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MAGAZINE DI CULTURA E SPETTACOLO DIRETTO DA SILVIA AROSIO

Anno III - N. 17 Estate 2021 Seguici sui social Riflettori su...

MUSICAL DA LEGGENDA Il grande ritorno de Il fantasma dell'Opera

PINO QUARTULLO

ive s u l c s e e t Intervis

PEPPE MASTROCINQUE Non smettete mai di ricercare e studiare

TAMARA CANDIRACCI Danzare è tornare nel proprio corpo

MASSIMO RANIERI

RITA PAVONE

INTERVISTE●ANTICIPAZIONI●CASTING●PERSONAGGI●TOURNÉE●LIBRI


PINO QUARTULLO

SOMMARIO

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MASSIMO RANIERI

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RITA PAVONE

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BSMT

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Riflettori su...

MAGAZINE DI CULTURA E SPETTACOLO Anno 3 - Numero 17 - Estate 2021 • Supplemento alla testata www.silviaarosio.com (Reg. al Tribunale di Milano n°249 del 21/11/2019) • Direttore Responsabile: Silvia Arosio Director: Daniele Colzani

• Contatti: riflettorisumagazine@gmail.com tributors: Christine Grimandi - Simon Lee - Veronica Frasca - Antonello Risati - Agnese Omodei Salè - Filippo Sorcinelli - Maurizio Tamellini - Angela Valentino - Federico Veratti • Hanno collaborato: gipeto - Emanuela Cattaneo - Luca Varani • Foto cover di Pino Quartullo: Gianmarco Chieregato Edizione Digitale: www.issuu.com/riflettorisu

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MUSICAL THEATRE

Il magazine Riflettori su... è stampato su prodotti certificati FSC e PEFC

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SCUOLA DEL MUSICAL

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THE PHANTOM OF THE OPERA

PEPPE MASTROCINQUE su... Riflettori E SPETTAC OLO MAGAZINE DI CULTURA

I nostri

contributors

CHRISTINE GRIMANDI

N PRODUCTION ORGANIZATIO AND CASTING DIRECTOR

MAURIZIO TAMELLINI

SIMON LEE

L DIRETTORE ARTISTICO FESTIVAE DEI 2 MARI DI SESTRI LEVANT

MUSIC SUPERVISOR E DIRETTORE D’ORCHESTRA

AGNESE OMODEI SALÉ ICE COREOGRAFA E DIRETTR BALLETTO DI MILANO

STAY TUNED...

FEDERICO VERATTI

TA UN NUOVO PROFESSIONIS DELLA FOTOGRAFIA...

COSTUMISTA E COREOGRAFO

MAKE UP ARTIST

ANTONELLO RISATI

PRODUCTION DESIGNER

ARTISTA, SARTO, E CREATORE DI PROFUMI

Quotidiano on line www.silviaarosio.com

Digital Edition www.issuu.com/silviaarosio

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DANIEL LUMERA E IMMACULATA DE VIVO

ors t u b i r t n o I nostri c

76 - IL DANZATORE

84 - LA TRUCCATRICE

78 - LA SCENOGRAFA 86 - LO SCENOGRAFO

ANGELA VALENTINO

FILIPPO SORCINELLI

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Facebook Riflettorisu

80 - IL COSTUMISTA 82 - STUPORI E ODORI 4

88 - PAROLE D'ARTISTA


ALESSIO NUZZO

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TAMARA CANDIRACCI

GUNA E IL PROGETTO BENESSERE IN SCENA

FICTION

72 - RADIORAMA

ue Spassoad

gipeto INCONTRA

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COLORNO PHOTOLIFE

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e ancora

74 - SONAR DISCHI

94 - RITRATTI ENRICO CARSO

90 - FOCUS

96 - LIBRERIA 5

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GIOVANNI NUTI


INTERVISTA

" Da piccolo scappavo per nascondermi

nel teatro delle suore" A TU PER TU CON PINO QUARTULLO

È

con il tango, cento Sara Forzato e anni di Astor Piaz- Alessandro zolla. In scena con Parascandolo me bravissimi musicisti esperti di Piazzolla (hanno suonato anche per Milva): Adrian Fioravanti (chitarra argentina), Max (bandoneon), Francesco Marozzi (violoncello) e una coppia di straordinari danzatori, maestri di tango: Alessandro Parascandolo e Sara Forzato. E sono molto felice di tornare in teatro, dopo tanto tempo. A febbraio 2020 ero in tournee con Hollywood Burger di Roberto Cavosi ma dopo 12 repliche hanno vissuto mesi di attiabbiamo dovuto interromvità frenetica; ho girato dei pere. Sono saltate 120 date, film come attore, tra cui due due stagioni teatrali intere. film di Massimo Cappelli. E Ma riprenderemo Hollywood buonanotte e un altro in lavoBurger per la prossima starazione, un cortometraggio di gione da Novembre 2021 e Barnaba Bonafaccia, un altro saremo in scena io e Giobbe di Giuseppe Celesia, in SiciCovatta (due attori alla derilia, tratto dall’opera La Pava, alla mensa degli attori detente di Luigi Pirandello.  gli Studios di Hollywood). E Una carriera davvero trasarò in scena anche con una sversale: come riesce a pascommedia di Gianni Clesare attraverso i diversi tipi menti: Buoni da morire, di arte, con lo stesso succesregia Emilio Solfrizso? Qual è il suo “trucco”? zi, con me in scena, I personaggi appartengoDebora Caprioglio e no a delle storie, sia che siGianluca Ramazzotti.  ano raccontate in teatro che E mentre lo spettain cinema. Il lavoro che si fa colo dal vivo è stato sui personaggi, sia in fase di bandito, per fortuna Giobbe scrittura, che di regia, che neli set cinematografici Covatta

uno degli artisti più amati dello spettacolo italiano, sia per il cinema sia per il teatro, che ha attraversato abilmente con grandissima classe. Senza dimenticare la televisione ed il doppiaggio. La nostra chiacchierata non può comprendere tutta la sua variegata carriera…. Pino, come sta vivendo questo periodo di pandemia? Mi sto dedicando alla scrittura di sceneggiature e testi teatrali, che avevo da tempo intenzione di ultimare, senza avere mai il tempo. È una mia sceneggiatura, tra quelle che ho scritto, è stata presentata dalla produzione Rodeo Drive al Mibact, ed ha ricevuto un riconoscimento per sviluppo, classificandosi tra i primi tre, tra oltre 100 progetti. Sto facendo un approfondito studio della vita di Astor Piazzolla, per uno spettacolo che ho presentato a luglio, dedicato a questo grande musicista di origini italiane, nato un secolo fa. La mia guerra

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di Silvia Arosio

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© Gianmarco Chieregato

le rappresentazioni, è unico. Cambiano i linguaggi, ma i personaggi sono quelli. Bisogna stare dentro i personaggi e farli diventare persone, regalandogli amore, preoccupazioni, difetti, irregolarità, pause, follie, stupidaggini, schifezze, bellezza, contraddizioni. Prendendo in prestito da sé stessi e da chi ci circonda. I personaggi vanno messi al centro del lavoro da fare, come autore, regista, attore. Loro sono il motore delle storie. Tutto il resto viene di conseguenza. Tutto il resto (costumi, scenografie, luci, musiche) serve a


© Gianmarco Chieregato

raccontarli nel migliore dei modi. Amandoli. Amare i personaggi è il trucco. Anche quando sono riprovevoli o imbecilli. Perché l’umano è anche questo. So che si è appassionato di teatro, andando da giovanissimo a vedere le operette, un settore spesso dimenticato, ma che è stato un precursore del “recitar cantando”, che ha poi portato alle commedie musicali ed al musical... È vero? È partito tutto da lì? Quando ha capito di voler diventare un attore, dopo o durante gli studi di architettura? “Ben fin da ragazzino” (citazione di Petrolini) quando facevo l’asilo, a quattro anni, ero attratto dal palco. Spesso scappavo per nascondermi nel teatro delle suore. La magia del sipario, il gioco dell’essere qualcun altro, cantare, far ridere, spaventare… come resistere? Suor Domenica, lo sapeva, si nascondeva e mi osservava. Chiamava altre suore, si divertivano a vedermi improvvisare. Sono fortunato. Chiunque ha una grande passione è fortunato, perché sa già da subito quale sarà il proprio sogno, quale sarà il suo campo d’azione. Sia che sia la musica, la medicina,

la pittura, il giornalismo. Avere una passione è fondamentale. Il grande musicista argentino Roberto Pansera, ad un giovane che gli aveva chiesto se era difficile studiare la musica, rispose “Guarda ragazzo, o è facile o è impossibile”. Credo che il mondo dell’operetta, che ho avuto modo di conoscere negli anni’60, (al teatro Kursaal) a Montecatini, dove, ad ogni settembre andavo in vacanza con la mia famiglia, sia stato un grosso detonatore. Il geniale Elvio Calderoni era il comico, la splendida, luminosissima Aurora Banfi la soubrette, l’orchestra in buca, la passerella dove passavano le ballerine vestite con pochissime piume, la musica meravigliosa, cantanti sublimi, hanno costituito per me, un’ideale da ripro-

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durre. Essere selezionato per l’appena aperto Laboratorio di Gigi Proietti, ha contribuito poi a formarmi in quella direzione: canto, danza, comicità, musica. Erano gli stessi ingredienti del teatro musicale con il quale ero cresciuto e che amavo più di qualsiasi altro genere. Anche frequentare la facoltà di architettura è stato molto formativo per la mia preparazione artistica; il mio piano di studi comprendeva: scenografia, storia del teatro, e la mia tesi di laurea fu la progettazione di un teatro sperimentale (un teatro circolare, col pubblico al centro, su una pedana mobile e una corona circolare come palcoscenico). Quali spettacoli “musicali” ha fatto? Quando ho cominciato a portare in scena dei miei spettacoli erano tutti musicali: con canzoni e balletti. Da La Mandragola (Machiavelli aveva già previsto delle zone musicali e scritto lui stesso i testi delle canzoni), a Rozzi, Intronati, Straccioni, Ingannati (una mia rielaborazione di commedie del ‘500), da Deus ex machina di Woody Allen a


che avremmo poi usato come palco, e si rivolse a noi subito come dei giovani colleghi. Noi eravamo emozionati, adoranti come davanti a un dio. Aveva 39 anni, noi appena ventenni. Per prima cosa ci spiegò l’importanza dello sbruffo del cavallo, che consisteva nel far vibrare una precisa parte del labbro superiore. Ognuno di noi si cimentò immediatamente. E lui ci scrutò con attenzione per capire come avremmo reagito, se avremmo saputo esaudire una richiesta così bizzarra (soprattutto me, che ero anche allievo di regia all’accademia d’arte dramma-

mento, noi ci saremmo dovuti allenare con il nostro corpo, la nostra voce. Credo che Gigi scegliesse gli allievi per la loro personalità. Ognuno di noi era già un po’ personaggio. E nessuno di noi allievi del laboratorio si è mai sognato di imitarlo. Come un grande maestro, Gigi sapeva valorizzare la personalità ed anche i difetti/caratteristiche di ognuno di noi. E ci faceva capire come il “non essere attori omologati” fosse fondamentale. I cosiddetti in gergo “attori corretti” che dicono la battuta “forte e chiaro” non erano contemplabili nel suo laboratorio.

tica). Poi ci disse che anche le orecchie si potevano e si dovevano muovere (lui era un maestro anche in questo) e anche con le orecchie immediatamente ci cimentammo. Capimmo subito che ci saremmo divertiti molto, ma anche che nel divertimento nulla era casuale. Che far ridere era un lavoro serio e come un musicista deve allenarsi col proprio stru-

Finti si, falsi mai. Ognuno doveva coniugare sé stesso nei personaggi, variando, cercando strade non ovvie, non facili. Durante la registrazione del varietà televisivo “Attore amore mio” mi disse che, secondo lui, “il mio clown” era un ragazzo piacente ed aitante che non manteneva le promesse, meno forte di quello che dava a vedere, che nascondeva gracilità e insicurezze. E

© Gianmarco Chieregato

Fools di Neil Simon; mi è capitato anche come attore di partecipare a spettacoli musicali: cito fra tutti A che servono gli uomini di Iaia Fiastri, regia Pietro Garinei, musiche Giorgio Gaber, al teatro Sistina di Roma. Mi ricordo, nel 2010 Gigi, è tutta colpa tua!, spettacolo-evento per i 30 anni del Laboratorio di esercitazioni sceniche diretto da Gigi Proietti. Quanto è stato importante per lo spettacolo italiano? E quanto per te? Qualche aneddoto legato a lui? Vidi Gigi per la prima volta nei camerini del teatro Tenda nel 1976 (ero studente di architettura) e non avevo mai visto una persona così sudata in vita mia. Era letteralmente zuppo. Quella camicia larga, bianca, un po’ “cyranesca”, gli aderiva totalmente addosso come una seconda pelle. Non sapevo che l’avrei rivista tante e tante volte quella camicia, condividendo con lui il palcoscenico, ed anche molti studi televisivi.  Lui aveva 36 anni, io 19, gli dissi che avrei voluto fare l’attore. Nel 1979 quando si sparse la notizia che avrebbe aperto una scuola, nonostante mi mancassero ancora 5 esami per laurearmi in architettura, non volli perdermi l’opportunità di partecipare alle selezioni. Al provino portai una poesia su una bambina appena nata (in romanesco) che piangeva sempre (sua figlia Susanna era appena nata e sicuramente sarebbe stato sensibile sull’argomento). Poi cantai una canzone folkloristica della mia città natale Civitavecchia bella città d’incanto rise molto e negli anni a venire me la fece cantare in più occasioni (anche quando fui ospite con lui da Raffaella Carrà).  Il primo giorno del laboratorio, nella sala all’ultimo piano del teatro Brancaccio, adiacente al terrazzo (esattamente 41 anni fa), Gigi si sedette sulla pedana,

