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Collezioni Basile e Ducrot Mostra documentaria degli archivi a cura di Eliana Mauro e Ettore Sessa

Galleria delle Collezioni Basile e Ducrot FacoltĂ di Architettura Edificio 14, viale delle Scienze, Palermo


COLLEZIONI BASILE E DUCROT MOSTRA DOCUMENTARIA DEGLI ARCHIVI Coordinamento scientifico Eliana Mauro, Ettore Sessa Ordinamento Eliana Mauro, Patrizia Miceli, Ettore Sessa Comitato organizzativo Rosanna Cuffari, Davide Leone, Giuseppe Lo Bocchiaro, Eliana Mauro, Patrizia Miceli, Ettore Sessa, Antonella Tarantino Mostra Archivio Basile a cura di Eliana Mauro ed Ettore Sessa Mostra Tavole Didattiche, revisione didascalie a cura di Livia Realmuto Mostra Archivio Ducrot a cura di Patrizia Miceli Mostra biblioteche Basile e Ducrot a cura di Maria Antonietta Calì Progetto e direzione allestimento Collezioni Basile e Ducrot Daniele Di Marzo, Claudia Fiore, Livia Realmuto, Giuseppe Verde Collaborazione allestimento Virginia Bonura, Davide Borzoee, Maria Antonietta Calì, Vincenzo Luparello, Vincenza Maggiore, Patrizia Miceli, Daniele Orlando

Adeguamento e manutenzione cartelle espositive Marina Tiziana Miceli Progetto e direzione allestimento Tavole Didattiche Tilde Marra con Armando Barraja Realizzazione e montaggio allestimento F.lli Sorrentino Trasporti, Palermo Maltese Group S.a.S di Roberto Maltese S.B.S. Plex Design s.r.l., Palermo Redazione catalogo Claudia Asaro, Carmelina Drago, Eliana Mauro, Angela Persico Gruppo di ricerca e testi catalogo Claudia Asaro, Virginia Bonura, Davide Borzoee, Maria Antonietta Calì, Valentina Cerchia, Federica Cottone, Benedetta Cusumano, Carmelina Drago, Giorgia Gaeta, Nuccia Guarneri, Davide Leone, Giusi Lo Tennero, Vincenzo Luparello, Francesca Lupo, Vincenza Maggiore, Eleonora Marrone, Mario Mastroluca, Eliana Mauro, Patrizia Miceli, Manuela Milone, Daniele Orlando, Angela Persico, Livia Realmuto, Ettore Sessa, Patrizia Triassi, Alessandra Vecchio, Giuseppe Verde Editing catalogo Davide Leone, Giuseppe Lo Bocchiaro Stampa catalogo “Plumelia” edizioni, Palermo In collaborazione con Presidenza della Facoltà di Architettura Area Patrimoniale e Negoziale-U.O.A. Valorizzazione del Patrimonio Culturale e Scientifico - Sistema Museale, Università degli Studi di Palermo

Università degli Studi di Palermo


Sommario Presentazioni R. Lagalla, Rettore dell’Università degli Studi di Palermo

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A. Milone, Preside della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo

VI

M. Aprile, Direttore del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo

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V. Agnesi, Delegato al Sistema Museale dell’Università degli Studi di Palermo

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E. Basile jr

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Sezione I – Saggi

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E. Sessa, Responsabile Scientifico della Dotazione Basile-Ducrot Collezioni Basile e Ducrot dell’Università degli Studi di Palermo 3 E. Mauro Giovan Battista Filippo Basile 9 E. Sessa Ernesto Basile 29 E. Sessa Ducrot. Mobili e arti decorative 75 Sezione II – Approfondimenti 99 L. Realmuto Le Tavole illustrative di fabbriche antiche, medievali e moderne e il metodo per la conoscenza dell’architettura 101 G. Verde Le tecniche del disegno

105

E. Marrone I viaggi di studio di Ernesto Basile

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G. Lo Tennero La partecipazione ai concorsi per il Palazzo di Giustizia dello stato italiano

III


(1883-1887)

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A. Persico La committenza aristocratica e borghese dei Basile: alla ricerca della modernità

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C. Asaro La committenza intellettuale, scientifica e artistica

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C. Drago Ernesto Basile e l’architettura per il sociale

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V. Luparello Architettura per una nuova società agraria D. Leone Ernesto Basile e il modificarsi del rapporto con il mare: architetture sulla costa

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P. Miceli I progetti dell’Ufficio Tecnico Ducrot

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M. Mastroluca Le opere rare e di pregio e i libri antichi nelle collezioni della Biblioteca Centrale della Facoltà di Architettura

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Sezione III – Mostra

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Planimetrie e pannelli dell’allestimento della mostra delle Collezioni Basile e Ducrot a cura di G. Verde

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Progetti e disegni Archivio Basile a cura di E. Mauro e E. Sessa

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Foto e disegni Archivio Ducrot a cura di P. Miceli

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Biblioteche Basile e Ducrot a cura di M. A. Calì

179

Tavole didattiche di Architettura Tecnica a cura di L. Realmuto

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Schede dei progetti a cura di E. Mauro e E. Sessa

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IV

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Roberto Lagalla

Rettore dell’Università degli Studi di Palermo Le Collezioni Scientifiche dell’Ateneo di Palermo, che raccolgono gli archivi di Architettura Contemporanea (costituiti da disegni e biblioteche specialistiche), oltre alle raccolte di modelli di architettura e ingegneria e archivi fotografici e documentari, rappresentano, anche in sede nazionale, uno dei più interessanti patrimoni del settore, tanto che la nostra istituzione risulta, a buon diritto, tra i soci fondatori dell’Associazione Nazionale di Archivi di Architettura Contemporanea che ha sede presso lo IUAV di Venezia. Vi appartengono la parte concessa in uso degli archivi dei due Basile, Giovan Battista Filippo ed Ernesto, nonché quelli di Salvatore Benfratello, di Salvatore Caronia Roberti e del figlio, Giuseppe Caronia, di Antonio Zanca, di Marco Pozzetto, con unità documentarie che spesso sono anche di considerevole valore artistico. Ne fanno parte schizzi e rilievi di siti archeologici e di architetture italiane dall’età medievale a quella rinascimentale, generalmente redatti durante gli anni di perfezionamento trascorsi percorrendo l’Italia o durante i viaggi di studio organizzati in seno ai corsi di laurea in qualità di docenti. Maggiormente documentata, la produzione progettuale copre un vasto arco storico con ideazioni originali, nell’ambito dell’architettura italiana del periodo, che dallo sperimentalismo e neoclassicismo ottocentesco e dal liberty procedono verso e oltre il razionalismo, coprendo un arco storico che dal 1859 giunge fino agli anni Settanta del XX secolo. Della raccolta nella disponibilità dell’Ateneo fa anche parte un prestigioso archivio

di arte decorativa moderna, quello che si attesta al mobilificio Ducrot di Palermo, ad oggi l’unico conservato fra quelli che hanno riguardato la produzione industriale italiana, e l’esportazione dei suoi prodotti nel Mediterraneo, dal 1900 al 1970 e il cui complesso in prossimità della Zisa continua a vivere come sede di molteplici attività culturali. Non ultimo, e quello al quale si rivolge sempre uno sguardo di particolare rispetto, è il patrimonio delle Tavole didattiche di Storia dell’Architettura della fine dell’Ottocento del quale Giovan Battista Filippo Basile dotò l’Ateneo facendole redigere su sue indicazioni al suo assistente presso la cattedra omonima, Michelangelo Giarrizzo. Votato alla conoscenza diretta dell’architettura, Basile, che aveva più volte avviato la formazione di una raccolta documentaria fotografica delle architetture storiche con la quale illustrare le proprie lezioni, ha lasciato alla collettività un vero e proprio “documento monumentale” del modo di intendere l’insegnamento e la funzione dell’istituzione universitaria. A questo ricco patrimonio fa capo la Mostra documentaria degli archivi Basile e Ducrot esposta nella Galleria delle Tavole Didattiche; quasi il ricongiungersi, attraverso una delle molteplici variabili, di conoscenze comuni alla ricerca scientifica, professionale e didattica, nonché feconda occasione dell’avvio della collaborazione con la Fondazione Livia Titi Basile, per la divulgazione e valorizzazione di uno straordinario patrimonio culturale sull’arte e l’architettura contemporanee.

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Angelo Milone

Preside della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo Le vicende di Giovan Battista Filippo Basile e di Ernesto Basile, padre e figlio, quali esponenti di primo piano della cultura architettonica italiana d’età contemporanea, sono strettamente legate alla storia dell’istituzione universitaria palermitana. Entrambi docenti della Scuola di Applicazione per Ingegneri ed Architetti della Regia Università di Palermo e poi - il solo Ernesto - della Facoltà di Ingegneria, non solamente hanno contribuito in maniera determinante alla formazione di generazioni di professionisti, che hanno ben operato in Sicilia e in altre realtà del Mediterraneo, ma hanno anche assunto il ruolo di capiscuola nell’ambito degli studi di architettura e ingegneria civile in vari settori disciplinari (dalla progettazione alla tecnologia, dalla storia all’impiantistica) assicurando un avanzamento della cultura italiana del progetto architettonico, tale da porre la Sicilia come uno dei fulcri della ricerca di una “nuova architettura” soprattutto nel periodo eclettico e modernista. Eredi di una storica scuola palermitana del “progetto moderno”, nata alla fine del XVIII secolo con Giuseppe Venanzio Marvuglia (uno dei più significativi protagonisti del Neoclassicismo italiano), ne hanno rilanciato il ruolo in una dimensione internazionale, garantendo a Palermo il rango di centro propositivo nella storia dell’architettura contemporanea. Interpreti di una realtà palermitana e siciliana d’età contemporanea al suo apogeo quale società civile, pur in considerazione di stridenti sperequazioni, ne hanno in buona

misura configurato il “volto” sia con la realizzazione di architetture di qualità improntate alla ricerca del “vero” e della misura, dalla residenza alle sedi istituzionali e agli edifici di uso collettivo, sia con la messa a punto di uno “stile” della professione dell’architetto (comune ad entrambi e tuttavia distinguibile) che lungamente assurge a modello etico per architetti e ingegneri, ma anche per artisti e imprenditori nel settore della produzione edilizia e delle arti decorative e industriali. Imprese di costruzioni, come Rutelli, Utveggio, Caronia, e imprese industriali, come la Ceramica Florio, la fabbrica di apparecchi di illuminazione Caraffa e soprattutto come il mobilificio Golia-Ducrot, hanno conseguito iniziali salti di qualità, tali da garantire affermazioni nazionali e internazionali, grazie all’azione trainante dei due Basile. L’esposizione di una selezione (purtroppo contenuta per motivi di spazi e di attuali economie) dei materiali d’archivio dei Basile e del mobilificio Ducrot conservati nella Dotazione Basile-Ducrot (denominazione storica oggi trasformata in Collezioni Basile e Ducrot) della Facoltà di Architettura quasi in concomitanza con la sua chiusura quale istituzione autonoma, anche se in vista della confluenza delle sue potenzialità di missione didattica e di attivismo nella ricerca in altro genere di struttura scientifica, ha dunque anche il valore di segnare una traccia di continuità nel percorso dell’insegnamento di architettura e di ingegneria civile nella storia dell’università italiana.

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Marcella Aprile

Direttore del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo La mostra dei progetti dei Basile è una occasione per riflettere su uno dei compiti più importanti che l’università deve svolgere verso il territorio: l’elaborazione e la diffusione di un sapere che dal territorio proviene e che a esso deve essere restituito in forme e con modalità tali da aumentarne identificazione e specificarne caratteri. Questo compito richiede che l’università si ponga, prima di tutto, come luogo di riferimento e di continuità nella produzione e nella conservazione della conoscenza non solo per gli studiosi e gli studenti. La raccolta dei documenti degli architetti siciliani - iniziata dalla Facoltà di Architettura, proseguita dal Dipartimento di Architettura - ha preso il via proprio dall’archivio Basile-Ducrot e consente a chi voglia consultarla di studiare da vicino e di interpretare il lavoro di professionisti siciliani spesso poco conosciuti (non è ovviamente il caso dei Basile) e, di certo, non meno meritevoli di attenzione di più fortunati architetti italiani. Palermo e la Sicilia in generale, rispetto ad altre città e regioni, non annoverano un patrimonio di opere particolarmente ricco, soprattutto se si guarda alla seconda metà del Novecento, scontando non solo una condizione di marginalità geografica - e, per certi versi, culturale - ma anche una sorta di diffidenza ambientale nei confronti degli architetti e del loro lavoro; laddove, invece, chi redige e firma il progetto può fare la differenza tra un’opera che produce storia e una destinata all’oblio, tra un intervento che condiziona positivamente la trasformazione di un luogo

e uno che si limita, nel migliore dei casi, a occupare suolo. Mi è capitato, talvolta, di pensare a come sarebbe Palermo se solo alcuni dei tanti progetti redatti per questa città fossero stati realizzati, immaginando i possibili risultati, le molteplici conseguenze e - direbbe Borges - la ramificazione dei futuri possibili. In effetti, la questione non riguarda solo la mancata esecuzione di progetti importanti, poiché è accaduto - e accade ancora - che anche i pochi realizzati non siano stati del tutto compiuti, soprattutto, nelle parti che avrebbero indotto effetti significativi ben al di là del loro immediato intorno. Per esempio il Teatro Massimo, se si fosse costruita la grande piazza triangolare e il viale orientati verso il mare (ché il Castello a mare era riferimento evidente del progetto), avrebbe recuperato al mare una centralità che gli è negata; connesso uno dei monumenti più emblematici al lungomare; forse, condizionato lo sviluppo del porto e delle aree limitrofe in una direzione positiva, affatto diversa dall’attuale. Oggi il porto, quasi esclusivamente destinato al traffico dei passeggeri, è in sostanza un corpo estraneo rispetto alla città: i viaggiatori che arrivano a Palermo, dopo la visione da lontano della piana e della cintura collinare (magnifiche e connotate da una luce straordinaria), sbarcano in una brutta, caotica, trascurata e maltenuta periferia. Che G.B.F. Basile fosse attento e sensibile al rapporto tra Palermo e il mare lo testimonia il ridisegno del tracciato di corso Vittorio Emanuele e le trasformazioni - profonde - prodotte nel corpo vivo della città, in

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nome della costruzione di uno spazio urbano fortemente emblematico e memorabile. Con la ottocentesca Riforma dei suoli quella via ritorna a essere lo spazio pubblico per antonomasia: agganciato al cammino del sole, è ideale connessione tra monti e mare che fanno entrambi da fondo alla prospettiva individuata dai fronti stradali e dalle due porte. Non tutti i progetti che gli architetti producono sottendono una simile carica visionaria e uguale capacità nel sintetizzare le potenzialità di un luogo. Tuttavia, il patrimonio di idee e di proposte rintracciabile nei progetti, negli schizzi e negli scritti di alcuni merita di essere preservato e studiato, con l’obiettivo di consolidare una direzione di ricerca capace di rispondere alle questioni e alle richieste della cultura e dell’habitat contemporanei.

Il Dipartimento di Architettura manifesta la volontà di proseguire, nonostante i limiti delle risorse disponibili, sulla strada tracciata nel momento in cui si decise di acquisire i materiali dell’archivio Basile-Ducrot e di continuare il riordino, la catalogazione e la riproduzione digitale degli archivi e delle collezioni in suo possesso in modo da renderli sempre più facilmente accessibili e consultabili, senza comprometterne i materiali originali. Mi auguro che a questa mostra ne possano seguire altre e che si possano allestire esposizioni permanenti in entrambe le sedi del Dipartimento, avendo anche - come fine non secondario - di rendere sempre più visibile la passione e l’impegno che generazioni di architetti hanno profuso in questa città e in questa isola.

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Valerio Agnesi

Delegato al Sistema museale d’Ateneo dell’Università degli Studi di Palermo I musei universitari sono la sede dove si è accumulata e si conserva la documentazione scientifica che è il frutto dell’attività delle generazioni di studiosi che si sono avvicendati negli Atenei; in tal senso essi, oltre a fornire un supporto spesso fondamentale alla didattica, consentono di poter ricostruire un percorso storico riguardante l’evoluzione delle discipline e dei saperi che costituiscono oggetto del museo. L’Università degli Studi di Palermo, grazie alla sua storia che affonda le radici ben oltre due secoli fa, ed alla vitalità ed operosità dei suoi docenti e ricercatori, ha accumulato, nel tempo, un corpus di collezioni didattiche e scientifiche di notevole pregio scientifico e storico e, in alcuni casi, di incommensurabile valore. In questi anni l’Amministrazione universitaria si è fortemente impegnata nel rilancio e nella messa a sistema del vasto patrimonio costituito dalle proprie collezioni scientifiche e didattiche. Punto qualificante di questa politica, avviata pur in un momento di grande difficoltà economica dell’intero sistema universitario nazionale e del nostro Ateneo in particolare, è stato la creazione del Sistema Museale d’Ateneo, istituito e regolamentato con Decreto Rettorale n. 1576 del 09.05.2011. Il Sistema ha il compito di promuove la conservazione, l’arricchimento, la valorizzazione e la fruizione del patrimonio culturale e scientifico attraverso una gestione coordinata delle attività delle diverse strutture museali, che, nel rigoroso rispetto delle prerogative di autonomia scientifica ed organizzativa delle singole real-

tà, consenta un più razionale uso delle risorse a disposizione e favorisca la realizzazione di programmi ed attività comuni. Il Sistema Museale d’Ateneo si articola in Musei tematici, Collezioni di interesse scientifico e/o didattico, e Siti di particolare interesse archeologico, naturalistico e storico, consentendo quindi, nell’ambito di una politica unitaria cui sovrintende il Comitato di Coordinamento del Sistema Museale, un approccio diversificato alle differenti realtà museali, ciascuna delle quali portatrici di interessi e problematiche peculiari. La creazione delle figure del Direttore del Museo e del Responsabile di collezione, cui viene demandata la gestione scientifica ed organizzativa di ogni singola struttura museale, vuole riaffermare la natura scientifica delle collezioni custodite e il carattere di centro di ricerca che esse rappresentano, individuando un docente specificatamente impegnato in tale compito che rappresenta inoltre la naturale controparte dell’Amministrazione. Con l’ampliamento delle Collezioni Basile e Ducrot, oggi riorganizzate negli spazi ostensivi e arricchite dalla esposizione di nuovi disegni relativi alla produzione progettuale di Giovan Battista e del figlio Ernesto Basile, docenti del nostro Ateneo, e luminose e innovative figure dell’architettura italiana a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, un altro tassello si aggiunge alla già ricca offerta culturale che il Sistema museale d’Ateneo mette a disposizione degli studiosi e della cittadinanza.

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Ernesto Basile jr Questo volume porta a compimento un progetto iniziato negli Anni Cinquanta, quando mio padre e mio zio, Roberto Basile e Giovan Battista Filippo Basile jr, decisero di affidare all’Università degli Studi di Palermo parte dei materiali del loro studio di architettura, dove avevano lavorato assieme al padre Ernesto, protagonista della cultura siciliana fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. La decisione di concedere questi documenti all’Ateneo palermitano era motivata dal desiderio che potessero divenire oggetto di ricerca per gli studiosi ma anche occasione di crescita per gli studenti e di conoscenza per la città. Purtroppo per molti decenni non tutte le loro aspettative hanno avuto compimento e questi beni culturali, numerosi e di grande pregio scientifico, artistico e storiografico, sono spesso rimasti patrimonio importante per gli addetti ai lavori ma quasi del tutto sconosciuti al grande pubblico, vero destinatario del loro valore culturale. Il mio più vivo apprezzamento va quindi agli studi dall’altissimo valore scientifico, realizzati sin dagli Anni Ottanta: opere che hanno posto le basi per la presente pubblicazione (promossa dall’Università degli Studi di Palermo insieme alla Fondazione Livia Titi Basile), agile, approfondito e atteso strumento di consultazione per una maggiore fruizione di una parte dell’Archivio Basile. Non a caso questa iniziativa si colloca in un momento storico di particolare interesse da

parte delle istituzioni, per decenni alquanto distratte, nei confronti dell’Archivio di mia proprietà (formato sia dai materiali ancora in mio pieno possesso sia da quelli concessi in comodato d’uso alla Facoltà di Architettura di Palermo), che ho voluto fornire quale patrimonio costitutivo della fondazione che sto istituendo, con l’onore di presiederla. Sento il dovere di ringraziare l’Ateneo palermitano per avere sempre più rivolto negli ultimi anni particolare attenzione alla valorizzazione dell’Archivio Basile e per avere individuato con lungimiranza l’opportunità di costituire un sempre più saldo legame con la Fondazione. Soltanto attraverso la più stretta e armoniosa collaborazione fra le due istituzioni sarà possibile portare a compimento l’ambizioso progetto del MAB Basile, museo, archivio e biblioteca, grazie soprattutto alla disponibilità della Regione Siciliana, che ha pubblicamente manifestato la volontà di mettere a disposizione il Villino Ida di via Siracusa, casa-manifesto dell’architettura di mio nonno, dove potere ricongiungere contenente e contenuto. La Dotazione Basile diverrà così una significativa sezione del MAB a stretto contatto con gli studenti nei prestigiosi locali della Facoltà di Architettura di Palermo, mantenendo di fatto quel legame plurigenerazionale che esiste sin dall’Ottocento quando il mio bisnonno Giovan Battista Filippo Basile, insieme ad altri illustri studiosi, traghettò la Scuola di Applicazione per gl’Ingegneri verso il futuro con il suo insegnamento.

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Sezione I – Saggi


Collezioni Basile e Ducrot dell’Università degli Studi di Palermo Ettore Sessa

Responsabile Scientifico della Dotazione Basile-Ducrot La Dotazione Basile-Ducrot (denominazione oggi mutata in Collezioni Basile e Ducrot) è costituita dal Fondo Basile, formato da materiali dell’Archivio e della Biblioteca degli architetti Giovan Battista Filippo Basile (Palermo 1825 – 1891) ed Ernesto Basile (Palermo 1857 – 1932), padre e figlio, e dal Fondo Ducrot, formato da materiali dell’Archivio e della Biblioteca dell’industria palermitana di mobili Ducrot1. La Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo negli anni Cinquanta del XX secolo (nella prima sede di via Caltanissetta) ha ricevuto il materiale documentario degli architetti Basile direttamente dalla famiglia (per volontà di Roberto Basile, figlio di Ernesto)2. Al Fondo Basile successivamente sono stati aggregati altri due fondi: nel 1971 quello dei materiali documentari provenienti dall’Archivio e dalla Biblioteca della ditta Ducrot (acquistati in seguito all’Asta Fallimentare bandita dal Tribunale di Palermo nel 1970) consistenti prevalentemente nella documentazione (fotografica e grafica) dell’attività produttiva e degli stabilimenti del celebre mobilificio palermitano, oltre che dei cataloghi di vendita e dei fascicoli di periodici conservati nella relativa biblioteca aziendale3; nel 1992 il Fondo delle Tavole Didattiche realizzate negli anni Ottanta del XIX secolo, sotto la direzione di G.B.F. Basile (e in parte su suoi studi e schizzi), da Michelangelo Giarrizzo su supporti di tela di juta (trattata con gesso dolce, colla di coniglio e bianco di titanio) di m. 2,37 x 1,92 e collocate, originariamente, nell’Aula Magna della ex Regia

Scuola per Ingegneri e Architetti di Palermo, sita in via Maqueda nel complesso detto del Convento della Martorana. In questo plesso i fondi della Dotazione Basile-Ducrot sono stati conservati fino al 2011 e quindi trasferiti nella sede definitiva dell’Edificio n. 14 (nuova sede della Facoltà di Architettura) della Città Universitaria in Viale delle Scienze (via Ernesto Basile, Palermo). L’attuale dislocazione comprende due ambienti distinti (entrambi accessibili anche ai disabili) denominati Area 1 e Area 2: la prima, sistemata su progetto del 2002 di Tilde Marra (con la collaborazione di Armando Barraja), è formata dalla Galleria delle Tavole Didattiche, destinata sia alla mostra permanente delle 34 tavole di M. Giarrizzo (supporto illustrativo del Corso di Architettura Tecnica tenuto, fra il 1875 e il 1891, da G.B.F. Basile presso la Regia Scuola per Ingegneri e Architetti di Palermo) che ad ospitare manifestazioni culturali e l’esposizione ciclica di disegni di progetto dei Basile e di materiali documentari dell’industria Ducrot; l’Area 2 è destinata alla conservazione e alla consultazione delle biblioteche e delle raccolte della Dotazione Basile-Ducrot. Le Tavole Didattiche di Michelangelo Giarrizzo, unico ciclo completo conservatosi in Italia di questa categoria di dotazione didattica d’età positivista, nel 1992 sono state restaurate nel laboratorio di Michele Enzo Sottile (Castelbuono) con finanziamento della Provincia Regionale di Palermo4. Il Fondo Basile è formato dalla Raccolta Disegni, dalla Raccolta Fotografica, dalla Raccolta Documenti e dalla Biblioteca5. Quest’ultima (per quanto è pervenuto alla

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi Dotazione Basile-Ducrot) raccoglie 2.915 esemplari fra volumi e collezioni di fascicoli di periodici specializzati facenti parte del patrimonio librario già della Biblioteca dei Basile; si tratta di materiali a stampa italiani e stranieri, editi fra il XVIII secolo e la prima metà del XX secolo e inerenti, prevalentemente, all’architettura e all’ingegneria, all’archeologia, alle arti figurative e decorative, con particolare riferimento al periodo eclettico e a quello modernista, ma vi sono conservate anche annate complete delle più importanti riviste italiane di architettura e di arte decorativa degli anni Venti e Trenta. La Raccolta Disegni comprende il materiale documentario dell’attività progettuale di Ernesto Basile (in massima parte) e del padre Giovan Battista Filippo Basile (presente con un nucleo di minore quantità, ma di grande valore) e di Giovan Battista Filippo Basile junior (con pochi esemplari); essa consiste di 2.288 disegni di vario formato, realizzati con tecniche diversificate (matita, china, inchiostri policromi, acquerelli) e su supporti di diverse dimensioni e tipi (carte di varie dimensioni, cartoncini, carta da spolvero, carta da schizzi, tela cerata, carta da lucido), oltre ad una circoscritta aliquota di copie eliografiche, spesso con aggiunte autografe. Giovan Battista Filippo Basile, architetto, docente di Architettura Decorativa e poi di Architettura Tecnica presso la Scuola di Applicazione per Ingegneri e Architetti della Regia Università degli Studi di Palermo, è una delle figure più originali e interessanti nel panorama italiano del rinnovamento sperimentale dell’architettura eclettica; ha lasciato una diffusa produzione editoriale, didattica e storico-critica, mentre sono pochi gli elaborati conosciuti a tutt’oggi che documentano la sua formidabile attività progettuale; entrambi gli aspetti della sua operosità sono documentati presso la Dotazione (schizzi e disegni di progetto, molti dei quali in grandi tavole colorate, e saggi critici, riviste, libri, testi didattici, di cui fu autore e spesso editore).

Ernesto Basile, architetto, docente di Architettura Tecnica presso gli Atenei di Roma e Palermo, originale interprete dell’ultimo eclettismo, è uno dei principali protagonisti della lunga stagione del modernismo italiano, operando prevalentemente in Sicilia e a Roma; diversamente dal padre ha curato con implacabile attenzione la documentazione della sua attività professionale. Il corpus relativo alla produzione progettuale e artistica di Ernesto Basile (elaborati grafici, schizzi, studi e rilievi) conservato nella Raccolta Disegni della Dotazione Basile-Ducrot consta di 2.239 fogli, ai quali andrebbero aggiunti altri 12 disegni (alla stesura dei quali potrebbe avere partecipato Ernesto) relativi al progetto presentato unitamente al padre al Concorso Nazionale per il Monumento a Vittorio Emanuele II in Roma del 1880-1881. La Dotazione Basile-Ducrot è, pertanto, la maggiore fonte di documentazione della produzione progettuale di Ernesto Basile: questo nonostante le considerevoli dispersioni e frammentazioni verificatesi anche prima della sua morte (come nel caso degli elaborati progettuali rimasti presso l’Archivio della Camera dei Deputati a Roma e della probabile perdita dei suoi disegni esecutivi per mobili e arredi durante uno degli incendi delle Officine Ducrot). La ricchezza del materiale conservato e la magistrale perizia grafica nella stesura, anche del più modesto disegno, fanno di questa raccolta un patrimonio grafico di grande valore artistico oltre che documentario. Altri materiali (disegni, documenti e fotografie) sono conservati principalmente nell’Archivio della famiglia Basile (Palermo) ed anche presso l’Archivio della Camera dei Deputati (Roma), presso il Museo della Medicina di Trapani, presso gli archivi comunali delle tante città nelle quali operò, presso poche collezioni private e presso alcuni degli archivi degli eredi di suoi committenti. Di minore entità risultano la Raccolta Documenti (relazioni tecniche, telegrammi, corrispondenza varia) e la Raccolta Fotografica

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Ettore Sessa - Collezioni Basile e Ducrot dell’Università degli Studi di Palermo (formata da poche serie incomplete di documentazioni, prevalentemente di cantiere). I lavori di riordino definitivo (con catalogazione e documentazione)6 e il progetto di restauro e di messa a norma dei materiali documentari della Raccolta Disegni (operazione svolta d’intesa con l’Istituto Nazionale per la Grafica e per la quale nel 1997 fu stanziato un apposito finanziamento dalla Provincia Regionale di Palermo)7 sono stati affidati, dall’allora Preside della Facoltà di Architettura Francesco Saverio Brancato, ad Ettore Sessa (Coordinatore e poi Responsabile Scientifico) con la Consulenza Scientifica di Eliana Mauro e con un gruppo di lavoro del quale hanno fatto parte Claudia Asaro, Vitalba Canino, Tiziana Coste, Nuccia Donato (coordinamento di settore), Giusi Lo Tennero (coordinamento di settore), Loredana Manata, Elisabetta Mangiardi, Eleonora Marrone, Patrizia Miceli (coordinamento di settore), Manuela Milone, Gaetano Palazzolo, Livia Parrino, Angela Persico, Manuela Raimondi, Livia Realmuto, Giovanni Rizzo, Gaetano Rubbino (coordinamento di settore), Maria Luisa Scozzola, Antonella Sorce, Roberto Speziale, Cristina Stassi, Davide Ventimiglia. Il Fondo Ducrot conserva la più cospicua raccolta documentaria (relativa al periodo 1899-1970) della storica fabbrica di mobili e arredi che, fondata a Palermo da Carlo Golia nel penultimo decennio del XIX secolo, venne riformata nel 1896 secondo criteri industriali da Vittorio Ducrot. Da allora la fabbrica Ducrot svolse un ruolo di primo piano nella cultura della produzione industriale italiana, almeno fino alla metà del XX secolo. Fra le prime imprese commerciali in Europa ad avere perseguito una mediazione fra profitto e ricerca artistica (sia pure solo in determinati periodi della sua storia) la ditta Ducrot riuscì ad imporsi anche sul mercato internazionale sia con la produzione di mobili e arredi completi di qualità sia con la realizzazione di arredi e decorazioni per gli interni di grandi alberghi, sedi istituzionali, transatlantici, pre-

stigiose residenze ed esclusivi locali pubblici. Il definitivo salto di qualità nell’organizzazione produttiva si verifica nel biennio 1902-03 anche in seguito all’assunzione da parte di Ernesto Basile del ruolo di Direttore Artistico della produzione; sempre Basile avrà parte attiva nella creazione di un vero e proprio Ufficio Tecnico nel quale, tra gli altri, gli succederanno (a diverso titolo) Giuseppe Capitò, Giuseppe Spatrisano, Vittorio Corona, e al quale presteranno la propria collaborazione anche Galileo Chini, Gustavo Pulitzer-Finali e nel secondo dopoguerra A. Luccichenti. Il fondo comprende: la Raccolta Fotografica della produzione di mobili, ammobiliamenti completi e specifici arredi e della documentazione degli stabilimenti e delle fasi di lavorazione (per un totale di circa 4.000 stampe fotografiche e poco più di un migliaio di lastre fotografiche); la Raccolta Progetti (alquanto lacunosa), relativa al materiale grafico da laboratorio e agli schizzi e disegni esecutivi dell’Ufficio Tecnico (prevalentemente in copie eliografiche, spesso con aggiunte di annotazioni grafiche, schizzi e conteggi); la Raccolta Cataloghi, comprendente una serie completa di cataloghi di produzione (per singole tipologie) e due cataloghi di vendita da magazzino; la Biblioteca con collezioni di albums di arredi e di cataloghi di vendita di altre imprese e con la collezione incompleta di periodici dei primi tre decenni del Novecento, specializzati nelle arti decorative (in prevalenza francesi, tedeschi e italiani), già conservati nella biblioteca degli stabilimenti 8 dell’azienda siti in via Paolo Gili, a Palermo . La Dotazione Basile-Ducrot è Socio Fondatore dell’Associazione Nazionale Archivi Architettura Contemporanea (AAA Italia, con sede presso lo I.U.A.V. di Venezia) e contribuisce attivamente, per le specifiche competenze, alla conoscenza e alla divulgazione del patrimonio culturale siciliano9 e alle ricerche sulla cultura architettonica europea d’età contemporanea.

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi Note 1

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Per riferimenti bibliografici relativi a G.B.F. Basile, a E. Basile e alla ditta Ducrot (e per approfondimenti sui rispettivi archivi) si rimanda a: S. Caronia Roberti, Ernesto Basile e cinquant’anni di architettura in Sicilia, F. Ciuni Ed., Palermo 1935; P. Marconi, I Basile, in Celebrazioni dei Grandi Siciliani, R. Istituto d’Arte del Libro, Urbino 1939, pp. 355-411; G. Pirrone, Studi e schizzi di Ernesto Basile, Sellerio, Palermo 1976; E. Sessa, Mobili e arredi di Ernesto Basile nella produzione Ducrot, Novecento Editrice, Palermo 1980; E. Mauro, Ernesto Basile (Sicilia), in R. Bossaglia (a cura di), Archivi del Liberty italiano. Architettura, Franco Angeli Editore, Milano 1987, pp. 556-557; G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Edizioni Electa, Milano 1989; E. Sessa, Ducrot. Mobili e Arti Decorative, Novecento Editrice, Palermo 1989; M. Giuffrè, G. Guerrera (a cura di), G.B.F. Basile. Lezioni di Architettura, L’Epos Edizioni, Palermo 1995; Basile Ernesto, in C. Olmo (a cura di), Dizionario dell’architettura del XX secolo, vol. I, A-B, U. Allemandi & C, Torino 2000, alla voce; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile, settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Novecento Editrice, Palermo 2000; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Novecento Editrice, Palermo 2002; E. Palazzotto, La didattica dell’architettura a Palermo dal 1860 al 1915, Edizioni Hevelius, Napoli 2003; E. Mauro, L’idea modernista attraverso i documenti e le collezioni della Dotazione Basile della Facoltà di Architettura di Palermo, in «AAA Italia», bollettino dell’Associazione Nazionale Archivi Architettura Contemporanea, 7, 2007, p. 52; C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e architettura Liberty in Sicilia, Edizioni Grafill, Palermo 2008; P. Barbera, M. Giuffrè (a cura di), Archivi di architetti e ingegneri in Sicilia, 1915-1945, Edizioni Caracol, Palermo 2011. I documenti che compongono il Fondo Basile

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sono stati conservati dagli eredi nella casa-studio di Ernesto Basile in via Siracusa a Palermo (19031904) fino al loro trasferimento in Facoltà di Architettura. Rimasero esclusi dall’acquisto (stando alle perizie della Sezione Fallimenti del Tribunale di Palermo) l’intero archivio amministrativo e gestionale e i pregevoli modelli lignei e in gesso (sia quelli dei particolari di mobili al vero, i più antichi dei quali di Gaetano Geraci, sia quelli in scala di arredi particolari, in genere navali o di sedi istituzionali). Si veda M. Giuffrè, G. Guerrera (a cura di), op. cit., pp. 215-218. Nel Fondo Basile si conservano: 242 progetti di Ernesto Basile, per un totale di 2.239 disegni; 6 progetti di Giovan Battista Filippo Basile, per un totale di 26 disegni; 1 progetto a doppia firma (G.B.F. Basile e E. Basile), per un totale di 12 disegni; 1 progetto di Giovan Battista Filippo Basile junior (per un totale di 4 tavole); 316 fotografie di cantieri, di fabbriche e di arredi di Ernesto Basile; 7 fotografie di cantieri e di fabbriche di Giovan Battista Filippo Basile; 504 documenti di Ernesto Basile (dei quali 81 dell’attività professionale, 37 dell’attività accademica e curricula, 78 di cariche e nomine, 15 di mostre ed esposizioni, 14 di onorificenze e diplomi, 3 documenti di riconoscimento, 253 di corrispondenza funebre, 12 di corrispondenza, 12 in miscellanea); 457 volumi e 70 collezioni di periodici (per un totale di 2.459 fascicoli) della biblioteca di Ernesto Basile e di Giovan Battista Filippo Basile; un ritratto in lega metallica a mezzo busto (autore ignoto) di Giovan Battista Filippo Basile. Una prima organizzazione del materiale (ad opera di Anna Maria Sciarra Borzì, Annie Titi, Maria Valeria Arizzi, Nino Alfano e Rosario De Simone) e un riordino con inventariazione, finalizzati alla formazione di un indice generale sistematico, erano stati attivati negli anni Settanta da Gianni Pirrone (allora Responsabile Scientifico) e svolti da Vincenzo Palazzotto e Renato Zappulla per i disegni, da Nunzio Marsiglia per la biblioteca,


Ettore Sessa - Collezioni Basile e Ducrot dell’Università degli Studi di Palermo

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da Ettore Sessa per il materiale documentario del Fondo Ducrot; un’ulteriore definizione dell’inventario dei disegni è stata poi attuata nel 1981 da Eliana Mauro, Ettore Sessa e Livia Titi. Si veda E. Mauro, E. Sessa (a cura di), op. cit., pp. 41-74. Obiettivo finale dell’operazione è stato il restauro dell’intero fondo con relativa campagna di documentazione fotografica, a cui si aggiungerà la pubblicazione del catalogo generale della Raccolta Disegni della Dotazione Basile-Ducrot e l’istituzione di un archivio fotografico di consultazione dei disegni dei due Basile. La prima operazione relativa al recupero del fondo, promossa nel 1995, essendo allora Preside Pasquale Culotta (che aveva già provveduto a far risistemare gli ambienti della vecchia sede della Dotazione Basile-Ducrot in via Maqueda), è stata curata da Giovanni Liotta della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Palermo (con la collaborazione di Alfonso Agrò e Giovanni Leto Barone) ed ha riguardato lo studio delle cause di infestazione e delle alterazioni prodotte sui materiali da agenti biotici di degrado; a questa fase ha fatto seguito l’intervento di bonifica e disinfestazione scientifica dei materiali del fondo e della relativa sede (eseguito da Federico Fiandaca, Palermo). L’attuazione del restauro dei disegni e dei lavori connessi all’adeguamento del fondo è avvenuta nel corso del 1999. Nell’intervento di restauro, ogni disegno è stato pulito dalle macchie d’inchiostro e dalle patine, la pigmentazione superficiale è stata consolidata, sono stati eliminati gli effetti e la sovrapposizione di materiali estranei (per esempio, colla e carta improprie) dovuti a isolati interventi di manutenzione (con tecniche poco idonee) effettuati nel passato, sono stati ricomposti i margini e, dove possibile per l’integrità dei pezzi, sono stati riassemblati i disegni e le grandi tavole composite il cui supporto era ormai diviso in diversi pezzi; ciascun disegno è stato quindi conservato dentro cartelle di materiale antiacido. Il restauro (di 300 disegni) e la manutenzione dell’intero fondo di disegni, la messa a norma per la conservazione di tutti i materiali grafici sono stati diretti da Fabio Fiorani, Direttore responsabile del Laboratorio di

Restauro delle Opere d’Arte su Carta dell’Istituto Nazionale per la Grafica, con la collaborazione di Gabriella Pace, e sono stati effettuati, dopo apposita gara, da laboratori specializzati nel restauro delle carte (Donatella Cecchin, Teresa Marciante, Elisabetta Marmori, Silvia Moschettini, Stefania Passerini, Dania Severi, con la collaborazione di Flavia Serena di Lapigio, Maria Franca Bartolucci, Simonetta Iannuccelli, Karmen Korak Rinesi). Prima dei lavori di restauro e a conclusione di tutto l’intervento di recupero della Raccolta Disegni ogni soggetto è stato documentato fotograficamente (Publifoto, Palermo), anche al fine di predisporre quanto indispensabile alla formazione di un archivio fotografico di consultazione del fondo. Tutta l’operazione è stata possibile grazie ad un finanziamento di 527.000.000 di lire, assegnato all’Università dalla Provincia Regionale di Palermo nel 1997 (su progetto di E. Mauro, E. Sessa e A. Sole). A conclusione dei lavori di restauro sono state organizzate due mostre dei disegni restaurati (curate da E. Mauro ed E. Sessa). Una prima mostra, allestita a Palermo presso il Loggiato dell’Ospedale di San Bartolomeo e documentata da uno specifico catalogo, si è svolta dal 2 maggio al 30 maggio 2000 e si è conclusa con un convegno tematico sulle due figure di Giovan Battista Filippo e di Ernesto Basile. La successiva mostra, organizzata nell’ottobre 2000 a Roma (anch’essa illustrata da un apposito catalogo) è stata allestita nella Sala della Regina del Palazzo di Montecitorio, in collaborazione con la Camera dei Deputati; sono stati esposti, oltre ad una selezione dei disegni presentati a Palermo, arredi e disegni del progetto dell’ampliamento del Palazzo di Montecitorio, provenienti sia dalla Dotazione BasileDucrot che dall’Archivio della Camera dei Deputati (questi ultimi restaurati per l’occasione). Nel corso dei lavori di recupero della Raccolta Disegni (e della relativa schedatura scientifica con i criteri dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione), sono stati inoltre avviati il riordino, la classificazione e la catalogazione della Biblioteca (a cura di G. Lo Tennero e di E. Marrone), del Fondo Fotografico (a cura di Stefania Di Grigoli,

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

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con la collaborazione di Virginia Bonura, Daniela Gallo, Davide Leone, Vincenzo Luparello, Vincenza Maggiore, Alessia Messina, Angela Persico, Livia Realmuto, Alessandra Vecchio).

Patrizia Miceli, Loredana Manata, Angela Persico e Livia Realmuto) e del Fondo Documenti (a cura di Eliana Mauro, Angela Persico, Antonella Sorce e Cristina Stassi). In vista di un adeguamento alle nuove esigenze della disciplina archivistica, che assegna ai fondi documentari un valore di promozione della ricerca, oltre che di conservazione, è in corso di attuazione, in attesa di un più organico programma di “messa in rete” degli archivi siciliani, una prima fase di aggiornamento della struttura scientifica della Dotazione Basile-Ducrot (promossa da Nicola Giuliano Leone, Preside della Facoltà fino al 2007, da Angelo Milone, attuale Preside e da Marcella Aprile, attuale Direttore del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo), con l’attivazione di ulteriori settori operativi: acquisizione e informatizzazione dell’archivio per la consultazione digitale; creazione di un archivio documentario sugli edifici realizzati dai Basile e ancora esistenti; acquisizione in copia di documenti conservati presso altri archivi; riordino e schedatura dell’Archivio Ducrot; restauro delle collezioni conservate nella Biblioteca del Fondo Basile e nella Biblioteca del Fondo Ducrot, compresa l’acquisizione informatica per la successiva consultazione. Alla fine degli anni Settanta del XX secolo, dopo un primo riordino (a cura di Nino Alfano e Rosario De Simone), è stata schedata e catalogata la sola parte relativa alla produzione di mobili e arredi modernisti, déco, novecento e razionalisti realizzati dall’impresa palermitana fino al 1939 (a cura di Ettore Sessa). La collezione della Raccolta Fotografica relativa alla sola produzione di mobili e di arredi del periodo 1899-1939 è stata ordinata nel biennio 1997-1998 (a cura di Ida Giostra e di Isabella Tallo). La collezione della Raccolta Progetti relativa alla sola produzione di mobili e di arredi del periodo 1955-1970 è stata ordinata nel 2011 (a cura di Patrizia Miceli). Tutti i materiali del fondo, per i quali è in previsione un intervento di restauro e messa a norma, sono oggi in fase di riordino, di inventariazione e di schedatura (a cura di Eliana Mauro, Patrizia Miceli, Ettore Sessa e

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Fra le principali mostre che hanno illustrato, anche per capisaldi, l’intera produzione dei Basile e fra le mostre a tema, alle quali ha contribuito la Dotazione Basile-Ducrot, vanno citate: Ernesto Basile architetto, Venezia, Biennale di Venezia, settembre-novembre 1980; Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile, settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo, Loggiato di San Bartolomeo, maggio 2000; Ernesto Basile a Montecitorio e i disegni restaurati della Dotazione Basile, Roma, Palazzo di Montecitorio, ottobre 2000; Dispar et Unum, 1904-2004. I cento anni del Villino Basile, Palermo, Villino Florio, dicembre 2004-gennaio 2005; La “professione” della qualità. Cento disegni a matita di Ernesto Basile, Palermo, Ordine degli Architetti della Provincia di Palermo, 7-14 febbraio 2008. Selezioni di disegni di progetto o anche rilievi di edifici storici, eseguiti da Ernesto Basile, sono stati esposti in numerose mostre fra le quali si citano: Mostra del Liberty italiano, Milano, Palazzo della Permanente, dicembre 1972 – febbraio 1973; Liberty a Palermo, Palermo, Civica Galleria d’Arte Moderna, giugno 1973; Palermo 1900, Palermo, Civica Galleria d’Arte Moderna, 15 ottobre 1981 – 15 gennaio 1982; Il Liberty in Italia, Roma, Chiostro del Bramante, 21 marzo-17 giugno 2001; Les Normands en Sicile. XI-XXI siècles. Histoire et légendes, Caen, Musée de Normandie, 2006; Matteo Carnilivari, Pere Compte, 1506-2006, due maestri del gotico nel Mediterraneo, Noto, Palazzo Trigona, maggio-luglio 2006; Le visioni dell’architetto. Tracce dagli archivi italiani di architettura, 11a Mostra Internazionale di Architettura, Eventi collaterali, Biennale di Venezia 2008; Arte e architettura liberty in Sicilia, Palermo, Palazzo Ziino, 29 aprile-1 giugno 2008; Architettare l’Unità, Roma, Casa dell’Architettura – Acquario Romano, aprile – maggio 2011.


Giovan Battista Filippo Basile Eliana Mauro

nel 1863, sono segni precisi della coscienza di una diversa verità del mondo antico, rispetto alla quale la conoscenza tradizionale risultava scardinata (prima causa gli studi di James Pennethorne del 1837 e poi le considerazioni di Francis Cranmer Penrose sulla curvatura, pubblicate nel 1851, che imponevano una revisione attraverso le leggi assolute del calcolo e della matematica)2, investendo non soltanto la sfera dello studio e della ricerca delle origini della civiltà moderna, ma anche quella del mondo professionale e dell’insegnamento nelle scuole di architettura. È il Metodo per lo studio dei monumenti, pubblicato da Basile nel 1856 e stilato secondo principi semperiani (già enunciati da G. Semper nel Die Vier Elemente der Baukunst, edito a Braunschweig nel 1851), che denuncia la sua adesione a quella filosofia del sentimento di origine tedesca che gli permetterà di considerare l’architettura come la risultante di diverse componenti (tecnica, morfologica, ideologica, dello spirito), superando la dicotomia fra architettura e ingegneria. Vero e proprio manuale pratico-geometrico, preceduto da un Prolegomeno sulle categorie dell’architettura storica, esso è finalizzato ad insegnare il rilevamento delle generatrici e delle curvature di modanature ed elementi costitutivi dei monumenti con il sistema delle coordinate e della «cera plastica». In questo senso il Metodo costituisce l’intera chiave interpretativa della didattica basiliana: fornendo un sistema obiettivo di rilevamento, il suo metodo induce alla misurazione e alla restituzione a scala reale delle forme dei modelli architettonici, portando di conseguenza alla

A Giovan Battista Filippo Basile (Palermo 1825-1891), il cui operare rientra nell’ambito di quello sperimentalismo che sottende ai principi del neostile e al concetto della storia come circolarità e ritorno, compete l’attributo di eclettico sperimentale o, come scriverà nel 1902 Raffaele Savarese, di «eclettico illuminato»1. Dalla permanenza giovanile nell’Orto Botanico universitario di Palermo, con la protezione del direttore Vincenzo Tineo, la formazione di G.B.F. Basile deriva una complessità che investe il piano teorico, nella speculazione sul “vero” e nell’applicazione delle leggi naturali all’architettura, e il piano pratico della creazione, nel rinnovamento naturalistico dei repertori figurali di apparati decorativi canonici. Non peso minore avrà l’esperienza di rilevatore delle fabbriche dell’antichità che, iniziata a Roma nel 1846 sotto la guida di Luigi Canina, egli proseguirà in Sicilia interessandosi ai templi e agli edifici greci, mettendo al tempo stesso a punto il proprio metodo di rilevamento, che diverrà uno dei capisaldi della sua didattica, insieme all’insegnamento dei principi sulla curvatura delle linee dell’architettura e alla divulgazione delle nuove esperienze nel settore. La ripresa, dopo i moti del 1848, dell’attività di rilevatore nel 1855, recandosi ad Agrigento a misurare i templi greci, la pubblicazione del metodo di rilevamento dei monumenti nel 1856, il suo primo progetto classico con l’applicazione delle correzioni ottiche nel 1859 (Museo aussetico per Atene), il suo primo resoconto scientifico sulla curvatura delle linee dell’architettura antica siciliana pubblicato

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Luigi Poletti, suo maestro all’Accademia di San Luca di Roma, aveva adottato per la ricostruzione della facciata della chiesa di San Paolo fuori le mura a Roma. Nei più di dieci anni di attività che precedono l’ideazione del Teatro Massimo (1864-1867), fin dall’impegno prodigato per le opere di fortificazione della polveriera del Sacramento (1848-49), G.B.F. Basile cercherà con coerenza ideologica una nuova espressione artistica adatta a rappresentare gli ideali risorgimentali e il futuro prossimo di un regno destinato a una radicale trasformazione, scavando nelle tradizioni più antiche, nei miti e nelle epoche favolose della storia isolana5. Già nel 1850, nel Giardino Inglese di Palermo i rimandi alle età araba e normanna sono per lui uno strumento di denuncia della decadenza di un potere monarchico che non può più garantire la crescita e il miglioramento della società, delle arti e di tutte le scienze né, tanto meno, delle più moderne discipline; nel 1851 per il Giardino comunale di Caltagirone trarrà spunto dall’età ciclopica. Occorrerà aspettare fino alla realizzazione di un altro giardino pubblico palermitano nel 1863, a piazza Marina, dedicato a Giuseppe Garibaldi (nominato nel 1862 Gran Maestro del Supremo Consiglio Scozzesista di Palermo)6, per trovare un rimando analogico a passate epoche felici come quella rinascimentale: qui e ora, è il presente che si configura come tale nel desiderio collettivo confermando, per quanto riguarda G.B.F. Basile, l’impegno politico che vede finalmente riuniti i principi autonomisti dell’isola delle guerre indipendentiste alle istanze unitarie dell’epopea garibaldina. Immediatamente successiva alla esperienza neomedievale e marcatamente romantica del primo quinquennio di attività (1850-1856), la speculazione tendenzialmente classica intrapresa da G.B.F. Basile fra il 1855 e il 1865 non rientra categorialmente in quella pratica eclettica sperimentale che troverà esemplificazione nel teatro dell’opera di Palermo e nelle realizzazioni successive.

conoscenza dei sistemi aggregativi generali, all’esatta definizione delle caratteristiche dei materiali utilizzati e alla «conoscenza pratica della dimensione». Lo studio diretto dei monumenti investe gli aspetti compositivi, artistici, strutturali, decorativi e, come sottolinea lo stesso G.B.F. Basile, «esercita l’analisi e la sintesi nel tempo medesimo»3; può fare da guida all’introduzione del ferro nell’architettura civile e alla razionalizzazione delle varianti affatto nuove derivate dal suo impiego per mezzo della conoscenza delle regole e dei principi costruttivi dell’antichità. Secondo Basile, conoscere oggettivamente ogni architettura e vederla come espressione del sentimento di un popolo e della cultura di un’epoca, non solo porta all’ipotesi di teorie originali, ma rende sicuri di fronte alla scelta degli elementi dello stile, sia che si tratti di un edificio d’abitazione, di un cimitero o di un teatro, e induce tuttavia alla costante sperimentazione attraverso la manipolazione di molteplici componenti nel tentativo di avvicinarsi alla formulazione di un linguaggio moderno4. L’esigenza della definizione di un nuovo linguaggio, sentita durante tutta la prima metà dell’Ottocento e trasformatasi in Italia in una tensione volta al raggiungimento di uno stile nazionale, si sviluppa nel caso di G.B.F. Basile sul ceppo della cultura neoclassica, ed egli si dimostra erede del contraddittorio che connota l’originaria matrice illuminista e progressista. Il rifiuto dell’architettura imitativa, attributo della sua modernità, è sintomatico dell’adesione all’idea di progresso e di nuovo funzionalismo nell’architettura. In battuta con le più ampie istanze europee sorte in seno all’eclettismo sul tema della ricostruzione e del ripristino di antiche forme, nel caso della proposta per la costruzione ex novo ma in forme antiche della facciata della chiesa di San Giuliano a Caltagirone nel 1853, all’inizio della carriera professionale, Giovan Battista Filippo Basile si dimostra allineato in via teorica al neomedievalismo che

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apparati decorativi interni7. Rileggendo i sistemi compositivi, già fissati dalla tradizione, alla luce dell’ottocentesca teoria evolutiva dell’architettura secondo tre categorie fondamentali (architettura degli elementi formativi, delle forme originali, delle forme derivate), G.B.F. Basile aveva posto le basi che gli avrebbero permesso di giungere, con la sua produzione architettonica, all’elaborazione di quella che chiama una derivazione di terza classe e poi al suo superamento. Il momento nodale dell’elaborazione delle forme è per G.B.F. Basile il modificarsi della curvatura delle linee, tema introdotto prepotentemente qualche decennio prima dall’osservazione delle correzioni ottiche nei templi greci. Egli studia le architetture storiche in funzione della storia delle forme, delle linee e del sentimento delle linee, dividendo la materia in 3 categorie di riferimento primario: essenziale, originale e di derivazione, che attribuisce alle varie espressioni artistiche diacroniche. Definisce l’architettura primitiva come Architettura essenziale (o delle 4 parti); da questa deriva l’Architettura originale che nasce dal diverso caratterizzarsi dell’architettura essenziale nel momento in cui questa entra in contatto con sistemi civili e religiosi complessi, e la cui caratteristica principale è quella di essere espressione del sentimento della propria epoca mutato in linea; ne costituisce esempio emblematico l’arte greca. Alla terza, più complessa e vasta categoria, quella dell’Architettura di derivazione, Basile attribuisce le successive e varie modificazioni del sentimento della linea dell’architettura originale e la suddivide in tre classi: la derivazione di prima classe nella quale confluisce l’architettura d’età romana, la derivazione di seconda classe nella quale confluisce l’architettura d’età medioevale, unica manifestazione artistica di questa classe ad avere diritto alla riconoscibilità di un «carattere proprio». Alla terza classe appartengono le derivazioni di transazione, quelle architetture cioè che, adottate in epoche

Pubblicista, storico, dalla vasta produzione critica e teorica, Basile riversa il proprio impegno nelle più svariate imprese anche se, per la lunga e travagliata vicenda del cantiere del teatro, gli sarà precluso il pieno svolgimento dell’attività professionale, sulla quale graverà a partire dal 1881 la minaccia dell’allontanamento definitivo dal cantiere. Dopo la progettazione del teatro in forme classiche, Basile riprende lo studio del Medioevo e, discostandosi dai modelli dell’architettura siciliana di questo periodo già utilizzati nella ridefinizione del Conservatorio delle Croci a Palermo (1853), nel palazzo Majorana e nel chiosco del giardino comunale a Caltagirone (1851), ne riprende le forme in chiave nazionale, pervenendo comunque a formule stilistiche non imitative e a tipologie moderne, nel neogotico cimitero della cittadina di Monreale (1865, 1871) e poi nelle edicole delle corporazioni nel cimitero di Mistretta (1873-1880). Al contempo, continua la propria speculazione sulle forme e sui repertori dell’architettura classica e rinascimentale rintracciabile nelle opere degli anni ’70 (i monumenti sepolcrali a Giuseppina Zalapì nella chiesa del Cimitero di Santa Maria di Gesù a Palermo, 1869, e a Salvatore Fiamingo nel Cimitero di Riposto, 1873). Opere queste ultime, nelle quali non è difficile riscontrare alcune precoci manifestazioni del linguaggio adottato per il padiglione italiano all’esposizione di Parigi del 1878. Fra il padiglione e gli ultimi incarichi, la villa Favaloro a Palermo del 1888 e la cappella gentilizia Torrenascio nel cimitero di Messina del 1889, una serie di commesse conduce Basile ad Acireale nel 1885, dove fra l’altro nel rifacimento del palazzo Modò, in presenza di apparati decorativi storici, ne riduce i caratteri a quelli fondamentali e propone per il completamento elementi oggettivi e iterabili; si dedica altresì agli edifici teatrali dell’isola, Militello in Val di Catania (1886-1891), Agrigento (18721880), Marsala (1882), per i quali è chiamato alla revisione tecnologica e al controllo degli

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di trapasso e di transizione o di incertezza, non riescono a pervenire a un carattere compiuto e singolare ma sono «necessarie per legge d’umanità»8. Sotto questo aspetto la suddivisione in tre classi dell’architettura di derivazione è riferita alla modificazione delle linee e al suo essere prodotta da una cultura analoga a quella d’origine (prima classe), da una cultura diversa da quella d’origine con il raggiungimento di un carattere autonomo e ancora originale (seconda classe), dallo sforzo di transizione da una classe all’altra (terza classe)9. Attribuita così l’architettura dell’Ottocento alla terza classe di derivazione, l’obiettivo di G.B.F. Basile è quello di tendere nell’ambito di tale coeva derivazione a una applicazione architettonica la quale, raggiunta una propria autonomia espressiva indotta dai principi inerenti all’epoca stessa e di questa rappresentativi, possa infine pervenire a una innovazione del linguaggio architettonico. Nella sua lunga carriera accademica, che inizia nel 1850 quando ottiene per breve tempo la nomina di sostituto di Carlo Giachery nella cattedra di Architettura Civile (dal 1854 è professore interino presso la cattedra di Architettura Decorativa e disegno topografico e dal 1865 è docente di Architettura Tecnica), e in virtù dell’ininterrotto incarico di docenza, G.B.F. Basile contrassegna positivamente l’insegnamento pubblico dell’architettura e rappresenta un anello fondamentale per la comprensione della formazione degli architetti e degli ingegneri del periodo legato agli eclettismi storici e al modernismo successivo. Il suo insegnamento, contraddistinto, in un’epoca storica in cui si pongono le basi della scissione fra disciplina architettonica e scienza ingegneristica10, da una personale posizione di superamento della dicotomia ancora in nuce in Italia11, punta a un globale rinnovamento dell’architettura e del suo insegnamento e dà a quest’ultimo un’impronta del tutto originale con l’adozione dei sistemi e delle teorie da lui messi a punto. È negli ul-

timi anni della carriera accademica (che si interrompe bruscamente con la morte, il 16 giugno 1891) che G.B.F. Basile si accinge forse a pubblicare un manuale di storia dell’architettura italiana (introdotta da alcuni capitoli preliminari sulla architettura egiziana, greca e pelasgica) e verosimile appare l’ipotesi che il testo già composto sia stato trascritto dal figlio Eduardo, e quindi corretto e annotato dallo stesso G.B.F. Basile12. Ciò farebbe risalire l’attuale configurazione del testo al periodo compreso fra il 1889 e il 1891 anni in cui, dopo il conseguimento della laurea in ingegneria (1889), Edoardo sarà assistente del padre. Nel testo, divisa in due parti la trattazione (Architettura antica e Architettura medioevale e moderna), G.B.F. Basile introduce il suo discorso sull’architettura con un capitolo in cui riprende quanto già illustrato nel Metodo del 1856 secondo quei principi categoriali in cui divide l’architettura e che fin dalla prima stesura sono espressi con chiarezza di idee, tanto da divenire una costante del proprio indirizzo culturale e il fondamento della tensione creativa dell’architetto. Alla base della narrazione storica è il testo An Historical Essay on Architecture by the late Thomas Hope, illustrated by drawings by him in Italy and Germany, pubblicato a Londra nel 1835 e, nell’edizione italiana a cura di Gaetano Imperatori, stampato a Milano nel 1840 con il titolo Storia dell’Architettura13, che incontra il favore di G.B.F. Basile per il suo teorizzare i principi fondamentali dell’architettura in analogia con le idee semperiane. La via indicata da Th. Hope per reintegrare un possibile elemento di continuità con l’arte gotica e medioevale, è quella di rifarsi «all’antico» tornando sulla vecchia via evolutiva per giungere a un nuovo sviluppo delle forme. Ma mentre per Hope la strada da percorrere è quella del sincretismo (che appare oggi come una delle più infelici formule dell’eclettismo), per G.B.F. Basile si tratta di riprendere la via dal punto in cui è stata interrotta, di rivolgere la propria creatività alla

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essa oppone alla realizzazione dell’Idea. Il momento creativo necessita della conoscenza profonda della Natura e dell’Architettura; il momento riflessivo, della conoscenza delle nozioni relative ai bisogni e alle condizioni socio-economiche e tecnologiche14. Dopo il 1860, al costituirsi dell’Italia come regno unito e autonomo nella compagine europea, G.B.F. Basile mostra una incondizionata adesione alle aspettative unitarie, adesione che opera nel suo pensiero dando luogo a una autentica svolta artistica. Il primo incarico sarà quello, dato dal Pretore della città di Palermo Giulio Benso duca della Verdura, di predisporre un piano di riforme e di ampliamento, al fine di risanare la città dalle rovine causate dai bombardamenti delle guerre antiborboniche preunitarie15. Redatta nel rispetto delle richieste avanzate dal Pretore, la proposta è modulata secondo tre differenti impegni economici e realizzabile in tutto o in parte e in tempi diversi: un progetto economico di sola riforma, un progetto grandioso di riforma e ampliamento, un progetto medio di riforma e introduzione di nuovi edifici di pubblica utilità. Tuttavia il piano rimarrà sostanzialmente inattuato e convoglierà alcune sue parti e proposte nel piano generale di bonifica del 1866 redatto dall’Ufficio Tecnico del Comune a seguito della legge sugli espropri dell’anno precedente, e preceduto dal Regolamento edilizio del 186516. L’adesione alle istanze unitarie spingerà G.B.F. Basile ad attribuire un valore politico alla sua proposta stilistica del progetto di concorso per il teatro dell’opera di Palermo. Quando infatti, nel 1864, affronta il difficile compito della scelta di uno stile architettonico che vuole nazionale per l’opera più rappresentativa della città la sua scelta è guidata dalla ripresa del capitello italico del quale formula, per dargli un carattere distintivo, una variante originale. L’utopico scopo è quello di pervenire a una architettura espressione dell’idea di unità nazionale che, prendendo avvio da una componente mediterranea (eolica) e attraverso un archetipo,

produzione degli anelli mancanti di quella catena. La stessa linea evolutiva dell’architettura greca era stata, per G.B.F. Basile, interrotta dalla ripresa delle forme in età rinascimentale poiché questa ignorando, come aveva dimostrato F.C. Penrose, i veri rapporti proporzionali, le vere curvature e alterando la norma compositiva degli elementi decorativi e significativi dell’architettura antica, praticando una architettura imitativa e non creativa (ancora nel senso evoluzionistico), cercando sistemi proporzionali e armonici fuori dalla Natura, aveva travisato i principi essenziali di quell’architettura originale. La riduzione a pochi fattori degli elementi responsabili dei processi di trasformazione dello «stile», riduce notevolmente il numero delle possibili scelte – ostacolo programmatico dell’architettura eclettica – e permette a G.B.F. Basile di risalire al «vero» architettonico decodificando le architetture dei secoli passati fino agli elementi essenziali. Già nel Metodo G.B.F. Basile aveva preso in esame il processo creativo dell’architettura e la rappresentazione dell’Idea. Ribadisce il contrasto tra idealismo e realismo, caratteristico del dibattito filosofico della propria epoca, mettendo in luce le difficoltà che l’architetto deve superare nel passaggio dall’Idea alla materia. Egli insegna che la messa a punto dell’opera architettonica avviene attraverso tre gradi successivi della coscienza artistica: quello creativo, nel quale l’Idea deve essere fissata con schizzi e «abbozzi» in prospettiva nei quali, trasformata in linea, trova una sua definizione e si libera dal regolismo, dal paradosso e da quell’eclettismo sincretico auspicato da Th. Hope; quello riflessivo, nel quale si deve far rispondere ogni parte alla propria funzione e metterla in relazione con l’intero, in questo riprendendo l’insegnamento umanistico e ammettendo l’applicazione, pur secondaria all’Idea, della regola e della scienza matematica; infine, quello esecutivo, che esige il confronto con la materia e il superamento delle difficoltà e degli ostacoli che

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sua integrità dalle guerre antiborboniche e confermava il teatro Carlo Felice di Genova come modello di riferimento17. Per l’esame dei progetti il consiglio comunale delibera il 12 dicembre 1867 la nomina di tre artisti di fama, uno siciliano Francesco Saverio Cavallari, uno italiano Mariano Falcini (scelto fra Camillo Boito e Antonio Cipolla), uno tedesco Gottfried Semper (scelto fra Karl Friedrich Schinkel e Eduard van der Nüll).18 Sotto ogni aspetto, il meccanismo costruito mostra, pur nell’incerto procedere dell’arte coeva, la sapiente maestria e la profonda conoscenza della storia e delle tecniche costruttive manifeste nel recupero delle tecniche storiche scultoree e costruttive dietro la guida di esigenze oggettive, nell’applicazione in chiave moderna di una teoria della progettazione basata sui sistemi proporzionali, nell’uso sapiente e scientificamente avanzato di nuove tecnologie per dare all’opera carattere eminentemente moderno e monumentale al tempo stesso. Oltre a rispettare le esigenze di incombustibilità – sulle quali graverà come monito l’incendio del teatro semperiano di Dresda nel 1869 –, l’impiego di ferro e bronzo all’interno della grande massa lapidea trova applicazione negli orizzontamenti (i cui materiali di riempimento sono mattoni e tubi d’argilla), nelle coperture (le cui tegole appositamente realizzate poggiano solidarmente su uno spessore di malta impermeabile) e, in formule più complesse ed esemplari, nelle otto grandi capriate a traliccio (con 28 metri di luce) poggiate sulle colonne e nei muri d’ambito dell’alta torre di palcoscenico con le falde del tetto in lamiera di ferro galvanizzata; nella copertura a cupola ribassata del volume della sala con una struttura controventata composta da sedici arconi radiali raccordati da cinque anelli, mentre tegole a squame in rame costituiscono il rivestimento superficiale della cupola. Per essere il teatro «monumentalmente situato e decorabile in giro con una infinità di punti di vista», come auspicava lo stesso

fosse declinabile in forme moderne. La sua posizione risulta più equilibrata rispetto alle circoscritte teorie eclettiche professate da Camillo Boito sulla formulazione di uno «stile nazionale», che questi riteneva raggiungibile soltanto attraverso la ripresa del romanico padano, in opposizione ai modelli scenografici dell’imperialità romana e al trito neorinascimento degli edifici istituzionali del nuovo Regno d’Italia. Parallelamente, identificando lo stile nazionale con lo stile moderno, espressione autentica del sentimento delle linee della sua epoca, G.B.F. Basile declina le varianti stilistiche più utili a rappresentare le istanze della moderna vita borghese e perviene alla formulazione di un linguaggio italiano che rappresenti anche l’intimità e la quotidianità della famiglia, con connotazioni tardomedievali e umanistiche insieme, come nella villa Favaloro a Palermo (1888). G.B.F. Basile chiamerà la sua maniera «moderna» fin dagli anni ’50, mentre alla fine degli anni ’80 più volte parlerà dell’affacciarsi di una «arte nuova». Ad ogni modo l’eclettismo, nella sua accezione positiva, si limiterà ad influire sul metodo conoscitivo basiliano e sulla esigenza di scientificità del metodo, con il quale aveva intrapreso lo studio delle leggi della natura e dell’architettura antica. Dopo il Progetto di riforme, fortemente caratterizzato dalle teorie di G.B.F. Basile e nel quale la costruzione del teatro veniva definitivamente sancita e promossa, nel progressivo ma lento attuarsi del piano, il sindaco della città Mariano Stabile (in carica fino al giugno 1863) nomina nel 1862 una commissione, composta da tecnici comunali e di cui fa parte G.B.F. Basile (tecnico del Comune dal 2 settembre 1856 e Ingegnere Capo dell’Ufficio edilizio dal 3 dicembre 1863), incaricata di studiare le modalità attuative del teatro. Scegliendone il sito e fissandone il più diretto riferimento, la commissione assegnava definitivamente al teatro l’area del monastero delle Stimmate già colpito nella

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G.B.F. Basile nella memoria del 1860, l’uso dell’ordine gigante continuo come elemento ordinatore perimetrale – non usato nei massimi teatri ai quali G.B.F. Basile sembra avere guardato, quelli di Durand, Schinkel, Semper dove troviamo invece il riferimento classico alla partitura in doppio ordine sovrapposto che allude al teatro di Marcello e ai teatri romani in genere – consente la lettura immediata della maglia strutturale di riferimento in ordine alla quale tutti i volumi vengono dimensionati. Il ritmo che ne deriva rende concluso e chiaramente percepibile l’ingombro del teatro e con una allusione alla non accrescibilità dell’organismo, già da G.B.F. Basile teoricamente espressa nella sua teoria sull’aussetismo architettonico elaborata pochi anni prima. Senza avere coscienza dei suoi più profondi significati, Giovan Battista Filippo Basile si allineava con la successiva idea della realizzazione dell’architettura come costruzione di un’opera d’arte. Al corpo continuo periferico, dimensionato sull’altezza dell’ultima fila di palchi della sala, G.B.F. Basile affida il messaggio culturale e politico che verte sulla proposta di uno stile nazionale. In sintesi, ciò sancisce la modernità della scelta – comprovata storicamente da una analoga esperienza -, giustifica la modificazione dei profili dell’architettura antica e dei suoi repertori decorativi, rende legittima al contempo la necessità di dare carattere autonomo all’opera cui stanno sottesi un nuovo simbolismo e un sentimento nuovo. Nell’ambito dell’eclettismo italiano, questi caratteri – perseguiti, se non raggiunti – connotano l’opera più conosciuta di G.B.F. Basile di un carattere di unicità e autenticità. Il capitello ideato da G.B.F. Basile per il suo teatro, è in primo luogo riferito a una civiltà originale arcaica19 e l’uso di questo inconsueto capitello italo-corinzio rappresenta la più autentica innovazione stilistica nell’ambito della pratica eclettica del classicismo. G.B.F. Basile puntualizza, nella relazione di presentazione del progetto, che

per quanto egli si sia rifatto agli elementi del classicismo la forma «corinzia» da lui prescelta è affatto speciale e ideata dagli antichi ai fini dell’utilizzo della roccia terziaria20. Nell’economia legata all’immagine esteriore dell’organismo, l’ordine corinzio italico prescelto da Basile costituisce «decorazione e ossatura precipua dei due piani primarii che si presentano nei corpi di fabbrica perimetrali»21. Gli studi sulla curvatura delle linee trovano invece applicazione adeguata nell’entasis «a doppia inflessione» del fusto delle colonne e nella convessità verso l’alto (con saetta di mm. 37) di tutte le linee orizzontali del portico, dagli scalini alla trabeazione. Tuttavia, se all’esterno una «forma robusta senza minutezze», quale quella del capitello prescelto, facilmente si sarebbe accordata alla funzione superiore dell’edificio mostrandosi all’osservatore in tutti i suoi particolari anche a distanza, all’interno e nella sala – per la quale si escludeva a priori l’uso dell’ordine per ragioni acustiche oltre che per il sistema cellulare della tipologia a logge – si rendeva opportuno adottare «elementi ornamentali della scuola cinquecentistica» con la motivazione che quest’ultima, non dovendo gareggiare con la funzione primaria delle masse architettoniche, permetteva con un modestissimo rilievo un gran numero di particolari di notevole effetto decorativo. G.B.F. Basile adotta quindi e rielabora per il foyer e la sala, repertori scultorei rinascimentali e ne affida l’esecuzione al canoviano Salvatore Valenti (esecutore secondo gli stessi repertori del monumento a Giuseppina Zalapì e di quello a Salvatore Fiamingo). Descrivendo l’apparato decorativo interno in termini di «razionale ornamentazione», Ernesto Basile ne sottolineerà la diretta derivazione dalle forme del mondo vegetale e la singolare stilizzazione. Nella risoluzione del problema di uno stile nazionale con significati politici, G.B.F. Basile si cimenta con la progettazione del padiglione italiano a Parigi per l’esposizione universale del 1878, con le proposte per

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manifesto dell’architettura «originale». Per le sue valenze teoriche, denunciando la crisi del mondo classico come riferimento autorevole universale e immettendosi nell’alveo di una tradizione «italiana» - la stessa che G.B.F. Basile aveva illustrato compiutamente nel padiglione italiano all’Esposizione universale di Parigi del 1878 -, quest’opera pur non presentando un maturo carattere autonomo, si distingue per essere viva espressione di una «condizione storica». Forse incerta sotto il profilo stilistico, per il suo carattere di modernità la villa Favaloro va tuttavia oltre il decorativismo che caratterizza il prospetto del padiglione di Parigi e apre a una moderna concezione artistica: nel sistema compositivo, nell’ordinarsi gerarchico degli elementi di facciata, nei rapporti fra cornici, trafori e rigidi elementi di inquadramento essa denuncia la sua matrice di derivazione dall’incontro fra stilemi tardomedioevali, derivati dalla tendenza gotica esternata nel cimitero di Monreale e memorie rinascimentali, dalla tendenza classica messa a punto nel Teatro Massimo. Supportato dal bagaglio delle teorie sull’autonomia dell’espressione architettonica (nate in seno al razionalismo illuminista della fine del XVIII secolo), che rimangono le più moderne, G.B.F. Basile assume come fine ultimo il prodursi della nuova architettura da una ricercata e nuova armonia, scientificamente creata come variabile dell’aggregarsi di forme delle origini, espressione visibile e finalmente tangibile del sentimento moderno (come architettura narrativa). Prive tuttavia dell’apporto di teorie e formulazioni non ancora divulgate e applicate alle arti liberali, le posizioni di G.B.F. Basile mancano di riferimenti universali e popolari e la sua ricerca iniziale si attesta alla musica quale unica disciplina capace di adattamento ai veri principi dell’architettura. La scelta e l’uso, negli ultimi decenni, di repertori floreali non canonici è giustificata verosimilmente dalla volontà di riferirsi a un modello originario di

il monumento a Vittorio Emanuele II e per quello dedicato a Camillo Benso di Cavour. Nel suo ruolo di continuatore in regime unitario della carica di Architetto del Senato e quindi ideatore di apparati effimeri per le ricorrenze ufficiali, di stato e religiose, G.B.F. Basile progetta la macchina per l’avvenimento più prestigioso, politicamente fondativo e dimostrativo della conquistata unità: la visita di Vittorio Emanuele di Savoia, primo re d’Italia, nel 1860. Sul difficile tema della riunificazione di Arte Nuova e tradizione per il conseguimento di uno stile nazionale, è incentrato anche il progetto per il monumento a Vittorio Emanuele II. G.B.F. Basile partecipa con il figlio Ernesto al concorso internazionale, presentando archetipo e disegni di un moderno arco di trionfo quadrifronte, modello tipologico che la Commissione preparatrice del bando di concorso aveva proposto in sede preliminare22. La palese «ispirazione al vero della parte ornamentale»23, in uno con le complesse teorie architettoniche elaborate nel corso dei primi anni di studio, viene riconosciuta e, in certo senso, tenuta a debita distanza come nel caso di Giovanni Sacheri che, nell’articolo commemorativo in morte di Giovan Battista Filippo, scrive: «non tutti possono trovare inappuntabili le opere e lo stile del Basile, specie per talune liberalità, per una certa smania di ricerca di nuove forme o motivi che forse fanno meno senso agli insulani che non a noi, più freddi e paurosi di cadere nel fantastico»24. Nel 1882, il monumento ai Mille sulla collina di Gibilrossa portato a termine in occasione del sesto centenario del Vespro siciliano, viene progettato da G.B.F. Basile sotto forma di piramide/obelisco, simbolicamente edificato, come una massonica chiave dell’universo, con tutte le «pietre» accatastate lì dai garibaldini-muratori. Come il Teatro Massimo incarna l’applicazione del principio della «modificazione della curvatura delle linee» secondo il sentimento moderno, la più tarda villa Favaloro è

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armonia scientificamente organizzata e rivolto piuttosto a un sentire della ragione. L’obiettivo conclusivo della ricerca basiliana della nuova architettura è elevato: quello di introdurre il “bello” (“la linea curva greca”) nella pratica del “sublime” (“la linea retta medioevale”)25 e a partire da questa sintesi riprendere la via evolutiva, deviata in un primo tempo dalle forme rinascimentali e poi dalla pratica neoclassica imitativa a causa dell’errata convinzione che le linee dell’architettura classica fossero rette e rappresentative del sublime. Scardinate queste convinzioni con lo studio dal vero, l’introduzione del tema della curvatura delle linee ha per G.B.F. Basile dimostrato che esse, come

nella Natura, sono la perfetta sintesi di bello e sublime, di linea retta e curva. Tale via, propria dell’eclettismo sperimentale, conduce G.B.F. Basile all’elaborazione di una architettura libera da ogni condizionamento e sganciata dai canoni stilistici utilizzati nella pratica del comune e più diffuso eclettismo artistico dei suoi contemporanei. Questa «rinuncia» a un ordine dai cui profili obbligati dell’architettura eclettica scaturisce un sentimento antico, restituisce un costante carattere incompiuto alle sue opere, avvicinandole alle architetture europee e all’atteggiamento sperimentale (di Charles Normand, Friedrich Schinkel, Carlo Amati, Felix Duban) della prima metà dell’Ottocento.

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R. Savarese, Arte Nuova italiana. Il movimento moderno in Sicilia, in «L’Arte Decorativa Moderna», I, 9, 1902, p. 267 F.C. Penrose; An Investigation of the Principles of Athenian Architecture, London 1851. G.B.F. Basile, Relazione sul tema III per la Sezione dell’Istruzione Superiore, Palermo 1876, p.7, presentata al X Congresso Pedagogico Italiano per il Tema III: «Se nel presente ordinamento degli studi d’Ingegneria e di Architettura le belle arti hanno una parte adeguata ai bisogni della coltura artistica nazionale».

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G.B.F. Basile, Osservazioni sugli svolgimenti della Architettura Odierna all’Esposizione Universale del 1878 in Parigi. Proposte di riforma nell’insegnamento relativo, Palermo 1879, passim. Nel Giardino Inglese di Palermo (1850) si ispira alla figura storica dell’emiro Al Hachal, vissuto in Sicilia nell’XI secolo. Sui rapporti fra Giuseppe Garibaldi e la massoneria italiana si veda P. Naudon, La Massoneria nel mondo dalle origini a oggi, 1981, ed. it. a cura di A. A. Mola, Biella 1983, pp. 175-176. Si vedano A. Samonà, L’eclettismo del secondo Ottocento: G. B. Filippo Basile, la cultura e l’opera architettonica teorica didattica, Ila Palma,

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Palermo 1983, passim; E. Sessa, Basile Giovan Battista Filippo, in L. Sarullo, Dizionario degli Artisti Siciliani. Architettura, Palermo 1993, pp.40-43; E. Mauro, Giovan Battista Filippo Basile, in E. Mauro, E. Sessa, Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile 1859-1929, Palermo 2000, pp. 7-17. G. B. F. Basile, Metodo per lo studio dei monumenti, Palermo 1856, pp. 5-7. Si vedano G.B.F. Basile, Metodo…, cit., pp. 1115 e Idem, Curvatura delle linee dell’architettura antica con un metodo per lo studio dei monumenti, Palermo 1884, pp. 7-17. Sul dibattito che vuole contrapposte la disciplina architettonica e la scienza ingegneristica, si veda S. Villari, Le génie est un crime. Questioni architettoniche in Francia, 1889-1914, Roma 1990, con una raccolta antologica degli scritti. Si veda G.B.F. Basile, Relazione sul Tema III…, cit., passim. A. Samonà, G. B. Filippo Basile, la cultura e l’opera…, cit., p. 75. Il titolo del manoscritto di G.B.F. Basile è Storia dell’architettura in Italia preceduta dalle nozioni delle architetture egiziana, greca e pelasgica. Guida per le scuole di architettura. Oltre che nel volume di A. Samonà,


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Napoli (con il progetto n. 6 e il motto «Tempio in cui l’arti s’han culto divino»); Giuseppe Damiani Almeyda di Palermo (con il progetto n. 20 e il motto «Quod potui feci faciant meliora potentes»); Giacomo Leoni di Brescia (con il progetto n. 29 e il motto «Termini Imerese»). Il 10 dicembre 1874, G.B.F. Basile ottiene l’incarico della direzione dei lavori di costruzione del teatro che

è stato integralmente pubblicato in M. Giuffrè, G. Guerrera (a cura di), G.B.F. Basile. Lezioni di architettura, Palermo 1995, pp. 63-170. Thomas Hope compie un viaggio nel Mediterraneo e in Germania fra il 1787 e il 1795 visitando Spagna, Italia, Francia, Egitto, Siria, Turchia, Grecia. Si veda per una sintesi, Ha.-W. Kruft, Geschichte der Architekturtheorie von der Antike bis zur Gegenwart, München 1985, tr. it. Storia delle teorie architettoniche dall’Ottocento a oggi, Roma-Bari 1987, pp. 79-82. G.B.F. Basile, Metodo..., cit., pp. 8, 9. I componenti della commissione incaricata di redigere il Piano di riforme erano: Pietro Raineri, Rosario Torregrossa, Francesco E. De Simone, Giovanni Machì, Giovan Battista Filippo Basile, Agostino Castiglia e Giovanni Moscuzza. Occorrerà attendere il 1885 (anno in cui si approva quella che sarà chiamata la «legge per il risanamento della città di Napoli») per la redazione di nuove proposte, fino alla scelta del piano di Felice Giarrusso, approvato nel 1889 e reso esecutivo soltanto nel 1894, dopo l’esproprio delle aree Villafranca-Radaly estese verso nord a partire dal piano S. Oliva. P. Sica, Storia dell’urbanistica. L’Ottocento, II vol., pp. 554-561; S. M. Inzerillo, Urbanistica e società negli ultimi duecento anni a Palermo. Piani e prassi amministrativa dall’«addizione» del Regalmici al Concorso del 1939, Quaderno 9, Istituto di Urbanistica e Pianificazione Territoriale, Facoltà di Architettura, Palermo 1981, pp. 32, 36 e passim. Si veda il Documento n. 1 allegato al Ricorso del Prof. G. Damiani Almeyda, Palermo 1874, interamente riportato in A. M. Fundarò, Il concorso per il Teatro Massimo di Palermo, Palermo 1974, pp. 151-152. Dei sei rimasti dopo le prime valutazioni, cinque progetti furono votati a scheda segreta e scelti a maggioranza a meno del terzo, votato all’unanimità. In ordine, si trattava dei progetti di Giovan Battista Filippo Basile di Palermo (con il progetto n. 18 e il motto «Archetipo e disegni»); Giovanni Castelli di Napoli (con il progetto n. 16 e il motto «Giovanni da Procida»); Salvatore Riga di

avranno inizio con la posa della prima pietra il 12 gennaio 1875, anniversario della rivoluzione del 1848. 19

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G.B.F. Basile, Gli ordini architettonici della scuola in attinenza colle forme vetuste della Sicilia, Palermo 1887, estratto da «La Sicilia Artistica e Archeologica», a. I, gennaio-aprile 1887, fasc. I, pp. 2, 3-4 e tav. I; fasc. II, pp. 10-11 e tav. II; fasc. III, pp. 14-16 e tav. III; fasc. IV, pp. 17-20 e tav. IV. Concorso al Teatro Massimo di Palermo. Memoria alligata al progetto colla epigrafe ARCHETIPO E DISEGNI, s.l., s.d. (Palermo 1867), p. 30. E. Basile, Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele in Palermo, Palermo 1896, p. 2. Localizzazione e modello tipologico furono omessi poi all’atto della pubblicazione del bando; la proposta relativa alla attuale localizzazione si concretizza in occasione del secondo concorso. Si veda, per tutti, M. Guttilla, C. Boito e la cultura della tutela e del restauro nella Sicilia dell’800, Palermo 1990, p. 66 e sgg. Si vide comunque fallire il primo concorso, il cui primo premio era stato assegnato al progetto del francese Henry Paul Nénot e invalidato in nome del sentimento nazionalistico italiano che avrebbe visto celebrato il fondatore del nuovo stato da una architettura nata in seno a una cultura straniera. Il progetto di Pio Piacentini ed Ettore Ferrari (futuro Gran Maestro dell’Oriente d’Italia), secondo premio al concorso, offrirà invece un modello di riferimento per la stesura del nuovo bando e per l’elaborazione delle nuove proposte. Solo dopo l’espletamento del secondo concorso, bandito nel dicembre 1882 e al quale i due Basile non parteciperanno, la vittoria sarà assegnata a


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Giuseppe Sacconi. G. Sacheri, Per G.B.F. Basile ed occasionalmente del Teatro Massimo di Palermo, in «L’Ingegneria Civile e le Arti Industriali», XVIII, 6, giugno 1892, p.87.

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Ivi, p. 88. G.B.F. Basile, Curvatura..., cit., pp. 7-17.


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1. G.B.F. Basile, prospettiva e sezione del Museo aussetico per Atene, 1859 (da «Nuovi Annali di Costruzioni, Arti e Industrie», III, gennaio 1872, tavv. LI-LII). 2. G.B.F. Basile, veduta del “lago” e del “castello arabo” del Giardino Inglese, viale della Libertà, Palermo, 1851 (coll. privata, Palermo). 3. G.B.F. Basile, veduta della “serra” del Giardino Inglese, viale della Libertà, Palermo, 1851 (Biblioteca Comunale di Palermo, Coll. Di Benedetto).

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4. G.B.F. Basile, pianta del piano terra del Museo aussetico per Atene con destinazioni e percorsi museali e piante di accrescimento, 1859 (da «Nuovi Annali di Costruzioni, Arti e Industrie», III, gennaio 1872, tavv. XIX-L). 5. G.B.F. Basile, valle con la statua della poetessa siciliana Nina nel Giardino Inglese, viale della Libertà, Palermo, 1851; a sinistra la villa Bordonaro (veduta, particolare stampa luminosa; coll. F. Riccobono, Messina). 6. G.B.F. Basile, progetto di riconfigurazione del prospetto sul viale della Libertà del convento del Conservatorio delle Croci al confine con il Giardino Inglese, 1851 (Archivio di Stato di Palermo)

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7. G.B.F. Basile, prospetto sul viale della Libertà del Conservatorio delle Croci al confine con il Giardino Inglese, 1851 (foto E. Mauro, 2005). 8. G.B.F. Basile, Conservatorio delle Croci e “collina” del Giardino Inglese, viale della Libertà, Palermo, 1851 (veduta, particolare stampa luminosa; coll. F. Riccobono, Messina). 9. G.B.F. Basile, edificio di testata, fontane e “capanna” del “parterre” del Giardino Inglese, viale della Libertà, Palermo, 1851 (veduta, particolare stampa luminosa; coll. F. Riccobono, Messina). 10. G.B.F. Basile, padiglione del giardino comunale di Caltagirone, 1853 (Archivio di Stato di Catania). 11. G.B.F. Basile, Giardino Garibaldi, piazza Marina, Palermo, 1863 (Biblioteca Comunale di Palermo, Coll. Di Benedetto). 12. G.B.F. Basile, cancello d’ingresso del Giardino Garibaldi, piazza Marina, Palermo, 1863 (foto N. Donato, 2008).

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13. G.B.F. Basile, “capanna” del Giardino Garibaldi, piazza Marina, Palermo, 1863 (foto N. Donato, 2008). 14. G.B.F. Basile, edicola centrale con la statua di Santa Rosalia nel cimitero di Monreale, 1865 (foto E. Mauro 2005). 15. G.B.F. Basile, prospetto principale del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1864-1867 (da «The Builder», gennaio, 1896). 16. G.B.F. Basile, pianta del piano terra del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1864-1867 (da «Architectural Review», 1897, vol. I). 17. G.B.F. Basile, sezione trasversale del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1864-1867 (da «The Builder», gennaio, 1896).

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18. G.B.F. Basile, particolari delle strutture metalliche e del fiorone di chiusura della cupola della sala del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1864-1867 (da Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele in Palermo. G.B.F. Basile, architetto, Palermo 1896). 19. G.B.F. Basile, capitello del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1864-1867 (da Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele in Palermo. G.B.F. Basile, architetto, Palermo 1896) 20. G.B.F. Basile, colonnato del portico esastilo in costruzione con la grÚ a spostamenti infinitesimali, ripresa di cantiere, 30 settembre 1876 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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21. G.B.F. Basile, prospetto principale del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1875-1882, 1889-1891 (E. Basile 1891-1897) (foto N. Donato, 2008). 22. Panorama della città di Palermo con la cattedrale e con la mole della torre di palcoscenico e cupola della sala del Teatro Massimo (da CTI, Sicilia, Milano 1940). 23. G.B.F. Basile, Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1875-1882, 1889-1891 (E. Basile 1891-1897) (cartolina, coll. Mauro-Sessa, Palermo).

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24. G.B.F. Basile, veduta posteriore del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1875-1882, 1889-1891 (E. Basile 1891-1897) (da Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele in Palermo. G.B.F. Basile, architetto, Palermo 1896). 25. G.B.F. Basile, veduta d’angolo del portico del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi, Palermo, 1875-1882, 1889-1891 (E. Basile 1891-1897) (foto N. Donato, 2008). 26. G.B.F. Basile, foyer del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), Palermo, 1875-1881, 1889-1891 (Publifoto, Palermo). 27. G.B.F. Basile, interno della sala del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), Palermo, 1875-1881, 1889-1897 (Biblioteca Comunale di Palermo, Coll. Di Benedetto).

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Eliana Mauro - Giovan Battista Filippo Basile

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28.G.B.F. Basile, piante di rilievo e di riconfigurazione di una delle case rinvenute a Piazza della Vittoria negli anni Sessanta dell’Ottocento, Palermo (da Sull’antico edifizio della Piazza Vittoria in Palermo, Palermo 1874). 29. G.B.F. Basile, padiglione d’ingresso della sezione italiana all’Esposizione Universale di Parigi, 1878 (da G. Sacheri, Le costruzioni moderne di tutte le nazioni alla Esposizione Universale di Parigi del 1878, Torino 1883). 30. G.B.F. Basile, apparati decorativi delle paraste del padiglione d’ingresso della sezione italiana all’Esposizione Universale di Parigi, 1878 (da G. Sacheri, Le costruzioni moderne di tutte le nazioni alla Esposizione Universale di Parigi del 1878, Torino 1883). 31. G.B.F. Basile, capitello del padiglione d’ingresso della sezione italiana all’Esposizione Universale di Parigi, 1878 (da G. Sacheri, Le costruzioni moderne di tutte le nazioni alla Esposizione Universale di Parigi del 1878, Torino 1883).

