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• INTERVISTA/Michele Bertucco

VERONA

PRIMO PIANO L’ambiente, precondizione della politica e dell’economia

FORZIERI VUOTI A PALAZZO BARBIERI

SENZA UNA LIRA www.veronainblog.it N°31 - MARZO 2012 - TRIMESTRALE EDITO DALLO STUDIO EDITORIALE GIORGIO MONTOLLI - POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N° 46) ART. 1, COMMA 1 - DCB VR


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Luglio 2008


L’ambiente, pre condizione della politica e dell’economia

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Alla vigilia delle elezioni un “manifesto” per la città di Verona che indica il punto di incontro tra politiche non più ineludibili e sviluppo

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VERONA

di Paolo Ricci * Nel terzo millennio la tutela dell’ambiente non può più costituire il punto programmatico di una parte politica giocato in competizione con altri contrapposti dagli avversari. Certamente la dialettica democratica richiede sempre la presenza di una polarità, maggioranza e opposizione. È anche vero però che questa dialettica, onde evitare pericolose derive autoritarie, deve svolgersi all’interno del perimetro di categorie valoriali e regole condivise. A esse bisogna aggiungere ora anche la tutela dell’ambiente perché non più configurabile come opzione, ma come necessità ineludibile. Infatti, tenuto conto degli incrementi demografici attesi nel mondo, della crescita della domanda di beni di consumo dei paesi più svantaggiati, l’eco-efficienza del nostro sistema produttivo dovrebbe aumentare di 10 volte. E questo sarebbe possibile solo utilizzando il 10% delle risorse che oggi impiegano le società industriali. Altrimenti servirebbero altri pianeti. Gli economisti ci dicono che nessuna innovazione tecnologica può garantire questo risultato. È inevitabile quindi che il modello eco-sostenibile del futuro prossimo dovrà essere radicalmente diverso dall’attuale. Le leggi economiche diventano così leggi fisiche. Questo scenario non può essere rimosso dalla amministrazione locale, perché lontano e ricadente nelle disponibilità di decisori altolocati, ma costituirne il riferimento primo da cui far discendere tutte le politiche del territorio. Quindi concorrere dalla base alla costruzione di un sistema. La nostra città non può farsi cogliere impreparata, ma trasformare lo svantaggio della crisi economica in un’occasione di radicale cambiamento, assumendo proprio l’Ambiente non solo come bene primario da difendere,

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ma come motore di un diverso sviluppo in grado comunque di produrre ricchezza. Cerchiamo di indicare sinteticamente gli anelli di una filiera d’interesse per un candidato Sindaco. Traffico Negli ultimi 11 mesi del 2011 Arpa Veneto ha registrato 105 giornate in cui il livello di polveri sottili ha superato il valore dei 50 microgrammi per metro cubo, già di gran lunga superiore al limite stabilito dalle legge comunitaria di 35, che fa di Verona la terza città più inquinata di Italia dopo Torino e Milano. Il traffico costituisce la componente principale dell’inquinamento dell’aria con pesanti ricadute sulla salute dei cittadini, in termini d’incremento della mortalità a breve e mediolungo termine, nonché maggior prevalenza di patologie croniche, come ribadito unanimemente dalla letteratura scientifica. S’impone quindi una drastica riduzione del traffico veicolare privato, a partire dal centro storico, con ZTL che consentano soltanto: ai disabili i propri spostamenti, ai residenti il raggiungimento della propria abitazione, ai negozianti il carico-scarico merci, agli artigiani il trasporto delle attrezzature, oltre il transito di mezzi pubblici. Naturalmente vanno incentivati i veicoli elettrici o metanizzati e penalizzati quelli maggiormente inquinanti. Sono da prevedere parcheggi scambiatori per auto e motocicli in diversi poli della città ubicati in aree esterne che non comportino impatto per alcuna popolazione residente, collegati con una rete di navette, ad alimentazione elettrica o in subordine gas metano, ad alta frequenza di transito e funzionanti per l’intero arco della giornata, in grado quindi di raggiungere sempre i diversi quartieri della città. Sono da respingere soluzioni di trasporto pubblico almeno urbano, ma tendenzialmente anche

extra-urbano, che prevedano trazioni diesel con abbattimenti delle emissioni più o meno spinti, ma mai azzerabili. Queste notoriamente contribuiscono ad alimentare le componenti dell’inquinamento atmosferico più pericolose per la salute. Parallelamente va prevista una rete continua e protetta di piste ciclabili, con parcheggi e possibilità di noleggio giornaliero, che possa costituire una parziale alternativa all’utilizzo del mezzo collettivo motorizzato. Sono da rifiutare interventi di cosiddetta riqualificazione ambientale che prevedano, spesso come contropartita a project financing, strutture attrattive di traffico, quali centri commerciali, stazioni di servizio, cinema multisala, ristorazioni di massa, ecc. Analoga considerazione vale per le grandi opere di attraversamento della città che se in via teorica sembrano, anche alla luce di autorevoli valutazioni, decongestionare alcune aree urbane, pur a prezzo di un’importante consumo del territorio e del paesaggio, a gioco lungo finiscono per richiamare traffico che si espande seguendo la logica dei vasi comunicanti, per cui nulla viene risparmiato. E questo nell’esperienza internazionale. Se poi si aggiunge la spada di Damocle di un project financing che legittimamente esige la garanzia di un profitto agli investitori privati, ogni eventuale vincolo introdotto in fase di progettazione è destinato progressivamente a cedere. Sui piatti della bilancia scompaiono i benefici apparenti e permangono i costi reali, cioè l’ulteriore consumo dell’ambiente che ci ospita. Rifiuti In Europa la pratica dell’incenerimento è in declino, in Italia è diventata invece una delle principali attrattive degli investitori per la produzione di energia. Gli impianti dedicati hanno così modificato il

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Primo p ia-

Acerrimi concorrenti dell’inceneritore, gestito per lo più da aziende partecipate che perseguono legittimamente un profitto, sono la raccolta differenziata, il riciclo e le produzioni industriali virtuose che producono meno scarti, perché sottraggono loro un combustibile non solo gratuito, ma addirittura retribuito

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fine per cui sono stati inizialmente progettati e costruiti. Non più la distruzione dei rifiuti per ridurre i conferimenti in discarica, ma l’utilizzo dei rifiuti quale fonte energetica, da cui il cambio di nome in “termovalorizzatori”. Acerrimi concorrenti dell’inceneritore, gestito per lo più da aziende partecipate che perseguono legittimamente un profitto, sono quindi la raccolta differenziata, il riciclo e le produzioni industriali virtuose che producono meno scarti, perché sottraggono loro un combustibile non solo gratuito, ma addirittura retribuito. Se non fosse per l’inquinamento ambientale e il conseguente danno alla salute che fumi e ceneri di questi impianti producono, si tratterebbe di un mero problema di mercato. Invece i danni ci sono, più o meno grandi a seconda delle dimensioni dell’impianto e della tecnologia impiegata, e la letteratura scientifica li riporta: non solo cancro, ma anche eventi avversi della riproduzione che colpiscono la vita alla radice. La comunità scientifica è divisa non tanto sull’effettività del danno ma sulla sua entità e quindi sulla conseguente tollerabilità sociale, che a volte risulta molto ampia come per l’accettazione del rischio d’incidente stradale. La responsabilità della scelta ricade però da ultimo sul Sindaco, in quanto prima autorità sanitaria e rappresentante della volontà generale. Se il problema è lo smaltimento

dei rifiuti, la scelta più salubre, e anche più economica per un bilancio pubblico (e non privato), rimane indubbiamente la raccolta differenziata e il riciclo che proprio in una brillante esperienza veneta si approssima ormai a una efficienza del 100%. Riqualificazione urbana Sembra quasi ineluttabile che il capitale privato possa essere coinvolto in opere di interesse pubblico soltanto se queste prevedono colate di cemento e nuova occupazione di territorio. In una economia di mercato l’offerta potenziale di questo capitale non può però essere ignorata, soprattutto in una fase di riduzione dei trasferimenti locali del capitale pubblico, talché appare necessario promuovere iniziative alternative in grado di garantire un’effettiva concordanza di interessi. È a questo punto che l’ambiente può diventare leva di un nuovo sviluppo. La storia dell’architettura può essere riletta anche come storia del “ri-ciclo”, nella misura in cui le opere del passato non siano state distrutte, per riutilizzarne semplicemente la materia prima come spesso accaduto, ma incluse in una nuova struttura che custodisca il passato senza imitarlo, si giustapponga a esso aggiungendo elementi di contemporaneità per creare un’opera altra, integrare passato e presente, e conferire così all’insieme un nuovo significa-

to espressivo. “Ri-ciclo” quindi nella duplice valenza di recupero dinamico e creatività formale. Il duomo di Siracusa, in cui un tempio greco è inglobato in una chiesa cristiana, ne costituisce uno degli esempi storici più emblematici. Ma è a partire dagli anni ’70 che questa pratica ha assunto una diversa consapevolezza, sollecitata dalla rapida trasformazione del paesaggio industriale e post-industriale che con il suo indotto di periferia urbana abbandona e conquista sempre nuovi spazi incrementando un consumo insostenibile di territorio. Numerose sono le esperienze compiute ormai in tutto il mondo: il tunnel di Trento, il rifugio antiatomico di Stoccolma, la discarica di Barcellona, la ex-city-car di Detroit, le cave di San Paolo del Brasile, ecc. Quindi modi intelligenti e anche artisticamente allettanti per riqualificare aree urbane dismesse e quartieri degradati esistono in concreto. Richiedono soltanto progetti di ampio respiro per ottenere contestualmente investimenti redditizi e valorizzazione del bene comune. Innovazione tecnologica Nella lontana Porto Torres e nella vicina Porto Marghera, due dei 44 Siti inquinati di Interesse Nazionale (SIN) causati dall’industria chimica, si è deciso di sfruttare l’occasione degli interventi di bonifica ambientale per dare vita a un parco di ricerca scientifico tecnologico che partendo dalla contingenza di fornire risposte all’esigenza del risanamento, andasse oltre, verso la sperimentazione di produzioni a basso impatto ambientale. A Verona almeno una parte delle aree industriali dismesse potrebbe trovare questa destinazione d’uso, partendo da eccellenze tecnologiche e da background già presenti per orientarli in questa direzione. La parte più lungimirante della classe imprenditoriale potrebbe essere convinta nel partecipare a questa operazione, sulla scorta di esperienze di riferimento. La sinergia con i centri di ricerca verrebbe di conseguenza, così come la creazione di un indotto qualificato non appiattito sul comparto commerciale tradizionale.

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Primo p iano Verona non è Parigi, ma può aspirare almeno a fare della cultura una forza propulsiva e non solo un “avanzo”, che spesso deve contendere la scarsità di risorse con i pessimi surrogati del folclore locale. L’università e la scuola costituiscono ottimi riferimenti a cui la città potrebbe aprire le porte in termini di iniziative in grado però di creare progressivamente appeal in fasce più estese di popolazione ed orientare verso nuovi bisogni e quindi consumi “immateriali”

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VERONA

Cultura La cultura è vittima del luogo comune, proferito purtroppo anche in sedi istituzionali, secondo cui “con la cultura non si mangia”. Dietro questa valutazione tranchant sta la convinzione che la cultura non sia anche una merce, cioè un ente provvisto di valore d’uso e valore di scambio, ma tuttalpiù un catalizzatore tecnologico della produzione di merci che non si possono definire tali se non possiedono il carattere della materialità. Se consideriamo che il valore di mercato di un’opera d’arte non dipende dal lavoro necessario per costruirla, ormai demandato a tecnici esecutori, ma dal lavoro intellettuale che ha generato l’idea, allora i conti non tornano. Si definisce quindi merce anche un’entità immateriale, purché sia collocabile in un mercato caratterizzato da una domanda e da un’offerta di questo tipo di merce. Ricordiamo che il mercato è per sua natura amorale e funziona sia che si mettano in circolazione automobili, organi umani o poesie. L’importante è il gioco della domanda e dell’offerta. Se vogliamo evitare il superamento della resilienza del nostro Pianeta, cioè la capacità di subire un’azione di disturbo senza uscire irreversibilmente dalla sua condizione di equilibrio, non basta più ridurre le emissioni inqui-

nanti, ma neppure ricorrere soltanto alle tecnologie pulite. Sono i consumi che devono diventare ambientalmente compatibili, quindi le merci. Buona parte di queste merci dovranno quindi essere necessariamente “immateriali”. Allora è proprio la cultura a rispondere a tutti i requisiti di un nuovo mercato, che per altro richiede spazi sempre più liberi da traffico. Parigi è la dimostrazione più nota che una città può riconoscere nella cultura il principale motore di sviluppo. Certo Verona non è Parigi, ma può aspirare almeno a fare della cultura una forza propulsiva e non solo un “avanzo”, che spesso deve contendere la scarsità di risorse con i pessimi surrogati del folclore locale. L’università e la scuola costituiscono ottimi riferimenti a cui la città potrebbe aprire le porte in termini di iniziative in grado però di creare progressivamente appeal in fasce più estese di popolazione e orientare verso nuovi bisogni e quindi consumi “immateriali”. Un’estensione della funzione sociale di queste istituzioni. A questi punti si dovrebbe tuttavia aggiungere una sistematica ricognizione e valutazione delle tante esperienze culturali extra-istituzionali di qualità che occupano posti di nicchia ma che meriterebbero di essere portate alla luce e promosse

da un’amministrazione comunale, favorendo un allargamento del loro pubblico e quindi della domanda di cultura. Recupero risorse I vizi dei governanti sono spesso una gigantografia dei vizi dei governati e i vizi della capitale quella dei capoluoghi di provincia. Quindi cominciamo da noi. A Verona sono una cinquantina le cosiddette aziende partecipate con rappresentanti del Comune a volte molto ben remunerati. Da sempre una larga sacca di clientela. Fare un po’ d’ordine costituirebbe un segnale molto positivo che la politica (in questo caso locale) lancerebbe ai cittadini. Alcune tipologie appaiono francamente anacronistiche, e quindi vanno riconvertite o soppresse. Altre invece, di indubbia utilità sociale, vanno riformate. Sarebbe sufficiente integrare e aggregare le aziende di trasporto da una parte e le aziende di servizi dall’altra per abbattere la pletora dei consigli di amministrazione e rendere molto più trasparenti le gestioni, con significativi risparmi per le casse pubbliche e quindi maggiori possibilità d’investimento per gli interventi di “riconversione ambientale” della nostra città su cui è necessario puntare. * Docente di Sanità pubblica. Università Ca’ Foscari di Venezia

