Page 1

Vera Vigevani, Diana Guelar, Beatriz Ruiz

I RAGAZZI DELL’ESILIO A ge i a

-

Traduzione e note di Susanna Nanni

24marzo Onlus


PROLOGO (introduzione all’edizione argentina) Parlare dell’esilio è un tentativo per recuperare una parte silenziata della storia recente del nostro paese, di creare un punto di rottura nella storia di ognuno di noi che attraversò questa esperienza, una rottura che segna un prima e un dopo. Perciò ha anche un intento preciso: quello di des-esiliarsi da una parte di se stessi. Realizzare questo lavoro presuppone l’incontro con ricordi, oblii, sofferenze, sorprese, domande; la rivisitazione della propria storia, quella di molti altri, quella del paese. Furono tante, diverse e particolari le circostanze per cui ciascuno dovette esiliarsi; ad un certo punto, però, una sola per tutti; non si poteva continuare a restare nel paese, le nostre vite erano in pericolo. Molti già sapevano, di questo pericolo; altri meno, e tanti, invece, non volevano sapere. Il contesto socio culturale permise lo sviluppo di una sorta di perversione; c’era una struttura che tollerava l’omissione. Era la legge del più forte, del fine che giustifica i mezzi. Nominare questa manipolazione perversa presupponeva stabilire limiti, non lasciare che continuasse a succedere. Si perse la capacità di discernere, di denunciare la mancanza di etica e di morale; si perse la capacità di parlare. Noi ci siamo nuovamente incontrati con la nostra capacità d’indignarci, solo quando i fatti furono restituiti alla scena politica. Il primo impulso di questo lavoro fu dunque quello di rompere il silenzio che in parte ancora sussiste; tutto il silenzio è complice, incluso quello di chi dice di non sapere… Rompere questo silenzio ha significato poter parlare del nostro esilio, un esilio che ha voluto cancellarci, ignorarci, sospenderci in un I


tempo quieto, immobile, come se non appartenessimo ad alcun luogo. La perversione orchestrata dalla dittatura ci rubò parte della nostra identità, e per quelli di noi che andarono, parte di questa identità è anche l’esilio stesso. L’esilio ci permise di vivere: ci siamo mantenuti in vita a questa condizione. Questo non vuol dire una vita condizionata, ma certo definitivamente segnata. Attraversare una frontiera, varcare un limite geografico - perché ogni giorno l’umano veniva già oltrepassato - saluti che non ebbero luogo; altri, frettolosi e impauriti; l’incontro con lo sconosciuto, lo straniero; l’abbandono; le sistemazioni obbligate; l’inevitabile sentimento di fallimento; delusione e senso di colpa, non son poca cosa per degli adolescenti. Alla fine degli anni novanta, a partire dai diversi omaggi ai compagni desaparecidos della Scuola “Carlos Pellegrini” e del “Colegio Nacional de Buenos Aires”, iniziò un’epoca di rincontri, durante la quale per coloro che tra noi vi parteciparono, era come se non ne avessero mai parlato prima. In quelle stesse riunioni, riuscimmo a comprendere che la nostra esperienza dell’esilio aveva la specificità che proveniva dalla singolarità nella quale ci eravamo riparati: al momento dell’esilio eravamo ragazzi, appena adolescenti. Questa differente caratteristica della nostra esperienza, in relazione ad altre generazioni di esiliati modificava la percezione che ognuno aveva conservato di quell’epoca e dava un’altra coloritura alle esperienze. L’adolescenza è quel momento della vita nel quale si definisce l’identità, si transita in una tappa vitale intensa di contatto e di conflitto con questioni fondamentali, come gli ideali, la sessualità, la morte, il senso della vita. È un momento di spaccatura e di separazione dai genitori, di perdita dell’infanzia e del corpo infantile, da ciò che ci teneva contenuti, al riparo. È un momento di profondi interrogativi, da II


cui si inizia la ricerca di nuovi ideali e di nuove identificazioni e allo stesso tempo di nuove possibilità e di pieno sfruttamento delle potenzialità. La nostra adolescenza prese la forma dell’epoca; ci incontrò in un momento storico che si stava spingendo a grandi cambiamenti sociali e politici. Tutto questo processo di crescita così determinato da questioni soggettive, familiari, di storia personale, si svolse in quella realtà sociale che ci condusse - almeno per la stragrande maggioranza di ragazze e di ragazzi - a incanalare attraverso l’impegno e la militanza questa forza, questi desideri di cambiamento. Avevamo la giusta dose d’idealismo e di malinconia propri dell’adolescenza. Molti di noi, di fatto, realizzarono i propri cambiamenti soggettivi lungo il sentiero dell’impegno politico e sociale. Altri transitarono nella propria adolescenza “normale”: andare a ballare, la musica, lo sport, la droga… Spesso pensiamo che la nostra adolescenza non sia stata canonica, che abbiamo saltato questa tappa nei suoi aspetti di normalità, che siamo cresciuti bruscamente, assumendoci responsabilità e impegni non opportuni per questa età. Ci sentivamo grandi e importanti. Certo che tutto fu intenso e veloce: durò appena due o tre anni la primavera della speranza del cambiamento. Molti di quegli adolescenti sono stati desaparecidos o assassinati; vite che iniziavano appena ad essere vissute. Noi abbiamo avuto la possibilità di sopravvivere, ma ci siamo esiliati fuori e dentro il paese. Da quei rincontri ci siamo resi conto che qualcosa persisteva, ci impediva e disattivava il nostro immaginario per poter parlare con risolutezza di quell’esperienza. In qualche modo sentivamo che la priorità, nel “dovere di memoria”, era da assegnare ai desaparecidos, ai prigionieri e ai sopravvissuti