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32. G.B.F. Basile, veduta generale del modello ligneo del monumento commemorativo a Vittorio Emanuele II, 1881, stampa fotografica (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 33. G.B.F. Basile, palazzina Favaloro, piazza Virgilio, Palermo, 1888-1891 (E. Basile, 1891-1893, 1903, 1914) (Dotazione BasileDucrot, Palermo). 34. G.B.F. Basile, monumento commemorativo dei Mille a Gibilrossa, Palermo, 1885 (cartolina; coll. Mauro-Sessa, Palermo). 35. G.B.F. Basile, cappella gentilizia Torrenascio nel cimitero di Messina, 1890 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 36. G.B.F. Basile ed E. Basile, torre-belvedere e giardino d’inverno della palazzina Favaloro, piazza Virgilio, Palermo, 1888-1891 (E. Basile, 1891-1893, 1903, 1914) (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 37. Giovan Battista Filippo Basile (da Il Teatro Massimo Vittorio Emanuele in Palermo. G.B.F. Basile, architetto, Palermo 1896).

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Ernesto Basile Ettore Sessa

Ernesto Basile (Palermo 1857-1932) architetto, docente di Architettura Tecnica presso gli Atenei di Roma e di Palermo, è uno dei principali protagonisti della lunga stagione del modernismo italiano. Allievo del padre Giovan Battista Filippo interpreta con problematicità quella «ricerca del nuovo» che ne aveva distinto l’operato nell’ambito della cultura architettonica italiana dell’arco temporale compreso fra il tramonto dei neostili e del romanticismo e la maturità dell’eclettismo1. Di quest’ultimo lo stesso Ernesto Basile sarà uno dei più interessanti protagonisti italiani nella stagione di transizione verso il modernismo2. Personalità di spiccate qualità intellettuali e di considerevole potere accademico Ernesto Basile sarà uno dei principali promotori e sostenitori della svolta culturale di fine Ottocento che permette anche in Italia la fioritura di una eccezionale stagione Arte Nuova. Sarà lui uno dei pochi architetti italiani a costituire un vero e proprio cenacolo interdisciplinare ed a perseguire quell’unità delle arti che distingue le più avanzate coeve manifestazioni del modernismo europeo. Nei più di cinquant’anni di architettura professati tra la fine degli anni Settanta del XIX secolo e l’inizio degli anni Trenta del Novecento, Ernesto Basile3 attraversa criticamente la fase finale dell’eclettismo, il modernismo (nel periodo più vitale di diffusione del movimento e nella sua stagione matura) e, infine, buona parte di quella tendenza, erede di quest’ultimo, che per quasi tre decenni (a partire dal secondo lustro del secolo XX) opera nel tentativo di risemantizzare, sulle muta-

zioni del “sentire”, e di codificare l’azione di riforma della nomenclatura architettonica innescata proprio ai primordi del Modernismo. Protagonista, per quanto discontinuamente propositivo, di ben tre stagioni culturali (anziché epidermico interprete, dal segno grafico felice, del solo periodo Art Nouveau)4, Ernesto Basile modula alla parabola dei suoi criteri metodologici e del suo “sentimento artistico” le compatibili sollecitazioni teoriche del dibattito internazionale e i processi figurali di determinati orientamenti estetici affini. Ne sintonizza, pertanto, le valenze agli esiti di un problematico itinerario autoctono di attività riflessive e di produzione artisticoarchitettonica della prima età contemporanea; un itinerario sviluppatosi in seno alla cultura architettonica accademica palermitana, nell’arco dei cento anni che precedono l’inizio della sua azione di docente, della sua produzione scientifica5 nonché della sua attività professionale, e del quale Basile è consapevole erede6. Diradatasi negli ultimi quindici anni della sua attività, l’attenzione nei confronti di Ernesto Basile della critica a lui contemporanea7 aveva raggiunto l’apice negli anni 1899-1916 (con apprezzabili precedenti fin dagli anni Ottanta del XIX secolo). Innumerevoli, in questo periodo, sono gli articoli e i saggi sulla sua produzione firmati da alcuni fra i più qualificati critici e studiosi dell’epoca (fra questi Enrico Thovez, Cesare Battaglia, Vittorio Pica, Alfredo Melani, Primo Levi, Raffaele Savarese, Pietro Chiesa, Giulio Ulisse Arata, e fra i non pochi stranieri ricordiamo Gustave Soulier) e pubblicati in alcuni volumi e, so-

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prattutto, nei periodici specializzati italiani e stranieri; da «L’Arte Decorativa Moderna» a «L’Architettura Italiana», da «Emporium» a «Edilizia Moderna», da «Per l’Arte» a «L’Arte Italiana Decorativa e Industriale», da «The Studio» a «Der Architekt»8. Nonostante il decennio trascorso a Roma a partire dal 1881, inizialmente come assistente presso la Cattedra di Architettura Tecnica di Enrico Guy e poi in qualità di docente dello stesso insegnamento (1883), al suo rientro definitivo a Palermo (preceduto da prolungate permanenze in Sicilia, a partire dal 1889, in relazione alla direzione dei lavori del complesso dei padiglioni per l’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891) Ernesto Basile non accusa sindromi da estraniamento dall’ambiente culturale cittadino. A differenza dei predecessori nella titolarità della sua cattedra palermitana, egli consuma l’esperienza del soggiorno romano già con una propria personalità scientifica. Assistente di ruolo nella Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri ed Architetti di Palermo dal 1880 (ad un anno dal conseguimento del Diploma di Laurea in Architettura), nel 1882, appena trasferitosi a Roma, scrive la sua opera teorica Architettura. Dei suoi principi e del suo rinnovamento (rimasta lungamente inedita); prima della stesura di questo breve trattato aveva tuttavia svolto un’intensa attività di pubblicista, rivelatrice di una linea culturale ancora acerba ma già orientata, producendo un apprezzabile corpus di saggi e di articoli, alcuni dei quali sotto pseudonimo, pubblicati fra il 1878 e il 1880 sul periodico scientifico palermitano «Pensiero e Arte». Sono da ritenere marginali, allora, gli apporti dell’ambiente accademico della Terza Roma alla sua formazione. Al contrario, alcuni segnali sembrerebbero assegnare alla presenza di Ernesto Basile un ruolo non indifferente nella promozione del nuovo indirizzo culturale degli anni Ottanta di parte della Regia Scuola romana, nel quale assume particolare rilevanza l’attivazione di iniziative

volte allo studio delle architetture storiche; ne sono prova, oltre alle conferenze e alle visite guidate (e alle campagne di rilievi), i viaggi di istruzione di quegli anni che, organizzati da Basile, oltre alle visite di rito agli stabilimenti industriali, ai cantieri di infrastrutture all’avanguardia e alle opere concepite secondo i più avanzati progressi nel campo della produzione edilizia dei tempi, comprendevano, oramai quasi in prevalenza, sopralluoghi conoscitivi presso testimonianze monumentali (antiche, medievali e moderne) ed anche presso rilevanti insediamenti di architettura spontanea o di contesti urbani medievali. Come il padre, al cui programma didattico doveva buona parte della sua formazione, Ernesto Basile assegna un ruolo non indifferente allo studio della storia dell’architettura, all’interno del corso biennale di Architettura Tecnica. Il suo programma comprendeva infatti una parte dedicata alla storia dell’architettura, sotto la più convenzionale intitolazione “Stili architettonici”, oltre alle parti intitolate “Composizione degli edifici”, “Elementi delle fabbriche” e “Condotta tecnica e amministrativa dei lavori”9. I contenuti di questa articolazione didattica e le modalità applicative dei relativi esercizi progettuali attualizzano la tradizione di un indirizzo metodologico di insegnamento dell’architettura su fondamenti scientifici. Iniziato nel periodo neoclassico da Giuseppe Venanzio Marvuglia10, con la sua ipotesi di rifondazione disciplinare dell’insegnamento su basi di logica matematica, questo filone, alla distanza di poco meno di un secolo e per discendenza accademica in linea diretta, perviene alla ricerca di Ernesto Basile di un nuovo sistema di architettura. Tale filone siciliano assume pertanto le connotazioni di percorso parallelo traslato, rispetto a quell’itinerario della cultura architettonica d’occidente criticamente e storicamente accreditato quale legittimo erede, in età contemporanea, della specifica variante disciplinare del tardo XVIII secolo dell’ideale interdisciplinare

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illuminista di globale “progetto moderno” della società. La fortuna dell’edizione siciliana di questa cultura del progetto, è assicurata dalla successione nella titolarità della cattedra di Architettura Civile11, prima, e di Architettura Tecnica, poi, di maestri e allievi di una stessa tendenza. Alla titolarità di Giuseppe Venanzio Marvuglia (dal 1779 fino al 1813) farà seguito quella del figlio Alessandro Emanuele (1813-1815); gli succederà, ma con un salto di tre anni, l’allievo Antonio Gentile (1818-1834), alla cui morte, ma solo dopo una seconda interruzione di tre anni rispetto questo avvicendamento di scuola, la cattedra sarà coperta dal suo allievo Carlo Giachery (a partire dal 1837)12. Alla titolarità di quest’ultimo seguirà quella dell’allievo e assistente Giovan Battista Filippo Basile, cui poi succederà Ernesto Basile. Nota distintiva di questa genealogia architettonica palermitana, partecipe dell’ideale di “progetto moderno” della società, è quella particolare condizione di continuità propositiva, attenta agli esiti dei più avanzati dibattiti e orientamenti progettuali europei, ma solo se relazionabili al proprio patrimonio metodologico e di cultura artistica. Non è da escludere che Basile abbia puntato proprio sul suo doppio ruolo, di prestigioso cattedratico di Architettura Tecnica nella Scuola di Applicazione e di Direttore dell’Istituto di Belle Arti, per garantire alla professione di architetto un diverso percorso formativo, d’intesa con alcuni di quei docenti dello stesso Istituto di Belle Arti che facevano parte del suo gruppo di lavoro. Quest’ultimo, che comprendeva anche artisti non strutturati in istituzioni didattiche ed era formato dagli scultori Antonio Ugo e Gaetano Geraci e dai pittori Ettore De Maria Bergler, Luigi Di Giovanni, Michele Cortegiani, Rocco Lentini, Salvatore Gregorietti e Giuseppe Enea, vantava anche l’appoggio di artisti “esterni”, come Francesco Lojacono, Mario Rutelli ed Ettore Ximenes, e di esponenti del mondo culturale cittadino, fra cui lo storico dell’ar-

te Vincenzo Pitini. La portata ideologica degli intenti di Ernesto Basile (che, più tardi, avrebbe chiamato Felix Braun, allievo della scuola viennese di Alois Riegl, a insegnare la storia dell’arte) sarebbe stata individuata per la prima volta da Gustavo Giovannoni che, alla morte di Basile, ne avrebbe celebrato l’azione didattica, considerandola una delle tre scuole moderne di architettura attive in Europa fra Ottocento e Novecento insieme a quella di Theodor Fischer e a quella di Otto Wagner13. Un’analogia alquanto significativa, se relazionata a quel 1897 nel quale Basile ottiene la nomina di Direttore dell’Istituto e promuove un movimento artistico interdisciplinare (in opposizione con il tradizionalista Circolo Artistico)14; l’anno successivo compirà un viaggio a Vienna che ha tutto il sapore di una sortita esplorativa presso gli ambienti della Secessione austriaca. D’altronde, proprio il 1897 può essere considerato il limite cronologico del primo dei tre periodi nei quali è possibile classificare, per grandi linee, l’opera di Ernesto Basile. È un periodo che, a meno dell’esperienza condotta sotto la guida paterna nel 1878 per l’ultimazione della casa di famiglia a Santa Flavia, inizia nel 1880, anno della partecipazione con il padre al concorso per il monumento a Vittorio Emanuele II in Roma. Dal 1898 a poco oltre l’inizio del primo conflitto mondiale si sviluppa il suo secondo periodo, quello propriamente modernista, cui succede la cosiddetta fase di maniera che copre l’ultimo terzo della sua attività progettuale. Impegnato prevalentemente in Sicilia (principalmente a Palermo e in provincia, e inoltre ad Acireale, Calatafimi, Caltagirone, Caltanissetta, Canicattì, Catania, Enna, Francavilla di Sicilia, Ispica, Licata, Messina, Trapani), ma anche a Milano, a Reggio Calabria, a Roma, a Torino, a Venezia, Basile svolge un’intensa attività professionale estesa a tutti gli ambiti architettonici. Rispetto alle opere realizzate, la sua produzione progettuale, comprensiva anche delle partecipazioni

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a concorsi di architettura, dei progetti senza seguito (nel considerevole novero degli incarichi da parte della famiglia Florio, ad esempio, non sono pochi quelli non realizzati), dei grandi programmi ridimensionati (esemplare in tal senso la vicenda, ancora nebulosa, legata alla Direzione dell’Ufficio Tecnico della Regia Università di Palermo) o delle proposte cadute nel nulla (fra queste ricordiamo alcune sistemazioni di ambienti urbani a Caltagirone, a Messina, a Palermo e a Rio de Janeiro), è tuttavia più cospicua, sia per consistenza che per raggio di azione. Oltre che con la partecipazione al concorso per il monumento a Vittorio Emanuele II in Roma, Ernesto Basile apre il suo primo periodo di lavoro con il progetto, del 1881, per l’irrealizzata dimora palermitana della sua famiglia nel viale della Libertà; un progetto che, insieme a quello per una elegante palazzina, poi non eseguita, per Gaetano Orioles barone d’Antalbo e alla casa Basile a Santa Flavia, dà luogo a una prima trilogia sperimentale nel campo della tipologia residenziale unifamiliare. Edifici pensati come compatte stereometrie prismatiche, i primi due presentavano sistemi distributivi dalla forte specularità, secondo uno schema geometrico primario ennapartito, normato al metodo di J.-N. L. Durand (e replicato con significative varianti negli anni a venire, sempre con grande hall centrale con lucernaio, come nel caso dei due progetti per la casa romana di Antonio Starrabba marchese di Rudinì). Il tipo di impaginato di prospetto adottato, ancora caratterizzato in queste prime prove da distillate forme neorinascimentali, verrà in seguito riedito con successo ma con notevoli mutazioni negli impalcati figurali e compositivi (villa Bordonaro, villino Fassini a Palermo e palazzina di Rudinì a Roma). Sono ancora degli anni ’80 del XIX secolo, i progetti presentati ai grandi concorsi nazionali per le nuove sedi istituzionali della capitale del Regno d’Italia: fra il 1884 e il 1887 le quattro edizioni per il Palazzo di Giustizia; nel 1883 e nel 1889

il primo e il secondo concorso per il Palazzo del Parlamento15; seguiranno i concorsi per la prefettura di Benevento e per vari monumenti celebrativi. Nel primo decennio di attività rientrano anche progetti più fortunati sul piano della valutazione storiografica; sono del 1888-89, ad esempio, i disegni per i padiglioni dell’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891. Ancora a Roma, Ernesto Basile si cimenta nella progettazione di questo complesso modulare16 redigendone, nel dicembre 1888, tre varianti planimetriche basate sulla stessa legge aggregativa. Nei primi anni del rientro a Palermo, oltre ai progetti relativi a incarichi conferitigli da privati facoltosi per esclusive dimore urbane e suburbane, è prevalentemente impegnato nei lavori di completamento del Teatro Massimo, il cui cantiere dirige dal 1891 al 1897, dopo la morte del padre. Antistanti al teatro (e bilanciati sul suo asse di simmetria) i suoi due chioschi, Ribaudo del 1894 e Vicari del 1897, costituiscono misurati elementi di arredo urbano dai garbati eclettismi, rispettivamente neorinascimentale e neomoresco, abilmente coniugati ad un tecnicismo piuttosto prezioso. Ernesto Basile realizza negli anni Novanta, in Sicilia, significative opere legate ad una committenza aristocratica e alto borghese, dinamica, internazionalista e tuttavia ansiosa di rilanciare le proprie radici culturali. La scelta di sapore storicista dello stile siculo-normanno per il Padiglione di Ingresso dell’Esposizione Nazionale di Palermo più che ad una pratica eclettica del gusto per i revivals, sovente equivocata con il fenomeno delle coeve propensioni esotizzanti, aveva rappresentato un preciso segnale di rivendicazione autonomista e al tempo stesso di blasone all’interno della nuova compagine nazionale. Nel biennio 1897-1898 si configura la maturazione di una sua poetica modernista, la cui fase iniziale si manifesta tanto con indizi di un autonomo orientamento culturale, quanto con circoscritti sperimentalismi figurali,

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fra i quali vanno annoverati alcuni dei lavori in ferro per gli interni del Teatro Massimo. Ne costituiscono documenti esemplari la lettera alla contessa di Francavilla del 21 ottobre 1898, relativa all’ultimazione dei lavori di decorazione e arredo per il suo palazzo, e soprattutto il precedente patto artistico, stilato l’8 febbraio 1897 nello studio di Ernesto Basile al Teatro Massimo, con il quale un gruppo formato da undici pittori, quattro architetti e tre scultori, si impegnava a organizzare, per la primavera dello stesso anno, una “esposizione artistica privata”. A sottoscrivere questo “patto artistico” sono: gli architetti Ernesto Armò (assistente di Basile), Giuseppe Patricolo e Francesco Paolo Rivas, oltre al promotore Ernesto Basile; gli scultori Benedetto Civiletti, Mario Rutelli e Antonio Ugo; i pittori Michele Cortegiani, Ettore De Maria Bergler, Luigi Di Giovanni, Giuseppe Enea, Nicolò Giannone, Carmelo Giarrizzo, Rocco Lentini, Francesco Lojacono, Salvatore Marchesi, Francesco Padovani, Pietro Volpes. Nella lettera alla contessa di Francavilla17 è delineato implicitamente il tenore di quella collaborazione fra Basile e la fabbrica palermitana di mobili e arredi Golia-Ducrot che, per tre lustri, rappresenterà uno dei più riusciti sodalizi fra cultura del progetto e cultura della produzione del modernismo europeo. Il documento del febbraio 1897 è palesemente partecipe di un più generale clima di secessioni artistiche, soprattutto in considerazione del fatto che, tra i firmatari, figurano alcuni di quegli artisti che a partire dal 1899 instaureranno con Ernesto Basile un rapporto di collaborazione, accreditato dalla pubblicistica dell’epoca come risposta siciliana all’idea di “opera d’arte in tutto”. Le modalità progettuali e la stessa concezione finale del villino Florio, quale emblematica espressione di Gesamtkunstwerk, svelano, già nel 1899-1900, una disincantata e misurata maturazione modernista; sullo scorcio dell’inverno del 1899, Ernesto Basile si avvia a quella definitiva formulazione di

un personale “sentire” modernista che è già suscettibile della volontà espressiva di trasfigurazione estetica dei suoi ultimi etimi storicisti ed è contemporaneamente abile a rendere compatibile tale volontà con una logica compositiva sistematica. Inizialmente egli opera una declinazione “in divenire” del patrimonio storico-artistico isolano; proprio prendendo le mosse dalla locale tradizione storiografica sette-ottocentesca degli studi sistematici sulle architetture dell’antichità e del medioevo siciliano, decodifica in chiave modernista le teorizzazioni e gli sperimentalismi in direzione di una nuova architettura condotti in età romantica dall’archeologo Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco e, poi, da Giovan Battista Filippo Basile con scientificità tutta positivista velata da spiritualismo. Ernesto Basile progetta, dunque, in questa prima stagione del suo secondo periodo, architetture di transizione, ognuna delle quali, costituendo un’ulteriore messa a punto di forme nuove e di scientifica ridefinizione della logica compositiva, implica una sorta di accelerazione del processo di storicizzazione delle soluzioni appena ideate. Progetti per opere impegnative, poi non realizzate, come la trasformazione della Tonnara Florio all’Arenella (già parzialmente riformata nel 1844 da Carlo Giachery, che vi realizzava, tra l’altro, il corpo di fabbrica angolare detto i “Quattro Pizzi”) o come il Palazzo Florio nell’omonimo parco dell’Olivuzza, e realizzazioni del tutto particolari come la colonia agricola modello, detta Firriato, del barone Lombardo Gangitano presso Canicattì del 1898, sono autentici incunaboli dei nuovi repertori e sistemi compositivi. Questi, maturati poi con la realizzazione di Villa Igiea, nonostante la loro aura medievalista sono già espressione di una prima risposta alla esigenza del “vero”; si fondano, infatti, su una logica combinatoria di metafore dell’opera muraria e di elementi analogici della “costruzione”, scevri dai formulari dei revivals e dalle remore della ornamentazione scultorea

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dell’architettura. Il grande complesso architettonico di Villa Igiea all’Acquasanta (Palermo), voluto dall’ultima generazione dei Florio18 come prestigioso sanatorio e poi come stazione climatico-termale, è un’opera “manifesto” di un più generale movimento di “rinascita” della Sicilia; essa è preceduta da un biennio di segnali discontinui ma indiziari della maturazione di Basile verso un nuovo “sentire” modernista. È una condizione di rinnovamento artistico che tuttavia si dimostra in continuità con quella ricerca del “vero” architettonico condotta, con gli strumenti formali della tradizione, nei tre lustri successivi alla partecipazione al primo Concorso per il Palazzo di Giustizia a Roma (1884); vi si rintracciano echi delle sue giovanili teorizzazioni, soprattutto in riferimento alle modalità di relazione, nella costruzione, della postulata simbiosi fra la componente “organica” (o degli elementi costitutivi) e la componente “simbolica” (rivelatrice delle logiche costruttive)19. Villa Igiea è progettata e realizzata secondo un programma di assoluta integrazione fra avanzate concezioni di igiene psicofisica, moderni parametri di funzionalità, razionale ordinamento distributivo, esaltazione delle valenze paesistiche del sito, capillare controllo formale e iniziatiche implicazioni simboliche20; componenti che assegnano al complesso un’aura emblematica nell’ambito della mitologia positivista dell’epopea per il risanamento dell’individuo e della sua lotta contro il “mal sottile”. La trasformazione in Grand Hôtel avrebbe comportato una semplice “correzione” per alcune destinazioni, senza apportare modifiche ad una facies allusivamente intonata all’esaltazione struggente della nuova misura introspettiva, dell’idea di “luogo del non essere” deputato alla passione di una società di eletti oramai nello stadio di superamento del proprio apogeo. È per questi risvolti che fin dalle prime fasi della sua edificazione nel 1899 sulla scogliera dell’Acquasanta, il complesso di Villa Igiea ha costituito un evento

emblematico del clima storico palermitano sullo scorcio del XIX secolo. Fattore determinante di questa “avventura” risulta il felice accordo dei suoi tre artefici, Ernesto Basile, Ignazio Florio21 e il medico Vincenzo Cervello, esponenti palermitani di portata internazionale, rispettivamente, nel campo della cultura architettonica, in quello imprenditoriale e in quello medico scientifico. A Villa Igiea la configurazione geometrica del “salone degli specchi” (o sala da pranzo) e le figurazioni pittoriche omogeneizzanti, con seducente gusto fenomenico-simbolista e con impareggiabili artifici prospettico-vedutisti, con metafore alchemiche, ermetismi iniziatici, risvolti numerologici, riferimenti cabalistici, rievocazioni di mitici cicli agrari ctonii, concorrono alla “struttura” del ciclo allegorico. Sotto la regia di Ernesto Basile i pittori Ettore De Maria Bergler, Michele Cortegiani e Luigi Di Giovanni realizzano uno dei rari esempi di complesso decorativo modernista in cui l’idea di “opera d’arte in tutto” va oltre la ricerca di unità stilistica. I risvolti iconologici di questo diorama della “chimica filosofale”, dissimulati in un baccanale cadenzato su morbide sensualità, assegnano a questo ambiente valenze di stazione catartica, per predisporre i frequentatori alla conquista del percorso interiore verso la salute psicofisica. Sul finire del 1899 Basile, prendendo le distanze dai revivals pedissequi dell’arte medioevale, tratta liberamente nel Villino Florio le forme del tardo Quattrocento siciliano, riducendone le decorazioni a rappresentazioni organiche dei soli “segni forza”. Esse risultano orchestrate, nel divenire di forme nuove, nella strutturazione volumetrica generata da una pianta a perimetro mistilineo (su matrice quadrangolare) i cui fronti, con bugnature angolari, inserti di conci rustici e mostre dei vari tipi di aperture, risultano dalla composizione di conclusi sistemi di impaginati simmetrici. Tutti differenziati fra loro, questi sono commisurati al settore di appartenenza sia dell’articolata perimetrazione planimetrica, sia del

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diversificato assemblaggio delle volumetrie. I progetti di Villa Igiea e del Villino Vincenzo Florio sono le punte emergenti di un articolato ciclo di architetture di Basile che nel contesto italiano costituiscono il primo nucleo unitario di opere moderniste di uno stesso autore. Oltre al Palazzo del principe Moncada di Paternò al Borgo del 1899, al Padiglione per l’Esposizione del 1900 della Promotrice di Belle Arti di Palermo, alla seconda Casa Utveggio in via XX Settembre del 1901, tutte a Palermo, e alla Palazzina Vanoni in via Sardegna a Roma del 1901, risulta particolarmente significativo di questa prima stagione modernista il gruppo di architetture funerarie per i cimiteri palermitani di Santo Spirito e di Santa Maria di Gesù. Sono fabbriche di particolare pregio artistico, con valenze di laboratorio formale (soprattutto nei casi della cappella Nicosia, della cappella Guarnaschelli e della tomba Raccuglia del 1899 e, ancora, della cappella Lanza di Scalea del 1900). Con i primi disegni per il villino Vincenzo Florio, anche operando una significativa riconversione tipologica dell’incarico per il grande palazzo nel parco dell’Olivuzza, Basile porta ad autonoma e compiuta maturazione quei prodromi discontinui, manifestatisi nel biennio precedente sia sul piano ideologico, sia su quello estetico (mutazione fenomenica dei repertori figurali storicisti in opere come la cappella Nicosia e il palazzo Moncada di Paternò, o disegni fitomorfi di finiture in ferro battuto presentati all’esposizione di Torino del 1898 e poi pubblicate in «Memorie di un Architetto», VIII, X, 1898), sia ancora nell’ambito della specifica cultura del progetto soprattutto in relazione al movimento di “riforma della casa” (si vedano, oltre alla lettera con acclusi schizzi indirizzata alla contessa di Francavilla, il tenore, pur nella decadente aura neorinascimentale, della progettazione integrale per la durandiana villa Bordonaro al Giardini Inglese e l’innovativo sistema distributivo dell’ultima versione del 1896 del palazzo Deliella con impianto a L

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perimetrale al lotto e con ambienti dimensionalmente diversificati in funzione delle destinazioni)22. Ultimato nel 1902, come padiglione di ricevimento per gli ospiti, il villino interpretava le aspirazioni di una raffinata committenza alto borghese ad una propria nuova immagine rappresentativa. L’identificazione di ogni stanza con una determinata funzione era riflessa dalle soluzioni caratterizzanti il mobilio e l’architettura degli interni, riconducibili ad una immagine unitaria in nome di una compenetrazione di ambienti, spaziale e concettuale, che palesa il problematico confronto di Basile con il movimento di riforma dei modi dell’abitare attivato dal più avanzato modernismo europeo sulla scorta delle mutazioni tipologiche e figurali ideate da Victor Horta e delle rivisitazioni inglesi, in età vittoriana, del tipo residenziale medioevale anglosassone della Manor House. Il villino Florio è un’opera determinante nell’ambito della ricerca continua di Basile di logici sistemi compositivi declinabili. Immediatamente successiva è, infatti, l’elaborazione dei cadenzati impaginati a paraste (svettate oltre il muro d’attico) su alta rusticazione basamentale (e ordito geometrico omesso) del palazzo da pigione Utveggio in via XX Settembre del 1901. Esso al tempo stesso contiene in nuce quelle valenze estetiche e quell’indirizzo metodologico che connotano il secondo periodo modernista di Basile; un periodo di originale maturità, esteso per poco più di un lustro, a partire dal conseguimento nel 1902 dell’impalcato compositivo astilo, derivabile in una semplificata produzione seriale, della Stanza da lavoro in quercia presentata alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, e della riforma di base fenomenica dei codici figurali per il padiglione di ingresso della Prima Esposizione Agricola Regionale di Palermo. Negli anni centrali della sua attività professionale, cioè da quel 1897-98 che apre la sua lunga stagione “Arte Nuova” alla rea-


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lizzazione nel 1916 del chiosco Ribaudo in piazza Castelnuovo a Palermo, Ernesto Basile estende la sua attività progettuale a tutti i campi delle arti decorative e industriali; instaurando diversificati ed articolati rapporti di collaborazione con innumerevoli imprese produttive, palermitane e non. Si tratta di imprese ad alto livello esecutivo, sia nel caso di quelle attive in una dimensione puramente artigianale sia nel caso di organizzazioni produttive di tipo industriale. A parte alcune saltuarie realizzazioni con industrie straniere all’avanguardia (fra queste ricordiamo la ditta Haas di Vienna, esecutrice, tra l’altro, del grande tappeto progettato nel 1903 per casa Lemos) e con laboratori di artigianato artistico della Campania (la Figulina Artistica Meridionale di Napoli per le ceramiche e l’Opificio Serico di San Leucio per le stoffe da tappezzeria), di Roma (la ditta Antonio Ronconi Ferri Battuti, che opera negli interni dell’ampliamento di Montecitorio e nel Cafè Faraglia) e di Milano (la ditta Vetrate Artistiche Beltrami, che esegue il velario dell’Aula dei Deputati a Montecitorio) i rapporti di collaborazione più durevoli sono con qualificate imprese palermitane. Abili a riconvertire in senso modernista la propria consumata operatività (o in taluni casi già orientate verso una buona produzione Liberty, anche se formalmente convenzionale) queste imprese erano ben accreditate a livello nazionale nel campo delle arti decorative e industriali. Fanno parte di questa compagine la ditta di Salvatore Martorella, per i ferri battuti, la ditta Li Vigni, per gli intonaci e gli stucchi decorativi, la Ceramica Florio, per stoviglie e per piastrelle decorative policrome in ceramica o in pasta di vetro, la ditta Caraffa, per gli apparecchi di illuminazione, il mobilificio Andrea Mucoli, per alcuni arredi (fra cui lo scalone del villino Florio) e l’Oreficeria Fecarotta, per i servizi in argento e oro. Ben più significativo è il rapporto di collaborazione instaurato con la fabbrica di mobili Carlo Golia & C., Palermo, diretta da

Vittorio Ducrot. Con il nome di quest’ultimo, erede di Carlo Golia e proprietario a partire dal 1902, il mobilificio palermitano, che nel giro di pochi anni diventa il maggiore concentramento produttivo nel settore dei mobili e arredi dell’industria italiana23, acquista fama internazionale avvalendosi del sodalizio artistico-imprenditoriale con Ernesto Basile. Ne deriverà per poco più di dodici anni, a partire dal 1898, la creazione di un settore trainante della produzione di mobili di questa fabbrica e la nascita di un “Ufficio Tecnico” i cui componenti inizialmente sono in buona parte istruiti dallo stesso Basile. In ambito europeo è uno dei primi esempi riusciti di perfetta intesa fra profitto e cultura; a parte gli arredi particolarmente impegnativi sul piano artistico (che registrano, in una matura ottica Gesamtkunstwerk, il concorso di artisti come gli scultori Antonio Ugo e Gaetano Geraci e come i pittori Giuseppe Enea, Rocco Lentini, Salvatore Gregorietti, Ettore De Maria Bergler) Ernesto Basile progetta linee di mobili per la produzione destinata al mercato. Dal biennio 1902-03 Basile svolge il ruolo di Direttore Artistico della fabbrica; ne sono principali espressioni gli allestimenti realizzati per le esposizioni internazionali d’arte e d’arte decorativa organizzate in Italia fra il 1902 e il 1909: la Prima Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902 la V, la VI e la VIII edizioni dell’Esposizione di Venezia, rispettivamente del 1903, del 1905 e del 1909; l’Esposizione del Sempione a Milano del 1906)24. Unitamente agli artisti del cenacolo di Ernesto Basile (Antonio Ugo, Benedetto De Lisi, Gaetano Geraci, Mario Rutelli, Rocco Lentini, Ettore De Maria Bergler, Michele Cortegiani, Salvatore Gregorietti, Luigi Di Giovanni, Giuseppe Enea e, più tardi, Archimede Campini)25, un folto gruppo di architetti e ingegneri, in parte allievi del padre Giovan Battista Filippo (Emanuele Arangi, Vincenzo Alagna, Giuseppe Tamburello, Filippo La Porta, Francesco Paolo Rivas) in parte allievi

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o assistenti dello stesso Ernesto Basile (fra i quali Camillo Autore, Antonino Lo Bianco, Salvatore Benfratello, Giovan Battista Santangelo, Salvatore Caronia Roberti, ecc.)26 o suoi fiancheggiatori come Ernesto Armò, interpretano la vocazione internazionalista di quella compagine attiva dell’aristocrazia, rigeneratasi come protagonista del rilancio economico siciliano, e di quella oramai storicizzata alta borghesia (con in testa i Florio)27, che aveva dato il via all’avventura mercantilistica e industriale siciliana. Lo stile di vita e i rituali mondani di questa dinamica classe egemone trainano il gusto di un ceto medio e di una aristocrazia operaia dal buon tenore di vita, verso quelle istanze di riorganizzazione del visibile originate dal principio del “Socialismo della Bellezza”. A sostanziare un fenomeno di così vasta portata cittadina, altrimenti mera espressione di aggiornamento a una moda, è la continuità nella ricerca della “Nuova Architettura” e il suo rapportarsi, in ambito di pensiero siciliano, con il manifestarsi di una tendenza di sintesi tra principi di logica matematica cosmogonica e analogismo fenomenologico (anche nella declinabilità dei primi) nell’ambito del gruppo degli intellettuali siciliani, tra cui Basile, che frequentano l’internazionale Circolo Matematico di Palermo28. Nonostante la presunta inconciliabilità fra l’affermato edonismo dell’estetica fisio-psicologica, comune a tutte le diverse manifestazioni del movimento modernista internazionale, e l’apologetica classica di remora tomistica della religione ufficiale del periodo del papato di Pio XI, in Sicilia, all’inizio del XX secolo, si afferma quel movimento di riforma del cattolicesimo (diffusosi in poche ma cospicue realtà italiane sotto la denominazione “Modernismo religioso”) che, innestandosi sulla tematica dottrinale del positivista palermitano Cosmo Guastella, impostava sulla invariabile del “fenomeno” il processo della conoscenza. Ne costituisce espressione paradigmatica il particolarissimo

caso della intraprendente Caltagirone, all’epoca ricca città industriale (per la ceramica e la terracotta) e agricola, dove il sacerdote Luigi Sturzo esercita per oltre un decennio il ruolo di prosindaco rilanciando la municipalità e perseguendo una democratica politica dell’immagine modernista, con incarichi a Ernesto Basile (Centrale Elettrica, Scuola, Fontana e ingresso al giardino pubblico) e al suo allievo calatino Saverio Fragapane che, con significativi interventi puntiformi di edifici pubblici e per facoltosi privati progressisti, avrebbe connotato in chiave Liberty la stagione “epica” della rinascita della antica sua città tradizionalmente colta e al passo con i tempi. Quello di Caltagirone non è l’unico caso di proliferazione della scuola di Basile sul territorio siciliano; Francesco La Grassa a Trapani, Filippo Re Grillo a Licata, Camillo Autore ed Enrico Calandra a Messina, Francesco Fichera (erede mancato della cattedra di Basile) a Catania e nella Sicilia orientale sono le punte emergenti di un fenomeno di più vaste dimensioni (verosimilmente da rintracciare anche “oltre mare”, soprattutto in Tunisia) che registra anche la discreta presenza di Leonardo Paterna Baldizzi a Roma, prima, e a Napoli, poi, nella veste di pioniere nei rispettivi esordi del Liberty. Espressione matura di modernismo regionalista, animata da un dialogo a distanza con le tendenze più “ragionate” del movimento internazionale, la produzione progettuale di questo secondo periodo di Basile ha come denominatore comune la formulazione di un nuovo abaco di elementi architettonici. Ne consegue, a partire dal 1902 con la sistemazione dell’ingresso della Prima Esposizione Agricola Regionale Siciliana, la genesi di forme autonome, e quindi l’ipotesi di un modernismo della “razionalità mediterranea”. Subliminali richiami alle culture architettoniche e decorative mediterranee costituiscono la base culturale di questa particolare stagione, ma sempre come cifrario di una koinè elettiva e concettuale, più che analo-

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gica o strettamente interprete, in una edulcorata e positiva versione borghese, dei modi espressivi o delle forme abitative spontanee. È una visione di mediterraneità, che va oltre la volontà di attualizzazione della razionalità metastorica e delle implicazioni metafisiche, materializzando anche un’ideale di internazionale artisticità dell’anima latina. Questa è sentita da Basile quale variante di sub-area mediterranea; le aggregazioni vernacolari di plastiche volumetrie prismatiche sono intese quali manifestazioni spontanee di una spiritualità cosmica, che accomuna gli insediamenti costieri iberici e del meridione d’Italia su un sottofondo di molteplici matrici culturali, non ultime quelle ellenistico-italica e islamica. Nel 1903 coniugando la sua ricerca di un sistema architettonico declinabile, basato su principi compositivi desunti dalla logica assiomatica, con l’attenzione al comfort abitativo, sulla scorta del movimento inglese, Basile recupera suggestioni dei tradizionali modi distributivi e figurali dell’edilizia spontanea dell’Italia insulare e meridionale e di altre aree mediterranee (sono precedenti a questo periodo i suoi viaggi in Catalogna, Grecia ed Egitto). In questa ottica progetta il villino Fassini, il villino Monroy e la casa Basile (tutti per Palermo), una trilogia di “ville bianche”, esemplari dell’idea di “razionalità” mediterranea. Nella propria casa palermitana in via Siracusa (1903-04), nitida stereometria dai bianchi prospetti modulati su basamento in mattoni e bugne, Ernesto Basile traduce le sue istanze intellettuali in una architettura affrancata da eclettismi e da mode floreali. Essa rappresenta il logico punto di arrivo degli studi sulla collaudata tradizione locale della cultura dell’abitare, combinata con la sperimentazione di nuove espressività di volumi, materiali e profili, proprio attraverso l’autocoscienza dell’architettura spontanea e dell’arte popolare dell’isola. I risultati di questa ricerca basiliana di radici mediterra-

nee (indirizzo analogo a quello della coeva tendenza dei secessionisti austriaci Olbrich, Deininger, Hoppe, Hoffmann e Schöntal), oltre che nelle opere innovative (come, appunto, il villino Fassini al Giardino Inglese, il progetto per il villino Monroy, entrambi con bianchi registri murari, il palazzo municipale di Licata del 1904 e il padiglione Florio all’Esposizione di Milano del 1906), costituiscono dal 1907 il leit-motiv anche per quelle revisioni moderniste di dettagli classici e schemi compositivi di partiti o di interi impaginati prospettici che ritroviamo già dal 1904 nella prima versione dell’ampliamento del Palazzo di Montecitorio a Roma per la realizzazione del Palazzo dell’Aula dei Deputati. Quest’ultima opera e il contemporaneo progetto del palazzo municipale di Licata aprono l’ultima stagione di questo secondo periodo, nella quale vengono decantati gli sperimentalismi immediatamente precedenti nel tentativo di formulare un “ordine moderno”. Sono del 1906-07 le prime espressioni compiute di questo orientamento di Ernesto Basile, con i progetti per il fronte principale del palazzo dell’Esposizione Internazionale di Venezia e per l’ampliamento e riforma della sede della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele in piazza Borsa a Palermo. In essi, invece di attualizzare figuratività del passato, secondo l’ideale imitativo ancora praticato dall’età romantica, coniuga le sue nuove formule lessicali (desunte da una realtà immanente suscettibile della reinterpretazione vitalistica del “sentire” modernista) in relazioni sintattiche di derivazione. Verosimilmente la revisione del modernismo da parte di Ernesto Basile è un contraddittorio, o coscientemente dicotomico, possibilismo psicologista, precoce in ambito nazionale, ma che a Palermo sembra perfettamente calzare con quella inquieta seconda metà del primo decennio del XX secolo durante la quale vengono meno alcune di quelle certezze che per un trentennio avevano galvanizzato il generale slancio della società civile

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palermitana verso un corale progresso reale. A partire dal 1907, sull’onda di una ripresa inizialmente strisciante delle idee spiritualiste, e con una sorta di correttiva attualizzazione del pensiero della seconda metà del XIX secolo di Simone Corleo (titolare della cattedra palermitana di Filosofia Morale negli anni in cui G. B. Filippo Basile è una delle figure più autorevoli della cultura architettonica italiana), Giovanni Gentile, appena chiamato alla cattedra di Storia della Filosofia, diffondeva a Palermo i primi, ma già incisivi, segnali di quello che sarebbe stato il suo “idealismo assoluto dello spirito”. I prodromi della sua reinterpretazione di matrice hegeliana della sintesi a priori kantiana agiscono da fattore catalizzante. Del resto Gentile agisce in un ambiente culturale che, nonostante Cosmo Guastella, prima, e Francesco Orestano, poi (le sue teorie, inizialmente perdenti, avrebbero avuto non poco peso nella formazione di una esperienza neorealista interdisciplinare nella Sicilia della ricostruzione post bellica), era ancora memore di quel movimento di idee la cui manifestazione più eclatante sono le acerbe argomentazioni pubblicate, nel triennio 1879-1881, sul periodico «Pensiero e Arte» da Gabriele Buccola (futuro iniziatore, in Italia, del metodo sperimentale in psicologia) e dalla sua cerchia interdisciplinare di giovani intellettuali cittadini, fra i quali figura Ernesto Basile. Giovanni Gentile coglie il locale positivismo di maniera in una vulnerabile fase di ripensamento. Prima presso i cenacoli (già dal 1906), poi presso prestigiose ed elitarie istituzioni culturali (quali il Circolo Giuridico e, solo dal 1911, la Biblioteca Filosofica, fondata da Giuseppe Amato Pojero), Gentile conduce una efficace azione di riconversione di tendenza che porterà all’isolamento degli epigoni della storica tendenza empirista siciliana e alla definitiva affermazione del soggettivismo. Questo nella sua particolare versione dell’idea di “unità degli spiriti nell’atto del pensiero” e, quindi, per quanto concerne

gli atti riflessivi sul visibile, di primato nella valenza di atto unitario della forma nel relazionarsi con l’intorno, con la realtà. Un percorso di pensiero che al suo esordio, ma non nel suo prosieguo, presenta affinità con la revisione critica del modernismo tentata da Basile, oramai incline, pur su una radicata cultura artistica di “osservanza” fenomenica, alla trasfigurazione soggettivista della sua idea di sistemi di architettura. Anche dal punto di vista generazionale Ernesto Basile, come l’altro massimo esponente del modernismo italiano Raimondo D’Aronco (anch’egli del 1857), ha un rapporto particolare con la vicenda modernista. Entrambi, formatisi in piena età eclettica (durante il macroscopico fenomeno di metamorfosi e dicotomica trasfigurazione delle città espressa dalla cultura del capitalismo europeo), pur da diverse condizioni di partenza si sentono particolarmente vicini all’idea della “Moderna Architettura” di Otto Wagner e all’impostazione metodologica, oltre che all’ideologia estetica, che contraddistingue la sua scuola. D’altronde Wagner, nato nel 1841, perviene ad un impalcato concettuale affine ai principi teorici del modernismo per logico sviluppo interno alla sua esperienza, dopo una consumata professione eclettica, nel solco però della Schinkelschüle; quindi poteva ben rivestire il ruolo di referente ideale di Basile e di D’Aronco. Essi, coetanei di Charles F. Annesley Voysey, appartengono ad una fascia anagraficamente alta di protagonisti del modernismo. Sono personaggi di grande spessore artistico, tutti nati nel primo decennio della seconda metà del XIX secolo, come: Lluis Domènech i Montaner (1850); Arthur Mackmurdo (1851); Antoni Gaudì (1852); Charles Harrison Townsend (1852); Louis H. Sullivan (1856); Hendrik Petrus Berlage (1856); Gustav Ferdinand Boberg (1860). Si tratta di pionieri di un più vasto e sensibilmente più datato fenomeno di revisione della cultura architettonica di fine Ottocento, ma poi concettualmente fuori tempo per traghet-

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tare ancora oltre la loro esperienza modernista. Del 1861 sono Victor Horta, Paul Hankar, ed Hermann Muthesius che, di fatto, aprono il decennio durante il quale nascono alcuni dei principali artefici della cultura architettonica del modernismo (oramai nella sua configurazione piena di movimento artistico maturo) con il quale, in prevalenza, è interamente identificato il loro contributo più originale, anche quando pervicacemente impegnati, dopo il primo decennio del XX secolo, ad inverare la poetica professata; fra questi sono Henry van de Velde (1863), Raymond Unwin (1863), Charles Robert Ashbee (1863), Max Fabiani (1865), Mackay Hugh Baillie Scott (1867), Hector Guimard (1867), Joseph Maria Olbrich (1867), Charles Rennie Mackintosh (1868), Josep Puig i Cadafalch (1869), Josef Hoffmann (1870), Herbert Mcnair (1870), August Endell (1871), Jan Kotera (1871), Joze Plecnik (1871). Nella esiguità dei margini temporali di un periodo della storia artistica (e non solo) dell’occidente connotata dalla implacabile accelerazione di eventi, modi espressivi e relativi processi (fino ad invalidare, quasi sempre, gli stessi impalcati ideologici di provenienza), al lieve scarto di anni fra le varie generazioni di protagonisti corrispondono confini ideologico-estetici invalicabili. Il facile superamento di questi confini, talvolta, proprio in quegli anni, è rivelatore di possibiliste cadute di livello, più che di autentiche maturazioni di un “nuovo sentire”. Una volta mutate le convinzioni estetiche di partenza, sarà una sorta di conservatorismo di questa visione della modernità (improntato al principio di validità dell’ipotesi di riforma dei “sistemi architettonici” in vista delle esigenze e aspettative epocali della società) ad accomunare l’indirizzo perseguito da quasi tutti gli esponenti di quel modernismo delle origini votato alla “riorganizzazione del visibile”; questo anche nel caso di non pochi architetti delle generazioni immediatamente successive a quella di Ernesto Basile. Tuttavia diversi saranno gli itinerari intrapresi in nome di questa

particolare ortodossia della modernità semantica; un ventaglio di orientamenti che risultano difficilmente associabili in uno stesso movimento architettonico, spaziando dal filone “tardo modernista” delle manipolazioni della nomenclatura architettonica classica (schieramento eterogeneo nel quale possono rientrare anche personalità come Joze Plecnik, Nìkos Mitsàkis, lo stesso Basile, ma anche il primo Erik Gunnar Asplund) fino alle sperimentazioni artisticamente eversive dei più “figurali” fra i cubisti praghesi (Josef Gocar , Pavel Janak, Emil Králicek, Jan Petrák). È, dunque, un fenomeno estremamente diversificato nelle sue varie manifestazioni europee; questa terza ipotesi dell’architettura contemporanea in termini cronologici corrisponde, senza però possibilità di coincidervi, tanto con il percorso che dal protorazionalismo porta alla prima età del funzionalismo, quanto con la ripresa internazionale del tradizionalismo nella nuova interpretazione soggettivista o metafisica che porterà all’accademismo moderno degli anni Venti e Trenta. Basile, una volta conseguito fra il 1902 e il 1903 un nuovo sistema di architettura concettualmente astilo, è al bivio fra un incognito itinerario culturale di oltranzista oggettività (difficilmente praticabile dai veterani del modernismo proprio per formazione generazionale) e, di contro, l’impervio ma più sicuro percorso finalizzato alla normalizzazione della modernità conquistata. Opta per la seconda ipotesi e, nella volontà di conseguire un “ordine moderno”, evita però le remore tradizionaliste, grazie alla elaborazione di un sistema di relazioni fra gli elementi architettonici che prevede la decodificazione del formulario classico in funzione del “sentimento” moderno. La possibilità di attuare questa formula, certo poco convenzionale anche se poco innovativa, per una delle fabbriche più rappresentative dello Stato (ma il municipio di Licata è già una prova generale della ripresa del modello palazziale classicista, pur se dissimulato da un’aura di civica quotidia-

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nità velatamente medievalista), è anche da relazionare al particolare momento della vita dell’architetto, all’apice della fama sia per la sua produzione architettonica sia per il suo ruolo di caposcuola. Tra l’altro, egli è l’unico cattedratico italiano di orientamento modernista (non va dimenticato che neanche in ambito europeo erano molti i protagonisti del modernismo ai vertici delle gerarchie accademiche); una condizione esercitata con autorevolezza anche in alcuni dei primi appuntamenti di supporto alla nascita del modernismo italiano o di appoggio a suoi promettenti esponenti (come nel caso della difesa di Annibale Rigotti per la paternità del palazzo municipale di Cagliari). Proprio per tali ragioni, il progressista governo Zanardelli, del quale fa parte anche il trapanese Nunzio Nasi (che con il primo condivide obbedienza massonica e istanze di miglioramento della società), sceglie Basile quale progettista dell’ampliamento di Montecitorio. Per la costruzione del corpo di fabbrica della nuova Aula dei Deputati Basile ha mano libera nel concepire e realizzare una delle rare sedi istituzionali moderniste d’Europa. La sua formula, che sarebbe stata avversata solo all’indomani della sua morte, si basava ora sulla calibratura di sistemi unitari di impaginati di prospetto (e dei relativi codici figurali riformati) con impalcati compositivi interpreti dell’ideale classicista di un ordinamento architettonico. Regolati da misurate attenzioni percettiviste, questi modi progettuali nel loro elegante accademismo esente da enfasi monumentale si dimostrano consoni all’esigenza, tipica dell’età liberale, di rassicurante rappresentatività delle sedi istituzionali, sia pubbliche che private, deputate al funzionamento moderno della società. Ma Basile avverte l’incongruità del sottinteso aulico, anche se antiretorico, di questa logica architettonica con la sua ricercata qualità domestica per l’architettura residenziale. Già nel secondo lustro del XX secolo il secondo progetto della villa Lanza di Deliella, il progetto del villino dello scultore Antonio Ugo,

entrambi per Palermo, il progetto del palazzo Bruno di Belmonte a Ispica e il progetto della villa Manganelli a Catania, testimoniano la subentrata esigenza di distinzione per categorie architettoniche della sua logica progettuale, manifestando una condizione alquanto diversa da quella attivata con la ricerca di un “sistema” declinabile del periodo della trilogia delle “ville bianche”, e che va dalla seconda casa Utveggio (con il precedente della cappella gentilizia Lanza di Scalea) al municipio di Licata (con sconfinamenti fino alla Centrale Elettrica di Caltagirone). Divenuta un insieme di relazioni fra comparti compositivi compiuti, rigorosamente relazionabili ad un tutto simbolicamente unitario, la nuova formula della modernità classicista di Basile finirà per configurarsi, nella seconda decade del secolo e all’inizio degli anni Venti, come regola sicura, riproducibile, o declinabile da sinceri epigoni o da imitatori, ma difficilmente rigenerabile. Fra le architetture di Basile successive al progetto per il Palazzo dell’Aula dei Deputati, assurte a modelli da interpretare o individuate dai contemporanei come abaco di riferimento per un riformato codice degli elementi architettonici classici, hanno un ruolo di primo piano opere come la sede della Cassa di Risparmio (1907-1912), il palazzo delle Assicurazioni Venezia in via Roma (1912) e il Kursaal Biondo (1913-14), tutte a Palermo, e il palazzo municipale di Reggio Calabria (1911 e 1914). Con alcune opere della sua maturità e con buona parte della sua architettura dell’ultimo dei tre periodi, Basile risulta accomunabile a quell’eterogenea compagine di irriducibili sostenitori dell’idea modernista di riorganizzazione del visibile che, per quanto riguarda l’architettura, puntavano ancora sul rinnovamento di una logica di “sistemi formali”, secondo un programma condotto, oramai, sulla base di parametri estetici alquanto distanti dall’Einfühlung dell’Art Nouveau (soprattutto in relazione alle ramificazioni del metodo fenomenologico seguite alle po-

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lemiche di inizio Novecento tra psicologisti e logicisti, e alle conseguenti riduzioni formalistiche ad uso delle “poetiche” artistiche e architettoniche). Dopo il 1916, alla sintesi e all’equilibrata corrispondenza delle riformate “nomenclature” e sintassi architettoniche (nel chiosco Ribaudo in piazza Castelnuovo a Palermo), subentra uno sbilanciamento in direzione della prima delle due componenti. Questa é la nota distintiva di gran parte del terzo periodo di Ernesto Basile, dal 1916 al 1932, suscettibile di retaggi della sua seconda stagione modernista e anche di un ritorno alla caratterizzazione formalistica per tipologie. Negli anni Venti le case economiche I.A.C.P. in via Alessandro Volta e in via Cappuccini (1922) e il dispensario antitubercolare di via Giorgio Arcoleo (1920), attestano una vitalità progettuale di gran mestiere: le prime, portato estremo di una consumata esperienza nell’architettura residenziale, offrono una originale risposta di qualità (anche per la valenza di unità abitativa affine a quella di coevi modelli viennesi) in un ambito tipologico allora ancora in cerca di identità; il secondo, che presenta una rarefatta facies di mediterranea classicità astila (di tenore protorazionalista), è la più valida testimonianza della lunga militanza progettuale di Basile in questo settore dell’ingegneria sanitaria (quasi una specializzazione professionale, cui corrispondeva l’impegno civile a sostegno dei programmi di lotta antitubercolare). Originale esito contraddittorio della ricerca di un nuovo sistema, l’ordine moderno, a partire dalla riforma della sede trapanese della Cassa di Risparmio del 1918 (e soprattutto

con successive opere significative, come le case da pigione Ajroldi e Rutelli e la chiesa di Santa Rosalia, tutte a Palermo, il villino Gregorietti a Mondello e il palazzo della Cassa di Risparmio a Messina), subisce una contrazione di contenuti che in parte sembra trasfigurare l’idea di architettura come “organico” insieme di relazioni fra la parte e il tutto. Negli impianti planimetrici Basile spesso opta per la caratterizzazione tipologica, rileggendo anche icnografie e criteri distributivi di suoi precedenti progetti. Analogamente, per gli impaginati dei prospetti e per i registri parietali reinterpreta, con elegante vena accademica, sue soluzioni precedenti, autocitandosi per i particolari architettonici e per i repertori decorativi (come nel caso della ripresa nel 1929-30 della progettazione per il municipio di Licata), ma senza compiacimenti di maniera. Ne è indicativo persino il silente ellenismo del colonnato di recinzione del Monumento ai Caduti a Palermo (già Monumento Commemorativo della Redenzione Siciliana) che nel 1931 chiude la sua attività29. Sempre improntata al dominio della misura, la sua tarda linea progettuale non aveva derogato alla “poetica” della logica, neanche in fase di esaltazione formalistica. È dunque un modo di procedere riflessivo, più che compromissorio, che forse è da intendere anche come consapevole (e probabilmente anche distaccata) volontà di conferma della validità della sua precedente propositività progettuale, a prescindere dalla idoneità a fornire aggiornate risposte affini a quei recenti indirizzi estetici dei quali non si sentiva partecipe.

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Note 1

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27 aprile 1884, pp. 67, 70, 71; F. Guelfi, Progetti per il Palazzo di Giustizia, ivi, II, 26, 28 dicembre 1884, p. 206; Il concorso per il Palazzo di Giustizia, in «Capitan Fracassa», 18 gennaio 1885, pp. 7-8; I progetti per il Palazzo di Giustizia, in «La Capitale», XVII, 7-8 luglio 1886, p. 4; Progetti per il Palazzo di Giustizia da costruirsi in Roma, in «L’Illustrazione Italiana», XIII, 49, 28 novembre 1886, p. 413, ill. p. 415; R. Lentini, L’ossario di Calatafimi opera dell’architetto Ernesto Basile, in «La Sicilia Artistica ed Archeologica», I, fasc. X, ottobre 1887, pp. 45-46, tav. XXVII; F. O. Schulze, Ernesto Basile und das Denkmal der Schlacht von Calatafimi, in «Deutsche Bauzeitung», XXII, 92, 17 November 1888, pp. 553, 558, ill. p. 559; Idem, Von Wettbewerb um den Parlamentspalast in Rom, in «Centralblatt der Bauverwaltung», X, 15, 12 April 1890, pp.145-147; Idem, Ingenieur und Architektentage und Architektur-Ausstellungen in Italien, in «Deutsche Bauzeitung», XXIV, 38, 10 Mai 1890, pp. 225-228; Idem, Die Bauten der nationalen Ausstellung von 1891 in Palermo, in «Centralblatt der Bauverwaltung», X, 33, 16 August 1890, pp. 332-333; Esposizione Nazionale di Palermo, in «L’Illustrazione Italiana», XVII, 41, 12 ottobre 1890, p. 238, ill. p. 228; Ivi, XVIII, 1, 4 gennaio 1891, p. 14, ill. p. 12; Ivi, XVIII, 14, 5 aprile 1891, p. 222, ill. p. 213; Esposizione Nazionale di Palermo, in «Corriere Illustrato della Famiglia», I, 2, 1891, p. 3; Die Bauthatigkeit der Stadt Rom und die Ausstellung des Bauweswns auf der Gewerbe-Ausstellung der Stadt 1890, in «Deutsche Bauzeitung», XXV, 64, 12 August 1891, pp. 387-390; E. Alfano, Guida speciale della città di Palermo e della Esposizione Nazionale 1891-92, Piazza & C. editori, Palermo 1891, pp. 121-125; Esposizione Nazionale di Palermo, in «La Tribuna Illustrata», II, 46, 22 novembre 1891, p. 731, ill. p. 732; Ivi, II, 47, 29 novembre 1891, p. 748, ill. pp. 740, 741; Ivi, II, 48, 6 dicembre 1891, p. 756, ill. p. 757; L. Mercatelli, L’Esposizione Eritrea a Palermo, ivi, III, 1, 3 gennaio 1892, pp. 3-5; L’Esposizione in Italia dell’anno 1892, in

Primogenito di Giovan Battista Filippo Basile (Palermo 1825-1891) e di Benedetta Vasari (dopo di lui nasceranno Alceste ed Edoardo), Ernesto Basile nasce a Palermo il 31 gennaio 1857. Perde la madre durante l’epidemia di colera del 1867; il padre si risposa con la cognata, Alessandra, dalla quale ha tre figlie, Benedetta, Maria e Marcella. Socio già nel 1872 della Società Siciliana per la Storia Patria di Palermo, collabora con la rivista «Pensiero ed Arte» (1878-79). Si laurea a Palermo nel 1879 e ottiene l’incarico di assistente alla cattedra di Architettura Tecnica del padre presso la Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri e Architetti di Palermo (1880-81). Alla fine del 1881 si trasferisce a Roma dove, presso la Regia Scuola per Ingegneri, diviene assistente alla cattedra di Architettura Tecnica di Enrico Guj (1882) e poi libero docente di Architettura Tecnica presso lo stesso Ateneo (1883). Si iscrive al Collegio degli ingegneri e architetti di Roma (1885) e, nel 1886, sposa Ida Negrini. Dal matrimonio nascono: a Roma, Clara (1888; muore a Santa Flavia, Palermo, nel 1955) e Roberto (1889; collabora con il padre nello studio di progettazione dal 1919; muore a Palermo nel 1976); a Palermo, Giovan Battista Filippo (1891; collabora con il padre nello studio di progettazione dal 1921 e come assistente alla cattedra di Architettura Tecnica dal 1927 al 1932; muore a Palermo nel 1967), Laura (1894; muore a Palermo nel 1985) e Massimo (1898; muore a Palermo nel 1928). Nel 1888, anno in cui diviene anche socio del Circolo Matematico di Palermo, si reca a Rio de Janeiro per assolvere all’incarico della progettazione della Nuova Avenida da Libertaçao e visita l’esposizione internazionale di Barcellona. Entra a far parte dell’Associazione Artistica fra i Cultori di Architettura in Roma (1890). Rientra a Palermo nel 1891, dopo la morte del padre (16 giugno). Fra gli articoli e i saggi che accompagnarono l’intensa stagione eclettica dell’attività progettuale di Ernesto Basile si vedano: E. Guerra, Progetti per il Palazzo del Parlamento, in «L’Italia», II, 9,

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

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1969, pp. 31-38; Ernesto Basile, in «Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica», Roma 1968, vol. I, p.293; R. Bossaglia, Ebanisti italiani d’età liberty, in «Kalòs», 1, 1970, pp. 3-14; G. Pirrone, Palermo Liberty, CaltanissettaRoma 1971; Idem, Architettura del XX secolo: Palermo, Genova 1971, p. 61 e passim; L.-V. Masini, L’Art Nouveau, in «Skema», IV, 8-9, 1972,

«L’Edilizia Moderna», I, IV, luglio 1892, pp. 3536; Esposizione Nazionale di Palermo, 1891-92, in «L’Architettura pratica», III, 5, 1892, pp. 16-17; Esposizione Nazionale del 1891-92 in Palermo, arch. Ernesto Basile, ivi, III, 12, 1892, pp. 16-17, tavv. VI-XI; Esposizione in Palermo, in «L’Edilizia Moderna», I, VI, settembre 1892, pp. 7-8; Il Concorso pel progetto del Palazzo di Prefettura a Benevento, ivi, II, V, maggio 1893, pp. 34-36, tav. XXII; Teatro Massimo in Palermo, in «The Builder», 4 gennaio 1896, p. 16; Villa Bordonaro in Palermo, in «L’Edilizia Moderna», V, V, maggio 1896, pp. 65-66, tavv. IX, X. Fra le tante pubblicazioni su Ernesto Basile (monografie, biografie e studi sulle sue opere), successive alla sua morte, oltre alle citazioni in saggi e volumi a carattere generale relativi alla storia dell’architettura in Sicilia e in Italia fra Ottocento e Novecento, si vedano: M. Piacentini, Ernesto Basile, in «Architettura. Rivista del Sindacato Nazionale Fascista Architetti», XI, IX, settembre 1932, pp. 507-508; Ernesto Basile, in «Archivio Storico Siciliano», LIII, 1933, Palermo, pp. 35-37; S. Caronia Roberti, Commemorazione del Prof. Ernesto Basile, Palermo 1934, pp. 9-28, estratto da «Annuario del Regio Istituto Superiore di Ingegneria di Palermo», Anno 1934; S. Caronia Roberti, Ernesto Basile e cinquant’anni di architettura in Sicilia, Palermo 1935; Basile Ernesto, in Dizionario dei siciliani illustri, Palermo 1939, pp. 5961; P. Marconi, I Basile, in Celebrazioni dei Grandi Siciliani, Urbino 1939, pp. 355-411; C. Filangeri, Attualità di E.Basile, in «Casa Nostra», 1955, 10-12, pp. 20-22; P. Portoghesi, La vicenda romana, in «La Casa», 6, Roma 1959, pp. 82-95; V. Ziino, La cultura architettonica in Sicilia dall’unità d’Italia alla prima guerra mondiale, ivi, pp. 105-114; G.Pirrone, Ernesto Basile “designer”, in «Comunità», 128, 1965, pp. 48-65; M. Tafuri, Basile Ernesto, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 1965, vol. VII, p. 73-74; Palazzo di Montecitorio, Roma 1967, passim; G. Pirrone, Il Liberty a Palermo, in «Architetti di Sicilia», 8-12, 1967, pp. 25-32; G. Pirrone, Il Liberty a Palermo, in «Documenti di Architettura», 3,

pp. 30, 31; G.Pirrone, Ernesto Basile, in Mostra del Liberty Italiano, Palazzo della Permanente, Milano dicembre 1972-febbraio 1973, catalogo della mostra, Milano 1972, pp. 77-83; E. Bairati, R. Bossaglia, M. Rosci, L’Italia Liberty, Milano 1973, pp. 98, 101, 196-203; Bilancio di studi sul Liberty, Sala Basile del Grand Hôtel Villa Igiea, Palermo 24 maggio 1973, Palermo 1974 (in volume con il catalogo della Mostra del Liberty a Palermo), p. 5 e passim; G. Massobrio, P. Portoghesi, Album del Liberty, Roma-Bari 1975, pp. 10, 19, 47, 222, 326, 327, ill. 74, 117, 192, 469, 471; B. Champigneulle, L’Art Nouveau, Paris 1976, p. 236; G. Pirrone, Studi e schizzi di Ernesto Basile, Palermo 1976; G. Piantoni, Simbolismo e Art Nouveau, in Enciclopedia Universale dell’Arte, supplemento e aggiornamento, Roma 1977, col. 230; L.-V. Masini, Art Nouveau, Firenze 1976, pp. 368369; E. Bairati, Il fascino discreto di un’epoca, in La Belle Époque, Milano 1977, p. 143; F. Borsi, Ernesto Basile e il palazzo di Montecitorio, in Situazione degli studi sul Liberty, Atti del Convegno, Salsomaggiore 1974, Firenze s.d. (ma 1977), pp. 160-166; M. Nicoletti, L’architettura Liberty in Italia, Roma-Bari 1978, pp. 77-79, 193-200, 343-344 e passim, ill. 65-68, 191; J. Fleming, H. Honour, Ernesto Basile, in The Penguin Dictionary of Decoratives Arts, Harmondsworth 1979, p. 59; P. Portoghesi (a cura di), Catalogo delle opere, in Ernesto Basile, architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 37-263; G. e L. Titi Basile, Ernesto Basile architetto, ivi, pp. 34-36; E. Mauro, E. Sessa, I mobili e gli arredi di Ernesto Basile, ivi, pp. 26-28; E.Sessa, Mobili e arredi di Ernesto Basile nella produzione Ducrot, Palermo 1980; R. Bossaglia, Il Liberty Siciliano, in Storia della Sicilia,

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Ettore Sessa - Ernesto Basile

Napoli-Palermo 1981, vol. X, pp. 149-166; E. Mauro, Basile Ernesto, in Palermo 1900, catalogo della mostra, Civica Galleria d’Arte Moderna, Palermo ottobre 1981-gennaio 1982, Palermo 1981, p. 262; G.Pirrone, Il Palazzo Bruno di Belmonte a Ispica, Palermo 1981; Idem, Villino Basile, Palermo, Roma 1981; R. Bossaglia, I mobili dell’architetto di Montecitorio, in «Antiquariato», V, 25, 1982, pp. 66-71; A.M. Sciarra Borzi’, Ernesto Basile. La tradizione locale rivissuta come memoria creativa, Palermo 1982; M. F. Giubilei, Ernesto Basile, in Il Liberty Italiano e Ticinese, catalogo della mostra, Lugano e Campione d’Italia, agosto-novembre 1981, Roma 1981, pp. 20-21; I. De Guttry, M. P. Maino, Il mobile Liberty italiano, Roma-Bari 1983, p. 94; G. Pirrone, Il Teatro Massimo di G.B.Filippo Basile a Palermo, 1867/97, Roma 1984; E. Bairati, D. Riva, Il Liberty in Italia, Roma-Bari 1985, pp. 6-8, 10-11, 15, 24, 31, 34, 36, 38, 44, 48, 52-53, 57, 60, 74-75, 84, 130, 134-141, 185; S. Troisi, I Florio e la cultura artistica in Sicilia tra Ottocento e Novecento, in R. Giuffrida, R. Lentini, L’età dei Florio, Palermo 1985, pp. 122-151; G. Pirrone, E. Sessa, Sicilia: Palermo, in R. Bossaglia, Archivi del Liberty italiano. Architettura, Milano 1987, pp. 488-521; E. Sessa, La vicenda del Liberty, in Le città immaginate. Un viaggio in Italia, Catalogo della mostra, XVII Triennale di Milano, Milano 1987, pp. 178181; G. Ginex, Itinerario Domus n.20: Basile e Palermo, in «Domus», 679, gennaio 1987, s.n.; U. Di Cristina, B. Li Vigni, La Esposizione Nazionale, 1891-1892, Palermo 1988; G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, p. 72 e passim; N. G. Leone, Gli ultimi acuti dell’Ottocento nell’architettura dell’Esposizione, in 1891/92 l’Esposizione nazionale di Palermo, suppl. a «Kalòs», III, 2, marzo-aprile 1991, pp. 10-15; U. Di Cristina, Basile Ernesto, in L. Sarullo, Dizionario degli Artisti Siciliani. Architettura, Palermo 1993, pp. 38-40; E. Sessa, I disegni di progetto di Ernesto Basile per i palazzi di Palermo, in I disegni d’archivio negli studi di storia dell’architettura, a cura di G. Alisio, G. Cantone, C. De

Seta, M. L. Scalvini, Atti del convegno, Napoli, 12-14 giugno 1991, Napoli 1994, pp. 201-205; A.M. Boca, E. Basile/Ditta Golia C. & C., Palermo, in R. Bossaglia, E. Godoli, M. Rosci (a cura di), La nascita del Liberty. Torino 1902, Milano 1994, pp. 443-444; M. Giuffrè, Palermo nel 1891. La città, l’architettura, l’Esposizione, in M. Ganci, M. Giuffrè (a cura di), Dall’artigianato all’industria. L’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-1892, Palermo 1994, pp. 95-110; E. Sessa, L’unità delle arti, in Il Liberty, suppl. a «Kalòs», IX, 5/6, settembre-dicembre 1997, pp. 6-21; P. Portoghesi, Ernesto Basile, in I grandi architetti del Novecento, Roma 1998, pp 40-53; R. De Simone, Il Villino Villegas, in M.A. Giusti, E. Godoli (a cura di), L’Orientalismo nell’architettura italiana tra Ottocento e Novecento, Atti del convegno internazionale di studi, Viareggio 23-25 ottobre 1997, Firenze 1999, pp. 117-126; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile, settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000; Basile Ernesto, in Dizionario dell’architettura del XX secolo, vol. I, a cura di C. Olmo, Torino 2000, alla voce; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Ernesto Basile a Montecitorio e i disegni restaurati della Dotazione Basile, Palermo 2000; E. Mauro, Il Villino Florio di Ernesto Basile, Palermo 2000; F. Benzi (a cura di), Il Liberty in Italia, Milano 2001, p. 147 e passim; M. Quendolo, Basile Ernesto, in A. Cornoldi, Le case degli architetti. Dizionario privato dal Rinascimento ad oggi, Venezia 2001, pp. 62-64; F. Amendolagine, Il Grand Hôtel Villa Igiea, Palermo 2002; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002; E. Palazzotto, La didattica dell’architettura a Palermo dal 1860 al 1915, Benevento 2003;C. Zanlungo, Ernesto Basile 1857-1932, in G. Postiglione (a cura di), 100. One hundred houses for one hundred architects of the twentieth century, Köln 2004, pp. 36-38; M. Giuffrè, Palermo e la Sicilia, in A. Restucci (a cura di), Storia dell’architettura italiana. L’Ottocento, voll. 2, Milano 2005, vol. II., pp. 334-365; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

Unum,1904-2004. I cento anni del Villino Basile, Palermo 2006; G. Ingaglio (a cura di), Ernesto Basile a Canicattì. Contributi per la cultura artistica nella Sicilia centro meridionale agli inizi del XX secolo, Canicattì 2006; E. Sessa, Il giardino d’inverno di Ernesto Basile per il Grand Hôtel et des Palmes, in F. Amendolagine, Des Palmes, Palermo 2006, pp. 129-180; E. Sessa, La materia e la forma. Rivestimento della fabbrica e rinnovamento architettonico nella Sicilia del periodo modernista, in «Aa. Quadrimestrale dell’Ordine degli Architetti di Agrigento», IX, 21, dicembre 2006, pp. 55-63; G. Rubbino, Il confronto con la tradizione islamica nelle architetture di Ernesto Basile (1886-1911), in Le città del Mediterraneo, Secondo forum internazionale di studi, Atti del convegno, Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, 6-8 giugno 2001, Reggio Calabria 2007, pp. 3648; P. Barbera, I monumenti ai caduti in Sicilia: tra risorgimento, grande guerra e fascismo, in M. Giuffrè, F. Mangone, S. Pace, O. Selvafolta (a cura di), L’architettura della memoria in Italia. Cimiteri, monumenti e città 1750-1939, Milano 2007, pp. 343-348; E. Sessa, Le variabili dell’impalpabile sentimento celebrativo per l’ultima dimora: architettura e arte funeraria in Sicilia nel periodo modernista, in N. Avramidou (a cura di), Monumental Cemeteries. Knowledge, Conservation, Restyling and Innovation, International Conference, Theatre San Carlo, Modena 3-5 May 2006, Vol. II, Roma 2007, pp. 395-410; P. Miceli (a cura di), La “professione” della qualità. Cento disegni a matita di Ernesto Basile, conservati nella Dotazione Basile della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, Palermo 2008; E. Sessa, I sogni nel cassetto: visioni di architettura dagli archivi italiani, in A. Rossari (a cura di), Le visioni dell’architetto. Tracce dagli archivi italiani di architettura, catalogo della mostra, Eventi collaterali 11a Mostra Internazionale di Architettura, Biennale di Venezia, Bollate 2008, pp. 6-9; C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura liberty in Sicilia, Palermo 2008; P. Portoghesi, R.M. Mazzantini (a cura di), Palazzo Montecitorio. Il Palazzo liberty, Milano

2009; M. Iannello, G. Scolaro, Palermo. Guida all’architettura del ‘900, Palermo 2009; E. Mauro, Palermo 1891-1892. IV Esposizione Nazionale Italiana, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Le città dei prodotti. Imprenditoria, architettura e arte nelle grandi esposizioni, Palermo 2009, pp. 123148; E. Sessa, Ernesto Basile. 1857-1932. Fra accademismo e “moderno”, un’architettura della qualità, Palermo 2010; M. Giacomelli, Ernesto Basile e il Concorso per il Museo di Antichità Egizie del Cairo, Firenze 2010; E. Sessa, Ernesto Basile, Vittorio Ducrot e Ignazio Florio all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906: l’ultima stagione propositiva del modernismo palermitano, in G. Ricci, P. Cordera (a cura di), “Per l’Esposizione mi raccomando …”. Milano e l’Esposizione Internazionale del Sempione del 1906 nei documenti del Castello Sforzesco, Milano 2011, pp. 114-131; F. Mangone, Le sedi periferiche del Governo, in F. Mangone, M.G. Tampieri (a cura di), Architettare l’Unità. Architettura e istituzioni nelle città della nuova Italia. 1861-1911, Perugia 2011, pp. 65-74; E. Sessa, L’ampliamento di Montecitorio, ivi, pp. 139-148; P. Barbera, Il Monumento ai caduti nella battaglia di Calatafimi, ivi, pp. 329-334; E. Sessa, Il modello architettonico come documento dell’iter progettuale: l’archetipo di Ernesto Basile (Palermo 1857-1932) per il Palazzo dell’Aula dei Deputati del regno d’Italia, in «AAA Italia», Bollettino dell’Associazione Nazionale Archivi Architettura Contemporanea, 10, 10, 2011, pp. 5-6; Idem, Ernesto Basile (Palermo 1857-1932), in P. Barbera, M. Giuffrè (a cura di), Archivi di architetti e ingegneri in Sicilia, 19151945, Palermo 2011, pp. 60-65; M. Marafon Pecoraro, Ernesto Basile e il ritratto. La figura umana nelle sue declinazioni, Palermo 2012; E. Sessa, Il fare, il creare. Dotazione Basile-Ducrot, in A. Gerbino (a cura di), Organismi. Il Sistema Museale dell’Università di Palermo, Palermo 2012, pp. 166-177; M. Marafon Pecoraro (a cura di), Palazzo Alliata di Pietratagliata 1476-1947, Palermo 2012; E. Sessa, L’Archivio Ducrot della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, in «AAA Italia», Bollettino dell’Associazione

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Ettore Sessa - Ernesto Basile

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nista gli scritti: Relazione 2 maggio 1907 dei sigg. D’Andrade, Jorini e Basile sul progetto di ricostruzione del Campanile di San Marco, in Relazione 2 maggio 1907 dei sigg. D’Andrade, Jorini e Basile - Relazione 1 maggio 1907 del pittore prof. Cesare Laurenti sul progetto di ricostruzione del Campanile di San Marco, Venezia 1907, pp. 7-22; La mia casa, in «La Casa», II, 1909, p. 36; Studi

Nazionale Archivi Architettura Contemporanea, 11, 11, 2012, pp. 11-13; L. Cappugi, E. Mauro, Il Fondo degli Album Rutelli conservato presso il Centro per l’Inventario, la Catalogazione e la Documentazione della Regione Siciliana, ivi, pp. 2021. Liberty a Palermo. Bilancio di studi sul liberty, cit., p. 41-44. Oltre ad una cospicua serie di articoli e saggi per il periodico palermitano «Pensiero e Arte» (prevalentemente firmati con vari pseudonimi), Ernesto Basile nei suoi primi anni di carriera accademica pubblica: Sulla necessità di costituire una associazione italiana d’architetti, in «Arte e Storia», I, 26, dicembre 1882, pp. 202-204; Sulla costruzione dei teatri: Le dimensioni e l’ordinamento dei palchi in rispondenza al costume italiano, Tip. del Giornale di Sicilia, Palermo 1883, estratto da «Atti degli Ingegneri ed Architetti di Palermo. Anno 1883»; Per il mio progetto del Palazzo di Giustizia e per l’Arte, Stabilimenti del Fibreno, Roma 1884; Ossario di Calatafimi, Tipografia Squarci, Roma 1885; Concorso per il Palazzo di Giustizia da erigersi in Roma. Progetto n.19, in «L’Italia Artistica Illustrata», IV, 5, 1886, p. 79, pp. 76-77; Il Palazzo del Parlamento di Berlino, Tip. F.lli Centenari, Roma 1889, estratto da «Annali degli Ingegneri ed Architetti Italiani», III, II, 1888; Sui mezzi atti a garantire la sicurezza dei teatri in caso d’incendio, Tip. F.lli Centenari, Roma 1889, estratto da «Annali degli Ingegneri ed Architetti Italiani», IV, I, 1889; Progetto per il Palazzo del Parlamento Italiano premiato nel concorso nazionale del 1889, Stabilimento Tipografico Italiano, Roma 1890; anche in «Atti del Collegio degli Ingegneri e degli Architetti in Palermo», XIII, gennaio-aprile 1890, pp. 37-45; L’Ossario di Calatafimi, in «L’Illustrazione Italiana», XVII, 10, 9 marzo 1890, p.180, con ill.. Nel primo decennio del suo ritorno definitivo a Palermo pubblica, tra l’altro, anche saggi scientifici come Il Teatro Massimo V.E. in Palermo, A. Reber, Palermo 1896 o come Notizie tecnico-legali sulla convenienza artistica dei balconi d’angolo, in «L’Edilizia Moderna», V, VII, luglio 1896, p.25. Sono dell’ultima sua stagione moder-

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e schizzi, Torino 1911; Giacomo Serpotta (16561732), in R.Lentini, Le scolture e gli stucchi di Giacomo Serpotta, Torino 1911; Prefazione, in S. Marino Mazzara, Nei santuari della bellezza, Palermo 1912. Fra i tanti manoscritti di Ernesto Basile ricordiamo il trattato Architettura. Dei suoi principi e del suo rinnovamento (ms, Roma 1882, Archivio privato, Palermo), il Diario del viaggio a Rio de Janeiro (ms., 1888, Archivio privato Basile, Palermo) e l’indice ragionato per il volume Sull’architettura contemporanea (ms., 1910, Archivio privato Basile, Palermo). Relativamente ai principi teorici contenuti in alcuni degli scritti di Basile si veda E. Mauro, Dagli appunti di Ernesto Basile, in G.Pirrone, Palermo, una capitale …, cit., pp. 100-103. Sulla cultura architettonica in Sicilia nell’Ottocento, in relazione alla continuità con il modernismo, si vedano anche: E. Caracciolo, L’architettura dell’Ottocento in Sicilia, in Atti del VII Congresso Nazionale di Storia dell’Architettura, Palermo 24-30 settembre 1950, Comitato presso la Soprintendenza ai Monumenti, Palermo 1956, pp.199-212; V. Ziino, La cultura architettonica in Sicilia dall’unità d’Italia alla prima guerra mondiale, cit., pp. 96-119; S. Caronia Roberti, Mastri, capimastri e ingegneri. Ricordi di fine Ottocento, in «Architetti di Sicilia», 7-12, 1966, pp. 17-26; G. Pirrone, Lo stile 1900 alle frontiere europee: la Spagna e la Sicilia, in Situazione degli studi sul Liberty, cit., pp. 131-137; G. Fatta, M. C. Ruggieri Tricoli, Medioevo rivisitato. Un capitolo di architettura palermitana, Palermo 1980, p. 51 e passim; E. Mauro, Una «Palermo 1900» attraverso i documenti della stampa cittadina, in Palermo 1900, cit., pp. 211-238; G. Fatta, M. C. Ruggieri Tricoli, Palermo nell’età del ferro, Palermo 1984;


Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

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fessor Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, ivi, vol. 18, 1900, II parte, p. 78; Il Grand Hôtel Villa Igiea in Palermo, in «L’Edilizia Moderna», X, V, maggio 1901, p. 17 e sgg.; Villa Igiea Grand Hôtel, Palermo, Professor Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, in «Academy Architecture and Architectural Review», vol. 19, 1901, I parte, pp. 126, 127, II parte, pp. 79, 80, 81; R. Savarese,

S. Troisi, op. cit., pp. 103-151; G. Martellucci, Palermo. I luoghi del teatro, Palermo 1999; N.G. Leone, E. Sessa, Architettura e urbanistica tra Ottocento e Novecento, in Storia della Sicilia. Arti figurative e architettura in Sicilia, vol. X, Roma 1999, pp. 426-468; E. Mauro, Autonomia ed etronomia nella cultura architettonica siciliana dalla Restaurazione all’età umbertina, in C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), op. cit., pp. 103-130. L’isolamento critico, persino nell’ambito della pubblicistica nazionale, di Basile negli anni successivi all’inizio della prima guerra mondiale è attestato anche dalle rare citazioni della sua opera in pubblicazioni dell’epoca e dal suo inserimento a margine di trattazioni o su altri progettisti o su argomenti più generali. Fra queste, e certamente non per la rilevanza del giudizio sulla sua opera, ricordiamo: G.U. Arata, Un geniale artista siciliano. L’Architetto Francesco Fichera, in «L’Architettura Italiana», XI, 11, agosto 1916, pp. 1-14; M. Piacentini, La mostra di architettura alla I Biennale romana, in «Architettura e Arti Decorative», I, III, 1921, pp. 284-297; Idem, Francesco Fichera, architetto siciliano, in «Architettura e Arti Decorative», IX, X, giugno 1930, p. 438; A. Melani, Architettura Italiana Antica e Moderna, Hoepli, Milano 1930 (7° ed.), pp. 857, 861, figg. 302, 303. L’attività progettuale del periodo di Basile relativo ai primi tre lustri del secolo XX è ampiamente documentata (a parte inspiegabili omissioni come nel caso, fra i tanti, di alcune significative opere realizzate in Sicilia orientale e nelle province di Agrigento e di Caltanissetta) dalla coeva pubblicistica di settore. Fra le pubblicazioni dell’epoca, il cui novero costituisce una sorta di primato nazionale condiviso da pochissimi esponenti della cultura architettonica modernista italiana, ricordiamo: S. Pernice, Notizie tecniche del sanatorio per i tisici a Villa Igiea a Palermo, in «L’Edilizia Moderna”, IX, II, febbraio 1900, pp. 12, 13; Villa V. Florio, Palermo, Professor Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, in «Academy Architecture and Architectural Review», vol. 18, 1900, I parte, p. 127, II parte, p. 82; Villa Igiea, Palermo, Pro-

Arte Nuova italiana. Il movimento moderno in Sicilia, in «L’Arte Decorativa Moderna», I, 9, 1902, pp. 257-277; E. Thovez, Nord o Sud? nell’indirizzo decorativo, ivi, I, 9, 1902, pp. 277-284; R. Pantini, L’Esposizione di Torino. Gl’Italiani, in «Il Marzocco», VII, 32, 10 agosto 1902, p. 2; Cappella Guarnaschelli, Palazzina Vanoni, Villino Florio, arch. Ernesto Basile, in «Memorie di un Architetto», XII, IX, 1902, cop., p. 2, tavv. I, II, III-IV; S. D. Paoletti, La decorazione dei Saloni d’Arte. A proposito della V Esposizione di Venezia, in «L’Arte Decorativa Moderna», I, 12, 1902, pp. 366-380; E. Thovez, Le nostre illustrazioni, ivi, I, 12, 1902, p. 38; Cappella Lanza di Scalea, schizzi; Villino Vincenzo Florio, arch. Ernesto Basile, in «Memorie di un Architetto», XIII, I, 1903, cop., p.2, tavv.I, II. Villino Vincenzo Florio, Cappella Lanza di Scalea, arch. Ernesto Basile, in «Memorie di un Architetto», XIII, II-III, 1903, p.2, tavv.II, III; Tomba Raccuglia, Casa Utveggio, arch. Ernesto Basile, ivi, XIII, V, 1903, cop., pp. 2,3, tav. IV; R. Savarese, L’Arte decorativa moderna in Sicilia, in «L’Arte Decorativa Moderna», II, 1, 1903, pp. 12-22; V. Pica, L’Arte Decorativa all’Esposizione di Torino del 1902, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo 1903, pp. 364-367, 373, 374; A. Melani, Die Moderne Architektur in Italien, in «Der Architekt», IX, 5, 1903, pp. 19-22, Tafel 17; A.W.R.S., Sicily, in «The Studio», XXX, 127, 1903, pp. 76-78; V. Pica, Mobili siciliani nuovi, in «L’Arte Italiana Decorativa e Industriale», XII, 2, 1903, pp. 13-15, figg. 35-44, tavv. 8-10. G. Soulier, La Cinquième Exposition International d’Art à Venise, in «L’Art Décoratif», Juillet 1903, pp. 124-126; A. Melani, L’Arte decorativa all’Esposizione di Venezia: la sala Piemontese, le sale Meridionali, in «L’Arte Italiana Decorativa

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e Industriale», XII, 7, 1903, pp.53-56, figg. 151162, tavv. 38-40; G. Capito’, Il Teatro Massimo V.E. in Palermo, in «Musica e musicisti. Gazzetta musicale di Milano», N.S., 1905, pp. 38-42; A. Melani, L’Arte Decorativa all’Internazionale di Milano, in «L’Arte Decorativa Moderna», II, 11, 1906, pp. 322-333; Red., Le nostre illustrazioni. Schizzi di E.Basile, ivi, II, 11, 1906, p. 352, ill. p. 343; A. Melani, Die Moderne Italienische Architektur, in «Der Architekt», XII, 1906, pp. 13-16; A. Melani, Italian Art at the Milan Exibition, in «The Studio», 38, 160, July 1906, pp. 147-156; Cappella Lanza di Scalea in Palermo, arch.Ernesto Basile, in «Memorie di un architetto», XV, III, 1906, p. 2, tav. I; Esposizione Agricola Siciliana, arch. Ernesto Basile, ivi, XV, IX, 1906, p. 2, tav. I; P. Chiesa, L’arte decorativa nella Esposizione di Milano: arti del legno e dell’addobbo, in «L’Arte Italiana Decorativa e Industriale», XV, 7, luglio 1906, pp. 53-56, figg. 122-127, tavv. 38-41; Cappella Lanza di Scalea, pianoforte Krupp, oratorio nel palazzo Florio a Marsala, arch. Ernesto Basile, in «Memorie di un Architetto», XVI, IX, 1907, p. 2, cop., tav. II; Villino Florio in Palermo, arch.Ernesto Basile, in «L’Edilizia Moderna», XVI, VI, giugno 1907, pp. 33-34, tavv. XXVIIIXXXI; Particolare del villino V. Florio in Palermo, arch. Ernesto Basile, in «Memorie di un Architetto», XVI, VI, 1907, p. 2, tav. III; V.Pica, Il caffè Faraglia a Roma, in «Emporium», XXVII, 157, 1908, pp. 158-162; La Sicilia e la Conca d’Oro, in «Natale e Capodanno dell’Illustrazione Italiana», Milano 1908-1909, p.51; Villino Basile in Palermo, arch. Ernesto Basile, in «Memorie di Architettura Pratica», II, I, 1910, p. 3, tavv. I, II; Ferri e legni di E.Basile, in «Per l’Arte», II, 3, 1910, p.34, tav.13; Palazzina Deliella in Palermo, in «L’Edilizia Moderna», XIX, III, 1910, p. 18; Arredamenti di Ernesto Basile, in «Per l’Arte», II, 9, 1910, pp. 104-105, tav. 50; G. Lavini, Studi e schizzi dell’arch. Ernesto Basile, in «L’Architettura Italiana», VI, 6, marzo 1911, p. 61; L. Angelini, I palazzi e gli edifici dell’Esposizione di Roma, in «Emporium», XXXV, 205, 1912, pp. 1735; S. Brinton, Sartorio’s decorative frize for the

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new hall of Parliament at Rome, in «The Builder», CIV, 6112, May 1913, pp. 625-627; U. Ojetti, Il nuovo palazzo del Parlamento, in «La Lettura», 1913; T. Sillani, Il nuovo Palazzo del Parlamento italiano, Roma 1914, estratto da «Nuova Antologia», pp. 18; T. Sillani, L’Aula del Nuovo Parlamento, in «Vita d’Arte», VII, XIII, 84, 1914, pp. 265-272; S.Brinton, The new House of Parliament in Rome, in «The Builder», CVIII, March 1915, pp. 243-244; Kursaal Biondo in Palermo, arch. Ernesto Basile, in «L’Architettura Italiana», X, 10, luglio 1915, pp. 110-113, tavv. 37, 38; C. Battaglia, Il Kursaal Biondo dell’architetto Ernesto Basile, in «Emporium», XLI, 244, 1915, pp. 312313; F. Colnago, Arte applicata: un’esposizione di ventagli, in «Emporium», XLII, 251, 1915, pp. 380-381. A. Cottone, L’insegnamento dell’architettura a Palermo, in M. Giuffrè, G. Guerrera (a cura di), G. B. F. Basile. Lezioni di Architettura, Palermo 1995, p. 244. E. Mauro, Marvuglia Giuseppe Venanzio, in L. Sarullo, Dizionario degli Artisti Siciliani. Architettura, cit., pp. 291-293. La denominazione originaria dell’insegnamento, all’atto di fondazione della Regia Accademia palermitana, era “Geometria Pratica, Architettura Civile ed Idraulica”. Tale intitolazione dura dal 1779 al 1805, periodo durante il quale ne è già titolare G. V. Marvuglia. E. Mauro, L’insegnamento di Carlo Giachery nell’eclettismo sperimentale di G. B. F. Basile, in M. Giuffrè, G. Guerrera (a cura di), op. cit., pp. 339-341. La commemorazione su Ernesto Basile di G. Giovannoni è citata in un dattiloscritto inedito di S. Caronia Roberti del 1957 intitolato La cultura architettonica nella Sicilia d’oggi (Fondo Salvatore Caronia Roberti, Dipartimento di Storia e Progetto nell’Architettura, Università degli Studi di Palermo). E. Mauro, Le Arti, in G. Pirrone, Palermo, una capitale …, cit., pp. 232-239. Il tema del secondo concorso per il Palazzo del Parlamento, sostanzialmente analogo a quello del-


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più oleografica versione di regale sobrietà, ma con avvenente e matura sensualità matronale. Personaggi simbolo, Ignazio e Franca colmano nel breve arco di tempo di un ventennio quel vuoto di una “corte” cittadina da sempre rimpianta da una città affetta, in seguito alla soppressione dell’istituto vicereale perpetrata dalla reazione borbonica post napoleonica, dalla sindrome di capitale “declassa-

la precedente edizione, rifletteva, nel programma del bando di invito (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 256 del 30 ottobre 1888), orientamenti affini a quelli perseguiti dalla commissione parlamentare, nominata dal governo dell’Impero di Germania il 9 gennaio 1882 (e presieduta dal ministro von Böttischer), per redigere il programma del secondo concorso internazionale per il Palazzo del Parlamento Tedesco da erigere a Berlino. N. G. Leone, Gli ultimi acuti dell’Ottocento nell’architettura dell’Esposizione, cit., pp.10-15; E. Mauro, Eclettismo e normativa nei padiglioni di Ernesto Basile, cit., pp. 65-68. Il documento del 1897 e la lettera del 1898, quest’ultima con allegato il foglio con conteggi e schizzi per alcuni arredi (fra cui una poltroncina simile ad un modello di G. Serrurier-Bovy, pubblicata proprio nel 1898 in «Dekorative Kunst»), sono conservati presso l’Archivio Famiglia Basile, Palermo. Si veda G. Pirrone, Studi e schizzi di Ernesto Basile, cit., ill. 17, pp. 12-13, 140. Ignazio Florio jr. (Palermo, 1869-1957) e la consorte Franca Jacona Notarbartolo contessa di san Giuliano (Palermo 1873-Migliorino Pisano 1950), in seconda battuta coadiuvati dal fratello di lui, Vincenzo, già dalla metà degli anni Novanta del XIX secolo miravano a conseguire un’immagine modernamente propositiva, e non più semplicemente aggiornata, del loro manifestarsi nel contesto dell’alta società internazionale come eccezionale fenomeno emergente. Ignazio e Franca Florio sono dotati, oltre che di physique du rôle, e di grande charme, di gusto raffinato, di una buona cultura letteraria e professano, con grande munificenza, il ruolo di filantropi unitamente a quello di mecenati. Franca Florio, che nel 1902 è nominata Dama di Palazzo della regina Elena, è una delle celebri bellezze dell’epoca tramandateci dai dipinti di Giovanni Boldini con intensa immagine di voluttuosa eleganza. Soggetto ideale per molti altri artisti della Belle Époque, Franca Florio è ritratta, sullo scorcio del XIX secolo, da Ettore De Maria con espressione languida e poco più che adolescenziale, mentre Pietro Canonica, più tardi, la immortala con un busto in marmo, secondo una

ta”. I consensi della coppia, fra i cui ospiti figurano i sovrani d’Inghilterra e il Kaiser oltre ai principali esponenti della finanza e dell’aristocrazia internazionali, non si limitano all’alta società isolana; il loro mito ha una sorprendente presa popolare, certo alimentata dai compiacimenti populisti e dalla comune convinzione che gli interessi della “casa” coincidessero con l’espandersi del benessere economico e sociale di larghe fasce del proletariato siciliano. Il loro imporsi come esportatori di uno stile di vita, riflesso mondano dell’inversione di tendenza che afferma la Sicilia come esportatrice di prodotti lavorati e non più di sole materie prime e prodotti agricoli, fu fonte di orgoglio e incentivo per l’opinione pubblica. Una intesa fra capitale e “aristocrazia” proletaria tutta in chiave Belle Époque, con un governo centrale sentito come ostile e distante e la cui assenza venne spesso colmata proprio dalle iniziative filantropiche dei Florio e della buona società palermitana che, in qualche modo, gravita intorno alle loro fortune. Sulle vicende della famiglia Florio si vedano: R. Giuffrida, R. Lentini, L’età dei Florio, cit.; A. Pomar, Donna Franca Florio, Firenze 1985. 19

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E. Mauro, Dagli appunti di Ernesto Basile, in G.Pirrone, Palermo, una capitale …, cit. pp. 100103. G. Pirrone, E. Sessa, Mitologie, modernismi e simbolismi nell’Isola del Fuoco, in R. Bossaglia (a cura di), Stile e struttura della città termale, atti del Convegno Internazionale di San Pellegrino 1981, Bergamo 1985, pp. 217-229. Ignazio Florio è il primogenito dell’omonimo banchiere e armatore (Palermo, 16 dicembre 1838 - 17 maggio 1891) artefice nel 1881 della fusione della propria società di navigazione, ereditata dal padre Vincenzo (Bagnara Calabra 1799 - Pa-


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lermo 1868), con la prestigiosa società Rubattino di Genova. Un’operazione che, dando vita alla potente Società Generale Italiana di Navigazione, salva la Rubattino dal fallimento e assicura a Palermo una trentennale prosperità nel settore della marina mercantile (è con le navi dei Florio che si effettuano anche i trasporti delle truppe per le prime spedizioni coloniali) e una sorta di monopolio dei servizi marittimi convenzionati. Insieme al fratello minore Vincenzo, Ignazio jr. eredita un impero economico e produttivo estremamente diversificato ed articolato il cui salto di qualità si era verificato nel 1840 quando, a seguito della fortunata azione liberistica di intellettuali e imprenditori palermitani contro il monopolio del “pacchetto” di Napoli, si pongono le basi per l’avventura armatoriale siciliana della seconda metà del secolo. Questa è inizialmente condotta in tandem con i Whitaker, famiglia anglo-siciliana di industriali eredi degli Ingham (che insieme ai Woodhouse avevano lanciato su scala industriale la produzione e l’esportazione del vino Marsala in sostituzione del Porto, irreperibile per le cantine e le mense aristocratiche di Inghilterra, degli Stati del sud della nuova repubblica federale americana e dell’ultima edizione borbonica dell’antico regno di Sicilia durante le guerre napoleoniche). Ma presto i Florio assumono un inedito ruolo trainante che finirà per coinvolgere una consistente aliquota di famiglie aristocratiche palermitane e di nascenti casati di imprenditori siciliani in una “rinascita” economico-produttiva senza precedenti. Una condizione però che, non risolvendo capillarmente i problemi dell’isola e fondandosi prevalentemente sul peso politico della dinastia dei Florio in seno al nuovo stato italiano (ancora debole nel suo sviluppo economico), non dimostra stabilità, nonostante la durata (1840-1910) non indifferente della fase più vitale di questa stagione che culmina con l’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, prima occasione di incontro diretto fra i Florio ed Ernesto Basile. Su questi aspetti, fra le testimoinanze dell’epoca, si vedano: F. Pollaci Nuccio, L’Esposizione Nazionale e le sue adiacenze, Palermo 1892; Palermo. L’Esposizione Nazionale

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del 1891-1892, Milano 1892; F. Corrao, La città di Palermo dal 1860 al 1910, in Palermo e la Conca d’Oro, atti del VII Congresso Geografico Italiano, Palermo 1911, pp. 21-35. E. Sessa, I disegni di progetto di Ernesto Basile per i palazzi di Palermo, cit., pp. 202-204. Per una storia della fabbrica di mobili Golia-Ducrot si veda E. Sessa, Ducrot. Mobili e arti decorative, Palermo 1989. A. Alfano, La produzione della ditta Ducrot alle esposizioni internazionali, in Liberty a Palermo. Bilancio di studi sul liberty, cit., pp. 61-63. Sui rapporti fra classe professionale e mondo artistico palermitani tra Ottocento e Novecento si vedano i saggi di E. Di Stefano e di E. Mauro in, Palermo 1900, cit., pp. 195-208, 211-258. Per notizie e indicazioni bibliografiche sui professionisti attivi a Palermo e in Sicilia fra Ottocento e Novecento si veda L. Sarullo, Dizionario degli Artisti Siciliani. Architettura, cit., alle voci. Oltre agli interessi armatoriali e finanziari, la famiglia Florio, nell’arco temporale di un ottantennio, aveva esteso la propria azione alla manifattura tessile, all’enologia (con i baglii di Marsala e della isole Egadi e la produzione sperimentale del brandy, oltre a quella del vino), all’industria estrattiva, all’industria della pesca e alla manifattura del tonno (con la messa a punto di nuove tecniche per la mattanza, così come per la conservazione sott’olio del tonno inscatolato, nelle proprie tonnare di Favignana, Formica, Scopello, Secco, Marettimo, San Giuliano, Arenella), all’industria meccanica (con l’apertura nel 1841 della Fonderia Oretea a Palermo e, in seguito, dei Cantieri Navali), all’industria ceramica, all’editoria (con la fondazione fra l’altro nel 1900 del giornale antigovernativo «L’Ora» e nel 1909 del giornale satirico «Il Babbìo»), all’industria chimico-farmaceutica, a quella alberghiera (con il Grand Hôtel Villa Igiea), alla cantieristica con i Cantieri Navali di Palermo e al rinnovamento del complesso portuale dal quale iniziava la sequenza della “costa dei Florio” dominata dal Monte Pellegrino. Inoltre, le novantanove navi della Navigazione Generale Italiana percorrevano le rotte di quasi tutto il Mediterraneo e delle

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gola. I gruppi creativi in Europa dal 1850 al 1950,

principali per l’America e per la Russia, oltre che per il Mar Rosso. Per un quadro esaustivo delle at-

Roma-Bari 1989, pp.59-80. 29

tività dei Florio, oltre ai molteplici studi di R. Len28

Un’ampia raccolta documentaria delle opere di Er-

tini si veda S. Candela, I Florio, Palermo 1986.

nesto Basile, oltre che sulla monografia pubblicata

Su questo argomento, e non solamente in relazio-

nel 1935 da Salvatore Caronia Roberti, è in Erne-

ne ad Ernesto Basile, si vedano: A. Brigaglia, G.

sto Basile, architetto, cit.; per quanto riguarda le

Masotto, Il Circolo Matematico di Palermo, Bari

opere palermitane si vedano anche Palermo 1900,

1982; D. De Masi, Un network internazionale nel-

cit., e C. De Seta, M. A. Spadaro, S. Troisi, Paler-

la Sicilia liberty. Il Circolo Matematico di Paler-

mo, città d’arte. Guida ai monumenti di Palermo e

mo, in D. De Masi (a cura di), L’emozione e la re-

Monreale, Palermo 1998, passim.