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Giustizia e pace sono impegni che rendono vere le persone C’è il pericolo della rinuncia ad assumere in proprio le responsabilità, preferendo delegare organismi chiamati “competenti”, ma capaci di rendere evanescente il carico che ogni membro della convivenza sociale dovrebbe invece responsabilmente portare di Rino Breoni* Dagli anni del Seminario, la consuetudine di vita mi ha fatto diventare assolutamente normale quella che di solito viene chiamata una “levataccia”. Così in ore antelucane mi ritrovo nello studio per iniziare la giornata con la preghiera, quella che comunemente è indicata come “Breviario”, ma che, forse, pochi sanno essere “preghiera pubblica”, cioè preghiera che io faccio in nome di tutta la comunità cristiana, ma anche in nome di tutti, credenti o meno. È un onere che la Chiesa mi ha affidato da quarantacinque anni, che quotidianamente scandisce il mio tempo e mi ricorda una dimensione di responsabilità ministeriale. Così, mentre la città è ancora immersa nel sonno, mentre nel corso sul quale si dà il mio studio passano in velocità rari automezzi, mi immergo nella poesia umanissima e a volte drammatica dei Salmi, nelle letture bibliche, nelle intercessioni. Mi ha colpito una frase del profeta Isaia, voce ritornante in tutto il periodo natalizio: “Effetto della giustizia sarà la pace, frutto del diritto una perenne sicurezza”. Ancor prima di iniziare la preghiera, mentre riordino la mia stanza e curo l’igiene personale, ascolto il primo giornale radio. Le notizie di cronaca, oltre al ricorrente tema della manovra economica, sono tragiche: roghi provocati da intolleranza

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sociale, stragi di persone non gradite, omicidi passionali, aggressioni, violenze di ogni genere. Che lo si voglia o meno, queste notizie creano uno stato d’animo colmo di amarezza impotente. Poi il pacato messaggio profetico “giustizia e pace, diritto e sicurezza” richiamato dalla Chiesa proprio nel tempo in cui anche laicamente si celebrano le feste natalizie. Realtà come la giustizia che genera la pace è una mèta cui tendono i trattati internazionali e gli sforzi di continui dialoghi politico-sociali a tutti i livelli. Realtà come il diritto, cui viene facile associare il dovere, pare doversi circoscrivere negli sforzi della elaborazione delle leggi, della giurisprudenza. Ed è vero. C’è tuttavia, in questo modo di pensare, un pericolo, ed è quello di una rinuncia da parte di ogni singola persona ad assumere in proprio le responsabilità che le si addicono per una delega a organismi chiamati “competenti”, ma capaci di rendere evanescente il carico che ogni membro della convivenza sociale dovrebbe invece responsabilmente portare. Non si tratta di intimismo, ma di una pertinente e corretta assunzione di doveri e diritti. La giustizia è spazio che va occupato e vissuto, nel quotidiano, da ciascuno di noi; è l’esercizio utile di competenze, di spazi operativi nella consapevolezza di doveri e diritti, nel rispetto dell’altrui e della propria libertà. Il dovere è un debito che ciascuno assolve nei confronti delle persone con cui vive, nell’ambiente in cui è inserito. Per poterlo assolvere, invece di discorsi che sanno di “massimi sistemi”, meglio sarebbe che ciascuno si interrogasse su due elementi che, personalmente, ritengo indispensabili: i tratti della propria identità personale, lo sviluppo armonioso delle componenti che lo costituiscono, cioè la maturità e anche la qualificazione professionale come competenza nei settori in cui si opera. Una giustizia così intesa, come cammino di ciascuno per maturare un profilo personale che ricerca continuamente equilibrio e armonia, non può che generare un incontro con gli altri, privo di aggressività prevaricante. L’assunzione scrupolosa dei doveri personali nel piccolo spazio in cui si opera, matura anche il senso del diritto privo di rivendicazioni. La “profezia”, anche se biblicamente è un messaggio di Dio, può rivelarsi speranza e indicazione di un futuro di pace e sicurezza. *Rettore di San Lorenzo in Verona

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DIARIO ACIDO di Gianni Falcone


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CONFCOOPERATIVE VERONA

Numeri confortanti e una nuova sede per Confcooperative Verona

378 cooperative (117 attive nell agroalimentare e 94 nel terzo settore), 53.750 soci, un fatturato complessivo di circa 3,5 miliardi di euro. Sono i numeri della cooperazione veronese, che produce occupazione nonostante la crisi. Il 2011 registra un aumento del 5% dei dipendenti, arrivati a quota 14.320. Di questi, 7.352 operano nel settore agroalimentare (che proprio nel veronese produce il 70 % del Pil nazionale), 5.820 nel sociale e i rimanenti sono suddivisi tra produzione e lavoro, banche di credito cooperativo, edilizia, consumo, sport e turismo. Rispetto allo scorso anno c’è stata una flessione del 4% rispetto nel numero delle cooperative ma a determinare la dimi-

nuzione sono state anche le aggregazioni con cui le realtà cooperativistiche veronesi hanno cercato di consolidarsi per fronteggiare la crisi. Che si tratti di una realtà cresciuta costantemente nel corso del tempo sono sempre i numeri a testimoniarlo: nell’anno 1976, Confcooperative Verona contava 100 cooperative aderenti e 4 dipendenti. Ora i dipendenti sono diventati 30 e si sono moltiplicati i servizi per gli associati. Dall’iniziale tenuta della contabilità, dei libri paga e dei libri sociali, si è passati ad attivare i servizi di tipo legale, consulenziale, fiscale, finanziario, le linee strategiche di sviluppo come l’impiego di fonti energetiche alternative, i centri di associazione

agricola (CAA), la formazione, oltre che migliorare la qualità dei servizi svolti storicamente. L’implementazione dei servizi a disposizione dei soci, aumentati per numero e qualità, si è tradotta recentemente nella scelta di una sede logisticamente più idonea, individuata alla Verona Mercato: un investimento economico importante di 2 milioni e 300 mila euro che, in un momento critico come quello attuale, è un segnale di fiducia nel futuro e nel ruolo della cooperazione. Confcooperative ha sede in via Sommacampagna, 63/H a Verona e si può contattare telefonicamente allo 045 8101288 oppure tramite e-mail all’indirizzo unioncoop@confcooperativeverona.it

GIOVANI ARTIGIANI CRESCONO Tra i settori più quotati dalle nuove generazioni che si cimentano nel fare impresa, ci sono quelli delle costruzioni e delle attività manifatturiere

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Nel 2010, anno che in generale ha messo a dura prova le piccole imprese, Verona conta a livello regionale il maggior numero di imprenditori under 40. A rivelarlo sono i dati dell’Osservatorio sull’imprenditoria giovanile di Confartigianato secondo il quale, soltanto nella provincia scaligera, risiede il 21,8% (pari a 14.180 giovani) del totale degli artigiani veneti. A Verona seguono le città di Padova (con 12.614 imprenditori, pari al 19,4% del totale), Vicenza (con 11.796 imprenditori, equivalenti al 18,2%), Treviso (con 11.262), Venezia (con 9.076), Rovigo (con 3.681) e infi-

ne Belluno (con 2.314). Lo scorso anno, il comparto dell’artigianato in riva all’Adige ha primeggiato nell’intero Nord Est, registrando un incremento positivo pari al 2,1%, grazie all’ingresso di oltre mille 300 nuovi lavoratori nel settore dell’artigianato. Dopo la Lombardia, il Veneto è quindi la regione che si colloca al secondo posto in Italia per la presenza nel suo territorio di imprenditori e lavoratori autonomi di età compresa tra i 15 e 39 anni. Una performance positiva (con un +2,1%) che perde tuttavia un pò della propria valenza se messa a confronto con quanto accaduto in Italia. Rispetto a un aumento medio nazionale del 5,2%, nel 2010 è il Mezzogiorno a registrare la crescita (dell’8,9%) più consistente del numero di giovani artigiani. Seguono il Nord Ovest – dove la crescita è stata del 6,6% –,

il Centro e il Nord Est, con percentuali più modeste al 2,9% e 1,8%. Tra i settori più quotati dalle nuove generazioni che si cimentano nel fare impresa, ci sono quelli delle costruzioni e delle attività manifatturiere, scelti rispettivamente dal 43,2 % e dal 22,1% dei neo-imprenditori. Seguono i comparti dei servizi (scelti dal 12,7% dei lavoratori), del commercio all’ingrosso e al dettaglio e nella riparazione di autoveicoli e motocicli (il 5,1%) e del trasporto e magazzinaggio (il 4,9%). Sono proprio le costruzioni ad aver fatto registrare nel 2010 l’aumento maggiore di giovani imprenditori: +20,1%. Stenta a riprendersi dalle difficoltà della crisi economica il settore manifatturiero: lo scorso anno i giovani imprenditori artigiani impegnati in queste attività sono diminuiti del 14,4%.

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LA BIBLIOTECA UNIVERSITARIA ARTURO FRINZI 185 mila volumi, oltre 4 mila periodici (1.983 dei quali attivi) e 224 banche dati accessibili quotidianamente agli studenti universitari dell’Ateneo scaligero per approfondire le proprie conoscenze in ambito umanistico, economico o giuridico. Tanti e tali sono i “numeri” del patrimonio librario della Biblioteca centralizzata Arturo Frinzi. Con i suoi 480 posti dedicati alla consultazione, non è un luogo frequentato soltanto da studenti e ricercatori, ma anche da quanti desiderano prendere in prestito un libro, sfogliare una rivista o usufruire di postazioni multimediali. A dimostrarlo sono, ancora una volta i dati, perché lo scorso anno i prestiti a livello

La biblioteca Arturo Frinzi è ubicata all’interno di una chiesa edificata, assieme all’adiacente monastero, nel 1596 e dedicata a San Francesco di Paola

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480 posti dedicati alla consultazione. Non è un luogo frequentato soltanto da studenti e ricercatori, ma anche da quanti desiderano prendere in prestito un libro, sfogliare una rivista o usufruire di postazioni multimediali

locale hanno raggiunto quota 50 mila, 1.720 sono stati invece quelli interbibliotecari, le consultazioni hanno superato le 33 mila 400 e i document delivery (il servizio di prestito delle riproduzioni di documenti) sono stati infine 1.642. La biblioteca è aperta 7 giorni su 7, per un totale di 112 ore settimanali, dalle 8.15 alle 23.45. Gli utenti possono scegliere tra un’emeroteca, situata al piano interrato, nei cui spazi è possibile accedere alla consultazione di riviste a scaffale aperto; una sala consultazione, al secondo piano, che mette a disposizione dizionari, enciclopedie, codici, manuali e materiali di vario genere; una sala lettura al piano terra. Un apposito ufficio, situato al primo piano della biblioteca, offre servizi di consultazione e prestito (quest’ultimo previa iscrizione) gratuiti e consentiti a tutti per una durata di 20 giorni rinnovabili, fatta eccezione per i volumi in programma d’esame e per le opere destinate alla consultazione. Lo spazio prestiti è aperto dal lunedì al venerdì dalle 8.15 alle 19.30 e il sabato dalle 8.15 alle 13.30. La biblioteca si è riscoperta anche come sede per presentazioni editoriali e rassegne culturali, complice l’aspetto suggestivo dei suoi spazi, nei quali il moderno convi-

ve con l’antico. La biblioteca Arturo Frinzi è ubicata all’interno di una chiesa edificata, assieme all’adiacente monastero, nel 1596 e dedicata a San Francesco di Paola. Dopo un restauro e un ampliamento avvenuto nella metà del diciottesimo secolo, nell’Ottocento il monastero e la chiesa sono stati chiusi e successivamente demaniati. Dal 1987, i due edifici sono divenuti sede della biblioteca centralizzata e sono stati intitolati ad Arturo Frinzi, figura illustre nel panorama economico e culturale veronese, che alla sua morte lasciò i propri volumi all’università scaligera. La Biblioteca ha sede al civico 20 di via San Francesco. Telefono 045 8028600, reference@ateneo.univr.it.