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un’era. Fino ad allora gli attori venivano scelti per la faccia e poi si pensava al recitato in sala di doppiaggio. Tutti i film erano doppiati. L’uso del recitato del set ha costretto i registi ad utilizzare attori professionisti parlanti bravi. Poi l’uso del digitale ha rivoluzionato la nostra vita, abbiamo strappato i fili all’apparecchio telefonico a gettoni, e si è trasformato nel nostro computer, è diventato la nostra radio, il nostro cinema, la nostra televisione, la nostra macchinetta fotografica, la nostra telecamera, il nostro impianto hi-fi. Tutti possono girare un film col proprio cellulare, grandi maestri di cinema hanno creato capolavori coi cellulari. Girare in pellicola era costosissimo allora, ora non più. Una cosa non è cambiata. Il talento. Degli sceneggiatori, dei registi, degli attori, dei musicisti, dei montatori, dei missatori. Quello si nota sempre. Quando c’è. Anche le serie tv, che oggi si chiamano fiction, sono tuttora molto in voga e tanti sono sta-

IL SOCIAL

Inquadra il QRcode e visita il suo profilo Instagram ufficiale ti i titoli a cui ha preso parte. Cosa ricorda con maggior affetto? In Distretto di polizia interpretavo un personaggio assolutamente fuori contesto: un attore mezzo pazzo e scemo che andava a studiare recitazione dentro il commissariato per poi interpretare un poliziotto in un film. Un film tratto dal romanzo scritto da uno dei poliziotti del commissariato (Marco Marzocca). Ne combinavo di tutti i colori, mentre affianco a me, accadevaCon Giacomo Ferrara

© Manuela Giusto

in quel varietà, dopo essermi esibito come un bruto culturista, a sorpresa mi faceva tirare fuori una grande margherita con l’espressione da Cucciolo (quello dei sette nani) e il pubblico esplodeva in una risata/applauso. E su quello lavorai, poi in seguito, in tanti film e commedie, sulla declinazione di me stesso aitante/perdente in chiave di commedia. Far ridere è una scienza esatta, animalesca ma precisa, e grazie a lui, ho capito come e perché far ridere. Trucchi di vario tipo, l’importanza di una pausa, alternanza di ritmo e lentezze. Tutto è musica. Il parlato è musica e la voce umana è lo strumento musicale più ricco di possibilità. E la voce di Gigi era assolutamente la più straordinaria voce che abbia mai conosciuto. Molti ricordano per il tuo primo film Il Marchese del Grillo. Sei attore di cinema ma anche regista. Come è cambiata la cinematografia da allora?   Negli anni ’80 si cominciò ad usare la presa diretta (il recitato registrato sul set), e fu la fine di

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© Gianmarco Chieregato

no tragedie e disgrazie. Qualche episodio divertente di quando ha lavorato per la TV? Ho avuto il privilegio di avere anche Monica Vitti come mia insegnante in Accademia. Lei e Roberto Russo (suo compagno e regista), qualche anno dopo mi chiamarono per coordinare un gruppo di attori (ex allievi dell’accademia) per partecipare ad una loro trasmissione televisiva: Passione Mia, dove cantavo la sigla di apertura con Monica (in duetto), prendevo parte ad una sit-com con lei e Nanni Loy, e realizzai un cortometraggio in pellicola (era il 1985) che ebbe numerosi premi, tra cui la nomination agli Oscar.  Non solo tv e cinema, ma anche doppiaggio. E’ stato la voce di Jim Carrey per la versione italiana del film The Mask e Scemo e più scemo. Cos’è il doppiaggio per lei? Una cosa che andrebbe eliminata. Sono per rispettare il lavoro dell’attore sempre. I film andrebbero visti in originale coi sottotitoli sempre. Anche se recitano in russo o in cinese. Doppiamo i cartoni animati.  Pino, è stato direttore di diversi teatri ed organizzatore: quanto era difficile organizzare e gestire un teatro prima del covid e cosa succederà adesso? Come si potrà andare in scena garantendo la sicurezza di pubblico e attori, ma cercando anche di bilanciare l’economia dello spettacolo? Stiamo vivendo in un film di fantascienza, un incubo. Con gli asintomatici contagiosi, i vaccinati contagiosi, i malati che risultano negativi. “addà passà a nuttata” diceva Eduardo. Ci dovremo comportare come sui set. Tamponandoci tutti, mantenendo mascherine, guanti, distanziamento. Speriamo che questa “nuttata” passi prima possibile.  Perché il teatro è fondamentale per l’uomo?

Perché è sempre più difficile incontrarci, stare insieme, ridere in compagnia, emozionarci in gruppo, condividere una visione del mondo insieme ad altri, ascoltare autori interessanti e reagire in massa, piacevolmente assembrati, e avere consapevolezza di come reagiscono gli altri in reazione ad una battuta. Sentire la poesia da chi, per professione, studia per comunicarla nel migliore dei modi: gli attori bravi. Nella sua esperienza di docente, pensa che le nuove generazioni siamo preparate ad affrontare il mondo dell’arte scenica? Cosa consiglierebbe a chi si vuole approcciare a questo mondo? Il cellulare/computer/telecamera di cui sopra, aiuta molto a conoscere, navigare, confrontarsi. Negli anni ’80, per fare una ricerca si andava in biblioteca, bisognava vedere un film al cineclub, se non si riusciva a beccarlo in televisione. Se oggi devi

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interpretare un personaggio del Re Lear, per esempio, sul cellulare trovi tutte le traduzioni del testo esistenti, i video di tutte le versioni teatrali di tutto il mondo, tutti i film tratti da quell’opera. Un attore oggi sa dove deve arrivare, cosa deve superare, cosa raggiungere. Siamo tutti comparati. E il pubblico è più esigente. E gli attori si preparano di conseguenza in altro modo rispetto al passato. Di ogni scuola, laboratorio, accademia, docente si sa quello che ha fatto, dove ha lavorato, gli allievi che hanno avuto, nulla sfugge. Di ogni agenzia per attori sappiamo tutti quelli che ne fanno parte. Di ogni regista possiamo sapere tutto e vedere tutto. Per gli artisti che si avvicinano al mondo dello spettacolo consiglio di scegliersi dei compagni di lavoro bravi (attori, autori, registi), fare gruppo ed avere una propria progettualità. Bisogna cercare la qualità, per dei progetti rari, preziosi, straordinari


e questo farà la differenza. E se poi qualcuno del gruppo verrà notato, beato lui (o lei) godrà anche di progetti altrui. Cito, fra cento, il caso di Carrozzeria Orfeo: gruppo teatrale che si è fatto notare per il suo repertorio innovativo, provocatorio ma anche molto divertente, ironico, e al cui interno alcuni elementi si sono fatti notare ed hanno avuto occasioni preziose (Beatrice Schiros, Alessandro Tedeschi); ma la lista che potrei fare è infinita. Tanti spettacoli teatrali di giovani sono diventati film. Mai fare affidamento sulla fortuna. Crearsi una autonomia progettuale è fondamentale per non venire travolti dai self-tape, le foto, gli agenti, lo show reel, ecc.. E’ giusto fare i provini, ma in parallelo è importante crearsi progetti per farsi conoscere. Quindi bisogna studiare studiare studiare per perfezionarsi come artisti ma dando un’occhiata al mondo burocratico/imprenditoriale che ruota intorno alle produzioni.

questo straordinario artista geniale che ha rivoluzionato il tango ed ha creato brani magnifici. Con me in scena tre musicisti, con l’immancabile bandoneon, violoncello, chitarra. Due danzatori di tango fantastici. Anche per me è stato un viaggio: tra Borges, Marinetti, Pavese e altri poeti che hanno coniugato il tango come metafora di vita, ma soprattutto mi sono deliziato a conoscere meglio la musica di Piazzolla e la sua straordinaria vita. Spero ora di riuscire a deliziare anche il pubblico. Abbiamo debuttato il 15 luglio a Mestre (Venezia), il 24 luglio a Canosa (Puglia) e il 4 settembre a Pistoia. E forse anche per la prossima stagione teatrale, potrebbe esserci ancora qualche data. Qualche rimpianto? Si. Di non aver realizzato il mio primo film con la produzione di Sergio Leone. Lui nel Passiamo ai progetti futu- 1985 venne a vedere un mio ri: so che ha in uscita alcuni spettacolo al teatro Parioli (Deus film… ex machina di Woody Allen) e Come attore in cinema (am- al termine dello spettacolo mi messo che i cinema programmi- chiese se fossi interessato a deno corposamente i film italiani) buttare nel cinema come regista, il primo che si dovrebbe vedere con la sua supervisione. Incrediè già citato E buonanotte di Mas- bilmente accettai. simo Cappelli per la Lime Film. E per alcuni mesi, con Luca Poi ho molti progetti come au- D’Ascanio andammo a casa sua tore di cinema. Ma dovremo per scrivere una sceneggiatuattendere la prossima intervista ra. La storia di una mummia a per fare annunci ufficiali Roma, scappata da un sarcofaCome avete girato per man- go, mentre veniva trasportata a tenere la sicurezza in questo Torino. Un horror-commedia. periodo? Purtroppo, il grandissimo Leone Tamponando tutti spessissimo ci ha lasciati troppo presto.  e blindando i set. Tranne gli atE un sogno di Pino Quartori, tutti quelli della troupe con tullo? mascherine, evitando contatti, Realizzare il film che ho preigienizzando, ecc… sentato al Mibact con la produCome è nato il suo progetto zione Rodeo Drive. Ha ricevuto in teatro dedicato a Piazzolla? il riconoscimento come uno dei Cosa vedremo in scena? migliori progetti presentati per lo Il centenario della nascita di sviluppo. Ma anche i film oggi, Piazzolla è stata la motivazio- con la crisi delle sale, (come gli ne di partenza. Sarà come un umani) sono fatti della stessa soviaggio in Argentina, a Buenos stanza di cui sono fatti i sogni. Aires, nel Tango, nella vita di Evanescenti, impalpabili... • RS

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INTERVISTA

Si riparte... al

Massimo!

L'ATTORE, REGISTA E CANTANTE NAPOLETANO HA RIPRESO CON GRANDE SUCCESSO IL SUO TOUR IN TUTTA ITALIA

È

bello sapere che il teatro e gli eventi dal vivo piano piano stanno ricominciando. Bizzarro pensare che ricomincino proprio ora, quando i cartelloni classici, la famosa “stagione” delle sale, di solito, negli anni, erano verso la conclusione. Gli eventi estivi sono sempre stati, comunque, un appuntamento importante, sia per le nostre belle zone turistiche, sia per il clima mite della nostra Italia, che ha spesso ospitato eventi anche nei grandi spazi aperti, negli stadi e nelle meravigliose piazze. Massimo Ranieri è uno di quegli artisti che non si è fermato mai: intense stagioni invernali, televisione e eventi estivi

di grande impatto e fascino. Ed è proprio per inaugurare questa ripartenza che abbiamo voluto fare una chiacchierata con lui, in procinto di ripartire con nuove date..

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“Dopo questo periodo terribile che tutti abbiamo passato, torno


di Silvia Arosio

a riabbracciare il mio pubblico con il mio spettacolo SOGNO E SON DESTO. Un pubblico che lo segue da sempre e non lo tradisce mai e che Massimo Ranieri incontra sempre, anche tramite i social. E ci svela una chicca di una data estiva. Ho ripreso il 16 luglio a Todi, poi il 17 a Latina, il 21 a Trieste e il 23 al Bel-

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vedere Reale di Caserta e ancora in altre città fino al 1 agosto, in una particolare esibizione perché canterò sul Monviso a mezzogiorno. Ovviamente il tour poi continua per tutto il mese d' agosto. Ovviamente, l’anno e mezzo di chiusura ha messo a dura prova anche un artista come Ranieri, che ha fatto del suo talento e della sua professionalità la sua grande forza. Il lockdown? L'ho passato come tutti tra ansia, angoscia e paura con la speranza che tutto finisse, come realmente sta accadendo grazie ai vaccini. L’Italia sta cambiando ed è cambiata, come sta cambiando la bella Napoli che Massimo porta nel cuore e nel mondo, attraverso i suoi show, una città che, nonostante non perda mai la sua anima partenopea.. Napoli è cambiata come è cambiata l'Italia tutta. Riprendere oggi a fare eventi e concerti, in questa Italia, comporta un grande impegno ed una grande responsabilità. D’altronde, come è stato dimostrato da diversi studi, di cui abbiamo parlato nei mesi precedenti, il teatro è un luogo sicuro, grazie an-

che a tutte le strategie che sono messe in atto. Dice Massimo: La sicurezza del pubblico e dello staff dipende dai responsabili dei siti dove andrò. Ed è giusto che il pubblico torni a godere del Teatro, della musica e dell'arte in generale. Il Teatro è stato sempre un toccasana per giovani anche se molti oggi, come vedo, abbandonano il Teatro, per dedicarsi alla Televisione.. Per fortuna, ammette, non è sempre così e lo stesso Ranieri

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ha la fortuna di accogliere nel suo pubblico più generazioni, persone eterogenee e gruppi assolutamente trasversali. Ormai da molto tempo le platee dei miei spettacoli sono " ringiovanite" - afferma - perché sono i genitori che hanno tramandato la tradizione della grande canzone italiana ai figli quindi sono presenti molti, molti giovani. Massimo Ranieri è davvero poi uno dei pochi artisti che ha saputo unire insieme musica e


teatro: assistere ad un concerto di Ranieri da sempre è un viaggio, perché, oltre alla voce straordinaria, ogni suo brano è una piccola pièce, che racconta una storia, che Massimo non solo interpreta, ma vive, portando le corde delle emozioni a vibrare all’unisono tra lui ed il suo pubblico. E’ l’essenza stessa del brano l’Istrione di Aznavour, che gli calza perfettamente: il palco che regala all’artista la giusta dimensione. È chiaro che nelle mie canzoni porto sempre il mio teatro perché sono due anime che si uniscono: l'attore e il cantante. Come tu citavi prima il mio idolo è stato Charles Aznavour. Teatro, quindi. Teatro puro, anche nei concerti. Ogni brano ha un’illuminazione a sé, perché ogni canzone è un quadro e, come in una tela di Caravaggio, ogni faro puntato può evidenziare un’espressione o un passo della ballerina che lo accompagna. Come nelle tragedie o nelle

commedie, l’importanza del ligth designer, spesso sottovalutata, è invece parte della scenografia, parte dell’arredo dello spazio, parte del decoro. Parte dell’emozione. Le luci sono la base portante dei miei spettacoli. Ogni canzone ha una storia diversa dall'altra e quindi ha bisogno di essere sottolineata da una particolare atmosfera. Io e il mio fido light designer Maurizio Fabretti, insieme, ne sappiamo qualcosa, perché capita che siamo su una canzone per un'intera giornata.