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1. E. Basile, casa Basile a Santa Flavia (Palermo), 1878 (foto E. Mauro, 1999). 2. Ernesto Basile in una fotografia di fine XIX secolo (coll. privata, Palermo). 3. E. Basile, palazzina Villegas, viale Parioli, Roma, 1886-1890 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 4. E. Basile, veduta prospettica del progetto presentato al concorso per il Monumento ai Caduti nella Battaglia di Calatafimi, Pianto Romano (Trapani), 1885 (da L’Illustrazione Italiana, XVII, 10, 9 marzo 1890).

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5. E. Basile, alzato del prospetto principale del progetto presentato al secondo concorso per il Palazzo del Parlamento a Roma, 1888 (da «Atti del Collegio degli Ingegneri e degli Architetti in Palermo», XIII, gennaio-aprile 1890). 6. E. Basile, planimetria generale del primo piano del progetto presentato al secondo concorso per il Palazzo del Parlamento a Roma, 1888 (da «Atti del Collegio degli Ingegneri e degli Architetti in Palermo», XIII, gennaio-aprile 1890). 7. E. Basile, alzato di uno dei prospetti laterali e sezioni longitudinale e trasversale del progetto presentato al secondo concorso per il Palazzo del Parlamento a Roma, 1888 (da «Atti del Collegio degli Ingegneri e degli Architetti in Palermo», XIII, gennaio-aprile 1890).

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8. E. Basile, ingresso monumentale e padiglione delle feste della IV Esposizione Nazionale del 1891, piazza Castelnuovo ang. viale della Libertà, Palermo, 1891 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 9. E. Basile, alzato parziale del prospetto principale dell’ingresso monumentale della IV Esposizione Nazionale del 1891, piazza Castelnuovo ang. viale della Libertà, Palermo, 1888 (da «L’Architettura Pratica», III, 12, 1892). 10. E. Basile, prospettiva a volo d’uccello del complesso dei padiglioni della IV Esposizione Nazionale del 1891, piazza Castelnuovo ang. viale della Libertà, Palermo, 1888 (da «Palermo e l’Esposizione Nazionale del 1891-1892», 1891). 11. E. Basile, interno del Padiglione delle Feste della IV Esposizione Nazionale del 1891, piazza Castelnuovo ang. viale della Libertà, Palermo, 1891 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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12. E. Basile, interno della Galleria delle Macchine della IV Esposizione Nazionale del 1891, piazza Castelnuovo ang. viale della Libertà, Palermo, 1891(da «Palermo e l’Esposizione Nazionale del 18911892», 1891). 13. E. Basile, fotografia della veduta prospettica del progetto presentato al Concorso per il Palazzo della Prefettura di Benevento, 1892 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 14. E. Basile, volta del Salone dei Pubblici Ridotti, detto “Sala Pompeiana”, del Teatro Massimo di Palermo con affreschi di Ettore De Maria Bergler, 1895 ca. (foto S. Alessi, Palermo).

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15. E. Basile, palazzo Francavilla in via Ruggero Settimo, Palermo, 1893-1897 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 16. E. Basile, tavola di particolari architettonici (per il progetto di villa Bordonaro e per il Teatro Massimo) presentata alla Mostra di Architettura dell’Esposizione di Torino del 1898 (da «Memorie di un Architetto», VIII, XI, 1898). 17. E. Basile, villa Bordonaro al Giardino Inglese, Palermo, 18931896 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 18. E. Basile, palazzina Moncada dei principi di Paternò, via Borgo S. Lucia, Palermo, 1899 (coll. privata, Palermo). 19. E. Basile, veduta prospettica di una bertesca della terrazza del progetto per il Palazzo Florio del parco dell’Olivuzza a Palermo, 1899 (da «L’Arte Decorativa Moderna», II, 8, 1906). 20. E. Basile, terrazza del caffè-ristorante del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta, Palermo, 1899-1903 (coll. privata, Palermo).

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21. Ignazio Florio junior, seconda metà del XIX secolo (coll. privata, Palermo). 22. Franca Florio Jacona, baronessa di San Giuliano, ritratta da G. Boldini alla fine del XIX secolo (coll. privata, Palermo). 23. E. Basile, fronte verso il mare del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta, Palermo, 1899-1903 (coll. privata, Palermo). 24. E. Basile, alzato del parapetto dello scalone in quercia del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta, Palermo, 1899-1900 (da «L’Arte Decorativa Moderna», II, 11, 1906).

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25. E. Basile, caffetteria del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta (pitture decorative di G. Enea), Palermo, 1899-1900, realizzazione degli arredi della ditta C. Golia & C. (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 26. E. Basile, cache-pot per la hall del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta, Palermo, 18991900, realizzazione della Ceramica Florio di Palermo (coll. privata, Palermo). 27. E. Basile, salone degli specchi del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta (ciclo allegorico parietale di E. De Maria Bergler con M. Cortegiani e L. Di Giovanni), Palermo, 1899-1900, realizzazione degli arredi della ditta C. Golia & C. di Palermo, realizzazione degli apparecchi di illuminazione della ditta Caraffa di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 28. E. Basile, alzato di una delle porte (con raccordi alle cornici delle specchiere) del salone degli specchi del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta, Palermo, 1899-1900 (da «L’Arte Decorativa Moderna», II, 11, 1906). 29. E. Basile, ricevimento di gala tenuto da Franca Florio (al centro) nel salone da ballo del Circolo degli Stranieri del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta, Palermo, 1910.

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30. E. Basile, tavola illustrativa per il volume XVI del 1907 del periodico «Memorie di un Architetto» con veduta prospettica dell’ingresso al giardino del primo progetto per la villa Lanza di Deliella nel piano delle Croci a Palermo (1902) e con disegni in alzato di un lampione e di un’applique per il Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta a Palermo (1899-1900) e della croce e della recinzione della sepoltura Martorella nel cimitero di Santo Spirito a Palermo (1896). 31. E. Basile, alzato del fronte principale della cappella gentilizia Nicosia nel cimitero di Santa Maria di Gesù, Palermo 1898 (da «L’Arte Decorativa Moderna», II, 8, 1906). 32. E. Basile, particolare della stele della sepoltura Raccuglia nel cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 (foto E. Sessa, 1999). 33. E. Basile, Teatro Sociale, Canicattì, 1899-1905 (foto post 1950, coll. privata, Palermo).

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34. E. Basile, riproduzione tipografica della veduta prospettica e pianta del primo piano del villino Vincenzo Florio, Parco Florio all’Olivuzza, Palermo, 1899-1903 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 35. E. Basile, sezione trasversale del villino Vincenzo Florio, Parco Florio all’Olivuzza, Palermo, 19001902 (da «Memorie di un Architetto», XIII, I, 1903). 36. E. Basile, fronti occidentale e settentrionale del villino Vincenzo Florio, Parco Florio all’Olivuzza, Palermo, 1900-1902 (da «L’Arte Decorativa Moderna», I, 9, 1902). 37. E. Basile, soffitto ligneo dello scalone del villino Vincenzo Florio, Parco Florio all’Olivuzza, Palermo, 1900-1902, realizzazione degli arredi della ditta C. Golia & C. di Palermo, realizzazione degli apparecchi di illuminazione della ditta Caraffa di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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38. E. Basile, alzato parziale del fronte occidentale del villino Vincenzo Florio, Parco Florio all’Olivuzza, Palermo, 1900-1902 (da G. Pirrone, Palermo Liberty, Caltanissetta-Roma 1971). 39. E. Basile, stanza da pranzo e salotto del villino Vincenzo Florio, Parco Florio all’Olivuzza, Palermo, 1901-1902, realizzazione degli arredi della ditta C. Golia & C. di Palermo, realizzazione del reggitenda metallico di S. Martorella (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 40. E. Basile, fronti meridionale e orientale del villino Vincenzo Florio, Parco Florio all’Olivuzza, Palermo, 1900-1902 (da «L’Arte Decorativa Moderna», I, 12, 1902).

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41. E. Basile, cappella gentilizia Lanza di Scalea, cimitero di Santa Maria di Gesù, Palermo, 1900 (da «L’Arte Decorativa Moderna», I, 12, 1902). 42. E. Basile, studi in alzato di capitelli per il protiro della cappella gentilizia Lanza di Scalea al Cimitero di Santa Maria di Gesù, Palermo, 1900 (da «L’Arte Decorativa Moderna», I, 9, 1902). 43. E. Basile, Padiglione della VII Esposizione della Promotrice di Belle Arti, cortile di Palazzo Villarosa, Palermo, 1900 (da «L’Arte Decorativa Moderna», I, 12, 1902). 44. E. Basile, schizzo prospettico dell’abside della cappella nel palazzo Florio a Marsala, 1901 (da «L’Arte Decorativa Moderna», II, 8, 1906).

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45. E. Basile, palazzina Vanoni, via Sardegna, Roma, 1901 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 46. E. Basile, secondo Palazzo Utveggio, via XX Settembre (ang. via Siracusa), Palermo, 1901-1903 (coll. privata, Palermo). 47. E. Basile, studio prospettico del pianoforte per la signora Krupp, realizzazione delle officine Blüthner di Lipsia, 1901 (da «L’Arte Decorativa Moderna», II, 11, 1906). 48. E. Basile, padiglione d’ingresso della Prima Esposizione Agricola Regionale della Sicilia (Sezione di Palermo), viale della Libertà, Palermo, 1902 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 49. E. Basile, padiglione d’ingresso della Prima Esposizione Agricola Regionale della Sicilia, Sezione di Marsala, 1902 (coll. privata, Marsala)

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50. E. Basile, alzato dell’avancorpo posteriore del primo progetto per la villa Lanza di Deliella nel piano delle Croci a Palermo, 1902 (da «L’Arte Decorativa Moderna», I, 12, 1902). 51. E. Basile, salotto in mogano presentato alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902, realizzazione degli arredi della ditta C. Golia & C. di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 52. E. Basile, orologio da tavolo presentato alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902, realizzazione degli arredi della ditta C. Golia & C. di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 53. E. Basile, sala maggiore della «Mostra Napoli e Sicilia» alla V Esposizione d’ Arte di Venezia, 1903, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo) 54. E. Basile, secretaire in mogano (con ante dipinte da E. De Maria Bergler e applicazioni in bronzo di A. Ugo) presentato alla V Esposizione d’Arte di Venezia, 1903, realizzazione della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione BasileDucrot, Palermo).

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55. E. Basile, portacarte della stanza da lavoro in quercia presentata alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902, realizzazione degli arredi della ditta C. Golia & C. di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 56. E. Basile, piedistallo in quercia (con busto muliebre in bronzo di A. Ugo) presentato alla V Esposizione d’Arte di Venezia, 1903, realizzazione della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 57. E. Basile, carrello in mogano presentato alla V Esposizione d’Arte di Venezia, 1903, realizzazione della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 58. E. Basile, sala minore della «Mostra Napoli e Sicilia» alla V Esposizione d’Arte di Venezia, 1903, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 59. E. Basile, villino Fassini, via duca della Verdura, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 60. E. Basile, villino Basile in via Siracusa (ang. via principe di Villafranca) a Palermo, 1903-1904 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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61. E. Basile, potale d’ingresso del villino Basile in via Siracusa a Palermo, 1903-1904 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 62. E. Basile, androne d’ingresso del villino Basile in via Siracusa a Palermo, 1903-1904 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 63. E. Basile, sala da pranzo del villino Basile in via Siracusa a Palermo, 1906 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 64. E. Basile, studio professionale e biblioteca al piano rialzato del villino Basile in via Siracusa a Palermo, 1903-1904 (Dotazione BasileDucrot, Palermo).

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65. E. Basile, pannello in ceramica a parete per il giardino del villino Basile in via Siracusa a Palermo, 1903-1904 (foto E. Sessa, 1999). 66. E. Basile, prospetto su via principe di Villafranca del villino Basile in via Siracusa a Palermo, 1903-1904 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 67. E. Basile, Palazzo Municipale di Licata, 1904 e sgg. (foto post 1950, coll. privata, Palermo). 68. E. Basile, sala minore della «Mostra Napoli e Sicilia» alla VI Esposizione d’Arte di Venezia, 1905, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo, pannello dipinto nella nicchia (con panorama di Taormina) di Rocco Lentini (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 69. E. Basile, sedia della stanza da letto in quercia con “intagli papaveri” presentata all’Esposizione di Milano del 1906, realizzazione della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 70. E. Basile, poltroncina del salotto “carretto siciliano” presentata all’Esposizione di Milano del 1906, realizzazione della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione BasileDucrot, Palermo).

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71. E. Basile, particolare della stanza da letto in mogano e dorature presentata all’Esposizione di Milano del 1906, realizzazione della ditta Ducrot di Palermo, pitture di G. Enea (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 72. E. Basile, Padiglione Florio all’Esposizione di Milano del 1906 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 73. E. Basile, villa Lanza di Deliella in piazza Crispi a Palermo, 1905-1909 (coll. privata, Palermo). 74. E. Basile, salone a doppia altezza della villa Lanza di Deliella in piazza Crispi a Palermo, 1905-1909, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 75. E. Basile, stanza da pranzo della villa Lanza di Deliella in piazza Crispi a Palermo, 1905-1909, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo, realizzazione degli apparecchi di illuminazione della ditta Caraffa di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 76. E. Basile, Centrale Elettrica di Caltagirone, 1907 (foto dell’inaugurazione, coll. privata, Palermo).

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77. E. Basile, riproduzione fotografica del prospetto principale del progetto definitivo della Nuova Aula per la Camera dei Deputati ed ampliamento del Palazzo di Montecitorio, Roma, 1905 (Dotazione BasileDucrot, Palermo). 78. E. Basile, prospetto principale della Sede della Cassa di Risparmio in piazza Borsa (oggi piazza Cassa di Risparmio), Palermo, 1907-1912 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 79. E. Basile, sala casse della Sede della Cassa di Risparmio in piazza Borsa (oggi piazza Cassa di Risparmio), Palermo, 1907-1909, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 80. E. Basile, sala consiliare della Sede della Cassa di Risparmio in piazza Borsa (oggi piazza Cassa di Risparmio), Palermo, 1912, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo, pitture dei sopraporta di E. De Maria Bergler, realizzazione degli apparecchi di illuminazione della ditta Caraffa di Palermo (coll. Cardamone, Palermo). 81. E. Basile, cappella gentilizia Alagona, cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1907 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 82. E. Basile, cappella gentilizia di Rudinì, cimitero del Verano, Roma 1908 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 83. E. Basile, simposium in onore di Ettore Ferrari (in qualità di Gran Maestro del Grande Oriente Italiano) al Grand Hôtel Villa Igiea, Palermo 1908. Da sinistra: in

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piedi, il pittore Rocco Lentini, gli scultori Gaetano Geraci e Ettore Ferrari, l’industriale Vittorio Ducrot e l’architetto Ernesto Basile; seduti, l’ingegnere Giuseppe Capitò, gli scultori Antonio Ugo, Mario Rutelli e Ettore Ximenes, il pittore Francesco Lojacono (coll. privata, Palermo) 84. E. Basile, sala della mostra personale di E. De Maria Bergler (denominata “Bellezze siciliane”) alla VIII Esposizione d’Arte di Venezia, 1909, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 85. E. Basile, Monumento commemorativo del 27 maggio 1860, piazza Vittorio Veneto, Palermo, 1909-1910 (da «L’Architettura Italiana», V, 1910). 86. E. Basile, palazzo delle assicurazioni generali di Venezia, via Roma, Palermo, 1912 (coll. privata, Palermo). 87. E. Basile, riproduzione fotografica acquarellata della veduta prospettica del prospetto principale del progetto per il Palazzo Municipale di Reggio Calabria in piazza Vittorio Emanuele (primo progetto), 1911 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 88. E. Basile, fronte principale del Kursaal Biondo, via Emerico Amari, Palermo, 1913 (da «L’Architettura Italiana», X, 10, luglio 1915). 89. E. Basile, sala per spettacoli e proiezioni cinematografiche del Kursaal Biondo, via Emerico Amari, Palermo, 1913 (da «L’Architettura Italiana», X, 10, luglio 1915).

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90. E. Basile, planimetria generale del Kursaal Biondo, via Emerico Amari, Palermo, 1913 (da «L’Architettura Italiana», X, 10, luglio 1915). 91. E. Basile, chiosco Ribaudo, piazza Castelnuovo, Palermo, 1916 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo) 92. E. Basile, fotografia aerea (inizio anni Trenta) del complesso del Palazzo di Montecitorio con l’ampliamento per la sistemazione dell’Aula dei Deputati, Roma, 19051918 (coll. privata, Palermo). 93. E. Basile, allestimento provvisorio per la seduta inaugurale di giorno 20 novembre 1918 della nuova Aula della Camera dei Deputati (alla presenza di re Vittorio Emanuele III di Savoia) nell’ampliamento del Palazzo di Montecitorio a Roma, 1905-1918 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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94. E. Basile, nuova Aula della Camera dei Deputati nell’ampliamento del Palazzo di Montecitorio a Roma, 1905-1918, realizzazione degli arredi della ditta Ducrot di Palermo, fregio pittorico di A. Sartorio, altorilievo in bronzo di D. Calandra (Archivio della Camera dei Deputati, Roma). 95. E. Basile, filiale della Cassa di Risparmio a Trapani in via Garibaldi, 1918-1919 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 96. E. Basile, stanza da letto presentata dal mobilificio PetrÏ alla II Esposizione d’Arte Decorativa di Monza, 1925 (coll. privata, Palermo). 97. E. Basile, filiale della Cassa di Risparmio a Messina in corso Garibaldi, 1925-28 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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98. Ernesto Basile (al centro) con i docenti e gli allievi della Regia Accademia di Belle Arti di Palermo, 1925 ca. (coll. Mattarella, Palermo). 99. E. Basile, colonnato emiciclico per la trasformazione del Monumento Commemoratvo del 27 maggio 1860 in Monumento ai Caduti, piazza Vittorio Veneto, Palermo 1931 (coll. privata, Palermo), 100. E. Basile, chiesa votiva di Santa Rosalia, via Marchese Ugo, Palermo, 1928-1931 (coll. privata, Palermo).

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Attiva fin dagli anni Settanta del XIX secolo fino al 1970, estendendosi gradualmente da Palermo alle maggiori città d’Italia e poi a diverse aree del Mediterraneo, la fabbrica assume la denominazione Ducrot, Mobili e Arti Decorative, Società Anonima per Azioni a partire dal 1907, quando viene registrata alla Borsa di Milano, con capitale sociale di L. 1.500.000 sede e officine a Palermo in via Paolo Gili, nella contrada dell’Olivuzza. Dal 1939, in seguito al rilevamento dell’impresa ad opera di un gruppo finanziario genovese, muta il nome in Società Anonima Ducrot. Mobili, Sede Genova – Officine Palermo, con uffici anche in piazza Piccapietra n. 83 a Ge1 nova . Fra il 1902 e il 1907, prima della trasformazione in società, l’impresa opera con la denominazione Ducrot, Successore di Carlo Golia & C. e di Solei Hebert & C., Palermo, essendone diventato proprietario unico Vittorio Du2 crot , figliastro di Carlo Golia, fondatore della omonima ditta, originariamente di rappresentanza dei prodotti (stoffe per l’arredamento) 3 della Solei Hebert & C. di Torino . Già negli anni Settanta del XIX secolo la ditta, con lussuoso negozio in corso Vittorio Emanuele a Palermo, integrava l’attività di emporio di stampo britannico per l’arredo alto borghese, con quella di atelier per tappezzerie e, poi, per la costruzione di mobili (inizialmente da giardino) e per la realizzazione di decorazioni di interni. Nel 1896, con l’etichetta C. Golia e C., Palermo, l’impresa subisce una radicale trasformazione, passando dalla dimensione artigianale (nel 1893 risulta impiegare quarantasette operai) a quella meccanizzata.

È Vittorio Ducrot, prima come direttore poi come comproprietario (dal 1900 fino alla morte di Carlo Golia avvenuta nel 1901), a innescare l’accelerazione industriale grazie anche al reperimento di nuovi capitali di giovani benestanti palermitani, che sottraggono la ditta al fallimento (sfiorato nel 1895) e alla parziale dipendenza commerciale dalla Solei Hebert. La rinascita dell’impresa comporta anche la ricostituzione della antica fabbrica di specchi, attiva da più di un decennio, e l’istituzione di un Salone di Belle Arti (autentico canale di diffusione regionale, soprattutto in età modernista, di opere d’arte e oggetti artistici internazionali) presso la nuova sede di vendita trasferita già in via Ruggiero Settimo; preciso segnale, questo, dell’attenzione alle direttrici di sviluppo urbano, segnatamente rivolta a quella borghesia medio-alta, committente delle eleganti fabbriche residenziali che andavano sorgendo negli isolati dell’ampliamento ippodameo previsto nel 1886 dall’ingegnere Felice Giarrusso. Nel 1891 la C. Golia & C. fornisce gli arredi per l’Esposizione Nazionale di Palermo e, tre anni dopo, è impegnata ad eseguire (forse su disegni di Giuseppe Damiani Almeyda) arredi e decorazioni interne per gli Stabilimenti Termali di Termini Imerese (Palermo). Fra i primi incarichi di prestigio figurano gli arredi del 1898 per il palazzo Francavilla, in gran parte eseguito su disegni di Ernesto Basile. È in questo periodo che inizia la produzione di mobili modernisti, in parte ispirati a modelli d’oltralpe ma con una sezione di creazioni originali pilotata dalla consulenza o dalla di-

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retta attività progettuale di Ernesto Basile. Su disegni di quest’ultimo dal 1899 al 1910 la fabbrica realizza, fra gli altri, mobili, arredi e decorazioni per il Grand Hôtel Villa Igiea (Palermo, 1899-1900), per il villino V. Florio all’Olivuzza (Palermo, 1901-03), per il Salone di Casa Lemos (via Quintino Sella, Palermo, 1903), per la casa del medico Vincenzo Cervello (Palermo, 1904), per Casa Basile e Villa Deliella (Palermo, 1906), per il Gran Caffé Faraglia (Roma, 1906, opera insignita nel 1908 del Primo Premio del Concorso per l’arredo di esercizi commerciali istituito dalla Società degli Architetti di Roma), per le residenze delle famiglie di armatori e industriali Florio a Marsala e nelle isole Egadi (1900-1905), per il piroscafo Siracusa della Navigazione Generale Italiana (1906), per la Sala Casse e per la Sala del Consiglio, oltre che per gli uffici dei dirigenti, della sede della Cassa di Risparmio in piazza Cassa di Risparmio a Palermo (post 1907), per l’Aula dei Deputati e per l’intero ampliamento del Palazzo di Montecitorio a Roma (1909-1914)4. Autore di innumerevoli altri progetti di arredi (da quelli di Villa Bordonaro alle Croci a quelli di Villa Gallidoro, da quelli, sempre a Palermo, per il Kursaal Biondo del 191314 a quelli per il Nuovo Palazzo Municipale di Reggio Calabria del 1911), Ernesto Basile, soprattutto a partire dal 1902-03, instaura un serrato e fecondo rapporto di collaborazione con l’impresa di Vittorio Ducrot elaborando logiche serie, alcune concepite in base a sistemi aggregativi, di mobili e arredi e orientando le ricerche progettuali di gran parte dei progettisti, organizzati a partire dal 1906-07 in un autonomo e ben documentato Ufficio Tecnico (dotato di efficente archivio, di una sezione modelli, alla quale collabora lo scultore Gaetano Geraci, di una biblioteca fornita di tutti i più qualificati periodici italiani e stranieri di arte decorativa allineati con la migliore cultura modernista). Oltre a mettere a punto prototipi, poi derivati in serie economiche di alta qualità

tecnico-formale, e a ideare arredi completi autonomamente, interpreti del principio della Gesamtkunstwerk, coordinando l’opera di scultori (Antonio Ugo, Gaetano Geraci), di pittori (Ettore de Maria Bergler, Giuseppe Di Giovanni, Michele Cortegiani, Rocco Lentini, Giuseppe Enea e Salvatore Gregorietti), di qualificate imprese artigiane o industriali nel campo delle arti applicate (la Ceramica Florio, il maestro ferraio Salvatore Martorella, la fabbrica di lampadari e apparecchi di illuminazione Carraffa, tutti di Palermo o straniere come la viennese fabbrica di tappeti Haas), Ernesto Basile, in accordo con Vittorio Ducrot, mette in atto uno dei rari esperimenti riusciti in ambito internazionale, di parziale “riorganizzazione del visibile” atto a connotare, propagandisticamente, in maniera unitaria l’immagine colta di una impresa produttiva. Di questa ricercata ufficialità modernista la manifestazione più eclatante, oltre alla progettazione delle carte intestate, dei locali di vendita dei marchi, delle nuove officine (progetto poi non realizzato)5, è costituita dalla partecipazione della ditta Ducrot, sempre in coppia con Ernesto Basile, ad alcune delle più importanti mostre ed esposizioni di arti decorative e industriali organizzate in Italia nel primo decennio di questo secolo. Nel 1902 a Palermo e nel 1907 a Catania, la ditta presenta arredi e “ammobiliamenti completi”, progettati i primi da Ernesto Basile e i secondi dal suo migliore allievo Francesco Fichera, rispettivamente per la Prima e per la Seconda Esposizione Agricola Siciliana6. Sempre nel 1902 con la partecipazione alla Prima Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino (dove presenta, su disegno di Basile, una camera da letto in acero niveo, un salottino in mogano e la “stanza da lavoro” in quercia i cui prototipi danno vita alla razionale serie di mobili economici denominata “Tipo Torino”), la ditta ancora sotto l’etichetta C. Golia & C., Palermo, si assicura un Diploma d’Onore. L’anno successivo Vittorio Ducrot, assumendo la

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Ettore Sessa - Ducrot, mobili e arti decorative

quasi totalità delle spese, realizza il progetto di Basile per l’allestimento delle sale “Napoli e Sicilia” alla V Esposizione di Venezia, aggiudicandosi la Medaglia d’Oro. Successo di critica e, di conseguenza, di mercato vengono replicati nel 1905 alla VI edizione della Biennale veneziana dove le sale “Napoli e Sicilia” conseguono il Diploma d’Onore. In occasione della partecipazione del binomio Basile-Ducrot alla Esposizione Internazionale del Sempione a Milano del 1906 alla ditta è assegnato il Grand Prix con lode speciale e Medaglia d’Oro del Ministero dell’Agricoltura Industria e Commercio. Assente alla VII edizione della Biennale di Venezia, per il rifiuto opposto da Ernesto Basile alle prescrizioni del Comitato organizzativo, la fabbrica Ducrot fa la sua ultima comparsa ufficiale con Ernesto Basile nel 1909 alla VIII Mostra di Venezia, realizzando l’allestimento e l’arredo per la sala “Bellezze Siciliane” dedicato alla personale di Ettore de Maria Bergler. A quella data il mobilificio, oltre alla progettazione ed esecuzione fra il 1901 e il 1903 degli arredi per il Teatro Municipale, per il Casinò Municipale, per il Circolo Internazionale e per l’Hôtel Tunisia Palace a Tunisi (incarichi che ne avevano sancito la supremazia in ambito mediterraneo anche rispetto le fabbriche francesi) aveva realizzato, fra l’altro, arredi impegnativi per esclusivi luoghi dell’interscambio, per palazzi di importanti istituzioni e per lussuosi alberghi, fra i quali: l’Hôtel Excelsior Palace, il Grand Hôtel des Palmes e il Grand Hôtel Trinacria, tutti a Palermo; l’Hôtel Bristol a Genova; l’Hôtel Milan a Milano; l’Hôtel Semiramis a Il Cairo; l’Hôtel Vesuve a Napoli; l’Hôtel Excelsior a Venezia; l’Hôtel Excelsior, il Grand Hôtel, il Flora Hôtel, il Regina Hôtel, l’Imperial Hôtel, la Pensione Termae Stabianae, tutti a Roma; l’Hôtel Regina a Stresa; la Pensione Daskvood a Taormina; il Teatro Massimo, il Circolo Artistico, il Casinò Geraci, lo Sport Club, il Politeama Garibaldi, il Circolo Matematico, tutti a Palermo; il Circolo degli Scacchi e l’I-

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stituto Internazionale d’Agricoltura a Roma; il Teatro Municipale di S. Paolo del Brasile. Nel periodo compreso fra il 1902 e il 1909 l’impresa (trasformata nell’ultimo biennio in società per azioni con capitale con un Consiglio di Amministrazione che, nonostante la presenza di alcuni degli artisti del cenacolo di Basile, finirà per assecondare l’involuzione culturale del mercato contraendo la produzione modernista a vantaggio di quella in stile) era passata dai 200 operai e dalle 20 macchine ad una dimensione ed una articolazione del ciclo di produzione tale da costituire uno dei più forti concentramenti industriali del settore a livello europeo, il più noto in ambito italiano. I 445 operai e i 220 cav. vapore del 1911 appena due anni dopo diventano 1.000 dipendenti e 100 macchine per complessivi 250 cav. vapore, mentre gli stabilimenti si estendono su un’area di circa 20.000 mq. È, oramai, quella dell’impresa Ducrot una dimensione che impone una diversa strategia imprenditoriale, con una maggiore attenzione verso il settore dei grandi incarichi ufficiali di arredi aulici (con conseguente specializzazione); ne conseguirà un ulteriore allontanamento da quella politica di mediazione fra profitto e cultura che ne aveva accomunato la produzione del primo decennio del secolo (sia per il mercato corrente che per gli arredi particolari) con le ricerche della migliore cultura modernista internazionale. In alcuni consistenti settori, i più rappresentativi, la ditta consegue un’inappuntabile peculiarità figurale siciliana (tanto come espressioni di cultura “alta” quanto come rivalutazione e risemantizzazione di tradizioni tecnico-artistiche popolari) sostenuta dalla collaborazione di Ernesto Basile e della sua cerchia di artisti e da qualificati disegnatori di mobili (non di rado allievi di Basile) fra i quali primeggiano Michele Sberna e Ludovico Li Vigni. Conforme alla messa a punto di logiche serie di mobili aderenti ad una estetica della riproducibilità industriale, e tuttavia struttu-


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rati in insiemi dalle espressività (localizzate o complessiva) di matrice fisio-psicologica, il programma di riorganizzazione dell’impresa, attuato da Vittorio Ducrot, comprendeva anche la documentazione sistematica dell’attività produttiva, la rigida divisione del lavoro (anche all’interno delle due categorie creativa ed esecutiva), la realizzazione di nuovi e dettagliati cataloghi di vendita, l’espansione del mercato con moderni criteri persuasivi (fondati sul concetto di irrinunciabilità inoculato nei potenziali acquirenti dalle stesse comunicative e riconoscibili qualità tecnico-formali dei prodotti e da un’abile azione propagandistica). In quest’ottica rientra, oltre all’impegnativa partecipazione alle manifestazioni espositive, la proliferazione sul territorio nazionale di eleganti succursali di vendita, in gran parte arredate da Basile: a Catania, in via Stesicoro, nel 1904; a Milano, in via T. Grassi, nel 1907; a Roma, in via del Tritone, nel 1910 (poi trasferita in via Condotti); a Napoli, in via G. Filangeri, nel 1917. Fra gli arredi particolari realizzati prima della guerra del 19151918 ricordiamo, inoltre, quelli del 1906 per il Palazzo d’Estate dell’Ambasciata Italiana a Therapia (Istanbul) nell’Impero Ottomano e quelli per gli uffici della FIAT a Milano del 1911. Dal 1912 al 1930 Giuseppe Capitò, sia pure in maniera discontinua, collabora con la Società come Direttore Artistico. Durante il Primo Conflitto Mondiale gli impianti vengono adattati alla costruzione di biplani idrovolanti caccia-bombardieri per i governi italiano, francese e inglese; viene realizzato, pertanto, un distaccamento delle officine sull’arenile della città balneare di Mondello. Dal 1919 inizia la produzione di arredi navali; dopo la realizzazione dei mobili 7 e delle decorazioni per il Regio Yacht Savoia i principali committenti saranno la Navigazione Generale Italiana e la Società Italiana di Servizi Marittimi. Per queste società di navigazione (soprattutto per la prima creata dai Florio), dal 1919 al 1932 gli stabilimenti di via P. Gili (poi coadiuvati nelle sole fasi

di montaggio, nei Cantieri di Genova, da una ditta subalterna dell’ingegnere Tiziano De Bonis) arredano la turbonave Esperia (191920), i transatlantici Giulio Cesare (1920-21), Duilio (1922-23), Roma (1925-26) e Augustus (1926), la turbonave Ausonia (1926-28), i transatlantici Città di Napoli (1927-28) e Rex (1930-32). La fabbrica conta, oramai, 2.500 dipendenti e il capitale sociale sale a 10.000.000 di lire (1925). Nel 1929 su incarico del Lloyd Sabaudo vengono realizzati arredi e decorazioni per il transatlantico Conte di Savoia e l’anno successivo per il Lloyd Triestino quelli per la motonave Victoria. La fabbrica Ducrot (con la sua oramai celebre Sezione Navale dell’Ufficio Tecnico e tutti i suoi laboratori specializzati nell’adattamento alle strutture navali dei più aulici e fantastici repertori eclettici e delle palazziali configurazioni spaziali) dimostra una sorprendente capacità ad accordare il proprio intervento con quelli della Portoi & Fix di Vienna e del gruppo STUARD di Trieste coordinati da Gustavo Pulitzer-Finali nella realizzazione degli arredi per la motonave Victoria, la prima unità di lusso della marina mercantile italiana ad abbandonare repertori tradizionalisti o formulari déco per un più consono novecentismo-razionalista. Riflesso immediato sulla produzione corrente della Società Ducrot, già da alcuni anni parzialmente orientata verso l’emancipazione dal mobile in stile, è la comparsa di modelli aderenti al Novecentismo e al Razionalismo. Dal 1923 al 1930 nella Sezione Navale dell’Ufficio Tecnico operano Giuseppe Spatrisano e altri giovani architetti e artisti palermitani, fra cui Vittorio Corona. Fra le tante collaborazioni per gli arredi navali figura quella di Galileo Chini. A cavallo fra gli anni Venti e gli anni Trenta la Ducrot realizza innumerevoli arredi, spesso déco, per navi di privati (del 1931 è l’incarico per la nave dello Scià di Persia), per panfili, per sontuose residenze patrizie. Nel 1930 Carlo Ducrot, figlio di Vittorio, assume la carica di Direttore Tecnico e imprime la de-

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finitiva svolta “moderna” all’impresa paterna. Nel 1932 entrano in produzione i mobili in tubolare metallico, ma appena due anni dopo la Società accusa forti difficoltà economiche causate anche dalla caduta delle grandi commesse navali (fra questi ricordiamo gli arredi per le cabine e gli ambienti comuni degli ufficiali nelle unità della Regia Marina Militare). Nel 1936 l’estensione degli stabilimenti si riduce a soli 8.500 mq.; i rimanenti due terzi del complesso vengono riformati per l’istallazione della Società Anonima Aeronautica Sicula creata in seguito alla fusione con la fabbrica Caproni: Vittorio Ducrot ne è Vice Presidente. La fabbrica di mobili nel 1939 cade nelle mani del gruppo finanziario capeggiato da Tiziano De Bonis; Vittorio Ducrot conserva la carica di Presidente della nuova Società (sarebbe morto tre anni dopo). Dopo le forniture per il Consolato Alleato (1943-45), l’attività del mobilificio ritorna al mercato libero e alle grandi commesse, perpetuando, nei venticinque anni di attività del secondo dopoguerra, la proverbiale fama di qualità tecnica e onestà costruttiva dei suoi prodotti, ma perdendo inesorabilmente il ruolo di propositrice di forme nuove e originali. La Società continua ad avvalersi di qualificati progettisti palermitani e non (fra questi ricordiamo V. Monaco, A. Luccichenti, M. Marchi, M. Collura, M. De Simone) e della collaborazione di artisti di primo piano (fra cui Giuseppe Capogrossi e Edgardo Mannucci), ma non persegue una originale politica culturale, limitandosi a registrare, con garbato gusto reinterpretativo, gli esiti dei nuovi orientamenti della cultura della progettazione industriale. Dal 1945 al 1955 il mobilificio palermitano riafferma la propria complessità commerciale realizzando grandi incarichi e riattivando la rete di vendita (con magazzini a Roma in piazza Mignanelli, a Palermo in via Gen. Magliocco, a Genova in via Petrarca e a Napoli in via Immacolatella Nuova). Il registro Ducrot del Protocollo disegni, nel quale non

è contemplata la produzione corrente, riporta per il periodo compreso fra il 1955 e il 1969, ottocentoventicinque incarichi di “Arredi particolari”, fra cui: quelli per le sedi del Banco di Sicilia a Palermo, Taormina, Catania e Roma; quelli per i negozi Richard Ginori di Palermo, Messina, Catania e Milano; quelli per l’Assemblea Regionale Siciliana; quelli per varie Prefetture dell’Isola, quelli per il Teatro Bellini a Catania; quelli per gli Uffici dell’Alfa Romeo a Palermo; il mobilio navale per cabine per conto della Società Esercizi Bacini Napoletani e gli arredi per gli uffici di Roma degli Ansaldo Cantieri Navali; quelli per diversi uffici della S.S. Montecatini; gli arredi per gli uffici della sede RAI-TV di Roma; gli arredi per diverse sedi italiane del Banco di Imperia, della Banca Commerciale Italiana, della Banca d’Italia, della Banca Nazionale del Lavoro; mobili per uffici e ambienti di rappresentanza del Ministero del Commercio Estero e del Ministero del Tesoro a Roma; arredi per le ambasciate italiane di Tokio, Varsavia, Belgrado, Atene, Tallin; quelli per le sedi delle ambasciate brasiliana e argentina a Roma; saloni e camere da letto per alberghi (Grand Hôtel, Excelsior, Palace Hôtel, Hôtel Villa Fiorita, a Roma; Grand Hôtel Danieli a Venezia; Grand Hôtel Columbia a Genova; Excelsior, Grand Hôtel, a Napoli; Quisisana a Capri; Excelsior a Trieste; Grand Hôtel a Messina; Excelsior a Catania; Grande Albergo delle Terme di Sciacca; Excelsior a Firenze; Grande Albergo Villa Politi a Siracusa), oltre a rifacimenti di interrni in alberghi già arredati sempre dalla Società Ducrot (Grand Hôtel Villa Igiea, Gran Hôtel Le Palme, Excelsior, a Palermo; Grand Hôtel San Domenico a Taormina). Fra gli incarichi navali, quasi tutti omessi dal registro Ducrot, ricordiamo – oltre alla trasformazione completa, subito dopo il secondo conflitto mondiale, delle cabine e dei saloni di tutte le navi delle società “Italia”, “Adriatica” e “Tirrenia” – gli arredi per le motonavi “Città di Tunisi”, “Città di Napoli”, “Campania Felix”

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e per i transatlantici “C. Colombo”, “L. da Vinci”, “Michelangelo”. Ancora una volta, la fabbrica si lega all’immagine di una società ‘benestante’, ma meno incisiva e cosmopolita di certa clientela del periodo a cavallo dei due secoli. Notevoli gli incarichi per appartamenti di privati facoltosi (fra i tanti ricordiamo, per la sola Palermo, gli innovativi arredi di casa Fiorentino del 1961). La nuova Ducrot sotto la direzione tecnica dell’ingegnere Cacioppo non riesce ad allinearsi in maniera convincente al coevo design; la preparazione tecnica e la ricettività culturale di operai e progettisti (fra questi ultimi ricordiamo Giovanni Carollo, autore di diversi arredi navali, fra cui quelli dei transatlantici “Leonardo da Vinci” e “Michelangelo”) risulta addirittura mortificata. Svanito il miraggio del boom economico italiano, inizia per la fabbrica un lungo periodo di crisi, durante il quale si tenta ancora la carta dei grossi incarichi. Il collasso della sua struttura produttiva e ancor più di quella distributiva, ormai inadeguata ad assumere appalti considerevoli (anche per il venir meno del supporto degli istituti di credito) vanificano ogni tentativo di ripresa. Particolarmente critica già nel 1968, la situazione precipita nell’anno successivo, durante il quale la vita della fabbrica è carat-

terizzata da vertenze sindacali ed insolvenze, finché il 15 dicembre i macchinari si fermano definitivamente. Gli stabilimenti di via Gili cessano di produrre; l’organico superstite, a quella data, è ridotto a 80 operai e 5 impiegati. Nell’ultimo lustro di attività l’Ufficio Tecnico e le officine palermitane avevano anche realizzato gli arredi per il transatlantico Oceanic della Società Home Line, per la Banca d’Italia di Genova, per la motonave Italia della Società Costa, per il Palazzo del Governo di Agrigento, per le sedi I.N.A.M. di Palermo, per la Casa di cura Candela, per l’Albergo dei Gracchi e per la Clinica Flavia a Roma, per la Facoltà di Ingegneria di Palermo, per il Nuovo Policlinico di Messina, per l’Università di Catania, per l’albergo Astoria di Bordighera, per il Circolo ENEL di Palermo, per lo Hiala Hôtel di Asmara, per il Gritti Palace Hôtel di Venezia, per la Banca d’Italia di Bergamo e per il Palazzo della Consulta a Roma. Il 20 luglio del 1970 vengono posti i sigilli agli Stabilimenti e nel 1973 l’area di questi viene in gran parte destinata a edilizia residenziale con variante al Piano Regolatore Generale e con la conseguente progressiva demolizione di quasi due terzi dello storico complesso produttivo sito nel quartiere dell’Olivuzza.

Note 1

Sulla storia della fabbrica Ducrot si vedano: G. Pirrone, Ditta Golia & C., poi Ducrot, in Mostra del liberty italiano, catalogo della mostra, Milano dic. 1972 – febb. 1973, Milano 1972, ad vocem; E. Bairati, R. Bossaglia, M. Rosci, L’Italia Liberty, Milano 1973, pp. 101, 131, 133, 196-203; A. Alfano, La produzione della Ditta Ducrot alle esposizioni internazionali, in Liberty a Palermo, catalogo della mostra, Palermo 1974, p. 61 e sgg.; E. Sessa, Mobili e arredi di Ernesto Basile nella produzione Ducrot, Palermo 1980; E. Mauro-E. Sessa, I mobili e gli arredi di Ernesto Basile, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra

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della Biennale di Venezia, Venezia 1980, p. 26 e sgg.; I. De Guttry, M.P. Maino, Il mobile liberty italiano, Roma-Bari 1983, ad vocem; E. BairatiD. Riva, Il Liberty in Italia, Roma-Bari 1985, pp. 140, 196; G. Pirrone, E. Sessa, Mitologie, Simbolismi e Modernismi nell’Isola del Fuoco, in R. Bossaglia (a cura di), Stile e struttura delle città termali, Bergamo 1985, pp.210-232; I. De Guttry, M.P. Maino, Il mobile déco italiano, Roma-Bari 1988, ad vocem; E. Sessa, Ducrot – Mobili e Arti Decorative, Palermo 1989. Nato a Palermo da genitori francesi il 3 gennaio 1867, Vittorio Ducrot, insieme a Vincenzo e Igna-


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zio Florio e alla moglie di quest’ultimo Franca Jacona Notarbartolo, contessa di San Giuliano, è fra gli esponenti di punta di quella classe imprenditoriale palermitana, di gusto e cultura internazionalista della Belle Epoque, che costituì la committenza ideale per il cenacolo di artisti riunitosi intorno alla figura di Ernesto Basile e da questi coinvolto nel suo ambizioso programma di riorganizzazione modernista, solidamente agganciata alle locali ricerche ottocentesche, della cultura artistico-architettonica siciliana. Il suo ingresso ufficiale nel campo della produzione di oggetti d’uso e di mobili risale al 1895, anno in cui assume la direzione dell’impresa di Carlo Golia, già proprietario di un opificio per la fabbricazione di specchi e di un negozio di articoli internazionali di lusso per l’arredo alto-borghese, e con il quale si era precedentemene sposata la madre di Vittorio Ducrot, Maria Roche, rimasta vedova dell’ingegnere ferroviario Victor, trasferitosi in Sicilia dopo un temporaneo soggiorno a Malta. L’intervento di Vittorio Ducrot sottrae dal fallimento la ditta di Carlo Golia, all’epoca evolutasi da esercizio commerciale esclusivo, di tono inglesizzante, e da rappresentanza di stoffe per mobili e arredi, prodotte dalla Solei Hebert & C. di Torino, in un prestigioso emporio (sito in corso Vittorio Emanuele) e in un laboratorio, per la produzione sia di mobili artistici che di tappezzerie e decorazioni di interni, con quarantasette operai. Estraneo precedentemente al mondo degli affari, il giovane Ducrot assume la direzione dell’impresa del patrigno dopo aver concluso, senza grande applicazione, gli studi in Svizzera e dopo una lunga militanza mondana negli ambienti privilegiati della cosmopolita società di fine secolo. Tuttavia il suo esordio dirigenziale non solamente emancipa la ditta Golia dalla Solei Hebert ma comporta una sostanziale trasformazione dell’impresa che, grazie all’afflusso dei capitali di giovani esponenti del bel mondo cittadino coinvolti dallo stesso Ducrot, assume la consistenza di una efficiente organizzazione industriale. Nel 1900, anno in cui sposa Jeanne Durand (figlia della proprietaria di una famosa casa di moda palermitana sita in piazza Regalmici), Vitto-

rio Ducrot figura come coproprietario del mobilificio. La sua riforma aveva comportato una rigida razionalizzazione del ciclo produttivo e la differenziazione dei processi di lavorazione. Ne conseguiva la formazione di categorie di operai specializzati (e quindi la creazione di scuole “interne” di avviamento professionale) e, successivamente, il ridimensionamento di quella classe corporativa di “capi d’arte”, inizialmente chiamati, proprio da Ducrot, dalla Francia e dall’Inghilterra. A questo processo rifondativo corrisponde l’emancipazione dai repertori della tradizionale ebanisteria; obiettivo per il quale Ducrot attende all’aggiornamento dei disegnatori che, definitivamente distinti dagli operai, vengono inquadrati come ideatori di nuove forme, o come rielaboratori di modelli innovativi, in un apposito “Ufficio Tecnico Ducrot”, dotato, tra l’altro, di una biblioteca specializzata, fornita anche delle migliori riviste internazionali di arte decorativa moderna, fra cui «The Studio», «L’Art Decoratif», «Art et Décoration», «Innen Dekoration», «Deutsche Kunst und Decoration», «Arte Italiana decorativa e industriale», ecc. (parte di queste riviste sono oggi conservate presso la biblioteca dell’Archivio Ducrot della Facoltà di Architettura di Palermo). Intenditore, mecenate e stimato collezionista di opere e oggetti d’arte Vittorio Ducrot è membro della Deputazione della Civica Galleria d’Arte Moderna di Palermo, per conto della quale, fra il 1907 e il 1909, collabora con Ernesto Basile per l’acquisto di opere d’arte contemporanee, fra cui i quadri di E. Tito, F. von Stuck e J. von Biesbroeek. Oltre a far parte del “Comitato permanente per il movimento dei forestieri” (formato quasi esclusivamente da artisti), partecipa fino agli anni Trenta ai comitati delle mostre d’arte e svolge la funzione di direttore organizzativo delle feste sportive patrocinate dai Florio e di quelle “artistiche” patrocinate dal Circolo Artistico e da aristocratiche intellettuali. Per tali manifestazioni i suoi laboratori eseguono addobbi e allestimenti effimeri (particolarmente ricercati quelli di età modernista). Conforme al suo orientamento problematico sul tema tipicamente modernista di mediazione fra profitto e cultura,

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evolve la precedente attività di Carlo Golia nel campo del commercio di prodotti di qualità per l’arredo alto-borghese, costituendo un emporio internazionale di opere d’arte e di oggetti d’arte applicata delle migliori firme di artisti e di laboratori protagonisti dell’Art Nouveau, dello Jugendstill, della Secession, delle Arts und Craft, dell’Arte Nuova (da A.M. Mucha a M. Bompard, da M. Dufrené a R. Lalique, da G. Boldini a M. Duvonich, da L.C. Tiffany alla scuola di Nancy o a quella di Glasgow, da A. Ugo a R. Lentini, da E. De Maria Bergler alla vedova di J. Loetz); attività, questa, che corrisponde ad un vero e proprio canale di diffusione di forme del “nuovo sentire” per tutta l’isola e che prende il via con l’istituzione, dalla fine del XIX secolo, del salone “Belle Arti” presso il nuovo magazzino di vendita trasferito nel 1895 in via Ruggiero Settimo, al n. 33, dalla vecchia sede ai nn. 111-121 di corso Vittorio Emanuele e arredato da Ernesto Basile con due diversi interventi del 1899 e del 1902-03. Ma è dal 1901, in seguito alla morte di Carlo Golia, che Ducrot, divenuto proprietario unico della ditta, ha modo di attuare in tutta la sua completezza e coerenza quel programma di mediazione fra profitto e cultura che rappresenta il nodo principale delle più impegnate teorizzazioni formulate dagli esponenti del nuovo “pensiero estetico” e del riformato “sentire” artistico internazionali (fra cui H. van de Velde, Ch.R. Mackintosh, O. Uzanne, M. Liebermann, H. Muthesius, J. Meier-Graefe, J. Hoffmann, P. Behrens, G. Fuchs, R. Riemerschmid, H. Obrist, G. Klimt, K. Moser, Ch.F.A. Voysey, ecc…) relativamente all’operativo risvolto modernista di quel dibattito tardo-ottocentesco sulla rivalutazione delle arti applicate, che aveva innescato le istanze del “socialismo della bellezza” e della “qualità democratica”. Subito dopo il successo, tributatogli dalla critica specializzata, in relazione alla partecipazione della sua ditta, ancora con l’etichetta C. Golia & C., Palermo, alla Prima Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902 (si vedano gli articoli di G. Fuchs e F.H. Newbery, di V. Pica, e di R. Savarese, tutti del 1903) ove, su progetti di Erne-

sto Basile, presenta una “Stanza da Letto in acero niveo”, un “Salottino in mogano matto” e una “Stanza da Lavoro in quercia”, affida allo stesso Basile la generale riforma dell’immagine dell’impresa, forte oramai di duecento operai e di un vasto stabilimento in via P. Gili che dal 1903 al 1907 produce quasi esclusivamente mobili e arredi modernisti, sotto la nuova etichetta Ducrot, successore di Carlo Golia & C. e di Solei Hebert & C., Palermo. Già dal 1898-99 i rapporti di lavoro con Basile e con il cenacolo di artisti formato dai pittori Giuseppe Enea, Ettore De Maria Bergler, Salvatore Gregorietti, Rocco Lentini, Michele Cortegiani, Luigi Di Giovanni e dagli scultori Antonio Ugo e Gaetano Geraci, avevano portato alla ribalta gli ateliers di Vittorio Ducrot come “primo centro creativo di un’arte decorativa moderna italian” (R. Savarese). Questo primo periodo è già caratterizzato da una colta produzione di mobilia e ambienti di lusso per la quale i disegnatori, pilotati dalle scelte di mercato di Ducrot si ispirano a determinate tendenze dell’Art Nouveau (da Plumet, a De Feure, da Mucha a Gaillard, da Panckock a Riemerschmid, da Charpentier a Mackintosh e a Obrist), ma sono anche in grado di configurare più autonomi orientamenti di ricerche innovative. Fra i primi incarichi impegnativi di questo nuovo corso dell’impresa, oltre ai mobili e agli ambienti, fra cui la biblioteca, per il palazzo della contessa di Francavilla (incarico per il quale Basile lega per la prima volta ufficialmente il suo nome alla ditta Golia, con la lettera inviata alla committente il 21 ottobre 1898, ove è palese il ruolo assegnato alla componente tecnologica quale garanzia di riproducibilità ottimale di “forme nuove” per l’arredo), le officine di Vittorio Ducrot eseguono, sempre a Palermo, quegli arredi completi o quelle decorazioni lignee progettate da Basile nell’ottica della “unità stilistica” e della “progettazione integrale”, per il Grand Hôtel Villa Igiea e per il villino Florio (cui vanno aggiunti i progetti per gli interni e gli arredi fissi della palazzina del principe Moncada di Paternò, della palazzina Lao, della sala da pranzo di palazzo Raimondi e del palazzo Florio e del salone da biliardo di villa Filangeri a Santa Flavia,

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vicino Palermo), che rappresentano la prima manifestazione matura, di livello internazionale, del modernismo italiano. La meticolosa e inappellabile definizione progettuale di Basile comporta un notevole impegno di maestranze e di organizzazione del lavoro, inteso da Ducrot quale autentico cimento per una inventività esecutiva in grado di esaudire, fin nelle valenze sublimnali, impalcati estetici storicistici oramai mutanti in orditure spaziali di “segni forza” velate di sottili simbolismi integrati, nel caso del salone degli specchi di Villa Igiea, in un programma allegorico unitario omogeneizzante il ciclo pittorico di De Maria, Cortegiani e Di Giovanni con il registro parietale, a ritmica modulazione di elementi lignei organicistici, come l’osteologica carenatura della travatura del soffitto. Nonostante l’eccezionale facies fisio-psicologica delle strutturazioni spaziali e figurali, questi arredi costituiscono anche, nella logica imprenditoriale di Vittorio Ducrot, veri laboratori formali di soluzioni e modelli, tali da costituire un ‘campionario interno’ di riferimenti per i suoi “capi d’arte” e per l’ancora embrionale nucleo dei suoi disegnatori. Articolando i laboratori in vari settori (ebanisteria, tappezzeria, intaglio, intarsio, incisione del cuoio, ferri battuti, fonderia, mosaico, decorazione, ceramica, sbalzatura metalli, lavorazione vetri, tappeti, lampadari e finimenti metallici) Vittorio Ducrot instaura un ciclo di lavorazione completo che abilita la sua impresa ad assumere in toto l’esecuzione dei più complessi arredi. Sono, pertanto, riferibili ad una precisa volontà di Ernesto Basile, o a condizioni da “bando” organizzativo, le molteplici collaborazioni con imprese o artigiani palermitani e non, specializzati in particolari settori delle arti applicate. Sono apporti verificatesi, solitamente, in occasione della partecipazione della ditta di Vittorio Ducrot a manifestazioni espositive di particolare rilievo. Fra queste ricordiamo la I Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902 (per la quale figura ancora con la vecchia denominazione C. Golia & C., Palermo), la I e la II Esposizione Agricola Regionale Siciliana, rispettivamente di Palermo del 1902 e di Catania del 1907

(a quest’ultima, però, presenta ambienti completi progettati da Francesco Fichera), la V, la VI e la VIII Esposizione di Venezia, rispettivamente del 1903, del 1905 e del 1909, e la Esposizione del Sempione a Milano del 1906. Insignito di diplomi, medaglie e riconoscimenti vari in ognuna di queste manifestazioni Vittorio Ducrot, facendosi carico della quasi totalità delle spese per l’allestimento delle sale espositive, anch’esse considerate laboratori per “nuove forme” (da intendere come logici sistemi per derivazioni combinatorie o più semplicemente come repertorio di prototipi da riproporre o da declinare in modelli correnti per la produzione), ribadiva la completa adesione ai principi della “qualità” nell’arredo moderno, perseguendo anche un proprio tornaconto propagandistico. Oltre che per queste partecipazioni alle esposizioni e per gli arredi del Grand Hôtel Villa Igiea e del villino Florio, Vittorio Ducrot fra il 1899 e il 1910 si assicura una fama indiscussa e riscuote l’unanime plauso della critica per altri eccezionali arredi, realizzati, sempre in collaborazione con Ernesto Basile, a Palermo (nel 1903, salone di casa Lemos in via Quintino Sella; nel 1904, oreficeria Fecarotta in Corso Vittorio Emanuele; nel 1906, mobili e arredi fissi di casa Basile in via Siracusa e di villa Deliella in piazza Croci; nel 1907, arredi per il Grand Hôtel des Palmes e arredi della “Sala casse” e della “Sala del Consiglio”, oltre che di vari uffici, della Cassa Risparmio in piazza Borsa), a Roma (nel 1906-07, Caffè Faraglia, dal 1908 al 1914, mobili, arredi e decorazioni del palazzo dell’Aula dei Deputati a Montecitorio), a Milano (nel 1906, interni del Chiosco Florio all’Esposizione del Sempione e degli uffici dell’agenzia della Navigazione Generale Italiana), a Marsala (nel 1903, per il palazzo dei Florio), a Ispica (nel 1907-08, per alcuni ambienti del Palazzo Bruno di Belmonte) e per il piroscafo “Siracusa” della Navigazione Generale Italiana. Alla definizione di questi ambienti concorrono anche apporti tecnico-artistici individuali, come quello del “maestro ferraio” Salvatore Martorella, del napoletano Angiolo Grasso, esecutore dei lavori in ferro battuto per le sale meridionali alla V Esposi-

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zione di Venezia. Alla VI edizione della stessa manifestazione, nell’allestimento Ducrot si riscontra un fatto eccezionale: l’inserimento di un velario a ricamo eseguito da Teresa Maglione Oneto. A questo particolare contributo, si deve, forse, la successiva creazione della “Sezione ricamo” diretta da Jeanne Durand. Fra le imprese artigianali o industriali con le quali Vittorio Ducrot instaura rapporti di lavoro, ricordiamo: la ditta “Antonio Ronconi ferri battuti” di Roma, cui sono affidati i lavori in ferro battuto per Montecitorio, la “Ceramica Florio” di Palermo, i cui prodotti sono presenti in quasi tutti gli arredi di Basile; la ditta “Vetrate artistiche G. Beltrami” di Milano, che esegue la vetrata policroma per il lucernario dell’Aula di Montecitorio; la ditta Haas di Vienna che realizza, sempre su disegni di Basile, il tappeto di casa Lemos; la “Figulina Artistica Meridionale” di Napoli e l’Opificio Serico di San Leucio del Marchese Mezzacapo che, per l’allestimento della Mostra “Napoli e Sicilia” alla V Esposizione di Venezia, eseguono, rispettivamente, i pannelli decorativi in maiolica e le stoffe per pareti e tendaggi. Il connubio, particolarmente felice e duraturo, con la ditta Carraffa di Palermo, specializzata in “apparecchi di illuminazione”, interessa anche alcuni “arredi particolari” realizzati da Ducrot senza la collaborazione di E. Basile. Fondamentale per la funzione di innovatore di Vittorio Ducrot è la sua disponibilità a uniformare parte della produzione del suo mobilificio alla ricerca di Basile di forme aderenti alle modalità costruttive. Risultato di questa intesa (che, relativamente al periodo in questione, rappresenta, anche a livello internazionale, uno dei rari episodi di riuscita mediazione fra profitto e cultura) è l’elaborazione di logici modelli, o “tipi” (classificati: “Torino”, quelli presentati all’Esposizione di Torino del 1902; “Intaglio papaveri”, “intaglio crostacei” e “carretto siciliano”, presentati a Milano all’Esposizione del 1906; “Faraglia” quelli del 1907) dai quali lo stesso Basile e, poi, l’Ufficio Tecnico derivano sistemi sicuri di funzionali mobili a basso costo che, prodotti in serie garantiscono l’estensione a più vasti strati sociali di quel programma di capillare riorganizzazione del visi-

bile in aderenza all’idea di “qualità” e “bellezza” democratiche, formulato dal movimento di rivalutazione delle arti applicate. All’origine della adesione di Ducrot al movimento modernista sono tanto moventi culturali quanto una precoce strategia imprenditoriale che in linea con alcune delle problematiche emerse in seno al Werkbund; egli, infatti, è rivolto, da un canto, alla conquista del mercato esistente tramite l’immissione di irrinunciabili prodotti innovativi d’alta qualità e, dall’altro, alla creazione della domanda strumentalizzando la tendenza al ricambio delle forme. All’immagine modernista della propria ditta, impressa da Basile ad ogni aspetto propagandistico, Vittorio Ducrot non avrebbe rinunciato neanche dopo la trasformazione, nel 1907, della sua impresa in Società per Azioni; un evento che avrebbe ridimensionato le scelte di Ducrot nel rispetto degli interessi di un Consiglio di Amministrazione che, sebbene in parte formato da artisti convertiti al modernismo, avrebbe optato per un graduale ritorno agli “stili illustri”, secondo i mutati orientamenti del mercato. Con i “tipi” progettati da Basile e dall’Ufficio Tecnico, Ducrot aveva esportato forme nuove, qualitativamente confrontabili con la migliore produzione europea, partecipando a quel clima di rinascita della economia siciliana che aveva visto, alla fine del XIX secolo il sorgere di una competitiva compagine industriale isolana. Risultato della potenza raggiunta dall’industria di Ducrot è il proliferare di succursali sul territorio nazionale e l’estendersi dei rapporti di lavoro con l’area mediterranea (e con alcune città sudamericane). Fra il 1910 e il 1930 in città come Roma, Milano, Palermo, Napoli, Venezia, Taormina, Genova, il Cairo, Istanbul, gli arredi di alberghi di lusso, casinò, circoli, teatri, sedi di importanti istituzioni pubbliche e private portano il marchio della fabbrica Ducrot, che in alcune città nordafricane istituirà una sorta di monopolio nel settore dei grandi incarichi. Il progressivo allontanamento di Vittorio Ducrot dalla compagine artistica palermitana va di pari passo con l’incremento del potenziale produttivo della fabbrica. Durante il conflitto 1915-18 Ducrot effettua la riconversione dei suoi

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opifici in fabbrica di idrovolanti cacciabombardieri, per conto dei governi inglese, francese e italiano; nel primo dopoguerra, pur ritornando al mercato libero dei mobili, indirizza gran parte dei suoi interessi nel settore navale, realizzando alcuni fra i più famosi arredi, concepiti con forme auliche tradizionali, dei transatlantici della Marina mercantile italiana. Imprenditore accorto, Vittorio Ducrot riesce a sottrarre la sua impresa al crollo, in buona parte indotto da cause esterne, dell’economia industriale palermitana, inserendosi, tra l’altro in altri settori produttivi, sempre nel campo delle arti applicate, anche se non parteciperà più alle manifestazioni espositive culturali (con il conseguente ridimensionamento, in chiave artigianale sul piano esecutivo, delle arti decorative moderne siciliane negli anni Venti). Il definitivo ritorno al “moderno” si verifica negli anni Trenta, quando a Vittorio si affianca il figlio Carlo come Direttore Artistico della fabbrica. È in questo periodo che la fabbrica palermitana introduce sul mercato nazionale alcuni fra i primi modelli di serie di mobili in tubolare metallico. Con la realizzazione degli arredi per la motonave del Loyd Triestino “Victoria” (su progetto di G. Pulitzer Finali e, in parte, dell’Ufficio Tecnico Ducrot) Vittorio Ducrot assicura alla sua impresa un posto nella storia del design italiano, contribuendo alla prima affermazione di quel “gusto moderno italiano” che, nel settore dell’arredo navale, rimarrà insuperato fino agli anni Sessanta. In coincidenza con le prime riduzioni di personale, dovute alla crisi che colpisce la fabbrica nel 1934, Vittorio Ducrot lancia una linea di mobili “Neo greci”, da lui stesso progettati, con eleganti e massicce forme novecentiste “analoghe”, assimilabili a certi arredi coevi di Ruhlmann e di Piacentini. Nel 1936 trasforma i due terzi della sua impresa in industria per la fabbricazione di aeroplani di linea, fondando in società con l’ing. G.B. Caproni la Società Aeronautica Sicula. Diversamente la fabbrica di mobili, duramente colpita dalla caduta delle commesse per arredi navali, seguita ai ritardatari contraccolpi italiani della crisi del 1929, nel 1939 viene rilevata da un gruppo finanziario genovese, capeggiato

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dall’ingegnere Tiziano De Bonis, che ne avrebbe provincializzato definitivamente la produzione del dopoguerra. Alla sua morte, avvenuta a Roma il 4 marzo 1942, oltre al titolo di Cavaliere del Lavoro, Grande Ufficiale del Regno e Vicepresidente dell’Aeronautica Sicula, conservava quello di Presidente della S.A. Ducrot. Sulla vita di Vittorio Ducrot si veda E. Sessa, Ducrot Vittorio, voce del Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma 1992, vol. XLI, pp. 764-766. Si veda E. Mauro, Cronologia, in Palermo 1900, catalogo della mostra, Palermo 1982, pp. 326-331. Fra le tante pubblicazioni dei primi tre lustri del secolo XX che attestano il successo riservato alla produzione Basile-Ducrot dalla critica specializzata nel settore si vedano: P. Levi, Artisti siciliani alla Esposizione di Torino, in «Giornale di Sicilia», 18-19 0tt. 1902; «Architectural Review», I, 1901, pp. 126, 127; Il Grand Hôtel Villa Igiea a Palermo, in «L’Edilizia Moderna», X, V, 1901, pp. 17-19, tavv. XXIV, XXV; R. Savarese, L’arte decorativa moderna in Sicilia, in «L’Arte Decorativa Moderna», II, 1, 1903, pp. 12-22; V. Pica, Mobili siciliani nuovi, in «Arte Italiana Decorativa e Industriale», XII, 2, 1903, p. 13 e segg.; G. Fuchs, F.H. Newbery, Exposition de Turin, 1902, Darmstadt 1903, pp. 233-235; A. Melani, L’arte decorativa all’Esposizione di Venezia: la sala piemontese, la sala meridionale, in «Arte Italiana Decorativa e Industriale», XII, 7, 1903, pp. 53-56; A.W.R.S., Sicily, in «The Studio», XXX, 127, 1903, p. 76 e segg.; V. Pica, L’arte mondiale alla V Esposizione di Venezia, Bergamo 1903, pp. 32-49; Idem, L’arte mondiale alla VI Esposizione di Venezia, Bergamo 1905, pp. 304, 306 e segg., 318 e segg.; Il Villino Florio in Palermo, architetto Ernesto Basile, in «L’Edilizia Moderna», XVI, VI, 1907, pp. 33, 34, tavv. XXIX-XXXI; Il caffè Faraglia a Roma, in «Emporium», XXVII, 127, 1908, pp. 158-162; T. Sillani, L’Aula del nuovo Parlamento, in «Vita d’Arte», 84, 1914, pp. 265272; S. Brinton, The new House of Parliament in Rome, in «The Builder», 1915, pp. 243-244. Nel 1908 un rovinoso incendio, che causava


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quattro morti, distruggeva gran parte degli stabilimenti e, quindi, anche l’ufficio riservato allo stesso Basile, con probabile perdita degli elaborati grafici esecutivi dei suoi progetti di arredi, solo in minima parte reperiti nel pur cospicuo corpus dei disegni conservati nella Dotazione Basile della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo e presso altri archivi dotati di materiali

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documentari dell’attività di Basile, fra cui l’Archivio della famiglia Basilea Palermo e quello della Camera dei Deputati a Roma. Esposizione di Catania 1907, Catania 1908. G. Marangoni (a cura di), Enciclopedia delle Moderne Arti Decorative. Il mobile italiano contemporaneo, Milano 1925, tavv. 55, 156-158.


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1. E. Basile, poltroncina in mogano per un salotto di palazzo Francavilla a Palermo, 1898, realizzazione del mobilificio C. Golia & C., Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 2. E. Basile, sedia-scaletta in quercia per la biblioteca di palazzo Francavilla a Palermo, 1899 ca., realizzazione del mobilificio C. Golia & C., Palermo (propr. Pecoraro, Palermo). 3. E. Basile, stanza da letto in acero niveo presentata alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902, realizzazione del mobilificio C. Golia & C., Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 4. E. Basile, poltrona “a movimento” in mogano, esemplare di serie (detta “tipo Torino”) sul modello progettato per il salotto in mogano presentato alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902, realizzazione del mobilificio C. Golia & C., Palermo (propr. Orlando, Palermo). 5. E. Basile, poltroncina in quercia, esemplare di serie (detta “tipo Torino”) sul modello progettato per la stanza da lavoro in quercia presentata alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902, realizzazione del mobilificio C. Golia & C., Palermo (propr. Di Cristina, Palermo). 6. E. Basile, divano della stanza da lavoro in quercia presentata alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902, realizzazione del mobilificio C. Golia & C., Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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7. Ufficio Tecnico Ducrot, scrivania in quercia della serie “tipo Torino”, 1904, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 8. E. Basile, bozzetto per il logo del mobilificio di Vittorio Ducrot, 1903 (coll. Mauro-Sessa, Palermo). 9. E. Basile, veduta prospettica del nuovo complesso delle Officine Ducrot a Palermo, 1906 (da Ducrot – Palermo – mobili e arti decorative, Edizioni Novissima, Roma 1906). 10. E. Basile, vetrina in acero niveo per la sala minore della «Mostra Napoli e Sicilia» alla V Esposizione d’ Arte di Venezia, 1903, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 11. E. Basile, poltroncina in mogano e cuoio sbalzato per la sala minore della «Mostra Napoli e Sicilia» alla V Esposizione d’Arte di Venezia, 1903, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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12. E. Basile, paravento in mogano matto con fondi in seta dipinti da S. Gregorietti, 1903 ca., realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 13. Ufficio Tecnico Ducrot, scrivania, mensola e poltroncina in mogano, 1903-1904, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 14. Ufficio Tecnico Ducrot, divano con specchiere, paravento (con stampe di A. Mucha) e tavolino in mogano, post 1903, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 15. Ufficio Tecnico Ducrot, divano in mogano con specchiera, 1903 ca., realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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16. Ufficio Tecnico Ducrot, tavolo da tè in mogano, post 1903, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 17. Ufficio Tecnico Ducrot, mobilino con cassetti a ribalta in quercia e paravento in mogano e limone, 1903-1904, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 18. E. Basile, poltroncina del salottino tipo “carretto siciliano” presentato all’Esposizione Internazionale del Sempione, Milano, 1906 realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 19. E. Basile, sala maggiore della mostra “Napoli e Sicilia” alla VI Esposizione d’Arte di Venezia, 1905 realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 20. E. Basile, sala della buvette del Grand Cafè Faraglia in piazza Venezia a Roma, 1906, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 21. Complesso delle Officine Ducrot in via P. Gili alla Zisa, fotografia aerea 1920 ca. (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo)

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22. Laboratorio dei modelli nel complesso delle Officine Ducrot in via P. Gili alla Zisa, Palermo, 1908 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 23. Sala macchine nel complesso delle Officine Ducrot in via P. Gili alla Zisa, Palermo, 1910 ca. (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 24. Gli operai delle Officine Ducrot all’inizio degli anni Venti del secolo XX (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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25. Ufficio Tecnico Ducrot, cassapanca in quercia per sala di ingresso, 1904 ca., realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 26. E. Basile e Ufficio Tecnico Ducrot, sedie economiche in faggio, in quercia e in mogano (la seconda da destra è un modello di serie progettato da Basile), 1904 ca., realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 27. E. Basile, magazzino di vendita Ducrot in via del Tritone a Roma 1910, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 28. D. Cambellotti, copertina del catalogo pubblicitario Ducrot – Palermo – mobili e arti decorative, Edizioni Novissima, Roma 1906. 29. Ufficio Tecnico Ducrot, poltrone in mogano con spalliera mobile, 1910 ca., realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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30. Ufficio Tecnico Ducrot, rilievo planimetrico con destinazioni d’uso del complesso delle Officine Ducrot in via P. Gili alla Zisa, senza data (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 31. D. Cambellotti, pubblicità della società Ducrot – mobili e arti decorative, post 1907 (da Croce Rossa, supplemento alla «Illustrazione Italiana», 1917). 32. Hangars per la costruzione degli scafi e delle ali e per il montaggio dei motori degli idrovolanti caccia-bombardieri prodotti fra il 1916 e il 1918 nelle Officine Ducrot in via P. Gili alla Zisa, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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33. Capannone di montaggio degli idrovolanti caccia-bombardieri prodotti fra il 1916 e il 1918 nelle Officine Ducrot in via P. Gili alla Zisa, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 34. Operaie della Sezione Intaglio e Tappezzeria nelle Officine Ducrot in via P. Gili alla Zisa, Palermo, 1920 ca. (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 35. Ufficio Tecnico Ducrot, salone di Prima Classe del piroscafo Esperia della Società Italiana di Servizi Marittimi, 1919-1920, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 36. G. Spatrisano e Ufficio Tecnico Ducrot, prospettiva del Salone d’Onore della turbonave Ausonia della Società Italiana di Servizi Marittimi, 1927 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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37. G. Spatrisano, nuovi Magazzini Ducrot in via Condotti a Roma, 1928 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 38. G. Pulitzer Finali e Ufficio Tecnico Ducrot, veranda di prima classe della motonave Victoria del Lloyd Triestino, 1930-1931, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 39. Ufficio Tecnico Ducrot, consolle in ferro battuto e marmo, specchiera in ferro battuto, 1930 ca., realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 40. Ufficio Tecnico Ducrot, ingresso della villa di Enrico Ducrot a Mondello, Palermo, 1933, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (coll. De Guttry, Roma).

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41. Ufficio Tecnico Ducrot, tavolino pieghevole in mogano e poltrona in tubolare metallico, 1931, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 42. Ufficio Tecnico Ducrot, studio tipo “neo greco”, 1939, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 43. Ufficio Tecnico Ducrot, stanza da letto in mogano, 1936, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 44. Ufficio Tecnico Ducrot, divano letto con sportelli e scaffali, 1936, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 45. Sala disegnatori dell’Ufficio Tecnico Ducrot nel complesso delle Officine Ducrot in via P. Gili alla Zisa, 1950 ca. (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 46. Ufficio Tecnico Ducrot, prospettiva del bar e living room dell’appartamento Fiorentino, Palermo 1961, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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47. G. Pulitzer Finali e Ufficio Tecnico Ducrot, night club dell’Albergo Excelsior a Trieste, 1949-1950, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 48. Ufficio Tecnico Ducrot, ingresso e sala esposizione del negozio Richard-Ginori in via Maqueda a Palermo, 1957, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 49. V. Monaco, A. Luccichenti, M. Marchi, prospettiva del salone delle feste di prima classe del transatlantico Leonardo da Vinci della Società di Navigazione Italia, 1959, realizzazione delle officine Ducrot, Palermo (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo)

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Sezione II – Approfondimenti


Le Tavole illustrative di fabbriche antiche, medievali e moderne e il metodo per la conoscenza dell’architettura Livia Realmuto

Nel 1992 la Dotazione Basile-Ducrot della Facoltà di Architettura1 ha acquisito nel suo patrimonio documentario le trentaquattro Tavole illustrative di fabbriche antiche, medievali e moderne originariamente facenti parte del patrimonio della Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri e Architetti dell’Ateneo di Palermo. Esse furono realizzate negli anni Ottanta del XIX secolo, con il coordinamento di Giovan Battista Filippo Basile, da Michelangelo Giarrizzo, assistente dello stesso Basile presso la cattedra di Architettura Tecnica ed Esercizi di Composizione Architettonica dal 1882 al 1889, insegnamenti allora unificati con quello di Storia dell’Architettura. Le tavole documentano in ciclo completo, dalla seconda metà degli anni Ottanta dell’Ottocento, il supporto integrato delle lezioni di Storia dell’Architettura di Giovan Battista Filippo Basile tenute, nell’ambito di Architettura Tecnica ed Esercizi di Composizione Architettonica, presso la Regia Scuola di Applicazione di Palermo dal 1875 al 1891. Gran parte delle rappresentazioni grafiche in esse contenute sono riscontrabili tra gli schizzi e i rilievi contenuti nelle lezioni, rimaste manoscritte2, di G.B.F. Basile e raccolte sotto il titolo Storia dell’Architettura in Italia preceduta dalle nozioni delle Architetture egiziana greca e pelasgica. Guida per le scuole di architettura, stilata negli ultimi anni di insegnamento3; ma per quel che riguarda l’esecuzione materiale delle tavole, l’artefice della restituzione grafica dei disegni è appunto Michelangelo Giarrizzo, come documenta la dicitura posta in basso

alle grandi tavole: «Lezioni di Architettura del Prof. G.B.F. Basile – M. Giarrizzo dis.». Figura estremamente qualificata, avvezza al rilievo e al disegno delle architetture antiche, Giarrizzo svolse per anni l’attività di rilevatore di antichità su incarico del governo italiano a Pompei e a Napoli, dove restaurò l’arco trionfale di Alfonso d’Aragona. Successivamente realizzò i rilievi per la pubblicazione Il duomo di Monreale, stampata tra il 1859 e il 1869, e, ritornato a Palermo, dal 1875 al 1881 fu assistente nei corsi di Disegno ed ornato e di Architettura elementare tenuti da Giuseppe Patricolo e da Giuseppe Damiani Almeyda presso la Facoltà di Scienze Fisiche Matematiche e Naturali. Successivamente, nel 1882 e fino al 1889, divenne assistente di G.B.F. Basile, ed è proprio in questi anni (1884-1885) che eseguì le trentaquattro Tavole illustrative di fabbriche antiche, medievali e moderne (con iconografie, alzati, sezioni, vedute prospettiche e particolari)4. Tali supporti grafici illustravano agli allievi le architetture antiche e moderne, ma anche le nuove tipologie edilizie trattate durante lo svolgimento dei corsi, secondo programmi didattici che miravano a formare una classe professionale in grado innanzitutto di progettare le nuove tipologie edilizie secondo principi riconoscibili. I soggetti riprodotti - fabbriche antiche, medievali e moderne rappresentate in proiezioni orizzontali e verticali, in sezioni, in prospettive -, ripercorrono tematiche fondanti dell’architettura nel corso dell’ampio arco temporale relativo allo svolgimento storico-

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didattico, con lo scopo di illustrare la trama degli stili, della distribuzione interna, delle tecniche del passato attraverso una scelta significativa delle produzioni architettoniche 5 – esemplari ma in alcuni casi anche insolite - di ciascun periodo, documentando infine le tipologie edilizie contemporanee e le problematiche ad esse connesse, come il modificarsi della distribuzione interna secondo nuovi principi funzionali o come le modalità di introduzione nelle unità abitative dei moderni impianti idrico-sanitari o di ventilazione e riscaldamento. Di grande dimensione (1,96x2,40 m), le tavole didattiche sono realizzate su supporti di tela di juta sui quali è stesa una preparazione di biancone (composto da una miscela di gesso dolce, colla di coniglio e bianco di titanio), dove successivamente all’asciugatura venne disegnato a matita l’abbozzo sommario, rifinito in ultimo con pigmento nero. La semplice bicromia del bianco e del nero rende le tavole, realizzate per essere poste a distanza sulle pareti dell’aula didattica, perfettamente leggibili e comprensibili a tutti gli osservatori, essendo tra l’altro prive di artifici di qualsiasi genere tali che potessero distrarre dalle finalità oggettive dell’insegnamento della storia dell’architettura e dei suoi componenti. Il percorso illustrativo-didattico delineato da Basile prende avvio dall’architettura egiziana, quindi da quella greca e romana, proseguendo poi attraverso il medioevo fino al rinascimento e alle architetture d’età moderna, con approfondimenti per i vari periodi della storia d’Italia fino a documentarne i caratteri distintivi regionali, come per esempio quelli dell’architettura siciliana, essendo egli partecipe, con le proprie opere, del dibattito che si sviluppava in quegli anni nell’Italia unita sulla scelta di uno stile nazionale. Strenue ricercatore e teorico di un metodo che potesse dare vita ad un linguaggio nuovo nell’architettura e nelle arti, Giovan Battista Filippo Basile propugnava, e praticava, la necessità di un’indagine oggettiva delle

architetture siciliane antiche e medievali, nelle quali riscontrava caratteri unici, frutto di 6 avanzamenti originali . Questa attenzione si evince dai temi trattati nel programma delle sue lezioni e di conseguenza nelle numerose architetture siciliane antiche e medievali illustrate nelle tavole didattiche, come quelle riprodotte nella tavola XIX, dedicata interamente all’architettura siciliana, tra cui figurano la Cuba (alla figura 7) e la Cubola (alla figura 10) tratte dai rilievi pubblicati da Girault De Prangey nel suo Essai sur l’Architecture des arabe set des mores en Espagne, en Sicilie, et 7 en Barbarie del 1841 . Oltre che un documento di conduzione della didattica, le tavole quindi rappresentano anche una testimonianza della costante ricerca puntata alla definizione dei caratteri distintivi dell’architettura storica sviluppata da Basile durante tutta la sua docenza; ma la loro eccezionalità non risiede solo nell’essere testimonianza di un metodo didattico-teorico, in quanto la realizzazione di tali supporti era un elemento necessario e comune ai corsi di architettura dell’Ottocento e fino ai primi del Novecento. Col passare del tempo tale metodologia didattica è stata sostituita a causa di vari fattori, non ultima la diffusione delle nuove tecnologie visuali che permettevano una più facile e comoda lettura didattica; cadendo in disuso, molte delle tavole sono andate disperse. Il ciclo delle trentaquattro Tavole didattiche dell’Ateneo palermitano è stato preservato, rimanendo integro e inalterato quale pressoché unico corpus didattico ottocentesco. Le Tavole didattiche rivestono, quindi, un ruolo rilevante nella conoscenza dell’insegnamento dell’architettura in quanto, per la loro integrità, sono un documento autentico e diretto del metodo tramite il quale la storia dell’architettura veniva organizzata scientificamente ed elaborata per poi essere trasmessa ai giovani allievi. Le Tavole disegnate da Michelangelo Giarrizzo sono

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Livia Realmuto - Le Tavole illustrative di fabbriche antiche, medievali e moderne

state restaurate nel 1992 con un finanziamento della Provincia Regionale di Palermo. Per procedere al restauro, le tele sono state liberate dai telai e da vecchie fodere e toppe sovrappostesi negli anni per interventi di riparazione e manutenzione; successivamente è stata effettuata la pulitura dello strato costituito dal biancone e il consolidamento del colore, mantenendo naturalmente l’abbozzo a matita eseguito da Giarrizzo come base del disegno definitivo. In seguito le tavole sono state ricomposte attraverso la reintelaiatura e la foderatura con doppia tela di puro lino. Solo dopo queste operazioni è stato possibile procedere con la stuccatura delle lacune e il trattamento di neutralizzazione cromatica del 8 nuovo intervento .

