SportdiPiù magazine Veneto 71_2022

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# 71

E 7,00

magazine

RT O P S N I L L A alla scopertrta dello spo inclusivo

- Periodico

ANNO 14 - N. 71 - FEBBRAIO / APRILE 2022

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Verona n. 1807/2008

GIA SOFIA GOG la rocciavi delle ne MI A D A E L E H MIC gio g a i v o g n u l n u da fermo

Mastini Verona, let's fight for the ladder!


Tdi SPORmagazinePIÙ

presentano

Format video di informazione e promozione dello sport paralimpico e inclusivo della Regione Veneto

Stagione sportiva In collaborazione con

2022 Con il patrocinio Comitato Regionale Veneto

Regione VENETO

presto in

TV

Comune di Padova


L'editoriale

di Alberto Cristani instagram alberto.cristani70 TWITTER AlbertoCristani

Con AIS lo sport inclusivo va in TV

A

nno nuovo, vita nuova per la redazione di SportdiPiù Magazine Veneto che raddoppia gli sforzi e gli investimenti e si prepara a lanciare un nuovo format digitale e televisivo dal titolo All in… Sport - AIS. La trasmissione avrà come obiettivi quelli di promuovere, diffondere e comunicare l’attività sportiva paralimpica – e non solo – del territorio veneto. SportdiPiù Magazine è un progetto editoriale nato nel febbraio del 2008 con l’obiettivo di dare voce e visibilità a discipline, società e atleti che non trovano spazio e attenzione tramite i media ‘tradizionali’. Dal 2008 a oggi, fortunatamente, l’attenzione verso gli sport cosiddetti ‘minori’ è aumentata in modo esponenziale. In quattordici anni di attività SportdiPiù Magazine ha conosciuto e intervistato centinaia di atleti raccontando, con uno stile semplice e diretto, storie di uomini e donne di sport. Siamo giunti però ad un punto in cui non ci basta più raccontare storie di atleti ‘normali’ o, per meglio dire, non ci accontentiamo più di raccontare storie ‘facili’ di atleti ‘facili’. Il progetto editoriale SportdiPiù Magazine cambia quindi direzione ma non rinnega il passato, anzi; per parlare del mondo dello sport inclusivo avremo infatti bisogno di tutti, anche di quegli atleti ‘normali’ che abbiamo conosciuto negli anni. Sarà un’esperienza nuova, stimolante, totale e per tutti. All in… Sport - AIS nasce per raccontare il mondo dello sport dal punto di vista inclusivo, dare alle famiglie supporto nella scelta dello sport ideale per il proprio figlio (con particolare attenzione al mondo paralimpico), promuovere e far conoscere le società sportive che svolgono attività inclusiva. Il focus si svilupperà su tutto il territorio della Regione Veneto al fine di creare una vera e propria rete sportiva dedicata e inclusiva, per dare allo sport quel valore aggiunto che può - e deve - fare la differenza. Il format video verrà

trasmesso sulle piattaforme digitali di SportdiPiù Magazine pagina Facebook e canale YouTube. La stagione 2022 si svilupperà in 14 puntate dedicate con il coinvolgimento di atleti, società, istituzioni, esperti (psicologi, nutrizionisti, fisioterapisti) Comuni e partner. In via di definizione la collaborazione con una emittente televisiva al fine di trasmettere All in… Sport - AIS anche in tv a livello regionale. Le riprese, la regia, il montaggio e la produzione sarà affidata ad Avelia MioIndirizzo, provider di servizi per le telecomunicazioni di Verona, esperto in produzioni video e trasmissioni streaming. La regia sarà affidata a Pablo Tarocco. Per promuovere al meglio l’iniziativa All in… Sport - AIS verrà realizzato un nuovo sito internet (www.allinsport. net) che garantirà massima usabilità anche da parte di utenti con disabilità visive. Tra le principali funzioni una sezione dedicata alle notizie su attività società sportive, una mappa interattiva con geolocalizzazione delle società sportive che svolgono attività paralimpica e inclusiva sul territorio veneto, una mappa interattiva con geolocalizzazione delle strutture sportive e web tv sulla quale verrà trasmesso il nostro programma. Il nuovo portale verrà realizzato da Nexidia, agenzia veronese di comunicazione focalizzata in strategie tecniche di marketing, pubblicità design e grafica, partner di numerose società sportive del Veneto. All in… Sport – AIS si avvale della collaborazione di Verona Swimming Team, Spinea Calcio e Young Sport e Cultura Community di San Martino Buon Albergo (Vr) e del patrocinio di CIP Comitato Italiano Paralimpico Veneto, CONI Veneto, Comune di Verona e Comune di Padova. Altri patrocini – in via di definizione – renderanno questo progetto un vero e proprio polo condiviso, un punto di incontro per la Regione del Veneto in ottica di confronto per far crescere e sviluppare, sempre di più, uno sport inclusivo a 360°.

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Sommario

# 71 - FEBBRAIO / APRILE 2022

COVER STO RY

32 3

Editoriale

26

Intervista

38

Intervista

8

Bar Toletti light

28

Stare bene

42

Intervista

9

Uscita Verona Sud

30

Stare bene

45

Speciale

32

Cover Story

54

Sport Life

10

Con AIS lo sport inclusivo va in TV

Ottanta volte Dino

Forza Cronista, bravo Elvis

Compagni di squadra

‘Ara che fa un po' la star’ Stefano Bettarello

12

Genitorinrete

14

Evento

16

Intervista

19

Safer Internet Day 2022

Sportelli per lo sport? Ci pensa il CONI

Ruggero Vilnai (CIP Veneto)

Sport e dintorni

Calciosociale, il calcio come non lo abbiamo mai conosciuto

20

Sportiva-Mente

24

Intervista

Emozioni e sport: binomio totale

Loredana Sparano (pallanuoto)

Davide Garzotti (tennis)

È tutta questione di… pancia !

Percezione corporea? Mai sentita!

Michele De Martin (football americano)

Caterina Biasiolo (calcio a 5)

Michele Adami (cilcismo)

ALL IN SPORT lo sport inclusivo del Veneto

Ci pensa il Signor Anderson


56

Intervista

60

Intervista

62

Intervista

66

Intervista

70

Speciale

Tdi SPORmagazinePIÙ

Jacopo Tezza (tennis)

Emiliano Brembilla (nuoto)

Anno 14 - Numero 71

Marcello Rigamonti (nuoto)

FEBBRAIO / APRILE 2022

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Verona n. 1807/2008

Damian Di Noto (padel)

84

Sciare in sicurezza

Intervista

Stefano Casali (AGSM AIM)

Direttore Responsabile Alberto Cristani Vice Direttore Daniela Scalia Caporedattore Matteo Lerco Direttore della fotografia Maurilio Boldrini In Redazione Alberto Braioni, Andrea Etrari, Andrea Luzi, Bruno Mostaffi, Daniela Scalia, Giorgio Vincenzi, Marina Soave, Matteo Lerco, Matteo Zanon, Jacopo Pellegrini, Vanessa Righetti Foto SportdiPiù magazine Veneto Maurilio Boldrini, Mirko Barbieri, Paolo Schiesaro, Simone Pizzini

78

Intervista

86

Sport Life

82

Intervista

88

Sport Books

90

Focus

92

Breaking News

Sofia Goggia (sci)

Fabio Lotti (atletica)

Adaptive Academy

Tutti in campo per AIDO

Contatti redazione@sportdipiu.com a.cristani@sportdipiu.com www.sportdipiu.com Progetto grafico e impaginazione Francesca Finotti Stampa e distribuzione Simeoni Arti Grafiche s.r.l., Via Ferrari 9 37066 Caselle di Sommacampagna (Vr) Cell. 345.5665706 Pubblicità marketing@sportdipiu.com Cell. 348.4425256 Abbonamenti abbonamenti@sportdipiu.com Cell. 345.5665706 Hanno collaborato Andrea Etrari, Bruno Mostaffi, Daniela Scalia, Daniele Corso, Emanuele Pezzo, Fabrizio Sambugar, Federica Delli Noci, Gian Paolo Zaffani, Giorgio Vincenzi, Giulio Giacomelli, Jacopo Pellegrini, Luca Tramontin, Marina Soave, Marino Bartoletti, Matteo Zanon, Michele Dal Bo, Paloma Donadi, Silvia Scapol, Stefano Fanini, Tommaso Franzoso, Vanessa Righetti Foto Archivio SportdiPiù magazine Veneto, BPE agenzia fotografica, Fotolia, crediti singoli articoli. Foto copertina Mastini Verona Football Americano – Foto Nicola Vivian

con il patrocinio di Comitato Regionale Veneto

Comitato Regionale Verona

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Stampato su carta ECF, 100% riciclabile con inchiostri vegetali

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STO RI ES

Bar Toletti light

di Marino Bartoletti instagram marinobartoletti Facebook-Square Marino Bartoletti

Ottanta volte Dino

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ino Zoff domani ha compiuto 80 anni lo scorso 28 febbraio. Forse li aveva già quarant’anni fa quando diventò campione del mondo. Gli aggettivi erano finiti allora, figuriamoci adesso! È un Uomo (volutamente con la maiuscola) che non si può raccontare. E neanche ‘imparare’. Al massimo ammirare! Non saprei da che parte cominciare a parlare di lui. Perché ogni iperbole farebbe a pugni col suo stile di vita, con la sua serietà, coi suoi pudori, con la sua compostezza. Potrei dire dell’unica volta, in cui fu un po’ sgarbato con me in cinquant’anni di amicizia: così rara dall’essermi rimasta impressa. Accadde nel viaggio di ritorno dalla Coppa del Mondo d’Argentina del 1978 in cui soffrì tantissimo per alcune critiche, che peraltro la sua onestà non gli permise di confutare. Forse in quel momento temeva che quella sarebbe stata l’ultima occasione di disputare (e vincere) un Mondiale. Ma aveva sottovalutato tre cose: il suo insostituibile talento, la sua tenacia e l’immensa stima nei suoi confronti del ‘padre’ calcistico che vegliava su di lui.

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Un “padre” con cui parlava, non solo metaforicamente, la stessa lingua È stato il compagno - a maggior ragione il capitano - che tutti avrebbero voluto avere. Certamente anche l’amico. Sarebbe bello chiedere a Scirea quante parole si dicevano senza parlare. Perché i lunghi discorsi, nei ritiri e negli spogliatoi, si fanno anche con uno sguardo. Credo che sia l’unico giocatore che non abbia mai ‘diviso’: malgrado l’identificazione fortissima con una squadra che non tutti amano. “E’ il solo juventino che non abbiamo mai fischiato a Napoli” mi disse un giorno un amico. Forse perché anche a Napoli si era fatto amare: per il suo rigore, per la sua onestà, ma in fondo anche per l’affetto che sapeva portare a tutte le cose che potevano sembrargli simmetriche. E da “napoletano” vinse quello che fino all’estate scorsa era l’unico titolo europeo conquistato dall’Italia Impossibile narrare la sua carriera in poche righe: tanto vale fare un salto su Wikipedia. Che però racconta i numeri, ma non la Storia. E neanche i sentimenti. Molti anni fa lo ospitai in una (posso dirlo? bella) trasmissione radiofonica in

cui ci si raccontava attraverso le canzoni. Mi parlò di come corteggiò Anna a Mantova (appostandosi sotto i portici: ce lo vedete?), del loro amore, delle loro canzoni, delle loro vacanze (sempre rigorosamente ‘di lavoro’), del suo orgoglio per Marco (senza ancora sapere che sarebbe diventato un affermatissimo top manager). Ora mi parla dei nipotini: “Provo ad essere un po’ più sciolto di quanto non sia stato con Marco. Non mi viene benissimo, ma mi sembra che apprezzino”. Si diceva delle canzoni della sua vita (un po’ datate, ma certamente non banali): da Only you a Cuando calienta el sol, da Summertime a un’inattesa Il cielo è sempre più blu, da Emozioni a Quello che le donne non dicono, a Generale (“Un po’ lo sono anch’io, no?”). E poi Guccini, tutto Guccini: che quando lo vede lo fa ridere un po’. Un Papa lo ha chiamato ‘collega’ (Wojtyla, che da giovane giocava in porta n.d.r.). Un Presidente della Repubblica (Pertini) gli ha scritto per chiedergli scusa di un errore fatto giocando a scopone. Un Presidente del Consiglio (Berlusconi) ha incautamente sfidato la sua dignità. “Certo che mi dimisi, anche se non lo fa mai nessuno. Ma sono sicuro che mio padre avrebbe approvato” Già, suo padre Mario. Contadino. “Se non vuoi lavorare la terra, prima studi e poi fai quello che vuoi”. In effetti, prima di trovare la sua strada, un po’ studiò e un po’ fece la cosa che gli piaceva di più: il meccanico. Poi arrivarono il calcio e la Storia. “Che ti direbbe tuo padre oggi che hai ottant’anni?”. “Di vè cusenca”. Di avere coscienza. Missione compiuta! Mandi, Campione di vita!


L'O PI N I O N E

Uscita Verona Sud

Forza Cronista, bravo Elvis

di Daniela Scalia instagram dani_seamer TWITTER @DanielaScalia

E

lvis Merzlikins è il portiere dei Columbus Blue Jackets di NHL che qualche settimana fa hanno giocato contro i Calgary Flames. Il risultato finale è netto: Calgary 6 Columbus 0. Cioè 6 gol 6 incassati da Elvis. Guardo (dalla dependance francese di Verona Sud dove ogni tanto mi chiudo a scrivere le sceneggiature) il bellissimo magazine “NHL On The Fly”. Leggermente dispiaciuta per Elvis (portiere della Lettonia, ex HC Lugano) seguo il servizio e sento Kevin Weekes e la collega parlare benissimo di Elvis. Scorrendo rapidamente le statistiche risulta che ha fatto 56 parate. Quindi ha parato tantissimo. Siamo in un’epoca in cui si sparano i like o i dislike senza ascoltare il brano di cui si parla e giudica, anni in cui ti arrivano all’appuntamento manager che non hanno guardato un trailer da 39 secondi (uno ha detto “L’ho inquadrato a grandi linee”) e anche dall’episodio di Elvis possiamo capire che vale la pena fare meno scroll e fermarsi invece a cercare di capire qualcosa in più. Kevin Weekes, analista NHL che ha una rubrica tecnica sui portieri (lui stesso ex Goalie per qualche centinaio di match) ha detto di Elvis: “Danza in mezzo ai pali. Ha dimostrato eccellenti skills”. Mentre ascoltavo (non posso farci niente) sentivo il sibilo sinistro e connazionale che diceva “Uè, sì, ma intanto ha incassato 6 peri”. Sapete tutti quanto sia veneta e veronese, ma qui devo abbassare la testa e dire “ma quando mai arriveremo a così tanto anche noi?”. A giudicare dalla seconda cifra (cioè quella delle parate), a capire che con i se e i ma si fanno le formazioni delle squadre, che se Elvis avesse parato male ne avrebbero presi 12 o più. Magari anche a capire che un giocatore è andato in sostegno rugbistico 13 volte, aiutando il portatore di palla a fintare su

Elvis Merzlikins in allenamento con l'Orules Lugano di Football Australiano

di lui, e trovando il corridoio libero solo perché il difensore avversario è andato sul suo “sostegno a vuoto”. O a notare che quell’ala ha costretto 11 volte l’avversario a calciare male, e di fretta, guadagnando pochi metri, arrabbiandosi con se stesso. Sono tutti se, sono tutti ma, sono tutti pezzi che rendono campioni anche quelli senza “skills”. Sono tutte prestazioni come quella di Elvis e ancora di più (scusa Elvis) di Kevin Weekes, che qui si chiamerebbe pazzeriello o dispersivo. In riunione, davanti al video e con gli assistenti allenatori l’head coach dei Columbus Blue Jackets Brad Larsen avrà detto “Certo che ne ha presi 6, ma se la difesa, anzi il sistema difensivo avesse funzionato…”. O forse non ha nemmeno dovuto dirlo quel “Se”, era così ovvio. Vorrei vedere la faccia del concretomane (citazione) che si alza in piedi e dice “uè, io guardo i numeri, sono un tipo pratico”. In altre occasioni invece chi incassa 6

goal o anche solo un paio può venire messo nei “taxi team” perchè magari per quei due goal ha delle colpe tecniche serie, o perché semplicemente ne ha incassati due parandone altri 14, invece che 56. Se abbiamo voglia di farlo, rapportiamo questa mentalità alle giovanili: “Scolta Toni, non hai segnato, ma hai dato un grosso supporto di pressione che ci ha fatto recuperare tempo e palloni, credimi, hai giocato bene”. Allora invece che smettere perchè si crede negato, e invidiare chi fa tanti gol, il bambino Toni diventa grande e adulto con il suo sport. Se guarda Youtube non troverà mai “i 10 migliori minuti di pressione”, troverà solo i goal, le risse, le acrobazie, le parate. In questo senso le trasmissioni di analisi sportiva su quello che non è evidente hanno un ruolo educativo, ma davvero educativo, non moraleggiante e didattico. Dài, diventiamo così anche noi.

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L'O PI N I O N E

Compagni di squadra di Luca Tramontin

'Ara che fa un po' la star' Stefano Bettarello

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me avevano detto che era antipatico, a lui avevano detto che ero matto.

Parlerò sempre bene del Veneto e del Rugby, figurarsi, ma – per dire come il machismo e il perbenismo siano il male onnipresente – le figure fetide infettavano e infettano anche due mondi eletti come il mio sport e la mia regione. Collego i punti e mi accorgo che (senza averci mai litigato) esistono due soli esseri umani rugbisti e veneti che non saluto, gli stessi che trent’anni fa avevano puntato contro (solo per complessi personali) me e Stefano Bettarello. Mi chiederò sempre come si faccia a NON andare d’accordo con Stefano. Premetto e ricordo che lui era ed è un’eccellenza dello sport italiano e io uno che giocava in Serie A con il vento a favore e perché quelli alti giocavano tutti a basket. Avevamo giocato contro parecchie volte, poi ci siamo rapidamente incrociati al Treviso, dove io ho sbagliato ad andare, ho sbagliato a lasciare e ho sbagliato a pensare di poter avere uno spazio. Ero stato preso «perché non si sa mai» e sono venuto via perché non si è mai capito cosa fossi andato a fare. In quei mesi quindi salutavo appena e andavo via subito. So che si fatica a immaginarmi così, ma nel bene e nel male dipendo molto dall’ambiente. Poi Stefano è arrivato a Casale, a coprire il ruolo di numero 10 che era stato di stranieri illustri. Aveva già passato i 35. Ha fatto meglio degli stranieri illustri, mi ha aiutato molto, e si è rivelato il contrario di quello che mi avevano detto i due insalutabili. A ripensarci, sembrava che ci tenessero a dirmi che Stefano era snob, perché non ricordo mi abbiano detto altre cose. Uno degli insalutabili credeva che io parlassi le lingue straniere per fregare lui. Mi

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Stefano Bettarello (a dx) in una scena di SPORT CRIME: 55 presenze in nazionale, recordman di punti, è stato il primo italiano invitato dai prestigiosi Barbarians.

diceva: «Ara che ho capito, sono mica stupido». Vedi che tutto torna. Io – il capellone hippy che faceva tanti falli in touche - e Stefano – quello che faceva decine di punti anche e soprattutto contro Scavolini, Benetton, Rovigo e Petrarca - scherzavamo spaziando dall’idiozia paesana allo scambio di libri seri. Nelle lunghe trasferte io guardavo solo le cose antiche, Stefano mi insegnava a guardare anche gli hangar degli aerei e a vedere il bello nel cemento armato e nell’industria. Diceva che avevo un blocco e ci aveva preso. Quando attaccavamo a ridere con Giorgio Bottazzo ed Enrico Cancian si formavano dei capannelli di persone, una volta all’aereoporto una guardia ha dovuto chiedere ai passanti di circolare. Credo facessimo delle imitazioni tornando da Catania, ma potrei sbagliare. In campo mi “teneva fuori” dai raggruppamenti, diceva che avevo troppa urgenza di andare “dentro” a sgobbare anche quando non serviva, che dovevo mettermi al suo interno pronto a ricevere e portare il pallone, ma che se per caso non arrivava sarei stato solo

più riposato per la touche seguente. Non più colpevole di aver respirato senza contribuire. «Ragiona, aspetta, guarda che se c’è un buco puoi correre anche tu, e se fai un passaggio non casca la terra». Rivisto tutto adesso vale doppio. Le stesse cose che mi diceva Gianluca Veneziano (stesso ruolo e personalità simile) a Milano dieci anni dopo. Le stesse che mi dicono a Hockey ghiaccio adesso. Botta di memoria: avevo 13 anni e la Sanson Rovigo era in visita alla centrale di Porto Tolle nella quale abbiamo girato l’episodio eponimo (uso la parola apposta, così il secondo insalutabile può grugnire che io e Stefano siamo inconcreti, mica come lui che lavora coi brassi) di SPORT CRIME. C’erano Stefano, Dirk Naudè, Narciso Zanella, Alberto Osti, Loredano Zuin, Nino Rossi… wow! 220.000 anni dopo Stefano è nella parte di se stesso nella nostra serie, ci sentiamo sempre, abbiamo fatto tante telecronache insieme, lo uso brutalmente per spiegare che il rugby è fatto anche di persone ironiche, sottili di testa e di sagoma, e che non bisogna mai abbassare la guardia anti perbe-macho.


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FO CUS GENITORINRETE

Safer Internet Day 2022 Giornata contro il bullismo

PALOMA DONADI MICHELE DAL BO Ogni anno l’8 febbraio si celebra il Safer Internet Day, la giornata mondiale per la sicurezza in Rete, istituita dalla Commissione Europea nel 2004. Il suo motto è "Insieme per un Internet migliore" e coinvolge circa 200 paesi in tutto il mondo. Lo scopo è far riflettere giovani e adulti sull’uso consapevole degli strumenti tecnologici e sul ruolo attivo che possono avere utilizzando la rete in modo sicuro e positivo. In Italia l’evento è coordinato da “Generazioni connesse”, Centro italiano per la sicurezza in Rete (www.

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generazioniconnesse.it), un progetto del Ministero dell’Istruzione. Verranno proposte iniziative per confrontarsi e approfondire dubbi e conoscenze che possano aiutare tutti noi a educarci all'uso consapevole di internet e degli strumenti digitali. In coincidenza, si celebra anche la Giornata nazionale contro bullismo e cyberbullismo, contraddistinta dal “nodo blu”, grazie al quale le istituzioni scolastiche sono chiamate a dire “NO” al bullismo a scuola, dedicando la giornata ad azioni di sensibilizzazione agli studenti e a tutta la comunità. Anche noi GenitorinRete vogliamo

contribuire con 10 consigli anti-bullismo, dettati dal nostro psicologo dott. Michele Dal Bo. 5 CONSIGLI PER I GENITORI 1. Ascoltate i vostri figli e dialogate con serenità. Attenti a non assillare, ma a creare le giuste pause, a volte il silenzio e la presenza è meglio. 2. Il cambiamento improvviso e non condiviso di un comportamento abituale è uno dei segnali da tenere in considerazione per un possibile disagio. 3. Educate i figli alle regole della rete, soprattutto al rispetto e all’attenzione delle parole usate. Il digitale è reale. 4. Anche tu genitore rispetta le regole


della rete e non abusare dei device elettronici e del tempo impiegato sui social. Condividi e parla e trova un momento dove il cellulare, tablet o altri strumenti vengono spenti. 5. Guardate negli occhi i vostri figli e condividete le emozioni. Tutte, dalla gioia alla tristezza o alla paura, e fate attenzione alla rabbia che spesso cova internamente. 5 CONSIGLI PER I RAGAZZI 1. Vivi il mondo digitale con il giusto senso. Condividi con passione, scrivi pensando bene alle parole, divertiti a far crescere la tua reale essenza e non distruggere quella degli altri. 2. Se ti senti bloccato/a, in difficoltà o vieni preso/a in giro, parlane con qualcuno di fidato. Non tenerti dentro nulla. 3. Vergogna e sensi di colpa sono sentimenti molto pericolosi, perché tendono a chiudere e a isolarti. Se ti senti investito da questi sentimenti cerca subito un appiglio sicuro e chiedi di poterne parlare. 4. Ricordati che per combattere un bullo o un cyberbullo, che hanno storie piuttosto fragili, non serve la forza contro forza, ma la determinazione di far valere il tuo vero essere come individuo, il rispetto e la dignità. 5. Ricordati che se filmi, aiuti o sostieni un atto di cyberbullismo sei considerato parte del gruppo e dell’atto violento. Invece denuncia, aiuta e sostieni la vittima.

Ricordiamo infine alcuni recapiti utili: www.commissariatodips.it Sito della Polizia Postale dal quale è possibile fare segnalazioni. www.garanteprivacy.it/temi/cyberbullismo Sito del Garante Privacy, dai 14 anni in su è possibile denunciare casi di cyberbullismo e richiedere l’oscuramento o la rimozione di contenuti dal web. Telefono Azzurro – Tel. 19696 Gratuito e attivo 24h/365 giorni l’anno. Possono chiamare bambini e adolescenti che desiderino raccontare piccole e grandi difficoltà che si trovano a vivere, ma anche adulti che intendano parlare di problemi che coinvolgono minorenni. azzurro.it Chat di Telefono Azzurro dove potrai parlare con persone esperte e di fiducia, che conoscono bene i bisogni dei bambini e dei ragazzi. https://stop-it.savethechildren.it/ Per segnalare contenuti pedopornografici o dannosi incontrati in rete. Servizio collegato con la Polizia Postale. Emergenza Infanzia - Tel. 114 Gratuito e attivo 24h/365 giorni l’anno. Segnalazioni su bambini o ragazzi in pericolo (possono chiamare sia adulti che minori).