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Una volta al Festival di Ravello mi ha interrotto, solo per il motivo che era spuntata l'alba. Il teatro, come abbiamo detto, sta attirando ancora molti giovani. Tanti sono gli spettacoli che stanno per partire nella prossima stagione ed i casting sono davvero molto frequentati. Le scuole, e non solo quelle televisive, ma le accademie di recitazioni e di musical, di cui apriamo spesso, riescono oggi a “sfornare” giovani davvero talentuosi. Nel mondo della musica pura, vediamo che ‘è voglia di suonare davvero. Ancora di più oggi noto nei giovani che ha i provini sono molto preparati sia nel recitare che nel cantare. Massimo Ranieri non ha mai disdegnato la televisione, anzi, ne ha fatto una cassa di risonanza per portare l’arte, il talento, la professionalità ed i classici al grande pubblico. Ma allora perché è così importante tornare a teatro oggi? Secondo me il Teatro va visto a Teatro perché nello schermo perde un po' della sua magia, anche se insisto che il Teatro bisogna portarlo nelle case, visto il grande successo che hanno avuto le Quattro Commedie di Eduardo De Filippo che ho portato su RAI UNO. Massimo Ranieri è uno dei nostri orgogli italiani, ha attraversato, sempre con grandissimo successo, ogni ramo dello spettacolo. Ma c’è qualche sogno nel cassetto che ancora non ha tirato fuori? Il mio cassetto trabocca di sogni e progetti e fortunatamente uno di questi sogni l'ho realizzato portando in scena Il gabbiano di Anton Cechov nel 2019. E noi aspettiamo quelli nuovi… • RS


INTERVISTA

Chissà che avrei fatto se fossi stata più alta! RITA PAVONE È UN VERO TORNADO DI ENERGIA CHE RISCUOTE SUCCESSI IN TUTTO IL MONDO

R

ita Pavone è un orgoglio italiano, di quelli classici, belli, forti. Una piemontese che è diventata regina del palco nel mondo, una small wonder che passa dal canto, alla tv e al teatro, portando con sé la carica vitale e l’assoluta modernità di una donna che ha saputo e sa sempre quello che vuole. Riservata nella vita privata, sul palco diventa una vera tigre; ha lavorato con i più grandi, è molto social, ma adora stirare le camicie. Un vero piacere avere sulle nostre pagine una bella intervista alla Pavone nazionale, che parte subito in quarta, sottolineando la sua voglia di tornare live. “La pandemia è stata dura, ma comunque in qualche modo, facendo il mestiere che facciamo noi, che ci porta a girare il mondo, è stato tornare in famiglia, come non accadeva da tempo, con mio marito, i miei figli ed il godere delle piccole cose… solo che adesso basta, c’è bisogno di tornare a muoversi, a respirare aria nuova, di tornare a fare il live. Io trovo che l’amore per il proprio mestiere sia qualcosa che fa così parte della nostra vita che non possiamo farne a meno: ringrazio il Signore ogni mattina quando mi alzo per il mio

lavoro e per quella botta di adrenalina, che permette di guardare avanti, nonostante gli anni che passano” Rita Pavone vanta una carriera straordinaria, che è partita da una vita privata molto gratificante: una famiglia che l’ha amata, un padre, operaio della Fiat, che la portava ad esibirsi in Lambretta dopo il lavoro, un sodalizio artistico ed affettivo di più di 50 anni con il marito Teddy Reno.

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Il tutto, unito ad un talento indiscutibile, che l’ha portata in tutto il mondo ad essere una star mondiale. Intervistando Rita Pavone, però, come sentirete nell’intervista integrale che troverete allegata inquadrando il code, non ho voluto fare domande inerenti al passato: Rita è ancora oggi un fiume in piena, un uragano di


di Silvia Arosio

entusiasmo, che nella nostra chiacchierata ci ha regalato delle chicche meravigliose, incastonate da uno sguardo fermo e deciso sul presente e sul futuro. Rita Pavone fece parte di quella che era la storia della televisione, dai varietà a pezzi storici come Il Giornalino di Gian Burrasca, che è davvero un peccato non rivedere oggi in tv… “Ho avuto la fortuna di entrare nelle classifiche di tutto il mon-

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do, dalla Germania, alla Spagna, Alla Francia, fino all’America Latina, che se fosse esistito allora il Grammy Awards ne avrei portati a casa un sacco. Ho lavorato con I Beach Boys, con Ella Fitzgerald e Duke Ellington, ma spesso i giornalisti non vanno a indagare queste cose e si fermano a quello che vedono ora. Io a volte sono ricordata solo per Viva la pappa col pomodoro, brano che a volte viene messo un po’ in ridicolo, mentre invece non c’è niente da ridicolizzare. Il Giornalino di Gian Burrasca fu per me una grande prova di attrice: fui la seconda donna ad interpretare un uomo senza cadere nella macchietta, ma rendendolo vero e reale, dopo Katharine Hepburn, ne Il diavolo è femmina (pellicola del 1935 con Cary Grant). Gian Burrasca non si può fermare soltanto alla Pappa col Pomodoro: tutta la colonna sonora era del Maestro Nino Rota, i testi di Lina Wertmüller e gli arrangiamenti di Luis Bacalov, tre premi Oscar che lavoravano con noi. Ho inciso il brano in tutte le lingue: negli UK, nel 1966 diventò The Man Who Makes The

Music (per una questione di assonanza), facciata B del singolo Heart (Cuore), in Germania Ich frage meinen papa, in Spagna e in Sud America, Que ricas son las papas, ma per i più, non conoscendo lo sceneggiato e non avendo letto il romanzo di Vamba, quella era una canzone per bambini, fine a se stessa: Il Giornalino di Gian Burrasca fu registrato in ampex, se l’avessero ripreso come un film, avrebbe potuto essere doppiato

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e portato all’estero. I testi del brano tradotto non rispecchiano affatto i versi originali del brano poiché in quei Paesi nessuno aveva mai visto lo sceneggiato televisivo italiano e quindi non ne conoscevano la trama. Il brano fu usato da Orange (compagnia telefonica) in Francia per gli spot o dallo sponsor ufficiale della Uefa Champions League, con Heineken: tutto il mondo la canta, non conoscendo la qualità della serie.


IL VIDEO

Inquadra il QRcode e guarda la versione integrale dell'intervista a Rita Pavone Uno sceneggiato con un cast incredibile con la crème del teatro e del cinema italiano dell’epoca, Sergio Tofano, Odoardo Spadaro, Ivo Garrani, Arnoldo Foà, Valeria Valeri, Paolo Ferrari, Bice Valori, Milena Vucotich, Checco Durante... Oggi, non si potrebbe più fare una cosa simile, perché bisognerebbe andare a prendere grandi artisti, che costerebbero troppo. Perché non va più in tv questo sceneggiato? Probabilmente perché essendo registrato su ampex probabilmente oggi è scolorito, ma magari lo manderanno in onda quando io non ci sarò più. Peccato, perché sarebbe molto utile alle nuove generazioni, per far loro conoscere la vita di allora e scoprire che non è cambiato nulla, perché la borghesia di allora era ipocrita ed oggi lo è altrettanto. Ma Rita Pavone non è solo musica e tv: da artista a tutto tondo, ha fatto anche teatro e be ha fatto parecchio, dalle riviste al teatro impegnato, tanto che nel 1999 fu in scena con Branciaroli ne La dodicesima notte, di Shakespeare. Ho fatto teatro dal 1875, quando mi chiamò Macario per lo spettacolo Due sul pianerottolo, passando poi a

Dapporto con la rivista, a Piero Mazzarella, a Kiss me Kate, fino ad arrivare alla proposta di Branciaroli, che mi lasciò basita, perché io non avevo mai fatto teatro classico, non avevo studiato e lui mi disse: “Tu lo farai benissimo”. Mi ricordo che con Fabio Testi feci anche Gelsomina ne La Strada ed ebbi delle recensioni entusiastiche, pur avendo su di me il macigno del paragone con Giulietta Masina, che mi portò ad inventarmi una mia Gelsomina, perché non si può scimmiottare un premio Oscar. Devi dire che nella mia vita ho avuto tante persone che mi hanno ostacolato, nonostante io abbia fatto sempre una vita molto tranquilla, senza rompere le scatole a nessuno, però ho trovato anche tante persone che mi hanno sostenuto: molte persone, come Macario, Branciaroli o Filippo Crivelli per La Strada, hanno creduto in Rita in quanto Rita, Io mi sono sempre fidata ed ho dato molto di più di quanto immaginassi

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di poter dare, per non deludere la fiducia di chi credeva in me. Io non ho mai studiato teatro o danza: quando ballavo, rifacevo i passi che mi avevano insegnato, perché ho avuto la fortuna di lavorare con coreografi come Hermes Pan (coreografo di Fred Astaire), Roland Petit, Gino Landi… Ho la fortuna di capire alcune cose e portarle fuori e quelli che hanno giocato la carta Rita li ha fatti vincere a poker. Rita Pavone va spesso a teatro e va anche a


Londra, per vedere i grandi musical…Le abbiamo chiesto cosa c’è di bello secondo lei e cosa manca oggi nelle sale teatrali italiane. Ci sono delle ottime attrici, come Virginia Raffaele, che balla il classico magnificamente oltre a fare le imitazioni, ma ci sono anche dei personaggi che ti fanno pensare perché stanno in scena. Una volta, quando un uomo di invaghiva di una donna, le regalava un visone o dei gioielli: adesso, se può, la mette su un palco o in un programma televisivo.Ma perché noi dobbiamo pagare lo scotto di una sua simpatia? Cosa guarda la sera in TV? “Io guardo tanti film, Oppure Brignano, che mi è sempre piaciuto tantissimo. Ho visto volentieri Ciao, Maschio, con Nunzia De Girolamo che intervistava gli uomini. Perché, vedi, Silvia, gli uomini sono molto più in gamba delle donne. Immagina un programma al contrario, chiamato Ciao, Femmina, o Ciao, Donna….Immagino donne che si preparano, trucco, gioielli, scollature, per superare l’altra. Beh, con gli uomini questa cosa non c’è: uomini che si lasciano andare senza la voglia di primeggiare”. Di che cosa va fiera Rita Pavone? Di tutto. Non avrei mai immaginato di fare quello che ho fatto, con un metro e cinquantatré e mezzo di altezza: chissà che avrei fatto se fossi stata più alta. Ho conosciuto personaggi che mai avrei pensato di incontrare, ho fatto cose che mai mi sarei sognata di fare. La mia è una favola: l’anno prossimo festeggerò i 60 anni di carriera. Non è facile arrivare, ma soprattutto non è facile rimanere. Sono una privilegiata: c’è gente che mi scrive e che si ricorda del mio onomastico o del mio compleanno. A volte anco-

ra oggi mi ritrovo a dire: “Ma Rita, ti rendi conto?” e finché continuerò a dire così, vorrà dire che questo mio lavoro ha ancora un grande fascino”. E cosa farai per festeggiare i 60 anni di carriera? Ancora non lo so di preciso, ma voglio festeggiarli assolutamente. Sto lavorando ad alcune cose, anche se mi sono recentemente spaventata per la seconda dose di vaccino, dove non sono stata per niente bene, perché mi era venuto il fiato corto: grazie a Dio, questa cosa è passata e sono felice di aver fatto la vaccinazione, perché posso finalmente muovere. Se il fisico tiene come ora, voglio fare delle cose per ri-

È certo che Rita Pavone in scena è un’altra persona! Sì, io dico sempre di avere una sorella gemella. C’è Rita, che fa una vita molto semplice, tranquilla, timida e a volte un po’ ritrosa, tanto che semi fermano per strada spesso mi imbarazzo, e che pianta fiori e ci parla… e bbene sì, io con le mie piante ci parlo, sembrerò pazza, ma dico loro: “Adesso tocca a te crescere, io ho fatto tutto, ti ho bagnato e ti ho concimato, forza!” e mi danno una grande soddisfazione. Ho una magnolia meravigliosa, un viburno, ed ho una pianta di 25 anni che quando io parto perde tutte le foglie

cordare quel 1° settembre del 1962, dove una ragazzina, dopo un viaggio notturno in treno, come si faceva una volta, scese a Roma da Torino e da lì tutto ebbe inizio. E non avrei mai immaginato: io stiravo camicie in una stireria, ed ancora oggi le so stirare benissimo ed oggi le stiro per hobby, perché mi fa sentire bene”.

e come io torno, rimette tutte foglie nuove. C’è vita in tutto attorno a voi. E poi sul palco compare la Pavone, quella con la faccia tosta, quella a cui non importa nulla se sei alto un metro e ottanta: sul palco succede qualcosa, che finisce appena scendo ed entro in camerino. Giù dal palco, torna Rita”. • RS

