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# 67

€ 5,00

magazine



magazine

ANNO 13 - N. 67 - MARZO / APRILE 2021 - Periodico Testata giornalistica registrata al Tribunale di Verona n. 1807/2008

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ROBERTO MANCINI

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IVANO BORDON

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SPECIALE CONI VERONA

www.sportdipiu.net

MARINO BARTOLETTI

A tavola con Marino

Con il suo ultimo successo letterario La cena degli dei Marino Bartoletti invita (virtualmente) i lettori a cena speciale dove i personaggi ridono, scherzano, si raccontano e si (ci) commuovono


Un’esplosione p d tà


L'editoriale

di Alberto Cristani  alberto.cristani70  AlbertoCristani

Passato, presente e futuro dopo un anno di Covid

È

davvero tutto strano, molto strano. Per alcuni versi sembrano passati anni, per altri solo pochi giorni. Un anno di pandemia ci ha cambiato e per quanto ci sforziamo di guardare avanti, non passa giorno che, puntualmente, i media ci ‘aiutino’ a ricordare come eravamo e cosa accadeva nel 2020. Nell’editoriale di SportdiPiù Magazine 63/2020, in pieno lockdown, scrivevo: “…organizziamoci per ripartire, non buttiamoci a capofitto su nuove avventate iniziative ma nemmeno trinceriamoci in un controproducente immobilismo. Facciamo trascorrere questo tempo ma non sprechiamolo. Risparmiamo ma allo stesso tempo investiamo in aggiornamento e nuovi strumenti di comunicazione. Confidiamo nelle Istituzioni ma rimbocchiamoci le maniche. Non andrà tutto bene, ma non sarà nemmeno una disfatta. Il nostro futuro passa da questi step ma soprattutto dalla nostra mentalità sportiva: si scende in campo sempre per vincere, anche se l’avversario è più forte. Per farlo non basta solo correre ma serve intelligenza, tecnica, preparazione, coraggio”. Rileggendo queste righe mi rendo conto che molto del tempo che abbiamo vissuto e trascorso dal giorno zero ad oggi non è stato utilizzato al meglio: si è detto troppo e fatto poco. Quando finirò tutto questo? Nonostante le numerose ipotesi, nessuno lo sa. Tutto ciò che stiamo sopportando potrà, in un futuro non lontanissimo, restituire al mondo una popolazione migliore, più consapevole? Vorrei rispondere ‘si’, ma poi mi guardo intorno e i mille dubbi mi assalgono. Ciò che più mi rattrista di più in questa brutta faccenda è vedere i nostri giovani (le generazioni future, quelle che dovranno garantire un futuro alla nostra società…) bistrattati, scombussolati, abbandonati, quasi dimenticati. A loro abbiamo tolto troppo e dato troppo poco. Abbiamo dimenticato cosa significa essere bambini, adolescenti, ragazzi. Ci siamo scordati delle loro esigenze e delle loro motivate pretese. Lo sport poteva aiutarci a rendere tutto meno ‘brutto’. Ma anche lo sport è stato messo nel dimenticatoio. Centri sportivi, piscine, palestre sono state indicate come top

location per diffusione e propagazione del Covid. In generale l’attività fisica è stata demonizzata, senza avere dati certi su cui fondare queste teorie. In presenza di problemi si cercano soluzioni e contromisure. Per lo sport ai tempi del Covid, invece, si è semplicemente deciso di fermare tutto, un atteggiamento conferma - ahimè - che a quel famoso “euro investito nello sport che ne fa risparmiare tre in salute” non ci crede nessuno, in primis le istituzioni che in più di un’occasione hanno dimostrato indifferenza nei confronti di chi reclamava il diritto di praticare la propria disciplina. Dobbiamo guardare avanti, è vero. Dobbiamo sperare nel futuro e che tutto, prima o poi, si sistemerà. Pensiamo che #tuttoandràbene (odiosissimo hastag) che tutto tornerà alla normalità, che torneremo più forti di prima. Sicuramente prima o poi il virus ci lascerà liberi. Già, ma intanto, che si fa? Personalmente non so rispondere. Di sicuro se tutti tornassimo ad utilizzare più buon senso e parlassimo meno questo periodo di restrizioni potrebbe essere accettato con meno difficoltà e ‘cattiveria’. L’unico ‘consiglio’ che mi sento di dare è questo: quando ci viene voglia di alzare la voce per rivendicare i nostri diritti (magari dimenticandoci i nostri doveri…), guardiamo negli occhi i nostri ragazzi. Salviamo i nostri ragazzi, salviamo lo sport, salviamo il nostro futuro. Subito. “Pensate ai ragazzi, senza sport, senza obiettivi, si stanno spegnendo in questa pandemia” (fanpage.it)

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Sommario

# 67 - MARZO / APRILE 2021

COVER STO RY

18 Marino Bartoletti (giornalista/scrittore)

Editoriale Passato, presente e futuro dopo un anno di Covid

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Intervista

6

Bar Toletti light

34

Intervista

7

Uscita Verona Sud

8

Il corner di Tommasi

9

Compagni di squadra

3

Gli eroi son sempre giovani e belli

E io difendo il calcio

In punto di diritto

E io gli parlo in dialetto

10

Genitorinrete

12

Difesa schierato

14

Intervista

16

Stare Bene

24

Intervista

Sharenting" i Ågli messi in vetrina dai genitori

Non tutti i DPCM vengono per nuocere

Dino Ponchio (Coni Veneto)

Rimettersi in forma dopo le feste

Ivano Bordon (calcio)

Massimo Bertagnoli (calcio)

Roberto Mancini (calcio)

40

Intervista

44

Intervista

Paolo Dondarini (calcio)

Pierluigi Brivio (calcio)


Tdi SPORmagazinePIÙ Anno 13 - Numero 67

48

Breaking News

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SPECIALE CONI VERONA

96

SoÅa Rigato (sci)

Direttore Responsabile Alberto Cristani

104

Intervista

106

Sport Life

108

Sport Life

110

Sport Life

112

Evento

116

Intervista

118

Sport Books

Contatti redazione@sportdipiu.com a.cristani@sportdipiu.com www.sportdipiu.com

Consigli in… Corso

Progetto grafico e impaginazione Francesca Finotti

QUALE FUTURO PER L’ATTIVITÀ SPORTIVA? in collaborazione con

SPORTdiPIÙ magazine

Sportiva-Mente

120

Mindfulness nello sport

Rally del Bardolino, la ‘prima’ è da 10 e lode!

Direttore della fotografia Maurilio Boldrini

Calciatori Panini: 60 anni di storia italiana

Pallamano post Covid? #nonècosìbanale

Cortina Mondiale, successo globale

Nicola Raccuglia (calcio)

Investire per un futuro migliore: come, quando e perchè

Chiedilo al Doc

122

76

Intervista

124

Evento

80

Intervista

128

Sport Books

84

Intervista

130

The Best Workout Songs

88

Sport Life

90

Sport Life

92

Sport Life

Raoul Beltrame (fotografo)

Caporedattore Matteo Lerco

Quartieri e Inclusione: ci pensa Sport e Salute

75

Luigi Fresco (calcio)

Vice Direttore Daniela Scalia

Fabio Pagliara (Sport City)

Intervista

94

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Verona n. 1807/2008

100

Quale futuro per l’attività sportiva?

Camilla Zanolini – (tennis)

MARZO / APRILE 2021

Evento

Comitato Regionale Veneto Verona

74

Intervista

Matteo Ferrari (preparatore atletico)

In Redazione Alberto Braioni, Andrea Etrari, Bruno Mostaffi, Daniela Scalia, Giorgio Vincenzi, Marina Soave, Matteo Lerco, Matteo Zanon, Paola Gilberti, Jacopo Pellegrini Foto SportdiPiù magazine Veneto Maurilio Boldrini, Mirko Barbieri, Paolo Schiesaro, Simone Pizzini

Stampa e distribuzione Mediaprint Srl Sede operativa di San Giovanni L. Via Brenta, 7 - 37057 Verona Cell. 345.5665706

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Pubblicità marketing@sportdipiu.com Cell. 348.4425256 Abbonamenti abbonamenti@sportdipiu.com Cell. 345.5665706 Hanno collaborato Alberto Braioni, Andrea Etrari, Antonio Salvioli, Bruno Mostaffi, Cesare Monetti, Daniela Scalia, Federica Delli Noci, Francesco Minio, Gian Paolo Zaffani, Gianni Lai, Giorgio Vincenzi, Jacopo Pellegrini, Luca Tramontin, Marco Lo Scalzo, Marino Bartoletti, Matteo Bellamoli, Matteo Lerco, Matteo Viscione, Matteo Zanon, Michele Dalla Riva, Paolo Romor, Paola Gilberti, Riccardo Bonetti, Riccardo Oboe, Tommaso Franzoso.

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STO RI ES

Bar Toletti light

di Marino Bartoletti  marinobartoletti  Marino Bartoletti

Gli eroi son sempre giovani e belli

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li eroi son sempre giovani e belli. Ed erano davvero giovani e bellissimi i nostri ragazzi del nuoto. La nuova piccola razza padrona di una disciplina che ora sembra scontatamente a nostra portata (almeno - e soprattutto - negli ultimi vent’anni), ma che nel dopoguerra ci aveva visto solo ai margini della gloria: soprattutto quella olimpica. Si chiamavamo Bruno, Carmen, Amedeo, Luciana, Dino, Daniela, Sergio. Avevano vent’anni: qualcuno anche di meno. Venivano da tutta Italia: i loro nomi (e cognomi) sono diventati altrettante piscine. Che ora sono chiuse. Come è “chiuso” buona parte dello sport. Erano la nostra Nazionale di nuoto, le nostre speranze: la testa fuori dall’acqua di uno sport che stava finalmente decollando. Con loro un grande tecnico Paolo Costoli e il telecronista della Rai Nico Sapio che li seguiva per raccontarne i primi trionfi.

Dovevano andare a Brema, per una riunione che li avrebbe consacrati. Non ci arrivarono mai. A Linate il volo per la Germania venne cancellato a causa di una nebbia che andava e veniva. Mentre già si stavano organizzando per partire in pullman o in treno, li fecero salire su un aereo della Swissair per Zurigo con successive coincidenze a Francoforte e Brema. Ma a Francoforte, per i controlli un po’ pignoli alla dogana, arrivarono con 12 minuti di ritardo. Quello che doveva essere il ‘loro’ areo li lasciò a terra e giunse regolarmente a destinazione. L’aereo successivo che furono costretti a prendere si schiantò sulla pista di atterraggio! Morirono tutti! Qualcuno pensò ad una seconda Superga dello sport italiano. E non andò molto lontano dalla verità. Provate a rapportare quei nomi ai nostri eroi del nuoto di adesso o degli ultimi anni. E provate a immaginarli sparire tutti assieme e in un

attimo. Anzi, in un lampo. Si salvarono solo quei pochi loro compagni di squadra che per svariati motivi (di studio e di altro) non poterono partecipare a quella trasferta: Beneck, Boscaini, Gross, Noventa. Venne falciata un’intera generazione di giovani campioni: i migliori! Era la sera del 28 gennaio di 55 anni fa. La televisione stava trasmettendo la seconda serata della 16^ edizione del Festival di Sanremo: quella dell’eliminazione del Ragazzo del Via Gluck di Celentano. Iva Zanicchi cantava La notte dell’addio. L’onda lunga di quel dolore non si è mai fermata (anche se purtroppo non tutti sanno). Per questo mi arrabbio quando - come in questi giorni - sento parlare di sport da chi non ne conosce la memoria, il valore, la storia, la cultura: e soprattutto il significato che ha sempre avuto per questo Paese!

In memoria di: Bruno Bianchi (triestino) Dino Rora (torinese) Sergio De Gregorio (romano) Amedeo Chimisso (veneziano) Luciana Massenzi (romana) Camen Longo (bolognese) Daniela Samuele (17 anni, milanese).

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L'O PI N I O N E

Uscita Verona Sud di Daniela Scalia  dani_seamer  @DanielaScalia

E io difendo il calcio

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roppo comodo, e mi ha anche stufato. Ogni limite, ogni errore degli sport minori o poveri, è sempre colpa del calcio che si prende tutto. Il calcio si difende da solo, sicuramente avrà fagocitato quello che apparteneva ad altri, ma quando la colpa è automatica non mi sembra mai giusta. Quante volte siamo andati con la troupe a filmare sport o stadi “minori” per trovare chiuso, o che avevano litigato tra di loro, o che si erano dimenticati. Poi il servizio non va in onda ed è colpa del calcio? Mi sfilo. So che rende molto fare la populista e dire in diretta che c’è un nemico maggio-

re brutto e cattivo, ma, come si suol dire, passo, lascio ad altri che sono più bravi. Troppi sport che per comodità e ironia definisco minori, si suicidano. Altro che calcio. Che poi non mi piacciano tutte le derive di comportamento, le esagerazioni, le mafie, beh, credo sia evidente. Ma non bisogna confondere i danni dell’alcool con il Recioto o il Bardolino. Gli sport “vittima” troppo spesso hanno due federazione, molte scissioni, troppe email di protesta illimitata, credo che la prima cosa per far crescere gli sport alternativi sia evitare di santificarli. Il calcio è bello, è “un Football originario” fratello di hockey, pallanuoto, rugby, basket, e spesso viene giocato con lo spi-

rito giusto, da vero sport anglosassone. Dopo l’esperienza magnifica di allenatrice del FC Lugano e dei ragazzi di Verona provo ancora più fastidio per l’equazione automatica “calciatore = fighetto”. Così come mi irrita l’automatismo “rugbista = nobile”. Ok, se diciamo “vero rugbista = nobile” ci sto, ma non basta iscriversi. A Lugano ho visto calciatori comportarsi benissimo e rugbisti umiliare loro stessi e il “marchio ovale” tutto nel raggio di pochi metri. So di cordate calcistiche per salvare gli sport minori (rugby incluso), come so di “bravaggente” che ha fatto saltare club di disabili e pubblicamente dà la colpa al calcio. Sarà mia cura far saltare loro, e quando serve, difendere il calcio.

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L'O PI N I O N E

Il corner di Tommasi di Damiano Tommasi  damiano.tommasi  @17Tommasi

In punto di diritto

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l Torino che non parte per Roma mi ha evocato una frase sentita spesso quando, per tirare le fila e riordinare le "ragioni", giungeva la fatidica frase...."in punto di diritto". Attenendosi alle norme, infatti, il Torino è rimasto correttamente a Torino e la Lazio è andata correttamente a "giocare". Altra immagine di questi giorni che mi fa pensare al "punto del diritto" è la sentenza del tribunale di Bolzano. Alex Schwazer assolto perché le provette contenenti i campioni di urina risultano alterate "con alto grado di credibilità razionale". Quindi, correttamente non colpevole per la giustizia ordinaria ma, tuttora squalificato per la giustizia sportiva che "correttamente" si attiene alla sentenza data e che, per poter essere rivista, dovrà valutare l'eventuale ricorso. In entrambi i casi, non scatta nessun meccanismo svincolato dal legalese e allora mi

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viene da fare un passo indietro. La nostra convivenza ha trovato nella storia una forza ed un aiuto nella scrittura delle regole condivise. Dovevano, e dovrebbero, essere un supporto, un facilitatore ma a furia di ricorsi, interpretazioni e cavilli siamo finiti in un imbuto estraniante che ci ha fatto perdere di vista l'obbiettivo. È quello che accade ad ogni nuovo Dpcm che da un anno a questa parte orienta la nostra quotidianità. Con quanti conviventi posso viaggiare verso un altro gruppo di conviventi? Ma se aspetto la mezzanotte posso uscire dal comune? In zona arancione posso fumare all'aperto? E se oltre ai giornali offro i caffè quante persone posso far entrare? Ma il tampone lo devo fare entro le 72 ore o se sono 65 va bene uguale? Se ogni 15 minuti mi allontano 30 secondi, quando mi riavvicino riparte il conteggio o si sommano a quelli di prima? Il contatto deve essere stretto stretto o è sufficiente

guardare dalla parte opposta? Cavilli, virgole, sanzioni, ffp2 vere o false, un metro, qualche centimetro, aperte o socchiuse. Solo dettagli? E intanto ci siamo abituati al bollettino quotidiano che non sembra più raccontarci di vite vissute e sofferenze concrete ma solo il rischio di passare da zona gialla a zona arancione (rinforzato o no) ma basta che non sia rosso. Hanno ragione gli esperti giuridici a farsi guidare pedissequamente da procedure e articoli, da sentenze passate in giudicato e da gerarchie delle fonti, dai dettagli che "in punto di diritto" diventano dirimenti. Temo, però, che la china ormai presa ci stia portando sempre più a concentrarci sulla "punta di quel dito" che in questi giorni, oltre alla luna, ci vorrebbe addirittura indicare Marte (rosso)...dove mi auguro che Perseverance più dell'acqua trovi ancora in vita un briciolo di Buon Senso.


L'O PI N I O N E

Compagni di squadra di Luca Tramontin

E io gli parlo in dialetto

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a sei sicuro di non aver mai giocato rugby? E di non avere parenti veneti? E di avere studiato a Zurigo e non a Ca’ Foscari? F Boh. Enrico “Chico” Grisetti è un mistero. Parto da una quindicina di anni fa. Nauseato da una parte del rugby e con un conto in sospeso con l’altro mio sport, nel 2006 ho iniziato a giocare a Hockey a Bellinzona con una squadra (all’epoca) di genitori. Che esiste ufficialmente dal 2007. L’anno scorso c’è stato il sorpasso, il GGDT Hockey Bellinzona è la squadra che mi ha sopportato più a lungo, ha superato di un anno il Rugby Belluno delle giovanili. Nella storia del GGDT sono stati eliminati i rari brontoloni (una mail e via, brontola altrove, come si usa a SPORT CRIME) e sono entrati molti giovani forti, e di vera scuola hockeystica. Sono aumentate le amichevoli (tra le tante nomino guarda caso le due di Alleghe e quella di Auronzo) e il ritmo del gioco. Risultato, un bell’ambiente e una bella squadra. Tanto ci vuole? Scarso di pattini ma sempre più esagerato e professionale (e non mi vergogno) nell’approccio, mi ritrovo con un gruppo di circa 30 giocatori, di cui il più antipatico mi sta indifferente, la maggioranza mi sta molto simpatica e il gruppo dei tiratardi mi è sempre più caro, fondamentale, risolutivo, necessario. Ammetto, mi alleno anche due volte al giorno per fare le amichevoli (quando va bene) contro la squadra della banca o dei vigili. Ormai non cambio più. Ma Chico? Mi viene da parlargli in dialetto, eppure (a differenza di altri hockeisti GGDT) non ha origini venete. Non ha mai fatto sport di squadra prima, boh.

Hai presente quegli animali di squadra, quei terzini che pensano a difendere, a coprire, e se ne ciavano di fare gol? Quelli che giocano anche da infortunati (con la squadra del giovedì sera) pur avendo un’azienda grossa e quattro figlie. Lo vedi nei panni e nella tuta da lavoro di se stesso nell’episodio numero 1 di SPORT CRIME (“Hail Dear Jab”, quello del pugilato e MMA). Per quell’episodio (così, senza chiedere niente, per indole) ci ha fornito una figlia da olimpiadi (Giada, la ginnasta azzurra che avete visto anche a Sportitalia), un’azienda vinicola con centinaia di botti antiche e un museo, un vitigno storico per le immagini di allenamento, un catering, una giornata di lavoro, una moglie (altra sportiva elitaria) e altro che sicuramente scordo. La spiegazione tecnico-sociologica è insufficiente ma chiara: un animale da squadra che purtroppo non ha mai giocato uno sport adatto a lui prima della mezza età. Capisce moltissimo di hockey, ma anche di strutture di gioco, più di quelli che hanno giocato.

Forse perché l’azienda è una squadra, quando dici che quella squadra è scarsa non in attacco ma nel settore fisioterapico non fa le battute degli altri. E non ti dice “sì sì, ma in campo ci vanno i giocatori, mica il fisio”. Le due figlie “olimpiche” studiano e si allenano a Bollate, lui prende l’aereo e va alle gare, sarà per questo che non ride quando dici che per vincere lo scudetto serve una buona logistica di trasferta tanto come un buon top scorer. Forse “pesca di qua e di là” e mette insieme con intelligenza, così mi dice mio figlio, io rispondo sì, ma “manca an toc”. Peccato, perché chi crede nella scienza della compensazione e nella teoria lavorativa dei “vari Football” sa che sarebbe stato un ottimo professionista di uno qualsiasi dei citati sport. Ho detto ottimo, sicuramente non un fuoriclasse, perché Chico non ha grandi doti motorie, non è molto veloce, né molto esplosivo, né troppo alto, né troppo niente. Ripeto, manca un pezzo, i conti ovali tornano, gli altri no.

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FO CUS GENITORINRETE

Sharenting: i figli messi in vetrina dai genitori PALOMA DONADI

È

un fenomeno a cui assistiamo da anni e che non accenna a rallentare. Lo sharenting è la pubblicazione di foto, video e contenuti riguardanti i minori, da parte dei loro genitori, nonni o zii. Purtroppo, questa sovraesposizione mediatica comporta numerosi rischi. Pubblicare significa “rendere pubblico”: quello che prima era privato, personale, diventa di pubblico dominio. A quanto pare, pur di ottenere qualche like in più siamo disposti a sacrificare la privacy (e a volte la dignità) di chi invece dovremmo proteggere. Quali sono i rischi dello sharenting Per elencarli tutti bisognerebbe scriverci un libro. E c’è chi lo ha fatto. Gianluigi Bonanomi è l’autore di “Sharenting” (ed. Mondadori) e del sito www.sharenting.it, che contiene un test di autovalutazione. Gli abbiamo chiesto com’è la situazione in Italia: “Il trend è negativo da qualche anno, soprattutto perché i genitori hanno… più like da inseguire: dopo Facebook, papà e mamme si sono spostati in massa su Instagram, poi TikTok, senza trascurare i sistemi di messaggistica vecchi e nuovi. Trend in forte crescita, dicevo, fino all’esplosione durante il lockdown del 2020: tutti chiusi in casa, senza la possibilità di condividere contenuti su vacanze, gite, cene, concerti, sport e così via, che cos’altro potevano condividere se non la propria vita privata?” Nulla di buono, dunque, specie con gli esempi negativi di vip e influencer. Ha fatto parlare il caso della madre di un ragazzo sedicenne, condannata dal Tribunale di Roma a rimuovere le immagini e i contenuti pubblicati sui social, contro il volere del figlio, pena 10.000 euro di sanzione. La legge parla chiaro: per pubblicare le foto dei figli su internet occorre il consenso di entrambi i genitori. Se anche uno solo dei genitori non è d’accordo, il

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contenuto non è pubblicabile. Uno studio ha rivelato che prima dei 13 anni i bambini hanno già oltre 13.000 foto e video pubblicati in rete dai loro genitori. (Report sulla qualità dell’infanzia, Regno Unito). Il bambino, a sua insaputa, detiene già una “identità digitale”, ovvero un ecosistema di contenuti che lo riguardano, presenti in rete. E sappiamo che se finisce in rete, non può più essere cancellato. Lasciamo ai i nostri figli il diritto di creare da soli la propria identità digitale, una volta che avranno l’età per poterlo fare e la giusta consapevolezza. Ma se non gliela insegniamo noi questa “consapevolezza”, come pensiamo possano acquisirla? Insegniamo ai più piccoli che esiste una sfera privata e che ogni persona, anche nel mondo digitale, ha la piena padronanza di decidere cosa mostrare e cosa no. Il cyberbullismo è dietro l’angolo Seminare foto e video dei momenti più buffi dei nostri bambini, potrebbe esporli al rischio di prese in giro. Ricordiamo che purtroppo, è sempre più precoce l’età in cui i bambini entrano in possesso di un dispositivo digitale, o lo usano in casa. Non è difficile per loro accedere a chat e social, magari proprio attraverso i device dei genitori.

Facciamo attenzione anche a inviare foto in gruppi o chat che crediamo private: non possiamo sapere quale uso verrà fatto del materiale che noi stessi abbiamo fornito. Pedofilia e adescamento online Buona parte del materiale recuperato dagli archivi dei pedofili del web, contiene foto di bambini postati sui social dai loro genitori. Questi data base contengono foto di bambini, anche molto piccoli, in contesti quotidiani. Inoltre, esistono software di nuova generazione che consentono di manipolare foto e video di un corpo, ad esempio, sostituendone il volto. Pubblicare in rete foto e video di bambini, anche se in buona fede, potrebbe alimentare questo circo degli orrori, a discapito dei più indifesi. Un altro errore che molti commettono è il svelare troppe informazioni sui gusti e le abitudini di bambini o ragazzini, esponendoli al rischio di adescamento. Sapere che a quel bambino piace un determinato sport, film o canzone, può fornire un aggancio all’adescatore per iniziare un dialogo a suo vantaggio. Rivelare indirizzi, orari, spostamenti o altro, può mettere a rischio la sicurezza nostra e di chi amiamo. Ne vale davvero la pena, per un like?


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ATA R E I H C S A S E DIF

Non tutti i DPCM vengono per nuocere AVV. PAOLO ROMOR, AVV. MARCO LO SCALZO

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ornano gli approfondimenti di diritto sportivo degli esperti di Difesa Schierata. In questo articolo scopriamo le recentissime e alterne vicende delle agevolazioni fiscali per gli sportivi professionisti stranieri. Il Decreto Legge n. 34 del 30 Aprile 2019 (cosiddetto Decreto Crescita) ha espressamente e specificatamente esteso agli sportivi professionisti, con efficacia a far data dal 30 aprile 2019, il regime fiscale di favore che era precedentemente stato introdotto, per i lavoratori provenienti dall’estero che avessero trasferito la loro residenza in Italia, dal Decreto Legislativo n. 147 del 14 settembre 2015 (cosiddetto Decreto crescita e internazionalizzazione). La novità normativa prevedeva in particolare, per gli sportivi professionisti che avessero trasferito o ritrasferito la propria residenza in Italia impegnandosi a mantenerla per due anni e a svolgere la propria attività sul territorio nazionale, agevolazioni quali: a) la detassazione del 50% del reddito b) l’introduzione di un contributo, pari allo 0,5% della rimanente base imponibile, dedicato al potenziamento dei settori giovanili. Peraltro la concreta attuazione di quest’ultimo aspetto veniva rinviata, dal Decreto Legge del 2019, ad un successivo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (l’oramai celeberrimo D.P.C.M.), che però, ad oggi, non è stato ancora emanato. E proprio su questa lacuna si è concentrata l’attenzione dell’Agenzia delle Entrate che, con la Circolare n. 33 del 28 Dicembre 2020, ha negato la possibilità di applicare il regime di favore agli atleti professionisti in assenza del D.P.C.M. attuativo.

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Tale opinione, per quanto immediatamente criticata dagli studiosi - soprattutto perché, a ben guardare, il decreto legge non subordinava l’efficacia dell’agevolazione all’emissione del D.P.C.M. attuativo, ma si limitava a demandargli alcuni aspetti pratici - ha ovviamente generato grande incertezza e preoccupazione, soprattutto nell’ambito di quei club che avevano posto in essere rilevanti operazioni di mercato (è facile individuare dopo il 30 aprile 2019 gli acquisti di giocatori del calibro di Lukaku, Eriksen, Arthur, De Ligt, Ibrahimovic, Ribery n.d.r.): investimenti le cui caratteristiche sarebbero state nettamente stravolte in conseguenza del raddoppio del valore delle imposte che, in buona fede, era stato preventivato e messo in conto. Una situazione oggettivamente di caos, che renderebbe difficile e problematica la programmazione economica per molte società sportive, e che - a quanto

si apprende dalla stampa - ha portato dapprima i vertici della Figc e della Lega Calcio ad intervenire presso il Governo e, quindi, quest’ultimo a predisporre in zona Cesarini, considerata la recente crisi, un D.P.C.M. (in corso di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale nel momento in cui scriviamo n.d.r.) che, appunto, darà applicazione pratica e concreta alla previsione del contributo per i settori giovanili. Così facendo verrà colmata la lacuna evidenziata dall’Agenzia delle Entrate e verrà assicurata la possibilità di fruire dei benefici fiscali anche retroattivamente, cioè fin dal 30 aprile 2019, data di entrata in vigore della norma di favore. Conseguentemente tutti gli atleti stranieri giunti in Italia dopo tale data potranno, se in regola con gli ulteriori requisiti richiesti dai predetti decreti, applicare il regime agevolato a partire dall’anno d’imposta 2020.


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I NTERVISTA Dino Ponchio

Vita nuova per il Coni Veneto per questo grande obiettivo raggiunto: come ci si sente nei panni del Presidente del Coni Veneto? «Mi sento come un nocchiero in un mare in tempesta in quanto non sappiamo bene in che porto ci condurrà la riforma dello sport voluta dalla politica. Comunque, come ho detto a fine assemblea, desidero essere il presidente di tutti, come si dice sempre, ma voglio dimostrare coi i fatti. Fatti da attuare con la collaborazione di tutti coloro che vorranno darla a me e allo sport veneto».

ALBERTO CRISTANI

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l padovano Dino Ponchio è il nuovo Presidente Regionale del Coni Veneto. L’ex direttore scientifico della Scuola Regionale dello Sport è stato eletto lo scorso 13 marzo è succede a Gianfranco Bardelle che lascia così la presidenza dopo ben tre quadrienni consecutivi. L’investitura ufficiale è stata suggellata da 45 preferenze e da 9 schede bianche. Ponchio avrà con sé in Giunta il rappresentante degli atleti Rossano Galtarossa e Clara Campese, Roberto Nardi e Guido De Guida in rappresentanza delle Fede-

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razioni Sportive Nazionali. Rappresentate dei Tecnici nella nuova giunta è Monica Stecca mentre Luca Terrin è stato eletto per le discipline sportive associate. Gli enti di promozione sportiva saranno infine rappresentati da Andrea Albertini. Un nuovo quadriennio sportivo quindi per il Coni Veneto con l’auspicio che possa regalare soddisfazioni e garantire sostegno a tutte lo sport regionale. In questa intervista il Prof. Ponchio ci racconta come affronterà questa nuova, stimolante e importante esperienza, a servizio di tutti gli sportivi veneti. Prof. Ponchio, innanzitutto complimenti

Quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta a candidarsi? «Ho maturato questa decisione dopo l’attenta analisi e riflessione sull’attuale delicata e difficile situazione dello sport e, in generale di tutta la società, accentuata dalla pandemia Covid. In ambito sportivo, che come detto, ci sono delle criticità derivanti dalla riforma Coni. Negli ultimi tempi inoltre abbiamo assistito alla fase ‘dura’ – nei confronti del Coni – per quanto riguarda l’applicazione della riforma governativa, in particolare nel lasciare a livello territoriale delle vere competenze tecnico-organizzative. Questo, oltre le premesse iniziali, mi ha stimolato molto e convinto a mettermi a disposizione del movimento sportivo Veneto». Una decisione meditata quindi… «Certo, che deriva anche dalla constatazione che stiamo vivendo un periodo storico epocale. Quando, prima o poi, ci lasceremo questa pandemia alle spalle, nulla sarà più come prima, sia nella vita sia nello sport. Ritengo quindi sia arrivato il momento di avere idee chiare e di essere concreti; dobbiamo limitare i danni, anzi, se possibile, estrarre dalle difficoltà delle opportunità. In questo senso, con la squadra che mi affiancherà e con l’aiuto dello sport veneto, dovremo trovare risposte a problemi nuovi e mai


Gianfranco Bardelle, Presidente uscente Coni Veneto

affrontati prima». Coinvolgendo anche realtà ‘fuori’ dal mondo dello sport… «Si, dovremo essere così bravi a ‘costringere’ ad interagire con noi anche Regione, Enti Locali, Istituzioni pubbliche e private, affinché ci supportino. È appurato che lo sport non è più solo attività ludica, sportiva, motoria e agonistica ma rappresenta un bene primario: è agenzia educativa, è risposta a bisogni sociali. Su questi temi si potrà e dovrà basare la futura azione del Coni. Un Coni di servizio e al servizio dello sport e di tutta la società». Che presidente Coni Veneto sarà Dino Ponchio? «Di certo non un uomo solo al comando. Il mio ruolo sarà soprattutto quello di rappresentare il movimento sportivo veneto, la sua forza, i suoi valori e le eccellenze espresse da sempre. Il mio programma si basa su una serie di proposte aperte alle idee di chi vorrà interagire con me. Tutti i suggerimenti verranno vagliati e recepiti. Voglio puntare ad una gestione del Coni in evoluzione, più un Coni ‘del fare’ e ‘non del dire’, quello dell’essere e non dell’apparite. Sembrano slogan ma posso assicurare che è quello che farò. Quindi porte aperte nella sede centrale di Padova e uffici provinciali che diventeranno ancor di più di servizio e al servizio del mondo dello sport. Inoltre sportelli di consulenza, di supporto e aiuto per le Società e Dirigenti che si trovano ad affrontare un periodo durissimo per tenere in vita le loro realtà associative. Un Coni quindi che svolgerà quel ruolo di coordinamento che gli spetta da statuto, ma che può e deve meritarsi nei fatti e nel rapporto non formale ma nel merito dei problemi con tutte le Federazioni». Quanto la potrà aiutare la sua esperienza come dirigente sportivo? «Non nascondo che l’esperienza decennale che ho maturato quale Direttore Scien-

tifico della Scuola Regionale dello Sport (che Ponchio lascerà come già annunciato a inizio anno n.d.r.) mi ha molto aiutato a cogliere e capire le tante sfaccettature del nostro mondo, con le sue naturali differenze nelle attività, ma con problematiche spesso comuni. A questa trasversalità di interessi e problemi dovremo riferirci in futuro per operare delle economie di scala che, mai come ora, si rendono necessarie. Nel fare questo passo sono stato sostenuto, appoggiato e incoraggiato, da molti amici che ho contattato in modo informale prima di muovermi ufficialmente. Non nascondo che è anche mia intenzione continuare nel solco tracciato

con grande capacità e maestria da Gianfranco Bardelle, cercando, naturalmente, di mettere del mio e avere un grande aiuto dalla squadra che mi affiancherà». Prof. Ponchio, cosa si sente di promettere agli sportivi e allo sport veneto? «Posso promettere che metterò tutto me stesso nel progetto che desidero portare avanti con la mia squadra, che non è formata solo dai componenti la Giunta, ma da tutti i rappresentanti del mondo sportivo veneto. Quindi non promesse da marinaio, ma sulle cose da fare, da fare bene e fare insieme a tutti, coinvolgendo in modo attivo le Istituzioni, Regione Veneto in primis».

Chi è Dino Ponchio Sposato, padre di una figlia e nonno di Riccardo e Giacomo, Dino Ponchio (nato a Cartura Padova il 9 maggio 1946) si definisce “atleta scarso, ma innamorato dell’atletica” che pratica al Cus Padova. Insegnante di Educazione Fisica, Tecnico di Atletica Leggera diventa: – Direttore dei Centri Giovanili del Comune di Padova – Tecnico Nazionale Fidal e percorre tutti i ruoli (Fiduciario Tecn. Regionale – Tecnico Nazionale – Responsabile del Settore Salti e Programmatore – Commissario Tecnico Nazionale; – Direttore Tecnico Nazionale – Direttore Area Tecnico-Organizzativa – Consigliere del Presidente – Coordinatore del Centro Studi e Ricerche; Responsabile Progetti Speciali e 3°Missione. Inoltre è Componente della C.V.D. (Commissione Vigilanza Doping del Ministero della Salute), Presidente e Delegato Coni Padova, Direttore Scientifico Scuola Regionale dello Sport del Veneto, Relatore a “corsi e convegni” di livello: Reg.le/Naz.le/ Int.le, Organizzatore di eventi sportivi e attività di formazione a tutti i livelli. Ha partecipato, come tecnico ufficiale, a 6 Olimpiadi, 12 Campionati del Mondo di Atletica (outdoor e indoor), 11 Campionati Europei di atletica leggera, 6 Universiadi e 7 Giochi del Mediterraneo. Ha ottenuto, da atleti/e direttamente allenati/gestiti come Responsabile tecnico federale oltre 200 medaglie nelle rassegne sopra descritte. È stato insignito, per meriti atletici e sportivi, della Quercia di 1°/2°/3° grado Fidal e Stella di 1°/2°/3° grado Coni.

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STARE BEN E

A tavola con Federica

Dott.ssa Federica Delli Noci Dietista - Specializzata in Scienze dell’Alimentazione

Rimettersi in forma dopo le feste

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urante le feste natalizie, e quest’anno ancor più degli anni precedenti, si sa, è stato impossibile resistere alle tante golosità dolci e salate presenti sulle nostre tavole. Pranzo dopo pranzo, cena dopo cena e panettone dopo panettone, la prova del peso sulla bilancia non sarà stata superata dalla maggior parte di noi. E adesso ci ritroviamo con qualche kg in più terrorizzati dall’idea di non riuscire più a rimediare. Ecco qualche consiglio utile per ritrovare la propria forma fisica e per riprendere al meglio l’attività sportiva (sempre nei limiti consentiti !):

- Evitare di digiunare o saltare più pasti

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durante la giornata perché a lungo andare questa tendenza comporta un rallentamento del metabolismo e una perdita di massa magra che può compromettere le prestazioni sportive oltre che predisporre ad un maggior rischio di infortuni. Mangiare poco e spesso per evitare di arrivare troppo affamati ai pasti principali e per avere più energia durante gli allenamenti. Limitare il consumo di formaggi, carne rossa e trasformata preferendo pesce, uova e legumi. Preferire i cereali integrali a quelli raffinati, contengono più fibra e garantiscono una migliore distribuzione degli zuccheri in fase digestiva Bere di più: consumare tè, tisane (senza zucchero) e acqua durante la giornata e durante gli allenamenti, specie se molto prolungati Non ostinarsi a voler consumare tutto quello che è avanzato dopo le feste: sfruttiamo il congelatore per conservare gli avanzi! Consumare verdura ad ogni pasto per aumentare il senso di sazietà e

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rallentare l’assorbimento di grassi e zuccheri - Ridurre i carboidrati ma senza toglierli completamente: cercare di distribuirli in modo uniforme nell’arco della giornata destinandone una parte ai pasti che seguono gli allenamenti per migliorare la fase di recupero. Un altro aspetto importante per chi effettua sessioni di allenamento

molto intense e prolungate, è quello delle merende pre allenamento e dell’integrazione idrosalina, spesso trascurata, soprattutto nella stagione invernale. Per tutti coloro che preferiscono avere un approccio nutrizionale più naturale evitando i prodotti industriali, suggerisco un paio di ricette per realizzare con facilità delle barrette energetiche e degli sport drink utili in fase di recupero post allenamento.


SPORT DRINK HOME MADE 500 ml di acqua (o un infuso di tè verde) Succo di 2 limoni (o di un’arancia o un pompelmo) 1 cucchiaino di miele (o zucchero) 1/4 di cucchiaino di sale 1/4 di cucchiaino di bicarbonato Unire tutti gli ingredienti e sbatterli energicamente in uno shaker o in una borraccia.

BARRETTA ENERGETICA 250 gr fiocchi di avena 150 gr miele 100 gr farina di cocco 50 gr granella di pistacchi 15 gr cioccolato fondente (o gocce di cioccolato) 2 cucchiai olio extravergine d’oliva In una ciotola versare i fiocchi d’avena e la granella di pistacchi, unire al composto il miele fatto scaldare precedentemente a fuoco moderato, aggiungere la farina di cocco, l’olio e le gocce di cioccolato. Mescolare bene il composto e versarlo in una teglia rettangolare foderata con carta forno e compattare l’impasto delle barrette energetiche aiutandosi con il dorso di un cucchiaio leggermente bagnato. Far cuocere le barrette in forno statico a 150° per circa 30 minuti, quando saranno ben dorate in superficie, toglierle dal forno e lasciarle raffreddare per 4/5 ore prima di tagliarle in porzioni da 25 gr l’una. In alternativa ai pistacchi, si possono usare altri tipi di frutta secca (noci, mandorle, nocciole) secondo i propri gusti personali.

Gold sponsor

Pallamano Olimpica Dossobuono SdP / 17


COVER STO RY ti t Marino Bartole

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Foto: Marino Bartoletti, Dante Valenza-Gente

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La cena degli dei nasce da una domanda che da bambini noi tutti ci poniamo: dove vanno IÅVQZMQVW[\ZQMZWQ i nostri campioni, i nostri miti?

MICHELE LERCO

L’ A cena con Marino

espressione ‘scrivere la storia’ è una lucida utopia. In tanti hanno provato a tradurre tale aspirazione ideale in prassi, ma solo in pochi sono riusciti a coglierne e preservarne la vera essenza. C’è un personaggio però più di altri la cui carriera sintetizza in maniera perfetta il significato più vero di tale affermazione: Marino Bartoletti per lo sport italiano è un patrimonio umano, un giornalista in grado di smuovere masse ed emozioni, che grazie a professionalità, passione ed etica del lavoro è diventato un riferimento inamovibile per tutto il movimento tricolore. Scorrendo il suo curriculum balza immediatamente all’occhio il grande eclettismo che lo caratterizza, una dote innata, quella di vestire alla perfezione qualunque abito abbia scelto di indossare in cinquant’anni di giornalismo, che gli ha permesso di evolversi costantemente, senza mai tradire i principi che l’hanno sempre accompagnato. La sua ultima fatica letteraria intitolata La cena degli dei è un inno allo sconfinato amore che ha nutrito per lo sport, i motori, la musica, l’arte: in un simposio paradisiaco Bartoletti ha riunito – dietro invito del ‘Grande Vecchio’, Enzo Ferrari, su concessione del ‘Grande Vecchio Titolare’, il padrone dell’Empireo – alcuni dei più grandi eroi

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amici e di riunirli attorno ad una tavola rotonda. In realtà l’invito è rivolto anche a personaggi che non ha avuto il piacere di conoscere in vita perché arrivati successivamente, come Pantani e Simoncelli, o perché giunti prima, come Francesco Baracca, l’eroe dell’aria». Quanto c’è del Marino Bartoletti giornalista nel raccontare i personaggi e quanto invece è stato romanzato? «Mi vien da dire che sono state raccontate solo storie vere. Il gioco è proprio questo: far relazionare delle persone che di fatto non si sono mai conosciute pur magari avendo svolto la medesima professione, come Senna e Nuovolari, posizionati questi ultimi ai fianchi di Lucio Dalla, il quale curiosamente ha dedicato loro due delle sue opere più straordinarie. Tutti gli invitati trovano la loro chiave di decodificazione nelle relazioni umane che sviluppano nell’arco della cena: Lady D è ‘attratta’ da Baracca, maggiore di cavalleria che gli ricorda un ufficiale con cui ha avuto a che fare in vita, Pavarotti è entusiasta di ritrovare Maria Callas, nonostante i due non si siano mai incontrati realmente su un palcoscenico. Tutti ascoltano interessati i racconti che si susseguono durante la serata. Sono personaggi che ho chiaramente a cuore, ma penso di non sbagliare se affermo che anche Ferrari sia stato legato affettivamente a tutti loro».

che abbiano scritto la storia del nostro Paese, ma non solo. SportdiPiù, attraverso una live appassionata sulla piattaforma Facebook, ha intavolato con Marino un post-cena nel quale si è discusso, sognato, rivissuto aneddoti. Immaginando un domani più terso rispetto al nebuloso presente che sta caratterizzando il nostro oggi. Marino, in passato promettesti che non avresti mai scritto un libro… poi cos’è successo? «Hai ragione, promisi solennemente che non avrei mai scritto libri e che non sarei mai entrato su Facebook e alla fine non ho mantenuto né una né l’altra promes-

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sa (ride, ndr.), ma tutto sommato sono contento di non averlo fatto. La cena degli dei nasce da una domanda che da bambini noi tutti ci poniamo: dove vanno a finire i nostri eroi, i nostri campioni, i nostri miti? Da adulto finalmente mi sono dato una risposta, provando ad immaginare un ritrovo in un luogo non identificato, ma che assomiglia molto ad un Olimpo, organizzato da un ‘Grande Vecchio’ ovvero Enzo Ferrari che nel racconto deve relazionarsi con un ‘Grande Vecchio Titolare’ caratterizzato da una lunga barba con cui non va sempre d’accordo. Ferrari chiede al suo angelo – che assomiglia moltissimo al suo assistente in terra Franco Gozzi, da qui il nome Francangelo – di trovare dei suoi vecchi

Dalle pagine dell’opera si evince come ÅT̆ rouge KPMXMZUMITIKMVI[QIT¼®IЄM\\W¯ uno strumento di coinvolgimento dello spettatore che dovrebbe essere sempre tenuto presente anche a livello di gestione dirigenziale di società sportive. Pur nella «distanza» dovuta alla Pandemia, abbiamo la necessità di sentire vicini i nostri campioni e in questo scenario in^M[\QZM[]TTIKWUXWVMV\MIЄM\\Q^I·[MQT [MV\QUMV\WvZMITM·X]ZQ^MTIZ[QM[\ZMmamente importante… cosa ne pensi? «Hai colto il senso del mio lavoro. Uno delle maggiori soddisfazioni che ho ricevuto dalla pubblicazione del libro è stato proprio l’impatto culturale che ha avuto sulle nuove generazioni. Molti giovani mi hanno infatti contattato per dirmi che sono andati a ricercare le storie dei vari protagonisti della cena e questa per me è già una piccola vittoria. Il libro si è rivelato un ‘enzima di curiosità’: questa è la testimonianza del buono che abbiamo il dovere di coltivare, fornendo ai nostri figli e nipoti degli esempi straordinari, quali sono gli undici campioni che ho selezionato. La stessa esistenza di Ferrari è un qualcosa di incredibile: è stato un


L'Hellas Verona campione d'Italia ospite alla Domenica Sportiva condotta da Marino Bartoletti.