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Foto: Alessio Marini

EVENTO

Sportelli per lo sport? Ci pensa il CONI

“C

BRUNO MOSTAFFI

ome sta lo sport veneto? Male, molto male. Mi verrebbe da dire malissimo ma voglio comunque essere un po’ ottimista. Eravamo quasi tornati ‘a riveder le stelle’, ma il ritorno dell’emergenza Covid ci ha fatto ritornare nella quasi totale oscurità!”. Un grido d’allarme chiaro ed inequivocabile è quello lanciato dal presidente del Coni Veneto Dino Ponchio in occasione della presentazione di Sport… for Sport (Sportelli per lo sport n.d.r.), un’iniziativa con la quale il CONI Veneto si dimostra ancora una volta al servizio dello sport. Con Sport… for Sport vengono istituiti e avviati cinque sportelli, due dei quali già operativi, per rispondere a quesiti e guidare nell’espletamento di pratiche buro-

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cratiche e amministrative indispensabili per il funzionamento e l’esistenza delle società sportive. I fruitori di questi servizi sono tutte le figure coinvolte nel mondo sportivo: società, dirigenti, tecnici, atleti e famiglie. La conferenza stampa, svoltasi venerdì 21 gennaio al Caffè Pedrocchi di Padova e organizzata dai giornalisti Alberto Cristani e Silvia Scapol dell’ufficio stampa Coni Veneto, ha coinvolto anche il CIP Veneto Comitato Italiano Paralimpico rappresentato in sala dal presidente Ruggero Vilnai. Presente in sala anche l’Assessore allo sport del comune di Padova Diego Bonavina che ha confermato l’appoggio e il sostegno totale, da parte dell’amministrazione comunale, a tutte le iniziative del Coni Veneto. “Questa iniziativa” – ha spiegato il presidente CIP Veneto Vilnai – “nasce da un’idea del Coni Veneto e in particolare del

presidente Ponchio. Questi cinque servizi che vengono messe a disposizione delle società sportive e paralimpiche sono di un valore assoluto perché arrivano in un momento di particolare difficoltà. Lavoriamo insieme per aiutare lo sport e gli atleti, con l’obiettivo di semplificare le procedure gestionali e cercare di arginare e limitare l’abbandono dello sport da parte dei giovani, fenomeno in aumento soprattutto in questo periodo di emergenza Covid”. È stata poi la volta della presentazione dei singoli sportelli introdotti dal presidente Ponchio che ha evidenziato: “Sport… for Sport nasce in risposta alle sempre più crescenti richieste di aiuto da parte delle società sportive, e non solo, del territorio veneto. I cinque sportelli dedicati sono un supporto importante che sono felice e orgoglioso di mettere a disposizione di chiunque possa averne


bisogno. A dire il vero solo tre sono nuovi il S.I.S. (Servizio Impianti Sportivi) e Gestione A.S.D. erano già attivi da anni. Abbiamo voluto ampliare l’offerta andando ad intervenire su altri aspetti e altre tematiche molto importanti creando tre nuovi sportelli ad hoc: A come alimentazione, Sportello Psico Pedagogico e C.A.F. Centro Assistenza Finanziamenti. Gli sportelli sono gestiti da professionisti che garantiscono consulenze di altissima qualità. La consulenza potrà essere elargita online oppure on site, ovvero con visite mirate presso le sedi delle società. Sono convinto si tratti di un’opportunità che gli sportivi non devono farsi sfuggire; dal canto nostro dovremo essere bravi a veicolarli e a diffondere il servizio nel modo più capillare possibile”. “Infine” – ha concluso il presidente Ponchio – “ci tengo a ricordare come il CONI Veneto oltre agli sportelli oggi presentati, propone attività con la Scuola dello Sport (formazione continua e l’ag-

giornamento dei tecnici) e con i Centri CONI gli Educamp, attività che intervengono con proposte didattiche finalizzate alla buona ed equilibrata pratica sportiva. Un CONI Veneto quindi a 360° che si propone sempre più come partner indispensabile, e di valore, per le discipline,

le società e gli atleti della nostra Regione”.

Per info e consulenze: 049.5903551 sportelli.veneto@coni.it

I CINQUE SPORTELLI DEL CONI VENETO S.I.S. – SERVIZIO IMPIANTI SPORTIVI Sportello che aiuta chi investe in impiantistica sportiva a rispettare le normative e ad ottimizzare gli investimenti e i risultati di esercizio. Agli operatori viene offerta consulenza di pianificazione, progettazione, finanziamento, realizzazione e piani di gestione riguardanti nuovi interventi, nonché il recupero e la riqualificazione di impianti sportivi esistenti. Responsabile: Arch. Gabriele Bassi. GESTIONE A.S.D. Fornisce assistenza da un punto di vista fiscale, legale, assicurativo. Risponde alle richieste di informazioni e si propone di assistere gli operatori del settore nelle difficoltà interpretative edapplicative delle norme che disciplinano il mondo sportivo dilettantistico. Vengono offerte indicazioni di primo orientamento e di prima consulenza. L’esigenza è particolarmente sentita in questo contesto storico dove accanto alle difficoltà che derivano dalla legislazione speciale legata all’emergenza sanitaria, gli operatori del settore sportivo sono chiamati a comprendere quali nuovi scenari si prospettano in vista delle due grandi riforme fortemente impattanti sul movimento sportivo dilettantistico: la Riforma dello Sport e la Riforma del Terzo Settore. Responsabili: Dott. Federico Loda, Avv. Bianca Maria Stivanello. ‘A’ COME ALIMENTAZIONE Sportello dedicato alla dieta dello sportivo, alla prevenzione dell’obesità giovanile e al consumo consapevole e guidato degli integratori alimentari. Il tema dell’educazione alimentare è più che mai di attualità, sia in ambito sportivo che nella vita di tutti i giorni. Le statistiche riferite a giovani e giovanissimi non sono confortanti in quanto molti di loro sono in sovrappeso grave, problematica che a volte si tramuta in obesità. Quando si pratica uno sport, l’educazione alimentare è importante tanto quanto una seduta di allenamento. In una società in cui le risposte si trovano con un ‘click’, cadere in errore o raccogliere le informazioni sbagliate purtroppo è all’ordine del giorno; creando una cultura dell’alimentazione questo rischio diminuisce sensibilmente. Responsabile: Prof. Antonio Paoli. PSICO-PEDAGOGIA Sportello a supporto di tutte le figure che concorrono a formare l’ambiente sportivo come atleti, tecnici, dirigenti, società e, non ultime, le famiglie. Le tematiche proposte e affrontate sono varie e relative a differenti fasce di età. Molto spesso queste problematiche sono latenti e si manifestano quando ormai è troppo tardi. L’aiuto di un esperto non solo aiuta a prevenire il problema, ma diventa di supporto a tutte quelle figure che ruotano intorno all’atleta. Le due componenti principali dello sport sono salute e prestazione; in entrambi l’aspetto mentale è fondamentale, in positivo o in negativo. Non ultimo, il periodo storico che stiamo vivendo, caratterizzato da una pandemia, sta lasciando non poche ‘cicatrici’ nei ragazzi; anche su questa tematica urge intervenire. Responsabili: Prof. Gianni Bonas, Prof. Alessandro Bargnani. C.A.F. CENTRO ASSISTENZA FINANZIAMENTI Sportello che aiuta le società ad accedere a contributi e finanziamenti. L’errata compilazione della modulistica e il mancato rispetto dei termini di inoltro sono alcune delle cause del mancato assegnamento di un considerevole numero di finanziamenti destinati allo sport. Il mondo dello sport deve assolutamente attingere dalle risorse che vengono messe a disposizione a livello nazionale ed europeo. È una delle opportunità che permetta alle realtà sportive di vivere; non si può perderla. Responsabili: Dott. Antonio Sambo, Enrico Boni.

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I NTERVISTA i Ruggero Vilna

Foto: Ruggero Vilnai

Anche in Veneto questo sport…

CIPiace!

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VANESSA RIGHETTI

opo l’intervista realizzata sul precedente numero al presidente del Comitato Paralimpico Nazionale Luca Pancalli, SportdiPiù Magazine Veneto ha incontrato Ruggero Vilnai, dal 2013 Presidente del CIP Veneto. Ne è scaturita una bellissima conversazione con focus sullo sport paralimpico regionale.

Ruggero Vilnai

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Presidente Vilnai, qual è l’attuale situa-

zione del Veneto nell’ambito paralimpico? «Nonostante la pandemia, i numeri dello sport paralimpico in Veneto sono in buona salute. È bene ricordare comunque che la nostra Regione offre la possibilità di praticare ben 40 discipline sportive diverse. La scelta è ampia, e la speranza è che sempre più persone possano avvicinarsi a questa realtà. Dopo i risultati delle paraolimpiadi di Tokyo molte persone con disabilità ci contattano per iniziare a fare sport, e la nostra mission consiste proprio in questo, promuovere lo sport paralimpico.


Regione VENETO

In tutti questo, sicuramente giocano un ruolo importantissimo i media». Questa recente attenzione dei media per lo sport paralimpico la vedi come una moda, o possiamo finalmente parlare di genuino riconoscimento dell’importanza di questa realtà? «Tutto parte dalla bravura degli atleti, ma è innegabile che successo del movimento paralimpico, in buona parte, sia dato dai media. Le capacità degli atleti, se non venissero divulgate e rese note nel modo in cui solo i media sanno fare, non verrebbero mai portate alla luce. A partire dalle piccole tv locali alla Rai, ogni spazio che viene dedicato al mondo paralimpico è fondamentale. Bisognerebbe non fermarsi solo alle paraolimpiadi ma approfondire anche competizioni regionali e provinciali».

Le paraolimpiadi sono solo la lente di ingrandimento su questo mondo. Alla base però, c’è quello che viene fatto giornalmente, a cui non si dà ancora la giusta attenzione… «Sicuramente. Il Comitato Paralimpico ha come primo impegno il coinvolgere le società ed i singoli individui. Il Veneto ha

1800 atleti paralimpici agonisti. Potrebbe sembrare un bel numero, ma solo il 2% delle persone con disabilità che potrebbero fare attività si avvicinano di fatto allo sport. Anche per disabilità gravi oggi c’è la possibilità di fare attività sportive ad alto livello».

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L’intento paralimpico va oltre l’obbiettivo sportivo e agonistico... «Si, a volte l’aspetto sportivo passa letteralmente in secondo piano. Per il CIP fare sport significa integrarsi con la società, confrontarsi con gli altri. Il Covid ha però reso tutto più difficile; per chi ha disabilità è stato un ulteriore barriera da superare. Per ovviare a questo, sulla nostra pagina Facebook, abbiamo caricato dei video che mostrano come fare attività motoria da casa, sia da seduti - per chi è in carrozzina - sia in piedi. Se non è ben chiaro, il CIP non si ferma mai!». La disabilità potrebbe essere definitivamente annullata unendo tutti gli atleti sotto un unico ‘modo di fare sport’ che non distingua più tra normo dotati e disabili? «Molto spesso la disabilità sta negli occhi di chi la vuole vedere. Un atleta come Stefano Raimondi ne è la prova. Lo sport sta tutt’ora cambiando la percezione che le persone hanno verso il disabile. Quando 57 anni fa ho avuto il mio incidente, non esisteva nemmeno il temine di sport paralimpico. Il salto culturale che la nostra società è stata in grado di fare è impressionante. Nessuno 15-20 anni fa avrebbe mai scommesso sul successo del mondo paralimpico». Si potrebbe dire che il salto dall’indifferenza all’attenzione sia stato fatto grazie ad atleti come Bebe Vio e Alex Zanardi,

ma lo sport paralimpico è tanto altro… «Certamente, non bisogna fermarsi alla punta dell’iceberg. Benchè Alex e Alex abbiano ottenuto risultati sportivi eccezionali e siano stati capaci di bucare letteralmente lo schermo con le loro personalità, va ricordato che ci sono tanti altri atleti che meritano attenzione e visibilità. Non dimenticherei però Francesca Porcellato, una delle pioniere dello sport paralimpico, ancora oggi un esempio per i giovani. E non solo per loro…». A proposito di atleti ancora sconosciuti, pensi che il successo inaspettato e improvviso di alcuni di loro possa generare qualche forma di protagonismo? «Nella nostra società non ci sono questi problemi. Gelosie e invidie non ce ne sono. Inoltre, tendenzialmente un disabile tende ad essere più mite. La vita gli ha già impartito lezioni molto dure, spesso sfortune più che lezioni. Mettere a nudo la propria disabilità praticando uno sport come il nuoto poi, richiede un grande sforzo mentale. Palesi a tutti le tue vulnerabilità in maniera tangibile». Il veronese Andrea Conti, pioniere e campione di handbike, che ci ha lasciato qualche mese fa, è stato un grande esempio di come si possa raggiungere qualsiasi obbiettivo nonostante la disabilità… «Conti non solo era un campione di handbike ma era molto attivo in ambito sociale; era impegnato su tantissimi fron-

DISPOSITIVI DIGITALI

raccomandazioni Società Italiana di Pediatria

I numeri dell’ultimo censimento sportivo paralimpico sono buoni… «I numeri sono decisamente in aumento. Come comitato, quest’anno abbiamo organizzato ben 4 campus: 2 estivi e 2 invernali. A questo vanno aggiunti i 13 open day di promozione. In tutto questo dovremmo aumentare i numeri delle società. Nel veneto ci sono solo 250 società che fanno attività paralimpica, ma ne servono di più se vogliamo dare a tutti la possibilità di avvicinarsi allo sport. Strategica anche la collaborazione tra il Coni regionale presieduto dal Prof. Dino Ponchio… «Assolutamente. Il legame tra CIP e Coni di fatto c’è sempre stato ma, con l’arrivo del Prof. Ponchio, la sinergia si è ulteriormente rafforzata. Tante le iniziative condivise tra cui i cinque sportelli dedicati (vedi articolo pag.1213) che diventano per i nostri atleti e le nostre società quasi di vitale importanza. Insomma la collaborazione non solo sta continuando ma possiamo dire stia proprio aumentando, in un’ottica di sport vero, appassionato, inclusivo. Insomma uno sport davvero per tutti».

MAI

0 - 2 anni

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ti tra cui quello scolastico. Divulgava, parlava ai ragazzi, raccontava cosa gli era successo, faceva sensibilizzazione. La sua eredità è enorme e soprattutto ci ha fatto capire quanto serva puntare sui giovani».

durante i pasti e prima di andare a dormire


L'O PI N I O N E

Sport dintorni di Giorgio Vincenzi Foto: Calciosociale

Calciosociale, il calcio come non lo abbiamo mai conosciuto

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uante volte abbiamo letto sulla stampa o sentito alla televisione da grandi esperti che il mondo del calcio avrebbe bisogno di “una regolata”, specie nel settore giovanile. Ora immaginate che qualcuno sia passato dalle parole ai fatti e abbia trasformato lo sport più amato al mondo in una grande “palestra” di educazione civica per i bambini e adulti. Questo qualcuno è Massimo Vallati che in un quartiere situato nella periferia sud-ovest di Roma, Corviale, ha dato vita nel 2005 al Calciosociale (www.calciosociale.it), un modo diverso di intendere l’attività sportiva, basato sulla rivisitazione delle regole del calcio finalizzate a favorire la cura delle relazioni, preferendole alla semplice competizione. E le partite non si giocano solo in campo, ma anche fuori.

Le regole. Nei tanti tornei che il Calciosociale programma durante l’intera stagione calcistica non ci sono squadre con i nomi dei vari quartieri o cose simili, ma bensì legati alla vita sociale. Questo serve per far riflettere i singoli e la squadra. Il tema scelto nell’ultimo torneo era la salvaguardia dell’ambiente attraverso donne e uomini che si sono impegnati in tal senso. C’era una squadra, per esempio, che portava il nome del capitano di marina Natale De Grazia ucciso per le sue indagini sul traffico di rifiuti tossici e radioattivi. Un educatore, sempre presente in ogni squadra, aveva il compito di spiegare ai ragazzi ciò che aveva fatto De Grazia e li invitava a riflettere su ciò che anche loro avrebbero potuto fare sul tema della salvaguardia della natura. E come dice Vallati “Non c’è solo la partita da vincere, ma anche la battaglia, in questo caso, della difesa dell’ambiente”. La regola base del Calciosociale, poi,

prevede che le squadre debbano avere tutte le stesse potenzialità di vittoria. Per rendere concreto questo principio prima del campionato si fanno delle partite amichevoli e si danno delle valutazioni, coefficienti, da uno a dieci a tutti i giocatori. Una volta fatto ciò, le squadre verranno formate tenendo presente che la somma dei coefficienti dei giocatori deve essere uguale per tutte. In questo modo tutte hanno la stessa probabilità di vittoria e non come accade comunemente nel calcio che conosciamo dove vince chi ha tra gli undici il maggior numero di fuoriclasse. Ancora. Non esiste l’arbitro, ma la corresponsabilità. I giocatori per riprendere la partita devono decidere insieme se è stato commesso un fallo oppure no. Le squadre sono miste, maschi e femmine assieme, e vi è anche la presenza di ragazzi diversamente abili. Ogni giocatore non può segnare più di tre goal a partita. Ogni squadra ha 12 componenti e non esiste la panchina, tutti sono titolari. Si gioca in 8 e i partecipanti fanno cambi ogni 10 minuti. Il calcio di rigore lo batte il giocatore con il coefficiente meno alto. I riconoscimenti. L’idea di Vallati ha trovato sostenitori anche in altre parti d’Italia (Modica, Empoli, Torino, Milano, Quartu S.Elena), ma anche all’estero: Inghilterra, Germania, Ungheria. Non mancano neppure i riconoscimenti da parte delle istituzioni. Vallati è stato chiamato nel 2012 al Parlamento europeo per raccontare questa esperienza all’avanguardia in fatto d’integrazione e nel 2014 il Calciosociale è stato riconosciuto dal governo italiano come Best practice per lo sport e l’inclusione sociale.

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SPO RTIVA-M E

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NTE

ello sport, oltre all’allenamento fisico e tecnico, a giocare un ruolo fondamentale sono la testa e le emozioni; in quanto lo stato psicologico di un soggetto ha la capacità di condizionare l’organismo anche a livello fisico. Negli anni l’interesse e la curiosità nel comprendere tali meccanismi di influenza hanno fatto sì che la Psicologia dello Sport acquistasse sempre più importanza e notorietà, non solo per pura informazione scientifica ma anche per poter elaborare metodi utili al miglioramento delle prestazioni. Visto il corpo come protagonista, le emozioni rappresentano un elemento fondamentale dello sport ed un fattore critico potenzialmente in grado di accrescere o ostacolare la performance individuale e/o di gruppo. Esperienze quali la vittoria e la sconfitta, fanno dello sport un luogo privilegiato dove imparare ad ascoltare e riconoscere le emozioni come gioia, tristezza, rabbia, paura ecc. Le emozioni sono quindi una risorsa per la comprensione di sé e dell’altro e per il fondamento dell’azione consapevole (Hanin, 2003). Per questo l’allenamento di un atleta deve sempre essere commisurato con il livello di competenza e le difficoltà richieste dalla situazione. Fondamentale diviene quindi l’analisi delle emozioni, non più solo attribuendogli una valenza positiva e negativa, ma valutando in che misura queste possono essere funzionali, in un determinato atleta, per ottenere buone prestazioni. Lo stato emozionale di un atleta è un’importante componente che rappresenta un termometro che può definire la performance e soprattutto la crescita formativa personale e sportiva.

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Psicologia sportiva

Dr. Tommaso Franzoso Psicologo dello Sport - Sport Mental Trainer Venezia Football Academy e Venezia FC

Emozioni e sport: binomio totale Quindi le emozioni come le conosciamo, diventano un punto focale e fondamentale, in quanto permettono alla persona di andare oltre alle proprie potenzialità, specialmente per chi deve fare agonismo e competizione. In quest’ottica le emozioni fanno da specchio alle prestazioni e aiutano a regolare lo stato psico – fisico per poter raggiungere lo stato di arousal più performante. “Esistono emozioni primarie quali: sorpresa, gioia, tristezza, rabbia, disgusto, paura ed emozioni secondarie che sono date dalla combinazione di quelle primarie, come ad esempio disprezzo, panico, ira ecc. e sentimenti che sono dati dalla combinazione di emozioni elaborate dagli aspetti mentali in associazione con la durata delle stesse nel tempo, ad es. Amore o Odio…” Pertanto, le emozioni hanno un forte impatto in quanto producono informazioni ad altissima velocità creando o togliendo energia a seconda del contesto, della persona e degli stimoli con cui si viene a contatto. Queste informazioni elaborate dal nostro cervello producono stati di tensione corporea. Nella vita di tutti i giorni possiamo tranquillamente affermare che le emozioni costituiscono una delle componenti fondamentali della psiche umana: potremmo paragonarle a ciò che dona colore o sapore alle attività stesse dell’esistenza. Le emozioni possono trasformare il vissuto di un medesimo evento da qualcosa di estremamente piacevole a qualcosa di terribilmente angosciante o viceversa; possono rimanere legate ai ricordi passati o essere in grado di condizionare l’umore di una persona per episodi non ancora accaduti. Assodata tale profonda interconnessione tra emozioni, cognizioni e comportamenti, ovviamente il contesto sportivo non fa

eccezione. Si tratta, infatti di un’area in cui appare assolutamente prioritario approfondire i meccanismi con cui le emozioni migliorano la performance, la peggiorano o permettono allo sportivo di affrontarla in “flow agonistico”. Essere consapevoli delle proprie reazioni emotive permette agli atleti di prevenire eventuali stati di ansia o confusione che potrebbero creare loro difficoltà nel raggiungimento della prestazione ottimale. A tal proposito, comprendere e riconoscere le proprie risposte emotive automatiche consente di pensare a se stessi come una persona coerente e consapevole di ciò che accade nel mondo gara per ottimizzare l’obiettivo della competizione. Infatti, le fasi in cui uno sportivo impara a riconoscere le proprie risposte si ripetono ciclicamente: allenamento, pre – gara, match, post – gara. Avere chiaro questo schema può permettere di svolgere preparazioni specifiche, adatte alle caratteristiche di ogni singola fase. Sulla base di questo, è di fondamentale attenzione, co – costruire un percorso di mental training, come cassa di risonanza di noi stessi e di conseguenza del nostro fare per raggiungere l’obiettivo prefissato. Facendo così ogni sportivo, l’agonista in particolare, può rendersi consapevole e strutturato delle proprie potenzialità e dei propri mezzi sia fisici che emotivi. Infine, quanto scritto, vuole essere una riflessione condivisa e punto di partenza per condividere e confrontarsi su come lo sport può darci molteplici visioni e sfaccettature dello sportivo, ma soprattutto su come sia un acceleratore di emozioni, che se incanalate permettono ad ogni atleta di sentirsi propositivo e proattivo per raggiungere i propri obiettivi e migliorarsi ogni volta sempre di più.


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I NTERVISTA ano Loredana Spar

Foto: CSS Verona

Calottina rossa, cuore azzurro

S

EMANUELE PEZZO

crisse il filosofo Blaise Pascal che “la nostra natura è nel movimento; il riposo totale è la morte”. Pochi riescono ad incarnare questo stile di pensiero come gli sportivi. Essi coniugano l’impegno e la necessità di spostarsi. Nel caso degli sport cosiddetti minori, spostarsi anche di molto. La napoletana Loredana Sparano è arrivata in estate alle Piscine Monte

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Bianco per indossare la calottina rossa, quella del portiere, della VetroCar Css Verona in serie A1 femminile. Cosa stai trovando a Verona? «Ho girato molto e, dopo quattro stagioni in una grande città come Roma, arrivare qui ha significato per me, che pure amo il caos, trovare la tranquillità» In che senso? «Dopo anni e anni di gioco riesci ad abituarti al traffico, allo stress, alla convivenza. Tuttavia fare molta strada

anche solo per allenarsi alla lunga è stancante». Cos’hai trovato a Verona? «Sentivo il bisogno di tranquillità, mi piaceva il modo di lavorare del club e conoscevo da tempo il tecnico, Paolo Zizza. Ho trovato una bella città, che mi permette di stare a due passi dalla natura. Non sono ancora riuscita ad inquadrare i veronesi, anche se devo dire che ad esempio i vicini di casa sono veramente cordiali».


quando è estate spero invece che torni la vita di tutti i giorni». Come giudichi la VetroCar Css di quest’anno? «Abbiamo una squadra giovane con alcuni elementi di grande esperienza. MI piace che noi giocatrici veniamo da molti posti diversi. Finora abbiamo fatto bene e possiamo migliorare per avere risultati sin da subito, anche se l’obiettivo è guardare al lungo periodo».

Hai dovuto abituarti a qualcosa di nuovo? «La nebbia! La trovo bruttissima e spesso è accompagnata dal freddo. Detesto guidare senza avere la giusta visibilità, ho sempre il timore che possa accadere qualcosa. E svegliarsi con la nebbia ti abbatte» Cosa ti manca di casa? «Non vivo male la lontananza, ho amicizie e lavoro, per me questa è la vita di tutti i giorni. Certo, abitare da soli obbliga a dover pensare a tante cose. A volte non vedo l’ora che arrivi l’estate per tornare a casa per un lungo periodo, ma

Come vedi la pallanuoto? «In Italia non è considerata sport professionistico, però per l’impegno profuso e la serietà che ci si mette lo considero tale. Per una giocatrice di un certo livello può essere vista come un lavoro, che lascia però l’opportunità di ritagliarsi il tempo per progettare il futuro. Nel mio caso, studiare per l’università» Abbiamo vissuto a stretto giro due olimpiadi: ti piace seguire gli sport? «Seguo poco le discipline invernali. Invece sono appassionata degli sport acquatici, ma anche di basket Nba, dei tornei dello Slam, di volley e, ogni tanto, mi piace cercare di capire il rugby». C’è qualche personaggio sportivo che stimi? «Federica Pellegrini perché si è fatta valere, non facile quando accosti le parole “donna” e “sport”. La stimo

anche per come ha saputo inserirsi nel mondo dello spettacolo senza perdere la competitività sportiva. Poi mi piace l’atteggiamento di Simone Biles. Vorrei che un giorno lo sport femminile fosse pubblicizzato al pari di quello maschile». E il calcio? «Da napoletana simpatizzo, ma ammetto di seguirlo poco. Ci sono tantissimi sport, come anche il nostro, che meriterebbero più attenzione, non solo durante le olimpiadi. Sono discipline stupende in cui gli atleti lavorano duro. Del calcio non mi piace che il successo possa arrivare in pochissimo tempo anche per i giovanissimi». Come hai vissuto la situazione pandemica nella pratica sportiva? «Conosco persone che per le vicissitudini legate alla situazione si sono allontanate dallo sport, ma anche realtà sportive sopraffatte dalle circostanze. La stagione scorsa è stata anomala, il campionato non prevedeva nemmeno che le squadre si scontrassero tra tutte. Per fortuna da settembre la situazione si è avvicinata alla regolarità» Cosa provi verso il tuo sport? «Svegliarsi la mattina e preparare la borsa è stimolo, è vita, è adrenalina e tensione. Tensione positiva, a volte negativa, ma è giusto così. Lo sport può chiedere tanto ma anche dare tantissimo».