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INTERVISTA

Gli alunni sono la nostra forza, lavoriamo per loro

PINO LOMBARDO, INSIEME A SHAWNA FARRELL, DIRIGE LA BSMT. LO HA INCONTRATO PER NOI CHRISTINE GRIMANDI

L

a Bernstein School of Musical Theater è nata nell’autunno del 1993 e da quel giorno non ha mai smesso di “sfornare” talenti che hanno trovato spazio nel mondo del lavoro in Italia ma anche all’estero. Alla fine del 1998, poco prima di Natale, ero rientrata in Italia e nei primi mesi del 1999, incontrai Pino Lombardo e per un breve periodo accettai di fare la docente nella 2° sede storica della BSMT in Via San Vitale a Bologna. Insegnavo canto e movimenti coreografici agli allievi

del 3° Anno e a giugno presentammo al pubblico, il Musical “Company” con la regia di Massimiliano Farao, la direzione musicale della stessa Fondatrice e Direttrice della BSMT Shawna Farrell, tradotto da Andrea Ascari in lingua italiana. Conservo un bel ricordo di quel periodo ed è stata una breve, ma interessante esperienza della mia vita. L’anno successivo incontrai il regista, autore e attore istrionico Tato

Pino Lombardo

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Russo e ritornai in scena prima a Napoli, poi Milano, Roma e in Tournèe. Ora in Italia ci sono tante Accademie sparse per tutta la penisola. È aumentato incredibilmente il numero degli allievi. In Italia non manca il talento e mi è capitato più volte di incontrare in audizione neo diplomati e con alcuni ho condiviso la scena. Ma i ragazzi alla BSMT si diplomano con un “marchio” e sono riconoscibili. Ho chiacchierato con Pino Lombardo che insieme a Shawna Farrell dirige la Bernstein School of Musical Theater. Pino, tu sei un musicista, un violinista, hai lavorato nell'orchestra del Teatro Comunale di Bologna e contemporaneamente hai seguito dalla nascita la crescita e il conseguente crescente successo della BSMT. La Bernstein School of Musical Theater è stata riconosciuta dal Ministero dei Beni Culturali e del Turismo (il vecchio MIBACT), una delle Scuole di Eccellenza nazionale operante nell'ambito dell'Altissima Formazione, accreditata presso la regione Emilia Romagna come Ente di Alta Forma-


di Christine Grimandi

zione e nel 2020 è diventata la prima scuola di Musical Theater riconosciuta come soggetto AFAM (istituzione di Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica), quindi, a tutti gli effetti, è un'Accademia idonea a rilasciare un titolo di studi riconosciuto dal Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca (MIUR). Un percorso straordinario di crescita che hai condiviso al fianco di Shawna Farrell. Insieme avete collaborato con registi, coreografi e artisti di fama internazionale, avete prodotto e portato in scena alcuni Musical, negli anni avete traslocato diverse volte e nell'ottobre 2017 avete inaugurato la vostra nuova sede di oltre 2.000 m2, il Center for the Performing Arts. Quante difficoltà hai dovuto superare e quanti ostacoli burocratici hai trovato in questi anni, ma soprattutto dove avete trovato forza ed energie per superare tutto e continuare a lottare, quando eravate ben consapevoli che la disciplina del Musical, soprattutto nei primi anni della scuola, era quasi completamente sconosciuta alla maggioranza del pubblico italiano? Trovare una Sede idonea ha richiesto una lunga ricerca, ma anche il traguardo del riconoscimento che abbiamo ottenuto, sono due sogni/obiettivi che io e Shawna puntavamo da moltissimi anni. Il riconoscimento valorizza il lavoro e lo studio dell'artista Italiano ed è più similare ai diplomi dei nostri amici londinesi, infatti in Inghilterra, da anni rilasciano un Bachelor of Arts. Se vogliamo stare al passo è giusto che anche i nostri talenti Italiani vengano premiati per il loro impegno. Anche

Shawna Farrell

la ricerca dello spazio è stato fatto per il benessere dello studente. È importante poter lavorare e studiare in una struttura con tutte le risorse tecniche, con aule individuali per ogni tipologia di studio, un teatro, sale di danza eccetera. La nostra scuola rimane aperta dalle 8:00 alle 22:30 ogni giorno e non è facile trovare in Italia un’altra scuola con queste caratteristiche. Devo dire che una volta che abbiamo individuato la location e i locali adatti alle nostre necessità, la parte burocratica non è stata difficile. La scuola è già riconosciuta dal Comune e dalla Regione, accreditata, ha una convenzione ed è ben vista dalle Istituzioni e tutto questo ci ha aiutato. Dopodichè ci siamo messi al lavoro con tanti amici per la ristrutturazione per cercare di entrare economicamente con i costi altissimi di ristrutturazio-

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ne. E mi chiedi “Dove abbiamo trovato la forza?” La nostra forza deriva dalle gioie e dalla grande soddisfazione che questi ragazzi ci danno. Finchè abbiamo questi risultati, noi troviamo la forza di andare avanti. Qual'è la soddisfazione più grande: essere riusciti a cre-

IL SITO

Inquadra il QRcode e accedi al sito ufficiale della Bernstein School of Musical Theater


are una grande Accademia o rivedere degli allievi ritornare felici a salutarvi dopo il loro ultimo spettacolo di successo? Credo la risposta sia, la nostra felicità, come già detto, anche tu, come artista e insegnante, riconosci questo aspetto stupendo del mondo dello spettacolo, che è quello di poter tornare a casa con un sorriso sulle labbra dopo un successo. Questo ti fa capire perchè: "now I know why we do it". Tra tutte le novità di questa pandemia, mi ha colpito l’energia e la determinazione tua e di Shawna che, incuranti delle restrizioni e delle chiusure dell’ultimo anno, vi siete lanciati ottimisti in un nuovo progetto. Durante la quarantena e l’emergenza sanitaria dello scorso Giugno 2020, per produrre il Summer Musical Festival 2020 avete deciso di allestire un palco nel cortile della BSMT Center for the Performing Arts.

L’esperimento è riuscito e quindi avete sviluppato l’idea di un progetto più ampio e articolato per il 2021. è nato il BOAT, un contenitore artistico che sorgerà nell'Area Ex-Sabiem di Bologna, poco lontano dalla vostra Sede che è nato da un'esigenza artistica, ma ha contemporaneamente richiesto uno sforzo notevole per garantire strutture e sicurezza per le iniziative artistiche. Pino, parlaci del programma 2021. BOAT sicuramente sarà in grado di garantire strutture e sicurezza, sarà un progetto che richiederà molto lavoro

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ma anche un grande investimento economico. Realizzare il programma artistico è ovviamente la parte più divertente. La novità di quest'anno è che, oltre a programmare i nostri Musical, avremo tanti ospiti, concerti di musica classica e spettacoli di danza.  Cosa aspetti per il prossimo futuro e, puoi svelarci se hai ancora un sogno nel cassetto? Condivido insieme a Shawna Farrell, direttrice artistica dell’Accademia un unico obiettivo: mantenere sempre un alto profilo artistico, sicuri che la BSMT potrà vivere ancora per tanti anni. • RS


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INTERVISTA

Il

Musical Theatre è la forma

d’arte totale del XXI secolo

CON IL DOTT. FRANCO FUSSI ANALIZZIAMO QUESTA NUOVA DISCIPLINA CHE UNISCE OPERA, DANZA E MUSICA

L

a voce nel musical, Storia, didattica, tecnica, stile, fisiologia e… è un manuale pubblicato recentemente dal Dr.Franco Fussi, insieme a Valentina Cavazzuti e Amgelo Fernando Galeano. Dr.Fussi, quando è nata la Sua passione per il teatro? Il mio amore per la musica e il canto nascono come melomane di opera lirica, in quanto mi portarono per la prima volta a teatro all’età di sei anni ad assistere ad una rappresentazione di Rigoletto, quado rimasi folgorato dalla magia del teatro e del canto teatrale, la magia del luogo e la magia della rappresentazione e della storia che veniva raccontata sul palcoscenico. Da allora mi appassionai al

codice vocale operistico e durante gli studi universitari mi dedicai ad indagare la vocalità artistica, da un punto di vista fisiologico e terapeutico. Quale è stato e qual è il suo rapporto con gli artisti? Dal 1986 sempre più il mondo degli artisti, sia lirici che moderni, si è a me rivolto non solo per le competenze mediche acquisite, ma soprattutto per la capacità di dialogo tecnico e di riconoscimento di quelle che sono le esigenze, contemporaneamente di controllo professionale, fisico ed emotivo dell’essere performer vocale. Quando alla fine degli anni ’80 mi capitò di assistere a New York al mio primo musical, Gipsy, la folgorazione si ripeté. La vitalità e la forza espressiva

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di quella forma d’arte, unitamente all’entusiasmo del pubblico, mi trasmisero una grande energia emotiva; ricordo ancora delle bambine sedute accanto a me che cantavano a memoria i brani. La bellezza delle melodie, dell’orchestrazione, di qualità di canto diverse da quelle del teatro classico mi riempivano di gioia. Non stento ad affermare che il Musical Theatre è la forma d’arte totale del XXI secolo, come ho scritto nella presentazione del testo che ho dedicato alle qualità vocali in questa forma teatrale che unisce l’emozione dell’opera e della danza, in un connubio che consente all’attore di spingere l’espressione teatrale al limite delle sue possibilità e sfruttan-


di Silvia Arosio

do al massimo la meravigliosa macchina che è il corpo umano. Quali sono gli effetti del Musical Theatre al livello del corpo? Sento ancora di più in questa forma teatrale liberarsi endorfine dal sistema limbico proprio perché è un genere che riesce a toccare le intimità più profonde dell’ascoltatore, la gioia e il dolore, ed esaltarne la percezione. Per un’arte così complessa e così fisica serve quindi chiarezza sulla modalità di emissione delle principali qualità di suono che la rendono anche la più versatile e trasversale stilisticamente. Che sia musical storico, o più classico, per usare un termine caro alla didattica italiana, o operatic musical fino alle nuove frontiere del musical contemporaneo, passando per il rock e il pop, le principali qualità di suono della didattica anglosassone da cui non può prescindere tecnicamente e stilisticamente uno studio approfondito sono Legit, Mix, Speech&Twang e Belt. Il suo ultimo libro è davvero utile per chiunque abbia intenzione di approcciarsi al mondo del musical. Cosa troviamo nel testo? Proprio per questo nel volume che è stato appena editato dall’editore Volonté, scritto

Simon Lee

insieme a Valentina Cavazzuti e Angelo Fernando Galeano abbiamo voluto indagarne Storia, Stile e Fisiologia, e dare indicazioni di Didattica e Igiene Vocale in questo genere performativo. E anche quest’anno ne parleremo durante il convegno La Voce Artistica, evento che si svolge dal 1999 al teatro Alighieri di Ravenna, dove

confluiscono temi relativi alla fisiologia, alla metodologia didattica, alla ricerca scientifica, alle esemplificazioni stilistiche, riguardo a tutto quello che concederne la vocalità artistica in tutti i generi vocali, e a cui partecipò anche nell’ultima edizione anche il grande compositore Simon Lee proprio con una lezione magistrale sul Musical a Broadway. • RS

BIOGRAFIA DEL DR. FRANCO FUSSI • Medico chirurgo specialista in Otorinolaringoiatria e Foniatria. Già Responsabile del Centro Audiologico e Foniatrico dell’Azienda USL di Ravenna

• Responsabile scientifico del Corso di Alta Formazione in Vocologia Artistica dell’Università di Bologna, con sede a Ravenna e del master in Vocologia Clinica

• Docente al Corso di Laurea di Logopedia dell’Università di Bologna, con sede a Ravenna • Foniatra collaboratore presso il Teatro Comunale di Bologna, le Accademia d’Arte Lirica di Osimo, l’Accademia Rossiniana di Pesaro, il Ravenna Festival, l’Accademia dell’Opera del Teatro di Firenze

• Membro del Collegium Medicorum Theatri • Presidente onorario del Voice Symposium di Salisburgo • Ha svolto Seminari di Foniatria sulla Voce Artistica presso numerosi Corsi di Perfezionamento in Canto Lirico. Curatore della rubrica I misteri della voce per la rivista L’Opera, ha pubblicato numerosi articoli sulla fisiopatologia della voce cantata in riviste scientifiche e musicali ed è autore di testi tra cui La parola e il canto (Ed. Piccin Padova), Dizionario di Linguistica (Ed. Einaudi), L’arte vocale, Le voci di Puccini, Lo spartito logopedico e La voce del cantante (vol. I, II, III, IV,V, VI,VII, VIII, IX e X) (Ed. Omega), Ascoltare la voce (Franco Angeli Editore), Il trattamento logopedico delle disfonie (Ed.Omega), Clinica della Voce (Libreria Cortina Editore), Le parole della scena (Ed. Omega).