Marino Bartoletti insieme a Lucio Dalla.

uomo burbero, cinico, ma anche dotato di grande sentimento, temprato dalla sofferenza. Nonostante tutto ha sempre trovato il coraggio di guardare avanti». Che rapporto hai avuto con Ferrari? «Quando lo incontrai per la prima volta, come comprensibile, mi tremarono le gambe. Davanti a me avevo un mito, o forse qualcosa di più, ma appena parlammo ne apprezzai subito la tenerezza. Trovammo subito dei punti d’incontro particolari: io sono di Forlì e anche sua madre era forlivese, per questo pretese di parlarmi in un improbabile dialetto romagnolo che io feci finta di comprendere. Mi ha sempre trattato come un figlio e questo ha sedimentato in me una devozione nei suoi confronti che mi porto dentro ancora oggi. L’ho visto in momenti di debolezza, di simpatia, di arrabbiatura, di profonda ironia. Per come la vedo io ha dato seguito al genio di Leonardo Da Vinci nel mondo». Nel libro mancano Maradona e Rossi, ma al di là di queste due icone, venute a mancare recentemente, il calcio non è presente. Scelta ponderata o pura casualità? «Avevo selezionato un paio di candidati, ma poi ho pensato che la formazione fosse perfetta già così. Nel procedere con la scrittura ho maturato una consapevolezza: in fondo l’attività svolta in

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Sono in aperto contrasto con chi considera lo sport un fenomeno elitario. Lo sport nella sua quotidianità è una medicina

vita da questi ‘dei’ è marginale rispetto all’umanità che sono stati in grado di trasmettere. In pole position c’era comunque Gaetano Scirea, il quale sono certo si sarebbe divertito a parlare con questi invitati, superando la sua proverbiale timidezza. Magari nel sequel rimedirò in qualche modo». Se ti dico Verona, annata 1984-85 cosa mi rispondi? «L’anno dello Scudetto presentavo La Domenica Sportiva e conservo ancora come una reliquia la foto della fantastica squadra che festeggiò il Tricolore insieme a noi in trasmissione. Ricordo il rapporto con Chiampan, con Guidotti, ma soprattutto l’amicizia fraterna con Bagnoli, un allenatore con grandissimi valori e con un talento professionale fuori dal comune. Andai a trovare i ragazzi all’inizio della stagione successiva e mi regalarono la maglia di Di Gennaro: in quello spogliatoio si respirava un clima, forse, irripetibile. Mi piace pensare ad una possibile “replicabilità” di quel miracolo anche nel calcio odierno, uno scenario, quello attuale, nel quale una realtà come l’Atalanta è capace di mettere in difficoltà i grandi potentati economici. L’amore artigianale con cui si porta avanti un progetto a volte fa davvero la differenza». Mandare avanti lo Sport nell’epoca del Covid-19 è considerato quasi come un ‘capriccio’. Stiamo vivendo un paradosso nel paradosso? «Sono in aperto contrasto con chi considera lo sport un fenomeno elitario. È chiaro, vedere gli stadi vuoti ci rende tutti tristi, ma dobbiamo armarci di pazienza, contribuendo ad alimentare un fuoco che deve necessariamente continuare ad ardere. Lo sport nella sua quotidianità è una medicina: è stato studiato come ogni euro investito in questo settore porti ad un risparmio di cinque euro nella Pubblica Sanità. La cultura sportiva è un patrimonio da preservare e non da svilire».

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Marino Bartoletti con O'Rey Pelè.


Marino Bartoletti intervista Enzo Ferrari.

La cena degli dei Marino e un grande amico, Marco Pantani.

Conti, Ferrari e Marino.

di Marino Bartoletti Editore: Gallucci Collana: Universale Gallucci Data di Pubblicazione: dicembre 2020 Pagine: 352 Prezzo copertina: Trama. Il Grande Vecchio era sicuro che in quel luogo avrebbe trovato amici straordinari. La sua vita, un po’ riservata, gli aveva comunque consentito di frequentare uomini potenti, dive bellissime, campioni ineguagliabili, artisti formidabili: molti li avrebbe rivisti volentieri, qualcuno che - per anagrafe - aveva solo incrociato lo avrebbe voluto conoscere un po’ meglio. Così stilò un piccolo elenco e pregò Francangelo, il suo assistente, di cercarli. Quando vide arrivare quel celebre tenore con l’enorme foulard al collo, quel grandissimo pilota con lo sguardo malinconico, quel ragazzo timido con la bandana in testa, quella principessa col sorriso un po’ triste e altri ospiti strabilianti capì di aver avuto un’idea bellissima. La cena fu un successo. Tutti andarono via felici. Con un cavallino fra le mani.

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Foto: Ivano Bordon

I NTERVISTA Ivano Bordon

Una vita in presa

alta per 22 volte la porta della nazionale italiana, vincendo nel 1982 in Spagna il Campionato del mondo. Una volta appesi i guanti al chiodo ha fatto il preparatore dei portieri di Udinese, Juventus, Inter e dell’Italia di Lippi vincitrice dei mondiali del 2006. Che portiere era Bordon? «È difficile giudicarsi, ma posso dire che sono stato un portiere completo. Tra i pali e nelle uscite ero più che sufficiente. Mi sono sempre applicato per migliorarmi e ho fatto tesoro degli errori». Cosa fai oggi? «Sono in pensione e seguo il calcio. Quando si poteva andavo a San Siro a vedere le partite, ora con la pandemia non è possibile farlo. Fino a marzo dello scorso anno collaboravo con Maurizio Galli, allenatore della rappresentativa giovanissimi Monza-Brianza, seguendo i ragazzini. Purtroppo, questo mio amico è venuto a mancare a causa del Covid-19».

GIORGIO VINCENZI

I

vano Bordon, settant’anni ad aprile, è stato tra i più forti portieri italiani a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Una vita passata all’Inter, 14 anni (dal campionato 1969/1970 al 1982/1983),

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e poi altri tre anni (dal campionato 1983/1984 al 1985/1986) alla Sampdoria sino a chiudere la carriera prima alla Sanremese e poi al Brescia nel 1989. Nella sua storia da calciatore ha vinto due scudetti con i nerazzurri (1970/1971 e 1979/1980) e tre Coppe Italia, due con l’Inter e una con la Sampdoria. Ha difeso

Sei anche molto attivo sui social… «Sì, ma da poco tempo. Dopo aver scritto l’anno scorso la mia biografia “In presa alta”, con la collaborazione di Jacopo Dalla Palma, ho un mio profilo Facebook con cinquemila amici a cui cerco di rispondere a tutti. Poi, assieme con altri ex calciatori, sono impegnato come amministratore di una pagina Facebook che si chiama “Quando i calciatori avevano facce da calciatori”. Questo gruppo tratta del calcio di un tempo, ricordando i calciatori del passato e tutti coloro che hanno ruotato intorno a quel mondo: allenatori, arbitri, presidenti e cronisti sportivi». A 15 anni, nel 1966, per centomila lire hai lasciato Marghera per andare all’Inter. Cosa portava nella valigia quel ragazzino? «Portavo la malinconia nel lasciare la


Hai esordito in Serie A con l’Inter a 19 IVVQVMTVW^MUJZMLMT!+WUMIVL quella domenica? E contro quale squadra giocasti? «L’esordio avvenne in un derby MilanInter in cui subentrai a Lido Vieri, mio maestro e portiere titolare dei nerazzurri. Stavamo perdendo uno a zero. La partita poi finì 3-0; mi fecero gol Gianni Rivera su rigore e Silvano Villa. Di quel giorno ricordo la grande emozione per l’esordio in Serie A e per di più in un derby. Niente male! Il rammarico per la sconfitta passò in secondo piano». In quello stesso campionato (1970/1971) hai vinto lo scudetto… «Sì, una vittoria esaltante perché il Milan a un certo punto del campionato era avanti di sei o sette punti, ma alla fine li abbiamo staccati di quattro punti. In quella stagione avevo totalizzato nove presenze». L’allenatore di quella squadra era Invernizzi e come compagni di squadra avevi Facchetti, Mazzola, Corso, Boninsegna tanto per fare alcuni nomi… «Già l’anno precedente alla vittoria del campionato ero stato il terzo portiere della squadra e quindi mi allenavo con loro imparando a conoscerli. Grandi uomini che mi hanno fatto crescere e aiutato in momenti di difficoltà. Avevo un timore reverenziale nei loro confronti. Davo del lei a tutti e a fine partita portavo le valige in pullman». Hai un aneddoto da raccontare di

qualcuno di questi grandi campioni? «Per qualche anno ho dormito in camera con Facchetti e ricordo che un giorno andò vicino a Marghera e si fermò a casa dei miei genitori a salutarli. Un bel gesto!». Un calcio d’altri tempi… non paragonabile a quello d’oggi. Hai nostalgia? «Io ho visto il calcio degli anni Settanta e Ottanta come giocatore e poi come preparatore dei portieri quello fino al 2010. Ho avuto quindi modo di conoscerlo bene. Sicuramente è cambiato, com’è cambiato tutto il mondo che gli gira attorno. Questo è normale. Io però preferisco il calcio di quando giocavo io. Adesso c’è troppo tatticismo che poi è figlio dei tempi e delle nuove regole. Se il pallone in tre minuti passa dalla difesa all’attacco mi diverto, quando

non è così mi diverto meno». Se ti dico Borussia Mönchengladbach del 20 ottobre 1971, cosa ti viene in mente? «È stata una tappa importante per la mia carriera. L’esperienza di quella partita, dove noi perdemmo 7-1 e dove io entrai sul 5-1, ma che poi venne annullata dalla giustizia sportiva europea (a seguito del lancio di una lattina compiuto da un tifoso della squadra tedesca, n.d.r.) e quelle successive che invece giocai da titolare a Milano, dove vincemmo 4-2, e poi la ripetizione dell’incontro a Berlino, in uno stadio con più di ottantamila spettatori conclusosi sullo 0-0, mi hanno fatto entrare nella memoria di tutti i tifosi dell’Inter di quell’epoca e mi fece conoscere in Europa. Ancora oggi in molti mi chiedono del Borussia».

IVANO BORDON

famiglia, ma anche tutta la mia voglia di impegnarmi seguendo quello che mi avevano insegnato a casa e l’allenatore del paese».

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Perché ti chiamavano Pallottola? «È un soprannome che mi aveva dato Sandro Mazzola perché in porta ero molto reattivo, veloce e scattante». Hai fatto parte dei ventidue giocatori che hanno vinto il mondiale di Spagna del ! ,I^IV\QXMZI^M^Q]VUW[\ZW[IKZW KWUMBWЄKPMVWVTI[KQI^IUIQ[XIbQWIQ suoi vice. Ti è dispiaciuto non aver giocato nemmeno un minuto? «Sarebbe stato bello partecipare giocando, ma noi tutti, chi ha giocato e chi no, abbiamo gioito e sentito nostra quella vittoria. Eravamo orgogliosi di essere tra i 22 scelti per quel mondiale. Io poi venivo dalla partecipazione agli europei del 1980 e al mondiale del 1978 in Argentina». In quel mondiale c’era anche Paolo Rossi. Che ricordi hai di Pablito? «Ho un ricordo bellissimo di Paolo, sempre con il sorriso e umile. Come giocatore era intelligente perché riusciva a capire prima degli altri dove sarebbe finita la palla in area. Era un grande e l’Italia ha perso un rappresentante di un calcio bellissimo». C’era anche Diego Armando Maradona, anche lui recentemente scomparso… «In quel mondiale ho visto il “campionissimo” dalla panchina lottare contro Gentile che lo marcava a uomo. Ricordo invece molto bene quando nel campionato 1984/1985, io allora difendevo la porta della Sampdoria, Maradona segnò il primo gol in Italia proprio a me. Lo realizzò su rigore; riuscii a sfiorare la palla con una mano ma non in modo sufficiente per respingerla. Sempre di quell’incontro ricordo che Maradona era dentro l’area marcato da Vierchowod, lo saltò e la palla rimase lì e allora uscii su i suoi piedi per farla mia e mi sembrava di averla presa e invece con una rapidità incredibile l’aveva già ripresa e passata a un compagno che però non segnò. Incredibile…».

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1V]VI\]IQXW\M\QKIKTI[[QÅKILMQ più grandi calciatori di tutti i tempi, Maradona dove si trova? «La mia classifica è questa: Pelè, Maradona, Cruijff». Hai fatto parte come preparatore dei XWZ\QMZQIVKPMLMTTW[\IЄIbb]ZZWKPMPI vinto il mondiale del 2006 in Germania. )TTMVI^Q*]ЄWV8MZ]bbQM)UMTQI=V¼ITtra grande soddisfazione vissuta in modo diverso… «Una bella soddisfazione. Pensa che sono l’unico vivente che ha vinto due mondiali. Quel gruppo era guidato ottimamente da Lippi e aveva tanti campioni. Per me è stato come chiudere un cerchio, professionalmente parlando, e quando rivedo quel ragazzino partito da Marghera a 15 anni e penso cosa ha vinto mi commuovo». BWЄM*]ЄWV"Y]ITvQTUQOTQWZM' «Ogni calciatore va giudicato in base al periodo in cui ha giocato. Quindi non sono paragonabili. Penso però che Zoff, Albertosi e Vieri siano stati i migliori negli anni Settanta inizi Ottanta; Buffon e Peruzzi negli anni successivi». La partita che vorresti giocare nuovamente e perché? «Quella con il Real Madrid giocata a Milano (Coppa delle Coppe 1982/1983 e finita 1-1, n.d.r.) dove feci un errore che ci costo l’eliminazione. Su un tiro da lontano di Gallego non riuscii a trattenere il pallone che finì in rete. Nella partita di ritorno al Bernabéu perdemmo 2-1». La parata più bella? «Per fortuna ci sono stati molti episodi postivi rispetto a quello che raccontavo prima. È difficile sceglierne una. Comunque, nelle partite con il Borussia ci sono state due o tre parate molto importanti.

Ma per non parlare sempre di quegli incontri, direi che una grande parata l’ho fatta in un derby con il Milan dove a cinque minuti dalla fine, sullo 0-0, ho parato un rigore a Calloni e sulla respinta calciò Aldo Maldera, ma deviai il pallone in calcio d’angolo». Nel 2020 hai scritto, con la collaborazioVMLQ,ITTI8ITUITI\]IJQWOZIÅI¹1V presa alta. Le parate di una vita di un portiere gentiluomo d’altri tempi” (edito da Caosfera, euro 16 n.d.r.). Raccontaci di questo libro… «Non è un libro in cui parlo di tecnica del calcio, ma racconto la mia storia partendo da quando da bambino giocavo all’oratorio, al provino all’Inter accompagnato da mio padre, all’arrivo a Milano e i primi allenatori che ho avuto, i tanti compagni di squadra importanti, le vittorie, l’incontro con mia moglie e così via. Nella parte finale poi ci sono molte fotografie che illustrano ciò che racconto». Gianni Bellini, il più grande collezionista LQÅO]ZQVMITUWVLWPI[KZQ\\W]VTQJZW QV\Q\WTI\W¹ÅO]XMZ]V*WZLWVº+PM MЄM\\W\QPINI\\W' «Al libro dell’amico Bellini ho scritto la prefazione in cui racconto che da piccolo collezionavo figurine, ma allora non potevo sapere che una volta diventato calciatore sarei diventato una figurina rara». Un sogno nel cassetto ancora da realizzare? «Ora l’importante è la salute per me, per la mia famiglia e per tutti e speriamo che questa pandemia finisca e si ritorni alla normalità».


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I NTERVISTA oli n g a t r e B o im s Mas

Made in Chievo 28 / SdP


Foto: Massimo Bertagnoli, ChievoVerona, Maurilio Boldrini

JACOPO PELLEGRINI

A

veva solo otto anni quando il ChievoVerona notò il suo talento. Dopo tre provini i tecnici gialloblu decisero di puntare su di lui e la stagione successiva Massimo Bertagnoli, classe 1999, entrò a far parte del settore giovanile clivense. Bertagnoli è il classico centrocampista che non molla mai, un giocatore che ogni mister vorrebbe avere a disposizione. Umile, grintoso, determinato: un combattente nato al quale ‘non dispiace’ fare gol. In questa intervista esclusiva Massimo si racconta ai lettori di SportdiPiù Magazine, parlando di calcio ma anche della sua vita al di fuori del campo, tra famiglia, amici e… l’officina del papà. Massimo, quali sono i tuoi primi ricordi legati al Chievo? «Sebbene siano passati degli anni, ricordo ancora perfettamente le sensazioni e le emozioni che ho vissuto sia nel fare i provini che nell’essere selezionato: partecipare ad un provino non è semplice perché comunque ti metti in gioco con altri ragazzini. Devi dare il meglio di te. Ricordo di averne fatti tre in tre campi diversi. Ricordo che mi divertii molto e che segnai anche diversi gol. Partecipai insieme ad altri due miei amici; per fortuna ci presero tutti e tre altrimenti mi sarebbe davvero dispiaciuto». Non hai sentito la pressione in quei momenti? «Mah, non particolarmente perché alla fine sei piccolo e vai lì per divertirti e per giocare. Non sai a cosa vai incontro». Raccontaci un po’ di te… «Sono originario di Verona e provengo da una famiglia nella quale lo sport è molto praticato e fa parte della quotidianità. Ancora oggi mio papà gioca a calcio con la squadra amatori, per stare

in compagnia e divertirsi. La presenza dello sport in famiglia si è rispecchiata anche nell’appoggio che i miei genitori mi hanno sempre dato: per me loro sono un esempio e sono molto fortunato ad averli sempre al mio fianco». La carriera sportiva di Massimo *MZ\IOVWTQXMZVWVvQVQbQI\I[]JQ\WKWV il calcio… «Si, è vero. Il mio primo sport è stato il judo perché avevo degli amici che lo praticavano e quindi ho voluto provare anch’io. Poi c’è stata una brevissima parentesi, poco più di un mese, nel mondo del basket, ma non faceva per me. Alla fine sono passato al calcio: ha cominciato giocando al campetto. La cosa che mi piaceva di più era tirare in porta. Da quel campetto, di fatto, è iniziato il cammino che mi ha portato al Chievo». C’è un momento, un episodio, che ti hanno fatto capire che saresti potuto arrivare lontano? «Io ho sempre e solo pensato a fare bene. Avevo il mio obiettivo che era quello di arrivare in Primavera, che comunque non era semplice. Mi dicevano: ‘Guarda, in Primavera ne arriveranno pochi, massimo un paio’. Ogni anno cercavo solo di dare il meglio di me, di dare tutto e anche qualcosa di più. Poi sono stato anche fortunato, nel senso che sono sempre piaciuto agli allenatori. Io però ci ho messo del mio perché ciò accadesse» )^ZIQIVKPMLW^]\WIЄZWV\IZMUWUMV\Q LQЅKQTQ° «Certo. Il momento più difficile che ho dovuto affrontare è stato durante il primo anno di Primavera: ho fatto sei mesi senza giocare e mi chiedevo sempre cosa avrei dovuto fare per conquistare la fiducia del mister; mi immedesimavo in lui e provavo a capire cosa non stessi facendo bene. La squadra giocava con un 4-3-3 e io ero la mezzala, ruolo che non avevo quasi mai fatto. Così

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sono andato su Youtube e qualsiasi altro sito per vedere i movimenti che il mister chiedeva, per imparare e per capire cosa volesse da me. A gennaio ho iniziato a giocare e mi sono tolto le mie prime soddisfazioni: l’allenatore iniziava a considerarmi e a credere in me. Quel momento difficile l’ho superato solamente lavorando: non ho mai mollato e ho cercato sempre di capire dove potevo migliorare, dove potevo fare qualcosa in più, oltre che per il mister e la squadra anche per me stesso». Che tipo di giocatore sei? «Mi ritengo un giocatore duttile, uno che dove lo metti ci può stare. Come caratteristiche mi considero una mezzala. Sono un giocatore di inserimento ma anche di costruzione: mi piace attaccare la profondità, non ricevere sempre la palla tra i piedi. Se ho degli idoli? In generale direi di no. Diciamo che prendo ispirazione soprattutto giocatori di qualità come Pirlo, Kakà e Ronaldinho, giocatori che danno del ‘tu’ alla palla e che sanno creare gioco e assist per i compagni». Che squadra è il Chievo di quest’anno? «Il Chievo di questa stagione è più forte di quello dello scorso anno. C’è il gioco,

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abbiamo tantissime caratteristiche che ci differenziano dalle altre squadre. Abbiamo tante sfaccettature. Questo ci permette di giocarcela alla pari con tutti”. E di mister Aglietti cosa ci dici? «Aglietti è un allenatore che sa parlare al momento giusto e che ci trasmette tranquillità. Sa dove possiamo lavorare e pretende sempre di più, anche se stiamo già facendo bene. Sa dove sbagliamo e quindi in allenamento ci chiede maggiore attenzione sugli errori in campo. Lo ritengo un allenatore costruttivo e che mi da il giusto spazio: sa quando mettermi in campo e quando posso aiutare la squadra. Sa parlare bene a tutto il gruppo». Che campionato la Serie B? «È il secondo anno che sono in questa categoria e la ritengo più difficile di quello che immaginavo. È molto incentrata sul dinamismo e le seconde palle, sull’attacco della profondità e il passaggio palla sui piedi. Le partite non sono mai finite fino alla fine e sono molto equilibrate». Massimo, cosa si prova a segnare in serie B? «Fare gol è una bella sensazione, è la classica ‘ciliegina sulla torta’. Per me non

è fondamentale, ma ci tengo. Segnare in serie B ha però un sapore speciale, è un'emozione forte. Il mio primo gol a Cremona è arrivato dopo un periodo complicato segnato da un infortunio. È stata una sensazione meravigliosa anche perché ha contribuito alla vittoria finale. A fine partita l’ho dedicato alla mia famiglia e a mia sorella perché è anche grazie al loro sostegno se sono arrivato in prima squadra. Il secondo gol è arrivato al Bentegodi, contro il Cittadella. Anche in questo caso è stato importante per la vittoria finale. L’unico rammarico è l’aver segnato in assenza di tifoseria. Con i tifosi è tutto diverso. Spero possano ritornare allo stadio il prima possibile perché ci mancano davvero tanto”. Parliamo dei tuoi compagni: chi è il più carismatico? «Uno che prendo come esempio è Mogos: parla sempre nel momento giusto, anche in campo. Mi da consigli e quando entro in campo mi aiuta. Lo considero proprio una brava persona e un buon giocatore». E quello con la battuta sempre pronta? «Mah, ce ne sono parecchi. Dico Rigione


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Fare gol è una bella sensazione, è la classica ‘ciliegina sulla torta’. Per me non è fondamentale, ma ci tengo. Segnare in serie B ha però un sapore speciale.

e lo stesso Mogos: hanno sempre la battuta pronta e sono l’anima allegra dello spogliatoio». Come sarà Massimo Bertagnoli ‘da grande’? «Come quando giocavo in Primavera, penso e spero che il terzo anno, e cioè il prossimo, sarà il mio anno. Se tutto andrà come spero, per me si aprirebbe un altro mondo. Cerco quindi di giocare bene le mie chances quest’anno, di allenarmi bene e di… stare bene. Perché, alla fine, non infortunarsi è fondamentale per andare avanti. A fine stagione farò un resoconto di ciò che ho fatto e mi porrò nuovi obiettivi per la prossima stagione». Ci pensi alla Serie A? «Beh, certo, sarei bugiardo se dicessi il contrario. Con la squadra che abbiamo è un obiettivo che possiamo raggiungere. Di sicuro non ci tiriamo indietro e sicuramente ci proveremo fino alla fine!».

Massimo segna il suo primo gol a Bentegodi

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I NTERVISTA ini Roberto Manc

Rivincita

AZZURRA ^^

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“La mia storia personale e la mia esperienza da allenatore nei club mi hanno aiutato. Cercherò di prendermi la rivincita in Nazionale vincendo da CT”.


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“I

GIORGIO VINCENZI

l numero 10 è quel giocatore che stupisce ed emoziona, spiazza tutti con un gesto atletico di cui forse neppure lui ha piena consapevolezza, e da subito questo numero è nel mio destino: me lo affidarono quando non avevo ancora 6 anni, e lo porto con me da quando ho indossato la mia prima maglia nella squadra di calcio dell’oratorio San Sebastiano di Jesi”. Così si legge nel sito internet di Roberto Mancini, ct della nazionale italiana di calcio, quando racconta del suo inizio di predestinato. E così è stato nella sua storia di calciatore. In questi panni ha vinto due campionati, con Sampdoria e Lazio, sei Coppe Italia, due Supercoppe italiane, una Supercoppa europea, due Coppe delle Coppe ed è giunto terzo con la nazionale italiana ai mondiali del 1990. Appese le scarpe al chiodo, ha poi iniziato un’altrettanta brillante carriera da allenatore che lo ha portato a vincere tre scudetti, con l’Inter, una Premier League, con il Manchester City, e ancora quattro Coppe Italia, due Supercoppe italiane, una Coppa e una Supercoppa d’Inghilterra, una Coppa di Turchia. Insomma un vincente. Anche per questo motivo ‘Mancio’ è stato chiamato nel 2018 dalla Federazione calcio a sedere sulla panchina dell’Italia. Il compito affidatogli è quello di far tornare a vincere l’Italia e di riportare l’entusiasmo tra i tifosi dopo la grande delusione della mancata qualificazione ai Mondiali di Russia 2018. La strada è ancora lunga e ricca di insidie ma risultati sin qui ottenuti vanno senz’altro in quella direzione. A SportdiPiù magazine il CT Azzurro si racconta in esclusiva tra aneddoti, ricordi e obiettivi a breve, medio e lungo termine, con la speranza di poter vincere, finalmente, qualcosa di importante’ con l’Italia. Mister Mancini, la ‘sua’ Italia ha riportato l’entusiasmo verso la maglia Azzurra: com’è iniziato questo progetto? «Quando ho scelto di accettare il ruolo di CT ho fatto una scelta d’amore e di cuore, perché quando c’è la possibilità di allenare la squadra della tua Nazione tutte le altre cose passano in secondo piano. L’eliminazione dai Mondiali di Russia sembrava una strada senza ritorno, ma avevo la consapevolezza che il nostro patrimonio calcistico garantiva le premesse necessarie per riconquistare posizioni di rilievo nel calcio internazionale. Per dare

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corso alle nostre ambizioni, c’era però la necessità di proporre qualcosa di nuovo sul piano tecnico. Ho pensato che dovessimo ripartire su basi nuove, puntando su giocatori tecnici per privilegiare il gioco e lo spettacolo. Con il gruppo poi ho trovato subito una buona intesa, i ragazzi mi seguono, c’è entusiasmo per il lavoro che propongo». Tanti giovani messi in campo e una predi[XW[QbQWVMIQUXWZZM]VOQWKWWЄMV[Q^W"v questo il segreto del successo? «Per me l’età non conta, contano tecnica e personalità. Sapevo che c’erano giocatori bravi, bastava andarli a cercare: abbiamo sempre sfornato talenti e sapevo che li avrei trovati. La mia storia personale e la mia esperienza da allenatore nei club mi hanno aiutato: a Bologna ho esordito a sedici anni e mezzo, grazie al fatto che trovai persone che mi diedero fiducia e io sono sempre stato pronto a fare lo stesso. Bisogna dare spazio ai giovani bravi, farli giocare e lasciarli anche sbagliare. E poi se vuoi proporre un calcio coraggioso, vibrante, divertente, hai bisogno del coraggio, delle energie e dell’entusiasmo dei

giovani di qualità, con qualche campione più esperto a fare da tutor sul campo per accrescere il grado di mentalità, di esperienza, per consolidare il senso di appartenenza al gruppo e trasmettere i valori degli Azzurri. Penso anche che valorizzare i giovani è un compito importante della Nazionale a favore del movimento calcistico italiano. Mi auguro che i club tornino a puntare sui giovani italiani e di vederne tanti bravi in campo». Con questa nazionale ha fatto anche delle scelte coraggiose nelle convocazioni. Nel settembre 2018 ha chiamato, ancora XZQUILQM[WZLQZMQV;MZQM)6QKWTBIniolo per le prime due partite della Uefa Nations League. Questo ha pochissimi precedenti in nazionale. Com’è nato questo azzardo? «Avevo seguito l’Europeo Under 19 e avevo notato Zaniolo, così come Tonali e Scamacca e mi avevano impressionato. Per questo volevo vederli all’opera. Ricordo a tutti che per anni la nostra Under 21 ha alimentato con regolarità la Nazionale maggiore con calciatori formidabili, giovani di grande qualità ai quali


I gemelli del gol

veniva data fiducia nei club. Abbiamo ricostituito una filiera importante negli ultimi anni e la Nazionale maggiore è il naturale punto di approdo per proiettarsi ai massimi livelli internazionali. Non è un azzardo mettere in campo i giovani, è un’opportunità per garantire che il calcio si sviluppi al massimo livello. Spero di riavere presto Nicolò a disposizione, sarebbe bello già nelle partite di marzo, ma sono sicuro che all’Europeo ci sarà». C’è chi dice che le manca un vero 10… «Forse è così, in parte anche perché nel corso del tempo è cambiata l’interpretazione del ruolo. In ogni caso il numero 10 si identifica con il talento e in Nazionale è l’ultima cosa che ci manca visti i risultati e il modo in cui siamo stati in grado di interpretare le partite e soprattutto il percorso nelle competizioni». Il 2021 sarà un anno pieno d’impegni imXWZ\IV\QXMZT¼1\ITQI"TMY]ITQÅKIbQWVQXMZ QUWVLQITQIЄZWV\IVLW1ZTIVLILMT6WZL Bulgaria, Lituania e Svizzera; a giugno il campionato europeo; a ottobre la Uefa Na-

tions League contro la Spagna. Dopo i tanti risultati postivi della sua gestione, tra i tifosi ci sono grandi aspettative, specie per l’Europeo che a noi manca dal 1968… «È legittimo sognare e far sognare se hai una squadra alla quale direi che non mancano le premesse necessarie per avere successo. Il percorso che abbiamo fatto nelle qualificazioni Europee e in Nations League è stato netto ed entusiasmante sotto tutti i profili: attitudine, gruppo, gioco e risultati. Rimane ancora molto da fare e il tempo che ci separa dall’esordio contro la Turchia sarà fondamentale per acquisire ulteriore esperienza e perfezionare alcuni aspetti tattici. Avremo l’opportunità di giocare le prime tre gare in casa, mi auguro davanti ai nostri tifosi, ma le nostre avversarie non verranno di certo per fare una comparsata. In ogni caso è sicuro che proveremo a vincere l’Europeo. E poi giocheremo le Finali di Nations League a ottobre in casa: con la Spagna sarà una bella sfida, siamo molto simili, mentre Francia e Belgio sono un po’ più avanti di noi, hanno iniziato prima un percorso che li ha portati a risultati importanti. Ma possiamo batterli: non faremo calcoli: proveremo a vincere ogni partita». Mancini calciatore, in Nazionale, non ha raccolto grandi soddisfazioni: come mai? «Ci sono stati tanti motivi, dall’esclusione da parte di Bearzot dovuta ad una fuga notturna a New York a tanti altri episodi non fortunati e in buona parte la colpa è stata mia. Mi sono pentito di non aver chiesto scusa a Bearzot nel 1984 e di aver detto no a Sacchi, quando decisi di non tornare in Nazionale nel 1994: fu una cretinata enorme, perché in quel Mondiale, tra gli infortuni, le squalifiche e il grande caldo, avrei giocato moltissimo.

Mi spiace non aver vinto niente. Ho giocato in una delle Under 21 più forti di sempre perdendo ai rigori, nel 1986 contro la Spagna, una incredibile ed irripetibile finale degli Europei (la doppia finale si disputò il 15 e il 29 ottobre: all’andata l’Italia si impose per 2-1 mentre al ritorno, con lo stesso risultato, si imposero gli iberici che poi ebbero la meglio per 3-0 ai rigori n.d.r.). All’Europeo del 1988 avremmo meritato molto di più e soprattutto al Mondiale del 1990 eravamo i più forti e avremmo dovuto vincere: ma non sempre vince il migliore. Ora la speranza è di prendermi la rivincita da CT, provando a vincere con la Nazionale da allenatore». A livello tattico si sarebbe trovato a suo agio nella Nazionale di oggi? «Credo proprio di sì, viste le caratteristiche che avevo da calciatore e il piacere che provavo nel giocare a calcio». Dei 156 gol che ha fatto in Serie A, qual è stato il più importante? «Difficile sceglierne uno, ce ne sono stati tanti belli e tanti anche molto importanti. A quello realizzato al San Paolo contro il Napoli di Maradona però sono legato: tiro al volo su assist di Luca, anche i tifosi del Napoli applaudirono. Vincere in casa di Maradona e dei campioni in carica fu fondamentale e quel successo diventò un passaporto per noi per vincere lo scudetto. E poi come dimenticare quello di tacco al Parma con la Lazio…». Vialli e Mancini, i ‘gemelli del gol’ che hanno dato alla Sampdoria lo scudetto nel campionato 1990/1991, ora di nuovo insieme in Nazionale. Una grande amicizia che dura nel tempo… «Gianluca sta dando tantissimo alla Nazionale in un ruolo, quello di capo delegazione, nel quale si è subito trovato a suo agio. Con lui abbiamo passato gli anni più belli della nostra giovinezza, a Genova: c’eravamo conosciuti nelle giovanili azzurre e già lì gli dicevo di venire alla Sampdoria, perché aveva tecnica, era intelligente, fisico e anche furbo. Eravamo di carattere opposto, perciò andavamo d’accordo. Nacque un’amicizia Mancini nel 2001 con la maglia del Leicester, esperienza che durò solo poche partite

Mancini con la maglia dell'Italia durante l'amichevole contro l'Argentina a Cagliari il 21 dicembre 1989

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che dura ancora oggi, per molto tempo siamo stati anche compagni di camera, ma dopo essersi fratturato il naso Gianluca iniziò a russare, quindi chiesi il cambio... Abbiamo litigato una volta soltanto, non ci siamo parlati per una settimana. Siamo stati un po’ di tempo senza parlare, per un po’ ci siamo anche chiamati per cognome... poi nella partita seguente gli ho tirato sulla testa e la palla è andata in porta, abbiamo fatto pace e siamo tornati ad essere più amici di prima. La sua partenza da Genova fu uno shock: ci ritrovammo in un ristorante con altri compagni, Gianluca ci disse che stava per passare alla Juve. Ci mettemmo a piangere tutti, anche lui. Lì terminò la mia giovinezza». Tra i compagni di squadra con i quali ha particolarmente legato c’è senza dubbio Mihajlovic. Che ricordi ha della vostra esperienza in campo e in panchina? Mihajlovic l’ha anche citata più volte nel suo libro La partita della vita… «Con Sinisa abbiamo giocato insieme prima alla Samp e poi alla Lazio. Poi sono diventato il suo allenatore alla Lazio e l’ho portato con me all’Inter, dove ha iniziato ad allenare con me come secondo. Il suo dolore, così come quello di Luca, mi ha insegnato che bisogna essere sempre persone positive perché tutto può cambiare improvvisamente, com’è successo a loro. Sono insegnamenti che dobbiamo cogliere e mettere in pratica: la vita è troppo breve per essere cattivi con sé stessi e gli altri». Boskov è l’allenatore con il quale ha più legato: ha un aneddoto da raccontare? «Io ho avuto pochi allenatori: Burgnich che mi fece esordire a 16 anni, poi Boskov e Eriksson. Boskov ci voleva bene: se Paolo Mantovani era per noi come un padre, lui fu un fratello maggiore. Eravamo giovani e talentuosi, lui ci trasmetteva una tranquillità incredi-

bile. Un grande allenatore, un bravo psicologo, riusciva a stemperare la tensione con le sue battute. Le sue sono state lezioni preziosissime, lo ringrazio ancora oggi. La mia giovinezza è stata straordinariamente bella grazie a lui. Episodi divertenti? Con Boskov ve ne sono tantissimi, ne verrebbe fuori un libro. Una domenica che avevo esagerato in campo con i compagni e con l’arbitro nel corso dell’intervallo urlò che ero “un terrorista di spogliatoio”. Tutti si tenevano la pancia dalle risate, mi calmai anch’io. Un’altra volta quando gli chiesi di non giocare in attacco ma un po’ più indietro, mi disse: “Ok, allora tu punta libera”». C’è una partita che vorrebbe rigiocare? E perché? «Ovviamente Barcellona-Sampdoria finale della Coppa dei Campioni del 1992: due anni prima prima avevamo vinto la Coppa delle Coppe, per poi vincere uno storico scudetto. Avevamo conquistato la finale di Wembley e sembrava che potesse completarsi un’impresa: vincere tutto con la Sampdoria. Siamo arrivati a un passo da una vittoria epica, battuti solo al 120° minuto da una punizione di Koeman. Sapevamo che quella sarebbe stata forse l’unica occasione della nostra vita e perdemmo la partita forse ingiustamente. Ma questo è anche il calcio. Anche se non è andata come speravamo, è stata una meravigliosa cavalcata di una grande squadra».  Cosa fa Roberto Mancini nel tempo libero? «Cerco di tenermi in forma fisicamente, anche perché da ct si sta molto meno in campo che con il club, dove lavori quotidianamente. Mangio un po’ meno e mi alleno: gioco ogni giorno a paddle. Il periodo peggiore è fra dicembre e marzo, sono mesi lunghi, non posso allenare. E poi coltivo tanti interessi: sono un appassionato di arte contemporanea, leggo, quando si poteva andavo a teatro e

Mancini si esibisce in un colpo di tacco con la maglia della Sampdoria

Mancini contrasta Ronaldo "il Fenomeno"

al cinema, adoro il mare, stare in barca e cerco sempre di dedicare il giusto tempo alla famiglia: sono spesso a Jesi dai miei genitori e dagli amici di infanzia, mi ritrovo con i miei figli». Il suo rapporto con i social com’è? «Direi sereno, non maniacale, sono strumenti che fanno parte del nostro quotidiano, ma vanno usati con misura, intelligenza ed equilibrio. Le energie preferisco profonderle nel mondo reale, nella cura degli affetti, nel contatto umano». Il Covid cambierà, anche dopo che l’emerOMVbI[IZoÅVQ\IQTUWLWLQ»NIZM¼KITKQW' «Non credo che avrà un impatto così determinante nella sfera che riguarda strettamente l’aspetto sportivo, tecnico e organizzativo in ambito calcistico. Soprattutto se presto, come mi auguro, potrà tornare anche il pubblico negli stadi: spero ad esempio che all’Europeo si possano rivivere a Roma le notti magiche del 1990, con un Olimpico strapieno e festoso. Al contrario, immagino possano emergere ripercussioni nella valutazione individuale delle priorità e delle scelte da privilegiare nella vita di tutti i giorni».

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La carriera italiana di

Roberto Mancini in 10 figurine Panini

Bologna stagione 19

81-1982 ei 1988

Ai Campionati Europ Primo campionato co n la Sa stagione 1982-1983 mpdoria

92, Campionato 1991-19 doria mp Sa lla de a gli ma con la campione d'Italia

Nella stagio inizia l'avventura su ne 2002-2003 lla panchina della La zio

Con Lazio 1999-2000 ultima stagione da giocatore

i da allenatore inizia Una nuova parentes ionato 2004-2005 mp all'Inter nel ca

Con la maglia dell'I talia ai Mondiali 1990

Prima da allenatore con la Fio stagione 2001-2002 rentina

Nel campionato 2014 -2015, dopo le espe con Machester City rienze e Mancini torna a guidaGalatasaray, re l'Inter


Foto: Paolo Dondarini, SportdiPiù magazine

I NTERVISTA i Paolo Dondarin

All’infermo e ritorno con mio grande stupore, emerse un dialogo tra me ed il designatore Pierluigi Pairetto: la telefonata era inerente la mia nomina ad arbitro internazionale che sarebbe diventata effettiva dal 1 gennaio 2005. Una chiacchierata assolutamente innocua, nella quale mostravo gratitudine al designatore per questa mia investitura, venne interpretata come un “ringraziamento” allo stesso Pairetto per la mia designazione al match Sampdoria – Juventus, che avrebbe avuto luogo di lì a qualche giorno. Da queste telefonate, tuttavia, non solo non si trovarono delle prove che potessero sostenere l’impianto accusatorio, ma addirittura si riscontrarono degli elementi che si scontravano con la tesi portata avanti dal PM, ovvero che gli arbitri favorissero in qualche modo la Juventus. Evoluzioni che però vennero mascherate a livello mediatico, in quanto iniziarono a susseguirsi le voci sull’inchiesta della procura di Napoli».

MATTEO LERCO

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ll’infermo e ritorno. Paolo Dondarini nella sua vita non ha mai dovuto abbassare il capo: coinvolto nello scandalo Calciopoli il fischietto emiliano è stato assolto con formula piena in Appello, con conferma del giudizio in Cassazione, dimostrandosi estraneo ai fatti che gli sono stati contestati davanti al tribunale ordinario, sportivo e soprattutto in quel processo «mediatico» sostenuto da giornali e televisioni che talvolta anticipa infondatamente decisioni, distorce fatti, determinando delle proprie ‘verità’. Oggi Paolo è lontano dal mondo del calcio e gestisce un B&B e un ristorante in centro a Bologna. SportdiPiù magazine l’ha incontrato e insieme a lui ha unito tutti i puntini del processo più famoso

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nella storia del calcio italiano, delineando i nuovi contorni di una figura arbitrale sempre al centro di un dibattito destinato a non trovare composizione. Paolo, com’è iniziato il tuo calvario personale e professionale? «Innanzitutto quando parliamo di Calciopoli la stagione di riferimento rimane quella 2004/05. È opportuno precisare che già prima della conclusione delle indagini preliminari, con la conseguente notifica degli avvisi di garanzia a noi arbitri, erano usciti diversi articoli relativi ad un filone simile, ma precedente alla stessa Calciopoli. La procura di Torino aveva infatti posto in essere delle indagini, poi terminate con una richiesta di archiviazione, che vertevano su delle intercettazioni concernenti la fase iniziale dello stesso campionato poi incriminato. In tutto questo filone di intercettazioni,

4IVW\QbQIKWUM\QIZZQ^' «Ero in ritiro a Coverciano coi miei colleghi, ci raggiunsero i carabinieri del nucleo di Roma e ci notificarono questi avvisi di garanzia. L’allora Presidente dell’AIA Tullio Lanese ci convocò in una stanza e iniziò ad elencare i nomi degli arbitri coinvolti. Noi “nominati” restammo nell’aula magna e i carabinieri ci consegnarono le notifiche che ufficialmente ci qualificavano come indagati». Il tuo primo pensiero? «Provai un sentimento a metà tra l’incredulità e l’incapacità di cogliere realmente la portata di quello che stava accadendo. “È successo qualcosa o non è successo niente? E se realmente è accaduto qualcosa di grave, perché hanno chiamato proprio me che non ho fatto nulla di disonesto?”. Queste furono, bene o male, le riflessioni che balenarono nella mia testa in quei momenti. Tutto ha avuto inizio nel maggio del 2006 e si è concluso definitivamente con la sentenza della Cassazione del 2014: sono stati 14 anni nei quali ho dovuto interrompere la mia carriera di arbitro, nei quali ho vissuto


memoria collettiva: è stata un qualcosa troppo grande, di troppo impattante per poterla dimenticare. In tanti l’hanno sfruttata per ottenere un proprio tornaconto personale e questa è una considerazione disarmante. Un giorno finirà nel dimenticatoio, ma prima che succeda a mio avviso deve passare ancora molto tempo».

periodi estremamente difficili, ma ciò che conta è che la verità sia venuta alla luce. La Corte d’Appello federale nella sentenza di assoluzione, per ristorarmi in parte dell’ingiustizia subita, scrisse che la mia figura in relazione alla vicenda era “terza e lontana da ombre di qualsiasi natura”. Se non ho mai mollato è stato grazie alla mia famiglia: le persone che ho avuto vicino non hanno mai dubitato mai della mia persona e questo ha infuso in me grande forza. Il mio interesse è sempre stato quello dimostrare la mia estraneità ai fatti, ma a bocce ferme la volontà era anche quella di ritornare in campo per dimostrare a tutti la mia serenità, potendo girare a testa alta, com’era giusto che fosse». ÐM[IOMZI\WIЄMZUIZMKPMKQ[QI[\I\I]VI grossa spettacolarizzazione mediatica di Calciopoli? «Alla faccia del ne bis in idem Calciopoli ha tripartito le sedi di giurisdizione: quella ordinaria, quella sportiva e quella mediatica. C’è stato un grosso problema alla base: non è stato un processo finalizzato a verificare se gli arbitri fossero puliti o meno, bensì un procedimento atto ad accertare che le direzioni arbitrali favorissero il mondo Juventus. Tra oltre quaranta indagati ne è stato condannato solamente uno per una partita, Lecce – Parma, che evidentemente non c’entrava nulla col “Sistema Moggi”. Un dato di fatto che fa pensare molto». +ITKQWXWTQvZMITUMV\MÅVQ\I' «Se la consideriamo come indagine del 2006 è sicuramente giunta al termine. Ciò che sicuramente non sbiadirà mai è l’impatto che essa ha avuto nella nostra

9]ITvQT\]WXMV[QMZWQVUI\MZQILQ¹[]Lditanza psicologica”? «Credo che sia un fenomeno umano, ma che non concerna il rapporto tra arbitro e squadra. È una relazione interpersonale: posso essere psicologicamente “condizionato” nel rapporto con un giocatore che possiede una personalità più pronunciata rispetto alla mia o perché ha una caratura importante e per questo mi posso relazionare con lui in un modo differente rispetto a quello che scelgo di utilizzare con altri suoi compagni. Stiamo parlando di una dinamica però che non riguarda il calcio, ma che è presente in diverse sfere della nostra quotidianità. Se vogliamo parlare di sudditanza dobbiamo considerarne la sua bidirezionalità: un calciatore che all’epoca avesse dovuto interagire con un fischietto del livello di Collina è chiaro come avrebbe potuto accettare più serenamente le decisioni di quest’ultimo rispetto a quanto avrebbe potuto fare se ad arbitrarlo fosse stato un arbitro con meno esperienza. È tutto relativo». Quanto quest’esperienza ha mutato la percezione che avevi della tua professioVM';M]VOQWZVW\]WÅOTQW\QM[\MZVI[[M il desiderio di diventare arbitro come reagiresti? «Ho iniziato ad arbitrare a sedici anni, da ragazzino, e ho dovuto smettere a quarant’anni: venticinque anni di carriera in cui la mia settimana era finalizzata all’evento per cui ero stato designato. Dai campi delle Provincia fino ad arrivare ai palcoscenici internazionali, le emozioni che ho provato correndo sul rettangolo di gioco sono sempre state le stesse. Diventare arbitro era la mia vocazione, un qualcosa che scorreva nelle mie vene e l’amore che nutro per questo ruolo è rimasto intatto nonostante le pieghe che ha avuto la mia vita. A mio figlio direi di seguire ciò che si sente dentro: se vorrà intraprendere questa strada l’importante è che lo faccia con passione, impegno e dedizione».

