconia. Gene, iniziamo questa intervista parlando di uno dei tuoi grandi amori ovvero lo sport, che in questo momento non se la

passa benissimo… «Di sicuro tutto lo sport, attualmente, sta vivendo un momento non bello, non facile, con tante polemiche per lo stop imposto dal governo a diverse discipline e allo sport dilettantistico. Io dico solo che dobbiamo fidarci: a nessuno fa piacere interrompere l’attività sportiva, specialmente per i ragazzi che fino a febbraio-marzo non potranno giocare. Questo fa male. Però alla fine siamo costretti a questa situazione. Bisogna pensare che tutto è fatto a fin di bene e si spera che presto si possa tornare a praticare sport in libertà senza rischi. Dobbiamo fare tutti un sacrificio, un passo in dietro. Io ho perso alcuni amici per il Covid e mi attengo scrupolosamente alle prescrizioni. Con un po’ di malinconia…». Queste costrizioni, non solo nello sport ma in generale nella vita di tutti i giorni, ci rendono tristi… «Assolutamente. Io per esempio ho debuttato il 20 di settembre con lo spettacolo nuovo e ho fatto solo una data. Per noi artisti andare su un palco e fare

quello che amiamo non è solo lavoro, è la passione della vita. Non poterlo fare, a lungo andare, ti intristisce. Questo purtroppo è un sentimento diffuso in molte altre categorie economiche e sociali». Ti fa paura rischiare un altro lockdown? «Si, mi fa paura. Ma mi fa più paura rischiare di prendere il Covid. Alcuni miei amici stavano bene e nel giro di poco sono morti. Questo mi spaventa». Il calcio di serie A pur essendo limitato va avanti: giusto così? «Certo, in sicurezza è giusto che vada avanti. È però un campionato strano, una stagione dove il Covid può determinare risultati e classifica. Quando una squadra ha 11 giocatori positivi sicuramente perde la sua identità e rischia di perdere anche partite e punti. Variabili strane, imprevedibili, peggio degli infortuni. Ma quest’anno bisogna prenderla così…». Di questa prima parte di stagione chi ti sta piacendo? «Il Sassuolo perché De Zerbi è un

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mister che non ha paura di niente contrariamente a certi ‘soloni’. Per esempio l’Inter dovrebbe accelerare ma fa tanta, troppa fatica. Mi piacciono anche Atalanta e Verona perché Juric con quello che ha riesce a fare il massimo. Anche a Genova aveva fatto vedere di cosa era capace, ma con Preziosi non è facile lavorare...». Lo sport professionistico può dare un supporto per aiutare la base o è utopia? «Secondo me sì, forse è più fattibile a livello singolo. Dal punto di vista economico le società sportive non stanno benissimo; stanno meglio i singoli giocatori e potrebbero aiutare con una raccolta fondi da destinare a realtà in difficoltà. Ci sono tutte le prerogative perché questa iniziativa venga accettata e funzioni». Far ridere in questo periodo è complicato: dove trovi l’ispirazione? «Da 12 anni sono molto aiutato da quello che succede nel mondo nel calcio. Io la sera mando sempre 3 o 4 battute per il Rompipallone de La Gazzetta, poi la redazione sceglie cosa mettere in prima pagina. Il calcio è una miniera, una fonte quasi inesauribile di ispirazione. Il giocatore è diventato social e quindi a fine giornata si è facile trovare ‘perle’ da cui prendere spunto. Poi ormai ho imparato la tecnica: è diventata una piacevole abitudine a prescindere. Per me il calcio è la vita e nel calcio c’è una ‘fauna’ che si presta benissimo ad essere presa per il culo (ride n.d.r.)». Tu sei stato anche un giocatore di categoria… «Si, ho cominciato in serie C nell’Alessandria di Pippo Marchioro, giocavo con Salvadori. Poi ho sempre giocato a livello di serie D. In quel periodo non c’erano le pay tv e quindi la gente veniva allo stadio a vedere la serie D. Io ho giocato in stadi con migliaia di persone sugli spalti. Un calcio vero, emozionante. E poi, se vogliamo dirla tutta, a livello tecnico noi eravamo più forti». Ti spiace aver sfiorato l’esordio in serie A con il ‘tuo’ Parma? (il club ducale nel 2007 tesserò l’allora 51enne Gene Gnocchi con l’obiettivo di farlo esordire nella massima serie n.d.r.) «Sì, certo, mi ero allenato bene. La squadra mi aveva accolto bene e aveva

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visto che con il pallone ci sapevo fare. Sicuramente non avrei fatto la figura del cialtrone. Mi ero preparato, mister Ranieri era d’accordo. Già mi immaginavo l’esordio all’ultima di campionato... Purtroppo il Parma quella stagione ebbe parecchie difficoltà e purtroppo si garantì la salvezza proprio all’ultima giornata vincendo 3-1 in casa con l’Empoli. Non ci fu quindi spazio per me e il mio sogno andò in fumo…». Che tipo di giocatore eri? Mi chiamavano il ‘Rivera della bassa’, quindi un trequartista vero, di quelli con i piedi gentili. Con me le punte si divertivano molto perché li facevo segnare. Molti miei amici sono ex punte o ex mediani che correvano per me». In questi anni ti sei affezionato a un giocatore in particolare?

«Il primo nome che mi viene è Marco Parolo, centrocampista della Lazio, una persona davvero speciale e intelligente, che ha un senso dell’umorismo fantastico. Menzione speciale anche per Luigi Riccio ex del Piacenza e Ignazio Abate ex del Milan». Di Verona hai qualche ricordo particolare? «Ricordo che venivo a giocare a Chievo quando era in serie D. Poi la società e la squadra sono diventati un esempio per tutto il calcio italiano. Ricordo anche il Verona scudettato di Di Gennaro e compagni: una goduria!». Collezioni cimeli calcistici? «No niente, nemmeno un video, non ho mai tenuto niente, anche se ne avrei avuto la possibilità. L’unico ricordo che ho è una foto insieme


all’ex centrocampista del Milan Dejan Savićević… (l’ex giocatore montenegrino è il sosia ‘ufficiale’ di Gene n.d.r.). Nel mondo dello spettacolo le amicizie esistono? «Sì, certo. Io e Teo (Teocoli) eravamo amici poi ci siamo persi di vista. Forse più che amici ho persone con cui creo rapporti di stima reciproca. Però non esco con colleghi, ma mi trovo bene con parecchi. Cosa fai nel tempo libero? «Gioco a tennis, mi piace scrivere, leggere e stare con le mie bimbe, sono una gioia infinita». Se potessi tornare indietro cosa non rifaresti? «Sono stato il primo di 6 fratelli e quando ho cominciato a guadagnare con questo lavoro eravamo in una situazione difficile. Forse ho accettato di fare troppe cose rispetto a quello che avrei potuto fare. Errore che alla lunga paghi, ma c’era necessità. Forse avrei dovuto diversificare, fare più cinema. Ma va bene così: mi son tolto tanti sfizi e soddisfazioni in tv…».

dire ‘stronzate’ perché è la mia vita. E continuerò a scrivere: sto finendo un libro di racconti. Saranno le cose che farò fine alla fine, anche la priorità sono mia moglie e le mie figlie.

Come vedi il tuo futuro? «Continuerò ad andare sul palco a

Com’è la comicità in questi anni? Difficile dirlo, ognuno ha i suoi modelli

È difficile per te gestire lavoro e famiglia? «No, ho sempre trovato equilibrio. La tv per me è un lavoro come un altro: appena finisco torno a casa e faccio il papà e il marito. Non sono uno a cui piace la mondanità».

di comicità. A me, per esempio, sono sempre piaciuti Paolo Villaggio nei panni del Professor Kranz tedesco di Germania, Cochi e Renato, Iannacci. Questo è tipo di comicità che mi piace e nella quale mi riconosco. Altre mi piacciono meno. Ma so quanto è difficile far ridere perciò apprezzo e rispetto tutti i comici». Ultima domanda: c’è un evento sportivo che avresti voluto vivere da protagonista? «Si, mi sarebbe piaciuto essere Federer e vincere Wimbledon battendo contemporaneamente Nadal e Djokovic. Chiedo troppo?».

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Foto: Pentaphoto - Giacomo Pompanin - Bandion

SPO RT LI FE

MondialSci 2021: Cortina it’s ready! Lunedì 15 Febbraio - Giorno di riposo Martedì 16 Febbraio - Qualificazione Parallelo e Finali Parallelo Mercoledì, 17 Febbraio - Parallelo in Team Giovedì 18 Febbraio - Slalom Gigante femminile (prima manche) e Slalom Gigante femminile (seconda manche) Venerdì 19 Febbraio - Slalom Gigante maschile (prima manche) e Slalom Gigante maschile (seconda manche) Sabato 20 Febbraio - Slalom femminile (prima manche) e Slalom femminile (seconda manche) Domenica 21 Febbraio - Slalom maschile (prima manche) e Slalom maschile (seconda manche)

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A CURA DELLA REDAZIONE

anca davvero poco ai Campionati del Mondo di Sci Alpino 2021 evento che, insieme alle Olimpiadi invernali, è il più importante appuntamento del mondo dello sci alpino. Un grande spettacolo fatto di gare ed eventi che si svolgerà a Cortina d’Ampezzo dal 7 al 21 febbraio 2021 In calendario 13 gare maschili e femminili che porteranno nell’ampezzano oltre 600 atleti da 70 nazioni, insieme a 6.000 persone tra addetti ai lavori, tecnici, preparatori atletici, skimen e dirigenti, cui si aggiungono il popolo dei media e i volontari. Un evento di portata globale che coinvolgerà oltre 500 milioni di persone collegate in diretta televisiva da tutto il mondo, cui va a sommarsi la popolazione digitale attraverso i nuovi Media. La sede La sede è stata scelta dal congresso FIS di Cancún, in Messico, il 10 giugno 2016. Cortina d’Ampezzo si è imposta dopo quattro candidature andate a vuoto (l’ultima contro

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la svedese Åre per i Mondiali 2019). La località ha già ospitato la rassegna iridata nel 1932 e nel 1956 (in tale occasione le gare olimpiche furono valide anche ai fini dei campionati mondiali, come d’uso fino ai XIII Giochi olimpici invernali di Lake Placid 1980). Vi fu inoltre un’ulteriore edizione, quella del 1941, in seguito dichiarata nulla a causa della seconda guerra mondiale. Il calendario delle gare Domenica 7 Febbraio - Cerimonia di apertura FIS Alpine World Ski Championships Cortina 2021 Lunedì 8 Febbraio - Combinata Alpina femminile Martedì 9 febbraio - SuperG femminile e SuperG maschile Mercoledì 10 Febbraio - Combinata Alpina maschile Giovedì 11 Febbraio - Prove ufficiali Discesa Libera femminile e Prove ufficiali Discesa Libera maschile Venerdì 12 Febbraio - Prove ufficiali Discesa Libera maschile e Prove ufficiali Discesa Libera femminile Sabato 13 Febbraio - Discesa Libera femminile Domenica 14 Febbraio - Discesa Libera maschile

Sport, spettacolo, ma anche i valori di lealtà, rispetto e impegno che ne sono alla base e la divulgazione di una cultura dello sport che su questi si fonda territorio, Cortina d’Ampezzo e tutta l’area delle Dolomiti Patrimonio UNESCO passione, quella degli atleti, dei tifosi, ma anche quella del team che compone il comitato organizzatore futuro, i giovani, la sostenibilità, l’innovazione, la legacy materiale ed immateriale che un grande evento lascia al territorio. Gli ambassador Sono due gli ambassador dei Campionati del mondo di sci alpino del 2021: Kristian Ghedina, l’uomo jet padrone di casa, e Sofia Goggia, campionessa olimpica e vincitrice della coppa di specialità nel 2018, legatissima a Cortina d’Ampezzo. La mascotte Corty, lo scoiattolo rosso simbolo di Cortina d’Ampezzo, si veste con il pettorale da sci e diventa la mascotte ufficiale di Cortina 2021 affiancando il comitato organizzatore nella promozione degli eventi nelle diverse località. Info e acquisto biglietti: https://www.cortina2021.com/


I NTERVISTA rma A id h c a R

ARMA LETALE Foto: Maurilio Boldrini/Paolo Schiesaro

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Virtus Verona


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MATTEO LERCO

a fame per raggiungere la fama. La storia umana e calcistica di Rachid Arma è un inno alla perseveranza: ogni singola conquista, ogni singolo successo la punta marocchina, terminale offensivo della Virtus Verona, se l’è assicurato attraverso sacrificio e dedizione al lavoro. Il suo viaggio nel nostro Paese parte da lontano, quando arrivò a Verona da giovane per ricongiungersi col padre arrivato anni prima in Italia col fine di sostentare la propria famiglia. Durante il primo anno alla Sambonifacese ha condiviso le fatiche giornaliere in fabbrica con papà, allenandosi la sera sul campo per coltivare il sogno del grande calcio. Approdato nel professionismo, Arma è stato un fiume capace di inondare di reti ed emozioni ogni piazza che ha rappresentato: Spal, Torino, Carpi, Pisa, Reggiana, Pordenone, Triestina e Vicenza sono state le tappe di un lungo percorso di crescita ancora oggi in divenire. Perché ‘un passo alla volta’ Rachid è arrivato molto distante.

quale sono state le motivazioni che hanno condotto a questo matrimonio? «Conosco Gigi dai tempi dei derby con la Sambo, siamo sempre restati in contatto e quest’estate ho capito che ripartire da Verona poteva essere per me lo stimolo

giusto. È proprio vero che alla Virtus ci si sente tutti parte di un qualcosa di più grande: si lavora bene sul campo anche perché c’è una serenità incredibile che permea tutto l’ambiente. C’è una perfetta unione tra familiarità e professionismo».

Rachid, dopo la storica promozione in Serie B col Vicenza hai accettato la chiamata della Virtus di Gigi Fresco...

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Se ripensi al recente biennio vicentino che pensieri riaffiorano alla tua mente? «È stato un onore essere tornato dopo dieci anni a vestire una maglia così pesante. Vicenza è una piazza storica che vive e respira calcio trecentosessantacinque giorni l’anno. Aver scritto un pezzo di storia è un qualcosa che non si dimentica: sono stati due anni dall’indescrivibile impatto emotivo». Scollinati i trentacinque anni quali pensi siano state le sliding doors dirimenti nella tua carriera? «Indico in primis la Spal, in quanto da lì è partito il sogno. Ho segnato sedici gol, un bottino soddisfacente considerando che era la mia prima esperienza in Serie C. Nel calcio, e in generale nella vita, partire bene è sempre fondamentale: devo ringraziare eternamente Aldo Dolcetti per la fiducia che ha riposto in me, facendomi subito sentire importante. Sicuramente il picco più alto è stata la rete col Torino nella finale playoff di ritorno a Brescia. Molti ricordano però il gol regolare che mi annullarono nella gara d’andata contro le “rondinelle”, un sigillo che poteva valere la A e che dentro di me grida ancora vendetta. Probabilmente però doveva andare così». Hai il rammarico di aver solo sfiorato l’accesso al massimo palcoscenico italiano? «La Massima Serie dev’essere la meta finale per ogni professionista. Personalmente ho la consapevolezza di aver dato sempre il massimo di me stesso, una convinzione che mi appaga completamente, in quanto sono riuscito a togliermi lo stesso delle immense soddisfazioni. Non cambierei niente di ciò che è stato: vittorie e sconfitte hanno contribuito a formare la persona che sono oggi e quindi sono a posto così. Se sai di avere dato tutto non possono esserci rimpianti». Sei stato protagonista di un’incredibile scalata verticale, partendo dai dilettanti e arrivando all’apice del campionato Cadetto. Ritieni che il tuo ‘partire dal basso’ sia stato un vantaggio? «Penso che sia stato indubbiamente un fattore positivo. Il dilettantismo ti trasmette la “fame”, una prerogativa fondamentale per arrivare in alto: quando ti alleni, ti confronti con compagni che fanno moltissimi sacrifici, percependo uno stipendio normale. Vivere una realtà del genere ti cambia in positivo la percezione che hai dell’esterno. Ho

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sempre detto che per me il calcio è innanzitutto una palestra di vita: ti insegna a non voltarti di fonte alle avversità e a faticare per raggiungere uno scopo». Come ha impattato il Covid 19 nella vita di voi calciatori? «Il mondo sta attraversando una fase estremamente travagliata e il “Pallone” non fa eccezione. Ogni tre o quattro giorni siamo sottoposti a tamponi e in generale si ha quotidiana cognizione della delicatezza del momento. Per un calciatore giocare senza pubblico è una menomazione non indifferente: esultare

davanti ai tifosi e avvertire il loro calore è una delle componenti che apprezzo maggiormente di questo sport. Il calcio, per come la vedo io, è una forma di arte che se non viene percepita direttamente perde molto del suo fascino». Quanto peso riveste la psiche nell’economia complessiva del gioco? «È un aspetto decisivo. Banalmente, se devi giocare una partita con un deficit fisico ma sei apposto a livello mentale puoi disputare lo stesso una gara convincente, mentre al contrario se ti manca la testa il resto è pregiudicato. La mente muove tutto.»


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Foto: Anytime Fitness

I NTERVISTA lli u P io il m E

Fitness? Yes, Anytime!

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MATTEO VISCIONE

a palestra è, da sempre, un luogo di incontro, di socializzazione e soprattutto di benessere, dove chiunque può, in base alle proprie esigenze e caratteristiche, mettersi in gioco per migliorare la propria forma. Volontà e determinazione fanno sempre la differenza sebbene anche il contesto in cui ci si allena può senz’altro

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influire. Senza dubbio innovativo il tal senso è il progetto Anytime fitness. Nato in America nel 2002, dopo un primo sviluppo nei principali paesi anglosassoni, Gran Bretagna ed Australia, si è espanso nel sud-est asiatico per poi tornare in Europa. Dopo una notevole copertura sul territorio spagnolo, se consideriamo gli oltre 20 centri solo nella città di Barcellona, è approdato in Italia da circa un paio d’anni. Ad oggi si può ritenere la realtà di palestre più estesa

sul globo terrestre con un numero di club che supera le 4700 unità. Emilio Pulli, responsabile della palestra Anytime Fitness di Via Torbido a Verona, ci spiega nel dettaglio la filosofia e gli obiettivi del brand. Emilio, quali sono le caratteristiche delle palestre Anytime Fitness? «Accessibile 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno. Offriamo servizi di alta qualità a prezzi equilibrati


garantendo ai propri clienti standard di alto livello al miglior costo. Il format si pone infatti come la giusta alternativa tra i club chic e pretenziosi e le palestre economiche ma eccessivamente affollate. Grazie ad una chiavetta magnetica che il cliente riceve al momento dell’iscrizione, è possibile accedere ad ogni centro Anytime Fitness nel mondo, in qualunque momento. Non solo: i club sono particolarmente apprezzati per il design moderno ed elegante, i servizi all’avanguardia, gli avanzati sistemi di sicurezza con video-sorveglianza attiva h24 ed i macchinari di ultima generazione che rendono la fitness experience ancora più interattiva e coinvolgente».

Perché anche a Verona? «Io direi: ‘e perché no?’. Verona, oltre ad essere una città stupenda, insieme alla sua provincia rappresenta uno dei poli produttivi principali del paese. Sempre più attività e lavoratori di ogni genere popolano il territorio veronese, aumentando così le necessità di cui parlavo poc’anzi. Una di queste è sicuramente l’elasticità d’orario in cui ci si può allenare e, prima di noi, in città non c’erano palestre accessibili in qualunque

giorno ed ora da parte dei soci». Che caratteristiche ha la palestra di Verona? «Con quasi 900mq di estensione su un unico piano, la palestra di Verona, insieme a quella di Roma Magliana, rappresenta il club Anytime Fitness più esteso in Italia e uno dei più grandi in Europa. Abbiamo utilizzato questo spazio suddividendolo in varie aree. Tutta la nostra attrezzatura è fornita da uno dei produttori più forti del panorama fitness americano, per garantire il meglio in quanto a funzionalità, servizi, sicurezza e risultati. La zona cardio ha un vasto assortimento di macchinari (solo i

studio avanzato della biomeccanica umana proprio per dare la massima resa senza rischiare di incorre in infortuni. Anche qua abbiamo voluto dare un’ampia scelta che prevede sempre almeno un’alternativa per gruppo muscolare nel caso in cui un macchinario sia occupato. Abbiamo un’ampia sala corsi, circa 120 mq, dove è possibile seguire lezioni con i nostri istruttori in sicurezza e nel rispetto delle normative vigenti. Le attività svolte al suo interno sono di diverse tipologie proprio per andare incontro ad ogni tipo di cliente e di richiesta. Per chi ama il fitness a corpo libero, abbiamo un ampio spazio per l’allenamento funzionale, che rappresenta la base dell’ormai conosciutissimo crossfit, con attrezzatura

tapis-roulant sono 10) tutti con schermo da 21” e connessione ad internet per potersi intrattenere mentre si fa attività fisica navigando, guardando film o serie televisive oppure gareggiando con altre persone in giro per il mondo. I macchinari isotonici, quelli con movimento assistito, hanno tutti uno

dedicata anche alla prepugilistica. Qua è possibile creare i propri circuiti o seguire quelli suggeriti dai nostri trainer. Infine andiamo a toccare l’aspetto più classico della palestra: la sala pesi dove è possibile trovare tutto il necessario per il sollevamento pesi con l’integrazione di macchinari a carico libero».

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Un aspetto altrettanto importante della palestra sono spogliatoi, pulizia e sicurezza… «Certo, direi che sono uno dei nostri punti forti e su cui riceviamo tantissimi complimenti. I nostri spogliatoi sono tutti muniti di docce private: ogni doccia ha la sua cabina privata antistante dove è possibile cambiarsi in totale privacy. Per quanto riguarda le pulizie, ci affidiamo ad una società specializzata che interviene con personale esteso due volte al giorno. Doveroso spendere due parole sul sistema H24 Anytime Fitness che per molti può risultare una novità. Il nostro sistema H24, come dicevo, è stato provato e rodato in 4.700 centri in ogni parte del mondo. L’intero stabile è videosorvegliato e ci sono dispositivi personali di sicurezza per poter interagire direttamente con la società di sorveglianza in qualunque orario del giorno e della notte». Anche il personale è di grande qualità... «La scelta del personale è frutto dal nostro principale obiettivo: dare un’assistenza a 360° ai nostri clienti. Una cosa che si nota già entrando nella nostra struttura è che commerciale, assistenza e reception confluiscono tutti in un’unica figura di consulente. Questa decisione deriva proprio dalla volontà di assegnare ad ogni persona un’unica figura di riferimento, per tutto ciò che esula la parte tecnica, sin dal primo passo che muove all’interno di Anytime Fitness Verona, per dare un’assistenza continuativa ed efficace ai nostri soci. Per quanto riguarda il personale tecnico, abbiamo selezionato professionisti del settore qualificati, ognuno con una propria peculiarità e specializzazioni. Questo permette al cliente di indirizzarsi in maniera del tutto naturale verso un istruttore piuttosto che un altro. Tutti i nostri tecnici, a rotazione, fra le 9 e le 21, si dedicano all’assistenza di sala per seguire gratuitamente, in base alle diverse esigenze e in base alle necessità, tutti i soci presenti. Oltre ai consulenti, lo staff tecnico e gli istruttori dei corsi, stiamo portando avanti collaborazioni con personale esterno come osteopatia, medico sportivo, massoterapia e nutrizionista. Tutto questo sempre per garantire un’assistenza a 360°». Inoltre per ogni iscritto c’è un ‘controllo’ particolare… «Esatto. Al momento dell’iscrizione,

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sulla base di quella che è una valutazione primaria da parte nel nostro consulente, come regalo di benvenuto viene preso un appuntamento con uno dei nostri tecnici. Durante l’anamnesi, si espongono quelli che sono le proprie necessità,

disponibilità di tempo, limitazioni, eventuali infortuni e, soprattutto, obiettivi. A seguire viene fatta una pesata bioimpedenziometrica biassiale per avere uno screening completo del punto di partenza. Sulla base delle informazioni


implementazioni proprio sulla base dei consigli dei nostri soci! Questo ci riporta al discorso iniziale che ogni territorio ha delle richieste diverse alle quali noi intendiamo rispondere». Il Covid vi ha messo il bastone tra le ruote: come avete reagito? «Il Covid si è fatto sentire dall’inizio di questo progetto. I lavori di ristrutturazione dello stabile sono cominciati a metà febbraio del 2020 e poco dopo è scattata l’emergenza. L’apertura prevista inizialmente era a maggio ma alla fine è slittata a inizio settembre. Per fortuna abbiamo una realtà solida alle spalle ed abbiamo approfittato di questa situazione e dell’esperienza degli altri nostri centri per aprire secondo tutti i crismi necessari alla sicurezza dei nostri soci in questo strano periodo storico. Di certo speravamo di non dover far fronte ad una nuova chiusura. Per adesso non ci rimane che focalizzarci su quando sarà il momento di riaprire. Sicuramente ci danno molta forza tutti i messaggi di sostegno che riceviamo da parte dei nostri soci».