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SPETTACOLI

I ragazzi della S D M

diventano gli

Addams

GLI ALLIEVI DELLA SDM DI MILANO SARANNO IN SCENA CON LA FAMIGLIA ADDAMS E LA REGIA DI CLAUDIO INSEGNO

A

ll’Oltheatre De Sica lo spettacolo di fine anno accademico della SDM riporta in scena, con la regia di Claudio Insegno, La Famiglia Addams, il fortunato musical di grande successo con le musiche di Andrew Lippa. La produzione dello spettacolo sarà sdm (Giulio Riva e Gail Richardson), il direttore di produzione come ogni anno sarà Giuseppe Musmarra e le traduzioni e adattamento delle liriche italiane saranno a cura di Nino Pratticó. Alice Mistroni, perché hai scelto proprio La Famiglia Addams? E come mai questa volta avete deciso di affidarvi ad un regista esterno, anzi, addirittura Claudio Insegno, regista originale dello spettacolo italiano con Gabriele Cirilli? Quando scelgo il titolo di uno spettacolo penso sempre come prima cosa agli allievi che ho in classe e cerco di capire il giusto casting per i ragazzi. Tra alcuni

Claudio Insegno

titoli che pensai c’era La Famiglia Addams. Solitamente la regia è curata da me e Chiara Vecchi, ma ho pensato di dare l’opportunità ai nostri diplomandi di lavorare con un regista affermato nel campo del musical. Da lì il passo e stato breve. Ho una grande stima di Claudio Insegno, ho collaborato con lui in diversi spettacoli e avendo già fatto lui la regia del Musical La Famiglia Addams con Gabriele Cirilli al teatro Nuovo di Milano, decisi di contattarlo e proporgli di curare la regia del nostro spettacolo di fine anno. Claudio accolse con piacere la mia proposta, stimolato dall’idea di lavorare con nuovi giovani talenti, con i quali magari far nascere anche eventuali collaborazioni future. Con orgoglio posso affermare che Claudio Insegno ha spesso scelto allievi SDM per molti suoi lavori teatrali e televisivi. Il principale obiettivo in SDM è proiettare gli allievi nel mondo del lavoro già da dentro la scuola. Cerchiamo di dare più occasioni possibili, durante i due anni accademici, di conoscere e lavorare con le principali figure di addetti ai lavori del panorama professionale nazionale e internazionale. Con La Famiglia Addams i nostri diplomandi faranno il loro primo passo nel mondo del lavoro, augurandoci che sia il primo di grandi successi. Claudio, hai accettato subito il tuo ruolo da regista? Ovviamente sì, Anche perché

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Alice Mistroni

fare la regia ad un gruppo accademico di ragazzi che sono in uscita verso il mondo dello spettacolo vero e proprio, mi stimola tantissimo, e in qualche modo mi fa pensare che forse è anche meglio fare una regia di questo tipo che quelle originali: mi diverte tantissimo “sfruttare” le loro capacità. Come adatterai lo spettacolo ai ragazzi e come li hai scelti per i vari ruoli, viste le caratteristiche importanti di ogni personaggio? Lo spettacolo è già stato trattaChiara Vecchi


di Daniele Colzani Gianluca Sticotti

Elena Nieri

to da Alice Mistroni, ha fatto in modo che risultassero tutti quanti presenti. Siamo stati fortunati perché c’erano le persone giuste per fare i ruoli giusti e quindi non c’era bisogno anche di adattarlo troppo: solamente, molto più giovani della versione originale, ma il teatro è meraviglioso per questo. Anche se un ruolo di un cinquantenne, lo fa un ventenne o un trentenne non succede nulla: se poi è bravo ancora meglio ed in questa scuola sono molto bravi. Claudio, cosa vuol dire secondo te, per un ragazzo neodiplomato, confrontarsi subito con il mondo del lavoro e del teatro professionale? Credo che non ci sia nulla di

Giacomo Buccheri

più bello che confrontarsi subito con il mondo dello spettacolo vero: stare in un’Accademia a volte vuol dire stare dentro la bambagia, protetti completamento e con tutti gli angoli smussati. Nel mondo del lavoro, gli angoli diventano spesso un po’ pericolosi: affrontare tutto già dentro l’Accademia con dei professionisti che insegnano é già abbastanza professionale. Avere un regista esterno che ha lavorato davvero ad uno spettacolo e disporre di un mese di prove, aiuta a far capire cosa vuol dire fare questo mestiere anche se poi là fuori sul Palco, dopo la scuola, saranno soli e dovranno tirare fuori le unghie. L’SDM fa bene a metterli subito

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sulla strada del mondo del professionismo. Che tipo di ragazzi stai trovando? Ho trovato dei ragazzi molto preparati: non voglio fare una sviolinata alla SDM, ma i ragazzi qui lavorano talmente tanto che non possono non essere preparati. Qual è il plus valore de La Famiglia Addams, a livello artistico e come si può “giocare” nel metterla in scena? Quando si gioca con lo spettacolo, si gioca sempre, in tutti gli spettacoli, anche quelli più seri, anche in Shakespeare o Pirandello, anche in quelli drammatici. In questo si gioca ancora di più perché sono dei fumetti, sono dei personaggi che ti dan-


no la possibilità di divertirti veramente. Quindi, a livello artistico, ti fanno crescere ancora di più perché ti mettono alla prova e ti fanno capire che cosa significhi affrontare anche qualcosa di inverosimile, in un certo senso. A livello artistico, questo spettacolo offre tanto: hai la possibilità di cimentarti in momenti seri, in altri ballati e cantati, o altri comicissimi… ti fa affrontare un personaggio particolare è pieno di sfaccettature. Mi sveli qualcosa sui costumi e l’allestimento scenico? Vedremo Mano e la casa degli Addams? L’allestimento scenico stiamo cercando di renderlo più agile e semplice possibile, anche perché non c’è bisogno di tantissimo. Naturalmente ci sarà Mano e delle proiezioni originali del musical che ha girato due anni. I costumi sono per metà quelli originale e per metà rifatti, ma saranno identici a quelli dei personaggi veri. Quali invece i messaggi? I messaggi che sono dentro non sono tantissimi, ma in primis quello del valore della famiglia: il non tradirsi mai, l’essere sempre vicini in qualsiasi momento della vita ecc. Ma anche il calore della fratel-

lanza e della diversità, perché i diversi escono vincenti da questo spettacolo, sono quelli che in un certo senso hanno meno problemi. Diverso è uguale! Chiara Vecchi, vice direttore SDM, coreografa e regista associata di musical e opere liriche a livello internazionale, curerà le coreografie. Ricalcheranno quelle originali o saranno modificate? Con grande piacere anche quest’ anno mi occuperò della messa in scena coreografica dello spettacolo. Le coreografie saranno come sempre totalmente nuove e create ad hoc per il cast

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che stiamo creando. Si alterneranno sicuramente momenti puramente coreografici e momenti di racconto e staging più narrativi come ormai mi piace sempre fare perché trovo che la danza debba sempre più essere al servizio della storia e non una pura semplice esibizione di tecnica e scolasticità. Almeno questo è il mio gusto, questo è quello che sto imparando nei miei lavori più importanti e contaminati da mondi diversi anche al di là del Musical e che mi permettono di dare spazio a tutti nella giusta misura e valorizzandone al meglio che posso i talenti e le espressività. Mi piace sempre di più far nascere le idee e lo spettacolo in sala prove e utilizzare al meglio il materiale umano davanti a me. Con questo titolo penso potremo divertirci a creare parecchio. Chiara, come darai spazio a tutti, mantenendo le distanze anti covid? È ormai un anno che monto spettacoli in giro per il mondo anche con grandi numeri di persone, come accade nelle opere liriche, dovendo ovviamente rispettare le regole di distanza, e finalmente non è quasi più una preoccupazione. Ovviamente lo faremo anche


questa volta sperando, da una parte, che finisca presto ogni tipo di restrizione in generale, ma approfittandone ancora una volta invece come un’occasione stimolante per trovare nuove idee e soluzioni intelligenti per sentire che tutto si può fare se fatto con attenzione, tanta fantasia e professionalità. La direzione musicale e vocal coaching sarà di Gianluca Sticotti e Elena Nieri con la collaborazione di Giacomo Buccheri. Come avete studiato in questo nuovo anno di crisi per il virus? Nieri: Quest’anno di crisi ha costretto tutti noi a rimboccarci le maniche e a trovare nuovi modi di insegnare, studiare, ricercare. Le nuove piattaforme internet ci hanno permesso di confrontarci in live streaming, senza troppi limiti, ascoltando tutto il materiale audio, e studiando lo score nel dettaglio. Nello spettacolo ci sono diverse scene corali: sto pensando alla divertentissima apertura che segna già lo stile ed il colore dello spettacolo. Come state preparando i ragazzi? Sticotti: Conosciamo bene lo score, io Gianluca ho avuto la fortuna di seguirne la direzio-

ne musicale al Teatro Nuovo di Milano, Elena ha curato uno schoolshow Addams ben confezionato. Siamo molto gasati! Per adesso ci siamo concentrati sulla preparazione delle audizioni per i ruoli, quindi lavorando sul singolo, e cercando di far rispecchiare le scelte attoriali del personaggio sull’uso della voce. Un lavoro divertente e molto variegato, per potenziare le qualità del singolo. Per quanto riguarda i cori, ho suonato (Gianluca) ogni singola traccia al pianoforte in modo che i ragazzi arrivino preparati già al

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primo giorno di allestimento, dopo aver assegnato tutti e 3 assieme le linee vocali e “incastrato” tutte le voci. I brani saranno in qualche modo riarrangiati? Lippa ha composto un musical talmente tante ricco di spunti e sonorità molto diverse che non ci permettiamo di modificarne lo score. Ma ci saranno qua e là dei nuovi arrangiamenti vocali, per sfruttare al massimo la preparazione dei nostri ragazzi. Come vengono concessi i diritti per portare in scena uno spettacolo di tale portata? I diritti sono stati concessi dalla “TRW - Theatrical Rights Worldwide” di Londra, una delle 4/5 società che danno in licenza i diritti degli spettacoli. Se esistenti, come in questo caso, vengono acquisiti i diritti “school edition”, appunto per scuole o compagnie amatoriali, che generalmente hanno una piccola riduzione, mantenendo con cura l’integrità della versione originale. Dove e come acquistare i biglietti? I biglietti saranno in vendita da settembre contattando la segreteria della scuola (02-30.88.183 o mail a info@lascuoladelmusical.com). • RS


INTERVISTA

Il grande ritorno del

Fantasma dell O ' pera

O

I FAN DI TUTTO IL MONDO ASPETTANO QUESTO MOMENTO CON GRANDE TREPIDAZIONE... 34

ltre un anno di silenzio, teatri chiusi, lavoratori dello spettacolo disoccupati, un intero settore fermo, immobile, in aspettativa come una donna incinta. Che cosa abbiamo fatto in questo periodo? Tanti hanno scritto, tanti altri hanno studiato, riletto libri e pubblicazioni, innumerevoli compositori hanno scritto originali note sul rigo creando nuove melodie e composizioni e molti hanno approfondito tecnica e studio. Ma tutti hanno atteso il fatidico ritorno alle scene cercando spasmodi-


di Christine Grimandi

camente di sopportare l’inedia e l’apatia che ha colpito indistintamente tanti e ha, verosimilmente, demotivato i giovani che sognavano o si apprestavano ad entrare in questa “macchina da guerra artistica”. Ecco i primi segnali di ripresa, la luce in fondo al tunnel! Londra con volontà, determinazione e caparbietà riapre con tante incognite e domande cercando di ricominciare a respirare arte e musica. Il calendario inglese è ambizioso. Questi mesi sono stati frenetici in Inghilterra: centinaia i meeting, le audizioni online e in presenza, incontri e scontri con gli interpreti, musicisti e tecnici che non potranno ritornare tempestivamente al lavoro sia sulla scena che dietro alle quinte, licenziamenti arrivati inaspettatamente… ma altri ancora, non si sono dati per vinti e hanno continuato per mesi con caparbietà, talento e anche un pizzico di fortuna a inseguire il sogno, e alla fine hanno gioito di una ritrovata tranquillità e firmato

nuovi contratti. Alcuni spettacoli verranno cancellati, almeno per ora. Nuove produzioni verranno proposte e si affacceranno timidamente e altri Mega Show saranno ripresi e, in alcuni casi, anche parzialmente modificati o rivisitati. È il caso specifico del Phantom of the Opera che approccia il debutto con una nuova regia, coreografia e novità tecniche, pur mantenendo fede allo spettacolo originale e alle direttive artistiche dei creativi. I fans che stanno aspettando di poter ritornare a vedere questo Masterpiece sono decine di migliaia sparse per il globo. Ma la più importante novità è la supervisore musicale dello spettacolo che è stata affidata al più amato Maestro del West End: Simon Lee. Il Maestro ha con gioia accettato di prendere le redini di questo Musical ormai entrato a far parte della storia mondiale per numero esorbitante di repliche in tutto il mondo e dirigerà lo Show

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fino alla fine di novembre 2021. Ho approfittato dei suoi ritagli di tempo e ho chiacchierato con lui. Maestro, lei è considerato un’eccellenza nell’ambiente musicale londinese e non solo: compositore, musicista, profondo conoscitore del Musical della sua storia e delle sue origini, ma soprattutto da oltre venticinque anni, prezioso collaboratore di Andrew Lloyd Webber. A detta di molti addetti ai lavori è unicamente lei l’unico musicista che comprende perfettamente e riesce a interpretare la sensibilità e la drammaturgia musicale di uno tra i più grandi compositori, e si contano nel palmo di una mano, del XX secolo. Perché è così tanto speciale questa vostra longeva collaborazione? Penso che la lunghissima collaborazione con Andrew Lloyd Webber e ogni successo che ho avuto lavorando insieme a lui è dovuto al fatto che abbiamo una


similare comprensione della musica e, più di tutto questo, ci fidiamo uno dell’altro. Lui si fida di me quando lavoro con la sua musica e viceversa io sono consapevole di sapere cosa Andrew vuole che io faccia con la sua musica. Ciò che dico può apparire arrogante, ma è un fantastico miracolo quando questo accade tra due persone e, soprattutto, tra due musicisti. Ho lavorato e ho condiviso con altri compositori questa stima, ma mai con nessun’altro è accaduto in questo modo così speciale come è accaduto con Andrew e, soprattutto, per un periodo e una collaborazione artistica che dura felicemente da così tanto tempo. Cos’ha provato Maestro ritornando agli Abbey Road Studios per registrare brani dell’album del prossimo nuovo Musical di Andrew Lloyd Webber, Cinderella? Quando sono ritornato a Abbey Road Studios la scorsa estate, nel bel mezzo della pandemia, è stata un’emozione e riuscire a registrare brani di Cinderella è stato di per sé

un miracolo. A Luglio abbiamo fatto la prima registrazione e poi, più avanti e seguendo le direttive del governo inglese, ne abbiamo fatto un’altra per terminare l’Album di cui è prevista l’uscita il prossimo 18 giugno. E’ stato emozionante per me rivedere musicisti che non avevo visto dallo scorso marzo, ma anche per tutti loro è stato bello potersi ritrovare e poter fare ciò che noi tutti amiamo fare. Naturalmente abbiamo registrato mantenendo le distanze e abbiamo diviso in due sezioni i musicisti: la sezioni degli archi e piano durante la prima giornata di registrazione e il giorno successivo abbiamo registrato legni, fiati e percussioni. Tutto ciò ha richiesto una grande organizzazione sia per quando riguarda l’ottimizzazione dei tempi di registrazione, ma anche perché, seguendo tutte le normative, abbiamo dovuto preparare accuratamente gli spazi necessari per mantenere il distanziamento sociale tra i musicisti. Ad esempio, per alcuni stru-