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Foto: Scaligera Basket

I NTERVISTA i Davide Garzott

Villafranca Tennis Team:

un progetto, tanti obiettivi

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MATTEO ZANON

avide Garzotti, direttore della scuola tennis di Villafranca dal 2015, con l’aiuto dei vari maestri che si sono susseguiti negli anni, ha portato alla crescita del circolo con numeri sempre più grandi. Con la fine del 2021 è nato il progetto Villafranca Tennis Team che include un gruppo di tennisti di alto livello e che ha come obiettivo il professionismo. In esclusiva per SportdiPiù Magazine racconta questo percorso di crescita e gli obiettivi sempre più ambizioni.

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Da dove è partita l’idea di creare il Villafranca Tennis Team? «È un’idea che nasce da quanto ho iniziato questo progetto con il tennis Villafranca. Ho da sempre avuto l’idea di creare una struttura (maestri, preparatori atletici, mental coach…) che potesse essere in grado di allenare tennisti. Un progetto che potesse portare un ragazzo dai primi step al professionismo. Credo che dopo questi sei anni possiamo affermare senza arroganza e presunzione che siamo arrivati ad avere una struttura che può fare tutto questo». Qual è la mission di questo gruppo di atle-

ti e figure professionali? «Fornire un servizio completo a tutti i tennisti che si affidano a noi, coprendo tutti gli aspetti: dalla parte tecnica con i maestri, alla parte atletica con i preparatori, senza tralasciare la parte mentale con i preparatori mentali e i servizi di altre figure importanti come il responsabile delle attrezzature e gli specialisti che seguono la nutrizione e la parte medica». Chi sono i componenti dello staff? «Si è creato uno staff di qualità che lavora con tanta competenza e tantissima passione. Siamo passati a essere tre maestri nel 2015 a oggi che siamo in nove per-


fronte sempre tennisti preparati. Non basta più giocare solo bene a tennis ma deve esserci tanta cura di ogni aspetto. Ci vuole tanta pazienza e tanta costanza». In estate a Verona è tornato il torneo di tennis internazionale. Può essere una vetrina per i tennisti del Villafranca Tennis Team? «È stato un bellissimo evento, organizzato molto bene e una vetrina molto importante per il tennis. La gente ha risposto veramente bene quindi c’è tanta voglia di tennis e sono elice che alcuni nostri ragazzi siano andati a vedere le partite. Sono convinto che andando a vedere i giocatori forti si capiscano tante cose e quindi più manifestazioni ci sono qui vicino a noi meglio è».

sone che tutti i giorni lavorano al circolo di cui sette maestri Davide Garzotti, Damian di Noto, Filippo Ghidetti, Mirko Medda, Leonardo Morandini, Andrea Botto e Matilde Carletti e due preparatori fisici, Michele Zanella e Matteo Zanon». Ci presenti il gruppo di allievi? «In questo momento gli atleti più di spicco sono Aurora Zantedeschi di 21 anni e numero 500 della classifica Wta, Andrea Fiorentini classe 2001, campione italiano under 14 che ha avuto degli anni difficili dopo 5 operazioni al ginocchio in 5 anni ma che ha un grande potenziale e se troverà continuità ci potrà dare grandi soddisfazioni. Oltre a loro c’è il 31enne Marco Bortolotti, 182esimo della classifica mondiale di doppio che ha deciso di concentrarsi esclusivamente sul doppio. Al di sotto ci sono tanti giovani, 30 agonisti dai 10 ai 20 anni di cui 10 seconda categoria, che hanno vinto titoli regionali sia individuali che a squadre e che hanno rappresentato il team in Italia». La stagione agonistica sta entrando nel vivo. Quali sono gli obiettivi del Tennis Team? «È fondamentale che riusciamo a portare ognuno al massimo del potenziale che ha. Per step, in base all’età e alle potenzialità dell’allievo, portarlo al massimo livello e alla massima classifica. Una crescita costante e un miglioramento continuo

che porteranno vittorie, risultati e classifiche». Hai giocato ad alti livelli e ora fai il coach. Che qualità deve avere un tennista per emergere e per rimanere ad alti livelli? «Sicuramente quando sono più piccoli bisogna concentrarsi sul miglioramento, insegnandogli più cose possibili per permettergli poi di avere a disposizione, duranti i match, più armi possibili per avere la meglio sull’avversario. Invece in generale credo che un tennista per vincere e per diventare un buon tennista deve essere un gran risolutori di problemi, deve avere tanta costanza, tanta passione e si deve divertire in quello che fa. Oltre a questo, un tassello importante è riuscire ad affrontare le sconfitte, perché ti mostrano dove migliorare e ti insegnano cosa fare la prossima partita per poter portare a casa la vittoria. Nel campo da tennis sei da solo e spesso sei da solo prima con te stesso che con l’avversario quindi devi avere una grande disciplina». Con i tennisti hai girato l’Europa e non solo. Che idea ti sei fatto del tennis internazionale? «Tutti i giorni è una battaglia. Mettendo il naso fuori dalle zone limitrofi ti accordi che c’è tanta gente che vuole diventare forte e che vuole fare di questo percorso la propria vita quindi prima di mollare una partita le prova tutte. Oggi in qualsiasi sport c’è un livello di atletismo molto alto quindi anche nel tennis ti trovi di

Gli ottimi risultati dei tennisti italiani, da Berrettini a Sinner senza dimenticare Musetti, pensi siano un incentivo per i tennisti e per tutto il movimento? «Sicuramente i risultati di alto livello e il fatto che siamo arrivati ad avere diversi tennisti nella top 100 ha aiutato il movimento. I risultati di Berrettini e Sinner mettono in evidenza questo sport e possono far appassionare tanti bambini. Tante volte l’emulazione dell’idolo ti fa rimanere più attaccato al tuo sport, quindi, è assolutamente un bene. Credo che stiamo vivendo un momento di così alto nel tennis italiano che forse non c’è mai stato ma allo stesso tempo dobbiamo essere bravi noi ad accogliere l’eventuale movimento che tutto ciò porta e trasformarlo in una realtà solida e creare ragazzi che possano ambire o sperare un giorno di diventare come loro». Cosa bolle in pentola per questo 2022? «Con la speranza che la situazione a livello mondiale vada a normalizzarsi, speriamo di ritornare a fare quello che abbiamo sempre fatto ovvero portare i ragazzi a fare tornei anche all’estero. Ci piacerebbe provare a far assaggiare qualcosa di diverso dai soliti tornei anche ai nostri under 12 e 14. Abbiamo trasferte da fare con i ragazzi più grandi per cercare di scalare il ranking Atp e Wta. Stiamo vivendo un buon momento e dobbiamo sfruttarlo per migliorare sempre di più la qualità del servizio offerto. Mi piacerebbe che il tennis Villafranca diventasse un punto di riferimento del tennis italiano ma non solo. Vorrei che un giorno arrivassimo ad essere una struttura forte e di qualità che possa accogliere giocatori da tutta Italia ma anche da fuori».

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STARE BEN E

A

Dott.ssa Federica Delli Noci Dietista - Specializzata in Scienze dell’Alimentazione

È tutta questione di… pancia !

lzi la mano chi ha già sentito parlare di microbiota !!! Si tratta di uno degli elementi fondamentali di tutto il nostro ecosistema intestinale. Rappresenta la comunità di batteri, virus, lieviti e parassiti che popola il nostro intestino influenzando notevolmente il nostro stato di salute. Studi scientifici sempre più numerosi mostrano come l’equilibrio del microbiota sia determinante per garantire un corretto assorbimento intestinale dei macronutrienti, influenzando il nostro benessere generale. Innanzitutto, se funzionale, il nostro microbiota ci aiuta ad allontanare i batteri patogeni causa di infezioni e alterazioni intestinali. Se poi analizziamo più da vicino il grande lavoro della ”comunità” che popola il nostro intestino, scopriamo che alcuni acidi grassi che vengono prodotti in fase digestiva, ci proteggono da infiammazioni, cistiti ricorrenti e da patologie ancora più complesse come i tumori. Ma non è tutto! Un buon microbiota è in grado di digerire i flavonoidi contenuti negli alimenti vegetali, proteggendoci anche dal rischio di patologie cardiovascolari. E ancora, la nostra salute intestinale contribuisce positivamente alla regolazione dell’appetito contrastando l’aumento di peso e il rischio di patologie metaboliche come il diabete. Può sembrare abbastanza intuitivo che la flora batterica sia responsabile di alterazioni a carico del sistema gastro intestinale, ma dubito che sia altrettanto immediato pensare che alcune patologie psichiatriche come ansia e depressione siano associate ad una sua alterazione. La scienza mostra come la comparsa di ansia e depressione, siano fortemente influenzate dalla dieta, dall’uso di alcuni farmaci, dal sesso e da condizioni cliniche che alterano la

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A tavola con Federica

quantità e la tipologia di ceppi batterici che popolano il nostro intestino creando situazioni favorevoli alla proliferazione di specie pro-infiammatorie. E inoltre molti studi scientifici mostrano come il rapporto tra due particolari ceppi batterici (i Bacterioides e i Firmicutes) sia fondamentale per contrastare condizioni metaboliche come l’obesità. Vi starete chiedendo cosa possiamo fare per garantire tutti questi vantaggi alla nostra pancia ! Purtroppo, ad oggi non è così semplice plasmare le specie batteriche con la sola alimentazione. Il microbiota si modifica molto nell’arco della vita: il momento di maggiore instabilità è sicuramente rappresentato dall’età infantile e da quella senile, trattandosi di periodi di maggiore fragilità. Se pur non è così semplice definire quali siano i vantaggi e gli svantaggi nell’assunzione di determinati alimenti per ciascuno di noi, restano comunque valide alcune indicazioni: è fondamentale la personalizzazione della dieta e resta valido il principio

secondo cui una dieta mediterranea varia, povera di grassi animali e ricca di alimenti vegetali resta attualmente la scelta migliore. Alcuni alimenti fermentati come il kefir, il miso e lo yogurt, anche se non garantiscono una notevole alterazione del microbiota, contribuiscono alla comparsa di specie batteriche “buone”.


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STARE BEN E

L'Osteopatia

Dott. Guido Giacomelli Osteopata

Percezione corporea? Mai sentita!

“S

GIULIO GIACOMELLI

ignora, la prossima volta la vedrò all’occorrenza!”. A questa affermazione tutte le persone che tratto mi guardano con sguardo perso ed interrogativo. Nel tempo ho notato che le persone non sanno ascoltare il proprio corpo e quindi non capiscono il significato di percezione corporea. L’essere umano da quando ha perso la condizione di essere animale ha perso la capacità di ascoltarsi portando l’organismo allo stremo prima di percepire un problema. Basti guardare il comportamento di un neonato, se ha qualche costrizione o impedimento ce ne rendiamo conto subito: piange. Questo atteggiamento è istintivo, naturale, non ancora

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inibito dalle circostanze della vita. Se invece guardassimo un adulto, alla domanda: “Come stai?” la risposta, quasi scontata, sarebbe: “Bene, grazie” anche se in realtà, analizzando lo status salutare di quella persona, troveremo diversi dolori, più o meno intensi, che ormai sono parte integrante del corpo e quindi non ci si fa più caso convivendoci. Madre Natura ha dotato tutte le creature di sensi più o meno complessi grazie ai quali l’organismo si sviluppa. Pochissime persone sanno ascoltare il proprio corpo. Gli sportivi ad esempio sono fra gli individui che meglio lo conoscono; per effettuare un gesto corretto devono allenarsi molto nella gestione del movimento e quindi avere una percezione ottimale. Spesso però accade che tale gesto venga eseguito correttamente ma grazie a dei

compensi adattativi che seppur sbagliati permettono la riuscita dello stesso a discapito dell’integrità e della salute dell’atleta. Ciò comporta uno spreco energetico importante, un affaticamento maggiore e quindi una performance inferiore rispetto alle potenzialità dell’atleta. Ecco perché sostengo che non ci possa essere sport senza essere passati prima dall’attività fisica e prima ancora da un trattamento di riequilibrio biomeccanico. La percezione del sé è fondamentale per ottenere un buon stato di salute. La salute è data dall’armonia dei sistemi ma se non siamo in grado di percepire cosa fa il nostro organismo o ancor di più ciò che non fa arriveremo ad accumulare una serie di problemi che porranno dei limiti al nostro agire; non solo psico-fisici ma anche sociali. Parliamo quindi della classica gocciolina


che fa traboccare il vaso, di quel fastidio che magicamente sparisce, di quel dolore che oggi è qua e domani si sposta là inspiegabilmente… Molte problematiche derivano semplicemente da posture o atteggiamenti inconsci. Per questo motivo basta rieducare le persone ad osservarsi. Spesso si può utilizzare uno specchio per avere un riscontro visivo molto utile (in questo barbieri e parrucchiere sono avvantaggiati). Lo stress accumulato nel tempo per situazione socio-economica che stiamo vivendo tutti, i pensieri ed i problemi che attanagliano le nostre vite, gli ausili elettronici utilizzati per lavoro o per gioco inducono a posture costrittive che si trasformano in dolori cronici ed acuti che fanno crollare la qualità della nostra vita. La consapevolezza di queste cattive abitudini può diminuire notevolmente l’accumularsi di tensioni che speriamo sempre passino da sole. Purtroppo l’unica cosa che può passare è il dolore momentaneo che, seppur non di poco conto, non è la soluzione del problema; è facilmente intuibile quindi che per togliere un dolore si deve ricercarne la causa… Avere sintomatologie dolorose ripetitive che dopo qualche tempo spariscono non significa aver risolto un problema ma aver spostato il focus da un’altra parte poiché il nostro corpo cerca una via di fuga dai dolori creando dei compensi momentaneamente migliorativi. Nel tempo però si verranno ad instaurare tensioni e problematiche in altre zone del corpo che saranno solo una conseguenza delle precedenti non risolte. Questo è il motivo per cui durante una visita osteopatica l’operatore può trovare l’origine del problema in una zona differente rispetto al punto di dolore per cui la persona si è

presentata allo studio. Alcuni consigli utili per evitare questo accumulo di problematiche: • un reset strutturale che riporti alla corretta mobilità articolare fondamentale per qualsiasi altra azione grazie all’aiuto di professionisti qualificati • una buona respirazione a carico del petto per migliorare l’assetto posturale • una costante attività fisica che possa preparare ad un eventuale sport da praticare dopo aver preparato l’organismo a supportarlo • un corretto regime alimentare • un utilizzo cosciente della “tecnologia” a nostra disposizione assumendo posture piuttosto funzionali che comode (il comodo spesso è in antitesi

con la postura corretta) • una maggior consapevolezza del proprio corpo che dopo la lettura di questo articolo spero sia maggiore, per percepire tutti i segnali che appaiono • un percorso strutturato con il mental coach e/o con uno psicologo spesso possono aiutare a trovare soluzioni a problemi apparentemente staccati dal fisico che inevitabilmente si ripercuotono sulla persona stessa. Ognuno di questi punti racchiude una serie di concetti molto importanti che potremo sviluppare in seguito. Rimane comunque evidente quanto sia importante ascoltare il proprio corpo per leggere i sintomi che manda. Rimandare una visita o un trattamento per mancanza di tempo è sempre un’ottima scusa.

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COVER STO RY in rt Michele De Ma

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Foto: Nicola Vivian


Mastini Verona: let’s fight for the ladder! ALBERTO CRISTANI VANESSA RIGHETTI

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n’idea, un pensiero, una passione. Diciassette anni di palla ovale tra soddisfazioni, delusioni, gioie e difficoltà, con un unico grande obiettivo: portare in alto il nome dei Mastini Verona. La famiglia De Martin - papà Roberto (presidente onorario) e i fratelli Simone (presidente) e Michele (vicepresidente/ team manager) hanno portato una ‘semplice’ società dilettantistica di football americano in serie A, tra le migliori compagini italiane. Un premio alla determinazione e alla costanza che però non è un punto di arrivo ma una tappa fondamentale per fissare nuovi ambiziosi traguardi. Michele De Martin ci racconta cosa significa scendere in campo e combattere per un nome, per dei colori, per una scala (the ladder, il simbolo degli Scaligeri n.d.r.) e per una città. Perché il risultato è importante, certo, ma ci sono valori che vanno oltre, quei valori su cui sono nati e sono cresciuti i Mastini Verona. Michele, innanzitutto possiamo dire che i Mastini hanno sdoganato il football americano, facendolo diventare uno sport radicato nel territorio veronese? «Assolutamente. Da quando esiste la squadra dei Mastini, ovvero dal 2005, quello che abbiamo sempre cercato è

proprio il creare un legame tra questo magnifico sport e il nostro territorio. Indossiamo divise e caschi con livrea gialloblu, i colori del Verona. Il nome poi, è chiaramente un tributo agli scaligeri e alla loro storia. Questo nuovo restyling del look arriva in concomitanza dell’entrata nel prestigioso Italian Football League, il massimo campionato in Italia. Siamo ancora emozionati nel ripensare al giorno in cui la Federazione ci ha chiamati dicendo che il Verona avrebbe fatto parte delle 9 migliori squadre di questo campionato. Ci tengo anche a ricordare che il campionato Italiano di Football americano è legato alla squadra della Nazionale italiana, campione d’Europa ad ottobre 2021». La passione è quello che ha fatto la differenza per voi in questi anni, superando non pochi momenti difficili… «Ci sono state situazioni spiacevoli legate alla ripartenza di alcuni giocatori importanti. Questo ha inevitabilmente creato dei vuoti che, in una struttura particolare come quella del football, fanno la differenza. Molti giocatori dell’epoca, essendo noi al tempo in A2 avevano ricevuto chiamate dalla Serie A e non abbiamo potuto che stringere i denti. Quando i Mastini sono nati, il sogno del Presidente, mio fratello Simone De Martin, e del Presidente Onorario Roberto de Martin, ovvero mio padre, è sempre stato quello di portare a Verona la Serie A di Football.

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Fare in modo che Verona fosse tra le eccellenze. Ci abbiamo messo 16 anni, ma la soddisfazione è stata immensa». Com’è si è concretizzata la possibilità di volare in Serie A? «L’anno scorso nonostante il Covid è stata un’ottima stagione per noi. Siamo arrivati a giocarci la semifinale a Torino contro i Giaguari che da buoni padroni di casa ci hanno surclassati nonostante all’inizio la partita fosse stata dominata dal Verona. La delusione è stata tanta per tutti, dai giocatori alla dirigenza. Superata la tristezza ci siamo chiesti se non fosse il caso di chiedere alla Federazione la possibilità, tramite bando, di poter accedere alla massima Serie. Con nostra sorpresa la Federazione ci ha fatto sapere di monitorarci già da tempo, e di ritenerci tra le squadre di A2 le più meritevoli di fare il salto di categoria. A bando aperto, ci siamo fiondati e niente, eccoci qua. Quando è arrivato l’ok da parte della Federazione abbiamo stappato immediatamente la bottiglia, ed è lì che è iniziato il nostro sogno».

Da sinistra Simone, Roberto e Michele De Martin con il piccolo Ettore: passato, presente e futuro dei Mastini Verona

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Ha vinto la meritocrazia e la passione, tutte cose che voi avete sempre avuto. A premiarvi è stata anche la professionalità con cui avete sempre


possono che migliorare le loro prestazioni. La nostra prima partita sarà a Bologna contro i Warriors, e non vediamo l’ora». Pescantina è ormai la vostra casa… Si, anche quest’anno giocheremo anche a Pescantina, su un bellissimo campo con manto erboso. Abbiamo anche aggiunto una tribuna provvisoria che potrà ospitare fino a 300 posti a sedere. Sarà sicuramente un campionato da giocare fino in fondo, anche perché ogni squadra si rifornisce continuamente di giocatori americani che spesso si rivelano veri e propri talenti. Per i nostri allenamenti abbiamo vagabondato molto. L’amministrazione di Pescantina fortunatamente ci vuole bene e da sei anni ci permette di allenarci su un campo sintetico eccellente sui cui possiamo incrementare di molto la velocità dei nostri giocatori e ottenere prestazioni ben sopra la media. Poter giocare a Pescantina ci fa sentire a casa».

promosso la squadra, come foste sempre stati in Serie A… «La passione per il Football per me e mio fratello Simone è nata quando eravamo dei ragazzini, grazie al ‘supporto’ di papà Roberto, vera anima dei Mastini. Dopo aver visto coi nostri occhi la prima partita nel 1981 siamo cresciuti guardando questo sport capendo fin da subito che oltre la partita c’era ben altro. La comunicazione è fondamentale e ogni squadra deve saper parlare anche al di fuori del campo. Da appassionato di grafica ho sempre guardato a come la National Football League si proponeva sul mercato e sulle varie televisioni. La qualità dell’immagine mi ha colpito fin da subito. È innegabile che l’immagine

faccia tutto, il percepito di quello che sei è il tuo biglietto da visita più importante. La bella confezione di certo non basta, ma noi crediamo di avere qualità sia visiva che di gioco». Che tipo di campionato andrete a fare? «Quest’anno abbiamo tanti nuovi giocatori giovani, pieni di talento e di voglia di migliorarsi visto l’ingresso in Serie A. Anche il nostro coaching stuff ha due nuovissime presenze, Sergio Scopetta e Daniele Rossi, Defensive Coordinator della nazionale, che non mi tiro indietro dal dire essere tra le eccellenze europee nel suo ruolo. Grazie a questo team altamente specializzato i nostri giocatori non

Che importanza hanno per voi gli sponsor? «Sono fondamentali. Per uno sport di nicchia come il nostro possono realmente fare la differenza, come AGSM AIM che ci sta accanto da 11 anni. Voglio ricordare anche che nel football non c’è la classica rosa da 11 o 22 giocatori. Abbiamo 57 giocatori, senza contare tutto il team, gli allenatori, le varie figure. Ci sono una 70ina di persone che gravitano attorno ad una squadra come la nostra ed è sempre un grande orgoglio sapere che sponsor importanti come AGSM AIM ci sostengono con così tanta passione». A chi vorresti dedicare questo esordio in Serie A? «A molte persone. Sicuramente ai nostri due capitani storici, Filippo Mutascio e Manuel Savoia. Anche a Marcello Mutascio, l’unico giocatore rimasto ancora in campo dalla prima partita storica dei Mastini nel 2006. Vorrei dedicarla anche a Simone Venturi che lavora sui video e sulle immagini, curando sempre con estrema professionalità la nostra immagine. Non vorrei dimenticare nessuno perciò dedico questa avventura nella massima serie a tutti coloro che amano e vivono la nostra passione».

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WEEK O2

@ WARRIORS BOLOGNA

WEEK O3

vs VIPERS MODENA DOMENICA 20/3 - H 15.00 PINAROLLI STADIUM

a Bologna

Pescantina VR

WEEK O6 ad Ancona

WEEK O7 a Firenze

WEEK O8

Pescantina VR

WEEK 11

Pescantina VR

@ DOLPHINS ANCONA @ GUELFI FIRENZE vs RHINOS MILANO DOMENICA 1/5 - H 15.00 PINAROLLI STADIUM vs DUCKS LAZIO DOM 22/5 - H 15.00 PINAROLLI STADIUM

WEEK 12

@ PANTHERS PARMA

WEEK 13

vs SEAMEN MILANO GIO 2/6 - H 18.00 PINAROLLI STADIUM

a Parma

Pescantina VR

Pinarolli Stadium - Via Monti Lessini, 1 - Pescantina (VR)

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ITALIAN FOOTBALL LEAGUE

AGSM AIM MASTINI VERONA Bau's story L’A.S.D. Mastini Verona American Football nasce il 13 dicembre 2005. La squadra partecipa al campionato a 9 giocatori sino al 2009. In quell’autunno, l’organizzazione di un training camp con Brock Olivo, allora coach della nazionale italiana ed ex giocatore della NFL, accende il desiderio di un cambiamento. Nel 2010 la scelta del grande salto verso il la serie A2 grazie ad un ottimo numero di giocatori del vivaio. Dopo due stagioni di stabilizzazione arrivano le prime soddisfazioni con il 2° posto nel girone nel 2012 che per il tie-break non regala i playoff. Playoff che arrivano nelle due successive stagioni. Nel 2013, 8 vittorie consecutive in regular season, regalano i quarti di finale ai gialloblù, persi contro i Grizzlies Roma, poi campioni del torneo. Nel 2014, sono 6 le vittorie in regular season, ma i Mastini escono agli ottavi di finale contro gli Angels Pesaro. Le stagioni 2015 e 2016 sono le più difficili. È un periodo di ricostruzione sia per l’inserimento di nuovi giocatori, sia a livello dirigenziale. Si stringono i denti sino alla stagione 2017, che regala la vittoria ai quarti di finale contro i Barbari Roma e il terzo posto finale nel campionato italiano, dopo la sconfitta in semifinale contro i campioni in carica dei Blackbills Rivoli T.se. La stagione 2018 regala nuovamente i playoff ma sono i Saints Padova a fermare i Mastini ai quarti. Nel 2019 il una cavalcata impetuosa porta i gialloblu nuovamente ai playoff con grandi aspettative. La vittoria casalinga agli ottavi contro i Mastiffs sembra lanciare i gialloblu, ma sono questa volta gli Hogs Reggio Emilia a fermare nuovamente ai quarti la corsa verso la finale. Il 2020 è un anno da cancellare per l’emergenza Covid, ma nella stagione 2021 i gialloblu ritornano grandi con una stagione perfetta che li porta sino in semifinale. A Torino il sogno si ferma, ma regala ai Mastini un posto tra le migliori quattro squadre del campionato e la consapevolezza di poter compiere il grande salto.