Una sala interna della biblioteca

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A ttualità COMMERCIO

È boom dei negozi «Vendo oro» A Verona dalle 5 botteghe del 2007 siamo passati alle 35 di oggi e la crescita è esponenziale. Le preoccupazioni degli orafi per un’attività guardata con sospetto

Un fenomeno senz’altro legato alla crisi, che trova in queste nuove catene di attività il rimpiazzo all’ormai desueto Banco dei pegni

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di Chiara Bazzanella Le insegne si vedono ovunque. Sempre di più, evidenti e sfavillanti come la merce che trattano. Tra la preoccupazione delle associazioni di categoria, il continuo monitoraggio delle forze dell’ordine e l’attenzione di chi si occupa di disagio e categorie deboli, negli ultimi anni i negozi che in bella mostra espongono la scritta “Compro Oro” si sono moltiplicati a vista d’occhio. Impossibile non incapparci, e altrettanto impossibile non farsi qualche domanda su cosa stia dietro un aumento tanto costante e massiccio che, nella sola provincia di Verona, ha fatto lievi-

tare i cinque negozi apparsi nel 2007 fino ai 35 di oggi. Una crescita continua e lampante, scandita dai dati raccolti anno dopo anno dalla Questura che, se nel 2008 ha visto aggiungersi un solo nuovo iscritto all’elenco dei negozi “Compro Oro”, nel 2009 ne ha registrati altri 5, nel solo 2010 ulteriori 11, fino ad arrivare alle nuove 13 aperture dell’anno che si è appena concluso, di cui sei nella sola Verona. Un fenomeno senz’altro legato alla crisi, che trova in queste nuove catene di attività il rimpiazzo all’ormai desueto Banco dei pegni o Monte di pietà, ma che fa rizzare le antenne a chi è del settore e avvez-

zo da tempo a trattare un metallo sempre più prezioso e costantemente in ascesa, il cui prezzo dal 2001 è aumentato del 400 per cento, mentre lo scorso agosto è salito del 12% , superando per la prima volta la soglia dei 1.900 dollari l’oncia (pari a 28,35 grammi) e toccando addirittura quota 1.912,29. Le federazioni di orafi italiani premono sulle istituzioni perché mettano in atto controlli severi e attivino rigide verifiche a difesa dei consumatori. A preoccupare non è solo il fatto che in circolazione, oltre alle società oneste, ve ne possano essere di dedite al riciclaggio, ma anche l’utilizzo di una comunicazione fuorviante e poco chiara. Spiega Gabriella Pederzoli, presidente del sindacato di categoria orafi di Confcommercio Verona. «I negozi che comprano e vendono oro non sono tutti corretti. Fanno pubblicità massicce ed espongono cifre che portano il cliente a illudersi di guadagnare 40 euro per ogni grammo di oro venduto, ossia il prezzo dell’oro puro a 24 carati. Ma in realtà la cifra corrisposta è quella relativa al reale valore dell’oggetto che solitamente, nella gioielleria classica italiana, è composto solo per tre quarti di oro». Che fine faccia poi il metallo giallo comprato, è difficile dirlo. «In minima parte viene esposto in vetrinette e rimesso in circolazione così com’è stato acquistato, ma il

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La presidente del settore orafi di Confartigianato Verona, Stefania Stivanello: «Possono verificarsi illeciti, come l’utilizzo di bilance non omologate o la mancata richiesta dei documenti ai clienti e il conseguente ritiro di oro anche da minorenni, che magari si sono messi in tasca la collanina o l’anello della mamma»

«I negozi aperti sono in regola con le licenze e quindi dal punto di vista burocratico non ci sono problemi» spiega il questore Michele Rosato. «Circa le ipotesi di riciclaggio, Questura e Guardia di finanza controllano queste attività e allo stato attuale non è stato registrato nessun episodio particolare»

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grosso viene rivenduto alle aziende che stanno alle spalle di queste catene di franchising e che presumibilmente lo fondono». Un passaggio che avviene rapidamente (i negozi “Compro Oro” sono obbligati a tenere gli oggetti acquistati solo per 15 giorni e poi possono disfarsene e vengono fusi) e che per questo preoccupa le categorie. «Questi negozi rimpiazzano i Monti di pietà di un tempo e svolgono quindi un’attività spesso utile, che non va criminalizzata», continua Pederzoli, «ma dietro di essi possono anche nascondersi realtà malavitose e ricettazione di oggetti rubati. Confcommercio ha già sollecitato le autorità di pubblica sicurezza perché siano aumentati i controlli, onde evitare che tra gli oggetti si possa nascondere merce di dubbia provenienza». Una preoccupazione ancora più sentita tra gli artigiani, come sottolinea la presidente del settore orafi di Confartigianato Verona Stefania Stivanello, che mette in risalto anche ulteriori problematiche e perplessità. «La nostra categoria vuole fare chiarezza su

queste attività e sulle regole da rispettare in base alle licenze. Possono verificarsi illeciti che vanno dall’utilizzo di bilance non omologate alla mancata richiesta dei documenti dei clienti e il conseguente ritiro di oro anche da minorenni, che magari si sono messi in tasca la collanina o l’anello della mamma. Ma ciò che più preoccupa è la grande confusione che regna. Abbiamo chiesto all’Ufficio metrico di controllare le bilance e alla Camera di commercio di verificare la tipologia delle licenze rilasciate, ma non basta. Sono importanti gli incontri tra la nostra categoria, la Camera di commercio, la Guardia di finanza e la Questura perché siano chiari i termini di legge che devono regolare attività di questo tipo e che pare non siano chiari a tutti, a partire dall’obbligatorietà di mantenere un registro con i dati del venditore e la descrizione della merce e della sua provenienza». Secondo Stivanello, inoltre, si è di fronte a una concorrenza sleale, che inevitabilmente fa sorgere qualche sospetto. «Non metto in discussione che ci siano persone

serie e competenti, ma rimane il dubbio di come possano campare così in tanti con il ritiro di qualche catenina e braccialetto. Ho provato anch’io a esporre il cartello “Compro oro” nella vetrina della mia attività, ma non ne ho avuto alcun beneficio, e nessun nuovo cliente». Eppure la tipologia della clientela si è allargata: giovani, pensionati, persone indebitate, fidanzate lasciate e persino padri di famiglia si recano in questi moderni sostituti dei banchi dei pegni a vendere anelli, bracciali e collane. E le motivazioni non sono poi così diverse. «Parlando con chi arriva ai nostri sportelli abbiamo avuto la percezione che a rivolgersi a questi negozi siano le persone travolte dalla crisi o da spese impreviste», spiega Sabrina Bonomi, responsabile dell’Ufficio progetti delle Acli provinciali di Verona. «I monili rappresentano legami affettivi, magari ereditati, di cui ci si disfa per pagare affitto o bollette oppure dentisti e assicurazioni. Alcune persone sono sotto scacco per un abbassamento del reddito dovuto anche all’aumento delle separa-

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A ttualità Con riferimento al territorio nazionale la Polizia stima che nel 14% dei casi queste attività nascondono operazioni illecite, come riciclaggio, usura e ricettazione

zioni; infatti molta delle merce venduta è fatta di fedi nuziali o regali ricevuti». Ma, oltre a molti giovani che cercano soldi liquidi per alcol e droga, c’è anche chi è disposto a rinunciare al proprio oggetto d’oro per togliersi qualche sfizio, dal cellulare all’ultima moda alla vacanza all’estero. «Vendere i propri regali e oggetti preziosi accumulati nel tempo dà meno vergogna che rivolgersi ad amici e parenti. Ci si infila nel negozio più vicino ed è fatta. Mentre chi vuole togliersi qualche capriccio fa il giro dei punti vendita per individuare chi offre di più e magari ostenta di averlo fatto». Un girovagare alla caccia dell’offerta migliore che conferma le preoccupazioni della Stivanello. «Molti di questi esercizi commerciali non applicano un prezzo fisso e non rispettano nemmeno le quantità, che dovrebbero essere limitate». Concorrenza sleale forse, ma non per questo criminale, stando a quanto riferito dalla Questura di Verona. Nonostante in altre città italiane le forze dell’ordine abbiano individuato casi di reati legati a una fetta dei circa 8 mila “Compro oro” distribuiti sul territorio nazionale (la Polizia stima che nel 14% dei casi queste attività na-

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scondano operazioni illecite come riciclaggio, usura e ricettazione) a Verona le acque sembrano infatti tranquille. «I negozi aperti sono in regola con le licenze e quindi dal punto di vista burocratico non ci sono problemi» spiega il questore Michele Rosato. «Circa le ipotesi di riciclaggio, Questura e Finanza controllano queste attività come le altre e allo stato attuale non è stato registrato nessun episodio particolare». Pur invitando a farsi avanti nel denunciare eventuali sospetti per facilitare il lavoro delle forze dell’ordine, per Rosato è importante evitare di criminalizzare una categoria che, nella nostra città, di fatto non ha mai registrato illeciti. «Non è solo la crisi a incrementare l’apertura di questa tipologia di negozi», conclude, «ma è anche la liberalizzazione del mercato e la conseguente apertura di attività che fanno guadagnare». Così, mentre i gioiellieri arrancano e risentono del brutto momento, l’oro da rottamare sembra salire sul podio, offrendo possibilità di business che, pur non convincendo le associazioni di categoria e facendo tenere gli occhi aperti alle forze dell’ordine, trovano le proprie fondamenta proprio nella crisi.

La stessa crisi, che realtà come la Caritas o la fondazione Beato Giuseppe Tovini aiutano a superare con prestiti a tassi bassi o nulli, per evitare che chi è precipitato nel baratro delle povertà si ritrovi a fare i conti con strozzini o debiti spropositati, impossibili da saldare. «Due anni fa abbiamo aperto uno sportello di microcredito contro l’usura con prestiti fino ai mille euro a tassi inesistenti», spiega il vice direttore della Caritas veronese, Carlo Croce, cosciente del fatto che chi arriva agli sportelli di via Prato Santo è ormai all’ultima spiaggia e l’eventuale oro che si teneva in casa è già stato “spremuto” fino all’ultima goccia per ricavarne il ricavabile. «Nell’ultimo anno

quella tipologia di richiesta è crollata e ne è subentrata una di sostegno a fondo perduto, avanzata da chi non è in grado di restituire». Persone che non hanno più nulla da perdere, e spesso preoccupate di salvare almeno le apparenze. «Sappiamo che chi arriva da noi ha già provato a vendere l’oro che aveva o a impegnarsi le cose care», dichiara il presidente del consiglio di amministrazione della fondazione Beato Giuseppe Tovini, Renzo Giacomelli. «Intuiamo che c’è chi si è rivolto a questi negozi riservati alla compravendita dell’oro, ma nello specifico sappiamo poco perché per tutti confessarlo è una vergogna».

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INTERVISTA CON MICHELE BERTUCCO

«La città è ferma. Voltiamo pagina» «La politica è al servizio della gente e non viceversa. Vale per tutti, ma vale di più per il centrodestra che ha governato in questi ultimi cinque anni»

«Il mondo imprenditoriale è consapevole che occorre mettere insieme le diverse esperienze e i diversi saperi per accompagnare Verona nel futuro»

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VERONA

di Giorgio Montolli Michele Bertucco ha 48 anni, lavora in banca e fino a poco fa era presidente regionale di Legambiente. Dei tre nomi gli altri due erano Mario Allegri e Antonio Borghesi quello di Bertucco è stato scelto lo scorso 4 dicembre dai veronesi, durante le primarie di centrosinistra, per sfidare Flavio Tosi alle elezioni amministrative del 6 e 7 maggio.

– Qual è l’idea che porta in queste amministrative? «Quella di ricucire il rapporto tra società civile e politica: i due mondi devono tornare a confrontarsi trovando soluzioni condivise. Negli ultimi anni le cose sotto questo aspetto sono peggiorate». – Su che forze sente di poter contare? «Sul mondo del volontariato, da dove provengo; sulle forze politiche del centrosinistra che, nonostante si dica, io vedo com-

patte; ma anche sul mondo imprenditoriale dove è ormai matura la consapevolezza che occorre mettere insieme le diverse esperienze e i diversi saperi per sostituire al “giorno per giorno” dell’amministrazione Tosi un disegno strategico che accompagni Verona nel futuro». – Per vincere occorre avere dalla propria parte giornali e televisioni: cosa ne pensa? «Avere qualche amico giornalista può aiutare, ma a questo preferi-

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Po litic a

«Occorre recuperare trasparenza nella gestione della cosa pubblica attraverso vari strumenti di partecipazione, tra cui quello del referendum, soprattutto quando le decisioni da prendere sono importanti; internet offre grandi opportunità in questo senso. Chiaro che poi alla fine qualcuno che decida ci vuole»