Come state gestendo questo nuovo periodo di stop forzato? «La prima cosa a cui abbiamo pensato è stata quella di garantire un servizio che permettesse ai nostri clienti di tenersi in forma nonostante la chiusura forzata. Grazie al supporto di Anytime Fitness Italia, abbiamo creato un palinsesto di corsi, molto nutrito, tenuto da istruttori da tutti i club d’Italia. Questo servizio è completamente gratuito per tutti i nostri soci. Nel frattempo, grazie ai consigli da parte dei nostri soci raccolti in questo periodo di apertura, ci stiamo adoperando per apportare continue migliorie sia nella struttura che nei servizi. Lo staff, in particolare, quello tecnico, sta avanzando nei propri studi e nella propria preparazione per potere dare un contributo ancora maggiore al momento della riapertura». Emilio, un’ultima domanda: quanto ti manca sollevare e vedere sollevare pesi? «Tantissimo! Anche se, a dire il vero, ciò che manca di più a tutti noi è la soddisfazione ed il sorriso negli occhi dei nostri clienti! Non vediamo l’ora di tornare a fare il nostro lavoro!».

raccolte, l’istruttore si riserva 48 ore di tempo per sviluppare un piano d’allenamento personalizzato che il socio si ritroverà automaticamente all’interno della nostra applicazione. Attraverso l’APP si possono annotare i propri allenamenti, monitorarne i progressi o vedere i video con l’esecuzione degli esercizi nel caso in cui si fosse impossibilitati a venire nell’orario in cui è prevista l’assistenza di sala». La vostra proposta prevede anche corsi specifici? «Sì, come anticipato poco prima, tutti i nostri corsi prevedono la presenza di un insegnante qualificato in quella disciplina. Si va dal benessere fisico con lezioni di postulare e pilates, al rinforzo muscolare con total body e cross-training ed al fitness coreografato e l’intrattenimento come aero-combat e zumba. Queste sono solo alcune delle lezioni previste all’interno della nostra struttura! Attualmente il palinsesto di partenza è composto da 22 corsi settimanali ma è in continua evoluzione e verranno presto fatte modifiche ed

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I NTERVISTA Collins d r a h ic R

Diamo spazio allo Foto: D.D. INTERNATIONAL Mater Virtual Academy

sport

Richard Collins consegna il diploma ad uno studente durante la cerimonia tenutasi a settembre in Piazza Bra a Verona

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JACOPO PELLEGRINI

ichard Collins, CEO & General Manager del Programma Doppio Diploma Italia-USA (anche per l’Austria) e Amministratore Delegato di Lingua Verona, conosce benissimo il mondo dell’Istruzione (è anche docente universitario a Verona n.d.r.) e il mondo dello sport. Attraverso il suo Programma Richard cerca di insegnare non la lingua inglese ma anche il ‘vivere’ lo sport e

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la scuola a 360°, prendendo spunto e ispirazione dalla realtà USA. Richerd, come e quando nasce Doppio Diploma? «Il Programma Doppio Diploma nasce nel 2013, durante un mio viaggio a Miami. Ero in un ufficio di uno studio legale importantissimo e lì ho conosciuto un avvocato che ha studiato a Firenze. Ci presentiamo e nel giro di 20 minuti mi parla di questo progetto che lui aveva già attivato, tramite il gruppo “Academica”, in Spagna e che stava per partire anche

in Francia. Nel giro di un mese è venuto a Milano da Miami, ci siamo incontrati all’hotel Bvlgari, abbiamo parlato e mi ha chiesto se mi interessasse il progetto. A me interessava molto, soprattutto per le famiglie italiane che mi chiedevano spesso percorsi di formazione più efficaci o consigli per mandare il figlio in America a studiare per 6/12 mesi. Dopo il primo anno avevamo già 100 iscritti e lì ho capito che questo progetto era qualcosa di speciale. Oggi siamo a 2’000 in tutta Italia. Per spiegare meglio come si ragiona in certi accordi negli


Richard Collins

USA, quando al Bvlgari ho detto ‘Ok’ lui aveva già i contratti nella valigetta pronti e firmati. Li ho firmati anche io e siamo partiti subito». Quali sono gli obiettivi e come si sviluppa questo progetto? «I ragazzi che vogliono migliorare l’inglese spesso vanno all’estero un anno: tornano e non hanno nessun certificato, tanto meno il diploma. Il nostro percorso, invece, prevede che i ragazzi non debbano andarsene dall’Italia: fanno tutto in simultanea con il loro Liceo. I

ragazzi per avere un diploma statunitense devono avere 6 crediti, ossia 6 corsi, post orario scolastico, da fare in 4,3 o 2 anni (noi consigliamo 4/3). Gli studenti che fanno questo percorso escono con il diploma americano e hanno il C1. I corsi sono: 2 di inglese, 2 a scelta (es. Criminologia), 1 sulla Storia americana e 1 sull’Economia americana. In America il peso dello Sport è quasi al livello della didattica, per questo facciamo arrivare in Italia ogni anno squadre di Football e di Basket dai licei USA, grazie anche alla collaborazione con la Scaligera,

che giocano contro i ragazzi italiani. I nostri ragazzi ricevono il diploma solo al completamento della Maturità: quando vengono promossi l’ultimo anno di Liceo, poi vengono alla cerimonia di “Academica”. Quest’anno la cerimonia è stata fatta in Piazza Bra, ma se dovessimo arrivare ai mille diplomati il Comune di Verona ci metterà a disposizione l’Arena». In quanti e quali Paesi è già attivo il Progetto? «Il Programma Doppio Diploma è

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presente in 18 Paesi. L’Italia è terza come numero di studenti, dopo Spagna e Francia che sono partite prima. Adesso stanno arrivando anche Germania ed Austria. Poi ci sono la Corea del Sud, Brasile, Argentina, Costa Rica e India per esempio. La cosa molto bella è che l’aula dove i ragazzi studiano è collegata alle aule dei ragazzi di altri Paesi, per cui quando gli studenti fanno i compiti si confrontano con studenti tedeschi, americani, argentini ecc. Con la lingua inglese che unisce il tutto». Che legame c’è tra Programma Doppio Diploma e sport, facendo un parallelo tra realtà statunitense e italiana? «I ragazzi possono scegliere un’estate e li ospitiamo in un Liceo a Miami per 20 giorni prima che inizi la scuola italiana, solitamente dal 20 agosto al 10 settembre. Gli studenti partono e frequentano il Liceo in USA con il loro buddy (compagno n.d.r.) americano. Questo è il coetaneo che i ragazzi seguiranno durante la loro permanenza in USA: se lui va a lezione, loro vanno a lezione; se va all’allenamento di Football, loro andranno all’allenamento e così via. La stragrande maggioranza degli studenti americani vivono il Liceo fino alle 19.00. Seguono le lezioni fino

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alle 15.30, però poi si fermano per le attività extra scolastiche: Football, Basket, Baseball, Giornalismo ecc. In Italia, purtroppo, sport e istruzione sono due cose distinte e che spesso si praticano in modo totalmente disgiunto tra di loro». Hai uno sport che ami in particolare? «Lo Sport che prediligo più di tutti è il Football Americano. Ho giocato sia al Liceo che all’Università, però ero troppo piccolo perché pesavo circa 85kg e sono alto 1.82m: lì si parte dai 100kg in su. Poi ho giocato a calcio avendo vissuto anche in Italia. Ho praticato anche basket e mi piace moltissimo, motivo per cui siamo sponsor della Scaligera di Verona. Inoltre ho sciato moltissimo e nuoto ancora oggi almeno quattro volte alla settimana. Ma il football è il mio preferito in assoluto, soprattutto per quello che insegna ai ragazzi e per la strategia del gioco». Quali sono le prospettive future del Programma Doppio Diploma e la sinergia con SportdiPiù magazine? «Con SportdiPiù magazine l’idea è di organizzare e promuovere, appena sarà possibile, un Campus Internazionale a Verona per i ragazzi del Doppio

Diploma (italiani, americani, tedeschi ecc.) che vengono per stare nel campus sia a dormire che a mangiare che per le altre attività, per periodi che possono andare da una settimana a un mese. Stiamo cercando solo il posto perché la squadra c’è e gli investimenti ci sarebbero. L’idea finale è di creare un campus in stile americano dove i ragazzi vengono anche per conoscersi e praticare sport, dal calcio, al basket fino, ovviamente, al ‘mio’ amato football». Come vedi il futuro prossimo per lo Sport italiano, USA e mondiale? «Negli USA lo Sport è a un livello superiore: basti pensare che se a 12 anni sai fare bene qualcosa arrivano già gli sponsor e borse di studio per il Liceo e l’Università. In Italia mi complimento con quegli sport, nel mondo extracalcistico, che vanno avanti perché è un Paese dove non c’è molto supporto economico e di visibilità, a parte che per le discipline ‘famose’. Io mi auguro che le scuole italiane si aprano sempre di più al mondo dello Sport, magari dando anche dei crediti agli studenti che vi investono tempo. Serve una maggiore interazione tra scuola e sport, per il bene dei nostri ragazzi e per creare in loro una vera mentalità sportiva».


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I NTERVISTA ulan c a M o n ia il im s Mas

Foto: Verona Strada Sicura

VSS, insieme per

educare i conducenti di domani

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JACOPO PELLEGRINI

assimiliano Maculan, responsabile 118, presenta ai lettori di SportdiPiù magazine, Verona Strada Sicura Associazione fondata nel 2016 e di cui è il presidente. L’obiettivo principale di VSS è raggiungere il maggior numero di persone possibile soprattutto tra i più giovani, al fine di farli riflettere i ragazzi,

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di ‘fargli accendere il cervello’ per cambiare loro la cultura della sicurezza stradale, tematica troppo spesso al centro di tragedie. Massimiliano, raccontaci di te… «Sono un infermiere del SUEM (Servizio Sanitario di Urgenza ed Emergenza Medica, n.d.r.) 118 di Verona. Prima di essere infermiere avevo iniziato come volontario in associazioni sempre nell’ambito dell’emergenza: Croce

Europa, Croce Verde e Croce Bianca. Una vita, la mia, dai 18 anni in poi dedicata al soccorso, all’emergenza e soprattutto alle persone che hanno difficoltà e bisogno. Ho iniziato a lavorare nel SUEM nel 2002. Nel 2003 ho conosciuto Andrea Scamperle, poliziotto capoufficio incidenti della questura di Verona. Andrea si presentò da noi dicendo che secondo lui andava fatto un lavoro di prevenzione in ambito di sicurezza stradale in quanto


la Polizia, e lui in particolare, veniva troppo spesso chiamata per rilevamenti di incidenti stradali mortali. Ha chiesto la collaborazione del 118 e da allora ci siamo messi a disposizione. Io in particolare mi sono fatto carico di questa tematica e ciò ha portato, dopo anni di attività di prevenzione, alla fondazione, nel 2016, dell’Associazione Verona Strada Sicura della quale sono presidente». Quali sono i vostri obiettivi? «Amiamo definire Verona Strada Sicura una seconda famiglia. Durante il suo percorso di crescita abbiamo visto l’associazione diventare un collante tra enti istituzionali come Polizia, 118, Vigili del Fuoco e genitori di ragazzi che hanno perso la vita sulla strada a seguito di incidenti stradali, che sono la nostra componente più importante. Importanti poi sono le testimonianze degli atleti di handbike della squadra della GSC Giambenini, uomini e donne che, sempre a causa di incidenti stradali, sono diventate disabili. A tutti questi si sono aggiunti negli anni vari partner e testimonial come gli ausiliari del traffico dell’Autostrada A4. La nostra attività di prevenzione avviene principalmente nelle scuole con le classi quarte e quinte superiori».

Un legame forte, quindi, con sport e giovani… «Si, una sinergia che si è rafforzata molto in questi anni. L’Associazione cerca di cambiare la cultura della sicurezza stradale e per fare ciò ha bisogno di una cassa di risonanza importante per arrivare soprattutto al modo ai giovani. E il veicolo più efficacie è senza dubbio lo sport. Tutti, chi più chi meno, praticano

un po’ di sport; ecco perché ho pensato che, oltre la scuola, sia uno dei settori su cui far leva. Ecco quindi le collaborazioni con SportdiPiù Magazine, con l’Hellas Verona, con la BluVolley, con la Man e con altre realtà importanti. Stavamo perfezionando le collaborazioni con Falconeri Ski Team, Scaligera Basket e Ducati ma con il Covid per ora ha fermato tutto...».

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Legame con il territorio e le scuole? «Il legame con il territorio è stato sempre molto forte. Esiste da sempre una grandissima collaborazione con tutte Forze dell’Ordine, con il Comune di Verona e con la Regione Veneto. L’anno scorso per il progetto delle scuole siamo riusciti ad avere il patrocinio dalla Prefettura. Prefetto che ci ha accolto con grande intensità ed è venuto alla presentazione della nostra sede. Poi mi ha convocato direttamente in prefettura e dopo avergli parlato dei nostri progetti (25 incontri nelle scuole e un concorso a premi in collaborazione con Gardaland n.d.r.) non ha esitato a patrocinarli entrambi e addirittura ci ha ospitato per la presentazione dei progetti. Il collegamento con il tessuto sociale e con i mass media è imprescindibile. Io dico che dobbiamo ‘vendere cultura’ non un prodotto. VSS non fa concorrenza a nessuno. Il messaggio deve essere raccolto e condiviso da tutti». Cosa ci dici della partnership con SportdiPiù Magazine? «Questa partnership secondo me è fondamentale e ne sono orgoglioso. Innanzitutto perché all’interno della redazione ci sono degli amici e poi perché SportdiPiù è una realtà importante, un magazine di spessore con

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articoli interessanti sia per come sono scritti, sia per il taglio che per i temi che affronta. Parla di sport e ciò che lo circonda. Lo ripeto: lo sport è un veicolo importantissimo nel mondo sociale e noi, in quel mondo, ad oggi, abbiamo veramente bisogno di valori che abbiamo perso. I nostri ragazzi devono ritrovare certi valori, ma li devono ritrovare tramite noi adulti. SportDiPiù a mio avviso è un mezzo per trasportare questi valori. Dal 2021 inizieremo una rubrica nella quale racconteremo l’attività, le storie e le iniziative di VSS. Sarà un altro importante passo che ci permetterà di ampliare il nostro messaggio anche fuori Verona. Se il nostro progetto dovesse

trovare terreno fertile anche nelle altre province del Veneto, noi siamo pronti a metterci in gioco. Perché la sicurezza stradale è una tematica che non ha confini». Chi volesse contattarvi? «Sul nostro sito www.veronastradasicura.org si possono trovare tutte le informazioni, i report della nostra attività e i riferimenti per contattarci. Inoltre abbiamo la pagina Facebook @strada.sicura sulla quale pubblichiamo foto, video e la nostra rassegna stampa. Un modo ‘virtuale’ che ci permette di arrivare in tempo reale ad una platea molto ampia e smart, un target che a noi interessa molto».


I NTERVISTA alazzin P e n o im S

Giù le mani dall'

Foto: Simone Palazzin

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MATTEO LERCO

ra i ‘mezzi’ e gli infiniti ‘fini’ che attraverso di essi si possono realizzare esiste una tensione ineliminabile. Qualsiasi strumento nel vivere quotidiano se utilizzato nella maniera scorretta può condurre ad esiti drammatici: onestà intellettuale è innanzitutto non confondere l’astratta pericolosità di una dinamica con l’inevitabile pericolosità della stessa. L’MMA, acronimo di Mixed Martial Arts, è finita ultimamente nell’occhio del ciclone per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, ragazzo ucciso in una rissa a

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MMA!

Colleferro nel tentativo di soccorrere un amico in difficoltà. La pratica della disciplina da parte dei due principali sospettati è stata impropriamente strumentalizzata dai media che l’hanno additata come concausa dell’evento, un’accusa che ha fomentato un acceso dibattito sulle criticità di quest’arte marziale. Insieme al Maestro Simone Palazzin, titolare della palestra Combat Academy, abbiamo provato a superare la nube di polemiche, al fine di osservare con lucidità e oggettività la questione. Simone, a livello mediatico recentemente si è parlato tanto di MMA arrivando, in certi casi, a ‘demonizzare’ la disciplina.

Qual è il tuo pensiero a riguardo? «Ritengo che qualsiasi mezzo, se utilizzato impropriamente, possa diventare fonte di pericolo. Se penso alla vicenda di Colleferro non inquadro dei fighter, ma dei delinquenti: ogni considerazione ulteriore per me lascia il tempo che trova di fronte all’inqualificabilità del gesto. La vicenda deve essere analizzata considerando la perversione degli individui e non gettando fango su un’arte che al contrario ha come caposaldo il rispetto altrui. Vi cito a riguardo i due lottatori che durante l’attentato in Francia hanno salvato la vita ad un poliziotto e ad un cameriere, a riprova del fatto che è sempre la qualità


La protesta pacifica della Combact Academy per la chiusura della palestra.

delle nostre scelte a fare la differenza. Penso all’MMA come ad una scuola di vita: in palestra accogliamo spesso dei ragazzi aggressivi che iniziano con noi un percorso che li porta a cambiare la percezione che hanno della società. Questa è la vera essenza di ciò che noi maestri insegnamo». Che percorso fai intraprendere ad un giovane che intende avvicinarsi a questo mondo? «L’approccio vincente è sempre quello di seguire la sua passione: se credi in ciò che stai facendo tutto il resto viene da sé. Personalmente penso sia più semplice allenare ragazzi che non hanno mai praticato altre arti marziali, in quanto è più rapido il processo di assimilazione dei nuovi gesti e movimenti. In generale non ci sono particolari barriere, in quanto l’unico fattore che conta veramente è il duro lavoro».

Che impatto sta avendo questa «seconda ondata» di Covid-19 sul settore? «Si fatica tantissimo, dallo scorso anno lavoriamo a singhiozzo e l’incertezza che arriva dall’alto di certo non aiuta. Noi titolari di palestre ci siamo adoperati per garantire sanificazione e sicurezza all’interno dei luoghi che utilizziamo, ma a quanto pare non è servito a nulla, dato che la chiusura si è abbattuta indiscriminatamente. Se penso specificamente all’MMA le difficoltà sono ancora maggiori, considerato che non siamo riconosciuti come disciplina sportiva, un mancato inquadramento che, com’è facile immaginare, non porta agevolazioni, ma accumulo di problematiche». Volgendo lo sguardo all’estero, che situazione si sta delineando? «Purtroppo in ambito europeo nessuno se la sta passando bene.

Simone Palazzin con Giulia Chinello.

L’unica differenza rispetto al territorio nazionale è che oltralpe, in certi casi, gli eventi possono continuare a disputarsi. Neanche questa però è una verità assoluta in quanto un’atleta professionista che seguo doveva disputare tre match in giro per l’Europa, ma sono stati annullati a causa dell’emergenza. Vedremo che piega prenderà la faccenda, ma non vedo un cielo sereno all’orizzonte».

Simone Palazzin e la squadra della Combact Academy

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Il tuo cammino nelle arti marziali è iniziato molto lontano… quali sono stati gli snodi principali della tua carriera professionale? «È partito tutto venticinque anni fa quando iniziai ad appassionarmi del kick jitsu, la “madre” dell’odierna MMA. Ho praticato negli anni anche il ju jitsu, la kickboxing e il judo, tutte esperienze bellissime che hanno contribuito a formare la persona che ora sono. Nella mia palestra oltre alle arti marziali miste insegno anche la kickboxing». Agli onori della cronaca è giunto l’inaspettato ritiro di Khabib Nurmagomedov, da molti considerato il più grande fighter di tutti i tempi. Se è vero che per osservare nella sua interezza un quadro va fatto un passo indietro, non pensi che realizzeremo la sua grandezza solo a distanza di tempo? «Per come la vedo io Khabib l’Imbattibile è già oltre la storia di questo sport. Il suo ritiro è una mazzata non indifferente per l’MMA: il campione daghestano ha contribuito in maniera sensazionale allo sviluppo di quest’arte, fungendo da propulsore mediatico per tutto il movimento. Ha fondato il suo mito sui valori del rispetto dell’umiltà, uno status che vale più di qualunque genere di vittoria. È e resterà sempre il numero uno».

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Simone Palazzin con Jasmine Favero.

I giovani atleti della Combact Academy.


SPO RTIVA-M E

NTE

Psicologia sportiva

Dr. Tommaso Franzoso Psicologo dello Sport - Sport Mental Trainer Venezia Soccer Academy e Venezia FC in collaborazione con Riccardo Oboe, Alirio Riccardo Bonetti, Francesco Minio

La psiche che sta dietro all'istinto: la preparazione mentale nell'MMA E’ ormai una concezione assodata che la preparazione mentale sia un elemento imprescindibile per il raggiungimento di performance eccellenti nello sport. È da diversi anni che studiosi e professionisti della psicologia, delle neuroscienze e delle scienze motorie stanno dedicando gran parte della loro ricerca allo studio di tecniche di ottimizzazione delle prestazioni sportive attraverso la preparazione mentale. Numerosi sono i fattori che spingono gli atleti a fissarsi obiettivi sempre più alti e a raggiungere risultati sempre migliori e questa è la realtà che domina gli sport agonistici al giorno d’oggi: conseguentemente alla professionalizzazione e alla commercializzazione delle discipline agonistiche, i livelli di preparazione e di prestazioni eccellenti richiesti sono più elevati e maggiore è anche la pressione esercitata e sentita dagli atleti. Questi sono i motivi per cui la psicologia dello sport deve essere parte integrante delle discipline sportive. Corpo: Le tecniche di preparazione mentale (più tecnicamente mental training) sono state utilizzate nel tempo negli sport di combattimento e in particolare nell’MMA, acronimo di mixed martial arts. Con preparazione mentale si intende l’apprendimento di specifiche abilità mentali e cognitive grazie alle quali è possibile ottimizzare la prestazione atletica e ottenere risultati positivi nella pratica sportiva agonistica e non. La soddisfazione raggiunta dal successo della performance,

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induce l’atleta a memorizzare tali tecniche di preparazione mentali al fine di applicarle anche in momenti successivi, caratterizzati anche da stress. Per capire come tali tecniche possa essere applicate ad uno sport di combattimento come l’MMA, è necessario comprende a che tipologia di disciplina si sta facendo riferimento. Anche se durante gli allenamenti il fighter è circondato sia da professionisti che lo aiutano nella preparazione atletica e mentale sia dai compagni di team, l’MMA è uno sport individuale, soprattutto per il fatto che quando l’atleta entra nella gabbia si trova da solo contro con il suo avversario e anche contro le proprie insicurezze. È anche uno sport di contatto, nel quale la combinazione dell’uso della forza e di

una giusta dose di cattiveria agonistica è necessaria e ma non completamente sufficiente, poiché l’atleta, per poter svolgere un buon incontro, deve essere correttamente attivato ed essere consapevole di dove si trova e per tale motivo non basta la preparazione fisica ma vi deve essere anche quella mentale. È vero che si tratta di uno sport in cui due individui si scontrano fisicamente, ma gli elementi della “forza bruta” e della cattiveria agonistica richiesti non devono far pensare che si tratti di una disciplina violenta, poiché essi vengono compensati con l’equilibrio mentale dell’atleta che deve essere allenato anche grazie alle tecniche studiate dalla psicologia dello sport. Vi è infatti differenza tra aggressività e violenza: “La violenza può essere definita


come un atto contro l’altro con l’intenzione di provocare una sofferenza e/o una ferita. L’aggressività, invece, è un impulso spontaneo, una manifestazione della forza vitale. Può trasformarsi in violenza oppure in grinta. C’è un’aggressività sana, creativa, appassionata, che consente di fare le cose, di fronteggiare le situazioni, di sentirsi vivi e partecipi.” (A. Oliverio Ferraris Piccoli bulli crescono. BUR 2006). Il fighter deve quindi cercare sempre un costante stato di equilibrio tra l’aggressività e la calma, in modo da non cedere alla violenza e oltrepassare i limiti consentiti dalla disciplina stessa. Quando si vedono i grandi incontri negli schermi televisivi o negli stadi gli atleti sembrano sempre molto concentrati e lucidi durante i combattimenti, tutto questo per via del notevole allenamento fisico, tecnico e mentale che fanno durante le lunghe sedute di allenamento. L’MMA è inoltre uno sport open skill (ad abilità “aperta”), termine che indica che il contesto in cui la prestazione atletica viene svolta non è prevedibile e può mutare nel corso dell’evento. Per gli atleti dotati di preparazione e forza mentale è più facile ottenere un maggior numero di risultati positivi nel corso della carriera rispetto ad atleti che sono dal

punto di vista fisico e tecnico più forti, ma che non hanno le capacità richieste per controllare la propria psiche. Le componenti mentali più importanti negli sport di combattimento sono tre: la prima è la gestione dell’ansia, che serve a mantenere uno stato di calma tale da poter analizzare correttamente le situazioni e prendere le giuste decisioni; la seconda è la concentrazione, senza la quale non è possibile rimanere in costante contatto con il compito da svolgere e che permette da una parte di evitare gli errori e dall’altra di approfittare di quelli dell’avversario in modo da poter applicare le competenze apprese; e infine la terza è l’attivazione psicofisiologica, ossia l’“arousal”, che nel caso dello sport di combattimento può essere intesa come capacità di mantenere uno stato di vigilanza estrema che permette di avere grande reattività, aumento della potenza e dell’esplosività. In particolare, gli atleti di MMA si trovano ad affrontare due tipi di emozioni. In primis, vi è la paura, causata dalle situazioni di pericolo che si creano durante i match, che altro non è che una reazione primaria di difesa. La seconda, collegata alla precedente e sua diretta conseguenza, è l’ansia, che si manifesta generalmente prima degli incontri. Gli atleti che non sono in grado di controllarla

rischiano di compromettere l’intenso lavoro svolto in preparazione della gara. Quali sono dunque le abilità mentali che deve possedere un atleta di MMA? Egli deve allenare il controllo dei processi attentivi, la gestione delle emozioni, il self talk (dialogo interno), la decision making (capacità di prendere decisioni in breve tempo), la capacità di adattamento e la capacità di modificare lo stato di attivazione psicofisiologica. Per imparare a gestire le emozioni della gara e allenare le abilità necessarie a combatterla, può risultare efficace un intervento di mental training da parte dello psicologo. Si tratta di un insieme di strategie mirate a incrementare le proprie abilità mentali utili al miglioramento della performance, attraverso un programma che interviene su specifici fattori psicologici e che permette di apportare miglioramenti nel modo di allenarsi, affrontare le gare e di gestire lo stress. Chi vede o segue in modo superficiale l’MMA o gli sport di combattimento in generale vede solo la punta dell’iceberg, poichè dietro a questi atleti c’è una preparazione a trecentosessanta gradi che comprende non solo un importante allenamento fisico, ma anche un duro allenamento mentale.