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Foto: Audace C5

I NTERVISTA lo Caterina Biasio

Caterina Biasiolo, una vita… a tutto

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ALBERTO CRISTANI VANESSA RIGHETTI

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artita da una realtà parrocchiale di Torino per arrivare alla serie A Verona. Caterina Biasiolo, laterale dell’Audace Calcio a 5, racconta com’è la sua vita da sportiva a 360°, tra obiettivi a breve termine come la permanenza nella massima serie di calcio a 5 femminile, e un futuro che nello sport paralimpico, un mondo del quale Caterina è affascinata e attratta.


professoressa per lavori di tesi, lezioni e progetti di ricerca, tutti aventi come focus lo sport paralimpico. È un tema che ho intenzione di approfondire molto in futuro».

dell’Audace e da fine agosto 2021 sono qua a Verona». Com’è arrivata la proposta con l’Audace? Conoscevi già la società? «In realtà si, conoscevo già la società dato che ci siamo incontrati e ‘scontrati’ per 3 anni nel campionato di Serie A2. Quando mi hanno contattato non ci ho pensato troppo ad accettare. Qui mi trovo molto bene. L’Audace è una società seria, dove le cose vengono fatte con la giusta calma. C’è una grande attenzione ai dettagli e come giocatrice ho avuto modo di notarlo».

Un modo speciale di vivere la pratica sportiva, un momento di confronto e di crescita, specialmente per chi si reputa ‘normale’. Cosa ti ha portato a Verona? «A Chieri, dove avevamo la squadra, non abbiamo più potuto andare avanti per problemi economici. Era una realtà quasi parrocchiale e di base non c’erano abbastanza fondi, purtroppo. Dopo aver finito gli studi di Scienze Motorie all’Università di Torino però, si è presentata questa bella proposta da parte

Siete una squadra neopromossa composta da ragazze con esperienza in serie A e altre alla loro prima esperienza in questa categoria, un mix ideale... «Ci sono state delle difficoltà iniziali, ma visto il salto di qualità che esiste tra l’A2 e la Serie A era inevitabile. Tra le due categorie in realtà esiste un gap molto più ampio, il livello è più intenso e sono richieste capacità maggiori. Tolto il contraccolpo iniziale, adesso abbiamo ingranato e gli allenamenti vanno bene. Ci stiamo tutti impegnando molto e speriamo di poter raccogliere presto alcuni dei frutti seminati fino ad ora. Come dicevi tu, la squadra è ben bilanciata. Abbiamo qualche giocatrice che vive la Serie A da tantissimi anni e questo è un grandissimo aiuto per tutte quelle che, come me, si approcciano per la prima volta a questo campionato».

A proposito di sport paralimpico, questo settore sembra finalmente aver superato lo scoglio della diffidenza e della poca attenzione che gli è sempre stata riservata, o no? «È proprio così. Ogni paraolimpiade fa sempre più numeri e in generale il mondo paralimpico sta crescendo vertiginosamente. Il numero dei tesserati al Comitato Italiano Paralimpico è aumentato tantissimo e questo non può che essere un segnale positivo. Non è uno sport di serie B, è solo differente. Ha altre caratteristiche ma il coinvolgimento che crea è identico a quello dello sport per normodotati». Cosa ti affascina del mondo paralimpico? Ricordi un’esperienza particolare in questo ambito? «Le esperienze vissute da questi atleti sicuramente rappresenta qualcosa che reputo unico. Sono persone fortissime, ma non bisogna dimenticare il loro essere umani al 100%. Non dobbiamo vederli come esseri sovrumani. Anzi, è proprio la loro umanità, che di artificiale non ha niente, a renderli incredibili. Ricordo un episodio quando ero alle superiori. Al campo con noi c’era un ragazzo con le protesi alle gambe. Ricordo di non esser riuscita a distogliere lo sguardo da questa persona mentre si ‘montava’ a tutti gli effetti le protesi da corsa. Mi ha affascinato in un certo senso».

Come occupi invece il tuo tempo libero? «Sono riuscita a trovare un contatto con l’Università grazie alla mia tesi di laurea. Tre pomeriggi a settimana sono in facoltà, di supporto ad una

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So che hai fatto anche esperienze dirette in questo settore. Ti sei mai trovata in difficoltà nel far capire agli altri questo tuo interesse per il mondo paralimpico? «Si, a Torino tramite l’Università ho avuto modo di svolgere il mio tirocinio presso l’Accademy degli Insuperabili, una scuola calcio che svolge attività su quasi tutto il territorio italiano per ragazzi con disabilità intellettiva. A Sant’Ambrogio, qua Verona, c’è una di queste scuole e sono felicissima di essermi potuta inserire in questo tipo di realtà. Le difficoltà ci sono. Non tutti hanno la sensibilità per capire l’importanza di queste cose. Soggetti con disabilità riscontrano quotidianamente difficoltà a livello pratico, e questo ci dovrebbe già far capire come non ci sia abbastanza attenzione per questa categoria di persone». A proposito di disuguaglianze reali e percepite. Il calcio a cinque femminile non è ancora arrivato al pari di quello maschile, anche se sembra ci siano segnali confortanti. Cosa ne pensi? «La strada è ancora molto lunga. Da un lato penso che dovremmo accontentarci dei piccoli passi fatti finora, ma dall’altra riconosco quanto siamo ancora indietro. Mi fa un po’ arrabbiare come il mondo del calcio femminile proceda a mezzo passo alla volta quando invece quello maschile si muova sempre a grandi balzi.

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Nel calcio a 11 maschile poi, non ne parliamo. Ma anche nella realtà del calcio a 5 ci sono tutt’ora troppe differenze tra cosa viene concesso allo sport maschile rispetto a quello femminile». Torino-Verona: due realtà diverse. Cosa ti manca di Chieri, il tuo paese, e cosa ti piace di Verona? «Essendo crescita a Chieri appunto, una cittadina abbastanza piccola, mi mancano molto gli affetti, i familiari e le amicizie che ho lì. Periodicamente torno a casa quindi non è un grosso problema. Verona invece me la sto vivendo proprio al massimo. È una città stupenda che avevo già visitato, piena di posti da esplorare. I veronesi sono simpatici, il loro accento mi piace molto».

Dal punto di vista culinario, sia come cibi piemontesi che veronesi cosa ti piace? «Adoro l’antipasto piemontese. Mia nonna tutt’ora prepara infiniti vasetti di verdure tagliate in piccoli pezzi, fatte bollire e messe sotto aceto. Di Veronese amo il risotto al tastasàl. Il padre del nostro portiere Agata ce l’ha già cucinato due volte e io lo adoro…». Come ti vedi tra 20 anni? «Spero di trovarmi ancora in una realtà dove potrò star bene e sentirmi realizzata. Vorrei rimanere nel mondo paralimpico e, una volta terminata la mia carriera calcistica, vorrei diventasse un lavoro. Sono realtà in cui c’è bisogno di tanto lavoro, specialmente nella ricerca. E io a questo vorrò dedicarmi».



Foto: Claudio Venturini

I NTERVISTA i Michele Adam

Un lungo viaggio… da fermo!

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FABRIZIO SAMBUGAR

erona sarà ancora una volta la capitale d’Italia del ciclismo nei prossimi mesi. Non solo perché arriverà in Arena con la sua tappa conclusiva il Giro d’Italia, dopo 3.410 km percorsi tra l’Ungheria e lungo tutto lo stivale. Ma anche perché, poche settimane dopo, la città di Romeo e Giulietta sarà testimone dell’impresa di Michele Adami, 45enne di Roverchiara, che tenterà di realizzare un record incredibile: percorrere 5000 km in bici …senza muoversi di un centimetro. Il protagonista di questa storia ancora tutta da scrivere - che nella vita ‘normale’ è sposato, ha 3 figli ed è socio di un’agenzia immobiliare a Villafranca - non solo cercherà di battere il record mondiale in questo particolare ambito, ma si spingerà ben oltre.

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Michele, come è nata l’idea di fare un record in condizioni così particolari, mettendo insieme il ciclismo – per antonomasia uno sport dove con la biciletta ci si muove – allo stare fermi? «L’idea è nata durante il primo lockdown del 2020. Ho iniziato a pedalare sui rulli quando, come tutti, non era possibile uscire. Ho scoperto che ci potevo stare molte ore e soprattutto che questo esercizio mi dava una forza incredibile per affrontare quello che stava succedendo. È nata dentro di me la volontà di trasferire tutta questa forza anche agli altri, per dare un esempio per riuscire a ripartire. Per questo ho pensato a questo evento». Ci sono dei precedenti in questa disciplina molto particolare? «I precedenti di questo tipo di record sono entrambi datati 2014 e fatti in

6 giorni. Nel febbraio di quell’anno il francese Pierre-Michael Micaletti percorse 2738 km stabilendo il primato, che fu battuto pochissimi mesi dopo da Julian Sanz, spagnolo, che ne fece 2739. Io ho intenzione di farne quasi il doppio». Come e con chi ti stai preparando all’impresa? «Ho il privilegio di collaborare con Diego Bragato e Marco Compri, componenti dello staff Performance della nazionale italiana di ciclismo che ha recentemente contribuito alla vittoria alle olimpiadi di Tokyo. Hanno accettato di seguire gratuitamente la mia preparazione e l’alimentazione. Stesso dicasi per il recupero, che riesco a fare grazie ai massaggi del centro Kymor di Domegliara e la crioterapia di Magnitudo Training a Verona. Sono stato affiancato


le porte della sua palestra anche di notte. Devo poi gestire tutto questo con una famiglia con 3 figli, di cui l’ultima arrivata è nata proprio pochi giorni fa. Non è facile. Stiamo parlando di una prova al confine delle capacità fisiche e mentali, che sembra impossibile. In cui oltre ai muscoli servirà avere una incredibile determinazione. Quali sono le motivazioni che ti spingono a superare i limiti? «I limiti per ognuno sono diversi. A volte non sappiamo neppure quali sono i nostri, perché non li abbiamo mai cercati veramente. Io stesso non sono mai arrivato a questa distanza. La preparazione fisica è durissima ma fattibile secondo me. Quel che cambia tutto è la motivazione, che io prendo da chi mi vuole bene e mi sta attorno, come la mia famiglia, gli amici e tutte le persone che ogni giorno mi scrivono messaggi di incoraggiamento. Senza questo appoggio non ce la farei». Si prova a fare un record di solito per scrivere il proprio nome nella storia (in questo caso sportiva). È il tuo obiettivo? «Non mi interessa più di tanto onestamente vedere il mio nome sui libri dei primati. Durante il lockdown è nata dentro di me la voglia di condividere tutta la forza che sto trovando anche con gli altri, per riuscire a ripartire. Per questo ho anche deciso subito che venisse tutto collegato alla beneficenza. Ho poi un mio obiettivo personale profondo legato a quest’avventura che tengo per me al momento». anche dal gruppo Zecchetto - di cui è testimonial Mario Cipollini, uno dei più grandi ciclisti italiani di sempre - che mi ha fornito la bici e tutto l’occorrente. Infine c’è un gruppo di amici guidati da Claudio, il quale è per me quasi un padre e fratello insieme. Loro - sempre senza chiedere un euro - mi stanno dando una mano per comunicati, foto, appuntamenti, contratti, social. Mi motivano molto. Come sono organizzati i tuoi allenamenti nello specifico? «Sono massacranti! (ride n.d.r.). Sempre due sessioni, bici e palestra per il potenziamento o entrambe bici. Le sessioni in sella vanno da un minimo di 3 fino a 8 ore. Ho per fortuna trovato un grande sostenitore nel proprietario del Body Energie di Villafranca dove mi alleno quasi tutti i giorni: mi apre

Michele Adami allo Stadio Bentegodi di Verona

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La tua impresa si legherà a filo doppio alla beneficenza quindi. Qual è il progetto che vuoi portare avanti? «È stato bello “trovarsi” con Dynamo Camp, una splendida realtà che offre nelle proprie strutture programmi gratuiti di terapia ricreativa alle famiglie con bambini e ragazzi affetti da malattie croniche, in terapia o nel periodo post ospedalizzazione. Il loro progetto “2 milioni di chilometri” dello scorso anno era organizzato in modo che da tutta Italia si potesse pedalare registrandosi sul sito e attraverso un’applicazione, contribuendo così con una donazione alle loro attività. Saremo insieme a loro nella nuova edizione. Durante il mio tentativo di record poi avrò altre due postazioni accanto a me: chi vorrà potrà fare una parte di strada insieme. Ma sarà possibile anche farlo da casa o fuori». Stai ricevendo sostegno da molte persone tra cui ciclisti e atleti di altre discipline, perfino il presidente del Veneto Luca Zaia e la sua vice De Berti ti hanno incoraggiato. Cosa ti senti di dire a tutte queste persone? «Intanto mi sento di dire un grazie enorme. Mi danno energia adesso e me la daranno nei 7 giorni in cui tenterò la mia impresa. Dovrò bere molto e anche l’affetto e la vicinanza delle persone sarà la fonte dalla quale berrò per darmi la carica. Come ho sempre pensato e come dico sempre: questo non sarà il record di Michele Adami solamente, ma il record di tutti noi».

cliente: Andrea Merighi

Proposta logo

ANDREA

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MERIGHI

C O N S U LT I N G


SPECIALE

società sportive INCLUSIVE della Regione Veneto


Speciale curato da Jacopo Pellegrini

BOB CLUB CORTINA A.S.D.

Il Presidente Gianfranco Rezzadore ci presenta l’attività del Bob Club Cortina A.S.D. Da quanti anni è nata la vostra società? «La società Bob Club Cortina è nata nel 1948. Per quanto riguarda il parabob è da 5 anni che ci occupiamo di questa attività». E come è nata la società e l’idea di far partire un progetto così? «Su idea del presidente Ferriani Ivo della IBSF (Federazione Internazionale di Bob e Skeleton) è nato il progetto di fare un’attività dedicata al mondo della disabilità. Da allora è stato organizzato un circuito di Coppa del Mondo e Mondiali: noi ci siamo subito aggregati.». Quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati? Gli obiettivi sono molto legati alla possibilità che il para-bob diventi uno sport paralimpico di Milano-

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Cortina 2026. Noi stiamo lavorando da anni con delle risorse locali: una ONLUS, “The Game Never Ends”; contributi dei bandi del comune di Cortina d’Ampezzo; con aiuti della Federazione Italiana Sport Invernali Paralimpici (FISIP).” Quanti tesserati contate all’interno della vostra società? Parlando di para-bob noi abbiamo 5 atleti tesserati: la squadra è composta da 1 ragazza e 4 ragazzi, dal 2000 al ‘75. Lo staff è composto da un capo allenatore, Loris Ottaviani, che segue gli atleti nelle trasferte, poi tecnici e volontari. Come Bob Club Cortina abbiamo 54 tesserati. ” Come fate ad entrare in contatto con nuovi ragazzi? “Abbiamo un ragazzo di Cortina che ha avuto un incidente giocando a Hockey. Alcuni ragazzi sono arrivati tramite la federazione, mentre altri grazie al passaparola.”

Nel vostro sport quali sono le maggiori difficoltà che riscontrate? “Quelle organizzative: la prima difficoltà è trovare alberghi e ristoranti accessibili per poter ospitare i ragazzi. La seconda è economica, perché comunque il fatto di doverci sempre trasferire all’estero ci costa parecchio. Il resto viene tutto organizzato molto bene dalla nostra società: l’organizzazione interna è ottimale.” Quali sono le soddisfazioni più grandi che vi danno i ragazzi? “A livello personale per tutti noi è di poter lavorare con loro: sono dei ragazzi incredibili che affrontano la loro disabilità con leggerezza. È un mondo molto bello per i tecnici e i volontari da seguire. Torniamo da ogni trasferta con un valore aggiunto.” Avete un motto? “A dire il vero non ci abbiamo mai pensato, però questa è una bella proposta per il futuro.” Obiettivi per il futuro? “A lungo termine il futuro è legato soprattutto al fatto che questo sport diventi paralimpico. Se questo accade abbiamo degli appoggi per poter organizzare una squadra che possa arrivare a podio alle Olimpiadi. Sicuramente l’obiettivo è MilanoCortina 2026.”


BASKIN RONCAGLIA

L’allenatrice Maria Sole Peron ci presenta l’attività del Baskin Roncaglia Da quanti anni è nata la vostra società? «La società di basket ha un’esperienza di 40 anni, dal 1981. Noi come baskin nasciamo all’interno di Basket Roncaglia. Siamo una società relativamente giovane, come d’altronde anche questo sport.» Come è nata la società e l’idea di far partire un progetto così? «Noi abbiamo scelto di nascere e di costruire questo percorso all’interno di una società di basket: la volontà era di integrare la realtà del baskin con quella già esistente del basket». Quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati? «Il primo obiettivo era farci conoscere e creare la squadra. Nel baskin la difficoltà è creare una squadra omogenea: ci sono ruoli legati a difficoltà motorie, intellettive, emotive

(ruoli 1, 2 e 3); ruoli con ragazzi che non hanno difficoltà ma sono neofiti (4) e ragazzi che hanno praticato ad alti livelli (5). L’altro è cercare di crescere continuamente, mettendosi sempre in gioco». Quanti tesserati contate all’interno della vostra società? «Come tesserati siamo più di 20 (di cui 19 atleti), anche se potremmo contare su qualche numero in più se non fosse per la situazione attuale di Covid-19». Come fate ad entrare in contatto con nuovi ragazzi? «Abbiamo creato degli eventi molto conviviali al campetto. Da lì poi è partito il passaparola. Abbiamo anche partecipato noi a degli eventi organizzati da altre società e abbiamo fatto anche promozione sui social. Ora stiamo cercando ragazzi per i ruoli 4 e 5». Nel vostro sport quali sono

le maggiori difficoltà che riscontrate? «Penso non ci siano particolari difficoltà rispetto a quelle in altri contesti sportivi. Se si hanno la mente ed il cuore aperti si riesce a superare qualsiasi tipo di iniziale ostacolo. Alla fine quelli che portano di più a casa siamo noi. A livello di sport, avendo un’eterogeneità di tesserati (sia di età che di sesso), le difficoltà oggettive sono quelle di tenere la motivazione alta di tutti e di riuscire a farci migliorare tutti insieme» Quali sono le soddisfazioni più grandi che vi danno i ragazzi? «Le soddisfazioni arrivano da tutti. Quando siamo stati chiusi per il lockdown i ragazzi sono quelli che ne hanno risentito di più: alcuni hanno avuto delle regressioni in maniera importante. Ma penso che anche noi non vedendoli ne abbiamo risentito. Quando arriviamo in palestra abbiamo un abbraccio che ci accoglie». Avete un motto? «Prima delle partite facciamo un urlo: “uno, due, tre: Baskin Roncaglia olè”. Poi abbiamo avuto un modo particolare di salutarci nato dai problemi dovuti alla pandemia: per salutarci ci strofinavamo i sederi!». Obiettivi per il futuro? «Gli obiettivi principali sono ricostruire una squadra equilibrata, mantenere quello che si è creato e crescere insieme».

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A.S.D. CANOE ROVIGO

l’acqua, forse dovuto alle tragedie che sono ancora presenti nell’immaginario collettivo. C’è molta difficoltà all’approccio iniziale, però una volta vinto le cose vanno in discesa.»

Da quanti anni è nata la vostra società? «La nostra società nasce nel 2009, però eredita tutta la storia della società precedente. A Rovigo la canoa è praticata dal 1980».

Quanti tesserati contate? «Generalmente all’anno abbiamo circa 100 ragazzi. Bisogna comunque considerare che la canoa è uno sport stagionale. Attualmente abbiamo una squadra con 8 ragazzi che presentano disabilità. Mentre una squadra di 8 ragazzini può essere seguita da un istruttore, nella canoa paralimpica il rapporto è 1:1».

Come è nata la società e l’idea di far partire un progetto così? «Questo si deve alla prima società: è stata creata da un disabile, Sandro Siciliato. Per cui non siamo noi che abbiamo trattato i disabili, ma il disabile che ha trattato tutti i nuovi adepti. Per noi la disabilità è una cosa assolutamente normale: l’abbiamo nel DNA».

Come fate ad entrare in contatto con nuovi ragazzi? «Facciamo un’attività nelle scuole di Rovigo: coinvolgiamo circa 1500 bambini all’anno. Però è molto difficile attecchire verso i giovani disabili che non hanno mai praticato: sono loro per primi che devono vincere una propria paura a fare delle attività fuori di casa».

Quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati? «L’obiettivo generale è la pratica della canoa in senso più inclusivo possibile».

Nel vostro sport quali sono le maggiori difficoltà che riscontrate? «La relazione con l’acqua. Abbiamo una sorta di timore reverenziale verso

Il Presidente Andrea Donzelli ci presenta l’attività dell’A.S.D. Canoe Rovigo

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Quali sono le soddisfazioni più grandi che vi danno i ragazzi? «Cito un aneddoto: è arrivato un ragazzo di 25 anni che non aveva mai praticato sport perché in carrozzina e con disabilità agli arti superiori. La nostra direttrice sportiva e allenatrice, Aneta Andziak, non ci ha dormito la notte fino ad inventarsi un modo per tenere la pagaia tramite delle chiusure a velcro. La faccia di questo ragazzo e dei suoi familiari non so descriverla, ma solo parlandone vengono i brividi. È molto di più quello che riceviamo di quello che diamo». Avete un motto? «Sport, Benessere e Ambiente. Però potremmo farne uno più aggressivo, chissà. Lanceremo un concorso». Obiettivi per il futuro? «ll mio obiettivo è quello di avvicinare quanto più il mondo della canoa alla società civile per ottenere un maggior coinvolgimento. Per fare ciò servono sicuramente degli aiuti anche finanziari, ma i progetti di sicuro non mancano»


A.S.D. GRUPPO SPORTIVO DINAMIS

nostra società, prima della pandemia collaboravamo con i laboratori scolastici di tutte le classi».

Il segretario Giambattista Bianchin ci presenta l’attività dell’ A.S.D. Gruppo Sportivo Dinamis. Da quanti anni è nata la vostra società? «Tra un anno compiremo i nostri primi sessant’anni: la società è infatti nata nel 1963». Come è nata la società e l’idea di far partire un progetto così? «In quegli anni lo sport era quello che si faceva in oratorio, senza regole e senza tante istituzioni che regolassero tutto. Il cappellano di quell’epoca fece un discorso all’attuale presidente, che aveva 17 anni, per far qualcosa per i giovani che non fosse solo il calcio e gli altri sport “predominanti”. Quindi ci siamo associati ad un ente di promozione sportiva: il CSI. All’interno di questo centro sportivo si faceva tennistavolo, atletica, pallavolo e pattinaggio a rotelle». Quali sono gli obiettivi che vi siete

prefissati? «L’obiettivo era fare sport per tutti. Dove chi non era primo o secondo doveva riuscire a fare attività sportiva comunque». Quanti tesserati contate? «Attualmente tra i vari sport abbiamo 150 tesserati, mentre prima del Covid-19 ne avevamo 250. Di questi 150 circa un terzo sono di tennistavolo. Di atleti disabili purtroppo ne abbiamo avuti pochi». Come fate ad entrare in contatto con nuovi ragazzi? «Abbiamo dei contatti con l’oratorio quando si fa il Grest: noi mettiamo a disposizione la nostra sede con quattro tavoli non essendo distante. Poi una domenica all’anno viene organizzata la Giornata dello Sport. Anche in questo modo riusciamo a raccogliere adesioni. Con le elementari collaboriamo portando un tavolo nelle varie scuole del nostro paese. Mentre con la scuola media, vicina alla

Nel vostro sport quali sono le maggiori difficoltà che riscontrate? «Uno dei problemi è che gli atleti portatori di disabilità dovrebbero confrontarsi con ragazzi che siano nelle stesse condizioni, mentre spesso non è così. Anche perché ci sono diverse classi di disabilità: 5 in carrozzina e 5 in piedi; poi ci sono anche le disabilità intellettive relazionali». Quali sono le soddisfazioni più grandi che vi danno i ragazzi? «Le soddisfazioni le abbiamo quando dei ragazzi che non hanno mai giocato riescono, grazie all’allenamento, a migliorarsi anche contro le varie difficoltà». Avete un motto? «Il nostro motto sarebbe quello del CSI: Lo Sport per tutti. Nel 1973 abbiamo iniziato a fare corse non competitive e il nome di questa corsa è anche un motto: “Co’ Rivo Rivo”. Vi è una filosofia nel dire che non è che se arrivo dopo non ho fatto nulla, ma “quando arrivo, arrivo” e la prossima volta andrà meglio.” Obiettivi per il futuro? «L’obiettivo di sempre è raggiungere risultati senza mai ‘scartare’ nessuno»

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A.S.D. COMPAGNIA DEL PRAELLO

frequentiamo anche le scuole».