Originariamente collocate nell’aula magna della Regia Scuola per Ingegneri e Architetti di Palermo, le tavole si trovano esposte nella sede della Facoltà di Architettura, in alcuni ambienti del I piano adattati alla nuova destinazione di “Galleria delle tavole didattiche” (realizzata su progetto di Tilde Marra e con la collaborazione di Armando Barraja), dove si trova allestita dal 2013 (per volontà del Magnifico Rettore, Roberto Lagalla, e con la cura scientifica di Ettore Sessa ed Eliana Mauro) la mostra permanente di una selezione dei disegni dell’archivio della Collezione Basile e dei materiali dell’archivio della Collezione Ducrot (acquistato dall’Università degli Studi di Palermo nel 1971).

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Per i fondi citati, che fanno parte del patrimonio archivistico della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, si veda E. Sessa, Collezioni Basile e Ducrot, Facoltà di Architettura, Università degli Studi di Palermo, infra. Il manoscritto è stato pubblicato postumo da A. Samonà nel volume 1. L’eclettismo del secondo ottocento. G. B. Filippo Basile, la cultura e l’opera architettonica teorica didattica. 2. G.B. Filippo Basile, Storia dell’architettura in Italia. Guida per le scuole d’architettura. Pubblicazione di inedito, Palermo 1983. A. Samonà, Lezioni di Storia dell’Architettura in Italia, in M. Giuffrè, G. Guerrera (a cura di), G.B.F. Basile. Lezioni di architettura, Palermo 1995, pp. 15-18. E. Sessa, Biografia di Michelangelo Giarrizzo, ivi, p. 173.

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È il caso della casa-colonna realizzata come folie nel parco settecentesco del Desert-deRez in Francia. E. Mauro, Giovan Battista Filippo Basile, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di Architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 7-17. G. De Prangey, Essai sur l’Architecture des arabe set des mores en Espagne, en Sicilie, et en Barbarie, Paris 1841, pp. 78-80. Studioso a lui contemporaneo, De Prangey rilevò e analizzò le architetture siciliane in raffronto con quelle andaluse.. M.E. Sottile, Il restauro delle tavole, in M. Giuffrè, G. Guerriera (a cura di), op.cit., pp. 215-218.


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1. Le tavole didattiche appese alle pareti dell’Aula magna della Regia Scuola per Ingegneri e Architetti di Palermo sita in via Maqueda. In fondo, si vedono i busti bronzei di Giovan Battista Filippo Basile e di Ernesto Basile (Archivio Dante Cappellani, Palermo). 2. Galleria delle Tavole Didattiche della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, nella Città Universitaria (foto L. Realmuto, 2012.). 3. Tavola II – Architettura dorica. 4. Tavola XI – Architettura romana. 5. Tavola XIX - Architettura siciliana. 6. Tavola XXVII - Edifici moderni, dimensionamento delle camere e impianti speciali.

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Le tecniche del disegno Giuseppe Verde

Con l’avvento della Rivoluzione Industriale, l’Europa fu interessata da vivaci fermenti culturali capaci di produrre una ventata di novità non solo nelle forme e nelle strutture, ma anche nell’ambito della rappresentazione grafica dell’architettura. Le grandi scuole nazionali avevano prodotto una notevole quantità di trattati di disegno a stampa, che già dalla metà del Seicento circolavano nelle biblioteche, sia delle famiglie nobili, sia in quelle degli istituti religiosi che dedicavano parte del proprio tempo all’insegnamento. In questo contesto temporale la Sicilia, posizionata al centro del bacino del Mediterraneo, si poneva in una posizione privilegiata per gli scambi commerciali in quanto da essa passavano le navi che veicolavano le merci tra Europa, Africa e Asia, oltre a quelle che transitavano verso l’America. Quanto a Palermo, data la straordinaria presenza di un’ampia comunità anglosassone, nel XIX secolo si venne a trovare in una posizione economica e culturale privilegiata. Nella capitale siciliana, infatti, nella prima metà dell’ottocento Giovan Battista Filippo Basile cresce all’interno dell’Orto Botanico1: un ambiente culturale particolarmente stimolante dove viene ‘adottato’ e avviato agli studi dal direttore Vincenzo Tineo che aveva riconosciuto nel giovane grandi potenzialità2. Qui oltre agli studi classici e di botanica apprende le prime regole della rappresentazione, specialmente di quella ‘dal vero’, che gli permetteranno di esprimere la ‘forza della forma’3. Questa ‘forza’, discendente da un’ottima conoscenza e dominio delle tecniche della rappresentazione, gli consentirà di produrre elaborati grafici

di notevole impatto visivo. Nei suoi disegni, di espressione accademica contemporanea pregna di istanze innovatrici prodotte dalla società industrializzata, si evidenzia un’ottima conoscenza delle proiezioni ortogonali e delle rappresentazioni prospettiche oltre alla teoria delle ombre. Questo bagaglio di nozioni era stato costruito grazie agli studi presso la Facoltà di Scienze Fisiche e Matematiche, sezione Architettura, dove aveva seguito il corso di architettura del prof. C. Giachery e il corso di disegno del prof. G. Scaglione, ottenendo, nel 1846, la laurea in architettura. Nel 1847 proseguiva e approfondiva i suoi studi alla Sapienza di Roma; qui oltre allo studio dei monumenti antichi su cui si esercitava nel rilievo e disegno dal vero, aveva seguito anche il corso del prof. Carlo Sereni docente di “geometria descrittiva e sue applicazioni”4. Forte di queste competenze Basile torna a Palermo, dove riprende, in particolare ad Agrigento, l’attività di studioso rilevatore di antichità classiche. Già nei suoi primi elaborati grafici traspare questa preparazione europea, e la sua adesione ai principi semperiani5, che traspaiono tra le righe del suo testo Metodo per lo studio dei monumenti, dato alle stampe nel 1856. In esso scriveva: «l’artista nel parossismo della creazione, divenuto superiore all’ordinario, acquista vitalità sublime, e in tale stato passeggero di perfezionamento, è capace di trasfondere la idea col moto della linea, e perché allora il suo braccio non è mosso da fredda volontà, ma da una forza eminentemente sublime, a cui solo è dato potere colla materia rappresentare l’Idea, che è di natura opposta e contraria». È palesata

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una forte predilezione per la rappresentazione prospettica a scapito delle proiezioni ortogonali: «il mezzo geometrico delle projezioni, che oggi adoprasi dagli architetti per la rappresentanza delle Idee, tradisce quest’ultime, 1° in rapporto all’armonia delle distanze, 2° in riguardo a quella delle proporzioni, 3° in rapporto al quantitativo delle occultazioni». L’architetto afferma altresì che, nella nostra visione, gli oggetti allontanandosi dall’osservatore si riducono dimensionalmente e i loro rapporti metrici, come anche quelli proporzionali, dipendono dalla loro posizione nello spazio; contestualmente la visione nella rappresentazione, necessaria alle maestranze, appare falsata in proiezione ortogonale6. Peraltro lo stesso G.B.F. Basile mette in discussione la sequenza degli elaborati nella stesura del progetto, redarguendo l’architetto che, «disposta una linea quale fondamentale», imposta il proprio disegno iniziando da una sezione orizzontale, asserendo «che ogni pianta è capace di infinite elevazioni»7. La linea dinamica per il nostro autore assume un ruolo non di mero segno statico su un supporto cartaceo, ma diventa il “segno”, che in funzione del ruolo e della parte in cui esso viene tracciato a comporre il soggetto, può cambiare spessore per dare tridimensionalità all’apparato, all’architettura nello spazio, attraverso la posizione virtuale o reale posizione di una sorgente luminosa. Quest’immagine è completata da sfumature imposte dalla presenza di fonti luminose che, scivolando su superfici quasi mai perfettamente piane, determinano una corretta e sorprendente varietà cromatica creata anche da un semplice tocco di matita che accosta a una prima linea una seconda, più marcata. Molta della ricerca di G. B. F. Basile era indirizzata al rilievo dei monumenti antichi, e i materiali elaborati nell’ambito di questo impegno sono stati poi riversati nella sua attività didattica e in particolare nelle lezioni di ‘Architettura Tecnica’ e ‘Storia dell’architettura in Italia’. Nell’ambito di quest’attività didat-

tica quale titolare del corso di ‘Architettura decorativa’ per l’anno accademico 1859-60, tra gli argomenti trattati particolare rilievo assume la ‘Teoria delle ombre’ secondo l’insegnamento di F. Le Roy8. Nei suoi disegni di prospetto G. B. Filippo Basile inserisce sempre le ombre, disegnate canonicamente con raggi provenienti dalla sinistra dell’osservatore, con un angolo di 45 gradi rispetto al piano orizzontale e nelle sue prospettive, come la cultura contemporanea imponeva, introduce la figura umana e il contesto in cui l’opera sarebbe stata inserita. Nel 1857 nasce Ernesto, primo dei suoi tre figli maschi e unico seguace delle orme paterne. La sua formazione inizia fin da giovane con un padre già ampiamente riconosciuto e apprezzato quale docente e attivo professionista. Appena undicenne, nel dicembre 1868 si era messo in luce, realizzando alcune vedute assonometriche che gli erano valse un premio alla Prima Esposizione di Arti e Industrie organizzata dal Casino delle Arti9. Il momento storico è particolarmente fecondo su scala internazionale mentre si constata il declino definitivo del classicismo, cui anche G.B. Filippo Basile aveva aderito. Ernesto, appena laureato, ebbe la possibilità di partecipare all’elaborazione dei progetti che il padre aveva in cantiere, esercitandosi nelle diverse tecniche di rappresentazione. In quel periodo storico il disegno assonometrico era «assente nella rappresentazione dell’architettura fino a quando il Movimento Moderno e il Neoplasticismo non ne rivalutarono la valenza espressiva, svincolandolo dal campo del disegno di macchine e da quello della produzione industriale»10. Ernesto studia a Palermo, dove, nel gennaio 1879, si laurea. Nel 1892 subentra al padre nell’insegnamento di Architettura Tecnica presso la Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri dell’Università degli Studi di Palermo. Erano già i primordi del nuovo, e nel disegnare si poteva constatare la prevalenza del

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‘coloristico’ sul ‘disegnativo’, del ‘dipinto’ sul ‘disegno’11. Camillo Boito attribuiva al disegno a mano libera un ruolo superiore rispetto a quello geometrico, tesi questa ampiamente condivisa da entrambi i nostri architetti. Boito affermava che: «fuori dall’Italia (...) un architetto, che non sapesse disegnare con garbo l’ornato e la figura, e tracciare speditamente le prospettive degli edifici, e schizzare con elegante facilità i propri concetti architettonici, non parrebbe un’artista, tanto il disegno sembra il linguaggio dell’arte. Lo schizzo a mano libera è infatti la vera essenza del progetto di architettura (...) tracciato (...) diventa norma del comporre»12. Divenuto uno dei principali protagonisti della lunga stagione dell’Art Nouveau italiana, Basile ci lascia “Architettura: dei suoi principi e del suo rinnovamento”, iniziata nel 1882 a Roma e pubblicata postuma. A quest’opera affida le proprie idee a proposito di progetto, progettisti e rappresentazione grafica, corredandola con numerosi schizzi di concetti di geometria esplicativa sui rapporti ottici fra serie di linee rette parallele e sistemi di costruzioni prospettiche, di profili e sagome architettoniche e di elementi di facciata. In questo suo ‘manifesto’, fin dall’introduzione, si evince un tono accusatorio nei confronti di quei professionisti che sviluppano la propria architettura copiando da testi, e che assemblano elementi diversi al fine di comporre un progetto. Annota che «il disegno, questa parte così essenzialmente personale per cui in modo più vivo e diretto può manifestarsi il sentire dell’artista, fiacchissimo o trascurato o condotto con un fare tutto falso e lontano assai da quello a cui per natura dello scopo suo dovrebbe invece attenersi»13. La sua opera afferma essere condizionata e ispirata dal contesto ambientale, così diverso dal resto d’Italia, e annota che «nel Mezzogiorno d’Italia vi sono armonie di colori che la penna non giunge a descrivere, né il pennello a ritrarre. I delicati contorni spiccano netti nell’azzurro profondo del cielo. La luce viva di queste om-

bre intense e decise che fanno risaltare ogni più fine andamento della forma»14. Predilige la linea tracciata a mano libera piuttosto che quella rigida geometrica frutto di righe e compassi, ne sollecita l’utilizzo per esprimere al meglio la personalità dell’artista. Attribuisce alle linee orizzontali o verticali, caratteri diversi: le prime di ‘tranquillità e riposo’, le seconde ‘di forza’, in quanto dalla loro unione si generano i piani; dall’insieme di queste composizioni è possibile desumere la personalità e la capacità progettuale dell’artista. Quasi precorrendo i tempi, contesta le operazioni di copiatura eseguite da quegli architetti che mettendo insieme sempre le stesse forme a scale anche diverse, organizzano progetti, senza un «benché minimo suo sentimento. Si potrebbe adoperare una macchina, il risultato sarebbe lo stesso»15. Ernesto, nonostante contesti l’accademismo, nei suoi elaborati grafici è più accademico del padre; anch’egli inserisce nei prospetti la figura umana quale elemento di misura e in unica tavola di presentazione impagina le piante dell’edificio. I suoi schizzi, oltre ad essere eseguiti in proiezioni prospettiche, in qualche caso sono tentativi non ben disegnati di proiezioni assonometriche ortogonali; esempio di questo metodo di rappresentazione è la visione iposcopica delle strutture dell’Ossario di Calatafimi, redatta a Roma nel 1889. Era il periodo in cui nella capitale cominciava a essere utilizzata la proiezione assonometrica anche per i disegni di architettura. Analogamente a quanto faceva suo padre, si cimentava nella redazione di tavole di presentazione dei suoi progetti e nei modelli accademici canonici, in cui oltre ad una prospettiva con contesto ed ombre, qualche volta acquerellata, veniva inserita, in basso, una pianta a scala ridotta dello stesso edificio, cosa che lui aveva contestato agli architetti inglesi16. Le sue prospettive erano disegnate tutte con asse ottico orizzontale e quadro verticale,

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con punto di vista posto in genere ad altezza umana anche se in alcuni casi la sua opera consente di constatare l’uso di prospettive con osservatore posto molto in alto per costruire una visione ‘a volo d’uccello’ corredata dal contesto, ed altre con punto di vista piuttosto basso. Tutte le sue elaborazioni presentavano in genere l’ombra creata da sorgenti luminose poste alla sinistra, dietro l’osservatore e solo in rari casi - in genere nelle prospettive - la sorgente era posta a destra, sempre dietro l’osservatore, «trattata con raffinata trama rigata che non nascondeva i segni macroscopici delle pareti oscurate»17. Scorrendo gli elaborati conservati presso l’archivio delle Collezioni Basile e Ducrot si riesce a riconoscere la sequenza relativa alla loro stesura. Dopo aver importato dallo schizzo prospettico lo schema, in genere modulare, del disegno l’autore passa alla disposizione degli elementi di dettaglio, procedendo da sinistra verso destra; successivamente vengono inserite le ombre e il colore seguendo lo stesso criterio, completando solo una parte

dell’elaborato grafico e lasciando spesso il disegno incompleto. Grazie alla sua modularità, l’occhio attento, ne riconfigura l’intero prospetto che sarà completato in toto solo nella riproduzione per l’elaborato tecnico. Anche nello schizzo degli arredi l’ombra é sempre studiata ed inserita considerando la medesima posizione della sorgente. Nel progetto per l’Ossario dei caduti nella battaglia di Calatafimi del 1885, l’inserimento delle ombre è stato applicato anche alle piante; in questo caso la sezione con un piano orizzontale viene completata indicando, attraverso la dimensione dell’aggetto delle ombre, il punto esatto in cui era stato posto il piano di taglio. Ernesto, rispetto al padre, aveva raggiunto una maggiore e completa conoscenza delle tecniche di rappresentazione, tanto da trovare tra le ‘pieghe’ dei suoi elaborati, accenni alla riflessione su superfici liquide, assonometrie ortogonali, prospettive con quadro non verticale, applicandole nella stesura dei suoi elaborati di progetto per renderli più ‘vere’ per il committente.

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I padiglioni, eseguiti alla fine del Settecento su progetto del francese Léon Dufourny, in seguito ai moti del 1820 avevano subito ingenti danni, per cui Tineo si era adoperato per il restauro. A. Samonà, 1. L’eclettismo del secondo ottocento. G. B. Filippo Basile, la cultura e l’opera architettonica teorica didattica. 2. G.B. Filippo Basile, Storia dell’architettura in Italia. Guida per le scuole d’architettura. Pubblicazione di inedito, Palermo 1983, p. 15. E. Mauro, Giovan Battista Filippo Basile, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, p. 7. A. Samonà, 1. L’eclettismo del secondo ottocento..., cit., p. 15.

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E. Mauro, Giovan Battista Filippo Basile, cit., p. 7. G. B. F. Basile, Metodo per lo studio dei Monumenti, Palermo 1861, p. 8. Afferma inoltre «il disegno in projezione ammette difatti un punto di vista all’infinito, il che realmente significa che mai ne ammette uno veramente determinato». Ivi, pp. 8-10. M. Inzerillo, G. Verde, Storia dell’insegnamento del Disegno, Palermo 2006, p. 204. E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, p. 18. N. Marsiglia, Disegnare il proprio tempo, in E. Mauro, E. Sessa, (a cura di), Dispar et unum, 1904-2004. I cento anni del villino Basile, Palermo 2006, p. 330. F. Negri Arnoldi, S. Prosperi Valenti Rodinò, Il disegno nella storia dell’arte italiana, Roma


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2003. C. Boito, Architettura del medioevo in Italia con una introduzione sullo stile futuro dell’architettura italiana, Milano 1880, p. 84. A. Catalano, G. Lo Jacono, Ernesto Basile. Architettura dei suoi principii e del suo rinnovamento, 1882, Palermo 1981, p. 22.

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Ivi, p. 23. Ivi, p. 77. Ivi, p. 98. S. Santuccio, Gli esordi del secolo, in C. Mezzetti (a cura di), Il Disegno dell’architettura italiana nel XX secolo, Roma 2003, p. 83.


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1. G.B. Filippo Basile, tavola allegata al volume Metodo per lo studio dei Monumenti, 1861. 2. E. Basile, prospetto della Palazzina Orioles, 1882 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 3. E. Basile, pianta dell’Ossario dei caduti nella battaglia di Calatafimi, 1885 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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I viaggi di studio di Ernesto Basile Eleonora Marrone

Le pubblicazioni e gli studi su Ernesto Basile vengono avviati ben presto1, e da principio coincidono con la fortuna critica e la diffusione delle immagini delle sue opere2 che ebbero maggiore riverbero nell’ambito del dibattito architettonico nazionale e internazionale3 e nella circolazione delle immagini moderniste, più in generale. È proprio alla storiografia e alla critica estera che, per iniziare, si fa riferimento, sia perché offrono un punto di osservazione sufficientemente lontano nello spazio e nel tempo, sia perché costituiscono esse stesse un documento utile a indagare sui percorsi professionali e culturali, sull’intreccio di relazioni, conoscenze ed interessi, che hanno visto Ernesto Basile viaggiare con assiduità, spingendosi anche fuori dal territorio nazionale. In questo senso, il primo contributo che apre la visuale ad una prospettiva più ampia, attraverso un’opera di carattere generale, è History of Modern Italian Art di A. Rollins Willard, che nel 1898 fornisce, se pur con una breve ma ancora attualissima ed illuminante nota biografica, notizie sulla sua formazione «nelle scuole italiane tecniche e di architettura» e sui suoi lavori romani e siciliani, non mancando di accennare all’incarico brasiliano, sul quale l’autore sembra avanzare dei dubbi4. Da quel momento in poi, gli studi sono numerosi e rilevanti. Volti a evidenziare diversi aspetti dell’attività di Ernesto Basile, talvolta hanno approfondito temi già esplorati o, in alcuni casi preziosi, hanno sollevato dubbi e suggerito filoni di ricerca. Perché, dunque, studiare Ernesto Basile

oggi? Alla luce dello stato degli studi odierni si potrebbe ritenere che possa essere stato detto tutto. Tuttavia, ci sono diversi ambiti che si offrono ad ulteriori indagini. Tra questi, vi è quello dei viaggi, non irrilevante, per diverse ragioni. Una di queste, è quella più interna ed è strettamente legata alla natura stessa dell’architettura e dei luoghi: solo entrando dentro gli spazi, girandoci attorno, osservando il mutare delle ombre col variare della luce, cogliendo il colore dei materiali e dei contesti, osservando la gente muoversi e “modificare lo spazio”, si può fare un’esperienza attiva, sincera e diretta, riducendo i filtri posti fra il fruitore e l’opera. Se non è difficile sapere, attraverso le letture5 consultate da Basile, di quale patrimonio di immagini egli disponesse, al contrario, pur sapendo che ha viaggiato, andando in luoghi che potremmo chiamare “strategici” per le vicende architettoniche europee a lui contemporanee, nelle quali - è opportuno dire - si trovava dentro, non è stato, ad oggi, documentato in modo sistematico quali architetture e spazi egli abbia effettivamente visitato e chi abbia incontrato nelle sue mete. Lo studio dell’archivio di Ernesto Basile (che nonostante alcune lacune - si pensi all’esigua quantità di corrispondenza a noi pervenuta - è uno dei più cospicui fra quelli del Novecento italiano) ha consentito di potere avviare un’indagine sugli spostamenti, le mete di viaggio, le impressioni, le tappe, gli appuntamenti, puntualmente annotati nei taccuini e nelle agende personali. Basile stesso parla di viaggi e ne organizza. Egli ne scrive, ad esempio, quando for-

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

nisce un reportage dall’Esposizione di Parigi del 1878, oppure quando, in un modo per certi aspetti ancora più significativo, racconta di Un viaggiatore italiano del secolo XVI, che parte «dall’estremo della Sicilia al lembo delle Alpi», scritto dal quale lo studio dei suoi viaggi ha inizialmente tratto spunto. Un’attenzione particolare all’interno del tema generale, è stata certamente richiesta dall’occasione del viaggio del 1888 a Rio de Janeiro, che vede Basile incaricato della progettazione per la Nuova Avenida de Libertaçao, nella capitale brasiliana, a ridosso del cambio di regime, a seguito del quale questo importante lavoro viene interrotto6. Per questo motivo gli studi sono stati estesi alla cartografia di Rio de Janeiro ed alla storia urbanistica della città. Le carte storiche di Barcellona, Parigi e di altre mete europee, per il solo periodo relativo ai viaggi esteri di Basile, quindi per un periodo compreso fra gli anni 1876 e 1900, rientrano tra gli utili strumenti di questo lavoro. L’indagine è stata svolta su tutto l’arco di attività - dal 1876, anno del primo viaggio di studio documentato, ed effettuato con il padre Giovan Battista Filippo Basile, alla volta di Parigi, passando per diverse città italiane, al 1932 – e ha avuto come principale sfida metodologica la sua profonda natura multidisciplinare. In prima istanza coinvolgendo la storia dell’architettura, la scienza archivistica e l’odeporica, quindi molte altre discipline. Si è analizzata la produzione scritta di Ernesto Basile relativamente ai viaggi, evidenziandone le continuità e le discontinuità in relazione alla più vasta produzione architettonica. In merito a quest’ambito, esce fuori un quadro che getta una luce soprattutto sugli esordi e il clima particolarmente favorevole per una classe di giovani artisti e professionisti, che si raduna intorno alla redazione del periodico scientifico, letterario e artistico palermitano «Pensiero ed Arte», e che si fa strada, a volte guidata per mano dai predecessori, altre in opposizione alle voci più ufficiali e

tradizionali delle accademie. La funzione di guida, in questo caso, è certamente quella del padre, Giovan Battista Filippo Basile, ma questa guida viene affiancata da altre figure di rilievo, quali ad esempio quella di Gaetano Giorgio Gemmellaro, di cui si documenta puntualmente una delle attività laboratoriali svolte per la Regia Scuola di Applicazione per gl’Ingegneri di Palermo. I primi viaggi sono viaggi di esplorazione e studio lungo il territorio italiano, con qualche puntata a Parigi, dove il giovane Ernesto conosce Garnier. Anche l’esperienza del militare viene usata dall’appena laureato Ernesto Basile come pretesto per un lungo e approfondito sopralluogo nell’Italia centrale, tra la Campania e l’Abruzzo, alla ricerca di segni di “antico”, e ogni genere di traccia storica sul paesaggio costruito. Gli appunti sono numerosissimi e vengono accompagnati da disegni tanto piccoli quanto accurati, delle miniature, poste a margine delle lettere che egli spedisce alla famiglia. Appena qualche anno dopo, questo bagaglio di immagini, unito al desiderio di un approfondimento, lo spingerà a indirizzare le escursioni tecniche della Regia Scuola romana, avendone la facoltà in qualità di docente incaricato, dando l’avvio in Italia al filone degli studi sull’architettura spontanea e sui centri minori. È così che dalla pratica delle escursioni tecniche si passa ai veri e propri viaggi d’istruzione, documentati dagli annuari di quegli anni. La figura di Ernesto Basile come viaggiatore procede quindi di pari passo con quella del professionista, dell’architetto che va dove gli incarichi lo chiamano e dove egli ritiene davvero opportuno andare. I tempi e gli spostamenti sono generalmente lunghi e prendono una media di venti giorni per ogni viaggio estero. Sono anni che lo vedono andare in posti particolarmente caldi per l’architettura contemporanea, con un tempismo da vero professionista, quale è. Con dei colpi fortunati, anche, come capita per la sosta a Barcellona nel 1888 sulla via del Brasile. E con

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Eleonora Marrone - I viaggi di studio di Ernesto Basile

dei colpi mirati; è questo il caso emblematico dell’ancora misterioso viaggio a Vienna nel 1898. L’anno della Secessione Viennese. Non è un viaggio che viene dal nulla. La conoscenza di quello che accadeva era veicolata dagli articoli sulle riviste, come si sa, ma certamente anche dai rapporti con altri artisti e professionisti che hanno tra i propri fulcri culturali Roma, città a cui Ernesto Basile resterà legato per tutta la vita, se consideriamo anche l’enorme e lunghissimo incarico di Montecitorio. È lungo le vie della ricerca dell’antico e del contemporaneo che Ernesto Basile dipana tutta la sua vicenda progettuale e indirizza gli studi, le escursioni, le letture. Il contatto con l’antico, da buona tradizione post-illuminista e positivista, è sempre diretto, egli non si accontenta di superficiali acquisizioni frutto

dello sguardo altrui. È ovviamente un grande lettore, ma la scuola palermitana di cui è pienamente figlio lo aveva istruito alla cultura del disegno come scienza, come mezzo di indagine, come strumento per la resa dell’idea, sulla via della realizzazione. E un altro incarico emblematico lo metterà sulla strada dell’antico, portandolo dapprima in Egitto, quindi in Grecia, nel 1895. I viaggi analizzati, come si vede, sono ampi, eterogenei e straordinariamente documentati, anche se non sempre con le parole sotto forma di diario, ma spessissimo con le immagini dei suoi schizzi di viaggio. Gli esiti complessivi, anche alla luce dei raffronti con altri viaggi di architetti contemporanei a lui coevi, gettano una interessante luce sulla controtendenza del viaggio dal Sud e non verso il Sud, così come da tradizione del Grand Tour.

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i veda la prima biografia, pubblicata quando S aveva trentadue anni: A. De Gubernatis, Ernesto Basile, in Dizionario degli Artisti Italiani viventi, Firenze 1889, pp. 39-40. Si veda al riguardo il Repertorio Bibliografico dei Disegni Pubblicati, in E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo, 2002, pp. 447-449. Di cui si riporta qui la bibliografia, limitatamente all’arco temporale di attività di Ernesto Basile. Si vedano, quindi: F. O. Schulze, Ernesto Basile und das Denkmal der Schlacht von Calatafimi, in «Deutche Bauzeitung», XXIII, 92, 17 november 1888, pp. 553, 558, ill. p. 559; Idem, Von Wettbewerb um den Parlamentspalast in Rom, in «Centralblatt der Bauverwaltung», X, 15, 12 April 1890, pp. 145-47, con ill.; Idem, Ingenieur und Architektentage und ArchitekturAusstellungen in Italien, in «Deutche Bauzeitung», XXIV, 38, 10 Mai 1890, pp. 225-28, con ill.; Idem, Die Bauten der nationalen Austellung von 1891 in Palermo, in «Centralblatt der Bauverwaltung», X, 33, 16 August 1890, pp. 332-333, con ill.; Die Bauthantigkeit der Stadt Rom und die Ausstellung des Bauweswns auf der Gewerbe-Ausstellung der Stadt 1890, in «Deutche Bauzeitung», XXV, 64, 12 August 1891, pp. 387-390, con ill.; Teatro Massimo in Palermo, in «The Builder», 4 january 1896, p. 16, con ill.; A. Rollins Willard, History of Modern Italian Art, London-New York-Bombay,

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1898, pp. 570-73; Villa V. Florio, Palermo, Professor Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, in «Academy Architecture and Architectural Review», vol. 18, 1900, I part, p. 127; Ernesto Basile, Architect, Palermo, in «Academy Architecture and Architectural Review», vol. 18, 1900, II part, p.78; Villa V. Florio, Palermo, Professor. Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, in «Academy Architecture and Architectural Review», ivi, p. 82; Villa Igiea Grand Hôtel, Palermo, Professor Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, in «Academy Architecture and Architectural Review», vol. 19, 1901, I part, pp. 126, 127; A. W. R. S., Sicily, in «The Studio», XXX, 127, 1903, pp. 76-78; G. Fuchs, F. H. NewBery, Exposition de Turin 1902, Darmstadt, 1903, pp. 233-235; A. Melani, Die Moderne Architecture in Italien, in «Der Architekt», IX, 5, 1903, pp. 19-22, Tafel 17; G. Soulier, La Cinquième Exposition International d’Art à Venise, in «L’art Decoratif», Juillet 1903, pp. 124-26; A. Melani, Die Moderne Italienische Architektur, in «Der Architekt», XII, 1906, pp. 13-16; Idem, Italian Art at the Milan Exibition, in «The Studio», 38, 160, July 1906, pp. 147-156; G. Tutino, Ernesto Basile, in U. Thieme, F. Becker, Allgemeine Künstler Lexikon, vol. II, Leipzig, 1907, p. 596 e sgg. (tr. it.); Igiea. Guide de Palerme, in «La Sicile Illustrée», Palermo 1909-1910, pp. 44-64; S. Brinton, Sartorio’s decorative frize for the new hall


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of Parliament at Rome, in «The Builder», CIV, 6112, may 1913, pp. 625-27; Papers by Command, Volume 20, London, 1914, p. 7; Idem, The new House of Parliament in Rome, in «The Builder», CVIII, march 1915, pp. 243-44. Affermando che: «Si dice che egli sia l’autore di importanti lavori a Rio de Janeiro». Tratto da A. Rollins Willard, op.cit., nota 3 al punto 7. Si veda G. Lo Tennero, La biblioteca di Ernesto Basile dal 1899 al 1907. Volumi, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et Unum. 1904-2004. I cento anni del villino Basile, Palermo 2004, pp. 431-434; E. Marrone, La biblioteca di Ernesto Basile dal 1899 al 1907. Periodici, ivi, pp. 435438; Idem, Le collezioni di architettura della

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biblioteca di Ernesto Basile, in P.Miceli (a cura di), La “professione” della qualità. Cento disegni a matita di Ernesto Basile, conservati nella Dotazione Basile della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo, Palermo 2008, pp. 30-34; Idem, La circolazione delle idee e dei repertori: la presenza in Sicilia della pubblicistica specializzata nazionale e internazionale, in C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 401-412. Il taccuino del Primo viaggio in Brasile, dichiara già nell’intestazione la volontà di tornare più volte nello stato sudamericano.


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1. Agende di Ernesto Basile (Archivio Basile, Palermo). 2. E. Basile, finestra sulla piazza Alfieri, Aquila, 22 luglio 1885 (album, [1885-1891], Archivio Basile, Palermo). 3. Album di Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile (Archivio Basile, Palermo). 4. E. Basile, cartoline artistiche, S. Flavia 1908 e 1909 (Archivio Basile, Palermo). 5. Quaderni tascabili di Ernesto Basile, (Archivio Basile, Palermo).

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La partecipazione ai concorsi per il Palazzo di Giustizia dello stato italiano (1883-1887) Giusi Lo Tennero

La partecipazione ai concorsi per la realizzazione del Palazzo di Giustizia di Roma tra il 1883 e il 1887 rappresentò per Ernesto Basile la prima significativa affermazione in ambito nazionale, oltre che il definitivo affrancamento professionale dal padre Giovan Battista Filippo. Ernesto giunse a Roma il 21 gennaio 1882 come assistente alla cattedra di Architettura Tecnica di Enrico Guy presso la locale Regia Scuola di Applicazione per Ingegneri e Architetti. Si trattò del suo secondo incarico presso una scuola di applicazione; il primo risaliva al 1880, quando, ad appena un anno dalla laurea conseguita a Palermo, era stato nominato assistente alla cattedra di Architettura Tecnica tenuta dal padre. A partire dal 1883 e per i successivi sette anni svolse attività didattica presso la scuola romana come libero docente, riformandone i programmi attraverso l’inserimento di viaggi di istruzione mirati alla conoscenza diretta dell’architettura come presupposto indispensabile per il completamento della formazione degli allievi1 . L’intenso impegno didattico si accompagnò ad altrettanta attività progettuale, che portò, tra l’altro, alla realizzazione della palazzina del pittore Villegas, nel 1886, e alla partecipazione ad alcuni dei concorsi nazionali ed internazionali che il neonato Stato italiano aveva bandito per la costruzione delle sue sedi istituzionali all’indomani del trasferimento della capitale da Firenze a Roma2 . Per il Palazzo di Giustizia, lo Stato e il comune di Roma non pensarono fin dall’origine ad un concorso ma all’individuazione del sito e del professionista al quale affidare l’incari-

co3 . Per il primo la scelta ricadde nel quartiere di espansione di Prati al Castello, in prossimità di Castel Sant’Angelo e del Tevere. La sistemazione del quartiere avrebbe previsto la creazione di un tridente stradale in grado di connettere i borghi di San Pietro con il centro della città, attraversando il fiume. Il palazzo avrebbe avuto una larga piazza antistante ed una retrostante; per la sua collocazione infine, pensata in asse con una nuova arteria stradale, attuale via G. Zanardelli, si sarebbe trovato, attraverso il Ponte Umberto, in ideale continuità con la più interna Piazza Navona. Per il progettista, invece, si pensò a Luca Carimini (1834-1890), affermato architetto quasi alla fine della carriera, che fu incaricato di stilare una prima ipotesi. Il modello realizzato, in cui apparve manifesto il riferimento al palazzo costruito da Joseph Poelaert per la stessa destinazione a Bruxelles pochi anni addietro (nel motivo a torre centrale e nella sovrapposizione di elementi eterogenei), non venne tuttavia accolto favorevolmente. L’idea di erigere l’edificio era di Giuseppe Zanardelli, già onorevole e, in seguito, Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, e fu a lui che si dovette infine la decisione di bandire un concorso nazionale al quale partecipò la maggior parte dei professionisti dell’epoca. Per la decretazione del vincitore, però, furono necessari ben tre concorsi, avviati da Zanardelli e dai suoi successori rispettivamente nel 1883, nel 1885 e nel 1887. L’ultima competizione (promossa ancora da Zanardelli) vide soli finalisti Ernesto Basile e Guglielmo Calderini. Nel novembre del 1887, nell’ulteriore concorso ad inviti rivolto ai due soli con-

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Giusi Lo Tennero - La partecipazione ai concorsi per il Palazzo di Giustizia

correnti finali, vinse il progetto di Calderini. Un anno dopo, nella seduta del 5 e 6 ottobre 1888, la Commissione incaricò Guglielmo Calderini della progettazione definitiva, finché il 14 marzo del 1889 si pose la prima pietra dell’edificio, mentre il Ponte Umberto e la via Zanardelli, concepiti nel piano della sistemazione urbanistica del palazzo, vennero inaugurati, rispettivamente, nel 1895 e nel 19054 . Ai quattro concorsi Basile partecipò con l’elaborazione di ipotesi che, pur mantenendo un impalcato generale costante nel sistema distributivo, subirono sensibili modifiche in ordine all’impianto compositivo dei prospetti ed al linguaggio figurale adottato. Furono essenzialmente tre le proposte elaborate dall’architetto, poiché il terzo progetto può essere a buon diritto considerato come una variante del secondo sulla base delle indicazioni della Commissione esaminatrice. La lunga e controversa vicenda politica che accompagnò lo svolgimento dei quattro concorsi, influenzò non poco anche lo stato d’animo con cui Basile si accinse ad elaborare le sue proposte. Dalle memorie che accompagnano i progetti, infatti, se da una parte emerge un sempre maggiore affinamento delle questioni inerenti la funzionalità dell’edificio, dall’altra l’iniziale slancio propositivo di un’architettura che rispondesse al principale quesito “artistico” che si poneva ai partecipanti, ovvero il senso di appartenenza ad un linguaggio “nazionale”, si raffreddò e si fece sempre più compromissorio nel tentativo di assecondare le critiche mosse dalla Commissione esaminatrice5 . Nell’accostarsi al tema progettuale del Palazzo di Giustizia, Basile ritenne inizialmente di doversi riferire all’architettura palazziale italiana del secolo XV che aveva a suo parere raggiunto compiutezza espressiva con il proporzionamento “all’antica” delle parti, la suddivisione per piani evidenziata “in modo sincero” e sottolineata dall’uso discreto dell’ordine e la complessiva facies ancora

erede della massività dei palazzi civici medievali. Per il primo concorso Basile previde un’articolazione in due corpi longitudinali collegati da uno trasversale sviluppati su tre piani principali e con un mezzanino interposto tra piano terra e primo piano. Il prospetto aveva un impaginato interamente pensato con un paramento pseudo-bugnato connotato da due torri nel settore centrale in cui si trovava l’ingresso principale e da avancorpi alle estremità, con vani di finestra segnati dall’uso di stilemi tratti dal primo Quattrocento fiorentino. All’interno il sistema degli ambienti a doppia altezza, ottenuti con l’accorpamento di due o più livelli, consentiva di ottenere per le sale di grandi dimensioni un adeguato proporzionamento. Le critiche mosse a questo progetto riguardavano il presunto carattere “poco romano” della fabbrica, un eccessivo controllo del dimensionamento delle parti a scapito della sua monumentalità, nonché l’assenza di simmetria speculare longitudinale e la presenza di troppi cortili di dimensioni non adeguate. A tutte queste osservazioni Basile rispose con una memoria. Il progetto presentato al secondo concorso nell’anno 1885, pur mantenendo l’impianto distributivo già utilizzato in precedenza, subì trasformazioni sensibili proprio in risposta alle critiche mosse dalla Commissione. Come si apprende dalla memoria annessa alle tavole presentate, l’architetto apportò modifiche nella distribuzione e nell’ordinamento di tutti gli apparati decorativi. Restò immutato il principio base dell’organizzazione degli spazi fondato sull’accorpamento dei piani in altezza per raggiungere un conveniente dimensionamento. Circa l’ordinamento dell’impaginato dei prospetti fu mantenuto il paramento pseudo-bugnato che si presentava adesso di consistenza materica più rustica solo al piano terra ed al primo piano, così da costituire una zona basamentale. In virtù delle richieste modifiche dell’impianto distributivo, abbandonata la preminenza del grande cortile centrale e degli altri minori a favore di una suddivi-

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

sione degli spazi aperti di matrice filaretiana con quattro cortili principali di dimensioni equivalenti, anche il prospetto principale si modificò nell’impostazione gerarchica delle masse aggettanti: in coincidenza dell’asse longitudinale della fabbrica emerse un esteso avancorpo in funzione di ingresso principale connotato dalla presenza di un poderoso ordine gigante esastilo di colonne composite scanalate, trabeate e sormontate da un frontone. Questo partito era affiancato da stretti avancorpi riproposti anche alle estremità del prospetto. Nel complesso il palazzo aveva un aspetto più conforme ad un classicismo di maniera a tratti vicino agli stilemi, seppure risemantizzati, caratteristici del Cinquecento romano. Grande rilievo assunse in questo progetto la Sala dei passi perduti, costituita da una sequenza di tre campate cupolate con lucernari centrali; per il suo carattere di ambiente principale dell’edificio, di servizio a tutte le magistrature, venne collocata da Basile in posizione centrale, lungo l’asse longitudinale dell’intera fabbrica. Unica deroga al paludamento di romanità fu il trattamento del fronte esastilo timpanato dove utilizzò il capitello corinzio-italico (il cui esempio più noto si trovava utilizzato nel Tempio della Sibilla a Tivoli, ma che alla metà del XIX secolo era stato rinvenuto, in una variazione di maggiore eleganza, nel sito archeologico di Solunto), già utilizzato dal padre nel Teatro dell’Opera di Palermo: testimonianza, questa, della propensione ad una ricerca linguistica autonoma, lontana da una riproposizione del regolismo classicista che pure il carattere neorinascimentale della fabbrica avrebbe potuto ammettere. Il progetto presentato al terzo concorso, si configurò come una rilettura critica del precedente. Venne denunciato all’esterno il volume della Sala dei passi perduti, che emergeva dal partito centrale al di sopra della zona d’attico di coronamento con un partito che ripeteva quello dei due avancorpi, sottolineato dall’aggetto di contrafforti angolari timpanati sovra-

stati da tripodi; mantenne la zona basamentale bugnata ma creò un distacco netto tra i passaggi pedonali e i passaggi carrabili, ottenuto con la soppressione di due delle cinque porte del partito centrale, sostituite da nicchie timpanate. L’ingresso alla Sala dei passi perduti fu collocato al piano terreno così da renderne immediato l’accesso al pubblico; l’impostazione compositiva di quest’ultima rimase identica, con la tripartizione delle campate in altezza ed in larghezza e la copertura a mezzo di lucernari aperti al centro delle volte a vela. Nel complesso lo spazio appariva fortemente connotato dalle finestre termali romane che si aprivano nelle lunette delle volte a vela e che scandivano con maggiore forza lo spazio conferendogli allo stesso tempo unità percettiva. Il quarto progetto rappresentò la battuta finale della vicenda concorsuale che aveva visto rimanere in gara unicamente Basile e Calderini. Il tempo utile per la consegna del lavoro, entro il termine perentorio di trenta giorni dall’invito, apparve a Basile troppo contratto. Piuttosto che continuare a lavorare sulla stessa proposta, tuttavia, ripensò l’intera distribuzione della fabbrica e rimeditò sui suoi caratteri figurali complessivi, oltre che sull’impaginato dei prospetti. Le norme previste per questa elaborazione finale dalla Commissione prevedevano, oltre all’ampliamento della profondità dell’edificio, la presenza di una corte d’onore centrale, ingressi per le carrozze, aule per le Corti d’Assise di modeste ampiezze. Basile soppresse il grande asse distributivo costituito dall’insieme Sala dei passi perduti-scaloni simmetrici, che attraversava longitudinalmente l’edificio, e al suo posto collocò una grande corte quadrata attorno a cui si sviluppava una galleria in funzione di smistamento del pubblico; ad altri otto cortili minori affidò il compito della distribuzione degli spazi per gli addetti alle singole magistrature. Scomparve il sistema degli ingressi separati per ciascuna Corte in favore di un ingresso principale, quello sul Lungotevere, fortemente enfatizzato dalla presenza

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Giusi Lo Tennero - La partecipazione ai concorsi per il Palazzo di Giustizia

di una cupola a padiglione con alto tamburo e lanterna che sovrastava il vestibolo della Corte di Cassazione. Pur mantenendo la presenza di una zona basamentale evidenziata dal trattamento del paramento pseudo-bugnato rustico, si era perduta la suddivisione dell’altezza superiore negli altri tre livelli unificati da un ordine gigante per dare maggiore ampiezza e sontuosità al piano principale: è riproposta, dunque, opportunamente rielaborata, la formulazione bramantesca del palazzo di città a due piani. Il progetto, che pure non otterrà il consenso della Commissione esaminatrice, costituirà, tuttavia, il punto di partenza per l’elaborazione della proposta presentata al secondo concorso per il Palazzo del Parlamento di Roma, bandito nel 1888. In tutte le quattro versioni, pure nella contraddizione implicita nell’abbandono del sistema compiuto e coerente quale era quello pensato per il primo concorso, con tutta la sua carica al contempo funzionale e ideale, è pos-

sibile registrare almeno due aspetti, entrambi significativi per comprendere il percorso di Basile: l’iniziale adesione ad un eclettismo fondato sulla piena comprensione del “carattere” dell’architettura, piuttosto che sulla riformulazione morfologica di stilemi storicisti, ed un antimonumentalismo inteso come rinuncia alla magniloquenza fine a se stessa. Ecco perché, a differenza di quanto si poteva osservare in molti dei progetti presentati dagli altri partecipanti, mai troviamo nelle proposte di Basile la volontà di emulazione, o di generico riferimento, all’unico caso tipologicamente vicino, ovvero il palazzo costruito negli anni 1866-1873 a Bruxelles da Joseph Poelaert; troppo diversa era, infatti, la tradizione architettonica che aveva ispirato quell’opera, figlia delle produzioni eclettiche di maniera del suo secolo, pure investite da una vitalità plastica e da uno sviluppo d’immagine piranesiano e megalomane di un architetto alla fine della carriera.

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Il programma dei corsi venne, infatti, completato da viaggi di istruzione, durante ed a fine anno scolastico, fino ad allora mirati all’approfondimento delle conoscenze in campo prevalentemente ingegneristico, che includevano ora mete artistiche alla scoperta del patrimonio architettonico della penisola. Come testimoniano i resoconti di viaggio, a noi noti perché dettagliatamente compilati e pubblicati negli Annali della Scuola (oggi custoditi dalla Biblioteca Universitaria di Genova), particolare attenzione era rivolta da Basile all’insegnamento della conoscenza diretta delle architetture attraverso il rilievo e ridisegno in situ. Tra i diversi itinerari compiuti nel corso di quegli anni, si ricorda una visita al palazzo Farnese a Caprarola, insieme ad Enrico Guy, allora titolare della cattedra e autore di uno studio che doveva precedere il restauro dell’edificio. Per gli anni del soggiorno romano di Ernesto Basile, si vedano: E. Sessa, L’architettura di Ernesto Basile: le opere romane, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Ernesto Basile a Montecitorio, Palermo 2000, pp. 17-71; E. Mauro, Il Villino Florio di Ernesto Basile, Palermo 2000, in particolare La poetica di Ernesto Basile: incontri di culture e innovazioni; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, in particolare Gli anni della formazione, pp. 13-62.

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Per le principali vicende architettoniche di quegli anni, tra gli innumerevoli studi, si vedano in particolare: G. Calza, Roma moderna, Roma 1911; M. Piacentini, Il volto di Roma, Roma 1944; A. Caracciolo, Roma capitale dal Risorgimento alla crisi dello stato liberale, Roma 1956; I. Insolera, Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica, Torino 1962; F. Borsi, L’architettura dell’Unità d’Italia, Firenze 1966; P. Portoghesi, L’eclettismo a Roma, 1870-1922, Roma 1968; G. Accasto, V. Fraticelli, R. Nicolini, L’architettura di Roma capitale. 1870-1970, Roma 1971; G. Piantoni (a cura di), Roma 1911, catalogo della mostra, Roma 1980; Roma capitale 1870-1911, in G. Ciucci, V. Fraticelli (a cura di), Uso e trasformazione della città storica, vol. 12, Venezia 1984; B. Tobia, Una patria per gli italiani. Spazi, itinerari, monumenti nell’Italia unita (1870-1900), Bari 1991; V. Vidotto, Roma contemporanea, RomaBari 2001. Il primo concorso venne bandito il 6 maggio del 1883 (Regio Decreto n. 1309, serie 3°). L’area assegnata è di mq. 27.755; l’edificio deve avere due piani oltre il terreno e 300 vani. La prima somma assegnata è di lire 8.000.000, escluse le decorazioni. Compilato il programma di concorso, cade il ministero responsabile del bando, e si interrompe momentaneamente lo svolgimento del concor-


Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi so. La ripresa avviene sotto il ministero Pessina ed i partecipanti vengono invitati a consegnare i loro elaborati nel giugno del 1884. Nella primavera del 1885 è annunciata la mancata proclamazione di un vincitore. Il secondo concorso, bandito il 23 aprile del 1885 (Regio Decreto n. 3047, serie 3a), si chiude sotto il ministero Taiani, nell’aprile del 1886, ed ha per risultato l’individuazione di sette finalisti, scelti tra i quarantaquattro progetti pervenuti che la Commissione giudicatrice dichiara meritevoli di speciale considerazione. Il terzo concorso, bandito il 25 maggio del 1887, è proposto al ministro Zanardelli (richiamato dal nuovo primo ministro Depretis a far parte del suo gabinetto) dalla stessa Commissione, al quale possono prendere parte esclusivamente i sette prescelti nella selezione precedente; la consegna degli elaborati è fissata per il settembre dello stesso anno. Anche questo concorso non promuove vincitori, ma sono ugualmente segnalati, come partecipanti cui affidare un’ulteriore prova da svolgere, dopo la terna composta da Calderini, Basile (già giudicati i migliori dalla Commissione esaminatrice del secondo concorso) e Manfredi, soltanto i primi due. Sempre su invito del ministro Zanardelli, e con il medesimo giurì, viene bandita un’ultima gara tra i due concorrenti, con un termine di scadenza ristretto di soli trenta giorni, ovvero fine novembre del 1887. Dalla gara esce vincitore Giuseppe Calderini, sebbene il progetto non sia ancora ritenuto adeguato alle esigenze. Per le vicende concorsuali, oltre ai documenti conservati presso l’Archivio Centrale di Stato, Ministero dei Lavori Pubblici – Direzione Generale edilizia e porti – Divisione quinta, busta 156 (1885/1912), si vedano: P. Quaglia, Gli artisti indipendenti al

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Concorso per il Palazzo di Giustizia, Roma 1884; G.B. Giovenale, Il Palazzo di Giustizia, Roma 1884; P. Quaglia, Il primo concorso per il Palazzo di Giustizia di Roma, Napoli 1884; R. Rossi, Il Palazzo di Giustizia, Roma-Voghera 1908; T. Kirk, Roman Architecture before the Lateran Pact: Architectural Symbols of Reconciliation in the Competitions for the Palazzo di Giustizia, 1883-87, in G. Muratore (a cura di), Guglielmo Calderini. La costruzione di un’architettura nel progetto di una Capitale, atti del convegno, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 23 settembre 1995, Perugia 1996, pp. 83-125, 157-179. Le memorie manoscritte annesse ai progetti presentati ai quattro concorsi sono conservate presso la Sezione Documenti della Dotazione Basile della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo: Concorso per il progetto del Palazzo di Giustizia in Roma. Memoria annessa al progetto dell’architetto Ernesto Basile, Roma 30 giugno 1884, manoscritto firmato (primo concorso); Concorso per il progetto del Palazzo di Giustizia in Roma. Memoria annessa al progetto dell’architetto Ernesto Basile, Roma 30 aprile 1886, manoscritto firmato (secondo concorso); Concorso per il progetto del Palazzo di Giustizia in Roma. Memoria annessa al nuovo progetto dell’architetto Ernesto Basile, Roma 30 settembre 1887, manoscritto firmato (terzo concorso); Relazione annessa al quarto progetto per il Palazzo di Giustizia da eseguirsi in Roma, Roma 28 novembre 1887, manoscritto firmato (bozza della memoria del quarto concorso). A stampa, infine: E. Basile, Per il mio progetto del Palazzo di Giustizia e per l’arte, Roma 1884.


Giusi Lo Tennero - La partecipazione ai concorsi per il Palazzo di Giustizia

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1. E. Basile, prospetto principale del progetto presentato al secondo concorso per il Palazzo di Giustizia in Roma, 1886 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 2. E. Basile, progetto presentato al secondo concorso per il Palazzo di Giustizia in Roma, dettaglio d’angolo dell’attico, 1886 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 3. E. Basile, progetto presentato al secondo concorso per il Palazzo di Giustizia in Roma, ordine del pronao, 1886 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

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4. E. Basile, prospetto principale del progetto presentato al terzo concorso per il Palazzo di Giustizia in Roma, 1886 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo) 5. E. Basile, sezione longitudinale del progetto presentato al terzo concorso per il Palazzo di Giustizia in Roma, 1886 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo) 6. E. Basile, prospetto principale del progetto presentato al quarto concorso per il palazzo di Giustizia in Roma, 1887 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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La committenza aristocratica e borghese dei Basile: alla ricerca della modernità Angela Persico

In Sicilia si assiste all’aumento esponenziale delle commesse a carattere privato (palazzi, villini, architettura funeraria) nel periodo che va dall’unificazione dell’Italia al primo decennio del Novecento, con una maggiore concentrazione intorno allo scoccare del nuovo secolo. Nella produzione di Giovan Battista Filippo e di Ernesto Basile, l’enucleazione di tre categorie sociali di committenti consente una più sintetica analisi delle caratteristiche, considerando la consolidata partizione in “intellettuali”, “borghesi” ed “aristocratici”1; è tra questi ultimi però, che Ernesto sembra iniziare a sperimentare un metodo di riorganizzazione della composizione strutturale (organico) e dell’ornamentazione (simbolico) che segnerà il passo di una certa cultura architettonica e dell’abitare. Quando G.B. Filippo ritornò a Palermo dopo i moti del ’48, gran parte della sua attività fu assorbita da incarichi pubblici e dall’insegnamento; tuttavia una breve catena di commesse private punteggia la sua produzione. Le famiglie che a lui si rivolsero a partire dal 1858 sono riconducibili alla temperie risorgimentale di cui lo stesso architetto era stato partecipe, con qualche caso di imprenditoria; tra questi i Santocanale a Palermo, armatori, ed i Torre Nascio a Messina, la cui famiglia proveniva da un ceppo anglo-livornese di mercanti imprenditori2. Le opere sono di carattere minore, come riforme di dimore (a Palermo la palazzina Santocanale nel 1860 e Palazzo Drago di proprietà Ajroldi nel 1872, ad Acireale Palazzo Modò nel 1885) o opere funerarie

(monumento sepolcrale per Giuseppina Zalapì in collaborazione con lo scultore De Lisi a Palermo, 1869, e cappella per la famiglia Torre Nascio a Messina, 1890); in questo quadro gli unici due progetti integrali sono per il Palazzo Majorana a Caltagirone (1858) e per il Villino Favaloro a Palermo (1888), che significativamente, si può dire, aprono e chiudono la produzione a carattere privato di Basile. È soprattutto con il Villino Favaloro che G.B. Filippo sublima le teorie ed applica il suo metodo ottenendo una casa che «è modernissima nell’89 ma la sua modernità va storicizzata non in funzione dell’avvenire razionalista, ma nel quadro retrospettivo di un bilancio dell’Ottocento Europeo»3. Il Villino Favaloro, con l’ampliamento (1914) voluto dal successivo proprietario, Giuseppe Di Stefano, ricorre anche nella fase matura della produzione per privati di Ernesto Basile, produzione che aveva avuto inizio con la commessa Orioles (1882). Giunta in età ancora giovanile, la commessa di Orioles poneva Basile di fronte al tema della casa nella zona di espansione settentrionale di Palermo, affrontata con originalità scevra da monumentalismi passatisti4; il committente è riconducibile a Gaetano Orioles di San Pietro e barone d’Antalbo5. Nel progetto della palazzina Orioles, mai realizzato, si pone in evidenza la matrice razionale dell’opera in cui il sistema reticolare che sta alla base della composizione viene misuratamente alterato per consentire la percorribilità degli ambienti attraverso un preciso circuito interno. Al di là di una parentesi romana, con la villa per il pittore spagnolo Josè Villegas Cordero

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

-i cui elementi esornativi sono tratti da repertori islamico iberici, congeniali al gusto autocelebrativo del committente6- già carico di prestigio (primo premio al concorso per il Palazzo di Giustizia di Roma ed incarico per l’Esposizione Nazionale di Palermo) Ernesto torna a Palermo da Roma nel 1891 e, a margine delle importanti commesse pubbliche, accetta un incarico di design di arredi per il marchese Busacca di Gallidoro che forse aveva avuto modo di frequentare a Roma, dove questi risiedeva per attendere alle varie cariche di deputato e al lavoro di pubblicista in campo economico e finanziario7. I palcoscenici su cui si orchestravano a quel tempo idee, strategie politico-economiche ed ideologie nella Palermo di quegli anni erano anche quelli dei salotti, delle associazioni e dei circoli quali tra gli altri: il Circolo Matematico8; l’Associazione Siciliana per il Bene Economico, che coinvolgeva diversi personaggi illustri (quali il conte Ferdinando Monroy, il conte Pietro Moncada di Caltanissetta, Pietro Lanza di Scalea, Giovan Battista Guccia9 e Giuseppe Lanza Mazzarino che ne fu il primo presidente e nel cui palazzo fu fondata l’associazione10, Ignazio Florio ed Alberto Ahrens, la cui industria, insieme alla Ducrot, da lì a qualche anno sarebbe stata uno dei principali veicoli di diffusione del Liberty nel mercato del mobile siciliano); il Circolo Artistico; il Circolo Bellini (originariamente Circolo della Grande Conversazione della Nobiltà); il Circolo Unione; il Nuovo Casino; lo Sport Club (a carattere dilettevole); a Catania il Circolo Nazionale; a Caltanissetta il Caffè della Conversazione dei Nobili. In vario modo, i personaggi della vicenda modernista si rintracciano tra le cronache di questi cenacoli. A partire dal 1893 prende corpo la serie di progetti per Luigi Majorca Mortillaro, conte di Francavilla, che si svilupperà sino al 1906: ricadono in questi anni la trasformazione ed arredi del Palazzo Francavilla in piazza Verdi (1893), le modifiche alla cappella Sperlinga

nella chiesa di San Domenico di Palermo e il progetto per il Villino Francavilla (Francavilla di Sicilia 1898), gli arredi fissi e decorativi nella casa Francavilla a Baucina (1903) ed infine la cappella gentilizia (Francavilla di Sicilia 1906). È del 1895 la missiva con cui Basile suggerisce alla contessa di realizzare i mobili presso la ditta Golia (poi Ducrot) inserendo la commessa in un più ampio programma di riforma integrale delle arti e dell’artigianato che sboccia nelle forme della biblioteca di Palazzo Francavilla. Tuttavia è con personaggi di spicco come Chiaramonte Bordonaro e Moncada di Paternò e Caltanissetta, che Basile trova lo spazio per esprimere nuove potenzialità dell’architettura domestica: per il primo progetta e realizza l’ampliamento della villa presso il Giardino Inglese per allocarvi le collezioni d’arte, mentre per il secondo opera una trasformazione del palazzo già esistente presso il porto di Palermo. La commessa per l’ampliamento di Villa Bordonaro (1893) costituisce un incunabolo di spunti che verranno ripresi nella produzione successiva, ed in particolare nella palazzina Paternò oggi perduta. Come già il marchese di Gallidoro, anche il barone Bordonaro di Gebbiarossa11 era un uomo politicamente attivo, ed in quanto tale, frequentò l’ambiente romano negli anni in cui l’edificazione febbrile per concorrere alla creazione della “Terza Roma” offriva numerosi spunti di riflessione sul rapporto architettura-urbanistica12 e sull’importanza che uno stile nazionale avrebbe dato all’Italia sul piano del prestigio internazionale. Anche Pietro Moncada, figlio del senatore Corrado Moncada conte di Caltanissetta e di Stefania Starrabba, è da ricondurre allo stesso circuito colto ed intellettualmente attento che passa dalle riunioni dell’Associazione per il Bene Economico13. In prossimità dell’investitura del titolo di principe di Paternò14, Pietro commissionò a Basile la riforma del palazzo sulla via del Borgo di S. Lucia (oggi via F. Crispi) che doveva rispondere alla

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Angela Persico - La committenza aristocratica e borghese dei Basile

rinnovata concezione di rappresentatività, fondata sull’aderenza all’ideale di comfort borghese e all’utilitarismo della proprietà. Basile vi applicò quei principi “sittiani” di comunicazione urbana che erano già stati sostanziati da Hector Guimard con l’introduzione di bow-windows e torri addossate, misuratamente adottando un «carattere di pittoresca varietà» basato su esigenze funzionali15. Lo zio di Pietro, Antonio Starrabba di Rudinì, fu sindaco di Palermo e due volte primo ministro del parlamento; la sua politica vicina agli interessi dell’aristocrazia conservatrice terriera lo pone sulla scena storica come rappresentante della Destra in opposizione a Francesco Crispi. La natura tradizionalista del committente si riflette nel progetto che Basile ideò per la sua casa a Roma16 (Villa Starrabba, 190205). Qualche anno dopo, analogicamente, la cappella di Rudinì simbolicamente edificata nel cimitero del Verano sempre a Roma (1908), costituiva un autentico manifesto programmatico dei valori di domesticità borghesi costruiti su un’aurea di romanitas venustas, spoglia, a partire dall’incisione sul fregio, di ogni rimarcazione di un passato aristocraticamente sicilianista. Tra i committenti titolati vi sono anche alcuni casati di illustre ed antico lignaggio, oltre al già citato caso dei Moncada di Paternò, quali quelli dei Lanza di Scalea e dei Monroy, che pur con differenti esiti, aderirono al linguaggio modernista per le nuove dimore da costruirsi lungo l’asse di via Libertà a Palermo. In entrambi i casi si tratta di rami cadetti di famiglie che hanno rappresentato la storia della Sicilia, e che mantenevano ancora nel XIX secolo un ruolo di capillare controllo nel panorama politico e sociale dell’isola con cariche nazionali, provinciali e comunali17. Mentre il progetto Monroy, con la sua irrealizzata poetica dell’oggettività, fa parte del ciclo delle ville bianche, a cui appartengono anche i villini Fassini e Basile, le architetture commissionate ad Ernesto

Basile dal ramo Scalea e poi Deliella della famiglia Lanza sono esemplificative di una fase complessa della committenza di fine secolo. La trilogia dei progetti Scalea-Deliella (il Palazzo Deliella a piazza Castelnuovo, la cappella Scalea al cimitero di Santa Maria di Gesù e la Villa Deliella a piazza Croci) infatti, segna il passo dell’aggiornamento culturale dei committenti e dell’evoluzione artistica di Ernesto Basile, in quanto ciascuno di essi apre una delle tre fasi della sua produzione: quella della formazione accademica e tradizionalista fino al 1900, quella in sintonia con il linguaggio internazionale fino al 1916, quella dei ripensamenti e della trasfigurazione dei suoi repertori che dà vita ad un’architettura di derivazione praticata fino alla sua morte (1932)18. È il 1905 quando il principe di Scalea diviene presidente della Navigazione Generale Italiana (a forte partecipazione dei Florio) e Basile attende al progetto degli arredi degli uffici di Milano e a quello di uno dei vapori della compagnia. La fortuna che Ernesto Basile aveva acquisito con personalità per lo più aristocratiche, venne successivamente affiancata dalla grande committenza imprenditoriale della famiglia Florio, che aveva tessuto rapporti matrimoniali con i Lanza, e che a lui si rivolse a partire dal 1899 sia per rappresentare la vita domestica che per dare un volto alla propria impresa nell’ambito delle manifestazioni economiche. Gran parte delle iniziative tendenti al progresso della società palermitana è riconducibile all’azione di Ignazio e Franca Florio che tra l’altro si pongono nei confronti della nascente arte modernista in rapporto di mecenatismo. La nota serie dei progetti culmina con la realizzazione del casino di delizie nel parco Florio, il Villino Vincenzo Florio che, franco da necessità protocollari, libera il potenziale evocativo dell’Arte Nuova diventando un riferimento per la storiografia critica ma un unicum irripetibile per la progettazione architettonica19.

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Al fianco di questa vicenda si pongono opere minori – ma non meno importanti – realizzate per le famiglie borghesi Raccuglia (cappella), Guarnaschelli (cappella), Whitaker (arredi), Spanò Mazzara e Di Stefano (ampliamento Villino Favaloro), che rappresentano transizioni nel lavorìo di costante ricerca della modernità. Una parte della riforma della cultura architettonica sembrerebbe riconducibile in sostanza ad una tela di rapporti tra poche famiglie (Lanza, Bordonaro, Mastrogiovanni Tasca, Moncada) attorno alle quali ruotarono alcuni circuiti di diffusione delle idee. Sono forse riconducibili a Bordonaro, ad esempio - per il quale Basile nel ’95 aveva riformato l’ingresso al Castello di Falconara (Agrigento)-, anche le commesse nel territorio agrigentino del barone Lombardo di Gangitano, del quale Bordonaro era socio in affari, e del deputato barone La Lomia, che a sua volta non doveva essere estraneo alle

vicende del Municipio di Licata ed del Teatro Sociale di Canicattì. Così la Sicilia partecipò pienamente a quel fenomeno che vide, negli ultimi decenni dell’Ottocento europeo, lo spirito originale di un’arte nuova trovare il terreno fertile anche nella committenza privata, pronta a recepire le differenti sintassi vivificatrici di un unico linguaggio che fosse rappresentativo del cambiamento in essere. Molti protagonisti di questa circostanza provenivano da strati della società locale che erano riusciti ad attraversare le terribili tempeste insurrezionali (1820-22, 1848, 1866), recuperando una collocazione di prestigio nel quadro economico e dirigenziale del Regno d’Italia; in quegli anni di provocazioni, ritorsioni e follia collettiva, i rapporti intessuti dagli esuli siciliani con le regioni, o gli stati, del centro e nord Europa avevano collaborato ad inserire «l’estrema frontiera siciliana» nelle «correnti della cultura europea»20.

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E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002. R. Battaglia, L’ultimo splendore: Messina tra rilancio e decadenza (1815-1920), Messina 2003, p.138. V. Ziino, La cultura architettonica in Sicilia dall’Unità d’Italia alla prima guerra mondiale, in «La Casa, Quaderno Incis», n. 6, 1959, p. 101. «Questa casa [Orioles] avrebbe dovuto emanare un’aura di classicità, quindi di misurata eleganza, solamente grazie alla calibratura delle partiture dei prospetti (riverberazione esterna dello schema compositivo planimetrico) e con la caratterizzazione di questi tramite i soli elementi della costruzione (mostre con archivolti, cantonali, fasce basamentali, parapetti, fasce marcapiano, cornicioni). Negli anni successivi si sarebbe invece affermata, in questa prima espansione settentrionale, un’architettura di segno opposto, ugualmente attestata su volumi bloccati e su composizioni speculari e gerarchizzate di facciata, ma connotata da repertori decorativi e, talvolta, da aggettivazioni dei paramenti murari ben più formalistici anche se squisitamente epidermici». E. Sessa, Il Villino Basile: la casa-studio come ma-

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nifesto della “qualità”, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et unum, 1904-2004. I cento anni del Villino Basile, Palermo 2006, p. 32. Tuttavia potrebbe anche trattarsi del fratello, Antonio Orioles, che risulta iscritto al circolo Bellini dal 1882 (lo stesso anno della commessa) e risulta domiciliato in via XII Gennaio al n. 2, in un edificio registrato come “casa Orioles”. E. Sessa, Ernesto Basile …, cit., p. 52. Il marchese, già senatore del Regno d’Italia dal 1889, gli commissiona l’arredamento interno della dimora prossima al piano delle Croci, costruita nel 1888 su progetto dell’architetto Melchiorre Minutilla. Uomo di grande attività politica, autonomista, pubblicista di diversi saggi concernenti l’economia e la finanza, cognato di Emerico Amari, Gallidoro aveva ricoperto la carica, nel 1859, di Ministro della Finanza del Granducato di Toscana (Enciclopedia della Sicilia, Parma 2006, ad vocem). A. Brigaglia, G. Masotto, Il Circolo Matematico di Palermo, Bari 1882. Giovan Battista Guccia, marchese di Ganzaria, fu fondatore del Circolo Matematico di Palermo e committente di Basile per gli arredi ed il logo


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del circolo. Nelle cronache dell’epoca si ritrova talvolta come barone Guccia, poiché acquisì con il matrimonio il titolo di barone di Calabria. E. Sessa, Ernesto Basile …, cit., p. 156. Gabriele Chiaramonte Bordonaro di Gebbiarossa, nato a Licata (Agrigento) nel 1834 e morto a Palermo nel 1913, oltre a gestire il settore delle finanze bancarie in Sicilia e ad assumere la carica di membro della Camera Consultiva di Commercio, fu rappresentante degli industriali della Provincia di Agrigento nella “Inchiesta sull’industria in Sicilia” del 1873; senatore del Regno d’Italia dal 1886, collezionista di opere d’arte tra cui si annoveravano tavole pittoriche del XIV sec., presidente onorario dell’Accademia Artistica Siciliana nel 1898 quando era presidente Francesco Lanza di Scalea; fu socio del barone Francesco Lombardo Gangitano nell’allevamento di cavalli di Gebbiarossa. Il suo salotto fu protagonista delle cronache mondane dell’epoca e sua cugina, Annetta, sposò nel 1876 Giuseppe Tasca Lanza, fratello di Rosa Lanza di Scalea. Si vedano: V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, 5 voll., Sala Bolognese (Bo) 1935, vol. II, p. 439; F. Sammartino de Spuches, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari di Sicilia, 10 voll., Palermo 1924-1941, vol. IV, p. 50; www.senato.it, scheda senatore Bordonaro. F. Borsi, L’architettura dell’unità d’Italia, Firenze 1966.

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E. Sessa, Ernesto Basile…, cit, p. 156. F. Sammartino de Spuches, op. cit., vol. I, quadro 163. E. Godoli, Hector Guimard, Bari 2004, pp. 1938. «Di fronte alla Palazzina di Rudinì di Basile, che fonde alla perfezione rinascenza e nuovo stile, villini e costruzioni di una modernità più audace e senza compromesso con gli stili - i villini Calderai, Schiffi, e poi il cinema Corso - trovano una critica ostile e un ambiente poco tollerante» (A. M. Damigella, Lazio, in Archivi del Liberty italiano, a cura di R. Bossaglia, Milano 1987, p. 367). I Lanza recepirono nel XVIII secolo l’estinto casato dei Branciforte, titolati principi sotto il regno di Filippo IV di Spagna, mentre i Monroy acquisirono il titolo di principi di Belmonte proveniente dal medievale casato dei Ventimiglia. Si veda F.M. Emanuele e Gaetani di Villabianca, Della Sicilia nobile. Appendice, a cura di C.C. Moncada, A. Mango di Casalgerardo, Bologna 1968, p. 24. E. Sessa, Ernesto Basile …, cit., passim. E. Mauro, Il Villino Florio di Ernesto Basile, Palermo 2000. G. Pirrone, La tradizione europea nell’abitazione, Palermo 1961.


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1. E. Basile, schizzi assonometrici della Villa Deliella a Palermo, 1900-1905 (coll. privata). 2. Ricevimento in maschera, 1910 ca. (coll. privata). 3. La principessa di Paterno’ in costume rinascimentale (da «La Sicile Illustrée», 1909-11). 4. Il principe Monroy di Formosa in scena marinara, 1890 ca. (coll. privata). 5. Ricevimento a Villa Igea a Palermo; si riconoscono donna Franca Florio e il principe di Scalea, 1904 (da R. La Duca, L. Sciascia, Palermo felicissima, Palermo 1973). 6. La marchesa di Rudini’ (da E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002).

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La committenza intellettuale, scientifica e artistica Claudia Asaro

A partire dalle vicende che hanno determinato la partecipazione attiva alla formazione dell’Italia unita e nei decenni successivi con la presenza di siciliani nel governo nazionale, fino alla definitiva devitalizzazione degli slanci propositivi e di riscatto sociale avviatasi con il regime fascista, la Sicilia si trova protagonista di un periodo fortemente incisivo della propria storia politica, economica e sociale. All’interno di questa fase storica, che fu comunque altalenante, nel quarto di secolo compreso all’incirca tra gli ultimi anni dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento si assiste ad un complessivo, diffuso miglioramento delle condizioni sociali ed economiche, a cui corrisponde il manifestarsi del Liberty quale segno tangibile di una società progressista protagonista di uno straordinario rinnovamento. Se per alcune categorie sociali, come l’emergente borghesia degli imprenditori e dei professionisti e parte dell’aristocrazia, l’adesione al Liberty siciliano è sinonimo di riaffermazione della perduta autonomia dell’isola, la committenza intellettuale, scientifica e artistica vede nell’Arte Nuova la naturale espressione di una modernità che ambisce ad un respiro internazionale1. D’altra parte, al volgere del secolo Palermo si distingueva, pur nelle profonde contraddizioni che viveva, per la dimensione europea della cultura che l’ambito accademico e lo strutturato sistema di cenacoli e circoli intellettuali ed artistici avevano già da anni saputo realizzare, sviluppando importanti iniziative e coltivando legami internazionali necessari al continuo aggiornamento e al progredire delle ricerche.

Nel 1884 nasce il Circolo Matematico fondato da Giovan Battista Guccia (1855-1914, entusiasta studioso di matematica da poco laureato, insieme ad un gruppo di insigni uomini di scienza, tra cui anche l’ingegnere Giuseppe Damiani Almeyda, allo scopo di promuovere la ricerca, attraverso la diffusione di una rivista dall’alto contenuto scientifico («Rendicon2 ti del Circolo Matematico di Palermo») . Guccia, marchese di Ganzaria, possedeva i mezzi economici per sostenere questa ambiziosa impresa e per finanziare i frequenti viaggi in Europa che gli permettevano di intessere rapporti con i matematici più illustri e con i giovani talenti che contribuivano alla redazione del periodico. Personalità isolata nell’ambiente scientifico ed accademico palermitano, che non considerava capace della visione ampia che aveva lui della cultura scientifica, non a caso si rivolse a Ernesto Basile (che fu socio dal 1888) perché progettasse per il Circolo arredi, oltre a marchi e carte intestate. Di fama internazionale godeva anche l’attività del geologo Gaetano Giorgio Gemmellaro (1832-1904). Quest’ultimo, convinto garibaldino, senatore del Regno nel 1892, cattedratico di Storia Naturale del Regio Ateneo palermitano, del quale fu rettore per diversi anni, compì importanti scoperte sui fossili e creò la prima collezione universitaria di geologia e paleontologia fondando, nel 1866, il museo che oggi porta il suo nome. Nel 1898 incaricò Ernesto Basile di progettare la propria residenza, per la quale elaborava una configurazione medievaleggiante. Anche la committenza artistica sarà ricorrente in tutto l’arco dell’attività di Basile,

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principalmente per incarichi in ambito residenziale. Escludendo la casa da pigione per lo scultore Benedetto Civiletti del 1893 in via dell’Esposizione (poi via Dante) a Palermo, nei progetti per la committenza artistica (che fondamentalmente è riconducibile ad una élite modernista), Basile si cimenta nel tema della casa d’artista, momento di sintesi fra residenza e laboratorio. Il primo incarico di questo tipo arriva già negli anni giovanili trascorsi a Roma, dove aveva intessuto rapporti con alcuni esponenti dei cenacoli artistici della capitale, che hanno stimolato e validato i suoi intenti di feconda collaborazione interdisciplinare nonché di riforma in chiave moderna dei cifrari stilistici. Nel 1887 il pittore spagnolo 3 José Villegas y Cordero (1844-1921) , apprezzato per i suoi soggetti di ispirazione orientale, gli chiede di progettare la sua casa-atelier ai Parioli. L’esotica palazzina Villegas presenta elementi tratti dal repertorio ispano-moresco (sia negli elementi decorativi che nella pianta con corte centrale e soprastante belvedere con copertura a padiglione), con qualche citazione siculo-normanna, in aderenza ad un intento au4 tocelebrativo del committente . In diversi casi, questa tendenza all’autoreferenzialità conduce spesso all’autocommittenza della casa-studio, manifesto della propria poetica. Ancora a Roma nel 1910 progetta la casastudio per il pittore Aristide Sartorio sul Lungotevere. Artisti palermitani per i quali Basile elabora dei progetti sono invece il pittore Rocco Lentini (due progetti per una casa di villeggiatura nel quartiere-lido di Mondello, del 1894 e del 1901, entrambi non realizzati); lo scultore Antonio Ugo (casa-studio in via Sammartino del 1908, demolita); il pittore Salvatore Gregorietti (casa nel quartiere-lido di Mondello, del 1924). Con questi ed altri condividerà nel 1897 quella che è stata definita la “secessione palermitana”, organizzando una Esposizione artistica indipendente in pole5 mica con il Circolo Artistico , organo ufficiale del sistema delle mostre accademiche che organizzava annualmente con e per la Società

Promotrice di Belle Arti esposizioni per dare visibilità a giovani talenti. In realtà, essa non rappresenta una vera frattura, tanto che già nel 1899 Basile rientra nel Circolo divenendone Presidente, dandovi però un nuovo indirizzo. Il gruppo della “secessione”, largamente eterogeneo, comprendeva, oltre a Basile: gli architetti Ernesto Armò, Giuseppe Patricolo e Francesco Paolo Rivas; gli scultori Benedetto Civiletti, Mario Rutelli, Antonio Ugo; i pittori Michele Cortegiani, Ettore De Maria Bergler, Luigi Di Giovanni, Giuseppe Enea, Nicolò Giannone, Carmelo Giarrizzo, Rocco Lentini, Francesco Lojacono, Salvatore Marchesi, Francesco Padovano, Pietro Volpes. Non vi figurano alcuni artisti coinvolti nel cantiere del Massimo come Cosmo Visalli e, soprattutto, lo scultore Gaetano Geraci che sarebbe diventato l’interprete più sensibile del liberty siciliano, irrinunciabile collaboratore di Basile e di Ducrot6. Questi artisti avevano già collaborato sotto la guida di Basile nel completamento del Teatro Massimo, facendo convergere le proprie istanze di rinnovamento nella revisione modernista dei codici formali e compositivi che l’architetto stava operando. Solo alcuni di loro, in realtà, condividono pienamente le tematiche estetiche dell’Art Nouveau, veicolate dal tentativo basiliano di riorganizzazione del visibile attraverso il “pareggiamento delle arti” e la 7 “regia unitaria” , in quanto fortemente radicati nella tradizione della “scuola del paesaggio siciliano” (Antonino Leto e Francesco Lojacono), che guardava alla “scuola di Posillipo” e al vedutismo napoletano con forti accentuazioni ora realistiche ora soggettive, concedendosi talvolta a sortite simboliste che giungono ad accennare nuove soluzioni. Lo stesso pittore Rocco Lentini, molto richiesto dagli architetti, si muove tra un repertorio ispirato al barocco serpottiano e stilemi floreali non ancora decantati in simbolo. In molti casi, il legame funzionale dell’attività artistica con quella artigianale, nel caso di realizzazioni nell’ambito del design, delle ar-

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Claudia Asaro - La committenza intellettuale, scientifica e artistica

chitetture di interni o degli apparati decorativi di edifici (in collaborazione con Basile e sotto la sua regia), conduce in modo più naturale ad un esito modernista. È il caso dei raffinati rilievi in legno o in bronzo di Antonio Ugo per gli arredi disegnati da Basile e realizzati da Ducrot o le sue sculture in bronzo per alcune architetture basiliane (Monumento ai caduti, chiesa di S. Rosalia in via Marchese Ugo, entrambe a Palermo); o ancora delle vetrate e dei panneggi dipinti da 8 Salvatore Gregorietti(1870-1952) , che lavora nel villino Florio, a casa Lemos, nel palazzo Utveggio. Gregorietti progetta e costruisce la propria casa-atelier in via Leto a Palermo (19031912), alla cui ideazione collabora probabilmente anche Basile nel periodo in cui progetta la propria residenza in via Siracusa, mentre più tardi affida all’architetto la progettazione della propria residenza estiva a Mondello (1924). Sempre a Mondello – quando però non era ancora la moderna città-giardino balneare – Basile elabora per Rocco Lentini due

progetti per una casa di villeggiatura, nel 1894 e nel 1901, entrambi non realizzati, ma momento di decisiva sperimentazione formale e compositiva per l’uno e di rievocazione di un 9 profondo legame con la natura per l’altro . Del 1908 è il progetto per la casa-studio dello scultore Antonio Ugo (1870-1950) in via Sammartino (demolita negli anni ’70 del Novecento), dove un’articolata ma misurata giustapposizione di volumi avanzati, arretrati o sagomati da bow-window fa da supporto all’“esposizione” di gruppi scultorei, manifesto dell’arte del proprietario. Con questa compagine di artisti Basile sembra poter inverare l’ideale di “opera d’arte totale”, condividendo con loro la propria affermazione nel panorama nazionale ed internazionale quale architetto modernista, cristallizzando questa immagine sotto il profilo storiografico.

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Per un quadro completo sul Liberty siciliano si veda C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura liberty in Sicilia, Palermo 2008. Si veda A. Brigaglia, G. Masotto, Il Circolo Matematico di Palermo, Bari 1982. Dal 1867 al 1901 il pittore si trova a Roma per ricoprire la carica di direttore dell’Accademia spagnola di Belle Arti. Sulla sua opera pittorica si veda A. C. Martín, La pintura di José Villegas, 1844-1921, in «Goya», 1996-97 (1997), pp. 197-208. Questa tendenza all’autoreferenzialità spesso conduce all’autocommittenza della casa-studio, che diviene manifesto della poetica del proprietario. Fondato nel 1882, tra gli altri, dal pittore e critico Giuseppe Meli e da Giovan Battista Filippo Basile, luogo deputato dei dibattiti sui beni monumentali, sulle vicende architettoniche e urbanistiche della città, vi facevano parte i principali esponenti del mondo artistico, accademico ed imprenditoriale palermitano, segno della necessità di un’integrazione tra arte e committenza,

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tra mondo dell’economia e mondo della produzione artistica. Si veda F. Grasso, I. Bruno, Nel Segno delle Muse: Il Circolo Artistico di Palermo, Palermo 1998. Per notizie sugli artisti citati si vedano le rispettive voci in L. Sarullo, Dizionario degli artisti siciliani. Pittura, a cura di M.A. Spadaro, vol. II, Palermo 1993 e Idem, Dizionario degli artisti siciliani. Scultura, a cura di B. Patera, vol. III, Palermo 1995. Idee ereditate dal padre, uno dei primi interpreti in Italia del concetto morrisiano di rivalutazione delle arti applicate e di “unità delle arti”. Sulla sua opera si veda A.M. Ruta, G. Valdini, V. Mancuso (a cura di), Salvatore Gregorietti. Un atelier d’arte nella Sicilia tra ‘800 e ‘900, Milano 1998. Si veda P. Miceli, Alle origini della mediterraneità nel modernismo di Ernesto Basile. La “casetta” del pittore Rocco Lentini nella città balneare di Mondello, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et Unum. 1904-2004. I cento anni del villino Basile, Palermo 2006, pp. 383387.


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1. Giovan Battista Guccia (fotografia, fine XIX secolo). 2. Esposizione siciliana di Belle Arti del 1909, presso la sede del Circolo artistico a Palazzo Larderia (1885-1921), via Vittorio Emanuele, Palermo (coll. privata, Palermo). 3. E. De Maria Bergler e P. Vetri, Una carovana di artisti nel deserto, 1889, tempera su carta, particolare (Circolo Artistico, Palermo). 4. S. Gregorietti, Primavera, 1903, parati dipinti a olio della stanza da pranzo di casa Verderame, Licata. 5. A. Ugo, La madre, marmo (Galleria d’Arte Moderna, Palermo)

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Ernesto Basile e l’architettura per il sociale Carmelina Drago

La ricca e intensa attività professionale di Ernesto Basile, svolta prevalentemente fra Roma e Palermo1 , ne fa uno dei protagonisti principali della stagione del modernismo italiano. Egli, oltre a rivestire il ruolo di architetto per una ricca committenza di intellettuali ed artisti, è cattedratico2 dal 1892 fino alla morte (1932). Il suo pensiero architettonico, si evolve nel tempo, si arricchisce e si rinnova, cercando sempre di coniugare “nuovo” e “antico”. Basile realizza anche, negli anni Novanta dell’Ottocento, significative opere legate ad una committenza aristocratica ed alto borghese, dinamica ed internazionalista, che opera nel territorio per rilanciare le proprie radici culturali. Il biennio 1897-1898 apre la lunga stagione “dell’Arte Nuova” e configura la maturazione di una poetica modernista. I suoi interessi e la sua progettazione abbracciano tutti i campi delle arti decorative ed industriali. Sarà il caso della lunga collaborazione con il mobilificio Ducrot, iniziata nel 1898 e consolidatasi nel 1902. Oltre a creare nuove forme per la produzione destinata al libero mercato Basile, per quasi sette anni, imprime un deciso carattere modernista al volto del mobilificio Ducrot che, proprio avvalendosi del legame con Basile, nel giro di pochi anni, diventa uno dei maggiori e prestigiosi produttori nel settore dei mobili e arredi dell’industria italiana. Basile si occupa anche per la Ducrot della progettazione di una serie di arredi e mobili per un mercato 3 più economico e il cui linguaggio è deciso e rigoroso. Da questa esperienza viene fuori

la figura di Basile designer in accordo con i tempi, precursore della progettazione della “quantificazione della qualità”. Nella sua lunga attività di architetto, contraddistinta da tre periodi, l’incontro con Ignazio Florio e Vincenzo Cervello4 apre un’interessante fase progettuale che lo induce a sperimentare possibili varianti per gli edifici ad uso collettivo sanitario. La collaborazione con Florio e Cervello5 inizia con la realizzazione del complesso costiero all’Acquasanta, che impegna Basile per un biennio a partire dal 1899, ed è il risultato della fortunata convergenza degli interessi dei tre protagonisti. La struttura inizialmente era stata pensata e progettata come sanatorio esclusivo, subito trasformata in grande albergo con il nome di “Villa Igea”. L’idea di realizzare un sanatorio di lusso era nata proprio dai successi dei procedimenti farmacologici e curativi ottenuti da Vincenzo Cervello nella tisi. La progettazione della struttura rispecchia il programma di integrazione fra funzionalità degli spazi e rigoroso rispetto delle regole di igiene psicofisica. Villa Igea avrebbe dovuto rappresentare una sorta di privilegiato laboratorio di ricerca applicata per il “metodo curativo Cervello”. Contemporaneamente tale struttura avrebbe dovuto fornire con i proventi, parte dei necessari finanziamenti da investire nell’impresa filantropica del Sanatorio Popolare istituito dallo stesso Cervello e per il quale Ernesto Basile progetterà nel 1903 il complesso nella Contrada dei Petrazzi. Nel 1918 la progettazione dell’ampliamento del Sanatorio Popolare per Tisici di

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Palermo aprirà ad Ernesto Basile una lunga serie di incarichi per strutture ospedaliere. Anche se si tratta di un ampliamento, l’edificio viene dotato di completa autonomia, sia nell’impianto planimetrico, riducibile schematicamente ad un rettangolo, che nel prospetto. Il padiglione è infatti collegato al resto della struttura ospedaliera da una veranda rialzata dal piano terra; del prospetto L’intonacatura liscia risalta l’estremo rigore del prospetto, dove la partitura è caratterizzata da diciassette campate ordinate su tre livelli fuori terra. Nel 1920 si occupa, ancora per Palermo, del dispensario antitubercolare di via G. Arcoleo, progetto di tono protorazionalista che risulta essere la più interessante architettura di ingegneria sanitaria realizzata da Basile. In quest’opera, che può essere considerata uno dei punti di arrivo della sua architettura tardo modernista, compaiono ancora alcuni suoi sintagmi con eccezioni propriamente classiche.

Appartengono al “terzo periodo” della sua esperienza architettonica le case realizzate per conto dello ICP (Istituto Case Popolari) di Palermo. Le due fabbriche progettate da Basile, identificate come “Lotto F” in via Cappuccini e “Lotto G” in via Alessandro Volta, fanno parte del primo nucleo di lotti6 già realizzati a quella data, e ne condividono l’austerità delle facciate. L’impianto planimetrico si sviluppa intorno a una corte aperta su un lato, dove insiste un’area comune che inizialmente doveva essere destinata alle lavanderie. I prospetti principali presentano alte fasce basamentali bugnate con zoccolo e intonaco con cornice di coronamento. Il muro d’attico presenta fregi e riquadri rettangolari con trama geometrica di 45°. Basile si rivela al contempo pioniere del rinnovamento artistico e architettonico nazionale, cattedratico e designer del modernismo italiano, che durante la sua lunga attività mostrerà attenzione progettuale anche all’architettura del sociale.

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Vanno anche citate alcune città siciliane come Catania, Canicattì, Licata, Marsala o città come Benevento. Ernesto Basile è stato l‘unico cattedratico italiano di orientamento modernista. Condizione che ha esercitato con autorevolezza anche in alcuni dei primi appuntamenti di supporto alla nascita del modernismo italiano o di appoggio ai suoi promettenti esponenti. Si veda E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 68-108. Dai mobili in quercia della stanza da lavoro esposti a Torino nel 1902 in occasione dell’Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna, Ernesto Basile elaborò alcuni prototipi che la ditta Ducrot avrebbe utilizzato dando il via alla produzione di una nuova serie di mobili economici denominata “Tipo Torino”. Si vedano: E. Sessa,. Mobili e arredi di Ernesto Basile nella produzione Ducrot, Palermo 1980, passim;

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Idem, Ernesto Basile…, cit., passim. Vincenzo Cervello (Palermo 1854-1918), era un medico e ricercatore farmacologico di rilevanza internazionale; fu promotore di una cura sperimentale contro la tubercolosi, per la quale fu considerato in Italia come un vero e proprio pioniere. Entrambi facoltosi membri dell’Associazione per il bene economico di Palermo. Alle iniziative di questi personaggi è legata gran parte delle realizzazioni delle infrastrutture sanitarie cittadine. Per le architetture realizzate da E. Basile in questo settore si veda anche E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1829, Palermo 2000. Progettati nel 1923 da E. Armò, G. Capitò, G.B. Santangelo e A. Zanca.