Andrew Lloyd Webber

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menti abbiamo dovuto mantenere 1 metro di distanza, ma per quanto riguarda i fiati, abbiamo dovuto considerare 2 metri di distanza seguendo la regolamentazione brittanica in vigore. Lavorare con queste distanze tra i musicisti ha creato inizialmente qualche problema per trovare il perfetto “tuning”, ma ascoltando l’album vi accorgerete che siamo riusciti egregiamente a sopperire anche a questo problema. È stato veramente bello ed emozionante ritornare in studio con Andrew e con tutti i suoi musicisti. Voglio precisare che personalmente non ho registrato tutte le musiche dello spettacolo, ma solamente alcuni brani particolari che richiedevano una specifica orchestrazione. E Andrew mi ha chiesto di farlo per lui. Ma è stato per tutti noi meraviglioso e molto emozionante. Quale sarà il suo ruolo di questa nuova e tanto attesa Premiere? Per la riapertura della produzione di The Phantom of the Opera al Majesty Theater London, il mio ruolo sarà Supervisore musicale. Avrò l’onore di dirigere la Premiere e continuerò a rimanere con la Produzione fino a fine novembre. Dopo questi ultimi mesi, era il mio più grande desiderio poter trascorrere del tempo nella buca d’orchestra accanto ai musicisti che amo. Sarà una gioia poter dirigere la meravigliosa musica di Andrew e ascoltare i cantanti sul palcoscenico. Con l’emergenza Covid, cosa sarà più difficoltoso? La cosa più difficoltosa in questo periodo, sarà programmare tutte le fasi delle prove fino ad arrivare al 21 giugno, momento in cui terminerà l’obbligatorietà di portare le mascherine e di mantenere il distanziamento sociale in que-


sto paese. Tutte queste fasi dipendono dal numero dei casi e dalle varianti. Attualmente stiamo ottenendo buoni risultati con le vaccinazioni programmate della popolazione inglese, ma contemporaneamente stiamo fronteggiando la nuova variante indiana che potrebbe causare un’ulteriore slittamento della data fissata del 21 giugno. Anche se questo dovesse accadere, la data del termine dell’obbligarietà e uso della mascherina e il conseguente mantenimento del distanziamento sociale, slitterà di qualche settimana, ma non si tratterà di mesi. Quindi, questo ulteriore spostamento, non inficerà in alcun modo la data della Premiere, fissata il prossimo 27 luglio. Le grandi produzioni come Les Miserables, The Lion King e tutti i più importanti e grandi spettacoli del West End, dovranno sostenere costi enormi per rimettere in moto la macchina teatrale e nessuna di queste produzioni potrà sostenere i costi di allestimento se i teatri non saranno riaperti a “full capacity”. Quindi, se non cesseranno le limitazioni per il pubblico, tutte le produzioni subiranno un forzato ritardo per il debutto. Quello che mi auguro è che tutto questo non accada e ci auguriamo che presto tutti noi possiamo rimetterci al lavoro. Quali saranno le differenze sostanziali? Il nuovo regista è stato un assistente di Harold Prince e la nuova coreografa è stata assi-

Simon Lee

stente di Madame Gillian Lynne, quindi lo spettacolo sarà modernizzato ma terrà fede al lavoro del regista e della coreografa originali dello spettacolo. Questo perché sia Harold Prince che Madame Gillian Lynne non sono più tra noi contrariamente al grande compositore che ha fortemente voluto questa Produzione nuovamente in scena. Lo spettacolo aveva raggiunto il suo 35° anno di repliche e l’intero Set stava cadendo a pezzi. Era necessario ricostruire e modernizzare. Quindi un nuovo Set è stato costruito e una nuova tecnologia sostituirà la precedente. Lo stesso teatro è stato completamente rinnovato, perché fin da quando aveva originariamente debuttato nel 1986, non erano mai stati fatti lavori di restauro. Ci saranno meno musicisti in orchestra: cosa pensa a riguardo? L’orchestra sarà ridotta e Andrew ha chiarito le motivazioni di questa sua decisione. Il teatro è stato finalmente restaurato e parallelamente anche

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la tecnologia si è evoluta in 35 anni. Quindi con le nuove strumentazioni saranno necessari solamente 14 musicisti nel pit. L’orchestra originale del Phantom era stata mantenuta dal debutto del 1986 con l’organico di musicisti più numeroso. Un’orchestra con così tanti elementi non si vedeva dagli inizi degli anni ’50 a Londra. Questa è una delle motivazioni. Ma con la ristrutturazione del teatro la buca d’orchestra è stata riportata alle dimensioni originali. Quindi ora, anche volendo, non ci sarebbe più lo spazio per contenere pressochè il doppio dei musicisti. Abbiamo fatto nuove audizioni e abbiamo trovato musicisti incredibili e straordinari riuscendo a mantenere e a contrattualizzare nuovamente anche alcuni dei musicisti più anziani. Quindi sono veramente felice e entusiasta di poter iniziare a lavorare con tutti loro. Un nuovo cast. Perché sono così tutti speciali per lei? Si. Assolutamente. Sono tutti speciali per me. Un nuovo cast e una nuova orchestra. E la grande novità sarà la diversità di genere. Sono estremamente felice di avere consegnato per la prima volta il ruolo di Christine a Lucy St. Louis, una ragazza di colore. Maestro lei è già stato diverse volte in Italia. Pensa che la produzione del Phantom of the Opera potrebbe finalmente arrivare anche in Italia? Non posso credere che il


I PROTAGONISTI

• Lucy St. Louis sarà Christine

Da sinistra: Rhys Whitfield, Lucy St. Louis e Killian Donnelly

Musical The Phantom of the Opera”non sia mai ancora stato proposto al pubblico italiano e posso ben comprendere che ci possa essere a riguardo un grande interesse e appetito! Lei è stato a Milano alla Premiere di Ghost invitato da Gianmarco Longoni, produttore di spettacoli e di star internazionali e ha avuto occasione di poter vedere uno dei teatri più importanti d’Italia con un palco tra i più grandi

d’Europa con una capienza di 2.500 posti a sedere. Lei pensa che il teatro Arcimboldi potrebbe ospitare il Phantom of the Opera. Assolutamente. È un teatro molto bello che mi ricorda il Neue Flora Theater di Amburgo dove il Fantasma dell’Opera debuttò negli Anni ‘90 tradotto in lingua tedesca. Credo che dopo tutti questi anni sia arrivato il momento anche per il pubblico italiano di riuscire

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Daaé (Diana Ross in Motown the Musical), Rhys Whitfield il nuovo Raoul e Killian Donnelly il nuovo Phantom. • Andrew Lloyd Webber ha dichiarato: "Sono entusiasta di annunciare il cast completamente rinnovato di The Phantom of the Opera che include alcuni meravigliosi artisti con cui ho lavorato in passato, come Killian e Rhys ed anche Lucy St. Louis che dal primo momento in cui l’ho sentita cantare mi ha entusiasmato. • Il produttore Cameron Mackintosh ha commentato: “Riportare la nuova versione della produzione originale al Her Majesty's Theatre, 35 anni dopo il suo debutto è una grande emozione perché nessuno poteva immaginare che questo spettacolo sarebbe rimasto in scena così a lungo. Sebbene molti dei nostri colleghi, e voglio ricordare Hal Prince e Gillian Lynne, non siano più tra noi, il loro lavoro continuerà a ispirare il nuovo fantastico Team creativo.

a vedere e a godere della meraviglia di questo spettacolo di Andrew Lloyd Webber che ha ottenuto in tutto il mondo un enorme successo. Quindi si. Ne sarei felice e orgoglioso! • RS


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INTERVISTA

I giovani sono

il nostro patrimonio

LA VITA È FATTA DI INCONTRI. DEVI COGLIERE L’ATTIMO E RICONOSCERE CHE QUELLO PUÒ ESSERE IL TUO MOMENTO

C

lasse 1964, attore di cinema, teatro e actor coach, Peppe Mastrocinque, in questa intervista di Christine Grimandi, ci parla del mestiere dell’attore. Peppe come hai iniziato la tua carriera artistica e qual è stata la motivazione che ti ha fatto iniziare a studiare per diventare attore? Ho cominciato per reazione ad un lavoro che non mi piaceva. Ero programmatore elettronico in un’azienda tessile. Lavoravo 12 ore al giorno chiuso in ufficio ed avevo sempre un copione o una sceneggiatura nel primo cassetto della mia scrivania. Facevo un mestiere che non mi piaceva e, dentro di me sentivo che stavo morendo un po’ alla volta, giorno dopo giorno. Mi sentivo solo nell’ora di pausa, quindi aprivo quel cassetto e cominciavo a fantasticare con i miei personaggi. Ringrazio comunque quell’esperienza perché ho capito quale fosse la mia aspirazione e quanto io amassi fare l’attore. Detestavo rimanere chiuso in ufficio per tutte quelle ore. Determinato com’ero, scappavo due volte la settimana da una finestra a piano terra per frequentare dei corsi di teatro: avevo convinto un mio collega a firmare, illegalmente, il cartellino al posto mio. Fino al giorno in cui decisi di riprendermi la mia vita tra le mai e, mettendomi contro tutti, rivelai con sincerità la mia voglia di intraprendere questa strada.

Quando la tua passione è sincera non devi avere paura di nulla, neanche di una potenziale sconfitta. Io non ci pensai mai a una sconfitta. Ero sicuro di farcela. Ho vinto. Oggi, sono felice. A chi ti sei ispirato in gioventù. Un tuo attore preferito, un mentore che ti ha lasciato un ricordo indelebile, un episodio o un incontro importante? La vita è fatta di incontri. Devi avere la capacità di cogliere l’attimo e riconoscere in un istante che quello può essere il tuo momento, quello importante. E finalmente arrivò l’agognato giorno in cui l’A-

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zienda mi licenziò. Io trovai subito un altro lavoro! Accettai un contratto, feci una Tournée teatrale e dopo un mese ero al Teatro Goldoni di Venezia. Non ero più giovanissimo, ma ricordo che davanti alla bellezza di quel teatro, i miei occhi brillavano pieni di emozione come gli occhi di un bambino. Una sera decisi di partecipare a una Masterclass con il Maestro Umberto Marino e Maurizio Scaparro in un Teatro Off di Venezia. Sulla laguna, al mio ritorno, avevo la testa piena di tante emozioni e il mio cuore batteva sempre più forte. Quello è stato sicuramente uno degli


di Silvia Arosio

incontri più importanti della mia vita. Avevo dato un senso a tutto quello in cui, ormai da tanto tempo, pensavo e credevo fosse la mia strada, il mio destino! Attore di teatro, di Musical e di cinema. Quali sono le principali differenze nello studio e come bisogna prepararsi a un provino? Non c’è differenza. Un attore è sempre un attore. E’ il modo in cui studi, ti dedichi e ti applichi che cambia da persona a persona. In questo lo studio e lo spirito di ricerca è fondamentale. Non deve mancare mai. Se smetti di ricercare e studiare, hai smesso di fare l’attore. Il provino fa’ parte della vita dell’attore e le due cose non possono essere separate. Non ci sono altre opportunità o possibilità per incontrare un regista e convincerlo che sei proprio tu chi sta cercando e quel ruolo deve essere tuo. Il provino si prepara come quando ci si appresta a lavorare sul Set. Maniacalmente devi essere concentrato e dare il massimo. Non esistono ritardi. Non esistono vuoti di memoria. Il provino è parte del lavoro. Sei sotto una lente di ingrandimento e, nonostante gli anni di

lavoro e la tua esperienza, va’ rispettato, mai sottovalutato e soprattutto mai giudicato! Da anni insegni e conduci Masterclass in tutto il territorio nazionale. Quali differenze trovi tra i giovani di oggi e gli anni ‘80/’90? I giovani di oggi sono migliori. Io adoro e credo nei giovani. Quotidianamente li sostengo e li incoraggio a continuare a credere nei propri sogni e desideri. Detesto gli adulti che, paragonandosi a loro, si sentono migliori e li scoraggiano per un riscatto personale. I giovani sono il nostro patrimonio. Abbiamo il dovere di metterci a loro disposizione. Dobbiamo donare e restituirgli la nostra esperienza, senza ergerci a maestri o divulgatori del verbo. I giovani devono essere con-

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siderati come nostri pari. Personalmente con loro faccio un lavoro maieutico e cerco di tirargli fuori il loro valore. Con i ragazzi parlo con il cuore, loro sentono la mia sincerità e con loro stabilisco sempre un bellissimo rapporto. Cresco insieme a loro e li ringrazio ogni giorno, a ogni lezione, per tutto quello che mi danno. Bisogna credere nei giovani! Oggi dobbiamo riconsiderare il valore della retorica. Un linguaggio semplice e diretto con l’individuo e l’attore. Hai fondato e dirigi la Agenzia Cinematografica PM5 Talent. Sei Casting Director e Coach per diverse produzioni cinematografiche. Come si scopre un talento e cosa ti colpisce di ungiovane allievo?