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I NTERVISTA orso C le ie n a D

Pensiero positivo Foto: Daniele Corso

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BRUNO MOSTAFFI

allo scorso febbraio stiamo vivendo un periodo storico davvero complicato. Il Covid ci ha trascinato, chi più chi meno, in un limbo pieno di dubbi, incertezze e paure. La salute, in prims, è l’aspetto che più ci preoccupa in quanto il virus è subdolo e pericoloso. I vari lockdown e restrizioni hanno messo in ginocchio molte realtà produttive del nostro paese compreso l’ambito sportivo. Che fare? Il dubbio è lecito e diffuso. Le risposte non sempre sono all’altezza.

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Ecco quindi che affidarsi a professionisti può essere una soluzione che va oltre alla semplice alternativa. Abbiamo intervistato Daniele Corso, consulente finanziario, che, dal primo numero del 2021, pubblicherà su SportdiPiù magazine una rubrica tramite la quale offrirà consigli utili e suggerimenti per guardare al futuro con un po’ di ottimismo. Daniele Corso, cosa significa essere Consulente Finanziario oggi? «Essere consulente finanziario oggi, soprattutto in periodi così difficili e complessi, significa essere vicino ai propri

clienti ed aiutarli/consigliargli in ogni loro esigenza di pianificazione finanziaria e patrimoniale. Significa conoscere il cliente, dialogare con lui, aumentare la sua educazione finanziaria. Il consulente finanziario oggi è una figura molto importante che può influenzare positivamente la vita di ogni famiglia». Come è nata la tua passione per questo lavoro? «Fin da quando ero piccolo volevo lavorare in banca ed a 20 anni ho iniziato a lavorare come cassiere in una banca locale nella quale sono arrivato velocemente


al ruolo di direttore di filiale. Il passo successivo è stato semplice e logico, per essere più vicino ai propri clienti, poterli consigliare meglio ed in modo più libero e per questo sono diventato un Consulente Finanziario».   Descriviti con tre aggettivi... «Più che con 3 aggettivi mi piace descrivermi con 3 caratteristiche: capacità di ascolto, competenza e capacità di trovare soluzioni».   Chi può rivolgersi a te? «Tutte le persone che hanno dei progetti per il futuro, come l’acquisto della casa o dell’auto dei propri sogni, mandare i propri figli in una delle migliori università, accantonare il denaro per vivere una vecchiaia più serena o per vivere di rendita».   Il mondo sportivo sta attraversando un momento critico: il consulente finanziario può aiutare e trovare soluzioni anche per questa fascia di utenti? «La situazione generale a causa di questa epidemia, è difficile per tutti ed anche il mondo sportivo sta soffrendo molto. Il mio lavoro può sicuramente aiutare anche tutte le persone che sono nel mondo sportivo. Anzi è in momenti così difficili che il mio lavoro è ancora più determinante». Come nasce l’idea di collaborare con SportdiPiù magazine gestendo una rubrica dedicata alle domande dei lettori? «SportdiPiù magazine è una bella rivista che parla e racconta lo sport con articoli

e approfondimenti molto interessanti e specifici. Quando mi si è proposta questa collaborazione ho ritenuto interessante valutarla. Ritengo SportdiPiù uno strumento valido per parlare al mondo dello sport - e non solo - e per mettere a disposizione dei lettori la mia professionalità e la mia esperienza su tematiche che riguardano la vita di tutti i giorni». Cosa fai nel tempo libero? «Vado in mountain bike, pratico pilates ed ho anche gicaoto calcio a 5. Mi piace anche molto camminare.Oltre allo sport sono anche un musicista e suono il flauto traverso nella banda del mio paese».   Con la tua attività hai sostenuto molte società sportive del territorio veronese: perché questa scelta? «Il benessere fisico che si genera a chi pratica sport si trasmette poi all’aspetto mentale e cerebrale. Potrei dire che lo sport cura il corpo e la mente delle persone. Inoltre lo sport consente momenti di aggregazione fondamentali per migliorare la società in cui viviamo. Nel mio piccolo quello che ho fatto ha l’obiettivo di migliorare il benessere delle persone e del nostro territorio veronese».    Come vedi la situazione finanziaria italiana in proiezione 2021?

«L’Italia ha grandi risorse, grande creatività, grandi imprenditori, grandi lavoratori e per questo io sono fiducioso e vedo le prospettive per il futuro in miglioramento. Considerate anche che stiamo assistendo ad una corsa al vaccino che sarà pronto in tempi rapidi. È molto importante però che tutti facciano la loro parte perché il vero problema dell’Italia a mio giudizio non è il Virus ma il fisco. Abbiamo le tasse più alte d’Europa sul lavoro e sulle imprese. Molti vedono ancora il fisco come un mezzo per ridistribuire la ricchezza. Ma è un concetto vecchio, superato, novecentesco: tassa e spendi, tassa la massa. Invece il fisco è lo strumento più efficace per la politica economica. È indispensabile per pagare i servizi, ma è fondamentale anche per indirizzare l’economia. Vuoi stimolarla? Abbassa le tasse sulle imprese. Vuoi aumentare i consumi? Abbassa l’Iva. Molti politici non si rendono conto di quanto è importante la leva fiscale per favorire gli investimenti a breve e medio termine. Il virus ha invece resuscitato lo statalismo. Tutti a chiedere sussidi, bonus e redditi di cittadinanza. Lo slogan ‘Nessuno deve restare indietro’ è giusto. Ma l’unico modo per farlo è creare lavoro. La gente vuole lavorare, non vivere di elemosina. E il lavoro lo creano le imprese».

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I NTERVISTA egoraro P ia g r io G

Questione di Foto: Bomberine F.C.

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C’

ALBERTO CRISTANI

è chi gioca a calcio per professione, chi per passione. Chi lo fa per trascorrere qualche ora con gli amici e chi per smaltire la pancetta. C’è anche chi lo fa perché non sa quale altro sport praticare. Ma c’è anche chi gioca a calcio per amicizia e per stare insieme. Nel numero scorso di SportdiPiù magazine siamo entrati nel mondo della F.C. Bomberine intervistando il fondatore-presidenteallenatore Marco Bobby Cecolin. La palla ora passa al capitano Giorgia Pegoraro che, con questa intervista per nulla scontata e banale, ci racconta perché essere una Bomberina non significa solo giocare a calcio bensì si tratta di far parte di un progetto a 360°, tra divertimento, aggregazione, solidarietà, stile e bellezza. Perché, sia chiaro, le Bomberine prima di tutto sono donne.

pomeriggi li trascorrevamo a contenderci il campetto con i ragazzi più grandi di noi. Dopo qualche anno di atletica leggera, un’amica mi ha convinto a partecipare a degli allenamenti di prova della Primavera del Calcio Padova: sono andati bene e dopo un anno in primavera sono approdata alla prima squadra che militava in serie C. Avevo quindici anni. Dopo la conquista della serie B nel 2008 mi sono infortunata al legamento crociato anteriore, così dopo soli quattro anni la mia avventura nel calcio a 11 si è interrotta bruscamente».

La cosa che balza più all’occhio delle Bomberine, oltre ai risultati, è la cura di particolari… «Beh, certo: prima che giocatrici di calcio siamo ragazze! Ritengo sia giusto valorizzare questo aspetto, a partire dalle nostre divise di gioco che sono fatte su misura e ci calzano a pennello. Non come le solite magliette scartate dalle squadre maschili che indossate dalle ragazze fanno un bruttissimo ‘effetto tovaglia’. Il discorso immagine ha la sua importanza: ci siamo messe in gioco sui social, mostrando oltre che risultati sportivi, momenti di vita quotidiana, risaltando aspetti della nostra femminilità. Il riscontro è stato notevole. Nell’ambiente c’è chi giudica in maniera molto negativa questa nostra attitudine e sinceramente non lo capisco: l’immagine è da sempre curata da tutti gli sportivi, uomini e donne, dai campionissimi Cristiano Ronaldo e Federica Pellegrini fino a livelli più ‘terrestri’. Non vedo quindi perché non possiamo farlo anche noi nel nostro piccolo. A tal proposito Martina Rosucci, centrocampista della nazionale e della Juventus, un’icona del calcio femminile italiano, ha detto in un’intervista: “All’estero, dove il calcio femminile è cosa seria, il match è un evento: le giocatrici vanno dal parrucchiere, si truccano, entrano in campo depilate, con la fascetta vezzosa per i capelli e la manicure fresca. Io pure. Quando gioco in azzurro, poi, rappresento l’Italia. E voglio essere bella”.  Noi Bomberine non giochiamo certo per la Nazionale, ma non per questo tralasciamo la cura dei particolari: vogliamo essere belle anche noi!».

Giorgia, com’è iniziata la tua avventura con le Bomberine? «Tutto è iniziato un ferragosto di sei anni fa quando, grazie ad amici in comune, incontrai a Falcade Marco Bobby Cecolin, il mastro chef, alla griglia, di quella festa. Non mi chiese nemmeno il nome, mi disse semplicemente: “Ho sentito che sai giocare a calcio: vieni nelle Bomberine e non te ne pentirai”. E così è stato». Quando inizia invece la tua passione per il calcio? «Da piccola ho sempre giocato a calcio con il mio gemello e amici al patronato: i

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da gioco, scendere in campo e giocare insieme in una competizione “vera”. Purtroppo, non ci sono ancora i presupposti, noi continuiamo a tenerci in forma con qualche allenamento fitness online, passeggiate in montagna o sui colli, certo, giocare a calcetto è un’altra cosa, ma almeno facciamo attività insieme e non appena si potrà ricominciare in sicurezza, noi ci saremo!».

Le Bomberine sono anche sinonimo di solidarietà e inclusione... «Grazie alla popolarità raggiunta sui social, molte persone si sono appassionate al nostro mondo, probabilmente perché riusciamo a trasmettere l’entusiasmo e il divertimento nel giocare e stare insieme. Quindi è capitato che ci venisse chiesto di fare amichevoli o semplicemente di condividere dei momenti, come per esempio con Alessio Nicolai: un nostro tifoso che adesso fa parte della grande famiglia Bomberine. Ha iniziato a seguire i nostri risultati su Facebook, era in un momento difficile della sua vita e nel nostro piccolo siamo riuscite a trasmettergli qualcosa, quindi siamo state molto contente di accogliere lui e la sua famiglia nel nostro gruppo».  Il fatto di partecipare ad un campionato dilettantistico per voi, e per il vostro presidente, è un dettaglio vista la grande passione e professionalità che dimostrate… «Dopo gli ottimi risultati delle ultime due stagioni, prima dell’arrivo del Covid, ci hanno chiesto in molti perché non disputassimo un campionato federale. In realtà per un attimo ci abbiamo pensato, ma al di là del fatto che diverse di noi lavorano nel weekend e sarebbe difficile conciliare gli impegni sportivi, a noi interessa giocare ed allenarci insieme per divertirci. La Tuttocampocup è organizzata

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benissimo e non sentiamo la necessità di cercare altro. Le fasi regionali al villaggio Barricata e le nazionali a Tortoreto sono appuntamenti a cui non vogliamo più rinunciare». Cosa significa essere capitano delle Bomberine? «Sicuramente è motivo di orgoglio. La fascetta me l'ha passata la Cri (Cristina Zaccagnino n.d.r.), storica bomberina, presente dal primo allenamento. Lei ha avuto la passione, la voglia e l’entusiasmo di lavorare sempre con il gruppo anche quando i momenti non erano dei più rosei. Nei primi anni le Bomberine non hanno ottenuto grandi risultati e quindi posso immaginale la sua grande soddisfazione nell’alzare le quattro importanti coppe conquistate l’anno scorso. Quando lei e mister Bobby hanno deciso di darmi la fascia da capitano sono stata davvero molto contenta e orgogliosa. Mi sono sempre impegnata molto per questa squadra, in campo e anche fuori aiutando Bobby ad organizzare gli allenamenti. Non nascondo che piacerebbe anche a me alzare presto qualche coppa!».  Il Covid vi ha bloccato ancora: quanto è difficile andare avanti e trovare stimoli? «Dopo un’estate di partitelle fra noi speravamo di poter iniziare finalmente il campionato, ci manca indossare la divisa

Un tuo commento al blocco dei campionati dilettantistici? «Personalmente condivido questa scelta, per quanto sia molto sofferta. In serie A i calciatori sono costantemente sottoposti a tamponi, facendo così la situazione è più facilmente controllabile. Nei nostri campionati non c’è la possibilità di fare altrettanto e questo probabilmente aumenta le possibilità di contagio tra sconosciuti e in una situazione di difficoltà nella quale ci troviamo adesso, è sicuramente un rischio da evitare. Non trovo altrettanto corretto fermare tutto lo sport: le palestre si erano attrezzate per garantire la sicurezza ai propri utenti, anche le associazioni sportive che si occupano di corsi di mantenimento per adulti avevano adottato dei protocolli molti rigorosi, è un peccato abbiano fermato tutto, sicuramente, da laureata in Scienze Motorie, sono di parte. Ma è indubbio che un’attività sportiva, svolta in sicurezza con degli esperti del settore, sia indispensabile per il benessere della persona». Quando non sei in campo cosa fai? «Sono un’educatrice motoria nella scuola dell’Infanzia e Primaria con progetti del Coni e allenatrice dei Piccoli Amici del MestrinoRubano, oltre che tenere dei corsi di attività motoria per bambini e adulti. Quindi lavoro principalmente con i bambini ed è un’attività che amo e in cui credo molto, la precarietà di questo settore è l’unico neo, poiché i conti contratti sono per lo più di collaborazione sportiva. Confido di entrare presto di ruolo a scuola come insegnante di educazione motoria, anche se questo vorrebbe dire ‘abbandonare’ i più piccoli perché l’Italia è uno dei rarissimi paesi sviluppati in cui non è previsto il ruolo dell’insegnante di motoria nella primaria. Ho sempre allenato maschietti, mi piacerebbe un giorno aprire una scuola calcio femminile». Vita privata: come passi il tuo tempo libero e con chi? «Il mio tempo libero è comunque dedicato principalmente all’attività spor-


tiva: oltre che al trekking sui colli o in montagna, con il mio ragazzo giochiamo da diverso tempo a padel, attività in cui ho coinvolto anche diverse compagne di squadra. Come ho già detto le mie compagne di squadra sono soprattutto le mie amiche, quindi fanno abbondantemente parte del mio tempo libero, con loro oltre che condividere la passione per lo sport, condividiamo la passione per il buon cibo: ogni occasione è buona per organizzare cene, aperitivi, grigliate in compagnia». La vostra squadra è una grande famiglia: genitori, figli, compagni sono spesso coinvolti e partecipano da vicino alla vostra passione. È anche per questo che le Bomberine si differenziano un po’ dal ‘classico’ calcio femminile? «Sì, credo di sì. Alle ultime finali regionali a Barricata sono venute a tifare per noi quasi 100 persone tra parenti, amici e simpatizzanti che trascorrevano il tempo tra una partita e l’altra in lunghe tavolate a mangiare e chiacchierare insieme come una grande famiglia. In effetti eravamo l’unica squadra con un seguito così, non saprei dire se sia questo aspetto a differenziarci dal classico calcio femminile, a noi fa indubbiamente piacere condividere momenti sportivi e di festa con i nostri cari». Che giudizio dai sulla crescita – se c’è stata – del calcio femminile degli ultimi anni? C’è ancora pregiudizio nei confronti delle calciatrici? «Sicuramente sono stati fatti dei passi avanti, la Juventus è stata la prima big ad investire molto sul settore femminile, anche dal punto di vista dell’immagine, sarebbe bello che anche le altre

squadre facessero lo stesso. Senz’altro qualcosa si sta muovendo, ma c’è ancora molto da fare. Dal discorso immagine, perché è indubbio che un freno alla partecipazione delle ragazze a questo sport sia dovuto agli stereotipi che purtroppo ci sono ancora in Italia, che negli altri paesi invece non ci sono; al discorso scuole calcio: una buona attività di base è fondamentale per la crescita di uno sport, io credo che finché non si investirà in progetti concreti per la riuscita di questo settore, sarà difficile avere dei risultati importanti». Alcune calciatrici hanno ultimamente fatto outing: come giudichi questa loro scelta? Ma, soprattutto, è indispensabile nel calcio femminile rendere noto a tutti i propri gusti sessuali? «Se le persone decidono di fare outing credo lo facciano perché si sentano meglio così, trovo abbastanza triste che in Italia queste situazioni diano da parlare. Fare outing per molti è fare un gesto di coraggio e non dovrebbe essere così, ognuno dovrebbe sentirsi libero di vivere la propria sessualità senza il timore di essere giudicato». Hai un idolo sportivo? «Rimanendo nel mondo del calcio sono stata innamorata per tanti anni di Alessandro Del Piero: capitano esempio di stile e correttezza, giocatore strepitoso e uomo bellissimo, ho seguito tutte le sue partite: ricordo ancora l’emozione al suo gol alla Germania ai mondiali del 2006! Al di là del calcio, nutro grandissima ammirazione per Federica Pellegrini, una campionessa eccezionale in grado di vincere praticamente tutto e trovare

sempre nuovi stimoli per raggiungere nuovi traguardi: ha attraversato diversi momenti difficili nella sua carriera ma ne è uscita ogni volta più forte e motivata. Un’icona di stile anche al di fuori della piscina: l’abbiamo vista in diversi programmi televisivi e sfilare nelle passerelle di moda rafforzando la sua immagine. Credo sia un aspetto importante per farsi conoscere, perché purtroppo, spesso, non basta essere dei campioni assoluti nel proprio sport per essere conosciuti, eccezion fatta per il calcio maschile. Questo è un peccato perché campioni del genere dovrebbero essere usati come esempio di sport per i giovani, per dare motivazioni e trasmettere valori». Il Covid ci sta cambiando la vita: come vedi il futuro? «Il Covid sta mettendo alla prova tutti noi: è un momento difficile perché si ammalano sempre più persone con le conseguenze più disparate, dagli asintomatici a chi deve sperare di trovare un posto letto in ospedale. Molti settori sono stati penalizzati drammaticamente dal punto di vista economico e sarà poi difficile rialzarsi, io che lavoro nell’ambito sportivo non vedo un futuro molto roseo per me e per i miei colleghi viste le nuove ordinanze. I prossimi saranno mesi complicati, bisogna che tutti facciano la propria parte, essere responsabili e attenti anche se ci sono abitudini che non è facile abbandonare: le cene in compagnia, i momenti di festa con amici e parenti, l’abbraccio di una persona cara. Io non perdo comunque la fiducia, spero di tornare presto a fare il mio lavoro con i bambini in serenità, per il momento si tiene duro!».

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I NTERVISTA i b m u v u M s e u Jacq

Un inviato a… Tuttocampo! Foto: Jacques Muvumbi/F.C. Bomberine

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MATTEO VISCIONE

volte i sogni si avverano. È il caso di Jacques Muvumbi, trentatreenne padovano che fin da bambino ha coltivato un’immensa passione per il calcio. Il suo sogno era di diventare giornalista sportivo, ma quel mondo premia da sempre chi sgomita e, spesso, chi ha raccomandazioni Jacques, con i suoi modi garbati e simpatici invece ha conquistato tutti, da Marcello Lippi a Gene Gnocchi, passando per tantissimi vip del calcio. Ed oggi, reporter di Tuttocampo.it è diventato un vero è proprio caso social, con centinaia di condivisioni ad ogni nuova intervista. Conosciamolo insieme. Perché anche nel 2020 cortesia e semplicità pagano. E Jacques ha potuto realizzare il suo sogno. Jaques, raccontaci la tua storia… «Sono nato in provincia di Venezia, ho 33 anni, cresciuto con mamma e le mie sorelle, con le quali mi sono sempre divertito tanto e ho condiviso momenti indimenticabili. Sono sempre stato appassionato di calcio, fin da bambino. Mi sono intrufolato negli ambienti del calcio, con molta perseveranza, per tanti anni e la mia grande passione ha portato i suoi primi frutti nel 2010, quando Tommy, Altin e Matteo, tre grandi amici, mi hanno voluto nel torneo di calcio a cinque del paese, la Tombel Cup, per giocare con loro. È stato un tripudio di gioia, un grande sogno finalmente realizzato! Da lì in poi, ho partecipato a tutti i tornei, fino al 2019. Nel 2017, tra tante emozioni, una svolta sbalorditiva che ha dato lustro alla mia vita: ho incontrato Marco Bobby Cecolin, allenatore delle Bomberine. Una sera, a partite finite, stavo

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Jacques e Stefania, una storia d’amore che dura 9 anni

palleggiando in campo con dei ragazzini, quando Bobby mi si è avvicinato e mi ha detto: “Ho visto che esultavi ai goal delle mie ragazze: vuoi diventare il Team Manager delle Bomberine?” Io incredulo ho capito che era un treno che dovevo prendere e ho detto si. E da lì è iniziata una nuova incredibile avventura». Sei anche reporter di Tuttocampo.it (portale nato nel 2006 è diventato nel 2011 il primo sito nazionale di calcio dilettantistico di riferimento n.d.r.) … «La possibilità di fare il reporter per tuttocampo.it è nata da un’idea di Filippo Salmaso, anche lui giornalista del sito, che ascoltando le registrazioni delle mie chiamate ha detto a Bobby: “Che ne pensi se mettiamo Jacques a fare il reporter per la nostra redazione?”. Bobby ha dato l’ok e dopo pochi giorni ho iniziato: un’altra opportunità che non potevo rifiutare!». Quali sportivi hai intervistato? «Ho intervistato il Presidente della F.I. G.C. Gabriele Gravina, l’ex portiere di Mantova, Juventus e della Nazionale Italiana di calcio Campione del Mondo Spagna 1982 Dino Zoff, il Ct della Nazionale Italiana di calcio Campione del Mondo 2002 Marcello Lippi, l’ex centrocampista della Roma Giuseppe Giannini, il mago della Bovisa allenatore del Verona campione d’Italia Osvaldo Bagnoli. E poi Gianluca Pagliuca, il mitico Bruno Pizzul, Serse Cosmi, Giovanni Galli, Alberto Zaccheroni, Luca Cordero di Montezemolo e Gene Gnocchi». Qual è per te l’intervista più bella e perché? «Senza dubbio quella fatta a Bruno Pizzul! Un lord tra i telecronisti, un uomo d’altri tempi, un talento e un entusiasmo innati

che fanno di lui un grande uomo e un professionista esemplare». Chi vorresti intervistare in futuro? «Anche qui non ho dubbi: il grande portiere ex Inter Walter Zenga». Come mai tutti o quasi ti rispondono? «Semplice: perché finora ho trovato tutte persone gentili e disponibili. E forse anche perché mi pongo in modo semplice, genuino, familiare». Qual è il tuo sogno nel cassetto? «Poter conoscere un giorno il giornalista Franco Zuccalá». A chi ti ispiri nel tuo lavoro? «A Bruno Pizzul e Franco Zuccalá». Anche tu sei sportivo… «Si, oltre ad essere Team Manager della F.C.Bomberine, dal 2018 milito anche nel-

le file del Padova Calcio a Cinque Quarta categoria (torneo nazionale di calcio a 7 rivolto esclusivamente ad atleti con disabilità cognitivo-relazionale promosso dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio n.d.r) come attaccante. Ci segue uno staff di prim’ordine composto da persone davvero competenti. Ciononostante ho il colore rossazzurro delle Bomberine cucito sulla mia pelle…». Tra i soldi e la fama cosa scegli e perché? «Senza dubbio preferisco i soldi, la fama c’è l’ho già (ride n.d.r.). Battuta a parte preferisco coltivare la mia passione per questo sport! Poi il resto verrà da sé…». Qual è la squadra del tuo cuore? «Non ho solo una squadra del cuore ma cinque. Sono Inter, Padova, F.C.Bomberine, ASD Vigonovo Tombelle e Reggiana. Però una mi fa battere il cuore più delle altre: indovinate qual è?».