Il presidente Diego Alfaré ci presente l’attività dell’A.S.D. Compagnia del Praello Da quanti anni è nata la vostra società? «La società ha sei anni di vita, ma causa Covid-19 per ora siamo inattivi. L’idea è sicuramente quella di ripartire appena ci saranno le condizioni, anche gemellandoci con un’altra associazione». Come è nata la società e l’idea di far partire un progetto così? «Il progetto disabilità è un’idea che io ho sempre avuto in mente, sin da quando mi sono specializzato tecnico per diversamente abili con FITArco (Federazione Italiana Tiro con l’Arco). Mi sono diplomato e grazie ad un’amica sono stato messo in contatto con persone che avevano molto a cuore il lato sportivo della disabilità». Quali sono gli obiettivi che vi siete

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prefissati? «L’obiettivo non era fare tiro con l’arco, ma far si che le persone tornassero a vivere: sentirsi come gli altri e parte di qualcosa. L’importante è l’inclusione e far tornare il sorriso in faccia a questi ragazzi». Per quanto riguarda i tesserati: quanti ragazzi contate all’interno della vostra società? «Di ragazzi con disabilità visiva siamo arrivati ad averne 5 contemporaneamente. Con disabilità fisiche altri 4/5. Per quanto riguarda l’età abbiamo avuto anche un signore di 70 che, dopo soli 6 mesi di allenamento, ha vinto una medaglia d’oro in una gara. Il tiro con l’arco lo possono fare tutti». Come fate ad entrare in contatto con nuovi ragazzi? «Quando abbiamo iniziato è stato tutto merito di Letizia, l’amica che mi ha messo in contatto con molte persone. Per farci conoscere

Nel vostro sport quali sono le maggiori difficoltà che riscontrate? «La maggiore difficoltà è trovare una palestra che abbia gli spazi idonei. Significa avere, almeno nel campo di tiro, un bagno per diversamente abili e l’acqua corrente con la possibilità di lavarsi. Un’altra difficoltà è quella economica: il tiro con l’arco è uno sport molto costoso. Una freccia viene a costare una media di 20 euro, e colpire il muro vuol dire buttarla». Quali sono le soddisfazioni più grandi che vi danno i ragazzi? «Una grande soddisfazione è quando ai campionati italiani abbiamo mandato una squadra a podio: una 50enne, una 30enne e una 40enne disabile. Nessuno si è accorto che una delle tre era una ragazza disabile.” Avete un motto? «Si. “Moriremo tutti!” (ride, ndr)». Obiettivi per il futuro? «Provare a ripartire oppure entrare in gemellaggio e affiliarci ad un’altra associazione che possa ospitare le disabilità. L’obiettivo è ricominciare, e io vorrei tanto ricominciare includendo anche le disabilità intellettive relazionali».


A.S.D. OLYMPIC TEAKWONDO VERONA

Il Maestro Miriam Selvaggio e l’istruttore Elia De Chiara ci presentano l’attività dell’ Olympic Taekwondo Verona. Da quanti anni è nata la vostra società? «Come data ufficiale la nostra società è nata nel 1994, da quando è entrata a far parte della FITA (Federazione Italiana Taekwondo). Però come società era già pre-esistente da diversi anni». Come è nata la società e l’idea di far partire un progetto così? «Il Maestro Salvatore Selvaggio, fondatore di questa società, è stato il primo a portare il taekwondo a Verona. Il discorso del parataekwondo si è sviluppato negli ultimi anni, perché anche la federazione si è aperta a questa realtà. Da Tokyo 2020 siamo ufficialmente entrati come sport paralimpico». Quali sono gli obiettivi che vi siete

prefissati? «L’obiettivo principale era ed è quello della passione, di diffondere la bellezza e la disciplina che può insegnare il taekwondo». Quanti tesserati contate? «Ora siamo intorno agli 80 iscritti ma prima della pandemia eravamo circa 125. Come atleti paralimpici abbiamo il problema che molti non hanno il green pass: in alcuni casi il vaccino non è possibile». Come fate ad entrare in contatto con nuovi ragazzi? «Abbiamo sempre aderito al progetto di “Più Sport, Più Scuola”: da qui sono arrivati molti bambini con disabilità. Abbiamo girato tante scuole e sempre partecipato alla “Giornata dello Sport”. Quello che facciamo maggiormente è farci conoscere di persona. Un altro canale che utilizziamo tanto sono i nostri profili social, Instagram e Facebook».

Nel vostro sport quali sono le maggiori difficoltà che riscontrate? «Dipende dalla disabilità: da noi i ragazzi sono sempre stati inseriti all’interno di un gruppo di normodotati perché riteniamo che l’inclusione sia uno degli obiettivi principali. Dove c’è inclusione c’è crescita. Ovviamente i ragazzi con disabilità vengono seguiti in maniera specifica: ci sono più istruttori a seconda della disabilità e delle necessità del ragazzo». Quali sono le soddisfazioni più grandi che vi danno i ragazzi? «La soddisfazione più grande è quando si sentono accettati e vengono volentieri a fare attività. Nel caso di atleti autistici la soddisfazione più grande è stata quando, con la logopedia, avevano iniziato a pronunciare il nostro nome e quello del nostro sport. Sono piccole ma grandi soddisfazioni». Avete un motto? «In realtà non abbiamo un motto ma più un rito scaramantico tra noi coach: fare sempre la stessa cosa, mettere la bottiglia d’acqua nello stesso posto o l’asciugamano attaccato alla sedia». Obiettivi per il futuro? «Adesso con la ripartenza l’obiettivo che ci poniamo è quello di portare i ragazzi a più gare possibili e di fare bene ai campionati italiani».

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X-FIGHTER TEAM

questo mondo, perché lavorando con i nostri due ragazzi stiamo scoprendo sempre dinamiche e cose nuove. Per noi sarà una novità, motivante ed incentivante». Il tecnico della nazionale italiana paraclimbing Jenny Lavarda ci presenta l’attività dell’ X-FIGHTER TEAM Da quanti anni è nata la vostra associazione? «La nostra associazione è nata nel 2005, a Colceresa. Da quest’anno siamo a Thiene dove abbiamo anche la nostra sala boulder». Come è nata la società e l’idea di far partire un progetto così? «È nata dall’iniziativa di mio padre Moreno Lavarda che ha deciso di creare questa associazione per rispondere alla molta richiesta di quelle zone» Quali sono gli obiettivi che vi siete prefissati? «Noi abbiamo sempre avuto l’obiettivo di invogliare la gente e far conoscere il climbing, essendo uno sport minore. L’obiettivo era incentivare questo sport, oltre ai risultati agonistici.».

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Quanti tesserati contate? «Essendo noi un’associazione sportiva dilettantistica abbiamo circa 70 tesserati: alla nostra sala boulder possono però accedere solo gli associati. Due di questi tesserati sono ragazzi con disabilità: uno è già un atleta della Nazionale; l’altro partecipa a gare a livello nazionale». Come fate ad entrare in contatto con nuovi ragazzi? «Con questi due ragazzi è stato un po’ un caso: il settore del paraclimbing non era molto conosciuto, si sta sviluppando negli ultimi 2/3 anni. Ora questi due atleti sono un veicolo di traino per tutti gli altri ragazzi». Nel vostro sport quali sono le maggiori difficoltà che riscontrate? «Non ci sono grandi difficoltà, piuttosto attenzioni diverse. Per me tra poco sarà la prima occasione con la Nazionale di para-climbing: sono molto curiosa di poter lavorare in

Quali sono le soddisfazioni più grandi che vi danno i ragazzi? «Vederli arrivare che non credono in loro stessi fino ad arrivare a far parte della Nazionale è una soddisfazione enorme. Per loro è la realizzazione di un sogno, per noi è una grandissima soddisfazione che loro siano contenti di loro stessi». Avete un motto? «No, non lo abbiamo, però io dico sempre che l’importante è dare il sempre il massimo. Poi il risultato sarà una conseguenza». Obiettivi per il futuro? «Come associazione cerchiamo di portare avanti un gruppo di ragazzini, anno per anno. Il nostro obiettivo sarebbe vederli arrivare alle gare internazionali. Inoltre ci piacerebbe fare un evento para-climbing nella nostra sala boulder e cercare di portare avanti un progetto così. È bello vedere dei ragazzi che con le loro difficoltà riescono nella realizzazione dei loro sogni».


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Foto Scaligera Basket

SPO RT LI FE

Ci pensa il Signor

Anderson 54 / SdP

U

GIAN PAOLO ZAFFANI n punto di riferimento in campo. Una garanzia per coach Ramagli e per tutta la Tezenis. In campo è il giocatore più utilizzato ma anche quello


che ha messo a segno più punti. La Verona dei canestri, quest’anno, ha trovato la propria stella all’interno di un sistema di gioco rodato, fluido e spietato. È lui, è Karvel Anderson. Risultati a ripetizione, una penalizzazione di 3 punti cancellata e una rincorsa fino ai primi posti in classifica assieme a Scafati e Ravenna. In tutto questo, Karvel Anderson, ha trovato la propria dimensione e il proprio equilibrio. “Vengo da Elkhart una piccola cittadina nell’Indiana” – racconta Karvel – “gioco a basket da quando avevo 5 anni, questa è la mia ottava stagione in Europa. Ho avuto tante esperienze in tanti paesi europei e ora ho un figlio che sto crescendo con me in questo meraviglioso paese”. Un amore incondizionato per il basket, nato già in tenera età. “Ho iniziato a giocare a 5,6 anni più che altro perché ero un bambino troppo vivace, facevo sempre dispetti e finivo nei guai. Mia mamma si era stancata di questa situazione e mi ha spinto verso la pallacanestro per darmi un posto in cui stare al sicuro e alla fine me ne sono innamorato. Mi sono innamorato del gioco, ho iniziato a guardare Allen Iverson e la passione con cui giocava lui e tutti gli altri giocatori”. Dietro a tutto questo, Anderson, racconta di più e allo sport dà un valore speciale. “La pallacanestro” – continua – “mi ha salvato la vita. Mi ha dato una via d’uscita La mia era una città piccola, un luogo in cui tanti finivano per diventare tossicodipendenti, criminali e non c’erano tante opportunità per una persona normale. La pallacanestro mi ha dato l’opportunità di fare qualcosa della mia vita, di cambiare quella della mia famiglia e di dare a mio figlio migliori opportunità per il futuro”. Una vita a girare cambi da pallacanestro in giro per l’Europa. Un viaggio continuo, un viaggio che ogni anno arricchisce: “Queste esperienze in leghe diverse” – prosegue Karvel – “mi hanno insegnato, prima di tutto, ad essere un professionista. Perché, da una squadra ad una nazione, non sai mai le diverse responsabilità che avrai addosso, le diverse problematiche e sfide da affrontare. Quindi mi ha aiutato a scendere in campo per ogni allenamento e ogni partita concentrato sul mio lavoro, concentrato qualsiasi cosa succedesse fuori dal campo”. Ora, questo viaggio, l’ha portato in gialloblu a Verona. “Scegliere questa società e questa città, per me, è stata un’ottima opportunità perché condividiamo le stesse ambizioni. Sono una persona molto ambiziosa e mi piace mettermi alla prova. Dove c’è una montagna da scalare inizio a scalare e non mi fermo finchè non raggiungo la cima. E per la Scaligera Basket, è lo stesso”.

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I NTERVISTA Jacopo Tezza

Foto: Jacopo Tezza

Living (and playing) in America provocò la perdita della sensibilità della mano e mi costrinse a fermarmi per più di un anno. La ripresa fu lunga e difficile e, come si dice in gergo, persi il treno. Ma ne passò un altro e con il senno di poi, penso che tutto sia andato come doveva andare, non ho rimpianti e sono contento dove sono ora».

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ALBERTO CRISTANI

acopo Tezza, stella del tennis veronese negli anni Novanta, è arrivato ad un passo dal grande salto nel tennis professionistico. A 21 anni ha preso una scelta impopolare per quei tempi e da lì è nata la sua nuova vita professionale, ricca di soddisfazioni. In esclusiva per Sportdipiù Magazine Tezza racconta la sua vita Oltreoceano, tra scrivania e campo. Jacopo il tennis veronese ti ricorda come una delle giovani promesse degli anni ’90. Poi però a 21 anni hai deciso di prendere una strada diversa. Ci racconti com’è andata? «La mia carriera giovanile è stata una tappa fondamentale per il mio percor-

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so professionale. I miei successi sin da piccolo mi hanno abituato a standard molto alti che ho voluto mantenere una volta che la mia carriera da giocatore è terminata. Mi sono tolto delle immense soddisfazioni da ragazzo: dal vestire la maglia azzurra, a diventare campione italiano nella coppa delle Regioni, a essere uno dei primi junior a essere sponsorizzato dalla Nike, a 12 anni. Penso che la mia carriera sarebbe stata molto diversa se non avessi avuto quel grave infortunio a 16 anni a Livorno durante le final four dei campionati italiani a squadre. Ero nel pieno della mia maturazione, fisica e mentale, ero tra i primissimi in Italia e tra i migliori 25 juniors in Europa ma quella frattura al braccio che mi procurai cadendo per riuscire a fare una volée su una bordata di Filippo Volandri mi

Un percorso di crescita negli Stati Uniti che ti ha portato a diventare direttore dell’Academy di Cris Evert. Ci avresti mai creduto? «Il college è stata un’esperienza straordinaria. Mi ha cambiato la vita. Il livello tennistico nella Prima Divisione del campionato Ncaa dove ho giocato per la TCU, l’Università di Forth Worth in Texas, è altissimo. Giocatori come John Isner, Benjamin Becker, Steve Johnson erano al college ai miei tempi. Quel che significa e comporta rappresentare i colori della tua università è qualcosa di difficile da descrivere. Mi riempiva d’orgoglio. Tutt’oggi sono affezionatissimo all’Università dove ho studiato. Quell’esperienza non è stata un successo solo dal punto di vista tennistico, ma soprattutto per la mia vita personale e professionale. Infatti, durante quei sei anni di studio, sono riuscito ad ottenere una laurea in Scienze delle Comunicazioni ed un Masters in Business Communication, ho imparato tre lingue, inglese, spagnolo e portoghese, ho viaggiato per tutti gli Stati Uniti ed ho fatto amicizie che dureranno per tutta la vita. Proprio questo bagaglio che mi sono costruito negli anni mi ha permesso di entrare alla Evert Tennis Academy. I primi anni passavo molto più tempo sul campo. Ho avuto la fortuna e penso la bravura di lavorare con quelle che in quel momento erano tra le junior più forti al mondo: Madison Keys e Lauren Davis. Ho imparato il mestiere di coach molto velocemente, non c’era tempo per sbagliare. Negli anni, dopo innumerevoli viaggi in giro per il mondo per i tornei più importanti come Wimbledon, Us Open e Roland Garros, sentivo la voglia di mettermi in gioco con


altre responsabilità e nell’ambito di quel che avevo studiato. Nel 2013 si liberò la posizione di Direttore alla Evert Tennis Academy ed io chiesi a John Evert, fratello di Chris Evert, di darmi una possibilità ed assegnarmi quella posizione. Mi disse che mi avrebbe assegnato il ruolo di Direttore della sua Accademia ma che avevo sei mesi di tempo per dimostrare cosa sapevo fare. Oggi siamo nel 2022 e sono ancora il Direttore della Eta, una delle accademie più importanti del mondo». Ci racconti una tua giornata tipo da direttore dell’Academy? «Il programma inizia tutte le mattine alle 7 con una riunione tecnica di tutti i coach. Devo adoperarmi perché il programma funzioni nel migliore modo possibile da ogni punto di vista. La giornata finisce tra le 18 e le 19. Ogni giorno abbiamo una media di 140 giocatori nel campus. Le mie responsabilità si dividono tra il programma tecnico e logistico, la comunicazione coi genitori, il management degli allenatori e lo staff del dipartimento di vendite e marketing, il processo di ammissione all’accademia per nuovi studenti e altro. Al momento, inoltre, mi riservo anche il tempo per lavorare sul campo con due giocatrici molto promettenti».

Hai avuto il privilegio di allenare tennisti e tenniste professionisti; attualmente in Academy ci sono allievi che possono ambire al professionismo? «Sono molto contento dei nostri programmi e del livello dei nostri giocatori. La Evert Academy non prevede borse di studio, come fanno invece altre accademie; quindi, è più difficile attrarre giocatori forti, ma noi puntiamo sulla qualità della struttura, dei programmi, dello staff e dell’organizzazione. E siamo premiati. Vengono ad allenarsi da noi nei periodi di off season tantissimi top player come Matteo Berrettini, Nick Kyrgyios, Victoria Azarenka, Naomi Osaka, Belinda Bencic, Aila Tomljianovic, Tommy Paul, Riley Opelka, Genie Bouchard e tanti altri. Quest’anno inoltre siamo arrivati ad un numero tale di richieste d’ammissione, il più alto di sempre, che abbiamo dovuto istituire la lista d’attesa. All’ interno del gruppo di giocatori, di cui la maggior parte andrà al college, penso che ci siano un paio di allievi che hanno le capacità di fare molto bene a livello professionistico. Le due ragazzine che seguo si sono messe in luce recentemente ottenendo ottimi risultati durante i tornei dell’Orange Bowl e Les Petite Us. Entrambe le giocatrici hanno ottimo potenziale». Il college è una realtà che ti permette di studiare e allo stesso tempo di giocare a tennis ad alti livelli, cosa che in Italia è molto difficile. Consiglieresti questa esperienza ai giovani tennisti? «Assolutamente sì. Il college è una esperienza di vita che consiglio alla maggior parte dei tennisti junior. Ovviamente dipende da che giocatore sei e da che aspirazioni tu abbia. In ogni caso, secondo me porta degli enormi benefici sia a livello personale che tennistico. Giocatori

come Cameron Norrie, Dominik Kopefer, John Isner, Steve Johnson, Benjamin Becker, Jennifer Brady, Daniel Collins, Irina Falconi, Kevin Anderson e molti altri sono passati dal college. Il mio consiglio a tutti coloro che aspirano ad andare al college è di fare bene le ricerche, perché ogni università offre opportunità diverse. E cercare di entrare nella migliore università incrociando le caratteristiche accademiche con quelle sportive. Io in questo ero stato fortunato perché TCU è delle prime dieci università nella Prima Divisione nel campionato di tennis ed è ottima anche a livello accademico». Molti giovani tennisti veronesi hanno deciso di frequentare il college negli States. Hai un consiglio da dargli per il loro futuro? «Sono al corrente che ci sono tennisti veronesi al college. Mi rende orgoglioso essere stato il primo a fare questa scelta. In un certo senso ho fatto da apripista per tutti. Sono in contatto con Davide Tortora. Ogni tanto mi chiede dei consigli e io seguo i suoi risultati. Andare a studiare all’estero è un’esperienza bellissima ma non semplice, soprattutto all’inizio. Come ho detto anche a lui, a tutti i ragazzi che vivono all’estero consiglio di non mollare. Le difficoltà nella vita ci sono e ci saranno sempre ma fanno parte del percorso di crescita. Cosa pensi del momento d’oro del tennis italiano? «Penso che sia frutto di un lavoro a livello strutturale che è cambiato radicalmente negli ultimi dieci anni e anche generazionale. Sono in contatto con Riccardo Piatti, Massimo Sartori, Vincenzo Santopadre e Filippo Volandri e so che la Federazioni Italiana ha capito il suo ruolo e come aiutare e collaborare con il

Ci sono delle differenze - di gioco e di insegnamento - tra il tennis italiano e quello americano? «Penso che il programma di sviluppo italiano sia cambiato molto negli ultimi dieci anni. Ora c’è molta più conoscenza dei dettagli del tennis, ed i risultati del tennis italiano infatti si vedono. Penso che la scuola italiana di tennis sia molto valida. I maestri per diventare tali devono studiare e superare esami. Questo fornisce loro buona conoscenza dello sport. In generale il maestro europeo è molto preparato, ma penso che la differenza maggiore con gli Stati Uniti siano nelle risorse a disposizione. Qui sono illimitate».

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tennis. Lo sport è una cosa meravigliosa se vissuto nel modo giusto. Gli insegnamenti che impartisce sono innegabilmente importantissimi per la vita anche fuori dal campo. Oggi la mia filosofia da allenatore si basa molto su questo aspetto». Il futuro lo vedi a stelle e strisce o lasci la porta aperta per un ritorno in Italia? Hai nostalgia della tua città? «Non si sa mai nella vita. Sono molto contento di quello che ho ottenuto qui in USA. Sono stato fortunato e penso anche coraggioso in certe situazioni. La mia famiglia mi manca molto, e così gli amici e la vita sociale a Verona. Vedremo cosa mi riserva il futuro. Mai avrei pensato di andare a studiare in Texas e di allenare due giocatrici top 40 al mondo, quindi mai dire mai». settore privato. L’Italia ha sempre avuto grandi talenti tennistici, adesso ci sono metodi, conoscenza ed esperienza per far sì che i talenti possano arrivare più in alto possibile. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Adesso aspettiamo qualche giocatrice». Il tennis Usa invece lontano dai fasti degli anni Novanta: nella classifica Atp non c’è nessun americano nella top ten. In compenso ci sono giovani promettenti come Tiof e Fritz. Il tennis Usa sta vivendo una fase di rinnovamento? «Penso che tutto sia ciclico. Ci sono dei momenti storici, come quando prima il tennis americano e poi quello spagnolo

DIGITAL DETOX

hanno dominato la scena mondiale del tennis. Sono finite quelle era e ora viviamo in un momento dove il tennis si è globalizzato. Sembra che gli Stati Uniti stiano vivendo un momento difficile ma ci sono dei giovani molto promettenti, da Fritz a Broosby e soprattutto Sebastian Korda. Mi aspetto che almeno uno dei tre entri nella top 10 fra qualche anno». Cosa ti ha dato sino a oggi il tennis? «Tutto. Tutti i valori più importanti della mia vita mi sono stati insegnati dalla mia famiglia e da questo sport. Disciplina, tenacia, ambizione, etica del lavoro, lealtà sono alcuni dei tanti aspetti del mio carattere che ho sviluppato praticando il

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Foto: Silvia Scapol

I NTERVISTA billa Emiliano Brem

in collaborazione con: nuoto.com

cloro C Mal di

SILVIA SCAPOL

entro Federale di Verona. La vasca da 50 metri è uno spettacolo che gonfia il cuore a tutti i malati di cloro: pallanuoto, sincronizzato, nuoto di alto livello ed esordienti. Bambini e ragazzi impegnati e divertiti in ogni sorta di attività; allenatori coinvolti e sorridenti allo stesso tempo. Una luce vera e propria in un momento terribilmente buio per il nostro sport. Osservo attentamente l’allenatore degli esordienti, un po’ mi viene da sorridere: sono lì, in acqua, attenti a ogni spiegazione, pronti a eseguire quanto viene loro richiesto, nessuno parla, ma tutti sorridono. E sono allegramente inconsapevoli, o quasi, di chi sta davanti a loro. L’allenatore, certo! Nulla di strano. Se non fosse per il fatto che si tratta di Emiliano Brembilla, responsabile del settore agonistico nuoto della Fondazione M. Bentegodi. È davvero bello vedere un ex atleta di altissimo livello come sei stato tu, nei panni dell’allenatore, ma soprattutto nelle vesti di allenatore di piccoli atleti come possono essere gli esordienti. «Diciamo che anche per gli atleti di alto livello un po’ di gavetta è utile. Fondamentalmente noi siamo in grado di allenarci ma non è detto che siamo in grado di allenare. Non ho l’ambizione di diventare un grande allenatore: mi piace mettere in pratica quello che ho studiato, mi piace insegnare e mettere a disposizione dei giovani nuotatori quello che ho vissuto con la mia esperienza di atleta. Posso essere testimonianza vera di alcune cose che loro stessi si trovano a vivere. Per quanto riguarda gli esordienti, li seguo per due semplici motivi: uno perché il quadro societario non riusciva a sostenere il costo di un altro allenatore, due perché nel gruppo c’è anche mia figlia e in questo modo riesco ad ottimizzare le tempistiche familiari con quelle lavorative. Ma fondamentalmente è un

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piacere seguire questo gruppo. Alcune volte rifletto e penso che sia preferibile allenare gli esordienti: sono ancora “puri” e non mi conosco granché perciò hanno un grande rispetto della figura dell’allenatore. Ciò che chiedi, loro lo fanno per filo e per segno. Ti ascoltano. Con gli atleti più evoluti, dove ci addentriamo nel periodo dell’adolescenza, diventa tutto un pochino più complicato. Ma in entrambi i casi ci si diverte molto e ho elementi positivi per portare avanti la mia esperienza da allenatore». Quali categorie di atleti segui? «La società è divisa in gruppi dove abbiamo il gruppo dei ragazzi che vanno ai campionati italiani assoluti e di categoria, gli esordienti che hanno fatto il passaggio di categoria e necessitano di un percorso un pochino più rigoroso, e poi abbiamo una serie di atleti misti dove abbiamo ragazzi che non riescono a venire tutti i giorni della settimana oppure arrivano più tardi per motivi scolastici ma che comunque hanno voglia di impegnarsi, di allenarsi e di nuotare. Io seguo questo gruppo qui». Il nuoto in questi anni è evoluto in maniera incredibile. Qual è la tua opinione, visto che hai sperimentato il duplice ruolo: quello di atleta e quello di tecnico?

«L’atleta come potevamo essere io, Massimiliano Rosolino, Domenico Fioravanti e Davide Rummolo, era un atleta che si collocava agli albori di un movimento che poi sarebbe esploso. Prima di noi c’erano ugualmente nomi importanti come Luca Sacchi, Giorgio Lamberti, Manuela Dalla Valle. Ma erano numeri che potremmo dire che oggi sono triplicati. Federica Pellegrini ha dato uno slancio al nostro sport in maniera incredibile, è stata la capostipite di questi risultati incredibili. I giovani di oggi voglio emulare questa grandissima atleta, da ogni punto di vista, sia come sportiva che nella vita. La cosa bella di oggi è che ci sono molti più atleti di alto livello, ma soprattutto in più specialità. Copriamo tutte le distanze, da 50 ai 1500, in vasca e nelle acque libere. Questo è un chiaro segnale di un movimento che è cresciuto: ci fa capire che oltre agli atleti ci sono dei tecnici molto bravi e molto preparati. Allenatori che riescono a leggere in maniera molto più approfondita ciò che hanno davanti. Qui a Verona abbiamo anche l’esempio di Thomas Ceccon, che è cresciuto con Alberto Burlina da quando era ragazzino e oggi ce lo ritroviamo con una medaglia olimpica al collo. Ed è solo uno dei tanti esempi positivi che ci sono. Con mia figlia non insisto troppo perché voglio che

si senta libera di fare ciò che le piace, però guardare Thomas alla televisione durante le gare e poi essere qui in vasca nella corsia a fianco alla sua è qualcosa di straordinario ed emozionante. Come poteva essere per me vedere Giorgio Lamberti che premiava al trofeo a Brescia a cui partecipavo anch’io: volevo a tutti i costi la medaglia solo per poter essere premiato da lui. Sono emozioni forti e molto positive». Nei viaggi si parla di ‘mal d’Africa’ pensando alla nostalgia di paesaggi e atmosfere selvagge, ma nel nuoto potremmo parlare allo stesso modo di ‘mal di cloro’… «Assolutamente sì, è qualcosa che non ti scrolli di dosso. L’odore di cloro ti resta addosso, ti resta in testa. E questo accade quando ami ciò che fai. Il nuoto non è uno sport facile perché, oltre a una preparazione molto impegnativa perché ti devi muovere in un elemento che non è naturale per noi umani, c’è una preparazione mentale importantissima. Per quanto ci possano essere dei compagni di squadra con cui condividi le fatiche dell’allenamento, il lavoro grosso lo devi fare con te stesso, guardare il fondo della vasca e ogni tanto guardare a bordo vasca. Se non riesci a stare bene con te stesso mentre ti alleni, ha perso in partenza».