Carmelina Drago - Ernesto Basile e l’architettura per il sociale

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1. E. Basile, particolare del coronamento dell’Istituto provinciale antitubercolare, in via G. Arcoleo, Palermo, 1920-1922 (da Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980). 2. E. Basile, Casa ICP, via A. Volta, Palermo, 1923 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo)

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

Architettura per una nuova società agraria Vincenzo Luparello

Anche se la diffusa produzione architettonica modernista in Sicilia, tra il 1897 e il 1925, fu sostenuta da motivazioni teoriche ed intellettuali che non dipesero soltanto dalla natura dei committenti, protagonisti della vicenda del Liberty, le prime declinazioni isolane dell’ Art Nouveau sono state promosse principalmente da tre grandi categorie di committenti: gli imprenditori, gli artisti, gli aristocratici. La fortuna del Liberty siciliano si deve al consenso di quei committenti privati che vi incentrarono la propria politica dell’immagine, superando gli ostacoli dello storicismo. Paradigmatica di questo tipo di committenza, è quella della famiglia Bordonaro, la quale commissionerà due opere a Ernesto Basile. Anagraficamente più anziano degli altri protagonisti del Liberty italiano, Basile operò con autorevolezza accademica nel tentativo di promuovere un movimento di rinnovamento in Italia, sostenendolo fin dalle sue prime espressioni e dando vita ad una scuola del “progetto moderno”1. Basile aderisce con autonomia alla riforma Art Nouveau dei codici architettonici, ma non si lascia mai travolgere tanto da cancellare le radici della cultura architettonica siciliana. Il nuovo “sentire”, incentrato su un articolato processo di rinnovamento interdisciplinare, si diffonde notevolmente raggiungendo un grande carattere qualitativo, dando vita al cosiddetto “Liberty minore” la cui valutazione, espressa dalla locuzione, non va riferita alla qualità dell’opera artistica o architettonica. Il fenomeno dell’industrializzazione di alcune aree consente l’incremento del capitale,

con conseguente aspirazione ad uno stile di vita più elevato, sia nei capoluoghi dell’isola che nei centri minori, dando vita a realizzazioni dai caratteri modernisti che scaturiscono dalla scuola accademica e dai moduli del liberty; questi vengono assimilati dalle maestranze locali, costituite da scalpellini, decoratori e costruttori, e adoperate secondo le richieste. Quella di Basile è una committenza esemplare, anche in relazione al panorama internazionale, nella promozione di una via siciliana al modernismo. Sul finire del XIX secolo e nel primo decennio del XX secolo si inaugura infatti una tendenza che porta alcuni dei più alti esponenti della società siciliana a rivolgersi a Basile, al fine di garantirsi una rassicurante visione della “modernità”. I più importanti incarichi di Basile, nell’ultima fase dell’età eclettica, scaturiscono da una committenza facoltosa e colta; vi sono infatti la riforma e l’arredo del palazzo del conte di Francavilla in via Ruggiero Settimo a Palermo, la realizzazione nel 1895 del corpo d’ingresso al castello di Falconara di Sicilia commissionato dalla famiglia Bordonaro, la trasformazione e l’ampliamento del baglio del barone Francesco Lombardo Gangitano a Canicatti tra il 1897 e il 1898, la realizzazione a Palermo del villino Deliella nel 1905 per l’omonima famiglia e il palazzo Bruno di Belmonte a Ispica commissionato nel 1907. L’attività dell’ architetto palermitano nel territorio agrigentino risulta essere concentrata a Licata e Canicattì. A Licata, l’affermarsi del Liberty è associato alla committenza aristocratica alto borghese, a famiglie facolto-

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Vincenzo Luparello - Architettura per una nuova società agraria

se che vollero promuovere la costruzione o l’ampliamento di dimore e ville2. Nel 1895 Ernesto Basile realizza, vicino Licata, su incarico del barone Antonio Chiaramonte Bordonaro, il corpo d’ingresso al castello di Falconara di Sicilia; l’opera è significativa per il fatto che, nonostante i connotati tematici e la rusticità, il nuovo corpo di fabbrica, inserito nel complesso costiero, risulta essere caratterizzato solo da elementi a vista dell’opera muraria, con un’orditura di fasce continue orizzontali e di paraste e cantonali ammorsati, che svettano al di sopra del cornicione con acroteri dalle terminazioni in falso su palombelli. Nell’ampliare il complesso, Basile utilizza il codice della fortificazione medievale, già presente nella vecchia fabbrica, rielaborando però il tutto attraverso un processo di semplificazione che gli consente di ideare una partitura tesa all’espressività della forma. Questa risulta essere una prima rielaborazione di una facies oggettiva, di sapore industriale, che affida alla memoria i rimandi medievali attesi dalla committenza, la quale punta a ribadire il rinvio a quell’epoca per la propria identità blasonata. Antonio Chiaramonte Bordonaro nasce infatti da una nobile famiglia (che fra i beni annovera il Castello di Falconara, sul golfo di Gela, nel territorio del comune di Butera)3 e intraprende la carriera diplomatica dopo avere conseguito la laurea in scienze politiche nel 1898. L’incarico per Falconara non si ritiene però inserito nel contesto della committenza licatese; anzi, la figura del barone Chiaramonte Bordonaro, è in realtà più legata alla realtà produttiva di Canicattì, dove a partire dal 1819 il nonno aveva ottenuto in enfiteusi permanente i possedimenti degli antichi baroni Bonanno. La sequenza dei progetti di Basile nel territorio di Canicattì prende avvio con l’incarico per la trasformazione e l’ampliamento del baglio agricolo della vasta tenuta del barone Francesco Lombardo Gangitano. Esempio di

grande intelletto, generosità e capacità di innovazione, egli può essere considerato il pioniere di quella categoria imprenditori agricoli che porteranno l’economia canicattinese a 4 primeggiare in Italia . Il complesso comprende, oltre alla palazzina Giarra che ne è la dimora padronale già esistente, altri corpi destinati alla produzione e ai coloni, una torre serbatoio con orologio posta nel giardino retrostante all’ingresso principale, una guardiola, un chiosco, diverse terrazze belvedere. L’ampliamento fa parte degli interessi imprenditoriali del barone, dal momento che il nuovo impianto permette anche una gestione più razionale e strategica delle sue aziende, tale che rappresenta una sorta di “manifesto programmatico”, ovvero il punto d’arrivo di un processo di riforma dell’attività produttiva agricola avviata con i miglioramenti agrari, l’adozione di colture più redditizie e la costruzione di strade e case coloniche. Più tardi, nel 1904, Ernesto Basile viene incaricato dal cavaliere Bruno di Belmonte di realizzare l’omonimo palazzo a Ispica, dove nei primi anni del Novecento si diffonde un certo benessere incrementato dalle rimesse dagli emigrati in America e dalla ripresa della produzione agricola. Una volta acquistato il terreno nel quale doveva sorgere il palazzo, già nel periodo che va dal 12 gennaio al 27 ottobre 1901 viene trasportata, per mezzo di carri trainati da buoi, la pietra necessaria per la costruzione proveniente dalle cave di Comiso e dall’altopiano di Modica. I lavori di realizzazione della dimora vengono eseguiti a partire dal 1906 da maestranze locali, come è possibile evincere dai registri di cantiere che riportano nominativi, mansioni svolte e qualifiche. I lavori per la realizzazione del palazzo dureranno a lungo, quindi a causa dello scoppio della guerra verranno sospesi per poi essere ripresi solo nel 1921 dagli eredi, che tuttavia non riusciranno a raggiungere un accordo per il completamento. Nel 1986 l’edificio viene

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infine acquistato dal Comune e destinato a sede municipale. La stereometria del palazzo sembra essere derivata dal connubio tra la tipologia del palazzo baronale, chiuso nella sua rigida volumetria, e quella nuova dell’elegante residenza borghese. Il prospetto che si affaccia su corso Umberto, lascia cogliere in maniera perfetta ed efficace la doppia natura dell’opera architettonica il cui impianto è articolato su due

assi tra loro ortogonali, aperti entrambi verso l’esterno per mezzo di portali equivalenti dal punto di vista della dimensione e della tipologia5 . Una serie di elementi può essere riconosciuta come appartenente alla residenza originaria: l’altana con le sue bucature, che corona la torre d’angolo, i bow-windows con i balconi al secondo piano, il numero elevato delle aperture.

Note 1 2 3

C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 389-390. E. Sessa, Mobili e arredi di Ernesto Basile nella produzione Ducrot, Palermo 1980. D. Dainotto, Itinerario X. Un Liberty tra grandioso e popolare, Palermo 2008, pp. 2-6, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro

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(a cura di), op. cit. G. Ingaglio, Ernesto Basile a Canicattì, Canicattì 2006, pp. 74-78. N. Donato, Itinerario IV. La scuola di Basile, Palermo 2008, p. 25, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), op. cit.


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1. E. Basile, corpo di ingresso del castello Bordonaro, Falconara di Sicilia, 1895 (foto V. Luparello, 2013) 2. E. Basile, veduta del castello Bordonaro con il corpo di ingresso, Falconara di Sicilia, 1895 (foto V. Luparello, 2013). 3. E. Basile, palazzo Bruno di Belmonte, Ispica, 1906 (foto V. Luparello, 2013). 4. E. Basile, portone della torre con particolari delle ferramenta del baglio Lombardo Gangitano a CanicattĂŹ, 1897-1898 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 5. E. Basile, pianta del piano terra del palazzo Bruno di Belmonte, Ispica, 1906 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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Ernesto Basile e il modificarsi del rapporto con il mare: architetture sulla costa Davide Leone

Nella produzione di Ernesto Basile il legame con il mare non è definito, necessariamente, da un’effettiva vicinanza topologica ma piuttosto da un’affinità di senso e di funzione che lega le architetture al mare. Le opere esaminate appartengono a differenti periodi della sua produzione: dalla collaborazione con il padre nella Casa Basile a Santa Flavia, al periodo della maturità e della committenza dei Florio con Villa Igiea e con lo Stand del tiro al piccione, per terminare con la casa per il pittore Salvatore Gregorietti a Mondello. Pur non essendo esaustive del tema, tali architetture sono strumentali alla definizione di un importante passaggio di senso che investì il rapporto con la costa a cavallo tra il XIX e il XX secolo nella società del tempo. Sebbene quello del rapporto con il mare non sia certamente un tema particolarmente legato alla figura di Ernesto Basile, tuttavia appare utile soffermarsi su alcune caratteristiche progettuali per valutare il modificarsi di un rapporto condizionato dalla casualità delle committenze, dalle differenti scale degli interventi e dalle diversificate esigenze funzionali. I progetti saranno analizzati basandosi su una griglia che mette al primo posto il rapporto del progetto con il mare inteso tanto come soluzione funzionale che come dialogo architettonico, inoltre si prenderà in considerazione il contesto culturale entro cui prende forma il progetto e infine verrà valutata la modificazione del contesto urbano, specchio del mutare del rapporto con il mare. Le opere considerate coprono un arco di più di quarant’anni e fanno capo ad un periodo in cui si modifica profondamente il rap-

porto con il mare: da un approccio diffidente, dovuto ad una identificazione del mare come luogo di lavoro e come via di comunicazione, si passa ad un approccio utilitaristico, in cui si apprezzano le capacità curative del mare, fino ad approdare ad un rapporto gioioso, con il mare che diventa un democratico luogo di passatempo e villeggiatura. Considerato che già nel 1820 a Palermo specifici editti governavano e davano ordine alla nuova moda dei 1 bagni di piacere , anche l’architettura fece i conti con questa rivoluzione di senso. Tali modificazioni del rapporto con il mare risultano delineate e riscontrabili nelle diverse opere di Basile considerate, rappresentando un importante tassello di quella che fu la rivoluzione borghese caratterizzante il passaggio dal XIX al XX secolo, durante il quale la borghesia volle dimostrare che anche la capacità produttiva e imprenditoriale costituiva potere, e che avvicinò i luoghi di lavoro ai luoghi di rappresentanza, democratizzò il diritto alla salute, dando un grande incentivo alla ricerca in questo campo, e soprattutto rivelò una cosa che era sotto gli occhi di tutti, ovvero che si poteva trarre piacere dal rapporto con il mare. La Casa Basile sorge sul corso Filangeri a Santa Flavia, grosso modo a metà strada tra il mare e l’omonima villa settecentesca che sarà oggetto, intorno alla fine del secolo, di un intervento di riconfigurazione di un ambiente per la trasformazione in sala del biliardo da parte di Ernesto Basile. Si tratta di un progetto iniziato dal padre Giovan Battista Filippo nel 1874 e condotto a termine da Ernesto nel 1878.

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Davide Leone - Ernesto Basile e il modifcarsi del rapporto con il mare: architetture sulla costa

La casa, concepita come casa di vacanze per la famiglia, ha forma quadrangolare con una torre scalare semicircolare che scandisce il prospetto rivolto verso monte. La massiva definizione della fabbrica e le cromie utilizzate mostrano evidenti derivazioni dal linguaggio neoclassico di Giovan Battista Filippo. I due piani della casa sono contrassegnati da una cornice marcapiano; il piano terra è definito da un bugnato a filari che s’intensifica sugli spigoli dell’edificio dove lega idealmente il piano terra al primo piano. A questa configurazione s’innestano elementi allusivi alla presenza del mare, probabilmente più vicini alla poetica del giovane Ernesto. Si tratta del motivo decorativo ad eliche che caratterizza il coronamento e dei timoni presenti tra le mensole della cornice. Anche la torre delle scale rimanda ad elementi marini con le finestre circolari e soprattutto con la sua massa che ricorda le dimensioni delle torri di avvistamento e delle tonnare. Questo edificio, sia pur alterato da una profonda modifica del contesto e da superfetazioni intervenute sul lato verso il mare della fabbrica, reca alcuni elementi interessanti nel rapporto di senso che Basile instaura con il mare perché, rispetto ad architetture successive, manifesta un apparato decorativo maggiormente allusivo2. Questo aspetto può essere interpretato in una duplice chiave: da un lato come manifestazione della ricerca di un linguaggio proprio, che si stempera nell’allusivo citazionismo degli elementi marini, dall’altro come volontà di “avvicinare” la villa al mare. Oggi la villa è assediata da nuova edilizia di bassa qualità, che ha negato la maggior parte del rapporto con il mare, e inoltre la linea ferrata costruita proprio a ridosso ha costituito un ulteriore ostacolo anche al rapporto con la villa Filangeri che rappresenta un ulteriore punto focale del progetto. Villa Igiea è il progetto di più ingenti dimensioni e probabilmente quello che impone maggiori riflessioni rispetto al rapporto con

il mare. Come è noto il progetto era inteso ad ampliare ed inglobare per questo l’edificio già esistente, la residenza dell’ammiraglio Cecil Domwille acquistata nel 1898 da Ignazio Florio, per allestire un sanatorio specializzato nella cura della tubercolosi. Rispetto al progetto della casa Basile di Santa Flavia è ormai avvenuta una rivoluzione nel concetto del rapporto tra città e mare che è qui riconosciuto come un elemento curativo prezioso (a riprova di ciò è il gran numero di nosocomi sorti sulla costa palermitana in quel periodo). Ben presto le ingenti spese per la realizzazione suggerirono di modificare la destinazione d’uso del sanatorio in quella di grand hôtel internazionale. Anche questa modifica segna una rivoluzione di senso avvenuta in breve tempo. Nel giro di poco più di un anno si affianca alla concezione del mare come luogo di cura quella come luogo di svago. È chiaro che cambi così repentini negli indirizzi progettuali siano soprattutto legati a questioni di opportunità economica e si devono correlare alle strategie di rappresentanza della famiglia Florio. È comunque acclarato che la decisione della modifica di destinazione d’uso avvenne già nel 19003 e senza suscitare clamore. Oltre a confrontarsi con la preesistenza della villa Domwille, il progetto dovette tenere conto anche degli elementi residuali delle propaggini costiere del parco all’inglese di villa Belmonte, che sovrasta la borgata dell’Acquasanta. In particolare furono inglobati nel disegno del nuovo giardino dell’albergo i resti di un tempietto neoclassico che si affacciano proprio sul bordo, verso il mare. L’opera realizzata da Basile si articola in due corpi di fabbrica distinti, ma collegati da percorsi interni ed esterni, quello a sudovest (più tardo) incorpora le strutture della villa Domwille, mentre il corpo di fabbrica a nord-ovest è del tutto nuovo4. L’impianto dell’edificio ed il giardino manifestano un profondo legame con il mare, che diventa

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la quinta entro cui gli ospiti sono chiamati a muoversi. Oltre alle questioni legate all’impianto planimetrico è opportuno ricordare che, sebbene in parte allusivo alla funzione originaria di sanatorio, anche l’apparato decorativo di Villa Igiea, soprattutto nel salone da pranzo, svolgeva una funzione allegorica di collegamento con il male e con il mare5 . Questa è una cosa ovvia se paragonata alla concezione attuale degli alberghi e del loro rapporto con il mare, ma lo è molto meno se si considera il periodo della costruzione di Villa Igiea; basti considerare che, al tempo della sua realizzazione, era l’unico albergo costruito a Palermo tra l’ultima frangia urbana e il mare. Peraltro erano ben pochi gli edifici che a quel tempo erano costruiti in una posizione simile. Probabilmente sulla scelta di prediligere il fronte verso il mare ebbe una certa influenza l’originaria destinazione curativa, che suggeriva di rivolgere il più possibile la fabbrica verso il mare; ciò che resta è comunque l’esito di questa scelta, ovvero un’architettura che esprime un rapporto con il mare nuovo e compiuto, che si articola oltre che nell’architettura dell’edificio anche nelle balze del giardino che collegano materialmente l’albergo con il piccolo approdo sottostante e con gli scogli del profilo di costa. Lo Stand Florio o del tiro al piccione è un ulteriore tassello nell’ambito della definizione di nuove tipologie architettoniche legate al mare che si sono sviluppate a cavallo del XIX e del XX secolo. Rispetto alla localizzazione di Villa Igiea, che già faceva sistema con il precedente impianto della tonnara Florio all’Arenella - completata nel 1846 dalla costruzione della cosiddetta torre dei “4 pizzi” e per la quale lo stesso Basile aveva redatto nel 1899 un progetto di espansione - costituendo uno dei centri di rappresentanza dei Florio, il piccolo stand sorse agli antipodi della città. L’area scelta per lo Stand Florio, immediatamente oltre la foce del fiume Oreto, era una delle più suggestive,

come testimoniavano le opere dei paesaggisti ottocenteschi – soprattutto di Francesco Loiacono – che spesso avevano scelto questa prospettiva per ritrarre la città ed il Monte Pellegrino. Il progetto dello stand faceva parte di un più complesso programma che prevedeva un massiccio sviluppo in senso turistico-ricreativo dell’area, il cui sviluppo si preannunciava con una concezione simile a quella della nascente Mondello. I nuovi indirizzi urbanistici della città, tuttavia, non rispettarono le aspettative di queste previsioni. Il progetto è piuttosto originale e punta verso un citazionismo più evidente che ha i suoi riferimenti nelle forme normanno-moresche presenti in città, da poco rispolverate dall’attività filologica e filomedioevale di Giuseppe Patricolo e di Francesco Valenti. Tuttavia il citazionismo dell’opera non è solo formale, ma si estrinseca nell’impianto stesso del progetto, chiuso verso la via Messina Marine con un prospetto simmetrico con tre bucature rettangolari, nel quale la maggiore centrale è segnata da paraste che descrivono un arco a sesto acuto con un piccolo rosone ad intarsi moreschi. Più in là, l’ingresso allo spazio aperto del campo di tiro rivolto verso il mare e delimitato da un alto muro di confine è costituito da un’apertura con arco a ferro di cavallo. Alla chiusura verso la strada corrisponde quindi una notevole apertura verso il mare (come nelle case arabe ciò che è più importante è all’interno). Nella corte che fronteggia il mare anche il linguaggio del fronte dell’edificio si modifica notevolmente: le aperture si dilatano e si raggiunge un rigore privo di decori che è quasi protorazionalista. La soglia del complesso traghetta il visitatore dalla storia riconoscibile dell’architettura siciliana al futuro più remoto del mare, con quel rispetto per il panorama dovuto alla mancanza di particolari e dettagli decorativi. L’ambizioso progetto complessivo del Kursaal, realizzato in parte ed oggi non più integro, comprendeva anche un teatro all’aperto sul mare ed una serie di

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Davide Leone - Ernesto Basile e il modifcarsi del rapporto con il mare: architetture sulla costa

ulteriori corpi di servizio che presentavano un linguaggio meno asciutto rispetto allo stand realizzato ma non insistito sulla metafora moresca scelta per il corpo di ingresso dello stand. Anche in questa piccola architettura, pur con i dovuti distinguo relativi alla scala dimensionale, alla sua funzione e alla morfologia del sito, si individua una predilezione per il fronte verso il mare. Il Villino Gregorietti è un’architettura tarda della produzione di Basile6 e si trova a Mondello, una città balneare nata utilizzando la nuova risorsa del mare come elemento propulsivo per la sua fondazione. Il villino, una delle ultime opere di Ernesto, fu progettato per il pittore Salvatore Gregorietti, che tanti anni prima aveva collaborato con Basile per la decorazione della sala da biliardo della villa Filangeri a Santa Flavia e che spesso era intervenuto nella definizione degli apparati decorativi delle sue architetture. In questo caso il principio insediativo nel rapporto con la strada e con il tessuto di Mondello segna, ancora una volta, un notevole rispetto per il mare come elemento del paesaggio da contemplare, tanto che il corpo di fabbrica, sito alla fine del viale Regina Margherita (la strada di diretta penetrazione che collega Mondello alla città attraversando il Parco della Favorita), è ruotato di 45° per assicurare una maggiore apertura della

prospettiva verso il golfo. Questa attenzione, apparentemente banale, segnala in realtà un’importante modificazione nel rapporto di democratizzazione del mare. Nei progetti precedentemente esaminati la costa era un elemento importante: liberatorio tanto da far decadere la necessità della decorazione nel fronte verso mare dello Stand Florio, determinante tanto da far realizzare il prospetto principale di Villa Igiea verso il mare del litorale dell’Acquasanta. In questi casi però, al contempo, il mare era considerato come un elemento ed un bene di privato appannaggio per chi entrava a Villa Igiea o allo Stand Florio. Nel caso della villa Gregorietti il mare non è solo un elemento d’uso personale, ma assume un valore paesaggistico collettivo e universale, una visione comunitaria che senz’altro faceva parte delle ragioni sottese alla fondazione di Mondello. In sintesi, le tre opere di Basile, scelte ad illustrare le modificazioni dell’atteggiamento della società del tempo, raccontano il momento di passaggio in cui il mare viene reinterpretato e acquista un nuovo valore come risorsa curativa, paesaggistica e di svago. Basile è uno tra gli originali interpreti anche di questa rivoluzione. La diffidenza storica per il mare7 viene, nel passaggio tra il XIX ed il XX secolo, superata beneficiando di un periodo di floridezza economica dovuto anche alla messa a frutto di questo nuovo bene.

Note 1 2

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A. Chirco, D. Lo Dico, In tempo di bagni. Stabilimenti balneari e circoli nautici a Palermo, Palermo 2007, p. 54. E. Mauro, La casa di Basile a Santa Flavia, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et unum. 1904-2004. I cento anni del Villino Basile, Palermo 2006, pp. 222-234. G. Pirrone, Il tempio di Hygieia, in Idem, Palermo, una capitale, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, p. 117. Una esauriente esposizione delle vicende costruttive di Villa Igiea è in F. Amendolagine, Villa Igiea, Palermo 2002.

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Per una compiuta descrizione delle tempere presenti nella stanza degli specchi di Villa Igiea si rimanda a E. Sessa, Il diorama simbolico del Salone degli specchi di Villa Igiea: alle origini del liberty italiano, in C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 183-204. E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, p. 363. Leonardo Sciascia ne La corda pazza (Torino 1970) cita gli studi di Giuseppe Pitrè che evidenziano come ci siano pochissime manifestazioni popolari del rapporto con il mare.


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1.G.B.F. Basile ed E. Basile, veduta della casa Basile a Santa Flavia, 1887-1888 (cartolina, coll. privata, Palermo). 2. G.B.F. Basile ed E. Basile, veduta della casa Basile a Santa Flavia, 1887-1888 (foto D. Leone, 2010). 3. E. Basile, veduta dall’alto del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta, Palermo, 18991900 (Archivio Dante Cappellani, Palermo). 4. E. Basile, Stand Florio, via Messina Marine, 1905-1906 (coll. privata, Palermo). 5. E. Basile, veduta del fronte sul mare dello Stand Florio, via Messina Marine, 1905-1906 (coll. privata, Palermo). 6. E. Basile, villino Gregoretti, piazza Valdesi a Mondello, Palermo, 1924-1925 (coll. L. Collura, Palermo).

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I progetti dell’Ufficio Tecnico Ducrot Patrizia Miceli

Reminiscenze déco e austero razionalismo, arredi in stile e ricerca di sobrietà compositiva costituiscono gli estremi dicotomici di un percorso, quello della ditta Ducrot, che viene avviato prima e alimentato e sostentato poi dalle esperienze moderniste di Ernesto Basile, attraverso il cui contributo, insieme alla lungimiranza di Vittorio Ducrot, si era riuscito a sancire l’affrancamento della fabbrica e il progressivo avvio di una produzione industriale. È infatti con la costituzione dell’Ufficio Tecnico voluto e promosso dallo stesso Basile che l’attività prosegue a partire dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta del XX secolo anche attraverso il contributo e la collaborazione con professionisti come Giuseppe Capitò, Giuseppe Spatrisano, Vittorio Corona, Michele Collura, Gustavo Pulitzer Finali, Paolo Clausetti, Galileo Chini e Amedeo Luccichenti. Tuttavia la nuova storia dell’impresa viene scritta a partire già dagli anni Trenta, quando le necessità commerciali, si intrecciano con la pressante esigenza di fronteggiare la crisi mediante una produzione orientata verso i grandi incarichi. A partire da questo momento Vittorio Ducrot tenterà di potenziare il settore navale, in risposta alle richieste della classe alto borghese, avviando un percorso nuovo costruito su nuovi esiti commerciali e su nuove relazioni professionali, che faranno del fruttuoso “binomio Basile-Ducrot”, non solamente un ricordo, ma anche e soprattutto il momento da cui ripartire facendo tesoro dei risultati conseguiti sino ad allora. Nella Palermo degli anni Trenta dunque le scelte e gli orientamenti dell’Ufficio Tecnico

Ducrot si spostano nuovamente su posizione “moderne”. Un evento questo sottolineato dall’inserimento nei cataloghi di alcuni modelli di mobili progettati per la motonave Victoria in collaborazione con Gustavo Pulitzer-Finali, cui si associa la contemporanea diminuzione dell’utilizzo della noce locale, il cui uso incauto aveva uniformato quasi l’intera produzione degli anni Venti, seguita dall’impiego di nuovi e non ancora interamente sperimentati materiali quali makassar, teak, ferri battuti, stoffe policrome, rame e radiche. La produzione degli anni Trenta si rivolge pure alla progettazione di apparecchi illuminanti, liberamente ispirati ai riferimenti offerti da Jean Perzel e da Edgar Brandt.1 Negli stessi anni sempre maggiore interesse suscitano pure quegli arredi con struttura tubolare proposti in tutta Europa. In tal senso, l’Ufficio Tecnico Ducrot si dimostra dunque pronto a recepire quella serie di proposte provenienti dalla Knoll o dalla Thonet. I “metallmobel” della Ducrot invadono già dal 1932 un mercato all’interno del quale erano stati preceduti da pochi e colti esemplari. Nel suo complesso dunque la produzione Ducrot degli anni Trenta diventa espressione e si fa portavoce delle numerose tendenze che emergono dal contesto di uno scenario internazionale variamente articolato, in una produzione che nell’insieme oscilla tra razionalismo e il corrispettivo italiano della cultura dello “streamline”. La fase successiva, quella cioè legata all’acquisizione dell’impresa genovese guidata da De Bonis, è segnata dalla precisa volontà di orientare la produzione sul settore dei

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grandi incarichi, ripartendo cioè dall’esatto punto in cui, a seguito del secondo conflitto, la ditta si era fermata. Sono infatti proprio i documenti della ditta a testimoniare la varietà della produzione fra il 1955 e il 1969. Il registro del protocollo disegni per lo stesso arco temporale riporta all’incirca 825 incarichi fra alberghi, ambasciate, istituti bancari, negozi, teatri e navi, oltre che arredi per studi e abitazioni private di importanti e illustri professionisti in tutta Italia. Il marchio Ducrot, sinonimo di qualità per l’arredo moderno siciliano e non solo, si confronta infatti a partire dal secondo dopoguerra con la nuova gestione dell’ingegnere De Bonis, imprenditore poco lungimirante e impermeabile alle sollecitazioni offerte dal design internazionale, e pertanto orientato verso una produzione per lo più legata alla reinterpretazione del gusto dominante il momento e che, solo sporadicamente, si avvale di collaborazioni esterne al gruppo di progettisti dell’Ufficio Tecnico. Una considerevole sezione della produzione di questo periodo si orienta prevalentemente verso la progettazione di attività commerciali, fra queste la ditta cura la sistemazione della cartoleria De Magistris-Bellotti (1953-1954), dei negozi Marus (1955), Ricordi (1956), Spatafora (1957), Savona (1957) e Richard Ginori (1957) nelle sue sedi di Palermo, Catania e Messina. Tutti esercizi commerciali che in qualche modo si legano all’immagine di una tradizione commerciale cittadina consolidatasi negli anni e che sente la necessità di rinnovare la propria immagine. Negli stessi anni a Palermo si delinea una precisa tendenza che vede l’attiva presenza di architetti di avanguardia estranei al circuito professionale cittadino a cui vengono affidati importanti incarichi di progettazione, dai BBPR, che progettano il negozio Randazzo, a Melchiorre Bega è chiamato dai fratelli Barraja a progettare la nuova sede della gioielleria in via Ruggero Settimo rispondendo con un’originale soluzione che prevede la

presenza di vetrine girevoli su un montante centrale. Eugenio Bellotti infatti proprio nel 1953 affida alla Ducrot l’allestimento del negozio e delle vetrine esterne. La soluzione proposta, esito di numerose modifiche2, mira a privilegiare la funzione espositiva valorizzando sia il prospetto, mediante l’introduzione in esso di teche espositive, sia l’interno con l’inserimento di vetrine in legno perlinato e vetro, superiormente sormontate da mensole sorrette da elementi in ottone cromato; nel progetto vennero previsti anche dei banchi per la vendita e delle vetrine in ottone cromato e vetro integrate alle colonne interne. Il motivo ispiratore è nell’insieme rappresentato da sobrietà e linearità degli elementi in uso equilibrato di materiali e finiture, prevalentemente affidate a ditte locali.3 La linearità e l’estremo rigore del progetto per Bellotti lasciano il posto all’uso di linee decisamente più morbide e fluide adottato per il progetto dell’arredo del negozio di abbigliamento Marus in via Magliocco, per il cui progetto la Ducrot si affida all’architetto Kurt Hans Gunter. È in questo caso la disposizione degli elementi di arredo a dettare delle precise regole per la fruizione dello spazio, l’organizzazione delle vetrine e dei banchi per la vendita impone infatti, ai vari livelli su cui è organizzata l’attività commerciale, dei percorsi ad andamento sinuoso. È l’architetto milanese Paolo Clausetti a progettare per la ditta la sistemazione del negozio Ricordi di via Ruggero Settimo conferendo a ciascun elemento d’arredo una precisa funzione rispetto all’insieme stesso e facendo in modo appunto che ogni singolo pezzo risponda alla finalità dell’insieme. L’obiettivo del progettista è in questo caso fare in modo che ciascuna delle soluzioni adottate, dalla conformazione dei singoli elementi, alla scelta di materiali e coloriture, dall’organizzazione dello spazio, all’illuminazione del negozio, tutto contribuisce a suggerire la funzione cui è deputato lo spazio.

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Patrizia Miceli - I progetti dell’Ufficio Tecnico Ducrot

Sotto la direzione dell’Ufficio Tecnico Ducrot viene progettato da Oscar Trevale la sistemazione del negozio Spatafora di via Maqueda. L’attività commerciale, fortemente consolidatasi nella realtà cittadina e non solo, sotto la direzione dell’avvocato Alfredo Spatafora assiste all’apertura di 82 negozi di cui 9 a Palermo e 67 in Italia. Fra le sedi progettate dall’Ufficio Tecnico Ducrot quella per la sede di via Maqueda rappresenta senza dubbio la più interessante per le soluzioni proposte, sia nel vestibolo d’ingresso, generato da una pensilina in perspex e alluminio anodizzato, sia nello spazio interno, con elementi a incasso e sporgenze da cui si generano le vetrine espositive, sapientemente enfatizzate dal sistema di illuminazione. Una soluzione questa che, oltre a rispondere perfettamente alla funzione cui è deputata, riesce a coniugare con estrema chiarezza compositiva ciascun elemento in un insieme ancora una volta chiaro e fruibile, anche rispetto a quanto, quasi contemporaneamente, viene proposto e realizzato per la sede di piazza Regalmici, che al contrario nell’opulenza e ridondanza di motivi e apparati decorativi riecheggia uno dei tanti salotti palermitani. Un altro elemento importante nella delineazione di quel profilo rimarcato dalla ditta Ducrot fra gli anni Cinquanta e Sessanta è costituito dalla realizzazione del negozio Savona di proprietà dei coniugi Ignazio e Maria situato ad angolo tra via Roma e corso Vittorio Emanuele, ulteriore segno ed espressione eloquente di quella committenza alto borghese che ostenta con decisione il gusto per il moderno. In particolare nel progetto per il negozio prevale l’uso di ampie vetrine espositive, con finiture in ottone spazzolato e vetro, che lasciano percepire lo spazio interno anche dall’esterno. A filtrare e differenziare gli spazi all’interno, la presenza di quattro grandi pilastri circolari che si concludo a soffitto con un sistema di raccordo, che tende a sua volta a differenziarne le singole pertinenze, insieme ad un quinto pilastro destinato al mo-

bile cassa, anch’esso rivestito in legno come gli altri quattro, differenziato da questi ultimi mediante la presenza di un pannello decorativo, probabilmente destinato a rimarcarne la specifica funzione. Essenzialità delle linee e armonicità dell’insieme caratterizzano pure i progetti per le sedi dei negozi Richard Ginori di Palermo, Messina e Catania. In particolare proprio quest’ultimo insieme alla sede di via Maqueda rappresenta il perfetto connubio di una progettazione che tende ad investire non singole parti ma l’insieme nella sua globalità, con la conseguente, diversa e più armonica fruizione dello spazio in rispondenza alla funzione cui esso è destinato. Gli stessi motivi ispiratori e gli stessi stimoli animano pure quella progettualità destinata ad altre tipologie, da quelle abitative, in cui, chiaramente, in risposta alle richieste di una committenza comunque colta e benestante, la ditta, sotto la guida progettuale di un Ufficio Tecnico che vede susseguirsi nel tempo vari personaggi, tenta di rispondere mediante soluzioni per lo più orientate verso un gusto moderno dell’abitare, seppur talvolta con ricadute dagli accenti decó, e in cui la definizione dello spazio è spesso demandata a pochi elementi e ad un uso differenziato di finiture, trame, colori e materiali. Un importante e cospicuo numero di elaborati, per questa specifica sezione, è dedicato al progetto di villa Adriana a Napoli (progetto del 1960), per cui la ditta si occupa della definizione di tutti gli spazi interni. La progettazione di appartamenti e abitazioni private si snoda dunque attraverso soluzioni che variano dalle declinazioni in stile sino alle soluzione più originali ideate per committenti illustri come il commendatore Pensabene di Palermo o il signor De Giovanni di Adrano, ma la ditta riceve commesse oltre che da varie parti della Sicilia anche da altre città italiane richiamate dalla notorietà di un nome da sempre emblema di qualità. Infine un ambito di ampia sperimentazione

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

è offerto dai settori alberghiero e navale che consentono alle professionalità della ditta di confrontarsi con una dimensione progettuale nel suo insieme più articolata e differenziata nella destinazione funzionale degli spazi. È infatti la misura della spazialità e l’equilibrio fra le parti che costituiscono l’insieme, che traspare nelle soluzioni adottate nel progetto per il Jolly Hotel di Palermo o per l’albergo turistico a Giarre, oltre che per i numerosi progetti di interni navali. Interessante è pure il progetto, unico nel suo genere in quegli anni, per la portineria di uno stabile in via Wagner, in cui ancora una volta compare, oltre che la spiccata propensione per la linearità della composizione demandata a taluni

elementi essenziali volti a fissare pochi punti fermi nello spazio, anche un preciso modo di rappresentare e di utilizzare il disegno quale strumento di narrazione di un preciso fatto architettonico. Chiarezza, essenzialità e reinterpretazione del gusto del momento costituiscono le matrici di un sistema interamente votato, fra il 1955 e il 1969, anno in cui l’attività della ditta cessa definitivamente, verso l’interpretazione delle tendenze del momento in sporadici accenti, fragili afflati e deboli slanci innovatori che confermano quella fase di decadenza che a partire dalla gestione De Bonis e per le mutate condizioni socio-economiche si era delineata con più chiarezza.

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E. Sessa, Ducrot. Mobili e arti decorative, Palermo 1989. Così come si evince dai documenti d’archivio relativi alla corrispondenza fra Bellotti e la ditta.

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In particolare la ditta di Vincenzo Venezia specializzata nella lavorazione del marmo fornisce le lastre in botticino utilizzate nel prospetto, mentre l’Elioneon si occupa della finitura degli elementi in vetro e del sistema di illuminazione.


Patrizia Miceli - I progetti dell’Ufficio Tecnico Ducrot

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1. P. Clausetti, Negozio Ricordi, via Ruggero Settimo, Palermo, banchi esposizione-vendita per strumenti, radio e tv, 1956 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

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2. Ufficio Tecnico Ducrot, Negozio F.lli Savona, via Roma, Palermo, vedute prospettiche del piano ammezzato, 20 luglio 1956 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 3 a-b. Ufficio Tecnico Ducrot, Portineria di uno stabile in Wagner, Palermo, vedute prospettiche dell’androne, 1961 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo).

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4. Ufficio Tecnico Ducrot, Studio del Dott. Giovanni Vinti, Agrigento, veduta prospettica, 11 gennaio 1961 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 5. Ufficio Tecnico Ducrot, SocietĂ Tirone Edilizia, Milano, camera da letto e mobili per il salotto-pranzo, vedute prospettiche, 7 novembre 1961 (Dotazione BasileDucrot, Palermo).

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6. Ufficio Tecnico Ducrot, Cantiere Navale Rodriguez, Hydrofoil Motor Yacht, Messina, arredo per il salotto, vedute prospettiche, 2 gennaio 1962 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 7. M. Collura, Società Tirrenia, veduta prospettica interna, post 1960 (Dotazione Basile-Ducrot, Palermo). 8. M. Collura, Società Tirrenia, veduta dell’interno, post 1960 (Archivio privato Collura, Palermo).

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Patrizia Miceli - I progetti dell’Ufficio Tecnico Ducrot

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9. M. Collura, Società Tirrenia, veduta dell’interno, post 1960 (Archivio privato Collura, Palermo). 10. M. Collura, Società Tirrenia, veduta dell’interno, post 1960 (Archivio privato Collura, Palermo).

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Le opere rare e di pregio e i libri antichi nelle collezioni della Biblioteca Centrale della Facoltà di Architettura Mario Mastroluca

Le opere rare e di pregio e i libri antichi posseduti dalla Biblioteca Centrale della Facoltà di Architettura possono essere suddivisi in due categorie principali: le opere storicoletterarie; i trattati e i manuali. Non si trascrive un repertorio bibliografico in quanto tutto il materiale posseduto è catalogato in ALEPH ed inserito nell’OPAC d’Ateneo, ed è quindi facilmente ricercabile online. Si tratteranno, invece, le opere più rappresentative dal punto di vista storico, bibliografico o della peculiarità dell’esemplare. Nella categoria delle opere storiche si segnalano, innanzi tutto, i due volumi della Bibliotheca Sicula sive de scriptoribus Siculis, di Antonino Mongitore, Panormi: ex Typographia Didaci Bua, 1708, il cui secondo volume vide la luce solo nel 1714 per i tipi della ex Typographia Angeli Felicella. Si tratta di un repertorio di autori siciliani esemplato sulla Bibliotheca Neapolitana di Niccolò Toppi. I due esemplari sono stati acquistati nel 1963 da un collezionista privato per sole 115.000 lire; recano entrambi vistosi segni di bruciature sul lato superiore e sul lato destro che rendono illeggibili, in alcuni punti, entrambi i margini. Una breve digressione va fatta su queste bruciature: nel 1717 il Mongitore aveva avuto incarico dalla Deputazione del Regno di curare la riedizione degli atti parlamentari premettendovi un’introduzione storica; la prima edizione, curata da Andrea Marchese, barone di Oronte, era stata stampata nel 1659 e raccoglieva gli atti dal 1494 al 1658. Fu proprio in queste Memorie istoriche, anteposte agli atti, che Mongitore elaborò un

vero e proprio manifesto della feudalità e del clero dell’isola, in aperto contrasto con il centralismo sabaudo. Questo irritò fortemente il governo sabaudo che ordinò che tutte le copie dei Parlamenti generali ordinarij et straordinarij venissero sequestrate e trasportate nei locali della segreteria viceregia. La sera del 2 luglio del 1718, quando ormai era sbarcata a Solanto «l’armata del re Filippo V per liberare la sua fedelissima Sicilia dalla tirannide del 1 Faraone Savoiardo» , tutte le copie dei Parlamenti generali vennero pubblicamente bruciate per ordine del viceré Annibale Maffei. Le Memorie istoriche vennero poi ripubblicate postume nel 1749 nell’edizione dei Parlamenti generali curata dal nipote Francesco Serio Mongitore. Non si può escludere che gli esemplari della Bibliotheca Sicula sive de scriptoribus Siculis posseduti dalla Biblioteca Centrale della Facoltà di Architettura siano stati sequestrati per errore o per deriva punitiva, caratteristica di molti governanti che stanno per essere spodestati per azione di popolo o per intervento esterno, ma salvati miracolosamente dal rogo quando già le fiamme li stavano aggredendo. Del Mongitore la Biblioteca possiede anche il Diario palermitano delle cose più memorabili accadute nella città di Palermo in Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX, a cura di G. Di Marzo, per la serie Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, VIIIX, Palermo: Luigi Pedone Lauriel, 1869-77. Lo stesso Mongitore ha curato la terza edizione emendata di un’altra pregevole opera in due volumi in catalogo: Sicilia Sacra: disquisitionibus et notitiis illustrata, auctore abbate


Mario Mastroluca- Le opere rare e di pregio e i libri antichi nelle collezioni

Netino et Regio Historiographo don Roccho Pirro … Editio Tertia emendata, & continuatione aucta cura, & studio S.T.D.D. Antonini Mongitore … Additiones & Notitiæ Abbatiarum Ordinis sancti Benedicti, Cirsterciensium, & aliæ quæ desiderabandur Auctore P. Domino Vito Maria Amico ... Panormi : Apud hæredes Petri Coppulæ, 17332, acquistata nel 1963 da un collezionista privato per 120.000 lire. Non si può omettere di citare un’altra opera di grande rilevanza storica in catalogo: Sicanicarum rerum compendium, clar. Francesco Maurolyco abbate Divæ Mariæ á Partu Messinæ: Typis don Victorini Maffei, 1716 che comprende anche la riedizione delle Vitæ illustrium philisophorum Siculorum et Calabrorum di C. Lascaris, Messina: W. Schömberger, 1499. Francesco Maurolico, detto anche Francesco da Messina, fu matematico, astronomo, architetto, storico e scienziato. Fu, inoltre, grande geografo: fu lui a tracciare la rotta alla flotta cristiana al comando di don Giovanni d’Austria in partenza dal porto di Messina per la battaglia di Lepanto; la maggior parte delle carte geografiche autografe si trovano a Parigi (Bibliothèque nationale, Fonds latin). Ha lasciato una corposa opera manoscritta e a stampa tra cui molti lavori sull’opera di Archimede e una Cosmographia, che dedicò al Bembo che lo aveva aiutato a darla alle stampe: Venezia: per L. Giunti, 1543. Come riportato nella citazione bibliografica, fu abate presso l’abbazia benedettina di Santa Maria del Parto a Castelbuono, oggi santuario di S. Guglielmo. La prima edizione del Compendio: Messina: P. Spira, 1562, fu stampata quattro anni dopo la prima edizione di un’altra significativa opera per la storiografia siciliana: il De rebus Siculis decades libri duo del domenicano Tommaso Fazello che metteva in discussione le prerogative politiche vantate dalla città di Messina; e il Compendio venne commissionato a Maurolico proprio dal Senato messine-

se come risposta per contrastare l’influenza di Palermo nelle vicende socio-politiche dell’isola. Nella categoria dei trattati e dei manuali si segnalano, innanzi tutto, sette opere di pregio: Dell’Architettura, di Gioseffe Viola Zanini … in Padova: per Giacomo Cadorino, 1627; Libro Primo d’Architettura, di Sebastiano Serlio … in Venezia: appresso Francesco de’ Franceschi, Senese, 1634; Direzioni a’ Giovani Studenti del Disegno dell’Architettura Civile, nell’Accademia Clementina dell’Istituto delle Scienze, unite da Ferdinando Galli Bibbiena … in Bologna: nella Stamperia di Lelio dalla Volpe, 1731; Direzioni della Prospettiva Teorica Corrispondenti a quelle dell’Architettura, Istruzione a’ Giovani Studenti di Pittura e Architettura nell’Accademia Clementina dell’Istituto delle Scienze, raccolte da Ferdinando Galli Bibbiena … in Bologna: nella Stamperia di Lelio dalla Volpe, 1732; varie traduzioni illustrate e commentate del De Architectura di Vitruvio: L’architettura generale di Vitruvio ridotta in compendio dal Sig. Perrault … Opera tradotta dal francese, ed incontrata in questa Edizione col Testo dell’Autore e col Commento di Monsig. Barbaro … In Venezia: nella Stamperia di Giambattista Albrizzi Q. Gir., 1747; L’architettura di Marco Vitruvio Pollione tradotta e commentata dal marchese Beraldo Galliani … Edizione seconda … in Siena: nella stamperia di Luigi, e Benedetto Bindi, 1790; M. Vitruvii Pollionis Architectura: textu ex recensione codicum emendato cum exercitationibus notisque novissimis Joannis Poleni et commentariis variorum, additis nunc primum studiis Simonis Stratico, Utini: apud fratres Mattiuzzi, 1825. Oltre ai trattati su Vitruvio si segnalano i tre tomi dei Principj di architettura civile, di Francesco Milizia, Bassano: nella Tipografia Remondiniana, 1804, la cui prima edizione, per i tipi di Jacopo de’ Rossi, risale al 1781. Dello stesso autore abbiamo in catalogo il

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Trattato completo, formale e materiale del teatro, in Venezia: nella stamperia di Pietro q. Gio: Batt. Pasquali, 1794. Di grande rilievo documentario, in questa categoria, anche la prima edizione italiana: Mantova: a spese della Società editrice, coi tipi di L. Caranenti, 1831, traduzione sulla sesta edizione originale con note e giunte importantissime, per cura di Basilio Soresina, del Traité theorique et pratique de l’Art de Bâtir, di Jean Baptiste Rondelet, l’architetto che curò le modifiche al progetto originale di Jacques-Germain Soufflot e la realizzazione della chiesa di Saint-Geneviéve, successivamente convertita in Pantheon dei Francesi. La chiesa, per la sua leggerezza, è stata da sempre considerata come la forma classica dell’architettura gotica. Nel Traité l’edificio e le sue componenti vengono studiati da un punto di vista esclusivamente strutturale e costruttivo, tralasciando il tema della composizione architettonica che aveva, invece, costituito l’elemento caratterizzante della trattatistica italiana da Vitruvio in poi. Il trattato del Rondelet è sostanzialmente complementare agli studi e agli insegnamenti di Jean-Nicolas-Louis Durand di cui sono in catalogo i due volumi più appendice, con traduzione in italiano, del trattato: Recueil et parallèle des bâtiments classiques … de J.N.L. Durand suivi de L’histoire générale de l’architecture de J.G. Legrand … par M.r François Zanotto … Venise: Établis national de Joseph Antonelli Éditeur, 1857. Rimanendo nella trattatistica francese, si segnala in catalogo: L’art de batir chez les Romains, par August Choisy … Paris: Ducher, 1873; un’analisi strutturale dell’architettura romana inclusi i materiali costruttivi e la forza lavoro necessaria alla costruzione. A questo seguì un trattato sull’architettura bizantina e, successivamente, sull’architettura egiziana. Famosa la sua traduzione in quattro volumi del De Architectura di Vitruvio: Vitruve, Paris : Lahure, 1909.

Tra i manuali l’opera più antica in catalogo è L’architetto prattico, D.R D. Giovanni Amico, in Palermo: nella Stamperia di Angelo Felicella, 1750, con dedica alla Madonna di Trapani. Lo si inserisce tra i manuali, ma in effetti si può considerare ancora un trattato che anticipa i manuali, sia dal punto di vista cronologico - a partire dal 1750, secondo gli storici, la manualistica ha un significativo sviluppo e diffusione - che di contenuto, in quanto riporta regole ed applicazioni delle stesse; prevale, però, l’istanza educativa e formativa che non è peculiare del manuale, ed indica la ricerca di un metodo di insegnamento dell’architettura3. L’opera più rappresentativa è invece il Manuale dell’architetto… sotto la direzione dell’ing. Arch. Daniele Donghi, Torino: Unione Tipografica Editrice Torinese, 19061925. L’opera ebbe enorme diffusione tra gli architetti italiani che fino ad allora dovevano rivolgersi all’editoria tedesca che nella seconda metà dell’Ottocento aveva l’egemonia su questo genere di pubblicazioni; lo stesso è di fatto compilato sulla traccia del Baukunde des Architekten. Le case editrici italiane, fino ad allora, avevano pubblicato traduzioni in italiano di opere manualistiche tedesche, com’è il caso della Vallardi che pubblicò la traduzione del Trattato generale di costruzioni civili del Breymann in varie edizioni fino al 1927, che costituì, insieme al Donghi, il punto di riferimento per la formazione di molte generazioni di architetti ed ingegneri italiani fino agli anni ‘40, quando vennero entrambi superati dalla prima edizione del Manuale dell’architetto a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche, pubblicato nel 1946 dall’Ufficio Informazioni Stati Uniti in Roma. Del Breymann è presente in catalogo la terza edizione italiana, traduzione sulla quinta edizione originale del 1899. Una categoria a parte, ma non in disparte, è costituita dalle riviste storiche. Tra queste Der Architekt; pubblicata a Vienna dal 1895

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Mario Mastroluca- Le opere rare e di pregio e i libri antichi nelle collezioni

al 1922, può essere considerata la rivista ufficiale della Secessione viennese (Sezessionstil); vi pubblicarono, tra gli altri: Victor Horta, Otto Wagner, Joseph Hoffmann, Hans Mayr, Jože Plečnik; ha ospitato anche lavori di Ernesto Basile (tra gli altri il numero di febbraio 1903 riporta il progetto del Villino Vincenzo Florio) e di G.B.F. Basile. Tra le riviste italiane, invece, si ricorda Architettura e Arti decorative, tra le prime e più importanti riviste italiane della disciplina; la direzione e il comitato direttivo hanno visto la presenza delle più importanti figure nel campo dell’architettura: dal 1921 al 1927 si sono succeduti Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini; nel 1927 la rivista diventa l’organo ufficiale del Sindacato Nazionale Architetti, sotto la direzione di Alberto Calza Bini (1927-1930) e poi di Arnaldo Foschini (1930-1931). Il periodico presenta con massima attenzione critica saggi sulla storia dell’arte, sottolinea l’influenza dell’Art Nouveau nell’architettura italiana e porta a conoscenza del lettore le tendenze più innovative. A partire dal gennaio 1932 e fino al 1943 la rivista, pubblicata da Treves, e successivamente da Treccani e Tumminelli, prende il nome di Architettura. Un’altra rivista storica in catalogo è Emporium, pubblicata a Bergamo dall’Istituto italiano di arti grafiche dal gennaio 1895 al dicembre 1964; ha rappresentato, per questo periodo, un importante punto di riferimento per l’arte italiana. Appartiene al genere delle riviste illustrate molto in voga in Europa alla fine dell’Ottocento, fra le quali ricordiamo l’inglese The Studio. An illustrated magazine of fine and applied art e la tedesca Pan alle quali si ispirava. In tema di riviste illustrate è obbligo citare L’illustrazione italiana (in catalogo con i numeri dal 1910 al 1940). Pubblicata dal 1873 al 1962, la rivista costituisce una fonte diretta di documentazione, soprattutto dal punto di vista iconografico, grazie alla qualità delle illustrazioni di artisti come Pietro Beltrame,

Luigi Bompard, Giuseppe Cosenza ed Ettore Ximenes. Anche i testi costituiscono un importante patrimonio artistico e culturale; la rivista si avvalse infatti della collaborazione dei personaggi più importanti della letteratura italiana: i Premi Nobel Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, e poi Giovanni Verga, Gabriele d’Annunzio, Luigi Capuana, fino a Elio Vittorini. Il n. 50, dell’11 dicembre 1927, conteneva un inserto: La Sicilia e la sua attività industriale, con un articolo di cinque pagine sulla Società anonima Ducrot che costituisce un’importante citazione bibliografica delle officine palermitane. Le annate in catalogo sono state acquistate recentemente nel mercato antiquario e destinate alla Sezione spettacolo di questa biblioteca in quanto riportano numerosi documenti ricchi di immagini sullo spettacolo in Italia negli anni tra le due Guerre, in particolare sullo spettacolo en plein air (Carri di Tespi, Sabato musicale, etc.). Altre riviste di grande valore documentario nella Sezione spettacolo sono Scenario nata nel 1932 e Comoedia nata nel 1919 che poi si fusero nel 1935 in un’unica rivista mantenendo però il nome nella comune testata il cui sottotitolo era Lo spettacolo italiano. Presentavano ogni mese nuove commedie e spettacoli con scritti critici di importanti figure del mondo teatrale: Luigi Pirandello, Corrado Pavolini, Sergio Tofano, Cesare Zavattini, Mario Corsi, Achille Campanile, e molti altri. Le illustrazioni riportavano foto di scena e dei protagonisti principali, ma anche di dispositivi teatrali e di scenografia, oggi di grande interesse documentario. Ma non è solo la Biblioteca Centrale della Facoltà di Architettura a possedere collezioni di libri antichi, rari e di pregio; altre strutture possono vantare collezioni ancora più importanti sia dal punto di vista della quantità che della rarità degli esemplari: tra queste la Biblioteca Centrale della Facoltà di Lettere e Filosofia che presenta due prestigiose col-

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lezioni: il Fondo Giuseppe Castagna da Leonforte costituito da 3800 volumi tra cui 265 cinquecentine e 4 incunaboli (1483, 1493, 1500, 1500); il Fondo Moncada di Paternò costituito da 1559 volumi, tra cui 5 incunaboli, 37 cinquecentine, 147 edizioni del XVII secolo. Presso la stessa Facoltà si trovano altre due importanti collezioni: quella del Dipartimento di Scienze umanistiche e quella del Dipartimento Beni culturali-Studi culturali. Collezioni antiche troviamo anche presso altre Facoltà: la Biblioteca Centrale della Facoltà di Scienze della Formazione ha in catalogo oltre 100 libri antichi, tra cui 3 cinquecentine; la Biblioteca Centrale della Facoltà di Giurisprudenza ne ha oltre 400, tra cui 15 cinquecentine; il Dipartimento di Scienze giuridiche, Società, Sport ne ha oltre 500, tra cui 39 cinquecentine; ma collezioni minori si possono trovare anche presso altri Dipartimenti dell’Ateneo come il D’Arch (Dipartimento di Architettura) che ha in catalogo alcune rarissime cinquecentine. Non va trascurato l’Archivio storico di Ateneo, dichiarato dal Sovrinten-

dente Archivistico per la Sicilia di notevole interesse (D.M. 28/09/1978), che conserva documenti dal 1646 fino alla seconda metà del ‘900. Particolarmente rilevanti i volumi di Cautele (1646-1856), di Decreti reali e Risoluzioni sovrane (1809-1861) e di Biglietti reali e viceregi (1778-1779). Sarebbe opportuno che tutte le collezioni antiche possedute dalle Biblioteche Centrali e di Dipartimento confluissero in un’unica biblioteca d’Ateneo, a cui si potrebbe aggiungere l’Archivio storico, gestita da personale specializzato per questo tipo di materiale che necessita di cure e attenzioni particolari, sicuramente maggiori di quelle riservate al libro moderno, sia per quanto riguarda la catalogazione che la conservazione e la salvaguardia. Gli ambienti, inoltre, dovrebbero essere forniti di videosorveglianza e di dispositivi per il controllo della temperatura. Sono esemplari, a volte unici, fruibili sia come documenti di interesse storico-letterario e scientifico che come manufatti e oggetti d’arte; e per questo potrebbero anche essere inseriti in circuiti museali.

Note 1

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A. Mongitore, Diario palermitano delle cose più memorabili accadute nella città di Palermo dal 13 gennaio 1705 al 27 dicembre 1719, in Diari della città di Palermo dal secolo XVI al XIX, a cura di G. Di Marzo, vol. VIII, p. 302. L’edizione originale in quattro volumi Siciliæ sacræ, in qua sicularum abbatiarum, ac prioratum notitiæ proponuntur, liber quartus in quatuor distributor partes … Auctore … don Roc-

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cho Pirro … Panormi : ex typographia Nicolai Bua, & Michaelis Portanuoua impressorum Sanctissimæ Inquisitionis, 1647-1649, raccoglieva due opere precedenti: Chronologia regum penes quos Siciliæ fuit imperium post exactos Saracenos, 1630 e Notitiæ Siciliensium ecclesiarum, 1630-33. A. Mazzamuto, Giovanni Biagio Amico, architetto e ritrattista del Settecento, Palermo 2003.


Mario Mastroluca- Le opere rare e di pregio e i libri antichi nelle collezioni

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1. R. Pirro, Sicilia Sacra, antiporta. 2. F. Galli Bibiena, Direzioni A’ Giovani Studenti nel Disegno dell’Architettura Civile, frontespizio. 3. F. Galli Bibiena, Direzioni della Prospettiva Teorica, frontespizio. 4. G. Viola Zanini, Della Architettura, frontespizio. 5. F. Galli Bibiena, Direzioni A’ Giovani Studenti nel Disegno dell’Architettura Civile, tavola 61: «Della gonfiezza, e fusellatura delle colonne secondo il Vignola».

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Collezioni Basile e Ducrot. Mostra documentaria degli archivi

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6. G. Viola Zanini, Della Architettura, figura del cap. 46: «Dell’ordine delle sacre Aede, et secolari, e della simmetria humana». 7. G. Amico, L’Architetto Pratico, frontespizio. 8. G. Amico, L’Architetto Pratico, figura 20 del Cap. 7: «Pianta ed alzato di un cortile di figura quadra».

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Sezione III – Mostra Selezione documentaria degli archivi


Planimetria e pannelli dell’allestimento della mostra delle Collezioni Basile e Ducrot a cura di Giuseppe Verde

(disegno di Daniele Di Marzo)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

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Progetti e disegni Archivio Basile a cura di Eliana Mauro e Ettore Sessa

I PANNELLO Giovan Battista Filippo Basile Carcere mandamentale, Monreale, 1865 Prospetto principale e retroprospetto, s.g. (1/66), matita, china e acquerello policromo su cartoncino, 631x908 mm, datato 1865, firmato G.B.Filippo Basile, Architetto; denominazione del progetto, intitolazione dei disegni (I.1) Giovan Battista Filippo Basile ed Ernesto Basile Primo concorso internazionale per il monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, 1880-1881 Fascia decorativa della quota d’imposta con profilo della volta e proiezione parziale della chiave di volta a stella, (1/10), matita su cartoncino, 377x481 mm, datato 2 marzo 1881 (I.2) Coronamento dei piedritti (capitello), (1/10), matita su cartoncino, 378x485 mm (I.3) Alzato parziale della ghiera dell’arco, (1/10), matita su cartoncino, 358x485 mm, datato 15 marzo 1881 (I.4) Ghirlanda dei timpani, (1/10), matita su cartoncino, 490x370 mm, datato 19 marzo 1881 (I.5) Alzato della soluzione d’angolo della cornice di coronamento, (1/10), matita su cartoncino, 354x481 mm, datato 4 marzo 1881 (I.6) Incollati su controfondo di cartoncino,

832x1336 mm; nome degli autori a stampa su carta, 24x210 mm, incollata nel margine inferiore destro. II PANNELLO Giovan Battista Filippo Basile Museo aussetico per Atene, 1859 Prospettiva, matita, china e acquerello policromo su cartoncino, 666x1300 mm, (1859); indicazioni progettuali a china e inchiostro rosso, denominazione del progetto a matita e inchiostro rosso acquerellato. Tavola contrassegnata dal numero II (II.7) Giovan Battista Filippo Basile Concorso per il Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II a Palermo, 1865-1867 Prospetto principale, ottava variante, matita, china e acquerello policromo su cartoncino, 628x943 mm, (1865 ca.); nome dell’autore a stampa su carta, 6x48 mm., incollata nel margine inferiore sinistro (II.8) III PANNELLO Giovan Battista Filippo Basile Sezione Italiana nelle Gallerie di Arti e Industrie dell’Esposizione Universale di Parigi del 1878, 18761878 Veduta del prospetto, matita e acquerello

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

policromo su cartoncino, 770x1335 mm, (1877) (III.9) Giovan Battista Filippo Basile ed Ernesto Basile Primo concorso internazionale per il monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, 1880-1881 Prospettiva dell’arco quadrifronte, matita su cartoncino, 836x1059 mm, (1881); denominazione del progetto, indicazione progettuale a matita (III.10) Ernesto Basile Primo concorso per il Palazzo di Giustizia a Roma, 1884 Sezione trasversale parziale, (1/100), matita, china e acquerello monocromo su cartoncino, 435x730 mm, (1884). Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. 3001 (III.11) Ernesto Basile Primo concorso per il Palazzo di Giustizia a Roma, 1884 Studio per la pianta del primo piano, (1/500), china, pastello rosso e blu su carta da lucido, 314x391 mm, (1884); denominazione del progetto a china, legenda a china e pastello rosso e blu (III.12) IV PANNELLO Ernesto Basile Concorso Nazionale per il Monumento ai caduti nella battaglia di Calatafimi, Pianto Romano, Calatafimi (Trapani), 1885, 1889 Particolari costruttivi delle fondazioni ed elevato della struttura in mattoni del basamento, schizzi prospettici della prima variante, china e acquerello rosso su cartoncino, 478x554mm, datato Roma Aprile 1889, firmato Ernesto Basile Arch.

to, quotato; intitolazione della tavola e denominazione dei disegni, indicazioni progettuali e legenda a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 2983 (IV.13) Ernesto Basile Concorso Nazionale per il Monumento ai caduti nella battaglia di Calatafimi, Pianto Romano, Calatafimi (Trapani), 1885, 1889 Pianta e sezione, s.g. 1/60, matita, china e acquerello su cartoncino, 980x646 mm, (1885), nome dell’autore autografo su carta incollata al margine inferiore sinistro; intitolazione dei disegni a china. Incollato su controfondo di cartoncino, 981x653 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 2984 (IV.14) Ernesto Basile Concorso Nazionale per il Monumento ai caduti nella battaglia di Calatafimi, Pianto Romano, Calatafimi (Trapani), 1885, 1889 Prospettiva e pianta, prima variante, 0,8 cent. per metro, china su cartoncino, 1072x748 mm, (1885), firmato Ernesto Basile, Arch.to; denominazione del progetto a china. Incollato su controfondo di cartoncino, 1082x749 mm (IV.15) Ernesto Basile Edifici di testata della Nuova Avenida de Libertaçao, Rio de Janeiro, 1888 Prospettiva sulla via 1° Marzo, matita e china su cartoncino, 613x700 mm, datato Rio de Janeiro 20 sett. 1888, firmato Ernesto Basile Architetto; intitolazione del disegno a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3011 (IV.16) Ernesto Basile Completamento del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo), piazza G. Verdi,

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Progetti e disegni Archivio Basile

Palermo, 1891-1897 Alzato parziale della decorazione del palco reale, 1/25, matita su carta da lucido, 496x367 mm, (1891), siglato E.B., quotato; intitolazione del disegno. Incollato su controfondo di cartoncino, 556x406 mm (IV.17) Ernesto Basile Edifici della IV Esposizione Nazionale Italiana di Arti e Industrie, Palermo 1891-1892, 1888-1891 Prospetto principale del padiglione delle materie alimentari e industria estrattiva e alzato parziale della struttura, (1/100), matita su cartoncino, 430x620 mm, (1889), quotato; schizzi e conteggi a matita (IV.18) V PANNELLO Ernesto Basile Edifici della IV Esposizione Nazionale Italiana di Arti e Industrie, Palermo 1891-1892, 1888-1891 Pianta del padiglione d’ingresso, s.g. (1/250), china su tela cerata, 745x750 mm, (1889), s.t. (V.19) Ernesto Basile Edifici della IV Esposizione Nazionale Italiana di Arti e Industrie, Palermo 1891-1892, 1888-1891 Alzato del padiglione d’ingresso, 1/200, matita su cartoncino, 851x484 mm, s.d., siglato E.B., s.t. (V.20) Ernesto Basile Secondo Concorso per il Palazzo del Parlamento a Roma, area dei mercati traianei, 1888 Prospetti laterali, seconda variante, 1/200, matita, china e acquerello grigio su cartoncino, 928x1181 mm, (1888), nome dell’autore autografo su cartoncino,

19x68 mm, incollato al margine inferiore sinistro; intitolazione dei disegni a matita. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3020 (V.21) Ernesto Basile Trasformazione,

completamento,

del Palazzo Majorca Francavilla, via Ruggero Settimo, Palermo, 1893-1897 Alzato del prospetto principale, (1/50), matita su cartoncino, 421x898 mm, (1895), firmato E. Basile. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3022 (V.22) decorazione

e

arredi

VI PANNELLO Ernesto Basile Palazzo Lanza dei principi di Deliella, piazza Principe di Castelnuovo, Palermo, 1895-1897 Veduta prospettica della torre, matita e acquarello policromo su cartoncino, 488x898 mm, firmato E. Basile; denominazione del progetto in lettere capitali a matita e inchiostro rosso su carta, incollata al margine superiore destro (VI.23) Ernesto Basile Chiosco Ribaudo, piazza G. Verdi, Palermo, 1894 Alzato, 15 mm. per metro (1\35), e pianta, 3 cent. per metro (1\67), matita e china su carta da lucido, 378x333 mm, incollato su carta Fabriano, 478x333 mm, (1894), firmato E. Basile; denominazione del progetto a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3033 (VI.24) Ernesto Basile Cappella Nicosia, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo (1898) Alzato parziale del portale d’ingresso (1/10), alzato, 1/2, e profilo (1/1) del

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

capitello, profilo della ghiera dell’arco e della cornice (1/1), quinta variante, matita, china e inchiostro rosso su carta da lucido, 419x532 mm, (1898), quotato; conteggi, indicazioni progettuali, schizzi al margine superiore a matita e china (VI.25) Ernesto Basile Trasformazione e ampliamento del baglio di Francesco Lombardo Gangitano, località Firriato, Canicattì (Agrigento), 1898 Prospetti principale e laterale, pianta del piano terra, 1/100, matita e china su carta Fabriano, 532x767 mm, (1898), firmato Ernesto Basile; denominazione del progetto e orientamento a china (VI.26) Ernesto Basile Trasformazione e ampliamento del baglio di Francesco Lombardo Gangitano, località Firriato, Canicattì (Agrigento), 1897-1898 Piante (1/10), alzati, profili e particolari costruttivi della scala a chiocciola, (1/1), matita, china e inchiostro rosso su carta da spolvero, 935x1347 mm, datato 25 novembre 1898, firmato E. Basile, quotato; annotazioni, conteggi, denominazione del progetto, indicazioni progettuali a china e inchiostro rosso (VI.27)

VII PANNELLO Ernesto Basile Edificio ad uso collettivo, 1899 Pianta del piano terra, (1/200), china su carta da lucido, 550x436 mm, (1899), s.t. (VII.28.1) Prospetto principale, (1/200), matita e china su carta da lucido, 351x573 mm, (1899), s.t. (VII.28.2)

Cappella per il culto per Monsignor Di Bella, 1904 Schizzo del fronte principale, china su carta, 132x137 mm, (1904), s.t. (VII.28.3) Schizzo del fronte principale, china su carta, 91x137 mm, (1904), s.t. (VII.28.4) Palazzo Moncada dei Principi di Paternò, via Borgo S. Lucia, Palermo, 1899, 1907 Alzato parziale del fronte su via F. Crispi in corrispondenza della torre belvedere, matita e china su carta da lucido, 328x137 mm, (1897), s.t. (VII.28.5) Palazzo Florio, parco dell’Olivuzza, Palermo, 1899 Alzato del fronte principale, seconda variante, china su carta, 451x697 mm, datato 15-3-99, firmato E. Basile, s.t. (VII.28.6) Alzato del fronte principale, quarta variante, china su carta, 550x436 mm, datato 4-4-99, firmato Ernesto Basile, s.t. (VII.28.7) Incollati su controfondo di cartoncino, 900x1268 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. illeggibile. Ernesto Basile Ampliamento

e

trasformazione

all’Arenella, Palermo, 1899 Prospetto sul mare, terza variante, (1/200), matita e china su carta Fabriano, 530x 738 mm, datato 19-2-99, firmato E. Basile, s.t. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3048 (VII.29) della tonnara

Florio

Ernesto Basile Palazzo Florio, parco dell’Olivuzza, Palermo, 1899 Veduta prospettica della corte, prima variante, china e acquerello su cartoncino, 296x221 mm, datato 13-2-’99, firmato E. Basile, s.t. (VII.30)

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Progetti e disegni Archivio Basile

Ernesto Basile Palazzo Moncada dei Principi di Paternò, via Borgo S. Lucia, Palermo, 1899, 1907 Alzato del fronte sulla via Stabile, 1/100, matita e china su carta da lucido, 473x648 mm, (1899), firmato E.Basile, s.t. Incollato su controfondo di cartoncino, 473x665 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3044 (VII.31) Ernesto Basile Palazzo Moncada dei Principi di Paternò, via Borgo S. Lucia, Palermo, 1899, 1907 Alzato parziale della prima elevazione su via Borgo S. Lucia, 1/20, e mensola del balcone d’angolo, (1/5), matita e china su carta Fabriano, 542x780 mm, (1899), firmato E. Basile, quotato; conteggi e schizzi ai margini a matita (VII.32) VIII PANNELLO Ernesto Basile Grand Hôtel Villa Igiea (già sanatorio), litorale dell’Acquasanta, Palermo, 1899-1903 Alzato dell’avancorpo e torre dell’ascensore, s.g. (1\50), matita e china su carta da lucido, 695x500 mm, siglato E.B., (1899); denominazione del progetto e intitolazione della tavola a china. Incollato su controfondo di cartoncino, 695x500 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3053 (VIII.33) Ernesto Basile Grand Hôtel Villa Igiea (già sanatorio), litorale dell’Acquasanta, Palermo, 1899-1903 Planimetria generale, 1\600, matita e china su carta da lucido, 445x761 mm, (1899), firmato Ernesto Basile, architetto, s.t.; denominazione del

progetto e intitolazione del disegno, indicazioni toponomastiche, indicazioni progettuali, legenda, s.g., orientamento a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3052 (VIII.34) Ernesto Basile Villino Vincenzo Florio, parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Prospetto principale, 1/50, piante del piano rialzato e del primo piano, sezione longitudinale, 1/100, matita, china e acquerello monocromo su cartoncino, 699x1059 mm, datato 1900, firmato Ernesto Basile; denominazione del progetto a china. Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. 3061 (VIII.35) Ernesto Basile Villino Vincenzo Florio, parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Alzato, 1/10, sezione orizzontale e profili (1/1) della colonna della loggia superiore, matita, china e inchiostro rosso su carta Fabriano, 538x391 mm, datato 13-2-1901, firmato E. Basile, quotato; denominazione del progetto e intitolazione della tavola a china, indicazioni progettuali a inchiostro rosso, schizzi al margine inferiore a matita (VIII.36) Ernesto Basile Sepoltura gentilizia Raccuglia, Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 Fronti principale e laterale, s.g. (34 mm per m), pianta, (18 mm per m), matita e china su carta da lucido, 534x741 mm, (1899), s.t.; Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3056 (VIII.37)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

IX PANNELLO Ernesto Basile Padiglione per la VII Esposizione di Belle Arti del Circolo Artistico di Palermo, cortile di Palazzo Villarosa, Palermo, 1900 Alzato del prospetto principale, (1/50), matita e china su carta da lucido, 475x547 mm, datato 1900, firmato Ernesto Basile, s.t. Bollo tondo a inchiostro blu, n.inv. 3072 (IX.38) Ernesto Basile Casa Basile, via Siracusa, Palermo, 1903-1904 Alzato del prospetto su via Siracusa, 1/100, china su carta da lucido, 437x325 mm, (1903), siglato E.B., s.t.; indicazioni toponomastiche, matita e china. Logo dell’architetto a china su carta da lucido, 63x106 mm, incollata nell’angolo inferiore sinistro. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3179 (IX.39) Ernesto Basile Secondo Palazzo Utveggio, via XX Settembre, Palermo, 1901-1902 Alzato parziale del fronte principale, 3 cent p metro (1/33), matita e acquerello policromo su cartoncino, 914x607 mm, (1901); denominazione del progetto a china (IX.41) Ernesto Basile Casa Basile, via Siracusa, Palermo, 1903-1904 Studi dell’impianto planimetrico del piano rialzato e del prospetto su via Siracusa, (1/200), matita su carta Fabriano, 388x272 mm, (1903), s.t.; conteggi, indicazioni toponomastiche, indicazioni progettuali a matita. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3177 (IX.42)

Ernesto Basile Casa Basile, via Siracusa, Palermo, 1903-1904

Studio del portale d’ingresso, china su carta Fabriano, 328x225 mm, (1903), s.t.; schizzi al margine superiore a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3182 (IX.43) Ernesto Basile Casa Basile, via Siracusa, Palermo, 1903-1904 Schizzo prospettico, china su carta Fabriano, 224x326 mm, (1903), s.t. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3185 (IX.44) Ernesto Basile Villino Vincenzo Florio, parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Bozzetto di tappeto, (1/20), matita, china, inchiostro rosso e acquerello su carta Fabriano, 207x284 mm, (1903), s.t., quotato (IX.45) Ernesto Basile Grand Cafè Faraglia, piazza Venezia, Roma, 1906 Pianta con proiezione iposcopica dei soffitti, 1/50, china su carta da lucido, 540x773 mm, (1906), siglato E.B., s.t. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3243 (IX.40) Ernesto Basile Palazzo Bruno di Belmonte, corso Umberto, Spaccaforno oggi Ispica (Ragusa), 1906-1910 Alzato del prospetto laterale, (1\100), china su carta da lucido, 378x567 mm, datato 1906, firmato Ernesto Basile, s.t. (IX.46)

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Progetti e disegni Archivio Basile

ernesto basile

Centrale elettrica, via Grazia, Caltagirone (Catania), 1907 Alzato, sezioni verticale e orizzontale parziale del fronte sulla via Santa Chiara, 1/100, matita su carta Fabriano, 421x733 mm, datato 1-VII-907, firmato E. Basile, quotato; conteggi, denominazione del progetto, indicazioni toponomastiche, schizzi al margine destro a matita. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3260 (IX.47) X PANNELLO Ernesto Basile Nuova sede della Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele II, piazza Borsa, oggi piazza Cassa di Risparmio, Palermo, 1907-1912 Alzato del capitello, 1/2, matita e inchiostro blu su carta da spolvero, 866x1066 mm, (1910 ca.), firmato E. Basile; denominazione del progetto, intitolazione del disegno. Tavola contrassegnata con la lettera T (X.48) Ernesto Basile Ampliamento della filiale della Cassa di Risparmio, via Garibaldi, Trapani, 1918-1919 Prospetto su via Garibaldi, 1/100, china su carta da lucido, 366x680 mm, datato 1919, siglato E. B., firmato Ernesto Basile, architetto (X.49.1) Casa unifamiliare (1911 ca.) Prospetto, 1/50, china su carta da lucido, mm. 308x295, (1911 ca.), siglato E. B., s.t. Scala metrica a china su carta da lucido incollata nel margine inferiore (X.49.2) Filiale della Cassa Centrale di Risparmio, corso Garibaldi, Messina, 1925-1928 Prospetto sulla via dei Verdi, 1/100, matita

e china su carta da lucido, 305x384 mm, (1925 ca.), siglato E.B.; denominazione del progetto, intitolazione della tavola, scala metrica e firma Ernesto Basile, architetto a matita e china su carta da lucido, 47x179 mm, incollata nell’angolo inferiore destro (X.49.3) Cappella Di Giorgi, Cimitero di S. Maria di GesÚ, Palermo, 1912 Pianta, prospetto principale, sezione longitudinale, 1/50, matita e china su carta da lucido, 415x395 mm, (1912), firmato E. Basile; denominazione del progetto e intitolazione dei disegni a china (X.49.4) Palazzo Rutelli, via Roma, Palermo, 1921 Prospetto principale, 1/100, matita e china su carta da lucido, 410x289 mm, datato 1921; denominazione del disegno a china (X.49.5) Incollati su controfondo di cartoncino, 1092x708 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3373. Ernesto Basile Progetto definitivo Aula per la Camera ed

ampliamento

del

Nuova Deputati

della dei

palazzo

di

Montecitorio, Roma, 1903-1905 Alzato e profilo della cimasa delle tribune dell’Aula, 1/5, matita su carta da scenografia, 533x734 mm, (1905), quotato; indicazioni progettuali, intitolazione della tavola a matita (X.50) Ernesto Basile Monumento commemorativo del 27 maggio 1860, piazza Vittorio Veneto, Palermo, 1909

Fregio, china su carta da lucido, 350x234 mm, controfondo di cartoncino 350x234 mm, (1909), siglato E.B., s.t. (X.51)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Ernesto Basile Nuova sede della Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele II, piazza Borsa, oggi piazza Cassa di Risparmio, Palermo, 1907-1912 Alzato del timpano delle finestre della seconda elevazione del prospetto principale, 1/2, con profili, matita su carta da spolvero, 480x652 mm, (1910 ca.), firmato E. Basile, quotato; denominazione del progetto e intitolazione del disegno a matita (X.52) XI PANNELLO Ernesto Basile Villino Vincenzo Florio, parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Soffitto dell’avancorpo del piano terra, (1/20), china su carta lucido, 170x401 mm, (1901) (XI.53.1) Porta d’ingresso al salone dalla scala esterna, (1/20), china su carta lucido, 309x272 mm, siglato E.B. (XI.53.2) Alzato della parete del salone con porta d’ingresso dalla hall e camino, (1/20), china su carta lucido, 309x341 mm, (1901), siglato E.B. (XI.53.3) Soffitto del salone, (1/20), china su carta lucido, 492x491 mm, (1901), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XI.53.4) Alzato della parete del salone con arco di comunicazione con la sala da pranzo, 1/20, china su carta lucido, 356x526 mm, (1901), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XI.53.5) Incollati su controfondo di cartoncino, 662x1020 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3360.

Ernesto Basile Cappella gentilizia Lanza di Scalea, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1900 Alzato di capitelli, china su carta da lucido, 330x351 mm, (1900), siglato E.B. (XI.54.1) Alzato parziale del portale con profilo dello stipite, china su carta da lucido, 332x329 mm, (1900), datato 1900, siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XI.54.2) Alzato di capitelli, china su carta da lucido, 304x244 mm, (1900), siglato E.B. (XI.54.3) Alzato di capitelli, china su carta da lucido, 302x388 mm, (1900), siglato E.B. (XI.54.4) Formelle, china su carta da lucido, 304x244 mm, (1900) (XI.54.5) Paesaggio, 1905 ca. Veduta, china su carta, 182x125 mm, (1905 ca.), siglato E.B. (XI.54.6) Villino Vincenzo Florio, parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Alzato di capitelli, china su carta da lucido, 313x391 mm, (1900), siglato E.B., s.t. (XI.54.7) Incollati su controfondo di cartoncino, 637x1019 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3361. XII PANNELLO Ernesto Basile Villino Vincenzo Florio, parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Pianta e alzato della colonna del portico d’ingresso, china su carta da lucido, 296x740 mm, (1899), s.t. (XII.55.1) Arredi per lo yacht Florio, (1903) Prospettiva di una cabina, china su carta

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Progetti e disegni Archivio Basile

da lucido, 406x408 mm, (1903), firmato E.Basile, s.t. (XII.55.2) Villino Vincenzo Florio, parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Parafulmine, matita e china su carta da lucido, 176x67 mm, (1901), s.t. (XII.55.3) Villa Starrabba di Rudinì, via Quintino Sella, Roma, 1903-1905 Fanale, china su carta da lucido, 1/10, 402x272 mm., (1905), s.t. (XII.55.4) Palazzo Moncada dei Principi di Paternò, via Borgo S. Lucia, Palermo, 1899, 1907 Alzato del portone di ingresso sulla via M. Stabile, 1/20, matita e china su carta da lucido, 350x300 mm, (1899), siglato E.B., s.t.; indicazioni progettuali (XII.55.5) Alzato di fontanella, 1/10, china su carta da lucido, 256x207 mm, (1907), siglato E.B., s.t. (XII.55.6) Allestimento della mostra “Napoli e Sicilia” alla VI Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia del 1906, (1905) Alzato delle pareti della sala meridionale, 1/20, china su carta da lucido, 438x768 mm, (1905), firmato Ernesto Basile; denominazione del progetto a china (XII.55.7) Alzato di chiave dell’arco e fregio, china su carta, 130x104 mm, (1905), siglato E.B., s.t. (XII.55.8) Recinzione per la sepoltura gentilizia De Maria, Palermo (1902) Alzato, 1/10, matita e china su carta da lucido, 193x227 mm, (1902), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XII.55.9) Villino Vincenzo Florio, parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Alzato e profilo di formella, china su carta da lucido, 50x241 mm, (1899), siglato E.B., s.t., quotato (XII.55.10)

Alzato di camino, china su carta da lucido, 244x242 mm, (1899), s.t. (XII.55.11) Servizio da puerpera per la Regina Elena, (1904) Alzato di tazza con piatto e cucchiaio, china su carta da lucido, 581x266 mm, (1904), s.t. (XII.55.12) Incollati su controfondo di cartoncino, 842x1260 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3369 Ernesto Basile Progetto per l’edificio della Congregazione di Carità e per la torre civica, poi sede municipale, Licata (Agrigento), 1904 e succ. Alzato dei prospetti, 1/100, matita e china su carta da lucido, 381x670 mm, (1904), siglato E.B.; denominazione del progetto, indicazioni toponomastiche, intitolazione dei disegni a china (XII.56.1)

Prospettiva, china su carta da lucido, 412x343 mm, (1904), firmato E. Basile, s.t. (XII.56.2) Incollati su controfondo di cartoncino, 481x1098 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3364. XIII PANNELLO

Ernesto Basile Magazzini di vendita Ducrot a Torino, (1909) Alzato parziale della prima rampa della scala, soluzioni A e B, 1/10, matita e china su carta da lucido, 247x467 mm, (1909), siglato E. B., s.t. (XIII.57.1) «Ernesto Basile architetto. studi e schizzi», (1911) Copertina del volume pubblicato dall’editore Crudo di Torino, china su carta da lucido, 494x345 mm, (1911), siglato E.B. (XIII.57.2) Villino dello scultore Antonio Ugo,

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

via Sammartino, Palermo, 1908 Alzato del prospetto principale, 1/100, china e pastello verde su carta da lucido, 305x467 mm, (1908), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XIII.57.3) Pianta del piano terra, china su carta da lucido, 344x466 mm, (1908), siglato E.B.; denominazione del progetto, intitolazione del disegno, indicazioni toponomastiche e orientamento a china (XIII.57.4) Padiglione Siciliano all’Esposizione Nazionale di Roma del 1911, recinto dell’Esposizione, 1909 Prospetto principale, 1/100, china su carta da lucido, 422x340 mm, (1909), siglato E.B. e firmato E. Basile, arch. to; denominazione del progetto e intitolazione del disegno a china (XIII.57.5) Incollati su controfondo di cartoncino, 927x821 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3366. Ernesto Basile Cappella gentilizia Lanza di Scalea, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1900 Studio prospettico, china su carta da lucido, 105x80 mm, (1900), s.t. (XIII.58.1) Cappella Nicosia, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo (1898) Prospetto e pianta della cappella, sesta variante, 3 cent p metro (1/25 per.), matita e china su carta da lucido, mm. 345x535, (1898), siglato E.B.; nome del committente a china (XIII.58.2) Sepoltura gentilizia Raccuglia, Cimitero di Santo Spirito, Palermo, (1899) Alzato del fronte principale, 3 cent per metro (1/25 per.), matita e china su carta, 314x197 mm, (1899), firmato E. Basile, s.t. (XIII.58.3)

Monumento sepolcrale Martorella, Cimitero di S. Spirito, Palermo, 18951896 Alzato della croce e alzato parziale della recinzione, 1/10, china su carta, 363x270 mm, (1896), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XIII.58.4) Cappella gentilizia Pecoraino, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, (1899) Studio in alzato del fronte principale, china su carta da lucido, 172x101 mm, (1899), siglato E.B., s.t. (XIII.58.5) Cappella Nicosia, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo (1898) Schizzo prospettico, quarta variante, china su carta, mm. 102x96, (1898), s.t. (XIII.58.6) Sepoltura gentilizia Raccuglia, Cimitero di Santo Spirito, Palermo, (1899) Schizzo prospettico, china su carta da lucido, 264x201 mm, s.d., siglato E.B.; denominazione del progetto china (XIII.58.7) Sepoltura gentilizia Raccuglia, Cimitero di Santo Spirito, Palermo, (1899) Studio in alzato del fronte principale, china su carta, 161x127 mm, (1899), siglato E.B., s.t. (XIII.58.8) Cappella Nicosia, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo (1898) Schizzo di alzato, quarta variante, china su carta da lucido, 162x162 mm, (1898), s.t. (XIII.58.9) Sepoltura gentilizia Raccuglia, Cimitero di Santo Spirito, Palermo, (1899) Alzato del fronte laterale e pianta, china su carta da lucido, 166x157 mm, (1899); denominazione del progetto a china (XIII.58.10) Cappella gentilizia Guarnaschelli, Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899

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Progetti e disegni Archivio Basile

Studi in alzato del fronte principale, china su carta, 225x105 mm, datato 6 agosto 99, s.t. (XIII.58.11) Cappella gentilizia Guarnaschelli, Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 Alzato del fronte principale, 1/50, matita e china su carta, 330x320 mm, (1899), firmato E. Basile; denominazione del progetto a china (XIII.58.12) Cappella Nicosia, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo (1898) Studio in alzato di catafalco, (1/25), china su carta, 51x96 mm, (1898), s.t. (XIII.58.13) Cappella gentilizia Pecoraino, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, (1899) Alzato del fronte principale, 1/40, china su carta da lucido, 303x428 mm, (1899), firmato Ernesto Basile; denominazione del progetto a china (XIII.58.14) Incollati su controfondo di cartoncino, 693x1048 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3363. Ernesto Basile Disegni dal vero Pesci, penna nera su carta, 310x211 mm, s.d. (XIII.59) Ernesto Basile Disegni dal vero Foglie di ciclamino, penna blu su carta, 324x223 mm, s.d. (XIII.60) Ernesto Basile Disegni dal vero Vite, penna blu su foglio di carta intestata, 178x116 mm, s.d. (XIII.61) Ernesto Basile Composizione

Bacche di rosa canina, matita su foglio di carta a righe ripiegato, 320x214 mm, s.d. (XIII.62)

Ernesto Basile Monumento commemorativo del 27 maggio 1860, piazza Vittorio Veneto, Palermo, 1909 Prospettiva, china e matita su carta, 481x421 mm, datato 1909, firmato E. Basile; denominazione del progetto a china (XIII.63.1) Padiglione Siciliano all’Esposizione Nazionale di Roma del 1911, recinto dell’Esposizione, 1909 Pianta, 1/100, china su carta da lucido, 482x361 mm, (1909), firmato E. Basile, arch.to; denominazione del progetto e intitolazione del disegno a china (XIII.63.2) Prospettiva, china su carta da lucido, 484x458 mm, datato 1909, firmato E. Basile; denominazione del progetto a china (XIII.63.3) Trasformazione ed ampliamento del palazzo Casalotto di Reburdone, angolo tra via Manzoni e via Lincoln, Catania, 1907 Alzato del prospetto laterale, 1/100, matita e china su carta da lucido, 400x635 mm, datato 1907, firmato Ernesto Basile, architetto; denominazione del progetto e intitolazione del disegno, indicazione toponomastica a china (XIII.63.4) Nuova sede della Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele II, piazza Borsa, oggi piazza Cassa di Risparmio, Palermo, 1907-1912 Alzato del prospetto principale, progetto primitivo, 1/100, china su carta da lucido, 399x621 mm, (1907), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XIII.63.5) Incollati su controfondo di cartoncino, 898x1271 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 336[.]