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Foto: Facebook Damiano Tommasi

I NTERVISTA si a m m o T o n ia Dam

Damiano for President

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MATTEO LERCO

e idee al centro di tutto. Le chiacchierate con certe istituzioni del mondo dello sport ti restituiscono l’immediata percezione di come solo determinate personalità possano incidere significativamente ad altissimi livelli. Nell’evoluzione della sua carriera, prima sul campo e dopo dietro la scrivania, Damiano Tommasi è stato un vento in grado di spostare montagne: da Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori attraverso la profondità di pensiero e la delicatezza di parola ha contribuito a rendere il ‘Sistema Pallone’ più adeguato alle incessanti sfide dell’Oggi e del Domani. E ora all’orizzonte per l’ex metodista gialloblu si staglia un’avventura estremamente singolare. Damiano, innanzitutto come stai dopo essere parzialmente uscito dalla luce dei riflettori? «Sto bene, attualmente mi sto dedicando alla mia scuola in Valpolicella e agli impegni che perdurano nel mondo del calcio. Faccio ancora parte del Consiglio Federale, nonché del ‘board’ della FIFPro, la federazione mondiale dei sindacati di calciatori e calciatrici. Io vi prendo parte in veste di rappresentante italiano e, considerando che l’attività internazionale è in continuo divenire, sto continuando ad adempiere il mio ruolo. Per il resto varie persone mi hanno proposto diversi incarichi, ma per il momento non c’è nulla di concreto. Mi sono fatto una risata quando ho letto il mio nome accostato al quadro dirigenziale della Roma: sono solo false indiscrezioni comparse sui giornali».

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trovando soprattutto in questi momenti di passaggio la convergenza di visioni su un unico candidato: io ho dato la mia disponibilità, ma comunque, ripeto, la mia volontà primaria è quella unire e non di dividere. Per portare innovazione ci vuole innanzitutto condivisione».

Se ti chiedessi di voltarti e di scattare una foto a questi anni alla guida dell’Associazione Italiana Calciatori, che immagine ne uscirebbe? «Il lavoro che abbiamo portato avanti è stato tanto e la consapevolezza è quella di aver dato continuità ad un movimento che mi auguro possa evolversi sempre maggiormente col passare degli anni. Non era sicuramente semplice ereditare un’eredità pesante come quella di Sergio Campana: rendere giustizia a quanto sviluppato da lui per oltre un quarantennio era un’impresa fin da principio titanica. Non aver depauperato questo patrimonio, ma aver contribuito a migliorarlo è fonte per me di grande soddisfazione. Aver introdotto il limite temporale al mandato che ho ricoperto - e che chi verrà dopo di me ricoprirà - penso sia stata un’altra conquista: un’istituzione non ingessata è un’istituzione che può guardare avanti con una consapevolezza diversa, garantendo a tutti la possibilità di poter partecipare al cambiamento. Anche in ambito femminile sono stati fatti dei significativi passi in avanti, con l’avvento entro due anni del professionismo come

meta ambita dopo un lungo e faticoso percorso».

Oggigiorno si tende a svalutare due prerogative fondamentali dello sport: la prima, quella di essere un collante del tessuto sociale e, secondariamente, il suo effetto positivo sulla psiche individuale e collettiva. Sbaglio? «Lo sport è uno strumento potente che non dev’è mai essere utilizzato in maniera impropria. Per esempio iperprofessionismo e dilettantismo a mio avviso devono restare due compartimenti distinti: un club di Serie A non deve perdere di vista le sue finalità e, allo stesso modo, una società di Provincia non può rapportarsi al gioco come se militasse ai massimi livelli, accantonando la sua funzione formativa. In Italia bisogna cambiare approccio allo Sport soprattutto sotto l’aspetto culturale: fenomeni come le liti tra genitori durante le partite dei giovani devono essere fermamente condannati, esattamente come si censurano altre piaghe sociali. In alternativa continueremo a perdere tutti».

Molte società tamburellistiche vedono in te la persona giusta per dare una scossa all’intero settore: cosa ne pensi di questa candidatura? «Nutro un amore sconfinato per il tamburello, in quanto è uno sport intrinsecamente collegato alla mia famiglia. In Italia è indubbiamente poco praticato e per questo negli anni è stato poco oggetto di interesse mediatico. La mia carica di Presidente dell’AIC era incompatibile con altri incarichi Yohan Pierron campione francese di tamburello in differenti Federazioni, quindi ho sempre cercato di promuovere la disciplina in maniera alternativa, nei limiti delle mie possibilità e nel rispetto del mio precedente status. Credo fermamente che le piccole Federazioni debbano restare sempre coese, Damiano Tommasi protagonista alle premiazioni FIPT Verona

Damiano Tommasi protagonista alle premiazioni FIPT Verona

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I NTERVISTA ito ir p S a c u L

Foto: Nuova BluVolley Verona

Avanti con Spirito

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MATTEO VISCIONE

a Nuova BluVolley, l’Arena, Piazza Bra e gli angoli che hanno reso una città unica nel suo genere sono i dettagli che hanno convinto Luca Spirto a definire Verona la sua seconda casa. Ligure di nascita, ma ormai da 5 anni nella terra degli Scaligeri, sta aiutando la Nuova BluVolley a emergere in un campionato difficile, reso ancora più incerto dal Covid-19, che ha colpito anche la società gialloblù. Un esempio per volontà e voglia di non arrendersi, Luca lancia anche un messaggio a tutti i tifosi e ai lettori di SportdiPiù magazine. Innanzitutto Luca come stai? Domanda non banale in questo periodo… «Mi sento in forma, sto bene. Cerco di fare la vita di sempre, nonostante questa situazione ai limiti del reale, con tutti gli accorgimenti del caso. Continuo ad allenarmi e a migliorarmi in vista di tempi più sereni».

In relazione al tuo lavoro in primis e poi, invece, considerando anche i tuoi cari, come stai attraversando questo momento? «È stato un periodo travagliato a marzo e aprile, perché dopo lo stop dei campionati ci siamo allenati da casa, ma senza poterci vedere. In un primo

momento sono rimasto qui a Verona, poi sono tornato in Liguria, dalla mia famiglia, e dà lì ho proseguito le sessioni in streaming con il resto del gruppo. Oggi sicuramente le restrizioni sono minori, ma non è per niente facile fare sport in un contesto del genere, con una pandemia tuttora in corso. Ma stringiamo i denti e guardiamo avanti». La pallavolo come movimento invece? «Diciamo che la Superlega ha retto meglio rispetto ad altri campionati, ma anche ora tante partite vengono rinviate a causa delle positività dei giocatori. Bisogna essere paziente e prendere tutte le precauzioni possibili per poter continuare a giocare». Passiamo a Verona, la Bluvolley dove può arrivare in questa stagione? «Secondo me possiamo arrivare molto in altro perché siamo un bel gruppo, con diversi campioni e tanti giovani. L’importante è continuare a lavorare a testa bassa e non accontentarsi mai». Raccontaci un punto di forza della squadra e un dettaglio sul quale, secondo te, dovete migliorare «Punto di forza sicuramente il gruppo come dicevo prima, e ne sono pienamente convinto. La squadra dimostra di essere tale quanto le cose non vanno come ti aspetti e ci sono sempre momenti no nel

corso della stagione a cui bisogna essere preparati. Dobbiamo sicuramente migliorare in contrattacco, ma abbiamo un buon margine di crescita in ogni ambito». Tu, invece, in cosa puoi e vuoi crescere ancora? «Personalmente, all’età di 27 anni, credo di poter crescere in tanti aspetti. Sto cercando di imparare il più possibile dai tanti campioni che vedo giocare in campionato e di trarne il più possibile». La Nazionale: cosa significa per te? «La maglia azzurra è un obiettivo che ho. Rappresentare la propria nazione credo sia qualcosa di incredibile, ma in questo momento sono focalizzato su Verona che è la priorità. Cerco di dare sempre il massimo, poi si vedrà». Raccontaci un qualcosa su Luca Spirito, hobby, famiglia, passioni, cosa fai nel tempo libero, quali sono i tuoi interessi al di fuori della pallavolo e dello sport in generale? «In generale mi definisco un ragazzo amichevole, nel senso che cerco di andare d’accordo con tutti. Le cose che mi piace fare sono le stesse di qualsiasi altro ragazzo della mia età: uscire con gli amici, fare aperitivo, poi, complice anche il lockdown di marzo, ho riscoperto il piacere di passeggiare nella natura. Sono anche un grande appassionato di beach volley».

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Tra l’altro la pallavolo per voi è uno sport di famiglia, che rapporto hai con tua cugina? Vi sentite ogni tanto? «È davvero uno sport di famiglia perché tutti giocano o hanno giocato. Con mia cugina sì, ho un bel rapporto, ci sentiamo ogni tanto, anche se ci vediamo poco perché lei gioca a Roma e non è facile. Ci aggiorniamo ogni tanto per sapere come procede la stagione di ognuno». Cosa pensi dei social e come li usi? «Sinceramente ho mantenuto solo Instagram, perché ho voluto staccare un po’ da tutto il resto. Purtroppo vedo che i social diventano sempre più luoghi in cui le persone seminano cattiverie e, soprattutto, con troppa facilità verso persone che non conoscono minimamente. Instagram lo uso come tanti altri ragazzi, condivido tante foto con i compagni di squadra e gli amici». Il tuo rapporto con Verona, come procede? «Verona è la mia seconda casa perché ormai sono qui da 5 anni. É la città più bella e vivibile in cui sono stato: ne apprezzo ogni via, ogni angolo e piazza perché davvero è fantastica». Dimmi il luogo di Verona che ti emoziona di più… «Sembra scontato, ma la prima volta

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che sono stato in piazza Bra e ho visto l’Arena, sono veramente rimasto a bocca aperta. É un qualcosa di incredibile, vista da dentro e da fuori». C’è un messaggio che vorresti lasciare ai lettori di SportdiPiù magazine, ai tifosi della Nuova BluVolley e in generale a tutti i veronesi? «Faccio un invito a tutti i lettori perché

anche in questo momento di difficoltà per tutti noi, per lo sport, e per tante famiglie, non perdano la voglia di coltivare le proprie passioni e di guardare avanti con speranza. Un giorno torneremo a poterci abbracciare al palazzetto e su tutti i campi e piazze in cui si condividono passioni comuni. Teniamo duro e ripartiamo insieme».


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SPO RT LI FE ssi u d n a C o c s e c Fran

Foto: Scaligera Basket/Paolo Schiesaro

Un DOC al centro

I

GIAN PAOLO ZAFFANI

l suo obiettivo è quello di vincere le partite sul campo da basket. Per farlo, gli allenamenti, il sudore e la dedizione sono all’ordine del giorno. Torre della Tezenis Verona con i suoi 211 centimetri di altezza, Francesco Candussi sta trovando la propria maturazione in gialloblù tanto da essersi meritato, lo scorso anno, anche l’esordio con la nazionale maggiore. Una tappa del proprio percorso

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professionale che vuole essere un nuovo stimolo per proseguire con altrettanta determinazione. C’è una partita speciale, però, altrettanto importante che Candu è riuscito a vincere. Un bellissimo esempio di come sport di alto livello e studio possano conciliare perfettamente con ottimi risultati da una e dall’altra parte. Nel mese di novembre, fuori dal campo da basket, ha conquistato un’altra tappa nel proprio percorso di studi completando il percorso triennale all’Università di Trieste, conseguendo

la Laurea in Economia, commercio internazionale e mercati finanziari. Sorride, Candussi, quando parla della discussione della tesi che in tempo di Covid, certamente, è un palcoscenico inesplorato. “È stato molto particolare” – inizia il centro gialloblù – “perché si è svolta in mezzo a due allenamenti. Anche il contesto era strano perché ero da solo a Verona, nel mio appartamento davanti ad un pc. Questo mi ha permesso di non avvertire troppo la tensione però credo anche che dovrebbe essere un momento


da godersi per mantenere un bel ricordo, come gratificazione personale, per gli anni di studio. Certo, la proclamazione non è stata da meno. Chiuso in casa perché in isolamento preventivo però fortunatamente avevo con me la mia ragazza, Francesca, che è riuscita a rendere il giorno speciale organizzando tutto: dalla corona alla torta. Abbiamo festeggiato assieme in casa, è stata davvero brava e devo ringraziarla”. Particolare anche l’argomento della tesi. “I fondi sostenibili – sottolinea Candu – “un argomento molto attuale nel senso che, sulla scia dell’opinione pubblica e prendendo spunto da una chiacchierata con il mio relatore sul project investing, mi è venuto in mente di andare a studiare questi fondi in quanto è un settore in espansione e ci sono tante cose da indagare e capire”. Una tesi che ha così chiuso un capitolo, quello della laurea triennale, ma non c’è tempo da perdere per trovarne subito uno nuovo: “Veramente questa laurea triennale la reputo come un punto del mio percorso” – ha proseguito il numero 13 della Scaligera Basket – “perché nella mia mente c’è già un nuovo obiettivo che è la Cà Foscari di Venezia. Ho sempre avuto in me l’idea di studiare e attraversando questo periodo complicato sono sempre più convinto che tutti dovremmo investire il più possibile su

noi stessi. Studiare è compatibile con l’attività sportiva, gestibile nell’arco delle settimane e dei mesi. È un modo per investire sul futuro che è importante nel lungo periodo”. Idee chiarissime, obiettivi e tanta volontà. Non sono mancati i momenti difficili in questo percorso così come ci sono stati quelli che non si dimenticheranno mai. Spiega Francesco: “La difficoltà di apprendere il metodo di studio

universitario credo sia stata una delle cose più difficili della mia carriera da studente fino a questo momento. Mi mancava un metodo per essere proficuo; c’è voluto tempo, ma sono riuscito a trovare il mio equilibrio. Il momento che non dimenticherò? Il primo 30 e lode: esame di Economia degli intermediari finanziari con professore con il quale poi ho fatto la tesi”.

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Il pensiero, poi, si sposta sulle persone che gli sono state vicine in questi anni. “Penso alla mia famiglia” – puntualizza subito Francesco – “ai miei genitori che mi hanno sempre assecondato nelle mie scelte, anche e soprattutto quelle difficili. Alla mia ragazza, che mi è sempre stata vicina e mi ha dato un sacco di suggerimenti grazie alla sua esperienza universitaria”. Obiettivo, il primo, universitario raggiunto e già messo nel mirino il secondo. Ora è tempo di spostarsi al campo da basket dove, con la sua Tezenis, sta vivendo la sua terza stagione. “Con la Scaligera Basket” – analizza Candussi – “siamo in una fase in cui sento che dobbiamo ancora raccogliere quello che abbiamo seminato. Si è sempre lavorato tanto e duro per raggiungere l’obiettivo. Lo scorso anno eravamo ad un buon punto, poi lo stop. Quest’anno sarà una stagione strana e di questo ne siamo consapevoli. Verona mi sta portando un buon grado di consapevolezza, prima di tutto credo di essere una persona fortunata lavorando in un ambiente come quello della Tezenis, una società che dà tanto, è vicina e presente in ogni momento”. Il basket è tornato, dopo il lungo stop dello scorso campionato ma gioco forza è cambiato l’ambiente e tante cose che circondano il campo. “La pallacanestro, prima e durante l’emergenza Covid, è sempre la stessa” – puntualizza la torre gualloblu – “quello che ruota attorno, però, è diverso. A livello organizzativo vediamo che bisogna avere energia e attenzioni in più per evitare che il Covid penetri all’interno del gruppo squadra. La differenza è nella consapevolezza di ognuno di noi, dobbiamo avere l’idea di squadra sempre, in ogni momento della giornata. Il nostro è un lavoro bello e importante e bisogna tutelare chi scende in campo con noi ogni giorno e chi lavora al nostro fianco”. Il Covid, speriamo il prima possibile, sarà solo un brutto ricordo. Allora torneremo ad apprezzare quello che fino a qualche mese fa era la normalità, la vita dei tutti giorni. Conclude Francesco:“La prima cosa che farò quando passerà questa emergenza? Ora mi manca la libertà di non poter vedere le persone a cui voglio bene o che magari in questo periodo sono lontani da me. Festeggerei la mia laurea con un gruppo di amici e con la mia famiglia, lo farei già domani mattina”.

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I NTERVISTA Vitari a s li a n n A

She’s back!

Foto: Paolo Schiesaro

ANDREA ETRARI

È

tornata nella sua città dopo circa dieci anni Annalisa Vitari, che dalla scorsa estate è diventata una nuova giocatrice di Drain by Ecodem Alpo in A2 femminile. Veronese di Borgo Trento, ‘Anna’ proviene da una famiglia di cestisti: papà Andrea Vitari è stato un buon giocatore delle minors, come pure la mamma, Elisabetta Pircher. La neo biancoblu, classe 1996, 186 centimetri di altezza, ha iniziato a giocare a Verona nel PGS Santa Croce ed ha completato il settore giovanile alla Reyer Venezia e al College Italia, prima

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di cominciare a girare nella Penisola, da Castel San Pietro Terme (BO) a Castelnuovo Scrivia (AL), da La Spezia e Lucca (dove ha militato in A1) sino ad arrivare ad Alpo. E non dimentichiamo i suoi trascorsi in maglia azzurra che ha vestito a livello di Under 16, Under 18 e Under 20, conquistando con quest’ultima la medaglia d’argento agli Europei del 2016 di Matosinhos (Portogallo) assieme alle attuali compagne Sofia Vespignani e Laura Reani. Annalisa, più volte negli scorsi anni avevi “flirtato” con l’Alpo Basket: l’estate 2020 è stata quella del tanto atteso ‘sì’… «Direi che era ora: sono molto contenta essere tornata a casa: per una che è andata via da Verona a 14 anni, l’idea di

giocare a casa è una sensazione strana che non avrei pensato di provare: il fatto di essere vicina alle mie cose è bello e piacevole». Come mai le altre volte non se n’era fatto nulla? «Per tanti motivi, uno su tutti il fatto che, essendo uscita di casa molto giovane, non mi piaceva l’idea di tornare a Verona troppo presto. Volevo fare altre esperienze fuori, volevo crescere come giocatrice anche se non sempre mi è andata bene».   Hai avuto annate difficili, hai addirittura ipotizzato di dire basta? «Sì, non mi divertivo più, sono andata in crisi, ho perso diversi chili e sono stata


anche poco fortunata, tipo l’anno scorso a Lucca dove ero ferma per infortunio e quando sono guarita il campionato si è concluso in anticipo a causa del virus». Com’è stato l’impatto in una squadra che ha operato poche “aggiunte” rispetto allo scorso anno? «Non pensavo di trovarmi così bene sia con le compagne, che con lo staff, che con il Presidente. Abbiamo un bellissimo rapporto tra compagne di squadra anche se dobbiamo ancora capire come trasferire questa cosa in campo: è come se non ci rendessimo conto della fortuna che abbiamo di andare così d’accordo perché, si sa, quando c’è feeling fuori dal campo è più facile che ci sia anche sul parquet. Ci stiamo lavorando, ci stiamo unendo, anche se l’inizio del campionato non è stato buono dal punto di vista dei risultati».   Avete iniziato il campionato con poche soddisfazioni (4 sconfitte nelle prime 6 giornate n.d.r.)… «Sì, l’inizio è stato un po’ particolare: abbiamo affrontando le tre avversarie più forti del girone nelle prime tre giornate e questo non ci ha aiutato. Le tre sconfitte in casa sono state un po’ demoralizzanti, soprattutto quella con Udine, persa dopo un tempo supplementare. Comunque il campionato è lungo, ci sono degli obiettivi da raggiungere e da parte di tutte c’è gran voglia di fare bene».   Però avevate iniziato bene la stagione, arrivando sino alla finale di Coppa Italia: gli obiettivi rimangono gli stessi? «Certo e il primo è proprio quello di rigiocare la Coppa Italia e quindi arrivare nelle prime quattro al termine del girone

d’andata. Ovvio che c’è il desiderio di fare quel salto in più, noi pensiamo a giocare al meglio che possiamo qualsiasi partita: ora però non ci è più permesso di sbagliare». Com’è Annalisa fuori dal campo, cosa ti piace fare? «Mi piace tantissimo viaggiare, anche se questo non è un gran periodo: prima del Covid, quando avevo due giorni liberi, andavo sempre da qualche parte. Inoltre vorrei imparare bene l’inglese. Ho iniziato a studiare design degli interni: mi è sempre piaciuto tutto ciò che è arredamento, casa, ecc. Da pochi mesi abito a Villafranca ed è la mia prima vera casa da sola: mi piace molto andare in giro e guardare cosa poter prendere per arredarla. Ho inoltre appena ‘adottato’ un gatto che mi fa tanta compagnia. Per il resto facciamo tante cose insieme fuori

dalla palestra con le compagne di squadra dato che andiamo molto d’accordo, seppur oggi non si possa uscire più di tanto. Ma è questione di tempo, anche questo periodaccio prima o poi finirà!».

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S SPO RT SO N G

Ripercorriamo la storia dello sport riascoltando le note di canzoni che, bene o male un po’ a tutti, hanno procurato brividi e, magari, fatto scendere qualche lacrimuccia (di gioia o di dolore…).

Kiss Him Goodbye dall'album: Steam Steam

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Nel 1969 gli Steam dovevano produrre un singolo di successo per lanciare il loro album più atteso. Le idee non sono molte, ma nella testa del tastierista e autore di tutti i brani della band, Paul Leka, fa irruzione un motivetto che il cantante si limita a canticchiare di continuo, senza alcun testo: e fa… “Na Na Na Naaa, Na Na Na Naaa, eh eh eh…” E così via. Leka era appena stato mollato dalla fidanzata e si era legato a una donna che a sua volta

aveva già un compagno. Per invitarla a lasciare il rivale scrive Kiss Him Goodbye (bacialo e ciao) il cui testo è un invito all’amata a lasciare il suo compagno per mettersi definitivamente con lui. Il coro entra molto rapidamente nel mondo dello sport adottato, immediatamente, dei tifosi dei Chicago White Sox che lo cantano ai battitori avversari quando vengono eliminati al piatto dal loro lanciatore. Come dire tornatene a casa. Con la stessa filosofia questa stessa canzone viene cantata da almeno cinquant’anni da tifosi di qualsiasi sport in cinque continenti alla squadra avversaria, quando vengono sonoramente battuti.

La coscienza di Zeman dall'album: Goodbye Novecento (1999) Antonello Venditti

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ntonello Venditti grande tifoso della Roma deve aver visto tante partire della squadra capitolina allenata da Zdeněk Zeman e di esserne stato affascinato tanto da dedicargli una canzone: La coscienza di Zeman (il titolo prende spunto dal romanzo di Italo Svevo, La coscienza di Zeno). La filosofia di gioco del boemo, sempre alla ricerca del gol, è tradotta in modo magistrale

dal cantautore romano in musica e versi, come questo: «Ma il tempo sta scadendo ormai/Tieni palla dai/Il pareggio mai/Tu non lo firmerai/Perché non cambi mai». Venditti parlando di Zeman ebbe a dire: «Rimpiango la sua assenza dal mondo del calcio, rimpiango la sua onestà, la sua purezza, il suo sogno. In qualche modo mi ricorda i sogni dei radicali in fatto di diritti civili».

Il fantasista dall'album: Domani è un altro giorno (1997) Enrico Ruggeri

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na canzone dedicata a quattro grandi fantasisti: Evaristo Beccalossi, George Best, Diego Armando Maradona, Gigi Meroni. Calciatori ribelli e fuori dagli schemi (Meroni girava per Torino con una gallina al guinzaglio), ma troppo forti per non essere apprezzati da chi ama il pallone. Il testo del brano di Ruggeri li descrive molto bene, come quando canta: «Corre la palla più forte di noi,/segui la mia

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geometria./L'allenamento? Ma fatelo voi!/Io ho la mia fantasia./Troppi dolori non fanno per me,/io sono nato già re./Ogni giocata è diversa dall'altra;/ questa è la vita per me». Il fantasista o lo ami o lo detesti: «Io sono quello da guardare;/Quando ho voglia di giocare/Sono schiavo dell'artista che c'è in me». Nel calcio d’oggi sono proprio i grandi fantasisti che mancano per renderlo ancora più bello e imprevedibile. Peccato!