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I NTERVISTA ti n o m a ig R o ll e c Mar

Foto: Marcello Rigamonti

The swimming man

ALBERTO CRISTANI VANESSA RIGHETTI

M

Marcello Rigamonti è un uomo ‘di vasca’, uno che nella vita ha vissuto più ore a contatto con l’acqua che sulla terra ferma. Allenatore di nuoto con alle spalle una lunga esperienza, ha ottenuto ottimi risultati scoprendo talenti e portandone alcuni alle Olimpiadi. Da qualche anno Marcello ha deciso di dedicarsi al nuoto paralimpico, dando vita nel 2012 al Verona Swimming Team, società che negli ultimi anni ha avuto un aumento

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esponenziale per quanto riguarda i tesserati. Marcello, finalmente l’opinione pubblica sembra essersi accorta che atleti con difficoltà - fisiche, motorie, o anche psicologiche – possono praticare sport esattamente come i normodotati… «Si può dire che l’anno scorso è iniziata una vera e propria rivoluzione per quanto riguarda il mondo dello sport paralimpico. Grazie al nostro lavoro, alla federazione, al CT Riccardo Vernole e a

molti altri siamo stati capaci di andare sulle prime pagine, come è successo a Stefano Raimondi e la sua compagna Giulia Terzi. Finalmente possiamo far capire meglio cosa stiamo facendo. Nel mio caso è iniziato tutto nel 2012 con Xe-


Marcello Rigamonti con il Presidente FIN Veneto Roberto Cognonato.

nia Francesca Palazzo, con lei ho iniziato questo percorso. Nel 2013 ai mondiali di Montreal ho pensato che mi sarebbe piaciuto essere indipendente, creando una società autonoma. Aiutato da Virginia Tortella, Paola Bianco e dal Presidente Marco Bovi abbiamo messo in piedi il Verona Swimming Team. I risultati dal 2012 sono stati moltissimi. Siamo partiti con un’atleta fino ad arrivare, ad oggi, a 32 tesserati. Un dato incredibile che ci riempie di orgoglio». Negli ultimi anni sembra ci sia una sorta di abbandono dello sport da parte dei ragazzi. Nel mondo paralimpico invece il trend sembra si l’opposto. Una grandissima affluenza di nuovi ragazzi e ragazze che proprio tramite lo sport riescono a stare meglio, non solo fisicamente, ma allargando questo beneficio anche alle loro famiglie. È così? «Sicuramente. I ragazzi dopo aver fatto sport si sentono riconosciuti, la loro autostima aumenta, a prescindere dalla vittoria. Lo sport è per loro un’opportunità e soprattutto lo sport agonistico è il miglior farmaco che noi possiamo “somministrare” a questi ragazzi. Gli permette di crescere, girare il mondo, non sentirsi più emarginati da questa società. A dicembre abbiamo fatto esordire due ragazzi nuovi, per esempio. È sempre una festa. Vedere questi atleti andare fortissimo e fare tempi incredibili è la vera cura. Questi ragazzi tornano a casa felici, sentono di aver fatto bene. Inoltre, spesso la vita di queste persone si stravolge del tutto».

«Non è da escludere. Nel mio caso, per esempio, con Stefano (Raimondi )e Xenia (Palazzo) sarebbe facile volare in alto, visti i loro successi. Ma non è così. Questi atleti sanno bene da dove sono arrivati e le difficoltà che hanno affrontato sono già state una sorta di scuola di vita. La disabilità ti fa rispettare e capire le difficoltà degli altri. Essere in piscina alle 7 e mezza del mattino tutti i giorni per anni, conciliando ovviamente impegni come la scuola non è facile. Ma questo aiuta molto nel migliorare la gestione del tempo. Moltissimi dei ragazzi che alleniamo vanno a scuola come tutti gli altri e ottengono voti eccellenti. Colgo l’occasione per sensibilizzare i professori a riconoscere il valore e lo sforzo di uno studente che, fuori dalla scuola, fa anche

sport agonistico: purtroppo a volte sembra che lo sport sia una ‘colpa’, una scusa per non studiare”. A proposito di benefici dello sport: Xenia da ragazza timida e introversa si è trasformata in una persona nuova… «Senza esagerare, posso dire che Xenia sia l’emblema di quello che dona realmente lo sport. Da ragazzina spaesata e un po’ impaurita che nel 2013 ho accompagnato a Montreal insieme a sua mamma, è diventata una donna che va in giro per il mondo da sola. Il cambiamento che ha fatto è stato radicale. Lo sport può dare ai questi ragazzi, oltre che un beneficio concreto nel presente, anche un aiuto prezioso per potersi garantire un futuro più sicuro. Va spesso anche nelle

In che modo cambia la loro vita? Passare dall’anonimato a ribalte improvvise può creare qualche scombussolamento o percezione di sentirsi già arrivati?

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scuole a parlare alle classi, dando prova che tutti possiamo ottenere risultati incredibili, anche se la nostra condizione ci sembra sempre la peggiore». Nel mondo paralimpico l’attenzione alla cura delle esigenze di ogni atleta è altissima... «Si, perché ogni persona è un’isola. Non possiamo prendere 10 ragazzi e buttarli in piscina, anche se la fascia di età è la stessa. Su ognuno di loro viene fatto un lavoro di tipo sartoriale, dove ogni cosa deve essere pensata e fatta su misura per le loro esigenze. Chi ha le protesi alle gambe, chi non ha le braccia… Poi è chiaro, lo sport è sport per tutti. Gli allenamenti sono quelli, i sistemi energetici sono quelli, la palestra e gli esercizi sono gli stessi, vanno solo adattati e calibrati ad hoc». È stimolante per te il trovare la formula giusta per ogni atleta? «Gli allenatori generalmente sono persone molto metodiche. Ma con questi ragazzi ti devi adattare tu a loro. Siamo noi che dobbiamo sviluppare piani di lavoro diversi. Con una nuova ragazza che abbiamo, per esempio, non ho ancora ben capito o trovato il giusto equilibrio e metodo. Serve del tempo, ma è sicuramente divertente trovare la chiave giusta per ogni atleta». Le spese sono tante e gli sponsor possono fare la differenza. Quanto costa ogni atleta? «Direi 4-5 mila euro all’anno quelli di punta, circa 700 euro gli altri. Le spese sono enormi e la problematica princi-

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pale è sostenere i costi. Qua nessuno fa volontariato, nonostante sia sicuramente una causa nobile. Ma allenare a livello agonistico è un impegno che non tiene conto di festività come Natale, Pasque, e nemmeno del lockdown. Siamo sempre in piscina e i nostri allenatori pretendo siano sempre pagati. Costa tutto tanto, dalle trasferte alla palestra. Solo con le quote sarebbe impossibile sopravvivere. Il grosso lo fanno i nostri preziosissimi sponsor come AGSM AIM, Banco BPM, Sterilgarda e Bertolaso. Molti di loro fortunatamente ci hanno riconfermato il loro supporto anche per i prossimi 3 anni». Che obiettivo vi ponete per il 2022? «Senza dubbio vogliamo consolidarci ma sarei bugiardo se non dicessi che puntiamo a migliorare i risultati. La com-

petizione ci deve essere, sempre, perché anche questa è un elemento di crescita. Per noi, per gli atleti e anche per chi ci sostiene. Solo così lo sport paralimpico potrà trovare sempre più spazio, consensi e visibilità. Per la nostra soddisfazione ma soprattutto per quella dei nostri ragazzi e delle loro famiglie».


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Foto: Pro Padel

I NTERVISTA o Damian Di Not

Palla lunga e… Padelare!

I

MATTEO ZANON

fratelli argentini Damian e Diego Di Noto hanno aperto a fine del 2021 a Povegliano Veronese, il Pro Padel, un centro che, in pochi mesi, è diventato un punto di riferimento per chiunque voglia – esperto o neofita – cimentarsi in avvincenti e divertenti sfide di padel. Maestro di tennis molto conosciuto nel veronese, tra campi da tennis e da padel, Damian racconta in esclusiva per SportdiPiù Magazine questo nuovo progetto, ricco di novità e ambizioni. Damian, com’è nata l’idea di aprire questo centro Pro Padel? «Conosco questo sport della sua nascita in Argentina. Mio fratello Diego con cui ho aperto il centro ha giocato anche a livello professionistico mentre io giocavo per divertirmi. La nostra ricreazione nei centri di tennis era giocare a Padel. I campi erano molto diversi da quelli di adesso, era in cemento e anche i muri erano in cemento. In Italia l’ho scoperto nel 1998 a Milano Marittima. Da quel momento ho pensato che a breve sarebbe ‘esploso’ anche qui in Italia. Ho seguito da vicino la crescita del movimento ma, al contrario di quanto avevo immaginato, non ho riscontrato una grossa crescita, al contrario di quanto accadeva Spagna. Poi, nel 2012, ho iniziato ad andare a Roma per insegnare tennis e li ho visto che i circoli cominciavano ad inserire, anno dopo anno, sempre più campi da padel. Dopo aver girato i migliori centri in Italia, e aver ‘scoperto’ il Garda Padel di Peschiera, ho deciso di provarci aprendo il primo centro nel 2019 a Pescantina e ora, da fine novembre dello

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Diego Di Noto, maestro argentino del Pro Padel

scorso anno, a Povegliano Veronese». Cosa offre il centro Pro Padel? «Abbiamo deciso, io e mio fratello Diego, di investire e di creare un vero e proprio club. Ecco quindi che abbiamo dato vita ad una struttura con quattro campi al

coperto e un quinto che faremo all’aperto e che nessun altro centro di Verona ha. Poi ci sono bar e spogliatoi, servizi importanti, un vero e proprio punto di riferimento per chi gioca. Con Diego vero e proprio maestro di padel, figura


Damian Di Noto

che a Verona esiste - ci siamo prefissi di partire proprio dall’insegnamento. Il 12 febbraio siamo partiti con il corso per adulti e abbiamo avuto subito 45 iscritti. Abbiamo deciso di venire a Povegliamo Veronese per la qualità della struttura che ci ospita: altezza del soffitto, campi ampi, aree con dei tavolini, ampio parcheggio. Diego ha vissuto vent’anni alle Canarie e lì ha scoperto il padel nei capannoni, opportunità che permette di giocare sia d’inverno che in estate. Povegliano non è sicuramente ‘l’ombelico del mondo’ ma, dopo aver girato per due anni tutta Verona alla ricerca di una struttura adeguata, siamo convinti di aver fatto la scelta giusta». Avete qualche obiettivo che vorreste raggiungere? «In primis crescere sempre di più come centro e consolidare il padel sul

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territorio. Stiamo cercando una sinergia con le aziende limitrofe per invogliarle a proporre la nostra realtà ai loro lavoratori. Vogliamo coinvolgere anche le donne e i bambini anche se, in Italia, l’attrezzatura per i più piccoli non è ancora adeguata».

Il Padel

Quali sono le origini di questo sport? «Il padel ha origine negli anni Settanta in Messico su un campo da tennis… non terminato! Infatti a causa della mancanza della superficie necessaria a completare il fondo, erano rimasti dei muri a delimitare l’area. Così fu inventato il padel. Cosa singolare: la persona che lo ha inventato, che è ancora in vita, non ha brevettato il campo! Successivamente, con il passare degli anni, questa disciplina si è sviluppata molto in Argentina anche se, ad un certo punto, il padel è sparito perché gli argentini non riuscivano a gestire la grande richiesta.

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Attualmente, con nuove strutture e nuove risorse, il padel argentino si sta riprendendo. Ingenerale, però, il padel oggi è un fenomeno mondiale, non più locale. Anche qui in Italia c’è una grossa spinta dovuta prevalentemente dalla moda del momento. Sono però convinto che, al contrario di quanto è accaduto in Argentina, qui sia arrivato per crescere, rimanere e consolidarsi». Il Padel negli ultimi anni si sta diffondendo a macchia d’olio anche nel nord Italia… «Si, è vero, e il motivo è semplice: il padel è uno sport che racchiude socialità, facilità e un condizionamento fisico. È difficile trovare uno sport - oltre al padel - dove fidanzati, marito e moglie, figli con genitori possono condividere e passare tempo assieme divertendosi. Attualmente il gioco è diverso da quello degli anni Novanta, è molto più lento;

questo lo rende più accessibile e facile, per tutti. Con il padel anche quattro neofiti, alla prima partita, si divertono e vanno a casa soddisfatti, pensando già alla prossima sfida!». Come convinceresti uno scettico a venire a provare a giocare a padel? «Semplicemente avvicinandosi, conoscendolo e lasciandosi incantare! Il padel in tantissime persone ha l’effetto ‘malattia”’ ovvero crea una vera, e sana, dipendenza. È l’unico sport dove ti capita di correre dalla parte opposta della palla. È tutta una situazione tra tattica, strategia, capacità geometriche e dinamismo. Insomma il padel fa bene al corpo e alla mente. E di questi tempi non è poco…». Per info e prenotazioni: https://www.facebook.com/propadelverona

Nel 1969 il messicano Enrique Corcuera, volendo costruire un campo di paddle tennis in casa sua ed essendoci dei muri proprio a ridosso dello spazio disponibile per tracciare il campo, concepì l’idea di considerare i muri come parte integrante del campo di gioco stesso. Corcuera poi regolamentò il nuovo gioco e lo chiamò padel. Il campo è lungo 20m, largo 10m e ha un “muro di vetro” delimitante che è alto 3m. Il battitore deve effettuare la battuta in posizione diagonalmente opposta all’area di battuta dell’avversario e deve far rimbalzare la pallina sul suolo prima di colpirla. I giocatori possono respingere la pallina colpendola al volo o dopo il primo rimbalzo e possono colpire la parete della propria metà campo con la pallina affinché questa passi sopra la rete verso il campo dell’antagonista. La pallina non può toccare al volo la parete delimitante la metà campo dell’avversario. Le forme di gioco dei professionisti sono due: individuale e doppio.


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SPECIALE Sport invernali

Sciare in sicurezza 70 / SdP


Nuove regole (e sanzioni) per gli amanti degli sport invernali

Stefano Fanini Avvocato cassazionista del Foro di Verona

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Dal 1° gennaio di quest’anno sono cambiate alcune regole importanti inerenti la pratica degli sport sulla neve. Tra le novità più importanti l’assicurazione obbligatoria e il casco per i minorenni. Vediamo nel dettaglio, grazie alle preziose indicazioni dell’Avvocato Stefano Fanini e del Dott. Daniele Corso, come è cambiato il modo di affrontare le piste, gli impianti di risalita e tutte quelle aree che, a vario titolo, coinvolgono gli amanti della neve.

AVV. STEFANO FANINI

on la riapertura degli impianti sciistici si è potuto tornare a praticare diversi sport invernali, con osservanza delle misure di sicurezza previste dalla normativa vigente per fronteggiare la pandemia da Covid-19. Ma, allo stesso tempo, sono entrate in vigore recentemente nuove disposizioni, in tema di sicurezza sulla neve, da tenere in considerazione. Da gennaio 2022, infatti, si applicano le norme previste dal decreto legislativo 28 febbraio 2021 n. 40 e successive modifiche (DL 22 marzo 2021 n. 40 e DL 25 maggio 2021 n. 73) che prevede nuove misure in materia di sicurezza nelle discipline sportive invernali, rispetto a quanto previsto nella precedente Legge 363/2003. Le Regioni avranno termine sino al 3 aprile 2022 per “adeguare le proprie normative alle disposizioni del decreto n. 40/2021” (art. 40, co. 1) ed i gestori delle aree sciistiche attrezzate e degli impianti di risalita dovranno adeguare, entro il 3 aprile del prossimo anno, gli impianti di risalita e le piste da sci alle prescrizioni stabilite dal decreto stesso (art. 40, co. 2). In base al citato Decreto, ad esempio, i gestori non solo dovranno garantire la messa in sicurezza delle piste e la loro manutenzione bensì anche assicurare la presenza di un defibrillatore semiautomatico e di personale formato per il relativo utilizzo. È stata altresì formalizzata la figura del direttore delle piste da sci, che vigila sul loro stato di sicurezza, predispone un

piano di emergenza in caso di pericolo valanghe, coordina il servizio di soccorso sui tracciati e segnala al gestore gli interventi di manutenzione ordinaria necessari o situazioni di pericolo che impongono la chiusura della pista. La prima grande novità normativa introdotta dal D.lgs. 40/2021, con rilevanza anche da un punto di vista economico per gli sciatori, riguarda l’obbligo di copertura assicurativa per Responsabilità Civile, divenuta indispensabile per poter sciare; l’art. 30 prevede che chi usufruisce delle piste da sci debba possedere un’assicurazione in corso di validità che lo copra in caso di danni od infortuni causati a terzi. Il gestore dell’impianto sciistico ha, a propria volta, l’obbligo di mettere a disposizione degli utenti, al momento dell’acquisto dello skipass, una polizza assicurativa per la responsabilità civile per danni arrecati a cose o persone (a dire il vero in molte località era già possibile usufruirne negli scorsi anni seppure fosse meramente facoltativo). Al momento non è previsto, invece, l’obbligo assicurativo per chi pratica sci di fondo essendo sostanzialmente considerato meno pericoloso; ciò non toglie che in futuro le norme possano essere estese anche a tale disciplina. Ma non è la sola novità: sempre al fine di garantire una maggiore sicurezza sulle piste e di prevenire sinistri, è stato rigorosamente disciplinato il divieto di sciare in stato di ebbrezza in conseguenza all’uso di bevande alcoliche e di sostanze tossicologiche. L’art. 31 del nuovo decreto prevede, infatti, che la vigilanza su tale

divieto spetti agli organi accertatori, che a campione possono sottoporre gli utenti ad accertamenti qualitativi non invasivi o a prove, anche attraverso l’utilizzo di apparecchi portatili (etilometro o altre procedure di accertamento). La violazione di tale disposizione comporta sanzioni amministrative pecuniarie per gli sciatori trovati in stato di ebbrezza che partono da 250 euro, fino ad arrivare ad un massimo di 1000 euro. Le nuove disposizioni intervengono anche sul comportamento dello sciatore. Infatti, in base all’articolo 18, egli è responsabile della condotta tenuta sulle piste e “deve tenere una velocità e un comportamento di prudenza, diligenza e attenzione adeguati alla propria capacità, alla segnaletica e alle prescrizioni di sicurezza esistenti, nonché alle condizioni generali della pista stessa, alla libera visuale, alle condizioni meteorologiche e all’intensità del traffico. Lo sciatore deve adeguare la propria andatura alle condizioni dell’attrezzatura utilizzata, alle caratteristiche tecniche della pista e alle condizioni di affollamento della medesima”. Altra novità è quella relativa agli incroci tra piste (art. 21): lo sciatore non sarà più tenuto a dare la precedenza a chi viene da destra bensì “gli sciatori devono modificare la propria traiettoria e ridurre la velocità per evitare ogni contatto con gli sciatori giungenti da altra direzione o da altra pista. In prossimità dell’incrocio lo sciatore deve prendere atto di chi sta giungendo da un’altra pista, anche se a monte dello sciatore stesso”. Le nuove prescrizioni comportamentali vengono ulteriormente rafforzate dall’art.

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27: “Ogni sciatore, snowboarder e utente del telemark, può praticare le piste aventi un grado di difficoltà rapportato alle proprie capacità fisiche e tecniche. Per poter accedere alle piste caratterizzate da un alto livello di difficoltà e con pendenza superiore al 40%, contrassegnate come pista nera, lo sciatore deve essere in possesso di elevate capacità fisiche e tecniche”. L’articolo 33 prevede, infatti, che la violazione di quanto previsto dall’articolo 27 ovvero l’affrontare piste in modo irresponsabile e senza averne adeguate capacità tecniche comporti sanzioni amministrative pecuniarie che partono da 250 euro, fino ad arrivare ad un massimo di 1000 euro. Un altro rilevante cambiamento riguarda l’obbligo di utilizzo del caschetto

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protettivo: se la disciplina precedente ne prevedeva l’obbligatorietà per i soggetti di età inferiore a 14 anni, la nuova normativa invece, all’articolo 17, estende l’obbligo fino ai 18 anni predisponendo in caso di violazione, sanzioni amministrative da 100 euro fino ad un massimo di 150. L’articolo 24 del nuovo decreto sancisce il divieto di percorrere a piedi o con racchette da neve le piste da sci, salvo che ciò non si renda necessario in caso di urgente necessità. È altresì vietato risalire le piste con gli sci; in ogni caso, ove fosse assolutamente necessario o non sia stata rilasciata espressa autorizzazione dal gestore dell’impianto, bisogna mantenersi il più possibile nei pressi della palinatura che delimita le piste.

In caso di incidenti, invece come si determina la colpa? L’articolo 28 del nuovo decreto conferma nella sostanza la disciplina previgente, stabilendo che in caso di sinistro fra sciatori si presume che ognuno abbia ugualmente concorso alla produzione degli eventuali danni, salvo che l’utente non riesca a dimostrare la condotta colposa dell’altro sciatore (ad esempio con l’ausilio di testimoni, video ecc.). Tale disciplina rende meno difficoltoso l’onere della prova in capo ai soggetti in caso di scontro fra sciatori, proprio per le evidenti difficoltà nella ricostruzione dell’esatta dinamica del sinistro, estremamente complicata a causa della problematicità dei rilevamenti sulle piste. Allo stesso modo, né i concessionari né tantomeno i gestori


di tale dispositivo è necessario “in particolari ambienti innevati, laddove, per le condizioni nivometereologiche, sussistano i rischi di valanghe”. Viene richiesta per scialpinisti, escursionisti (pure con le racchette da neve) e sciatori che praticano il cd. fuori pista, quale kit di autosoccorso oltre all’Artva, anche pala e sonda da neve; dotazione che è necessario saper utilizzare (da non ritenersi quindi meramente accessoria) in attesa dell’arrivo del personale specializzato. Tuttavia, in relazione al pericolo di valanghe, la locuzione utilizzata nel testo normativo “in particolari ambienti innevati” essendo troppo sommaria ha generato, come prevedibile, accese discussioni e contrastanti interpretazioni. Dalla nuova formulazione dell’articolo, infatti, sembrerebbe che chi pratica attività in ambiente innevato dove non sussista un pericolo di valanghe non debba dotarsi di tale dispositivo; ciò, evidentemente, potrebbe alimentare incomprensioni fra le forze di polizia adibite alla vigilanza e gli stessi utenti dell’impianto. Per risolvere la questione interpretativa ed evitare l’insorgere di controversie è opportuno che gli organi governativi intervengano puntualizzando il contenuto dell’articolo 26 e magari specificando un parametro per delimitare l’obbligatorietà o meno del dispositivo di rilevamento in capo agli utenti. Nonostante la lacuna evidente,

tale disposizione normativa ha lo scopo di garantire in misura maggiore la sicurezza degli utenti che praticano attività fuori pista. Infatti, rispetto alla disciplina precedente che prevedeva l’uso di ARTVA solo in caso di pericolo marcato di valanghe (livello 3 della scala europea pericolo valanghe), ad oggi il sistema di rilevamento elettronico è esteso anche al livello 2, che corrisponde ad un rischio moderato. Anche in questo caso il legislatore ha previsto specifiche sanzioni, che prevedono per i trasgressori multe che vanno dai 100 ai 150 euro. In conclusione, le nuove significative modifiche normative introdotte dal Decreto Legislativo in oggetto sono finalizzate a garantire principalmente la sicurezza di tutti gli utenti che praticano sport invernali e consentire loro di affrontare la montagna e le relative discipline sportive di riferimento, nel rispetto di tutti i fruitori e con le corrette informazioni preventive ed osservando scrupolosamente nuove regole comportamentali. Implicano, altresì, controlli più stringenti sulle piste e fuori pista da parte delle Autorità preposte (in base all’articolo 29 demandati a: Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia locale) a cui ogni utente dovrà necessariamente sottoporsi e porvi massima attenzione in quanto alle violazioni comportamentali conseguiranno sanzioni, in alcuni casi piuttosto elevate.

degli impianti sono responsabili delle attività fuori pista, e quindi nemmeno di eventuali sinistri. L’articolo 26 del decreto attualmente in vigore prevede inoltre delle misure di sicurezza aggiuntive per chi pratica attività al di fuori delle aree sciabili attrezzate come ad esempio lo scialpinismo o lo sci fuoripista o attività escursionistiche in particolari ambienti innevati anche mediante racchette da neve: gli utenti in questi casi devono munirsi di ARTVA (acronimo di “Apparecchio di Ricerca dei Travolti in VAlanga”), un dispositivo elettronico di segnalazione e ricerca che, in caso di bisogno, garantisce il rilevamento dell’utente in difficoltà per l’immediato intervento dei soccorsi. L’obbligatorietà

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Daniele Corso Consulente Finanziario

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Assicurazione sci: vademecum per una scelta ad hoc

DANIELE CORSO

a gennaio 2022 le regole sono cambiate, ecco cosa sapere per non trovarsi spiacevoli sorprese. Infatti, dopo un anno circa di stop forzato causato dalla necessità di contenere i contagi da COVID 19, gli impianti sciistici sono tornati a riaprirsi. Gli appassionati di montagna sono tornati finalmente ad infilare gli sci e godere appieno dell'intera stagione invernale. Attenzione, però. Ci sono delle novità. Oltre all'obbligo del green pass rafforzato e della mascherina, a partire dal primo gennaio 2022, tutti gli sciatori non professionisti dovranno dotarsi di un’assicurazione sciistica. Una misura, voluta dal legislatore, per garantire un ritorno in pista in tutta sicurezza, in considerazione dei numerosi incidenti che ogni anno avvengono sulle piste da sci. Si tratta dunque di un cambio radicale

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di marcia rispetto al passato, quando era solo il gestore dell'impianto a doversi dotare di un'assicurazione ai fini della responsabilità civile per danni causati agli utenti e a terzi per fatti derivanti da responsabilità del gestore. Da ora in avanti, invece, anche lo sciatore dovrà dotarsi di assicurazione con responsabilità civile verso terzi. CHE TIPO DI POLIZZA SCEGLIERE? Alla luce delle ultime novità, se state organizzando la vostra prossima vacanza in montagna, è meglio mettersi subito alla ricerca dell'assicurazione sciistica che fa al caso vostro. In generale la polizza sci si può acquistare insieme allo skipass, sia online che alle casse degli impianti, oppure stipularla tramite una compagnia assicurativa. Le offerte presenti sul mercato sono numerose e variano per durata (si va da quella giornaliera, a quella del week-end, passando per il settimanale, mensile, stagionale) e caratteristiche di copertura.