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sco un’informazione libera e intellettualmente onesta». – E di cosa dovrebbe occuparsi un’informazione libera e intellettualmente onesta? «Nel caso specifico dei temi che riguardano Verona e la campagna elettorale: evidenziare i problemi, valorizzare le proposte, favorire il dibattito. Esattamente l’opposto di Tosi che parla di tuttaltro e che entra nel merito, come per il traforo e l’aeroporto, quando non può fare diversamente. Tosi preferisce affidarsi al suo ufficio stampa piuttosto che affrontare un contraddittorio». – Per vincere occorre farsi amici gli apparati del partito... «Direi proprio di no. E poi non esistono questi fantasmagorici apparati di partito. Ci sono persone impegnate da anni in politica e molte lo fanno con competenza, onestà e gratuitamente. Forse il meccanismo è un po’ pachidermico, ma è in corso un’apertura progressiva alla società civile di cui io sono un esempio». – Per vincere occorre affidarsi a un esperto di campagne elettorali... «Non è sempre così. Ho conosciuto casualmente Roberto Basso della Civicom durante le primarie. È lui che ha curato la campagna elettorale di Giuliano Pisapia a Milano. Mi ha dato alcuni consigli. Il rischio è quello di finire schiacciati su tempi e temi dettati della politica cittadina, perdendo di vista una prospettiva più ampia, che per uno che si candida a sindaco è importante». – Quanto soldi saranno spesi per la sua campagna elettorale? «Ad oggi non lo so». – Da dove salteranno fuori questi soldi? «Personalmente impegnerò una decina di migliaia di euro, poi qualcosa dovrebbe arrivare dai partiti e da altri finanziatori. Per sostenere una campagna elettorale il denaro è necessario. Per questo ho fatto la scelta di un comitato che gestirà in modo trasparente i fondi raccolti». – Non c’è quindi un budget definito... «No, è tutto da definire». – È contento della coalizione che la sostiene? «Sì, l’obiettivo è però quello di al-

largarla. A Verona non è sufficiente il centrosinistra per vincere le elezioni e su questo stiamo ragionando». – Si parla di un candidato sindaco che raccolga voti al centro, andandoli a prendere tra gli scontenti dei vari partiti. Quindi anche dal PD... «Le primarie sono un metodo per scegliere i candidati. Non è che si possa fare una scelta diversa a distanza di pochi mesi. Del resto non servono grandi analisi per capire che a Verona abbiamo un problema urgente di buona amministrazione e quindi se ci sono nomi nuovi, e gli obiettivi sono comuni, ci si mette assieme condividendo anche i programmi». – Tre aggettivi per definire i veronesi... «I veronesi sono generosi: lo dimostrano i numeri del volontariato. Inoltre sono disponibili. Sono però troppo prudenti nell’aprirsi in maniera chiara agli altri; però è vero che quando vincono ogni diffidenza sanno mostrare il meglio di sé» – Qual è la forza del suo avversario? «Flavio Tosi ha creato un sistema comunicativo e mediatico in cui emerge un’immagine non conforme alla realtà. Su questo ha copiato molto da Berlusconi, anche se ora ne prende le distanze. Questo è un sindaco che ha fatto poco nulla per la città, e si vede; però ha saputo raccontare delle belle favole. Il problema è quando i veronesi si sveglieranno». – E la sua forza, Bertucco, qual è? «Non sono un mite, come qualcuno ha scritto. Sono invece una persona pacata: è questa la mia forza, assieme alla disponibilità verso gli altri e alla capacità di ascoltare». – Cosa va rifondato nella politica e nel modo di amministrare? «La politica è al servizio della gente e non viceversa. Vale per tutti, ma vale di più per il centrodestra che ha governato in questi ultimi cinque anni a Verona. Occorre recuperare trasparenza nella gestione della cosa pubblica attraverso vari strumenti di partecipazione, tra cui quello del referendum, soprattutto quando le decisioni da prendere sono importanti; internet offre grandi opportunità in

questo senso. Chiaro che poi alla fine qualcuno che decide ci vuole». – Sta scrutando l’orizzonte, vede il nuovo che avanza: cosa vede esattamente? «Una società che va ripensata. Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità lasciando troppo spazio ai furbi e togliendolo a chi invece era disposto a impegnarsi per il bene comune; in tal senso va valorizzato anche quanto proposto dal magistero della Chiesa». – Dovesse scegliere due elementi per governare tra passione, cervello e competenza. Cosa lascerebbe e cosa prenderebbe? «Prenderei passione e cervello perché le competenze si possono sempre chiedere o acquisire; la passione uno ce la deve avere dentro. Il cervello è importante che ci sia, per ovvie ragioni». – Pensa di possedere i requisiti scelti? «Penso di sì. La passione, perché quando ho lavorato insieme agli altri ho sempre creduto in ciò che facevo. Ma direi anche l’intelligenza, soprattutto perché considero intelligente il lavoro di squadra». – Pensa di essere una persona ambiziosa? «Diciamo determinata, nel senso dell’impegno per arrivare a dei risultati. L’ambizione è una caratteristica molto personale, la determinazione coinvolge anche gli altri». – Pensa di essere più schietto o più calcolatore? «Schietto, si vede subito come la penso». – E questo è un bene o un male? «Penso sia un bene. Anche in politica, nonostante sia molto diffusa la convinzione opposta». – Agli amici ambientalisti cosa dice? «Che la politica non mi sta cambiando. I valori e le scelte che ho fatto in passato li riconfermo completamente. Non devono temere che ci sia una qualche pericolosa involuzione». – Andrà fino in fondo? A qualunque costo? «Penso proprio di sì. A qualunque costo in maniera rispettosa delle persone e della legge». – Cosa potrebbe fermarla? «A questo punto direi niente».

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Ec o no mia FORZIERI VUOTI A PALAZZO BARBIERI

La crisi, il Patto di stabilità, i decreti del nuovo Governo: tutto contribuisce a salassare le casse del Comune ma i nostri amministratori, con un po’ di mestiere, trasformano le voragini in buchette. I conti però si pagano alla fine

di Michele Marcolongo

Agsm compera Amia, così come nel 2009 Agec aveva fatto con le farmacie comunali: i conti sembrano tornare, ma alla fine chi paga? Negli ultimi cinque anni Agsm ha conferito circa 40 milioni di euro a Palazzo Barbieri, e le sue casse ora languono. Un fiume di denaro che tuttavia non ha placato la sete del Comune che ogni anno ha bisogno di trovare nuove risorse da distribuire ai vari assessorati

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VERONA

Mi tassi? Ma quanto mi tassi? Ora il sindaco-sceriffo una pistola bella grossa con cui “abbattere” le difficoltà finanziarie del Comune ce l’ha in mano, ma a poche settimane dalle elezioni indugia ad usarla. Per sua stessa ammissione le nuove tasse locali introdotte dal governo Monti (ma già approvate dal precedente governo Berlusconi) ovvero Imu, addizionale Irpef e tassa di soggiorno, verranno dosate con grande cautela e tenute possibilmente al minimo. Molto meglio, insomma, continuare a raschiare il fondo del barile, come si sta facendo da quattro anni a questa parte, prima attingendo agli utili e ai fondi di riserva delle aziende partecipate; poi con le cartolarizzazioni degli immobili comunali (vicenda più nota con il tormentone del “risiko” delle alienazioni dei palazzi storici da cui, tra l’altro, è scaturito un bel caos sulle destinazioni museali) e infine con la finanza creativa. In questi primi mesi nel 2012 l’amministrazione si butterà infatti a testa bassa sull’alienazione di Palazzo del Capitanio, da cui conta di trarre 17 milioni di euro, ultima tappa di una lunga serie di vendite di edifici storici in parte riuscite e in parte fallite. Contemporaneamente cercherà di condurre in porto l’acquisto “forzato” dell’azienda cittadina di igiene ambientale (Amia) da parte della multiutility locale dell’energia, Agsm. Operazione, quest’ultima, che lo stesso assessore

alle Partecipate Enrico Toffali non ha esitato a definire un puro escamotage (perfettamente legale, s’intende) pensato al solo scopo di creare flussi finanziari in favore del Comune. Entrambe le aziende sono infatti al 100% di proprietà municipale. Ma siccome in economia, un po’ come accade in natura, nulla si crea e nulla si distrugge, a fronte delle rimpinguate casse comunali ci sarà un’azienda pubblica,

l’Agsm, ulteriormente indebitata di una trentina di milioni di euro, a tanto ammonta la prima sommaria valutazioni del valore di Amia. Niente paura, nel 2009 era toccato a Agec, la municipalizzata deputata alla gestione dell’ingente patrimonio residenziale pubblico (circa 5 mila appartamenti) dare il suo bel contributo al bilancio comunale, accendendo con le banche un mutuo da 40 milioni

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INCHIESTA

I maghetti della finanza


INCHIESTA

Ec o no mia Una delle prime decisioni del sindaco Tosi è stata quella di stracciare il progetto del Polo finanziario, che secondo la precedente amministrazione Zanotto avrebbe dovuto consolidare Verona come seconda piazza finanziaria del Nord Italia, subito dopo Milano. Ma in questo disegno il nuovo sindaco leghista non ha mai creduto

Un’altra decisione che ha segnato il bilancio comunale durante i primi mesi di mandato è stato senz’altro l’acquisto della seconda metà del Parco di San Giacomo, opera strenuamente voluta dalla popolazione di Borgo Roma per accontentare la quale Tosi non ha badato a spese

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Parco San Giacomo, in Borgo Roma

di euro per incorporare le 13 farmacie comunali che già gestiva. Da allora i vertici dell’Agec non fanno mistero di faticare ad adempiere alla propria mission, che li dovrebbe vedere in prima linea nell’affrontare l’emergenza abitativa molto forte in città. Senza contare che nel frattempo Agec si è dovuta “assorbire” pure i 300 e passa lavoratori delle mense scolastiche comunali. Altro escamotage adottato da Palazzo Barbieri nel corso del 2009 per sfuggire alle grinfie del patto di stabilità imposto da Tremonti. Simili difficoltà nell’adempiere alla propria missione istituzionale potrebbero dunque attendere anche Agsm, considerato che tra conferimento di utili di esercizio e di riserve monetarie accantonate per i tempi di “magra”, negli ultimi cinque anni l’azienda di lungadige Galatarossa risulta aver già conferito una quarantina di milioni di euro a Palazzo Barbieri, e le sue casse ora sono agli sgoccioli. Un fiume di denaro che tuttavia non ha placato la sete del Comune che ogni anno ha bisogno di trovare nuove risorse da distribuire ai vari assessorati. Di tutti questi passaggi, che hanno caratterizzato le vicende finanziarie dell’amministrazione Tosi, probabilmente resta poco nel vissuto dei veronesi che possono forse gioire perché fino a ora non si sono visti alzare le tasse locali. Ma contemporaneamente hanno ricevuto relativamente poco in termini di opere e soprattutto rischiano di trovarsi davanti a sorprese poco piacevoli nel prossimo futuro qualora, col permanere della crisi, oppure in vista di un’auspicabile ripresa dell’economia, le tradizionali leve economiche della città (dalle aziende partecipate alla Fiera, dal Consorzio Zai alle Fondazioni), appesantite e depauperate,

non dovessero rispondere a dovere. Del resto, una buona parte degli sforzi finanziari impressi dall’amministrazione nei primi anni di mandato sono stati assorbiti dal compito di “seppellire” definitivamente il progetto del Polo Finanziario, dovendo rimborsare a fondazioni e istituti bancari il denaro che in accordo con la precedente amministrazione avevano sborsato per comprare i terreni nell’area dell’ex Mercato Ortofrutticolo. Una delle prime decisioni del sindaco Tosi è stata infatti quella di stracciare il progetto del Polo che secondo la precedente amministrazione Zanotto avrebbe dovuto consolidare Verona come seconda piazza finanziaria del Nord Italia, subito dopo Milano. Ma in questo disegno il nuovo sindaco leghista non ha mai creduto. A dirla tutta, al tempo della decisione dello strappo di Tosi gli stessi istituti bancari, presi dall’imminente scoppio della bolla finanziaria internazionale, ma anche da scelte di gestione interna non sempre oculate, non apparivano più così entusiasti come lo erano all’inizio. Fatto sta che la decisione del sindaco ha aperto una voragine di ben 39 milioni di euro, alla fine sanata con la cessione di Palazzo Forti alla Fondazione Cariverona. Soluzione che da un lato ha avuto il pregio di tacitare le proteste dei comitati spontanei nati contro l’ipotesi di cessione del lascito Forti a privati, ma dall’altro lato ha lasciato un “cratere”, anzi un parcheggio, nelle possibilità di sviluppo della struttura finanziaria della città. Un’altra decisione che ha segnato il bilancio comunale durante i primi mesi di mandato è stato senz’altro l’acquisto della seconda metà del Parco di San Giacomo, opera strenuamente voluta dalla

popolazione di Borgo Roma per accontentare la quale Tosi non ha badato a spese: 26 milioni di euro il prezzo pagato per la seconda metà dell’area ancora di proprietà della Provincia, sulla quale erano sì presenti consistenti diritti edificatori, ma che alla fine è stata pagata quasi quattro volte la somma versata qualche anno prima dall’amministrazione Zanotto per la prima metà (7,5 milioni tra contanti e permute). Le rate in favore della Provincia sono state tutte saldate, ma per tirare il fiato dall’ingente sforzo finanziario il Comune continua a posticipare il momento del rogito notarile che da solo costa qualcosa come 350 mila euro. Queste decisioni, unite al Patto di stabilità imposto dal governo Berlusconi e ai pesanti tagli ai trasferimenti statali previsti fin dal 2008 dal federalismo di Calderoli, hanno segnato profondamente il passo dell’amministrazione nei primi tre anni. Per fare un paragone, la cifra sborsata per San Giacomo è di poco inferiore alla somma di tutti gli investimenti in opere pubbliche realizzate dall’amministrazione durante il 2011 (29 milioni). Per recuperare denaro, oltre a spremere le partecipate e in particolare Agsm, Palazzo Barbieri fin dal 2008 ha provato a mettere in campo un vasto piano di alienazioni di dismissioni di palazzi pubblici da più di 100 milioni di euro. Nell’elenco degli immobili da vendere figuravano, oltre a Palazzo Forti, anche Palazzo Gobetti (valore iniziale 10 milioni), Palazzo Pompei (10 milioni), scuole Bon Brenzoni (15 milioni), Bar Borsa (5 milioni), ex Convento San Domenico (12,6 milioni), fondo rustico Casa Pozza di San Martino Buon Albergo (5,2 milioni), ex ca-

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Per recuperare denaro, oltre a spremere le partecipate, e in particolare Agsm, Palazzo Barbieri fin dal 2008 ha provato a mettere in campo un vasto piano di dismissioni di palazzi pubblici da più di 100 milioni di euro