Cosa spinge un ragazzo ad entrare nel UWVLWIZJQ\ZITM[IXMVLWKPMQ¹LWTWZQº [IZIVVWUWT\QLQXQ„ZQ[XM\\WITTM¹OQWQMº' «La vita di un direttore di gara è composta per il 95% da sofferenze e per il restante 5% da gratificazioni. Le percentuali sono chiaramente sproporzionate, ma vi posso assicurare che le poche soddisfazioni ripagano tutte le difficoltà che ti trovi ad affrontare sul percorso. È un fuoco che devi sentire ardere dentro di te: arbitrare ti fa crescere molto più rapidamente rispetto ai tuoi coetanei, insegnandoti ad arrangiarti nella gestione delle tue faccende. Se scegli di impugnare un fischietto devi essere consapevole del fatto che “indosserai quella veste” in ogni aspetto della tua vita, perciò i comportamenti nella quotidianità dovranno essere sempre consoni al ruolo che rappresenti. Essere arbitro è un segno distintivo». Che idea ti sei fatto del Var? «Per come la vedo può considerarsi come una rete per un trapezista: se qualcosa va storto l’arbitro ha la consapevolezza di non cadere nel vuoto. Una tecnologia del genere può essere però un’arma a doppio taglio: talvolta la sensazione è quella che avendo questo strumento a supporto il direttore di gara preferisca astenersi dal prendere una decisione, attendendo che l’intervento “esterno” ripristini la realtà del campo. Una circostanza, quest’ultima, che a mio avviso sminuisce in parte la figura dell’arbitro “decisionista”, finendo col favorire una parsimonia decisionale che diminuisce la credibilità del movimento. È comunque bene ricordare come il Var sia un’innovazione presente da pochi anni nel circuito calcistico, quindi nel futuro a breve e lungo termine sarà soggetto a revisioni che ne miglioreranno sicuramente l’efficacia». Qual è stata la partita che emotivamente ti ha trasmesso le emozioni più forti? «Cito due derby: Lazio- Roma nel gennaio del 2005 e un’Austria-Germania. La stracittadina romana fu un match dalla

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direzione complicatissima: estrassi tantissimi cartellini gialli, fu una vera e propria battaglia in un palcoscenico estremamente importante. La gara tra le due nazionali la porto dentro invece perché prima di me fu diretta solo da tre arbitri italiani di immenso spessore come Lo Bello, Agnolin e Collina. Io fui il quarto, un riconoscimento che mi lascia ancora oggi senza parole». Un aneddoto con un giocatore che ti ha particolarmente segnato? «Ero a Cagliari e durante l’intervallo del match stavo rientrando negli spogliatoi. Passando sotto al tunnel, un tifoso sputò in una fessura presente nella muratura e mi colpì la divisa. Di fianco a me stava camminando Gianfranco Zola che aveva osservato l’accaduto: si scusò per il comportamento del supporter e mi pulì personalmente la giacca. Per me fu un gesto di umanità sconfinata da parte di uno dei calcatori più importanti della storia del nostro Paese. Non serve aggiungere altro». =VOQWKI\WZMXIZ\QKWTIZUMV\MLQЅKQTMLI ‘gestire’? «Oddio, diciamo che ho incontrato parecchi giocatori di grande carattere che con la loro ‘presenza’ si facevano rispettare dagli avversari e dal sottoscritto. Qualcuno esagerava un po’ con le parole ma con me… cascavano male. Fare dei nomi non mi sembra corretto. Posso però ricordare un aneddoto: Roma-Juventus Coppa Italia, era il primo febbraio del 2006. La Juve aveva perso a Torino 3-2 e quindi per passare alle semifinali doveva vincere a Roma con almeno due gol di scarto. Partita tiratissima e molto nervosa. Al 18’ del primo tempo Nedved fa un fallaccio su Totti e gli animi si scaldano ulteriormente. Tutti vogliono l’espulsione di Nedved. Si accende un capannello intorno a me. Nel frattempo però Dacourt e Ibrahimovic si prendono a manate. Io li vedo. Aspetto che gli animi si calmino. Ammonisco Nedved e, quando ormai pensavano di averla fatta franca, mostro il rosso a Dacourt e Ibrahimovic. Mi aspettavo una reazione di Ibra per questa decisione e invece, mi ha guardato e, senza dire nulla, si è girato ed è uscito dal campo: aveva capito di averla combinata grossa e che la mia decisione era stata corretta». Paolo, che ricordi hai dei campioni che hai arbitrato? «Ho tante maglie, alcune davvero iconiche, indossate da campioni come Maldini, Del Piero, Totti, Baggio. Ne

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ho però una a cui sono particolarmente legato ed è la maglia che presi al termine della partita Tottenham-Anorthois di Coppa Uefa giocatasi a Londra il 20 settembre 2007. La maglia è la numero 16 del Tottenham che fu indossata da

un giovane poco conosciuto ma di cui si diceva un gran bene. A fine gara mi avvicinai e gliela chiesi. Lui, quasi sorpreso, me la diede con molto piacere. Ah, quel sedicenne era Gareth Bale…».


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Foto: Pierluigi Brivio, fc-suedtirol.com

I NTERVISTA Pierluigi Brivio

Progetto stellare

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ALBERTO CRISTANI/MATTEO LERCO

stride con la bellezza della cittadina».

L

Come è nata questa possibilità di arrivare alla Stella Rossa? «È nata allenando il figlio di Dejan Stankovic. Lo incontrai che era ragazzino e iniziammo un percorso di crescita nel periodo tra Allievi e Primavera. Quando vidi la chiamata di Dejan pensai che fosse per rimproverarmi in qualche modo l’eccessiva severità negli allenamenti col figlio. Invece mi propose di andare a lavorare con lui: all’inizio rimasi sorpreso, perché tra l’altro ero ancora operativo a Bolzano col Südtirol. Mi chiese di provare a liberarmi ed io ne parlai con mister Stefano Vecchi, comunicandogli di aver ricevuto questa proposta. Vecchi comprensibilmente mi disse di arrivare fino a fine stagione e solo successivamente di scegliere il mio futuro. Ero già in difficoltà nel proporgli questa cosa, ma sarà stata l’adrenalina, sarà stata l’importanza dell’offerta, decisi di partire senza pensare ad altro. Il lockdown ha successivamente bloccato un po’ tutto, tanto che solo a fine maggio sono potuto partire in macchina per raggiungere Belgrado. Mi dissero di andare in quel periodo, così da conoscere l’ambiente, di modo che la stagione successiva sarei già stato inserito. Col senno di poi è stata la scelta giusta».

Pierluigi Brivio è un «istituzione dei pali» in movimento. Cinquantadue anni il prossimo 21 maggio, il preparatore atletico della Stella Rossa ha alle spalle ha una carriera importante con addosso i guantoni: 73 sono i gettoni accumulati nella Massima Serie con le maglie di Vicenza e Venezia, 157 in Cadetteria e quasi 180 le apparizioni nel terzo palcoscenico del calcio nostrano. Terminato il percorso da giocatore, Brivio ha scelto di dedicarsi alla crescita dei nuovi «numeri uno», partendo da Portogruaro, passando per Monza, Albinoleffe, Inter, Südtirol e approdando, infine, nel campionato serbo alla corte di Dejan Stankovic. Una carriera costantemente in divenire la sua, sospinta ora da un vento dell’Est che lo sta portando ad esplorare dei confini calcistici estremamente stimolanti. Pierluigi, come si sta a Belgrado? «Io vivo benissimo, è una bella città. Sinceramente non la conoscevo, non essendo molto pubblicizzata, però ora che la respiro posso affermare che sia una metropoli viva, affascinante, che ha molto da offrire. La gente del posto è cordiale e mi ha aiutato molto ad inserirmi. C’è però da considerare anche il rovescio della medaglia: se si esce dal contesto calcistico e dal quartiere nel quale vivo il livello di povertà è abbastanza diffuso. Una situazione che

Se chiudi un attimo gli occhi, il 2020 che anno è stato per te? «È stato un anno sicuramente ricco di emozioni, sia positive che negative.

L’aspetto deprimente è legato a questo virus che ha portato tantissime vittime nel mondo: ho vissuto in prima persona la prima parte della Pandemia nella terra bergamasca e vi posso assicurare che non sono stati momenti semplici. Tanta gente a me vicina purtroppo ora non c’è più, è un’impronta indelebile che ti resta impressa dentro. Se mi concentro sulle soddisfazioni sicuramente penso alla realtà di Bolzano, un ambiente fantastico che sta facendo molto anche in questa stagione. Ho avuto inoltre questa possibilità di iniziare a lavorare in un contesto diverso, di livello superiore, con un mister che ha tanta voglia di fare bene. Chiaramente la lontananza della mia famiglia è un qualcosa che mi rattrista, ma il 2020 sotto l’aspetto professionale è stato indubbiamente un anno di crescita». Terminata la tua carriera tra i pali, cosa ti ha spinto ad intraprendere la strada da allenatore? «Non è un passaggio automatico. La prima cosa che ti viene in mente quando smetti di giocare è cercare di capire come poter tornare a guadagnare il più velocemente possibile e questo è un grande errore! Succede perché ti senti smarrito, senza uno scopo, una sensazione comprensibile, perché da protagonista sul campo ti ritrovi fermo ad osservare chi gioca. Questo periodo però è passeggiero e, passato del tempo, ti confronti veramente con la realtà dei fatti e devi iniziare a capire cosa vuoi

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che avevo sedimentato nella mia testa, iniziando a trasmettere ai miei ragazzi il concetto che avevo di “porta”». Penso che il grande passo per un portiere che termina la sua carriera sia proprio quello di riconoscere che non si è più ‘protagonisti’, sbaglio? «Hai ragione, è uno step complicato. Nei primi anni da allenatore vuoi che chi stai allenando faccia quello che facevi tu, questo non è possibile. Puoi portare il tuo portiere a migliorare un fondamentale, ma non devi dimenticare che ora il palcoscenico è suo e che il tuo compito è quello di creare un “abito” adatto alle sue caratteristiche. Come preparatore è essenziale mantenere sempre un atteggiamento propositivo, cercando di trasmettere sensazioni positive ai tuoi ragazzi». Tra te ed il portiere che alleni in genere l’alchimia scatta subito o devi trovare un linguaggio per farti ascoltare e comprendere? «Con i giovani sicuramente l’impatto è più semplice. Quando ho lavorato nel settore giovanile dell’Inter, allenando la Primavera ed essendo Responsabile dell’area portieri, i ragazzini mi vedevano come un punto d’arrivo e quindi con me si aprivano più facilmente. I giovani sono estremamente istintivi: se percepiscono che hai giocato e hai vissuto quello che loro stanno vivendo sono più propensi ad assimilare quando gli trasmetti dei

fare della tua vita. A me sono serviti due/ tre mesi per capire dove fosse collocato il mio destino. Sono andato in Serie B a Portogruaro con mister Fabio Viviani, ma l’esperienza non è andata bene: avevamo iniziato col piede giusto la stagione, ma i risultati non arrivavano. Stavamo tuttavia crescendo come gruppo squadra, quando la società ha scelto di cambiare guida tecnica». Poi che è successo? «Da quel momento fino alla stagione successiva ho iniziato a documentarmi: sono andato da Claudio Filippi alla Juventus per osservare le dinamiche presenti nei grandi club, ho fatto tappa a Milano per assimilare i metodi di allenamento dell’Inter, un percorso di analisi che mi ha indirizzato sensibilmente. La sliding door per me è stata il Monza in Serie C1: in tre anni ho potuto mettere in pratica le idee

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concetti. La “presa” nei loro confronti, in poche parole, è più efficace». Con i ‘grandi’, invece? «Con loro il rapporto è in partenza più complesso, in quanto devi prima farti accettare. Quest’anno, ad esempio, quando sono arrivato qui a Belgrado il portiere titolare, Milan Borjan, dopo un mese di lavoro è venuto da me e mi ha confessato: “Gigi pensavo che tu portassi dei lavoretti da settore giovanile”. C’è voluto del tempo per equilibrare il nostro rapporto e la sensazione ora è che si trovi bene con me e che stia crescendo. Quando un portiere capisce di essere il protagonista e si sente a suo agio è quello il momento in cui ti viene a cercare. Quanto comprendi di essere in sintonia col tuo assistito, il grosso è fatto». La Stella Rossa è uscita a testa alta dall’Europa League contro il Milan… «Già, i ragazzi hanno dato tutto e hanno messo in difficoltà una grande squadra come il Milan. Di fatto siamo usciti senza perdere e questo aumenta un po’ il rammarico. Ma va bene così. Mister Stankovic sta dando un’identità di gioco ben precisa alla squadra e primi frutti si stanno vedendo. Si stanno gettando le basi per far tornare la Stella Rossa una squadra importante a livello europeo. Il lavoro da fare è ancora tanto ma la strada è quella giusta. Di sicuro il progetto è molto stimolante e farne parte è per me un grande privilegio».


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AG EN DA SportdiPiù e SG Plus Ghiretti & Partners, insieme per promuovere e rilanciare lo sport Nuova importante collaborazione per SportdiPiù magazine che festeggia i suoi 13 anni di attività avvalendosi anche del prestigioso patrocinio di SG Plus Ghiretti & Partners di Parma, team di professionisti altamente qualificati che opera a 360° nel mondo sportivo. Da ventanni nel settore, dialoghiamo con tutti gli stakeholder del sistema: Aziende, Enti Pubblici, Istituzioni Sportive e Operatori. SG Plus Ghiretti & Partners basa la sua mission su un costante miglioramento, attraverso studio e ricerca, nella creazione di relazioni, nella valorizzazione dello sport come mezzo di crescita umana e

sociale. “Per SportdiPiù magazine” – spiega il direttore Alberto Cristani – “la collaborazione con SG Plus Ghiretti & Partners di Parma rappresenta un’ulteriore tappa di crescita in ottica di promozione dello sport. Personalmente stimo molto il Presidente Roberto Ghiretti, uomo di sport e di grandi valori; questa partnership suggella, di fatto, un rapporto che dura ormai da diversi anni. Sono convinto che nel futuro potremo ‘inventare’ qualcosa di davvero importante per lo sport, senza preclusioni di disciplina e confini territoriali”

“Come SG Plus Ghiretti & Partners” – evidenzia il Dott. Roberto Ghiretti – “abbiamo accettato con piacere la richiesta di patrocinio da parte di SportdiPiù magazine. Ufficializziamo in questo modo un reciproco impegno per sviluppare un concetto di sport che va oltre il risultato e che impatta su ogni comunità. Sport quindi inteso come cultura e SportdiPiù magazine rappresenta al meglio questo concetto”.

Sport, arriva il master per gestire infrastrutture e impianti

È sempre più ampio il riconoscimento dei patrocini per il Master di I livello e il Corso di alta formazione in Management delle infrastrutture sportive, organizzato dall’Università Telematica degli Studi IUL e SG Plus Ghiretti & Partners. Oltre al CONI e all’Istituto per il Credito Sportivo, si aggiunge infatti il sostegno di numerose federazioni nazionali - FIBa, FIDAL, FIJLKAM, FIPE, FIPAV, FIPE, FISR, FIV - enti di promozione sportiva ACSI, AICS, CNS LIBERTAS, CSEN, CSI, CUSI, OPES - e importanti realtà di settore e benemerite FONDAZIONE SPORT CITY, G.I.B.A, LEGA NAZIONALE PALLACANESTRO, LEGA PALLAVOLO SERIE A, LEGA PRO, MSA MANAGER SPORTIVI ASSOCIATI, PANATHLON e UNVS. «L’obiettivo del Master dichiara Immacolata Messuri, Direttrice del Master e Professore di Pedagogia generale e sociale dell’Università IUL - è

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fornire competenze articolate in un ambito specialistico come quello dell’impiantistica sportiva. Potranno accedere al corso non solo i professionisti, ma anche studenti, giovani che si affacciano al mondo del lavoro o persone che da anni gravitano nel mondo dello sport anche a livello dilettantistico». I docenti coinvolti provengono dal mondo dell’alta formazione e del professionismo. In particolare, Emilio Faroldi, Prorettore Delegato del Politecnico di Milano e Direttore del Master Universitario di II livello in “Progettazione, Costruzione e Gestione delle Infrastrutture Sportive”, tratterà la parte relativa alla “Gestione strutturale”. Guido Martinelli, Avvocato specializzato in diritto sportivo ed esperto di terzo settore, docente Scuola dello Sport CONI e direttore della rivista “Associazioni e sport”, avrà in carico la parte sulle “Normative di riferimento”. Alberto Manzotti, Docente Luiss, ex Consigliere di Amministrazione Fondazione dello Sport del Comune di Reggio Emilia ed esperto di pianificazione e controllo di gestione per impianti sportivi, si occuperà del modulo in “Modelli di

gestione aziendale”. Roberto Bresci, Presidente del Comitato Regionale Toscana FIN, dottore commercialista esperto in fiscalità degli enti sportivi dilettantistici, tratterà la tematica relativa ad “Amministrazione e fiscalità”. Roberto Ghiretti, Docente del Master Sport Uniparma e della Scuola dello Sport del CONI, Direttore di organizzazioni sportive nazionali e organizzatore di eventi e manifestazioni, si occuperà della parte relativa alla “Gestione organizzativa e marketing”. Infine, Fabio Pagliara, Presidente della Fondazione Sport City, esperto di comunicazione sportiva, docente Master Sole 24 e Link University Campus di Roma, affronterà il modulo relativo al “Comunicare gli impianti sportivi”. Il Master/Corso di Alta formazione, caratterizzato da un percorso annuale interamente online della durata di 1500 ore, ha un costo di 1.900 euro e rilascerà ai partecipanti un totale di 60 crediti formativi universitari. È prevista una riduzione del 15% sulla quota d’iscrizione riservata ai rappresentanti di Federazioni sportive, Discipline Sportive Associate, Enti di Promozione Sportiva e Associazioni Benemerite (dirigenti di società affiliate, dirigenti e dipendenti nazionali, dipendenti dei comitati regionali) e Comuni (assessori, dirigenti, dipendenti). Sono previste, inoltre, altre agevolazioni e borse di studio. Le iscrizioni sono aperte fino al 30 aprile 2021.


Comitato Regionale Veneto Verona

QUALE FUTURO PER L’ATTIVITÀ SPORTIVA? in collaborazione con

SPORTdiPIÙ magazine


Dopo la presentazione dell’indagine conoscitiva rivolta ai ragazzi della scuola primaria di primo e secondo grado, abbiamo predisposto un test per le Federazioni Sportive, le Discipline Associate e gli Enti di Promozione Sportiva (a cui ha risposto il 76,9% degli interessati) ed uno per le società sportive (in totale 202/250 a cui era stato inviato). Partendo da quanto emerso dai test sopracitati, seppur in periodo di lockdown dovuto alla pandemia da Covid19, attraverso videoconferenze e nei vari gruppi wathsapp abbiamo saputo creare dibattito e confronto fra Coni Verona, Scuola, Ufficio Sport della Curia, Federazioni Sportive, Discipline Associate, Enti di Promozione Sportiva, Società Sportive e Assessorati allo Sport della nostra provincia. Ne è scaturito un lavoro unico (è la prima volta che avviene un confronto/proposta coinvolgendo tutti coloro che si occupano di Sport), approfondito che abbiamo raccolto nel presente opuscolo inserendo anche alcune testimonianze di atleti o ex-atleti. Dalla lettura si potrà trarre spunti di riflessione ma anche suggerimenti concreti che possono essere utili a tutti coloro che si occupano di attività sportiva. Un sincero ringraziamento a coloro che hanno offerto il proprio tempo, preparazione e competenza per la realizzazione di questo opuscolo e che, a seconda dell’argomento trattato, vengono tutti citati. Infine, ma non ultimo, mi sia concesso un particolare ringraziamento ad Alberto Cristani (Direttore della rivista SportdiPiù Magazine Veneto) per aver saputo organizzare videoconferenze di assoluto livello che hanno significativamente contribuito al nostro confronto in particolare con: Giovanni Malagò (Presidente Nazionale Coni), Gianfranco Bardelle (Presidente Regionale Coni), Dino Ponchio (Direttore della Scuola Regionale dello Sport Coni Veneto), Dino Mascalzoni (Docente referente attività di Educazione Fisica e Sportiva dell’Ufficio Ambito Territoriale VII di Verona), Stefano Garzon (Dirigente Scolastico), Roberto Ghiretti (CEO SG Plus), Lucio Taschin (consulente di comunicazione e marketing sportivo), Emanuela Biondani (Young Sport & Cultura Community).

STEFANO GNESATO Delegato Provinciale Coni Verona

PREMESSA Tutto è cambiato! Non sappiamo se e quando torneremo a vivere la realtà che abbiamo lasciato prima del Covid. Questo ci obbliga ad un ripensamento, a reinventare e organizzare una nuova realtà sportiva sia a causa del necessario distanziamento fisico, che inciderà in molte discipline sportive, sia per il cambiamento del tessuto sociale. In questo contesto molte cose cambieranno, inevitabilmente, anche per lo sport: gli aspetti organizzativi, il ruolo che lo sport dovrà avere in questo nuovo tessuto sociale, la formazione di tutti gli operatori sportivi (dirigenti, tecnici, allenatori) dove uno non vale più uno, il rapporto con le famiglie. Lo sport e l’attività motoria promuovono in primis la tutela della salute e devono essere garanti del rispetto della stessa. Dovrebbe per questo essere acquisito da tutti un corretto stile di vita assicurando ai giovani un armonico sviluppo psico fisico e agli adulti un mantenimento di un buono stato di salute che assicuri la qualità di vita. Non si può quindi non ripartire a ripensare lo sport partendo dalle nuove normative necessarie per assicurare e garantire la tutela della salute che dovranno inevitabilmente far parte di un nuovo approccio allo sport a qualsiasi livello. Va da sé che sarà necessaria una nuova organizzazione sportiva. Ciò che stiamo vivendo sta portando a galla una serie di problematiche economico-organizzative per le ASD: attuazione di tutte le norme di igienizzazione e sanificazione, difficoltà a dividere i ragazzi in gruppi ristretti perché le strutture sono piccole o insufficienti, spesso gli spazi sono condivisi fra società, perché si renderà necessario un numero superiore di operatori sportivi. Sono problematiche che si riscontreranno anche nella scuola soprattutto durante le ore di educazione fisica. Non servirà più solo la buona volontà, che ha sempre contraddistinto il mondo sportivo, ma servirà un cambio di rotta, soprattutto un cambio culturale, in cui la formazione dei ragazzi abbia la priorità su tutto. Bisognerà davvero porre l’attenzione su tutta l’attività giovanile di qualsiasi livello (amatoriale- promozionale - agonistica) e non solo perché dobbiamo far crescere degli atleti ma soprattutto perché dobbiamo formare gli adulti del domani e l’attività sportiva è parte integrante ed imprescindibile di questo percorso. Con questa crisi finisce un modello di organizzazione. Servirà una vera auto-riforma dello sport, profonda nel modo di operare. Dovremmo essere i primi, partendo dalla nostra capacità di confronto, professionalità, esperienza, a proporre un nuovo modello di sport, di gestione dell’attività sportiva.

“NON POSSIAMO PRETENDERE CHE LE COSE CAMBINO SE OPERIAMO SEMPRE NELLO STESSO MODO, LA CRISI PORTA PROGRESSO”. Albert Einstain

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L’ATTIVITÀ SPORTIVA: STRUMENTO EDUCATIVO e di CRESCITA Stefano Gnesato, Delegato Provinciale Coni Giovanni Battocchio, Psicopedagogista, Fiduciario Coni Raffaella Sgalambro, Docente territoriale SRdS Coni Veneto, formatore provinciale Centri Coni “Lo Sport è uno strumento educativo” - “I valori che lo Sport trasmette” Sono frasi che sentiamo ripetere come se fossero dei mantra. A volte siamo noi stessi a ripeterle. In realtà lo Sport non è uno strumento educativo né trasmette valori. Cosa c’è di educativo nel realizzare un canestro da tre punti, una meta nel rugby o saper saltare più in alto di tutti? Cosa c’è di educativo nel vincere o perdere una gara? Nulla, semplicemente nulla. Possiamo però affermare che lo Sport può essere uno strumento educativo molto importante, anche se ciò non è scontato, anzi spesso non è così. L’attività sportiva diviene strumento educativo quando gli adulti concordano nel renderlo tale attraverso l’esperienza sportiva. Per adulti intendiamo i dirigenti, gli allenatori e anche i genitori. Tutti gli adulti che vivono a contatto con i ragazzi, lo si voglia o meno, piaccia o meno, sono educatori: lo sono i genitori, gli insegnanti nell’esercizio della loro professione, i catechisti e anche i dirigenti e gli allenatori. Si è educatori non tanto facendo interminabili raccomandazioni ai ragazzi ma con l’esempio, la coerenza e la conseguenza. È la coerenza la regola fondamentale dell’educazione! Gli adulti dovrebbero interrogarsi su quando e quante volte sono coerenti e conseguenti sul loro dire e il loro agire. Quando un genitore raccomanda al figlio di rispettare l’insegnante, l’allenatore, la puntualità ma poi il sabato, o la domenica, il figlio lo sente insultare l’arbitro o gli avversari, imparerà ciò che sente e vede. A sua volta se un dirigente o un allenatore dice ad una squadra che l’importante è divertirsi, che giocheranno tutti e poi, in realtà, vengono fatti giocare solo quelli che garantiscono il risultato, cioè i “presunti” più bravi, si danno input contraddittori. Il messaggio che giunge ai ragazzi è che le regole dello sport sono elastiche: dico una cosa e ne faccio un’altra. Nel ragazzo si fa strada l’idea che anche nell’agire quotidiano le regole possono essere elastiche, adattabili alle necessità personali. In sintesi: non è la partecipazione sportiva a garantire ai giovani atleti uno sviluppo personale positivo, ma sono le scelte educative intenzionali da parte degli adulti, allenatori, dirigenti e genitori, cioè coloro che dovrebbero essere determinanti nel proporre, programmare, organizzare le attività e verificarne la reale osservanza e coerenza. Questa riflessione ci sembra molto adeguata al contesto attuale; l’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere questo momento una risorsa e un punto di partenza per rivedere alcuni aspetti riguardo il valore dell’attività motoria e sportiva. La ri-partenza dopo questo momento di difficoltà si traduce nella capacità di ristrutturare in modo attento l’attività, nella consapevolezza del cambiamento. A maggior ragione data la situazione bisogna far emergere in modo più determinante i valori che lo sport può rappresentare nella formazione e crescita dei ragazzi al fine di renderlo concretamente educativo. Siamo sicuri che lo sport sia risultato sempre educativo nella formazione degli atleti in quanto persone? Ma soprattutto che valore diamo a questa “parola” che nel suo senso primo e profondo significa “tirare fuori ciò che sta dentro”? Questa definizione è strettamente legata un ad un semplice ma fondamentale concetto base nel processo di insegnamento – apprendimento, ovvero la centralità dell’atleta/persona; centralità rispetto a tutto ciò che riguarda l’allenamento, negli aspetti della programmazione - didattica organizzazione e degli obiettivi. Ciò che si mette in campo per la crescita tecnica e umana dei nostri atleti dovrebbe partire sempre dai loro obiettivi, dalle loro caratteristiche fisiche e psicologiche, dalle loro passioni ed emozioni e prevedere un percorso di crescita personale che rispecchia tempi e obiettivi di ciascuno. Tutti i ragazzi che praticano sport hanno diritto di realizzare le loro aspirazioni attraverso un apprendimento equilibrato, un miglioramento progressivo delle abilità psico-fisiche e tecniche, senza la pretesa che diventino fuoriclasse o campioni. Ciò significa che lo sviluppo passa parallelamente attraverso una programmazione che prevede un miglioramento delle capacità che possono portare ad ottenere ottimi risultati, senza che questi siano l’obiettivo primario soprattutto se in età giovanile. Se vogliamo concretizzare e rendere l’attività motoria e sportiva davvero educativa è sufficiente partire da una programmazione che rispetti l’atleta sia da un punto di vista fisico che psicologico ed emotivo. Tenere conto delle fasi di crescita; sappiamo che l’età biologica non coincide all’età anagrafica con differenze notevoli se la riportiamo al contesto sportivo, soprattutto per quanto riguarda le caratteristiche dell’apparato scheletrico e muscolare, evitando così di creare problematiche fisiche; rispettare le fasi sensibili per l’acquisizione e miglioramento degli schemi motori e capacità coordinative è fondamentale. Spesso invece si “spinge sull’acceleratore” evitando così di programmare le attività in modo attento e puntuale nel rispetto dei bambini e dei ragazzi con cui “lavoriamo”. Il perseguimento di risultati in tempi precoci, cioè bruciando le tappe per una soddisfazione personale degli allenatori, dei dirigenti e di alcuni genitori, molto spesso si “paga”, sia in termini di mancanza di rispetto dell’atleta, sia perché si rischia l’abbandono dell’attività sportiva in modo precoce e definitivo. Forse questo è il momento adatto per fermarsi, riprogrammare l’attività con obiettivi a lungo termine, rispettando maggiormente le tappe di crescita. Lo stop di gare e campionati, se da una parte può aver tolto motivazioni alla pratica dell’attività sportiva, dall’altra è un’opportunità per dare un nuovo valore alla programmazione, recuperando un lavoro basato su multidisciplinarietà e sui principi di multilateralità a supporto di quelle carenze motorie che riguardano schemi motori e capacità coordinative, che riscontriamo quotidianamente non solo con le nostre attività di promozione sportiva. Il miglioramento tecnico e l’aspetto educativo non sono in contrapposizione ma sono le facce di una stessa medaglia; attuare una metodologia

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corretta nella fascia di età tra i 6 e i 14 anni, sul principio metodologico di multilateralità in tutte le sue fasi, estensiva, orientata e mirata non vuol dire trascurare il miglioramento specifico, ma realizzarlo con tempi e modi corretti, costruendo la base di capacità necessarie per arrivare poi ad un perfezionamento tecnico. Aspetto tecnico e aspetto educativo diventano elementi complementari che vanno nella direzione di una crescita e formazione completa dei nostri atleti. Un altro aspetto fondamentale nell’organizzazione dell’attività di allenamento è senza dubbio il GIOCO. È attraverso il gioco, dovrebbe essere elemento integrante di ogni allenamento, che il bambino si relazione con sé e con gli altri. Con il gioco il bambino scopre il mondo passando dal globale alla ricerca di situazioni tecnico tattiche specifiche dello sport; il gioco va assistito e deve essere funzionale allo sport praticato. Anche in questo contesto in cui bisogna senza dubbio adattare la metodologia alle necessità dei protocolli anti-covid, non bisogna prescindere però da alcuni principi base del processo di insegnamento allenamento: · rispettare le differenze individuali e i diversi stadi di sviluppo; · predisporre esercitazioni dal semplice al complesso, dal facile al difficile, dal conosciuto all’ignoto, da una motricità grezza ad una motricità fine; · presentare le attività in modo ludico e coinvolgente; · utilizzare in modo corretto il metodo globale e analitico. Il comune denominatore dell’attività sportiva affinché sia concretamente educativa è senza dubbio la centralità dell’atleta in ogni scelta dell’allenatore, dei dirigenti e dei genitori. Concretamente: La finalità dell’attività motoria e sportiva in età giovanile deve essere quella di suscitare interesse, di coinvolgere ed aumentare la motivazione dei ragazzi ad impegnarsi in ciò che si fa. La motivazione è un processo interno ed esterno alla persona (intrinseca ed estrinseca Deci & Ryan) e matura con il tempo. Rilevante, determinante è l’ambiente che deve essere sereno e non critico sulle valutazioni personali. Un bambino non deve essere valutato per un errore tecnico. Può sbagliare un calcio di rigore ma resta un bravo bambino. Spesso invece, allenatori, genitori, inveiscono, urlano, insultano chi sbaglia. Far presente l’errore è doveroso ma bisogna saper “criticare” il comportamento specifico in una forma adeguata all’età dei bambini, dei ragazzi. L’acquisizione di competenze è il risultato dell’interazione strutturata tra abilità, conoscenze ed atteggiamenti affettivi ed è legata all’età, alle capacità sviluppate e al livello di esperienza. All’interno delle proprie capacità motorie, con la possibilità di provare e il tempo, tutti migliorano. Nessuno escluso. Le regole. In una società sportiva è compito dei dirigenti e degli allenatori spiegare, insegnare e chiedere il rispetto delle regole del gioco, anche quando costa fatica, anche quando si rischia di perdere una partita o una gara. Rispetto degli avversari, dei giudici, degli arbitri. Se un allenatore, un dirigente o un genitore protesta sempre anche i ragazzi impareranno a fare altrettanto. Se viene messa in discussione la figura del giudice o arbitro, figure che sono sempre esistite, si inizia a dubitare della correttezza e lealtà. Il rispetto di queste figure è fondamentale anche quando sappiamo che un giudice o arbitro ha sbagliato. Le sconfitte. La sconfitta può avere una valenza psicologica e pedagogica importante che accompagna la crescita dei bambini. In seguito ad una sconfitta c’è chi reagisce positivamente e chi assume un atteggiamento negativo, si demotiva, si trasforma nell’essere un perdente. Non tutti sappiamo perdere! Spesso sentiamo allenatori, dirigenti, genitori pronunciare frasi tipo “sei un’incapace, mi hai deluso”. Allenatori che voltano le spalle ai bambini durante una partita e guardare il muro di cinta del campo sportivo! (visto direttamente). È importante avere allenatori e dirigenti preparati a far sì che la sconfitta diventi mezzo per migliorare: far accettare serenamente la sconfitta senza creare alibi; si perde in gara ma non nella vita; considerare la sconfitta come opportunità per perfezionarsi, per applicarsi di più (Giovannini 2002). La mancanza di coinvolgimento genera noia, sentimenti di incompetenza, ed è una delle cause del precoce abbandono. L’abbandono precoce (10-11 anni) fa sì che i ragazzi non vogliano più sentire parlare e praticare sport. E questo causa stili di vita sedentari con conseguenze anche sulla salute. Drop out. Pure giovani possibili talenti abbandonano precocemente la pratica sportiva, anche mentre vincevano. Questo succede quando hanno iniziato una precoce specializzazione. Quando un ragazzo vince spesso gli adulti si aspettano che vinca sempre. Ciò non è possibile ed è causa di stress per i giovani. La vittoria con i ragazzi non è mai controllabile. Crisi identitaria. Molti giovani soffrono di mancanza di autostima nei propri confronti, basandosi sul giudizio degli adulti, vedendosi diversi dai modelli che vengono proposti; vivono una crisi identitaria che porta a vulnerabilità, fragilità, insicurezza. La risorsa diventa la visibilità sociale, una sorta di richiesta per “essere visti ed ascoltati”. Il ruolo dell’educatore sportivo diventa fondamentale ma richiede una specifica formazione per far emergere la persona oltre che l’atleta. Vittorie e sconfitte. Disgiungere la gara dal vincere o perdere non ha alcun significato. La spinta agonistica è positiva in entrambi i casi per sapersi migliorare e poter conoscere i propri limiti. È compito degli allenatori e dei dirigenti educare i ragazzi all’agonismo etico. Aspetto sanitario. Non dimentichiamo che l’attività motoria e sportiva fatta con impegno e costanza è un mezzo per prevenire patologie quali: obesità, diabete, malattie cardiovascolari. Chi, per qualsiasi motivo, abbandona precocemente la pratica motoria e sportiva sarà fortemente esposto a questi rischi perché non vorrà più rimettersi in gioco (dato chiaramente emerso nell’ indagine conoscitiva Coni Verona/Assessorati allo Sport 2018). Con questa epidemia ci siamo resi conto che la salute è un dovere/diritto verso noi stessi, verso i nostri cari, verso le nostre comunità! Dobbiamo diventare responsabili della nostra e altrui salute. Centralità del ruolo. Le agenzie educative più importanti sono: la famiglia, la scuola, le associazioni sportive. Dirigenti e allenatori si trovano ad assolvere a più ruoli contemporaneamente: modelli, istruttori, insegnanti, animatori. Ruoli che vanno ben oltre gli allenamenti e le gare. Oltre ad un’adeguata formazione, per essere veri educatori sarà necessario svincolare l’autostima dal risultato, permettere un po’ di frustrazione come stimolo per riflettere e ripartire, stimolare l’autonomia e l’assunzione di responsabilità, salvaguardare il diritto di sbagliare e ricominciare.

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Per “costruire” un’atleta, iniziando da piccoli, occorrono almeno 15 anni. Ciò non significa che al termine di questo percorso tutti diventeranno dei campioni. Anzi, è una minima parte che riesce ad affermarsi ad alti livelli e questo dovrebbe essere tenuto in debita considerazione. Lo sport allora sia davvero il mezzo per crescere anzitutto donne e uomini con grandi valori, onesti, leali e generosi. Con lo sport sia coltivato tutto ciò che fa parte della nostra vita: affetti, cultura, amicizie, ideali di vita, interessi sociali. Facciamo sì che lo sport, magari cambiando disciplina sportiva, modo di praticarlo in base all’età, sia parte integrante e ci accompagni per tutta la vita. Questo deve essere il nostro scopo principale. Oggi abbiamo bisogno di persone con competenze, capacità e conoscenze multidisciplinari e che siano in grado di entrare in relazione con i ragazzi, capire le loro esigenze e creare un ambiente dove i ragazzi possano praticare l’attività sportiva nel rispetto della persona e del rapporto con gli altri. Infine dobbiamo ricordare che lo sport è anche competizione, confronto, selezione. Questo non ci deve allarmare o pensare che sia un aspetto negativo anzi, permette di attingere alle migliori risorse personali e far crescere, sempre e comunque nel rispetto della persona. Nello Sport tutti, bambini compresi, desideriamo giocare, divertirci, vincere, migliorare. Sempre. La competizione è insita nell’attività sportiva sia nelle discipline singole che di squadra. Anche l’attività sportiva non finalizzata alla competizione (gare) diviene una sfida con sé stessi perché si desidera sempre migliorare le performance precedenti. La competizione ha aspetti positivi e può essere utilizzata per obiettivi educativi come ad esempio aiutare i ragazzi ad impegnarsi in vista di un obiettivo comune. È invece importante non siano promossi elementi di forte confronto da parte degli adulti di riferimento (dirigenti, allenatori, genitori) perché possono ingenerare ansia, stress, creare malcontenti e rivalità all’interno del gruppo. Lo Sport è anche selezione. Nel caso dei bambini per esempio, sanno chi fra loro è il migliore, il più bravo, hanno capacità critiche e non serve un adulto che glielo spieghi. I bambini considerati meno bravi smettono precocemente se un adulto (dirigente, allenatore, genitore), non sa valorizzare le loro potenzialità (bevo dal bicchiere, è piccolo, ma è mio). Tutti, nessuno escluso, con i giusti e appropriati stimoli migliorano le proprie capacità. La prima selezione quindi la fanno i bambini stessi: smettono per conto loro. Non tutti sono portati per una disciplina sportiva. L’allenatore, il dirigente con le dovute competenze dovrebbe confrontarsi con i genitori e con i ragazzi proponendo loro altre discipline sportive più aderenti e idonee alle loro caratteristiche o propensioni. La selezione drastica fatta ad un’età di 10/11 anni, equivale dire ad un ragazzo che “non è portato”, “non è capace”, il che si traduce in un abbandono, cioè che smetterà con lo sport per tutta la vita, in qualche caso con qualche ripercussione psicologica? La selezione nello sport deve essere fatta quando il ragazzo ha raggiunto la “maturità biologica”, che equivale a dire psico-fisica, momento cioè in cui s’inizia ad essere veri atleti. Purtroppo ciò che constatiamo spesso è che in questo periodo la maggior parte dei ragazzi smette: noia, mancanza di divertimento, mancanza di stimoli …. E questo ci deve far riflettere!