Inoltre, le polizze offerte delle compagnie di assicurazione possono avere anche altre coperture. Vediamole di seguito. RESPONSABILITÀ CIVILE VITA PRIVATA. Prevede l’indennizzo a fronte di richieste di risarcimento per danni involontariamente causati a terzi per morte o lesioni, anche ad animali, nonché per danneggiamenti a cose, in conseguenza di fatti accidentali verificatisi nell’ambito della vita privata e di relazione. Sono compresi in garanzia i casi derivanti dalla proprietà, dal possesso e dall’uso sempre nel rispetto della normativa tempo per tempo vigente, di: - droni, quando gli stessi siano utilizzati a scopo ludico e ricreativo ed esclusivamente in modalità VLOS (a vista) ad un’altitudine massima di 120 metri e siano rispettate tutte le distanze di volo da persone e cose; - biciclette elettriche (esclusivamente quelle con pedalata assistita), mono-


pattini elettrici, carrozzine per disabili anche a motore, golf cars, hoverboard, segway. TUTELA LEGALE VITA PRIVATA. Prevede l’indennizzo delle spese sostenute nel caso in cui l’Assicurato sia coinvolto in una delle controversie relative alla sfera della vita privata, agli animali domestici, cani e gatti, di proprietà degli assicurati o dati in custodia agli assicurati, all’utilizzo del web e dei social o media network e di strumenti digitali, all’attività di lavoro dipendente degli assicurati. La copertura dei costi è relativa a: - compensi dell’avvocato per la trattazione stragiudiziale e giudiziale della controversia; per la negoziazione assistita o per la mediazione; per la querela, se a seguito di questa la controparte è rinviata a giudizio in sede penale; - compensi per l’avvocato domiciliatario, se indicato; - spese di soccombenza poste a carico dell’Assicurato; spese di esecuzione forzata, fino a due tentativi per Sinistro; spese dell’organismo di mediazione, se la mediazione è obbligatoria; spese per l’arbitrato, sia dell’avvocato difensore che degli arbitri; spese di giustizia; spese di investigazione difensiva nel procedimento penale; - compensi dei periti. Le spese legali sono coperte per l’intervento di un avvocato per ogni grado di giudizio.

RESPONSABILITÀ CIVILE IMMOBILI DA PROPRIETÀ O CONDUZIONE. Prevede l’indennizzo a fronte di richiesta di risarcimento per danni involontariamente causati a terzi per morte o lesioni, anche ad animali, nonché per danneggiamenti a cose, in conseguenza di un fatto accidentale verificatosi in relazione alla proprietà o conduzione del Fabbricato indicato in Polizza. TUTELA LEGALE IMMOBILI DIRETTAMENTE UTILIZZATI. Prevede l’indennizzo delle spese sostenute a seguito di coinvolgimento in controversie relative alla proprietà e alla conduzione di fabbricati per: - compensi dell’avvocato per la trattazione stragiudiziale e giudiziale della controversia, per la negoziazione assistita o per la mediazione; per la querela, se a seguito di questa la controparte è rinviata a giudizio in sede penale; - compensi per l’avvocato domiciliatario, se indicato; - spese di soccombenza poste a carico dell’Assicurato, spese di esecuzione forzata, fino a due tentativi per sinistro; spese dell’organismo di mediazione, se la mediazione è obbligatoria; spese per l’arbitrato, sia dell’avvocato difensore che degli arbitri; Spese di giustizia; spese di investigazione difensiva nel procedimento penale; - compensi dei periti.

Le spese legali sono coperte per l’intervento di un avvocato per ogni grado di giudizio. IMMOBILI LOCATI A TERZI. Prevede l’indennizzo delle spese sostenute a seguito di una controversia: - richiesta di risarcimento danni extracontrattuali subiti da parte di terzi e per i danni arrecati dall’inquilino, anche in caso di costituzione di parte civile nel processo penale; - difesa penale per delitti colposi e contravvenzioni; - azioni di sfratto nei confronti dell’inquilino moroso; - recupero dei crediti derivanti da canoni di locazione arretrati non pagati RESPONSABILITÀ CIVILE OSPITI. L’indennizzo a titolo di risarcimento, quali responsabili civilmente, per danni involontariamente causati a terzi, compresi i clienti fruitori del servizio per morte o lesioni, anche ad animali, nonché per danneggiamenti a cose, in conseguenza di un fatto accidentale verificatosi in relazione alla proprietà dell’immobile indicato in Polizza, oggetto di un contratto di locazione di durata non superiore a 30 giorni. La garanzia comprende anche i danni derivanti dalle cose somministrate, limitatamente alla prima colazione, dall’Assicurato direttamente ai clienti del Bed & Breakfast.

Immagine tratta dall’articolo: https://www.das.it/la-polizza-sci-diventa-obbligatoria-nuove-opportunita-per-la-tutela-legale/

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Limitatamente agli alimenti e alle bevande lavorate nell’ambito dell’abitazione assicurata, sono compresi i danni che derivano da vizio o difetto originario del prodotto stesso.

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TUTELA LEGALE OSPITI. Se l’Assicurato è coinvolto in una controversia è previsto l’indennizzo delle seguenti spese sostenute per: - compensi dell’avvocato per la trattazione stragiudiziale e giudiziale della controversia

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negoziazione assistita o per la mediazione; per la querela, se a seguito di questa la controparte è rinviata a giudizio in sede penale compensi dell’avvocato domiciliatario, se indicato spese di soccombenza poste a carico dell’Assicurato; spese di esecuzione forzata, fino a due tentativi per Sinistro; spese dell’organismo di mediazione, se la mediazione è obbligatoria; spese per l’arbitrato, sia dell’avvocato difensore che degli arbitri

DANIELE CORSO

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spese di giustizia spese di investigazione difensiva nel procedimento penale - compensi dei periti. Le spese legali sono coperte per l’intervento di un avvocato per ogni grado di giudizio. A questo punto non vi resta che scegliere la polizza più giusta per voi prima di partire, per godervi al meglio e in assoluta tranquillità le vostre giornate sulla neve!

Viale Europa, 1 – Primo Piano 37024 Negrar di Valpolicella (VR) Iscrizione Albo Consulenti Finanziari N. 013714

“Daniele Corso ha conseguito la Certificazione EFPA ESG ADVISOR rilasciata dall'ente EFPA (European Financial Planning Association), la più rappresentativa associazione professionale europea per i Consulenti Finanziari. L'obiettivo di tale certificazione è ampliare le conoscenze tecniche di strumenti e prodotti finanziari che rispettino criteri di sostenibilità. L’elevata capacità di rispondere in maniera sempre più adeguata e qualificata ai bisogni dei nostri clienti, attraverso la pianificazione finanziaria, si affianca alla volontà di favorire comportamenti virtuosi per l’intera collettività. Questo significa che le scelte attinenti alla sfera finanziaria potranno essere finalizzate anche a generare un impatto ambientale e sociale positivo.”

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I NTERVISTA Sofia Goggia

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Foto: FIS, Sofia Gioggia Illustrazione Michele Bizzi

“È

MATTEO ZANON

il parterre a Cortina che ammutolisce in pochi secondi. Ed è l’abbraccio con i miei amici di sempre in cui mi sono stretta e che mi ha avvolta nella reception dell’hotel, prima di volare a Milano. Sono le loro parole che mi invitano a tenere duro di testa. Ed è la profonda sofferenza che provo nel mio cuore disperato. Sono le interminabili lacrime in elicottero ed è l’esito delle risonanze che non voglio sentire, ma che mi toccherà sapere. È un crociato lesionato che ha bisogno di tempo, ed è proprio il tempo, ciò che non ho. È l’ennesimo urlo che verrebbe naturale scagliare contro il cielo, ed è invece la forza, la luce che sai trovare dentro di te e che non ti farà perdere la calma. È il primo di febbraio, giorno di partenza della tua squadra per le Olimpiadi, e sono le lacrime in palestra, zoppicante, al pensiero di non essere anche io all’aeroporto con loro. Sono i messaggi di affetto di una Nazione ed è l’amore che ne consegue. È la fiducia di chi mi è stato accanto ed è una dannata corsa contro il tempo. È il tempo biologico di guarigione che non hai, ed è la biologia delle credenze a cui tu ti affidi. Sono i progressi incredibili, e sono i Giochi che iniziano, quando ancora non hai toccato la Neve. Sono le prime curve incerte ed è il countdown dei giorni alla discesa a cui hai deciso di partecipare.’ Questa è la prova più grande che la vita mi abbia mai portato’, sussurro tra le lacrime in partenza al fisio. L’altro giorno, quando sono entrata in casetta per fare la ricognizione della prima prova, ho guardato quei cinque cerchi e la scritta di #beijing2022: ho avuto un’esplosione di felicità nel cuore. É il mio sorriso al traguardo dopo questi due primi allenamenti in pista… ed è la consapevolezza di essere esattamente dove vorrei essere! Perchè le Olimpiadi sono il posto dove ciascun atleta vorrebbe essere…. quel mio Sogno nel cuore sin da bambina! Domani partirò con il numero 13. Con il cuore che mi vola e la contentezza stampata in viso. Consapevole di aver dato tutto. Perché avrei dovuto esserci a prescindere, ma poi, con quella caduta, tutto sembrava andato in fumo … Invece... CI SONO!”

Con queste parole, scritte sulla sua pagina Facebook, Sofia Goggia ha festeggiato il suo ritorno in pista, ai Giochi Olimpici Beijing 2022, dopo l’infortunio patito il 23 gennaio durante il superG di coppa del mondo a Cortina. Parole di gioia e di speranza che hanno di fatto anticipato la medaglia d’argento conquistata qualche giorno più tardi, un vero e proprio miracolo sportivo. SportdiPiù Magazine ha intervistato Sofia, una piacevolissima chiacchierata con una campionessa olimpica ma soprattutto con una donna che, in più occasioni, ha dimostrato come la volontà e la determinazione possano fare la differenza soprattutto nelle difficoltà Sofia, partiamo… dall’inizio: come e quando hai avuto il tuo primo approccio con gli sci? «Da piccola i miei genitori mi portavano a Foppolo dove abbiamo una casa di famiglia, per cui è stato amore a prima vista».

La famiglia ha avuto un ruolo determinante nella sua crescita sportiva? «Si, anche se mio papà e mai mamma non mi hanno mai imposto nulla, se non trasmesso l’amore per la montagna». Di solito le prime delusioni intese come sconfitte, cadute e rivalità, sono difficili da digerire. Com’è stato il suo primo approccio con l’agonismo? «Ho avuto alcuni infortuni importanti sin dalle categorie giovanili, hanno rappresentato qualcosa di più importante rispetto ai risultati sul campo, che pure hanno avuto la loro importanza per farmi crescere». Ore e ore di allenamenti, tornare tardi la sera e poi dover studiare è la vita quotidiana di chi pratica sport ad alti livelli. È stato così anche per te? «Si, lo è stato, ma l’ho fatto sempre con grande entusiasmo e voglia di inseguire entrambi gli obiettivi, sia in campo scolastico che in campo professionale».

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Il periodo cruciale è l’adolescenza. Infatti, molti giovani a questa età lasciano lo sport per seguire altre strade. Com’è hai vissuto questo periodo turbolento? «Ho vissuto al meglio la mia fase di crescita, facendo qualche sacrificio come è giusto che fosse, ma sono stata ampiamente ripagata dal destino». Credi che in Italia la possibilità di studiare per chi fa sport ad alti livelli sia compromessa? «In Italia esistono i licei sportivi, la situazione rispetto al passato è un po’ cambiata in meglio, anche se il modello americano, dove ci sono i College che permettono di studiare e fare sport, è concepito in maniera diversa». Si discute molto anche del ruolo dello sport nel mondo della scuola e della sua importanza nella crescita dei bambini e ragazzi. Qual è il tuo pensiero in merito? Si potrebbe fare qualcosa in più? «Sicuramente lo sport deve trovare maggiore spazio nella scuola, soprattutto in quelle primarie. Lo sport è scuola di vita, insegna valori che nessun’altra attività può sviluppare e andrebbe incentivato fra le età più giovani». L’anno scorso per un infortunio hai dovuto saltare i mondiali di Cortina. In

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un anno sei tornata ancora più in forte. Come si fa a ripartire, allenarsi, faticare con fiducia dopo l’ennesimo infortunio? «Credendo sempre in sé stessi, con l’obiettivo di tornare più forti di prima». In varie interviste hai raccontato di aver superato un periodo buio con l’aiuto di uno psichiatra… «Capitano momenti durante la carriera in cui possono venire dei dubbi o paure che si fanno fatica a sconfiggere. Io fortunatamente ce l’ho sempre fatta e ciò mi ha permesso di conoscere ulteriormente il mio corpo e la mia mente». Hai dichiarato che un atleta al top, ad un certo punto della sua carriera, può lavorare solo su un aspetto: la propria crescita interiore. È questo che fa la differenza tra un buon atleta e un campione? «Sono tanti gli aspetti che contribuiscono alla crescita: dalla tecnica in pista, alla preparazione fisica, alla preparazione mentale, fino ad arrivare alla motivazione personale». Dal 2018 ti alleni nella palestra veronese Magnitudo Training; si può dire che i tuoi successi partono anche da Verona? «Il lavoro svolto a Verona si integra perfettamente con il lavoro fatto nel corso di tutto l’anno insieme alla staff

federale che mi segue e parlo di tecnici, preparatori, fisioterapisti, Commissione Medica». A più riprese hai detto che il preparatore Flavio Di Giorgio è un tuo punto di riferimento. Che ruolo ha avuto nel prepararti fisicamente e sostenerti mentalmente dopo l’infortunio di Cortina? «Ha colto le esigenze e le richieste del mio fisico che ha necessità di prepararsi in un certo modo, soprattutto per via dei miei trascorsi dal punto di vista degli infortuni. Le mie ginocchia hanno bisogno di un certo tipo di carichi per sopportare gli stress subìti in passato». Lo sport paralimpico nell’ultima olimpiade estiva ha riscosso successo e sta avendo una crescita esponenziale anche dai media; credi che sia giunta l’ora di considerarlo con la stessa valenza dello sport dei normodotati? «Credo che la sua crescita sia stata esponenziale in questi anni e ottiene stagione dopo stagione sempre maggiore attenzione, con pieno merito». Il 2021 è stato un anno memorabile per lo sport italiano: che sia l’inizio di un percorso ricco di soddisfazioni per l’Italia sportiva o è stata solo una parentesi? «Abbiamo attraversato e attraversiamo


un periodo molto difficile a causa della pandemia, lo sport ha aiutato ad accendere un po’ di entusiasmo fra gli italiani, l’augurio è che possa continuare a farlo». Il Covid ha messo a dura prova anche il mondo dello sport. Crede che questa situazione lasci degli strascichi o che si possa tornare alla vita pre-covid? «Si tornerà alla vita pre Covid senza ombra di dubbio, anche se dovremo imparare a convivere con questa influenza per un po’ di tempo».

Hai qualche hobby o passatempo che ti permette di liberare mente e corpo? «Durante il lockdown ho imparato a suonare il pianoforte, sono ancora alle prime armi ma è un modo per rilassare la mente». Una volta che appenderai gli sci ai chiodi cosa farai? «Sinceramente sono concentrata sulla mia attività attuale, sono ancora giovane e avrò tempo per sviluppare in futuro i miei interessi».

Cosa ti ha dato lo sci fino a oggi? «Mi ha reso famosa e mi ha regalato enormi soddisfazioni sportive e non sportive che non dimenticherò mai, spero di avere dato anch’io qualcosa al mondo dello sci». Hai dei progetti extra-sportivi che vorresti portare a termine? «Ho ancora un buon numero di anni di carriera che mi aspettano davanti a me, sicuramente ho delle idee per il futuro, avrò il tempo per coltivarle». Concludendo, hai un sogno nel cassetto che non sei ancora riuscita a realizzare? «Ci sono tanti sogni che ho nel cassetto, ma li tirerò fuori nel momento giusto!».

Durante la tua ascesa hai avuto qualcuno a cui ti sei ispirata? «Credo che Lindsey Vonn mi abbia aiutato molto a crescere, il suo esempio in pista mi è stato di grande aiuto». Dopo settimane estenuanti, tra l’incognita di non farcela e la voglia di non perdere l’occasione di gareggiare all’Olimpiade, sei riuscita a presentarti al cancelletto di partenza della discesa libera, conquistando un incredibile argento. Cosa ti ha insegnato, al di là di tutto, questo successo? «Che la volontà e il desiderio di arrivare all’obiettivo sono sempre fondamentali nella vita sportiva di un’atleta ma anche nella vita di tutti i giorni».

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Foto: Fabio Lotti

I NTERVISTA Fabio Lotti

è visto come una figura marginale».

Il ForgiAtleti

F

MATTEO ZANON

abio Lotti ama l’atletica e dopo aver trascorso un periodo da atleta è passato al ruolo di allenatore. Passo dopo passo è arrivato a seguire atlete professioniste come Anna Polinari e Valentina Cavalleri. La sua voglia di migliorarsi ed essere sempre alla ricerca lo porta a vivere questa passione con una cura maniacale. I risultati delle sue atlete sono la conferma che la strada è quella giusta. Fabio racconta, ai lettori di SportdiPiù Magazine, il suo mondo tra pista e palestra. Come è iniziato il tuo percorso nel mondo dell’atletica? «Ho cominciato tardi da atleta in una realtà, Avio, dove non c’era niente e fare

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allenamento voleva dire arrangiarsi. Ho fatto solo tre anni e di pari passo è nata la passione per allenare». Da atleta sei passato a fare l’allenatore. Come è maturata questa scelta? «Mentre facevo l’atleta mi sono reso conto che al mio paese c’erano tanti ragazzini che facevano attività e si poteva fare qualcosa con loro. Dopo aver smesso di gareggiare sono partito ad allenare e a fare corsi legati all’allenamento. All’inizio degli anni 2000 ho iniziato e terminato Scienze Motorie continuando allo stesso tempo ad allenare, nella mountain bike all’Sc Barbieri e facendo corsi serali per arrotondare. Dopodiché ho deciso di tornare nel mondo dell’atletica perché questo è il mio sport. Nell’atletica l’allenatore svolge un ruolo fondamentale nella realizzazione dell’atleta mentre in altri sport

In cosa ti sei specializzato nel campo delle discipline atletiche? «Sono sempre stato amante delle specialità di potenza, la velocità e gli ostacoli. Pian piano ho cominciato a seguire atleti importanti, tra cui Anna Polinari. Con Anna sono sette anni che siamo assieme e condividiamo tante ore al giorno. È stata una progressione tecnica importante grazie anche alle sue qualità. I suoi risultati mi hanno dato la possibilità di frequentare e conoscere i vertici dell’atletica, persone e tecnici importanti. Uno scambio che porta alla conoscenza e che mi permette di essere un tecnico formato, anche se penso che formato non lo sono ancora. È una continua ricerca di risposte ai dubbi, alle perplessità, a quello che ti succede. Con un atleta funziona con altri no e qualche notte la perdo pensando a cosa fare. Quest’anno oltre ad Anna si è aggiunta Valentina Cavalleri, ostacolista professionista». Hai deciso di creare un gruppo di atleti e professionisti: l’Athletic team Verona. Con quale scopo è nato? «Ho deciso di andare controcorrente e di creare questa realtà che a breve prenderà ufficialmente forma: l’Athletic team Verona. Lo scopo è quello di fornire un servizio ad atleti di alto livello. Lo svilupperò. Ho già uno sponsor che è Cristiano Zanolli della Zanolli Forni che crede nel progetto e ha deciso di darmi una mano. È chiaro che un progetto che funzioni ha bisogno che ci siano delle entrate e questo è legato ai risultati che faranno gli atleti. Se questi arriveranno il team si arricchirà con altre figure che concorrono alla piena realizzazione di un’atleta, come lo psicologo, il nutrizionista, il mental coach, il massaggiatore e altre figure diventate ormai fondamentali».


Quali sono gli atleti che fanno parte del gruppo? «Ci sono le due atlete professioniste Anna Polinari, quattrocentista entrata da poco nell’Arma dei Carabinieri e Valentina Cavalleri, ostacolista che fa parte dell’Esercito da sei anni. Valentina negli ultimi due anni era a Roma ma non è riuscita ad esprimersi e ha deciso di venire qui. Oltre a loro c’è Giulio Grimaldi che gareggerà nei campionati italiani ma difficilmente negli impegni internazionali. Il gruppo rimarrà sempre ristretto. Passo 20 ore a settimana con loro e di solito fanno tre doppie sedute di allenamento a settimana e quando alleni specialità come queste devi dedicare a tutti le proprie attenzioni. Devi avere una certa empatia perché questi ragazzi il tempo che passano di più lo passano al campo con me, quindi, è fondamentale avere questa capacità di condividere gli allenamenti». Nelle donne ci sono altre componenti che incidono nella preparazione e sullo stato di forma. Ci vuole maggior attenzione? «Le fluttuazioni ormonali nelle ragazze sono notevoli e non possono essere tralasciate. Uno studio di quello che è l’applicazione del training e la risposta agonistica al momento della risposta ormonale durante la gara è fondamentale. Con Anna siamo arrivati a capire quali sono i periodi dove ha la maggior resa e riusciamo a gestire il periodo migliore con le gare più importanti. Bisogna considerare inoltre che le atlete hanno il problema dell’amenorrea e questo può comportare fragilità ossea e rischio di fratture. L’allenamento deve mantenere sempre un equilibrio corporeo. Non si può andare oltre perché ogni trauma comporta una perdita di positività e anche dal punto di vista psicologico, come per quello fisico, poi bisogna recuperare l’atleta». Curiosità: ti trovi meglio ad allenare gli uomini o le donne? «Se devo scegliere preferisco allenare le donne. La femmina fa atletica a prescindere anche se non c’è il gruppo e se ha voglia non la ferma nessuno, ma allo stesso tempo quando decide di smettere smette. Anna ha una volontà spaziale e anche Valentina ha un grande voglia di lavorare. Un maschio invece si lega più al gruppo. In un atleta di alto livello sono fondamentali le scelte stagionali e se non ci sono appuntamenti molto importanti bisogna fare qualche anno di scarico perché non si può pretendere che un organismo ti dia sempre il massimo».

Ci racconti una loro giornata/settimana di allenamento? «In un periodo lontano dalle gare il lunedì lavoriamo sulla velocità, al martedì alla mattina lavoriamo circa due ore e mezza sulla forza e al pomeriggio facciamo un lavoro di potenza aerobica o di capacità lattacida. La seduta pomeridiana dura un’ora e mezza seguita, non sempre, da un massaggio. Un altro giorno lavoriamo sui balzi e in inverno facciamo anche dei lavori di corsa in salita. Lavorano 5 giorni a settimana con il giovedì e la domenica di riposo per un totale di 8 sedute a settimana». Il 2021 per l’atletica azzurra è stato un anno strepitoso con gli ottimi risultati alle Olimpiadi. Anche per la tua atleta Anna Polinari è stata un’estate da non dimenticare. Ci racconti com’è andata? «Per Anna è stato un anno importante. Parlando di performance ha migliorato un secondo e tre decimi che per un quattrocentista sono una vita. Un miglioramento che l’ha portata da una performance mediocre a una importante. Questo gli ha consentito di partecipare a tre nazionali, ai Mondiali indoor nella 4x400, agli Europei under 23 da titolare anche nella 4x400 e ha partecipato da riserva alle Olimpiadi. Ha vinto il titolo italiano di categoria ed è arrivata quarta in quello degli Assoluti. Con senno di poi se fosse riuscita a ripetersi con il tempo degli Italiani avrebbe corso da titolare nella 4x400 alle Olimpiadi. È un percorso che si sta consolidando e questo comporta dei tempi per un adattamento fisiologico e mentale. Più si va in alto e più le attenzioni sono maggiori quindi bisogna riuscire a vivere lo stress che questo comporta nel migliore dei modi. Sarà un percorso che dovremo migliorare con l’apporto di un mental coach». Come giudichi l'anno da poco conclusosi? «Per il 2021 sono soddisfatto. Se ci fosse

stata qualche prestazione migliore sarei rimasto più contento ma fa parte di un percorso di crescita. Anna gareggiava nella categoria Promessa e in quella Assoluti e in 40 giorni abbiamo dovuto gestire cinque manifestazioni importanti e questo è stato molto difficile per il mantenimento del suo stato di forma. Questo è stato il problema che non gli ha permesso di esprimersi al meglio. Quest’anno è passata nella categoria Assoluti quindi non ci saranno questi problemi». Per il 2022 invece quali sono gli obiettivi? «Dopo la parentesi degli indoor dove le prime cinque andranno a fare i Mondiali indoor nella staffetta, per la stagione estiva con Anna puntiamo a una buona prestazione ai Campionali Italiani che si svolgeranno all’Olimpico. Poi ci saranno i Mondiali negli Stati Uniti e gli Europei a Monaco. Un mio sogno sarebbe portare agli Europei anche Valentina». Tornando alle Olimpiadi di Tokyo l’Italia è riuscita a lasciare il segno nelle discipline olimpiche dopo anni dove i risultati scarseggiavano. Pensi sia stato l’inizio di un periodo vincente? «I risultati che abbiamo visto sono il frutto di gente come me che spende tanto tempo al campo e non prende nulla. La federazione è stata brava a puntare sui 4-5 più forti e investire su di loro. Il presidente La Torre ha fatto un grande lavoro di organizzazione su questi atleti. I risultati che hanno ottenuto però non sono un prodotto della nazionale. L’allenatore di Jacobs Camossi è una vita che lo segue ed è riuscito a capire come farlo esprimere al meglio». Cosa ti ha dato sino ad oggi l’atletica? «L’atletica per me è vita. Mi ha trasmesso emozioni, gioie, dolori, pensieri, entusiasmo e anche lacrime. Ogni volta che riguardo la foto di Anna che mi abbraccia dopo la vittoria agli Italiani mi emoziono. Viviamo per questo».