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I NTERVISTA Marcialis a n li o r a C

Foto: PaulTake production, Instagram Carolina Marcialis

Un tuffo dove l'acqua è gialloblu

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MATTEO LERCO

n tuffo in una nuova inebriante avventura. Verona ha scelto Carolina Marcialis e Carolina Marcialis ha scelto Verona. La pallanuotista genovese, reduce da un prolifico biennio in quel di Rapallo con oltre sessanta reti all’attivo, quest’estate ha sposato la causa della Vetrocar Css Verona, collettivo rinnovato nei nomi rispetto alla precedente annata, ma non nello spirito. La scure del Covid 19 si è abbattuta ferocemente anche sulla massima serie del movimento pallanuotistico femminile, un torneo che naviga a vista, consapevole delle numerose e imprevedibili insidie che si staglieranno con regolarità sul proprio percorso stagionale.

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“La situazione è in costante divenire” – commenta Marcialis – “viviamo alla giornata, consci della precarietà del momento storico con cui ci stiamo confrontando. Fisicamente ci sentiamo in costante preparazione: può capitare di doversi allenare a vuoto per poi dover rincominciare da capo, un’eventualità che chiaramente non favorisce la serenità psicologica di noi atlete. Staremo a vedere”. L’ambizione come motore della propria quotidianità. Per la Marcialis Verona è stata una scelta in linea con le conformità del proprio carattere: “L’interesse della società nei miei confronti si è manifestato sin dalla comunicazione della mancata iscrizione di Rapallo al massimo palcoscenico nazionale; potevo scegliere la serenità, scendendo a giocare in A2, ma non sarebbe stata una decisione coerente con la visione che ho del gioco: uno sportivo, per come la

vedo io, deve costantemente mettersi in discussione, andando incontro a nuovi stimoli. Faccio da spola tra Genova e Verona, allenandomi per metà settimana individualmente nel capoluogo ligure e per i restanti giorni nella città scaligera. All’inizio non è stato agevole far combaciare il tutto coi miei impegni familiari, ma ora ho trovato la giusta quadra: quando mi alleno da sola in vasca mi segue Stefano Ulivi, allenatore davvero straordinario, mentre per la palestra mattutina mi sono affidata ad un personal trainer. Ho trovato il mio equilibrio”. Con l’avvento dell’era social sono inevitabilmente mutate le dinamiche comunicative correlate alle ‘celebrità’ del mondo dello sport. La moglie di Antonio Cassano ci ha restituito un’istantanea della sua visione in materia. “Non mi sono


mai sentita un punto di riferimento sulle varie piattaforme” – evidenzia – “coi social network ci lavoro, ma generalmente quando li utilizzo tendo ad essere sempre me stessa in tutto e per tutto. Certo è che bisognerebbe cavalcare questa nuova onda mediatica per far conoscere la disciplina alle nuove generazioni: in un mondo in cui ‘se non ci sei non esisti’, avvicinare le nuove generazioni a questo sport attraverso Instagram o Facebook penso sia una mission fondamentale per provare emergere finalmente dall’anonimato. Se si continua a

ignorare il problema del basso appeal pallanuotistico siamo destinati a vivere di stenti”. Da ultimo, ma non per importanza, Carolina ha volto lo sguardo a ciò che sarà quest’anno la Vetrocar Css Verona. “Dobbiamo porre in essere una semina proficua” – conclude – “il collettivo è stato profondamente rinnovato, quindi è normale che ci possa essere un periodo di assestamento. È fondamentale gettare dunque le basi per costruire un futuro ricco di soddisfazioni. Non poniamo però limiti alla provvidenza”.

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SPO RT LI FE

Family affair Foto: Poccobelli

Marco e Flavio Poccobelli

ALBERTO CRISTANI MATTEO ZANON

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na famiglia, uno sport, uno stile di vita. Flavio e Marco Poccobelli, padre e figlio, da anni coltivano una grande passione che si chiama judo. Un percorso iniziato per caso a metà anni Ottanta da Flavio (Maestro Benemerito VI Dan e istruttore di MGA Metodo Globale di autodifesa), seguito da Marco (allenatore V Dan anche lui istruttore MGA) e che ha trovato continuità con Giulia e Michele (figli di Marco), con la prima già protagonista a livello europeo. Una storia nata per caso

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che con gli anni (quasi quarant’anni…) è diventata un punto fermo nella vita della famiglia Poccobelli tra sacrificio, regole e tante soddisfazioni. “Il mio approccio con il judo” – ci spiega il capostipite Flavio – “si può dire che è iniziato per caso. Avevo ventisei anni e giocavo a calcio, come la maggior parte dei miei coetanei. Poi ho deciso di accantonare lo sport per dedicarmi allo studio. Diventando sedentario automaticamente mi è cresciuta la pancetta e sono ingrassato. Così decisi di iscrivermi alla Fondazione Bentegodi e fare un po’ di pesistica. Poi la svolta. Un mio collega di lavoro mi chiese se volevo andare con lui a provare una nuova disciplina, la lotta giapponese

(così veniva chiamato, impropriamente, il judo in quel periodo n.d.r.). La proposta mi incuriosì e così ci recammo al Judo Club Verona. Era la fine degli anni Sessanta. Il mio collega durò sei mesi mentre io ho continuato. Sono rimasto al Judo Club Verona fino al febbraio del 1984 quando decisi di aprire la mia società. Una decisione che trovò appoggio anche delle altre società veronesi che vedevano in me non un avversario ma un alleato per diffondere questa nobile disciplina”. Nasce così la Judo Libertas Verona che, negli anni, si è ‘trasformata’ nell’ attuale è Judo Kodokan Verona. Trentasei anni di attività e di passione, segnati da tanti ri-


Da sinistra Flavio, Giulia, Michele e Marco Poccobelli

cordi e tanti aneddoti. Ora però si guarda al futuro, con tanti nuovi progetti da sviluppare, compatibilmente con il periodo poco felice condizionato dal Covid. “Quello che mi ha fatto rimanere per così tanto tempo in questo ambiente” – prosegue Poccobelli Senior – “non è il gesto sportivo in sé, che è sicuramente affascinante, ma il progetto educativo che contraddistingue questa disciplina. Infatti il judo non nasce come uno sport ma come una proposta educativa per i giovani giapponesi al fine di migliorare la società nipponica. Seguendo regole fondamentali come ‘non io contro di te ma insieme a te’, per fare, per imparare e per migliorare; così può realizzarsi l’idea di far nascere una società migliore. Il progetto un po’ utopistico del fondatore Jigorō Kanō era quello di cambiare il mondo. Per far conoscere il judo a livello mondiale Jigorō Kanō ha dovuto mediare e rivedere il suo progetto educativo inserendolo in una disciplina sportiva. L’approdo del judo alle olimpiadi (Giochi di Tokyo 1964 n.d.r.) fu la definitiva consacrazione”. Judo sport quindi sdoganato e fruibile da chiunque voglia avvicinarsi al tatami, a prescindere da età e struttura fisica. “I nostri tesserati” – evidenzia Flavio – “hanno un’età variabile. Teniamo corsi

per piccoli, per esperti ma anche per chi vuole semplicemente provare. La cosa bella è che gli esperti e i neofiti possono esercitarsi insieme: così tutti possono insegnare a tutti. Il numero dei tesserati vari a seconda del periodo. Attualmente sono una sessantina. Abbiamo avuto periodi in cui avevamo anche 120-150 persone nei vari corsi”. Marco di anni ne ha 47 ed è titolare di un’importante azienda di arredamento veronese. Una vita frenetica e impegnativa che però trova il giusto equilibrio anche grazie al judo. “Ho iniziato a 6 anni” – spiega Poccobelli junior – “un po’ controvoglia: dovevo fare sport perché per la mia conformazione fisica lo richiedeva. Il calcio non faceva per me, l’atletica nemmeno. Mi dicevano: ‘Vai in palestra con tuo papà’. Lui mi invitava a provare. Così ho accettato. Inizialmente ci andavo solo per fare sport, per muovermi e per non stare davanti alla tv. Poi anno dopo anno ho preso fiducia nei miei mezzi e mi sono appassionato, fino a partecipare ad alcune gare agonistiche. Mi sono tolto delle belle soddisfazioni: ho partecipato anche ai Campionati Italiani, alla Coppa Italia e al Trofeo delle Regioni, a Roma, gareggiando per la squadra di Verona e del Veneto”. “Mi sono sposato giovane” – racconta Marco – “e da quel momento ho lasciato da parte l’agonismo iniziando la carriera di allenatore, frequentando la scuola e affiancando papà. Per me il judo è uno stile di vita e mi serve tutt’oggi, anche per superare i momenti difficili conseguenza

della situazione che stiamo affrontando. Lo sportivo affronta le difficoltà con una mentalità differente rispetto a chi non pratica sport. Nel judo in più si lavora anche mentalmente, nel rispetto del compagno, delle regole”. “Se si inizia a fare judo da piccoli” – prosegue Marco – “comportarsi da judoka anche nella vita di tutti i giorni diventa normale e automatico. Tutto ciò serve anche nel momento che stiamo affrontando perché la mente in questo modo è abituata ad affrontare i problemi diversamente. Nel judo si forma la persona a 360° perché viene usato tutto il corpo, a differenza di altri sport. Il bambino introverso impara ad aprirsi e a prendere autostima. Il bambino esuberante o un pochino aggressivo impara a gestirsi. Vanno aiutati entrambi a crescere”. Il judo è uno sport situazionale che richiede un’attenzione e un controllo motorio maniacale.

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“Una gara dura quattro minuti” – interviene Flavio – “esci che sei stremano e in quei pochi minuti ti giochi tutto l’allenamento di un anno. In una frazione di secondo i movimenti cambiano e l’attenzione deve essere massima. E comunque

ogni volta che l’avversario mi batte non ho perso ma sto imparando qualcosa di nuovo. Faccio mente locale su quanto ho fatto e elaboro quello che deve essere cambiato o modificato”. Infine padre e figlio Poccobelli ci rac-

contano i loro magic moments vissuti sul tatami. “Il mio momento più bello ed emozionante” – esordisce Flavio – “è stato quando nel settembre del 1976 a Recanati ho fatto l’esame a livello nazionale per diventare cintura nera. In questo grande albergo ho fatto l’esame alle dieci di sera e appena terminato sono tornato in camera e mi sono scritto tutto quello che avevano chiesto e come avevo risposto. E mi sono dato il mio giudizio personale”. “Io di ricordi particolarmente belli ne ho due” – conclude Marco – “Il primo legato alla mia convocazione al torneo delle Regioni nel 1989-90. L’altro, più recente, è dell’anno scorso, quando mia figlia Giulia (18 anni) è stata convocata nella nazionale italiana di katar per partecipare ai Campionati Europei. Da allenatore ma soprattutto da papà è stato un traguardo importante ricco di emozioni che io personalmente non ho mai raggiunto”. Ieri, oggi, domani. Flavio, Marco, Giulia, Michele. Il judo, in casa Poccobelli, è proprio un affare di famiglia.

PILLOLE DI JUDO

Il judo (via della cedevolezza) è un’arte marziale, uno sport da combattimento e un metodo di difesa personale giapponese formalmente nato in Giappone con la fondazione del Kōdōkan da parte del professor Jigorō Kanō, nel 1882. I praticanti di tale disciplina sono denominati judoisti o più comunemente judoka. Il judo è in seguito divenuto ufficialmente disciplina olimpica a Tokyo 1964 e ha rappresentato ai Giochi di Atene 2004 il

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terzo sport più universale con atleti da 98 diversi Paesi, mentre a Londra 2012 hanno partecipato 387 atleti da 135 diversi Paesi. Jigorō Kanō definiva così la disciplina da lui fondata: “Il judo è la via più efficace per utilizzare la forza fisica e mentale. Allenarsi nella disciplina del judo significa raggiungere la perfetta conoscenza dello spirito attraverso l’addestramento attacco-difesa e l’assiduo sforzo per ottenere un miglioramento fisico-spirituale. Il perfezionamento dell’io così ottenuto dovrà essere indirizzato al servizio sociale, che costituisce l’obiettivo ultimo del judo”. Il judogi è l’abbigliamento dei judoka (e non il kimono come spesso, erroneamente, si indica). Consiste in pantaloni di cotone molto ampi e robusti e una giacca di cotone, priva di bottoni o parti metalliche, a maniche lunghe con baveri da incrociare e legare con la cintura. La giacca è stretta in vita da una cintura, denominata obi, legata in modo particolare, che può essere di colore diverso a seconda del grado dell’atleta. Il colore del judogi è in genere il bianco, il colore blu è stato introdotto recentemente nel judo olimpico per differenziare maggiormente gli atleti a livello visivo. Nel judo tradizionale si continua ad utilizzare solo il colore bianco. I colori della cintura sono bianca, gialla,

arancio, verde, blu, marrone, nera, bianco alternato al rosso, rossa e infine bianca ma più larga e sottile. Il pantalone ha una chiusura con elastico per i prodotti per principianti, mentre i judogi più evoluti presentano il classico laccio in vita.


I NTERVISTA rani a B a n le E

La predestinata Foto: Maurilio Boldrini

pensare che questo sia il mio lavoro, ma mi reputo molto fortunata a fare ciò che amo». Quando hai capito che la pallamano sarebbe potuta diventare la tua vita? «Non c’è un episodio particolare, ma la svolta è stata sicuramente a 17 anni: giocavo nel Casarosa Fornacette, a pochi passi da casa mia, e giunse una chiamata. Mi venne proposto di trasferirmi ad Enna in Sicilia: presi la cartina geografica per capire in quale punto della Sicilia fosse Enna, ero un mix di felicità ma anche di preoccupazione. Non ebbi però freni da parte di nessuno e andai: fu la decisione che svoltò la mia vita».

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ALBERTO BRAIONI

eguire il proprio istinto, per trasformare una passione in una ragione di vita. Elena Barani è stata una delle migliori giocatrici di pallamano della storia italiana, anche se contraddire chi la definisce la migliore risulta un’ardua impresa. Meglio non sbilanciarsi però con i giudizi, meglio rimanere umili ed equilibrati, come piace a lei, nativa di Pontedera in provincia di Pisa. Elena Barani è passione sproporzionata per la pallamano, da qualche mese approdata a

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Dossobuono per contribuire alla crescita della società giallo-rossa e membro dello staff tecnico che guida la Nazionale Italiana. Elena, si può dire che la pallamano per te sia stata una ‘vocazione’? «Più che vocazione per me la pallamano la definirei una priorità. É stata una priorità che ha prevalso su tutto: sulla casa, sugli amici, sugli studi. Starne senza mi fa sentire male. Ho fatto, e tutt’ora porto avanti, ciò che più mi piace, e questo non può che farmi stare bene. A volte mi dà una strana sensazione

Oggi per la crescita di un giocatore di pallamano migrare all’estero sembra una scelta obbligata. Tu però non l’hai fatto, come mai? «Posso dire che ci andai abbastanza vicino. C’è stata la possibilità di andare a giocare in Austria: ero a Sassari, mi chiamarono e accettai di fare un provino. Dopo qualche ora però ci ripensai e gli comunicai di aver cambiato idea. In Francia invece, in un incontro di Coppa, ci fu un episodio abbastanza particolare: mi lasciarono un biglietto da visita con i recapiti per ricontattarli. Ma non andai oltre: al tempo era impensabile per una giocatrice andare all’estero, sarebbe stato un salto nel buio e non me la sentii». Come giocatrice sei stata considerata tra le più forti, se non la migliore: che effetto ti fa questo giudizio? «Quando ricevo complimenti sicuramente mi fa piacere, ma cerco sempre di sdrammatizzare per non soffermarmi troppo. I giudizi, le classifiche, il palmares, per me lasciano un po’ il tempo che trovano. A me piace ricordare le emozioni, le sensazioni, l’esultare dopo un gol: tutto ciò che nella pallamano mi veniva più spontaneo».


Un’altra costante della tua vita il numero 4. «Onestamente non ricordo come nacque la cosa. Penso che nel classico borsone di maglie una volta lo presi e non lo abbandonai più. In Nazionale senior ci entrai piuttosto presto lì il 4 era occupato e quindi mi capitò di usare il 14, perchè sono nata il 14 giugno, prima di riuscire a prendere il mio numero preferito». Parlavi di Nazionale: un legame speciale, vissuto per tantissime stagioni da capitano. «Se la pallamano per me è una priorità, la Nazionale la posso definire come una “super priorità”. Penso che per qualunque sportivo la Nazionale debba essere il sogno. Ho giocato tantissime partite, ma quando sento quell’inno mi viene sempre la pelle d’oca. Mi veniva da giocatrice, mi viene tutt’ora da allenatrice. Per me è una dipendenza. Ricordo un episodio seduta sul divano di casa mia quando ero piccola: guardavo la Nazionale in onda sulla Rai, giocava a Cassano Magnago, e durante un time-out pensai di voler arrivare a tutti i costi lì». Non solo indoor ma anche beach handball. I piazzamenti con la Nazionale li devi a questa disciplina. «Veramente non saprei cosa scegliere tra il parquet e la sabbia: mi reputo fortunata

ad averle vissute a pieno entrambe, una doppia gioia. La vittoria dei World Games in Taiwan nel 2009 per me è stato qualcosa di indescrivibile. Mi venne scattata una foto in finale in cui esulto di cui ricordo esattamente l’attimo e le emozioni. Fu qualcosa di fantastico». Quando hai capito che saresti potuto diventare allenatrice? «Anche per questo non c’è un episodio in particolare. Mi è sempre piaciuto trasmettere la mia passione ed è stata una naturale prosecuzione. La pallamano

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è talmente nel mio DNA che l’ho anche arbitrata durante la mia carriera. Quando ho smesso di giocare potevo scegliere se allenare o arbitrare, ma ho preferito sedermi in panchina. Mi piace combattere, e infondere il mio pensiero nelle giocatrici. Probabilmente questo è il lato più difficile di un’allenatrice: quanto vorrei che ogni mia giocatrice facesse e pensasse quello che penso io (ride n.d.r.)».

l’opportunità di partecipare da giocatrice, chiaramente il sogno è andarci da allenatrice. Il beach handball potrebbe entrare a breve tra le discipline olimpiche, dunque non nego che il mio sogno sia questo».

Una panchina che si è tinta d’azzurro, affianco a una figura decisamente importante per te: Liliana Ivaci. «Liliana mi ha portato ad Enna quando avevo 17 anni e lì mi ha allenato per 7 anni. Non posso negare che sia stata, ed è tutt’ora, una persona importantissima per me, una delle poche con cui mi confido. Tra noi c’è sempre stato rispetto e intesa, fin da quando mi conobbe giovanissima. Ora che le sono affianco in Nazionale, per me è un onore». Per finire… un tuo sogno? «Qualunque sportivo sogna di andare alle Olimpiadi. Non ho avuto

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Guerriere inside Foto: Claudio Schizzarotto

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ALBERTO BRAIONI

uando si dice il coronamento di un percorso, che si evolve in un sogno e che ad un tratto diventa realtà. Malo, provincia di Vicenza, una piazza storica della pallamano italiana, con la prima società fondata nel lontano 1980, ma che nel 2011 ha visto dividersi il proprio percorso con la nascita di una nuova realtà: la Pallamano Guerriere Malo. Forte identità, grandi ambizioni ed un nome che, oltre allo spirito combattivo, esprime chiaramente l’indirizzo della nuova società: Guerriere al femminile, per una nuova realtà concepita per tutelare a chiare lettere il lato rosa della pallamano a Malo. Tutelare il femminile, ma anche svilupparne un percorso di crescita. E a quanto pare non è andata per niente male: alle

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porte del decennale della società è arrivata la soddisfazione di approdare nella massima serie femminile, la nuova Serie A Beretta. Ma andiamo con ordine: le Guerriere di oggi non possono di certo considerarsi frutto del caso. Alle spalle due Scudetti U14 nel 2014 e nel 2015, guidate da Andrea Reghellin: abbastanza lampante pensare ad una generazione di ragazze che potesse costituire una promessa per il futuro. Lungimiranza che 6 anni dopo si concretizza e si trasforma in una colonna portante per la nuova avventura delle Guerriere Malo in Serie A Beretta. Le Guerriere da quei 2 Scudetti capirono il proprio potenziale: tempo al tempo per vedere quelle ragazze arrivare nella formazione Senior e continuare la propria maturazione. La prima squadra delle Guerriere passa nelle mani di Diego Menin nella stagione 2018/19, uno che la pallamano femminile la conosce

discretamente bene per usare un eufemismo. Le Guerriere viaggiano in piena scia alle spalle di Brunico nel girone A in Serie A2 e centrano la Final8 di Cassano Magnago, evento che mette in palio due pass per la Serie A1. Le ragazze di Menin in Final8 si giocano nell’aprile del 2019 la qualificazione alla semifinale che vale l’ultimo step prima della A1. Dopo una vittoria e un pareggio, le avversarie sono le laziali del Fondi: chi vince passa il girone ed accede alla semifinale. Partita equilibrata, tirata, ricca di emozioni e di capovolgimenti. Fondi a 1’30’’ dal termine però la conduce di 2 reti e le Guerriere vedono aprirsi il baratro. Capitan Giorgia Dalle Fusine porta a -1 la propria squadra, ma per le Guerriere il braccio a cui aggrapparsi proprio ad un passo dalla caduta è quello del pareggio: di certo non il risultato più frequente nella pallamano, vista la mole di gol che per natura caratterizza questo


sport, ma che in quel momento si ripresenta come mezzo per risalire dall’inferno verso il paradiso. Si, perchè pareggio era già stato 24 ore prima contro Nuoro, e basterebbe alle Guerriere per andare in semifinale. Fondi non segna, Erica Losco, la veterana della squadra, invece si. Le Guerriere la riprendono in extremis, difendono e conservano il pari fino allo scadere. Le ragazze di Fondi cadono in lacrime distrutte sul 40x20 del PalaTacca, Malo festeggia una semifinale che fino a 2’ prima sembrava un miraggio. Tanto entusiasmo per la semifinale, di nuovo contro quel Brunico che in campionato ha chiuso in prima posizione proprio davanti alle Guerriere. I valori però si confermano anche in gara secca: vince Brunico, le Guerriere cadono all’ultimo passo prima dell’apoteosi e tornano a casa con l’amaro in bocca. Delusione, rabbia, ma tanta voglia di riprovarci. Le Guerriere ripartono dunque nella stagione 2019/20, con la consapevolezza di potersela giocare nuovamente. Vincono, convincono, girano la boa di metà campionato in testa, ma si fermano a fine febbraio, sempre da prime in classifica. Il Covid stoppa tutto, una situazione purtroppo ben nota. Il 5 aprile 2020 però la gioia arriva nel pieno della pandemia: la Figh annuncia la promozione d’ufficio delle prime classificate dei 4 gironi di Serie A2 in massima serie. Le Guerriere ce l’hanno fatta, le Guerriere sono in Serie A Beretta. Si festeggia, rigorosamente in casa, ma con la gioia di chi non vede l’ora di abbracciarsi per godersi ciò che è stato sudato per anni. Una massima serie sognata, frutto di un percorso durato quasi 10 anni. La società conferma in blocco chi ha fatto la storia. Una squadra tutta

“Made in Malo”, a cui verranno affiancati due innesti dall’estero per presentarsi competitive, ma con un unico obiettivo ben preciso: la salvezza. La scelta paga, le Guerriere a settembre vincono lo scontro diretto all’esordio contro l’altra neo-promossa Cingoli e sorprendono una formazione quotata ed esperta come l’Ariosto Ferrara, vincendo di misura un match dal finale clamoroso al PalaBoschetto di Ferrara. Malo c’è, sgomita, alza la voce e inizia a costruire il proprio tesoretto di punti. I riflettori però si sa, a volte non sono totalmente positivi e le Guerriere inciampano alla terza giornata contro un’altra diretta concorrente, il Leno (BS). Successivamente le Guerriere cedono la posta ad Oderzo (TV) ed Erice (TP) ma contro squadre destinate ad altri obiettivi. Malo, dopo aver volato ad altissima quota per qualche settimana, rimette l’elmetto e torna a concentrarsi per difendersi da

chi sta sotto in classifica. C’è uno scontro diretto a dir poco fondamentale da preparare, quello contro Nuoro, sette giorni dopo. La carica, la concentrazione per una partita che vale doppio in ottica salvezza, ma di colpo la preoccupazione: alcuni sintomi sospetti, il primo tampone positivo, gli esami a tappeto e gli esiti. Una valigia già pensata per essere imbarcata per la Sardegna che tutto ad un colpo esplode: le positività si moltiplicano, le Guerriere si devono fermare. Inizia un calvario, in un’area geografica sotto pressione. Tanti i week-end davanti alla TV per le Guerriere, collegate su Eleven Sports a guardare gli altri. Sarà un dicembre infuocato e ricco di recuperi ravvicinati, quello delle ragazze di Diego Menin. Sarà però l’occasione per dimostrare nuovamente di essere Guerriere non solo di nome, ma anche di fatto.