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VERONA

serma Sant’Eugenio (venduta a Cariverona per 3,5 milioni), tre aree di via Scopoli e in viale dell’Industria vendute alla Fiera per 4 milioni di euro, diversi lotti del Prusst di viale dell’Industria su terreno dell’ex mercato ortofrutticolo per un valore di diversi milioni di euro. Nel conto anche alcune scuole dismesse alle estreme frazioni della città, come quella di Trezzolano (300 mila euro), Moruri (100 mila), Magrano (230 mila) e di via Scopella (zona Sacra Famiglia) per 270 mila euro. Più alcuni immobili fra via Lenotti e via Scarsellini, a San Zeno per circa 700 mila euro. Il sindaco ha dovuto dunque rimangiarsi la promessa elettorale di mantenere in vita le scuole professionali comunali. La sede delle scuole Bon Brenzoni alla fine è stata venduta per 11,5 milioni di euro a privati che la trasformeranno in appartamenti e negozi. La vendita di palazzo Gobetti, succursale del museo di Storia Naturale cittadino, ha fruttato 6,4 milioni (contro il 10 milioni inizialmente preventivati), ma la mancata vendita di palazzo Pompei, sede principale del museo, ha innescato una diaspora del museo stesso tuttora irrisolta, in quanto le collezioni del Gobetti sono state “temporaneamente” parcheggiate all’Arsenale dal quale è partito lo scandalo internazionale delle “selci blu”. La crisi del mattone ha portato invece a rinunciare alla vendita dell’ex convento San Domenico, attuale sede dei vigili urbani, i cui proventi avrebbero dovuto servire a completare il nuovo parcheggio all’ex Gasometro, che invece rimane incompiuto, anche se la giunta ha promesso il progetto definitivo prima della fine del mandato. E la stessa sorte toccherà all’Arsenale: avanti col progetto (che sarà un project financing) ma niente lavori. Con ogni probabilità la Città dei Bambini, promessa in campagna elettorale, rimarrà un bel sogno, mentre il quartiere dovrà dividere gli spazi con uffici e negozi. La ricerca del massimo utile per le casse comunali è stata anche il faro con cui l’amministrazione ha chiuso gli accordi per le grandi riqualificazioni delle aree dismesse: dalla Passalacqua alle ex Cartiere fino al recente Piano degli inter-

venti, la tendenza è sempre stata quella di concedere di più (in termini di cubatura, di costruito) a chi di più offriva in termini di opere pubbliche di compensazione. Con questo metodo la maggioranza di centrodestra conta, ad esempio, di portare a casa la riqualificazione della Passalacqua, il riordino della viabilità attorno alle ex Cartiere di Basso Acquar, mentre dal piano degli interventi conta di far saltar fuori ben 150 milioni di euro in opere da qui ai prossimi 10 anni, da suddividere tra le otto circoscrizioni . La critica che le opposizioni muovono alla giunta non è tanto quella di aver svenduto il patrimonio cittadino, ma semmai di aver sacrificato troppo gli spazi pubblici in favore degli investimenti dei privati. Troppo presa a fare cassa, avrebbe trascurato di disegnare un progetto di sviluppo per la città. Un esempio sarebbe rappresentato dalla vendita delle quote della Fiera, cedute per 26 milioni di euro alla Camera di Commercio e ad altri soggetti locali senza pensare che oggi più che mai la Fiera di Verona ha bisogno di una prospettiva internazionale e quella sarebbe forse stata l’occasione per far entrare un grande socio specializzato, anche straniero. Resterà da vedere se la crisi del mattone, che ha già frenato il piano alienazioni, non metta lo zampino anche in quello nelle grandi riqualificazioni. Non è un caso che, sul Piano degli interventi, l’amministrazione abbia già pronto il “piano B”, che consiste nel ripescaggio delle proposte dei privati scartate in prima istanza, qualora le aziende per prime ammesse a costruire si rivelassero carenti di fondi e incapaci di far fronte agli impegni presi col Comune. Fuori uno sotto un altro. Mattone e consumo del suolo caratterizzano anche lo sviluppo previsto alla Marangona, area da decenni deputata a ricevere nuovi investimenti industriali, ma che nessuna amministrazione è riuscita a far decollare. La giunta Tosi ha deciso di edificarvi sopra il nuovo stadio dell’Hellas. Una scelta che fa il paio con l’atteso arrivo dell’Ikea nell’area dimessa della Biasi. Altri palazzi, altro commerciale.

Il federalismo municipale Il federalismo municipale, formalmente già in vigore dal 2011, mette virtualmente fine all’era dei trasferimenti statali imponendo ai comuni di sostenersi con le proprie gambe o quantomeno con gli strumenti che il governo centrale gli mette a disposizione, come l’Imu, l’addizionale Irpef, la tassa di soggiorno. Per i primi anni i trasferimenti erariali vengono sostituiti da un generico “fondo di riequilibrio” destinato ad assottigliarsi mano a mano che la riforma andrà a regime. Questa almeno la ratio della serie di provvedimenti che vanno sotto il nome di federalismo fiscale escogitati da Calderoli (Lega Nord) e soci fin dal 2009 (e in parte condivisi anche dalle opposizioni parlamentari) e diventati legge già del 2010, la cui applicazione effettiva era stata tuttavia rinviata a dopo il 2013, cioè a dopo le elezioni politiche. La caduta del governo Bossi-Berlusconi e l’arrivo del governo tecnico di Monti ha sparigliato le carte in tavola. Il professore-banchiere ha infatti deciso di anticipare l’entrata in funzione del federalismo al 2012. Il passaggio non è stato accolto benissimo dai sindaci, come quello di Verona, che del mancato aumento delle tasse locali avevano fatto uno dei presupposti del loro mandato. E che ora, a pochi mesi dalle elezioni comunali, si trovano nella imbarazzante posizione di dover manovrare al rialzo la leva fiscale.

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INCHIESTA

Ec o no mia


Pro fe ssio ni GIOVANI E LAVORO

Il fabbro. L’arte di plasmare il ferro Dopo gli anni di formazione sui banchi di un liceo classico a un certo punto Giovanbattista Sauro ha capito di voler indirizzare le sue energie verso un’attività che gli piacesse veramente. Così ha aperto la sua bottega a Bosco Chiesanuova

«Il mio lavoro riguarda la fucinatura manuale del ferro, arroventato nella forgia e lavorato con incudine e martello: strumenti semplici e potenti, che hanno reso questo lavoro immutato nei secoli»

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di Marta Bicego Faber, colui che fa e agisce, con creatività e competenza, su materiali all’apparenza indomabili. La materia da plasmare è, in questo caso, il ferro: malleabile se portato ad altissime temperature e modellato (con forza e decisione, ma anche abilità) fino a creare pezzi dai movimenti sinuosi, elementi unici. Il ventinovenne Giovanbattista Sauro, che di mestiere fa il fabbro forgiatore, descrive con contagiosa passione i segreti di un’arte tanto antica quanto affascinante. Nel frattempo, cascate di scintille illuminano la bottega nella quale il giovane artigiano lavora da settembre del 2009. E prosegue a lavorare: scaldando il ferro massiccio nella forgia, battendolo rigorosamente a mano, poggiandolo sull’incudine, con movimenti sicuri e occhio attento ai dettagli. Siamo a Bosco Chiesanuova, in un capannone nel cuore della Lessinia con vista che si apre sulla città, dove le nuove generazioni per farsi strada e riuscire a sopravvivere con le proprie forze in montagna guardano con fiducia e ottimismo alle professioni del passato. E spiega: «Il mio lavoro riguarda la fucinatura manuale del ferro, arroventato nella forgia e lavorato con incudine e martello: strumenti semplici e potenti, che hanno reso questo lavoro immutato nei secoli». Per imparare il mestiere Giovanbattista, circa otto anni fa, ha fatto proprio

come si faceva una volta: andando a bottega da chi, più esperto di lui, poteva insegnargli qualcosa di concreto. Scelta curiosa, dopo gli anni di formazione sui banchi di un liceo classico e qualche esame dato all’università, prima a Scienze forestali e poi a Giurisprudenza. A un certo punto, ammette, «ho capito di voler indirizzare le mie

energie in un’attività che mi piacesse veramente. Al giorno d’oggi fare un lavoro che piace e dà soddisfazione è il più grande lusso che una persona possa permettersi». Detto, fatto: da studente poco motivato (ma che conserva l’interesse per la cultura e che studia addirittura la lingua russa) a moderno garzone di bottega. L’aspirante ar-

Giovanbattista Sauro nella sua bottega di Bosco Chiesanuova

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Pro fe ssio ni

Propizio è stato l’incontro con lo scultore Gino Beltramini: «Se vuoi venire a vedere come si lavora il ferro, ti insegno» «Meglio disegni fatti a mano, con la matita – spiega Sauro –, piuttosto che usciti dal computer. L’importante è avere un’idea di ciò che si vuole realizzare»

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VERONA

tigiano è sceso in quella Val d’Illasi che un grande maestro come Berto da Cogollo ha trasformato in patria del ferro battuto. Propizio è stato l’incontro con lo scultore Gino Beltramini, racconta, esperto di un lavoro che l’aveva sempre incuriosito, ma che non aveva mai osservato da vicino. «Se vuoi venire a vedere come si lavora il ferro, ti insegno» gli ha detto. «Mi ha spiegato ogni tecnica. Con il passare del tempo, ho acquistato la mia prima incudine, quindi una forgia. Ho iniziato a battere il ferro a casa». L’idea di aprire un’attività è arrivata soltanto dopo aver acquisito una certa esperienza. Ed è stato così che si è aggiunto alla schiera – non molto popolata a dire il vero, visto che conta una decina di persone – di professionisti che nel Veronese si dedicano a questa attività. Stare sul mercato con i venti della crisi, ammette l’artigiano di Bosco, non è facile. Come se non bastasse, su questo mestiere si fa ancora parecchia confusione. E in pochi, se non veri appassionati, riescono ad attribuire il giusto valore a manufatti che sono realmente battuti a mano. «La genericità non aiuta, né tanto meno la mancanza di cultura», si lascia sfuggire, ma la qualità è un’altra cosa e non è detto debba costare di più perché esce da un laboratorio artigianale. A fare la differenza c’è, nel caso di Giovanbattista, pure la passione che trova espressione nella realizzazione di cancellate e cancelli, di componen-

ti d’arredo, ringhiere, dettagli di porte e finestre. C’è anche un buon margine di creatività, se si riesce a instaurare una collaborazione con il proprio committente: «Meglio disegni fatti a mano, con la matita – sottolinea –, piuttosto che usciti dal computer. L’importante è avere un’idea di ciò che si vuole realizzare» sia che si tratti di una ringhiera a tralci vegetali o di un cancello ispirato da un’opera d’arte. Altro ambito è quello del restauro di manufatti antichi, per ripristinarne, ad esempio, parti mancanti. «Mettere mano sul lavoro di altri è sempre difficile», dice, «ma aver imparato a utilizzare gli attrezzi che si usavano un tempo e aver acquisito una buona manualità è un vantaggio che oggi si può spendere bene». Saper contare su una buona manualità è fondamentale, ed è una

delle prime competenze che un aspirante fabbro deve acquisire. Sono pochissime, infatti, le macchine utilizzate negli spazi della bottega: primo tra tutti il maglio, per lavorazioni su grande scala, rifinite rigorosamente a mano. Altro macchinario manuale è il bilancere, pressa dalle origini antiche che dà la sagomatura agli oggetti, ultimati nei dettagli dall’abilità tecnica dell’artigiano. Anche la saldatura è fatta a mano attraverso chiodature, legature, brasature oppure bolliture a fuoco. Il risultato? È quella la più grande soddisfazione: «Ogni pezzo è unico e diverso, irripetibile» garantisce Giovanbattista. A guardar bene, essere soddisfatti del proprio lavoro è un altro grande lusso che non tutti possono permettersi. Sito internet www.gbsauro.it; email info@gbsauro.it

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Pro fe ssio ni IL GRAFOLOGO

Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei La grafologia poggia su basi scientifiche dettate dagli studi di grandi maestri come padre Girolamo Moretti. Oggi poco conosciuta, e utilizzata in maniera banale, è una disciplina che può aprire la strada a una professione affascinante

di Marta Bicego La bella grafia è la scienza degli asini? Lasciamo alle maestre, alle prese con le pile di quaderni degli alunni, l’ardua sentenza. Al di là dei modi di dire, però, certo è che dall’incedere della penna su un qualsiasi foglio di carta si possono conoscere moltissime informazioni di una persona: attitudini, aspirazioni personali, capacità organizzative e di attenzione, tendenze e potenzialità che talvolta rimangono inespresse. Addirittura punti di forza quali volontà e perseveranza, doti di leadership, flessibilità e spirito di adattamento alle diverse situazioni, equilibrio emotivo e gestione dello stress. Sfumature che soltanto un «professionista della scrittura» è in grado di leggere e riconoscere in maniera corretta. Basta una semplice occhiata su uno scritto. Scrittura e sfumature del cervello Comportamento, psicologia, personalità: la grafologia ha la capacità di rivelare ogni informazione in merito. “Descrive le funzioni più sfumate del cervello” per riprendere le parole di un celebre grafologo come il francescano Girolamo Moretti che con le sue intuizioni, in Italia, ha fatto scuola. Il religioso marchigiano, caratterizzato da una grande sensibilità, all’inizio del Novecento ha fiutato le potenzialità nascoste nello studio della scrittura fino a

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elaborare un metodo, fondato sulla lettura dei segni grafici, dalle basi rigorose e scientifiche. Conoscenze utili a comprendere le sfumature della personalità umana che sono state raccolte come eredità culturale da un gruppo di docenti della Scuola grafologica morettiana che nelle aule del Convento di San Bernardino di stradone Provolo, tiene da gennaio un corso triennale (con 130 ore di lezione) per formare consulenti grafologi.