Faccio sempre fatica a usare la parola “talento”. Credo di non essere capace né di definire, né di capire un talento. Io incontro tanti ragazzi tutti i giorni. Anche facendo le medesime cose, alcuni le espletano con semplicità, senza fare fatica. Nessuno può garantirti e darti la certezza che tu riuscirai a fare l’attore. Ho fatto anche spettacoli di Musical. Dalla mattina alla sera studiavo prima dello spettacolo: esercizi di respirazione, vocalizzi, mangiavo bene, portavo anche la sciarpetta al collo e non fumavo. Altri miei colleghi si svegliavano alle tre del pomeriggio, li vedevo fumare e tossire, arrivavano a teatro quasi svestiti, ma quando cominciava lo spettacolo, aprivano la bocca e cadeva il teatro. Esistono interpreti che nonostante non abbiano mai fatto un vocalizzo riescono a cantare. Sono talenti? Non lo so. Lavoravamo entrambi! Quindi penso: quanto tu credi in quello che fai, questo fa la differenza! C’è chi non studia e riesce ugualmente a fare questo mestiere. C’è chi ha carisma e chi non ce l’ha! Questo è per me la differenza tra due interpreti…

ma è un discorso molto lungo! Lavori spesso con giovanissimi attori. Quale soddisfazione provi al termine delle riprese e che rapporto mantieni con loro e le famiglie? Oggi dirigo la mia Azienda ed è per me una grande soddisfazione. Ed è bellissimo quando alzo il telefono e comunico a uno dei miei ragazzi che abbiamo vinto il provino. “Hai il contratto!” E’ una gioia immensa. Seguo i giovani, i piccoli attori, mi occupo di loro e li rappresento. I genitori si accorgono che io tengo molto a loro, quindi, sereni, mi affidano il loro bene più prezioso e, io me ne prendo cura come fossero le mie stesse figlie. Hai collaborato con diversi registi. I tuoi prossimi progetti? Ho collaborato con tantissimi registi, soprattutto quando facevo il Coach per la RAI 3 durante le riprese de La Squadra” Ho sempre avuto un ottimo rapporto sia con i registi che con gli attori. Mi viene naturale stargli accanto, un passo indietro, per sostenerli e aiutarli a recitare i ruoli da protagonisti. Il lavoro del Coach è meraviglioso, ma contemporane-

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amente è un impegno molto delicato. Devi creare un’empatia con il regista, ma soprattutto devi creare un rapporto di grande fiducia tra loro e te stesso. I prossimi progetti saranno i Campus estivi di cinema in Campania. Con i ragazzi sarà divertente e bellissimo: immersi nella natura e in solitudine, condivideremo il lavoro dello studio e del divertimento. Per i ragazzi sono esperienze importanti e formative che ricorderanno per il resto della loro vita. Cosa consigli a un giovane che vuole intraprendere la carriera dell’attore, come si sceglie un Coach e quali sono le persone a cui rivolgersi? La prima cosa che consiglio ai ragazzi è di studiare tanto. Successivamente consiglio di non speculare sulla scelta degli insegnanti e delle scuole di formazione. Ma ripeto spesso alle famiglie e ai ragazzi di non fermarsi a guardare l’effimero “specchietto per le allodole”! Fate sempre molta attenzione a chi chiede tantissimi soldi. Informatevi bene e attentamente sui docenti e soprattutto guardate quali attori sono stati formati da loro che attualmente lavorano. Controllate la storia della scuola, la serietà. Ascoltate chi conosce o ha frequentato quella scuola. Consiglio le scuole istituzionali, ma se non riuscite ad entrare, cercate una scuola privata facendo sempre molta attenzione. Ci sono molti malfattori in rete. Non cadete nei loro trabocchetti. Non vi consiglio di pagare 7/8 mila euro all’anno. Scappate! Un coach si sceglie considerando il suo percorso artistico e con chi ha lavorato. E alla domanda “A chi rivolgersi” rispondo: alle persone perbene e, fortunatamente, ce ne sono ancora tante nel nostro ambiente. Basta cercarle! • RS


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Pensieri, parole

opere e confessioni

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I

o non so se a voi è mai capitato, in un tempo non previsto, in un posto qualunque, ascoltando una musica, annusando un profumo, leggendo due frasi di un libro aperto a caso o cedendo al fascino di un'immagine, di un oggetto... esprimere il desiderio: “mi piacerebbe fare uno Spassoadue con l’autore". gipeto incontra a distanza il musicista e cantautore Giovanni Nuti. Cos’è la fortuna per te? Il grado di libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni” (Alda Merini) gipeto: Se per fortuna si intende quando, dal nulla e immeritatamente, ti arriva un regalo dalla sorte, diciamo che io sono stato fortunato in vita mia… neanche una volta. La cosa che invece mi è chiarissima è il fatto di “sentirmi fortunato”. Io credo che avere fortuna sia un modo di essere e di sentire, piuttosto che qualcosa che può accadermi. Perché ho visto troppi casi di persone infelici che apparentemente hanno tutto il desiderabile. La mia fortuna, poi, è poter fare di questa passione un lavoro e quindi vivere il mio lavoro come fosse una missione di vita che mi permetta di vivere-sopra, ma anche dentro, questa vita… con dignità. La fortuna è sorprendermi

a riaprire gli occhi al mattino, riuscire ad andare in bagno in modo autonomo, e ho imparato che non essere fisicamente autonomi non è un fatto di età, ma di pura fortuna: aver modo di consumare una colazione avendo un tetto sopra la testa, libri da leggere, penne per scrivere e fogli, tanti e bianchi. La fortuna di sentirsi fortunato di aver conosciuto, da subito, due persone come i miei genitori, da cui imparare - ogni volta da sempre - che serenità vuol dire rigore, fatica e totale dedizione per ciò che più si ama. La fortuna è saper agire, agire e agire ancora, imparando sempre più a saperagiresempremeglio. Come si dice “La fortuna guida in porto anche navi senza timone”. Perché la malasorte non viene mai da una cattiva stella ma da noi, che non abbiamo saputo leggerle, le stelle. Quindi: vietato lamentarsi. Perché la legge di attrazione non aiuta nessuno: funziona e basta.“Where there’s a will, there’s a way” disse l’immenso Vate. Lamentarmi o studiare questo è il dilemma. Giovanni: La fortuna per me non è qualcosa che capita tra capo e collo indipendente-

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mente dal nostro volere, ma è il risultato di pensieri di fede coltivati giorno dopo giorno. Noi siamo quello che pensiamo, il nostro pensiero crea e il nostro pensiero è potente. Il punto è che la maggior parte dei nostri pensieri è inconscia e l'inconscio è a volte il cestino dell'immondizia dove buttiamo e nascondiamo tutte le emozioni negative e i traumi che ci hanno segnato. Ed ecco che l’inconscio ci condiziona con paure, senso di inadeguatezza, mancanza di autostima. È questo il motivo per cui spesso non riusciamo ad ottenere tutto quello che desideriamo arrivando a considerarci sfortunati. Il segreto sta proprio nel dichiarare a noi stessi spesso e volentieri durante la giornata che "noi siamo fortunati", intanto per


di gipeto

tutto quello che già abbiamo e che siamo diventati. E possiamo anche provare l'emozione di avere già ottenuto quello che desideriamo ancor prima della sua realizzazione. Con questa predisposizione positiva e questa attitudine di “apertura”, la fortuna potrà essere nostra fedele compagna e sapremo essere pronti a cogliere tutte le occasioni che si presenteranno. ... e la morte? “Il prodigio della morte È l’arte Di sapere attendere In eterno. Solo quando sto morendo Sono particolarmente in forma” (Alda Merini) gipeto: Tutti muoiono ma

non tutti vivono. Memento audere semper senza paura. So di dover morire e ringrazio sorella morte di ricordarmi di godere di tutto ciò che amo ORA: immediatamente, immanentemente, immensamente. Se, come si dice, chi ha imparato a morire ha disimparato a servire, io in certi momenti sento ancora di dover servire a qualcosa per qualcuno. E se la Filosofia insegna a ben morire, ma io mi son fermato alla Ragioneria, per ora, non mi sento per niente pronto a morire. Perché “preferisco essere carne e sangue, perché non ho ancora conosciuto un filosofo capace di sopportare un mal di denti”. Non posso sapere come morirò, l’unica cosa che posso fare è vivere vivendo, per morir così una volta sola e per sempre. Giovanni: Ho musicato

e cantato le parole di Henry Scott Holland (canonico Londinese di fine 800) che dicono: "La morte non è niente, sono passato solamente dall'altra parte, come mi fossi ritirato nella stanza accanto". E prendendo a prestito le parole del caro amico nonché grande biblista padre Alberto Maggi: "La morte non interrompe il ciclo vitale, ma è il momento della nuova e definitiva nascita delle persone. Quella che noi vediamo è la vita del corpo, ma oltre a questa ce n'è un'altra che in greco è chiamata Zoe che è la vita divina. Quando la vita biologica comincia a declinare, la vita divina comincia la sua salita senza fine”. Quindi il senso di terrore che la morte suscita nella maggior parte delle persone è ingiustificato, quando si crede in una realtà spirituale che è già presente in noi e sopravvive alla nostra vita meramente biologica. È naturale provare dolore per il distacco delle persone care, ma la loro presenza può diventare dopo la loro scomparsa ancora più intensa, perché i loro doni ci sono dati per sempre. Sei felice? gipeto: “Vivere omnes beate volunt, sed ad pervidendum quid sit quod beatam vitam efficiat caligant” scrive Lucio Anneo, tutti vogliono vivere felici, ma quando si tratta di veder chiaro cos’è che rende felice la vita, sono avvolti nell’oscurità. Io mi faccio guidare eudemonicamente dal mio spirito guida, che mi ricorda di cercare la profondità in ciò che mi meraviglia. Demone, non è per me il demonio, ma come nella tradizione sciamanica, è lo spirito guida, la voce della coscienza, il dialogo interiore incessante e involontario; la

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seduce perché soddisfa il nostro faustiano bisogno di conoscere in nostro alter ego, il fantasma, il doppio dove rischio di perdermi o di trovarmi, ma dove comunque devo accettare quello che vedo, altrimenti uscirà il peggio di me. “La superficialità  mi inquieta Ma il profondo  mi uccide” (Alda Merini)

gipeto in versione Cyrano Opera di Luca Peluso

capacità che abbiamo di pensare il nostro pensiero e quindi di artigianare la nostra felicità. “La miglior vendetta? La felicità Non c’è niente che faccia più impazzire la gente Che vederti felice.” (Alda Merini) Giovanni: Sono un uomo felice. S'impara la felicità con la consapevolezza di quello che abbiamo e non di quello che ci manca. Se guardiamo la nostra vita con gli occhi della gratitudine abbiamo innumerevoli cose di cui essere grati, iniziando dal letto che ci ha permesso di riposare la notte, o per il cibo che ci mantiene sani, o per i doni materiali e immateriali che riceviamo ogni giorno dalle altre persone o dai nostri animali da compagnia, o per le meraviglie che ci regala la natura, dai fiori alle stelle. Sono felice particolarmente per il dono della musica e del canto, per i quali ogni giorno ringrazio Dio. Sono felice perché ho anche il dono dell'ascolto e so quanto sia importante

per le persone, soprattutto in questa epoca, venire ascoltate. Ovviamente dare amore ti porta a riceverlo quintuplicato e per questo sono felice. Il tuo rapporto… allo specchio? gipeto: “Lo specchio è freddo non frigido. Non è vivo ma non è morto. Per attraversare lo specchio, basta guardarlo; chi lo guarda è già dall’altra parte. Lo specchio ha una luminosità di luna. Lunatico: sappiamo che l’uomo che transita immune sulle pietre infuocate è già nello specchio; ma è anche sulle pietre, e dunque egli fa tutti i gesti che al di qua dello specchio rappresentano un supplizio; al di là diventano un rito” (Giorgio Manganelli). Qual è la verità? Siamo noi, nello specchio, ove quel che è destra diviene sinistra? O siamo altro da noi, in una simmetria rovesciata? Specchio deriva da speculum, dal latino specere (guardare, osservare), e dal greco spektomai (io vedo). Lo specchio è deformante, è un mefistofelico tentatore portatore di luce ma anche di ego:

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Giovanni: Ho un rapporto importante e quotidiano con lo specchio. Sembrerebbe una risposta frivola, ma non la è. È basilare volersi bene e ogni giorno mi guardo allo specchio e mi dico "Giovanni ti amo". Questo semplice ma potente esercizio mi ha aiutato molto e lo consiglio sempre a tutti. Tra l'altro serve ad armonizzarsi con i nostri difetti. Tutti ne abbiamo ma è proprio grazie ai nostri difetti, una volta che li abbiamo accettati, che diventiamo meravigliosi. Cos’è per te la bruttezza? gipeto: “Guardami in faccia, e poi dimmi quale speranza consentirmi potrebbe questa protuberanza?! Talor certo m’avviene d’intenerirmi anch’io nelle notti serene,  per qualche donna che passeggia.  Io la seguo, e il corpo mi balza in petto, e penso, ahimè,  che anch’io vorrei almeno averne una per passeggiare a lenti passi sotto la luna. E mi esalto e m’oblio…  quand’ecco all’improvviso  l’ombra del profilo mio su pel muro ravviso!” (Cyrano) “In ogni caso sei fregato: se la trovi bella non sarà solo tua,  se è brutta paghi per tutti gli altri”. (Socrate) “Chiedete a un rospo che cosa è la bellezza, il vero bello. Vi risponderà che consiste nella sua femmina, coi suoi


due begli occhioni rotondi che sporgono dalla piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo e il dorso bruno”. (Voltaire)

persone intelligenti e chi ha potere sulle persone intelligenti non è egli più intelligente dell’uomo intelligente?” (Karl Marx)