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Foto e disegni archivio Ducrot a cura di Patrizia Miceli

PANNELLO XIV Ernesto Basile Grand Hôtel Villa Igiea, Palermo, 1899-1900 Sala da pranzo in quercia, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.1) Ernesto Basile Villino Florio, Palermo, 1901-1903 Salotto in mogano, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.2) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, ante 1902 Stanza da pranzo, divano ad angolo, tavole e sedie in quercia, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.3) Ernesto Basile Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902 Testiera di letto in acero matto, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.4) Ernesto Basile Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino, 1902 Studio in quercia, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.5) Ernesto Basile Esposizione Internazionale di Venezia del 1903 Saletta meridionale, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.6)

Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1903-1904 Paravento con litografie a colori di A.M. Mucha e cristalli molati, porta libri girevole e poltrona in mogano con spalliera dipinta, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.7) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1904 Buffet in limone di Ceylon intagliato e verniciato con pannelli dipinti da G. Enea, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.8) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1904 ca. Scrivania e poltrona per signora in mogano matto intagliato con cristalli “biseantés” alla spalliera, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.9) ufficio tecnico ducrot

Mobili e arredi, 1904 Libreria portacarte, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.10.1) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1904 Scrivania in quercia della serie “tipo Torino”, bronzo di A. Ugo e orologio disegnato da E. Basile, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XIV.10.2) Ufficio Tecnico Ducrot Casa del Commendatore Pensabene, Palermo, post 1950

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Pianta e vedute prospettiche del soggiorno, (1/50), acquerello verde su copia eliografica, 1106x461 mm; denominazione del progetto, intitolazione dei disegni. Bollo ad inchiostro blu della ditta. Tavola contrassegnata dal numero 1088/1 (XIV.11) Paolo Clausetti Negozio Ricordi, via Ruggero Settimo, Palermo, 1956 Rivestimento per il montapacchi, (1/20), particolari, (1/2), matita su copia eliografica, 631x667 mm; annotazioni, conteggi, quote, matita, denominazione del progetto, indicazioni progettuali, intitolazione dei disegni (XIV.12) Ufficio Tecnico Ducrot Casa del Signor De Giovanni, Adrano (Catania), 18 giugno 1959 Pianta e vedute prospettiche del soggiorno, (1/50), copia eliografica, 1091x397 mm; denominazione del progetto, intitolazione dei disegni. Bollo ad inchiostro blu della ditta. Tavola contrassegnata dal numero 1298 (XIV.13) Ufficio Tecnico Ducrot Albergo, via dei Gracchi, Roma, post 1960 Veduta prospettica della camera tipo B, acquerello policromo su cartoncino, 428x300 mm; denominazione del progetto, intitolazione del disegno. Tavola contrassegnata dal numero 1622/4 bis (XIV.14) Ufficio Tecnico Ducrot Casa del Signor De Giovanni, Adrano (Catania), 18 giugno 1959 Pianta e vedute prospettiche dell’ingresso, (1/50), copia eliografica, 506x398 mm; denominazione del progetto, intitolazione dei disegni. Bollo ad inchiostro blu della ditta. Tavola contrassegnata dal numero 1295 (XIV.15)

Paolo Clausetti Negozio Ricordi, via Ruggero Settimo, Palermo, 1956 Vetrinetta per il piano terra, a sinistra della parete ascensore, (1/10), sezioni verticale e orizzontale (1/1), copia eliografica, 438x466 mm; denominazione del progetto, indicazioni progettuali, intitolazione dei disegni, quote (XIV.16) PANNELLO XV Ernesto Basile Esposizione Internazionale di Venezia del 1905 Saletta meridionale, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.1) Ernesto Basile Grand Café Faraglia, Roma, 1906 Interno della sala, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.2) Ufficio Tecnico Ducrot Arredo navale per la Società dei Cantieri Tirreno, 1925 ca. Parete della sala da pranzo, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.3) Gustavo Pulitzer Finali Mobili e arredi, 1930 Divano e poltrona in mogano con stoffe a motivi geometrici a “spina di pesce”, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.4) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1930 Lampadario “aeroplano” in ferro e vetro, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.5.1) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1930 Lampadario “satellite” in ferro e vetro, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.5.2)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1930 ca. Stanza da pranzo in legno e metallo, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.6) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1930 ca. Stanza per bambini laccata e decorata, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.7) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1932 Tavolino in palissandro e poltrona con tiranti in tubolare metallico, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.8) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1936-1939 Divano letto con sportelli e scaffali, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.9) Ufficio Tecnico Ducrot Mobili e arredi, 1925 ca. Arredo navale, interno di un salone, fotografia incollata su cartone, 320x260 mm (XV.10) Ufficio Tecnico Ducrot Jolly Hôtel, Palermo, post 1950 Pareti del ristorante, hall e salone, (1/50), copia eliografica, 1084x504 mm, s.d.;

denominazione del progetto, indicazioni progettuali, intitolazione dei disegni (XV.11) Ufficio Tecnico Ducrot Albergo turistico, Giarre (Catania), 1959 ca. Veduta prospettica dell’angolo bar, copia eliografica, 702x509 mm; denominazione del progetto, intitolazione del disegno. Tavola contrassegnata dal numero 4 (XV.12) Ufficio Tecnico Ducrot Negozio Richard Ginori, Catania, 1959 ca. Pianta (1/50), veduta prospettica d’insieme, particolare del tavolo-vetrina (1/10), copia eliografica, 993x490 mm; denominazione del progetto, indicazioni progettuali, indicazioni toponomastiche, intitolazione dei disegni, quote. Tavola contrassegnata dal numero 1337 (XV.13) Ufficio Tecnico Ducrot Negozio F.lli Savona via Roma, Palermo, 20 luglio 1956 Veduta prospettica delle vetrine interne del piano terra, pastello giallo, arancio e blu su copia eliografia, 728x588 mm; denominazione del progetto, intitolazione del disegno, indicazioni progettuali a matita. Tavola contrassegnata dalla lettera A (XV.14)

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Foto e disegni archivio Ducrot

Biblioteche Basile e Ducrot a cura di Maria Antonietta Calì

BIBLIOTECA BASILE

BIBLIOTECA DUCROT

Palazzina Deliella in Palermo, in «L’Edilizia Moderna», XIX, n. 3, 1910

«Documents Decoratives», III

«L’Edilizia Moderna», XIX, n. 4, 1910

Società Ceramica Italiana – Laveno, Tavole Piastrelle, Laveno 1908

«Architettura», XI, n. 3, 1932

«Deutsche Kunst und Dekoration», VIII, April-September 1901

«L’Architettura Italiana», VI, 1910-1911 «L’Architettura Italiana», X, 1914-1915 M. Piacentini, Ernesto Basile, «Architettura», XI, n. 9, 1932

«L’art Decoratif», III, Octobre 1900Mars 1901

in

«Per l’Arte», I, n. 1, 1909 «The Studio», vol. 53, n. 219, 1911 «Decorative Kunst», vol. XII, 1904 K.O. Hartman, Die Baukunst, Carl Scholtze Verlang, band II, Leipzig 1911 Société des artistes français, Société nationale des beaux-arts, Les Salons d’Architecture, Schmid Editeur, Paris 1907 T. Krauth, F. S. Meyer, Die Bauund Kunstzimmerei mit besonderer Berücksichtigung der Äusseren form, E. A. Seemann, vol. I, Leipzig 1895 «Der Architekt», XX, n. 6, 1914 «Der Architekt», XV, 1909 F. von Reber, A. Bayersdorfe, Klassischer Skulturenschatz, F. Bruckmann A. G., München 1897

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Tavole didattiche di Architettura Tecnica a cura di Livia Realmuto

Tavola I ARCHITETTURA EGIZIANA figg. 1-2-3 Tipi di strutture verticali: colonna a fascio di papiri, pilastro, colonna “a sostegno di tenda”; fig.4 Sala ipostila di Amūn a Karnak. Sezione; fig.5 Architrave della porta del tempio di Philae; fig.6 Fregio del portale di accesso del tempio di Hons a Karnak; fig.7 Colonna con capitello a forma di testa di Iside; fig.8 Pianta del tempio di Osumandueo a Luxor; fig.9 Ricostruzione del tempio di Amenophis III a Luxor. Alzato del corpo di ingresso; fig. 10 Piloni e pianta del tempio di Dendour in Nubia; fig.11 Porta delle mura di Medinet-Habū; fig.12 Casa in una pittura parietale; fig.13 Grande piramide di Cheope a Gizek. Sezione sulla camera del re e sul corridoio maggiore; fig.14 Piramide di Zoser a Sakkara. Pianta; fig. 15 Piramide di Zoser a Sakkara. Sezione. Tavola II ARCHITETTURA DORICA fig.1 Acropoli di Atene; fig.2 Trabeazione e capitello; fig.3 Crepidoma; fig.4 Studi di cinte per incisioni; fig.5 Anuli, echino ed abaco; figg.6-7 Sistemi di coperture lignee adottati nei templi greci; figg.8-9 Triglifi, metope e cornici. Tavola III ARCHITETTURA DORICA fig.1 Prospetto del Partenone ad Atene; fig.2 Diagramma della curvatura delle linee dello stilobate; fig.3 Schema del conflitto

angolare; figg. 4-5-6 Rappresentazioni di proporzionamentoottico con diagrammi dell’entasi delle colonne. Tavola IV ARCHITETTURA JONICA figg. 1-2 Tipi di base attica; figg.3-4-5 Capitello. Alzati frontale e laterale con schema geometrico di sezione. Tavola V ARCHITETTURA CORINZIA fig.1 Monumento coragico di Lisicrate. Alzato; fig.2 Monumento coragico di Lisicrate. Alzato del basamento; fig.3 Monumento coragico di Lisicrate. Alzato del capitello, della trabeazione e della base della colonna; fig.4 Torre dei Venti ad Atene. Pianta; fig.5 Torre dei Venti ad Atene. Prospetto da est; fig.6 Torre dei Venti ad Atene. Particolare del capitello e della trabeazione; fig. 7 Torre dei Venti ad Atene. Sezione longitudinale; fig.8 Ordine corinzio-italico. Tavola VI ARCHITETTURA PELASGICA fig.1 Particolare di muratura ciclopica; fig.2 Particolare di muratura poligonale; fig.3 Porta a Missolungi; fig.4 Porta dei Leoni a Micene; fig.5 Porta a Delo; fig.6 Porta a Torico in Attica; fig.7 Tesoro di Atreo a Micene. Sezione e pianta; fig.8 Tipo di semicolonna rinvenuto in prossimità dell’ingresso del Tesoro di Atreo. Alzato; fig.9 Porta del Castello Ciclopico a Cefalù.

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Tavole didattiche

Tavola VII ARCHITETTURA ETRUSCA fig.1 Tempio di Giunone Sospita a Roma. Particolare; fig.2 Tempio di Giunone Sospita a Roma. Pianta; fig.3 Tempio di Giunone Sospita a Roma. Prospetto; fig.4 Tempio di Giunone Sospita a Roma. Particolare di basamento e capitello; fig.5 Tomba rupestre a Castel d’Asso; figg.6-7 Tomba rupestre a Castel d’Asso. Particolare della copertura; fig.8 Tomba di Galeasso a Cervetere; fig.9 Tomba di Galeasso a Cervetere. Pianta; figg.1011-12-13 Tipi di camere sepolcrali irregolari; fig.14 Tumulo di Cucumella a Vulci; fig.15 Tomba detta di “Arunte” o degli “Orazi” presso Albano; fig.16 Arco; figg.17-18 Archi ritrovati nella piramide di Meroe in Etiopia; fig.19 Arco nella piramide di Sakkara; fig.20 Arco in un acquedotto a Tusculo. Tavola VIII ARCHITETTURA ROMANA. EPOCA DEI RE fig.1 Pianta dei sette colli di Roma. ( da G. Valadier ); fig.2 Particolare della Cloaca Massima; fig.3 Circo Massimo. Pianta e sezione; figg.4-5 Mura di fortificazione di Servio Tullio. Tavola IX ARCHITETTURA ROMANA. EPOCA DELLA REPUBBLICA fig.1 Sepolcro di Caio Bibulo. Resti del prospetto laterale; fig.2 Sepolcro di Caio Bibulo. Capitello e base della colonna; fig.3 Sepolcro di Caio Bibulo. Fregio; fig.4 Sarcofago di Scipione Barbato; fig.5 Tempio della Fortuna Virile. Pianta; figg.6-7-8-9-10 Studi sull’ordine ionico; fig.11 Trabeazione; fig.12 Tempio di Vesta a Roma. Pianta; fig.13 Ricostruzione del Teatro di Dioniso ad Atene secondo H. Strack. Pianta.

Tavola X – TEORIA DELLE ARCATE A COLONNE fig.1 Sistema ligneo; fig.2 Passaggio dall’arco in legno a quello in pietra; fig.3 Icnografia dell’arcata fra semicolonne; fig.4 Icnografia dell’arcata fra paraste; figg.5-6-7 Soluzioni angolari; figg.8-9 Sovrapposizioni degli ordini. Alzato e sezione. Tavola XI ARCHITETTURA ROMANA fig.1 Teatro di Marcello. Prospetto e sezione longitudinale; fig.2 Teatro di Marcello. Pianta; figg.3-4-5-6 Particolari delle trabeazioni e degli architrave dei vari ordini del Teatro di Marcello; fig.7 Pantheon. Prospetto e sezione; fig.8 Pantheon. Pianta; figg.9-10 Particolari del tempio di Vespasiano. Alzato della trabeazione con il capitello corinzio e alzato della base della colonna. Tavola XII ARCHITETTURA ROMANA fig.1 Arco di Tito. Alzato e pianta; fig.2 Particolare dell’Arco di Tito. Alzato del capitello e della base della colonna; fig.3 Arco di Settimo Severo. Alzato e pianta; fig.4 Arco di Costantino. Alzato e pianta; fig.5 Anfiteatro Flavio. Prospetto e sezione longitudinale parziale; fig.6 Anfiteatro Flavio. Pianta del piano terreno e del secondo ordine. Tavola XIII ARCHITETTURA ROMANA fig.1 Terme di Caracalla. Pianta secondo la “restaurazione” di Abele Blouet; fig.2 Basilica di Massenzio. Pianta; fig.3 Basilica di Pompei. Pianta; fig.4 Palazzo di Diocleziano a Spalato. Pianta; figg.56-7 Particolari del Palazzo di Diocleziano a Spalato. Vedute [in parte illeggibili].

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Tavola XIV ARCHITETTURA FAMILIARE DEGLI ANTICHI ROMANI fig.1 Pianta della casa dei Pansa a Pompei; fig.2 Affreschi pompeiani; fig.3 Pianta dell’antico edificio in piazza Vittoria a Palermo (ricostruzione di G. B. F. Basile ); fig.4 Pianta dei resti dell’antico edificio in piazza Vittoria a Palermo; figg.5-6 Mosaici dell’antico edificio in piazza Vittoria a Palermo. Tavola XV ARCHITETTURA SICILIANA fig.1 Chiesa di S. Spirito a Palermo. Prospetto laterale. Tavola XVI ARCHITETTURA SICILIANA fig.1 Chiesa di S. Spirito a Palermo. Interno. Tavola XVII ARCHITETTURA ROMANESCA. I COSMATI fig.1 Cattedrale di Civita Castellana. Alzato della porta d’ingresso; fig.2 Chiostro di S. Paolo fuori le mura a Roma; figg.3-4 Cattedra di S. Lorenzo fuori le mura a Roma. Particolari; fig.5 S.ta Maria Scolastica a Subiaco. Colonne del chiostro; figg.6-7-8 Basilica di S. Paolo fuori le mura a Roma. Particolari del ciborio. Tavola XVIII ARCHITETTURA FIORENTINA fig.1 Palazzo Strozzi. Prospetto principale; fig.2 Palazzo Strozzi. Cornicione di coronamento e basamento; fig.3 Palazzo Pitti. Prospetto principale; fig.4 Palazzo Strozzi. Bifora; fig.5 Palazzo Strozzi. Cornicione; fig.6 Palazzo Strozzi. Anello per briglie; fig.7 Palazzo Strozzi. Lampione d’angolo; fig.8 Palazzo Pitti. Cornicione di coronamento. fig.9 Palazzo Rucellai. Prospetto principale; fig.10

Palazzo Rucellai. Profilo del basamento; figg.11-12 Palazzo Rucellai. Cornici; fig.13 Palazzo Rucellai. Cornice d’attico; fig.14 Palazzo Rucellai. Capitello; fig.15 Palazzo Rucellai. Bifora; fig.16 Palazzo Guadagni. Cornicione di coronamento; fig.17 Palazzo Guadagni. Prospetto. Tavola XIX ARCHITETTURA SICILIANA fig.1 Carta geografica della Sicilia; fig.2 S. Giovanni degli Eremiti a Palermo. Veduta prospettica; fig.3 Duomo di Monreale. Pianta; fig.4 Duomo di Monreale. Prospetto principale con “ricostruzione” del portico originario; fig.5 Duomo di Monreale. Alzato della navata centrale; fig.6 Duomo di Monreale. Particolare del Chiostro; fig.7 La Cuba di Palermo. Veduta prospettica; fig.8 La Cuba di Palermo. Particolare dell’interno; fig.9 La Cubula di Palermo. Prospetto; fig.10 La Cubula di Palermo. Sezione; fig.11 Palazzo di Altarello a Baida (Palermo). Pianta e sezione. Tavola XX ARCHITETTURA DEL CINQUECENTO A ROMA fig.1 Palazzo Castellesi (GiraudTorlonia). Pianta del piano terreno; fig.2 Palazzo Castellesi (Giraud-Torlonia). Scala principale; fig.3 Palazzo Castellesi (Giraud-Torlonia). Prospetto; fig.4-5-6 Palazzo Castellesi (Giraud-Torlonia). Piante dei diversi piani; fig.7 Palazzo Castellesi (Giraud-Torlonia). Sezione; fig.8-9 Particolari di Palazzo Castellesi (Giraud-Torlonia). Mostra e cornice di coronamento; fig.10 Palazzo della Cancelleria. Particolare della cornice di coronamento. Tavola XXI EDIFICI MODERNI. SCALE fig.1-2 Scale d’angolo [la fig.1 indica la

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Tavole didattiche

disposizione errata]; figg.3-4-5-6 Scale in muratura; figg.7-8 Scale a tenaglia; fig.9 Scala circolare con corridoio esterno; figg.10-11 Scale compenetrate; fig.1213-14 Scale con pianerottolo a ventaglio [a tratteggio la posizione errata]; fig.15 Sviluppo della scala di fig.14; figg.16-17 Posizionamento degli scalini sui correnti; fig.19 Scala metallica con correnti in ferro e pedate lignee; fig.20 Scala in ferro; figg.21-22 Scala con gradini in pietra a sbalzo; figg.23-25 Volte d’uso romano per strutture di scale; fig.26 Inclinazione di una rampa. [Illustrazione esemplare sul repertorio iconografico di A. Sacchi. Architettura pratica. Le abitazioni, Milano 1878]. Tavola XXII ARCHITETTURA VENEZIANA fig.1 Casa Pisani. Prospetto; fig.2 Casa Pisani. Particolare della cornice di coronamento; fig.3 Palazzo CornerSpinelli. Prospetto; fig.4 Casa Pisani. Alzato del capitello del primo ordine; fig.4 Casa Pisani. Alzato del capitello del secondo ordine; fig.6 Palazzo Vendramin. Prospetto; fig.7 Palazzo Vendramin. Particolare della cornice di coronamento. fig.8 Palazzo Vendramin. Alzato del capitello del secondo ordine; fig.9 Palazzo Vendramin. Alzato del capitello del secondo ordine. Tavola XXIII ARCHITETTURA BIZANTINA fig.1 Chiesa di S. Marco a Venezia. Prospetto; fig.2 Chiesa di S. Marco a Venezia. Sezione; fig.3 Chiesa di S. Marco a Venezia. Pianta; fig.4 Palazzo Ducale a Venezia. Particolare del prospetto; fig.5 Cà Foscari a Venezia. Prospetto; fig.6 Cà Foscari a Venezia. Alzato del capitello del terzo ordine; fig.7 Cà Foscari a Venezia. Alzato della balaustra del secondo ordine; fig.5 Cà Foscari a Venezia. Particolare di

un capitello del primo ordine. Tavola XXIV ARCHITETTURA TOSCANA fig.1 Chiesa di S. Miniato a Firenze. Pianta; fig.2 Chiesa di S. Miniato a Firenze. Prospetto; fig.2 bis Chiesa di S. Miniato a Firenze. Sezione longitudinale; fig.3 Duomo di Siena. Pianta; fig.4 Duomo di Siena. Prospetto principale; fig.5 Duomo di Orvieto. Prospetto principale; fig.6 Chiesa di S.ta Maria del Fiore a Firenze. Pianta; fig.7 Chiesa di S.ta Maria del Fiore a Firenze. Veduta laterale; fig.8 Chiesa di S.ta Maria del Fiore a Firenze. Comparazione delle tre soluzione di volte; fig.9 Chiesa di S.ta Maria del Fiore a Firenze. Particolare del prospetto laterale; fig.10 Chiesa di S.ta Maria del Fiore a Firenze. Prospetto principale; fig.11 Icnografia della cupola e particolari di carpenteria di S.ta Maria del Fiore a Firenze; fig.12 Ipotesi delle fasi di costruzione e dei ponteggi della cupola S.ta Maria del Fiore a Firenze. Tavola XXV EDIFICI MODERNI DISTRIBUZIONE fig.1 Progetto per il Palazzo Thiene a Venezia di Andrea Palladio. Pianta; fig.2 Progetto per il Palazzo della Torre a Verona di Andrea Palladio; fig.3 Progetto di palazzo su terreno irregolare diAndrea Palladio; fig.4 Casa-colonna di François Barbier per il Désert de Retz presso Chambourcy; fig.5 Rielaborazione dell’edificio panoramico di Robert Morris; fig.6 Metodo della reticola; figg.78 «Casa moderna americana». Piante della prima e della seconda elevazione; figg.910 «Casa moderna londinese». Piante della prima e della seconda elevazione; figg.11-12 «Casa moderna belga». Piante della prima e della seconda elevazione; figg.13-14 «Casa da pigione». Piante della prima e della seconda elevazione;

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

figg.15-16 «Casa da pigione». Piante della prima e del piano tipo; [illustrazioni esemplate sul repertorio iconografico di A. Sacchi, Architettura Pratica. Le abitazioni, Milano 1878] Tavola XXVI EDIFICI MODERNI fig.1 Montavivande. Piante e sezione; fig.2 Montavivande. Piante e sezione; fig.3 Montacarichi idraulico. Sezione; fig.4-5 Studi icnografici di ambienti funzionali per alloggi economici; fig.6 Studio dell’armatura di ancoraggio di una loggia; fig.7 Studio della distribuzione e del sistema di funzionamento di una “stufa”per specie botaniche; fig.8 “Nuovo albergo” in Kaiserstrasse a Francoforte. Pianta della prima elaborazione. Tavola XXVII EDIFICI MODERNI DIMENSIONAMENTO DELLE CAMERE E IMPIANTI SPECIALI figg.1-2 Ordinamento per ventilazione e riscaldamento degli ambienti; figg.3-4-5 Studi di impianti distributivi funzionali per camere di albergo; figg.6-8-9 Impianti sanitari. Sezioni; fig.10 Serbatoio di caldaia. Alzato-sezione. [illustrazioni esemplate sul repertorio iconografico di A. Sacchi, Architettura Pratica. Le abitazioni, Milano 1878] Tavola XXVIII ARCHITETTURA MEDIEVALE fig.1 Basilica africana a Lijemla. Pianta; fig.2 Chiesa di Ibrim in Nubia; fig.3 Chiesa d’Annum in Algeria orientale. Pianta; fig.4 Cattedrale di Asnām. Pianta; fig.5 Basilica di S. Clemente a Roma. Pianta; fig.6 Basilica di S. Pietro a Roma. Pianta; fig.7 Basilica di S. Pietro a Roma. Navate. Tavola XXIX

ARCHITETTURA MEDIEVALE fig.1 Chiesa di S.ta Costanza a Roma. Pianta; fig.2 Battistero di Nocera. Pianta; fig.3 Battistero di Nocera. Sezione; fig.4 Mausoleo di Teodorico a Ravenna. Pianta; fig.5 Capitelli binati; fig.6 Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Pianta; fig.7 Mausoleo di Teodorico a Ravenna. Alzato; fig.8 Palazzo delle Torri a Torino. Alzato. Tavola XXX ARCHITETTURA RAVENNATE fig.1 Basilica di S. Apollinare nuovo a Ravenna. Pianta; fig.2 Basilica di S. Apollinare nuovo a Ravenna. Particolare della navata centrale; fig.3 Basilica di S. Apollinare in Classe a Ravenna. Scalone dell’abside; fig.4 Veduta prospettica di S. Apollinare in Classe a Ravenna; fig.5 Duomo di Parenzo. Pianta; fig.6 Particolare del capitello del Duomo di Parenzo; fig.7 Duomo di Torcello (S. Maria Assunta). Pianta; fig.8 Duomo di Torcello (S. Maria Assunta). Abside. Tavola XXXI ARCHITETTURA BIZANTINA figg.1-2 Chiesa di SS. Sergio e Bacco a Costantinopoli. Pianta e sezione; figg.34 Particolari della Chiesa di SS. Sergio e Bacco a Costantinopoli. Alzati del capitello del secondo ordine e della trabeazione; figg.5-6-7 Chiesa di S.ta Sofia a Costantinopoli. Pianta, prospetto e sezione. Tavola XXXII ARCHITETTURA BIZANTINA fig.1 Chiesa di S. Giovanni di Studios a Costantinopoli. Particolare della trabeazione con capitello e base della colonna; fig.2 Chiesa di Qualb-Louzen in Libano. Pianta; fig.3 Chiesa di Qualb-Louzen in Libano. Prospettiva

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Tavole didattiche

dell’interno; fig.4 Chiesa di Tafka IV a Gebel Hauran in Siria. Pianta e sezione; fig.5 Tipo di cupola impostata su pianta quadrata; fig.6 Tipo di cupola impostata su pianta ottagona; fig.7 Chiesa di S. Giorgio in Tessalonica a Salonicco. Pianta; fig.8 Chiesa di S. Giorgio in Tessalonica a Salonicco. Sezione longitudinale; fig.9 Chiesa di S. Giorgio in Tessalonica a Salonicco. Veduta prospettica; fig.10 Cappella di Kalibä in Siria. Pianta; fig.11 Cappella di Kalibä in Siria. Prospetto; fig.12 Chiesa di S. Giorgio a Ezra nell’Hauran in Siria. Pianta; fig.13 Chiesa di S. Giorgio a Ezra nell’Hauran in Siria. Sezione longitudinale. Tavola XXXIII ARCHITETTURA BIZANTINA figg.1-2 Chiesa di S.ta Sofia a Costantinopoli. Particolari del secondo e del primo ordine di arcate; fig.3 Casa

a Rifadi. Prospetto; fig.4 Palazzo di Chagga. Particolare di una finestra; fig.5 Chiesa di S.ta Maria tes Coras a Costantinopoli. Prospetto; fig.6 Chiesa di Theotokos a Costantinopoli. Prospetto. Tavola XXXIV ARCHITETTURA LOMBARDA fig.1 Chiesa di S.ta Maria in Valle a Cividale; figg.2-3 Chiesa di S. Antonio a Piacenza. Pianta e sezione; fig.4 Battistero di Asti. Sezione; figg.5-6 Cattedrale di Novara. Pianta e sezione; fig.7 Battistero di Novara. Sezione del prospetto; fig.8 Chiesa di S. Michele a Pavia. Veduta prospettica; fig.9 Battistero di Asti. Pianta; fig.10 Chiesa di S. Ambrogio a Milano. Veduta prospettica; fig.11 Cattedrale di Piacenza. Prospetto; fig.12 Chiesa di S. Zeno a Verona. Veduta prospettica.

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Schede

Schede dei progetti a cura di Eliana Mauro e Ettore Sessa

Elenco Schede 1 G.B.F. Basile, Museo Aussetico per Atene, 1859 2 G.B.F. Basile, Concorso per il Teatro Massimo Palermo, 1864-1867 3 G.B.F. Basile, Carcere mandamentale di Monreale, 1865 4 G.B.F. Basile, Sezione italiana per l’esposizione di Parigi, 1878 5 G.B.F. Basile, E. Basile, Primo concorso per il monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, 1880-1881 6 E. Basile, Primo concorso per il Palazzo di Giustizia a Roma, 1884 7 E. Basile, Ossario di Calatafimi, 1885 8 E. Basile, Nuova Avenida a Rio de Janeiro, 1888 9 E. Basile, Esposizione Nazionale di Palermo del 1891, 1888 10 E. Basile, completamento del Teatro Massimo di Palermo, 1891-1897 11 E. Basile, Secondo concorso per il Palazzo del Parlamento a Roma, 1888 12 E. Basile, Palazzo Francavilla a Palermo, 1893-1897 13 E. Basile, Chiosco Ribaudo in piazza G. Verdi a Palermo, 1894 14 E. Basile, Palazzo Deliella a Palermo, 1895-1897 15 E. Basile, Baglio Lombardo Gangitano a Canicattì, 1898 16 E. Basile, Cappella Nicosia a Palermo, 1898

17 E. Basile, Palazzo Florio all’Olivuzza a Palermo, 1899 18 E. Basile, Edificio ad uso collettivo, 1899 19 E. Basile, Ampliamento della Tonnara Florio all’Arenella, Palermo, 1899 20 E. Basile, Palazzo Moncada di Paternò a Palermo, 1899 21 E. Basile, Grand Hôtel Villa Igiea a Palermo, 1899 22 E. Basile, Sepoltura gentilizia Raccuglia a Palermo, 1899 23 E. Basile, Villino Florio all’Olivuzza, Palermo 1899 24 E. Basile, Padiglione per l’esposizione di Belle Arti del Circolo Artistico a Palermo, 1900 25 E. Basile, Secondo palazzo Utveggio a Palermo, 1901 26 E. Basile, Palazzo dell’Aula di Montecitorio a Roma, 1902-1919 27 E. Basile, Casa Basile a Palermo, 19031904 28 E. Basile, Cappella per mons. Di Bella, 1904 29 E. Basile, Caffè Faraglia a Roma, 1906 30 E. Basile, Palazzo Bruno di Belmonte a Spaccaforno (Ispica), 1906-1910 31 E. Basile, Centrale elettrica a Caltagirone, 1907 32 E. Basile, Cassa di Risparmio di Palermo, 1907-1914

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33 E. Basile, Monumento commemorativo del 27 maggio 1860 a Palermo, 1909 34 E. Basile, Casa unifamiliare, 1911 ca. 35 E. Basile, Cappella Di Giorgi a Palermo, 1912 36 E. Basile, Sede della Cassa di Risparmio di Trapani, 1918 37 E. Basile, Palazzo Ajroldi-Rutelli in via

Roma a Palermo, 1921 38 E. Basile, Sede della Cassa di Risparmio di Messina, 1925-1928 39 E. Basile, Redazione del materiale grafico per l’Editore Crudo di Torino per la pubblicazione Ernesto Basile, Studi e schizzi stampata nel 1911 e disegni dal vero

Autori Schede AP Angela Persico AV Alessandra Vecchio BC Benedetta Cusumano CA Claudia Asaro CD Carmelina Drago DB Davide Borzoee DO Daniele Orlando EM Eliana Mauro ES Ettore Sessa FL Francesca Lupo GG Giorgia Gaeta GLT Giusi Lo Tennero GV Giuseppe Verde LR Livia Realmuto MAC Maria Antonietta CalĂŹ NG Nuccia Guarneri PM Patrizia Miceli PT Patrizia Triassi VB Virginia Bonura VC Valentina Cerchia VL Vincenzo Luparello VM Vincenza Maggiore

Avvertenza I numeri tra parentesi sotto le immagini si riferiscono alla loro collocazione nella mostra e sono anche riportati in coda alle didascalie corrispondenti, con le quali ha inizio ciascuna scheda.

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Schede

Museo Aussetico per Atene 1859 Giovan Battista Filippo Basile Prospettiva, matita, china e acquerello policromo su cartoncino, 666x1300 mm, (1859); indicazioni progettuali a china e inchiostro rosso, denominazione del progetto a matita e inchiostro rosso acquerellato. Tavola contrassegnata dal numero II (II.7) L’unità archivistica comprende n. 2 unità documentarie con: n.1 pianta e n. 1 prospetto.

Ideato per accogliere la grande quantità di reperti, iscrizioni, bassorilievi, portati alla luce a partire dalle opere di liberazione dell’Acropoli dalle fortificazioni turche, avviate tra il 1852 e il 1853 da Charles Ernest Beulé, il progetto del museo archeologico per Atene viene verosimilmente redatto per la partecipazione al “primo concorso internazionale per un nuovo museo archeologico in Atene”, il cui giurì nel 1861 assegnerà il primo premio al progetto di Arturo Conti. Il museo aussetico è costituito da un edificio a pianta rettangolare con corte centrale e con il fronte principale, interamente colonnato, su uno dei lati minori. L’ingresso, con portico a timpano, fa capo al vestibolo circolare di distribuzione in posizione centrale, seguito da una sala destinata all’esposizione dei frammenti di civiltà estranee a quella greca sito in un volume sporgente dal perimetro murario della corte. Altre due appendici, nell’ala opposta ed estromesse dal perimetro

murario esterno, sono quelle dei depositi, destinati all’immagazzinamento dei reperti in attesa di riordino. L’impianto planimetrico, fondato sui sistemi associativi e sul metodo di aggregazione di spazi semplici, mostra l’origine derivata dall’insegnamento teorico della scuola di J.-N. L. Durand, al quale si affianca la formulazione di una vera e propria prassi progettuale originale. Aussetico, negli intendimenti del suo creatore, vuol dire infatti “suscettibile di ingrandimento illimitato senza mai perdere veruna delle sue proprietà prestabilite e presentandosi completo esteriormente ed internamente in ogni stato di sua grandezza”. Il modulo costituito dalla grande sala affiancata da ambienti di attraversamento laterali a percorrenza ininterrotta, e dotata di salette superiori raggiungibili con modeste scale, costituisce la regola proporzionale e compositiva su cui si basa la flessibilità degli spazi espositivi. La teoria continua dei moduli, con l’inserimento di alcune calcolate soluzioni di continuità, dà vita al percorso museale. Ai margini della pianta di base, si individuano, quali immagini esplicative dell’aussetismo basiliano, tre piante a scala ridotta: due illustrano la movimentazione interna per l’attribuzione di un maggior numero di ambienti a ciascuna epoca e la possibilità di ampliamento del museo secondo la logica organica che fa capo al nome del museo; una, al margine sinistro, come una delle possibilità aggregative di ampliamento. L’impalcato ideologico che sottende alla messa a punto del museo, impone a Basile

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l’adozione di una forma progettuale appropriata all’uso stesso dell’edificio e alla sua definizione organica, tanto che tutta l’ideazione risponde alle esigenze dettate dalla sua teoria dell’aussetismo: il sistema di copertura e illuminazione, che rende ogni sala un nucleo autonomo; l’indifferenziata modularità delle aperture; la composizione degli elementi dell’ordine dorico tale da permettere con particolari accorgimenti l’estensione all’infinito di trabeazione e colonnato. La necessità di accrescimento euritmico investe l’immagine dell’edificio nella sua globalità e nei suoi apparati decorativi, tutti tratti dall’architettura dorica, legando in qualche modo l’autore alle esperienze di Leo von Klenze. Nella versione litografica pubblicata nel 1870, compare una sezione longitudinale la quale mostra nello spaccato il sistema di illuminazione con i

lucernai conici su ciascuna sala e tutte le modalità distributive. Bibliografia G. Pirrone, Il teatro Massimo di G.B. Filippo Basile a Palermo. 1864/97, Roma 1984, p. 64; E. Mauro, I disegni di Giovan Battista Filippo Basile per un museo aussetico ad Atene, in G. Alisio, G. Cantone, C. De Seta, M.L Scalvini (a cura di), I disegni d’archivio negli studi di storia dell’architettura, Atti del convegno, Napoli 12-14 giugno 1991, Napoli 1994, p. 197-200; E. Mauro, Museo aussetico per Atene, 1859, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 77-79.

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(II.7)

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Schede

Concorso per il Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II a Palermo 1865-1867 Giovan Battista Filippo Basile Prospetto principale, ottava variante, matita, china e acquerello policromo su cartoncino, 628x943 mm, (1865 ca.); nome dell’autore a stampa su carta, 6x48 mm., incollata nel margine inferiore sinistro (II.8) L’unità archivistica comprende n. 20 unità documentarie che illustrano, in sequenza, l’avanzamento del progetto verso la forma definitiva con: n.1 studio di prospetto, n. 1 studio di pianta e n. 1 studio di prospetto relativi alla stessa versione, n. 3 studi di pianta, n. 1 studio di prospetto, n. 1 studio di pianta e n. 2 studi di prospetto relativi alla stessa versione, n.1 studio di pianta e n. 1 studio di prospetto relativi alla stessa versione, n. 1 prospetto acquerellato, n. 1 studio di pianta e n. 3 studi di prospetto relativi alla stessa versione, n. 1 studio di pianta e n. 3 studi di prospetto relativi alla stessa versione, n. 3 studi di prospetto, n.1 pianta. L’iter di preparazione al concorso, bandito il 10 settembre 1864 e con scadenza fissata al 9 settembre 1866 e prorogata al 10 marzo 1867, vede per Basile la stesura di diverse soluzioni. Una prima fase di elaborazione mostra caratteri e definizioni formali alquanto lontane dal progetto presentato: la scelta dello stile è ancora in nuce, anche se si possono individuare in questa prima stesura compiuta i

riferimenti teorici e formali che avvicinano Basile alla scuola neoclassica tedesca e alle formulazioni schinkeliane da un lato e alle teorie semperiane dall’altro, con la rilettura in chiave neostilistica del patrimonio classico dell’architettura. L’uso iniziale e insolito del portico ottastilo, che nella maggiore ampiezza fisserà (fino alla soluzione definitiva) la dimensione del partito centrale del prospetto e quella dell’imposta delle coperture della sala e della torre di palcoscenico, si attesta a un ordine corinzio ancora prossimo al modello canonico. Solo successivamente verrà l’ideazione di una variante derivata dal capitello italo corinzio, scaturita dallo studio delle architetture dal vero e dall’analisi della modificazione delle linee dell’architettura storica, comunque già introdotto in uno studio di poco successivo all’ipotesi di prospetto con portico ottastilo. In confronto ai disegni di studio che ne precedono la stesura, la fase finale dell’iter progettuale è ormai prossima, soprattutto nella definizione dell’organismo basamentale e della cupola di copertura della sala, alla soluzione presentata al concorso. Le modifiche sostanziali riguarderanno la definizione dimensionale del prospetto principale con il sistema del portico esastilo con risvolti laterali e tre partiti per lato in soluzione di continuità, rinunciando alla iniziale maggiore ampiezza del fronte che derivava da un impianto ad andamento semiellittico, e canonizzando l’introduzione dell’ordine continuo che, con colonne libere nel portico, viene iterato con semicolonne e partitura regolare lungo l’intero perimetro della fabbrica. Rispetto alla redazione finale, con copertura a falde in lamiera, la volumetria della torre di palcoscenico oscilla, nel corso della sua

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definizione, fra una sagoma cupolata omologa a quella della sala e la falda di un tetto a padiglione a una quota di imposta più elevata. L’edificio realizzato subirà ad ogni modo un’ulteriore modifica con l’innalzamento di oltre 5 metri del corpo murario della torre della sala e di quella del palcoscenico. La tipologia teatrale si ispira, per condizione di concorso, al teatro Carlo Felice di Genova di Carlo Barabino del 1825: all’italiana, a ferro di cavallo, con cinque file di palchi, un loggione e un monumentale palco reale. A partire dal richiesto requisito della incombustibilità, l’impiego del ferro trova applicazione nelle strutture complesse ideate fin dalle prime ipotesi: le otto grandi capriate a traliccio di 28 metri di luce della torre di palcoscenico coperta con lamiere di ferro galvanizzate, la copertura della sala con sedici arconi radiali controventati e resi solidali da cinque anelli di circonferenza decrescente, il pavimento in metallo del palcoscenico (non realizzato). Basile si presenta infine al concorso con il progetto “Archetipo e disegni”, illustrato da 12 tavole a due diverse scale (1:150, 1:100) e da un archetipo ligneo (eseguito da Salvatore Coco e costato 6000 lire), scomponibile in quattro settori sulle sezioni mediane dell’edificio (restaurato, una prima volta, nel 1874 in vista dell’avvio dei lavori di costruzione). Il progetto ottiene dal giurì l’assegnazione del primo premio, mai ratificato dal comune, così come gli altri quattro, a causa delle numerose proteste e delle richieste di riesame che afflissero il risultato del concorso. Soltanto più tardi, Giovanni Salemi Pace, direttore della Scuola d’Applicazione per Ingegneri e Architetti, propose in seno al consiglio comunale del 14 gennaio 1874, di realizzare il progetto vincitore del concorso accendendo un prestito a carico del comune, finché il 10 dicembre dello stesso anno Basile viene incaricato della direzione dei lavori avviando i lavori l’anno successivo. Per rendere effettivo l’incarico Basile dovrà impegnarsi a rinviare la esecuzione degli apparati decorativi esterni ed interni (soprattutto la statuaria), e a riportare nel

proprio progetto le correzioni richieste a suo tempo dal giurì (eliminazione di due palchi per ogni fila, ampliamento delle scale del Casino e del palco reale), ma si rifiuterà di introdurre un lampadario unico nella sala, di prolungare il portico d’ingresso e di dare un diverso dimensionamento all’intercolumnio dell’ordine gigante esterno. I diversi volumi del teatro (denominato Teatro Massimo) non risentono della privazione decorativa: se il tamburo della cupola e la torre di palcoscenico sono privi di qualsiasi aggettivazione di carattere stilistico, se non quella delle cornici e dei fregi di coronamento, il perimetro murario, dimensionato sull’altezza dell’ultima fila di palchi della sala, accoglie e trasferisce all’esterno un nuovo ordine architettonico, quello che G. B. F. Basile intende quale messaggio “politico” di proposizione di uno stile nazionale e che legittima al contempo la necessità di dare carattere autonomo all’opera cui stanno sottesi un nuovo simbolismo e un sentimento nuovo. Bibliografia Programma del concorso pel Teatro Massimo da costruirsi in Palermo e giudizio sui progetti presentati in detto concorso, Palermo 1868; An. (G. B. F. Basile), Concorso al Teatro Massimo di Palermo. Memoria alligata al progetto colla epigrafe Archetipo e Disegni, s. l. e d.; F. Vergara duca di Craco, Sulla costruzione del Teatro Massimo. Quistioni principali, Palermo 1882; Il questionario sul Teatro Massimo di Palermo. Esame e parere del Collegio degli Ingegneri e degli Architetti in Palermo, Palermo 1887; O. Tiby, I. Ciotti (a cura di), I cinquant’anni del Teatro Massimo. Palermo 1897-1947, Palermo 1947; A.M. Fundarò, Il concorso per il Teatro Massimo di Palermo, storia e progettazione, Palermo 1974; A. Samonà, 1. L’eclettismo del secondo ottocento. G. B. Filippo Basile, la cultura e l’opera, architettonica teorica didattica. G.B. Filippo Basile 2 Storia dell’architettura in Italia. Guida per le scuole d’architettura, Palermo 1983, pp. 30-31 n. 29; G. Fatta, M.C. Ruggieri Tricoli, Palermo nell’«età del

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ferro», architettura-tecnica-rinnovamento, Palermo 1983, pp. 147,156; G. Pirrone, Il Teatro Massimo di G. B. Filippo Basile a Palermo. 1867/97, Roma 1984; E. Sessa, Il Teatro Massimo, in Le città immaginate: Un viaggio in Italia, Nove progetti per nove città, XVII Triennale di Milano, Milano 1987, pp.176-177; E. Calandra (a cura di), Il Teatro Massimo cento e più anni fa, Palermo1997; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto

Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 18591929, Palermo 2000, pp. 79-81; E. Mauro, Autonomia ed eteronomia nella cultura architettonica siciliana dalla Restaurazione all’età umbertina, in C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 116-118, 125,126.

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Carcere mandamentale Monreale 1865 Giovan Battista Filippo Basile Prospetto principale e retroprospetto, s.g. (1/66), matita, china e acquerello policromo su cartoncino, 631x908 mm, datato 1865, firmato G.B.Filippo Basile, Architetto; denominazione del progetto, intitolazione dei disegni (I.1) L’unità archivistica comprende n. 1 unità documentaria con n. 2 prospetti. Agli inizi dell’Ottocento era nata la necessità della creazione di edifici carcerari, non più ricavati da riadattamenti di strutture diverse (conventi, castelli, etc.) ma rispondenti alle linee guida stilate nel Settecento dal movimento illuminista sul sistema carcerario, basato su principi morali, di libero arbitrio, di integrità fisica e morale, istruzione e lavoro; a questo scopo furono incaricati tecnici che progettassero strutture con caratteristiche correzionali, non più “punizione e dolore”. Il progetto, il cui luogo di realizzazione non è indicato, doveva essere edificato su un’ampia radura pianeggiante, cosa piuttosto difficile da reperire nel territorio urbano di Monreale. Nell’impianto, come anche nella volumetria, i disegni sono vicini a quelli dell’architettura francese di inizio secolo, quelli dell’architettura parlante di E. L Boullèe e di C. N. Ledoux. Per redigere gli elevati, l’autore si era avvalso degli esempi presenti nell’area urbana in quel periodo. La produzione locale, nell’ambito dell’architettura carceraria, presentava tra i vari esempi, il nuovo complesso

dell’Ucciardone di Palermo, il cui incarico assegnato a Vincenzo Di Martino nel 1822, era passato a Nicolò Puglia per essere poi affidato nel 1842 ad Emanuele Palazzotto. Anche Alessandro Emanuele Marvuglia si era cimentato sul tema redigendo un progetto di carcere. L’impianto è a C con due avancorpi aggettanti in facciata, ipotizzabili grazie alla corretta rappresentazione delle ombre. Il prospetto principale dai cui lati estremi parte il muro di cinta, la cui altezza è pari all’interpiano del primo livello, ha un partito modulare pari alla base degli avancorpi di sette moduli (1-1-3-1-1) per l’edificio, più due per il muro di cinta; l’altezza è di due moduli escluse le garitte cilindriche che sono fuori rapporto. Presenta un unico accesso ad arco a tutto sesto con bugnato scalare, oltre a sei finestre, di cui le due sugli avancorpi sono di dimensione maggiore, tutte completate da cornice bugnata scalare ad arco, con sopra un oblò in asse con le sottostanti finestre. Al piano superiore si aprono cinque ampie finestre, rigidamente impaginate con le sottostanti, la cui sequenza è completata, agli estremi, da due oblò delle medesime dimensioni dei sottostanti. Sulla sommità dell’edificio si elevano due garitte cilindriche isolate, merlate, che si aprono con porte trilobate verso il prospetto principale. Il prospetto posteriore è impaginato con la medesima metrica del principale; due moduli per i corpi aggettanti e tre per il centrale, oltre ai due costituenti gli spazi tra il muro di cinta e l’edificio. Si articola su un cortile interno, il tutto chiuso da un alto muro di

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recinzione, sezionato da un piano verticale passante per l’estremità dell’edifico. Il rustico bugnato, in rigido assestamento isodomo, con diverso sistema di lavorazioni, è reso evidente dalla diversa coloritura e trattamento delle ombre; i primi tre filari, costituenti il basamento, sono di dimensioni maggiori e grossolanamente trattati; la fila più in alto, risulta interrotta dall’inserimento delle finestre con arco a tutto sesto completate da ghiere a raggiera bugnata scalare. La parte superiore, costruita a scarpa, presenta conci con una diversa lavorazione, maggiormente rifiniti e forse anche di materiale diverso. Sopra una cornice leggermente aggettante, si eleva una fascia marcapiano composta da due filari di conci, diversi dal resto della muratura, sovrapposti senza sfalsatura; da queste ripartono i medesimi conci bugnati del piano inferiore, che inglobano le finestre di questo secondo livello. Il prospetto è

completato da una cornice con archetti e bassi merli, anch’essi colorati in rosso. Concludono la struttura le due garitte cilindriche poste in asse con gli avancorpi leggermente aggettanti del prospetto principale, rifinite con la medesima merlatura che corona il secondo livello. Bibliografia A. Samonà, 1. L’eclettismo del secondo ottocento. G. B. Filippo Basile, la cultura e l’opera, architettonica teorica didattica. G.B. Filippo Basile 2 Storia dell’architettura in Italia. Guida per le scuole d’architettura, Palermo 1983, p. 36; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Batista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 81-82.

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Sezione Italiana nelle Gallerie di Arti e Industrie dell’Esposizione Universale di Parigi del 1878 1876-1878 Giovan Battista Filippo Basile Veduta del prospetto, matita e acquerello policromo su cartoncino, 770x1335 mm, (1877) (III.9) L’unità archivistica comprende n. 1 unità documentaria con n.1 prospetto acquerellato. Il programma dell’esposizione parigina, redatto nel 1876, assegna al padiglione italiano un’area del Campo di Marte prossima al grande palazzo principale e facente parte delle gallerie espositive adibite all’esposizione dei paesi esteri. Il tema imposto era quello della creazione di una “facciata tipica” che fosse rappresentativa dello stato italiano. Basile si fa quindi carico, in quest’opera, di rappresentare l’architettura d’Italia come equilibrata sommatoria di tradizioni diverse in reciproco accordo. Vengono così messe in risalto, anche nelle pubblicazioni tecnico-divulgative, le potenzialità dell’industria artistica e dell’artigianato che contribuiscono, con le loro produzioni e sotto l’unitaria regìa di Basile, alla composizione artistica della facciata italiana: mosaici prodotti a Venezia e Murano; ferri battuti realizzati a Siena; finto marmo cipollino dei maestri d’arte romani (la marmoridea, composta da acqua, gesso e allume di potassio, utilizzata per le colonne di prospetto). Gli apparati decorativi vengono eseguiti da artisti provenienti dalle varie città della nazione: il palermitano Valenti realizza le terrecotte, il perugino Brugnoli i graffiti e gli affreschi; il fiorentino Masini la statua dell’Agricoltura, il parmense Allegretti la statua dell’Industria. Nel corpo d’ingresso

dell’area espositiva (la quale attraversa le gallerie dal lato dell’Avenue de Suffren), gli apparati decorativi nei materiali, nella tecnica e nella forma, manifestano l’apporto singolare delle culture confluite nel regno unitario. L’impianto planimetrico del corpo di invito dell’esposizione italiana è costituito da uno stretto portico-vestibolo (m. 5,00) coperto a una falda, con l’elemento centrale più elevato. Il prospetto, con un fronte di 35 metri, è dotato di cinque aperture ad arco e mostra in corrispondenza dell’asse centrale il grande ingresso, autonomamente trattato, con arco di coronamento interamente eccedente dal profilo d’attico e coronato da due volute e dall’asta porta bandiera. All’imposta, corrispondente con il profilo superiore dell’attico, l’arco è affiancato dalla statua dell’Agricoltura e da quella dell’Industria. Le cinque aperture (le quattro minori e l’ingresso centrale) hanno identica configurazione pur alle due diverse scale e presentano un architrave isolato su due colonne a inquadramento interno del vano e, sopra l’architrave, un arco omologo a quello del vano stesso ma di minore dimensione, in soluzione di continuità con il telaio interno. Ogni vano d’ingresso presenta una insegna dedicatoria al di sopra dell’architrave il quale accoglie nelle medaglie di maiolica i ritratti dei migliori rappresentanti della nazione: una grande lira con serti di alloro nel primo ingresso da sinistra rappresenta la Musica; squadra, compasso e filo a piombo nel secondo ingresso rappresentano l’Architettura; nell’ingresso centrale compare lo stemma italiano; il caduceo di Mercurio con gli altri suoi simboli nel quarto ingresso rappresenta il Commercio; infine, la sfera dell’universo e gli strumenti misuratori

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nell’ultimo ingresso rappresentano le Scienze. Il fronte è incentrato su uno schema figurativo dai caratteri quattrocenteschi e le formule ornamentali degli apparati decorativi, sebbene si richiamino alla cultura rinascimentale, mostrano tuttavia grande libertà e padronanza formale nonché un originale rifarsi ai modelli della natura. La grande tavola acquerellata che rappresenta il corpo frontale del padiglione contiene alcuni episodi prospettici per l’introduzione di vedute di profondità in ciascuno dei cinque archi e dei vani interni d’ingresso che mostrano una folla di visitatori, le stoffe, i drappeggi, i ritratti dei Savoia, nel fornice centrale, e varie opere di scultura esposte nel vestibolo.

Bibliografia A. Samonà, 1. L’eclettismo del secondo ottocento. G. B. Filippo Basile, la cultura e l’opera, architettonica teorica didattica. G.B. Filippo Basile 2 Storia dell’architettura in Italia. Guida per le scuole d’architettura, Palermo 1983, pp. 44, 46-47; G. Fatta, M.C. Ruggieri Tricoli, Palermo nell’«età del ferro», architettura-tecnica-rinnovamento, Palermo 1983, pp. 95-102; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, p. 82.

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Primo concorso nazionale per il Monumento a Vittorio Emanuele II a Roma 1880-1881 Giovan Battista Filippo Basile Ernesto Basile Fascia decorativa della quota d’imposta con profilo della volta e proiezione parziale della chiave di volta a stella, (1/10), matita su cartoncino, 377x481 mm, datato 2 marzo 1881 (I.2) Coronamento dei piedritti (capitello), (1/10), matita su cartoncino, 378x485 mm (I.3) Alzato parziale della ghiera dell’arco, (1/10), matita su cartoncino, 358x485 mm, datato 15 marzo 1881 (I.4) Ghirlanda dei timpani, (1/10), matita su cartoncino, 490x370 mm, datato 19 marzo 1881 (I.5) Alzato della soluzione d’angolo della cornice di coronamento, (1/10), matita su cartoncino, 354x481 mm, datato 4 marzo 1881 (I.6) Incollati su controfondo di cartoncino, 832x1336 mm; nome degli autori a stampa su carta, 24x210 mm, incollata nel margine inferiore destro. Prospettiva dell’arco quadrifronte, matita su cartoncino, 836x1059 mm, (1881); denominazione del progetto, indicazione progettuale a matita (III.10) L’unità archivistica comprende n. 13 unità documentarie con: n. 1 pianta, n. 1 alzato, n. 10 particolari architettonici, n. 1 schizzo prospettico, n. 1 prospettiva. La stesura del progetto, finalizzato alla partecipazione al concorso nazionale, è

ascrivibile, insieme alla realizzazione del modello ligneo, alla fine del 1880. Riferita a una tradizione aulica, la tipologia monumentale scelta da G.B.F. Basile è l’arco quadrifronte che, per ipotesi di progetto, si erge al centro di una piazza circolare e contiene, erta su un basamento a pianta rettangolare, la statua equestre del re. È evidente, nella visione d’insieme, come il linguaggio formale adottato per l’espressione simbolico-celebrativa sia affidato a figure allegoriche analogiche e ad apparati complessi e del tutto nuovi e originali. Si tratta, per Ernesto Basile, della prima collaborazione con il padre oltre che della prima occasione di partecipare a un concorso pubblico. A riscontro del carattere visionario che assumono qui le invenzioni paterne (attributo che caratterizza la produzione della massima parte dei progetti pervenuti al concorso), e all’uso poco ortodosso di elementi canonici, compare di Ernesto Basile, nella definizione dei dettagli degli elementi decorativi e nella ipotizzata stesura del monumento equestre, il gusto per lo storicismo. Pochi e di grande dimensione gli attributi scultorei dell’opera, ma tutti volti a manifestare l’intento celebrativo: grandi corone di quercia, fasce di palma e di alloro intrecciati, panoplie in ampi riquadri, stemma sabaudo sulla chiave dell’arco, scudi delle città italiane, trofei, tavolette con le date memorabili dell’unità d’Italia, fasce bronzee narrative a bassorilievo nei piloni e nell’architrave. Alla base dell’idea progettuale è il desiderio che il

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tema trattato non sia espresso soltanto attraverso la scultura, ma soprattutto per mezzo dell’architettura che meglio riesce a comunicare la grandiosità tramite attributi monumentali, tale che dia l’idea di un pantheon dentro cui risiede la statua del re. Tutta la composizione mostra in ogni particolare di essere ispirata all’abbandono del canone, alla modificazione delle linee architettoniche in chiave moderna, alla rielaborazione di quegli elementi decorativi (scozie, cavetti, gole) che stanno a fondamento dei profili e delle modanature autorevoli. Dei vari elementi canonici che compongono la base di un ordine sono qui riconoscibili, come parti distintive della composizione, il plinto, il toro inferiore, la scozia, il toro superiore e il listello. Il mantenimento della sequenza canonica non implica tuttavia che i componenti elencati rispettino le dimensioni loro assegnate dalla trattatistica, né tantomeno i profili e la progressione delle modanature di raccordo più elementari; qualsiasi associazione a modelli rende vano il riferimento e mortifica il vero spirito dell’ideazione. In particolare, per il capitello del piedritto degli archi trionfali vengono previste dimensioni eccezionali, considerato che il monumento “deve essere totalmente veduto e compreso” sia da vicino che da lontano. Esso rappresenta uno degli elementi più singolari della modifica dei repertori dell’antichità. Le grandi aquile in volo ai quattro angoli, i festoni di foglie e frutta incurvati dal peso e sorretti dal becco uncinato, lo scudo centrale con rami di quercia e foglie di palma, i nastri movimentati con le code sfrangiate, sono gli elementi che lo compongono. Non assimilabile a nessun modello canonico, né provvista di verosimiglianza degli elementi

costitutivi con analoghe forme artistiche di zoomorfismo, questa “scultura figurativa” si impone per l’originalità del registro compositivo. Utilizzando tali elementi gli autori pervengono a una composizione che allude simbolicamente al capitello rimanendone tuttavia lontana; si può in questo progetto parlare di un fitomorfismo veristico che riproduce le forme della natura fissandole nella materia inerte e traendone una espressività propria del soggetto trattato e della sua epopea. Bibliografia Concorso per il monumento nazionale al Re V. Emanuele II in Roma. Memoria annessa al progetto presentato dagli architetti G. B. F. Basile ed E. Basile di Palermo, Palermo 1881; Relazione a sua Maestà il Re sul risultamento del concorso pel Progetto di Monumento alla memoria del Re Vittorio Emanuele II, Roma 1882; C. Dossi, I mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Vittorio Emanuele II, Roma 1884; P. Sica, Storia dell’urbanistica, L’Ottocento. 1°, Roma-Bari 1977, pp. 484-489; N. Pevsner, Storia e carattere degli edifici, Roma 1986, p. 37; L. Patetta, L’architettura dell’eclettismo. Fonti, teorie, modelli, 1750-1900, Milano 1991, ill. 320; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 83-90; Verso il Vittoriano. L’Italia unita e i concorsi di architettura, a cura di M.L. Scalvini, F. Mangone, M. Savorra, Napoli 2002.

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Primo concorso per il Palazzo di Giustizia a Roma 1884 Ernesto Basile Sezione trasversale parziale, (1/100), matita, china e acquerello monocromo su cartoncino, 435x730 mm, (1884). Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. 3001 (III.11) Studio per la pianta del primo piano, (1/500), china, pastello rosso e blu su carta da lucido, 314x391 mm, (1884); denominazione del progetto a china, legenda a china e pastello rosso e blu (III.12) L’unità archivistica comprende n. 25 unità documentarie con: n. 3 studi di pianta, n. 5 piante, n. 2 prospetti, n. 1 prospetto in riproduzione fotografica b/n, n. 2 sezioni, n. 3 restituzioni prospettiche, n. 9 particolari architettonici esterni.

Il progetto per il Palazzo di Giustizia di Roma del 1884 è la prima delle quattro proposte elaborate da Ernesto Basile per i concorsi banditi a distanza di pochi anni l’uno dall’altro dal Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti (al 1883 risale il primo, al 1885 il secondo, al 1887 il terzo, quest’ultimo con una seconda fase riservata ai soli finalisti Ernesto Basile e Giuseppe Calderini). Si tratta di un progetto volutamente antimonumentalista in cui è ancora molto presente l’approccio ideale al tema del palazzo pubblico, che si pone tra gli obiettivi principali l’individuazione di un linguaggio “nazionale” in grado di rappresentare al meglio le istituzioni del neonato Stato italiano. La planimetria del piano principale evidenzia quanto prioritaria nella distribuzione degli spazi sia la funzionalità dell’edificio, mirando

alla netta distinzione degli spazi destinati alle Corti; presenta due corpi longitudinali con ingressi e scale principali nella zona centrale e aule e uffici alle estremità, collegati da un corpo trasversale con scale secondarie e passaggi porticati. I prospetti evidenziano un impaginato caratterizzato dalla uniformità del trattamento di superficie realizzato con un paramento pseudobugnato e una marcata successione di piani orizzontali che corrispondono ai quattro livelli in cui è articolato l’edificio, ciascuno connotato da un differente ordine di finestre e segnato da fasce marcapiano con fregi fitomorfici. A tale uniformità si contrappone, nel fronte principale, un sistema di aggetti e rientranze rispetto al piano principale nel settore centrale e alle due estremità che evidenziano il partito centrale d’ingresso affiancato da due torri sovrastate da strette altane e larghi avancorpi laterali a segnare il volume. Nel settore centrale, ridotto a soli tre piani per l’assenza dell’ammezzato assorbito dal livello inferiore in un unico piano a doppia altezza in cui è collocato l’ampio vestibolo, un ordine murario interviene a modulare verticalmente lo spazio inquadrando le finestre; la linea ascensionale di ciascuna colonna, o parasta, è proseguita fino alla fascia d’attico, dove è conclusa da una sequenza raddoppiata di figure di pseudo-telamoni (prima formulazione di quello che sarà uno dei motivi ricorrenti nella fase modernista della produzione basiliana, ovvero l’acroterio eccedente oltre il coronamento). Alla sobria articolazione dei vani di finestra corrisponde una loro connotazione figurale che rammenta da vicino stilemi tratti dal primo Quattrocento fiorentino, con l’uso di differenti linee di sesto per l’intradosso, a pieno centro, e l’estradosso, a doppio centro, per il

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piano terra, e per la presenza di bifore lunettate tripartite, al primo piano. La sezione longitudinale, che attraversa i principali spazi, pieni e vuoti, di cui l’edificio risulta composto, visualizza il sistema degli ambienti a doppia altezza ottenuti con la sovrapposizione di due o più livelli; tale sistema, descritto da Basile nella memoria che accompagna il progetto come principio base della progettazione funzionale dell’edificio, consentiva di ottenere per gli ambienti di grandi dimensioni un adeguato proporzionamento anche in altezza. Fondamentale risulta la centralità del grande cortile porticato in cui è riproposto l’impaginato dei prospetti esterni, con il medesimo paramento pseudo-bugnato e le bifore fiorentine. Come mostra molto chiaramente la grande visione prospettica d’insieme, il progetto in tutte le sue componenti propone, dunque, un’immagine compiutamente rielaborata di palazzo pubblico ‘moderno’ storicista, tanto radicato nella tradizione italiana, quanto distante dall’eclettismo che connotava la maggior parte delle proposte presentate dagli

altri concorrenti; nell’apparato delle soluzioni architettoniche di dettaglio poi, vediamo emergere – in nuce - quel naturalismo logico-funzionale che si ritroverà ulteriormente sviluppato nella produzione successiva. Bibliografia S. Caronia Roberti, Ernesto Basile e cinquant’anni di architettura in Sicilia, Palermo 1935, pp. 2122; P. Portoghesi, Progetti per il concorso per il palazzo di giustizia di Roma, 1884-1887, in Ernesto Basile architetto, catalogo della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 40-43; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 18591929, Palermo 2000, pp. 91-97; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 29-31.

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Concorso Nazionale per il Monumento ai caduti nella battaglia di Calatafimi Pianto Romano, Calatafimi (Trapani) 1885, 1889 Ernesto Basile Particolari costruttivi delle fondazioni ed elevato della struttura in mattoni del basamento, schizzi prospettici della prima variante, china e acquerello rosso su cartoncino, 478x554 mm, datato Roma Aprile 1889, firmato Ernesto Basile Arch.to, quotato; intitolazione della tavola e denominazione dei disegni, indicazioni progettuali e legenda a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 2983 (IV.13) Pianta e sezione, s.g. 1/60, matita, china e acquerello su cartoncino, 980x646 mm, (1885), nome dell’autore autografo su carta incollata al margine inferiore sinistro; intitolazione dei disegni a china. Incollato su controfondo di cartoncino, 981x653 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 2984 (IV.14) Prospettiva e pianta, prima variante, 0,8 cent. per metro, china su cartoncino, 1072x748 mm, (1885), firmato Ernesto Basile, Arch.to; denominazione del progetto a china. Incollato su controfondo di cartoncino, 1082x749 mm (IV.15) L’unità archivistica comprende n. 12 unità documentarie con: n. 1 studio di pianta, n. 4 studi del fronte principale, n. 2 schizzi prospettici, n. 4 alzati del fronte principale, n. 3 piante, n. 1 sezione della prima soluzione e della variante del 1885; n. 1 piano di fondazione del 1889.

Dopo il 1860, in Italia, si assiste alla proliferazione di monumenti celebrativi il cui scopo principale era di educare il popolo ai sentimenti di appartenenza a un’unica nazione, sotto un’unica bandiera. Furono scelti luoghi simbolo in cui erigere queste strutture, per le cui forme si attingeva ai modelli impressi nell’immaginario collettivo: la colonna legata alla vittoria e alla gloria, l’obelisco più consono al cordoglio. G. B. Filippo Basile si era appena cimentato sullo stesso tema a Gibilrossa nel 1882, dove con le forme pure, scevre da ogni decoro, meglio aveva espresso il dolore e la commemorazione. Era stato anche concluso, nel 1876, il concorso bandito per l’Ossario di Custoza, vinto da Giacomo Franco di Verona, con il progetto per una struttura posta su un alto podio, con base ottagonale, aperta sui quattro lati attraverso dei protiri, sormontata da un attico prismatico da cui si eleva un tozzo obelisco. Al concorso avevano partecipato 82 progetti con diverse tipologie: piramidi, obelischi, cappelle, sarcofagi e miste. Ernesto Basile, nel 1885, partecipa e vince il concorso per la progettazione del Monumento ai caduti della battaglia di Calatafimi, svoltasi il 15 maggio 1860, che aveva siglato la vittoria dei Mille guidati da Giuseppe Garibaldi; il fatto costituiva anche il primo tassello della costruzione dell’Italia unita. La commissione del concorso era presieduta da Agostino Depretis, che nel mese di maggio dello stesso anno conferiva a Basile l’incarico. Con il progetto si volevano conseguire due finalità: una pratica, di luogo

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deputato a custodire le spoglie dei soldati caduti in battaglia, e una simbolica, di monumento del Risorgimento italiano, primo passo verso l’Unità d’Italia. Il luogo è sulla sommità di una collina poco antropizzata. Scrive Basile: “Inutile ogni ornamentazione di cui l’effetto non potesse riconoscersi a distanza: poche masse, ma chiaramente apprezzabili anche da lungi. Studiata così la linea di contorno dell’insieme in relazione cogli effetti prospettici e coi punti di vista dal basso: ricercata la finezza nel sentimento delle linee generali e delle sagome. Tali i criteri da cui mi mossi e di cui avevo a pochi passi da Calatafimi splendissimo esempio, il tempio di Segesta” (Illustrazione del monumento Nazionale di Calatafimi, 1885). Nel linguaggio architettonico l’autore punta a esprimere un carattere ieratico, di rigoroso e muto ammonimento. Il monumento presenta un ritmo ascensionale; il volume elevandosi si rastrema culminando nella cuspide. Questa volontà dell’autore si coglie anche nel modo in cui utilizza il materiale, tutto in pietra grigia di Alcamo, grazie ai diversi tipi di lavorazione, che vanno dall’opera poligonale dello zoccolo al soprastante bugnato con ricorsi orizzontali ben marcati e, sopra tutto, alle lisce lastre tagliate a fil di sega che rivestono l’obelisco, nel quale si ripropone la stessa sequenza di marcatura. Su un alto basamento rettangolare, troncopiramidale, che sostituisce il crepidoma dei templi greci, raccordato da un sistema di rampe, si erge con base quadrata una massiccia struttura bugnata, che nella forma ricorda una mastaba. L’accesso è costituito da un protiro il cui timpano è rifinito da un fregio di elementi modulari che riprendono, negli elementi, quelli presenti nei templi: metope composte da dischi e triglifi non modanati.

Una leggera cornice, completata agli angoli da acroteri, chiude la parte bassa e raccorda con una serie di scalini l’ambiente principale. Su questa struttura si eleva un altro ambiente tronco-piramidale rivestito dal medesimo tipo di bugne del corpo sottostante da cui, separato da una fascia con incisa la frase “Italia e Vittorio Emanuele”, si eleva un corposo, tozzo obelisco cavo. Sulla faccia principale di questo, posto alla metà dello spiccato, è inserita una ghirlanda con rami di alloro e con la Trinacria al centro. Bibliografia P. Portoghesi, Calatafimi, monumento nazionale ai caduti nella battaglia di Calatafimi, 1885, in Ernesto Basile architetto, catalogo della Biennale di Venezia, Venezia 1980, p. 48; A. Samonà, 1. L’eclettismo del secondo ottocento. G. B. Filippo Basile, la cultura e l’opera, architettonica teorica didattica. G.B. Filippo Basile 2 Storia dell’architettura in Italia. Guida per le scuole d’architettura, Palermo 1983; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Batista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000; P. Barbera, I monumenti ai caduti di Sicilia: tra risorgimento, grande guerra e fascismo, in M. Giuffrè, F. Mangone, S. Pace, O. Selvafolta (a cura di), L’architettura della memoria in Italia. Cimiteri, monumenti e città 1750-1939, Milano 2007, p. 345; R. Aguanno, Ernesto Basile e il Tema del monumento Celebrativo. L’Ossario di Pianto Romano, tesi di laurea, Facoltà di Architettura, Università degli Studi di Palermo, a.a. 2011-2012, rel. N. Marsiglia, cor. G. Verde.

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Edifici di testata della Nuova Avenida de Libertaçao Rio de Janeiro 1888 Ernesto Basile Prospettiva sulla via 1° Marzo, matita e china su cartoncino, 613x700 mm, datato Rio de Janeiro 20 sett. 1888, firmato Ernesto Basile Architetto; intitolazione del disegno a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3011 (IV.16) L’unità archivistica comprende n. 6 unità documentarie con: n. 1 carta topografica a stampa, n. 2 planimetrie dello stato di fatto a diverse scale, n. 1 planimetria di progetto, n. 1 alzato dei prospetti con pianta parziale, n. 1 prospettiva. Incaricato dal governo brasiliano della progettazione per gli edifici di testata della Nuova Avenida de Libertaçao, Ernesto Basile nell’agosto del 1888 si reca a Rio de Janeiro. Il progetto redatto in quell’occasione non fu realizzato per il repentino decadere del governo. Un grande asse urbano, con un’imponente soluzione di testata che introduce e regola tutta la composizione, si sviluppa affiancato da edifici dalle stereometrie prismatiche di matrice classicheggiante caratterizzati da portici continui; si tratta di sedi istituzionali come il palazzo di giustizia, la banca di stato e il teatro, i cui impalcati prospettici ripropongono temi neorinascimentali. Importante ruolo nell’assetto urbanistico assumono gli edifici di testata della grande arteria urbana, costituiti da due volumi speculari all’incrocio tra la Rua 1° de Marzo, sulla quale prospettano i fronti principali dei due edifici, e la Nuova Avenida de Libertaçao, ortogonale alla prima e affiancata dai fronti laterali degli edifici di testata.

La composizione dell’impaginato di prospetto sulla Rua 1° de Marzo è caratterizzata da un’articolata divisione in cinque parti su altrettanti assi di simmetria, secondo un principio ordinatore classico. In ogni edificio l’ampio partito centrale, che fa capo alle secondarie Rua de Hospicio in un caso e Rua de Alfandoza nell’altro (parallele alla Nuova Avenida de Libertaçao), rievoca un arco di trionfo con un grande fornice ad arco a tutto sesto che si estende per due elevazioni, sormontato da un fregio con altorilievo, cornici, fasce marcapiano e attico di coronamento; i partiti laterali, due corpi di fabbrica a tre elevazioni, presentano al piano terra i fornici e i pilastri del portico, ma nell’elevato superiore sono nettamente distinti in due diversi partiti con quello d’angolo leggermente avanzato a costituire una sorte di elemento a torre, con finestre architravate tripartite da pilastrini nella terza elevazione, concluso, oltre il coronamento, da un belvedere con timpani, cornici, acroteri d’angolo e cupolino di copertura. Il paramento murario è caratterizzato da filari orizzontali bugnati, nella prima elevazione, ripresi solo nelle paraste e nei cantonali ammorsati delle elevazioni soprastanti lasciando liscio il paramento murario di fondo; la scansione orizzontale dei prospetti viene definita nelle diverse quote dalle fasce marcapiano, senza soluzioni di continuità anche nel vano dell’arco trionfale. I fronti laterali che prospettano sulla Nuova Avenida de Libertaçao si presentano con un doppio loggiato (quello dei portici al piano terra e quello della seconda elevazione) con archi a tutto sesto, mentre l’ultima elevazione ha finestre rette e un mezzanino sotto il coronamento.

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Bibliografia P. Portoghesi, Rio de Janeiro, edificio per l’ingresso della Avenida de Libertaçao, in Ernesto Basile architetto, catalogo della Biennale di Venezia, Venezia 1980, p.50; E. Mauro, E Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni

di architetture. I disegni restaurati della dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 19-30, 110-111; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, passim.

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Edifici della IV Esposizione Nazionale Italiana di Arti e Industrie Palermo 1891-1892 1888-1891 Ernesto Basile Prospetto principale del padiglione delle materie alimentari e industria estrattiva e alzato parziale della struttura, (1/100), matita su cartoncino, 430x620 mm, (1889), quotato; schizzi e conteggi a matita (IV.18) Pianta del padiglione d’ingresso, s.g. (1/250), china su tela cerata, 745x750 mm, (1889), s.t. (V.19) Alzato del padiglione d’ingresso, 1/200, matita su cartoncino, 851x484 mm, s.d., siglato E.B., s.t. (V.20) L’unità archivistica comprende n. 126 unità documentarie con: n. 8 planimetrie dell’impianto generale in diverse soluzioni, n.1 veduta prospettica del complesso; n.1 studio di prospetto, n.10 particolari architettonici esterni, n. 2 particolari architettonici interni, n.1 studio di sezione e n.1 schizzo prospettico del padiglione d’ingresso; n.1 studio di pianta, n. 6 studi del prospetto principale, n.1 prospetto laterale, n.1 sezione, n. 1 schizzo assonometrico, n. 3 schizzi prospettici, n. 3 particolari costruttivi, n. 2 particolari architettonici esterni e n. 4 particolari architettonici interni della galleria delle macchine; n. 5 piante, n. 4 prospetti, n. 4 sezioni longitudinali, n. 2 particolari architettonici esterni e n. 1 bozzetto dell’edificio d’ingresso con salone delle feste; n. 4 studi di pianta, n. 2 studi di prospetto principale, n. 1 prospetto principale e n.1 copia eliografica dello stesso, n.1 restituzione prospettica, n. 6 particolari architettonici esterni del

Palazzo delle Belle Arti; n.1 prospetto principale e n.1 particolare costruttivo del padiglione delle Materie Alimentari; n. 1 studio e n.1 pianta della prima versione, n.1 studio del prospetto principale, n.1 prospetto principale della prima versione e n.1 prospetto principale della seconda versione, n.1 studio prospettico esterno del padiglione del Ministero della guerra e della marina; n. 1 studio di pianta, n.1 pianta del piano terra e n.1 pianta della quarta versione, n. 6 studi del prospetto principale e n. 2 prospetti principali, n. 2 vedute esterne e n.1 veduta interna, n.1 particolare architettonico esterno del padiglione del Café Chantant; n. 2 studi e n.1 pianta del piano terra, n. 2 studi e n.1 prospetto principale, n.1 studio e n.1 sezione longitudinale, n. 2 rappresentazioni prospettiche del padiglione del Caffè Arabo; n. 1 studio e n.1 pianta del piano terra, n.1 studio e n.1 prospetto principale, n.1 studio prospettico, n.1 prospetto principale della prima versione e n.1 prospetto principale della seconda versione del padiglione del Club Alpino Nazionale; n.1 studio di pianta, n.1 pianta alla quota del tamburo, n. 3 studi di prospetto e n.1 prospetto principale del padiglione Florio; n.1 studio e n.1 pianta, n.1 prospetto e n.1 studio prospettico del chiosco La Villa; n.1 studio di pianta, n.1 studio di prospetto principale e n.1 studio di arredo fisso del padiglione della Città di Palermo; n. 3 studi di pianta, n. 2 studi di prospetto, n.

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1 schizzo assonometrico e n.1 schizzo prospettico del padiglione della Società Geografica; n.1 studio del fronte e n.1 studio prospettico del palchetto reale per l’inaugurazione; n.2 studi e n.1 alzato di asta portabandiera; n.1 studio di prospetto, n.1 particolare architettonico esterno e n.1 particolare architettonico interno di uno dei padiglioni; n.1 studio per arredi mobili; n. 4 studi di allestimenti interni; n. 1 disegno della fontana luminosa; n.1 studio di chiosco; n. 1 bozzetto e n.6 prove di stampa del diploma del Giurì; n.1 diploma per il torneo internazionale di scherma. L’Esposizione Nazionale di Palermo si colloca nell’ambito di quella trasformazione urbana avviata alla fine dell’800 e che avrebbe innescato un processo di ampliamento e modernizzazione che avrebbe fatto di Palermo una tra le più importanti città italiane. Nel clima di fermento sociale - con una borghesia imprenditoriale e intellettuale quale committenza privilegiata delle raffinate architetture che andavano configurando la città moderna, simbolo del nuovo gusto e della vivacità imprenditoriale - forte era il desiderio di organizzare un’esposizione a Palermo che, dopo le esposizioni di Milano, Torino e Firenze, potesse riunire le produzioni artistiche e industriali e rilanciare la città quale “polo” di produttività nazionale. Primo promotore della candidatura della città di Palermo fu Ignazio Sanfilippo, cronista del «Giornale di Sicilia», che con l’appoggio dei soci del Circolo Artistico propose altresì la costituzione di un comitato per l’organizzazione dell’evento. Avviate in ambito nazionale le procedure per la manifestazione, la progettazione del complesso espositivo fu affidata nel 1888 ad Ernesto Basile, con cui collaboreranno Ernesto Armò, Lodovico Biondi e Alfredo Raimondi. Tra le personalità che contribuirono economicamente alla realizzazione dell’esposizione, oltre ai soldi stanziati dallo stato e alla lotteria dedicata, vi

furono i Florio, il Principe di Trabia, i Whitaker. Il terreno dove sorse il complesso dei padiglioni della IV Esposizione Nazionale era la vasta area di coltivi e giardini del cosiddetto “Firriato di Villafranca”, delimitata da piazza Castelnuovo, via della Libertà, l’odierna via Dante e la via Spaccaforno, fino al piano delle Croci. Per la realizzazione del complesso Basile sviluppa e presenta tre diverse ipotesi di massima: la “a” con ingresso ad angolo e padiglioni isolati collegati da gallerie; la “b” in cui l’ingresso prospetta sulla via della Libertà e l’impianto delle gallerie risulta assemblato secondo un schema ortogonale; la “c” simile alla precedente ma con l’ingresso rivolto sulla piazza Castelnuovo. Redige infine la quarta e ultima soluzione, dove propone l’ingresso ad esedra angolare tra piazza Castelnuovo e la via della Libertà ma raccorda tutti i padiglioni delineando un organismo continuo intorno a una grande corte centrale in cui viene realizzato il giardino e collocata la fontana luminosa. L’impianto occupa una superficie di 125.000 mq; il volume principale di ingresso ospita il salone delle feste da cui si accede alla torre panoramica dotata di ascensore; nelle gallerie vengono ospitate le esposizioni dei prodotti delle industrie chimiche e meccaniche, delle industrie agricole, delle industrie metallurgiche ed estrattive, delle ceramiche e vetrerie, delle industrie tessili, dei mobili e arredi. La Galleria delle Macchine e il palazzo delle Belle Arti, sebbene collegate alle altre gallerie, mantengono una autonomia formale e volumetrica. All’interno dei padiglioni vengono anche allestite, tra le altre, le mostre di arti grafiche, la mostra etnografica e, nel giardino contiguo al piano delle Croci, la mostra eritrea. Il giardino centrale ospitava invece alcuni padiglioni minori isolati e il Café Chantant, oltre ad una serra dove veniva allestita una mostra di orticoltura. La logica compositiva dei padiglioni della IV Esposizione Nazionale, una maglia ortogonale impostata su un modulo di 5 metri ripartito in sottomoduli, è rivelata dalla continuità dei

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percorsi di collegamento e, al tempo stesso, dalla riconoscibilità di ogni galleria. La struttura lignea degli elementi costruttivi utilizzata per il complesso, a meno della Galleria delle Macchine con struttura in metallo, rivestita e trattata a calce accoglie l’apparato decorativo ispirato al medioevo siciliano quale atto programmatico di riconoscibilità dell’isola e al tempo stesso di appartenenza alla compagine nazionale. La connotazione stilistica delle gallerie e dei padiglioni è permeata dalla forte influenza delle teorie del padre G.B. Filippo Basile, come appare evidente nel trattamento dei fronti del complesso, impostati su una ripetizione delle arcate libere dell’emiciclo dell’ingresso, nell’uso delle cupole siculo-normanne a coronamento delle torri, nell’adozione del linguaggio medievale siciliano per il corpo di ingresso e dell’architettura rinascimentale per il Palazzo delle Belle Arti. L’Esposizione sarà lo scenario per una sperimentazione stilistica che vedrà il passaggio dal linguaggio eclettico alla esperienza positivista e quindi modernista; uno scenario in cui il gioco delle dorature e la policromia delle superfici, gli apparati decorativi di torrette, archi, bifore suscitano un senso di magnificenza e grandiosità pur nel carattere effimero dell’opera. Il complesso, realizzato tra il 1890 e il 1891, inaugurato il 15 novembre 1891 e chiuso il 7 giugno 1892, sarà completamente dismesso nel 1894.

Bibliografia P. Portoghesi, Palermo, Esposizione Nazionale, 1891-1892, in Ernesto Basile architetto, catalogo della Biennale di Venezia, Venezia 1980; A. Sciarra Borzì, Ernesto Basile: il liberty degli architetti siciliani e la tradizione locale rivissuta come memoria creativa, Palermo 1982; F. Brancato, L’Esposizione Nazionale di Palermo (15 novembre 1891-5 giugno 1892), Palermo 1985, passim; E. Mauro, Una capitale a confronto, in G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, pp. 9099; U. Di Cristina, B. Li Vigni, L’Esposizione nazionale del 1891, Palermo 1989; N. G. Leone, Gli ultimi acuti dell’Ottocento nell’architettura dell’Esposizione, in 1891/92 L’Esposizione nazionale di Palermo, suppl. a «Kalòs», III, 2, marzo-aprile 1991, pp. 10-15; V. Bonura, Costruire nel segno della qualità, l’industria edilizia a Palermo 1874-1939, tesi di laurea, Facoltà di Architettura, Università degli studi di Palermo, a.a. 2006-2007, rel. Ettore Sessa; E. Mauro, Palermo 1891-1892. IV Esposizione Nazionale Italiana, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Le città dei prodotti. Imprenditoria, architettura e arte nelle grandi esposizioni italiane ed europee, Palermo 2009, pp. 123148.

VB

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Completamento del Teatro dell’opera Vittorio Emanuele II (Teatro Massimo) piazza G. Verdi, Palermo 1891-1897 Ernesto Basile Alzato parziale della decorazione del palco reale, 1/25, matita su carta da lucido, 496x367 mm, (1891), siglato E.B., quotato; intitolazione del disegno. Incollato su controfondo di cartoncino, 556x406 mm (IV.17) L’unità archivistica comprende n. 41 unità documentarie con: n. 5 piante con gli schemi dell’impianto elettrico, n. 2 particolari architettonici esterni, n. 18 particolari architettonici interni, n. 2 bozzetti, n. 6 arredi fissi esterni, n. 5 arredi fissi interni e n. 3 arredi mobili interni. Interrotto per la prima volta nel 1882, il grandioso cantiere del Teatro Massimo di Palermo (inaugurato nel gennaio del 1875) riapre nel 1889 sotto la direzione del suo progettista G.B. Filippo Basile alla cui morte nel 1991 succede il figlio Ernesto. Solo nel 1897 questi riuscirà a portare a termine i lavori di completamento di quello che allora fu considerato il teatro più imponente del Regno d’Italia. Obiettivo di Ernesto Basile era stato quello di assicurare la compiutezza dell’opera, registrando le sopravvenute esigenze impiantistiche, di sicurezza e di rappresentatività (di una società sensibilmente mutata nel corso dei vent’anni trascorsi dall’inizio dei lavori), nel rispetto dell’impalcato progettuale del padre. Dirige, infatti, i lavori per la realizzazione di tutti gli impianti, degli arredi fissi, della mobilia e degli apparati scultorei e pittorici. Sul piano compositivo le modifiche maggiori rispetto alle indicazioni di progetto del padre

sono relative alle componenti strutturali dei divisori, dei davanzali e dei solai dei palchi, mentre per il palco reale elabora una nuova soluzione. Le principali opere decorative, soprattutto gli apparati scultorei della sala e del vestibolo (prevalentemente eseguite sulle indicazioni progettuali di Basile padre), vengono inizialmente eseguite da Salvatore Valenti. Altri artisti che intervengono nella esecuzione dei lavori del teatro, ma questa volta assecondando la regia di Ernesto Basile, sono i pittori Francesco Padovano, Rocco Lentini, Michele Cortegiani, Luigi Di Giovanni, Giuseppe Enea, Enrico Cavallaro, Ettore De Maria Bengler, mentre gli scultori che lavorano all’interno del cantiere sono Gaetano Geraci e Antonio Ugo; infine gli ebanisti della ditta Golia di Palermo che sono Spoto, Cannella, Romeo e Dagnino. Basile progetta anche la sistemazione degli ambienti destinati al Caffè e alla Birreria (al piano terra). Cura la definizione degli apparati di rivestimento e di decorazione delle scale e l’accesso al palco reale. Redige una variante della controporta in ferro e vetro di accesso al foyer; inoltre, sempre in quest’ultimo, realizza in stucco la fascia di coronamento e la decorazione delle paraste, rendendo l’insieme un ambiente quasi “sacrale”. Una trasformazione più radicale rispetto ai disegni di G.B. Filippo Basile subisce l’apparato pittorico della sala circolare destinata a sala da ballo. È evidente in essa il forte richiamo alle pitture parietali delle case di Ercolano e Pompei, che lo stesso Basile apprezza notevolmente nei suoi articoli antecedenti ai lavori. La sala quindi si distingue nel contesto aulico del teatro

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per il suo prezioso carattere neopompeiano. Significativa è l’allegoria della musica in trionfo realizzata in chiave trompe-l’oeil. Basile figlio dirige anche i lavori per la realizzazione delle opere scultoree; come i due leoni in bronzo collocati ai due lati della monumentale scala esterna, che rappresentano la Lirica realizzata da Mario Rutelli e la Tragedia realizzata da Benedetto Civiletti; nel foyer, al di sopra della porta d’ingresso al vestibolo, si trova un altorilievo in bronzo che rappresenta l’apoteosi di Vittorio Emanuele II. Infine redige anche il progetto esecutivo delle antefisse a coronamento dell’attico della rotonda della sala degli spettacoli. Progetta e dirige tutte le opere metalliche di finitura, realizzate con diversi gradi di fitomorfismo, come per le ringhiere nelle scale (sia quelle che portano ai vari ordini di logge sia quella che conduce alla birreria) e per gli apparecchi di illuminazione (realizzati dalla Ditta Garaffa) ma anche per la recinzione del teatro e per i lampioni a perimetro della stessa e nei giardini. Nelle opere di completamento, segnatamente in quelle dove Ernesto Basile si occupa anche della progettazione oltre che dell’esecuzione dei lavori, si iniziano ad individuare in maniera puntiforme e discontinua segni del modernismo, il più evidente dei quali si risconta nei braccioli delle sedute del loggione; forme artistiche che si evolveranno e caratterizzeranno le sue successive architetture. Bibliografia G. Pirrone, Il Teatro Massimo di G.B. Filippo Basile a Palermo 1867/97, Roma 1984, pp. 138-163; G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, pp. 51-61; E. Calandra (a cura di), Il Teatro Massimo cento e più anni fa. Fonti storicodocumentarie, Palermo 1997; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 124-125; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo

classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 104-114; A.M. Ruta, Ernesto Basile e i suoi amici artisti, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et Unum. 1904-2004. I cento anni del Villino Basile, Palermo 2006, pp. 321322.

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(IV.17)

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Secondo Concorso per il Palazzo del Parlamento a Roma area dei mercati traianei 1888 Ernesto Basile Prospetti laterali, seconda variante, 1/200, matita, china e acquerello grigio su cartoncino, 928x1181 mm, (1888), nome dell’autore autografo su cartoncino, 19x68 mm, incollato al margine inferiore sinistro; intitolazione dei disegni a matita. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3020 (V.21) L’unità archivistica comprende n. 18 unità documentarie con: n.2 studi di piante e prospetto, n. 1 planimetria generale; n. 5 piante, n. 2 prospetti, n. 3 piante dell’Aula della prima variante; n. 3 prospetti, n. 1 sezione trasversale, n. 1 prospetto parziale, n. 1 sezione della corte interna, n. 1 alzato dell’ordine architettonico della seconda variante. Redatto tra la fine del 1888 e il 1889, in parte presso lo studio palermitano del padre e prevalentemente nel suo studio di Roma, il progetto presentato al II Concorso per il Palazzo del Parlamento del Regno d’Italia constava di sedici tavole di grandi dimensioni. Il corpus dei disegni (a matita, inchiostro di china e acquerello monocromo, con presenza di inchiostri colorati solamente per le indicazioni distributive e per le percorrenze veicolari) elencati e descritti nella memoria autografa allegata al progetto, e datata “Roma, 31 ottobre 1889”, comprendeva: una planimetria generale “con le adiacenze” in scala 1/1000; cinque planimetrie in scala 1/200 (del piano “in parte sotterraneo”, del piano terreno, del piano ammezzato, del

primo e del secondo piano); tre piante parziali in scala 1/100 (rispettivamente per le sedute dei senatori, per le sedute dei deputati e per le sedute congiunte alla presenza del re); quattro alzati dei fronti (il principale è in scala 1/100, mentre il posteriore, con la sezione trasversale sull’aula delle Sedute Reali, e i due laterali sono in una stessa tavola in scala 1/200); sei sezioni longitudinali e trasversali in scala 1/200; un alzato parziale del prospetto principale in scala 1/20; un alzato del “Capitello dell’ordine principale” in scala 1/4. Di questo progetto, oltre ad alcuni documenti, si conservano prevalentemente le tavole presentate al concorso e una serie di schizzi e studi (nell’Archivio Disegni della Dotazione Basile-Ducrot della Facoltà di Architettura di Palermo e nell’Archivio della famiglia Basile). Ernesto Basile pubblica due volte la memoria del progetto per il Palazzo del Parlamento: a Roma nel 1890 in forma di fascicolo illustrato, stampato dallo Stabilimento Tipografico Italiano; a Palermo, sempre nel 1890, come articolo con taluni spunti polemici e corredato, oltre che dagli stessi elaborati grafici della pubblicazione romana (a meno dell’alzato del capitello), da una nota con la storia del concorso e con un estratto dalla relazione finale della Commissione Esaminatrice, pubblicato nella XIII annata degli «Atti del Collegio degli Ingegneri e degli Architetti di Palermo» (pp. 37-45). Vincitore del Premio di Primo Grado (di £ 5000) assegnatogli dalla Commissione Esaminatrice con parere unanime, come soli altri due dei cinque premiati, il progetto di

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Basile non avrà alcun seguito, nonostante la positiva eco registrata presso la critica nazionale e l’interesse suscitato presso l’ambiente professionale e accademico dalla pubblicazione della sua relazione di accompagnamento. La crisi politica che il 31 gennaio 1891 porterà alla caduta del primo governo presieduto da Francesco Crispi e la successiva congiuntura politico-economica italiana causeranno il definitivo abbandono dell’idea di un grande Palazzo del Parlamento comprendente un’aula per le sedute del Senato, un’aula per la Camera dei Deputati e quella per le “adunanze” comuni presiedute dal sovrano. Il tema del concorso, sostanzialmente analogo a quello della precedente edizione del 1883, rifletteva, nel programma del bando di invito («Gazzetta Ufficiale» n. 256 del 30 ottobre 1888), orientamenti affini a quelli perseguiti dalla commissione parlamentare nominata dal governo dell’Impero di Germania il 9 gennaio 1882 (e presieduta direttamente dal ministro von Böttischer) per redigere il programma del secondo concorso internazionale (bandito l’uno febbraio 1882), per il Palazzo del Parlamento Tedesco da erigersi a Berlino. Su questo concorso Basile pubblica, proprio nel 1888, uno studio analitico relativo alle premesse e alle modalità di svolgimento dell’evento stesso; ma principalmente lo studio è una relazione scientifica sul progetto vincitore di Paul Wallot, del quale analizza il “carattere artistico”, l’assetto distributivo e l’iter ideativo, le vicende costruttive e gli aspetti tecnici e amministrativi delle sue fasi realizzative (stampato a Roma nel 1889, dalla Tipografia Centenari, il fascicolo di Basile, intitolato Il Palazzo del Parlamento di Berlino, è estratto da «Annali degli Ingegneri e Architetti Italiani», III, II, 1888). Rispetto al bando per il Parlamento tedesco (per il quale era prevista un’area di forma rettangolare e l’ubicazione nello stesso edificio sia del Reichstag che del Bundesrath) quello del II Concorso per il Parlamento

italiano prevedeva una più elevata quantità di funzioni e, richiedendo più destinazioni, assegnava un’area di maggiore estensione; la forma poligonale di questa, sita in località Magnanapoli, risultava dall’unione di un rettangolo e con un triangolo determinato, dalla convergenza delle due vie laterali in un’unica strada di collegamento con la via Cavour. Evidenziando la differenza con il precedente tedesco Basile, oltre alla difficile configurazione dell’area, sottolinea che le indicazioni del bando italiano davano adito a inaccettabili diversificazioni interpretative. Presieduta dal senatore Francesco Brioschi la Commissione Esaminatrice (nominata con decreto ministeriale del 24 maggio 1889) era formata da Cesare Parodi, Giovanni Cadolini, Alessandro Betocchi, Vincenzo Micheli, Guglielmo Calderini, Francesco Bongioanni, Guglielmo Melisurgo, Lorenzo Schioppa, Alfredo D’Andrade (con il quale Basile sarà nella commissione che il 2 maggio 1907 redige la relazione sul progetto di ricostruzione del Campanile di San Marco a Venezia) e Luca Beltrami (relatore ufficiale). Riunitasi a partire dal 6 dicembre 1889 a Roma nel Palazzo delle Belle Arti (sede dell’esposizione delle tavole dei progetti presentati al concorso) la commissione esamina una cinquantina di progetti (i tre contrassegnati con i numeri 46, 48 e 49 vengono esclusi perché pervenuti oltre il termine del 31 ottobre 1889). Dopo aver fissato criteri e modalità i commissari esaudiscono il loro mandato con sole altre due tormentate sedute: con quella dell’11 dicembre restringono a otto il numero dei candidati; con la seduta del 13 dicembre vengono eliminati da questo nucleo i progetti contrassegnati con i numeri 6, 42 e 47, per i cui autori, F.G. Settimio Giampietri, Manfredo Emanuele Manfredi e Giulio Magni, venivano proposti singoli compensi di £ 3000 e attestati di “menzione onorevole”. Sempre nelle stessa seduta, con difforme votazione, venivano assegnati i premi ai progetti

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vincitori ex aequo: quelli contrassegnati con i numeri 2 (di Luigi Broggi con Giuseppe Sommaruga), 31 (di Pier Paolo Quaglia con Benvenuti) e 37 (di Ernesto Basile) sono approvati all’unanimità; quello con il numero 12 (di Gaetano Moretti) con il voto contrario di G. Melisurgo; quello con il numero 33 (di Ristori) con i voti contrari di G. Melisurgo e di L. Schioppa. I commissari producono nella relazione conclusiva, datata 13 gennaio 1890 e vistata dall’allora Presidente del Governo Francesco Crispi (Gazzetta Ufficiale del 15 gennaio 1890), le motivazioni e le osservazioni che avevano indotto ad assegnare i cinque premi ai progetti presentati da Basile, da Moretti, da Ristori, da Broggi con Sommaruga e da Quaglia con Benvenuti. Fu però delineata una relativa superiorità della proposta di Basile segnatamente per l’impostazione generale e per i criteri distributivi. Giudizio favorevole fu espresso soprattutto per la “pianta molto arieggiata ed illuminata in ogni parte” e per la previsione di una minore area da occupare. Oltre ad un larvato plauso per la metodologia compositiva viene espresso apprezzamento per la netta distinzione in comparti dalle diverse destinazioni, pur all’interno di un organismo architettonico ritenuto complesso ma di “notevole severità di forme” e di impronta unitaria. La stessa relazione riporta, però, opposizioni al considerevole sviluppo delle gallerie (causa prima della contrazione degli spazi destinati agli uffici) ed alla scelta di un “programma decorativo” ritenuto poco celebrativo e difficilmente comprensibile. Per gli impaginati dei prospetti, poi, viene ventilata una certa similitudine con “progetti già conosciuti”. Un’affermazione che implicitamente fa riferimento al Palazzo del Parlamento di Berlino di Wallot, peraltro apprezzato da Basile nel suo studio di un anno prima, e indirettamente alla cultura architettonica tedesca. Che si alludesse anche a Gottfried Semper, viste certe affinità compositive e forse il precedente del ruolo di

questi quale componente della Commissione Giudicatrice del Concorso per il Teatro Massimo di Palermo (vinto da G.B. Filippo Basile), è certamente plausibile; come del resto è possibile che tali rilievi riguardassero anche ipotizzate riprese di soluzioni già elaborate dallo stesso Basile, vista la presenza nella Commissione Esaminatrice di Calderini, vincitore nel 1887 del Concorso per il Palazzo di Giustizia al quale aveva partecipato anche Basile. Ed in effetti non pochi sono i punti in comune fra i singoli comparti che formavano il complesso del suo Palazzo del Parlamento e i due progetti presentati alla seconda e alla terza edizione del Concorso per il Palazzo di Giustizia. Si trattava, però, di una concezione completamente diversa di organismo architettonico, che contemplava la possibilità di modulazioni nella stessa visione unitaria; era pertanto un sistema abile ad accordare soluzioni di prospetti diversificate ma appartenenti ad una stessa logica formale. Nella proposta di Basile il parlamento era pensato come complesso architettonico risultante dall’aggregazione, attorno ad un gigantesco cortile d’onore, di quattro compiuti comparti edilizi: un corpo di fabbrica monumentale con valenze di segno urbano, sia per la presenza del grande loggiato bilanciato rispetto all’avancorpo centrale (con frontone) sia per la rilevanza della grande torre loggiata; due complessi speculari, ognuno dei quali sviluppato su pianta di forma rettangolare e caratterizzati da una forte impronta palazziale, con due cortili rettangolari ai lati di un nucleo interno di base quadrangolare con inscritte le rispettive aule emicicliche per le sedute dei Senatori e dei Deputati; un ulteriore complesso, anch’esso con pianta di forma rettangolare (di uguale ampiezza, rispetto ai precedenti, ma di maggiore profondità) e analogo impianto planimetrico che presenta, incasellato in un sistema di corridoi e separato dalle ali minori laterali tramite due cortili rettangolari, un nucleo con monumentale aula, dalla pianta di forma rettangolare, per

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le sedute congiunte alla presenza del sovrano. Lo schema compositivo planimetrico, dunque, presenta un impianto distributivo ordinato su un sistema di corridoi-gallerie, con sviluppo a T, risultante dalla intersezione ortogonale di due rettangoli. Al cortile d’onore risultante sono raccordati, tramite l’ordito di corridoigallerie, i tre complessi architettonici che contengono le tre aule, disposte in corrispondenza degli assi mediani del cortile d’onore e individuate in esso da altrettanti avancorpi (di tre tipi, essendo uguali i due avancorpi affrontati dell’aula del Senato e della Camera dei Deputati, e diversi quello corrispondente all’aula delle Sedute Reali e il prospiciente partito centrale aggettante rispetto al retroprospetto del corpo di fabbrica monumentale sulla via Nazionale). Per le tre aule, su una riconoscibile base comune classicista (in una distillata edizione eclettica), agiscono altrettante dominanze stilistiche diversificate, ma compatibili e omologate da uno stesso tenore fisiognomico: di tipo neoellenistico per l’aula del Senato e neoromano per la Camera dei Deputati, entrambe pensate in forma emiciclica (e con soffitto a velario) esplicitamente esemplate sul modello dei teatri dell’antichità o dei bouleuteria (ma fra di loro diversificate anche nei rapporti dimensionali, oltre che sul piano formale e dell’ordinamento architettonico); neorinascimentale per la monumentale aula con pianta di forma rettangolare destinata alle adunanze comuni alla presenza del re (con palese richiamo stilistico ai valori dell’ideale politico unitario del nuovo “rinascimento” italiano).