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RIFLESSIONI INDAGINE CONOSCITIVA 2019 Fiduciari Coni Verona: Colangeli Sandro, Ferrari Attilio, Gobbi Lara, Frigo Nicholas, Migliorini Marco, Sgalambro Raffaella, Tibaldi Francesca, Zampini Barbara. Federazioni Sportive, Discipline Associate, Enti di Promozione Sportiva: Begal Tiziano (Fipsas), Bianchini Stefano (Fipav), Boggian Alessandro (Opes Verona), Carlin Maria Rosa (Aics), De Luca Enrico (Asc), Piccoli Maurizio (Fijlkam), Pozzani Ruggero (Fiv) Assessori allo Sport: Aldrighetti Marco (Marano di Valpolicella), Bonioli Luca (San Pietro Incariano), Clementi Germano (Isola della Scala), Dalli Cani Angelo (Soave), Falamischia Luca (Legnago), Giaretta Pierluigi (Oppeano), Indelicato Angelo (Cavaion Veronese), Morandi Diana (Ronco all’Adige), Poltronieri Marco (Nogara), Pozzani Orfeo (Bovolone), Rando Filippo (Verona), Rossi Francesca (Albaredo d’Adige), Sartori Renzo (Pressana), Toffanin Claudio (Bosco Chiesanuova), Tommasi Samuele (Sant’Anna d’Alfaedo), Venturini Cesarino (Illasi). L’indagine conoscitiva ci ha consegnato un lavoro completo ed efficace per comprendere la realtà della nostra Provincia. Ci permette di condividere e lavorare con precise indicazioni riguardo l’educazione sportiva, la promozione sportiva e generale dei nostri ragazzi. È uno strumento che apre le porte al confronto fra tutti i soggetti che si occupano di Sport. Purtroppo il periodo che stiamo vivendo (epidemia e crisi finanziaria) getta molte ombre sul futuro ma, seppur in un momento di isolamento, di restrizioni, riteniamo questo tempo propizio per riflettere su ciò che, attraverso l’indagine conoscitiva, ci hanno detto i nostri ragazzi. È il tempo delle riflessioni, dei confronti, del ri-pensare lo Sport, di progettare perché, concluso questo periodo, se ne aprirà un altro che sarà sì molto difficile per tutti ma potrà anche essere ricco di nuove opportunità e iniziative. Dipenderà da ognuno di noi! Promozione Sportiva Coni, Federazioni, Enti di Promozione Sportiva, Discipline Associate, Società Sportive, Assessorati allo Sport: negli ultimi 15 anni s’è lavorato molto per promuovere tutte le discipline sportive. I risultati ottenuti confermano un’adesione quasi totale, plebiscitaria, da parte dei ragazzi (elementari e medie). Se consideriamo che una percentuale, fisiologica, di ragazzi che non faranno mai sport ci sarà sempre, possiamo affermare che difficilmente in futuro avremmo percentuali di adesione molto superiori. Ora non si tratta di smettere ma saper proseguire, con rinnovato entusiasmo, pur sapendo che la promozione sportiva non deve essere il primo né tantomeno l’unico obiettivo. Avvio alla pratica sportiva Ciò che fa specie è che, secondo i ragazzi, non sono le società sportive le prime a promuovere l’attività sportiva ma risultino essere i genitori. Poiché il dato riguardante l’avviamento allo sport dei ragazzi da parte genitori è in aumento rispetto alle precedenti esperienze potremmo pensare che, non ci fossero loro, le società avrebbero un congruo numero di adesioni in meno. Né le scuole né la Parrocchie hanno il compito specifico di avviare i ragazzi allo sport pertanto, non diamo particolare attenzione ai dati rilevati. Considerazioni e proposte: per com’è concepita la scuola, le insegnanti delle elementari non hanno avuto una formazione in materia di attività motoria. Non è certo colpa loro, ma sarebbe opportuna una riforma in tal senso. È opportuno far presente come in molte scuole materne abbiano iniziato a trovare sempre maggior spazio maestre in possesso di conoscenze psicomotorie; ciò, a maggior ragione, sottolinea quanto sia importante, se non fondamentale, l’attività motoria e sportiva praticata nella fase di crescita e di sviluppo sin dalla tenera età. L’attività motoria di base consente un corretto sviluppo fisico e promuove un’armonica crescita del corpo. Nell’età evolutiva questo diventa fondamentale. Se consideriamo che gli ultimi dati inerenti al sovrappeso e obesità sono allarmanti (più del 21% in sovrappeso e 9% obeso) ne consegue che i bambini fanno poco movimento. L’educazione motoria a scuola è un buon modo per avvicinare i bambini al movimento e, magari, appassionarli a qualche disciplina sportiva. Ovviamente tutto ciò non è sufficiente ma può essere un primo importante passo. Importante è l’attività di sensibilizzazione che dovrebbe essere compiuta dalle istituzioni preposte, in primis nei confronti dei Dirigenti scolastici in merito all’importanza dell’attività sportiva. Molte attività di promozione sportiva offerte, anche a titolo gratuito, da parte di EPS e società sportive, non vengono prese in considerazione. La collaborazione con i Dirigenti Scolastici e gli insegnanti va perseguito con disponibilità d’ascolto e aiuto reciproco. Burn Out Drop Out I dati dell’abbandono precoce risultano un po’ più contenuti rispetto alle precedenti esperienze. Le motivazioni tuttavia risultano essere le stesse: percezione negativa dell’ambiente sportivo che si traduce in “giocano i presunti più bravi”, “selezione inutile (mancano i presupposti biologici) e precoce”, “mancanza di divertimento”. Da una ricerca condotta anche da OPES, tra le principali motivazioni per le quali i ragazzi intervistati, di età compresa tra i 10 e i 19 anni, non praticano sport risulta, ad ulteriore conferma quanto da noi indagato, anche la svogliatezza, la mancanza di tempo dovuta ai troppi impegni scolastici (una scusa?), non piace lo sport, la volontà dei genitori di non far loro praticare alcuna attività sportiva, la mancanza di strutture e, infine, i costi ritenuti da alcuni troppo elevati. Dall’analisi dei dati di questo studio, nonché dall’esperienza maturata in questi anni è emersa l’urgenza di sollecitare negli adolescenti tra i 14 e i 19 anni un approccio allo sport diverso, non fondato solo sulla competitività e sulla performance individuale, ma anche e soprattutto sulla parte-

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cipazione e sul coinvolgimento, sulla passione e sul senso di appartenenza (sono aspetti fondamentali dell’attività sportiva, intesa come risposta al disagio e alla instabilità sociale delle giovani generazioni). Le Società sportive dovrebbero avere particolare attenzione, anche l’obbligo, alla formazione tecnica degli istruttori, dei tecnici, degli allenatori. E la qualità della didattica sportiva deve essere di primo ordine. Dal Burn-out (sindrome da stress) al Drop-out (abbandono) il passaggio è breve. L’abbandono della pratica sportiva può portare/porta con sé anche una sindrome da stress che potrebbe dare inizio ad atteggiamenti negativi per la salute: obesità, tabagismo, uso di sostanze. Difficoltà nello sport “Le sconfitte” ed “essere escluso dalle partite” confermano che al centro dei progetti(?) non ci sono i ragazzi ma i risultati ad ogni costo. La spasmodica ricerca della vittoria e del talento, da parte degli sponsor, dei dirigenti e degli allenatori non ha prodotto grandi campioni. In età giovanile lo sport dovrebbe essere prima di tutto divertimento, socializzazione. Anche la competizione è importante per la crescita dei ragazzi (saper gestire le emozioni, impegnarsi per migliorare). Allora, oltre ad avere dirigenti e allenatori preparati e competenti, servono persone che siano veri motivatori e abbiano amore per lo sport, soprattutto per i ragazzi. Servono adulti coerenti affinché possano essere esempi positivi per le generazioni future. Da parte loro, con le loro risposte, i ragazzi confermano la voglia di mettersi in gioco, sperimentarsi, di sentirsi resi partecipi e poter scegliere. Futuri campioni? Per noi sarà importante riflettere sulla percezione, l’idea che hanno i bambini, i giovani e i genitori riguardo la possibilità di diventare campioni. È ancora troppo forte la convinzione (data anche dai media) nei bambini, nei giovani e nei genitori che per fare una carriera sportiva basti la prestanza fisica e un po’ di talento mentre lo studio, il sacrificio, l’impegno negli allenamenti siano qualcosa di meno importante. Invece, anche per una carriera sportiva, lo studio è fondamentale. Purtroppo è evidente come nella nostra scuola ci siano operatori che mettono in competizione lo studio con lo sport. E che la scuola mandi il messaggio che lo sport non serve o serve marginalmente, è grave. L’educazione motoria e fisica sono materie scolastiche. Come tutte le altre. La ricerca del talento da parte delle società sportive, attraverso l’inutile selezione precoce, relega ai margini dell’attività sportiva i ragazzi considerati meno bravi. E i ragazzi che si sentono giudicati inadeguati in un ambiente importante come quello sportivo, per quella che potrà essere la maturazione individuale, fa sì che ne risenta la loro autostima e il senso di autoefficacia anche nella quotidianità. Le critiche fatte alla persona in modo generico sono deleterie. Per poter essere in grado di rappresentare una figura di riferimento autorevole e costruttiva bisogna sì essere preparati, formati, competenti ma anche saper “criticare” il comportamento specifico in una forma adeguata all’età dei bambini, dei ragazzi. Genitori e Sport Proprio perché i genitori sono i primi educatori, un’attenzione particolare dovrà essere mirata all’educazione sportiva degli stessi. Molti vedono figli già campioni e, di conseguenza, adottano comportamenti e linguaggi a dir poco censurabili che creano conseguenze devastanti sui ragazzi. Altri genitori, magari anche perché si trovano in grosse difficoltà lavorative o familiari, vedono nelle società sportive una sorta di parcheggio senza mai interessarsi cosa fanno, come si comportano i figli, se hanno difficoltà relazionali. Il coinvolgimento diretto delle famiglie nella quotidianità sportiva sarà importante per superare tutti quegli aspetti negativi che, da parte dei genitori, si vedono praticamente ogni settimana nei palazzetti o nei campi sportivi. Coinvolgimento: in senso positivo partecipazione impegnata sul piano pratico (Enciclopedia Treccani). Bullismo e Doping Temi importanti e da approfondire visto che i ragazzi hanno evidenziato, in particolare per il doping, di non avere una conoscenza approfondita. Interessanti dibattiti sul tema potrebbero essere avviati mediante il coinvolgimento di personale competente messo a disposizione da Coni, Federazioni, Enti di Promozione Sportiva, Società Sportive, Assessorati allo Sport. La partecipazione di alcuni campioni appartenenti al mondo dello sport quali testimonial potrebbe favorire un impatto maggiore, anche a livello di comunicazione, nei confronti del pubblico destinatario. Considerazioni finali Tutti noi: Fiduciari Coni, Presidenti e Delegati di Federazioni sportive, Enti di Promozione Sportiva, Assessori allo Sport siamo i primi a dover dare l’esempio. Le riunioni, le iniziative, l’aver affrontato insieme alcuni aspetti legati alla pratica sportiva, hanno migliorato la reciproca conoscenza e collaborazione. Per chi ci crede, questa è davvero un’occasione unica per dare avvio ad un lavoro, a delle proposte condivise e soprattutto concrete che potranno portare importanti benefici a tutto lo sport.

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LA PERSONA AL CENTRO DEL PROGETTO Don Gabriele Vrech (Direttore Ufficio Sport Curia di Verona) In questa ripartenza abbiamo la possibilità di non replicare modelli e schemi del passato, ma di scegliere una prospettiva che apra ad un lavoro educativo legato allo sport. Non si tratta più oggi semplicemente di “fare sport”, “fare attività”, impostare semplicemente calendari come abbiamo sempre fatto. La pandemia ci ha messo davanti alla questione di fondo: guardare alla persona nella sua totalità e questo spinge inevitabilmente ad una domanda: quanto nell’attività sportiva metto in gioco la mia persona o quanto si tratta semplicemente di un’attività esterna, un riempitivo della settimana? Per affrontare questo tipo di lavoro proponiamo tre macro aree di confronto per (ri)mettere “al centro la persona”: 1) Curiosità come approccio fondamentale alla disciplina sportiva: lo sport, guidato in un certo modo, può essere uno strumento per un lavoro in profondità su sé stessi. L’allenamento che porta alla gara, vittorie e sconfitte, successi e insuccessi sono sì la possibilità di scoprire qualcosa su di sé e sulle proprie capacità, ma anche quella di essere guardati e riconosciuti non soltanto per queste: l’attenzione è sulla persona “per ciò che è” e non per i risultati che può produrre. 2) Riscoprire il cammino dello sport come apertura sulla realtà e la sua bellezza. Non sarebbe possibile abbracciare le fatiche e i sacrifici dello sport e perseverare nella costanza di duri allenamenti se non ci fosse il presentimento del bello. La passione per il bello può diventare anche il grande motore della vita, perché è solo un’attrattiva che vince la fatica e fa crescere nella consapevolezza di sé e degli altri. 3) Questa crescita della persona e dell’umano (vivere con curiosità e cercare la bellezza) si gioca nel rapporto allenatore-ragazzo. L’allenatore comunica la sua concezione di vita attraverso quello che dice e soprattutto attraverso quello che compie! Per questo, nello specifico, ogni allenatore dovrebbe porsi questa domanda: “Ma io, sono un uomo libero? Sto davanti alla vita in modo libero?” Occorre un luogo in cui questa educazione possa continuare innanzitutto per sé stessi. In conclusione, perché il cammino educativo della persona si compia, riscopriamo nella dinamica dello sport questo aspetto fondamentale: seguire un maestro, ovvero l’allenatore o un preparatore atletico, che possa essere punto di riferimento nella vita come nell’attività sportiva. L’allenatore bravo non è quello che riesce ad essere amico dei ragazzi, non è quello che insegna benissimo, ma è quello che fa di tutto per allenare il meglio possibile dentro un rapporto umano.

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SOSTITUIRE O INCREMENTARE Prof. Dino Mascalzoni Docente referente per la provincia di Verona delle attività di Educazione Fisica, Motoria e Sportiva - Ufficio Ambito Territoriale VII di Verona Nell’ultimo convegno dell’Istituto Superiore di Sanità, tenutosi il primo ottobre 2019 dal titolo “La salute degli adolescenti: i dati della sorveglianza Health Behaviour in School-aged Children”, ha messo in luce come in Italia le raccomandazioni dell’OMS siano disattese. Nel veneto solo il 9,5 % dei ragazzi tra gli 11 e 15 anni dedica un’ora al giorno all’attività fisica; dati che risultano in ulteriore calo rispetto al 2014. Dalla lettura del report sugli stili di vita e salute della Regione Veneto per la parte SPORT E TEMPO LIBERO appare abbastanza stabile il livello di pratica sportiva dei ragazzi delle tre fasce di età prese in considerazione (11-13-15 anni). Anche l’analisi sulla quantità di attività fisica svolta dai ragazzi è in linea con gli anni precedenti. Situazione quindi che non dovrebbe preoccupare essendo stabile, anche se le raccomandazioni OMS richiederebbero qualcosa in più in termini di ore dedicate allo sforzo intenso. Durante gli incontri e i colloqui con i docenti di Educazione Fisica della nostra Provincia invece è stata evidenziata una costante diminuzione delle capacità motorie degli alunni; sono state riportate situazioni di difficoltà di apprendimento per intere classi su livelli di richiesta coordinativa e condizionale nettamente inferiori rispetto agli anni precedenti. Praticamente tutti i docenti hanno constato che i bambini della scuola secondaria hanno grandi lacune e non sono impreparati ad affrontare l’attività di Educazione Fisica. Ad esempio: molti ragazzi, all’arrivo delle corse campestri, non capiscono cosa stia succedendo loro; non hanno mai provato le sensazioni di grande richiesta di ossigeno del corpo e si spaventano perché hanno “il cuore in gola”, perché “sentono sapore di sangue”. Significa che non hanno mai raggiunto sforzi intensi. Da queste rilevazioni apparentemente discordanti è nata l’idea di proporre un semplice questionario che pur non avendo valore statistico, è stato compilato da quasi 500 insegnanti di Ed. Fisica del Veneto che hanno di media 200 alunni ciascuno per un totale di 100.000 alunni. Un numero che comincia ad essere abbastanza probante sulla situazione motoria dei nostri ragazzi. Da quanto emerso non sono solo le prestazioni degli alunni ad essere calate ma appare evidente anche una insicurezza negli alunni nell’affrontare le attività proposte dai docenti. 373/459 risposte (83,4%) segnala che gli alunni non si sentono pronti o in grado di affrontare le normali richieste dell’educazione fisica a scuola. Dai colloqui con i docenti è stata evidenziata anche una lentezza nella capacità dei ragazzi di reagire agli stimoli perché, quando viene lanciato loro un pallone spesso non riescono ad evitarlo, sono lenti nel decidere come risolvere un problema motorio. Da qui la domanda sui riflessi che evidenza la diffusione del fenomeno 353/450 docenti (78,4%) Questa inadeguatezza del livello motorio dei nostri alunni crea in loro ansia e paura nell’affrontare gli elementi più complessi e strutturati dell’educazione fisica. Da qui la domanda sulle crisi d’ansia che possono portare ad attacchi di panico. Questo è, a nostro avviso, il segnale più preoccupante: la salute e il benessere degli studenti è seriamente condizionato dalla loro impreparazione ad affrontare prove complesse. Il problema è grave non solo per l’educazione fisica, ma la loro fragilità verrà evidenziata da qualsiasi situazione complessa che andranno ad affrontare, dal compito di matematica alla reazione ad un dispetto o scherzo dei compagni. Anche la prevenzione degli infortuni dovrebbe essere fatta preparando adeguatamente i ragazzi negli anni precedenti attraverso un livello di attività motoria adeguata. Un altro segnale che i ragazzi si sentono inadeguati nella nostra materia riguarda le lezioni perse adducendo alle più svariate giustificazioni. Il 61,6% dei docenti dichiara in aumento la domanda di non partecipare alle lezioni pratiche. In sintesi: • dobbiamo aumentare la quantità di movimento in tutte le fasce d’età della popolazione; • occorre mettere in atto una collaborazione fra istituzioni per formare un movimento d’opinione che scardini il concetto meno faccio - meno rischio – meno problemi; • le famiglie dovrebbero lamentarsi anche quando non viene svolta l’attività motoria in particolare nella scuola primaria; • Enti ed Istituzioni dovrebbero collaborare per questo fine, ognuno facendo la sua parte; • Tutte le discipline sportive giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo e nella crescita dei ragazzi/e. Ogni attività sportiva possiede elementi differenti di arricchimento motorio e sociale, quindi non deve aver importanza il proprio numero di tesserati ma la percentuale dei ragazzi/e che fanno sport a qualsiasi livello; • La pandemia non deve costituire una scusante. Dai Docenti di scuola al tecnico di federazione, dall’istruttore all’animatore, chiunque si occupi di attività motorie dovrebbe partire da questi concetti per sviluppare e proporre obiettivi comuni per la formazione globale dell’individuo.

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QUALE SPORT DOPO LA PANDEMIA PER LE SOCIETÀ SPORTIVE? Battocchio Giovanni – Biondani Emanuela - Cristani Alberto – Colangeli Sandro – De Carli Silvia – Ferrari Attilio – Frigo Nicholas – Gnesato Stefano - Gobbi Lara – Migliorini Marco - Tibaldi Francesca – Zampini Barbara – Zanetti Tiziana Zivelonghi Andrea Situazione L’epidemia che stiamo vivendo, ha posto in evidenza alcuni aspetti sanitari prima poco o nulla considerati: il lavaggio delle mani, la pulizia degli attrezzi sportivi, la pulizia, la conservazione degli ambienti quali palestre, spogliatoi, l’importanza di dividere gl’indumenti sporchi da quelli puliti… Lo stop forzato ha causato mancati introiti dalla gestione dei bar, i piccoli ricavi delle feste sociali ma pure spese comunque da sostenere: fatture, polizze, bollette di acqua, luce, gas, telefono… Si è ulteriormente acuita la crisi economia e questo getta ulteriori dubbi sul futuro. Futuro che si prospetta grigio anche per lo sport: quanti sponsor continueranno a sostenere l’attività sportiva? Crisi economica e conseguentemente crisi di lavoro: le famiglie saranno ancora in grado di sostenere le spese per lo sport? Tutto questo ci ha lasciato un senso d’impotenza, di preoccupazione ma, allo stesso tempo, un forte desiderio d’incontro e di ripartire. Sicuramente ne usciremo, questo è certo, ma nulla sarà come prima, inizieranno sfide nuove e difficili.

Insieme verso lo Sport del domani Collaborazione e Corresponsabilità. Sarà necessaria una fattiva collaborazione e corresponsabilità da parte di tutti: Coni, Comuni, Scuola, Federazioni, Enti di Promozione Sportiva, Discipline Associate, Società Sportive per condividere una visione comune di sport, di gestione e utilizzo degli impianti sportivi, di formazione, di un progetto educativo-pedagogico legati a specificità e opportunità territoriali. Coesione e Unità. Servirà per tutti una maggiore coesione e unità, uno sviluppo della capacità di comunicazione, la presa di coscienza che “uno non vale uno” (in tutti i settori) ma serviranno preparazione e competenza. Tutte le attività che verranno proposte in futuro non dovranno essere fine a sé stesse. Certamente dovremmo fare in modo che né le famiglie, né le istituzioni, né le aziende abbandonino lo sport ma, anzi, dovranno dare allo sport la giusta dimensione perché è la terza agenzia educativa, un servizio sociale, un antidoto al disagio, un’ambiente socialmente utile. L’aspetto sanitario? Si dice che un euro investito nello sport ne fa risparmiare tre alla sanità. Significa che lo sport fatto seriamente porta più risorse di ciò che riceve. Dovrà ricevere di più! Anche per questo, tutti insieme, dobbiamo portare lo sport al centro del dibattito politico. Differenziare. Lo sport del domani dovrà differenziare quelle associazioni sportive “di volontariato”, da quelle “di lavoro”. Con minore burocratizzazione per le prime. E con regole diverse e maggiori tutele lavorative per le seconde. Con riconoscimento del lavoratore sportivo. Ci dovrà essere una maggior separazione tra il mondo dilettantistico e quello professionistico. Per parlare del calcio, le esigenze della serie A e dei dilettanti sono diverse. È assurdo che le regole e le logiche che valgono per uno, debbano valere anche per l’altro. Diminuzione numero squadre professionistiche e introduzione del semi‐professionismo. Al centro dell’attività sportiva. Va ridiscusso il ruolo delle società sportive. Le società sportive dovranno ritornare a fare sport ponendo davvero al centro dei progetti i ragazzi continuando pure a sensibilizzare le persone allo sport. Non potremmo più avere egoismi e cattiverie ma vicinanza e condivisione all’interno di un gruppo, di una società, con l’esterno, con tutti. Rialzarsi imporrà una seria programmazione, fatta anche di verifiche in itinere come ogni seria programmazione richiede. La crisi economica porterà, inevitabilmente, ad unirsi. O, in alcuni casi, a scomparire. Meno società sportive non significa meno sport e meno persone che lo praticano. In certi Stati (es: la Francia) ci sono meno società sportive ma la proposta sportiva è diffusa in tutta la Nazione. Dobbiamo pensare ad un modello di società che crei e soddisfi dei bisogni superando gli egoismi, i contrasti. Bisognerà imparare a fare davvero marketing, a diversificare l’offerta. Non sarà più possibile restare chiusi all’interno di un campo o di una palestra. Fuori ci sarà un mondo a cui dovremmo dare delle risposte: ai ragazzi, alle famiglie, attenzione agli anziani! (questa epidemia ci ha insegnato che la mortalità è maggiore negli anziani. E non solo perché sono anziani ma anche perché si muovono meno, fanno meno attività fisica). Dobbiamo pensare ad una società sportiva che non servirà solo per gli allenamenti e le gare ma che sappia occuparsi anche del benessere psicofisico di una comunità. In sintesi: andranno ampliati capacità e servizi. Certamente servirà una mentalità completamente diversa. Servirà un gruppo dirigenziale numeroso e coeso, fortemente coeso. Anche i dirigenti dovranno essere formati, preparati e competenti (non esiste “tanto ci pensa il commercialista”). Lo Sport come rete sociale. Sono parole che molti pronunciano ma, sino ad oggi, è stato soltanto un semplice enunciato. La società sportiva dovrà diventare davvero il luogo della socializzazione, della fidelizzazione sino ad oggi sacrificata per l’esclusiva ricerca del talento. Così com’è stata fatta questa ricerca dei talenti è stata disastrosa, ha creato molti più danni che benefici. È giusto, doveroso, ricercare il talento ma non a discapito degli altri. Non serve una selezione quando mancano i presupposti biologici.

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Al centro dovranno esserci sempre i ragazzi, gli atleti. E bisognerà occuparsi molto seriamente anche dei drop-out. In sintesi: - Bisognerà tornare ad essere credibili sapendo progettare seriamente. - costruire e unire perché i pochi sponsor che resteranno guarderanno a chi farà progetti seri, condivisibili, lungimiranti e, chissà, magari una mano la daranno anche chi ha sempre ignorato lo sport. - Formazione. Bisognerà lavorare con maggior energia sull’importanza della formazione. - Formazione dei dirigenti ma anche degli allenatori. Tutti. Formare da un punto di vista tecnico ma soprattutto umano. Serviranno persone capaci di coinvolgere tutti i ragazzi, che sappiano metterci amore siano dirigenti che allenatori, che creino entusiasmo e passione nei ragazzi. - Fidelizzare, creare senso di appartenenza. La fidelizzazione riguarderà gli atleti, le famiglie, condividendo con loro un percorso comune e un modello societario. - Riduzione dei costi. Attenzione al budget. Togliere il superfluo. Un esempio: davvero ogni anno bisogna rinnovare l’abbigliamento? - Marketing e tecnologia. Sarà necessario fare seriamente marketing e saper usare bene la tecnologia. - Impianti sportivi. Confronti/collaborazioni fra Comuni - Federazioni – Coni.

RUOLO degli AMMINISTRATORI COMUNALI con DELEGA allo SPORT Aldrighetti Marco (Marano di Valpolicella), Bonioli Luca (San Pietro Incariano), Dalli Cani Angelo (Soave), Gobbi Lara (Casaleone), Guadagnini Pietro (Povegliano), Giaretta Pierluigi (Oppeano), Indelicato Angelo (Cavaion), Poltronieri Marco (Nogara) Rando Filippo (Verona), Righetti Franca (Negrar), Rossi Francesca (Albaredo d’Adige), Sartori Renzo (Pressana), Tirapelle Eleonora (Roncà), Valenza Marzio (Nogarole Rocca), Venturini Cesarino (Illasi). “Ho iniziato a giocare a calcio a 10 anni grazie ad un impiegato comunale di Tregnago. Organizzava un campionato gratuito. La formazione veniva illustrata e spiegata con un gessetto su una lavagna di ardesia. Ho iniziato come terzino e, dopo aver procurato tre rigori in due partite sono stato spostato nel ruolo di centravanti. Per questo ringrazio a chi mi ha davvero voluto bene”. Se il periodo Covid è stato lungo e difficile, la ripresa purtroppo lo sarà ancora di più. Quotidianamente incontriamo società in seria difficoltà riorganizzativa, sfiduciate per l’incertezza economica dovuta a mancanza di sponsorizzazioni e caricate da responsabilità, anche penali, e quindi meno tutelate. Non meno preoccupante la crisi economica che ha coinvolto imprese e famiglie. In particolare queste ultime riusciranno a garantire ancora l’attività sportiva per i propri figli? È certo che per gli impianti sportivi aumenteranno i costi dovuti alla sanificazione, ad una maggiore attenzione e rispetto del loro utilizzo. Incertezza anche per quanto riguarda l’utilizzo degli impianti sportivi scolastici e alle scuole prive d’impiantistica sportiva. Per questi motivi ancora maggiore dovrà essere la nostra attenzione all’attività sportiva, ai nostri giovani e alle loro famiglie. Aumenteranno le nostre responsabilità ma ciò non farà venir meno la voglia d’essere propositivi e collaborativi con tutti. L’Assessore o Consigliere delegato allo sport sarà ancora di più punto di riferimento su cui ruota tutto lo sport della propria comunità. Non sarà più soltanto un garante della regolarità sportiva ma dovrà essere un vero promotore e propulsore sapendo: • essere persona preparata e competente; • disponibile al confronto con i colleghi dei Comuni della provincia; • con le risorse che disporrà rendere fruibile l’attività sportiva a tutti i livelli con particolare attenzione a quello giovanile; • conoscere tutte le esigenze delle proprie società sportive e avere una visione proiettata al futuro; • promuovere tutte quelle discipline sportive affinché sempre più bambini, ragazzi e adulti si possano avvicinare allo sport; • promuovere lo sport significa promuovere stili sani di vita. È dimostrato che la pratica sportiva svolta con costanza previene alcuni tipi di malattie come il diabete o patologie cardiovascolari; • porre attenzione alle problematiche legate all’aspetto sanitario in generale e al corretto utilizzo e igienizzazione/sanificazione degli impianti sportivi utilizzati rispettando norme e linee guida; • fondamentale la nostra costante presenza. Per tutto questo serviranno, oltre a competenze specifiche, maggiore considerazione all’interno della Giunta Comunale per avere le necessarie priorità nelle strategie amministrative. Una delle difficoltà riscontrate con le società sportive è che i dirigenti già fanno fatica a prestare la loro opera di volontari e ad organizzare il presente. Immaginiamoci il futuro. Vige spesso poi “un campanilismo” che, per le condizioni attuali, già dovrebbe essere superato. È anche per questo imprescindibile la collaborazione anche con il Coni, la Scuola, le Federazioni Sportive, gli Enti di Promozione Sportiva, le Discipline Associate affinché lo sport possa essere davvero un mezzo di crescita psicofisica e di socializzazione. In questo andranno coinvolti anche i genitori. Infine, ma non ultimo, l’aspetto riguardante lo sport e conoscenza, valorizzazione del territorio, del turismo per le zone di villeggiatura e vacanze. Viviamo in un Paese ricco di storia, cultura, arte, gastronomia. Un Paese d’una magnificenza incredibile, dove il paesaggio offre spazi per ogni disciplina sportiva. Sport e turismo dovranno essere strettamente collegati per offrire agli ospiti, attraverso uno sport d’alto livello, tutta la nostra essenza, l’anima, il cuore, di noi italiani!

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COSA FARE CONCRETAMENTE Bissoli Angelica (San Pietro di Morubio), Chinaglia Evelyn (Minerbe), Cicolin Andrea (Veronella), Costantini Federico (Monteforte d’Alpone), Dalli Cani Angelo (Soave), Falamischia Luca (Legnago), Formigaro Christian (Castagnaro), Gemmetto Stefano (Roveredo di Guà), Giaretta Pierluigi (Oppeano), Gobbi Lara (Casaleone), Indelicato Angelo (Cavaion Veronese), Manega Gionata (Zimella), Morandi Diana (Ronco all’Adige), Pozzani Orfeo (Bovolone), Rando Filippo (Verona), Rinaldi Alex (Gazzo Veronese), Rossi Francesca (Albaredo d’Adige), Sartori Renzo (Pressana), Tisato Alberto (Roverchiara) Uno degli aspetti positivi del confronto è il saper trasformare in concretezza tante belle parole, i tanti desiderata. Come può operare concretamente un assessore o consigliere comunale con delega allo sport per le società sportive, gli atleti, le famiglie avendo lo sguardo rivolto al futuro dello sport? Sono state formulate diverse proposte su cui si andrà a lavorare insieme: 1. Conoscenza delle problematiche delle società sportive e delle famiglie con figli che fanno sport (sanificazioni, gestione impianti, problemi economici, problemi di trasporto, problemi di lavoro, non sempre possiamo dire che i genitori usano le società sportive come parcheggio se non conosciamo le realtà familiari). 2. Promozione/realizzazione di iniziative, in collaborazione, per guardare lo sport anche attraverso i numeri. Questo per avere un quadro esatto della situazione e mettere in atto progetti mirati. 3. Promozione dello sport affinché possa davvero essere strumento educativo, di aggregazione e di crescita. L’indagine conoscitiva che ha coinvolto i ragazzi ha dato molte indicazioni. Così pure quella dedicata alle società sportive. 4. Promozione di tutto il territorio: Sport e turismo; Sport e cultura; Sport e promozione dei prodotti enogastronomici del territorio veronese. Si potrebbe davvero fare molto. Sono ulteriori collaborazioni di cui beneficerebbero tutti. 5. Nei singoli Comuni: costante confronto e coordinamento fra Comuni limitrofi, consulte dello sport, riunioni periodiche con le società sportive e rappresentanti dei vari enti locali della scuola, fiduciari Coni periferici. 6. Condivisione attività di promozione sportiva con i Comuni limitrofi. 7. Pensare a dei contributi ed incentivare le famiglie i cui figli praticano attività sportiva o che si adoperano per avviare i figli alla pratica sportiva. 8. Contributi alle società sportive: a. in base alla presentazione di progetti dettagliati riguardo la promozione sportiva; b. in base alla formazione dei dirigenti e allenatori; c. in base al numero dei ragazzi residenti nel Comune che praticano attività sportiva; d. in base alla partecipazione delle stesse società alle iniziative proposte dal Comune; e. in base alla partecipazione delle società sportive alle Consulte o riunioni indette dal Comune; f. contributi per progetti di miglioramento della qualità dei servizi svolti dalle società sportive nei confronti di atleti e famiglie g. contributi per acquisto materiale sportivo.

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FEDERAZIONI SPORTIVE E DISCIPLINE ASSOCIATE Bagliardini Roberto (Presidente Pro.le Federazione Tennis), Baruffi Luigi (Presidente Prov.le Federazione Palla Tamburello), Begal Tiziano (VicePresidente Regionale e Presidente Prov.le Federazione Pesca Sportiva), Bevilacqua Roberto (Presidente Prov.le Federazione Pallacanestro), Bianchini Stefano (Presidente Prov.le Pallavolo), Castioni Marco (Presidente Provinciale Federazione Sport Invernali), Manfroi Silvia (Presidente Prov.le Federazione Scherma), Marcolongo Carlo (Delegato Prov.le Federazione Rugby), Piccoli Maurizio (Presidente Prov.le Federazione Judo Lotta Karate Arti Marziali), Pozzani Ruggero (VicePresidente Federazione Vela zona XIV), Salemi Antonella (Presidente Prov. le Federazione Triathlon), Zanetti Tiziana (Delegato Provinciale Federazione Sport Ghiaccio), Zoccatelli Diego (Presidente Prov.le Federazione Ciclismo) L’epidemia da Sars-Covid 19 ha fatto sì che tutta l’attività giovanile e dilettantistica sia stata sospesa a fine inverno 2020, senza considerare che, alcune discipline sportive (es: palla tamburello. Tennis, sci), distanziamento e mancanza di contrasti siano da sempre codificati proprio per la natura della disciplina sportiva. Da parte delle Federazioni Sportive e di tutte le società sportive affiliate sono stati rispettati tutti i DPCM e le ordinanze emanate per contenere l’epidemia: abbiamo ripreso l’attività con tutte le cautele possibili indossando mascherine, rispettando le distanze sanificando ambienti e materiali. Ci sono Federazioni che, in prima persona, si sono impegnate per organizzare l’attività sportiva o le gare per far fronte alle difficoltà delle società sportive. Per fare tutto ciò abbiamo dato fondo alle nostre risorse economiche, senza lamentarci, pagando di tasca nostra per far ripartire un’attività che, per tutti, a parole, ha anche valenza sociale e sanitaria. La sopravvivenza di molte società sportive è davvero messa a dura prova: l’annullamento delle competizioni, delle attività ludiche e di formazione programmate da mesi, i costi della sanificazione, le spese per il tesseramento, la totale mancanza di pubblico (nonostante la notevole capienza degli impianti) ha generato un calo di adesioni e, causa crisi economica e la minor visibilità dovuta a mancanza di gare ha fatto sì che le sponsorizzazioni siano in forte calo. Nelle squadre giovanili il problema è più accentuato dai comprensibili timori genitoriali. Alcune società sportive che hanno definitivamente cessato l’attività perché sono venute meno le sponsorizzazioni oppure perché non hanno voluto indebitarsi. Vista l’attuale situazione è facilmente prevedibile un ulteriore calo di adesioni. Per le discipline sportive che si svolgono all’aperto alle consuete incognite meteorologiche, rimangono, questo per tutti, le perplessità in merito al rischio sanitario, che potrebbe minare il proseguimento della stagione come, ad esempio, l’impossibilità di circolazione tra regioni e provincie, le limitazioni stringenti sulle modalità di trasporto e la chiusura parziale o totale degli impianti. L’evolversi della pandemia è in continuo divenire ed è necessaria una maggiore flessibilità per poter svolgere le nostre attività: l’elasticità operativa sarà un’altra utile caratteristica dei preziosi volontari che con la loro passione sono la linfa vitale dello sport dilettantistico. Molte Federazione hanno cercato di alleviare le difficoltà finanziarie attraverso delle misure di sostegno, quali l’azzeramento dell’onere di affiliazione ed un contributo economico per ogni società affiliata. È prevista inoltre la spedizione (ad esempio ad ogni sci club) di un numero di mascherine chirurgiche sufficiente per le attività svolte. Sono misure importanti ma parziali. Alcune Federazioni, come la scherma, ha creato anche un team di lavoro per pensare e riconfigurare il campionato italiano. Sono stati creati maggiori appuntamenti regionali, in modo che fossero più affrontabili (anche in termini economici) per le famiglie. Così facendo i genitori non vengono obbligati a fare lunghe trasferte e vengono indirizzati ai campionati italiani solo i ragazzi o le ragazze realmente meritevoli in base ad una classifica regionale. Dobbiamo correttamente evidenziare che anche il Coni (Nazionale, Regionale e Provinciale) ha messo in campo misure per supportare le Società sia da un punto di vista economico (assegnazione del patrimonio) sia da un punto di vista legale, fiscale e per tutto quanto concerne l’impiantistica sportiva aprendo sportelli gratuiti. È doveroso ribadire che gli sport sia agonistici che amatoriali, generano un indotto economico rilevante e che la crisi sanitaria sta preoccupando tutti gli addetti del settore sul futuro delle loro attività imprenditoriali e professionali. Lo Sport è elemento caratterizzante ed essenziale per il Paese e un maggior coinvolgimento degli organi sportivi nelle decisioni economiche locali e nazionali è l’unica strada percorribile per poterlo risollevare sotto il profilo produttivo. Per questo, come indicato dal Consiglio Nazionale del Coni, riteniamo sia giunto il momento di liberare le Federazioni Sportive e le Discipline Sportive Associate da una pluralità di autorità vigilanti e da oneri burocratici e formalistici (es.modello EAS e inserimento nell’elenco ISTAT) che comportano non solo conseguenze economiche ma anche l’applicazione di normative specifiche da cui discendono gravosi adempimenti amministrativi che non tengono conto di quel ruolo fondamentale che riveste l’attività sportiva. Servono misure che possano creare opportunità di investimenti nel nostro settore, facilitazioni e sgravi fiscali a partire dal credito d’imposta per le aziende che investiranno sullo sport, agli sgravi contributivi per i dipendenti del settore, all’innalzamento della soglia per il “compenso sportivo” a quindicimila euro sino allo sgravio dell’IVA per gli organizzatori di eventi e società sportive. Inoltre, con il Decreto di Agosto 2020 le sponsorizzazioni verso asd in regime fiscale legge 398/91 (che sono la maggioranza) sono escluse dal beneficio. Non solo ma il limite minimo di 10.000 euro, in considerazione delle disponibilità e della crisi economica in atto, risulta esagerato e crea enormi difficoltà alle asd nella raccolta delle sponsorizzazioni. Sarebbe più agevole e accessibile una quota inferiore (1000 euro) per raccogliere più sponsorizzazioni. Sarà indispensabile fare squadra, come solo lo sport sa fare, perché solo così potremmo creare un progetto di vera ripartenza costruito su basi solide. Come Federazioni Sportive siamo stati vicini alle nostre società sportive, abbiamo messo in campo passione, competenza, amore per le nostre discipline sportive, abbiamo promosso e realizzato iniziative di carattere sociale, ora è doveroso un confronto diretto con le Amministrazioni Comunali, con la scuola. Il futuro non è per nulla certo, noi tutti addetti ai lavori speriamo davvero che non ci sia un nuovo lockdown e che l’attività sportiva dei ragazzi venga tutelata sia da chi è proprietario/gestore di impianti sportivi che dalle istituzioni. C’è grande preoccupazione in tutti noi perché, nell’immaginario collettivo, lo sport è un’attività facilmente rinunciabile. Noi, invece, pensiamo che lo sport sia una parte molto importante della vita dei ragazzi e che sia un’attività che non possiamo permetterci di

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perdere ancora una volta. Lo sport spesso e volentieri accompagna la crescita dei ragazzi dal punto di vista formativo e la sua assenza è stato destabilizzante quanto l’assenza della frequenza scolastica. L’auspicio di noi addetti ai lavori è proprio quello di poter lavorare in sicurezza e di continuare a fare ciò per cui abbiamo sempre messo un mondo di passione: lo sport! Lasciamo la conclusione con la lettera che il presidente Regionale FIPAV del Friuli ha inviato al Ministro che ricalca in pieno quanto noi pensiamo. Gentile Ministro, sono un Presidente Regionale di una Federazione e per la precisione della Federazione Pallavolo. Mi permetto di scriverLe perché si sentono notizie che potrebbero compromettere nuovamente l’attività motoria e sportiva di tanti giovani. Siamo stati ligi e attenti alle regole in tutti questi mesi. Le nostre società stanno adottando tutti i protocolli anche più stringenti di quelli emessi dagli organi competenti, stanno svolgendo con mille difficoltà le sanificazioni ad ogni cambio di gruppo in palestra. Non stiamo adoperando spogliatoi e docce. La maggior parte delle nostre società stanno facendo fare i test sierologici prima dell’inizio delle competizioni. E adesso si sente che nel nuovo Dpcm si vuole bloccare tutto lo sport da contatto non professionistico.... Beh.... Ministro mi permetta ma questa volta non sono d’accordo.... non siamo d’accordo! Noi vogliamo pagare colpe di altri. Il nostro mondo segue le regole e non meritiamo questo trattamento. Tra l’altro siamo quelli che consentono ai ragazzi di fare dell’attività motoria. Si quell’attività che nelle scuole praticamente non si fa! Non si fa perché la scuola non riesce a sanificare le palestre tra una classe e l’altra, mentre le nostre società lo fanno e sempre. Per cui le chiedo di far sentire la voce dello sport, dello sport pulito, quello che segue le regole e quello che se arrivano regole ancora più stringenti le seguirà, dello sport che però.... NON VUOLE FERMARSI. Grazie Ministro Centinaia e centinaia di migliaia di ragazzi che amano la pallavolo e tanti altri sport.... la guardano con attenzione.” Noi il nostro lo abbiamo fatto, e forse anche di più, ora sta alle Istituzioni decidere se chiudere o tenere lo sport aperto!

ENTI di PROMOZIONE SPORTIVA Boggian Alessandro (Presidente Prov.le OPES - Organizzazione per l’educazione allo Sport), Carlin Maria Rosa (Presidente Prov.le AICS – Associazione Italiana Cultura e Sport), De Luca Enrico (Presidente Prov.le Attività Sportive Confederate) L’obiettivo istituzionale degli E.P.S. è quello di aumentare la quantità e di migliorare la qualità dei servizi sportivi promozionali e agonistici per tutte le componenti sociali avendo attenzione anche alla promozione dell’attività sportiva amatoriale in molteplici discipline sportive sensibilizzando con appositi programmi e tecnici i ragazzi dalle scuole primarie sino agli over 35. Lo sport deve essere mezzo per la trasmissione di valori, “palestra di vita” che aiuti a socializzare e crescere, ad impegnarsi e confrontarsi con i propri limiti. A livello sociale, per gli E.P.S., lo sport deve essere risposta al disagio dei giovani che troppo spesso, non trovando modelli giusti o punti di riferimento per crescere in una società sempre più frenetica, sembrano ritrovarsi a percorrere strade senza sbocchi. Aspetto importante è aiutare le fasce più giovani degli sportivi, adottando una corretta comunicazione, per prevenire eccessi, usi ed abusi di alcol, fumo e droghe oltre al ricorso al doping. Le iniziative e gli eventi sportivi costituiscono importanti ed elevati momenti di aggregazione sociale e di sviluppo dei rapporti comunitari, perché crediamo fortemente nel ruolo dello sport come forma di divertimento, di ricreazione e di aggregazione di persone senza vincoli e differenze politiche, sociali o di razza. Più che mai in questo periodo di pandemia, riteniamo inderogabile un costante confronto fra tutti gli Enti che si occupano di attività sportiva, oltre ad una concreta vicinanza con le nostre società sportive e attenzione nell’applicazione di tutte quelle norme atte a prevenire la diffusione da Sars -Covid-19.

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SOCIETÀ SPORTIVE Aiki Team - Polisportiva Gemina Zimella –Yacht Club Verona - US Sant’Anna d’AlfaedoCentotrentasette lunghi giorni sono trascorsi dall’ultimo incontro datato 5 marzo sino al 20 luglio 2020 quando, con tanta emozione, le atlete della pallavolo hanno potuto finalmente tornare ad animare gli impianti della nostra Polisportiva (Luigino Marcon Presidente Polisportiva Gemina). Un lockdown lunghissimo per tutti: dirigenti, allenatori, atleti, privati della propria libertà di movimento, costretti a “vedersi” solo tramite i social. Un tempo però non vuoto perché ha lasciato spazio alla fantasia, alla riflessione e alla formazione. Attraverso videoconferenze realizzate coinvolgendo atleti professionisti, o video divertenti, s’è cercato di mantenere costanti rapporti con i propri iscritti. Con la stessa modalità, grazie a psicologi esperti di sport, alcune società sportive hanno voluto fornire la possibilità di un supporto psicologico ai propri tesserati. Dirigenti e allenatori hanno invece seguito i corsi della Scuola dello Sport del Coni Veneto per aggiornamenti e per apprendere le linee guida per una corretta gestione della società e le nuove norme di sicurezza da seguire per il contenimento dell’emergenza da Covid-19. I costi per la sanificazione, l’impossibilità di usare totalmente gli impianti sportivi, le bollette comunque da pagare, i mancati introiti (feste, tornei, bar), la defezione di sponsor, sono costi aggiuntivi che abbiamo dovuto sostenere di tasca nostra. Tutto ciò ha messo in crisi diverse società sportive. Dispiace constatare che tutti parlano di Sport quale mezzo educativo, di crescita, di prevenzione da malattie, di mezzo sociale ma all’atto concreto è sempre lo sport che si deve arrangiare, che viene subito dimenticato. Oltre a quanto sopra descritto, altre difficoltà sono legate all’incertezza date da disposizioni poco chiare: DPCM, Regione, Federazione/Ente, talvolta contraddittorie e che spesso denotano una scarsa conoscenza della realtà sportiva. E le relative responsabilità. Difficoltà nell’ aver bisogno di molte più persone per l’applicazione dei protocolli (figura del DAP, produzione e controllo di documentazione, misurazione temperatura e registri, sanificazioni…). Per le famiglie le difficoltà maggiori sono di tipo organizzativo, di gestione dell’incertezza e soprattutto un carico burocratico molto più alto rispetto al solito e sempre in cambiamento (scuola, società sportiva ecc.). Denotiamo anche un po’ di paura nel far partecipare i figli all’attività sportiva o comunque maggiori difficoltà familiari (logistiche, organizzative, economiche) I ragazzi in tutto questo risultano i più penalizzati perché sono impediti o fortemente limitati nello svolgere l’attività sportiva e nell’esplicare la loro socialità. Sono molto bravi e rigorosi nel rispettare le norme sanitarie (misurarsi la temperatura, igienizzare mani, portarsi borraccia personale). Trovano più difficoltà nel dover mantenere le distanze dai compagni e non poter interagire liberamente. Anche i Tecnici vivono con difficoltà il dover mantenere “distacco fisico” dai ragazzi che si traduce quasi in distacco anche emotivo. Difficoltà perché la maggior parte delle energie ora viene spesa quasi più sul controllare distanze, pulizia materiale, consegna autocertificazione, igienizzazione mani, che sulle attività proposte. Qualche difficoltà anche organizzativa per l’adattamento delle attività nei modi e spazi e far piacere ai bambini le attività individuali. Nonostante tutti gli sforzi fatti per adempiere a tutto ciò di cui sopra (protocolli, acquisto materiali e dispositivi, rimodulazione attività ecc.), si registra un calo di iscrizioni di più del 10%, causa paura/incertezza nello svolgimento dell’attività sportiva. Come si pensa lo sport del futuro (sappiamo di società che hanno chiuso definitivamente l’attività). Lo sport del futuro secondo noi deve fare una netta distinzione tra chi vuol fare attività agonistica di alto livello e chi attività dilettantistica, promozionale-sociale che include tutti e con lo scopo di far fare attività sportiva a più persone possibile. Questo si dovrebbe tradurre in distinzione tra attività professionistica, semi-professionistica (chi aspira al professionismo) e attività dilettantistica con regole, riconoscimenti legislativi, obblighi e impegni economici ben distinti e parametrati. Sono mondi con logiche completamente differenti e così andrebbero trattati. Le Associazioni sportive dovrebbero quindi essere dimensionate/organizzate sul tipo di attività che svolgono. Le Associazioni dilettantistiche dovrebbero avere queste caratteristiche: - persone (dirigenti, atleti, famiglie); - forte relazione con il territorio dove viene offerto il servizio (famiglie, scuola); - comunanza di scopo con amministrazione e enti locali; - sostegno economico di enti pubblici in base al numero degli iscritti e/o per la gestione degli impianti - sostegno economico sponsor locali;

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Cosa si vorrebbe e come si vede il ruolo delle federazioni sportive, delle discipline associate, degli enti di promozione sportiva, degli assessori allo sport, del Coni Federazioni ed Enti dovrebbero collaborare e non farsi la guerra dei numeri dei tesserati. Lo scopo deve essere quello di incrementare le persone che praticano l’attività sportiva. Le FSN devono prefiggersi poi lo scopo di far emergere i più meritevoli per percorsi di alto livello. Nella pratica devono facilitare il nascere delle Associazioni sportive, semplificarne gli oneri e le responsabilità gestionali, abbassarne i costi di gestione attingendo direttamente a fondi statali (per lo sport e per la salute). Devono occuparsi di far fare sport e non di politica. Il Coni deve farsi carico della Formazione. Deve promuovere la conoscenza tecnico-scientifica e la cultura dello sport. Deve obbligare tutte le federazioni ad aderire allo SNAQ, affinché la formazione delle FSN non sia più un business o una cosa per pochi, ma più accessibile. Il Coni deve poi essere il garante della bontà del lavoro di ENTI e FSN che non possono/devono essere giudicati solo in base al numero di tesserati. Deve interloquire ai più alti livelli per ottenere finanziamenti e leggi che migliorino il mondo sportivo, stringendo legame sempre più forte con la scuola. Deve favorire inclusione e opportunità per tutti. Gli Assessori sono quelli che hanno il legame più stretto e diretto con il territorio. Ne conoscono le dinamiche, le esigenze, il numero e tipo di associazioni sportive presenti, le strutture disponibili, le realtà economiche che possono dare supporto, hanno contatti diretti con il mondo della scuola. Sono coloro che hanno il compito di mettere in contatto e in sinergia tutte queste realtà e le loro esigenze. Devono favorire il dialogo, la razionalizzazione di attività che possono essere svolte in comune e l’uso di spazi/strutture pubbliche, appianare eventuali dissapori tra associazioni “concorrenti”. Favorire la sinergia con la scuola. Premiare le associazioni che lavorano meglio (no solo meriti sportivi) e intervenire presso società in cui ci sono problemi. Pensare nuove e adeguare le strutture/impianti esistenti. Contribuire anche economicamente laddove possibile (esempio ora per l’acquisto di materiale/dispositivi sanitari), con acquisti centralizzati. Coinvolgere le realtà economiche che possono dare sostegno. Non dovrebbero avere lo scopo di ricercare consenso personale/politico in quello che fanno, ma solo quello di fare il meglio possibile nella propria realtà. Per questo auspichiamo maggiore attenzione dalle Istituzioni affinché lo sport abbia non solo il ruolo che merita ma anche rispetto, fiscalmente sgravato, sostegno economico.