Bravi professionisti della scrittura si diventa, passando tuttavia da studio e applicazione. Non c’è spazio per l’improvvisazione, insomma, soprattutto se poi si intende spendere concretamente le competenze acquisite in campo lavorativo. Obiettivo delle lezioni è infatti «offrire una didattica qualificata per far conoscere una disciplina che purtroppo al giorno d’oggi nel nostro Paese, a differenza di quanto avviene invece in Francia oppure in Germania,

non è sufficientemente apprezzata» chiarisce Luciano Massi, docente di grafologia generale all’Università di Urbino (con un trascorso da architetto prima di addentrarsi nel mondo della grafia), che fa parte del team di insegnanti giunti in riva all’Adige per approfondire i segreti della scrittura. L’utilizzo banale diffuso ai giorni nostri, prosegue, fa passare in secondo piano l’importanza di una disciplina che ha avuto in realtà grandi maestri.

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Pro fe ssio ni Professione grafologo Come se non bastasse, la grafologia è una disciplina che può aprire la strada a una professione «meravigliosa, ma difficile» spiega. Gli ambiti nei quali spendersi lavorativamente – senza dover fare i conti con troppa concorrenza, ci tiene a precisare l’esperto – sono molteplici: vanno da quello peritale nell’amministrazione della giustizia – per esempio nei tribunali, per verificare l’autenticità di un documento oppure di una firma autografa su un testamento – fino alla selezione del personale nelle aziende, per analizzare curricula manoscritti dagli aspiranti candidati a un posto di lavoro o a una promozione. Scavando più a fondo nella sfera personale, lo strumento della grafologia può essere utilizzato per verificare la compatibilità in una relazione di coppia, talvolta per fini matrimoniali, oppure per analizzare le dinamiche all’interno di un nucleo familiare. Dagli adulti si

Chi era Girolamo Moretti

A Verona è attiva la Scuola grafologica morettiana che, nelle aule del Convento di San Bernardino di Stradone Provolo, tiene da gennaio un corso triennale (con 130 ore di lezione) per formare consulenti grafologi

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VERONA

Nato a Recanati nel 1879, da una famiglia di modeste origini, Padre Girolamo Moretti è il fondatore della grafologia italiana. Terzogenito di ben 18 fratelli, entra a far parte dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e opera in conventi di varie città (a Roma, Montelupone, Mogliano, Castelfidardo, Spoleto, Bologna, Longiano, Urbino, San Marino e Mondolfo) fino alla sua morte, avvenuta ad Ancona nel 1963. Giovanissimo, all’età di 26 anni, il religioso marchigiano caratterizzato da una grande sensibilità intuisce le molteplici potenzialità racchiuse nello studio della scrittura, fino a elaborare un metodo grafologico personale fondato sulla lettura dei segni. Con l’aiuto di collaboratori, arriva ad analizzare oltre 250 mila grafie, associando a ogni segno (81 quelli individuati con l’aggiunta di “altri segni morettiani”) un corrispettivo comportamentale e intellettivo. Nel 1914, con lo pseudonimo di Umberto Koch, consegna alle stampe un Manuale di grafologia che continua a essere arricchito nelle varie edizioni e diventa, con il titolo di Trattato di grafologia. Intelligenza sentimento, l’opera fondamentale dalla quale hanno preso spunto numerose altre pubblicazioni. Un’eredità culturale che riporta, sotto forma di affermazioni scientifiche, il metodo da lui elaborato: nozioni che, in Italia, hanno fatto e continuano a fare scuola. L’attività di Moretti è proseguita grazie ad alcuni discepoli della sua famiglia religiosa – da Giovanni Luisetto (19172001) ai marchigiani Lamberto Torbidoni (1921-2004), Nazzareno Palaferri (1919-2008) e Fermino Giacometti – e con la fondazione, ad Ancona e Urbino, dell’Istituto grafologico “G. Moretti”, e la promozione della prima scuola universitaria italiana di studi grafologici, costituita dal 1977 all’Università di Urbino. Per diventare grafologo in Italia si può scegliere tra frequentare una scuola o un master universitario (Urbino o Roma).

arriva ai bambini, prestando attenzione all’età evolutiva: nulla sfugge allo sguardo attento del grafologo, la cui competenza è richiesta talvolta per la rieducazione alla scrittura, oppure per correggere problemi di disgrafia nei più piccoli. Campanelli d’allarme, questi ultimi, «di un disagio più importante in cui può trovarsi un bambino. Anche dagli scarabocchi e dai primi disegni, infatti – evidenzia Massi –, si decodificano molteplici notizie». E non è affatto una casualità se la grafologia dialoga con altre discipline, prima di tutto con la psicologia. Elettroencefalopatia a prova di sguardo Fondamentale è tenere in considerazione che «a scrivere non è tanto la mano, quanto il cervello, il quale reagisce a stimoli affettivi e li deposita sulla carta». Scrivere equivale in un certo senso a sottoporsi a una «encefalopatia» che registra frequenza, ritmi, sensibilità, prontezza intellettiva dello scrivente. «Scrivere è un comportamento non verbale che l’uomo realizza. Ogni grafia è personale: è un’impronta digitale, unica e irripetibile», prosegue, e testimonia «ritmi, intelligenze, esperienze vissute». Quali particolari legge un grafologo quando si trova davanti a un foglio manoscritto? La valutazione grafologica interessa diversi aspetti: «La pressione della penna sulla carta indica, per esempio, la capacità di un individuo di affermarsi nella realtà». La grafia può essere «intozzata, filiforme, grossa»: ognuna è espressione di un modo di essere ben preciso. Il segno, curvo e arrotondato esprime il grado di adattamento all’ambiente. L’analisi si spinge inoltre a osservare inclinazione dei segni grafologici, dimensione delle lettere, minuziosità nella composizione. E ancora un esperto grafologo valuta il ritmo della scrittura e la direzione del rigo, la fluidità e lo spazio occupato sulla superficie cartacea. Studio e tantissima pratica – leggendo righe su righe manoscritte – completano la formazione. E chissà che qualche giovane non possa scoprire così una nuova opportunità lavorativa. A buon osservatore...

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Cultura/p o e sia

Andrea Zanzotto creativo fino all’ultimo Una vera e propria rivoluzione del linguaggio colloca il poeta al vertice delle possibilità espressive dello sperimentalismo. Nel tempo del disincanto il suo sforzo è stato quello di raccogliere e custodire con umiltà i palpiti del cuore di un’umanità spaesata di Corinna Albolino Ma che sarà di noi? Che sarà della neve, del giardino? Che sarà del libero arbitrio e del destino e di chi ha perso nella neve il cammino[..]? Sì, ancora la neve. l 2011, giungendo al suo termine, ha rapito un’altra grande figura del nostro Veneto: il poeta Andrea Zanzotto. Dopo Luigi Meneghello e Mario Rigoni Stern, insigni scrittori scomparsi di recente, è toccato ora al venerando poeta di Pieve di Soligo. Uno dei più importanti autori del Novecento, classe 1921, voce creativa fino all’ultimo. Sino alla fine lo si poteva ancora incontrare durante le abituali “passeggiatine” nei dintorni della sua casa. Con il passo divenuto incerto, andava giornalmente a rendere visita ai suoi “ascoltatori”: l’erba, i ranuncoli, i papaveri, i topinambùr, i morotei di fieno. Ad essi recitava i suoi versi perché erano queste presenze ormai da sempre i suoi occasionali interlocutori. Un modo ancora leopardiano, osservava nel suo elogio a Zanzotto Ungaretti, di sentire il paesaggio, di coglierne il segreto, visionandolo “tutte le mattine e nell’ora meridiana, e la sera e di notte... lo scopre in ogni momento”. L’erba, i fiori, ultime resistenti tracce di quel panorama al quale aveva dedicato la sua opera prima, titolata ap-

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punto Dietro il paesaggio. Era il 1951 e già si era imposto all’attenzione della critica letteraria come uno dei più importanti rappresentanti di quella generazione di mezzo che era seguita, ma ancora camminava nel solco dei grandi maestri: Montale, Ungaretti, Caldarelli. Insieme a Elegie ed altri versi del 1954 e Vocativo del 1957, si era così aperta la sua parabola di uomo e poeta. Un poeta post-ermetico che tuttavia conservava i tradizionali modelli di lingua e di esperienza del mondo. La natura, la bellezza, il paesaggio, le sue tematiche di ispirazione. “Quel là fuori” scandagliato nel tempo e cantato, negli ultimi lavori, con immenso dolore perché rovinosamente profanato dall’opera catastrofica e insensata dell’uomo. Ma è con La beltà che si appalesa la grande svolta poetica. A promuoverla sono le acquisizioni lessicali di Ferdinand de Saussure, fondatore della linguistica moderna, e il concetto di significante introdotto dal filosofo-psicoanalista Jacques Lacan. È l’inaudita scoperta che nelle profondità abissali della lingua sussiste un suolo primordiale da cui si dipartono i significati delle cose, un’area abitata da segni irrelati, grumi, sillabe, balbettii e silenzi. Una sorta di caos dell’origine che Lacan chiama il regno del significante. È l’inconscio arlecchinesco dove trovano le loro radici i dialetti, quel vecio parlar di cui il poeta fa uso maestro. Alla luce di queste rivelazioni, il segno linguistico diventa ambiguo, si carica di rimandi metafisici, teologici, esprime oggetti che si liberano dalla schiavitù a un significato dato, legato al loro uso pratico, per offrirsi a infinite interpretazioni. Nel cortocircuito delle assonanze simboliche, delle evocazioni, la forma poetica zanzottiana diviene sempre più astratta, lascia tutto ciò che è utile, economico, e respira di una nuova leggerezza. Rompe con una tradizione alla quale il nuovo registro letterario risulta inafferrabile, incomprensibile. Una vera e propria rivoluzione del linguaggio che colloca questo interprete al vertice delle possibilità espressive dello sperimentalismo. Nelle opere successive, Galateo in bosco e Filò, il processo di modernizzazione si acqueta, quasi per un bisogno di riposo. Trova una sua stabilità nel recupero del dialetto al quale ridona freschezza e autenticità. Procedendo, avvicinandosi alle ultime opere, la scrittura poetica si fa impersonale, la semplice registrazione di una natura che implode sotto i colpi della devastazione. Anche il soggetto, la figura umana, non avendo più nulla da dire abbandona muto il contesto. Costretto a scomparire. Nel tempo del disincanto la poetica di Zanzotto è forse l’arduo tentativo di raccogliere, custodire con umiltà, i palpiti del cuore di un’umanità spaesata.

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Cultura/lib ri STORYTELLING

Un ponte narrativo per le nuove leadership Obama, Berlusconi, ma anche Zaia, per restare geograficamente vicini, evidenziano quanto le modalità narrative percorse hanno saputo costruire fiducia tra il politico e l’elettore, attraverso modalità coerenti di racconto

di Fabiana Bussola Il ponte narrativo – Le scienze della narrazione per le leadership politiche contemporanee, di Andrea Fontana – Gianluca Sgreva Editore Lupetti, 14 euro. Persuadere: è forse questo il primo e l’ultimo verbo da pronunciare in politica? Può bastare il modo di raccontarsi e di usare le parole per convincere gli elettori fino nel segreto dell’urna? È sulla scia di questi ordinari dubbi che la lettura de Il ponte narrativo andrebbe fatta partendo dalla conclusione. Non per superficialità nei confronti del testo, ma perché il tema – la narrazione politica – potrebbe trarre in inganno chi si ritiene, a riguardo, un esasperato medio. Sommersi da fiumi di parole scritte, ascoltate, messe in scena nei talk show, si fatica a dar credito a un libro che si pone come obiettivo “un metodo strutturato di comunicazione per la leadership in campagna elettorale”. E invece è bene sapere. È bene capire che, parafrasando Nanni Moretti, se le parole sono importanti, lo è altrettanto la realtà che esse riescono a generare. Perché raccontare, lo sappiamo da sempre, è un atto creativo che non serve solo a inter-

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pretare ciò che ci circonda, ma soprattutto ad ampliare la nostra percezione del reale. E magari a immaginare qualcosa di diverso, possibilmente migliore. Fughiamo allora le perplessità: “Dal racconto della campagna elettorale alla narrazione seriale di governo”, ultimo breve capitolo del libro, lo dice chiaramente. Dalle promesse elargite dai candidati all’attuazione del programma una volta eletti il salto è grande e si rischia che anche le migliori azioni disperdano il significato iniziale. E qui comincia il bello, perché è sotto gli occhi di tutti l’errore “più diffuso”, “quello di ridurre il flusso narrativo verso gli elettori proprio quando hanno bisogno di sentirsi continuamente rassicurati: ciascuno desidera sapere che uso viene fatto della fiducia che si è accordata”. Le ultime righe tengono viva la diffidenza di partenza, quando si fa riferimento al politico come “qualcuno che vive nell’arco della sua azione di governo assieme ai suoi elettori”, cosa che impone di “intersecare la propria storia politica a quella quotidiana, sia del proprio elettore, sia di chi non l’ha votato”. Ma come pensare che basterebbe un racconto onesto, aperto, dialogante per conquistare la fiducia del cittadino? Costruire un “ponte narrativo” non veritiero, avvertono gli autori Andrea Fontana e Gianluca Sgreva, è un passo azzardato, che rischia di fallire al primo

confronto con la narrazione degli altri (che sia l’opposizione o anche qualche inchiesta giornalistica a metterla in atto). Ma oltre ai rischi della mistificazione, resta comunque la difficoltà a far passare il proprio messaggio all’opinione pubblica. Il ponte serve a far camminare le idee, insomma, e ad aprire un percorso anche nell’altro senso, dall’elettore al personaggio politico. “I fatti raccontano e si fanno raccontare”, però, solo se l’asse tra narrazione e protagonista si basa sulla credibilità: gli esempi riportati nel libro di Obama, Berlusconi, Zaia (per restare geograficamente vicini) evidenziano quanto le modalità narrative percorse hanno saputo costruire fiducia tra il politico e l’elettore, attraverso modalità coerenti di racconto. Ma vale anche come si gestiscono le aggressioni degli avversari, le contronarrazioni che mirano a smantellare la credibilità dell’altro. Il rischio, vissuto in pieno durante le amministrative del 2010, di chiudersi intorno a questioni che gli elettori poco capiscono o relegano a sterili beghe partitiche, ha ad esempio generato un crescente asten-

sionismo da parte degli indecisi. La ricchezza del testo, che ripercorre le matrici narrative classiche e le analizza anche in contesti attualissimi come il web e le nuove tecnologie, lascia aperti gli interrogativi di base, ma propone pure una visione approfondita della rappresentazione politica. Osservazioni e spunti che dovrebbero spingere innanzitutto la stessa politica a una rivoluzione interna. Una sorta di “operazione trasparenza”, di “glasnost” (un approfondimento sulla figura di Gobarciov e altri personaggi dell’ex fronte comunista sarebbe un contributo interessante sotto questo profilo) che servirebbe a ripartire dalla fiducia. Ma prima che questo accada, e soprattutto prima di cascarci come pere cotte al prossimo che ce la volesse raccontare, almeno rendiamoci conto che le storie che ascoltiamo hanno bisogno della nostra complicità per essere credute. Sul ponte, insomma, ci siamo anche noi e questo libro ce lo spiega benissimo.