III


ai campi, e che la nostra esperienza dell’esilio apparteneva solo ad un caso privilegiato nel contesto di quell’orribile storia. In questo senso, l’impresa di cominciare a parlare non fu affatto facile; e a questo punto dobbiamo menzionare la presenza di Vera, Madre de Plaza de Mayo, madre della nostra cara amica desaparecida Franca, la cui presenza e il cui impegno, con questo libro, funsero da incoraggiamento e da “autorizzazione” a percepire interiormente che anche parlare del nostro esilio rappresentava un “dovere di memoria”. Fu Vera che realizzò la maggior parte delle interviste incluse in quest’opera. L’adolescenza nell’esilio è uno dei capitoli della Storia dell’ultimo quarto del XX secolo, una storia di cui dobbiamo conservare memoria e che deve integrare la Memoria Collettiva, insieme alle storie delle vittime del terrorismo di Stato che imperò negli anni ‘70, fino al ripristino dello Stato di Diritto e di Democrazia. Si sta iniziando a ricostruire questa parte della storia e questo lavoro deve far parte della ricostruzione. “I ragazzi dell’esilio” è costituito da storie di adolescenti argentini che dovettero abbandonare il proprio paese negli anni della dittatura civico-militare ed esiliarsi in diversi paesi. Ragazzi e ragazze dai 15 ai 20 anni, gli adolescenti di quell’epoca, un gruppo abbastanza omogeneo e interconnesso di giovani della classe media, studenti, che per lo più vivevano nella città di Buenos Aires. Sebbene consapevoli di circoscrivere in tal modo la complessità di questo fatto, ora pensiamo di iniziare da qui, perché ora tocca a noi, e da qualcosa bisogna pur cominciare. Attraverso le loro testimonianze, concesse in interviste e in narrazioni personali di quegli adolescenti oggi adulti, appaiono le esperienze dolorose che precedettero la partenza, le storie di militanza, di presa di coscienza, di progetti e utopie; le IV


lotte, le certezze e i dubbi che segnarono percorsi individuali e di gruppo, le vicende di terrore, di fughe, di clandestinità e di paura. Poi finalmente la decisione drammatica dell’esilio, le sue circostanze e caratteristiche individuali. Il dolore della separazione, le perdite, il primo shock in ambienti differenti e quasi sempre difficili, le forme di adattamento e di rifiuto, le solidarietà, le nostalgie, le amicizie, l’amore e il sesso, prima e dopo l’esilio, le relazioni familiari e gli amici. Le ansie nel seguire le vicende argentine. Sparizioni e morti di compagni e amici, il confronto ideologico. Una vera evoluzione di esperienze che hanno fatto crescere questi adolescenti, con apprendistati molto duri. L’andare e venire nel tempo e nella memoria. Il materiale raccolto non si limita alle testimonianze, ma include le carte, la corrispondenza che i ragazzi esiliati mantennero con i familiari e gli amici, così come le rimembranze di situazioni e di episodi significativi, attraverso vari testi che esprimono una cifra indelebile, e le fotografie che conservano per sempre alcune immagini di un passato che non può passare. Si parla anche dei ritorni, spesso realizzati con molteplici “andate e ritorno”, prima d’incontrare un luogo dove mettere radici; ma radici deboli e ferite ancora aperte, che hanno significato malattie incurabili del corpo e dello spirito. Il testo include anche uno sguardo alle seconde generazioni, i figli di quegli adolescenti, che a loro volta adolescenti portano il segno della storia familiare e la espongono apertamente. Lo Stato, quello successivo alla dittatura, eluse più e più volte le responsabilità, non incise con un’azione e un contenimento significativi. Contribuì a che si vedesse attaccata nel più profondo l’identità dell’altro, privandolo dell’intera V


individualità. Con questo marchio, la nostra aspirazione è che quest’opera racconti e faccia ricordare. Essa è destinata sia a coloro che in qualche modo hanno vissuto i fatti in forma diretta, sia a coloro che finora hanno conosciuto questa storia in maniera superficiale. È diretta particolarmente ai giovani, soprattutto agli adolescenti, che sicuramente si sentiranno colpiti da ciò che vissero alcuni decenni prima altri adolescenti della generazione dei genitori. Cerchiamo la condivisione delle idee, dei sentimenti, dei gesti e delle azioni di quei chicos, che divennero adulti sotto i colpi di una repressione violenta e grazie ad una via di salvezza, che implicò molte condizioni, per tutti, e anche, in molti casi, l’apertura a nuove esperienze e a vicende arricchenti. Sia coloro che rimasero nei luoghi dell’esilio, che coloro che si des-esiliarono ritornando in Argentina, hanno molto da scoprire cercando nella propria memoria, elaborando le proprie vicende di ieri e di oggi. Condividendole con i lettori, speriamo di apportare qualcosa di valido per l’ideale del Nunca Más che in tanti sosteniamo, facendo quanto è in nostro potere, perché non sia un’utopia, ma una realtà possibile.

Diana Guelar, Vera Jarach, Beatriz Ruiz (Traduzione di Patrizia Dughero)

VI

Prologo I RAGAZZI DELL'ESILIO  

Introduzione all'edizione argentina

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you