….la “voce del mare” di Claudio Perina Nell’estrema difficoltà in cui “naviga” il mondo, come diciamo noi, bisogna tenere ben saldo il timone al centro e seguire una rotta che ci porti in un porto sicuro. Già era difficile, impegnativo e di grande responsabilità essere dirigente di una ASD figuriamoci ora dove anche le Istituzioni Nazionali navigano a vista. Ciò va considerato in virtù del fatto che una pandemia che ha colpito tutto il mondo non può (magari) essere risolta in un baleno ma, in ogni caso, la mia riflessione non intende essere politica ma di carattere sociologico. La premessa solo per entrar nello specifico di come funziona l’attività sportiva nella vela in quanto troppo spesso non si è a conoscenza delle dinamiche che ci sono essendo considerata uno sport “minore” oltretutto senza il palcoscenico dei media se non quando appaiono Saloni Nautici con grandi Yacht che bene non fanno alla nostra immagine. La Federazione Italiana Vela conta circa 150 mila tesserati e poco meno di un migliaio di Associazioni sportive che a seguito dell’Affiliazione promuovono lo sviluppo, la divulgazione ed organizzano l’attività sportiva (regate) partendo dalle scuole vela fino al raggiungimento dell’obiettivo di consegnare al CONI atleti Olimpici. Pertanto le Sedi dei Circoli sono aree strutturare ed importanti e con molta frequenza; basti pensare che organizzare una regata Optimist Nazionale comporta l’arrivo di centinaia di persone fra ragazzini, allenatori, accompagnatori e genitori. S’immagini quando la Regata ha status Internazionale (il criterio di Pasqua organizzato a Riva del Garda conta la presenza di almeno 4mila persona el seguito) e cosi e’ per l’organizzazione di qualsiasi altra Regata di Classe riconosciute dal Word Sailing e CIO. Infatti ogni anno vengono assegnati 182 Campionati del Mondo essendo quelle le barche riconosciute. Ovviamente la capacità organizzativa e la classificazione delle società sportive fa sì che non tutte possano organizzare eventi così importanti ma, in ogni caso, il problema esiste: nelle sedi ci sono soci ed ospiti né più e né meno di ogni qualsiasi altro sport. Premessa (lunga) perché in questo momento molti considerano la vela lo sport sicuro a tal punto che non abbiamo mai avuto uno stop. Per onestà però va detto che gli assembramenti a terra ci possono essere (di cui sopra) che le barche con equipaggio possono anche non garantire il distanziamento sociale quindi anche noi Dirigenti abbiamo faticato non poco per far rispettare le regole imposte dai vari DPCM applicando alla lettera tutte le disposizioni ricevute dalla Federazione Italiana Vela (molto efficiente).

I ragazzi in tutto questo risultano i più penalizzati... In tutti gli sport i ragazzi risultano essere i più penalizzati in quanto hanno la libertà dentro, il fuoco agonistico, uno spiccato senso di appartenenza ed amicizia, insomma se li guardiamo con occhi da ex atleti o Dirigenti allora soffriamo per loro ma, nel nostro caso forse immagino abbiano sofferto meno rispetto ad altri sport in quanto, una volta seguite tutte le precauzioni obbligatorie per entrare nei Circoli, armata la loro imbarcazione e seguito l’allenatore sul gommone si sono trovati nel loro ambiente senza particolari problemi rimandando doccia o altro a cosa loro. Abbiamo perciò ridotto al minimo la preparazione in aula aumentando quella in acqua. La percezione di uno sport sicuro da COVID quale la vela ha portato ad un aumento notevole d’iscrizioni ma non ci conforta in quanto tutto lo Sport deve crescere, dalla semplice ma importante attività sportiva all’agonismo. Attività fondamentale per la formazione del carattere dei ragazzi.

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Come si pensa lo sport del futuro (sappiamo di società che hanno chiuso definitivamente l’attività). E’ un triste capitolo perché la società sportiva – per quanto piccola che sia – e’ un grande riferimento. Un tempo avevamo il campanile luogo di aggregazione ora in molti casi la società sportiva. Detto ciò credo che il COVID abbia solo accelerato la chiusura di alcune società sportive. Nella vela per esempio si stà vivendo un periodo importante dove molti Circoli si fondono con altri proprio perché i costi di gestione sono diventati troppo alti. Noi stessi siamo impegnati ad assorbire non per un fatto economico o puro interesse ma per non far morire una tradizione ed un carattere che caratterizza ogni società sportiva. Quindi penso che ci dovrebbe essere maggior condivisione di programmi e progetti partendo dal rafforzamento dovuto dall’unione. Non conoscendo gli altri sport non mi permetto pensare che questa sia la ricetta per tutti. Sia ben chiaro che ogni società sportiva ha contribuito fortemente e con merito allo sviluppo dello sport ma i tempi sono cambiati, perché e’ cambiata la società e noi dobbiamo saper interpretare questo cambiamento.

Cosa si vorrebbe e come si vede il ruolo delle federazioni sportive, delle discipline associate, degli enti di promozione sportiva, degli assessori allo sport, del Coni Oggi ho la responsabilità di essere Presidente di un Circolo ma origini come atleta agonista che ha raggiunto ottimi risultati per poi intraprendere ruoli Nazionali ed Internazionali come dirigente (non é stato e non è il mio lavoro) pertanto credo di aver visto da dentro molte sfaccettature inerenti le dinamiche della Federazione e di Importanti Istituzioni. Che dire, ho gli occhi per lo sport, ho visto e vedo molta politica anche impreparata sia nelle/a Federazione, che negli Enti di Promozione ma anche negli assessori e nel CONI. Una critica costruttiva ma quando la politica si muove per controllare o governare tutto il movimento sportivo a me sinceramente non piace. Se la politica fosse riconducibile alla gloriosa POLIS Greca i cui principi erano sopra tutto e tutti sarebbe ottimo ma gli esempi di questi tempi non mi fanno ben sperare e mi riferisco al nuovo ruolo del CONI. Le Federazioni come le società sportive o le Istituzioni dovrebbero essere composte da un mix di esperienze dove ognuna possa contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di far crescere una generazione di giovani che si divertono e le società sportive non possono legare la loro vita alla volontà di una persona, devono saper creare continuità alla loro storia attraverso metodo ed assunzione di responsabilità oggettiva da parte di chiunque ricopra un ruolo anche se, consapevole, che nel volontariato non si può pretendere più di tanto. A mio avviso le Federazioni dovrebbero essere più attente alla formazione ed alla promozione dello sport nelle scuole attraverso collaborazioni con il Ministero dell’Istruzione. E’ ora che lo sport venga considerato strategico nella formazione di nuovi Cittadini e rientri organicamente in tutti i progetti di crescita. Non è concepibile che tempo fa un noto Istituto scolastico cittadino, pur citando una Circolare del CONI in merito alle assenze giustificate da attività agonistica di un nostro atleta, mi abbia detto chiaramente che il primo impegno è la scuola e non lo sport! Gli Assessori sono l’espressione della politica che talvolta vengono nominati solo perché altri Assessorati sono già stati assegnati. Personalmente ho conosciuto molti Assessori anche di altri Comuni e Città veramente capaci ed appassionati ma lo sport, per l’enorme funzione sociale e sanitaria, non può vivere di momenti appeso al destino di una persona. Lo sport è innanzitutto salute ma non vedo profondi legami fra i nostri Apparati (esempio il CONI o le Federazioni) ed Aziende Ospedaliere. Lo Sport sopravvive su un esercito di volontari: torte fatte con grande passione dalle mamme, da aziende che versano qualche soldino più per carità che convenienza, da genitori che mettono a disposizione auto, tempo e denaro per la società sportiva ed i ragazzini ma potrei citare molti altri casi e tutto ciò va molto bene ma non basta ed allora gli occhi di tutti coloro che sono “ ai piani alti” devono essere rivolti ad un movimento. Lo sport non può essere identificato solo in quelle discipline sportive che riempiono le testate giornalistiche che hanno la grande responsabilità della mancata divulgazione delle discipline considerate “ minori”. Nella vela abbiamo inoltre molta esperienza per Sport per disabili ma quando lo stesso viene escluso dalle prossime PARALIMPIADI perché non sono sostenibili i costi dovendo creare strutture fuori dal villaggio Olimpico dove un attimo prima si sono svolti i Giochi estivi, direi che c’è qualcosa da rivedere. In sintesi: meno politica e politici di passaggio, svolta nella comunicazione attraverso investimenti dei media per tutte le discipline, rispetto per il volontariato che tiene vive le società sportive ma anche formazione dei dirigenti, condivisioni delle esperienze anche fra diverse discipline sportive, rispetto della gerarchia partendo dai ruoli – anche nel nostro sport per esempio spesso gli allenatori dettano condizioni ai DS e Consigli Direttivi, verticalismo considerando che la società sportiva fa parte di organi provinciali, regionali e nazionali e non interfacciarsi con loro si è destinati all’isolamento, finanziamento di progetti scuola e divulgazione e poi sinergia per creare quella grande massa critica per consentire ai dirigenti di presentare progetti. Un sincero abbraccio a tutti gli sportivi e dirigenti che hanno avuto la pazienza di leggermi ed a tutti auguro “buon vento” anche in considerazione che fra qualche settimana Luna Rossa cercherà di portare “a casa” la prestigiosa Americas Cup mai vinta dall’Italia.... i media sono già allertati. È la nostra fucina di nuovi adepti e tifiamo per lei anche se un nostro atleta, a bordo di America Magic (guidone New York Yacht Club) cercherà di portare la “brocca” in città.

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LA COMUNICAZIONE NELLO SPORT DILETTANTISTICO: 5 SUGGERIMENTI PER NON FARE ‘BRUTTE FIGURE’ Alberto Cristani Direttore rivista SportdiPiù Veneto Certo, in questo momento di incertezza tutti hanno difficoltà ad investire, soprattutto nella comunicazione. “Cosa comunico che non possiamo fare alcun tipo di attività?” oppure “Cosa comunico se non si gioca e, quindi, non ci sono risultati e classifiche da aggiornare?” sono senza dubbio due delle ‘scuse’ più diffuse. Già, le definisco ‘scuse’ perché, per raccontare chi sei non devi per forza avere qualcosa di eccezionale da comunicare. Mettiamo per un attimo da parte il periodo attuale condizionato – indiscutibilmente – dall’emergenza Covid e analizziamo alcune situazioni che a volte vanificano le iniziative e la comunicazione delle società sportive dilettantistiche. 1. Invidia Parto proprio dall’invidia perché, a mio avviso, è uno dei punti cruciali su cui, purtroppo, si basa la comunicazione/promozione (distorta) di molte società dilettantistiche. Succede che, invece di creare un evento innovativo, esclusivo e personale, si cerca di ‘mettere il bastone tra le ruote’ ad altre società magari organizzando tornei o eventi in antitesi con altri. Risultato? Si crea solo confusione e frammentazione: il target invece di essere attratto dai singoli eventi (e magari invogliato a partecipare ad entrambi) è quasi costretto a scegliere tra uno dei due. E, a volte, decide di non partecipare a nessuno dei due. 2. Complesso inferiorità Di base, in quasi tutte le società dilettantistiche, esiste una sorta di complesso di inferiorità latente che si può riassumere in una frase: “Ma perché sempre gli altri sono bravi e noi non veniamo mai considerati?”. La risposta è una sola: il fatto di essere bravi lo devi anche comunicare al mondo che ti circonda! Se pensi/speri che la gente si accorga del tuo lavoro (probabilmente migliore di quelli di tanti altri) solo per il passa parola, beh… sei sulla strada sbagliata. La comunicazione la devi fare tu non devi aspettare che si “produca” da sola. 3. Presunzione “Ma cosa ci vuole a pubblicare un post sui social, a scrivere un comunicato, ad aggiornare il sito… Lo faccio io, tranquilli!”. Quante volte, ad inizio stagione, si affida la comunicazione della società ad un dirigente/atleta/amico ‘che ha passione per queste cose’? Tante, anzi troppe. Perché se all’inizio la cosa può essere piacevole e anche divertente, alla lunga, con l’avanzare della stagione (e magari con risultati che non sono sempre positivi…), comunicare può diventare faticoso e stancante. L’ufficio stampa ‘improvvisato’ può ad un certo punto stancarsi perché la comunicazione, se fatta bene, richiede competenza ma soprattutto continuità. Non aggiornare più sito, social o non mandare più comunicati solo perché la propria squadra non vince più oppure perché “adesso non ne ho voglia” o “adesso non ho tempo” è un atteggiamento assolutamente da evitare. 4. Braccino corto Un altro motivo per cui si tende ad affidare la comunicazione di una società dilettantistica ad un dirigente/atleta/amico ‘che ha passione per queste cose’ (vedi punto 3) è per risparmiare. Ad inizio stagione si pianificano gli investimenti per nuove divise, nuovo materiale, visite mediche, sanificazioni, rimborsi dirigenti/allenatori/atleti, cene, gadget, regali, pandori ecc. Difficilmente si pensa a destinare una cifra per la comunicazione, un rimborso per un addetto stampa che possa veicolare al meglio e raccontare ‘al mondo esterno quello che la società organizza durante la stagione. Immagino già la domanda che gira nella testa: qual è la cifra giusta? Risposta: non c’è una cifra giusta. Nel senso che il compenso dovrà essere proporzionale ed adeguato all’impegno e al tempo che il responsabile della comunicazione dedica al suo lavoro. Un consiglio per i presidenti: definite una quota base mensile in base alle vostre disponibilità e proponetela al vostro ufficio stampa, con la garanzia che a fine stagione definirete insieme, anche in base al risultato ottenuto, un nuovo piano comunicazione per la successiva stagione. La cosa importante è coinvolgere l’addetto stampa a 360 gradi e renderlo partecipe di tutto ciò che accade in società. La comunicazione deve essere coordinata insieme alla presidenza e alla dirigenza anche se la responsabilità e le modalità sono esclusive dell’addetto stampa. 5. Identità Molte volte si tende a comunicare cercando d’imitare i professionisti. È un’ atteggiamento che, oltre a non premiare, rischia di cancellare un’identità costruita con anni di storia e sacrifici. Diciamocelo chiaramente: una piccola società dilettantistica di provincia che vuole comunicare come una grande professionistica, oltre a non essere credibile, ci fa anche una brutta figura! Il consiglio è quindi quello di usare un linguaggio proprio, che possa identificare e raccontare – anche in modo semplice – la società e la sua attività, senza forzature e senza inutili enfatizzazioni. Senso di appartenenza, amore per le tradizioni e per le origini, rispetto per la storia e esaltazione della semplicità: questi sono alcuni degli ingredienti per essere riconosciuti, ottenere consensi e crearsi un’immagine unica. Conclusioni Anche nel dilettantismo è indispensabile comunicare perché anche una piccola società ha il diritto (e il dovere) di far conoscere la propria attività anche al di fuori del proprio impianto sportivo. Per fare ciò ci si deve avvalere di persone capaci e competenti: non ci si improvvisa comunicatori! Comunicati stampa, sito, social, rapporti con i media: step importanti che vanno affrontati con la giusta attenzione e le opportune conoscenze al fine di ottenere il massimo risultato (visibilità). Si deve investire (denaro) sulla comunicazione: non è ammissibile pensare di affidare la comunicazione di una società sportiva ad un semplice appassionato retribuendolo con un “grazie” e un pandoro a Natale. Se non si crede nella

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comunicazione allora è meglio non fare nulla e accettare, senza polemiche e piagnistei, eventuali conseguenze negative (per esempio sarà vietato dire: “Perché non parlano mai di noi?”). Nel comunicare mantenere sempre un profilo consono: se si parla di attività giovanile/dilettantistica è inutile e dannoso ‘parlare’ come i professionisti. Mantenere la propria identità e rispettare le proprie origini è la base su cui costruire una comunicazione efficacie. E pazienza se il linguaggio è semplice: l’importante è far capire a chi non è della società chi siete, cosa fate e la passione e la competenza che investite nella vostra attività. Oggi, più che mai, non c’è bisogno di effetti speciali ma di realtà vere, oneste, strutturate e che mettano al primo posto lo sport e i valori che una società dilettantistica deve-dovrebbe trasmettere ai suoi tesserati a alle famiglie ad essi legate. Infine ultimo suggerimento: se volete comunicare ma non siete sufficientemente attrezzati per farlo rivolgetevi a chi questo lavoro lo fa di professione. Non abbiate paura e soprattutto non pensate: “Chissà quanti soldi mi chiederà un professionista!”: partire con questo atteggiamento non è la cosa giusta. Un professionista serio, oltre ad aiutarvi, sa sicuramente venire incontro alle vostre esigenze e alle vostre possibilità economiche.

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FARE MARKETING? Lucio Taschin consulente di comunicazione e marketing sportivo - info@luciotaschin.it Su le mani, con o senza guanti monouso, se nelle varie live, webinar o discussioni digitali di questi tempi qualcuno ha sentito un dirigente di ASD, ma dico ancora di più, qualche amministratore, che non abbia detto: “Sto aspettando!” “Vediamo!” “Non so cosa fare!” Per gli “immobili” ci sono però alcuni esempi da seguire che hanno una parola d’ordine dentro la tasca: anticipare. È il caso del Coni Point di Verona, sempre all’avanguardia con iniziative di richiamo e di studio come questa ricerca che viene proposta ma che necessita di essere analizzata in maniera profonda. E se questo coraggio, questa visione la applicassimo anche ai dirigenti di ASD e a qualche altro amministratore locale magari supportato dal qualche buon staff competente? Bene! Se questo spirito Vi piace allora possiamo pensare che ci sia, ad esempio, un assessore che possa pensare che ora, non domani, si possano aiutare le ASD in un modo concreto. Esiste il modo “esperenziale” ovvero provare ad immaginare scenari e agire in alcuni settori fondamentali dell’organizzazione dell’ASD per avere quella chiave di lettura che vi salverà. Una precisazione: parlando di “sperimentazione” preparatevi anche a perdere del tempo e non buttatevi giù. Ecco un personale decalogo che Vi invito ad esplorare Riscrivi il tuo piano strategico. Se ce l’hai. Avere un piano è sempre una buona idea ma spesso all’interno delle ASD si è andati un po’ sempre a “tarallucci e vino”. Scrivere un piano non vuol dire narrare un romanzo È molto di più. Vuol dire abituarsi a capire lo scenario, ascoltare i bisogni che devi soddisfare, condividerli con i tuoi amici dirigenti e pensare delle azioni coerenti che man mano poi ai direttivi discuterete ed attuerete. Una delle tante call dedicale a questo, a capire, a mettersi in discussione e non a lamentarti di quanto sarà difficile la vita dopo il Covid 19. Fai emergere delle idee per il tuo futuro a breve, media e lunga distanza, SCRIVILE e continuamente condividile all’interno del direttivo. Ti sarà utile poi per estrapolare un bel COMPANY PROFILE da presentare ai tuoi contatti! E comunque non essere deluso se dei 10 piani o progetti che farai 7/8 li dovrai buttare! Rivedi il budget. Se l’hai preparato con attenzione è figlio del piano strategico. Un budget scritto bene va continuamente monitorato. Oggi più che mai. Se hai pianificato entrate per una percentuale alta legata agli sponsor è tempo di: - smanettare in rete per cercare bandi, opportunità, progetti di finanziamento. In poche parole diversifica - immetti nella seconda parte dell’anno attività che dipendono da Te: eventi, iniziative, tornei - lavora sui costi, cerca di tagliare spese inutili a favore di quello che è il progetto fondamentale del Tuo club e abbi coraggio! Non è questo il momento di tentennare! - Stai vicino ai Tuoi Sponsor con discrezione ma stagli vicino Migliora la Tua comunicazione. Fare, fare bene, far sapere Sono parole che ho sentito dire in maniera incisiva anche da illustri colleghi Comunicare in modo efficace Ti farà fare la differenza naturalmente se hai contenuti che lo meritano. Scegli bene il Tuo target. Fai come si fa in un giornale: un bel menabò ovvero una pianificazione ragionata di cosa vuoi dire ma soprattutto a chi lo vuoi dire. Qualche attività? - Studia o fai studiare bene come funzionano i social. Amplia la Tua “offerta” - Prepara materiale utile per non improvvisare - scrivi almeno una volta alla settimana alle testate con notizie, storie e informazioni non banali. I media hanno ridotto le pagine dello Sport ma sono lì che aspettano articoli interessanti Migliora la Tua informatizzazione. Sii professionale nella Tua gestione Al di là del sistema informatico della Tua Federazione o Ente probabilmente non hai pensato all’informatica come supporto al Tuo club. - verifica programmi per la gestione delle quote degli atleti - parla con il Tuo commercialista per avere un file cadenzato di controllo dell’andamento economico-finanziario del Tuo club - aiuta i tecnici a lavorare meglio con strumenti messi a disposizione dalla società - costruisci un cloud Tuo dove mettere i documenti importanti da condividere da comunità di persone che li utilizzano - Continua a pensare a come utilizzare le piattaforme digitali anche dopo il Covid 19 Chiedi ai tuoi tecnici di formarsi. E fallo tu per primo, caro dirigente. Ora o mai più! Se non credi nella Tua formazione stai aiutando la decrescita “felice” della Tua Associazione. Formazione su cosa? Prima di tutto di dove andrà lo Sport fra X anni in modo tale da intercettare i bisogni dei Tuoi iscritti Parla anche con il Tuo staff e pianifica con loro corsi per reclutare, per entusiasmare, per fidelizzare, per essere più competenti assolutamente sul piano tecnico ma soprattutto più bravi dal punto di vista umano. Fai far corsi sulla comunicazione sportiva anche ai Tuoi coach perché, credimi, gli saranno utilissimi Fai con loro un patto chiaro ed insieme andrete lontano! Stai vicino ai tuoi atleti e non dare nulla per scontato Esserci in questo periodo farà la differenza. Ma come?

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Tieni unito prima di tutto il Tuo direttivo e incrementa l’attività di confronto per varare piani A, piani B e anche un piano C. Tieni unito il Tuo staff tecnico che si ritroverà ad inventare preparazione, piani di allenamento e attività che mai aveva sviluppato finora. Stai vicino COSTANTEMENTE ai Tuoi atleti e alle loro famiglie. Predisponi tutorial per il lavoro possibile da fare a casa, chiedi foto, video. Stimola che proprio da loro partano iniziative di solidarietà e di comunicazione. Sarà un gioco di squadra che tornerà utile dopo. Anticipa, anticipa, anticipa: tutti anche Te stesso! ESPERIENZE TERRITORIALI Riportiamo alcune positive esperienze di collaborazione riguardanti: Assessorati allo Sport (Coordinamento Intercomunale dello Sport), Young Sport&Community (sinergia realizzata dalle società di San Martino Buon Albergo) e Autozai Contri Cycling Team (formare uomini prima che campioni).

COORDINAMENTO INTERCOMUNALE DELLO SPORT Giaretta Pierluigi (Sindaco di Oppeano) Il Coordinamento Intercomunale dello Sport è stato istituto nel 2003 dopo un confronto fra il fiduciario Coni e gli assessori comunali o delegati allo sport de Comuni della zona sud-est della provincia. Il Regolamento redatto era stato approvato, senza nessun voto contrario, dai Consigli Comunali e dalla Giunta del Coni Provinciale. L’iniziativa prese avvio dopo un’indagine conoscitiva che aveva evidenziato come il 43% dei ragazzi della scuola elementare e media inferiore non svolgessero attività sportiva strutturata. Agli alunni delle scuole primarie, attraverso un concorso, fu proposto di ideare il logo del Coordinamento Intercomunale dello Sport. Alle problematiche evidenziate nell’indagine conoscitiva furono date risposte concrete come l’istituzione delle Feste Intercomunali dello Sport, itineranti nei vari Comuni, che coinvolgevano gli studenti delle classi 3e delle scuole primarie e gran parte delle società sportive dei Comuni del Coordinamento. Tutti i partecipanti si cimentavano in tutte le discipline sportive presenti. Le feste intercomunali proseguono tutt’oggi coinvolgendo ogni volta un migliaio di alunni. Alle famiglie, per meglio orientarsi nella scelta delle discipline sportive, è stato consegnato un libretto “Tutto lo Sport dall’Adige al Guà” con tutte le indicazioni possibili riguardanti le società del territorio, assessori allo sport con orario ricevimento, impiantistica sportiva, recapiti del Coni Provinciale. Il Coordinamento Intercomunale dello Sport ha anche la funzione di organizzare serate che coinvolgono genitori, dirigenti sportivi e allenatori. Molti i corsi di formazione e aggiornamento organizzati per questi ultimi sempre con partecipazioni massicce. Grazie alla disponibilità delle scuole, sono stati organizzati incontri con atleti (Paola Fantato, Xenia Palazzo, Eros Poli, Damiano Tommasi, Elia Viviani, solo per citarne alcuni) offrendo ai ragazzi un momento di riflessione e ispirazione per impegnarsi nello sport come nella quotidianità. Molte anche le occasioni di confronto fra Assessori allo Sport e Coni su temi concreti quali la gestione degli impianti sportivi, il recupero dei ragazzi che avevano abbandonato l’attività sportiva, l’attenzione agli adulti (biciclettata culturale-sportiva intercomunale) o come eliminare alcune barriere che bloccavano l’accesso al mondo sportivo di alcuni piccoli. L’attività sportiva è sempre stata ed è ritenuta elemento essenziale della crescita dei ragazzi, non solo a livello fisico, ma anche psicologico; la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie responsabilità è la chiave di lettura giusta per approcciarsi e vivere serenamente l’attività fisica. Molta soddisfazione nel constatare come le iniziative realizzate abbiano contribuito a creare un gruppo coeso, attento alla promozione dello sport, alla formazione di dirigenti e allenatori. Soprattutto essere riusciti ad avvicinare molti ragazzi alla pratica sportiva. Dal 43% iniziale dei ragazzi che non praticavano una disciplina sportiva, grazie alla sinergia Coni, Assessorati allo Sport e Società Sportive, oggi la media di non pratica è leggermente inferiore rispetto a quella evidenziata dal Coni e svolta in tutta la provincia. I Comuni del Coordinamento Intercomunale sono: Albaredo d’Adige, Bonavigo, Cologna Veneta, Isola Rizza, Minerbe, Oppeano, Pressana, Ronco all’Adige, Roverchiara, Roveredo di Guà, Veronella, Zevio e Zimella.

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YOUNG SPORT & CULTURA COMMUNITY Biondani Emanuela (Presidente Young) Young Sport e Cultura Community si impegna a sviluppare, promuovere, coordinare iniziative per rispondere ai bisogni di attività motoria - sportiva dilettantistica di tutti: uomini e donne di ogni età, condizione sociale e nazionalità, con un’attenzione particolare ai giovani, alle persone più esposte a rischi di emarginazione fisica e sociale ed alle loro famiglie. Promuove e gestire attività culturali, ricreative, di turismo sportivo ecocompatibile nonché educative e formative compresa l’attività didattica per l’avvio ed il perfezionamento dell’attività sportiva dilettantistica. Per noi di Young lo sport è soprattutto uno straordinario generatore di contenuti. Una palla, qualsiasi forma abbia, riesce ad abbattere differenze e distanze come nessuna politica governativa è mai riuscita a fare. Uno spogliatoio è vita, è rabbia, è gioia, è socialità e condivisione. Un assist, un gol, un passaggio di testimone perfetto, un canestro sulla sirena, un touchdown, un fuoricampo hanno una carica emozionale enorme per chiunque. Crediamo nello sport, nella sua forza educativa, nella sua dimensione associativa, nel suo valore mediatico e comunicazionale. Le attività proposte sono finalizzate a sviluppare l’autostima e la fiducia in sé stessi, e a ridurre lo stress e l’ansia. A questi vantaggi si aggiungono ricadute positive sui risultati scolastici e sui fattori che possono influenzare il successo personale degli alunni – competenze e atteggiamenti cognitivi (concentrazione, memoria, capacità di esprimersi verbalmente), comportamento (partecipazione alla vita scolastica, riduzione del tempo impiegato a svolgere un compito, maggiori attività intraprese fuori dalla scuola, inserimento nella comunità), miglioramento del rendimento scolastico (voti, valutazioni, test). Abbiamo perciò creato un evento denominato “RAINBOW YOUNG RUN“ giunto all’ottava edizione, che si svolge in un contesto ricco di colori, musica, festa ed allegria. Un pomeriggio d’incontro generazionale, genitori e figli, insegnanti e alunni, in una location immersa completamente nella natura. L’obiettivo fondamentale dell’evento è quello di stimolare, nei giovani e giovanissimi, l’aggregazione” e il “senso di squadra. All’iniziativa verranno invitate a partecipare anche le scuole di ogni ordine e grado della città di Verona e provincia, favorendo l’adesione di gruppi-classe o di gruppi scolastici in generale, caldeggiando la compresenza di ragazzi, famiglie e insegnanti nello spirito della condivisione di una iniziativa del tempo libero e dell’apertura al dialogo e ad una maggiore vicinanza. Noi vogliamo essere fra quelli che hanno un “pallino”, una passione, un obiettivo chiaro: promuovere nuove positive testimonianze di vita sportiva, elaborare e diffondere nuove idee, essere formatori di opinione per contribuire a cambiare la società cambiando lo sport.

CAMPIONI NELLO SPORT, CAMPIONI NELLA VITA Sport e Solidarietà: un binomio inscindibile quello che da sempre contraddistingue lo storico sodalizio di Illasi. Mantovanelli Enrico – Presidente Autozai Contri Cycling Team Fucina di talenti, ma anche palestra di vita. Da sempre la filosofia del Team Autozai Contri, una delle più titolate e gloriose società del panorama ciclistico veronese nella categoria Juniores, è quella di preparare i giovani campioni di domani nel rispetto di valori imprescindibili quali impegno, altruismo e rispetto. MODELLO EDUCATIVO – L’ambizione dello storico sodalizio guidato dal presidente Enrico Mantovanelli è quella di essere una delle migliori società nazionali a livello sportivo, ma anche quella di essere un modello educativo attraverso cui insegnare ai propri atleti l’importanza del sacrificio, del saper accettare una sconfitta, del non esaltarsi dopo una vittoria, di restare umili. MISSION – Una mission aziendale vera e propria quindi. Di fatto la società è organizzata proprio come un’impresa, perché come ama ricordare il presidente Mantovanelli “al giorno d’oggi sono fondamentali la progettazione e la capacità di programmare il futuro”. Chi ne indossa la maglia ha l’onere e l’onore di essere un esempio positivo per i coetanei, non solo in ambito sportivo ma anche in ambito scolastico, e professionale. Un privilegio che comporta delle responsabilità. In primis verso sé stessi, ma anche verso chi non può vivere una vita “normale” e non ha la possibilità di inseguire i propri sogni.  Per questo dallo scorso anno si è deciso di avviare una collaborazione con l’associazione La Ginestra di San Giovanni Lupatoto, una cooperativa che si occupa di disabilità. COLLABORAZIONE – Attraverso la comune amicizia con Enrico Mantovanelli abbiamo avviato questo progetto, con l’intento di svolgere una sorta di tirocinio formativo – così Marika Ambrosi, responsabile organizzativa de “La Ginestra” – Il nostro è un centro educativo che come  primo obiettivo ha quello di aiutare i ragazzi con disabilità intellettiva a diventare adulti. Confrontarsi con questo tipo di realtà siamo convinti possa essere una grande opportunità di crescita anche per gli atleti, che possono intraprendere un percorso di formazione e consolidamento della propria personalità. CONDIVISIONE – Come in una squadra di ciclismo ci sono varie individualità con diverse specificità tecniche che concorrono al raggiungimento di un obiettivo condiviso – continua Marika Ambrosi – così il senso del progetto è quello di collaborare per un fine comune attraverso le valorizzazione delle diverse abilità e dei diversi talenti. Dallo scorso inverno abbiamo una casa nuova, che ci fa piacere essere anche la casa del Team Autozai Contri, una società che come noi lavora coi giovani e a cui siamo accomunati dalla costanza, dall’impegno e dalla capacità di saper affrontare le sconfitte. Abbiamo chiesto ai ragazzi di partecipare durante l’estate per un giorno alla settimana ai nostri progetti. Per noi è un modo per godere dell’energia di questi giovani, a cui potremo restituire un bagaglio di esperienze che li aiuteranno a formarsi e a costruire un loro percorso come uomini.

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TESTIMONIANZE Cosa rappresenta lo Sport per gli atleti? “Per una persona con disabilità come me non è stato facile ed ho dovuto combattere le mie battaglie per conquistarmi un posto in una società dove chi non è perfetto è visto come diverso. Un vestito che mi andava stretto, che mi impegnava quotidianamente in una battaglia per demolire questi preconcetti e dimostrare di essere una persona con ovvie difficoltà fisiche, ma con normali potenzialità. Ho incontrato per caso lo sport, in particolare il tiro con l’arco, ed è stato amore a prima vista. Credo che potrebbe sembrare banale sottolineare quanto sia importante lo sport nella crescita di una persona, non solo fisicamente, ma anche nella formazione del carattere, nell’imparare a stare con gli altri e rispettarli, nell’accrescere positivamente l’autostima. Per me è stato così, lo sport mi ha dato tanto e non solo come risultati, mi ha insegnato molto. Oltre alle soddisfazioni sul campo, mi ha fatto capire che poter essere un esempio a chi si trova in una situazione simile alla mia o un suggerimento a dei familiari che si trovano a dover affrontare questo problema, ti riempie di soddisfazione e di orgoglio. Ricordo un episodio, era il 2003 a Madrid, campionati mondiali per disabili, ero in pausa con i miei compagni ed ho visto un uomo che puntava verso di me, non capivo cosa volesse, finché non mi ha raggiunto e mi ha spiegato di essere il padre di una ragazza americana molto giovane che per la prima volta partecipava ad una competizione internazionale. Mi aveva visto gareggiare alle Olimpiadi di Atlanta ed il mio esempio l’aveva spinta ad iniziare a tirare con l’arco. Erano anni che il papà sperava di incontrarmi per potermi ringraziare di persona per quello che avevo rappresentato per sua figlia. Questa è stata la medaglia più bella che abbia vinto”. Paola Fantato

6 medaglie d’oro, 1 argento 2 bronzo alle paralimpiadi. 5 medaglie d’oro, 3 argento, 2 bronzo ai campionati del mondo, 2 medaglie d’oro ai campionati europei. Seconda atleta paralimpica a partecipare anche ad un’olimpiade, Atlanta 1996, insignita del titolo di “Leggenda dello Sport” dal Coni) “Per me lo Sport è elemento fondamentale di Vita. Mi muovo ed esisto. Faccio sport e mi sento in equilibrio con la mia persona, con l’ambiente e instauro relazioni sociali solide e durature”. Francesca Tibaldi

Ha fatto parte della Nazionale Italiana di Triathlon tra il 1994 e il 2000. Nel 2015 vince l’Iron Man di Boulder, Co (USA). Vincitrice di numerose gare in Italia. Nel 2015 è guida dell’atleta non vedente Anna Barbaro della Nazionale Italiana di ParaTriathlon. “Sono nato e vissuto alla periferia Sud di una città tanto bella quanto difficile: Roma. Una periferia dove era facile cadere nella fitta e tremenda rete del mondo della droga, della micro delinquenza, pur avendo una Famiglia sana, forte e che ha sempre vissuto onestamente. Il pericolo era fuori dalle 4 mura di casa ed era tangibile... Ma all’età di cinque anni accade qualcosa che mi aiuterà a capire qual è la retta via. Era il 1971, iniziai la scuola nuoto, andai avanti per quattro anni, i miei genitori dissero “il nuoto fa bene, è uno sport completo”, credevano che qualche corso mi avrebbe fatto bene anche per la sicurezza in mare. Quel “qualche corso” si tramutò in pre-agonistica, agonistica, selezioni per i campionati italiani di categoria, la piscina era diventata la mia seconda casa, le amicizie fatte nel nuoto furono le amicizie di tutti i giorni era tutto ciò che volevo. A sedici anni provai con la pallanuoto, due anni nel Club dove sono “nato sportivamente” e poi il salto, il Cus Roma settore giovanile, ricordo ancora quando entrai per la prima volta allo “Stadio del Nuoto” di Roma, ero in estasi. Arrivò anche un piccolo passaggio in A1, questione di due minuti. Non ero un Campione ma non importava, qualche risultato sportivo è arrivato ma il risultato più importante è stato innamorarmi dello sport, quell’amore che ancora oggi mi coinvolge tutti i giorni facendo miei i valori dello sport. Ho proseguito la mia carriera sportiva insegnando nuoto e pallanuoto per 25 anni, ho potuto trasmettere i valori dello sport, la lealtà, l’ambizione positiva, la competizione positiva, gli obbiettivi da raggiungere, il sacrificio, il rispetto dell’avversario (mai nemico), la capacità di condividere. Oggi, non riuscendo a farne a meno, pratico ancora sport, ho ancora da imparare dallo sport, a cui devo solo dire grazie!” Sandro Colangeli, Pallanuoto Cus Roma

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“Al fischio di inizio di ogni partita, ti cercavo tra gli spalti e sapere che c’eri mi faceva sentire importante, il papà il mio tifoso preferito”. Da allenatrice, da atleta e da figlia di un ex podista (che ha vestito anche la maglia azzurra) mi soffermo sul meccanismo che nasce tra i genitori, i figli e lo sport e in particolar modo sul fatto che i genitori non solo vorrebbero figli campioni ma che molto spesso, proprio i genitori, da ex atleti prospettino le loro aspirazioni passate nell’attività sportiva del figlio. Alcuni genitori, inconsciamente e in modo del tutto benevolo, usano il loro «non essere arrivati a un traguardo di successo» come spinta verso il ragazzo per far sì che raggiunga obiettivi elevati e sia la versione migliore dell›atleta che loro stessi avrebbero voluto essere nel loro tempo passato. Questa malinconia dei genitori «ex atleti» per i loro tempi d›oro e questa continua insistenza nei figli crea, molte volte, un›aspettativa nel ragazzo troppo alta e non raggiungibile generando così una frustrazione che non permette di ottenere i risultati sperati e tanto meno di vivere lo sport anche nel suo aspetto ludico ed educativo. Da figlia di un ex atleta conosciuto, che aveva corso e si era battuto con grandi nomi tra i quali il suo amico G. Bordin credo che il mio papà aspirasse che io, a differenza sua, provassi a entrare in qualche corpo e facessi l’atleta proprio perché lui a suo tempo aveva rifiutato l’opportunità nell’apice della sua carriera sportiva. Questa consapevolezza che nei figli è presente e talvolta inconscia si manifesta però con dei segnali evidenti, ricordo bene, infatti, che per me ad ogni gara si generava una carica emotiva troppo forte che si traduceva spesso in ansia da prestazione, non mi sentivo mai alla sua altezza finché non abbiamo capito che il suo sport non era il mio sport e che ai km percorsi preferivo un pallone e 12 compagne di gioco. Al mio tifoso preferito e al suo essere atleta di vecchia scuola riconosco con profonda stima il suo esempio, mi ha insegnato cosa sia la costanza, quanto sia importante l’impegno. Io e lui abbiamo fatto tante colazioni a pane e competizione (quella sana) ma, l’amore verso lo sport che mi ha donato lui, dopo aver vinto contro una brutta malattia e dopo aver rimesso le scarpe che aveva da anni appeso al chiodo, mi ha davvero fatto capire il grande potere che ha lo sport. Al mio tifoso preferito Eleonora Tirapelle, Consigliere Delegato allo Sport Roncà

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Hanno collaborato alla realizzazione del presente libretto: CONI POINT VERONA Delegato Provinciale Coni, Stefano Gnesato. Fiduciari/Collaboratori Coni Point Verona: Battocchio Giovanni, Biondani Emanuela, Colangeli Sandro, Cristani Alberto, De Carli Silvia, Ferrari Attilio, Frigo Nicholas, Migliorini Marco, Sgalambro Raffaella, Tibaldi Francesca, Zampini Barbara, Zanetti Tiziana, Zivelonghi Andrea. Docente territoriale SRdS Coni Veneto, formatore provinciale Centri Coni: Prof.ssa Raffaella Sgalambro. DIRETTORE UFFICIO SPORT CURIA DI VERONA: Don Gabriele Vrech DOCENTE REFERENTE ATTIVITÀ DI EDUCAZIONE FISICA, MOTORIA E SPORTIVA UFFICIO AMBITO TERRITORIALE VII DI VERONA: Prof. Dino Mascalzoni FEDERAZIONI SPORTIVE E DISCIPLINE ASSOCIATE: Bagliardini Roberto (FIT) Baruffi Luigi (FIPT) Bevilacqua Roberto (FIP) Begal Tiziano (FIPSAS) Bianchini Stefano (FIPAV) Castioni Marco (FISI) Manfroi Silvia (FIS) Marcolongo Carlo (FIR) Piccoli Maurizio (FIJLKAM) Pozzani Ruggero (FIV) Salemi Antonella (FITRI) Zanetti Tiziana (FISG) Zoccatelli Diego (FCI) ENTI DI PROMOZIONE SPORTIVA: Boggian Alessandro (OPES) Carlin Maria Rosa (AICS) De Luca Enrico (ASC) SOCIETÀ SPORTIVE Aiki Team – Isola Rizza Autozai Contri Cycling Team – Illasi Ice Club Lessinia – Bosco Chiesanuova Yacht Club Verona Young Sport Community & Cultura – San Martino Buon Albergo Polisportiva Adige Buon Pastore – San Giovanni Lupatoto Polisportiva Gemina - Zimella Unione Sportiva Sant’Anna d’Alfaedo ASSESSORI ALLO SPORT: Aldrighetti Marco (Marano di Valpolicella) Bissoli Angelica (San Pietro di Morubio) Bonioli Luca (San Pietro Incariano) Chinaglia Evelyn (Minerbe) Cicolin Andrea (Veronella)