Cultura/lib ri di Fabiana Bussola Città amata e abitata. Edito da Pazzini Editore, euro 10 Collana: Al di là del detto Luogo fisico e metaforico, la città rappresenta nella storia umana la demarcazione della civiltà. Spazio organizzato, in cui l’uomo sviluppa e definisce la propria identità, è il simbolo tangibile, il volto della società nella sua componente urbanistica e sociologica. Mura e confini che filtrano il mondo non bastano però a definire cosa sia la città nella sua complessità. Una domanda che gli autori di Città amata e abitata si pongono in diversi modi, cercando di indagare il volto, l’anima e il destino, parafrasando Giorgio La Pira, del più peculiare luogo sociale umano. Lo scopo è di ricollocare al centro della città, intesa come luogo ideale del vivere civile, l’agire responsabile del cittadino, a partire dai credenti cristiani. I nove contributi, anticipati dall’introduzione del vescovo Giuseppe Zenti, raccolgono gli interventi di altrettanti docenti e sacerdoti della diocesi veronese, che hanno percorso insieme un cammino di analisi e confronto sul tema dell’abitare la città. Frutto di analisi che radicano anche nella Sacra Scrittura, il libro sottolinea quanto si sia trasformato nei secoli il modo di vivere la città e la relativa mutazione del concetto di cittadino. Così Nicola Agnoli, nel contributo che dà il titolo al testo, evidenzia quanto nella Bibbia il popolo di Israele, nella sua lunga peregrinazione, sia legato al deserto, luogo in cui si rivela la Parola e si compie un cammino di elevazione. La città, dove dominano gli idoli, spazio tragico quanto lo sarà Babele, è dominata dall’arroganza religiosa e politica, finché non sarà Davide a stabilire in Gerusalemme la capitale del suo regno e collocarvi l’arca di Dio. La giustizia quindi è l’architrave della nuova città, “in cui gli uomini vivono l’organizzazione materiale come riflesso di quella

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Anche i mutamenti urbanistici raccontano quanto i cittadini siano stati spodestati dalla loro centralità, mentre gli interessi speculativi hanno trasformato i luoghi di tutti in salotti per pochi, sfrattando l’anima della città dal cuore dei suoi abitanti

Città amata e abitata I nove contributi, anticipati dall’introduzione del vescovo Giuseppe Zenti, raccolgono gli interventi di altrettanti docenti e sacerdoti della diocesi veronese, che hanno percorso insieme un cammino di analisi e confronto sul tema dell’abitare la città

spirituale” e rendono “pienamente umana la vita delle persone, in particolare dei deboli della società di oggi”. Posti i pilastri ideali affinché l’uomo edifichi non solo uno spazio, ma un modello sociale giusto, affondando le radici nella rivoluzione cristiana, gli interventi che seguono pongono interrogativi impellenti per l’oggi. Nota infatti Gianattilio Bonifacio che “la città per rimanere casa accogliente ha bisogno di profeti. Di uomini e donne che facciano breccia nelle mura mentali” e che “la provviso-

rietà non è una iattura, ma la fonte di quel movimento che ci permette di mantenere la città nell’equilibrio tra protezione e apertura”. Una dinamica che oggi è resa fragile da spinte ideologiche che separano sempre di più i vari strati della società, elevando muri di cinta attorno a una cerchia privilegiata (che sia per censo o per diritto di cittadinanza, appunto) per proteggerla, anche solo mentalmente, dal resto della popolazione. Anche i mutamenti urbanistici raccontano quanto i cittadini siano stati progressivamente spodestati dalla loro centralità, mentre gli interessi speculativi stanno trasformato i luoghi di tutti in salotti per pochi, sfrattando l’anima della città dal cuore dei suoi abitanti. La deprivazione dell’anima, di cui scrive Roberto Vinco, è una delle cause dell’invivibilità della città, in cui sperimentare la convivenza è sempre più difficile e lo slogan “padroni a casa nostra” spezza ogni possibile ponte tra persone diverse. L’oggi chiede invece che si costruiscano relazioni per il bene comune, perché vivere nelle differenze è arte da apprendere urgentemente, se si desidera una realtà pacifica e costruttiva. Un compito che il curatore del libro Ezio Falavegna, parroco della pieve dei Santi Apostoli, attribuisce innanzitutto alla comunità cristiana, che se è capace di accogliere le diversità e le difficoltà, non pone fine alle contraddizioni della città rispondendo ai bisogni inevasi, ma piuttosto “si mette dentro le contraddizioni e le illumina con la luce del Vangelo”, e riporta le singole persone a superare la paura e a pensarsi comunità. Un appello che si ritrova in chiusura del testo, con il ricordo di Maria di Carlo Vinco. Una donna sola, che nemmeno la rete della parrocchia è riuscita a raggiungere. Serve una nuova cultura della fiducia, perché la solitudine non diventi isolamento e vivere la città non si limiti a un passare ottuso tra un silenzio esistenziale e l’altro.

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Cultura/lib ri Maria Bertilla Franchetti, che dirige la rivista Filofevoss, ha raccolto in un libro gli editoriali del bimestrale creando una sorta di vademecum del volontariato

Sguardi di speranza Centinaia di associazioni, religiose e laiche testimoniano che esiste una profonda coscienza che si traduce in quotidiana e silenziosa attività di aiuto

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di Stefano Vicentini Sguardi di speranza per un impegno solidale. Maria Bertilla Franchetti Gabrielli Editori E qual è quei che volontieri acquista, / e giugne ‘l tempo che perder lo face, / che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista: questa terzina di Dante, nel I canto della Divina Commedia, ben descrive l’esatto contrario di quello che l’uomo dovrebbe chiedere a se stesso. L’avaro è colui che “volontieri acquista”, ossia è fermo nella volontà di accaparrarsi qualcosa che evidentemente piace al momento ma, di fatto, non dura nel tempo (denaro? potere? fama?) perché instabile, effimero, tutt’altro che soddisfacente: nel lungo termine si perde e comporta una cocente frustrazione. Differente da questo status è la cultura della generosità, la gratificazione che proviene dal donare in modo disinteressato e gratuito, con opere di solidarietà a vario titolo verso il prossimo. Centinaia di associazioni, religiose e laiche, unite a singoli e gruppi spontanei di volontariato nel veronese testimoniano che esiste una profonda coscienza che si traduce in quotidiana silenziosa attività di aiuto. Il volontariato mal sopporta l’idea di consumare energie e tempo, chiedere per ottenere, calcolare per tornaconto personale; li sostituisce con donare senza chiedere in cambio, accogliere indistintamente, liberare energie positive, in una prospettiva duratura di appagamento. Di recente si è tenuto un incontro, nella sala convegni Unicredit , organizzato dall’associazione Fevoss, che si occupa di servizi di sostegno nell’ambito socio-sanitario, dal titolo “Il giovanile impegno del moderno volontariato: dalle radici cristiane all’Europa multietnica”.

Ospite è stato l’ex vicedirettore del Corriere della Sera, oggi europarlamentare, Magdi Cristiano Allam, che ha analizzato le motivazioni che spingono alla missione del volontariato, fondata sul primato di valori non negoziabili e sulla certezza delle regole. Una voce competente che ha avvalorato il cammino educativo, civile ed etico di tutte le realtà che operano nella nostra provincia per il bene comune. L’occasione è stata data dalla presentazione del libro Sguardi di speranza per un impegno solidale di un’insegnante e giornalista veronese, Maria Bertilla Franchetti, che dirige da anni la rivista Filofevoss. Ha raccolto gli editoriali del bimestrale creando una sorta di vademecum, prezioso e completo, che il volontario dovrebbe sempre tenere presente per dare linfa al suo cammino. Vale la pena di soffermarsi su alcuni passaggi che intrecciano riflessioni dell’oggi di ampia condivisione con pensieri tratti dai grandi del passato, ma anche da gente comune che ha vissuto azioni di silenziosa santità. Si può ricostruire, per esempio, un sillabario sugli atteggiamenti fondamentali da assumere. Sulla coscienza: “Perno, essenziale e inderogabile, rimane l’ascolto delle proprie intenzioni: sia per non rifuggire il desiderio di esprimere coraggiosamente delle scelte, sia per non abdicare mai all’onda pulita e vigorosa che si leva dal mare delle condivise (e interiorizzate) tensioni ideali. Ogni slancio è cieco se privo d’amore”. Sul servizio: “Il mondo del volontariato funge da palestra per il superamento di tanta pigrizia fisica, morale e anche intellettuale. Qui l’amore parla il linguaggio della quotidianità, evita i ranghi della retorica, diventa espressione di fedeltà a sé, agli altri, al servizio”. Sul dialogo: “È parola d’ordine, per il superamento di stereotipi, pregiudizi,

punti di vista unilaterali. La monocultura è condannata alla stagnazione, mentre la cultura polidimensionale crea menti dinamiche, processuali, aperte al cambiamento. L’incontro tra culture diverse richiede di interrogare l’esistente, di allargare la visuale, di riflettere sulla percezione dei gruppi etnici minoritari e dei miti legati al gruppo maggioritario. Bisogna attuare una nuova progettualità”. Sulla gratuità: “È l’elemento caratterizzante l’agire volontario, e lo distingue dalle altre forme di impegno civile e da quello delle diverse componenti del Terzo Settore. Significa assenza di guadagno economico, ma anche assenza di rendita di posizione, allontanamento da ogni potere, mancanza di vantaggi diretti e indiretti. È testimonianza di libertà rispetto alle logiche dell’utilitarismo e dell’assolutizzazione del profitto”. Sulla perseveranza: “I volontari affrontano una sfida quotidiana in proposito, mentre tacitamente rievocano le ragioni del loro operare e si dispongono a non lasciarsi abbattere dagli inevitabili momenti di stanchezza. È la fedeltà, quale ostinato affetto per i valori, che riesce a vincere il timore del risultato parziale o non perfettamente raggiunto”. Sulla solidarietà: “Il termine solidarietà deriva da solidale o solidario; entrambi gli aggettivi nascono da solido, vale a dire intero, compatto, massiccio, senza cavità o vuoti esterni. Da questa base si hanno accezioni nella fisica, nel diritto e nella sociologia. Per estensione ricaviamo il significato di fratellanza, coesione, reciprocità: solidarietà-comunicazione, solidarietà-travaso, solidarietà-complementarietà. Sono tante le indagini che si possono effettuare”. Sul silenzio: “Volontari, figli del silenzio. Sembra un paradosso. Il silenzio come lusso delle realtà alte, come disintossicazione

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Cultura da eccessiva immagine di sé e dai calcoli che troppo spesso assopiscono le voci più indomite dei bisogni più autentici, come “rischio” di assegnare profilo e maggior consistenza agli altri, come possibilità estasiante di contemplazione dei valori, e non certo come solitudine avvilita dalle ombre della notte, come rappacificazione con l’universo e il suo tesoro profondo (che è dono per tutti), come desiderio di stabilire un patto affettuoso tra l’oggi e il domani”. Insieme a queste riflessioni una costellazione di aforismi, tra cui “amare significa rivelare all’altro la sua bellezza” (Bianchi); se non si amano gli uomini, non si può lottare per loro” (Sartre); “se si ama non si fatica e, se c’è la fatica, la stessa fatica è amata” (S. Agostino); “Non c’è nulla di più terrificante per un uomo della totale indifferenza di un altro uomo per lui” (Mandel’stam); “fondamentalmente, la vita è semplice. La complica solo la struttura umana quando è caratterizzata dalla paura di vivere” (Reich); “senza entusiasmo non si è mai compiuto niente di grande” (Emerson); “chi bada al vento non semina e chi osserva le nuvole non miete” (Qohelet); “se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici. Non importa, fà il bene” (Madre Teresa); “l’unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni” (Che Guevara). Nella prefazione Magdi Cristiano Allam ha sottolineato che “il volontariato è lo strumento ottimale per la trasmissione della cultura della partecipazione, pietra miliare per l’affermazione di un modello di convivenza sociale a misura d’uomo”. Dall’io al noi è l’obiettivo, non provvisorio e buonista, ma sincero per diventare stile di vita. In gioco c’è la costruzione di una civitas, definita nel libro “piazza della cittadinanza consapevole, confronto di progetti operativi, non di formule né di slogan, sfida di un nuovo rapporto con le istituzioni. Al volontario è richiesto di “scendere in campo” da autentico protagonista.