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Click! E i Mastini volano a New York City Foto: Nicola Vivian

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MICHELE DE MARTIN

icola Vivian, fotografo ufficiale degli Agsm Mastini Verona, regala ancora grandi soddisfazioni al football americano gialloblu. Dopo la partecipazione ai Sony World Photography Awards del giugno scorso è arrivata nei giorni scorsi la sorpresa più grande ed inaspettata. Soddisfazioni che fanno bene allo sport, a quello minore come il football americano Made in Italy, fatto soprattutto di passione, sacrifici e sogni da realizzare.

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“Nel giugno scorso” – spiega Nicola – “ho inviato delle foto anche per il concorso organizzato da IPA, l’International Photography Awards, uno dei più in voga del momento. Era una sorpresa per la dirigenza e per i giocatori, non lo avevo detto a nessuno. A questo concorso avevo deciso di partecipare con tre scatti, uno per stagione sportiva. Sono infatti tre i campionati che ho seguito da bordo campo come fotografo e tifoso ufficiale. La categoria scelta per questo concorso è stata ovviamente quella degli sport di squadra, in veste di fotografo non professionista, visto che non posso considerarmi un fotografo sportivo di

Nicola Vivian

professione”. Certo Nicola, non hai il patentino per essere considerato un professionista, ma è sufficiente la passione che hai per la fotografia per poterti permettere di far parte di questo mondo. Prosegue Nicola: “Ho pensato di inviare la foto che ritrae Claudio Caglioni, defensive end gialloblu, aiutare il quarterback avversario a rialzarsi dopo il placcaggio subito. L’ho intitolata Respect, una foto tra le mie preferite, che già aveva ottenuto grande successo anche


nel concorso organizzato dalla FIDAF, la Federazione Italiana di Football Americano, in occasione del Superbowl di quell’anno. Ho scelto poi di inviare lo scatto che vede Attilio Bonacci, linebacker dei Mastini, incamminarsi nel tunnell che portava dagli spogliatoi verso il campo di gioco. Una foto che ho proposto in bianco e nero che ho intitolato In the tube. L’avevo scattata nel prepartita in una gara di playoff a Padova di un paio di stagioni fa. A queste due foto ho aggiunto ovviamente la foto più incredibile che ho avuto la fortuna di scattare in queste tre stagioni con i Mastini. È quella del salto di Fabio “Mela” Marinelli, runningback numero 39 dei miei cagnacci. La stessa foto che aveva già avuto grande successo ai Sony Awards e nella mostra che ho dedicato ai Mastini nel novembre scorso, Mastini Chronicles”. Tre scatti che sono riusciti a farsi strada, da Verona a New York, prima di essere visti e valutati dalla giuria dell’evento, organizzato al Carnegie Hall, una delle location più prestigiose della Grande Mela. “Sono passati più di qualche mese dall’invio di queste fotografie” – racconta Vivian – “quando negli ultimi giorni di ottobre mi trovo

un paio di risposte da IPA nella mia email. Due menzioni d’onore firmate dal presidente di IPA e dal presidente di Giuria premiavano le foto Respect e In the tube. Sono rimasto sorpreso e giustamente emozionato, ma il testo della mail continuava dicendo di controllare nel portale del concorso i dati inseriti per una futura esposizione della mostra, ovviamente post Covid-19, con data da destinarsi. Ero contento di tutto questo ma distratto da mille altre cose ho lasciato passare qualche giorno prima di fare questo check. Una volta entrato sul portale del concorso qualcosa di

impensabile arriva ai miei occhi. La foto del salto, denominata da me Spider man per l’incredibile somiglianza del gesto atletico ad una delle posizioni classiche del super eroe di Marvel, è posizionata nella parte alta dello schermo con al suo fianco il certificato che riporta il numero 2. La foto si era classificata al secondo posto nella categoria ‘Sport di squadra’. Giuro, non ci credevo! Ci ho messo qualche minuto prima di realizzare e condividere la gioia con Michele e Simone De Martin e con il resto della squadra. Una gioia immensa condivisa con chi come me ama questi colori e questa squadra. La terza mail ricevuta da IPA era in ritardo rispetto alle prime due. Il presidente del concorso Hossein Farmani, comunicava lo spostamento in data da destinarsi della premiazione riservata ai primi tre posti per ogni singola categoria del concorso”. “Sarebbe un sogno” - conclude Nicola - “poter andare a New York a ritirare il premio. Spero di poterlo fare quando ci sarà l’occasione. Lo farò con Michele e Simone, indossando perchè no tutti e tre il giubbotto della squadra. Un sogno da rimandare, da tenere in un cassetto, pronto però per essere aperto il più presto possibile”.

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Fondazione Bentegodi: avanti tutta! Foto: Fondazione Bentegodi

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MATTEO LERCO

na navigazione a vista. Il Covid 19 è una tempesta abbattutasi con ferocia inaudita anche sul mare dello sport, agitandone le acque e creando per questo indubbie

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problematiche per tutti i naviganti. La Fondazione Bentegodi, come ogni altra associazione sportiva, ha incassato il doppio colpo assestato dal recente momento storico, rimettendosi subito in piedi e programmando con consapevolezza e razionalità le prossime mosse. Nonostante l’impossibilità al

momento di progettare il domani, il quadro direttivo scaligero ha ben nitida in testa la mentalità con la quale affrontare le sfide del 2021. Dalle parole del direttore generale Stefano Stanzial emerge appieno questa lucidità di pensiero. “Abbiamo sempre ricercato l’ordine nella complessità del momento” – analizza – “la stangata di marzo è stata pesantissima, ma da quando si è potuti rientrare in palestra abbiamo affrontato le varie dinamiche con cognizione, avendo sempre come punto di riferimento la sicurezza e la salute dei nostri tecnici e tesserati. Le due ondate si possono rappresentare come escalation all’opposto: se a maggio, quando è avvenuta la riapertura, si sono posti in essere delle rigide procedure nonostante la problematica diventasse sempre più gestibile, ad inizio ottobre invece era presente uno status quo che col succedersi delle settimane è via via peggiorato”. Protocolli diversificati, varati dalle federazioni di ogni singola disciplina, hanno contribuito a stratificare le difficoltà organizzative. La Bentegodi, però, non si è mai persa d’animo. “L’attenzione maggiore l’abbiamo comprensibilmente posta su quelle attività nelle quali vi è una condivisione di strumenti e attrezzature” – prosegue Stanzial – “è chiaro che il podismo si presta a meno rischi rispetto per esempio al sollevamento pesi, nel quale è necessario sanificare il bilanciere dopo ogni utilizzo. Ad oggi siamo attivi solo nel comparto agonistico, settore disciplinato da specifiche direttive da parte delle relative federazioni, le quali hanno emanato dei stringenti criteri per selezionare le fasce di atleti a cui è consentito proseguire l’attività. In generale però noto una spiccata percezione della problematica che stiamo


vivendo, in quanto lo sportivo di per sé è abituato al rispetto delle regole”. L’orizzonte tuttavia al momento non si prospetta sereno. “Nessuno ha la sfera di cristallo” – aggiunge il direttore – “quindi è inutile fare previsioni a lungo termine. L’avvento del vaccino in questo senso restituisce ottimismo, ma comunque è realistico pensare che per tutto il prossimo anno dovremo convivere con il virus, in attesa che sempre più maglie della popolazione acquisiscano l’immunità. L’inverno sarà tosto, ma mi auguro che già dalla primavera si possa osservare la tanto attesa luce in fondo al tunnel. La stagione 2021/22 dovrà essere

poi quella della rinascita, per lo sport e per tutto il nostro Paese”. Affine in materia è anche la visione del presidente della Fondazione Bentegodi, Cristiano Tabarini: “La parte corsistica è al momento completamente ferma ed essendo quella remunerativa si tratta di colpo non indifferente. Rimaniamo amareggiati per le ingenti spese che ci siamo sobbarcati al fine di rendere sicuri i nostri ambienti, un esborso economico che alla fine è risultato vano: la salute rimane il valore primario da tutelare, quindi comunque accettiamo le valutazioni compiute in questi mesi dal Governo”.

“Con che spirito ci rivolgiamo al 2021? Restiamo fiduciosi” – conclude Tabarini – “perchè programmi ludico-motori resteranno invariati rispetto al passato. Sotto l’aspetto agonistico invece non sappiamo ancora se, e in che termini, saranno possibili le trasferte in giro per Italia ed Europa. Staremo a vedere. Detto ciò non alziamo bandiera bianca e, anzi, una volta superate le incertezze e i dubbi del momento attuale, siamo pronti a ripartire con grande volontà: non sarà di certo il Covid a fermare una storia che dura da 152 anni.”

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PILLOLE DI BENTEGODI

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a Fondazione Bentegodi affonda le proprie radici nel territorio veronese da oltre 150 anni; è nata infatti nel 1868 per volere del giovane medico Marcantonio Bentegodi, sostenitore del principio mens sana in corpore sano che, oltre alla professione, si dedicò all’associazionismo e alla pratica sportiva.

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Eletto prima consigliere comunale e poi membro del Consiglio provinciale di Sanità nel 1868, da amministratore pubblico riuscì a realizzare un progetto che aveva da tempo: una polisportiva comunale, la prima a livello nazionale. Riuscì nel suo intento coinvolgendo alcuni amici e stimati cittadini come il poeta Aleardo Aleardi, l’avvocato Carlo Inama, il conte Guglielmo Mosconi, Emanuele Patuzzi, l’avvocato Agostino Renzi Tessari e molti altri. Con loro il 1° giugno 1869, fondò l’Istituzione Comunale M. Bentegodi, della quale divenne subito presidente e finanziatore. Pochi anni dopo, il 9 agosto 1873 Bentegodi morì a soli 55 anni. Nel proprio testamento, lasciava il suo cospicuo patrimonio al comune di Verona, scrivendo: “Per l’educazione fisica della gioventù veronese la quarta parte dei redditi soprannominati voglio siano

destinati all’insegnamento della ginnastica e della scherma”. Circa tre anni dopo venne così creata l’Istituzione comunale di ginnastica e scherma Marcantonio Bentegodi. A scherma e ginnastica artistica, le prime due discipline promosse originariamente, si sono aggiunte, nel corso di questo secolo e mezzo altre 7 discipline: il nuoto, la pallanuoto, la pesistica, il tennis tavolo, il trampolino elastico, i tuffi e l’atletica leggera. Ad oggi la Fondazione Bentegodi vanta nel suo palmarès 150 medaglie di cui 40 d’oro; nel 1967 fu insignita dal CONI con la Stella d’oro al Merito Sportivo e successivamente, nel 2002, del Collare d’oro al Merito Sportivo. A conferma dell’impegno profuso dalla Società per preservare i valori del proprio fondatore, centinaia di allenatori qualificati allenano ogni giorno sportivi a partire dai tre anni fino ad arrivare alle categorie over 60.


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con corsa JUST FOR FUN, corsa delle mele per Bambini e Nordic Walking

Sa. 17.07.2021 ore 17.00

15,3 km www.girolagodiresia.it


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La E-volution della E-mobility

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Foto: Sportler

uello della e-mobility, ovvero mobilità elettrica, è un trend che si sta espandendo ovunque, in particolare nelle aree urbane dove vivono e lavorano molte persone. In città diverse sono le zone non accessibili alle auto, il traffico è a dir poco stressante e, anche quando si è finalmente arrivati a destinazione, trovare parcheggio è un’impresa! Il trasporto pubblico è certamente una buona alternativa, ma spesso autobus e tram sono sovraffollati e le fermate si trovano fuori dal proprio tragitto. Ecco che entrano in campo dei mezzi più pratici e rapidi per spostarsi in città in modo economico e senza troppi sforzi: e-bike, e-roller ed e-cargo sono pronti all’azione! Insieme alla redazione di SPORTLER (www.sportler.com), retailer premium nel mondo bike con 25 negozi in Italia e Austria, abbiamo provato a riassumere una panoramica su questo fenomeno. E-bike come stile di vita La città del futuro si muove tranquillamente, in modo vivace e senza emissioni. Sempre più persone preferiscono i trasporti pubblici, le bici o gli spostamenti a piedi. La e-bike, chiamata anche e-urban, consente di destreggiarsi nel groviglio urbano in modo piacevole, agile, senza problemi di parcheggio e, udite udite, senza sudare! L’e-bike è perfetta per la città e, grazie al supporto del motore, ti porta in qualsiasi posto tu desideri, in qualunque momento senza alcuno sforzo! Andare al lavoro, tornare dal supermercato con le borse della spesa, portare a casa i bambini da scuola sul seggiolino: con una city bike elettrica, tutto diventa molto più pratico, veloce, economico ed ecologico! Caratteristiche e i vantaggi di una e-bike? Presto detti:

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- Meno sforzo: i motori elettrici di ultima generazione consentono di coprire distanze maggiori o ripidi dislivelli, anche con un carico pesante, senza arrivare a destinazione completamente sudati e stanchi; - Risparmio di tempo: minimo sforzo, massima resa anche in caso di traffico! - Equipaggiamento completo: luci, freni, riflettori, parafanghi e portapacchi per pedalare in tutta sicurezza; - Geometria del telaio rilassata: posizione seduta eretta ottimale, telaio stabile e lungo, pneumatici antiforatura, la e-bike è adatta a qualsiasi condizione atmosferica in qualsiasi situazione; - Mulo da soma: anche l’acquisto più voluminoso non sarà un problema! Borse e cestini possono completare il tutto e facilitare un trasporto pratico, sicuro e, ancora una volta, senza sforzo; - Mantiene in salute e in forma: stare seduti bloccati in un ingorgo stradale costa denaro, fa venire i nervi, fa pensare troppo e, a lungo termine, fa

ammalare. Affrontare la vita in sella a una e-bike è divertente, non costa quasi nulla, ti mantiene in forma e tornare dal lavoro diventa un momento di relax. Largo all’e-roller, il monopattino elettrico La e-volution sembra non volersi fermare davanti a niente, contaminando ogni mezzo di trasporto possibile. Il vecchio monopattino è stato senza dubbio un bestseller e tutti volevano quello ‘skateboard con manubrio’. Lo si usava ovunque il terreno lo permettesse: in zone pedonali, su piste ciclabili, sulle strade che i più intrepidi percorrevano in mezzo alle auto e, addirittura, nel brevissimo tragitto tra scrivania e sala riunioni all’interno di uffici all’ultima moda. Ora è tempo dell’e-roller, il monopattino elettrico. Questo gioiellino viaggia a una velocità consentita di 25 km/h, si trasporta facilmente su treni, metropolitane, autobus e tram, è adatto per le piste ciclabili (non per i marciapiedi!) ed è un mezzo pratico e divertente per percorrere


Pubbliredazionale a pagamento le brevi distanze della città. Più dinamico e discreto rispetto a una e-bike, l’e-roller presenta senz’altro numerosi vantaggi affini e, grazie alla sua compattezza, è ancora più pratico per destreggiarsi nel traffico urbano con agilità. Se sei alla ricerca del fun factor, allora di certo un e-roller è la scelta giusta per te! E-cargo bike: la nuova frontiera del trasporto Le cargo bike sono biciclette a due o tre ruote concepite per il trasporto di oggetti e merci più o meno pesanti o di bambini. Largamente utilizzate in Nord Europa, piano piano stanno prendendo piede anche in Italia rappresentando il mezzo di trasporto ideale per muoversi in città all’insegna della sostenibilità. Il grande ostacolo del trasporto a pieno carico su tragitti lunghi, dissestati o in salita ha ora trovato la sua soluzione nella versione elettrica con pedalata assistita della bici cargo: l’e-cargo bike. Questa permette di ampliare il bacino di utenti che possono usufruire di tutti i suoi vantaggi, primo fra tutti la possibilità di far fronte a capacità di carico significative senza alcun sforzo. E per trasportare i più piccoli? Ci pensano i pratici rimorchi bici! E-cargo bikes per le consegne del cosiddetto ‘ultimo miglio’, per food delivery, traslochi o per piccoli trasporti di passeggeri nelle località turistiche: questi sono i primissimi utilizzi da parte di aziende o enti all’avanguardia con una grande sensibilità verso le tematiche dell’eco sostenibilità. I vantaggi? Minori costi di gestione del mezzo, nessuna spesa per parcheggio o benzina, ottimizzazione dei tempi di

consegna e nessun impatto ambientale! Nonostante la necessità di grandi miglioramenti sulla viabilità urbana ciclabile, a oggi affatto funzionale e continuativa, l’interesse per gli e-cargo sta crescendo anche fra i cittadini privati. Motori più performanti, ruote con pneumatici larghi e robusti per una maggiore stabilità e forza, più spazio per tutte le condizioni di trasporto immaginabili, sellini regolabili alla statura del conducente, manovrabilità sempre più affinata, resistenza alla pedalata sempre più ridotta, peso sempre più contenuto, dimensioni sempre più compatte e design ancora più curato e accattivante: ecco le caratteristiche top di gamma delle e-cargo bike di ultima generazione. E-volution: la rivoluzione dell’elettrico avanza La e-volution della mobilità elettrica sta trasformando, non solo i veicoli in circo-

lazione sulle strade, ma anche lo stesso ambiente urbano, rendendolo più piacevole e vivibile. Le innovazioni nel settore di certo non mancano e oggi l’attenzione è sempre più focalizzata sulla rider experience, per rendere la pedalata ancora più utile e piacevole nell’uso quotidiano. Con la e-volution quella che un tempo era un’utenza di nicchia ora si fa molto eterogenea e unita da un’attenzione comune alle tematiche ambientali. I mezzi di trasporto ecofriendly stanno riscuotendo grande successo, i numeri stanno crescendo e anche le istituzioni si stanno sensibilizzando sul tema aprendo a ecoincentivi destinati a favorire l’acquisto di bici o cargo elettriche a pedalata assistita. A questo punto la decisione dovrebbe essere facile: non resta che… passare all’elettrico!

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Foto: Sportler

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Dopo il lockdown... tutti pazzi per la bicicletta!

i dice che ci si accorga di cosa si ha solo quando lo si perde: ed è proprio quello che abbiamo realizzato durante questi mesi di lockdown. Il clima euforico della ripresa, fomentato anche dagli allettanti incentivi bici, ha dato il via a una vera propria “corsa alla bicicletta” in stile Far West con negozi presi d’assalto alla ricerca del modello perfetto. Questa situazione imprevedibile ha visto registrarsi il quasi tutto esaurito non solo per le bici di fascia più economica, ma anche per le due ruote di media e alta gamma. Mountainbike, citybike, trekking bike, modelli da corsa, gravel, e-bike. Insomma, dopo il lockdown tutti pazzi per la bici! La Bike Industry post quarantena L’esplosione del mercato bici degli ultimi mesi sta mettendo a dura prova la Bike Industry che si trova a fronteggiare una crescita vertiginosa della domanda nonostante il fermo produttivo di numerose aziende della filiera. Ecco che, data l’offerta nettamente inferiore rispetto a questo imprevedibile aumento della domanda, molti appassionati non sono riusciti ad acquistare

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la bicicletta dei loro sogni. "In un solo mese, a livello nazionale e internazionale abbiamo venduto tutto lo stock che generalmente impieghiamo fino a settembre, con un trend di vendita che non ha precedenti" commenta Raimund Algrang Category Manager Bike di Sportler (www.sportler.com). Agli occhi di un non addetto ai lavori, la situazione in store potrebbe sembrare ingiustificata. Per sopperire alla mancanza di biciclette in negozio, però, un colpo di telefono alla casa madre di uno dei nostri top brand non è sufficiente. La questione è di gran lunga più complessa e, per comprenderla, è interessante capire quali sono le diverse fasi della filiera produttiva che un qualsiasi modello di bici intraprende prima di arrivare nei nostri store e su sportler.com Per capire meglio il punto di vista dell’industry bike, Sportler ha interpellato direttamente Donatella Suardi, General Manager di Scott Sports SA, azienda svizzera fondata nel 1958 da Ed Scott, produttrice di biciclette, equipaggiamento invernale, attrezzature per motociclismo e abbigliamento sportivo.


Pubbliredazionale a pagamento

produzione e gestione dei nuovi modelli e delle collezioni. I dati di vendita degli anni precedenti vengono analizzati con attenzione attraverso strumenti informatici e statistici per prevedere i numeri necessari a soddisfare l’ipotetica domanda dell’anno successivo. “Indovinare” le bici che saranno in tendenza non è affatto facile! L’esperienza nel settore gioca un ruolo fondamentale e di certo questa a Scott non manca. Ecco dove tutto ha inizio: la sede globale di Scott Sports inaugurata nella primavera del 2019 a Givisiez, Svizzera. Produzione Dopo aver stilato le previsioni riguardo agli ordini, ecco che in inverno viene lanciata la produzione su scala mondiale.

La nascita della collezione Ad agosto, circa 13 mesi prima dell’arrivo in negozio delle novità dell’anno successivo, ha inizio il brainstorming sulla nuova collezione. Ciò significa che, quando ad agosto 2019 in negozio usciva la collezione 2020, in Scott si cominciava già a discutere delle future line-up per l’anno 2021 previste in negozio per agosto/settembre 2020. Previsioni di vendita Questa fase avviene verso novembre, circa 10 mesi prima dell’arrivo in negozio delle bici, e rappresenta un passo fondamentale per la pianificazione di

Presentazione della nuova collezione ai rivenditori Questo è senza dubbio il momento più atteso. Tra giugno e luglio ecco che solitamente si apre il sipario sulla nuova collezione e i nostri Buyer Bike possono finalmente toccare con mano tutte le novità Scott e selezionare il meglio del meglio per gli store come www.sportler.com I nostri Buyer Bike alle prese con un divertentissimo test prodotto Scott presso il Bike Park di Lenzerheide in Svizzera. Arrivo in store Tra agosto e settembre circa, la nuova collezione Scott varca finalmente la soglia dei nostri store ed entra a far parte delle disponibilità di www.sportler.com Covid-19: Le conseguenze sulla filiera produttiva Per far fronte al boom di vendite bici

post pandemia, Scott avrebbe dovuto prevedere già a novembre 2018 l’arrivo del Covid-19, il lockdown e il conseguente aumento della domanda, mettendo così in produzione più biciclette della collezione 2020. Impossibile! Ma, purtroppo, non è finita qui! Con il lockdown molti anelli della catena produttiva illustrata in precedenza si sono spezzati. Una bicicletta, infatti, è come un puzzle: un insieme di pezzi che combaciano alla perfezione. Se anche una sola fabbrica dedicata a una determinata componente interrompe la produzione, ecco che il meccanismo si blocca e il puzzle non può essere completato. Il lockdown ha provocato rallentamenti di questo tipo su scala mondiale, facendo slittare i processi e provocando ritardi a cascata su montaggio e consegna dei modelli 2021 previsti per fine estate 2020. Ecco spiegata in breve la situazione relativa all’assortimento bici un po’ sparuto. Conclusioni Non solo Scott, ma anche altri grandi marchi del mondo bike si trovano nelle stesse condizioni. Si tratta di una situazione fuori da ogni previsione ma, senza dubbio, passeggera quindi… niente panico! Stiamo lavorando per voi e siamo pronti a fare di tutto per darvi la possibilità di stringere fra le mani il manubrio del vostro modello di bici preferito il prima possibile.