Clementi Germano (Isola della Scala) Costantini Federico (Monteforte d’Alpone) Dalli Cani Angelo (Soave) Falamischia Luca (Legnago) Formigaro Christian (Castagnaro) Gemmetto Stefano (Roveredo di Guà), Giaretta Pierluigi (Oppeano) Gobbi Lara (Casaleone) Guadagnini Pietro (Povegliano) Indelicato Angelo (Cavaion Veronese) Manega Gionata (Zimella) Morandi Diana (Ronco all’Adige) Poltronieri Marco (Nogara) Pozzani Orfeo (Bovolone) Rando Filippo (Verona) Righetti Franca (Negrar) Rinaldi Alex (Gazzo Veronese) Rossi Francesca (Albaredo d’Adige) Sartori Renzo (Pressana) Tirapelle Eleonora (Roncà) Tisato Alberto (Roverchiara) Toffanin Claudio (Bosco Chiesanuova) Tommasi Samuele (Sant’Anna d’Alfaedo) Valenza Marzio (Nogarole Rocca) Venturini Cesarino (Illasi) ATLETI Colangeli Sandro (Pallanuoto Cus Roma) Fantato Paola (Tiro con l’Arco) Tibaldi Francesca (Triathlon DIRETTORE RIVISTA SPORTDIPIU’ MAGAZINE VENETO Alberto Cristani CONSULENTE MARKETING Taschin Lucio

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SPO RTIVA-M E

NTE

Psicologia sportiva

Dr. Tommaso Franzoso Psicologo dello Sport - Sport Mental Trainer Venezia Soccer Academy e Venezia FC in collaborazione con Riccardo Oboe, Alirio Riccardo Bonetti, Francesco Minio, Jacopo Cannatello

Mindfulness nello sport zioni. Secondo la psicologia buddista, diminuisce la proliferazione mentale, cioè l’abituale reazione di attaccamento o avversione a quegli stati che possono essere giudicati come piacevoli, spiacevoli o neutrali (Grabovac, 2011). Quali sono i vantaggi di chi pratica esercizi di Mindfulness? Vediamo in seguito:

“Mindfulness” è una parola inglese che vuol dire consapevolezza ma in un senso particolare. Non è facile descriverlo a parole perché si riferisce prima di tutto a un’esperienza diretta. Tra le possibili descrizioni è diventata “classica” quella di John Kabat Zinn, un biologo molecolare statunitense che ideò nel 1979 un protocollo scientifico (Mindfulness based-stress reduction) a partire dalle antiche tecniche della presenza mentale, protocollo la cui efficacia è stata confermata in termini sperimentali e ampliata in diversi ambiti. “Mindfulness significa prestare attenzione, ma in un modo particolare: a) con intenzione, b) al momento presente, c) in modo non giudicante”. Si può descriverla anche come di un modo per coltivare una più piena presenza all’esperienza del momento, al qui e ora. E’ un atto che parte dall’attenzione e dal modo in cui la usiamo ed è talmente semplice che questa stessa semplicità ne rappresenta la vera difficoltà. Noi facciamo molta fatica ad essere semplici. Da un lato, una capacità progressiva di maggiore presenza al qui e ora ci apre a esperienze inaspettate, alla ricchezza del momento presente, alla pienezza del vivere. Dall’altro, la pienezza dell’esperienza comprende necessariamente anche il suo

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lato “negativo”: il disagio, la sofferenza, il dolore. E qui si gioca uno degli aspetti più interessanti di questo approccio che ci chiede e ci insegna a non respingere e a non negare questa dimensione ma a farne motivo di crescita e persino di creatività. Questo è l’aspetto cui si riferisce la parola “accettazione/accoglienza” (Vaccaro, 2017) Per dimostrare l’efficacia degli interventi di Mindfulness sugli atleti bisogna però comprendere meglio cosa sia la performance ad alti livelli per la psicologia dello sport. Essa può essere compromessa da alcuni fattori psicologici (non necessariamente patologici). Tra gli altri, gli inibitori della performance includono anche le aspettative irrealistiche spesso determinate da una personalità perfezionistica o problematica, ansia da competizione, timore di sbagliare, tensione percepita, comportamenti evitanti, problemi relazionali, difficoltà di vita….tutti questi elementi abbassano la performance. Al contrario uno stato psicofisico caratterizzato da processi orientati all’obiettivo permettono una performance eccellente. Uno degli effetti della mindfulness è proprio quello di modificare il modo con cui le persone si relazionano ai propri stati interni intesi come pensieri ed emo-

1. Riduzione dello Stress = Chi pratica sport, non solo a livello agonistico ma anche amatoriale, sa che uno dei peggiori nemici è lo stress. Non solo quello che si accumula durante l’attività fisica, ad esempio nel pre-gara o nei periodi più intensi di allenamento, ma anche tutto quello che ci investe durante l’arco della giornata. La mindfulness è un tipo di meditazione che permette la riduzione dello stress, è infatti stato dimostrato come competere o gareggiare sotto stress abbia un chiaro impatto negativo sulle performance atletiche. A comprova uno studio pubblicato sul Journal of Health Psychology che mostra come negli atleti che pratichino la meditazione avvenga una diminuzione del cortisolo, l’ormone dello stress. Praticare costantemente la mindfulness permette al corpo di imparare a rilassarsi e gestire in modo più sano i momenti stressanti. In più, aiuta a creare un approccio mentale alle difficoltà e ai problemi più positivo e propositivo, anche questo utile per migliorare le performance sportive. 2. Rafforza sistema immunitario = Lo stress è un vero nemico per ogni atleta che, in più, indebolisce il sistema immunitario e uno sportivo non può di certo permettersi di ammalarsi specialmente durante i periodi di allenamento più intenso o di gara. Molti studi hanno dimostrato come la meditazione, oltre a diminuire lo stress, porti anche un miglioramento del sistema immunitario. In modo particolare una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Perspectives on Psychological Science indica come la meditazione mindfulness:


rafforzi il sistema immunitario, riduca la pressione sanguigna, migliori la funzione cognitiva. 3. Aiuta a concentrarsi = I grandi sportivi sono consapevoli dell’importanza che riveste la mente in tutti gli sport, in alcuni dove la condizione mentale focalizzata sull’obiettivo come il golf o il tennis ad esempio è più che fondamentale. Si deve restare sul pezzo maggiormente quando si sta per fare il punto della vittoria, oppure a pochi metri dal traguardo quando non ci si deve distrarre pensando agli avversari ma solo alla propria prestazione per dare il massimo. Chi non ha mai sentito parlare della “paura di vincere” o “braccino del tennista”? Si tratta di u n meccanismo che spinge lo sportivo ad autosabotarsi, la meditazione è in grado di disinnescarlo aiutando ad essere concentrati in ogni momento. Tutti possono migliorare proprio grazie alla Mindfulness che si focalizza sul momento presente, spingendo ogni sportivo a dare il massimo. 4. Migliora il sonno e i tempi di recupero = Dormire è una necessità per tutti, sportivi e non. Uno studio pubblicato sul Journal of Sleep ha svelato una serie di problemi che riscontrano gli atleti che non dormono a sufficienza: Disturbi nell’umore, Incapacità a concentrarsi, Aumentò dell’ansia, Riduzione del controllo motorio, Aumento del peso. 5. Consapevolezza se stessi e proprio corpo = Con essa gli atleti possono individuare e conquistare quelle zone d’ombra che li mettono in difficoltà, stati mentali ed emotivi che sono latenti e incidono sull’esito delle varie sfide, facendole sembrare ancora più ardue di quanto in realtà siano. Grazie alla meditazione mindfulness si hanno così una maggiore consapevolezza di se stessi, con limiti, punti di forza, paure e qualità che sono la base per costruire un’ identità sana e reale: una buona autostima parte da questi elementi. In più la meditazione incrementa la consapevolezza di ogni muscolo e fibra muscolare permettendo di comprendere il proprio corpo, evitando quindi inutili infortuni ma anche aiutando ad allenarsi entro i giusti limiti. In alcuni studi presenti nella letteratura scientifica sono stati esaminati giovani atleti. Vengono sottoposti a questionari sulla regolazione emotiva, rimuginio e sull’essere consapevoli. In entrambe le ricerche risulta che gli atleti con una predisposizone innata alla mindfulness avevano una maggiore capacità di comprendere i propri stati interni, una minore reattività, una maggiore capacità

di autoregolazione in situazioni di stress e quindi una migliore performance. D’altra parte negli anni 70 Gallwey aveva già introdotto l’utilità della meditazione o meglio della consapevolezza, nel miglioramento della gestione dello stress nello sport ispirandosi alla filosofia zen e alla psicologia umanistica. Gallwey nel “Il gioco interiore del tennis” parlava di due sfide: la partita con l’avversario e quella interiore con i propri stati, ovvero il dubbio su se stessi, l’insicurezza, l’ansia

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DOMANDE D DO O OM M MA A AN ND ND DE E E RISPOSTE R RIS RI IS ISP SP PO O OS S ST T TE E

e il conseguente calo di concentrazione. Già allora dunque il punto di partenza era proprio un miglioramento della consapevolezza con l’obiettivo di trovare il modo migliore per affrontare gli ostacoli interiori al raggiungimento del risultato. Insomma anche in questo ambito, imparare a stare fermi nella tempesta, qualunque forma essa prenda, ancorati al corpo e al respiro, sembra essere la direzione per poter affrontare le sfide che arrivano (Vaccaro, 2017)

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DOMANDE D DO O OM M MA AND AN ND DE E E RISPOSTE R RIS IIS SP SP PO O OST OS S ST TE TE

Chiedilo al Doc è la nuova rubrica che SportdiPiù magazine dedicata alla psicologia dello sport. Il Dott. Tommaso Franzoso, nostro esperto e autore di articoli nella rubrica Sportiva-mente, risponderà alle richieste, ai quesiti e ai dubbi che i nostri lettori gli sottoporranno. Per contattare il Dott. Franzoso scrivete a chiediloaldoc@sportdipiu.com

/MV\QTQ[[QUW,W\\.ZIVbW[WUQX][XQMOIZMKW[¼vTI8[QKWTWOQILMTTW;XWZ\' (Gianfranco Patuzzo – Povegliano Veronese) Secondo una definizione data dall’A.P.A. (American Psychological Association) “La psicologia dello sport è uno studio scientifico dei fattori psicologici che sono associati alla partecipazione e alla prestazione nello sport, all’esercizio e ad altri tipi di attività fisiche". Carissimo Dott. Franzoso, quali sono gli obiettivi dello Psicologo dello Sport? (Andrea Franchi – Grezzana - Verona) Gli psicologi dello sport sono orientati verso due principali obiettivi: aiutare gli atleti a utilizzare principi psicologici per aumentare la performance e comprendere come la pratica sportiva, l’esercizio e l’attività fisica, influenzino lo sviluppo psicologico, la salute e il benessere dell’individuo attraverso il ciclo di vita”. Inoltre, riveste fondamentale importanza l’assistenza psicologica in caso di infortunio, nel recupero, nella riabilitazione, momento in cui, se l’atleta non viene sostenuto adeguatamente rischia di cadere in uno stato depressivo e in una condizione tale che rischia di vanificare anni di sacrifici e di lavoro. L’intervento dello psicologo ha infine una grande valenza anche nella prevenzione dell’infortunio. Quali sono gli ambiti in cui opera lo Psicologo dello sport? (Matteo Piancastelli – Boscochiesanuova - Verona) L’oggetto dell’intervento può essere il singolo atleta, ma anche la squadra nella sua interezza; inoltre l’intervento può essere indirizzato ai tecnici, dirigenti, famiglia, all’organizzazione. Potremmo quindi pensare allo psicologo come ad un elemento in grado di muoversi in un contesto dove sono presenti competenze diverse, che interagiscono e si sovrappongono. Non si occupa quindi solo di alto agonismo e di prestazioni elevate, ma si interessa dell’atleta come persona, che sia di basso, di medio o di alto livello. I campi di applicazione vanno dall’attività ludico-sportiva all’attività agonistica. Il principale obiettivo della Psicologia dello Sport, non è quello di creare tanti campioni, ma di permettere ad ogni atleta di esprimersi al meglio delle proprie capacità, vivendo l’attività sportiva, sia essa agonistica o di puro divertimento, in modo sereno e positivo, rendendo lo sport uno strumento di crescita e di benessere.

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I NTERVISTA Luigi Fresco

Virtusecolo Foto: Adriano Zuppini

GIORGIO VINCENZI

“E

ra il 1921 quando la Virtus emetteva il suo primo vagito. Nasceva improvvisamente, nel cuore di Borgo Venezia, per merito di alcuni appassionati. Quasi per scherzo, soprattutto per amore del ‘fùbal’ relegato in quei tempi in spazi angusti e spesso inadatti alla pratica del calcio. L’importante però era calciarla quella palla, non importa dove, non importa contro chi”. Queste parole, pubblicate sul sito internet della Virtus Verona, più di tante altre danno il senso di una storia sportiva che dura da cent’anni e che, inevitabilmente,

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hanno segnato il tempo e la storia di Borgo Venezia, un quartiere all’est di Verona. Il fùbal, come lo chiamavano all’inizio di questa avventura, è stato al centro delle attività della società rossoblu e, negli ultimi anni, ha raggiunto i momenti più alti partecipando al campionato di Serie C. In questa intervista il presidenteallenatore Luigi Fresco (per tutti Gigi) ci racconta alcune delle tappe salienti della storia centenaria della Virtus Verona, di cui lui è parte attiva da oltre dieci lustri. .ZM[KWKWUMLMÅVQZMJJMQKMV\WIVVQLQ storia della Virtus? «Un bellissimo viaggio. Una storia nata con il calcio e legata alla parrocchia. A dire il vero c’è stato un periodo anche

legato alla marcia e alla corsa». Lei ha trascorso tanti anni in questa società… «Una cinquantina li ho vissuti in prima persona. Entrai nella Virtus nel 1970 che ero un ragazzino. I primi dieci-undici anni li ho divisi tra giocatore e allenatore delle giovanili, gli altri trentanove tra presidente e allenatore della prima squadra». Oggi la Virtus non è solo calcio? «È anche pallavolo e soprattutto solidarietà attraverso l’attività nel sociale. Noi siamo sempre dalla parte di chi ha avuto una brutta giornata: un ex carcerato, un povero, un migrante. Tutte persone che faticano a trovare gli aiuti


necessari per andare avanti; ma vuol dire anche essere un ragazzo italiano scappato di casa. Anche questo è Virtus». Qualcuno di loro ha fatto parte anche della prima squadra di calcio? «Tantissimi. Faccio un nome su tutti: Sheikh Sibi. L’attuale nostro portiere che è arrivato in Italia anni fa con i barconi. Con lui c’è stata anche una doppia soddisfazione visto le sue recenti convocazioni nella nazionale del Gambia». La Virtus ha iniziato la sua epopea sui campi di calcio delle serie dilettantistiche della provincia sino a giungere al professionismo di oggi partecipando al campionato di Serie C. Un traguardo raggiunto o è il trampolino di lancio per obiettivi più ambiziosi? «Io vorrei giocare in Serie B, ma per un motivo molto semplice e pratico. Se arrivi in questa serie raggiungi la sostenibilità economica completa della società che ti permette di guardare al futuro con più serenità». Il quartiere di Borgo Venezia in questi cento anni è inevitabilmente cresciuto sportivamente e socialmente con voi: che riscontri avete dalla gente ‘del Borgo’? «Sono tutti grandi tifosi della Virtus e in questo particolare momento è piacevole andare in giro per il quartiere e sentirti chiamare per congratularsi. Credo che in moltissimi sostengano la nostra idea di solidarietà e contro il razzismo». Lei è un presidente un po’ atipico visto che è anche l’allenatore della squadra. -[MKQVWVJI[\I[[MIOOQ]VOQIUW che questo dura dal 1982 tanto da far diventare Fresco un sinonimo di Virtus. Avverte dell’invidia dai colleghi? «Ogni tanto qualche collega allenatore mi dice che sarebbe il suo sogno una situazione del genere perché così nessuno può dire nulla. Questo succede anche con alcuni presidenti. In entrambi i casi rispondo che è una situazione che

funziona benissimo». Il doppio incarico non è un peso? Ha mai pensato di lasciarne uno? «Qualche volta sì, specie se la squadra va male. Allora ti senti in colpa. Comunque, è più difficile trovare un presidente che un allenatore». Lei è stato anche un giocatore della Virtus. Che valutazione si dà?

«Mi battevo come stopper (difensore centrale che aveva il compito di marcare il centravanti avversario, n.d.r.). Ero discretamente tecnico, forte di testa, ma non velocissimo». Se dovesse scegliere: meglio Gigi Fresco calciatore, presidente o allenatore? «Senza dubbio Presidente: se potessi dedicarmi a tempo pieno a questo ruolo credo che avrei pochi eguali».

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Un giocatore che è stato una bandiera della Virtus? «Anche qui non ho dubbio: Andrea Chiecchi, storico capitano che ha fatto anche l’allenatore e il dirigente». Proviamo a schierare idealmente il top team di tutti i tempi… «Direi: Zamberlan (Costa); Vesentini, Melchiori, Ferrarese, Allegri; Roncolato, Rigo, Chiecchi, Fanini; Selosse, Gironi (Biasibetti)». Tra i presidenti che l’hanno preceduta a chi deve tanto la società? «Senz’altro a Sinibaldo Nocini, medico sportivo e del quartiere». Una volta lei ha detto che i tifosi della Virtus sono speciali, perché? «I nostri tifosi non guardano tanto al risultato, ma se i ragazzi si impegnano. Ci sono sempre vicini, nel bene e nel male. Sono speciali anche perché fanno gesti di solidarietà. Poco tempo fa, per esempio, saputo della morte di una ragazza profuga hanno partecipato, assieme ai giocatori, alla sottoscrizione per la raccolta di fondi per far tornare la salma in patria. Inoltre, sono tra gli organizzatori dei mondiali di Bologna riservati alle tifoserie antirazzismo». Peccato che questo anniversario cada nel bel mezzo di una pandemia. Avete comunque in mente degli eventi per celebrarlo? «Abbiamo in mente di celebrare questo prestigioso anniversario il Natale prossimo. Stiamo anche pensando di fare una pubblicazione che raccolga la storia e i volti della Virtus».

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Il regalo più bello per questo evento potrebbe essere la Serie B? «Quest’anno non credo. Già sarebbe

importante arrivare ai playoff. Il prossimo anno vedremo se potrà essere quello del grande passo…».


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Foto: Raoul Beltrame

I NTERVISTA e Raoul Beltram

Hellas man in New York ANTONIO SALVIOLI PAOLA GILBERTI

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n sogno che diventa realtà, una passione che si trasforma in lavoro, un momento difficile che diventa trampolino di lancio verso nuove opportunità. Raoul Beltrame, nato il 30 luglio 1980 in Francia ad Annemasse (comune francese situato nel dipartimento dell’Alta Savoia della regione dell’Alvernia-RodanoAlpi, alla frontiera franco-svizzera, al sud-ovest del lago di Ginevra n.d.r.) e vissuto per trentadueanni a Verona, è un fotografo imprenditore che come si dice in questi casi - ‘si è fatto da solo’. La fotografia è entrata quasi per sbaglio nella sua vita. Ora però, dopo studi, continui aggiornamenti e scelte coraggiose, è la sua vita. La Grande Mela l’ha affascinato, rapito, inglobato ma lui, le sue origini, non le ha dimenticate. Verona è la sua casa. A Verona è cresciuto, è diventato uomo. E a Verona si è innamorato dell’Hellas, una delle altre sue grandi passioni che ha ‘esportato’ con successo negli States. Raoul, partiamo da cosa ti ha spinto a partire da Verona per andare in America… «Diciamo che la ‘causa scatenante’ è stato il divorzio dalla mia prima moglie. In realtà un po’ di anni dopo; ho divorziato a 28 anni e sono volato negli USA a 32 per lasciarmi alle spalle un periodo un po’ così e per cambiare vita. Ho lasciato l’azienda di famiglia (Besafilm di Colognola Ai Colli n.d.r.), per seguire la mia passione: i video e la fotografia. Ho mollato tutto per andare a New York e cominciare a studiare per fare della mia passione il mio lavoro. Ho scelto la

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e curiosa e di aver capito, non me ne vorrà William Shakespeare, che esiste un mondo anche fuori dalle mura di Verona».

Grande Mela perché è un po’ il centro del mondo, una città che offre grandi opportunità. Quelle opportunità che l’Italia non mi avrebbe potuto dare».

razzismo nascosto e cattivo, amplificatosi ulteriormente con la presidenza di Trump. Insomma qui non è tutto oro quel che luccica…».

Come hai cominciato il tuo percorso negli States? «Ho iniziato ad aiutare gratuitamente un fotografo e pian piano, facendo esperienza, sono cresciuto professionalmente e mi sono costruito la mia strada. Ho lavorato per la Gazzetta dello Sport, con cui avevo imbastito un programma web sugli sport americani intitolato Cross Over, nel quale si parlava anche di italiani che giocavano all’estero. Il programma poi è stato cancellato, ma insieme ai giornalisti che lavoravano con me ho aperto un podcast di cui gestisco la produzione. Nel frattempo, ho allargato il mio background nel mondo della fotografia e ho iniziato a lavorare per grandi brand della moda».

Un mondo al quale o ci sei nato e KZM[KQ]\WIT\ZQUMV\QvLQЅKQTMIJQ\]IZ[Q e adattarsi… «Esatto. Però è altrettanto vero che non tornerei nemmeno da dove sono partito. A Verona, purtroppo, la mentalità della gente è un po’ schiusa, provinciale. Te ne rendi conto solo viaggiando e confrontandoti con altre culture. Molti amici mi hanno dato del pazzo per le mie scelte. Forse lo sono davvero, ma sono contento di avere una mente aperta

Verona, la tua città, l’Hellas Verona una tua grande passione... «Credo che un po’ per tutti quelli nati e cresciuti a Verona, l’Hellas sia il simbolo del calcio della città. Mio padre non era tifoso, non mi portava allo stadio. L’Hellas è una passione che ho seguito insieme e grazie agli amici amici. Per un periodo ho fatto anche il raccattapalle al Bentegodi pur di vedere le partite! Gli anni in cui l’ho seguito sono stati quelli della serie B, poi sono partito per gli USA e ho seguito la sua crescita da lontano. Erano gli anni di mister Mandorlini, della cavalcata dalla Lega Pro alle Serie A. Il mister è anche venuto a trovarmi qui a New York e mi ha regalato la maglia dell’Hellas. Insomma, nonostante nel calcio giocato sia sempre stato una zappa, per me questo sport è un grande punto di incontro. Anche qui a Chinatown tutti i giovedì si giocava a calcio in un campetto...». Calcio come simbolo di unione quindi… «Sì, giocavamo ogni giovedì in un

Tante esperienze, tante possibilità: vivere I6M_AWZSPINI\\WTILQЄMZMVbI° «Sicuramente vivere negli Stati Uniti mi ha aiutato ad aprire molte porte. Di contro c’è da dire che in questo Paese ci sono anche molti problemi. Non è facile vivere a New York perché è costosissima in tutto, dalla casa, alla spesa, all’assicurazione sanitaria. Sinceramente non vorrei crescere figli qui: c’è una mentalità fortemente basata sul potere economico. Non so se tornerò in Italia, ma di certo non resterò qui. Inoltre l’America è molto razzista, un

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piccolo campetto a Chinatown ed era un momento di ritrovo e divertimento. Ora noi ‘vecchi’ abbiamo lasciato il posto ad altri ragazzi più giovani. Però era veramente un bell’ambiente; pensa che ogni tanto veniva a giocare con noi anche Giuseppe Pepito Rossi: Una volta mi ha fatto un assist e ho fatto gol…». L’Hellas è conosciuto a New York? «Oddio, a dire il vero non tanto. Tra il 2014 e il 2016 però se ne parlava molto perché era la squadra dove giocava Rafael Marquez, il capitano del Messico. Qui ci sono molti messicani, quindi si guardavano le sue partite o comunque si tenevano informati. In generale però qui conoscono soprattutto Juve, Inter e Milan. Ahimè…». Un giocatore dell’Hellas a cui sei particolarmente legato? Mimmo Maietta. Per me rappresenta il capitano, uno che in campo non mollava

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mai ed era sempre di esempio per i compagni. Grande attaccamento alla maglia, prova ne è che è rimasto anche nel momento della difficoltà. Ci sono anche tanti altri campioni che potrei citare, tipo Elkjaer e Briegel, però li ho vissuti un po’ meno perché ero più piccolo e non andavo a vederli allo stadio per guardarli». Hai cimeli o maglie del Verona? «Ho molte maglie, a partire da quella storica con sponsor Canon. Qui a New York quando ho aperto il club, la gente mi ha regalato tantissime maglie. Dovevo

litigare con mia moglie per capire dove metterle. Ho anche le ultime di Pazzini, Toni ecc. Ho anche la bandiera dello scudetto. Tutti cimeli che mi riportano idealmente a casa ma che, soprattutto, colorano di gialloblu questa Grande Mela».


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I NTERVISTA ni Camilla Zanoli

Tanta voglia di Slam

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amilla Zanolini, promessa under 18 dell’At Verona, si racconta in esclusiva sulle pagine di SportdiPiù Magazine. Il primo amore per il tennis, i primi trionfi e il cammino di crescita che la sta portando a calcare i campi del tennis internazionale. Il suo sogno? Diventare una professionista ed entrare nel tennis che conta. Passo dopo passo, questo obiettivo, si sta concretizzando sempre di più. Quando hai iniziato cimentarti con racchetta e pallina? «Ho iniziato a giocare a tennis quando avevo circa cinque anni e mezzo. Mio papà ogni tanto andava a giocare con

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alcuni suoi amici e volevo sempre andare con lui, da lì mi sono iscritta ed è iniziata la passione per il tennis». Quali sono stati i tuoi risultati più importanti a livello under? «A livello under ho vinto 4 campionati regionali, ho raggiunto la semifinale ai campionati italiani under 13 e i quarti di finale nell’under 16, oltre alla finale in doppio sempre under 16. A livello internazionale ho raggiunto due semifinali in due gradi 4 in Slovenia, i quarti di finale in un grado 2 in Spagna a Benicarlo e due ottavi di finale, in un grado A in Brasile ed in un grado 1 in Paraguay». Sei tra le tenniste under 18 più promettenti del tennis veronese. Questo

ti stimola o ti fa sentire ancora più pressione? «Questo mi stimola molto, mi stimola giocare in casa, infatti ho sempre giocato molto bene nei tornei a Verona». Ci racconti una tua giornata tipo? «Mi sveglio verso le 6:15. Alcuni giorni mi alleno verso le 8 e poi vado a scuola per poi pranzare al tennis club ed allenarmi nel pomeriggio, dalle 14:30 alle 17:30. Torno a casa verso le 19/19:30 e studio. Altri giorni faccio qualche ora di scuola e poi vado ad allenarmi». La stagione scorsa, a causa del Covid, è stata complicata. Nonostante questo, sei riuscita a salire2.3. Sei soddisfatta? «Sì, sono molto contenta. Non pensavo di riuscire a salire di classifica invece la


mia classifica internazionale under 18 me lo ha permesso, e sono molto felice». Con la serie A2 dell’At Verona siete IZZQ^I\MI]VXI[[WLIQXTIăWЄXMZT¼) Ci riproverete quest’anno? «Certo, ci riproveremo sicuramente! Il nostro obiettivo è quello di salire in A1, l’anno scorso non siamo passate per poco». Sono stati cancellati, sempre causa pandemia, molti eventi importanti oltre a tornei e partite: credi che si possa ritornare come prima oppure lascerà un segno indelebile? «Sono convinta che si potrà tornare come prima dell’emergenza Covid ma ho paura che ci vorrà ancora un bel po’. Di sicuro questa situazione ha messo in difficoltà moltissimi giocatori, soprattutto coloro che vivono di tennis ora si trovano in crisi. Vengono cancellati o posticipati costantemente tornei e non è facile gestire tutto ciò». Che tipo di giocatrice ti consideri? Hai una giocatrice a cui ti ispiri? «Sono una giocatrice contrattaccante: costruisco il mio gioco da fondo per poi avanzare ed attaccare. Non ho una giocatrice ma ho un giocatore. Nadal è da sempre il mio idolo e mi ispiro molto a lui, sia per il suo gioco sia per il suo atteggiamento sempre carico e propositivo». Il tennis di oggi richiede una preparazione a 360°. Per la tua esperienza, quale tra la preparazione Å[QKI\MKVQKI\I\\QKIMUMV\ITMPI maggior importanza? Dal mio punto di vista non vi è un aspetto più importante, sono tutti collegati tra loro. Di sicuro l’aspetto mentale conta molto, senza quello non riesci a raggiungere ottimi risultati. Devi sostenere costantemente la pressione, sia in campo che fuori». Che obiettivi hai per la stagione 2020/21? «Vorrei riuscire a giocare gli Slam Junior. La mia classifica attuale mi avrebbe dato accesso alle qualificazioni degli Australian Open Juniores ma sfortunatamente il torneo è stato posticipato. Spero per i prossimi tornei». ‘Tennisticamente’ parlando hai dei sogni nel cassetto? «Si, ne ho uno in particolare: poter giocare gli Slam».

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Foto: Buster Basket

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Buster per tutti, tutti per Buster ANDREA ETRARI

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opo qualche mese dai festeggiamenti dei 50 anni di vita - che hanno visto radunare al Palazzo della Gran Guardia di Verona ben quattro generazioni accomunate dai colori Blu Buster, la pandemia ha bloccato le attività in palestra ma non la progettualità della società. Il progetto scuola Baskettando s’impara proposto in collaborazione con Amia ha visto infatti prender forma lo spot televisivo che vede giovani atleti Buster in azione di gioco, che fanno da sfondo al messaggio ambientale di differenziare correttamente e riciclare. È stato sospeso ma non annullato il progetto Canestro Sospeso che fino a marzo 2020 aveva inserito nei gruppi Buster 32 ragazzi e ragazze di famiglie seguite dai servizi sociali, grazie ad una stretta collaborazione con assistenti sociali e dirigenti del settore. I risultati di questo progetto e la condivisione del suo valore sono stati il tema dell’evento online “Move The Ball: azioni e occasioni al tempo del Covid” che ha visto la partecipazione del Comune di Verona con il sindaco Federico Sboarina e gli Assessori Daniela Maellare e Filippo Rando, dell’Ulss9 Scaligera con i direttori Pietro Girardi e Maurizio Facincani e partner attivi e coinvolti come Melegatti, Fondazione Rana, Fondazione Cattolica, Eurotecnica. Ospiti di altissimo livello Claudio Arrigoni, giornalista della Gazzetta dello Sport esperto nel settore paralimpico e lo storyteller per eccellenza, che non ha bisogno di presentazioni, Federico Buffa. Dal punto di vista puramente sportivo, sono ben tre gli atleti cresciuti nel settore giovanile Buster Basket che stanno giocando in prime squadre di categoria: Edoardo Ronca che ha debuttato in serie A1 con DeLonghi Treviso, Sofia Marangoni in A1 femminile con la maglia di

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Campobasso e Cristina Osazuwa che gioca regolarmente in serie A1 a Costamasnaga. Continua l’affiliazione con Olimpia Milano AJ che mai come quest’anno rende possibile conoscere una realtà di altissimo livello. L’attività in palestra sta gradualmente riprendendo e Buster Basket sarà sicuramente orientato a portare avanti sia la parte agonistica per permettere ad ogni atleta di raggiungere, con una crescita armonica, l’espressione del suo talento sportivo, sia portare avanti progetti so-

ciali che includono tutti i giovani per regalare loro un’esperienza socio-educativa che li formi nella loro crescita. Stanno nascendo nuovi progetti in collaborazione con altre realtà del territorio.


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Legàmi gialloblu Foto: Caterina Zattarin, Fabio Ramani, uЅcio stampa Scaligera Basket

GIAN PAOLO ZAFFANI

C’

è un legame profondo tra Alessandro Frosini e la città di Verona. Un legame che, praticamente, non si è mai sciolto e anzi, in questo ultimo periodo è rinato. Dal mese di febbraio, Frosini, è il nuovo Direttore Sportivo della Scaligera Basket; un arrivo a stagione iniziata per rafforzare il management del club con il sapore di “grande ritorno” perché proprio

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in gialloblù, con la Scaligera Basket, Frosini iniziò la sua carriera da giocatore professionista. Ora la vita professionale dietro la scrivania è dedicata alla società di Via Cristofoli ma per ripercorrere tutta la storia bisogna riavvolgere il nastro e tornare a 30 anni fa. Era l’estate nel 1990. Frosini, allora non ancora diciottenne, arrivò a Verona dalla Mens Sana Siena. Un giovane centro di belle, anzi, bellissime speranze. Un prospetto del basket. Da lì a qualche anno l’esplosione vera e propria.

“All’epoca c’era ancora il cartellino” – racconta Frosini – “e arrivai a Verona in una società che si affacciava sul palcoscenico della A2 con una proprietà forte e una sponsorizzazione importante. Erano gli anni di Paolo Moretti, Riccardo Morandotti, poi arrivò anche Davide Bonora. Probabilmente per il mio arrivo a Verona, determinante fu anche la figura di Pino Brumatti, dirigente della Scaligera che qui iniziò il suo cammino da dirigente”. Quattro anni a Verona. In mezzo una Coppa Italia, una retrocessione poi una


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Probabilmente per il mio arrivo a Verona, determinante fu IVKPMTIÅO]ZI di Pino Brumatti

risalita e la consacrazione nel basket che conta. Anni indimenticabili che formarono e segnarono l’inizio della carriera del giovane Alessandro. “Mi sono rimasti dentro” – sottolinea Frosini – “tanti momenti della mia esperienza da giocatore della Scaligera. Ricordo la vittoria della Coppa Italia, il primo trofeo della società e aver fatto parte di quell’impresa è stato qualcosa di straordinario. Poi la promozione del 92-93 che sento a tutti gli effetti mia: era il primo anno che giocavo in quintetto base. Fu un crescendo continuo fino a una seconda finale di Coppa Italia e alla prima semifinale Scudetto. Momenti che non dimenticherò mai. Nell’estate del 1994, presi un’altra strada con il trasferimento alla Fortitudo Bologna”. Da oltre 30 anni nel basket che conta, Frosini ha vissuto tutti i cambiamenti di questo sport. Spiega: “Sono passato da giocare ai tempi di Verona dove c’era la possibilità di tesserare solamente due stranieri, a momenti di apertura totale, sia europei che extracomunitari. La pallacanestro è cambiata tantissimo, prima di tutto come regole di costruzioni delle squadre. Il grande cambiamento è avvenuto con gli svincoli, quindi con l’abolizione di quello che veniva chiamato cartellino. Il mio passaggio dalla Fortitudo e la Virtus avvenne proprio così, da freeagent”. Una carriera vissuta ai massimi livelli con tanti importanti trofei: due scudetti, due Eurolega, quattro Coppa Italia ma anche l’argento con l’Italia agli europei del 1997 in Spagna, fino agli ultimi anni a Reggio Emilia dove chiuse la carriera da giocatore e iniziò quella da dirigente. Prima il ruolo di team manager, poi quello di direttore sportivo. Undici anni in Emilia prima della chiusura del matrimonio e il ritorno alla Scaligera. “Ho ritrovato una società che ha un’organizzazione e una gestione che fa invidia a tante società di Serie A” – ha proseguito Frosini – “ e questo è un aspetto che bisognerà cavalcare per il futuro, Verona può contare su una proprietà seria e solida”.

Il ritorno alla Scaligera Basket è avvenuto a stagione in corso, ma i propositi e gli obiettivi sono già ben chiari. “Questo è un lavoro” – conclude Alessandro – “che necessita di tempo, nello specifico mi occupo della parte sportiva. Entrare in corsa non è semplice fermo restando che tanti anni di gioco ma anche di lavoro, in questo ambito mi possono dare una mano. Metto a disposizione la mia esperienza, soprattutto per quanto riguarda la prima squadra. In questi anni ho sempre cercato di fare la vita da squadra, non quella da dirigente che analizza solamente il momento e il risultato. Ho sempre cercato di intervenire sulla gestione delle risorse umane per cercare di fare esprimere al meglio i componenti”.

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Foto: Alpo Basket

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Go Nasti! ANDREA ETRARI

A

nastasia Conte ha da poco compiuto 20 anni ed è stata sicuramente l’acquisto più azzeccato dell’Alpo Basket 2020/2021 targato Drain by Ecodem. Piemontese di Moncalieri, ruolo play/guardia, è nata e cresciuta nella società della propria città che l’ha fatta esordire in A2 giovanissima. Nelle stagioni 2016/17 e 2017/18 ha pure giocato in doppio tesseramento con la Pallacanestro Torino in A1. Nasti (questo il suo soprannome) ha inoltre vestito la canottiera azzurra, disputando gli Europei U18 e U20: con quest’ultima Nazionale ha conquistato il titolo continentale nell’agosto 2019 in Repubblica Ceca. Fuori dal campo Anastasia studia lingue e culture per il turismo ed è al secondo anno di università, ama viaggiare e ascoltare la musica. La neo biancoblu sta disputando una stagione molto brillante, non altrettanto si può dire dell’Alpo Basket. “Diciamo – ammette Anastasia – “che è iniziata non come ce lo aspettavamo. Abbiamo avuto parecchi cali dopo la Coppa Italia di fine settembre dove invece riuscimmo a giocare di squadra e con tanto entusiasmo. Il gruppo è stato costruito con un certo obiettivo ma il nostro cammino è stato altalenante e quindi non sarà facile raggiungerlo. Abbiamo davanti a noi qualche mese per poterci riscattare e giocare come facevamo ad inizio stagione, con tanta grinta ed energia. Sicuramente il mancato accesso alla Coppa Italia di quest’anno, che era il nostro primo obiettivo, è la cosa che mi ha più deluso. I playoff saranno inoltre molto difficili perché le avversarie sono tutte forti e, non avendo per adesso una buona posizione in classifica, incontreremo un avversario sicuramente tosto ma noi siamo pronte e stiamo

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migliorando le piccole cose che sono mancate in precedenza». La squadra è un po’ cambiata tra gennaio e febbraio dopo l’ingaggio di Mancinelli e la partenza di Dzinic. “L’addio di Zizi Dzinic” – prosegue Anastasia – “è stato duro da digerire; lei è una ragazza d’oro. Questo cambiamento però ci ha spronate a unire le forze e a cercare di ribaltare la situazione che fin qui non è stata del tutto esaltante. Con l’arrivo di Mancinelli è aumentata l’esperienza della squadra, quindi è di sicuro un grosso aiuto”.

Dal punto di vista personale Anastasia ha ben chiari i suoi obiettivi: “Devo lavorare su me stessa e aiutare nel miglior modo possibile la squadra. Sono molto contenta di come sta andando la mia stagione, ho molto spazio ma sono anche convinta che si possa sempre fare meglio. Iun momento cosi decisivo e difficile della stagione tutte le mie energie e i miei pensieri sono focalizzati sul presente, per adesso il mio obbiettivo è finire la stagione nel migliore dei modi cercando di raggiungere il miglior risultato possibile con la squadra”.


Ma quali sono le caratteristiche tecniche di Nasti? “Mi piace difendere, rubare la palla” – ci spiega – “ma anche giocare in ‘1 contro 1’ e tirare da tre: in origine

ero un play puro ma negli ultimi anni ho giocato da guardia, ruolo che ricopro anche ad Alpo. Mi piace avere la palla in mano e attaccare il canestro, anche

se a volte subisco fisicamente, non disponendo di una gran stazza”. La tua ex squadra, Moncalieri, sembrava avesse ridimensionato i propri obiettivi quest’anno e invece si trova al secondo posto in classifica, ben più in alto dell’Alpo. “Mi aspettavo” – rivela Anastasia – “che Moncalieri fosse tra le più forti del girone nonostante i cambiamenti rispetto alla passata stagione. È una squadra molto energica, con voglia di fare soprattutto in difesa: non molla mai e non si arrende mai. In questa stagione siamo 2-1 per loro, magari potremmo ritrovarci nei playoff. Noi però siamo chiamate a risalire la classifica; cercheremo di guadagnarci il miglior piazzamento possibile. Sono convinta che faremo meglio del girone d’andata perché abbiamo tanta voglia di dimostrare cosa siamo e che squadra siamo. Qualche risultato si è già visto, come le quattro vittorie consecutive ottenute a febbraio: speriamo di continuare così”. Una delle cause della vostra stagione al di sotto delle aspettative, potrebbe essere l’assenza del pubblico? Anastasia non cerca alibi: “Può essere, giocare a porte chiuse non è il massimo, anche se ormai ci siamo abituate. Non deve essere tuttavia una scusa perché anche le nostre avversarie non hanno il pubblico e quindi la regola è uguale per tutti”.

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Con DIVERS Abilità che unisce lo sport è davvero uguale per tutti PAOLA GILBERTI

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n video che regala emozioni e che dimostra che nello sport non ci sono limiti, differenze fisiche o quelle che comunemente chiamiamo disabilità, ma semplicemente “diverse abilità”. DIVERS - Abilità che unisce è il nome di questo video realizzato da alcuni studenti del Liceo E. Medi di Villafranca con la collaborazione di molte altre figure sportive e non, che hanno offerto il proprio contributo a questo importante e significativo progetto, finanziato dal bando MIUR-MIBAC Cinema Scuola. “Per questo progetto sono stati coinvolti sette ragazzi delle Quinte Superiori, che hanno accettato con entusiasmo di partecipare e di farsi intervistare per una causa importante come quella del binomio sport e diversabilità”, spiega Anna Baraldo, professoressa del Liceo E. Medi e capofila del progetto, “Il video è stato realizzato in pochissimo tempo grazie al supporto ed esperienza di Steven Renso, regista professionale, che ha girato e montato il cortometraggio ora già online su Youtube. Per la buona riuscita dell’attività è doveroso ringraziare anche gli amici dell’Olympic Basket Verona, con cui collaboriamo già da anni, il direttore tecnico della Nazionale Parathriathlon Mattia Cambi, che ci ha portato la sua esperienza e l’assessore allo sport di Villafranca Luca Zamperini, che ha subito sposato la nostra causa”. Nel video, oltre alle interviste agli studenti dell’istituto, sono presenti anche testimonianze importanti come quella di Xenia Palazzo, Niki Leonetti, Sara

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Simeoni, ma anche di molti altri giovani come Andrea, Valentino e Michele, che gioca in carrozzina non per necessità fisica, ma solo per sua scelta. “La carrozzina viene visto da molti come una limitazione all’attività fisica, io voglio che tutti i ragazzi invece la possano vedere come uno strumento sportivo”, afferma Michele Zigliocchi, vicepresidente e giocatore dell’Olimpic Basket Asd, unica squadra di pallacanestro in carrozzina di Verona e provincia “Io ho provato a giocare in piedi a basket, ma non mi è piaciuto, mi diverto molto di più da seduto, è più emozionante. L’obiettivo della nostra società sportiva è proprio quello di sensibilizzare i ragazzi su questo tema, far capire che lo sport in carrozzina è un’opportunità per tutti e tutte”. Verona e provincia si dimostrano

quindi particolarmente sensibili a tematiche legate allo sport, ai giovani e alla diversabilità, come testimoniano anche le parole dell’assessore Luca Zamperini: “Prima di tutto bisogna fare i complimenti a questi ragazzi e a tutti i professori che hanno partecipato perché in una ventina di giorni hanno dato vita a qualcosa di incredibile. Vedendo il video mi sono emozionato, offre spunti davvero molto significativi che fanno riflettere. Sul tema della disabilità, o meglio, diversabilità c’è ancora molto da fare, ma noi siamo sempre pronti a supportare iniziative di questo tipo. Rubo le parole del nostro responsabile, il delegato Coni Verona Stefano Gnesato, che afferma “Abbiamo tanto da imparare da tutti, anche dai nostri ragazzi perché hanno tanto da insegnarci”.