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Il giovane artista veronese recita nei teatri del mondo in uno spettacolo didattico ambientalista con protagonisti gli animali in via di estinzione

Matteo Spiazzi fa parte della Compagnia teatrale internazionale Ruga Planet, nata a Milano nel 2009

Ha portato in Ecuador la commedia dell’arte di Cinzia Inguanta Matteo Spiazzi è un giovane artista veronese diplomato un anno fa all’Accademia d’Arte drammatica “Nico Pepe” di Udine. È appena rientrato in Italia dopo una tournée in Ecuador. Matteo fa parte della Compagnia teatrale internazionale Ruga Planet, nata a Milano nel 2009, che porta nei teatri del mondo uno spettacolo didattico ambientalista con protagonisti gli animali in via di estinzione delle Isole Galapagos. La prima a Milano, poi lo spettacolo continua in Ecuador in un programma televisivo sulla falsa riga del nostro Telethon, finalizzato però alla salvaguardia dell’ambiente. Lo spettacolo è stato replicato in varie piazze del Paese. Il giovane artista parla con entusiasmo di questa esperienza che lo ha visto impegnato insieme ad altri quattordici attori di ben cinque nazionalità: italiani, ecuadoriani, un peruviano, un ivoriano e la can-

tante lirica statunitense Barbara Post, autrice delle musiche. Matteo durante il periodo in cui si è fermato a Quito ha conosciuto Rosario Arnone, addetto alla cultura presso l’ambasciata italiana: «Con Arnone sono riuscito a organizzare un seminario sulla commedia dell’arte, all’Università centrale di Quito, nel dipartimento di Teatro, il corrispettivo della nostra Accademia nazionale d’Arte drammatica– racconta Matteo –. È stato un lavoro straordinario e molto interessante, prima di tutto perché gli studenti che non conoscevano la commedia dell’arte, pur avendo già realizzato lavori in maschera, si sono innamorati di questo genere». Matteo per questo ha avuto un grande riconoscimento da parte di tutti gli addetti, compreso quello di Jorge Matteus, il direttore del dipartimento d’arte. Appena rientrato in Italia, a Verona, è già coinvolto in un nuovo progetto. Il lavoro, nato in collaborazione con il comita-

to di Simeon de l’Isolo, e appoggiato dalla prima circoscrizione, è incentrato sulla valorizzazione di una figura del patrimonio carnevalesco cittadino, Simeon de l’Isolo, personaggio realmente esistito che rappresenta il capo degli zatterieri, che portavano il legname dal Trentino a Verona. Il recupero di questa maschera è avvenuto negli anni ’70 e Spiazzi con il suo gruppo, sta creando questo personaggio per la commedia dell’arte, lavorando in particolar modo all’invenzione della sua maschera, che è quella di un animale d’acqua, un pesce o un’anguilla. Il canovaccio dello spettacolo è retto da quattro attori professionisti e da giovani attori diplomati in varie accademie: Spiazzi è il regista-autore e interprete nelle vesti di Pantalone. La pièce andata in scena il 10 gennaio, per la celebrazione dell’incoronazione del Simeon de l’Isolo al Teatro Camploy, è stata replicata durante tutto il carnevale.

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L’ENERGIA DI VERONA PER I VERONESI




Te rrito rio TRADIZIONI

La festa dei Coscritti Una cerimonia di iniziazione al mondo degli adulti con significati profondi e simbolici. Un importante avvenimento della comunità contadina, una verifica – che avveniva attraverso la visita di leva – dello stato di salute del giovane

Ogni anno i coscritti, i ragazzi che avevano compiuti i 18 anni di età, allestivano il “carro” in coincidenza con la chiamata al servizio militare. Dopo la guerra veniva trainato dai trattori ma prima erano i buoi a fornire la forza motrice

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di Aldo Ridolfi Sono sparite anche le residue scritte fatte, sui muri del paese, con un grosso pennello intinto in un capiente secchio di calce. “Viva il 1946, W il 1947” recitavano, accompagnate da altre formule semplicissime ed essenziali. Graffitari ante litteram, i giovani diciottenni post bellici hanno portato avanti, fino al tramonto avvenuto alla fine degli anni Sessanta, la vecchia tradizione dei “coscritti”. Le ultime “classi” che si sono permesse il lusso di celebrare, secondo tradizione, la “festa dei coscritti” sono state quelle nate attorno al 1950, anno più anno meno. Dopo, è calato lentamente il

sipario. Ma vediamo più da vicino di che cosa si trattava. Ricostruiamo l’atmosfera assieme a Giorgio Pirana, di Colognola ai Colli, regista di numerosi documentari sulla Lessinia e testimone vivace e attento di quegli anni. Egli ci racconta del “carro” allestito ogni anno dai coscritti, i ragazzi di 18 anni, in coincidenza con la chiamata al servizio militare. Il “carro” era effettivamente un carro agricolo. Dopo la guerra veniva trainato dai trattori ma prima erano i buoi a fornire la forza motrice. Il pianale del carro fungeva da piattaforma su cui innalzare un baldacchino fatto di canne di bambù, in dialetto canaroche, e rami di abete e ginepro si-

stematiti in modo da formare, all’interno, una spaziosa galleria. Ciò rendeva impossibile, da fuori, vedere che cosa accadeva dentro il “carro”. Se ne doveva ammirare però la decorazione: innanzitutto la lunga coda, la coa del caro, opera di abile ingegneria paesana e frutto di astuzie tecniche e di esperienze a lungo tramandate; poi c’erano le bandierine tricolori fissate a lunghi spaghi che giravano attorno a tutta la complessa impalcatura e infine, ovviamente, a caratteri cubitali: «Viva la classe…». L’anno di nascita diventava feticcio da portare ovunque in trionfo: sul “carro”, con decine e decine di manifestini incollati sui muri; mediante scritte a pennello impregnato nella calce. All’interno del “carro” canti e goti a tutto spiano: la sbornia era assicurata, gli astemi avevano vita dura e mantenersi indenni dall’alcool diventava impresa disperata. Ma qualcuno ci riusciva sempre, però doveva sopportare la bonaria ironia dei suoi amici per mesi, per anni. Gli strumenti musicali più diffusi erano la fisarmonica e, più tardi, la chitarra; i poveracci che sapevano suonarli erano precettati per tutta la durata della manifestazione che nei casi più malaugurati poteva durare anche una settimana. Ma riuscivano anch’essi, potete giurarci, a raggiungere la damigiana collocata su una bala de paja all’interno del “carro”, e scolarsi abbondanti goti di “nero” o di “bianco”. I giovanotti erano vestiti per benino, qualcuno indossava la cravatta, l’unica che si trovava nello striminzito guardaroba, qualche

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Te rrito rio

Era un vincolo di amicizia che durava tutta una vita e che veniva rafforzato periodicamente grazie all’annuale festa della classe, che i protagonisti di quell’evento portavano avanti con costanza

altro uno strano doppiopetto assolutamente fuori luogo. Al collo l’immancabile foulard tricolore che ripeteva il ritornello, “W il …”, ma sul quale facevano anche capolino immagini di ragazze prosperose e sorridenti. Anche i copricapo, pur non essendo obbligatori, dovevano rispondere ad alcuni requisiti: o erano costituiti dai cappelli da alpin rinvenuti in casa propria o di amici, o da singolari baschetti che ricordavano i soldati alleati. Il carro, con a bordo quella folla vociante e allegra, si spostava nel

paese, raggiungeva le frazioni, talvolta si avventurava nei comuni vicini: viaggi avventurosi, ricchi di incognite e aspettative, rispetto ai quali volare oggi a Sharm elSheikh diventa una banalità. C’era un grande cameratismo. Si era, a questo proposito, coniata un’espressione oggi certamente in disuso o addirittura scomparsa. Dopo quelle fatidiche giornate ci si salutava dicendo «Ciao clase», a sottolineare il legame privilegiato che univa i giovani che avevano celebrato assieme la festa dei coscritti. Oppure ancora lo spirito

di corpo si esprimeva nell’espressione «L’è de la me clase» e ciò garantiva sulla serietà o sulle abilità della persona in questione. Era un vincolo di amicizia che durava tutta una vita e che veniva rafforzato periodicamente grazie all’annuale festa della classe che i protagonisti di quell’evento portavano avanti con costanza. Ancora oggi, con un’anagrafe che veleggia attorno ai sessanta-settanta o più anni, è costume ritrovarsi per la cosiddetta “Festa della classe” e da tempo la partecipazione è stata allargata anche al sesso fem-

La visita di leva e le leggi del 1800 Nello Stato unitario la questione della leva obbligatoria produsse una fitta giurisprudenza nel cui ambito è importante la legge n° 2532 emanata 7 giugno 1875 da «Vittorio Emanale II per grazia di Dio e volontà della nazione Re d’Italia». L’articolo 1 illustrava immediatamente il senso della disposizione: “I cittadini dello Stato, che concorrono alla leva di terra, riconosciuti idonei alle armi e non colpiti dalla esclusione a termine della legge organica sul reclutamento dell’esercito, in data 20 marzo 1854, sono personalmente obbligati al servizio militare dal tempo della leva della classe rispettiva sino al 31 dicembre dell’anno nel quale compiranno il 39° anno di età. Raggiunta questa età, cessa qualsiasi obbligo al servizio militare, salvo per gli ufficiali…”.

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Per “legge organica”, cui fa riferimento l’articolo appena citato, s’intende la legge Lamarmora del 20 marzo 1854. Tale legge era composta di ben 188 articoli e al n° 4 contemplava il seguente semplicissimo dovere: “Tutti i cittadini dello Stato sono soggetti alla Leva”. Essa operava tutta una serie di distinzioni e disposizioni, tra queste decretava la nascita della Milizia provinciale: “È istituita una milizia provinciale, destinata a sostegno dell’esercito attivo in tempo di guerra, e più particolarmente a concorrere con esso nella difesa interna dello Stato. Essa non è chiamata alle armi in tempo di pace se non che temporariamente per la sua istruzione, ovvero anche per ragione d’ordine e di sicurezza pubblica.”

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Te rrito rio I “coscritti” nella letteratura Carlo Sgorlon, nelle pagine iniziali del suo primo romanzo, con il quale inaugura un amore per la sua terra e le sue tradizioni che durerà tutta una vita, racconta dei “coscritti” quando la tradizionale festa non era ancora spenta. (Carlo Sgorlon, Il vento nel vigneto, 1960, ma ristampato da Gremese editore nel 2006). Eliseo, il protagonista della storia, saldato il suo debito con la giustizia, entra nel paesino di Treppo: “I muri erano zeppi di scritte a calce, “VIVA IL ’39, VIVA LA CLASSE DI FERRO”. C’erano anche manifestini tricolori incollati dappertutto. Eliseo entrò in un locale pieno di coscritti che facevano cagnara seduti attorno ai tavolini, sopra di essi e perfino sul bancone. Avevano già scolato parecchi boccali e cantavano e urlavano come matti. L’oste da dietro il banco li guardava preoccupato e cercava di calmarli con le buone, senza urtare la loro suscettibilità, per paura che si eccitassero di più e rompessero qualcosa”.

La festa si è ridotta prima al solo fine settimana e poi è scomparsa. Oggi, dopo la legge Martino che sospende il servizio di leva, non ha più ragione di essere

minile, rigorosamente escluso dalla festa dei “coscritti” che era a tutti gli effetti una cerimonia di iniziazione maschile al mondo degli adulti. La festa della classe, peraltro, in provincia, è annualmente celebrata anche oggi dai giovani venti-trentenni, ma ha la funzione di rinverdire rapporti nati sui banchi di scuola; invece la tradizione dei coscritti, nel senso sopra descritto, è sconosciuta a queste fasce d’età. La festa dei coscritti esprimeva significati profondi e simbolici. Era un importante avvenimento della comunità contadina, un rito di passaggio all’età adulta, una “verifica” – che avveniva attraverso la “visita di leva” – dello stato di salute del giovane. Nella prospettiva del passaggio era concepita anche la visita al bordello cittadino, ma il costume non aveva, almeno negli anni post bellici, il carattere dell’obbligatorietà. In occasione della festa si tolleravano le numerose intemperanze dei componenti il “carro”, ben riassunte in alcune espressioni popolari oggi anch’esse scomparse. Si diceva: «I è da Dio mandè», forse alludendo alle piaghe mandate da Dio agli egiziani; oppure si diceva anche che «I ghe ne fa pèso de Bertoldo o

pèso de Nineta», alludendo, questa volta, a due personaggi famosi per furberie, scherzi e brigantaggi. Sempre, però, in tono ironico e tollerante. Il tutto, infatti, come bene esprime l’idea Gian Luigi Bravo (in Cibo, gioco, festa, moda, a cura di C. Petrini e U. Volli, Utet 2009), un antropologo che studia la tradizione popolare, era “ritualmente concesso”. L’evoluzione culturale e sociale successiva ha portato alla scomparsa della festa dei coscritti per diverse ragioni. Giusto per proporre qualche idea, ricordiamo che il Sessantotto ha maturato una vivace coscienza antimilitarista con la conseguente perdita del valore riconosciuto alle armi, alla guerra e alla patria intesa come territorio da difendere da sempre possibili nemici; così s’affrettava il tramonto della tradizione. L’arrivo, poi, anche in campagna, della produzione industriale con i suoi tempi e ritmi ben definiti ha tolto ossigeno ai giovani che non potevano più contare su una settimana di informale libertà dal lavoro. Perciò la festa si è ridotta prima al solo fine settimana e poi è scomparsa. Oggi, dopo la legge Martino che sospende il servizio di leva, non ha più ragione di essere.

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