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I NTERVISTA erro F o e t t a M

Capitano di Ferro Foto: Giampaolo Donzelli

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LUCIO TASCHIN

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uasi’ 2 metri di altezza per ‘quasi’ 120 chili di pura potenza. Lui è il capitano. Non di una squadra qualsiasi ma

della Femi Cz Rugby Rovigo Delta, la società sportiva che rappresenta la storia del capoluogo polesano ma anche la storia del rugby italiano e non solo. Classe 1992, Matteo è veramente un pezzo di pane, un ‘bravo toso’ si potrebbe dire in dialetto rodigino. Matteo si racconta in questa intervista

esclusiva ai lettori di SportdiPiù magazine. Innanzitutto: chi è Matteo Ferro? «Mi definisco un ragazzone che non poteva altro che trovare uno sport di contatto ma allo stesso tempo di squadra. Da piccolo ero partito per fare il nuoto ma poi, un po’ il nonno un po’ la famiglia,


giocare nel main field; anche solo fare un allenamento nel campo principale è qualcosa di speciale. Figurarsi farlo per oltre 100 partite e vincere dei trofei». Giocare con la Rugby Rovigo è una questione soprattutto di appartenenza? «Soprattutto! Si è perso in questi anni l’attaccamento alla maglia che noi ragazzini avevamo in passato. Oggi credo si pensi di più ad andare in Accademia e secondo me si perde in identità. Crescere con un’ambizione e raggiungerla è un motivo d’orgoglio soprattutto se lo fai per la tua città per la Tua squadra». mi sono ritrovato con una palla ovale in mano». Qual è stato l’impatto con lo Stadio Maci Battaglini, la tradizione e il tempio del rugby italiano? «Il Battaglini mi ha sempre fatto un certo effetto. Quando cresci a Rovigo sogni di

Quali sono i ricordi indelebili della tua carriera? «Di sicuro uno è legato al 28 maggio 2016: il mio primo e finora unico scudetto dopo 25 anni che Rovigo soffriva con qualche finale persa. Vincere in casa poi con un Battaglini pieno mi resterà impresso nella mente. Anche conquistare la Coppa Italia

a gennaio di quest’anno non è male. Era un obiettivo che Rovigo non aveva mai raggiunto e soprattutto contro gli avversari di una vita, il Petrarca, in mezzo al fango, pioggia e freddo». Matteo Ferro ha avuto anche un trascorso con le nazionali giovanili italiane ma ti sei mai guardato attorno e soprattutto hai mai pensato ad un futuro non in maglia rossoblu? «Sicuramente l’ambizione è quella di giocare al più alto livello possibile. Il mio pensiero è comunque che se non ho la possibilità di raggiungere mete come Treviso, le Zebre, Rovigo è il top per un giocatore». Qual è il tuo personale ‘film’ del 2020 ai tempi del Covid? «Diciamo che quest’anno siamo stati messi a dura prova. Ad Aprile eravamo chiusi in casa. A maggio ci hanno tolto la possibilità

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di poter provare a vincere lo scudetto. C’è stato tanto tempo per pensare e ad oggi la voglia di riprendere e giocare con una certa continuità è tanta anche se le aspettative sono tutte da verificare. Ci sono ancora troppi ostacoli da superare». Come, ad esempio, allenarsi di più con la propria squadra che giocare competizioni ufficiali? «Allenarsi ai tempi del Covid è strano! Prima si pianificava la settimana con obiettivi. Con il Covid ti alleni ma magari al giovedì ti dicono che nel week end non scendi in campo. Devi avere una preparazione psicologica particolare. Eravamo abituati a confrontarci con un avversario costantemente e non sono sicuro che questo possa riprendere presto». Ma chi è Matteo Ferro fuori dal campo? «Di sicuro è uno che ha capito che di rugby non si vive. Che c’è un futuro oltre la carriera. Mi piace uscire con amici, trovarsi attorno ad una tavola e condividere del tempo con loro». E magari metter su famiglia? «Ci penso (sorride n.d.r.) ma non ora. Intanto mi godo Giulia, la mia fidanzata». Vedremo presto un piccolo Ferro in un campo da rugby? «Ah non presto comunque. Io non forzerò mai nulla perché ciò accada. Così mi hanno insegnato a casa e così farò anch’io con mio figlio o perché no con mia figlia». Matteo vuoi mandare un messaggio agli amici di SportdiPiù magazine? «Certo! Vorrei salutare tutti gli sportivi che magari non hanno l’opportunità di gareggiare e hanno rimandato l’inizio dei campionati. Lo sport ci deve insegnare, a noi che giochiamo e a quelli che ci guardano, che ci sono delle regole e queste vanno rispettate. Se avessimo rispettato tutti di più le disposizioni forse saremmo messi un po’ meglio. E infine che non vedo l’ora di tornare a giocare davanti al mio pubblico, per la gente di Rovigo, che considera il rugby alla pari di una religione e fin da subito siete invitati al Battaglini, appena si potrà!».

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I NTERVISTA vato a r g S ia s A

Regina d'Asia Foto: Photobicicailotto

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MATTEO ZANON

sia Sgaravato, villafranchese classe 2006 e portacolori del team Petrucci Ekoi, quando sale sulla bici non fa sconti. In questa stagione infatti, ha conquistato la maglia di campionessa regionale e del Triveneto. Risultati che dimostrano le sue grandi doti e che la classificano tra le migliori cicliste italiane, su strada e su pista. Una giovane promessa che, con tanta semplicità, non vuole smettere di stupirsi e di stupire. In esclusiva per SportdiPiù Magazine, Asia racconta il suo percorso d’amore in sella alla sua fedele compagna di avventure. Asia, quando hai iniziato a correre in bici? «Ho iniziato all’età di 11-12 anni, piuttosto tardi rispetto ad alcune mie coetanee e avversarie». Come mai hai scelto il ciclismo? «Ho scelto di correre così, per gioco. Se devo essere sincera non mi aspettavo di arrivare a tali risultati soprattutto perché avendo iniziato tardi, credevo di pagare l’inesperienza». Che emozioni provi quando sali in bici? E la gara come la vivi? Senti la tensione che via via sale oppure riesci a controllarla e a rimanere tranquilla? «Quando salgo in bici mi sembra sempre di entrare in un altro mondo in cui posso essere me stessa. Mi dimentico dei problemi e dei pensieri quotidiani e posso dire che è il mio momento di sfogo. La gara la vivo molto serenamente perché la vedo come un momento di divertimento; è difficile tenere sotto controllo l’ansia piuttosto che la paura di cadere e di farsi male ma con il tempo ho acquisito, anche se non completamente a dir la verità, queste abilità. Ho un carattere testardo e competitivo ed è questo che mi ha portato a volere sempre di più, a cercare di migliorarmi ogni

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giorno per ottenere un risultato migliore ogni gara. È stata dura ma alla fine ce l’ho fatta, anche grazie al mio diesse Michele Poldi e alla mia famiglia». Hai raggiunto ottimi traguardi sia gareggiando in pista sia su strada. Quale delle due preferisci e che differenze ci sono? «Se dovessi scegliere tra pista e strada opterei sicuramente per la pista perché, a parer mio, è un ambito del ciclismo in cui vince chi, oltre alle gambe, riesce a distinguersi per la sua intelligenza e astuzia, infatti è per questo che lo trovo affascinante; il ciclismo su strada invece è molto bello ma soprattutto impegnativo perché più si va avanti più i percorsi di gare diventeranno difficili. Questo un po’ mi spaventa ma con il tempo si vedrà cosa fare». In Trentino e nel padovano sei riuscita a conquistare la maglia di campionessa del Triveneto e la maglia rossa di campionessa regionale su strada. Cosa significano per te questi due risultati? «Le due maglie che ho ottenuto insieme ai risultati delle ultime tre gare mi hanno dato un bagliore di speranza in più, perché inizialmente pensavo di avere come unica chance la pista ma con queste performance ho iniziato a pensare che forse posso avere una possibilità, anche se minima, su strada». Successi che richiedono tanto allenamento. Quante ore ti alleni in una settimana? Riesci a gestire bene gli impegni sportivi con la scuola? «In piena stagione mi alleno tre volte a settimana, oltre alla gara della domenica. Devo dire che per ora non ho riscontrato grosse difficoltà con la scuola visto che frequento ancora classi in cui il carico di

studio è ridotto. Le difficoltà ci saranno nei prossimi anni». Oltre al ciclismo hai qualche hobby? «Mi piace molto cavalcare ma in questo ultimo periodo sono impossibilitata ad andare al maneggio per colpa della pandemia». Il 2020 non è ancora finito ma possiamo già fare un bilancio? Che voto daresti, dal 1 a 10, alla tua stagione? «La stagione del 2020 si è conclusa domenica 25 ottobre con l’ultima gara svoltasi a Vigasio e organizzata dalla mia squadra. È stata una stagione intensa che si è contraddistinta per il Covid ma nonostante ciò sono contenta dei risultati ottenuti e complessivamente darei un 8,5 perché si può ancora migliorare molto».

Hai un sogno nel cassetto che vorresti raggiungere in sella alla bici? «Nell’ultimo periodo, guardando anche il ciclismo in televisione ho trovato molto interessante le gare su pista a livello europeo e un giorno mi piacerebbe gareggiare con la nazionale italiana». Per concludere: hai qualche ciclista che guardi con ammirazione? «Un’atleta che mi ha sempre guidato nel mio cammino è stata Letizia Paternoster. Mi ha colpito la sua semplicità e la sua positività nell’affrontare la vita in generale. Ha sempre un magnifico sorriso impresso sul volto anche nei momenti più duri ed è questo l’obiettivo che vorrei raggiungere: andare oltre i risultati, che siano positivi o meno».

CYCLING TEAM PETRUCCI EKOI Il direttore sportivo Michele Poldi presenta la società ciclistica dove gareggia, tra gli altri, la promettente Asia Sgaravato. “Il Cycling Team Petrucci Ekoi” – spiega Poldi – “nasce dalla collaborazione tra l’A.S.D. Cordioli Costruzioni e il G.S. La Rizza, due società storiche del ciclismo veronese che uniscono le forze per iniziare un progetto sportivo molto ambizioso”. Il Team Petrucci Ekoi infatti eredita l’anima di entrambe le società e forma un grande gruppo con ragazzi e ragazze dai 7 ai 16 anni, ovvero dalla categoria Giovanissimi alla categoria Allievi sia maschile sia femminile. “Sulle maglie” – precisa Poldi – “che riportano i colori delle vecchie società di appartenenza, sono apposti i nuovi sponsor che danno una linfa essenziale per lo svolgimento dell’attività, con un grande ritorno di immagine, caposaldo essenziale per la società”. Una realtà ciclistica in una provincia dove il ciclismo è molto sentito, ma il Team Petrucci Ekoi vuole puntare in alto. “L’obiettivo” – spiega il Ds – “è sicuramente portare i nostri ragazzi a grandi traguardi regionali, nazionali e se il buongiorno si vede dal mattino devo dire che la stagione 2020 ha sicuramente gettato le basi per un futuro di grandi soddisfazioni”. Il Team con i suoi corridori partecipa a gara su strada e su pista (velodromi) in tutto il nord Italia. “Da quando siamo in attività” – conclude Poldi – “i nostri ragazzi e ragazze hanno collezionato numerose vittorie e piazzamenti vincendo titoli Provinciali, Regionali, Triveneti e Italiani (ultimo titolo italiano è di Asia Sgaravato nella velocità su pista a San Giovanni al Natisone)”. La squadra della categoria Esordienti Donne quest’anno è arrivata prime nella speciale Classifica Nazionale Donne Esordienti a squadre. La sede della società è a Forette di Vigasio e il direttore d’orchestra del team è il presidente Raffaello Cordioli, aiutato quotidianamente dagli allenatori, veri protagonisti della crescita dei ragazzi. Per quanto riguarda il team femminile l’allenatore il ds Michele Poldi mentre per la categoria Giovanissimi sono Marco Cordioli e Federico Mutinelli. Nella categoria dei più grandi, gli Allievi, invece sono Sergio Zoccatelli e Claudio Cordioli.

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Foto: Luigi Guelpa

I NTERVISTA lpa e u G i ig u L

Pallone nero

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GIORGIO VINCENZI

uigi Guelpa, giornalista e grande conoscitore del calcio africano che segue da trent’anni, ha pubblicato a fine giugno Pallone nero (Ed. Urbone publishing, euro 15) per raccontare, come dice il sottotitolo “le storie di vincitori, di vinti e di stregoni”. Abbiamo intervistato l’autore che ci ha ‘svelato’ alcune delle storie e degli aneddoti, alcuni assai curiosi, raccontati nel suo bellissimo libro. Perché un libro sul calcio africano? «Il desiderio di Gianni Mura, l’ideatore di questa pubblicazione, era quello di mettere assieme tutto il panorama calcistico africano con un occhio di riguardo per le storie, gli aspetti sociali e persino antropologici».

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Racconti tante storie di giocatori che grazie al calcio sono diventati famosi e hanno vinto la miseria, ma prima di questo hanno conosciuto la guerra, uccidendo anche persone… «È il caso di Bruce Grobbelaar (ex portiere del Liverpool, n.d.r.), soldato nella guerra di Rodhesia. Il pallone l’ha salvato da una fine ingrata, ma durante il conflitto ha sparato, ferito e ucciso. Lo racconta, seppur malvolentieri, nella sua biografia, ricordando quando durante una licenza incontrò sull’uscio di casa un amico, ma anche soldato nemico. I due parlarono, promettendosi che dopo la tregua si sarebbero ritrovati al fronte. Grobbelaar chiosa rivelando che “lui oggi non c’è più, io sono ancora in vita». In “Pallone nero” proponi anche storie di calciatori africani “vinti”. Che cosa intendi? Ci fai dei nomi?

«Vinti nel senso che, seppur promettenti e destinati in linea teorica a un futuro radioso, si sono persi per strada oppure sono durati nell’olimpo del pallone per una sola notte. Penso a Obapunmi, attaccante nigeriano ai mondiali del 2002. Aveva appena 17 anni e il mondo ai suoi piedi. Poco tempo dopo, per via di una grave malattia agli occhi, ha perso tutto. Oggi è un mendicante». Qual è la storia che meriterebbe di essere maggiormente conosciuta? «Sicuramente la storia di Ephrem M’Bom, il difensore del Camerun che marcò Paolo Rossi in Spagna nel 1982. Le zampate di alcuni di quei Leoni Indomabili lasciarono segni così profondi da non passare inosservati nella nomenclatura del calcio mondiale. Qualcuno entrò nella casta e trovò ingaggi milionari in Europa, del ‘carceriere’ di Pablito invece si persero


gara il fantasista faceva disporre in cerchio i compagni, e lontano dalle telecamere e da occhi indiscreti, orinava sul terreno di gioco. Poche gocce per tenere lontano gli spiriti negativi. Makanaky, che ora vive in Belgio e fa il sindacalista, ben si guarda dal bollarlo come gesto stravagante. Nei quarti di finale contro l’Inghilterra un’improvvisa ritenzione idrica non gli permise di espletare le normali funzioni fisiologiche. L’episodio fu interpretato negativamente da tutta la squadra. Il Camerun, per la cronaca, perse dopo essere stato ad un passo dalla vittoria, per colpa di una vescica capricciosa».

Luigi Guelpa

Perché una squadra africana non è ancora riuscita a vincere la Coppa del Mondo? «Camerun, Senegal e Ghana hanno raggiunto i quarti di finale, ma per

le tracce, almeno fino alla primavera del 2014 quando un tubo difettoso del bagno di un’associazione umanitaria portò a galla una di quelle storie nate sotto il sole dell’Africa. Padre Auguste Bourgeois, un cistercense con la passione per il calcio, non ha avuto la minima esitazione a riconoscere l’ex calciatore che ai mondiali di Spagna indossava la maglia numero sette in quell’idraulico attempato che armeggiava sotto il lavandino con tenaglie e chiave inglese. È stato il religioso francese a raccontare del sorprendente incontro alla stampa d’oltralpe, che però ha relegato la notizia in un trafiletto anonimo tra le pillole degli sport minori». Un calciatore africano che ha calcato i campi della Serie A e che poteva avere più fortuna? «Mi viene in mente Tchangai Massamesso detto Komi, difensore centrale togolese. Giocò nell’Udinese, aveva numeri importanti. Non riuscì però a gestire in maniera positiva l’improvvisa notorietà e scelse la strada della tossicodipendenza. È morto nel 2010 ad appena 32 anni. Dimenticato da tutti». Tra tutti i giocatori che hai conosciuto, quello più strano? «Adebayor, l’attaccante del Togo. Ho avuto modo di intervistarlo, un calciatore davvero strano, un personaggio sopra le righe. Accadde quando tornai a Lomé, la capitale del Togo, nella sua villa. Una costruzione pacchiana sul cui tetto svettava una Statua della Libertà in miniatura. Solo che in questo caso la Dea Ragione non sorreggeva nella mano destra una fiaccola, il simbolo del fuoco eterno della libertà, ma un pallone. Intorno alle mura di casa Adebayor sorgevano alcuni mercatini con una serie di venditori che tentavano di piazzare accessori sportivi rigorosamente taroccati. I prezzi erano

maggiorati rispetto a quelli di altre zone della città, e fu lo stesso Adebayor a spiegarmi che: “scarpe e magliette costano un po’ di più perché sono impregnate del mio spirito”. Avevo capito ben presto di trovarmi di fronte a un personaggio bizzarro. Non a caso Adebayor a un certo punto della sua esistenza decise di abbandonare il pallone perché i parenti, a suo dire invidiosi, gli avevano scagliato contro la maledizione di un potente stregone del posto». In questo calcio c’è spazio anche per la superstizione… «L’Africa nera è una terra dove voodoo e sortilegi valgono più del fiuto del gol di un attaccante o delle acrobazie di un portiere. Racconto un aneddoto. Cyrille Makanaky era l’ala destra del Camerun a Italia ’90, il team che con Roger Milla in attacco sfiorò il podio. Prima dell’inizio di ogni

vedere un’africana sul podio ci vorrà ancora troppo tempo. Le squadre sono divise in clan. I premi di qualificazione ai mondiali vengono spesso sottratti dai dirigenti. Gli allenatori, stranieri, non vengono pagati, oppure subiscono tutta una serie di ingerenze insostenibili. Anche in questo caso mi affido a un episodio poco conosciuto. Nel 1993 il ct belga Jean Thissen allenava il Gabon, ma dopo la sconfitta contro il Senegal e la fallita qualificazione ai mondiali americani, il presidente Omar Bongo decise di punirlo sequestrandogli il passaporto. Glielo avrebbe riconsegnato solo in cambio della restituzione degli stipendi versati nei due anni di lavoro. Dopo un braccio di ferro tra il governo belga e quello del Gabon, Thissen fu prelevato con un blitz dei caschi blu dell’Onu dall’hotel di Brazaville, in cui di fatto si trovava ai domiciliari, e portato in salvo».

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I NTERVISTA ontana F o e t t a M

Elkjaer Sindaco! Foto: archivio web della carriera di Elkjaer: il tratto che più ci sta a cuore, ossia la sua permanenza in gialloblù dal 1984 al 1988. L’idea viene dalla passione, dal ricordo e dall’emozione vissuta di quelle grandi stagioni, di quello che è stato e di quello che ha rappresentato e rappresenta tuttora Preben Elkjaer per Verona. Non solo per chi l’ha vissuto, ma anche nella memoria trasmessa a chi è nato dopo. È stato soprattutto il bisogno di condurre sul piano personale un viaggio sentimentale che credo tanti possano condividere». Cosa viene raccontato nel tuo libro? «Parlando dell’aspetto prettamente cronachistico si parte dal momento in cui Elkjaer viene per la prima volta individuato come uomo giusto da inserire nella rosa. Poi le stagioni con l’Hellas intrecciate con le splendide cavalcate della Danimarca, rivelazione degli anni ’80. La storia è incentrata su Verona e sull’Hellas ma ci sono degli intarsi mirati e necessari, per non dire obbligatori, su quanto Preben fece con la Danimarca. L’epilogo, il capitolo conclusivo, è dedicato ai saluti di Elkjaer quando lasciò Verona. All’interno di questa narrazione si vanno ad intrecciare aneddoti, storie, opinioni ed interventi di diversi compagni di squadra di Preben tra i quali Volpati, Fanna, Galderisi, Vignola e De Agostini».

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JACOPO PELLEGRINI

atteo Fontana, giornalista veronese, corrispondente tra gli altri per la Gazzetta dello Sport, è senza dubbio tra i più appassionati esperti di Hellas Verona e di calcio in generale. Nei suoi libri ha raccontato la storia, degli aneddoti e i personaggi della storica città di Verona, l’unica provinciale ad aver

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vinto - trentacinque anni fa – un irripetibile scudetto. Nel suo nuovo libro Elkjaer Sindaco! Matteo ci racconta Preben durante gli anni d’oro dell’Hellas Verona. Matteo, com’è nata l’idea di scrivere un libro? «Innanzitutto ci tengo a precisare che non si tratta di una biografia complessiva di Preben, bensì è un tratto della narrazione di quella che è stata l’esperienza sportiva

Che ricordi hai di Elkjaer? Ce ne puoi raccontare uno in particolare? «I ricordi sono tantissimi, perché poi ero bambino e avevo 8 anni. Ero negli anni in cui si costruisce il proprio nucleo empatico, di conseguenza potrei dirti molti episodi. La prima immagine che ho di Preben è lui che sbaglia il rigore decisivo in semifinale contro la Spagna. Si giocava a Lione ma penso il pallone sia arrivato più o meno fino alla Senna». Il gol senza scarpa alla Juve è stato un grande gesto atletico, ma che altro significato possiamo attribuirgli? «Il Verona aveva già più volte sconfitto la Juve in passato, però quello fu come un grido di ribellione di Verona e di un calcio di provincia che spesso veniva vessato dalle


grandi metropolitane. Il fatto della scarpa che scivola via nel maldestro tentativo di intervento di un difensore avversario sembrava dire ‘non riuscite a fermarci neanche con le cattive maniere’». Cos’ha significato Elkjaer per il Verona e per Verona? «Elkjaer è stato uno dei simboli più grandi di quel Verona. Forse il più grande perché era quello che rubava l’occhio e incarnava lo spirito della gente di Verona. Ritraeva un sentimento collettivo». Elkjaer è stato il più forte giocatore di tutti i tempi dell’Hellas? «Sul piano emotivo devo dire di si. A mio gusto personale forse il giocatore più forte che io abbia visto a Verona, che però

Matteo Fontana

Dettagli del libro Copertina flessibile: 202 pagine Editore: Eclettica (4 novembre 2020) Lingua: Italiano Prezzo: Euro 17,10 L’autore Matteo Fontana, nato nel 1976, scrive per il Corriere di Verona, è corrispondente per La Gazzetta dello Sport e coordinatore di redazione del sito www.hellas1903.it Maturità classica, laureato in giurisprudenza, ha pubblicato i libri La maglia gialloblù (New Art Photo, 2012), All’inferno andata e ritorno –

purtroppo non si espresse, è stato Dragan Stojkovic. Dire il più forte però è sempre molto complicato. Preben sicuramente è stato il più emozionante. Il più iconico». Ultima domanda: Elkjaer o Zigoni? «Zigoni l’ho intervistato più volte ed è sempre un piacere perché ha una grandissima

cultura umana, però non l’ho visto giocare e vivo su quello che mi è stato raccontato. Stiamo parlando di dare un giudizio su dei fatti storici che non ho e che ho vissuto. Dipende dai gusti e da quello che ci scatenano dentro: Preben l’ho vissuto e so quello che ho provato»

Cronache di quando l’Hellas “doveva” sparire (Scripta, 2014), Il miracoliere – Osvaldo Bagnoli, l’allenatore operaio (Eclettica, 2016), Il duello – Moser contro Fignon, una sfida leggendaria (Absolutely Free, 2017), Cavalli selvaggi – Campioni romantici e ribelli nell’Italia di piombo (Eclettica, 2018), Giorni di tuono – Un mese per vincere: l’impresa del Verona (Eclettica, 2019) e Un’estate in Italia – 1990, il Mondiale delle notti magiche (Eclettica, 2020). Ha curato il soggetto dell’opera teatrale Verona8485 ed ha ricevuto il Premio Cangrande per il 2019 nella categoria giornalista sportivo.

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I NTERVISTA i in h g e n e S a ic r Fede

Le Giovinette, in campo contro i pregiudizi Foto: archivio Francesco Bacigalupo e Rosa Mottino

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GIORGIO VINCENZI

el 1933 nasceva a Milano il Gruppo femminile calciatrici milanese, la prima squadra di calcio femminile in Italia. Un’esperienza che ebbe una vita breve perché contrastata dal regime fascista. La giornalista Federica Seneghini racconta la loro storia in un romanzo intitolato Le Giovinette – Le calciatrici che sfidarono il Duce (Ed. Solferino Libri, euro 16,50). Una storia di sport, valori e sentimenti che la scrittrice genovese ci spiega in questa intervista esclusiva. Federica, innanzitutto spiegaci come nasce l’idea di questo romanzo? «L’idea è nata l’anno scorso poco

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prima dei mondiali di calcio femminili. Insieme a Marco Giani, che un grande conoscitore di questo mondo, andai da Grazia Barcellona nipote di una di quelle calciatrici che mi raccontò la storia della squadra e da lì ho capito che ne poteva venir fuori una bella storia, poco conosciuta a livello nazionale». Nel libro si parla di Rosetta, Marta e Giovanna Boccalini e di tante altre che giocando a calcio sfidarono il regime fascista. In che senso si misero contro il potere dell’epoca? «Queste donne, che avevano per la maggior parte fra i 15 e i 20 anni (la più anziana, secondo le fonti storiche, era la ventisettenne Luisa Boccalini n.d.r.), volevano fare qualcosa di nuovo, che non si vedeva sui giornali dell’epoca e

che non era mai stato tentato prima: giocare a calcio. Come accade quando si è pioniere ci sono dei rischi. Queste ragazze sapevano bene qual era la morale dell’epoca e cosa voleva dire vivere in un regime totalitario. Il regime fascista in un primo momento non sa cosa dire rispetto a questa iniziativa, è totalmente spiazzato. I primi ad attaccare le ragazze furono i giornalisti, che erano legati al regime, con una serie di articoli pieni di pregiudizi. L’allora presidente Coni, Leandro Arpinati, diede inizialmente il via libera, ma quando gli subentrò Achille Starace, che aveva una visione diversa dello sport, tutto cambiò. Le donne, a parere suo, dovevano fare degli sport più consoni a loro e per vincere delle medaglie utili alla causa del Paese».