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I NTERVISTA Sofia Rigato

Foto: SoÅa Righetti

La Guerriera delle nevi

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MATTEO VISCIONE

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na voce piena di vita e un’energia unica che ci accompagna per tutta la telefonata con Sofia Rigato. Il telefono è quello di mamma Valentina, che ci ha concesso la possibilità di conoscere un guerriero di soli 15 anni. Lo sci è passione, è libertà, Sofia, invece, è forza, è voglia di non arrendersi a una malattia che poteva portarle via tutto. La vita l’ha messa alla prova, ma lei le ha sorriso in faccia e si è presa tutto, e siamo solo all’inizio. Innanzitutto, raccontaci, e racconta ai lettori di SportdiPiù magazine, chi è SoÅI° «Ciao a tutti io mi chiamo Sofia, ho 15 anni e sto frequentando la seconda superiore, sono iscritta a ragioneria. Vivo a Predazzo, un piccolo paese in Val di Fiemme, però fino alla terza elementare ho vissuto a Bolzano, poi ci siamo trasferiti perché mio papà è di queste zone e ci piaceva tanto. Mi ricordo che qui è dove ho sciato per la prima volta, avevo 3 anni, gli sci in plastica e le punte incrociate. Ricordo anche che da piccola leggevo tantissimo, poi ho scoperto le serie TV e ho trascurato un pochino i libri». Adesso te lo devo chiedere per forza, qual è la tua serie preferita? «Sono innamorata di Suits, che è una serie sugli avvocati, con mia mamma non mi perdo una puntata». 7ZIXMZ^ILWIT[WLW"Y]IV\W\QXQIKM sciare? «Amo da morire sciare. Tutte le mattine che mi sveglio e so che devo allenarmi, sono la persona più felice del mondo, anche se nevica o c’è la bufera. In questo

periodo la mia voglia è addirittura aumentata, anche perché siamo spesso in casa e sciare è un (ottimo) motivo per uscire». Sappiamo anche ti alleni tantissimo, raccontaci la tua settimana tipo… «Considerando la situazione attuale mi alleno 3 volte a settimana, parto attorno alle 13.30 e torno dopo le 17, più una gara nel weekend. Fino all’anno scorso, invece, mi allenavo 4 volte a settimana, con due gare il weekend. Ovviamente oltre allo sci c’è anche la scuola. La mia, fortunatamente, ha un progetto che si chiama ‘Scuola e Sport’ che sostiene chi pratica sport ad ‘alto’ livello, soprattutto con degli orari flessibili. Sono contenta perché questo mi permette di frequentare la scuola, che mi piace parecchio, senza dover rinunciare anche alla mia passione per lo sci». Come sta andando la stagione e a quale risultato sei più legata? «Purtroppo, causa Covid-19 di gare ne ho fatte poche in questa stagione, poi ad inizio gennaio sono anche dovuta rimanere in quarantena, quindi ne ho saltate alcune. Il risultato di cui vado più orgogliosa è quello di essermi qualificata ai Campionati Trentini, e poi sono fiera della crescita tecnica e personale che ho avuto negli ultimi anni». Nello sport di alto livello, come nel tuo KI[WTMLQЅKWT\o[WVW\IV\Q[[QUMUI\] ne hai una in più, ci puoi raccontare l’al\ZI\]IXMZ[WVITQ[[QUI[ÅLI' «Vero, ho una malattia metabolica rara che si chiama CPT 2. Praticamente il mio metabolismo non riesce ad assorbire e trasformare i grassi, per questo faccio una dieta povera di grassi, che cerco di sostituire con i carboidrati e con gli

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zuccheri. Fortunatamente, però, questa malattia non mi impedisce di coltivare la mia passione, alcune volte quando mi alleno tanto o c’è tanto freddo mi vengono dei dolori alle gambe e devo fermarmi, ma ormai ci sono abituata è diventata parte di me e riesco a fare tutto quello che fanno gli altri, al limite mi concedo qualche piccola pausa in più». Qual è stato il primo pensiero? «Quando ho scoperto la malattia è stata dura, perché mi avevano detto che non avrei più potuto fare sport. Avevo solo 11 anni, ho visto il mondo crollarmi addosso, lo sci era già la mia vita. Però ho reagito e non mi sono arresa». Quanto ti ha aiutato la tua passione per lo sci? «Sicuramente lo sci mi ha aiutato tantissimo. Scoprire che avrei potuto continuare a sciare, è stato il primo passo, mi ha dato la forza e fatto capire che sono uguale agli altri, magari con un asterisco in più. Lo sci poi per me significa tante cose: è la valvola di sfogo più grande che ho, è libertà, stare all’aperto con gli amici, è felicità, è la cosa che tuttora mi aiuta di più». Nelle tue parole percepisco una forza incredibile, dove trovi tutta questa energia? «Sono nata con questa energia, non te lo so spiegare esattamente. Quando ero ancora in fasce mi è stato diagnosticato un tumore maligno e quindi ho dovuto imparare a lottare da subito. Poi, per la persona che sono oggi devo tanto anche alla mia famiglia e i miei amici. Ho imparato che il sorriso è la nostra arma più forte, ci aiuta e migliora le nostre giornate. Io voglio guardare sempre il lato positivo delle cose». ;WÅIWOVQ\IV\WXMV[QITN]\]ZW'+W[IKQ vedi? «Il mio sogno nello sport è diventare una maestra di sci, il mio percorso è dedicato

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a questo, a 19 anni farò le selezioni e spero di passarle. Se invece devo pensare alla mia vita senza gli sci, allora ti dico che il mio sogno nel cassetto è fare l’avvocato». 8ZQUILQ[IT]\IZ\Q\QKPQMLW"[M;WÅIVWV avesse sciato quale altro sport ti sarebbe piaciuto provare? «Ti sorprenderò, ma mi sarebbe piaciuto fare boxe, più che salire sul ring, però, mi piacerebbe confrontarmi con il lavoro che c’è dietro questo sport. Ma mai dire mai, magari un giorno ci proverò…». /ZIbQM;WÅIQVJWKKIT]XWXMZ\]\\WM lasciaci con un saluto per tutti i nostri lettori… «Un saluto a tutti i lettori di SportdiPiù magazine e ricordatevi sempre: sorridete alla vita, vedrete che lei vi ricambierà!».


Grazie a voi il Rally del Bardolino 2021 è stato un successo! Ci vediamo per l’edizione 2022.

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Foto: Paolo Schiesaro

EVENTO

Rally del Bardolino, la ‘prima’ è da 10 e lode!

MATTEO BELLAMOLI, MICHELE DALLA RIVA

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n trionfo. Un successo totale. Vero, apprezzato e meritato, figlio di sacrificio e passione, in barba alle tante difficoltà – superate egregiamente - e al Covid, il vero grande ostacolo che ha reso questa prima edizione del Rally del Bardolino una festa, un segnale di ripartenza e di ripresa per tutto lo sport veronese e non. Una conquista per il Rally Club Bardolino, organizzatore dell’evento coadiuvato dal Prealpi Master Show. Il successo finale, classifica alla mano, è andato a Luca Pedersoli con alle note Anna Tomasi su Volkswagen Polo R5 Rally che si sono di fatto incoronati re e regina del Rally del Bardolino 2021.

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Con il successo su sette prove speciali sulle otto in programma, il pilota bresciano fin dai primi chilometri di gara ha mostrato un passo difficile da seguire per i suoi seppur agguerriti ed accreditati rivali. Arrivato sulle rive del Lago di Garda con l’intenzione di testare e sviluppare la sua nuova Volkswagen Polo R5, il due volte Campione Italiano Rally WRC si è detto molto contento di questo risultato. “Era la prima volta che provavo in gara una vettura di classe R5” – ha spiegato Pedersoli – “ma devo dire che mi sono trovato subito bene, la gara ci è servita per fare vari test, tanto che sul secondo passaggio abbiamo fatto delle regolazioni che non si sono rivelate particolarmente azzeccate, il terzo giro invece ci ha soddisfatto. Il rally mi è piaciuto molto, devo dire che il percorso è stato veramente bello!” Parole di soddisfazione arrivano anche

dal secondo classificato Luca Tosini navigato da Roberto Peroglio: “Era da molto che non correvo, dovevo togliermi della ruggine di dosso, e posso dire di essere contento di questo risultato, con la Skoda Fabia R5 mi sono trovato bene ed il percorso mi è piaciuto molto.” Terzo assoluto e l’unico in grado di rompere l’egemonia di Pedersoli, anche se solo sull’ultima prova in programma, il vicentino Michele Griso affiancato da Elia De Guio su Ford Fiesta R5 si è detto alla fine appagato del suo risultato: “Era da tempo che non salivo in macchina e la Fiesta ha un limite veramente molto alto, sulle prime prove l’ho trovata leggermente scivolosa, poi le cose sono migliorate e mi sono comunque divertito.” Quarti assoluti e primo equipaggio di casa al traguardo Federico Bottoni e Sofia Peruzzi su Skoda Fabia R5, autori di


un’ottima rincorsa dopo che hanno visto sfumare i loro sogni di vittoria già sulla seconda prova a causa di un testacoda che costava loro circa 15 secondi in termini cronometrici dal vertice, facendoli cadere in settima piazza assoluta. Senza perdersi d’animo il pilota veronese risaliva poi fino ai piedi del podio. Tocco internazionale con la quinta piazza dello svizzero Mike Coppens navigato dal francese Jerome Degout autore di una gara in costante crescita come raccontava lui stesso al traguardo: Sesto uno dei favoriti della vigilia, il trentino Giorgio De Tisi con alle note Fabio Turco, entrato tardi in sintonia con la sua Skoda Fabia R5 per pensare di puntare al podio. Settimo Adriano Lovisetto navigato da Christian Cracco con l’unica Skoda Fabia R5 EVO, vettura che alla vigilia il padovano pensava più facile da portare al limite. Ottavo l’altro pilota di casa: Roberto Righetti con al fianco Arianna Faustini, al via sempre con la sua fida Citroen DS3 R5 con l’intento soprattutto di togliersi la ruggine di dosso in previsione delle prossime gare di casa. Chiudono i primi dieci un’altra coppia di Skoda Fabia R5, portate al traguardo rispettivamente da Andrea Zenoni con Manuel Ferrarin noni assoluti, seguiti al decimo posto da Michele Degani e Daniele Marai. Primi tra le due ruote motrici e dodicesimi assoluti Marco Gianesini navigato da Marco Bergonzi sulla sempre verde Renault Clio. Se la prima edizione del Rally del Bardolino ha avuto un suo dominatore, il discorso non cambia di molto con il Rally Bardolino Historic. La competizione riservata alle auto storiche ha infatti visto nel giovane Giovanni Costenaro con alle

note Matteo Gambasin un ottimo interprete della gara scaligera con la sua Ford Sierra Cosworth. Vincitore di 5 prove speciali sulle 7 in programma - la PS 3 è stata annullata nell’Historic per consentire ai commissari di pulirla dall’olio lasciato da un precedente passaggio delle vetture moderne - il pilota di Marostica era al suo esordio con la sua potente Ford in un rally vero dopo un assaggio in pista con un Rally Circuit, ma non per questo si è lasciato intimidire anche dal lignaggio della vettura che aveva per le mani, rifilando subito distacchi pesanti agli avversari, conquistando al termine una vittoria perentoria e mai messa in discussione. L’unico che in due prove speciali ha fermato il cronometro prima di Costenaro cercando di stare al suo passo nelle altre occasioni è stato il padovano Massimo Zanin navigato da Cristiano Rosina al via con una BMW M3, al termine della gara secondo assoluto con la vettura bavarese

e soddisfatto del suo risultato. Terzo e primo dei veronesi “Raffa” con la sua immancabile BMW M3 e con al fianco Pierino Leso, che sul finale ha rischiato di vedere vanificata la sua bella gara per un problema al cambio fortunatamente non grave. Buoni quarti assoluti Matteo Luise e Melissa Ferro con la Fiat Ritmo 130 Abarth, prima trazione anteriore al traguardo che sugli allunghi del Bardolino ha leggermente patito il debito di potenza rispetto alla cavalleria in dotazione ai rivali, anche per loro finale con brivido quando sulla sesta prova speciale nel tentativo di agguantare il podio toccavano un guard rail fortunatamente senza gravi conseguenze. Con la prima Porsche 911 SC al traguardo e quinti assoluti Massimo Archetti Voltolini con al fianco Giuseppe Morelli. Tra i ritiri eccellenti della gara da segnalare il quasi immediato abbandono di Patuzzo-Martini attesi con la loro Toyota Celica ma stoppati già sulla seconda speciale per noie meccaniche, e quello di Bianco-Rutigliano prima attardati e poi costretti al ritiro per noie alla frizione alla loro Ford Sierra Cosworth. Emozioni d’altro tipo, ma sempre avvincenti le hanno regalate i protagonisti della Regolarità Sport del Bardolino Classic. Dopo un’agguerrita battaglia questa volta votata alla precisione dettata dai tempi imposti, ad imporsi sono stati il ferrarese Leonardo Fabbri con al fianco il navigatore di Adria Tomas Sartore saliti sul gradino più alto del podio con la loro Volvo 144S del 1964. Secondi e primi dei veronesi Daniele Carcereri con al fianco Federico Danzi su Peugeot 205 GTI ed a completare il podio Angelo Tobia Seneci navigato da Elisabetta Russo.

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Un trionfo. Un successo totale. Vero, apprezzato e meritato, figlio di sacrificio e passione, in barba alle tante difficoltà – superate egregiamente – e al Covid, il vero grande ostacolo che ha reso questa prima edizione del Rally del Bardolino ‘epica’. Una conquista per il Rally Club Bardolino, organizzatore dell’evento coadiuvato dal Prealpi Master Show, ma soprattutto una festa e un segnale di ripartenza e di ripresa per tutto lo sport veronese e non. Il successo finale del Rally del Bardolino, classifica alla mano, è andato a Luca Pedersoli con alle note Anna Tomasi su Volkswagen Polo R5 Rally che si sono di fatto incoronati re e regina del Rally del Bardolino 2021. Con il successo su sette prove speciali sulle otto in programma, il pilota bresciano fin dai primi chilometri di gara ha mostrato un passo difficile da seguire per i suoi seppur agguerriti ed accreditati rivali. Arrivato sulle rive del Lago di Garda con l’intenzione di testare e sviluppare la sua nuova Volkswagen Polo R5, il due volte

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Campione Italiano Rally WRC si è detto molto contento di questo risultato. “Era la prima volta che provavo in gara una vettura di classe R5” – ha spiegato Pedersoli – “ma devo dire che mi sono trovato subito bene, la gara ci è servita per fare vari test, tanto che sul secondo passaggio abbiamo fatto delle regolazioni che non si sono rivelate particolarmente azzeccate, il terzo giro invece ci ha soddisfatto. Il rally mi è piaciuto molto, devo dire che il percorso è stato veramente bello!” Parole di soddisfazione arrivano anche dal secondo classificato Luca Tosini navigato da Roberto Peroglio: “Era da molto che non correvo, dovevo togliermi della ruggine di dosso, e posso dire di essere contento di questo risultato, con la Skoda Fabia R5 mi sono trovato bene ed il percorso mi è piaciuto molto”. Terzo assoluto e l’unico in grado di rompere l’egemonia di Pedersoli, anche se solo sull’ultima prova in programma, il vicentino Michele Griso affiancato da

Elia De Guio su Ford Fiesta R5 si è detto alla fine appagato del suo risultato: “Era da tempo che non salivo in macchina e la Fiesta ha un limite veramente molto alto, sulle prime prove l’ho trovata leggermente scivolosa, poi le cose sono migliorate e mi sono comunque divertito”. Quarti assoluti e primo equipaggio di casa al traguardo Federico Bottoni e Sofia Peruzzi su Skoda Fabia R5, autori di un’ottima rincorsa dopo che hanno visto sfumare i loro sogni di vittoria già sulla seconda prova a causa di un testacoda che costava loro circa 15 secondi in termini cronometrici dal vertice, facendoli cadere in settima piazza assoluta. Senza perdersi d’animo il pilota veronese risaliva poi fino ai piedi del podio. Tocco internazionale con la quinta piazza dello svizzero Mike Coppens navigato dal francese Jerome Degout autore di una gara in costante crescita come raccontava lui stesso al traguardo: Sesto uno dei favoriti della vigilia, il trentino Giorgio De Tisi con alle note Fabio


Turco, entrato tardi in sintonia con la sua Skoda Fabia R5 per pensare di puntare al podio. Settimo Adriano Lovisetto navigato da Christian Cracco con l’unica Skoda Fabia R5 EVO, vettura che alla vigilia il padovano pensava più facile da portare al limite. Ottavo l’altro pilota di casa: Roberto Righetti con al fianco Arianna Faustini, al via sempre con la sua fida Citroen DS3 R5 con l’intento soprattutto di togliersi la ruggine di dosso in previsione delle prossime gare di casa. Chiudono i primi dieci un’altra coppia di Skoda Fabia R5, portate al traguardo rispettivamente da Andrea Zenoni con Manuel Ferrarin noni assoluti, seguiti al decimo posto da Michele Degani e Daniele Marai. Primi tra le due ruote motrici e dodicesimi assoluti Marco Gianesini navigato da Marco Bergonzi sulla sempre verde Renault Clio. Se la prima edizione del Rally del Bardolino ha avuto un suo dominatore, il discorso non cambia di molto con il Rally Bardolino Historic. La competizione riservata alle auto storiche ha infatti visto nel giovane Giovanni Costenaro con alle note Matteo Gambasin un ottimo interprete della gara scaligera con la sua Ford Sierra Cosworth. Vincitore di 5 prove speciali sulle 7 in programma - la PS 3 è stata annullata nell’Historic per consentire ai commissari di pulirla dall’olio lasciato da un precedente passaggio delle vetture moderne - il pilota di Marostica era al suo esordio con la sua potente Ford in un rally vero dopo un assaggio in pista con un Rally Circuit, ma non per questo si è lasciato intimidire anche dal lignaggio della vettura che aveva per le mani, rifilando subito distacchi pesanti agli avversari, conquistando al termine una vittoria perentoria e mai messa

in discussione. L’unico che in due prove speciali ha fermato il cronometro prima di Costenaro cercando di stare al suo passo nelle altre occasioni è stato il padovano Massimo Zanin navigato da Cristiano Rosina al via con una BMW M3, al termine della gara secondo assoluto con la vettura bavarese e soddisfatto del suo risultato. Terzo e primo dei veronesi “Raffa” con la sua immancabile BMW M3 e con al fianco Pierino Leso, che sul finale ha rischiato di vedere vanificata la sua bella gara per un problema al cambio fortunatamente non grave. Buoni quarti assoluti Matteo Luise e Melissa Ferro con la Fiat Ritmo 130 Abarth, prima trazione anteriore al traguardo che sugli allunghi del Bardolino ha leggermente patito il debito di potenza rispetto alla cavalleria in dotazione ai rivali, anche per loro finale con brivido quando

sulla sesta prova speciale nel tentativo di agguantare il podio toccavano un guard rail fortunatamente senza gravi conseguenze. Con la prima Porsche 911 SC al traguardo e quinti assoluti Massimo Archetti Voltolini con al fianco Giuseppe Morelli. Tra i ritiri eccellenti della gara da segnalare il quasi immediato abbandono di Patuzzo-Martini attesi con la loro Toyota Celica ma stoppati già sulla seconda speciale per noie meccaniche, e quello di Bianco-Rutigliano prima attardati e poi costretti al ritiro per noie alla frizione alla loro Ford Sierra Cosworth. Emozioni d’altro tipo, ma sempre avvincenti le hanno regalate i protagonisti della Regolarità Sport del Bardolino Classic. Dopo un’agguerrita battaglia questa volta votata alla precisione dettata dai tempi imposti, ad imporsi sono stati il ferrarese Leonardo Fabbri con al fianco il navigatore di Adria Tomas Sartore saliti sul gradino più alto del podio con la loro Volvo 144S del 1964. Secondi e primi dei veronesi Daniele Carcereri con al fianco Federico Danzi su Peugeot 205 GTI ed a completare il podio Angelo Tobia Seneci navigato da Elisabetta Russo. Infine grande successo per la diretta streaming (di quasi sette ore!) che è stata trasmessa sabato sulla pagina Facebook Rally del Bardolino e su quella di SportdiPiù magazine, media partner ufficiale dell’evento. Qualche dato rilevato nella mattinata di oggi lunedì 15 marzo (e in continua crescita): quasi 25000 persone raggiunte, quasi 10000 visualizzazioni singole, 183 like e interazioni, 78 condivisioni, un centinaio di commenti. Anche questo a testimonianza di come il primo Rally del Bardolino abbia fatto... centro!

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Foto: Fondazione Sport City

I NTERVISTA Fabio Pagliara

Città a misura di sport: si può? No, si deve!

Chi sono gli attori di questa iniziativa? «Uomini di sport, manager sportivi, allenatori, urbanisti, comunicatori, per fare squadra e avere uh approccio multidisciplinare, indispensabile per affrontare il tema del cambiamento delle Città».

ALBERTO CRISTANI

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romuovere, diffondere, supportare la cultura sportiva in Italia, lavorando sulla formazione, sulla divulgazione scientifica, sulla ricerca e offrendo le sue competenze a servizio di pubbliche amministrazioni, enti e realtà private. Con questi obiettivi nasce la Fondazione Sport City, hub indipendente, apartitico e no profit, in grado di trovare risposte all’urgente necessità di studiare percorsi sportivi impattanti rispetto al benessere nelle città e alla qualità di vita dei cittadini, nonché di progettare interventi di rigenerazione urbana sportiva, capaci di valorizzare elementi quali tecnologia e sostenibilità, due grandi alleati dello sport di domani. Ci presenta il progetto il Presidente Fabio Pagliara, dirigente sportivo da pallavolista (palleggiatore) in serie A2.   Presidente Pagliara con quale intento nasce la Fondazione Sport City? «SportCity nasce dalla volontà di trasformare la suggestione di Città finalmente

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sportivizzate, in azioni concrete, interventi sul territorio e collaborazioni volte a favorire la trasformazione urbana attraverso la creazione di spazi attrezzati per la pratica dell’attività sportiva». Quali sono le attività della Fondazione? «Il nostro intento è quello di porci come riferimento per un cambiamento culturale nell’approccio alla pratica sportiva urbana, ai temi della mobilità sostenibile e della salute legata al movimento fisico. Ci occuperemo di formazione, divulgazione scientifica e ricerca, riportando poi al piano molto concreto delle collaborazioni con le pubbliche amministrazioni il risultato di questo lavoro. Studiare, immaginare realizzare: non vogliamo limitarci alla teoria, ma vorremmo vedere realizzato questo cambiamento culturale».

Sport e città: un binomio sostenibile? «Direi che è un binomio indispensabile, se vogliamo costruire realtà urbane a misura di cittadino, con una accentuata attenzione per la qualità della vita e il cosiddetto indice di felicità. È ormai dimostrato che la pratica dell’attività sportiva in ambito urbano svolga una funzione essenziale in termini di vivibilità, sia perchè sempre più sportivi scelgono di non utilizzare l’auto per i propri spostamenti di lavoro o piacere, sia perchè la possibilità di praticare sport all’aria aperta migliora il rapporto fra cittadino e Città». Valorizzare le città con lo sport è possibile? Se si, come? «È semplice: lo sport va considerato come un facilitatore della “ricucitura” del tessuto urbano, del centro con la periferia, della rifunzionalizzazione di aree abbandonate all’interno dei centri


Fabio Pagliara

urbani. Questo migliora la qualità della vita, migliora le Città, aumenta la felicità dei cittadini e, con questa, la produttività. Per questo investire nello sport significa investire nel futuro». Quali sono le richieste più frequenti del cittadino in ottica sportiva? «La gente vuole spazi attrezzati per la pratica dello sport nei parchi, all’aria aperta e sotto questo profilo l’emergenza Covid, paradossalmente, è stato un acceleratore. E chiedono che anche i centri storici e le arterie urbane di collegamento siano concepite a misura di sportivo: ciclabili, corsie per runner, aree ristoro, percorsi artistici da vivere a piedi, camminando. Basta guardare ai lungomare o alle aree normalmente affollate da runner e biker per capire come questo desiderio di sport all’aria aperta sia diventata una esigenza, un bisogno indifferibile dei cittadini. Il Covid ha cambiato il modo di praticare lo sport e non è un processo reversibile. I decisori politici dovranno adeguarsi, facendo scelte coraggiose, oppure deluderanno i loro cittadini-elettori. Ne vale la pena?». Qual è la situazione dell’impiantistica sportiva italiana? «È una Italia a due velocità: da una parte il nord che investe da anni in importanti e aree attrezzate per lo sport, dall’altra il sud che sconta la difficoltà di investimenti pubblico-provato e un tessuto economico e sociale che incide negativamente sulla possibilità di sperimentare forme di gestione virtuose. Per questo trasformare le Città in palestre a cielo aperto riduce lo sport-divide e rende il movimento fisico accessibile a tutti».  Spesso, e a torto, ci si dimentica degli sportivi disabili… «È un errore clamoroso, ma direi che la “disattenzione” delle Città nei confronti della disabilità prescinde dallo sport.

Fabio Pagliare insieme al Presidente Sergio Mattarella

verso la condivisione dal basso di una prospettiva che rigurda il miglioramento della qualità della vita di ciascuno». La comunicazione nello sport è fondamentale: come procedete in tal senso? Un magazine come SportdiPiùX] essere un veicolo utile a Ovviamente certificare oggi una SportCity non può prescindere dal fatto che questa sia anche a misura di sportivo disabile». Anche il CONI è coinvolto in questo progetto: quanto è importante avere il supporto delle istituzioni? «È fondamentale. Il CONI, come tutte le altre Istituzioni, possono fornire una spinta propulsiva per interventi strutturali che coniughino la visione agonistica con quella amatoriale e diffusa, che non sono affatto in contrapposizione, anzi. Un numero maggiore di Italiani che si muovono e fanno sport fanno crescere la cultura sportiva e facilitano la nascita di talenti, ampliando il bacino e fornendo opportunità a chi non le avrebbe. Tutto si tiene». Come si sostiene l’attività della Fondazione? «Con la collaborazione reciproca con le Istituzioni, le sponsorizzazioni private e il crowdfunding, la vera scommessa di una visione partecipata e legata alla qualità dei progetti da mettere in campo. Su questo siamo già a lavoro da mesi, proprio perché è più facile trovare le risorse attra-

tale scopo? «Beh, lo ritengo fondamentale: nulla ha valore se non comunicato adeguatamente e anche la stampa di settore può svolgere una funzione di moltiplicatore, diffondendo un messaggio virtuoso». Che 2021 prevede per lo sport, soprattutto a livello dilettantistico, dopo il ‘down’ del 2020? «Sarà ancora un anno di assestamento, ma da ogni difficoltà si può trarre, come ho più volte sottolineato in questa intervista, un insegnamento fondamentale e gli stimoli giusti per fare meglio».  Prossimi obiettivi della Fondazione? «Intanto quello di farsi conoscere sul territorio e porsi come interlocutore serio e credibile per ambire a una trasformazione urbana basata sulla centralità dello sport. Sarebbe un gran punto di partenza». Un saluto agli sportivi. «È un arrivederci, a presto, in ogni piazza o strada delle nostre meravigliose Città. Questa battaglia la si vince solo insieme». 

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Quartieri e Inclusione: ci pensa Sport e Salute

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ul sito Sport e Salute sono stati pubblicati gli avvisi pubblici ‘Sport di tutti – Quartieri’ e ‘Sport di tutti – Inclusione’. Si tratta di due modelli di intervento sportivo e sociale promossi da Sport e Salute, in collaborazione con gli Organismi Sportivi, destinati all’associazionismo sportivo di base.  SPORT DI TUTTI – Quartieri É un intervento proposto per sostenere l’associazionismo sportivo di base che opera in contesti territoriali difficili utilizzando lo sport e i suoi valori educativi come strumento di sviluppo ed inclusione sociale. Promuove la creazione di presidi sportivi ed educativi, gestiti dalle Associazioni e Società Sportive Dilettantistiche e destinati alla comunità e a tutte le fasce d’età, con particolare attenzione a bambine e bambini, ragazze e ragazzi, donne e persone over 65.

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Obiettivi - supportare le ASD/SSD che operano in contesti territoriali disagiati; - intervenire in aree di disagio sociale e nelle periferie urbane a rischio emarginazione, povertà educativa e criminalità; - offrire un Presidio sportivo, educativo e sociale alla comunità di quartiere, che diventi un centro di riferimento e aggregazione sul territorio; - promuovere stili di vita sani tra tutte le fasce della popolazione, al fine di migliorare le condizioni di salute e benessere degli individui; - garantire il diritto allo sport e abbattere le barriere economiche di accesso allo sport; favorire sinergie di scopo e di risorse attraverso collaborazioni tra sistema sportivo e Istituzioni, Enti locali e Terzo settore.


Elementi chiave per la candidatura - Struttura che si propone come presidio sportivo-educativo; deve essere in un quartiere o periferia disagiata - Programma di attività che includa attività sportive, educative e sociali destinate a diverse fasce di età con attenzione a bambini e ragazzi e attività per tutta la comunità - Partnership l’eventuale coinvolgimento di soggetti del sistema sportivo, educativo ed istituzionale del territorio è premiante - Buget richiesto per un anno di attività da compilare secondo il format previsto in piattaforma Per informazioni di dettaglio www.sportesalute.eu/sportditutti/quartieri SPORT DI TUTTI – Inclusione È un Avviso Pubblico per sostenere lo sport sociale e incentivare l’eccellenza dell’associazionismo sportivo di base attraverso il finanziamento di progetti rivolti a categorie vulnerabili e soggetti fragili che utilizzano lo sport e i suoi valori come strumento di inclusione sociale, promuovendo sinergie con gli attori del territorio. Obiettivi - favorire l’attività sportiva come strumento di prevenzione, sviluppo e inclusione sociale promuovendo corretti stili di vita in tutte le fasce di età; - promuovere, attraverso la pratica sportiva gratuita, un percorso di sostegno e un’opportunità di recupero per soggetti fragili, a rischio di devianza e di emarginazione, inseriti anche in contesti difficili; - incoraggiare lo svolgimento dell’attività sportiva favorendo

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la partecipazione delle categorie vulnerabili; supportare le ASD/SSD che svolgono attività di carattere sociale sul territorio rivolte a categorie vulnerabili, presso impianti sportivi o in strutture di recupero.

Elementi chiave per la candidatura - Requisiti asd/ssd da possedere alla data di presentazione della domanda quali iscrizione al Registro Nazionale delle Associazioni e Società Sportive Dilettantistiche, disponibilità di un impianto sportivo, istruttori qualificati - Tematica sociale e beneficiari il progetto proposto deve rivolgersi a soggetti fragili, a rischio di emarginazione sociale e a categorie vulnerabili ed essere coerente con gli obiettivi sportivi e sociali dell’Avviso - Proposta progettuale che abbia al centro l’attività sportiva e le sue potenzialità inclusive e di recupero sociale. Si darà preferenza ai progetti che prevedano anche attività sociali ed educative aggiuntive - Budget da inserire in piattaforma scegliendo tra il format di budget predefinito oppure compilando la proposta di budget preventivo

approvate mensilmente a partire dal 30 aprile 2021 e sino ad esaurimento delle risorse. Evidenziamo che dovrà essere utilizzata esclusivamente la mail sdt.veneto@sportesalute.eu Le referenti Maria Grazia De Rocco e Raffaella Sansonne sono a vostra disposizione ai recapiti 0422.540290 e 045.8030601 per fornire assistenza e supporto per tutta la durata degli interventi. Riferimenti social Per ulteriori info e aggiornamenti: - Facebook:  https://www.facebook.com/SporteSaluteSpA - Instagram:  https://www.instagram.com/ sportesalutespa/?hl=it - Twitter:  https://twitter.com/SporteSaluteSpA - Linkedin:  https://www.linkedin.com/company/sport-esalute/ - Hashtag: #sportditutti

Per le informazioni www.sportesalute.eu/sportditutti/inclusione Come accedere agli interventi Le ASD interessate potranno aderire ai due interventi a partire dalle ore 12.00 del 15 marzo e sino alle ore 12.00 del 30 giugno 2021, presentando la candidatura attraverso la piattaforma dedicata, accessibile dal seguente link:  https://area.sportditutti.it/ Le candidature di ciascun avviso saranno

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Foto: Panini

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Calciatori Panini: 60 anni di storia italiana ALBERTO CRISTANI

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rande successo, e non poteva essere altrimenti, per le figurine Calciatori Panini 2021, collezione uscita in edicola lo scorso 12 gennaio, che celebra il 60° anniversario dell’azienda modenese e anche della raccolta di figurine più famosa al mondo. La collezione si compone di 748 figurine (di cui 109 speciali foil, rainbow, raso e cast&cure), da raccogliere in un fantastico album di grande formato da 132 pagine. La copertina dell’album, realizzata con verniciatura ibrida e inserti metal, è caratterizzata dall’immagine iconica del famoso calciatore in rovesciata, storico simbolo delle collezioni Calciatori, con un grande numero 60 dorato su un muro tricolore. “Per Panini la collezione Calciatori 2021 assume molteplici significati” – ci spiega Antonio Allegra, direttore mercato Italia di Panini – “perché celebriamo 60 edizioni consecutive della collezione ufficiale di figurine sul calcio italiano e perchè si tratta della raccolta dedicata ad una stagione particolare e ad un momento difficile per il nostro Paese a causa dell’emergenza Covid. Speriamo veramente che le figurine Calciatori possano portare un poco di spensieratezza nelle famiglie, ai tifosi ed agli appassionati di tutte le età”. “Le novità che abbiamo introdotto nell’edizione 2021” – prosegue Allegra – “sono state molte, a partire dalle figurine di Top Team Panini 60 e La Panini più amata, che saranno scelte con la collaborazione dei collezionisti e dei tifosi dei club. Abbiamo poi dedicato le figurine alle copertine storiche dei 60 album “Calciatori” dal 1961 ad oggi e agli MVP (Most Valuable Players) delle squadre della Serie A TIM. Una particolare novità riguarda le figurine dedicate alla Nazionale Italiana Cantanti, che quest’anno celebra il suo 40° anniversario. Non dimentichiamo poi

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Antonio Allegra Calciatori 2021

le figurine dedicate al calcio femminile, una sezione che in molti ci chiedono di ampliare, a testimonianza che il calcio in rosa è ormai – e finalmente – entrato a far parte della tradizione calcistica italiana”.

Nella collezione Calciatori 2021 è poi confermata la sezione Film del Campionato che, con la collaborazione de La Gazzetta dello Sport, racconta i principali eventi relativi alla stagione. Tanti poi i prodotti speciali che si


potranno acquistare online sul sito www. panini.it come il Collector Box, la versione lusso di “Calciatori 2021” a tiratura limitata e con certificato d’autenticità e lo Special Pack contenente un album e 27 bustine e le buste delle Gommaglie, contenenti una gomma da cancellare che riproduce una maglia delle 20 squadre di Serie A TIM, un supporto con laccetto e 1 bustina. “Dal mese di marzo” – evidenzia Allegra – “è in vendita il set Aggiornamenti e Calciomercato, che conterrà le 48 figurine della sezione Calciomercato, un appuntamento molto atteso soprattutto negli ultimi anni. Per la Panini realizzare l’album 2021 è stato particolarmente complicato perché l’emergenza Covid ha rallentato di fatto la lavorazione; per poter fotografare i giocatori e le formazioni abbiamo davvero fatto i salti mortali. Ciononostante ritengo che il risultato finale sia davvero ottimo, un bel mix tra presente e passato che è stato molto apprezzato. Abbiamo puntato su una grafica minimal perché, come dicevano i fratelli Panini, l’album deve essere brutto da vuoto e bello da pieno!”. “Ho collezionato anch’io le figurine Panini da piccolo” – ci confessa Allegra – “e la mia figurina del cuore è quella di Giacomo Bulgarelli, che conservo gelosamente nel portafoglio. Il mio

album preferito è particolare perché non ritrae nessun giocatore: si chiama Football Clubs, è uscito nel 1974, e raccoglie tutti gli scudetti delle più forti squadre europee. Un album stranissimo al quale sono davvero molto molto legato”. Infine Allegra smonta in falso mito: “Non esistono figurine più rare di altre; forse in passato può essere accaduto che alcune venissero messe in distribuzione più tardi per motivi organizzativi. Oggi però sono tutte stampate nelle medesime quantità

perciò è impossibile non trovarle tutte. Ci vuole pazienza. Poi, se si vogliono accelerare i tempi, si può sempre pronunciare la cara e vecchia formula magica celocelomanca e scambiare le doppie con gli amici. Anche questo è uno dei segreti – e la magia – che ha permesso alle figurine dei Calciatori Panini di essere un appuntamento fisso da sessant’anni a questa parte e di diventare, oltre che ad una collazione, anche un tassello della nostra storia e della nostra cultura”.

Conferenza Stampa Calciatori 2021 selezione rapida

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Pallamano post Covid? #nonècosìbanale Foto: : Maurilio Boldrini

ALBERTO BRAIONI

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scire bene dai blocchi dopo una pandemia #nonècosìbanale. Un hashtag lanciato sui social che rispecchia lo sport della pallamano a Dossobuono ma anche molte vicissitudini quotidiane della Pallamano Olimpica Dossobuono, una tra le pochissime società del panorama sportivo veronese che sta proseguendo la propria attività agonistica con un rigido protocollo sanitario. Tantissime le variabili non preventivabili a cui la società giallo-rossa è andata incontro negli ultimi mesi, con un campionato di Serie A2 femminile con partenza prevista a novembre e slittata a gennaio e un campionato di Serie B maschile anch’esso partito da pochissimo. Una situazione tutta nuova,

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imprevedibile, caratterizzata da una visione praticamente di settimana in settimana, causa continui mutamenti e tamponi periodici. Un approccio non banale per la nuova allenatrice della Serie A2 femminile Elena Barani, viceallenatrice della Nazionale Italiana femminile, che nei primi mesi di lavoro a Dossobuono ha impresso fin da subito il proprio marchio, caratterizzato da tanto impegno in allenamento, dedizione e spirito di sacrificio. Dopo la sconfitta all’esordio, con l’attenuante di un avversario rodato da 4 mesi di campionato già disputato nella massima serie come il Cassano Magnago, la Venplast Dossobuono ha ingranato centrando una striscia di vittorie consecutive che l’ha proiettata nei quartieri alti della classifica. Un girone A di Serie A2 che non è eresia definire come il più impegnativo ed equilibrato

dei 4 raggruppamenti previsti; strada ardua dunque per centrare la Final 8 di Chieti a maggio, ma le ragazze giallorosse stanno dimostrando ulteriori passi avanti. Ragazze giallo-rosse, ma quest’anno in campo in versione multicolor, con una divisa completamente dedicata al territorio di Dossobuono: la Venplast infatti, per mostrare sensibilità e vicinanza al paese di Dossobuono, scende in campo con una divisa raffigurante le contrade del proprio paese e i suoi colori. Un messaggio forte e significativo da parte di uno sport che rappresenta con orgoglio il nome di Dossobuono in tutta Italia.  Non solo ragazze però, perchè da poco ha cominciato a scalpitare anche la Serie B maschile, di nuovo in campo dopo un anno. Era il 29 febbraio 2020 quando venne disputata l’ultima gara ufficiale


della Venplast Dossobuono prima della pandemia. Una Venplast lanciata per giocarsi la promozione in Serie A2 maschile e che proverà a riconquistare sul campo in questa stagione ciò che la pandemia le ha negato. Girone anch’esso compresso in poche partite prima della fase finale: poco margine d’errore dunque per una squadra sostanzialmente confermata dalla scorsa stagione, che ha visto gli ingressi, o meglio, i ritorni di due giocatrici che a Dossobuono hanno vissuto la propria consacrazione nel passato. Giocatori di esperienza come Michele Zattarin e Loris Bennati, tornati a Dossobuono per offrire un nuovo salto di qualità alla formazione di Carlo Nordera. Una stagione intensa dunque per le formazioni senior, concentrata in poche settimane che però emetteranno verdetti molto importanti. Una Venplast Dossobuono che punta a crescere, prima di immergersi quando sarà possibile nel settore promozionale, vero e proprio obiettivo non rinviabile di accrescimento del sodalizio giallo-rosso.

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EVENTO

Cortina successo

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I numeri di Cortina 2021

Mondiale, globale

500 milioni di persone di 190 paesi collegate dalla televisione e dai new media, rendendo così possibile la partecipazione del pubblico “a distanza”;

3,8 milioni le pagine visualizzate sul sito web con oltre 625mila visitatori unici;

336 le ore di streaming del Virtual Media Centre, con 1.077 giornalisti registrati, quasi 600 news distribuite e oltre 886mila cam views;

37mila download per la Cortina 2021 Official App con oltre 77mila missions completate e 2mila premi assegnati;

oltre 2,3 milioni di utenti attivi sui social e oltre 55mila contenuti #Cortina2021 generati dagli utenti.

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ANDREA ETRARI

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a cerimonia di chiusura di domenica 21 febbraio ha fatto calare il sipario sui 46esimi Campionati del mondo di sci alpino di Cortina d’Ampezzo che ha così passato il testimone alla delegazione francese di Courchevel-Méribel che ospiterà i prossimi mondiali nel 2023. Due settimane di gare a Cortina, iniziate un po’ in salita a causa del maltempo dei primi giorni che ha costretto gli organizzatori a posticipare alcune gare: poi però il sole e le Dolomiti imbiancate l’hanno fatta dal padrone e si è assistito a gare spettacolari ed emozionanti. Il comitato organizzatore, capeggiato da Alessandro Benetton, è stato impeccabile considerato soprattutto che i mondiali si sono svolti in piena pandemia che ha imposto le porte chiuse e una serie di controlli mai visti prima ai 600 atleti (provenienti da 70 paesi) ai circa 700 volontari, cui vanno aggiunti i tecnici, le delegazioni, i giornalisti, gli ospiti, ecc. La stampa internazionale ha riconosciuto all’unanimità questo successo organizzativo e ciò non può far altro che farci ben sperare in vista delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Come detto, grande rammarico per l’assenza del pubblico che avrebbe reso perfetti questi mondiali che sono stati seguiti da circa 500 milioni di persone in tutto il mondo attraverso televisione e social.

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Le piste (Olympia, Vertigine, Druscié, Labirinti, Lacedelli), ampliate con interventi realizzati per l’occasione negli scorsi anni e preparate in queste due settimane con grande professionalità dagli uomini di pista, hanno superato l’esame anche se, è giusto dirlo, non è mancata qualche polemica. La ‘Vertigine’, scelta per la discesa libera maschile, è stata criticata dagli atleti perché troppo lenta e con troppe porte. Polemiche anche per quanto riguarda il parallelo, all’esordio in un mondiale: il tracciato della gara ha evidenziato una palese differenza tra le due piste percorse dai duellanti che ha fatto infuriare soprattutto Federica Brignone. La detentrice della Coppa del Mondo

femminile ha dichiarato: “Non è possibile fare un parallelo su una pista che non è uguale; la gara più ingiusta della mia vita”. E, dato che abbiamo nominato i campioni dello sci, che mondiali sono stati per i nostri portacolori? Un po’ deludenti a dir la verità. A dire a parziale giustificazione c’è da evidenziare come la sfortuna ha tolto di mezzo Sofia Goggia pochi giorni prima dell’inizio della manifestazione, infortunatasi ad un ginocchio e grande favorita per la medaglia d’oro in discesa libera. Due sole medaglie quindi per gli Azzurri: Marta Bassino, oro nella combinata (ex equo con l’austriaca Liensberger), e Luca De Aliprandini, argento nel gigante.


Medaglie sfiorate invece per Dominik Paris (quarto in discesa libera e quinto in super-G), Alex Vinatzer (quarto in slalom dopo aver terminato secondo la prima manche) e Elena Curtoni (quarta in combinata). Alla fine è stata l’Austria con otto medaglie (cinque d’oro, due d’argento ed una di bronzo) a uscire vincente dal mondiale ampezzano. Gli austriaci hanno dominato con i due ori di Vincent Kriechmayr (discesa e superG), ma la Svizzera non è stata da meno grazie soprattutto alla ticinese Lara Gut che ha vinto superG e gigante ed è arrivata terza nella discesa libera; due ori pure per la rivelazione austriaca Katharina Liensberger, che ha vinto parallelo (come

detto, a pari merito con Marta Bassino) e slalom. L’attesissima statunitense Mikaela Shiffrin si è dovuta ‘accontentare’ di tre medaglie ma solo di un oro (in combinata). L’altra star Petra Vhlova ha chiuso con due argenti (combinata e slalom). “Sono davvero orgoglioso del lavoro fatto” – ha detto Alessandro Benetton, Presidente di Fondazione Cortina 2021 – “e ringrazio Valerio Giacobbi e tutta la squadra che non si è mai arresa in questi mesi di fronte alla sfida di dover ogni volta affrontare un nuovo scenario con soluzioni innovative e con un approccio strategico da reinventare continuamente Consegniamo alla comunità di Cortina d’Ampezzo e all’Italia tutta un’esperienza

che farà storia e un patrimonio di conoscenze e competenze fondamentali per il futuro e per il prossimo grande traguardo di Milano-Cortina 2026”. “Ricevere il plauso di tutti – ha detto Valerio Giacobbi, Amministratore delegato di Fondazione Cortina 2021 – “ci riempie di soddisfazione. Il nostro successo organizzativo è la vittoria di un gruppo di lavoro, di un territorio, di aziende che ci hanno creduto ed Istituzioni che si sono poste al servizio, di un Paese che voleva a tutti i costi dimostrare che bisogna guardare al futuro con fiducia ed entusiasmo, nonostante tutte le avversità. Grazie davvero a tutti”.

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Foto: Nicola Raccuglia

I NTERVISTA lia Nicola Raccug

Il Caravaggio delle maglie Ma mettiamo ordine al corso degli eventi. Nicola Raccuglia che calciatore è stato? «Direi un discreto calciatore negli anni Sessanta ho giocato anche dalle vostre parti, in quel Lanerossi Vicenza di Manlio Scopigno che poi avrebbe vinto lo Scudetto con il Cagliari. Anche ai miei tempi però c’erano gli stranieri e noi a Vicenza ne avevamo tre di molto forti, e nel mio ruolo ero un po’ “chiuso”. Comunque la mia discreta carriera posso affermare di averla portata a termine».