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Foto: AGSM AIM

I NTERVISTA Stefano Casali

AGSM AIM, le migliori energie a servizio dello sport Il Presidente Stefano Casali premia il Verona Swimming Team

I

VANESSA RIGHETTI

l 1° gennaio 2021, dalla fusione per incorporazione tra le società Agsm Verona e Aim Vicenza, è nato il Gruppo AGSM AIM Spa. AGSM AIM è un Gruppo a capitale interamente pubblico (61,2% Comune di Verona, 38,8% Comune di Vicenza) da 1,2 miliardi di euro di ricavi, 120 milioni di margine operativo lordo (dati di Bilancio 2020) e oltre 2.000 dipendenti. La nuova multiutility fornisce servizi essenziali e prodotti a elevato valore aggiunto per il cittadino e per lo sviluppo delle imprese, degli enti e delle istituzioni del territorio. In qualità di polo aggregante, in particolar modo nel Nord-Est, grazie a una più significativa massa critica, ha l’obiettivo di realizzare investimenti che portino benefici diretti per i territori, migliorino la qualità del servizio offerto ai cittadini e rispondano

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con efficacia alle sfide che attendono il settore dei servizi di utilità pubblica. Stefano Casali, Presidente di AGSM AIM e coordinatore del Consiglio direttivo energia di Utilitalia, ci spiega come le migliori energie non siano intese solo in senso strettamente aziendale ma come possano travare massima espressione anche nello sport e in particolare in quello paralimpico, considerato da Casali stesso l’emblema dell’energia vincente, nel lavoro e nella vita. Presidente Casali, AGSM AIM è legata al mondo dello sport: di fatto l’energia è il motore dello sport... «Certamente, la prima forma di energia è proprio quella dell’atleta, di un qualcuno che dopo una giornata di lavoro trova comunque il tempo e la voglia di praticare sport. L’energia che ci piace è quella nuova, pulita, come quella impiegata nello sport. E la chiave di tutto sono i giovani.

Invece di vedere gruppi di ragazzi al bar vorrei vederli al parco a correre, a giocare, a fare più attività. Questo è il messaggio che ci auguriamo di far passare». Quest’anno AGSM AIM si avvicina ulteriormente al mondo dello sport paralimpico… «Sicuramente. Da amanti delle migliori energie abbiamo fatto una scelta importante: quella di guardare un po’ meno allo sport professionistico per essere più vicini al mondo dello sport paralimpico, quello praticato da atleti che a me piace definire speciali. Oltre ad essere un importantissimo esempio sia a livello umano, sociale e morale, bisogna capire che aiutando i diversamente abili si aiuta, indirettamente, tutta la sua realtà sociale. Dietro ad un diversamente abile c’è un mondo ricchissimo fatto di persone che danno vita ad una vera e propria filiera, che merita di essere sostenuta».


in montagna. Lo sport è un qualcosa che amo. A livello mediato mi piace molto lo sci alpino, è lo sport che ho praticato e che vorrei praticare di più. Seguo molto spesso le gare, che ultimamente ci stanno regalando una vera valanga rosa. Abbiamo un sacco di atlete straordinarie, come Sofia Goggia, che finalmente sono andate a riempire quei vuoti lasciati dalle campionesse storiche dello sci come Debora Compagnoni o Isolde Kostner. Ora siamo sul tetto del mondo».

Una delle società che AGSM AIM sostiene è il Verona Swimming Team. A fine 2021 avete premiato molti atleti validissimi come Xenia Palazzo, suo fratello Misha, oltre che Marcello Rigamonti. Perché questo legame? «Per questa sinergia va riconosciuta una certa lungimiranza da parte dei miei predecessori, che ringrazio molto, visto come questa realtà sportiva sia stata in grado di produrre medaglie e ori olimpici, il che spero emozioni molti italiani. Oltre a ciò, vedere questi atleti col logo della nostra società ci fa sentire parte di un qualcosa di giusto, oltre che vincente, e questo ci onora. Solo il sapere che questi ragazzi abbiano la possibilità di partecipare a queste gare, è una vittoria. Chiaro, se oltre a ciò arriva l’oro olimpico e l’Inno di Mameli col tricolore che sventola, non può che essere una soddisfazione unica». Quindi non si può più fare finta che queste realtà sportive – straordinarie – non esistano… «Una volta lo sport paralimpico era nascosto. Ora tutto è cambiato. Lo spazio mediatico che questi ragazzi stanno ottenendo, oltre ad essere ampiamente meritato, va continuamente incrementato. Ecco perché una grossa parte della nostra attenzione è stata canalizzata in questo. Spero che altre realtà economiche seguano questo esempio, contribuendo a stimolare moltissimi ragazzi e ragazze ad uscire di casa, per mettersi alla prova e trovare un riscatto nello sport».

do in pieno lockdown ero Presidente di Commissione in Regione ho sentito personalmente moltissime richieste di aiuto da parte di famiglie con a carico figli disabili, che non potevano far praticare a questi ragazzi nessuna attività sportiva, indispensabile per le loro condizioni di salute. Siamo riusciti ad ottenere importanti deroghe per tutti quei diversamente abili, sia per ragazzi affetti da sindromi come l’autismo, oltre che tutti gli altri tipi di invalidità, in modo da consentire a queste persone di uscire di casa e avere ritagli di tempo che consentissero loro di fare sport o riabilitazione, oltre che avere interazioni al di fuori dalle mura domestiche». Parlando di argomenti più leggeri, qual è il rapporto di Stefano Casali con lo sport? «Mi è sempre piaciuto molto. Ho avuto anche la fortuna di avere amici che premevano nell’investire il loro tempo libero nel fare sport assieme, che fosse la partitella di calcetto piuttosto che la sciata

Kristian Ghedina, ex campione di sci alpino, tra i migliori nelle prove veloci, è un suo caro amico… «Si, un personaggio a 360 gradi di grande umiltà. Racconto un aneddoto: una volta Kristian mi confidò di quanto fosse stupito della sua fama. Gli risposi che uno che arriva sul traguardo di Kitzbühel facendo una spaccata in volo ai 140km/h non nasce tutti i giorni! Obiettivamente non so quanti altri sciatori possano vantare un’impresa simile. Ma oltre a questo ovviamente, il pubblico riconosce la bravura di questi atleti, la loro serietà, mai uno scandalo di doping, mai niente di strano. Persone che letteralmente sulla pista da sci si spaccano, e poi si rimettono in piedi. Quando eravamo ragazzini, in camera avevamo i poster dei nostri idoli, che erano gli atleti di quel periodo». Stefano Casali ha un sogno nel cassetto sia come presidente di AGSM AIM che come cittadino veronese? «Il sogno fa cittadino è la fine della pandemia e di questa situazione. Come Presidente di AGSM, la speranza che il focus rimanga ben saldo sui nostri due territori d’interesse, Verona e Vicenza appunto, città che da sole hanno il PIL di alcuni piccoli stati».

Negli ultimi due anni di Covid si sono amplificate le difficoltà di questi ragazzi, andando a ricadere inevitabilmente sulle loro famiglie... «Questa cosa mi ha toccato molto. Quan-

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Foto: Adaptive Academy

Adaptive Academy,

risposta concreta per uno sport inclusivo

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DANIELA SCALIA iva gli atleti disabili, giusto? Sì, ma perché ne vediamo pochi (o nessuno) in palestra? La stessa domanda se la sono posta anche Luca Marco Casciello, Responsabile tecnico di La Mole Sports Academy a Chivasso (TO) e Andrea De Beni, atleta con disabilità e comunicatore. La risposta ha portato alla nascita di “Adaptive Academy”. Co-fondatore e docente dell’Adaptive Academy, Andrea De Beni usa da sempre il proprio carisma e il divertimento come chiave educativa per sgretolare i luoghi comuni sulla disabilità, spesso con posizioni dure o scomode anche nei confronti del mondo paralimpico.

Less is Plus Sostenendo lo slogan “Less is Plus”, Andrea ci racconta cos’è Adaptive Academy: «Nasce sulla base di un bisogno spontaneo, la necessità dei professionisti del fitness, attuali e futuri, di includere atleti con limitazioni motorie, sensoriali e cogni tive. L’obiettivo è quello di inserirsi nella filiera del contesto sportivo, formando professionalità certificate. Aiutare il sistema permette di toccare molte più persone che se lo facessimo con un intervento diretto sulle persone con disabilità».

Inclusione no, integrazione spontanea sì «Alimentiamo l’attività di una community che si scambia informazioni e suggerimenti utili ad atleti con e senza limitazioni. Crediamo che il contributo possa essere sempre bidirezionale e l’esperienza formativa pratica ne è una conferma continua. Adaptive Academy organizza corsi abilitanti alla professione dell’allenatore di attività adattata ma anche momenti di sport in cui si ribalta il paradigma: la simulazione della disabilità permette a chiunque di allenarsi con più interesse e intensità. Lo scopo è quello di passare dal concetto di “includere” a quello di integrazione spontanea».

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L’ho fatto anch’io Voglio evitare due cose: scrivere solo quello che ho provato io e usare i termini entusiastici che si leggono a ogni cosa che riguardi in qualche modo la disabilità. Vi capita mai di leggere un articolo di tema paralimpico che non sia entusiasta, ammirato, adorante e, permettetemi, retorico? Domanda retorica per articoli retorici. No. C’è una specie di contratto non scritto, che sta diventando quasi una gara, un obbligo, quando si scrive di qualcuno senza un arto bisogna essere adoranti. Questo secondo me impedisce di fare degli articoli e dei programmi seri, perché Una sessione bionica di sudore, emozioni e humour: a sx Andrea De Beni sfida Giada quando devi usare le parole seriamente ti accorgi che sono già Grisetti nella spaccata. Con la polo bianca, da sinistra: Gregory Leperdi, Alessandro inflazionate. Quanto farebbe bene abbassare tutto di un tono. Ossola, Giorgio Napoli Ci provo, ma non sono sicura di riuscire, perché devo parlare di un evento in effetti (ed ecco che ricasco nel problema...) elettrizzante. La barriera nuova che cade con l’allenamento adaptive è molto rugbistica, si basa sul girerà intorno a una carenza chiamandola con il suo nome e facendone un punto di forza. Nello stesso palazzo della palestra che ha ospitato la sessione abita un atleta che non si è allenato per un mese perché aveva una caviglia gonfia. Al piano di sotto abbiamo visto invece come ci si allena senza gambe, senza braccia. Giada Grisetti, ginnasta azzurra e attrice di SPORT CRIME, ha simulato di non avere l’uso delle sue bellissime e flessibili gambe e ha provato a usare il verbo adattare: “adaptive”. Quindi ognuno si è adattato davvero o per simulazione, ha testato sè stesso ed esercizi nuovi, o ha riveduto quelli vecchi in chiave diversa. Io ero senza un braccio e la sfida è stata tosta, ma amici miei, che aria bellissima tirava in quella palestra. Quanta fatica non sentita nonostante il ritmo impostato dall’istruttore bionico Andrea De Beni che dopo basket e quado anche nel crossfit è un agonista come pochi. Tutti si sono messi in gioco e le sfide e gli sfottò degli atleti bionici sono stati un’ulteriore motivazione: Giorgio Napoli, il più giovane del gruppo, si è allenato senza la sua protesi mentre il veterano Gregory Leperdi, tostissimo giocatore di sledge hockey, sfidava un Alessandro Ossola fresco di finale dei 100 metri a Tokyo. I gradi di utilità sono stati molti, provo a elencarli: • spiegare a un atleta che un piccolo infortunio nel 2022 non deve tenere fermo un intero corpo, • spiegare a un corpo normale come ci si adatta e come si personalizza (se si fa sport sul serio) l’allenamento, • spiegare quanto sia scema, datata e dannosa la concezione della “scheda che mi ha dato il mio amico” (o il suo equivalente “marketing” delle palestre, che fingono di studiarti e invece fanno solo fotocopie), • ridere, capire, caricarsi. Per ‘capire’ (intendo anche venire a contatto, questo è emerso nella conversazione finale) con il fastidio che gli stessi atleti con disabilità provano per la retorica di cui dicevo prima. Hanno poca voglia di essere commoventi e meritevoli e sentire che da loro si impara, etc. Preferiscono spiegarti che tecnologia c’è dietro la loro gamba nuova, che sport possono fare e che obiettivi hanno. Vivo e lavoro in mezzo a persone carismatiche e piene di humor, non ho problemi a dire che ho scartato quasi tutti quelli e quelle che ne sono carenti, quindi se dico che Andrea De Beni è della famiglia di Mick Jagger e Luca Tramontin parlo con competenza. Permettetemi una volta di apparire presuntuosa. “Il momento più alto dell’intervento “- commenta De Beni – “è quando, finita la parte di fitness puro, si dà la parola a chi è intervenuto, che a quel punto, ansimante e dolorante per aver simulato un handicap per un’ora della sua vita, è anche costretto a non mandarti a quel paese in virtù di una buona creanza, anche legata alla cultura del rispetto verso le persone disabili... vero Daniela?”. Per informazioni: adaptiveacademy@gmail.com

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S SPO RT BO O K

Adrenalina. My Untold Stories

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uando sono in campo, sentire di essere amato mi dà una carica impressionante. Ma anche l›odio mi trasmette tanto. Quando mi fanno incazzare, vado a un livello superiore: sono più attento, più concentrato, più forte, più desideroso di dimostrare qualcosa. Se mi odiano, mi migliorano». Cosa rappresenta la rovesciata per il giocatore al quale viene attribuita la più bella ed esaltante della storia del calcio? Che valore ha oggi un gol per il calciatore che festeggia i suoi quarant’anni in piena attività? E cosa significano per lui il dribbling o il passaggio? Zlatan Ibrahimović

di Zlatan Ibrahimović

non ha più bisogno di dimostrare la sua forza o ricordarci i grandi successi sportivi che lo hanno reso un campione unico al mondo, così decide di mettersi a nudo, in maniera sincera e onesta, per raccontarci come un dio del pallone cambia e affronta gli anni a venire senza ipocrisie, con la maturità e i dubbi da imparare ad accettare.

DETTAGLI Prezzo: Euro 19 Editore: Cairo Data pubblicazione: 2021 Pagine: 272

Unguarded. La mia vita senza filtri di Scottie Pippen, Michael Arkush

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on è certo un caso se Scottie Pippen è stato definito uno dei più grandi giocatori NBA di sempre. In poche parole, senza Pippen non ci sarebbe nemmeno uno stendardo appeso alle travi dello United Center di Chicago, figuriamoci sei. Non ci sarebbe stata nessuna “Last Dance”. Non sarebbe esistito Michael Jordan come lo conosciamo oggi, né i Bulls degli anni Novanta

sarebbero stati la squadra magnifica che tutti oggi ricordiamo. Come ha fatto quel ragazzino cresciuto nella minuscola cittadina di Hamburg, in Arkansas, a superare la povertà e due enormi tragedie familiari e diventare una leggenda dell’NBA? Come ha fatto quell’adolescente magrolino, ignorato da tutti i principali programmi di basket universitari, a diventare la quinta scelta assoluta nel draft NBA del 1987? E, soprattutto, da giocatore affermato, come ha fatto a mettere da parte il suo ego e il suo potenziale straordinario per far sì che i Bulls diventassero la maggiore dinastia di basket dell’ultimo mezzo secolo? In Unguarded

Pippen finalmente mette da parte la sua nota riservatezza, prende la parola e ci parla a ruota libera di Michael Jordan, Phil Jackson e Dennis Rodman, tra gli altri, offrendo a milioni di fan del basket ciò che aspettavano da tempo: uno sguardo crudo e senza filtri sulla sua vita e sul suo ruolo in una delle più grandi e popolari squadre di tutti i tempi. DETTAGLI Editore:Rizzoli Pagine: 280 Data pubblicazione: 2021 Prezzo: 18,00 Euro

La storia mai raccontata della famiglia che ha cambiato il tennis femminile.

Il racconto delle sorelle Williams, icone del tennis mondiale Andrea Frediani, Matteo Renzoni

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enus e Serena Williams, le due donne più vincenti e influenti nella storia sportiva, sono il risultato di un preciso e lucido progetto, che ha avuto inizio prima ancora che nascessero, elaborato dalla geniale (o folle) mente del padre, Richard. Un progetto mirato a favorire l’emancipazione dell’intera famiglia, liberandola dallo stato di soggezione in cui Richard era vissuto. Prima

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in Louisiana, nel profondo Sud statunitense, poi nelle metropoli caratterizzate da profonde divisioni tra comunità bianche e nere. Richard scommette sulle figlie che devono ancora nascere, come un condottiero che vuole andare alla conquista di un impero senza avere ancora un esercito. Con le sue scelte le forgia per renderle forti, determinate, combattive e ambiziose; ma ha anche il buon senso di salvaguardare la loro crescita, distinguendosi dagli altri padri-orchi di cui il mondo dello sport è ricco. E così arrivano i trionfi: 30 slam vinti tra i 23 di Serena e i 7 di Venus, medaglie olimpiche a profusione, record di imbattibilità tuttora insuperati e una carriera interminabile, che ha

regalato loro ancora immense soddisfazioni alle soglie dei quarant’anni. Questo libro narra il percorso straordinario di una famiglia speciale, costellato di cadute e resurrezioni, trionfi e tragedie. Un famiglia vittima e testimone della violenza della società americana, capace però di diventare protagonista della storia e del costume a stelle e strisce. DETTAGLI Prezzo: 9,90 euro Editore: Newton Compton Editori Data pubblicazione: 2022 Pagine: 320



FO CUS

Tutti in campo per AIDO

Nicoletta Scarazzai

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ALBERTO CRISTANI

Villafranca di Verona, il 7 e 8 maggio, nell’ambito dell’iniziativa Familiarmente – incontri, eventi e conferenze dedicate alla famiglia, alla comunità e all’importanza dello stare bene e insieme – si giocherà una partita davvero suggestiva e particolare che vedrà protagonista la Nazionale Italiana di pallavolo trapiantati e dializzati, formazione che ha lo scopo di diffondere e promuovere la cultura della donazione. Scenderà in campo per ‘sfidare’ gli Azzurri una selezione di atleti della Polisportiva San Giorgio di Villafranca, realtà fondata nel lontano 1957 che si occupa dell’educazione dei ragazzi del territorio Villafranchese attraverso la pratica dello sport e che attualmente conta circa 900 iscritti. Ideatrice e coordinatrice in prima per-

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sona dell’evento è Nicoletta Scarazzai, iscritta all’AIDO, Associazione Nazionale Donatori Organi di Valeggio nel 2001 e successivamente diventata segretaria in AIDO Provinciale, amministratore in Regionale e revisore a livello Nazionale. Da settembre 2019 Nicoletta ha dato il la per la riapertura del gruppo AIDO del Comune di Villafranca e dal febbraio 2020 ne è diventata la presidente. “Mi sono rimessa in gioco a Villafranca” – spiega Scarazzai – “perché ritenevo giusto e doveroso mettere a disposizione dei villafranchesi la mia esperienza pluriennale in ambito di donazione degli organi, una cultura del dono che purtroppo non è ancora radicata nel territorio. Ho partecipato e sono stata coinvolta attivamente nell’organizzazione di eventi anche a livello nazionale ed è per questo motivo che ho deciso di creare un momento di sport e solidarietà all’interno di Familiarmente 2022. Credo, anzi sono convinta, che lo sport è un veicolo eccezionale

per parlare di qualsiasi argomento, specialmente di quelli che, per una serie di motivi e di un retaggio culturale, a volte sono tabù”. Prosegue Scarazzai: “Questo evento coinvolgerà tutta la cittadinanza, soprattutto i più giovani, affinché capiscano il valore della donazione, la cultura del dono e sappiano come comportarsi in caso di necessità, facendo una scelta consapevole. I ragazzi trapiantati, che giocheranno con la maglia della Nazionale della pallavolo, saranno l’esempio tangibile di come si può tornare ad una vita normale dopo il trapianto di organi. Questa manifestazione nasce anche con l’obiettivo di creare una rete attiva con le associazioni del territorio villafranchese come Fidas, Croce Verde, Emergency, Alpini, Protezione Civile. Tutti insieme per donare e far comprendere il valore del donare”. “Un grazie” – conclude Nicoletta Scarazzai – “va a tutti coloro che si sono messi a disposizione e collaborano per la buona riuscita dell’evento, in primis al Comune di Villafranca che ci sostiene e, ove possibile, ci agevola nel rendere più semplice l’organizzazione. Per sapere di più rimanere aggiornati, seguite la pagina Facebook dell’Aido Gruppo Villafranca di Verona”.


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Breaking News

AG EN DA A Lugagnano di Verona la scuola media è...sportiva!

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ANDREA ETRARI

ebutta, nel prossimo anno scolastico, l’indirizzo sportivo alla Scuola Media “Anna Frank” di Lugagnano: rispetto a una Scuola Secondaria di I grado standard l’indirizzo sportivo implica un sensibile aumento delle ore di educazione fisica (da due a cinque ore la settimana), grazie alla presenza di docenti potenziati in scienze motorie. L’iniziativa prevede pertanto un allungamento del tempo scuola di tre ore a settimana (da 30 a 33 ore) e si concentrerà su un percorso didattico focalizzato sull’utilizzo della pratica sportiva come strumento per acquisire le competenze cognitivosociali, come conoscenza pratica di diverse discipline sportive attraverso una didattica modulare e con laboratori per l’acquisizio-

ne di corretti stili di vita. Il progetto – si legge nella brochure – nasce dalla volontà dell’Istituto Comprensivo di Lugagnano di ampliare l’offerta formativa della Scuola secondaria con una sezione a indirizzo sportivo, valorizzando l’educazione fisica e motoria come disciplina che risponde ai reali bisogni degli alunni. L’attuazione del corso a indirizzo sportivo prevede la collaborazione e la sinergia con il Comune di Sona e con le numerose società sportive presenti sul territorio, anche grazie alle convenzioni stipulate con le Federazioni e il CONI. LE PECULIARITÀ DEL CORSO “L’esperienza di questi anni” – spiega la Coordinatrice del Centro Sportivo Scolastico, Prof.ssa Lucia Marchetti – “ci ha permesso di verificare e sostenere con convinzione che la pratica motoria e sportiva, svolta in

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maniera costante in forma individuale e di gruppo, aiuta e stimola l’apprendimento nelle diverse discipline scolastiche, oltre a favorire la costruzione di relazioni positive tra i ragazzi». “Un progetto in cui crediamo molto e dalle grandi potenzialità” – prosegue la Prof. ssa Daniela Castellani, olimpionica a Sidney 2000 e Atene 2004 per la Nazionale di Softball – che ci permetterà di entrare in un importante circuito, che vede l’Istituto Comprensivo Porcu-Satta di Quartu Sant’Elena, capofila della rete”. “Questa rete di scopo” – aggiunge la Dirigente Scolastica di Lugagnano Prof.ssa Elisabeth Piras Trombi Abibatu – “supporta, sia a livello organizzativo sia didattico, le Istituzioni scolastiche che hanno attivato un indirizzo sportivo, facendo leva sull’autonomia scolastica. Ad oggi in Italia 28 Istituti comprensivi sono a indirizzo sportivo e nel Veneto sono soltanto quattro. Il nostro Istituto sarà il primo nella provincia di Verona”.

Visualizza le sue attività Gestisci le sue app Controlla e limita il tempo Blocca il dispositivo

App genitori

App figlio

Sai sempre dove si trova

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agsmaim.it

DENTRO IL TUO MONDO C’È LA NOSTRA ENERGIA. PER NOI ESSERE AL TUO FIANCO SIGNIFICA FA R D I A L O G A R E L’ E N E R G I A C H E È I N T E CON QUELLA CHE È IN NATURA. IL NOSTRO UNICO OBIETTIVO È M I G L I O R A R E L A T U A V I TA Q U O T I D I A N A , N E L R I S P E T T O D E L L’ A M B I E N T E .


Highlights al Lago di Resia Green Days

26. - 29.05.2022 Bikeopening al Passo Resia www.GREENDAYS-TESTIVAL.com

Giro Lago di Resia 16.07.2022

Ortler Bike Marathon 04.06.2022

La maratona in mountainbike intorno all‘Ortles www.ORTLER-BIKEMARATHON.it

Resia Rosolina Relay 02. - 03.09.2022

La corsa podistica più numerosa dell‘Alto Adige

Correre dalla sorgente alle foce dell‘Adige

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Associazione turistica Passo Resia Via Principale 22 I - 39027 Curon T +39 0473 633 101 info@passoresia.it www.passoresia.it


Un’esplosione di novità