Conformi alla diversificazione formale delle due aule emicicliche (e alla loro differenziazione dimensionale e compositiva per alcune parti, comprese però in uguali volumetrie inscritte in identici corpi di fabbrica) i due avancorpi principali dei fronti laterali, analoghi per ampiezza e per partiture orizzontali (alta fascia basamentale

bugnata, registro parietale superiore d’ordine gigante e muro d’attico con acroteri laterali sormontati da allegorie scultoree), differiscono per i rispettivi ordinamenti architettonici: con tre grandi finestre termali alternate a semicolonne, al “Piano nobile”, e sottostanti fornici in composizione gerarchizzata e con archivolti a raggiera bugnata (e conci eccedenti al centro) in corrispondenza dell’aula di sapore ellenizzante delle sedute dei Senatori; diversamente in relazione al carattere neoromano della camera dei Deputati, il “Piano nobile” dell’avancorpo presenta un ulteriore partito centrale con una composizione di finestra termale inquadrata da due semicolonne e da un timpano, affiancata da coppia di due ordini di aperture architravate e con semicolonne laterali di delimitazione del settore centrale in aggetto dell’avancorpo stesso, dotato, nell’alta fascia basamentale di aperture con arco piatto a raggiera sormontate da ampia specchiatura con soggetto figurativo.

L’impaginato dei prospetti, nel complesso, si richiama a modelli rinascimentali di palazzi patrizi. Vi si riscontrano, inoltre, riferimenti alle riedizioni d’età neoclassica delle tipologie di facciate cinquecentesche. Ne costituiscono elementi caratterizzanti: le configurazioni degli avancorpi; l’alta fascia basamentale dal paramento murario bugnato continuo; i cantonali ammorsati ai margini degli avancorpi; la teoria speculare di partiti a doppio ordine di aperture (le maggiori concluse a timpano le minori, soprastanti, semplicemente architravate) inquadrati da paraste d’ordine gigante comprese fra la fascia marcapiano del piano nobile e il cornicione; la tipologia di coronamento, di memoria schinkeliana, adottata per tutte le emergenze (per la torre del fronte principale, per gli avancorpi sia dei due comparti con le aule per le sedute separate del Parlamento

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sia del comparto con l’aula delle sedute unificate). L’impostazione dell’ordinamento dei fronti laterali fa esplicitamente riferimento all’impaginato di prospetto elaborata da Wallot per il Palazzo del Parlamento di Berlino. La scelta di un organismo architettonico articolato (che sostanzialmente asseconda la configurazione dell’ordito del sistema primario di corridoi-gallerie), pur nel rispetto dei principi accademici e delle regole della composizione simmetrica, è suggerito dall’esigenza di ottimale rivisitazione (anche nell’ottica di una metodologia progettuale regolistica) dei pochi esempi indicati dallo stesso Basile come referenti tipologici per “palazzi dei Parlamenti con due camere” (e fra questi cita i progetti di Hansen per Vienna, di Steindl per Budapest, di Walter per Washington e di Wallot per Berlino) in funzione, anche, della configurazione dell’area indicata nel bando di concorso.

Bibliografia E. Basile, Progetto per il Palazzo del Parlamento Italiano premiato nel concorso nazionale del 1889, Roma 1890; P. Portoghesi, Progetto per il 2° Concorso per il Palazzo del Parlamento in Roma, 1889, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, p. 44-47; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 111-116; E. Sessa, L’architettura di Ernesto Basile: le opere romane, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Ernesto Basile a Montecitorio e i disegni restaurati della Dotazione Basile, Palermo 2000, pp. 34-42; Idem, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 57-62.

ES

(V.21)

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Schede

Trasformazione, completamento, decorazione e arredi del Palazzo Majorca Francavilla via Ruggero Settimo, Palermo 1893-1897 Ernesto Basile Alzato del prospetto principale, (1/50), matita su cartoncino, 421x898 mm, (1895), firmato E. Basile. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3022 (V.22) L’unità archivistica comprende n. 9 unità documentarie con: n. 2 prospetti, n. 2 particolari architettonici esterni in pianta, in alzato e in sezione, n. 1 particolare architettonico interno in pianta, in alzato e in sezione, n. 1 arredo fisso in alzato, n. 3 arredi mobili in alzato e n. 2 in sezione. Altri documenti sono conservati presso l’archivio della famiglia Basile, Palermo. Dopo una serie di passaggi di proprietà e di ampliamenti, alla fine degli anni ’80 dell’Ottocento il palazzo passa, per testamento, a Luigi Majorca Mortillaro conte di Francavilla, che commissiona ad Ernesto Basile la trasformazione dei prospetti e la progettazione di interni. I lavori di riforma si svolgono tra il 1893 e il 1897 (altre opere isolate, oltre all’intervento della biblioteca, 1899-1903, sono del 1908, 1909 e 1917). Sito in uno degli angoli dello scenario urbano della piazza G. Verdi, con un prospetto che guarda il Teatro Massimo e l’ingresso principale sulla via Ruggero Settimo, importante arteria urbana dell’ampliamento settecentesco della città, il palazzo era rimasto incompiuto nella sua definizione esterna e aveva subito offesa durante le barricate del 1861. Basile, attento al dialogo con il teatro, redige un progetto per dare una nuova facies

all’edificio: tratta i prospetti con poche connotazioni decorative e un impaginato ben scandito da un bugnato basamentale a fasce orizzontali fino all’altezza delle aperture del piano terra; sottolinea le estremità e i due partiti d’angolo con cantonali a risalto a guisa di avancorpi, corona le aperture del piano nobile con timpani retti e curvi e vi aggiunge i balconi, incornicia le aperture del piano ammezzato con elementi a balaustra; conclude tutto con una cornice a sbalzo poggiata sopra un fregio con festoni e scudi a bucranio. All’interno, Basile riconfigura l’androne, lo scalone, gli ambienti del piano nobile con le sale d’ingresso e di rappresentanza, il salone principale (con una volta a schifo lunettata con pennacchi decorati) e diverse sale minori (ai cui apparati decorativi lavorano L. Di Giovanni, G. Enea, R. Lentini, S. Valenti, B. Civiletti, M. Rutelli, A. Ugo). Disegna gli arredi fissi e mobili dei diversi ambienti e il fanale in ferro battuto sul portale d’ingresso realizzato da S. Martorella. Gli arredi mobili, ancora visibili, dei disimpegni d’ingresso al piano nobile, realizzati su indicazione di Basile dalla ditta Golia poi Ducrot, sono costituiti da vetrine angolari sormontate dagli stemmi araldici, panche in legno con piedi a ventaglio e braccioli elaborati con scanalature a disegni floreali, sedie dai semplici motivi geometrici. Al periodo conclusivo degli interventi, compreso tra il 1899 e il 1903 si fa risalire l’arredo della biblioteca, in chiave decisamente modernista, interamente rivestita da scaffalature in rovere e a doppia altezza, con scale a pioli e ballatoio con mensole fitomorfe a traforo così come il parapetto in ferro battuto.

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Bibliografia E. Sessa, Mobili e arredi di Ernesto Basile nella produzione Ducrot, Palermo 1980, pp. 11, 18 n. 5, 23 ill. 1, 200; P. Portoghesi, Palermo, palazzo Francavilla, 1893-1896, in Ernesto Basile architetto, catalogo della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 5659; E. Sessa, I disegni di progetto di Ernesto Basile per i palazzi di Palermo, in G. Alisio, G. Cantone, C. De Seta, M. L. Scalvini (a cura di), I disegni d’archivio negli studi di storia dell’architettura, Napoli, 12-14 giugno 1991. Atti del Convegno, Napoli

1994, pp. 201-205; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, p. 126; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 134137; E. Mauro, Itinerario I. Alla ricerca del “nuovo”. Palermo, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 15-18.

FL

(V.22)

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Chiosco Ribaudo piazza G. Verdi, Palermo 1894 Ernesto Basile Alzato, 15 mm. per metro (1\35), e pianta, 3 cent. per metro (1\67), matita e china su carta da lucido, 378x333 mm, incollato su carta Fabriano, 478x333 mm, (1894), firmato E. Basile; denominazione del progetto a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3033 (VI.24) L’unità archivistica comprende n. 3 unità documentarie con: n. 2 piante, n. 2 prospetti e schizzi degli stessi. Altri documenti sono conservati presso l’archivio della famiglia Basile, Palermo. Il Chiosco Ribaudo può essere definito il capostipite della nuova generazione palermitana di questa tipologia di esercizio commerciale della avanzata stagione Belle Èpoque e, al tempo stesso, il prototipo di questa categoria di arredo urbano della produzione progettuale di Ernesto Basile, seguito dal vicino chiosco Vicari e, ben più tardi, dall’omonimo chiosco in piazza Castelnuovo. Esso venne realizzato nel 1894 come uno degli elementi per la sistemazione di quell’ambiente urbano circostante il Teatro Massimo in gran parte interessato da interventi progettuali dello stesso Basile. Puntiforme architettura eclettica, con una particolare struttura che assembla componenti metallici (prodotti dalla Fonderia Oretea di Palermo), il chiosco di piazza Verdi ha pianta cruciforme e, quindi, quattro impaginati di prospetto su cui (in ciascun avancorpo) si aprono archi a tutto sesto, sostenuti da piedritti impostati su piedistalli,

le cui modanature proseguono anche nelle parti arretrate di ogni fronte. Tutta la sua struttura in ferro, con copertura a falde e con al centro del volume una lanterna ottagonale (con copertura a padiglione e con un oblò circoscritto da transenna a membrature radiali per ogni lato), si appoggia su un basamento rivestito di marmo Billiemi che segue l’andamento a croce della pianta. Basile per i rivestimenti esterni adopera decori fantasiosi, abbinando il grigio naturale metallico al rosso cupo delle fodrine tenute con imbullonature e profilature; esibisce una sorta di figuratività meccanica commista a citazioni naturalistiche nelle cornici, nei pennacchi a raggiera, nelle cimase e negli altri elementi in ferro battuto, tutti eseguiti da Salvatore Martorella. Con questa piccola architettura, inaugurata il 14 luglio 1895, Basile consegue una esemplare levità formale non disgiunta da rigore compositivo e da robustezza costruttiva; è forse questa una delle stazioni progettuali che più di tutte le altre opere di questo periodo rivela una incontenibile volontà di slanci innovativi oramai incontenibili all’interno dei vincoli stilistici insiti nella cultura eclettica. Bibliografia P. Portoghesi, Palermo, chiosco Ribaudo, 1894, in Ernesto Basile Architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 60-61; E. Sessa, Prima del déco: il chiosco Ribaudo, in G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, p. 180; E. Mauro, E. Sessa

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(a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di Architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, p. 129; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 114-

115; E. Mauro, Itinerario I. Alla ricerca del “nuovo”. Palermo, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 21-22.

FL

(VI.24)

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Palazzo Lanza dei principi di Deliella piazza Principe di Castelnuovo, Palermo 1895-1897 Ernesto Basile Veduta prospettica della torre, matita e acquarello policromo su cartoncino, 488x898 mm, firmato E. Basile; denominazione del progetto in lettere capitali a matita e inchiostro rosso su carta, incollata al margine superiore destro (VI.23) L’unità archivistica comprende n. 15 unità documentarie con: n.5 piante, di cui n.1 pianta di studio del piano rialzato relativo alla seconda variante, n.1 studio di pianta del primo piano relativa alla sesta variante, n. 1 pianta di studio del primo piano relativo alla settima variante, n.1 pianta di studio del piano rialzato relativo alla ottava variante e n. 1 pianta di studio del primo piano relativo alla nona variante; n.6 prospetti, di cui n.1 studio del prospetto principale, n.1 studio del prospetto principale relativo alla prima variante, n.1 prospetto laterale relativo alla terza variante, n.1 studio di prospetto laterale relativo alla quarta variante, n.1 prospetto laterale relativo alla quinta variante e n.1 prospetto laterale relativo alla nona variante; n.4 rappresentazioni prospettiche, con n.1 veduta prospettica esterna di studio relativa alla seconda variante, n. 1 veduta prospettica parziale del fronte relativo alla quinta variante, n.1 studio relativo alla torre e n.1 studio di particolare architettonico esterno Il progetto, non realizzato, consta di tre versioni. La prima, di tenore tradizionalista, presenta un piano nobile di concezione altamente rappresentativa. L’impianto compositivo, ordinato sul metodo della “reticola” di base

(rivalutato un decennio prima dal trattato di Archimede Sacchi), presenta, sulla via della Libertà, due torri angolari (7,00x7,00 mt.) ed è improntato ad una regolarità classicista di matrice palladiana. Il sistema distributivo degli ambienti è impostato perimetralmente ad un comparto simmetrico centrale, consistente in due nuclei bilanciati su una galleria mediana e formati da due ali a “C” speculari di corridoi sviluppati intorno ad altrettanti vani a pianta quadrata (entrambi delle stesse dimensioni, corrispondenti a quelle delle torri angolari, e destinati, rispettivamente, al cortile e allo scalone d’onore). Le due soluzioni planimetriche che appartengono alla prima versione progettuale si differenziano principalmente per lo slittamento ed ingrandimento della torre d’angolo anteriore; in realtà l’ipertrofia angolare di una delle due piante è una conseguenza della disposizione degli ambienti interni, ed in particolare dell’introduzione della galleria con vista sulla scala, elemento che ricorrerà da qui in poi in tutte le versioni. Il rilievo conferito alla torre retrostante consente di associare alla prima versione il disegno del prospetto datato a margine 1895. A partire da quell’anno furono elaborate le due versioni successive delle quali la prima estende l’edificio sul doppio dell’area originaria, con sostanziali trasformazioni dell’impianto planimetrico che risolvono i conflitti rilevati in precedenza. Il disegno che ce ne tramanda l’idea negli alzati è uno schizzo prospettico da piazza Castelnuovo; esso mostra l’effetto monumentale che doveva assumere il palazzo nella scena urbana. Verosimilmente questa variazione dimensionale è riconducibile alle trattative di vendita del lotto che il conte Testasecca, proprietario dal 1893 di un ampio lotto già di Giorgio Wilding, conduceva con i Lanza (infine il lotto fu bipartito e venduto per la realizzazione di due palazzi da pigione,

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Agnello Briuccia e Benfratello, nel 1899). Pur nell’insistenza sul doppio lotto, la terza versione progettuale perde la cellula originaria costituita dal sistema scala-anticamera-cortile e si apre ad un giardino interno attorno al quale si organizzano le attività della vita quotidiana. La scala, non più alloggiata in un comparto centrale, viene prevista vicino all’ingresso (adesso coincidente con l’androne carrozzabile) al principio del lungo corridoio che, derivato dal loggiato precedente, disimpegna le stanze di rappresentanza collocate al piano del rez-dechaussée. Da questa versione deriva la quinta pianta, punto di arrivo del percorso progettuale che riguarda piazza Castelnuovo, che nel ricondursi ad un lotto sensibilmente ridotto, non rinuncia all’ultimo assetto conseguito. Lo scalone monumentale si riduce ad una scala esemplificata sulla tipologia delle land houses inglesi, alla quale è possibile accedere dalla galleria e dal corridoio in un sistema fluido di connessione degli spazi. Nonostante la pluralità di combinazioni che innerva il progetto si possono estrapolare delle costanti: l’ingresso è sempre prospiciente piazza Castelnuovo; la torre che incerniera i due fronti o che sovrasta l’ingresso è più evidente (o più alta, o più larga) delle altre; i fronti sono triparti da diversi utilizzi del paramento e il potere evocativo dell’apparato simbolico rimanda ad un palazzo signorile del cinquecento fiorentino, ottenuto attraverso l’utilizzo persistente di bifore o trifore ad archivolto bugnato. Il particolare della finestra della torre d’angolo, disegno pubblicato nel 1898 in «Memorie di un architetto» insieme ad un alzato su via Libertà, consentono di riconoscere l’introduzione della colonna rilevata a Palazzo Abatellis dallo stesso Ernesto Basile (1895), con un’anticipazione di quelle tematiche storiciste del quattrocento siciliano che successivamente si troveranno maggiormente sviluppate nella cappella gentilizia Scalea. Il disegno acquerellato della visione prospettica di una delle torri angolari è la rappresentazione più attraente della serie, che tra l’altro rivela una ricerca di monumentalità domestica denunciata anche dal rapporto tra la figura umana (come elemento misuratore) e la fabbrica; rapporto immaginifico perché ci restituisce finestre alte tra i cinque e i sei metri. Nonostante la perfezione tecnica e la qualità grafica questo disegno non fu pubblicato prima del 1989.

Bibliografia «Memorie di un architetto», VIII, XII, 1898; Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 6263; E. Sessa, Arte Nova, in G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, p. 107; M. Milone, Palazzo Lanza di Deliella Palermo, 189697, in E. Mauro ed E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 130-136; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 134-135.

AP

(VI.23)

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Trasformazione e ampliamento del baglio di Francesco Lombardo Gangitano località Firriato, Canicattì (Agrigento) 1898 Ernesto Basile Prospetti principale e laterale, pianta del piano terra, 1/100, matita e china su carta Fabriano, 532x767 mm, (1898), firmato Ernesto Basile; denominazione del progetto e orientamento a china (VI.26) Piante (1/10), alzati, profili e particolari costruttivi della scala a chiocciola, (1/1), matita, china e inchiostro rosso su carta da spolvero, 935x1347 mm, datato 25 novembre 1898, firmato E. Basile, quotato; annotazioni, conteggi, denominazione del progetto, indicazioni progettuali a china e inchiostro rosso (VI.27) L’unità archivistica comprende n. 4 unità documentarie con: n. 1 pianta, n. 4 prospetti, n. 2 particolari architettonici esterni. Il barone Francesco Lombardo Gangitano, imprenditore agricolo dotato di forte personalità e di idee all’avanguardia sulla conduzione delle sue tenute modello, è il primo committente canicattinese di Ernesto Basile. Le sue iniziative avevano il duplice obiettivo di assicurare nuovamente all’agricoltura competitività produttiva e, al tempo stesso, di avviare la sua comunità rurale alla modernizzazione sociale e all’avanzamento culturale. A Basile il barone affida nel 1897 l’incarico per la trasformazione e l’ampliamento di una tenuta in contrada Casalotti, oggi Firriato. Il presupposto dell’incarico era la trasformazione di una fabbrica colonica preesistente in un edificio per uso misto. Il complesso architettonico comprende la dimora padronale, magazzini de altri corpi di fabbrica destinati all’attività agricola e ai coloni, la torre serbatoio con orologio, una guardiola e più terrazze– belvedere.

L’ampliamento dell’edificio preesistente discende da un’esigenza imprenditoriale di Gangitano, ovvero quella di avere una nuova struttura che consentisse una migliore gestione delle attività sotto il profilo della funzionalità, e che rappresentasse anche il manifesto di un iter di riforma del processo di modernizzazione della produttività agricola, che comprendeva l’adozione di colture più redditizie, la realizzazione di strade e la costruzione di case coloniche, in un’ottica di rilancio della dimensione comunitaria. L’abitazione padronale, che rappresenta il nucleo di tutto il complesso ed in cui sono presenti locali destinati sia alla residenza che all’attività gestionale e amministrativa, si articola su tre piani fuori terra che costituiscono un volume unico insieme ad un torrione, dotato di una massa potente e slanciata nello stesso tempo e avente una merlatura che conferisce un carattere allusivamente medievale. Nel retrostante giardino, opposto rispetto all’ingresso principale, è collocata la torre-serbatoio con l’orologio. Questa, articolata su un impianto pressoché quadrato, è formata da due elementi principali: la torre in pietra e l’edicola metallica coperta. La torre è caratterizzata dall’utilizzo della pietra insieme all’acciaio e al ferro battuto ed è connotata da due elementi che concretizzano l’idea di una gestione controllata: l’altana dalla quale era visibile l’intera tenuta e l’orologio che scandiva il lavoro dei contadini. Molto importante è anche la scelta di connotare con elementi caratteristici della produzione industriale gran parte delle soluzioni architettoniche di completamento rintracciabili nell’intero complesso, come l’intera cerchiatura della torre, la struttura metallica di sostegno all’orologio, le finestrature definite da travi a doppio T a vista. Un qualificato esercizio progettuale è rappresentato dalla scala di accesso alla torre e alla terrazza, con pergola parzialmente metallica. L’attenzione di

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi Basile è rivolta anche al portone della stessa torre, oggi rimosso, nel quale venivano coniugati allusivi riferimenti a componenti industriali della produzione edilizia ad etimi storicisti (anche ripresi dalla tradizione islamica) di finiture metalliche per portali, attualizzati sul piano figurale semplificando modelli aulici di serramenti nei soli elementi costitutivi. All’epoca dell’intervento la villa era collocata in un paesaggio agrario fatto di enormi distese coltivate a grano e cereali, a mandorli ed ulivi, con la presenza di poche masserie collocate nel territorio, che lasciavano intendere tutti gli aspetti tipici del latifondo siciliano. In questo contesto la villa – ed, in particolare, le architetture predominanti del torrione e della torre dell’orologio - rappresentava il centro ideale dei possedimenti del barone. Una funzione molto importante era attribuita anche al giardino, elemento di raccordo tra l’architettura della villa e il territorio. La villa Lombardo Gangitano che si colloca in una particolare area, già al tempo servita da collegamenti ferroviari e prossima alla città portuale e industriale di Licata, rappresenta un riuscito compromesso tra la solida tradizione utilitaristica dell’agricoltura siciliana del XIX secolo e l’idea di matrice filantropica della comunità agricola modello. Questo risultato è leggibile da un lato nella distribuzione razionale all’interno di un recinto

(VI.26)

autosufficiente dei vari fabbricati, caratterizzati da un tono volutamente industriale nelle opere di finitura, quali gli inserti in ferro e ghisa; dall’altro l’aspetto unitario, dal tono spartano, dell’opera muraria trattata secondo un abaco di elementi che saranno all’origine dello sviluppo dei codici architettonici modernisti delle successive architetture palermitane di Basile. Bibliografia P. Portoghesi, Canicattì, torre dell’orologio nella villa Gangitano, 1897, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, p. 63; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della dotazione Basile, 1859–1929, Palermo 2000, pp. 137–138; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 122-125; G. Ingaglio, Ernesto Basile a Canicattì, Canicattì 2006, pp. 77-79; V. Puccio, Itinerario VIII. Il nuovo “stile” della ripresa economica. Canicattì, Licata, Butera, Agrigento, Sciacca, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e architettura liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 5-7.

VL

(VI.27)

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Cappella Nicosia Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo 1898 Ernesto Basile Alzato parziale del portale d’ingresso (1/10), alzato, 1/2, e profilo (1/1) del capitello, profilo della ghiera dell’arco e della cornice (1/1), quinta variante, matita, china e inchiostro rosso su carta da lucido, 419x532 mm, (1898), quotato; conteggi, indicazioni progettuali, schizzi al margine superiore a matita e china (VI.25) L’unità archivistica comprende n. 10 unità documentarie con: n. 1 studio di prospetto, n.1 studio di pianta, n.1 studio di prospetto, n.1 studio in prospettiva, n. 1 studio di particolare architettonico, n. 1 pianta, n. 1 sezione, n. 3 prospetti, n. 4 profili di modanature relativi alla prima variante; n. 1 pianta, n.1 prospetto relativi alla seconda variante; n. 2 studi di prospetti, n.1 prospetto, n. 1 schizzo prospettico, n. 3 piante, n. 2 prospetti, n. 1 sezione relativi alla terza variante. Altri documenti sono conservati presso l’archivio della famiglia Basile, Palermo. Architettura di transizione, anche se più eclettica che modernista, la cappella gentilizia per il barone Nicosia, nel cimitero di Santa Maria del Gesù, rientra tra le opere di Basile che assursero a laboratorio formale per la sua prima stagione Arte Nuova, anche se più per singoli elementi architettonici (come per il timpano in soluzione unica con l’acroterio, poi riproposto ripetutamente in varie formule dal Villino Florio al Kursaal Biondo, o come per il motivo, ancora neoquattrocentesco, che asseconda il sesto del portale, rielaborato due anni dopo in chiave vitalistica per l’ingresso del padiglione per la VII Esposizione di Belle Arti del

Circolo Artistico di Palermo del 1900 e per l’abside dell’oratorio della dimora dei Florio a Marsala) e soluzioni di finitura (fra cui le agili opere in ferro battuto) che non per la visione d’insieme. La fabbrica ha un impianto a croce greca, con bracci sensibilmente contratti, entro cui è iscritto l’ottagono del tamburo. Impostata su un alto basamento rastremato, sul fronte ha un piano d’ingresso raggiungibile grazie ad una scala esterna. La superficie muraria, presenta un trattamento bugnato a cui si accosta la mostra scultorea del portale che presenta due esili colonne sormontate dai somieri su cui è impostato l’architrave che divide il vano d’ingresso dalla sovrastante lunetta; quest’ultima è definita da un archivolto a pieno centro scolpito con un ramo floreale anch’esso ad andamento semicircolare. In corrispondenza dell’architrave, una fascia lapidea si estende sui quattro fronti della fabbrica. A coronamento della cappella è la cupola, impostata su un tamburo cilindrico dal fregio continuo, caratterizzata da quattro poderosi costoloni e sormontata da una croce celtica scolpita in rilievo. Le otto facce del tamburo ripropongono lo schema compositivo del fronte principale della cappella nella conclusione rettilinea del fronte di coronamento di ciascuna di esse. Nelle pareti laterali interne della cappella si trovano le sepolture a parete. Uno dei due catafalchi è distinto in due elementi principali: il sarcofago vero e proprio e la copertura a forma tronco piramidale, alla cui sommità si trova un elemento di raccordo tra la sepoltura stessa e il davanzale della stretta finestra. Il sarcofago presenta sul fronte principale una lapide marmorea rettangolare, (probabilmente per ospitare un’iscrizione commemorativa), e due fregi decorativi angolari posti in corrispondenza della lapide. Significativo è l’ornamento floreale del traforo in ferro battuto della finestra con motivo

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi analogo a quello utilizzato per le finestre del tamburo. Bibliografia «L’Arte Decorativa Moderna», II, 8, 1906, p. 227; P. Portoghesi, Palermo, cappella Nicosia, 1899, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 68-69; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 18591929, Palermo 2000, pp. 140-143; E. Sessa, Le variabili dell’impalpabile sentimento celebrativo per l’ultima dimora: architettura e arte funeraria in Sicilia del periodo modernista, in Monumental Cemeteries: Knowledge, Conservation, Restyling and Innovation, Roma 2007, pp. 395-410.

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(VI.25)

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Palazzo Florio parco dell’Olivuzza, Palermo 1899 Ernesto Basile Alzato del fronte principale, seconda variante, china su carta, 451x697 mm, datato 15-3-99, firmato E. Basile, s.t. (VII.28.6) Alzato del fronte principale, quarta variante, china su carta, 550x436 mm, datato 4-4-99, firmato Ernesto Basile, s.t. (VII.28.7) Incollati su controfondo di cartoncino, 900x1268 mm (con i numeri VII.28.1., VII.28.2., VII.28.3., VII.28.4., VII.28.5.). Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. illeggibile. Veduta prospettica della corte, prima variante, china e acquerello su cartoncino, 296x221 mm, datato 13-2-’99, firmato E. Basile, s.t. (VII.30) L’unità archivistica comprende n. 9 unità documentarie con: n. 1 studio di pianta; n. 1 pianta, n.1 prospetto, n. 1 veduta prospettica relativi alla prima variante; n.1 pianta, n. 1 prospetto, n. 1 veduta prospettica relativi alla seconda variante; n. 1 pianta relativa alla terza variante; n. 1 prospetto e n.1 veduta prospettica relative alla quarta variante. Altri documenti sono conservati presso l’archivio della famiglia Basile, Palermo. Progettato per il parco Florio nella borgata dell’Olivuzza, situata nella campagna a ovest di Palermo, in prossimità del palazzo della Zisa, il palazzo commissionato da Ignazio Florio junior e dalla moglie Franca Iacona

Notarbartolo, contessa di San Giuliano, a Ernesto Basile nel 1899 doveva essere una dimora rappresentativa e, al tempo stesso, di concezione moderna. Il parco acquistato da Ignazio Florio senior tra il 1873 e il 1875, comprendeva anche il fronte di “casene” che prospettano su piazza Principe di Camporeale; dietro di esse si estendeva il vasto parco impiantato da Caterina Branciforte, principessa di Butera, confinante con il parco del duca Serradifalco. Alla morte del padre Ignazio senior avvenuta nel 1891, i due fratelli Florio, Ignazio e Vincenzo, avevano ampliato la proprietà verso est, acquistando tra il 1893 e il 1898 buona parte del giardino della villa del generale Boucard Il palazzo, che doveva collocarsi proprio su questo nuovo ampliamento, non venne mai realizzato in quanto Ignazio e Franca Florio si dedicarono alla realizzazione del lussuoso palazzo albergo all’Acquasanta, Villa Igiea. Con il suo caratteristico modo di rappresentare graficamente ogni fase del progetto Basile, nella vasta gamma di elaborati progettuali per questo incarico, restituisce le fasi di un percorso compositivo complesso che sostanzialmente può essere ordinato in cinque varianti, elaborate nella prima metà del 1899. L’impianto planimetrico nelle sue varianti denuncia un’articolata distribuzione degli spazi dettata dall’esigenza di organizzazione degli stessi in funzione delle aspettative di una facoltosa famiglia borghese. Il palazzo viene concepito su di un ampio basamento da cui si accede mediante scale e rampe poste in asse con alcuni punti focali del palazzo stesso. La pianta di forma quadrangolare, si snoda da nord verso sud, con un ingresso tripartito, una

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

grande corte centrale a cui fa seguito il volume con la grande scala a tre rampe, che rievoca lo scalone d’onore dei palazzi nobiliari del Settecento, in asse con l’ingresso, affiancata da due cortili minori e, ortogonalmente ad essi, da due scale di servizio. Lo schema distributivo è organizzato attraverso gallerie che circondano le corti e il corpo scala; i saloni più grandi si trovano a sud, dove si interrompe la composizione simmetrica rispetto all’asse d’ingresso, mentre viene ripresa nei corpi laterali dove si susseguono saloni e stanze di minor dimensione sino ad arrivare agli elementi di testa, a nord, che sono corpi aggettanti dal perimetro del corpo di fabbrica principale, e presentano bowwindow semiottagonali ed elementi turriti. Simmetrici all’asse del cortile principale, sporgono lateralmente due piccoli portali quadrati. Nelle varianti degli impaginati prospettici si snodano le ricerche compositive dell’autore che pur restituendo l’idea di un blocco prismatico quadrangolare, a due o tre elevazioni, ne articola i volumi e gli alzati, in facciata e in profondità, restituendo un principio ordinatore che non segue uno schema classico secondo assi di simmetria, ma secondo elementi forza che si ritrovano in tutte le cinque varianti; i fornici d’ingresso posti in maniera gerarchica rispetto all’asse centrale, si evolvono per divenire tre uguali con archi a tutto sesto tripartiti; gli elementi di testa che chiudono la fabbrica a nord, pur rimanendo sempre dei volumi aggettanti, da diversi e asimmetrici rispetto all’impaginato del prospetto, convergono in due volumi con uguale consistenza, simmetrici, e caratterizzati da una forte verticalità ma differenziati tra loro per la presenza di elementi puntuali come il torrino-bertesca, le bow-window o la diversa ripartizione delle aperture; il volume turrito centrale, incombente presenza aggettante, si assottiglia sino a retrocedere dalla facciata, per comparire come elemento turrito snello e svettante talvolta sotto forma di loggia belvedere altre volte invece come torre merlata con tetto a padiglione. Il paramento murario, caratterizzato da filari orizzontali con cantonali, bugne e fasce

marcapiano, in una oggettiva rivisitazione neoquattrocentesca, muta verso una caratterizzazione più verticalicistica, con la comparsa delle paraste, che evidenziando il ritmo dei comparti. Le finestre con archivolto a raggiera bugnata, singole a piano terra, bifore e trifore ai piani superiori, i tetti a padiglione con parafulmine in ferro battuto, le merlature dei corpi aggettanti sono i segni dominati di un’architettura ancora storicista, ma carica di valori domestici e del tutto scevra dai mascheramenti celebrativi propri della coeva categoria di nuovi attori dello sviluppo economico e sociale della nazione. Bibliografia G. Pirrone, Studi e schizzi di Ernesto Basile, Palermo 1976, pp. 141, ill. 19-24; P. Portoghesi, Palermo, progetto per palazzo Florio, 1899, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 71-73; E. Mauro, E Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 19-30, 143-148; E. Mauro, Il Villino Florio di Ernesto Basile, Palermo 2000, pp. 11-19, 41-50.

VM

(VII.28.6)

(VII.28.7)

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Schede

(VII.30)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Edificio ad uso collettivo 1899 Ernesto Basile Pianta del piano terra, (1/200), china su carta da lucido, 550x436 mm, (1899), s.t. (VII.28.1) Prospetto principale, (1/200), matita e china su carta da lucido, 351x573 mm, (1899), s.t. (VII.28.2) Incollati su controfondo di cartoncino, 900x1268 mm (con i numeri VII.28.3., VII.28.4., VII.28.5., VII.28.6., VII.28.7.). Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. illeggibile. L’unità archivistica comprende n. 11 unità documentarie con: n. 1 prospetto, n. 1 veduta prospettica, n. 1 restituzione prospettica relativi alla prima variante; n.1 prospetto relativo alla seconda variante; n.1 prospetto relativo alla terza variante; n. 1 prospetto relativa alla quarta variante; n. 1 studio di pianta, n. 1 studio di prospetto; n. 3 piante, n. 1 prospetto relativi alla quinta variante. Nel 1899 Ernesto Basile progetta un complesso architettonico di dimensioni notevoli previsto per un lotto di forma rettangolare del quale non si conosce l’ubicazione. Del progetto, non realizzato (e verosimilmente concepito come probabile modello tipologico sulla scorta dell’esigenza di fornire la città di una struttura ricettiva di alto rango o di un sanatorio di lusso, precedentemente formulata in seno ad una adunanza

dell’Associazione per il Bene Economico di Palermo, della quale facevano parte anche i Florio e i Whitaker), si conoscono solamente la planimetria generale e l’alzato del fronte principale. Di forma quadrangolare l’impianto planimetrico, a quattro ali, ha una corte quadripartita da bracci coperti che si connettono ad un padiglione centrale ottagonale, creando una croce inscritta in un quadrato, sulle cui diagonali insistono quattro fontane angolari e dei percorsi curvilinei che danno forza all’impianto centrico del sistema. Un sistema di gallerie interne connette le quattro ali dell’edificio; di queste una è occupata da ampi saloni, mentre i collegamenti verticali si trovano agli angoli in vani limitrofi alla corte. La regolarità dell’impianto planimetrico è riverberata sul fronte principale dalle torri laterali e dall’avancorpo centrale, mentre sul retro due ali sporgenti dal perimetro del complesso (e corrispondenti alle torri del fonte principale) avrebbero dovuto configurare una quinta scenica al prospetto secondario dell’edificio. Il disegno dell’alzato riporta un grado di dettaglio molto elevato in cui sono trattate anche le ombre e le decorazioni in ferro battuto. Il paramento murario del fronte dell’edificio è costituito da conci squadrati e il carattere monocorde dell’edificio sembra essere interrotta da un avancorpo centrale che accoglie il portale d’ingresso e dalle due torri laterali la cui verticalità è accentuata da due parafulmini (in ferro battuto) che imprimono forza e rigore alla struttura. Sulla fascia basamentale si susseguono bifore a raggiera bugnata, cui si contrappongono le aperture rette con pseudo arco ribassato dei due piani superiori.

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Bibliografia E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile Settant’anni di architetture. I Disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929. Palermo 2000, pp. 151-152.

VC

(VII.28.1)

(VII.28.2)

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Trasformazione e ampliamento della tonnara Florio Arenella, Palermo 1899 Ernesto Basile Prospetto sul mare, terza variante, (1/200), matita e china su carta Fabriano, 530x 738 mm, datato 19-2-99, firmato E. Basile, s.t. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3048 (VII.29) L’unità archivistica comprende n. 6 unità documentarie con: n.5 piante delle diverse varianti, n. 1 prospetto relativo alla terza variante. Altri documenti sono conservati presso l’archivio della famiglia Basile. Durante i primi mesi del 1899, Ernesto Basile si occupa del progetto di ampliamento e trasformazione della Tonnara Florio nella borgata dell’Arenella; contemporaneamente si dedica al progetto di Palazzo Florio nell’omonimo parco della borgata dell’Olivuzza, sempre nei dintorni di Palermo. Entrambi gli incarichi non avranno seguito, ma fanno parte di un ciclo di cimenti progettuali (nel quale rientrano le architetture sepolcrali del periodo 18981899, la Villa Igiea, il palazzo Moncada di Paternò e altri incarichi palermitani di minore entità per quanto di analoga rilevanza sul piano metodologico) che costituisce un fondamentale banco di prova per il graduale superamento di uno storicismo oramai elettivo più che stilistico. È l’inizio del secondo periodo di Basile, quello modernista. Tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento, infatti, Basile realizza notevoli progetti di architetture di transizione; produce una grande quantità di opere impegnative,

matrici di un nuovo modo di sentire e di una nuova percezione compositiva. Sono ancora architetture ancorate ad un’indole storicamente riconoscibile, ma svincolate dai dettami coercitivi dei revivals, così come dagli indugi degli ornamenti scultorei; esse contengono soluzioni attuali alle esigenze del reale in un armonioso connubio tra affermata rappresentazione figurativa ed elementi della costruzione. Il complesso della Tonnara Florio all’Arenella ha origini remote: secondo alcune fonti la sua costruzione risale al XIII secolo, mentre altre sostengono che la fabbrica nella sua attuale configurazione (a corte centrale) appartenga al XVII secolo. Durante la Restaurazione venne acquistata da Vincenzo Florio, che incaricò nel 1844 l’amico e architetto Carlo Giachery della sua riforma; elemento senz’altro dominante frutto di questa operazione fu la “palazzina” quadrangolare neogotica detta dei “Quattro Pizzi”, così denominata per la presenza delle quattro caratteristiche guglie che la sovrastano. Si tratta di un corpo di fabbrica (tutt’oggi esistente, come l’intero complesso riformato da Giachery, compreso il mulino sulla scogliera) che fa da soluzione d’angolo dei due fronti sul mare della tonnara; fra i primi esempi in Italia di architettura civile neomedievale, la palazzina dei “Quattro Pizzi” presenta codici architettonici ispirati al periodo chiaramontano, con alquante citazioni siculo-normanne, accordati ad un’insieme medievalista fantastico e tuttavia tarato su regole compositive classiciste. Una parte del complesso veniva spesso adibito

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a residenza, che negli anni vide succedersi, come ospiti, personalità illustri del mondo culturale internazionale e componenti di importanti casati europei (come ad esempio la zarina Alessandra Fedorovna, che al ritorno dal suo soggiorno del 1846 fece riprodurre fedelmente i “Quattro Pizzi” nel suo parco di San Pietroburgo, realizzando una “folie” detta Villa Rinella). Basile nelle sue tavole progettuali del 1899 mostra cinque proposte per l’ampliamento e ristrutturazione della Tonnara Florio, per certi aspetti con variazioni molto esigue. La prima pianta del piano terra di forma quadrangolare è a corte interna, con un grande salone comune facilmente riconoscibile a sud-est; la corte, adibita a giardino con viali carrozzabili, presenta una fontana in asse con il salone ed è parzialmente circoscritta da un porticato a galleria. Le camere si distribuiscono principalmente su due dei lati e al loro angolo innesta un corpo a pianta rettangolare, in cui si concentrano i servizi, pensato come elevazione della terrazza esistente di raccordo tra la fabbrica della tonnara e il mulino sulla scogliera, che nell’ipotesi progettuale risulta inglobato nella nuova ala. Da quest’ultima si stacca un corpo basso a terrazza. Torreggiando su un suolo frastagliato e discontinuo, a ridosso del mare, il basamento a terrazza segue l’andamento della linea di costa rocciosa, in una intesa di linee curve e spezzate; all’estremità di questo, prospiciente il volume dei “Quattro Pizzi”, viene previsto un padiglione-belvedere aperto sul mare. Nella seconda versione muta risolutivamente la posizione del salone comune sul lato nordovest, specchiato rispetto l’asse dell’ingresso; quest’ultimo viene maggiormente esaltato da una riconfigurazione dell’ingresso sulla piazza Arenella e sul fronte marittimo da una piattaforma a terrazza contenente il padiglione che si immerge in acqua, lasciando il vertice del terrazzamento libero di imporsi con linee più dure e decise. Le

camere che si susseguivano in continuità del vertice del corpo rettangolare contenente i servizi vengono quindi necessariamente spostate sul fronte opposto, mentre le altre vengono parzialmente rivedute; il piccolo aggetto contenente servizi viene ritratto in linea del rettangolo principale, creando un fronte più omogeneo e continuo, mentre al piccolo aggetto interno alla corte ne viene contrapposto un altro di più esigue dimensioni, braccio della galleria perimetrale. Infine un’altra sostanziale e decisiva modifica riguarda il porticato a galleria, che in questa seconda pianta attornia l’intera corte centrale assumendo il ruolo di filtro tra le camere più esterne ed il giardino racchiuso. Rispetto al precedente progetto, la terza versione differisce di ben pochi elementi: l’ingresso viene esaltato, la quantità di verde del giardino accresce più generosamente e inizia ad esser posta maggiore attenzione alla rappresentazione della scala semicircolare disposta all’angolo inferiore della corte interna. Risale a poco dopo la quarta proposta di trasformazione elaborata da Basile. Anche in questo caso l’ingresso viene maggiormente messo in evidenzia e dal lato opposto viene soppressa la presenza del padiglione sulla piattaforma immersa in acqua. Sull’ala nord occidentale si determinano nuovi allineamenti, mentre su quello opposto due piccoli aggetti laterali rispetto al salone comune (in questa versione più severo) rendono il profilo frastagliato. Si denota un nuovo ragionamento rispetto ai precedenti per quel che concerne la ripartizione di alcuni ambienti e il basamento a terrazza subisce un lieve prolungamento, riottenendo bordi più sinuosi. Nella quinta ed ultima rielaborazione della pianta della tonnara, rispetto alla precedente, Basile sembra riflettere sostanzialmente sull’ampliamento di alcuni ambienti interni e in particolare sui sistemi di collegamento

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verticale: sull’ala d’ingresso lascia una sola grande scalinata principale, eliminando quella minore; nella corte interna invece ne aggiunge una seconda nell’angolo opposto rispetto alla prima; la piccola scalinata al vertice del terrazzamento, quasi nascosta dal volume dei “Quattro Pizzi”, assume una maggiore coerenza grazie al ridisegno del profilo del piano stesso, che riprende il gioco delle linee curve e spezzate. Riguardo al volume dei “Quattro Pizzi” nell’ultima fase di elaborazione Basile attua una riforma dei codici architettonici, pur nel rispetto dell’impronta compositiva, omogeneizzandone la configurazione al nuovo tipo di registro dei prospetti. Il tipo di impianto planimetrico del progetto di trasformazione della Tonnara Florio (e in particolare del sistema di distribuzione delle camere, dell’ampiezza degli spazi collettivi, della localizzazione delle attrezzature sanitarie) lascia supporre una destinazione d’uso differente da quella residenziale, quale potrebbe essere quella di un sanatorio, di un ospedale o comunque di un edificio

d’uso collettivo (anche alberghiero); basti, in tal senso, confrontarlo con gli impianti distributivi del Grand Hôtel Villa Igiea all’Acquasanta e del progetto dell’edificio ad uso collettivo ad esso contemporanei. Bibliografia P. Portoghesi, Palermo, progetto per il palazzo dei Quattro Pizzi, 1899, in Ernesto Basile Architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 70; G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, pp. 107-115; E. Sessa, La cultura del giardino informale a Palermo, in G. Pirrone, M. Buffa, E. Mauro, E. Sessa, “Palermo, detto Paradiso di Sicilia”, Palermo 1989, p. 72, ill. 96; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 26, 148-151.

MAC

(VII.29)

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Palazzo Moncada dei Principi di Paternò via Borgo S. Lucia, Palermo 1899, 1907 Ernesto Basile Alzato parziale del fronte su via F. Crispi in corrispondenza della torre belvedere, matita e china su carta da lucido, 328x137 mm, (1897), s.t. (VII.28.5). Incollato su controfondo di cartoncino, 900x1268 mm (con i numeri VII.28.1., VII.28.2., VII.28.3., VII.28.4., VII.28.6., VII.28.7.). Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. illeggibile. Alzato del fronte sulla via Stabile, 1/100, matita e china su carta da lucido, 473x648 mm, (1899), firmato E.Basile, s.t. Incollato su controfondo di cartoncino, 473x665 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3044 (VII.31) Alzato parziale della prima elevazione su via Borgo S. Lucia, 1/20, e mensola del balcone d’angolo, (1/5), matita e china su carta Fabriano, 542x780 mm, (1899), firmato E. Basile, quotato; conteggi e schizzi ai margini a matita (VII.32). L’unità archivistica comprende n. 27 unità documentarie, raccolte in una cartella intitolata e datata “1899-904”, con: n. 2 piante, n. 1 prospetto, n. 3 particolari di alzato della prima versione; n. 1 bozzetto di pannello decorativo; n. 12 unità relative alla prima variante con n. 1 prospetto e n. 18 particolari architettonici interni ed esterni. Nel 1899, Ernesto Basile viene incaricato dalla famiglia Moncada di riprendere una costruzione già avviata da un cadetto di Giovanni Luigi Moncada, nono principe di Paternò.

L’opera di Basile, oggi non più esistente, fa parte di un ciclo di progetti che avrebbero definito la nuova tipologia residenziale padronale secondo parametri borghesi, sia pure rappresentativi, e non più aristocratici. Secondo questo intento Basile agisce in chiave innovativa riformando i criteri distributivi al principio del comfort e, quindi, declinando in chiave domestica, con riconversione fenomenica dei codici architettonici, anche i repertori dello storicismo medievalista precedentemente trattati soprattutto in una serie di schizzi di architetture immaginarie. Il corpo di fabbrica è inscritto in un lotto quadrangolare irregolare e presenta una forma a “C”. Da questa configurazione si ottiene un cortile interno confinante con il giardino del palazzo. Basile risolve il problema del collegamento tra le due diverse strutture che formano il lato meridionale, spezzate dell’andamento di via Mariano Stabile non perfettamente ortogonale alla via Borgo di Santa Lucia (oggi via F. Crispi), collocando un bowwindow semipoligonale che fa da cerniera tra il corpo principale prospicente il porto e l’ala sud del complesso architettonico. Ne deriva un puntiforme riferimento urbano, garbato quanto incisivo, che nel progetto viene riproposto anche come chiusura del corpo di fabbrica laterale. Per questo palazzo Basile utilizza codici architettonici tardogotici siciliani, reinterpretandone le cifre decorative in chiave fitomorfica. Caratterizza i prospetti con una elegante tipologia di rivestimento a bugnato, appena diversificato per orizzontamenti, articolando in maniera armonica gli elementi verticali. Non omologa le diverse parti

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costitutive della fabbrica, ma persegue un andamento scalare che parte dall’elemento più basso, la terrazza, finendo alla torretta ad angolo. Elabora una netta partizione dei livelli orizzontali, riuscendo però ad assicurare continuità alle facciate riammagliate, tra l’altro, da una fascia marcapiano continua esaltata dall’aggetto del balcone ad angolo, altro contenuto segnale urbano. Ulteriore elemento di caratterizzazione della fabbrica è la torretta d’angolo, già sperimentata da Basile nell’ampliamento della Villa Bordonaro al Giardino Inglese a Palermo, oltre che nella proposta presentata al Concorso per la Prefettura di Benevento, e poi da lui riedita secondo una gamma assonante di variazioni in progetti e realizzazioni soprattutto per Palermo (come il Palazzo Florio all’Olivuzza, Villa Igiea, il Villino Florio, la Casetta Lentini, il Villino Fassini) e più raramente per altre aree della Sicilia (come nel caso del progetto per la Villa Urso Cannarella a Licata, del Palazzo Municipale di Licata e del Palazzo Bruno di Belmonte a Ispica). Fra gli esempi del periodo 1898-1901 la torretta di palazzo Moncada risulta quella più complessa e massiccia, ma non scevra di eleganza in bilico fra storicismo e gusto del fantastico; questo in virtù degli elementi che la compongono, dal fornice ad arco unico che allegerisce la massa muraria, alle mensole di coronamento elaborate con virtuosismo calligrafico come del resto le finiture metalliche della copertura. Basile esprime in questo progetto l’adesione alla riforma dell’abitare, che in quel periodo costituiva un acceso dibattito internazionale, nel quale varie scuole di pensiero argomentavano sugli effetti che le città stavano subendo dalla trasformazione delle abitazioni borghesi. Bibliografia Ernesto Basile architetto. Studi e schizzi, Torino 1911, tav. 12; Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, p. 73; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto

Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 251, 252 e 253; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 147,148.

DB

(VII.28.5)

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(VII.31)

(VII.32)

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Villino Vincenzo Florio parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo 1899-1904 Ernesto Basile Prospetto principale, 1/50, piante del piano rialzato e del primo piano, sezione longitudinale, 1/100, matita, china e acquerello monocromo su cartoncino, 699x1059 mm, datato 1900, firmato Ernesto Basile; denominazione del progetto a china. Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. 3061 (VIII.35) Alzato, 1/10, sezione orizzontale e profili (1/1) della colonna della loggia superiore, matita, china e inchiostro rosso su carta Fabriano, 538x391 mm, datato 13-21901, firmato E. Basile, quotato; denominazione del progetto e intitolazione della tavola a china, indicazioni progettuali a inchiostro rosso, schizzi al margine inferiore a matita (VIII.36) Bozzetto di tappeto, (1/20), matita, china, inchiostro rosso e acquerello su carta Fabriano, 207x284 mm, (1903), s.t., quotato (IX.45) L’unità archivistica comprende n. 47 unità documentarie con: n. 3 studi di prospetti, n. 7 piante del piano rialzato, n. 3 piante del primo piano, n. 1 prospetto principale, n. 1 sezione, n. 1 prospettiva, n. 6 alzati parziali di prospetto, n. 1 particolare della torretta, n. 1 prospettiva, n. 1 colonna del portico d’ingresso, n. 1 colonna della finestra, n. 1 colonna dell’avancorpo del salone, n. 4 capitelli, n. 2 alzati scala esterna, n. 2 alzati di formella decorativa, n. 1 ingresso alla terrazza, n.

3 alzati di pareti del salone, n. 1 alzato di scala interna, n. 2 soffitti, n. 2 schizzi di arredi fissi, n. 1 cerniere di porte, n. 4 camini, n. 3 parafuoco, n. 1 parafulmine, n. 3 bozzetti di tappeto. Progettato e realizzato fra il 1899 e il 1902, conclusa la realizzazione degli arredi nel 1904, il villino, secondo il principio della progettazione integrale messo a punto in quegli anni da Ernesto Basile, segue un iter progettuale che mostra chiaramente lo sviluppo, nelle sue fasi, di un metodo che configura la soluzione finale quale prodotto di un percorso di riflessione e crescita progressivo originato dalla gestione e orchestrazione a tutte le scale di sistemi e sottosistemi. Allo stesso tempo le fasi progettuali danno altresì contezza di un approccio svincolato da qualsivoglia prototipo di riferimento pur reinterpretando soluzioni proprie di una tradizione architettonica siciliana del tardo Quattrocento con accenti gotici. Il corpus dei disegni pervenuto, seppure incompleto, mostra chiaramente lo sviluppo delle diverse soluzioni messe a punto da Basile che investono contemporaneamente tutti i livelli della progettazione, quale risultato di un complesso ed articolato percorso verso quella riforma dell’abitare che nel progetto del villino “Vincenzo Florio” trova un interessante ambito di sperimentazione e controllo. Dai vari passaggi progettuali che conducono alla definitiva stesura dell’impianto planimetrico emerge la precisa volontà di ricondurre la struttura ad una figura geometrica chia-

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ramente riconoscibile e nell’insieme compatta, seppur quale prodotto di assemblaggio di corpi e volumi, anche secondari, attorno a cui si espleta il complesso lavorio progettuale, e che in definitiva procede da un impianto quadripartito e misurato nei rapporti fra le parti e nell’uso di simmetrie seppur dissimulate. Dalla permanenza di talune soluzioni, quali il torrino ottagonale, il bow-window e la compenetrazione di pieni e vuoti, oltre che la precisa volontà di denunciare all’esterno ciascuna parte della composizione architettonica, emerge la formazione ideativa, che fa capo a Giuseppe Venanzio Marvuglia e al padre Giovan Battista Filippo Basile. Gli elementi della composizione si misurano infatti sia con l’impianto stereometrico che con l’organizzazione dei prospetti, secondo un ordine di gerarchie che investe ed ordina la piccola e la grande scala di progetto. Paramenti murari a bugnato in inserti o soluzioni d’angolo, cornici e aperture ad arco carenato, a sesto ribassato o a tutto sesto, sistemi di copertura ad altezze differenti in funzione dei singoli volumi cui esse sono destinate, corpo principale ed appendici di esso, tutto mira alla configurazione di un organismo architettonico in cui ciascun rapporto è assolutamente calibrato in funzione dell’insieme architettonico di cui fa parte. In una declinazione progettuale costruita su elementi consolidati e propri di una tradizione culturale che decisamente appartiene al progettista, egli tende a reinterpretare taluni elementi del sistema di copertura a falde e le capriate lignee esterne - che nei disegni del villino compaiono tuttavia in una fase avanzata di definizione dell’opera sostituendo precedenti soluzioni a copertura piana - secondo modelli proposti dalla coeva manualistica tedesca. Oltre che agli insegnamenti del padre e dei suoi maestri, Basile per il progetto del Villino Florio recupera taluni elementi propri della sua progettazione precedente, in particolare per il torrino, la soluzione del portico a terrazza e il “prospetto a capanna” fanno rife-

rimento al progetto per il palazzo Florio, in un contesto compositivo che per compattezza ricorda la Villa Bordonaro. Tuttavia le forme e le citazioni tardoquattrocentesche rievocano il palazzo Moncada di Paternò. Gli stessi arredi si fanno espressione di un linguaggio modernista che volge verso la valorizzazione di quegli elementi “utili a suggerire il simbolico della logica compositiva di ogni ambiente e il suo essere entità autonoma ma facente parte di un tutto” (E. Basile). A tal proposito, dunque, il percorso delineato dall’architetto attraverso la strutturazione degli apparati lignei del Villino Florio colloca gli arredi dello stesso all’interno della più aulica cultura dell’abitare palermitana dell’intero secolo, entro cui essa stessa si inserisce, definendo, parallelamente, un preciso codice figurale estensibile a tutte le scale progettuali. Protagonista in tal senso è indubbiamente la modellazione degli elementi tratti dalla natura, e la sua conseguente trasfigurazione in forme empaticamente oggettive che si esplicitano in un insieme di sagome e profili volti all’affermazione di un’arte decorativa che, a partire dalla natura come fonte d’ispirazione, sottolinea il proprio carattere di singolarità e unicità. La redazione finale degli arredi per il villino passa per la diversificazione dei rivestimenti lignei, per un accostamento quasi paritario di modellazioni per pannelli e fregi, di arredi fissi e di pitture decorative, per poi infine preferire a tutto ciò una più omogenea strutturazione lignea, nella quale si inseriscono i contributi forniti dagli altri artisti in modi espressivi sapientemente orchestrati da Basile. Il Villino Florio si configura dunque, nell’articolato sistema delle esperienze basiliane, come la prima, complessa e completa espressione, nella sua natura sperimentale, di “opera d’arte in tutto”, un’opera in cui architettura e cultura dell’abitare costruiscono un rapporto allo stesso tempo simbiotico e dialettico, fondato e sapientemente orchestrato da una logica matematica suscettibile

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di opportune e dovute variazioni costruite su corrispondenze e derivazioni dirette e traslate, ed Ernesto Basile in tale contesto si fa, con le opere successive, portavoce ed interprete di quella totale riorganizzazione della dimora privata appena in nuce nel villino Florio, concepito come gamma di soluzioni uniche per il contesto in cui si colloca e per quel carattere di evasione romantica che all’opera volle darsi. Bibliografia R. Savarese, Arte Nuova italiana. Il movimento moderno in Sicilia, in “L’Arte Decorativa Moderna”, I, 9, 1902, pp. 270-275, ill. pp.258-263, 265, 267-272; A. Melani, Architettura Italiana Antica e Moderna, Milano 1930 (7° ed.), pp. 857,861, figg. 302, 303; P. Marconi, I Basile, in Celebrazioni dei Grandi Siciliani, Urbino 1939, pp.407-408; G. Pirrone, Palermo Liberty, Caltanissetta-Roma 1971, pp.15-17, ill.22-30; E. Sessa, Mobili e arredi di Ernesto Basile nella produzione Ducrot, Palermo 1980, pp.12-13, ill. 11-19, p.201; A.M. Sciarra Borzí, Ernesto Basile: il Liberty degli architetti siciliani e la tradizione locale rivissuta come memoria creativa, Palermo-São Paolo 1982, p. 56; R. Giuffrida, R. Lentini, L’età dei Florio, Palermo 1985,

pp.134-135; A.M. Ingria, Ernesto Basile e il Liberty a Palermo, con testi di M. Riccobono e di M.A. Spadaro, Palermo 1987; G. Pirrone, M. Buffa, E. Mauro, E. Sessa, “Palermo, detto Paradiso di Sicilia” (ville e giardini, XIIXX secolo), Palermo 1989, pp.88, 94, 126, ill.91; E. Sessa, Il villino Florio, in G.Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, pp.130-135; E. Sessa, L’unità delle arti, in Il Liberty, suppl. a «Kalòs», IX, 5/6, settembre-dicembre 1997, pp. 6-21; E. Mauro, Il Villino Florio di Ernesto Basile, Palermo 2000; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della dotazione Basile, 1859- 1929, Palermo 2000, pp. 166-174; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, passim; S. Consagra, Itinerario II. I luoghi dei Florio. Palermo, fascicolo allegato a C. Quartarone, E Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008; P. Miceli (a cura di), La “professione” della qualità. Cento disegni a matita di Ernesto Basile, Palermo 2008, pp. 64-65.

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Sepoltura gentilizia Raccuglia Cimitero di Santo Spirito, Palermo 1899 Ernesto Basile Fronti principale e laterale, s.g. (34 mm per m), pianta, (18 mm per m), matita e china su carta da lucido, 534x741 mm, (1899), s.t.; Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3056 (VIII.37) L’unità archivistica comprende n. 6 unità documentarie con: n. 2 piante, n. 4 prospetti. Altri documenti sono conservati presso l’archivio della famiglia Basile, Palermo. Nel monumento sepolcrale per la famiglia Raccuglia, realizzato nel 1899 lungo il viale principale del Cimitero di Santo Spirito di Palermo, Basile declina repertori storicisti (riferiti in particolare alla quattrocentesca chiesa di Santa Maria della Catena a Palermo) in codici architettonici modernisti improntati ad un contenuto modellato vitalistico che esalta la ricercata trasfigurazione compositiva della tipologia. Il piccolo monumento si compone di una parte eminentemente scultorea (finto sarcofago) e di una stele alla prima raccordato tramite un alloggiamento delimitato da due setti sagomati. La stele, sul cui retro è l’accesso alla cripta, riporta in un’edicola ad arco carenato un pannello a mosaico con l’iscrizione Raccuglia al di sopra di un fregio speculare con composizione fitomorfica in soluzione unica con la riquadratura interna del campo musivo (in parziale difformità con la soluzione progettuale). L’opera, dunque, è strutturata in due elementi distinti e quasi giustapposti: il sarcofago e la stele-edicola retrostante. Il primo prende come riferimento

i temi funebri di origine medievale, rielaborandoli in modo originale, risolvendo problemi di carattere puramente funzionale: infatti, l’inclinazione della lapide scolpita nasconde la volta della scala d’accesso alla cripta sottostante. Il sarcofago presenta membrature dall’andamento sinuoso (il rapporto che unisce il gotico-strutturale ai motivi modernisti) in uno spazio limitato. La struttura retrostante, la grande stele, appare come una parete alta e slanciata, divisa in due parti riconoscibili per l’uso di materiali differenti (grandi blocchi marmorei levigati nella zona basamentale sormontata da una muratura in conci di pietra da taglio). La superficie di questa struttura è fortemente articolata dalla presenza di una fascia modanata che sul retro della struttura funge da architrave per il vano della porta d’ingresso alla cripta ed è sormontata da una lunetta a cornice superiore inflessa. Il coronamento della stele, sintesi di scultura e architettura, presenta sia il tema della cornice interrotta, sia quello della coppia di acroteri svettanti lateralmente e con ornati floreali a intaglio nelle terminazioni; una composizione riproposta nel successivo progetto della Cappella Lanza di Scalea (1900-1901). Bibliografia «L’Arte Decorativa Moderna», I, 12, 1902, p. 360; P. Portoghesi, Palermo, monumento sepolcrale Raccuglia, 1899, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 66-67; E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile. 1859-

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1929, Palermo 2000, pp. 175-178; E. Sessa, Le variabili dell’impalpabile sentimento celebrativo per l’ultima dimora: architettura e arte funeraria in Sicilia nel periodo modernista, in N. Avramidou (a cura di), Monumental Cemeteries. Knowledge,

Conservation, Restyling and Innovation, International Conference, Theatre San Carlo, Modena 3-5 May 2006, Vol. II, Roma 2007, pp. 395-409.

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(VIII.37)

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Grand Hôtel Villa Igiea (già sanatorio) litorale dell’Acquasanta, Palermo 1899-1903 Ernesto Basile Alzato dell’avancorpo e torre dell’ascensore, s.g. (1\50), matita e china su carta da lucido, 695x500 mm, siglato E.B., (1899); denominazione del progetto e intitolazione della tavola a china. Incollato su controfondo di cartoncino, 695x500 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3053 (VIII.33) Planimetria generale, 1\600, matita e china su carta da lucido, 445x761 mm, (1899), firmato Ernesto Basile, architetto, s.t.; denominazione del progetto e intitolazione del disegno, indicazioni toponomastiche, indicazioni progettuali, legenda, s.g., orientamento a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3052 (VIII.34) L’unità archivistica comprende n. 26 unità documentarie con: n. 3 planimetrie generali, n. 1 pianta del piano terra, n. 2 piante del primo piano, n. 1 pianta del secondo piano, n. 1 prospetto principale, , n. 3 prospetti parziali, n. 1 alzato parziale della scala, n. 1 pianta della sala da pranzo, n.1 prospetto della sala da pranzo, n. 1 sezione della sala da pranzo, n. 1 studio della sala da pranzo, n. 1 porta della sala da pranzo, n. 1 studio per lambris, n. 1 studio di arredo fisso, n. 1 specchiera, n. 1 coronamento di specchiera, n. 1 studio di arredo, n. 1 applique, n. 2 orologi, n. 2 lampioni. Costruita nel 1899 sulla scogliera della contrada dell’Acquasanta, alle pendici del Monte Pellegrino, Villa Igiea nasce come

prestigiosa stazione climatico-termale sulla base delle teorie e della campagna sanitaria del medico Vincenzo Cervello, per il quale essa doveva essere il “laboratorio” tramite il quale tradurre nella prassi i risultati delle sue ricerche sulla cura e prevenzione delle malattie polmonari mediante la talassoterapia. La decisione di mutarne la destinazione d’uso, riconvertendo l’iniziale idea del sanatorio in Grand Hôtel fu rapida e inattesa. Immutati restano quindi gli accorgimenti e gli impianti legati alle più avanzate sperimentazioni e norme d’ingegneria sanitaria nonché il programma decorativo. L’iter progettuale di Villa Igiea può difficilmente essere ricostruito in maniera del tutto esaustiva a causa della dispersione di parte dei documenti relativi. È evidente tuttavia l’attenzione di Basile per la composizione di un complesso articolato stereometricamente per corpi di fabbrica compositivamente compiuti (oltre che autonomamente improntati a criteri di specularità) e diversamente dimensionati, ma collegati fra di loro e con caratteristiche comuni quali l’altezza, il tipo di impaginato (con dosati avancorpi in composizioni simmetriche) e l’adozione, per il rivestimento dei fronti, di codici architettonici riferiti agli elementi dell’opera muraria. L’intervento più significativo è costituito dalle nuove costruzioni che triplicano il volume del fabbricato neogotico originario, a sua volta risultante da un primo intervento di riforma della panoramica dimora storicista dell’ammiraglio Domville (già di proprietà dei Pignatelli Aragona). A questo Basile aggiunge un corpo parallelo ed uno ortogonale, per assecondare la natura del luogo un tempo porzione costiera del parco informale del principe di Belmonte.

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L’insieme è poi completato da edifici di servizio e da un esteso giardino all’inglese, rigoglioso di piante esotiche. L’articolato assemblaggio dei volumi del complesso è caratterizzato nei prospetti dalla garbata mediazione di temi del tardo gotico siciliano con la reinterpretazione fisio-psicologica di elementi architettonici propri dello storicismo ottocentesco. Le vicende in cui il Grand Hôtel Villa Igiea è stato coinvolto nel corso di un secolo hanno cancellato alcune significative parti, soprattutto negli interni. Degli arredi (fissi e mobili) originariamente presenti nelle sue centottanta camere e nei suoi innumerevoli luoghi di rappresentanza, sopravvive molto poco; ma ciò che rimane è sufficiente a dare un’idea della magnificenza del luogo. La celebre ex Sala da Pranzo (o Sala degli Specchi) si è conservata quasi intatta, con i suoi ariosi arredi fissi (traliccio del sistema di illuminazione centrale, porte e specchiere in soluzione unica con il lambris, travatura del soffitto con il sistema di capriate rovesce carenate e cornici di aperture e di specchiere), a meno della mobilia e degli apparecchi di illuminazione a parete. Si tratta di un ambiente rettangolare a doppia altezza con i lati in rapporto di 1:2; la porta centrale della parete maggiore comprende l’asse di simmetria della sala creando così due campi dimensionalmente uguali. Sul lato maggiore si apre un colonnato con affaccio verso il Monte Pellegrino. Sulle altre tre pareti si alternano porte e specchiere dalle cornici in quercia. Di grande rilievo è il ciclo pittorico della sala realizzato dai pittori Ettore De Maria Bergler, Luigi Di Giovanni e Michele Cortegiani, su indicazione di Basile; questi, concependo tale ciclo allegorico come un vero e proprio programma simbolico improntato al mito della rigenerazione o della rinascita (e quindi del superamento del male), verosimilmente voleva assegnare all’ambiente un ruolo di stazione catartica nel percorso individuale della lotta al “mal sottile”. È indubbia pertanto l’appartenenza di questo stesso ciclo pittorico al programma edilizio originario, di tipo sanatoriale, del complesso di Villa Igiea. L’insieme allegorico si articola in quattro momenti principali, due

dei quali sono dipinti sulle pareti minori e due su quella maggiore: sul lato orientale è rappresentata l’alba, su quello settentrionale il giorno e la sera e su quello orientale la notte. Implicazioni simbolico-esoteriche e componenti numerologiche fanno da sottofondo, dissimulato, all’alternarsi delle fasi della giornata; un tema inteso come metafora dell’evoluzione degli stadi della conoscenza o della consapevolezza, più specificatamente, del passaggio dalla nigredo come sinonimo di afflizione all’albedo come ritorno alla vita. In questa sala, la perfetta fusione tra decorazioni architettoniche e pittoriche attesta il maturo e originale operare modernista di Basile che realizza, così, uno dei rari esempi di ambiente in cui il principio dell’opera d’arte in tutto va oltre la semplice ricerca di “unità stilistica” Con Villa Igiea Basile avrà dunque modo di affermare la sua originale idea di Arte Nuova e di definire il proprio sistema di coordinamento del potenziale tecnico artistico palermitano, non solo di alcuni degli artisti più dotati ma anche di quelle imprese come il mobilificio Golia-Ducrot, la ditta Intonaci Li Vigni, la fabbrica di lampadari Caraffa, la Ceramica Florio, che avrebbero collaborato con lui per tutto il periodo modernista. Bibliografia S. Pernice, Notizie tecniche del sanatorio per i tisici a Villa Igiea a Palermo, in «L’Edilizia Moderna”, IX, II, febbraio 1900, pp. 12, 13; Villa V. Florio, Palermo, Professor Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, in «Academy Architecture and Architectural Review», vol. 18, 1900, I parte, pp. 127, II parte, p. 82; Villa Igiea, Palermo, Professor Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, ivi, vol. 18, 1900, II parte, p. 78; Il Grand Hôtel Villa Igiea in Palermo, in «L’Edilizia Moderna», X, V, maggio 1901, p. 17 e sgg.; Villa Igiea Grand Hôtel, Palermo, Professor Comm. Ernesto Basile, Architect, Palermo, in «Academy Architecture and Architectural Review», vol. 19, 1901, I parte, pp. 126, 127, II parte, pp. 79, 80, 81; «L’Arte Decorativa Moderna», II, 11, 1906; G. Pirrone, Architettura del XX secolo: Palermo, Genova

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1971, pp. 62-63; E. Bairati, R. Bossaglia, M. Rosci, L’Italia Liberty, Milano 1973, pp. 98, 101, 196-201; G. Pirrone, Studi e schizzi di Ernesto Basile, Palermo 1976, pp. 6-8, 14, 141, 149, ill. 25, 26, 27, 123; P. Portoghesi, Palermo, Grand Hotel Villa Igea, 18991900, in Ernesto Basile Architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 76-87; G. Pirrone, E. Sessa, Mitologie, Simbolismi e Modernismi nell’isola del Fuoco, in Stile e Struttura delle città termali, a cura di R. Bossaglia, Bergamo 1985, pp. 210-232, pp. 217-229; R. Bossaglia, Archivi del Liberty italiano. Architettura, Milano 1987, p. 495; G. Pirrone, Il tempio di Hygieia, in G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, pp. 116-129; E. Sessa, Architettura come “opera d’arte in tutto”: Palermo 1900-1919, in

«ArQ9. Architettura italiana 1900-1919», 9, dicembre 1992, pp. 64-91; E. Sessa, L’unità delle arti, in Il Liberty, suppl. a «Kalòs», IX, 5/6, settembre-dicembre 1997, pp. 6-21; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di Architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 158-165; F. Amendolagine, Il Grand Hôtel Villa Igiea, Palermo 2002; E. Sessa, Il diorama simbolico del Salone degli Specchi di Villa Igiea: alle origini del Liberty italiano, in C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 183-204; M. Iannello, G. Scolaro, Palermo. Guida all’architettura del ‘900, Palermo 2009, pp. 24-26; E. Sessa, Ernesto Basile, Palermo 2010, pp. 39-41.

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(VIII.34)

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Padiglione per la VII Esposizione di Belle Arti del Circolo Artistico di Palermo cortile di Palazzo Villarosa, Palermo 1900 Ernesto Basile Alzato del prospetto principale, (1/50), matita e china su carta da lucido, 475x547 mm, datato 1900, firmato Ernesto Basile, s.t. Bollo tondo a inchiostro blu, n.inv. 3072 (IX.38) L’unità archivistica comprende n. 3 unità documentarie con: n. 2 schizzi di pianta, n.1 schizzo di prospetto, n.3 schizzi di sezioni, n.2 prospetti. Altri documenti si conservano presso l’archivio della famiglia Basile. Nel 1900, in occasione della VII Esposizione delle Belle Arti indetta dal Circolo Artistico di Palermo, (fondato nel 1882) promotore delle arti e dell’organizzazione di esposizioni nell’ultimo Ottocento e nel primo Novecento, Ernesto Basile progetta l’allestimento di un padiglione provvisorio nel cortile di palazzo Villarosa a Palermo, edificio realizzato da G.V. Marvuglia e costituente uno dei Quattro Canti di Campagna, determinati dall’intersezione dello Stradone di Porta Maqueda con l’attuale Via Mariano Stabile e considerati sin dal 1861 polo di una nuova centralità urbana in rapporto all’espansione della città murata verso nord (passata alla storia come “addizione regalmicea” dal nome del vicerè che ne promosse il tracciato). Il Padiglione per l’Esposizione delle Belle Arti è un’architettura di transizione, frutto del crepuscolo di un codice formale storicista che si apre all’alba di un nuovo linguaggio architettonico sperimentale ed autonomo,

svincolato dal pensare comune per tradizione, forme, funzioni e materiali. Il mezzo espositivo si fa architettura chimerica, nella quale il carattere provvisorio tipico di uno strumento espositivo si trasfigura in permanente, diventando modello per future costruzioni stabili ed effimere, come il progetto per la Casetta Lentini a Mondello, le “ville bianche” del 1903, lo Stand Florio per il tiro al piccione a Romagnolo (tutti a Palermo) e i padiglioni a Palermo e a Marsala della successiva Esposizione Agricola, progettati due anni dopo dallo stesso Basile. I disegni per il Padiglione conservati presso la Dotazione Basile della Facoltà di Architettura di Palermo comprendono gli schizzi di pianta, prospetto principale, sezioni longitudinale e trasversale e alzato del fronte principale. L’impianto planimetrico rettangolare è impostato sulla scansione in tre campate con elementi terminali di forma trapezoidale, benché si tratti di un unico volume. La tripartizione si ripete anche sul prospetto principale, per effetto di un avancorpo in corrispondenza dell’asse centrale di simmetria da ricondursi a soluzioni già adottate da Basile, in particolare nel coronamento del protiro della cappella Lanza di Scalea ed il monumento sepolcrale Raccuglia, da cui emerge una rottura dei vincoli legati alla funzione. Infatti, il fronte appartenente ad una tipologia templare conferisce monumentalità ai padiglioni, allineando la produzione progettuale del Mediterraneo ad esperienze internazionali come il Palazzo della Secessione Viennese di

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Joseph Olbrich ed il prospetto per la galleria d’arte moderna di Vienna di Otto Wagner (1900). L’avancorpo, caratterizzato da un coronamento costituito da una cornice decorata fiancheggiata da due acroteri, accoglie il portale d’ingresso a tutto sesto, inquadrato da due foglie di palma affrontate, similmente a quanto realizzato nella Cappella Nicosia e sormontato da una targa a nastro con l’iscrizione “ Circolo Artistico. Esposizione di Belle Arti”. A coronare l’avancorpo due pinnacoli in ferro battuto controventati da un movimento di nastri, sempre in ferro battuto. L’intonaco bianco svincola dallo storicismo imitativo dei paramenti per liberalizzare il trattamento immateriale del rivestimento, scagionando la fabbrica da consueti codici architettonici. Bibliografia P. Portoghesi, Palermo, padiglione per l’Esposizione Promotrice di Belle Arti, 1900,

in Ernesto Basile Architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 90-91; G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989; F. Grasso, I. Bruno, Nel Segno delle Muse: Il Circolo Artistico di Palermo, Palermo 1998; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 18591929, Palermo 2000, p. 182; A. Chirco, M. Di Liberto, Via Ruggiero Settimo ieri e oggi, Palermo 2002, pp. 74-82; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et Unum 1904-2004. I cento anni del Villino Basile, Palermo 2006, pp. 356-357; P. Miceli, Prima Esposizione Agricola Siciliana Palermo-Marsala 1902, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), La città dei prodotti. Imprenditoria, architettura ed arte nelle grandi Esposizioni, Palermo 2009. p. 177.

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Secondo Palazzo Utveggio via XX Settembre, Palermo 1901-1903 Ernesto Basile Alzato parziale del fronte principale, 3 cent p metro (1/33), matita e acquerello policromo su cartoncino, 914x607 mm, (1901); denominazione del progetto a china (IX.41) L’unità archivistica comprende n. 3 unità documentarie con: n. 2 prospetti e n.1 bozzetto di particolare decorativo relativi alla prima versione, n. 1 particolare architettonico relativo alla seconda versione. Progettata nel 1901 questa fabbrica replica, con maggiore successo, il tentativo, effettuato sempre per l’impresa Utveggio nel 1899 (e sempre per un lotto prospicente via XX Settembre), di messa a punto di un modello abitativo condominiale di qualità per la media borghesia. Il progetto ha particolare rilevanza anche per il ruolo di laboratorio di verifica, su un tema tipologico corrente (tradizionalmente alieno da istanze culturali e allora particolarmente affetto da convenzionalismi stilistici e da vincoli utilitaristici), della peculiare versione elaborata da Basile della ricerca modernista di “nuovi sistemi” oggettivi di ordinamenti architettonici. Preceduta, tra l’altro, dai progetti per il Villino Vincenzo Florio (ancora in corso d’opera nel 1901) e per il ciclo di architetture funerarie del biennio 1899-1900 (opere certamente più impegnative per il loro ruolo di prototipi formali e concettuali), la seconda Casa Utveggio si pone quasi a consuntivo

della sua prima stagione sperimentale di modernista “riorganizzazione del visibile” inaugurata nel 1897 (con le fitomorfiche opere di finitura metallica per alcuni interni del Teatro Massimo, i cui disegni vengono presentati alla Esposizione di Torino del 1898, e con l’innovativo impianto planimetrico dell’ultima versione per l’irrealizzato Palazzo Deliella in piazza Castelnuovo, sempre a Palermo); al tempo stesso contiene in nuce quelle valenze estetiche e quell’indirizzo metodologico che connotano il suo secondo periodo di originale maturità modernista esteso per poco più di un lustro (a partire dal conseguimento, nel 1902, dell’impalcato compositivo astilo, derivabile in una semplificata produzione seriale, della Stanza da lavoro in quercia presentata alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino, e della riforma di base fenomenica dei codici figurali per il padiglione di ingresso della Prima Esposizione Agricola Regionale di Palermo). Il disegno acquarellato del fronte sulla via XX Settembre, antecedente alla tavola a matita su carta Fabriano contenente anche l’alzato dell’intero prospetto a cinque partiti (sulla via Siracusa ne prevede tre, corrispondenti, come per il prospetto principale, ad altrettanti vani dalla volumetria cubica) già con la variante relativa all’ultima elevazione uniformata compositivamente e dimensionalmente alle sottostanti (anche se inizialmente prevista, nella soluzione intermedia, ancora con aperture su fascia davanzale definita con rivestimento imitativo a sordino ribassato), è il primo fra gli elaborati conosciuti ad essere

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esemplificativo di uno dei modi di Basile di intendere, in età modernista, il principio di riverberazione della logica distributiva nella ritmica degli impaginati di prospetto; ancora la Palazzina Vanoni a Roma, coeva della seconda Casa Utveggio, svela, invece, qualche remora nella applicazione ad un tema edilizio corrente di quel partito declinabile o reiterabile già definito con la Cappella Lanza di Scalea nei suoi elementi costitutivi (ma in una accentuata caratterizzazione formalistica e in una composizione a partitura unica per ogni impaginato di prospetto). La particolare cura nella stesura dell’unica tavola policroma di questo progetto, impostata sull’asse mediano del supporto cartaceo e definita nei minimi particolari in una successione diversificata di stadi di rappresentazione (ma esente da quotature), è da relazionare all’inserimento del progetto di questo edificio pluripiano nel novero delle opere presentate da Ernesto Basile alla sua mostra di architettura organizzata in occasione della Prima Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino del 1902. Il disegno mostra similitudini grafiche con alcuni degli elaborati di quei progetti, compresi fra il 1899 e il 1902 (Villa Igiea, Villino Florio, seconda casa Utveggio, cappella Nicosia, cappella Lanza di Scalea, cappella Guarnaschelli, tomba Raccuglia, casa Lentini, palazzina Vanoni), dei quali è accertata la presentazione alla manifestazione torinese. Questi particolari elaborati grafici acquarellati (tavola con prospetto, sezione e piante del Villino Florio; alzato parziale del fronte ovest del Villino Florio; alzato parziale della seconda casa Utveggio; veduta prospettica della cappella Lanza di Scalea e, probabilmente, anche la veduta prospettica panoramica del complesso del Grand Hotel Villa Igiea, pubblicata in “L’Edilizia Moderna”, X, V, maggio 1901, tav. XXIV) formano un nucleo a parte nel corpus dei disegni di Basile, distinguendosi, per il carattere grafico accentuatamente

comunicativo, anche dagli altri esempi non particolarmente numerosi di disegni acquarellati (fra cui quelli per i vari concorsi per il Palazzo di Giustizia e per il Palazzo del Parlamento a Roma e per alcuni progetti del suo primo periodo quali casa Orioles, Ossario di Calatafimi, Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, palazzo del principe Deliella e villa Bordonaro). Alquanto inusuale è l’opzione policroma, comune a pochi altri disegni, e che in questo caso è particolarmente funzionale, per la ricercata resa realistica, alla verifica della tenuta del suo nuovo sistema compositivo all’uso di materiali di rivestimento di natura alquanto diversa, come attestano l’alternanza bicroma dell’alta fascia basamentale (coloritura grigia per i conci in pietra di Billiemi, per gli ortostati e per le pseudo bugne e, invece, rossa per i filari di mattoni) e il contrasto tra il giallo paglierino per l’intonacatura imitativa (in questa fase prevista ancora in pseudo corsi di calcarenite) e la vivace coloritura ocra gialla e rossa su sfondo blu dei pannelli con motivi fitomorfeggianti, forse originariamente previsti in maiolica, per le specchiature fra le mensole, per la fascia davanzale dell’ultimo livello e per il fregio di coronamento dell’edificio. Nel disegno vengono rappresentati tre dei cinque partiti su via XX Settembre: i due a sinistra, quello centrale e solo il margine sinistro del partito limitrofo a quest’ultimo. Gradualmente diversificata nell’approfondimento grafico, con andamento crescente da destra verso sinistra, il tipo di rappresentazione assicura, in un unico elaborato, il maggior numero di informazioni utili alla comprensione del carattere architettonico del soggetto. Alla redazione calligrafica del partito centrale, relativa al solo impaginato geometrico della composizione ( già con tutte le indicazioni del sistema di paramento murario e dei codici figurali) fa riscontro quasi specularmente il partito d’angolo interamente acquarellato, per meglio individuare materiali e tecniche

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di rivestimento, e con resa chiaroscurale per restituire al vero l’articolazione plastica del prospetto. Il partito intermedio e la corrispondente porzione dell’alta fascia basamentale, registrano, invece, per previste contrapposizioni di zone, il risvolto compensativo dell’adozione di due diverse modalità di rappresentazione Il prospetto dell’immobile (che presenta pianta di forma rettangolare, con chiostrina e vani di forma quadrangolare disposti intorno ad essa e con prospetti ad angolo sulla via XX Settembre, ove è il portale di ingresso, e sulla via Siracusa) è rappresentato con rivestimento imitativo di apparecchio murario isodomo per i tre livelli soprastanti il piano rialzato. Il paramento di quest’ultimo e dello zoccolo sottostante, scandito dalle mostre delle aperture singolarmente abbinate a quelle del seminterrato, costituisce un’alta fascia basamentale composta dall’alternanza di corsi di conci e di corsi di mattoni, interrotta da una fascia continua di ortostate al di sotto della quota davanzale delle aperture della prima elevazione. Superiormente alla zona basamentale il prospetto è suddiviso in partiti da paraste; queste sono in falso alla quota marcapiano del primo piano e hanno terminazioni sagomate e svettate al di sopra del coronamento dei singoli partiti. Questo è formato da cornice smussata su coppia di mensole sagomate e scanalate e da fregi a pitture policrome, con motivi ad imitatazione di piastrelle presenti anche al di sopra dell’architrave a nastro teso, cornici con lunette a pseudo arco carenato ribassato e transennate da composizioni speculari di membrature con andamento curvilineo ad assecondarne l’intradosso. Analoga soluzione, ma con apprezzabile accentuazione figurale, viene adottata per il portale. Appena accennato graficamente, questo presenta, in soluzione unificata, il motivo a sagomatura curvilinea dello stipite e del relativo basamento; presenta, inoltre, una composizione che, trasfigurando in chiave

fitomorfica gli elementi componenti il tipo di portale, a terminazione retta e ammorsature laterali, elaborato per il Villino Florio e per l’avancorpo della Palazzina Vanoni, assurgerà a modello per altri progettisti del modernismo siciliano e a prototipo declinabile per lo stesso Basile. Nel vicino Villino Basile ne sarà proposta una delle più colte e raffinate edizioni. Questa soluzione compositiva verrà impiegata anche in virtuosistiche variazioni sul tema all’insegna del fuori scala e dell’adeguamento ad altra funzione, come nel caso delle logge nei corpi laterali del padiglione di ingresso dell’Esposizione Agricola Regionale di Palermo e del camino della Stanza da letto in acero niveo presentata su suoi disegni dalla ditta C. Golia & Co. alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa Moderna di Torino. Le opere di finitura metallica sono rappresentate con alta definizione e già in soluzioni definitive (a meno di qualche lieve modifica apportata in sede esecutiva). Un dissimulato schematismo geometrico informa l’ordinamento architettonico del prospetto e gli apparati figurali, persino nel caso delle circoscritte aggettivazioni storicistico-floreali; uniforma, inoltre, sotto una cortina isodoma, paraste, conci, decorazioni e mostre di aperture. Ne deriva un abaco di repertori compositivi che assurge a sicuro “sistema architettonico” di riferimento per i professionisti e i capomastri protagonisti dell’edificazione dei quartieri settentrionali di Palermo e, successivamente, degli isolati della città giardino della stazione balneare di Mondello e di altri vicini insediamenti stagionali (Sferracavallo, Santa Flavia e Casteldaccia). Questa prima verifica di un compiuto modulo compositivo, aggregabile e riproponibile in base ad una assonante gamma di compatibili variazioni sul tema, finalizzata verosimilmente anche al conseguimento di un’omogeneità della idea di “qualità” a scala di quartiere, guiderà Basile nelle successive elaborazioni progettuali

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del 1903 per il villino Fassini, per il villino Monroy e per il villino Basile. Bibliografia «L’Arte Decorativa Moderna», I, 12, 1902, p. 357; G. Pirrone, Architettura del XX secolo in Italia: Palermo, Genova 1971, p. 67; P. Portoghesi, Palermo, casa Utveggio, 1901, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, p. 104, ill. 183-187; G. Pirrone (a cura di), Palermo 1900, Palermo 1981, fig. 83, p. 38; E. Sessa, “Architettura come opera d’arte in tutto”. Palermo 1900-1919, in «ARQ 9», dicembre 1992, p. 79; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 18591929, Palermo 2000, pp. 186-188; G. Rizzo, Il nuovo stile di vita della Palermo Borghese e la ricerca di una produzione edilizia di qualità, in C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 351-360. ES

(IX.41)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Progetto definitivo della Nuova Aula per la Camera dei Deputati ed ampliamento del palazzo di Montecitorio Roma 1903-1908 Ernesto Basile Alzato e profilo della cimasa delle tribune dell’Aula, 1/5, matita su carta da scenografia, 533x734 mm, (1905), quotato; indicazioni progettuali, intitolazione della tavola a matita (X.50) L’unità archivistica comprende n. 18 unità documentarie con: n. 2 planimetrie generali, n. 2 piante del piano terra, n. 2 studi del prospetto principale, n. 2 prospetto principale, n. 2 prospetti principali parziali, n. 1 prospetto laterale, n. 2 sezioni longitudinali, n. 1 sezione trasversale, n. 1 prospetto dell’avancorpo, n. 1 pianta scalea d’ingresso, n. 2 piante parziali della corte d’onore, n. 2 alzati parziali della corte d’onore, n. 2 sezioni parziali della corte d’onore, n. 1 sezione trasversale dell’Aula, n. 1 sezioni e alzato del coronamento del prospetto, n. 1 alzato di formella decorativa, n.1 proiezione iposcopica del soffitto della Galleria dei Passi Perduti, n. 1 alzato parziale di parete di galleria, n. 1 alzato parziale e sezione di porta, n.1 cimasa delle tribune, n. 1 capitello dell’Aula, n. 1 alzato parziale dell’emiciclo dell’Aula, n. 1 sezione delle gradinate dell’Aula, n. 1 seggio dell’Aula, n. 1 proiezione iposcopica parziale del velario dell’Aula. L’incarico per l’ampliamento del Palazzo di Montecitorio, al fine di sistemarvi la Camera

dei Deputati, fu affidato senza concorso a Basile nel luglio 1902 direttamente dal Ministro dei Lavori Pubblici Nicola Balenzano (1902), quando le sue prime architetture moderniste avevano già riscosso credito nel panorama culturale internazionale. Dopo una lunga stagione di concorsi senza esito dal 1878 al 1897, la scelta del cattedratico innovatore Ernesto Basile è sintomatica del, seppur fugace, possibilismo modernista nella nuova politica dell’immagine del governo progressista di Giuseppe Zanardelli (1901-1903). Basile consegna già nel febbraio 1903 il progetto di massima, lavorando alla stesura definitiva tra il 1905 e il 1908, quando inizieranno i lavori. L’iter progettuale si conclude nel 1918 con gli apparati predisposti per l’inaugurazione dell’Aula, mentre fino al 1927 Basile sarà impegnato nel disegno degli arredi di quasi tutti gli ambienti di rappresentanza (compreso quelli dell’alloggio del Presidente della Camera) e d’uso collettivo (sale di riunione, biblioteca, caffè-ristorante) e degli uffici dirigenziali. L’inizio dei lavori per il Palazzo di Montecitorio coincide con l’avvio dell’ultima lunga stagione modernista di Basile; in essa viene operata una revisione critica degli sperimentalismi precedenti nel tentativo di codificarne modi espressivi e contenuti allo scopo di definire un “ordine moderno” facilmente ripetibile. A partire da una rivisitazione in chiave modernista di dettagli classici e schemi compositivi e tipologici, Basile realizza un sistema organico di relazioni tra elementi compiuti all’interno

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di un impalcato progettuale unitario. Il Palazzo di Montecitorio, l’edificio più rappresentativo del nuovo Stato democratico, è l’occasione per attuare questa formula, messa ulteriormente a punto (seppure a scala ridotta) nel coevo Municipio di Licata (19041907), prova generale di applicazione di un modello palazziale ripreso, senza remore storiciste, dal classicismo italiano. L’ampliamento basiliano consiste in un ampio volume rettangolare innestato nella preesistente fabbrica berniniana dal profilo planimetrico segmentato, che fa da testata d’ingresso all’isolato ora morfologicamente trasfigurato. La connessione tra i due edifici formalmente autonomi, che ne sottolinea la soluzione di continuità senza forti cesure, è affidata all’alto corpo parallelepipedo che ospita la Galleria dei Passi Perduti, denunciata all’esterno da due avancorpi di testata nei prospetti laterali. Fulcro della composizione è l’Aula ad emiciclo a tripla altezza (in corrispondenza con i tre piani principali dell’edificio), il cui primo livello è occupato dalla cavea con le file dei sedili, i due livelli soprastanti ospitano due teorie di tribune, la prima più alta con arcate a pieno centro e semicolonne scanalate, la seconda con trifore architravate. Tra esse un’ampia fascia muraria ospita il fregio pittorico di Giulio Aristide Sartorio sulla storia d’Italia, mentre sulla parete lineare che fronteggia la cavea seguendone lo stesso impaginato è il grande bassorilievo bronzeo di Davide Calandra. L’Aula, la cui veste architettonica interamente in quercia di Slavonia è stata realizzata dalla ditta Ducrot, è illuminata dall’alto da un grande velario realizzato da Giovanni Beltrami, sempre su disegni di Basile. Come sempre quest’ultimo preordina l’operato degli operai, degli artigiani e degli artisti che collaborano con lui: gli scultori Gaetano Geraci, autore degli apparati decorativi interni ed esterni in travertino di Tivoli, e Domenico Trentacoste, che esegue altri gruppi scultorei in travertino

di Subiaco, Antonio Ronconi che realizza i ferri battuti. La regolarità distributiva dell’impianto planimetrico risponde ad una rigida maglia geometrica e modulare, in cui la scelta di limitare al minimo i luoghi di passaggio e di dare luce a tutti gli ambienti perviene ad uno schema quadrangolare compatto con vani perimetrali adiacenti a corridoi e gallerie intorno al cortile dove si trova l’Aula emiciclica. In continuità con lo schema planimetrico, si riferiscono al modello di palazzo italiano anche l’impaginato del fronte principale con le due torri angolari, segno di riconoscibilità urbana e margini della massa volumetrica, e il partito centrale sporgente che in un complesso sistema di piani di arretramento ed avanzamento rende leggibile all’esterno l’impianto distributivo. Rispetto all’originaria soluzione monocromatica con semicolonne su rivestimento in travertino di Tivoli, la proposta definitiva per i prospetti – aspramente criticata da contemporanei e non – determina, forse più di tutte le scelte, il moderno carattere alto-borghese e non retorico dell’edificio, il quale, rifacendosi ad un modello palazziale rinascimentale più che ad una monumentalità classica, meglio voleva rappresentare l’idea virtuosa degli uomini che quotidianamente vi operano per un bene comune. Infatti, Basile sceglie (anche per ragioni di economia) di introdurre nelle elevazioni superiori una sequenza di paraste in travertino su un paramento murario in mattoni rossi, richiamando la bicromia dell’architettura civile pubblica michelangiolesca. Il fronte principale è impostato su un alto basamento bugnato (a cui corrisponde lo sviluppo altimetrico della cavea), comprendente piano seminterrato e piano terra a formare un unico sistema formale e scandito da aperture con archivolto a raggiera e conci mediani eccedenti. Sopra questo si eleva l’ordine gigante con grandi

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aperture trabeate e soprastanti aperture tripartite. La pianificazione puntuale di Basile appare nei disegni in cui tutti i conci sono numerati e quotati e dall’attenzione alle regole percettive adottando le dovute correzioni ottiche nella vista dal basso. Nella progettazione dell’impalcato formale, con i suoi molteplici elementi decorativi ed ordini architettonici, vengono riproposti temi e nomenclature dell’architettura classica (come il capitello corinzio), riformate secondo un sentimento moderno ed ispirate dalle forme della natura, studiate con rigore scientifico e declinate con compassato vitalismo. Nei prospetti laterali adotta lo stesso trattamento del fronte principale eliminando le scansioni verticali che definiscono i campi murari e semplificandone il programma decorativo. Bibliografia T. Sillani, Il nuovo Palazzo del Parlamento italiano, Roma 1914, estratto da «Nuova Antologia», p. 18; Idem, L’Aula del Nuovo

Parlamento, in «Vita d’Arte», VII, XIII, 84, 1914, pp. 265-272; S.Brinton, The new House of Parliament in Rome, in «The Builder», CVIII, March 1915, pp. 243-244; AA. VV., Il Palazzo di Montecitorio, Roma 1967; F. Borsi, Ernesto Basile e il palazzo di Montecitorio, in R. Bossaglia, C. Cresti, C. Savi (a cura di), Situazione degli studi sul Liberty, Atti del Convegno, Salsomaggiore 1974, Firenze s.d. (ma 1977), pp. 160-166; P. Portoghesi, Roma, ampliamento del palazzo di Montecitorio e costruzione della nuova aula per la Camera dei Deputati, 1902-1927, in Ernesto Basile Architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 112-129; AA. VV., L’Aula di Montecitorio. Basile, Sartorio, Calandra, Milano 1986; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Ernesto Basile a Montecitorio e i disegni restaurati della Dotazione Basile, Palermo 2000; R. C. Mazzantini, P. Portoghesi (a cura di), Palazzo Montecitorio: il palazzo liberty, Milano 2009.