Federica Seneghini

Pur di giocare e di non andare contro la morale dell’epoca si erano date anche delle regole sul campo molto stringenti… «Scesero in campo con delle gonnellone invece che con dei pantaloncini perché avrebbero dettato scandalo nel far vedere le gambe al pubblico. Si dettero anche delle regole di gioco diverse da quelle del calcio maschile. Innanzitutto la palla era più piccola e leggera, i tempi non erano di 45 minuti ma bensì di 20. I passaggi poi dovevano essere solo rasoterra. In porta fu deciso di mettere dei ragazzi presi dalle giovanili dell’AmbrosianaInter perché il ruolo del portiere era considerato il più a rischio. I medici dell’epoca pensavano che una pallonata al basso ventre avrebbe potuto mettere a rischio la fecondità di queste ragazze e questo non era tollerato dal regime fascista perché far figli era quasi un obbligo per le donne». L’11 giugno 1933 a Milano si giocò la prima partita di calcio femminile… «Quella dell’11 giugno fu la prima di due partite che le ragazze giocarono tra di loro. Nel massimo splendore il movimento arrivò ad avere sino a 50 calciatrici».

calcio maschile del 1934 e alle Olimpiadi di Berlino del 1936. E proprio in vista di questo appuntamento in Germania voleva formare delle atlete in grado di poter portare a casa delle medaglie più che lasciare delle ragazzine giocare a calcio. E poi questo sport, a detta di molti dell’epoca, non era adatto alle donne per dei pregiudizi che ancora oggi ci portiamo dietro». che coi loro colleghi cecoslovacchi dello Sparta Praga andarono a vederle giocare in occasione della seconda ed ultima partita pubblica, giocata a Milano nei all’inizio del luglio 1933». Perché finì l’esperienza delle Giovinette? «Come dicevo prima, l’avvento alla presidenza del Coni di Starace mutò la visione del calcio al femminile. Le ragazze giocarono ancora per qualche mese e poi furono costrette a smettere nel settembre del 1933 e invitate a fare altri sport. Il regime in quel momento guardava ai campionati mondiali di

Quindi a distanza di 87 anni dai fatti che tu racconti nel libro non sono ancora del tutto spariti i pregiudizi nei confronti del calcio femminile? «I pregiudizi di oggi sono sempre gli stessi che avevano trovato le ragazze nel 1933. Si pensa ancora che le donne dovrebbero far altro. Fino a poco tempo fa pensavo che la preoccupazione che fare calcio potesse metter a rischio la possibilità di avere figli fosse solo un pregiudizio del 1933, invece di recente un’allenatrice di calcio femminile mi ha confessato che anche a lei glielo avevano detto. Un detrattore ebbe a dire: “non è né calcio, né femminile”».

Che pubblico c’era a vederle? «Al bordo del campo c’erano circa mille persone tra curiosi, appassionati, parenti, amici… e questo grazie alla stampa che da diversi mesi si occupava di loro». E chi tra gli sportivi dell’epoca diede il proprio appoggio alle Giovinette? «Bisogna subito dire che le ragazze, attraverso i giornali, avevano chiesto ai giocatori di Serie A cosa ne pensassero del loro esperimento. Molti calciatori risposero in modo positivo e tra loro anche alcuni famosi all’epoca come Gianpiero Combi, portiere della Juventus e della nazionale italiana. Un sostegno indiretto arrivò anche dai giocatori dell’Ambrosiana-Inter,

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S SPO RT BO O K

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uesto è il mio posto”, la nuova fatica di Gianni Galleri, che arriva dopo “Curva Est. Un viaggio calcistico nei Balcani”, ci porta alla scoperta delle terre calcistiche che sono al di là dell’Adriatico - Slovenia, Bosnia, Serbia, Albania e Grecia. E ancora la Romania, sino a sconfinare in Turchia, a Istanbul – dove convivono “fatti di ossimori e antagonismi, di sconfitte epocali che diventano mitologia, di sofferenza che si tramuta in stoicismo”. Il tutto narrato sotto forma di viaggio all’interno di queste nazioni dove gli agganci locali dell’Autore raccontano storie di squadre e tifosi, legati a momenti belli e tristi di quei luoghi. In altre parole è un libro dedicato al calcio, dove però il “pallone” diventa quasi una scusa per parlare di storia, tradizioni, politica e amore sterminato

Questo è il mio posto Le nuove storie di Curva Est fra calcio e Balcani di Gianni Galleri

per la propria squadra in una zona dell’Europa, i Balcani, a noi vicina ma allo stesso tempo lontana. Complice, per alcuni Paesi, un lungo periodo sotto il regime comunista, dove nulla trapelava. Eppure, come racconta anche Galleri, il calcio in

qualche modo ha tenuto questi luoghi vivi nella mente di tutti noi. In definitiva, Galleri con “Questo è il mio posto” ha il potere di farci conoscere il calcio balcanico con la sapiente arte del racconto del viaggiatore!

1929 Chievo Verona - Una storia di passione Una storia di passione di Franco Bottaccini e Marco Sancassani

Avent’anni dalla ricorrenza della prima straordinaria promozione del ChievoVerona in serie A, il giornalista e scrittore Franco Bottacini rievoca l’ascesa e il percorso emozionante quanto avvincente di oltre novant’anni di vita di una società calcistica assurta anche a fenomeno mediatico internazionale. 1929 Chievo Verona - Una storia di passione è un racconto giornalistico meticoloso e dettagliato delle

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vicende del club e dei suoi protagonisti dall’anno di fondazione ad oggi. All’epopea degli anni ruggenti, già frutto di un accurato lavoro di ricerca dell’autore, si aggiunge un ampio ed esaustivo approfondimento storico in cui, stagione per stagione, si ripercorrono gli anni culminati con l’accesso al mondo professionistico, la successiva scalata verso i vertici del calcio italiano, l’accesso ai preliminari di Champions’ League e il consolidamento fino ai giorni nostri. Un romanzo sportivo della «favola che diventa realtà» arricchito da una serie di schede dedicate ad atleti, tecnici e dirigenti che hanno contribuito ad un’impresa unica nel suo genere, tale da trasformare un piccolo club di quartiere in modello organizzativo ed esempio per tutti coloro che credono nelle sfide

impossibili. Le oltre seicento pagine dell’opera sono corredate da gustosi aneddoti, immagini esclusive e dalla rassegna di tutte le maglie da gioco che hanno reso leggendaria una squadra capace di far innamorare di sé tifosi e semplici appassionati. Un libro unico e completo, un viaggio romantico e passionale ma anche una fondamentale, esclusiva e aggiornatissima raccolta di informazioni, imperdibile per i tifosi gialloblù e dedicata sia a chi ama il calcio che agli addetti ai lavori.
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alla ripartenza. Perché ci sarà una ripartenza ma sarà una normalità anche sportiva - diversa. - In modo leggero e comprensibile ti forniremo una cassetta degli attrezzi fatta di metodi e strumenti per comprendere come funzionano davvero i social media e per farti crescere sia a livello di conoscenze digitali che in termini iscritti e di risorse economiche. Poi, sia chiaro, l’esperienza, la creatività e un po’ di impegno lo devi mettere tu: non regaliamo miracoli.   Al termine della consulenza, se lo vorrai, Ti iscriverò al gruppo chiuso facebook dei partecipanti per continuare anche dopo a scambiarci informazioni e a darTi una mano.  Costo: 150 euro + IVA (se dovuta)

A CHI TI STAI AFFIDANDO Marco Cernaz nato a Trieste, 46 anni, giornalista professionista e formatore. Intermediate Faculty Member nel sistema One Brain della Three in One Concepts di Burbank (California). Insegnante Certificato in Programmazione Neurolinguistica (PNL). Docente della Scuola dello Sport del Coni FVG. Nel 2001 ha fondato City Media S.r.l. (agenzia di comunicazione e società editrice del settimanale sportivo City Sport), all’interno della quale ricopre il ruolo di Amministratore Unico dal 2007. Dal luglio 2002 al 2012 ha ricoperto il ruolo di Responsabile della Comunicazione e poi di Direttore Generale dell’U.S. Triestina Calcio S.p.A., Lega Nazionale Professionisti, Serie B di calcio. Dall’autunno

2012 al settembre 2016 è stato project manager della Maratona d’Europa. Nella stessa funzione ha collaborato alla realizzazione di eventi sportivi, con numerose realtà tra le quali la Asd Federclub (ciclismo), la Asd Bora Multisport (triathlon) e la Asd Tempus Fugit (vela). Da anni coordina e svolge docenze nell’alveo dei Corsi di Comunicazione & Marketing organizzati dalla City Media S.r.l. e destinati alle realtà sportive professionistiche e dilettantistiche. Continua l’opera di consulenza nell’ambito della comunicazione e del marketing strategico: cura e ha curato attività di team building e di formazione nell’alveo della comunicazione assertiva per realtà ed enti come Gruppo Avalon, SIME Scuola Internazionale di Medicina Estetica, Ordine Regionale FVG dei Consulenti del Lavoro e Cisl Scuola. 


Enrico Marchetto nato a Conegliano (TV), 44 anni, Laurea Magistrale in Teoria e Tecniche della Comunicazione. Nel 2002 fonda Noiza.Com, una delle più longeve realtà italiane nel segmento del marketing digitale e cura o ha curato le campagne online per clienti come PokerStars, Generali, H-Farm, Venere.com, Velux, Benetton, Betsson, UNHCR. Dal 2017 insegna all’Università di Udine Strategie Digitali per il Turismo. Dal 2016 è docente di Facebook Strategy al master WemPark di Prato (Università di Firenze). Dall’aprile 2012 è Presidente di Trieste Città Digitale, l’azienda pubblica che si occupa di tutti i servizi digitali della città di Trieste. Dal 2014 è il project manager di www.discover-trieste.it, la piattaforma di Destination Marketing di Trieste.

Autore del libro “Facebook e Instagram”, Apogeo 2019 Autore del libro “Marketing in un mondo digitale” con Alessandra Farabegoli, Apogeo 2018 Lucio Taschin nato a Rovigo, 55 anni, giornalista pubblicista, formatore e consulente di comunicazione e marketing sportivo. Dal 2007 al 2014 ha ricoperto la carica di direttore marketing operativo per una multinazionale nel settore edile. Dal 2004 consulente sportivo per la Federazione Italiana Baseball Softball. Dal 2008 al 2012 coordinatore tecnico del Coni Rovigo. Dal 2016 ricopre la carica di delegato provinciale del Coni Rovigo sviluppando in particolare eventi per la promozione dello sport giovanile e coordinando attività formative sul management sportivo.

Dal 2016 è consulente europeo per la Major League Baseball. Dal 2012 è consulente sportivo per eventi giovanili per la World Baseball Softball Confederation. Da anni sviluppa progetti di marketing sportivo e corsi di formazione soprattutto per ASD e recentemente ha ideato, in sinergia con City Media Srl, un’attività di Team Building per una primaria compagnia italiana assicurativa. E’ consulente dal 2018 della Regione Veneto e della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo per la formulazione di bandi per contributi rivolti ad ASD.  Nel 2019 ideatore e progettista di “Clutch, il suono del baseball” finanziato dalla Fondazione Vodafone Italia nell’ambito del progetto Ogni Sport Oltre. Specializzato nella ricerca di finanziamenti e risorse per le ASD in ambito istituzionale

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I NTERVISTA co Zigoni n a r f n ia G

Forever Foto: Gianni Lai

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GIANNI LAI

o scorso 25 novembre si è festeggiato il settantaseiesimo compleanno di una delle bandiere dell’Hellas Verona: Gianfranco Zigoni. Gli anni passano, ma il suo mito rimane inossidabile e indelebile nella memoria e nel cuore dei tifosi gialloblu, anche di quelli che per motivi anagrafici non hanno potuto vederlo in azione.

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Zigo

È una sorta di figura epica, mitologica, un moderno Ulisse, le cui gesta vengono narrate da generazione in generazione. Così i ragazzi di vent’anni hanno sentito narrare di quella volta che Zigo andò in panchina indossando una vistosa pelliccia bianca (per protesta contro la decisione di mister Valcareggi di non schierarlo nell’undici iniziale. Era il primo febbraio del 1976 n.d.r.) o che quasi da solo fece perdere uno scudetto al Milan o trascinare l’Hellas nella prima storica

finale di coppa Italia. Per una strana coincidenza Zigo è nato lo stesso giorno di Papa Giovanni XXIII e lo stesso giorno della morte di George Best. Zigo, il giorno del tuo compleanno ‘pensi’ di più Best o Papa Giovanni ? «Best è stato un grandissimo calciatore, però Papa Giovanni ha fatto la storia. Direi che sicuramente penso lui». Causa Covid le partite di calcio si giocano


in stadi senza pubblico: cosa ne pensi? «Il calcio senza pubblico non mi piace: il calciatore deve sentire l’emozione del pubblico accanto e i tifosi devono poter vedere il calcio dal vivo. Certo c’è il business: show must go on, ma il calcio mi auguro torni al più presto ad aver il pubblico accanto. Ma in generale tutti gli sport devono avere il pubblico».

veramente una gran bella squadra. Un nome in particolare su tutti: il portiere Marco Silvestri, che era forte lo si vedeva, ma migliora di giorno in giorno, sta diventando fortissimo, diventerà veramente tra i primi in Italia».

A proposito di tifosi quest’anno si festeggia lo storico anniversario della fondazione delle Brigate Gialloblu (50 anni n.d.r.) che sono nate praticamente con il tuo arrivo a Verona, il 30 novembre 1971… «Per me le Brigate Gialloblu non sono un semplice ricordo, rappresentano un po’ la mia vita, vivono con me. Quando facevo goal e andavo sotto quella curva era pura magia, un sogno: immagini che porto sempre con me, che convivono con me, sono pura realtà».

E tuo figlio Gianmarco lo vedremo mai in gialloblu? «La speranza è l’ultima a morire, conclude Zigo. Sarebbe il mio sogno, ora ha 29 anni. Caputo è arrivato in Nazionale a 33. Lui ha almeno altri 4 anni davanti, vedere la maglia gialloblu con il nome di Zigoni avrebbe proprio un bellissimo effetto».

E l’Hellas di adesso lo segui? «Certamente, come non potrei? È

Eh già, caro Zigo, farebbe proprio un gran bell’effetto…

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Stampelle tricolore Foto: Agostino Quaranta

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I

GIORGIO VINCENZI

l verdetto del secondo campionato italiano di calcio amputati è stato chiaro. Dopo i due fine settimana, a Jesolo (Venezia) a metà settembre e a Grottaglie (Taranto) a metà ottobre, dove le quattro squadre pretendenti al titolo si sono scontrate, il Vicenza ha conquistato lo scudetto della stagione 2020 riscattandosi così del secondo posto del 2019 dietro alla Nuova Montelabbate.

Felice dell’andamento di questo secondo campionato è Francesco Messori, bomber del Vicenza e fondatore e capitano della nazionale calcio amputati: “È stata una bella esperienza. Per giungere alla vittoria finale io e i miei compagni di squadra ci siamo allenati duramente, anche da soli. Un grazie va al presidente della società, Massimiliano Padoan, e all’allenatrice Maria Alejandra Argento che ci ha fatto crescere dal punto di vista tecnico e ci ha dato una bella idea di calcio”. Tra le note positive di questa edizione 2020 va segnalato l’esordio ufficiale in porta della Levante C Pegliese di Riccardo Cattaneo, 16 anni, il più giovane giocatore del torneo e componente della scuola Fispes (Federazione italiana sport paralimpici e sperimentali). Nel campionato, a differenza di quello che prevedono le regole del calcio am-

putati dettati dalla Federazione internazionale calcio amputati (Waff) e a cui si attiene la nazionale, le squadre hanno cinque giocatori, anziché sette, e questo a causa del numero ancora ridotto di calciatori. Il movimento però “sta crescendo”, afferma Messori, “ma occorre promuoverlo ancora di più per farlo conoscere. Spero che presto diventi una disciplina delle Paralimpiadi. Sarebbe il salto di qualità. È uno sport molto impegnativo, ma molto bello”. Il prossimo appuntamento per Francesco Messori e gli altri componenti della nazionale calcio amputati è per il 21 settembre a Cracovia quando si giocheranno i campionati europei. La grande favorita rimane la Turchia, campione uscente, che può vantare un campionato di Serie A e B con oltre 500 calciatori, alcuni dei quali professionisti. L’Italia è inserita nel gruppo D con Turchia, Georgia e Olanda.

I numeri del campionato calcio amputati 2020 Classifica finale Vicenza Calcio Amputati: 15 punti Nuova Montelabbate: 13 punti Levante C Pegliese: 7 punti Fabrizio Miccoli: 0 punti Capocannoniere:

Francesco Messori (Vicenza Calcio Amputati), Vincenzo De Fazio (Levante C Pegliese), 6 gol.

Miglior giocatore del campionato: Emanuele Padoan (Vicenza Calcio Amputati)

Miglior portiere del campionato: Pier Mario Gardino (Nuova Montelabbate)

Albo d’oro:

2020: Vicenza Calcio Amputati 2019: Nuova Montelabbate

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Breaking News

AG EN DA

Tamburello Verona: eletto il comitato provinciale 2021-2024 Si è svolta lunedì 23 novembre 2020 presso l’hotel DB di Sommacampagna - l’Assemblea Elettiva per il rinnovo delle cariche del Comitato Provinciale FIPT di Verona. La seduta è stata presieduta dal Consigliere Federale Pierangelo Beretta e la Commissione Verifica Poteri è stata diretta dal Presidente Avv. Augusto De Beni. Il Presidente uscente, Luigi Baruffi, in apertura di Assemblea, ha presentato la relazione del quadriennio ormai trascorso. È stata evidenziata la tenuta del numero di Società della Provincia, in particolare quelle che operano nei settori Giovanili - linfa vitale per il futuro e la prosecuzione dello Sport del Tamburello - sottolineando anche che, nei quattro anni della sua Presidenza, sono stati vinti da squadre della Provincia di Verona ben 13 Campionati Italiani nelle varie specialità del Tamburello e 2 campionati d’Europa. Per ciò che riguarda l’organizzazione dei Campionati, il Comune di Costermano

sul Garda ha ospitato i Campionati Italiani Giovanili di pressochè tutte le categorie, sia Maschili che Femminili e la Coppa dell’Amicizia Italia / Francia. Non meno importanti e degne di nota, sono state le presenze delle squadre veronesi a manifestazioni sportive indette da Comuni, P.A., Coni Regionale e Nazionale e da altri Enti. “Se abbiamo potuto realizzare tutto ciò” – ha evidenziato Baruffi – “è grazie a tutte le nostre Società e i loro componenti, ai Comuni sempre a noi molto vicini, al MIUR e alle Istituzioni presenti in ogni occasione. Naturalmente a tutti i meravigliosi membri del Comitato e ai colleghi della Federazione”. Alla carica di Presidente è stato confermato Luigi Baruffi e con lui convalidata buona parte dei componenti del Consiglio Provinciale del quadriennio precedente. Questi i candidati eletti a seguito delle votazioni: Consiglieri in quota Società: Claudia

Righetti (nominata Vice Presidente), Paolo Bertaiola, Serena Morbioli Consiglieri in quota Atleti: Carola Bussola, Piergiacomo Barlottini Consigliere in quota Tecnici: Dario Andreoli.

Il New Rally Team Verona chiude la stagione con una vittoria Per il New Rally Team Verona la stagione agonistica si chiude con una vittoria di Raggruppamento, questa volta arrivata tra le strade di casa del 18° Revival Rally Club Valpantena. In uno degli ultimi appuntamenti del 2020 la scuderia scaligera grazie alla vittoria in 4° Raggruppamento dell’inossidabile A112 Abarth

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ottimamente portata in gara da Giovanni Cordioli con alle note, ed in questo caso al cronometro Andrea Carraro, ha chiuso la stagione con un nuovo successo, arricchendo così la propria bacheca dei trofei. Da sottolineare che il navigatore di Cordioli alla sua prima esperienza sul sedile di destra, era presente anche

in veste di corrispondente per il portale www.rallyssimo.it e di questa esperienza ne ha pubblicato un interessante resoconto da “insider” che vi invitiamo a leggere. Nella classifica assoluta del Revival, il primo degli equipaggi del New Rally Team è stato quello composto da Ovidio Gasparini con alle note la moglie Carla Tommasi, in gara con una Toyota Celica TTE arrivati 11^ tra gli equipaggi veronesi,  27^ nella classifica assoluta ed ottavi di classe nel 9° Raggruppamento. Traguardo raggiunto anche per i fratelli Enrico e Curzio Zanini in gara con una BMW 318 is, mentre a due prove dalla fine un problema meccanico alla loro Fiat Uno 70S ha messo fine alla gara di Demis Piacentini e Gabriele Marzocchi. Soddisfazioni sono arrivate anche dalla 29^ edizione del Rally di Schio per Andrea Mirandola ed Ilenia Ossato. Il pilota mantovano ha chiuso la gara vicentina con un quinto posto di classe. Gara conclusa anche per la navigatrice di casa New Rally Team Mattea Modenini, per l’occasione alle note di Rudi Cappellati.


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Soccer, mon amour Foto: Antimo Iunco

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MATTEO LERCO

n calciatore, una città, un legame inossidabile. Antimo Iunco, indimenticato finalizzatore le cui gesta hanno fatto sognare le tifoserie di Hellas e Chievo, ha scelto di unire indissolubilmente il proprio destino e quello della sua famiglia alle mura scaligere. Una scelta esistenziale, quella di ancorare il suo domani al nostro territorio, che affonda le radici nelle profonde emozioni che le due esperienze veronesi gli hanno saputo restituire nell’arco della sua carriera. Attaccati gli scarpini al chiodo e dopo

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la breve esperienza da tecnico alla guida dell’Albaronco, Iunco ha deciso di indossare una veste piuttosto inusuale. “Ho aperto una Soccer Academy insieme al mio collega e amico Daniele Bidese” – esordisce l’ex punta gialloblu – “ho avuto mettere la mia esperienza e la mia passione per il gioco al servizio delle nuove generazioni. Allenare i ragazzi è indubbiamente diverso rispetto a relazionarsi coi grandi: soprattutto nelle età più sensibili assorbono tutto ciò che viene proposto loro, quindi la responsabilità educativa è sicuramente più significativa. Le società dilettantistiche spesso si focalizzano sul collettivo, tralasciando la componente

individuale e questo viene evidenziato in maniera macroscopica col passare del tempo. La corretta assimilazione dei movimenti e dei gesti tecnici è un aspetto fondamentale”. Il coro prima dei tenori. La truppa helladina guidata da mister Ivan Juric da un anno a questa parte sta sciorinando uno spirito autarchico, che trascende la qualità dei singoli componenti che ne fanno parte. Iunco tesse le lodi alla squadra che l’ha lanciato nell’empireo del calcio. “Il lavoro paga sempre” – aggiunge il brindisino – “Juric sta facendo grandi cose e nonostante, a mio avviso, l’indebolimento del telaio rispetto


Antimo Iunco oggi

alla scorsa stagione la squadra non ha perso quella scintilla che la caratterizza. La loro forza risiede nella capacità di adattamento alle situazioni più disparate: nel calcio odierno questa predisposizione camaleontica è una risorsa estremamente preziosa”. Un fronte comune per sconfiggere un nemico invisibile che mina la serenità della nostra quotidianità. Nella battaglia al Covid 19 per Iunco c’è solo un possibile approccio vincente. “Serve una comunione d’intenti totale” – prosegue – “vivere questo periodo storico non è facile per nessuno, giocatori compresi. L’allenatore deve reinventarsi in primis psicologo: già coordinare uno spogliatoio non è affare semplice, in aggiunta l’incertezza derivata dalla pandemia aumenta le difficoltà gestionali con cui si deve confrontare. Quanto può incidere la mancanza del tifo sulla psiche di un calciatore? Sicuramente moltissimo, nei momenti di buio il pubblico rappresenta un faro in grado di guidarti attraverso le difficoltà. Non credo per esempio a quelli che indicano nell’assenza di spettatori una delle motivazioni alla base del recente exploit del Milan: in passato ha faticato perché non aveva una rosa all’altezza, sicuramente non per il ‘fattore’ San Siro”. Un movimento in difficoltà, che necessita di un solido sostegno per rialzarsi. Le grida d’aiuto del pallone dilettantistico per Iunco non possono

Con la maglia dell'Hellas Verona

Con la maglia dell'Alba Ronco

Con la maglia del Chievo VR

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