GIANNI LAI

A

lla maggioranza dei giovani sportivi il nome Nicola Raccuglia forse non evoca grandi ricordi, nonostante egli abbia militato da calciatore professionista in club blasonati come Vicenza, Ascoli o Pescara. Se invece citiamo le iniziali del suo nome, semplicemente NR o, meglio ancora, per esteso l’acronimo Ennerre, ecco che sicuramente tutti i tifosi, soprattutto i collezionisti di maglie da calcio, rammenteranno subito come tale signore sia l’ideatore e fondatore della mitica Ennerre. Raccuglia è l’uomo che ha vestito Maradona, Falcao, e che negli anni Ottanta ha creato probabilmente le più belle maglie in assoluto del calcio nostrano ed internazionale. Non c’è appassionato di calcio che non ricordi le sue magliette

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con il logo NR sul petto di Fiorentina (sponsor Opel), Sampdoria (Phonola) Roma (Barilla) Napoli (Buitoni), solo per citare alcuni esempi. Sarà che la Serie A di quell’epoca annoverava la crema del football a livello mondiale, con i veri top player assoluti del Pianeta, quali Maradona, Falcao, Zico e Platini. Saranno quelle maglie così semplici ed essenziali, confezionate ancora a livello artigianale - quasi sartoriale - con i numeri rigorosamente dall’uno all’undici e senza nome, cuciti a macchina con lo zig-zag. Sarà anche il materiale, la famosa lanetta, ma quelle maglie, dicevamo, emanano oggi più che mai un fascino particolare, tanto che sono le più ricercate in assoluto. Il signor Nicola Raccuglia da onesto artista del pallone si è trasformato nel «Caravaggio della maglia», creando degli autentici capolavori.

Poi che successe? «Nel 1972, una volta smessi i panni del calciatore, ho avuto l’intuizione di voler creare delle maglie che fossero al tempo stesso le migliori sia sul piano dei tessuti, sia sotto l’aspetto tecnico. Volevo inoltre cercare anche di valorizzare l’estetica della divisa, rendendola più affine al gusto dei tifosi. E così, come diceva bene Lei prima, i miei veri momenti di gloria li ho vissuti proprio creando la NR. Forse solo ora, a distanza di tanto tempo, mi rendo conto di aver creato un qualcosa di importante. Negli anni Ottanta vestivo quasi tutta la Serie A ed ero arrivato a produrre anche le divise per i Cosmos di Pelè e Chinaglia. Avevo formato un piccolo impero del Made in Italy: le nostre maglie erano apprezzate in tutto il mondo e la NR in quel periodo era un fiore all’occhiello del nostro Paese, con quasi trecento dipendenti che davano vita a dei prodotti che non è eccessivo definire quasi artigianali. Poi purtroppo negli anni Novanta i grandi brand hanno avuto il sopravvento, spostando la produzione in Oriente, abbattendo i costi, anche se con qualità inferiori». Chi era la mente creativa che disegnava maglie così semplici, essenziali, non elaborate, ma allo stesso tempo talmente belle da diventare nel corso degli anni un fenomeno cult? «Facevo tutto da solo perché, essendo


stato calciatore, avevo la consapevolezza e l’esperienza per “dosare” i materiali giusti. Queste maglie hanno resistito nel corso dei decenni a tutti i lavaggi e all’epoca le dotazioni per i giocatori erano ridotte al minimo indispensabile. Sono il padre di tutte le idee creative, ricordo che solo in un’occasione per creare la maglia della Fiorentina mi diede una mano Furio Valcareggi, figlio del povero Ferruccio, ideando quel giglio particolare: ne uscì una maglia considerata tuttora un piccolo capolavoro. La cosa bella è che ancora oggi i giovani che si avvicinano al calcio, ed in particolare al mondo del collezionismo di maglie, mi contattano per farmi i complimenti. Un fatto, questo, che mi riempie di gioia». Stiamo parlando di un calcio di cui oramai si è persa ogni traccia? «All’epoca le società erano in mano praticamente ad una sola persona. Non che allora non fosse presente la componente commerciale: i club erano perfettamente consapevoli dell’importanza del marketing e del valore del merchandising. Personalmente avevo incardinato dei rapporti diretti con i presidenti delle varie realtà e probabilmente era anche più semplice mettersi d’accordo. Ora le società di calcio sono decisamente più articolate ed è anche aumentato di molto il valore economico dei vari prodotti. È diventato maggiormente complicato negoziare e concludere un contratto, una riflessione che non vale solo per i sodalizi della massima serie, ma anche per quelli della Cadetteria. Naturalmente in questo contesto i grandi marchi internazionali, con la loro forza economica e le loro produzioni a basso costo, la fanno da padrone. Noi, tuttavia, abbiamo ripreso con la nostra produzione e siamo sempre molto apprezzati per la nostra altissima qualità anche oltre i confini nazionali».

mano lo faceva sempre, nei limiti del possibile. Ho un ricordo indelebile in tal senso: un anno provai a cimentarmi nel creare una linea di palloni da calcio ed uno dei primi prodotti lo mandai a lui. Due giorni dopo mi fece chiamare dal magazziniere del Napoli. “Maradona vuole che gli mandi subito altri dieci palloni dei tuoi perché nella prossima partita di campionato vuole che giochiamo con quelli”. Fu una cortesia veramente enorme ed inattesa che mi regalò un sacco di notorietà e pubblicità gratuita. La sua scomparsa mi ha rattristato molto, in quanto con me si è rivelato sempre di una gentilezza unica». Cos’ha in serbo il futuro per la NR? «Considerata l’enorme richiesta dei collezionisti per le divise di quel periodo stiamo già mettendo in produzione quelle maglie, se possibile con filati e rifiniture addirittura migliori. Dedicheremo la stessa cura di quel periodo, mantenendo sempre alta l’attenzione verso la qualità, una dedizione che è sempre stata il nostro segno distintivo. Certo, noi rimaniamo un’azienda Made in Italy, con i nostri pregi, ma purtroppo anche con il piccolo - ma non trascurabile - problema dei costi. Siamo molto apprezzati all’estero in particolare in Inghilterra e in Belgio. Cercheremo quindi di restare sul mercato: nonostante ora non siamo più i numeri uno del settore, produciamo sempre delle opere di grandissima qualità». Non abbiamo dubbi, signor Nicola: speriamo che ci possa continuare a regalare altre delle sue pennellate da ‘Caravaggio’ delle maglie.

A proposito di rapporti personali, sappiamo che Maradona era un suo grande estimatore… «Con Diego era nato un rapporto d’amicizia speciale. Lui ogni tanto mi chiamava perché gli serviva qualche maglia da regalare a qualche amico, ed Io come un sarto le producevo ad hoc per lui, in quantità limitata. Ne è nato un rapporto unico, amichevole e così capitava che andassi a trovarlo quando faceva allenamento a Soccavo. Era una persona squisita, gentilissima, capace di cortesie imprevedibili. Personalmente era legato alla Puma e per questo era strettamente vincolato a rigidi protocolli contrattuali, ma ciononostante se poteva darmi una

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S SPO RT BO O K

Quanto dura un attimo

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ra un idolo e fu squalificato. Tornò e diventò il Pablito del Mundial di Spagna '82. Questa è in sintesi la parabola di Paolo Rossi, che dal 1980 al 1982, dalla condanna per il calcio scommesse alla vittoria sulla Germania, visse i due anni più duri ed esaltanti della sua vita: "Ho anche pensato di lasciare l'Italia e smettere di giocare. Mi ha salvato la consapevolezza di essere innocente". La storia di Pablito è una favola a lieto fine, intrisa di successi eclatanti alternati a dolori laceranti, di forti impennate e rovinose cadute, di sogni realizzati e ferite profonde, di ambìti riconoscimenti e ingiustizia subita. È il bianco e nero di un'esistenza eccezionale, il copione di un film che ha incantato generazioni e continua a essere rivisto e rivissuto dal pubblico.

di di Paolo Rossi, Federica Cappelletti Scritto a quattro mani con Federica Cappelletti, "Quanto dura un attimo" è l'autobiografia di un ragazzo che ha sfidato la sorte fino a diventare leggenda, realizzando il suo sogno di bambino e scrivendo pagine immortali di storia del calcio universale. Paolo Rossi è l'unico calciatore al mondo che con tre gol ha fatto piangere il Brasile stellare di Zico e Falcão, che ha stregato Pelé (che lo scoprì durante il mondiale d'Argentina), è uno dei quattro Palloni d'Oro italiani (insieme a Gianni Rivera, Roberto Baggio e Fabio Cannavaro), capo-

cannoniere al Mondiale di Spagna 1982 (miglior giocatore, miglior marcatore), Scarpa d'Oro 1982, Scarpa d'Argento 1978 e Collare d'Oro (massima onorificenza per uno sportivo). Un emozionante e intenso ricordo di un campione e soprattutto di un uomo che ci ha lasciato troppo presto il 9 dicembre 2020 a soli 64 anni.

Dettagli - Genere: calcio - Prezzo: euro 20 - Editore: Mondadori - Pagine: 296 - Anno pubblicazione: dicembre 2019

O vinci o impari. Come lo sport aiuta a diventare persone migliori di Stefano Massari

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na partita che non finisce mai, il confronto con la propria bestia nera, l'allenatore che rema contro e quello che scommette su di te. Il secondo prima della vittoria, quello dopo la sconfitta, l'entusiasmo della rimonta o la gioia della rivincita. Sono tanti i momenti della vita di uno sportivo che si prestano a diventare simboli di un'esistenza e di tutto ciò che contiene: difficoltà, sfiducia, quella sensazione di non esserci quasi più e poi improvvisamente di

esserci ancora, e dunque la capacità di resistere al di là delle proprie forze, l'abilità di trovare soluzioni fino a un attimo prima inimmaginabili, la felicità del contatto con la primordiale essenza della vita. In queste pagine Stefano Massari dà voce ad atleti di ieri, di oggi e di domani, da Pietro Mennea a Flavia Pennetta, da Dino Zoff a Matteo Berrettini e a molti altri piccoli e grandi campioni, cogliendo la spinta che li porta sempre a superare sé stessi. Una spinta che può ispirare chiunque ami e segua lo sport - da professionista, da appassionato, da semplice spettatore. Che siano sul campo di calcio o al di là della rete, sotto canestro o su un pendio innevato, ad allenarsi in palestra o in

viaggio verso il podio, le loro storie parlano a ognuno di noi della fatica di crescere, del coraggio di perdere, dell'ebbrezza di superarsi per ritrovarsi più forti, più grandi, più leggeri. Dettagli - Genere: narrativa - Prezzo: euro 16 - Editore: Solferino - Pagine: 146 - Anno pubblicazione: giugno 2019

Il calcio (non) è una cosa seria Gli Autogol

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l calcio è ossessione, religione, spettacolo, affare milionario. Fa soffrire, gioire e litigare. Ma è prima di tutto un gioco: Gli Autogol sono sempre pronti a ricordarcelo con sketch e parodie dissacranti che fanno ridere i tifosi di tutte le età. Il trio comico-calcistico più amato d'Italia nasce sui banchi di scuola e sul

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palco di un oratorio del Pavese, si fa conoscere dalle frequenze di una radio locale e con i primi esperimenti su YouTube, e oggi coinvolge una platea digitale di milioni di persone. Ma non sono mai cambiati l'amore per il pallone, lo spirito, la voglia di divertire e divertirsi, e soprattutto l'amicizia. Proprio come tutti gli appassionati, anche Alessandro, Michele e Rollo fremono ed esultano per la Nazionale e per le loro squadre del cuore, schierano la formazione del Fantacalcio ogni settimana e giocano regolarmente a calcetto con gli amici di sempre. "Il calcio (non) è una cosa seria" racconta la loro storia e la loro passione, i retroscena dei loro video, aneddoti esilaranti e incidenti di percorso, e poi gli incontri con i protagonisti. Le partite con Javier Zanetti, la hit musicale con il Papu Gómez, i filmati in

cui hanno fatto recitare Del Piero e Immobile, l'incontro con gli Azzurri a Coverciano, Allegri e Buffon che ridono delle loro imitazioni: Gli Autogol ci avvicinano a un mondo che troppo spesso appare irraggiungibile e ci insegnano che sì, l'esasperazione intorno al calcio può risultare 'agghiaggiande' (alla Antonio Conte), ma se vissuto con la giusta ironia il pallone rimane ancora il gioco più bello del mondo. Dettagli - Genere: narrativa - Prezzo: euro 16,90 - Editore: Piemme - Pagine: 190 - Anno pubblicazione: novembre 2019


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Investire per un futuro migliore: come, quando e perchè I NTERVISTA Daniele Corso

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er abitudine siamo portati a pensare che le soluzioni di investimento dei nostri genitori si adattino anche ai nostri tempi. Il contesto generale è però cambiato da almeno due punti di vista: socio-demografico e di mercato. La famiglia tradizionale di un tempo, che si sosteneva e assisteva finanziariamente da sola, non esiste più. Si è trasformata in una famiglia frammentata che deve soddisfare bisogni diversi e complessi rispetto al passato. Con il consulente ed esperto finanziario Daniele Corso vediamo di fare chiarezza e di orientarci al meglio.

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,IVQMTM]VKWV\M[\W[WKQW̆LMUWOZIÅKW nuovo ha dilatato i bisogni della famiglia; occorre quindi un approccio al risparmio diverso dal passato, per raggiungere i propri obiettivi di vita… «Si, corretto. Innanzitutto c’è però da sottolineare come la vita media si sia allungata. Occorre quindi valutare, con un certo anticipo, se la capacità finanziaria dopo il pensionamento saprà continuare a sostenere l’attuale tenore di vita. I giovani di oggi diventeranno economicamente indipendenti sempre più avanti rispetto ai propri padri. Bisognerà quindi prevedere un’integrazione ai primi stipendi. Infine i genitori, invecchiando, avranno sempre più bisogno di un’efficiente e tempestiva assistenza socio-sa-

nitaria. Come dicevamo, quindi, bisogni più complessi rispetto al passato e dilatati nel tempo. Bisogni comuni a tutti. Le soluzioni dei nostri genitori, vale a dire i Titoli di Stato e investimento nel mattone sono ancora interessanti? «Diciamo che non sono più efficienti come anni fa. Con rendimenti negativi o che rasentano lo zero (vedi grafico sui Titoli di Stato), decidere di lasciare liquidi sui conti correnti degli italiani 1.714 miliardi di euro (Fonte: Il Sole 24 Ore del 16 novembre 2020 n.d.r.), significa esporre il denaro all’inflazione, distruggendone il valore». In un contesto inedito e complesso richiede un supporto, una guida…


«Certamente. Un aiuto può arrivare da un Consulente Finanziario. La famiglia deve essere aiutata a focalizzarsi su tre elementi fondamentali per un corretto approccio al risparmio: protezione dai rischi, accumulo delle risorse ed efficienza del patrimonio. Prima di impostare qualunque percorso finanziario occorre garantire alla propria famiglia continuità di reddito, anche nel caso di grave infortunio del capofamiglia o sua prematura scomparsa. Prevedere l’imprevisto, i cosiddetti grandi rischi, restituisce serenità alla famiglia e le permette di pianificare i progetti di vita

che le stanno a cuore, la cui realizzazione dilatata negli anni, assorbe più risorse rispetto al passato. Garantirsi queste risorse diventa vitale». Un bravo professionista aiuta anche ad analizzare il bilancio familiare… «Assolutamente, in primis discernendo le spese incomprimibili, come il mutuo o le bollette, da quelle comprimibili, che, se dirottate verso progetti emotivamente importanti, come la laurea del figlio, possono portare valore alla famiglia stessa. Infine occorre portare efficienza al patrimonio già accumulato. L’economia

mondiale e i mercati finanziari che la rappresentano dimostrano da sempre di crescere nel lungo periodo. Bisogna quindi orientarsi verso soluzioni finanziarie che sappiano cogliere le opportunità insite nei mercati e che dispongano di automatismi in grado di governare gli impulsi emotivi. Occorre rimanere investiti nel lungo periodo. Il mercato azionario, se affrontato con l’alleato tempo, può portare risultati in crescita. I mercati, se affrontati con razionalità, disciplina e consapevolezza, possono diventare alleati nella realizzazione dei progetti di vita».

Le Dieci regole anti-COVID per l’investitore

1. Niente panico. L’emotività nelle scelte di investimento è cattiva consigliera e può portare ad assumere comportamenti non corretti e non coerenti con i propri obiettivi e con il proprio profilo di investitore. 2. Benvenuta tecnologia. Restiamo a casa, ma senza fermarci. Ecco il momento giusto per prendere maggiore confidenza con gli strumenti a disposizione utili a rimanere in contatto con gli amici, i parenti e con il proprio consulente finanziario. 3. Pianificazione al centro. Va realizzata con logica e metodo tenendo conto degli obiettivi di investimento ordinati secondo il ciclo di vita, dell’orizzonte temporale e della tolleranza al rischio. Va aggiornata solo in base alla variazione di fattori essenziali.

4. Diversifica sempre. È il concetto contrario a concentrare o scommettere. È il metodo più giusto per ripartire il rischio specifico, anche e soprattutto in un contesto dove quello sistemico è già alto. 5. Valore al tempo. Ricordati l’orizzonte temporale stabilito per il tuo investimento, che è quel tempo in cui la volatilità del portafoglio dovrebbe essere tollerabile. Non effettuare scelte estemporanee basate sull’emotività. 6. Valore al rischio. Rischio e rendimento sono le facce della stessa medaglia. Dietro al rischio spesso si cela un’opportunità. 7. Verifica le fonti. Oggi più che mai occorre verificare con cura e attenzione ogni fonte d’informazione. Cerca comunicati e documenti ufficiali e se hai dubbi confrontati col tuo consulente finanziario

di fiducia. 8. Segui il tuo stile. La consulenza si fonda sul principio della personalizzazione del servizio: ciò che può essere indicato per un risparmiatore può non esserlo per un altro. No all’effetto gregge. 9. Monitoraggio e manutenzione. Verifica con regolarità la tua posizione finanziaria, sia in periodi di mercati favorevoli che in quelli di alta volatilità. Controlla che la pianificazione effettuata sia davvero in linea con i tuoi obiettivi. 10. Scegli il tuo pilota. L’assistenza professionale di un consulente finanziario, che ha conoscenze, competenze ed esperienza, è il migliore approccio alla gestione dei propri risparmi, soprattutto in fasi complesse.

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I NTERVISTA Matteo Ferrari

In pista con Ferrari Foto: Matteo Ferrari

MATTEO ZANON

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atteo Ferrari classe 1988, preparatore di tennisti professionisti e per 5 anni preparatore della Prima Squadra della Tezenis, si racconta in esclusiva per Sportdipiù Magazine. Dal percorso di studi alle prime sfide professionali, Ferrari racconta la sua crescita professionale che anno dopo anno si arricchisce di nuovi traguardi e nuove mete, umane e professionali. Come è iniziato il tuo percorso di preparatore atletico? «Mi sono laureato alla triennale e alla magistrale all’Università di Scienze

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Motorie di Verona. Mentre finivo gli studi ho iniziato a lavorare come preparatore al circolo di San Floriano e allo stesso tempo ho portato avanti il ruolo di responsabile della preparazione del settore giovanile della Scaligera Basket. Nel 2014 sono passato a lavorare al circolo di Arbizzano dove seguivo alcuni atleti professionisti mantenendo comunque il ruolo nella società di basket scaligera. L’anno seguente sono andato in America all’University of Northern Iowa, dove ho fatto l’assistente preparatore della squadra che partecipava al campionato Ncaa. A fine stagione dovevo rimanere ma ho avuto la chiamata della Tezenis e non ci ho pensato due volte ad accettare. Ho fatto per cinque anni il preparatore in serie A2».

In estate, dopo cinque anni, è terminata la tua esperienza come preparatore della prima squadra della Scaligera Basket. Cosa ti sei portato via da questi anni? «Sono stati cinque anni molto belli. Lavorare ad alto livello con giocatori professionisti e vivere tutto l’ambito del professionismo è molto stimolante e si imparano un sacco di cose, giorno dopo giorno. Mi porto via sicuramente la grande esperienza professionale e tante sicurezze che ho acquisito in questi anni». Assieme ad un altro preparatore, Massimo Todeschi e alla osteopata Nicole Gelio, hai messo in piedi MYB Atletics. Di cosa si tratta? «Assieme a queste due figure


professionali ho creato questa struttura che permetta una connessione tra preparazione fisica e il lavoro osteopatico/fisioterapico per offrire ai nostri atleti un servizio maggiore. Tutte queste figure di solito lavorano per compartimenti stagni mentre noi abbiamo deciso di collaborare per aumentare ancora di più la qualità del nostro lavoro». Attualmente segui tre tra i migliori tennisti del panorama veronese. Ce li presenti? «Seguo autonomamente Aurora Zantedeschi (20 anni e 689 Wta), Victor Galovic (30 anni e 290 Atp) e Marco Bortolotti (30 anni e 544 Atp). La base di allenamento è il circolo dell’At Verona ed essendo proprietario di una palestra, la Move Your Body di San Martino Buon Albergo, usufruisco della struttura per allenarli al meglio». Come sta andando il percorso che hai intrapreso con questi tre tennisti? «La nuova stagione è appena iniziata e stiamo lavorando per renderla il più possibile fruttuosa. Abbiamo fatto un’ottima preparazione invernale nonostante i vari impegni e con ognuno abbiamo lavorato nello specifico. Aurora ha giocato cinque tornei in Turchia ed è arrivata due volte in finale e due volte ai quarti. Bortolotti ha ripreso da un infortunio e ha disputato una finale a Barcellona. Siamo soddisfatti perché la stagione è iniziata bene». In poco tempo sei passato dal seguire una squadra a occuparti singolarmente di alcuni tennisti. Per quanto riguarda il tuo TI^WZWKPMLQЄMZMVbMKQ[WVW' «C’è sicuramente un approccio diverso, per quanto riguarda il lato umano e la cura del singolo giocatore. Per quanto riguarda la programmazione sono due sport molto diversi: il basket segue una

programmazione standard e settimanale mentre il tennis non ha una vera e propria programmazione. La stagione è lunga, ci sono tante partite e tanti tornei e giorno dopo giorno bisogna affrontare situazioni diverse che non sono semplici da gestire». Il tennis di oggi è sempre più veloce e i ritmi sono sempre più alti. Cosa serve ad un tennista per emergere e per competere ad alti livelli? «C’è da fare una distinzione tra uomini e donne. In campo maschile le qualità fisiche contano molto. Ad esempio, una certa altezza ti permette un servizio potente e senza una buona dose di esplosività e forza gli atleti faticano a competere ad alto livello. Per quanto riguarda le donne ci vogliono sicuramente delle buone doti fisiche ma è tanta la componente mentale. Il tennis è uno sport mentale e in campo femminile questa componente conta maggiormente. Il maschio invece con una buonissima preparazione atletica e con ottime doti fisiche può raggiungere livelli molto alti». Il 2020 a causa del Covid è stato un anno particolare e anche il mondo dello sport ne ha risentito. Come credi si possa ripartire? «Per quanto riguarda il professionismo le competizioni si disputano però questa situazione crea dei disagi importanti. Per viaggiare bisogna fare il tampone, appena arrivi un altro tampone, in hotel un altro ancora e sei in una bolla…insomma ti senti sotto pressione e non ti fa stare in una situazione di benessere e tranquillità. Chi è vicino all’atleta deve cercare di tranquillizzarlo e stargli vicino in modo che possa rendere al meglio senza avere troppe distrazioni. Per quanto riguarda il dilettantismo o il mondo delle palestre, credo che nessuno pensasse a una cosa del genere. Prima o poi dovremo ripartire e ridare tutti i mesi di lavoro

che non abbiamo dato ai clienti a nostre spese. Non sarà facile. Mi auguro che prima possibile si possa riprendere anche nelle palestre. Con alcune regole si può lavorare in sicurezza». Per i tuoi atleti quali sono gli obiettivi per questo 2021? «L’obiettivo è fare il meglio possibile. Per quanto riguarda Galovic l’obiettivo è quello di riportarlo dov’era un anno fa, ovvero nelle qualificazioni dei grandi slam. Per Aurora siamo all’inizio di un progetto più lungo e l’obiettivo iniziale è innalzare la sua classifica. Per Bortolotti l’obiettivo è solidificare quanto fatto finora. Sono ragazzi splendidi spinti da una passione e una voglia di migliorarsi che è impagabile». I tuoi obiettivi per questa stagione? «Sicuramente fare il massimo in questo nuovo ambiente in cui ho deciso di lavorare oltre a risanare la situazione della palestra su cui assieme ai miei soci stiamo puntando molto. Il nostro obiettivo è diventare un punto di riferimento nel territorio veronese».

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Foto: Gaac 2007 Veronamarathon Asd

EVENTO

GRHM 2021: finalmente si torna a correre! CESARE MONETTI

È

fuori discussione: la voglia di tornare a correre e a gareggiare, per i podisti di tutte le categorie, è davvero grande. Il Covid, da oltre un anno, ha bloccato quasi la totalità degli eventi dedicati ai runner di tutto il mondo. Il 13 giugno prossimo, però, Verona segnerà un punto di (ri)partenza grazie alla Giulietta&Romeo Half Marathon evento organizzato da ormai oltre un decennio dalla Gaac 2007 Veronamarathon Asd, società che si è profondamente rinnovata dalla seconda metà del 2020. La mezza veronese, è bene ricordarlo, è stata uno degli ultimi eventi sportivi di massa in Italia dello scorso anno (prima del lockdown primaverile); a Febbraio 2020 infatti la Giulietta&Romeo Half Marathon fu anche Campionato Italiano Assoluto Fidal, consegnando il titolo a Daniele D’Onofrio e Valeria Straneo. Il vincitore assoluto della gara fu il keniano Joel Maina Mwangi (Asd Dinamo Sport) con uno fenomenale 1h00’40”, a soli 16” dal primato della competizione. “Finalmente si torna a correre” – evidenzia l’Assessore allo sport di Verona Filippo Rando – “e si riparte proprio da Verona. Poter guardare all’estate e riprogrammare la prima grande corsa nazionale è un motivo di immensa gioia. La città non vede l’ora, sono certo che quest’anno più che mai la partecipazione sarà sentita, anche se contingentata. Ringrazio gli organizzatori che, come sempre, saranno puntuali non solo nell’organizzazione ma anche nel far rispettare tutte le norme dettate dal periodo che stiamo vivendo”. Anche il Sindaco di Verona Federico Sbo-

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arina plaude all’iniziativa: “Sentiamo la mancanza degli eventi sportivi a Verona e la Giulietta&Romeo Half Marathon è un evento storico. Ringrazio gli organizzatori per l’impegno e lo sforzo ad organizzare un evento di questo tipo. Giugno sarà il mese del ritorno e della ripartenza, qualche giorno dopo la mezza maratona avremo la Prima in Arena con il maestro Riccardo Muti e anche Vinitaly. Giugno avrà tanti appuntamenti che potranno portare in assoluta sicurezza e tranquillità tante persone nella nostra città. In bocca al lupo agli organizzatori e ai partecipanti che verranno a Verona, persone importanti per far andare avanti la nostra economia”. Data e iscrizioni La Giulietta&Romeo Half Marathon 21,097km, gara internazionale rientrante nei calendari di World Athletics, Aims e insignita del Gold Label Fidal, prenderà il via alle ore 7 di domenica 13 giugno 2021.  Data e orario non usuali per lo svolgimento della gara veronese, ma ci sarà comunque tanto da divertirsi, sarà la prima vera grande gara del 2021,il ritorno dei runners in grande stile.  Sono ammessi massimo 4000 podisti, numero limite definito dagli organizzatori per consentire la miglior gestione possibile per evitare assembramenti. Sarà comunque un evento importante per il rilancio del turismo a Verona considerando l’importante indotto economico generato da un evento di simile portata. Le iscrizioni sono aperte e si possono effettuare sul nuovo sito  www.giuliettaeromeohalfmarathon.it Misure sanitarie L’evento è organizzato con il massimo scrupolo in termini di normative sicurez-

za sanitaria anti Covid 19 che saranno in vigore il giorno della gara. Ad ogni partecipante verrà misurata la temperatura corporea e già sono previste onde di partenza come consentito dalle attuali normative del protocollo Fidal. L’arrivo non sarà più nella centrale piazza Bra, decisione pressoché obbligatoria per tutelare gli atleti, non obbligandoli così a prendere autobus-navette di trasferimento per tornare allo Stadio a recupere l’auto o altro dopo aver tagliato il traguardo in centro. In questa maniera vengono anche tutelati i tanti volontari che si occupavano del trasporto borse e indumenti dalla partenza all’arrivo. Il percorso Rispetto allo scorso anno tante sono le novità. In primis, per poter rispettare le normative COVID-19, la partenza e l’arrivo saranno entrambe allo Stadio Bentegodi, un’area molto ampia nella quale si previene il rischio di assembramento. Per la stessa ragione, anche l’arrivo avverrà nella stessa area, evitando così la necessità di navette dal centro verso la partenza come avveniva in precedenza quando l’arrivo era in piazza Bra. Un percorso quindi rinnovato, da correre tutto d’un fiato in un giro unico, senza sovrapposizioni, e che promette di essere più veloce di quello classico grazie ad un numero minore di curve. Un percorso che parte dalla periferia e tocca due volte il centro storico, sia nei primi chilometri che nella seconda parte, ma nel contempo è veloce e respira sui Lungadige. Questi i principali step: - dalla partenza al km 5. Partenza dallo Stadio Bentegodi in direzione di Porta Nuova (km 2). Al km 3 incontriamo il palazzo seicentesco della Gran Guardia che, con i suoi 86 metri di lunghezza, svetta nel lato sud della

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centrale Piazza Bra, dove c’è l’anfiteatro Arena e palazzo Barbieri sede del Comune di Verona. I podisti lo lasceranno per incontrare, ormai al 4km, la Chiesa di San Fermo Maggiore o dei Santi Fermo e Rustico che ospita anche la Cappella degli Alighieri. Ancora un chilometro (5km) per raggiungere la splendida Piazza delle Erbe e la Torre dei Lamberti che, coi suoi 84 metri, è ad oggi l’edificio più alto della città di Verona. La Torre ospita le due campane, il Rengo, usata per richiamare il popolo a raccolta in caso di pericoli, e la Marangona, per scandire la vita quotidiana. Lasciamo la Torre dei Lamberti per ammirare la Basilica di Sant’Anastasia ed il suo magnifico portale ornato con pitture e sculture, famosa per lo spettacolare affresco “San Giorgio e la Principessa” del Pisanello. dal km 6 al km 15. Da qui si corre per un chilometro in direzione della Chiesa di Sant’Eufemia, un edifico religioso di notevoli dimensioni e dal magnifico portale quattrocentesco. Al km 6 incontriamo il Ponte della Vittoria, costruito per celebrare il 4 novembre 1918, giorno della vittoria nella battaglia di Vittorio Veneto e della fine della Grande Guerra, oltre che per ricordare i veronesi Caduti. Si prosegue lungo l’Adige di cui si ammirerà la bellezza fino al km 15. Qui il percorso è liscio e filante e permette di guadagnare preziosi secondi sul proprio cronometro, è il momento centrale della gara, si può iniziare ad aumentare il proprio ritmo di gara. dal km 16 all’arrivo. Al km 16 circa raggiungiamo il Ponte del Risorgimento, a pochi metri dalla medievale Torre della Catena, costruito per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia. Poche centinaia di metri per ritrovarci in Porta Borsari, conosciuta come Porta Iovia, anticamente sede di riscossione dei dazi sulle merci in transito. In un battibaleno da qui si arriva all’Arena, iconico anfiteatro romano noto in tutto il mondo, uno dei migliori quanto a stato di conservazione, sede di rappresentazioni liriche di impareggiabile livello. In uscita dalla Piazza Brà si percorre Via Roma per arrivare al maestoso Castelvecchio e da qui in poche centinaia di metri ci ritroviamo ad ammirare la monumentale Porta Palio, realizzata su progetto dell’architetto Michele Sanmicheli. Manca davvero poco per tagliare il nuovo traguardo nell’area dello Stadio Bentegodi.

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Programma di allenamento Training GRHMGaac2007 Veronamarathon Asd per l’edizione 2021 della G&M half marathon scaligera ha ideato il Programma di allenamento Training GRHMGaac2007che può portare a tagliare il traguardo con la massima soddisfazione e il massimo divertimento, perché poi il fine della corsa è proprio questo: benessere, divertimento e se si può e si vuole, prestazione agonistica. Ognuno con il proprio livello. Si partirà dai -100 giorni alla Giulietta&Romeo Half Marathon, da inizio marzo, tempo perfetto perché tutti possano seguire il programma dall’inizio alla fine, facendo una preparazione atletica completa. Tutti possono trarne giovamento e raggiungere il proprio obiettivo, da chi ancora oggi è sul divano e crede sia semplicemente impossibile, dal camminatore al runner neofita che corre solo da qualche mese e vuole fare l’esordio sulla distanza di 21,097km o addirittura fare la sua prima competizione agonistica. Training GRHM è l’ideale anche per chi è più esperto e sogna di battere il primato personale. Il coach Responsabile del progetto è il 35enne Dario Meneghini, laureato in Scienze Motorie, lavora da 8 anni nel settore Running preparando atleti di ogni livello a raggiungere i loro risultati. Titolare di “Running Dream”, organizza stage di

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allenamento, allenamenti di gruppo ed è coordinatore del team KM Sport. Nel suo palmares un passato da buon atleta in pista: i suoi personali sono 1.51.75’’ (800m), 3.51.40’’ (1500m), 8.34.0’’ (3000m), 32.07’’ (10km), 1.12.17’’ (mezza maratona) e da qualche anno ha fatto della sua passione il suo lavoro. Gli allenamenti Per tutti vi sarà la tabella di allenamento e l’accesso riservato a 4 webinar istruttivi. Sul sito Giuliettaeromeohalfmarathon.it nella sezione Allenamenti una personale ‘AREA RISERVATA’ dove troverà costantemente tutte le informazioni come la tabella d’allenamento e i link per i 4 webinar live in programma da marzo a giugno, ad oggi così strutturati: Metodologia d’allenamento/preparazione atletica, Alimentazione, Metodolgia d’allenamento/ preparazione atletica ed infine Breafing finale pre gara, gli ultimi consigli del preparatore atletico e del nutrizionista. In questi mesi verranno anche inserite eventuali nuove iniziative e facilitazioni in maniera esclusiva. Due i livelli d’allenamento da scegliere nel pannello d’iscrizione alla gara: - gold training: è il ‘trattamento’ di più alto livello, riservato speciale a solo l’1% dei partecipanti totale della gara. Un limite massimo dunque di 40 persone possibili. Il costo del Gold Training GRHM con la consulenza personale di Dario Meneghini è di euro 90,00. Successivamente, direttamente

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con il tecnico, vi sarà da fare il Test di valutazione funzionale con anamnesi, condivisione obiettivi e test pratico per trovare la soglia anaerobica e le zone cardio, in presenza al costo 80 euro, oppure se non si è in zona veronese consulenza telefonica a distanza, anamnesi, raccolta dati e test indiretto per conoscere lo stato di forma costo 40 euro. silver training: Per questo programma non ci sono limiti partecipativi e per i 100 giorni d’allenamento il costo è di 50 euro. Ogni utente che avrà acquistato il servizio nella propria area riservata sul sito avrà la propria tabella di allenamento con cadenza mensile a partire da inizio marzo, a seconda della propria condizione fisica di partenza e dunque suddivisa in tre macro-categorie: neofita, normal runner ed esperto. Categorie che saranno individuate tramite un breve questionario conoscitivo che gli utenti dovranno completare. Anche i runner ‘Silver’ potranno accedere ai 4 webinar dedicati e sopracitati.

Per info, aggiornamenti e iscrizioni www.giuliettaeromeohalfmarathon.it Chiusura iscrizioni il 15 maggio per spedizione a casa del pacco gara e pettorale Chiusura iscrizioni il 31 maggio per chi opta per il ritiro pettorale il giorno 12 giugno (no ritiro pettorali la domenica mattina)


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Multisport, una raccolta di proposte motorie ANDREA ETRARI

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o sport è di primaria importanza per la crescita dei giovani. Ogni disciplina non solo permette lo sviluppo della motricità, ma contribuisce inoltre alla formazione della personalità e dell’area cognitiva. A partire dall’infanzia, l’attività sportiva stimola e arricchisce chi la pratica. Tutte le attività sportive “giocano” un ruolo fondamentale nello sviluppo e nella crescita; tuttavia per quanto ciascuna proposta possa essere attrattiva e coinvolgente, non bisogna dimenticare che ogni disciplina possiede elementi differenti di arricchimento motorio. Per questo è bene pensare a una programmazione didattica ed a una strategia di allenamento affinché le discipline sportive possano trovare un punto di intersezione e conseguire finalità omogenee. Il concetto di transfer permette di collegare coerentemente fra loro vari sport per raggiungere obiettivi comuni e trarre benefici reciproci in termini di ricchezza di contenuti e varietà di stimoli. Dal docente di scuola al tecnico di federazione, dall’istruttore all’animatore, chiunque dovrebbe partire proprio da questo assunto per sviluppare e proporre nuove modalità di allenamento capaci di determinare e conseguire molteplici obiettivi. Il titolo Multisport richiama gli specifici contributi che possono essere forniti dai vari sport alla formazione globale dell’individuo,

soprattutto, ma non solo, dal punto di vista fisico-motorio. Una proposta alternativa e nuova pensata per ampliare gli orizzonti delle competenze motorie in un periodo caratterizzato da un severo sedentarismo largamente diffuso tra i giovani. Utilizzando la leva dello sport, il libro fornisce nuove opportunità di sviluppo sociale per consolidare la personalità del singolo e la per-

cezione del sé in un gruppo. Seguendo differenti discipline e le curiosità che ogni sport cela, i ragazzi/e verranno coinvolti in attività che favoriscono l’integrazione e l’inclusione sociale, garantendo a tutti nuove possibilità di espressione e fornendo nuovi stimoli per la ricerca del proprio talento. Le schede In ambito filosofico e teologico morale è ben conosciuto lo schema degli 8 elementi creato da San Tommaso D’Aquino nella sua opera più famosa, la Summa Theologiae, in cui, alla fine del XII secolo, il teologo individuò gli elementi fondamentali che identificano la struttura dell’azione morale. Lo schema dell’Aquinate si adatta molto bene anche alle nostre esigenze di una rapida e schematica informazione. È facile verificare, attraverso l’uso della simbologia riportata, l’utilità di questo schema per conoscere a grandi linee i vari sport lasciando poi l’approfondimento ai vari siti web. Per problemi di spazio, le schede sono solo 10 per ogni categoria, lasciando al lettore l’approfondimento in quelle mancanti. Le prime sono inerenti a giochi/sport antichi e tradizionali, mentre le altre trattano di sport codificati, l’ultima di sport improbabili o folkloristici. Dal prossimo numero di SportdiPiù magazine Veneto, in concomitanza con la partenza del nuovo anno scolastico, pubblicheremo alcune delle schede pubblicate sul libro.

DETTAGLI PRODOTTO: Peso: 1,1 kg. / Copertina flessibile: 355 pagine, 16 capitoli, 207 schede di proposte motorie / Dimensioni: 21 x 29,7 cm. / Editore: Stimmgraf INDICAZIONI PER RICEVERE IL LIBRO Per ricevere il libro MULTISPORT che sostiene lo sport scolastico, fare una donazione seguendo la procedura: - eseguire un bonifico bancario intestato a: VALPOLICELLA BENACO BANCA CREDITO COOPERATIVO S.C. - CODICE PAESE: IT CIN EURO: 35 CIN IT: L ABI: 03599 CAB: 01800 C/C BANCARIO N.: 000000135540 intestato all’ente di Tesoreria: Istituto Comprensivo Statale di Caprino, Via S. Pertini, 22– 37013 – Caprino Veronese - Codice fiscale N° 90011140234. - comunicare per e-mail all’indirizzo: educazionefisica@istruzioneverona.it l’avvenuto versamento (Euro 15,00 costo libro + Euro 5,00 di spese postali in caso di spedizione) tramite bonifico bancario specificando in caso di spedizione postale i dati necessari (nome, cognome, via, cap, città dove ricevere la spedizione postale). Chi non usufruisse della spedizione postale (il bonifico sarà quindi di Euro 15,00), può ritirare il libro presso l’Ufficio Educazione Fisica dell’UAT di Verona in viale caduti del lavoro, 3 Verona.

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THE BEST

WORKOUT SONGS

Le migliori 100 canzoni per un allenamento no time

Come allenarsi al meglio a ritmo di musica You Shook Me All Night Long — AC/DC JAM Take Over Control — Afrojack (feat. Eva Simons) Addicted to You (David Guetta Remix) — Avicii Wake Me Up — Avicii 212 — Azealia Banks, Lazy Jay Harlem Shake — Baauer Brass Monkey — Beastie Boys Drunk in Love — Beyonce and JAY Z Locked Out of Heaven (Sultan + Shepard Remix) — Bruno Mars Treasure — Bruno Mars Put Your Hands Where My Eyes Could See — Busta Rhymes I Need Your Love — Calvin Harris (feat. Ellie Goulding) Let’s Go (Radio Edit) — Calvin Harris and Ne-Yo Summer — Calvin Harris Sweet Nothing — Calvin Harris (feat. Florence Welch) Safe and Sound — Capital Cities Get Lucky (Radio Edit) — Daft Punk (feat. Pharrell Williams and Nile Rodgers) One More Time — Daft Punk Titanium — David Guetta (feat. Sia) Memories — David Guetta (feat. Kid Cudi) F For You — Disclosure Latch — Disclosure and Sam Smith All I Do Is Win — DJ Khaled (feat. T-Pain, Ludacris, Snoop Dogg and Rick Ross) Turn Down for What — DJ Snake and Lil Jon Party Up — DMX Danza Kuduro — Don Omar and Lucenzo Hold On, We’re Going Home — Drake and Majid Jordan Burn — Ellie Goulding The Monster — Eminem and Rihanna Walking on a Dream (Empire of the Sun) Call On Me (Radio Edit) — Eric Prydz American Boy — Estelle and Kanye West Praise You (Chill Mix) — King Arthur and Michael Meaco Bad Vibrations — Jesper Jenset Everlong — Foo Fighters Freaks — French Montana and Nicki Minaj Sad Sad City — Ghostland Observatory Tongue Tied — Grouplove Paradise City — Guns N’ Roses Jump Around — House Of Pain I Love It — Icona Pop (feat. Charli XCX) Radioactive (Remix) — Imagine Dragons (feat. Kendrick Lamar) Marry Me — Jason Derulo All of Me (Tiesto’s Birthday Treatment Radio Edit) — John Legend, Jason Agel and Tiesto SexyBack — Justin Timberlake (feat. Timberland) Suit & Tie — Justin Timberlake (feat. JAY Z) Take Back the Night — Justin Timberlake Higher Love — Kygo and Whitney Houston Black Widow — Iggy Izalea and Rita Ora Clique (Album Version) — Kanye West, JAY Z and Big Sean

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Mercy (Edited Version) — Kanye West, Big Sean, Pusha T, 2 Chainz POWER (Album Version) — Kanye West Dark Horse — Katy Perry and Juicy J Pursuit of Happiness (Extended Steve Aoki Remix) — Kid Cudi, MGMT, Ratatat, Steve Aoki Alive (Cash Cash and Kalkutta Remix) — Krewella, Cash Cash and Kalkutta Summertime Sadness (Cedric Gervais Remix) — Lana Del Rey and Cedric Gervais Are You Gonna Go My Way — Lenny Kravitz Outta Your Mind — Lil Jon and LMFAO Royals — Lorde Team — Lorde Y.A.L.A. — M.I.A. Thrift Shop — Macklemore and Ryan Lewis (feat. Wanz) Can’t Hold Us — Macklemore and Ryan Lewis (feat. Ray Dalton) Pon De Floor — Major Lazer and Vybz Kartel Watch Out For This (Bumaye) — Major Lazer, Busy Signal, The Flexican and FS Green Animals (Victor Niglio and Martin Garrix Festival Trap Mix) Martin Garrix and Victor Niglio The Night Out (A-Trak vs. Martin Rework) — Martin Solveig Spectrum (Acoustic) — Matthew Koma Electric Feel — MGMT 4 My People — Missy Elliot (feat. Eve) Get Your Freak On — Missy Elliot Hip Hop Hooray — Naughty By Nature Ride Wit Me (Album Version) — Nelly and City Spud Pound The Alarm (Edit) — Nick Minaj Counting Stars — OneRepublic If I Lose Myself (Alesso vs. OneRepublic) — OneRepublic and Alesso Million Voices — Otto Knows Hey Ya! — OutKast The Way You Move — OutKast (feat. Sleepy Brown) Happy — Pharrell Williams Who (Radio Edit) — Tujamo and Plastik Funk Otherside — Red Hot Chili Peppers Where Have You Been — Rihanna Blurred Lines — Robin Thicke, T.I., Pharrell Williams Walk This Way — Run-D.M.C. (feat. Aerosmith) What I Got — Sublime Don’t You Worry Child (Radio Edit) — Swedish House Mafia and John Martin Greyhound — Swedish House Mafia One (Your Name) — Swedish House Mafia and Pharrell Williams Mr. Brightside — The Killers Hypnotize — The Notorious B.I.G. Start Me Up (Remastered) — The Rolling Stones The Seed (2.0) — The Roots and Cody Chesnutt Seven Nation Army — The White Stripes Red Lights — Tiesto Blow the Whistle — Too $hort #thatPOWER — will.i.am and Justin Bieber Work Hard, Play Hard — Wiz Khalifa Clarity (Tiesto Remix) — Zedd (feat. Foxes) Crash Into Me — Steve Aoki and Darren Criss


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