CA

(X.50)

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Casa Basile via Siracusa, Palermo 1903-1904 Ernesto Basile Alzato del prospetto su via Siracusa, 1/100, china su carta da lucido, 437x325 mm, (1903), siglato E.B., s.t.; indicazioni toponomastiche, matita e china. Logo dell’architetto a china su carta da lucido, 63x106 mm, incollata nell’angolo inferiore sinistro. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3179 (IX.39) Studi dell’impianto planimetrico del piano rialzato e del prospetto su via Siracusa, (1/200), matita su carta Fabriano, 388x272 mm, (1903), s.t.; conteggi, indicazioni toponomastiche, indicazioni progettuali a matita. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3177 (IX.42) Studio del portale d’ingresso, china su carta Fabriano, 328x225 mm, (1903), s.t.; schizzi al margine superiore a china. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3182 (IX.43) Schizzo prospettico, china su carta Fabriano, 224x326 mm, (1903), s.t. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3185 (IX.44) L’unità archivistica comprende n. 14 unità documentarie con: n. 5 studi del piano rialzato, n. 1 studio del primo piano, n. 1 studio del prospetto su via Siracusa, n. 2 studi del portale e delle aperture, n. 1 schizzo prospettico, n. 1 pianta del piano rialzato, n. 1 prospetto su via Siracusa, n.

1 prospetto su via Villafranca, n. 1 alzato del portone, n. 2 mattonelle con numero civico. A partire dalla primavera del 1903, nel mese di giugno, Ernesto Basile inizia a progettare la propria casa-studio, in seguito all’acquisto di un lotto di forma rettangolare nel nascente quartiere Villafranca. L’uno agosto dello stesso anno viene presentato al comune il progetto definitivo, con approvazione in soli nove giorni da parte della Commissione Edile, dando avvio ai lavori di costruzione dell’immobile che termineranno nel 1904. Già nelle prime ipotesi progettuali di casa Basile, anche conosciuta come villino Ida, in omaggio alla moglie Ida Negrini, è evidente la volontà di abbandonare la consueta tipologia di dimora borghese aulica unifamiliare su più piani e perimetrata da giardino, che caratterizzava i nuovi quartieri della città, pervenendo alla scelta di una residenza su due piani più uno seminterrato non solamente destinato ad ambienti di servizio. Altro elemento di distinzione di questo progetto è la scelta di non inserire il fabbricato al centro del lotto, evitando che l’area libera diventi semplice spazio perimetrale alla costruzione, ma di porre l’edificio su due lati contigui al lotto delimitando il perimetro dei due fronti stradali, dando così continuità al muro di cinta come se fosse un proseguimento del fabbricato. Lo spigolo esterno dell’impianto, posto tra le vie Villafranca e Siracusa (con il fronte su quest’ultima in continuità con un corpo più basso per l’ingresso all’abitazione), è senza dubbio elemento

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distintivo dell’isolato. Rimarcata dal balcone d’angolo con il suo raffinato piantale in ferro battuto, motivo di innegabile richiamo cinquecentesco, la soluzione d’angolo diviene fulcro dell’intera costruzione; da essa si dipartono in direzioni opposte le ali esterne dell’edificio, il tutto sottolineato dall’elegante semplicità del bianco degli intonaci, e dalla sapiente dosatura degli inserti delle piastrelle policrome. Il nucleo sul quale si impronta l’intera progettazione si discosta molto dalla tradizionale impostazione compositiva planimetrica utilizzata per i villini, la cui distribuzione degli ambienti avveniva intorno ad una grande hall centrale a doppia altezza, su cui si affacciava il ballatoio di accesso alle camere della zona notte; inoltre l’accesso al giardino avveniva dal varco finestrato della hall centrale, attraverso un vestibolo. Al contrario, nella distribuzione di casa Basile, riveste grande importanza l’androne d’ingresso, dall’innegabile aura mediterranea, che funge da filtro tra la parte esterna e la calma domestica dell’interno, lasciando scorgere il giardino, che acquista un profondo sapore intimo. Il passaggio dalla dimensione pubblica a quella privata è esaltato, nel suo valore di soglia significante, dal pannello decorativo in mosaico (con l’iscrizione Dispar et unum, 1904) posto in cima al portone d’ingresso, che in modo ancestrale richiama alla memoria del visitatore l’archetipo di varco. Dall’androne si dipartono due scale, una che porta al piano rialzato destinato alla dimensione domestica dell’abitazione e a quella pubblica dello studio professionale (ripartito in biblioteca e atelier per la progettazione), ed un’altra che conduce nel seminterrato dove era l’archivio dello studio soprastante, otre agli ambienti di servizio della residenza, serviti da scala secondaria. All’interno del piano rialzato gli ambienti destinati a camera da pranzo, rappresentanza e servizi vari, rivelano un’inaspettata semplicità, snodandosi sui lati della L formata dal corridoio e dal vano

scala, che conduce al piano superiore, dove si trovano le camere da letto con servizi e salottini di pertinenza. Basile curerà fin nei minimi dettagli gli apparati decorativi degli interni, che palesano la stessa scelta di chiarezza e rigore dell’esterno, in cui tutti gli elementi, come le decorazioni delle piastrelle, la svastica augurale inscritta in un quadrato per la pavimentazione della camera da pranzo, il motivo della lucertola che decora il soffitto della camera degli ospiti, ed altri elementi puntuali sembrano rimandare ad un mondo lontano e simbolico in cui la casa diviene un rifugio onirico. Negli stessi anni anche il villino Fassini e il progetto del villino Monroy sono accomunati a casa Basile per alcune scelte progettuali scevre da velleità rappresentative; fra queste il comune denominatore è certamente il semplice impaginato dei prospetti, risolti con l’utilizzo dell’intonaco liscio e quindi definitivamente emancipati dalla prassi storicista del paramento lapideo imitativo, tanto da essere denominate le “ville bianche”. Questi tre progetti, con il loro rigore modernista, sembrano dare avvio ad una svolta nel linguaggio di Basile, che purtroppo non vedrà seguito se non in sporadici episodi, rendendoli unici. Così ideata agli inizi del Novecento casa Basile assurge al ruolo di pietra miliare per la cultura architettonica italiana dell’epoca, che grazie ad essa riduce, sia pure eccezionalmente, il ritardo allora in atto con le più avanzate tendenze del modernismo internazionale. Bibliografia Villino Basile in Palermo, arch. Ernesto Basile, in «Memorie di Architettura Pratica», II, I, 1910, p. 3, tavv. I, II; S. Caronia Roberti, Ernesto Basile e cinquant’anni di architettura in Sicilia, Palermo 1935, pp. 42, 52; G. Pirrone, Architettura del XX secolo in Italia: Palermo, Genova 1971, pp. 68-69; P. Portoghesi, Palermo, villino Basile, 1903, in Ernesto Basile architetto, catalogo della

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mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 158-173; G.Pirrone, Villino Basile, Palermo, Roma 1981; E. Bairati, D. Riva, Il Liberty in Italia, Roma-Bari 1985, pp. 134141; R. Bossaglia (a cura di), Archivi del Liberty italiano. Architettura, Milano 1987, pp. 497-498; G. Pirrone, Il villino Ida, in G. Pirrone, Palermo, una capitale. Dal Settecento al Liberty, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, pp. 148-157; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di Architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 202-206; A. Cornoldi, Le case degli architetti. Dizionario privato dal Rinascimento ad oggi, Venezia 2001, pp. 62-64; E. Sessa, Ernesto Basile.

Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 253-272; C. Zanlungo, Ernesto Basile. 1857-1932, in G. Postiglione (a cura di), 100. One Hundred houses for one hundred european architects of the twentieth century, Köln 2004, pp. 36-39; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et unum. 1904-2004. I cento anni del Villino Basile, Palermo 2006; E. Sessa, Itinerario III. Una piccola capitale dell’Art Nouveau, Palermo, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro, (a cura di) Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 29-32; M. Iannello, G. Scolaro, Palermo. Guida all’architettura del ‘900, Palermo 2009, pp. 28-30.

VL

(IX.39)

(IX.42)

(IX.43)

(IX.44)

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Cappella per il culto per Monsignor Di Bella 1904 Ernesto Basile Schizzo del fronte principale, china su carta, 132x137 mm, (1904), s.t. (VII.28.3) Schizzo del fronte principale, china su carta, 91x137 mm, (1904), s.t. (VII.28.4) Incollati su controfondo di cartoncino, 900x1268 mm (con i numeri VII.28.1., VII.28.2., VII.28.5., VII.28.6., VII.28.7.). Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. illeggibile. L’unità archivistica comprende n. 3 unità documentarie con: n. 2 schizzi di prospetto, n. 1 pianta, n. 1 prospetto, n. 2 sezioni. Nel 1904 Ernesto Basile progetta una cappella ad aula destinata al culto per Monsignor Di Bella. L’aula, alla quale si accede da un protiro chiuso da una recinzione, è provvista di cantoria, dalla quale si raggiunge la torre campanaria, e suddivisa in tre campate con altari da una parte e dall’altra; è conclusa da una zona absidale semiottagonale, circoscritta nel muro d’ambito perimetrale tale che se ne ricavano due ambienti di sacrestia. Il soffitto piano con cornici d’imposta e travetti a vista nasconde la copertura a falde con capriate. La veloce indicazione dell’apparato decorativo delle aperture del protiro, delle cappelle a muro e dei piani della parete interna dell’abside non lascia equivoci sull’adozione di un linguaggio eminentemente modernista con elementi stagliati su fondi di intonaco liscio. All’esterno, l’apparecchio murario viene proporzionato con la consueta precisione da filari di corsi di pietra (ovvero intonaco imitativo) e gli elementi che movimentano la facciata – il protiro, la cantoria,

la torre campanaria – sono contrassegnati da pilastri dalle estremità superiori eccedenti e decorate con motivi floreali a rilievo affioranti dalla muratura. Contraddistingue la facciata a capanna con torre campanaria centrale a loggia, nei diversi schizzi di variante, una grande croce ritagliata nel rivestimento e decorata con foglie di palma. Bibliografia E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 222-223.

VC

(VII.28.3), (VII.28.4)

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Grand Cafè Faraglia piazza Venezia, Roma 1906 Ernesto Basile Pianta con proiezione iposcopica dei soffitti, 1/50, china su carta da lucido, 540x773 mm, (1906), siglato E.B., s.t. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3243 (IX.40) L’unità archivistica comprende n. 6 unità documentarie con: n. 2 piante con proiezione iposcopica dei soffitti, n. 1 particolare architettonico in pianta, n. 3 particolari architettonici in alzato, n. 1 particolare di arredo fisso. Altri documenti si conservano presso l’archivio della famiglia Basile. Realizzato nel 1906 a Roma, il Grand Cafè Faraglia (già in piazza Venezia) è una delle opere esemplificative del successo e del credito, a livello nazionale, conseguito da Basile a ridosso del formalizzarsi della sua ricerca di un “ordine moderno”, successiva alla sua fase modernista di orientamento astilo (1902-04). L’arredo sarà premiato alla prima edizione del concorso annuale per “Nuovi Negozi” concepiti con “artistico buongusto” e “carattere spiccatamente moderno”, istituito nel 1908 dalla Società degli Architetti di Roma (con il sussidio del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio). Questo prestigioso esercizio di ristorazione si sviluppava in tre ambienti principali, più uno secondario; l’arredo consisteva in altrettante configurazioni compositive intonate ad un comune impalcato progettuale e stilistico. Basile riversa nel Faraglia, con opportuna revisione tipologica, l’esperienza oramai

decennale consumata nelle strutturazioni architettoniche degli interni di residenze prestigiose, dove il principio della Gesamtkunstwerk abbinato alla ricerca di unità stilistica doveva assicurare l’identità formale alle varie destinazioni dei singoli spazi architettonici, garantendo al tempo stesso la loro riconoscibilità quali singoli comparti di una stessa dimora. Quello del Faraglia è certo un progetto paradigmatico di questa idea di una compatibile discontinuità virtuale. Basato su un principio aggregativo a telaio, cadenzato in sistemi e sottosistemi e formato da compiuti insiemi di montanti e traversi (che inquadrano fodrine, specchiature e fregi), l’ordinamento delle sale porta avanti la linea compositiva sperimentata con gli arredi fissi della “Stanza da lavoro” in quercia presentata alla esposizione internazionale di Torino del 1902 e messa poi a punto con gli arredi delle mostre “Napoli e Sicilia” alla V e alla VI Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia nel 1903 e nel 1905. Divenuto una “famiglia di forme”, l’impalcato compositivo di questa linea tende a configurare veri registri parietali ed a coinvolgere anche gli altri componenti dell’arredo (la stanza da pranzo di villa Deliella ne aveva rappresentato uno sviluppo piuttosto maturo, in grado di riammagliare mobilia e rivestimenti lignei delle pareti). I montanti primari terminano con apici, sagomati con intagli a motivi vegetali, poco oltre le cimase dei componenti di propria appartenenza, secondo le stesse modalità dei prospetti delle “ville bianche” nonché degli arredi del periodo, a partire dal 1903 (e quindi anche con connotazioni figurali stilizzate, allusive di tensioni strutturali). Allo

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stesso modo, il tipo di sedia elaborato per questi ambienti deriva dai modelli realizzati nel 1904 per la “Stanza da letto” della signorina Giuseppina Cervello e nel 1905 per la “Stanza da letto intaglio papaveri” in acero presentata all’Esposizione di Milano del 1906; essa con la denominazione “Tipo Faraglia” darà il nome ad una serie che, in virtù del suo carattere oggettivo (debitore anche del modello popolare cui Basile aveva fatto riferimento), si dimostrerà alquanto longeva e adattabile, come le sedie in faggio curvato viennesi, a qualsiasi tipologia e valore di arredo. La logica degli ordinamenti degli arredi dei tre grandi ambienti del Faraglia è svelata dalla compatibilità delle costruzioni compositive dei rispettivi soffitti, i cui orditi delle travature sembrano richiami, in proiezioni iposcopiche, dell’organizzazione dei singoli arredi. I compatibili, ma diversificati, caratteri compositivi di questi soffitti riverberano la logica combinatoria della nuova formula di arredo proposta per questa riformata categoria di esercizio commerciale. Il sistema dei soffitti del Grand Cafè Faraglia viene disegnato nel 1906, ma risulta datato 1907 nell’album monografico di disegni di Basile pubblicato a Torino nel 1911 dall’editore C. Crudo & C.; vi figura nella tav. 19, unitamente alle sezioni con gli alzati della parete maggiore della caffetteria e sala da tè con pasticceria e della parete minore con vano di ingresso della sala ristorante. Il Grand Cafè Faraglia, nonostante gli espliciti riferimenti al tradizionale caffé viennese (la cui rilettura critica prodotta da Adolf Loos con il suo Cafè Museum doveva essere nota a Basile), rappresentò l’apogeo della cultura siciliana dell’arredo modernista: Basile aveva stabilito un modello al quale, in Italia, avrebbero fatto riferimento molti altri esercizi della stessa categoria e dello stesso rango; un modello che, essendo declinato in chiave modernista dal tipo tradizionale di bottega del caffé palermitana, proponeva ancora una volta in quegli anni la Sicilia come esportatrice di modi e di forme.

Nella sala ristorante, di maggiore estensione rispetto agli altri ambienti, l’accentuato sviluppo rettangolare è esaltato dal dinamico contrasto tra la ritmica scansione trasversale della travatura e le due fasce laterali, definite da una doppia coppia di travi ad andamento longitudinale, che intercettando le trasversali ritagliano due fasce di cassettonato a riquadri (con composizioni decorative centriche), allusive della disposizione sottostante di arredi fissi e mobili. Nella sala da tè e pasticceria, il soffitto presenta una specchiatura centrale incorniciata da una travatura maggiore a turbina, con terminazioni ammorsate a pseudo bulzoni. Questo sistema primario è raccordato alla cornice del fregio continuo parietale da un cassettonato di componenti quadrangolari, anch’essi con elementi disposti a turbina. Un disegno di soffitto, quindi, allusivo della delimitazione virtuale, a mezzo dei banconi e della cassa (antistanti a vetrine e scaffalature), di uno spazio centrale del salone destinato ai tavolini. L’ambiente d’angolo mediano, infine, è sistemato in modo da esaltare il suo ruolo di cerniera dell’intero complesso di arredi, neutralizzando contemporaneamente la forma pentagonale irregolare, ma simmetrica, della sua pianta e la non ortogonalità degli altri due ambienti. Una doppia corsia diagonale di tre travi, disposta a bisettrice dell’angolo acuto, descrive un cassettonato centrale, scandito da una fitta travatura minore normale alle travi, ed è intercettata da una coppia di travi ad arco di circonferenza. Queste ritagliano una porzione circolare di soffitto, replicando l’andamento circolare della sottostante buvette. A testimoniare il nuovo corso, per Basile, del rapporto fra architettura e arte, nella fascia alta delle pareti della sala ristorante campeggiano, isolate, le vezzose coppie muliebri dipinte da Giovanni Mario Mataloni; rappresentate dal già celebre pittore e illustratore romano con decadente ieraticità liberty e, al tempo stesso, con sensuali sembianze neopompeiane, esse commentano le cadenze speculari primarie del grande ambiente, senza tuttavia instaurare alcun palese rapporto con l’arredo. Pur essendo omologati da corrispondenze

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ritmiche, nel caffè Faraglia i rivestimenti parietali, gli arredi e i soffitti riescono a scongiurare il tenore aulico degli ordinamenti architettonici di interni di grado superiore, costituendo infine una prova di garbata celebrazione della quotidianità, come appunto doveva competere, secondo il “sentire modernista”, ad una sede di relazioni sociali tutto sommato di carattere informale. Bibliografia V. Pica, Il caffè Faraglia a Roma, in «Emporium», XXVII, 157, 1908, pp. 158162; Ernesto Basile, Studi e schizzi, Torino 1911, tav. 19; P. Portoghesi, Roma, caffè

Faraglia (demolito), 1906, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 186189; E. Sessa, Mobili e arredi di Ernesto Basile nella produzione Ducrot, Palermo 1980, pp. 17, 208-209, ill. 122-129; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 232-233; A. M. Ruta, E. Sessa, I caffè storici di Palermo. Dalle origini agli anni Settanta, Palermo 2003, pp. 139-146.

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Palazzo Bruno di Belmonte corso Umberto, Spaccaforno oggi Ispica (Ragusa) 1906 Ernesto Basile Alzato del prospetto laterale, (1\100), china su carta da lucido, 378x567 mm, datato 1906, firmato Ernesto Basile, s.t. (IX.46) L’unità archivistica comprende n. 35 unità documentarie con: n. 3 piante, n. 4 prospetti, n. 2 sezioni della prima versione; n. 5 piante, n. 2 prospetti parziali, n. 1 prospetto generale, n. 1 particolare architettonico esterno in pianta, n. 7 in alzato e n. 1 in sezione, n. 9 particolari architettonici interni in pianta, n. 14 in alzato e n. 16 in sezione della prima variante. Altri disegni si conservano presso l’archivio della famiglia Basile, Palermo. Il Palazzo Bruno di Belmonte ad Ispica, oggi sede del Comune, è l’edificio Liberty più rilevante della provincia di Ragusa. L’opera, risultato di una elaborazione lunga e travagliato, ha nel 1906 la sua fase progettuale più intensa e si colloca all’inizio di una stagione professionale particolarmente impegnativa e, tuttavia, densa di contraddizioni. Ernesto Basile è già una figura di riferimento anche per gran parte dei progettisti e dei decoratori attivi nel territorio ibleo quando nel 1904 riceve l’incarico di progettare la residenza del Senatore Pietro Bruno di Belmonte a Spaccaforno (oggi Ispica). La fabbrica non divenne mai dimora dei committenti a causa del protrarsi del cantiere fino agli anni della Grande Guerra; questo per il carattere particolarmente oneroso dell’opera anche a causa delle ambizioni autorappresentative del senatore che, tra l’altro, muore precocemente poco dopo il decesso dalla moglie Giovanna Modica.

Alla configurazione della fabbrica, sia relativamente all’impianto planimetrico che alla stereometria e alla facies stilistica, concorrono tanto il tipo del palazzo-castello baronale, identificabile nella massiccia ma non bloccata volumetria turrita, quanto quello della moderna residenza borghese, strutturata in comparti di sistemi e sottosistemi di ambienti ordinati per funzioni. L’edificio è costituito da un fabbricato di tre elevazioni con due avancorpi che, nel fronte posteriore, rompono la volumetria unitaria della parte basamentale a conferma di un’organizzazione distributiva più dinamica di quanto non appaia dall’assetto compositivo dei prospetti. Elementi predominanti dell’opera sono sicuramente la torre angolare, l’ampia corte e i due corpi di fabbrica emergenti dell’ala laterale a est. L’iter progettuale è distinto in due versioni. Nella prima Basile continua a perseguire quei sistemi unitari di impaginati di prospetto e di schemi compositivi improntati ad una attualizzata idea classicista di ordinamento architettonico. L’impianto si compone di due parti, per dimensioni quasi equivalenti: una parte in cui si articola l’edificio prospiciente la strada principale, corso Umberto, e un’altra parte retrostante occupata dal giardino con trama speculare di viali ad andamento curvilineo. Lo schema compositivo è impostato su un impianto a croce che definisce quattro blocchi distinti: un primo asse ha origine nell’ingresso sul corso principale e si prolunga fino al giardino retrostante; un secondo asse ha, invece, origine nell’ingresso di via Mazzini e termina con un’ampia scala a tenaglia. I due assi si aprono verso l’esterno tramite due portali dimensionalmente e figurativamente equivalenti tanto da non poter definire quale dei due sia l’ingresso principale. Nella variante progettuale (corrispondente

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all’edificio realizzato) Basile mantiene sostanzialmente inalterato l’impianto dell’ala su corso Umberto ampliando, invece, il rimanente corpo di fabbrica; questo, esteso su quasi metà dell’area originariamente destinata a giardino, è ordinato su un sistema compositivo del tutto diverso dal primitivo con rilevanti ripercussioni sulla configurazione volumetrica. In pianta, allo schema a croce si sovrappone un fulcro centrale che costituisce la corte, intorno alla quale si sviluppano gli ambienti, diversamente dimensionati e ordinati intorno al comparto interno di forma rettangolare composto dai vani dei collegamenti (orizzontali e verticali) e dei relativi vestiboli e ambienti di servizio. Gli alzati dei prospetti, in quanto esenti da articolazioni in partiti architettonici, non subiscono particolari mutazioni compositive rispetto al progetto originario, se non negli impaginati dei due fronti laterali (soprattutto nel caso di quello a est) sensibilmente dilatati; inalterati, se non per alcune profilature e connotazioni figurali, sono i codici architettonici elaborati per il primo progetto. I prospetti principali, ovvero il prospetto su corso Umberto e quello ortogonale su via Mazzini, restituiscono con efficacia il carattere turrito e allo stesso tempo colloquiale di quest’opera. Su un piccolo basamento a ortostati si eleva la fascia basamentale definita con rivestimento isodomo a bugne; le aperture, portale compreso, sono a raggiera bugnata con chiave eccedente. Nei due livelli superiori il bugnato scompare tranne nei cantonali, sostituito da un rivestimento a intonaco che pare essere stato pensato originariamente di colore bianco e realizzato, invece, in colore ocra; le aperture sono rettangolari e allineate fra di loro, delimitate lateralmente da cornici e superiormente da un fregio; eccezion fatta per l’elemento a torre in cui sono presenti delle logge. Nella parte superiore, subito sotto il coronamento continuo ad arcate cieche sono presenti maioliche con motivi floreali. Il tema della torre posta all’angolo dei fronti principali non è nuovo nella produzione di Basile; comparsa già nel progetto di concorso per il Palazzo della Prefettura di Benevento del 1892, questa soluzione era stata ulteriormente esplorata in chiave più innovativa e meno monumentale nel

Villino Fassini del 1903 e nella Casa Basile del 1903–1904. Nel palazzo Bruno la torre, icona di preminenza a scala urbana, ha un ruolo di cerniera compositiva della strutturazione stereometrica della fabbrica in comparti volumetricamente compiuti. Particolarmente curato è inoltre il disegno delle inferriate in ferro battuto dei balconi. Bibliografia P. Portoghesi, Spaccaforno, palazzo Bruno di Belmonte, 1906, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 194-199; G. Pirrone, Il palazzo Bruno di Belmonte a Ispica, Palermo s.d. (ma 1981); E. Rizzo, M.C. Sirchia, Sicilia Liberty, Palermo 1986, pp. 38-40, 151, 231; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859–1929, Palermo 2000, pp. 228232; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 307, 430; P. Nifosì, Il liberty ibleo, in C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 261-274; D. Dainotto, Itinerario X. Un Liberty tra grandioso e popolare; Pozzallo, Ispica, Noto, Avola, Porto Palo di Capo Passero, fascicolo allegato ivi, pp. 4-9.

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Centrale elettrica via Grazia, Caltagirone (Catania) 1907 Ernesto Basile Alzato, sezioni verticale e orizzontale parziale del fronte sulla via Santa Chiara, 1/100, matita su carta Fabriano, 421x733 mm, datato 1-VII-907, firmato E. Basile, quotato; conteggi, denominazione del progetto, indicazioni toponomastiche, schizzi al margine destro a matita. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3260 (IX.47) L’unità archivistica comprende n. 5 unità documentarie con: n. 2 prospetti con sezione orizzontale e verticale; n. 1 prospetto e n. 2 prospetti incollati insieme per l’editore C.Crudo. Sull’area dove sorgeva il Monastero di Santa Chiara fu costruito nel 1907 (ed ultimato nel 1908) l’edificio delle Officine Elettriche, oggi di proprietà comunale. L’incarico per la progettazione della Centrale Elettrica e del suo involucro murario fu conferito ad Ernesto Basile nel 1906 dall’allora sindaco don Luigi Sturzo, ritornando a lavorare a Caltagirone dopo aver fatto parte nel 1893 della Commissione tecnica per l’esame dei progetti di ampliamento della città. Basile definisce i due prospetti dell’edificio differenziandoli tanto nelle aperture che nelle partiture dei piani. La robusta partitura e le ariose aperture del prospetto principale, prospiciente la via Grazia, fanno di questo comparto delle Officine un’esemplare architettura industriale dei primi del XX secolo. La facciata principale presenta tre grandi

finestroni tripartiti ad arco ribassato, incorniciati da fasce verticali e orizzontali con un sistema di pilastri sporgenti impostati sulla fascia che delimita in alto il basamento. Il trattamento delle superfici murarie evidenzia un recupero di elementi tardo-gotici isolani con l’uso di conci di pietra a faccia vista nella zona basamentale. Nel sistema dei sei pilastri che suddividono il fronte in cinque settori, Basile sovverte le regole dell’ordinamento architettonico. Si assiste dunque ad una revisione modernista di dettagli classici e di schemi compositivi di partiti o di interi impaginati prospettici. Alle due estremità del prospetto su via Grazia due pseudo corpi a torre (con coronamenti a loggia tripartita) inquadrati da altrettante coppie di paraste (ravvicinate ma della stessa serie che cadenza l’inpaginato), serrano l’agile composizione tripartita della facciata. Bibliografia P. Portoghesi, Caltagirone, centrale elettrica, 1907, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 208-211; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, pp. 236-237; S. Paparoni, Itinerario IX. Il Modernismo come arte sociale. Siracusa, Canicattini Bagni, Palazzolo Acreide, Caltagirone, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 24-25.

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Nuova sede della Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele II piazza Borsa, oggi piazza Cassa di Risparmio, Palermo 1907-1912 Ernesto Basile Alzato del capitello, 1/2, matita e inchiostro blu su carta da spolvero, 866x1066 mm, (1910 ca.), firmato E. Basile; denominazione del progetto, intitolazione del disegno. Tavola contrassegnata con la lettera T (X.48) Alzato del timpano delle finestre della seconda elevazione del prospetto principale, 1/2, con profili, matita su carta da spolvero, 480x652 mm, (1910 ca.), firmato E. Basile, quotato; denominazione del progetto e intitolazione del disegno a matita (X.52) L’unità archivistica comprende n. 22 unità documentarie con: n. 1 sezione trasversale, n. 4 alzati di particolari architettonici, n. 1 pianta e n. 5 alzati di arredi mobili, n. 1 profilo al vero relativi alla prima versione; n. 5 alzati di particolari architettonici, n. 2 sezioni verticali e n. 1 sezione icnografica relativi alla prima variante; n. 2 piante dell’edificio, n. 5 piante, n. 6 alzati e n. 1 schizzo prospettico di arredi relativi alla seconda variante. Altri elaborati sono conservati presso l’archivio della famiglia Basile. Nel 1887 la Cassa Centrale di Risparmio per le province siciliane acquista parte del convento dell’Immacolata Concezione dei padri Mercedari Scalzi su via dei Cartari per trasferirvi definitivamente la propria sede. Sono però già in atto le trasformazioni del

tessuto urbano che prevedono la demolizione della chiesa dell’Immacolata e di una parte del convento con la creazione di una nuova piazza sulla quale il complesso conventuale si attesta. La necessità della definizione delle quinte della piazza induce l’istituto di credito a incaricare Ernesto Basile nel 1907 di redigere il progetto per un corpo di fabbrica di testata che ne rappresentasse le istanze di “quotidiana modernità” e fosse destinato principalmente al rapporto con il pubblico. A questo si sarebbe attestato il complesso esistente con tutti gli uffici necessari per il suo funzionamento. Esteso lungo tutto il fronte ovest della piazza, l’edificio progettato da Basile ripercorre soluzioni volumetriche e di impaginato utilizzate nell’ampliamento del palazzo di Montecitorio a Roma, ma con un processo di riduzione all’immagine del quotidiano che sia la dimensione dell’edificio che la committenza richiedevano. Inizialmente pensato con cinque campate, invece delle otto realizzate, per il prospetto vengono redatte due diverse varianti, derivate principalmente dall’ampliarsi dell’area disponibile per la realizzazione del corpo di fabbrica sulla nuova piazza (liberata del lato ovest per la realizzazione del taglio del tessuto urbano per la creazione della via Roma). Tuttavia l’idea iniziale, basata sulla modifica di formule già sperimentate da Basile e costituita da un registro compositivo scandito da paraste risvoltate sul paramento murario, oltre che da un piano basamentale continuo, rimane pressoché inalterata; come anche l’artificio di arretrare i cantonali

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d’angolo a favore dell’avanzamento dei partiti che scandiscono l’intero prospetto, tali che l’edificio diviene, al tempo stesso, elemento focale della piazza e “belvedere” sulla via Roma con una sapiente risoluzione del moto di tensione dell’edificio verso la nuova arteria urbana. La pratica delle correzioni ottiche viene applicata da Basile scientificamente a questo moderno impaginato nella considerazione che la veduta dalla piazza antistante possa falsare l’idea progettuale e le dimensioni proporzionali. Tant’è che in uno dei disegni esecutivi, in corrispondenza dell’alzato del cantonale, quale elemento maggiormente soggetto alle deformazioni del quadro visuale, è tracciata la costruzione geometrica del dimensionamento di correzione ottica. È pertanto nella fase esecutiva di realizzazione dell’idea progettuale che avviene il confronto con la materia, risolvibile attraverso l’adozione di quegli artifici necessari alla restituzione armonica delle linee dell’architettura. Nel prospetto, il rapporto tra gli elementi che lo compongono è chiaramente definito: le finestre tripartite dell’ultima elevazione vengono raccordate alle paraste di fondo tramite elementi decorativi che si alternano, nel partito architettonico che inquadra i due ultimi livelli, agli elementi a riquadro che alludono alla base delle paraste, in un gioco di bugne nel quale i repertori del manierismo palermitano sono sostituiti da tralci ed elementi floreali. Il trattamento del rivestimento ad intonaco mostra un piano terra con fasce bugnate continue interrotte dal portone d’ingresso, situato sul margine sinistro, e dalla sequenza ordinata delle grandi finestre ad arco con ghiera bugnata eccedente nei tre conci di chiave e con stipiti rilevati. Lo zoccolo sottostante è disegnato con calcolati riquadri irregolari che sottolineano di rimando le partiture interne al vano finestra; i cantonali oltre la risega di prospetto hanno bugne

d’angolo maggiormente rilevate e in tutta la composizione è riservata una grande attenzione alla lettura delle modanature e dei risalti del paramento murario. Una larga fascia con cornici costituisce la soluzione di continuità con il soprastante volume di due piani, scandito dalle paraste a tutta altezza con capitelli, variati in corrispondenza delle due paraste esterne di dimensione maggiore; le paraste inquadrano ciascuna apertura delle due elevazioni in un unico campo murario e sono raccordate con gli stipiti dei vani (porta finestra del piano con i saloni e finestra tripartita del piano degli uffici superiore) per mezzo di singole bugne scultoree a cornice. Il muro d’attico riporta, nei riquadri con targhe, le scansioni delle aperture sottostanti ed è delimitato dagli acroteri dei cantonali. La decorazione terminale delle paraste emula alla perfezione il capitello, anzi essa offre una ennesima sostituzione/ trasformazione della foglia d’acanto e di tutti gli elementi del capitello classico. Per il rinnovamento dei repertori canonici ai fini dell’espressione architettonica “moderna” Basile attua infatti, sul modello compositivo del capitello corinzio, la rimozione degli elementi costitutivi in modo completo: ai caulicoli vengono sostituiti due rami che ripercorrendo l’andamento dal basso verso l’alto e piegandosi verso gli angoli terminano sotto l’echino con una ricca fronda di foglie assimilabili a quelle del ligustro; il collarino al di sotto è modificato in un nastro orizzontale al quale sono annodati i rami ascendenti; un simbolico salvadanaio prende il posto del fiore fra le volute dei caulicoli; l’echino superiore conserva i propri caratteri, ma all’appoggio è dotato di astragali. Le fronde fuoriescono dallo spigolo della parasta e incontrano le corrispondenti della porzione laterale, dando alla composizione il significato di elemento di coronamento e al tempo stesso di simbolico appoggio dell’architrave superiore. Sebbene il riconoscimento delle parti costitutive

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e del capitello stesso abbia carattere indicativo, tuttavia è evidente l’intento della proposizione di un nuovo ordine adatto al tema del risparmio e dell’economia, manifestati aggiungendo alla composizione l’insegna dell’istituto (un cartiglio circolare con il monogramma sospeso con le code dei nastri orizzontali) e l’emblema del risparmio (il salvadanaio, anch’esso trattenuto dai nastri). Si ha qui un esempio di rivisitazione simbolica della forma, dove il ritorno al vero detta un’ispirazione che trova nella natura un modello regolato da una legge razionale e permette di reinventare in forme naturali capitelli, festoni e fregi decorativi, inserendovi a volte anche la foglia d’acanto, recuperata a dignità di natura. Si tratta per Basile, anche in questo caso, del costante esame critico del linguaggio classico dal quale poter ottenere la molteplicità dell’espressione ma, al tempo stesso, continuare la “ricerca di nuove forme e di nuove composizioni, adattate ai bisogni di una nuova civiltà”. Ciò è evidente nel trattamento degli interni, in particolare della Sala delle casse nella quale Basile sposa, alla ricchezza dei ferri battuti, la stringatezza e la scansione ritmica del banco di cassa e delle partiture di porte e finestre, creando un’atmosfera consona a un luogo pubblico. La collocazione, nella sala del consiglio, dei tondi sopraporta dipinti da Ettore De Maria Bergler (Industria e Commercio, Beneficenza e Risparmio, Abbondanza e Parsimonia) denuncia la composta adesione basiliana a un armonico accordo scaturito dall’esatto

rapporto fra le produzioni delle varie arti. In questa sala come in quella delle casse, interamente progettate da Basile anche negli arredi fissi e in quelli mobili, l’invenzione decorativa viene adattata, con la consueta versatilità, alla scala architettonico-scultorea e a quella del design. Bibliografia E. Basile, Architettura. Dei suoi principi e del suo rinnovamento, ms., Roma 1882, edito a cura di A. Catalano e G. Lo Jacono, Palermo 1981; La Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele per le Provincie Siciliane in Palermo, in «Rivista Industriale, Commerciale e Agricola della Sicilia», Milano 1903; G. Pirrone, Architetture del XX secolo in Italia. Palermo, Genova 1971; P. Portoghesi, Palermo, palazzo della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele, 1907-1912, in Ernesto Basile architetto, catalogo della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 212-219; E. Mauro, Una nuova sede per il risparmio, in G. Pirrone, Palermo, una capitale, con testi di E. Mauro ed E. Sessa, Milano 1989, pp. 198-199; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo e d Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, pp. 237-242; N. Donato, I progetti di Ernesto Basile per le sedi della Cassa di Risparmio di Palermo e Messina: una svolta ideologica, in «Lexicon», 8, 2009, pp. 45-54.

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Monumento Commemorativo del 27 Maggio 1860 piazza Vittorio Veneto, Palermo 1909 Ernesto Basile Fregio, china su carta da lucido, 350x234 mm, controfondo di cartoncino 350x234 mm, (1909), siglato E.B., s.t. (X.51). L’unità archivistica comprende n. 12 unità documentarie con: n. 1 studio di alzato, n. 1 studio delle proporzioni dell’alzato, n. 1 pianta, n. 2 alzati, n. 1 prospettiva, n. 1 alzato lettere capitali, n. 1 alzato del coronamento dei pilastri, n. 3 fregio dell’obelisco, n. 1 coronamento dell’obelisco. Il monumento del 27 maggio 1860 a Palermo fu commissionato nel 1909 dall’Amministrazione Comunale per ricordare la grande battaglia in cui Giuseppe Garibaldi guidò il contingente di volontari e le formazioni di picciotti, oltre che i rivoluzionari liberali palermitani, alla liberazione della capitale dell’isola e del resto della Sicilia dal dominio borbonico. Ci vollero diversi incontri prima che la municipalità affidasse questo progetto. Uno degli argomenti più discussi fu la collocazione del monumento. In principio si pensò di erigere tale monumento proprio dove avvennero i fatti di cui si voleva far memoria; ma si optò alla fine, nell’intento di dare più lustro al monumento, per posizionarlo al centro di una piazza circolare, a far da sfondo a una delle passeggiate più belle ed eleganti di Palermo, via Libertà. Il progetto fu affidato ad Ernesto Basile che fu affiancato, per le sculture in bronzo, dallo

scultore Antonio Ugo, anch’egli artista che godeva di grande prestigio. Il monumento che Basile realizza è la fusione di due tipologie, l’obelisco e la stele, con cui si era già confrontato in realizzazioni e in progetti precedenti. In quest’opera Basile declina in chiave monumentale il nuovo codice architettonico della sua revisione di impronta accademica del modernismo. L’utilizzo di una muratura a vista conferisce al monumento una solidità regale, che si percepisce già dai pilastri laterali che inquadrano il fronte murario centrale, ove sono esposti gli altorilievi scultorei, di Ugo. Alla sommità di ognuno dei pilastri laterali troviamo un motivo decorativo scolpito da Gaetano Geraci (che si occupò di eseguire tutte le modellazioni decorative murarie del Monumento) che raffigura una ghirlanda di foglie intrecciate legata da una composizione di nastri che scendono da un cartiglio contenente la scritta 1860, a ricordare la data in cui avvennero i fatti; tale motivo trova collocazione proprio sotto la cornice che corona il pilastro. Al centro del monumento è collocato il gruppo in bronzo che rappresenta la Sicilia che riabbraccia la Madre Patria. La statua posta alla sommità di una scalinata piramidale vede rappresentata l’Italia come una donna dai lineamenti regali, sguardo fiero e lontano, che al suo fianco ritrova l’abbraccio dell’amata Sicilia. Ai fianchi due pannelli in bronzo raffigurano “La Battaglia” a sinistra e “Il Trionfo” a destra della statua “La Sicilia si unisce alla Madre Patria”. Al di sopra della stele, si innalza l’obelisco,

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che raggiunge un’altezza di 28,60 metri, anch’esso decorato con sculture scolpite nella pietra, come il motivo alla base dell’obelisco, dove troviamo rappresentato un festone di foglie di alloro, legato con nastri che si estendono ai lati a formare dei fiocchi, che si annodano all’estremità di due palmette. Nella parte alta dell’obelisco è scolpita una ghirlanda di alloro, legata superiormente con dei nastri a una composizione floreale di rametti e foglie di alloro che viene riprodotta in tutte e quattro le facce. L’opera venne terminata il 25 maggio 1910, in tempo per l’inaugurazione del cinquantenario, ma senza la vittoria alata di Mario Rutelli, che venne collocata successivamente. Il monumento del 27 maggio 1860 viene rinominato nel periodo fascista e dedicato ai caduti delle guerre di indipendenza e della

prima guerra mondiale, dopo di che nel 1928 Basile progetta il gelido, anche se elegante, colonnato semicircolare che abbraccia il monumento. Bibliografia «L’Architettura Italiana», V, 1909-1910; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile I disegni restaurati della Dotazione Basile. 1859-1929, Palermo 2000, pp 251-253; G. Blandi, Il Monumento alla Libertà e ai Caduti, Palermo 2002; E. Sessa, Itinerario III. Una piccola capitale dell’Art Nouveau. Palermo, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, p 36-37.

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Casa unifamiliare 1911 ca. Ernesto Basile Prospetto, 1/50, china su carta da lucido, mm. 308x295, (1911 ca.), siglato E. B., s.t. Scala metrica a china su carta da lucido incollata nel margine inferiore (X.49.2). Incollato su controfondo di cartoncino, 1092x708 mm (con i numeri X.49.1., X.49.3., X.49.4, X.49.5.). Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3373. L’unità archivistica comprende n. 1 unità documentaria con n. 1 prospetto. L’edificio progettato da Ernesto Basile verosimilmente intorno al 1911, non è mai stato realizzato, né è risultato possibile stabilire quale la committenza o quale la località per la quale fu pensato. L’unico disegno conosciuto rappresenta la facciata principale, preceduta da un ballatoio d’ingresso, rialzato di quattro gradini rispetto al piano d’imposta e perimetrato da una balaustra. Al di sopra dello zoccolo, con rivestimento a grossi conci squadrati, la facciata viene differenziata orizzontalmente in tre settori: il basamento con bugne a cuscino, la parte mediana rivestita con intonaco liscio che ricopre una parte della prima elevazione ed interamente la seconda (e ritmata dalle aperture delle finestre e della porta) ed infine il coronamento con un fregio decorato a motivi floreali geometrici ed una cornice sporgente con mensole dal profilo ad ovolo dritto. Piatte fasce orizzontali collegano le aperture e ritmano la facciata secondo un disegno già

riproposto per villa Manganelli a Catania del 1907. In alto, l’edificio presenta un tetto a padiglione con le falde aggettanti per ogni fronte. Bibliografia E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, p. 255.

AV

(X.49.2)

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Schede

Cappella Di Giorgi Cimitero di Santa Maria di Gesù, Palermo, 1912 Ernesto Basile Pianta, prospetto principale, sezione longitudinale, 1/50, matita e china su carta da lucido, 415x395 mm, (1912), firmato E. Basile; denominazione del progetto e intitolazione dei disegni a china (X.49.4). Incollato su controfondo di cartoncino, 1092x708 mm (con i numeri X.49.1., X.49.2., X.49.3., X.49.5.). Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3373. L’unità archivistica comprende n 3 unità documentarie con: n. 2 piante, n. 1 pianta parziale, n. 3 prospetti, n. 2 sezioni. La cappella gentilizia Di Giorgi fu progettata da Ernesto Basile per la famiglia del generale Di Giorgi (1867-1932), politico italiano e ministro della guerra che sposa a Palermo nel 1922 Norina Whitaker (nata nel 1884). È proprio la parentela con l’illuminata famiglia Whitaker (imprenditori del vino Marsala) che porta il generale Di Giorgi a rivolgersi ad Ernesto Basile per la progettazione dell’ultima dimora della sua famiglia. Il progetto delle cappella Di Giorgi è del 1912; essa rientra in quel periodo della tarda Belle Époque durante il quale Basile matura definitivamente quel processo di revisione critica del modernismo che lo porta a declinarne i formulari in chiave classicista. È in questa logica che, relativamente all’architettura funeraria, Basile aveva operato anche nella fase di transizione che

precede la sua prima stagione modernista. Diverse sono le cappelle gentilizie che Basile progetta prima della cappella Di Giorgi; fra queste la cappella Nicosia del 1898 presenta un assetto convenzionale con tre fronti uguali e anche richiami all’architettura romanica con alquanti accenni a motivi rinascimentali. Si la cappella Nicosia che quella, successiva e più aulica, della famiglia Lanza di Scalea presentano un impianto planimetrico risultante dalla sovrapposizione della croce al quadrato: modello, questo , ampiamente consolidato a Palermo e in Sicilia, reinterpretato in chiave “moderna” da Ernesto Basile e presente nel progetto della Cappella Di Giorgi. In alzato la cappella Di Giorgi si presenta del tipo a capanna, come anche la facciata della cappella Guarnaschelli, con pseudoprotiro rialzato su crepidoma a tre gradini. Lateralmente al portale fino all’imposta dell’arco a tutto sesto presenta due semicolonne addossate a pilastri d’anta. Il trattamento a bugnato della fascia basamentale si alleggerisce verso l’alto, dove poi il bugnato lascia il posto ad un trattamento a conci rasi. L’intero fronte della cappella presenta cornici che corrono lungo le falde per poi scendere in basso lungo parte dei fianchi del prospetto. Il 1912 è l’anno in cui Basile progetta anche il Palazzo delle Assicurazioni Generali di Venezia in via Roma, l’Eden Teatro Biondo in piazza Verdi ( non realizzato), l’ampliamento sul fronte di via Villafranca della casa Basile in via Siracusa, tutti a Palermo, e il teatro di prosa per i fratelli Biondo a Messina (mai

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realizzato). Ed è anche, e soprattutto, del 1912 il completamento della nuova sede della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele di Palermo in piazza Borsa, oggi piazza Cassa di Risparmio, dove Basile dopo un non facile iter progettuale approda al vero e proprio modello di architettura modernista con un riformato codice di elementi architettonici classici.

Bibliografia E. Mauro, E. Sessa (a cura di) Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, p. 259.

PT

(X.49.4)

278


Schede

Ampliamento della filiale della Cassa di Risparmio via Garibaldi, Trapani 1918-1919 Ernesto Basile

Prospetto su via Garibaldi, 1/100, china su carta da lucido, 366x680 mm, datato 1919, siglato E. B., firmato Ernesto Basile, architetto (X.49.1). Incollato su controfondo di cartoncino, 1092x708 mm (con i numeri X.49.2., X.49.3., X.49.4, X.49.5.). Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3373. L’unità archivistica comprende n. 5 unità documentarie con: n.1 pianta parziale, n. 2 prospetti, n.4 prospetti della Sala per il pubblico, n.2 prospetti parziali. Ernesto Basile viene chiamato a Trapani tra il 1918 e il 1919 per un progetto di modifiche alla filiale della Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele, ente per il quale aveva già progettato e realizzato con successo la sede palermitana (1907). Si tratta di un intervento di ristrutturazione e adattamento necessario alle rinnovate esigenze funzionali del palazzo del Marchese Fardella (sec. XVIII) inserito nella cortina ria continua di via Garibaldi. Per rispettare la preesistenza Basile organizza un impianto con un nucleo principale impostato sull’asse passante per l’ingresso e la corte riutilizzata come sala per il pubblico, che pone come asse di simmetria per la composizione– ed uno secondario adiacente. Questo impianto si riflette all’esterno con una struttura formale che risolve la necessaria irregolarità con un cadenzato impaginato simmetrico per il nucleo principale, scandito da cinque aperture, a cui affianca la restante porzione rinserrandola tra cantonali bugnati

che definiscono un campo murario autonomo seppur assonante anche dal punto di vista della caratterizzazione formale, con aperture “semplificate”. Ancora una volta viene qui applicata, con un risultato sobrio e contenuto, la formula del prospetto palazziale unitario, inquadrato da un alto basamento, cantonali e fascia di coronamento: sopra un basamento in travertino la superficie è trattata ad intonaco con effetto bugnato, che al piano terra è continuo, mentre al primo piano è limitato ai cantonali e alle cornici delle aperture. La fascia marcapiano che intercetta le mensole dei balconi e la linea parallela impostata alla quota del passamano della ringhiera, insieme alla cornice di coronamento a dentelli accentuano il prevalere di una composizione orizzontale. È in certi dettagli che si palesa in maniera più libera la rivisitazione “moderna” di elementi aggettivanti all’interno di una configurazione complessivamente “accademica” nell’applicazione dei modelli: in particolare, nel motivo a ricciolo delle mensole dei balconi, elemento di autocitazione del repertorio basiliano, apparso due anni prima nel chiosco Ribaudo a Palermo, sebbene qui venga estratto dal suo contesto per esprimere, sotto un aspetto puramente decorativo, le potenzialità creative del cemento, conferendo qualità formale alla composizione senza necessariamente cedere a virtuosismi grafici che sarebbero stati in dissonanza con la volontà di rappresentare la solidità e il decoro che l’edificio richiede. La Cassa di Risparmio di Trapani segna

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l’inizio della verifica dell’impossibilità di applicazione di un “ordine moderno” altrove codificato (palazzo di Montecitorio a Roma, Cassa di Risparmio di Palermo), in quanto la contrazione dei contenuti progettuali e il conseguente impoverimento dell’architettura quale sintesi organica fra ogni elemento e il tutto a favore di una definita e misurata regola, sicura e ripetibile, rappresentano ultimamente un esito in contraddizione con l’iniziale intento di proporre sistemi formali di qualità.

della mostra della Biennale di Venezia, Venezia 1980, pp. 246-247; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al Modernismo, Palermo 2002, pp. 352-353; C. Asaro, Itinerario VI. Un distretto produttivo di frontiera. Trapani, Valderice, Erice, Marsala, Favignana, Mazara del Vallo, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e architettura liberty in Sicilia, Palermo 2008, pp. 6-7.

CA

Bibliografia P. Portoghesi, Trapani, Cassa di Risparmio, 1918, in Ernesto Basile architetto, catalogo

(X.49.1)

280


Schede

Palazzo Ajroldi-Rutelli via Roma, Palermo 1921 Ernesto Basile Prospetto principale, 1/100, matita e china su carta da lucido, 410x289 mm, datato 1921; denominazione del disegno a china (X.49.5). Incollato su controfondo di cartoncino, 1092x708 mm (con i numeri X.49.1., X.49.2., X.49.3., X.49.4.). Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3373. L’unità archivistica comprende n. 18 unità documentarie con: n.4 piante, n.1 prospetto, n.1 sezione relativi alla prima versione; n.1 pianta, n.1 prospetto, n.1 prospettiva, n.2 particolari architettonici in alzato, n. 1 arredo fisso in pianta, n.2 arredi fissi in alzato, n.10 particolari costruttivi in pianta, n. 12 particolari costruttivi in sezione, n.1 tavola con sezioni icnografiche ed alzati di arredi fissi relativi alla prima variante. L’edificio si attesta su via Roma, arteria di nuova costruzione frutto del progetto di risanamento della città redatto da Felice Giarrusso, 1885-86. La realizzazione della casa da pigione Rutelli, che apre il decennio finale dell’attività progettuale di Ernesto Basile, coincide con la costruzione dell’ultimo tratto di via Roma. Dopo le esperienze progettuali di Basile sulla tipologia residenziale pluriplano, il cui prodotto saranno le case Utveggio di inizio Novecento, nel 1920 progetta la prima casa Rutelli, tra via Lolli e via G.B. Caruso, e nel 1921 la seconda casa Rutelli, su un lotto

d’angolo tra la via Roma e la via Gorizia. Il palazzo risponde alla logica dell’innovazione di cantiere che si andava delineando nella produzione edilizia di via Roma. Dalla costruzione della fabbrica in struttura mista, dal 1920 in poi si parlerà di vere e proprie costruzioni in cemento armato. Proprio nelle sue opere più tarde, per le strutture in cemento armato, Ernesto Basile abbandona i partiti floreali e fitomorfi a favore di orditure e nervature architettoniche lineari. L’edificio si sviluppa per sei elevazioni fuori terra e insiste su un lotto trapezoidale, con un lato corto su via Roma e il fronte principale su via Gorizia. Basile sviluppa nella progettazione della pianta, cosi come dei prospetti, l’intento di costruire un complesso organico, frutto di uno studio di relazioni tra l’elemento singolo e l’insieme architettonico. L’elemento ordinatore su cui si imposta la pianta è la strutturazione degli ambienti lungo due direttrici che individuano una doppia assialità; ordine su cui si imposta l’impianto planimetrico e il disegno del prospetto. Secondo questa logica i vari ambienti verranno organizzati attorno ad un nucleo centrale, il vano scala, che diventa baricentro dei due assi, fissati idealmente in corrispondenza delle aperture centrali sui fronti di via Roma e via Gorizia. Il prospetto principale su via Gorizia, su cui si apre il portone di ingresso, presenta sette aperture, mentre il fronte minore di via Roma, presenta solo tre aperture per piano. Lo studio che Basile fa del prospetto è una riproposizione delle logiche decorative e

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citazioni dei precedenti progetti, che vengono riadattate alla tipologia e alla forma del palazzo pluriplano; cambia il cantiere, cambia la tipologia, ma Basile nella sua produzione cerca di riproporre la stessa qualità delle sue precedenti esperienze. Il linguaggio adottato per questo edificio condominiale parte da una riedizione essenziale di alcuni elementi compositivi: la fascia basamentale bugnata, che si prolunga fino al piano di imposta della seconda elevazione per non rompere la continuità della logica decorativa, la fascia raccordata dai conci d’angolo, che avvolge il palazzo su ogni lato. Le aperture della seconda elevazione, si inseriscono all’interno di un partito decorativo che costituisce un unico insieme con il paramento basamentale; la decorazione a cantonali bugnati, che incornicia le aperture, si unisce con il piano di imposta dei balconi superiori. Le aperture dalla terza elevazione individuano un sistema di balconi che si ripete solo nella fascia centrale verticale dell’intero prospetto esclusa l’ultima elevazione che fa parte del sistema di coronamento concluso con il cornicione. I balconi con parapetto in ferro battuto, come la ringhiera delle scale, si impostano su mensole centrali che formano un unico elemento decorativo con la chiave della mostra sottostante. I balconi si attestano, nel caso del fronte su via Gorizia, solo lungo l’asse di simmetria verticale del prospetto, mentre nel fronte su via Roma, questi sono disposti in tutte le aperture della terza elevazione e lungo l’asse centrale per i piani successivi, escluse le aperture dell’ultima elevazione le cui mostre vengono incorporate nella decorazioni divenendo un tutt’uno con la fascia di coronamento. Il palazzo, è concluso da una copertura a padiglione che si imposta sulla cornice d’attico leggermente sporgente dal filo del prospetto.

Bibliografia M.E. Baldi, Cultura urbanistica e rinascita della città, parte II, La città antica di Palermo e gli obiettivi della sua rinascita, quaderno n. 13, Istituto di Urbanistica e Pianificazione Territoriale della Facoltà di Architettura di Palermo, 1983; M. Giorgianni, Il taglio di via Roma, Palermo 2000; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 18591929, Palermo 2000, pp. 267-268; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’Eclettismo classicista al modernismo, Palermo 2002, pp. 350, 351, 355-357; V. Bonura, Costruire nel segno della qualità, l’industria edilizia a Palermo 18741939, tesi di laurea, Facoltà di Architettura, Università degli studi di Palermo, a.a. 20062007, rel. E. Sessa; A. Chirco, M. Di Liberto, Via Roma: la “strada nuova” del Novecento, Palermo 2008, p. 57.

VB

(X.49.5)

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Schede

Filiale della Cassa Centrale di Risparmio corso Garibaldi, Messina 1925-1928 Ernesto Basile Prospetto sulla via dei Verdi, 1/100, matita e china su carta da lucido, 305x384 mm, (1925 ca.), siglato E.B.; denominazione del progetto, intitolazione della tavola, scala metrica e firma Ernesto Basile, architetto a matita e china su carta da lucido, 47x179 mm, incollata nell’angolo inferiore destro (X.49.3). Incollato su controfondo di cartoncino, 1092x708 mm (con i numeri X.49.1, X.49.2, X.49.4, X.49.5). Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3373. L’unità archivistica comprende n. 67 unità documentarie con: n. 18 piante, n. 7 prospetti, n. 3 sezioni, n. 1 pianta e sezione di particolare architettonico interno; n. 1 pianta, n.5 alzati e n. 4 sezioni di particolari architettonici esterni; n. 1 pianta e alzato di un arredo fisso; n. 50 piante, n. 99 alzati, n. 2 sezioni e n. 1 schizzo assonometrico relativi ad arredi mobili, n. 2 alzati relativi alla prima soluzione. Il progetto della nuova filiale della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele II di Messina del 1925 fa parte di quel filone progettuale di Ernesto Basile che abbandona le «remore tradizionaliste grazie all’elaborazione di un sistema di relazioni fra gli elementi architettonici che prevede la decodificazione del “sentimento moderno”» (E. Sessa, 2010, p. 77) incorrendo in una nuova ipotesi classica. Il distacco dal modernismo della riforma vitalistica dei codici architettonici è già maturato soprattutto attraverso i progetti di edifici pubblici precedenti quali Montecitorio

(1905), la sede principale della Cassa Centrale di Risparmio di Palermo (1907-12), la sede della sua filiale di Trapani (1918) e il secondo progetto per il Palazzo Municipale di Reggio Calabria (1914). L’impianto planimetrico della Cassa di Risparmio di Messina è impostato in un lotto trapezoidale scaturito dall’incrocio tra l’ultimo tratto della via Garibaldi, la via I Settembre e il viale San Martino già configurato dal Piano Regolatore del 1869. In merito alla sua ubicazione Caronia Roberti delinea un profilo significativo: “posto nel lunghissimo Corso Garibaldi tra costruzioni nelle quali in generale la volgarità commerciale soverchia qualsiasi senso d’arte; questo palazzetto fa pensare al raffinato ed autentico Signore tra la folla di nuovi ricchi”(S. Caronia Roberti, 1935, p. 246). La metafora di Caronia Roberti fotografa il contesto urbano della ricostruzione post sismica ancora privo di qualità architettonica; in tale contesto Basile interviene adattando i suoi modi progettuali più aulici ad un’area edificabile dalla difficile configurazione ad L (con i lati non ortogonali tra di loro). Divide l’impianto in due blocchi trapezi «sviluppando in ciascuno di essi un sistema distributivo autonomo, ma complementare, e trovando opportuno incastro nell’ambiente triangolare di sud-est»(G. Rubbino, 2008, p. 7) che funge da cerniera e provvede a risolvere il cambio direzionale degli assi di simmetria dei singoli comparti. Il combinarsi di quest’ultimi, sull’asse ovest-est della composizione, costituisce una croce greca che coincide con il centro dell’intera fabbrica dove è la Sala Casse preceduta da un doppio vestibolo e illuminata dal lucernario con vetrate policrome. La seconda parte (volumetricamente più

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

piccola) componendosi con la prima forma una croce latina al cui centro c’è un altro lucernario. Il sistema compositivo a moduli è un richiamo al metodo di J.N.L. Durand (Lecons d’architecture donnés a l’Ècole Polytechnique, Paris 1802-1805). La scala (anch’essa illuminata dal velario con vetrate policrome floreali) è collocata in posizione defilata rispetto alla Sala Casse. Lo spazio di lavoro degli impiegati nella Sala Casse è composto da un sistema perimetrale al vano per il pubblico delimitato dalle transenne lignee e dai banchi per le operazioni di sportello. Il prospetto principale presenta un impaginato a tre partiti inquadrato da cantonali a bugne rase che esaltano le smussature angolari; queste pertanto dialogano con il partito centrale definito da due paraste (con paramenti analoghi ai cantonali) che al di sopra del cornicione assumono la parvenza di acroteri e inquadrano un risalto del cadenzato muro d’attico in forma di targa con il nome dell’istituto di credito. Nei partiti ai lati di quello centrale, di ampiezza minore rispetto ai primi, non compaiono membrature verticali intermedie come invece nella Cassa di Risparmio di Palermo e nel Palazzo Municipale di Reggio Calabria. Da questi due precedenti edifici e dal Palazzo

di Montecitorio Basile rielabora il sistema basamentale a teoria di aperture a tutto sesto, con archivolti a conci radiali che descrivono superiormente un arco ellittico dalla chiave eccedente. Nei fronti laterali replica la soluzione di impaginato adottata per i due partiti maggiori del prospetto principale. Anche per questa opera, come per le due precedenti sedi della Cassa di Risparmio a Palermo e a Trapani, Basile aveva optato per un paramento murario misto, imitativo per la zona basamentale e per le membrature architettoniche a stesura omogenea per il resto, adoperando il collaudato intonaco Li Vigni. Bibliografia S. Caronia Roberti, Ernesto Basile e cinquant’anni di architettura in Sicilia, Palermo 1935, p. 246; G. Rubbino, Itinerario XIII. Un Liberty per la rinascita. Barcellona Pozzo di Gotto, Milazzo, Messina, Reggio Calabria, fascicolo allegato a C. Quartarone, E. Sessa, E. Mauro (a cura di), Arte e Architettura Liberty in Sicilia, Palermo 2008, p. 7; E. Sessa, Ernesto Basile 1857-1932. Fra accademismo e “moderno”, un’architettura della qualità, Palermo 2010, pp. 77-78.

DO

(X.49.3)

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Schede

Ernesto Basile, Studi e schizzi Editore C. Crudo & C. Torino 1911 Ernesto Basile Villino Vincenzo Florio Parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Soffitto dell’avancorpo del piano terra, (1/20), china su carta lucido, 170x401 mm, (1901) (XI.53.1) Porta d’ingresso al salone dalla scala esterna, (1/20), china su carta lucido, 309x272 mm, siglato E.B. (XI.53.2) Alzato della parete del salone con porta d’ingresso dalla hall e camino, (1/20), china su carta lucido, 309x341 mm, (1901), siglato E.B. (XI.53.3) Soffitto del salone, (1/20), china su carta lucido, 492x491 mm, (1901), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XI.53.4) Alzato della parete del salone con arco di comunicazione con la sala da pranzo, 1/20, china su carta lucido, 356x526 mm, (1901), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XI.53.5) Incollati su controfondo di cartoncino, 662x1020 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3360. Cappella gentilizia Lanza di Scalea, Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1900 Alzato di capitelli, china su carta da lucido, 330x351 mm, (1900), siglato E.B. (XI.54.1) Alzato parziale del portale con profilo dello stipite, china su carta da lucido, 332x329 mm, (1900), datato 1900, siglato E.B.; denominazione del progetto

a china (XI.54.2) Alzato di capitelli, china su carta da lucido, 304x244 mm, (1900), siglato E.B. (XI.54.3) Alzato di capitelli, china su carta da lucido, 302x388 mm, (1900), siglato E.B. (XI.54.4) Formelle, china su carta da lucido, 304x244 mm, (1900) (XI.54.5) Paesaggio, 1905 ca. Veduta, china su carta, 182x125 mm, (1905 ca.), siglato E.B. (XI.54.6) Villino Vincenzo Florio Parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Alzato di capitelli, china su carta da lucido, 313x391 mm, (1900), siglato E.B., s.t. (XI.54.7) Incollati su controfondo di cartoncino, 637x1019 mm. Bollo tondo ad inchiostro blu, n. inv. 3361. Villino Vincenzo Florio Parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Pianta e alzato della colonna del portico d’ingresso, china su carta da lucido, 296x740 mm, (1899), s.t. (XII.55.1) Arredi per lo yacht Florio, 1903 Prospettiva di una cabina, china su carta da lucido, 406x408 mm, (1903), firmato E.Basile, s.t. (XII.55.2)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Villino Vincenzo Florio parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Parafulmine, matita e china su carta da lucido, 176x67 mm, (1901), s.t. (XII.55.3) Villa Starrabba di Rudinì via Quintino Sella, Roma, 1903-1905 Fanale, china su carta da lucido, 1/10, 402x272 mm., (1905), s.t. (XII.55.4) Palazzo Moncada

dei

Principi

di

P a-

ternò

via Borgo S. Lucia, Palermo, 1899, 1907 Alzato del portone di ingresso sulla via M. Stabile, 1/20, matita e china su carta da lucido, 350x300 mm, (1899), siglato E.B., s.t.; indicazioni progettuali (XII.55.5) Alzato di fontanella, 1/10, china su carta da lucido, 256x207 mm, (1907), siglato E.B., s.t. (XII.55.6) Allestimento della mostra “Napoli e Sicilia” alla VI Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia del 1906 1905 Alzato delle pareti della sala meridionale, 1/20, china su carta da lucido, 438x768 mm, (1905), firmato Ernesto Basile; denominazione del progetto a china (XII.55.7) Alzato di chiave dell’arco e fregio, china su carta, 130x104 mm, (1905), siglato E.B., s.t. (XII.55.8) Recinzione per la sepoltura gentilizia De Maria Palermo, 1902 Alzato, 1/10, matita e china su carta da lucido, 193x227 mm, (1902), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XII.55.9)

Villino Vincenzo Florio parco dell’Olivuzza, oggi in viale Regina Margherita, Palermo, 1899-1904 Alzato e profilo di formella, china su carta da lucido, 50x241 mm, (1899), siglato E.B., s.t., quotato (XII.55.10) Alzato di camino, china su carta da lucido, 244x242 mm, (1899), s.t. (XII.55.11) Servizio da puerpera per la Regina Elena 1904 Alzato di tazza con piatto e cucchiaio, china su carta da lucido, 581x266 mm, (1904), s.t. (XII.55.12) Incollati su controfondo di cartoncino, 842x1260 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3369. Progetto

per l’edificio della

gregazione di

Carità

Con-

e per la torre

civica, poi sede municipale

Licata (Agrigento), 1904 e succ. Alzato dei prospetti, 1/100, matita e china su carta da lucido, 381x670 mm, (1904), siglato E.B.; denominazione del progetto, indicazioni toponomastiche, intitolazione dei disegni a china (XII.56.1) Prospettiva, china su carta da lucido, 412x343 mm, (1904), firmato E. Basile, s.t. (XII.56.2) Incollati su controfondo di cartoncino, 481x1098 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3364. Magazzini di vendita Ducrot a Torino 1909 Alzato parziale della prima rampa della scala, soluzioni A e B, 1/10, matita e china su carta da lucido, 247x467 mm, (1909), siglato E. B., s.t. (XIII.57.1) «Ernesto Basile architetto. studi e schizzi» 1911 Copertina del volume pubblicato dall’e-

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Schede

ditore Crudo di Torino, china su carta da lucido, 494x345 mm, (1911), siglato E.B. (XIII.57.2) Villino dello scultore Antonio Ugo via Sammartino, Palermo, 1908 Alzato del prospetto principale, 1/100, china e pastello verde su carta da lucido, 305x467 mm, (1908), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XIII.57.3) Pianta del piano terra, china su carta da lucido, 344x466 mm, (1908), siglato E.B.; denominazione del progetto, intitolazione del disegno, indicazioni toponomastiche e orientamento a china (XIII.57.4) Padiglione Siciliano all’Esposizione N azionale di R oma del 1911 recinto dell’Esposizione, 1909 Prospetto principale, 1/100, china su carta da lucido, 422x340 mm, (1909), siglato E.B. e firmato E. Basile, arch.to; denominazione del progetto e intitolazione del disegno a china (XIII.57.5) Incollati su controfondo di cartoncino, 927x821 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3366. Cappella gentilizia Lanza di Scalea Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1900 Studio prospettico, china su carta da lucido, 105x80 mm, (1900), s.t. (XIII.58.1) Cappella Nicosia Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1898 Prospetto e pianta della cappella, sesta variante, 3 cent p metro (1/25 per.), matita e china su carta da lucido, mm. 345x535, (1898), siglato E.B.; nome del committente a china (XIII.58.2) Sepoltura gentilizia Raccuglia

Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 Alzato del fronte principale, 3 cent per metro (1/25 per.), matita e china su carta, 314x197 mm, (1899), firmato E. Basile, s.t. (XIII.58.3) Monumento sepolcrale Martorella Cimitero di S. Spirito, Palermo, 18951896 Alzato della croce e alzato parziale della recinzione, 1/10, china su carta, 363x270 mm, (1896), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XIII.58.4) Cappella gentilizia Pecoraino Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1899 Studio in alzato del fronte principale, china su carta da lucido, 172x101 mm, (1899), siglato E.B., s.t. (XIII.58.5) Cappella Nicosia Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1898 Schizzo prospettico, quarta variante, china su carta, mm. 102x96, (1898), s.t. (XIII.58.6) Sepoltura gentilizia Raccuglia Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 Schizzo prospettico, china su carta da lucido, 264x201 mm, s.d., siglato E.B.; denominazione del progetto china (XIII.58.7) Sepoltura gentilizia Raccuglia Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 Studio in alzato del fronte principale, china su carta, 161x127 mm, (1899), siglato E.B., s.t. (XIII.58.8) Cappella Nicosia Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1898

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

Schizzo di alzato, quarta variante, china su carta da lucido, 162x162 mm, (1898), s.t. (XIII.58.9) Sepoltura gentilizia Raccuglia Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 Alzato del fronte laterale e pianta, china su carta da lucido, 166x157 mm, (1899); denominazione del progetto a china (XIII.58.10) Cappella gentilizia Guarnaschelli Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 Studi in alzato del fronte principale, china su carta, 225x105 mm, datato 6 agosto 99, s.t. (XIII.58.11) Cappella gentilizia Guarnaschelli Cimitero di Santo Spirito, Palermo, 1899 Alzato del fronte principale, 1/50, matita e china su carta, 330x320 mm, (1899), firmato E. Basile; denominazione del progetto a china (XIII.58.12) Cappella gentilizia Nicosia Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1898 Studio in alzato di catafalco, (1/25), china su carta, 51x96 mm, (1898), s.t. (XIII.58.13) Cappella gentilizia Pecoraino Cimitero di S. Maria di Gesù, Palermo, 1899 Alzato del fronte principale, 1/40, china su carta da lucido, 303x428 mm, (1899), firmato Ernesto Basile; denominazione del progetto a china (XIII.58.14) Incollati su controfondo di cartoncino, 693x1048 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 3363.

Monumento commemorativo del 27 maggio 1860 piazza Vittorio Veneto, Palermo, 1909 Prospettiva, china e matita su carta, 481x421 mm, datato 1909, firmato E. Basile; denominazione del progetto a china (XIII.63.1) Padiglione Siciliano all’Esposizione N azionale di R oma del 1911 recinto dell’Esposizione, 1909 Pianta, 1/100, china su carta da lucido, 482x361 mm, (1909), firmato E. Basile, arch.to; denominazione del progetto e intitolazione del disegno a china (XIII.63.2) Prospettiva, china su carta da lucido, 484x458 mm, datato 1909, firmato E. Basile; denominazione del progetto a china (XIII.63.3) Trasformazione ed ampliamento del palazzo Casalotto di Reburdone angolo tra via Manzoni e via Lincoln, Catania, 1907 Alzato del prospetto laterale, 1/100, matita e china su carta da lucido, 400x635 mm, datato 1907, firmato Ernesto Basile, architetto; denominazione del progetto e intitolazione del disegno, indicazione toponomastica a china (XIII.63.4) Nuova sede della Cassa Centrale di Risparmio Vittorio Emanuele II piazza Borsa, oggi piazza Cassa di Risparmio, Palermo, 1907-1912 Alzato del prospetto principale, progetto primitivo, 1/100, china su carta da lucido, 399x621 mm, (1907), siglato E.B.; denominazione del progetto a china (XIII.63.5) Incollati su controfondo di cartoncino, 898x1271 mm. Bollo tondo a inchiostro blu, n. inv. 336[.]

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Schede

Disegni dal vero Pesci, penna nera su carta, 310x211 mm, s.d. (XIII.59) Disegni dal vero Foglie di ciclamino, penna blu su carta, 324x223 mm, s.d. (XIII.60) Disegni dal vero Vite, penna blu su foglio di carta intestata, 178x116 mm, s.d. (XIII.61) Composizione Bacche di rosa canina, matita su foglio di carta a righe ripiegato, 320x214 mm, s.d. (XIII.62) Esiste una categoria di disegni pubblicati dall’editore torinese “C. Crudo & C.” nel 1911 con il titolo Studi e schizzi che rappresenta una selezione operata da Basile di disegni opportunamente rielaborati per la stampa, che si configura come un repertorio, un catalogo di possibili soluzioni nell’ottica di una diffusione, pure tardiva, del lessico Art Nouveau. Si tratta di un’operazione editoriale in linea con la domanda del mercato professionale che chiedeva soluzioni precostituite (soprattutto figurali) agli operatori dell’edilizia impegnati attivamente nella costruzione della nuova identità delle città del giovane stato italiano (tra le pubblicazioni di quegli anni curate dall’editore Crudo si ricordano i due volumi “Le costruzioni moderne in Italia. Facciate di edifici in stile moderno” dedicati rispettivamente a Genova, nel 1909, e a Milano, nel 1911). E che fosse un’operazione di ‘servizio’ lo dice sia l’inclusione da parte di Basile di opere compiutamente moderniste le cui soluzioni potevano essere estrapolate dal progetto e forse anche riproposte da altri in contesti differenti, sia l’esclusione di quei progetti che, a diverso titolo, non sono ritenuti idonei dall’architetto per questa operazione, come il progetto per Casa Basile e quello per l’ampliamento del Palazzo di Montecito-

rio (quest’ultimo ancora in corso negli anni della pubblicazione, ma comunque definito sotto il profilo architettonico ed in costruzione). Nel primo caso l’esclusione potrebbe spiegarsi per il carattere privato della costruzione (si tratta della casa di famiglia in cui alcune scelte sono dettate da una concezione intimista dell’idea di ‘focolare domestico’), e per la formulazione eminentemente astila della costruzione, più vicina al linguaggio della Secessione viennese, persino nel comune denominatore di un’oggettività mediterranea (tanto indagata, proprio nel secondo biennio del XX secolo, dagli allievi di Otto Wagner e dallo stesso Basile), che ad una declinazione ‘latina’ del modernismo, così come si andava configurando in Italia in quegli anni. Nel secondo caso, invece, è proprio il tipo architettonico, il palazzo pubblico, a non prestarsi alla “ripetibilità” per la sua concezione troppo rigorosa ed austera, seppure antimonumentalista, ma soprattutto per la sua eccezionalità (in quanto pensato come sede significante, secondo l’ottica liberale dell’epoca, delle prerogative istituzionali di uno stato che si voleva democratico). Nelle quindici tavole composite troviamo invece progetti (e dettagli architettonici) concepiti dal 1898 al 1909, ovvero nel periodo di piena produzione modernista, che vanno (per citare solo le tavole che presentano disegni a scala architettonica) dal Villino Florio (che, non a caso, apre la sequenza delle tavole) e alla Villa Igea a Palermo, alla Mostra Internazionale di Venezia del 1905, al palazzo Bruno a Spaccaforno, al villino Monroy a Palermo, al Palazzo Municipale di Licata, al Padiglione Florio per l’Esposizione Internazionale di Milano del 1906, alla palazzina Paternò e allo Stand Florio a Palermo, alla palazzina Rudinì e al Caffé Faraglia a Roma, all’Istituto Pignatelli di Palermo, all’ampliamento del palazzo del Principe Reburdone di Casalotto di Catania, al villino Ugo a Palermo, per concludersi infine con le Cappelle Manganelli di Catania e Rudinì di Roma.

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

La scelta di utilizzare per la pubblicazione dell’editore Crudo disegni configurabili nella categoria degli schizzi e degli elaborati di studio, testimonia non solo della considerazione di cui gode la produzione grafica di Basile, ma della capacità che gli viene riconosciuta di trasmettere in modo efficace i medesimi contenuti di un disegno esecutivo. Basile è consapevole che lo scopo tradizionale del disegno d’architettura sia configurarsi come strumento analitico del progetto; tuttavia, impegnato nel rinnovamento artistico in senso lato (si ricordi la sua partecipazione attiva al Circolo Artistico palermitano e il suo tentativo di secessione nel 1897 dalla locale istituzione accademica), sembra utilizzarlo anche come primo anello della catena del rinnovamento, quella che si pone come obiettivo la ricerca dell’opera d’arte in tutto. Il disegno di studio si emancipa dunque rispetto al progetto divenendo autonoma produzione artistica, guadagnando uno spazio in sé compiuto che, tuttavia, non deroga (come spesso avveniva con le seduzioni grafiche dei bei disegni architettonici redatti per le pubblicazioni) al principio dell’oggettiva rappresentazione dell’idea progettuale. Il disegno è concepito e utilizzato da Ernesto Basile come estensione del pensiero razionale nella sua interezza e complessità. Così, dunque, se notevole è la mole dei disegni di progetto che rimangono a testimoniare della vasta produzione professionale, altrettanto notevole è la quantità di disegni di studio, di schizzi e di appunti grafici che eseguì nel corso della sua carriera. Al primo insieme appartengono tavole esecutive concepite alle diverse scale di rappresentazione, da quelle architettoniche a quelle di dettaglio, realizzate per governare al meglio l’articolazione del progetto. Al secondo appartiene un insieme, altrettanto vasto, di studi e schizzi realizzati sui più diversi supporti, anche non convenzionali, che testimoniano del senso del disegno quale strumento analitico ma, al contempo, dell’urgenza dello stesso come

espressione di una necessità di comunicazione: annotare un’idea, cogliere un paesaggio naturale o antropizzato, analizzare un dettaglio della natura, studiare attraverso le variazioni sul tema la migliore soluzione possibile di un problema progettuale, rappresentare i propri cari cogliendone quasi al volo il carattere, queste alcune delle principali categorie entro le quali è possibile classificare i disegni. Ognuna di esse, comunque, pure nell’oggettiva diversità, viene messa a reddito da Basile e utilizzata nell’elaborazione (o anche solo nella rappresentazione) del progetto: si pensi al caso estremo della figura umana inserita nelle vedute d’insieme (come elemento misuratore dell’architettura e dello spazio) in cui è possibile ritrovare proprio alcuni dei ritratti (o autoritratti) realizzati in momenti ‘non sospetti’. Valore senza dubbio diverso hanno studi e schizzi su elementi botanici, in particolare sui fiori e sulle radici. L’approccio quasi scientifico all’analisi e alla loro rappresentazione (certamente ereditato dal padre Giovan Battista Filippo, nella cui formazione di base un posto preminente ebbe la guida di Vincenzo Tineo direttore dell’Orto Botanico di Palermo che lo avviò allo studio della botanica) è mirato all’enucleazione del principio organico ordinatore che ne consente poi il trasferimento all’architettura, garantendone un uso che va ben al di là di una decoratività epidermica (come spesso avviene attraverso l’adozione del repertorio figurale modernista da parte di architetti di minore statura), ma che invece si fa veicolo dell’elaborazione originale del “rivestimento”, inteso secondo la visione estetica di Gottfried Semper come uno dei quattro elementi primordiali dell’architettura. Le potenzialità espressive del principi organici colti in natura appaiono particolarmente manifeste negli studi dei dettagli architettonici, negli arredi fissi e mobili, negli oggetti di “design”, nella grafica: dalle mensole reggi torcia, ai fregi, ai cancelli in ferro battuto (vedi il caso superbo della Villa Deliella

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a Palermo), ai capitelli, alle decorazioni a soffitto; dalle sedie, ai sécretaire, ai paraventi, alle lampade, ai pianoforti, ai calamai, ai tappeti, agli orologi; dai monogrammi (vedi, in particolare, quelli eseguiti per la Ducrot), alle etichette per i vini, alle copertine di libri, un repertorio vastissimo di possibilità applicative attraverso le quali Basile attraversa tutte le fasi progettuali (dall’idea iniziale, al controllo finale di congruità tra tutte le parti). Un posto di rilievo occupano anche gli studi prospettici (sotto forma di schizzi veloci, ma sempre molto puntuali) di progetti architettonici complessi: obiettivo è verificare il sistema adottato passando dall’organizzazione planimetrica al controllo stereometrico e al coordinamento figurale di parti concepite separatamente (particolari delle vedute o degli alzati correlati alle piante) come si vede manifestamente nei tanti studi – per non citare che un paio d’esempi – del Villino Florio e di Casa Basile.

Bibliografia G. Lavini, Studi e schizzi dell’arch. Ernesto Basile, in «L’Architettura Italiana», VI, 6, marzo 1911, p. 61; S. Caronia Roberti, Ernesto Basile e cinquant’anni di architettura in Sicilia, Palermo 1935; G. Pirrone, Studi e schizzi di Ernesto Basile, Palermo 1976; E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Giovan Battista Filippo ed Ernesto Basile. Settant’anni di architetture. I disegni restaurati della Dotazione Basile, 1859-1929, Palermo 2000, passim; S. Lo Nardo, I Basile e la schola botanica, in M. Rotolo, S. Lo Nardo, Il Gymnasium dell’Orto botanico di Palermo, Palermo 2004, pp. 29-40; N. Alliata, G. Domina, I disegni floreali di Ernesto Basile, in E. Mauro, E. Sessa (a cura di), Dispar et Unum. 19042004. I cento anni del Villino Basile, Palermo 2006, pp. 102-111; E. Sessa, Ernesto Basile. Dall’eclettismo classicista al modernismo, Palermo, 2002, pp. 29-31; Idem, Ernesto Basile, Palermo, 2010, passim. GLT

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

(XI.53.1)

(XI.53.2)

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(XI.53.4)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

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(XI.54.2)

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(XI.54.4)

(XI.54.5)

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(XI.54.7)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

(XII.55.2)

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(XII.55.9)

(XII.55.8)

(XII.55.10)

(XII.55.11)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

(XII.56.1)

(XII.56.2)

(XIII.57.1)

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Schede

(XIII.57.3)

(XIII.57.2)

(XIII.57.4)

(XIII.57.5)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

(XIII.58.1)

(XIII.58.2)

(XIII.58.3)

(XIII.58.4)

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Schede

(XIII.58.5)

(XIII.58.6)

(XIII.58.7)

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Collezioni Basile e Ducrot mostra documentaria degli archivi

(XIII.58.9)

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(XIII.58.11)

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Schede

(XIII.58.13)

(XIII.58.14)

(XIII.63.1)

(XII.63.4)

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(XIII.63.2)

(XIII.63.3)

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(XIII.59)

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(XIII.61)

(XIII.62)

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Finito di stampare nel 2014

Collezioni Basile e Ducrot  

Mostra documentaria degli archivi a cura Eliana Mauro e Ettore Sessa

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