Nel ‘900 le opere d’arte sono spesso poesie agonizzanti tra la razionalità e l’inconscio, trasformando un’immagine di sofferenza in un’icona di resilienza. L’arte del secolo breve se ne frega di essere fonte di piacere estetico, perché vuole dirci altro e nel riscattare la bruttezza la trasforma in icona. Quindi mai come ora c’è parità di diritti tra bruttezza e bellezza. E non sto dicendo sia una bella cosa, ma necessaria sì. Un esempio becero: pare che, per la legge dei grandi numeri, più approcci, più fai esperienza dell’universo di tuo gradimento, più hai possibilità di ottenere che su 200… 20 accettino. Quindi il problema è sempre li: nel non abbattersi, nel non mollare, nella capacita di reazione al problema. E poi non sopravvalutare chi ti rifiuta perché sei brutto, se tu fossi ricchissimo ti troverebbero un tipo interessante. Il problema, insomma, non è quello che sei ma quello che ti senti di essere. Fine momento becero. Il concetto di bruttezza cambia poi facendo una cosa fondamentale: viaggiare. Perché noi non siamo quello che siamo, siamo quello che costruiamo, che diventiamo, che transitiamo. “Io sono brutto ma posso comprarmi la più bella fra le donne, dunque non sono brutto. Io sono un uomo malvagio, infame, senza coscienza, ma il denaro è onorato, quindi lo è anche il suo possessore. Io sono stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di ogni cosa: come potrebbe essere stupido il suo possessore? Il denaro può comprarsi le

Giovanni: Sono un esteta ma del cuore. Non ci sono persone brutte o belle fisicamente, ma persone brutte e belle interiormente. Per me la bruttezza è la cattiveria gratuita, pensare di voler far del male a qualcuno quando poi, in fondo, chi fa del male prima di tutto lo fa a se stesso. La bruttezza per me è sentire l'egoismo e l’arroganza dei politici che dovrebbero prima di tutto occuparsi degli "ultimi” e invece pensano solo a guadagnare terreno nei sondaggi. Per me la bruttezza è la volgarità: assistere per esempio a programmi televisivi dove fanno a gara a urlare di più e a insultarsi o a esibire dolore e sentimenti falsi e stereotipati. La bruttezza è in definitiva mancanza di gentilezza e mancanza di rispetto per gli altri.

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E l’ispirazione? “E d’un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione”.  (da Arancia Meccanica). gipeto: Un risultato creativo “is one per cent inspiration and ninety-nine per cent perspiration” scrive quello stakanovista delle invenzioni Thomas Edison.  Ma sta di fatto che, senza quell’uno per cento di ispirazione, il novantanove per cento di sudore è puro sbattimento a vuoto. E dunque: che cos’è l’in-spirare, il soffiare dentro, il soffio delle muse che manda in estasi i poeti? … Una forza esterna e superiore? … Mah.  Io non so cosa sia e come chiamare quel bisogno di esprimerti che ti viene da dentro ma anche da fuori, che non sai dove ti porterà, ma che senti che ti sta già guidando, e che ti detta parole che non controlli bene fino in fondo, e che ti mette davanti agli occhi immagini che mai pensavi di po-


ter vedere. Però io so che, per quanto mi riguarda, un canto si alimenta di tutti i canti. Per incamminarsi sul sentiero dell’ispirazione occorre frequentare le opere più sublimi relative al nostro ambire e ai loro creatori. Ispirarsi è saper rubare senza copiare. Ispirazione è sudore. Se è come credo sia: sono stato ispirato in quei momenti in cui mi sono sentito forte nella mia vulnerabilità di poter resistere e affrontare qualsiasi cosa in un tempo che non sentivo più passare ma scorrere come un fiume di lava. Credo che l’ispirazione abbia molto a che fare con l’amore. Domandano tutti come i fa a scrivere un libro? Si va vicino a Dio e gli si dice: Feconda la mia mente  Mettiti nel mio cuore E portami via dagli altri, Rapiscimi.

Io sono la cifra indecifrabile dell’erba, Il panico del cervo che scappa, Sono il più grande e sono il più piccolo degli insetti. E conosco tutte le creature: Sono perfette  in questo amore che corr sulla terra Per arrivare a te.  (Alda Merini) Giovanni: L'ispirazione arriva in quel momento magico in cui fai il vuoto nella mente e abbandoni il suo chiacchiericcio. Proprio in quello spazio vuoto, in quella dimensione zero, in quell'assenza di pensieri fa capolino una strana sensazione che chiamerei gioia e proprio in quell'istante ti arriva un messaggio che capisci esserti stato inviato da Dio e non frutto di ricerca della mente. Le mie musiche più belle sono arrivate in questi

momenti d'ispirazione. L’ispirazione non è però un fulmine a ciel sereno, ma va preparata con la meditazione. È come un giardino che va coltivato con assiduità e dedizione se vuoi coglierne i fiori in abbondanza e per tanto tempo. La clausura forse? “La nostra epoca è una gigantesca bolla di solitudini. A pelle si sentono cose a cui le parole non sanno dare il nome.” (Alda Merini) Il chiudersi in un silenzio non per assenza ma per sovrabbondanza di contenuti.  “C’è gente che parla  per riempire il vuoto della sua intelligenza” (Alda Merini) gipeto: Il silenzio, come la solitudine, come il digiuno, inizialmente mi crea disagio, poi mi trasforma aumentando le mie capacità percettive, e faccio pace col me stesso del qui e ora, cercando spazi di libertà nuovi e inediti. Dallo sradicamento dell’ego collettivo arrivo al silenzio e ascolto l’altro solo se e quando sarò capace di ascoltare il silenzio e in esso meravigliarmi della creazione. La mia clausura è quando tra me e il mio Dio (D’IO) non c’è nessuno in mezzo e mi allontano dall’eterno lamento e vedo il superfluo in me e mi rapporto con quello che ho e che riesco ad apprezzare solo nei momenti di emergente limitazione.  “Mi piace la gente che sceglie con cura  le parole da non dire” (Alda Merini) Giovanni:

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La clausura è


uno spazio chiuso. Per me non esistono spazi chiusi perché sono allineato alla mia parte spirituale. Per questo faccio esercizi ogni giorno. Noi siamo esseri spirituali in un corpo che usiamo per fare le esperienze di cui abbiamo bisogno. Il fatto di riconoscere che siamo essenzialmente spirito ci permette di non essere limitati da niente e non esiste nessuna vera clausura se non quella data dai condizionamenti della materia e del nostro corpo. Ho incontrato alcune suore di clausura e posso dire che sono tra le persone più libere che abbia mai conosciute. “Avevo fame di cose vere,        Naturali, primordiali;          Avevo fame d’amore. …L’avrebbero mai capito gli altri?” (Alda Merini) gipeto: Andando al lavoro ho riflettuto più volte, camminando a passo lesto davanti allo scorrere di un murale.

Pensando agli studenti di una scuola che ogni giorno all’entrata possono, volendo, leggere e rileggere la frase citata in questa domanda, in maniera spesso inconsapevole, esasperata, infantile, senza freni inibitori. Intitolato: La musica fa respirare, il murale rappresenta la rigenerazione dal basso (15 metri di larghezza per 4,5 metri di altezza)… perché in alcuni casi le misure sono importanti per sentirsi piccoli. Un muro anonimo si è dunque trasformato in un simbolo di rinascita celebrando la rigogliosità della natura umana. I diversi elementi floreali, volutamente dissimili, esaltano il valore della molteplicità, all’interno di un unico habitat.  Una rosa arancione, affiancata al viso della Poetessa, riporta al potere della bellezza, antidoto al degrado e all’incuria. “Una piccola ape furibonda” al centro… “Nessuno rinuncia al proprio destino 

anche se è fatto di sole pietre. I folli sono quelli che resistono agli amori facili”.  …simbolo di laboriosità, descrive la voglia di agire. Giovanni: Queste parole di Alda Merini sono tratte da L'altra verità, Diario di una diversa. E descrivono bene la ragione profonda del nostro incontro. Con Alda Merini ebbi un sodalizio che lei definì "matrimonio artistico”, durato sedici anni, ma in fondo mai interrotto nonostante la sua morte, perché continuo a portare avanti la sua eredità spirituale e il nostro “canzoniere”. Proprio nell'ultima ristampa di questo straordinario libro, Alda mi fece il preziosissimo dono di una dedica, accompagnandola con una poesia. Per me è stato ed è un onore grandissimo. Ennio Morricone disse di lei che era come Dante, perché tutta la sua poesia, come quella dell’Alighieri, è ispirata da “amore". • RS

(crediti: Curatore del murale - Christian Gangitano; Cyrano - opera di Luca Peluso)

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INTERVISTA

La lezione della farfalla

IL NUOVO LIBRO DI DANIEL LUMERA E IMMACULATA DE VIVO, EDITO DA MONDADORI, SPIEGA COME AFFRONTARE I GRANDI CAMBIAMENTI DELLA VITA PER USCIRNE TRASFORMATI E GENERARE BENESSERE INTORNO A NOI E NEL MONDO

È

disponibile in libreria e online La lezione della farfalla, il nuovo libro scritto a quattro mani per Mondadori dall’autore e docente Daniel Lumera, riferimento internazionale nelle scienze del benessere e nella pratica della meditazione, e dalla scienziata di Harvard Immaculata De Vivo, fra le massime esperte al mondo nel settore dell’epidemiologia molecolare, della genetica del cancro e nello studio dei telomeri. Dopo il successo di Biologia della Gentilezza, bestseller sul benessere 2020, gli autori tornano quest’anno con un’opera che insegna ad affrontare piccoli e grandi cambiamenti della vita e a trasformarli in un motore straordinario di salute, realizzazione e rinascita. Come attraversare i grandi cambiamenti del nostro tempo e uscirne rigenerati? La risposta sta, ancora una volta, nell’incontro tra le scoperte scientifiche più recenti e gli antichi saperi

delle tradizioni millenarie, per guidarci verso una nuova frontiera del benessere individuale, relazionale e collettivo. Grazie a “sette nuove consapevolezze” nel libro si esplora il cosiddetto “effetto farfalla”, metafora che racchiude le fasi della vita di ciascun essere umano e gli insegnamenti cardine basati sull’interconnessione e l’interdipendenza, che aiuta a comprendere come un piccolo cambiamento nella consapevolezza interiore sia in grado di generare

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uno straordinario impatto non solo sui nostri geni e sul nostro ambiente interno, ma anche sugli equilibri e sulle armonie del mondo esterno. Da questo nesso dipendono, quindi, salute, guarigione, benessere, longevità e qualità della vita personale, lavorativa e relazionale, e anche la qualità della vita collettiva, così come la capacità di affrontare i cambiamenti climatici, economici, culturali, sociali ed esistenziali del nostro tempo.


di Silvia Arosio

IL VIDEO

Inquadra il QRcode e guarda la versione integrale dell'intervista di Silvia Arosio Un’evoluzione in sette passaggi, che permette di affrontare le sfide di oggi e le trasformazioni del prossimo futuro nell’unione della cura di sé alla cura degli altri e nella riscoperta di valori quali l’empatia, la leadership gentile, il rispetto dell’ambiente, per percorrere una via pragmatica al benessere quotidiano, alla felicità e alla longevità con indicazioni concrete su alimentazione, riposo, stili di vita naturali, meditazione, per imparare un nuovo modo di essere umani scoprendo l’immenso valore del “noi”. «Servono nuove ali per trasformarci in farfalle ed entrare nel prossimo futuro - afferma Daniel Lumera -. Ali che pos-

siamo trovare nell’unione tra scienze d’avanguardia e antiche filosofie millenarie da leggere a cuore aperto e mente pronta. Sette sono le consapevolezze fondamentali che possono cambiare non soltanto la nostra vita, ma il ruolo che giochiamo su questo pianeta e generare un impatto in termini di salute, benessere e felicità collettivi: il passaggio da ‘io’ a ‘noi’; l’allenamento di sei forze inclusive femminili, quali empatia, compassione, gentilezza, gratitudine, altruismo e perdono, per una nuova leadership gentile; la comprensione che per salute e longevità è fondamentale occuparci della felicità altrui; il ribaltamento del ruolo del negativo e della morte come risorse per accogliere il flusso del cambiamento; l’adozione di un nuovo concetto di empatia alimentare; la consapevolezza che ciascuno di noi, attraverso piccoli gesti, può fare la differenza nel cambiamento climatico globale; e, infine, la concezione che una qualità superiore di vita passa attraverso l’integrazione di cinque grandi saperi, il saper fare, il saper avere, il sa-

DANIEL LUMERA • Esperto di scienze del benessere e della qualità della vita, e riferimento internazionale nella pratica della meditazione che ha studiato e approfondito con Anthony Elenjimittam, discepolo diretto di Gandhi. • Autore di bestseller quali La cura del perdono (Mondadori, 2016), coautore di Ventuno giorni per rinascere (Mondadori, 2018) e La via della leggerezza (Mondadori, 2019) e, insieme a Immaculata De Vivo, di Biologia della Gentilezza (Mondadori, 2020). • Ideatore del metodo My Life Design®, il disegno consapevole della propria vita personale, professionale, sociale, metodologia applicata a livello internazionale in aziende pubbliche e private, al sistema scolastico, penitenziario, sanitario e nell’accompagnamento al morente. • Fondatore dell’Associazione My Life Design ONLUS, vocata a declinare il metodo in contesti educativi e nell’ambito di giustizia, sanità e ambiente, della My Life Design Academy, dell’Accademia dei Codici, del Filo d'Oro, dell’International School of Forgiveness e della Giornata Internazionale del Perdono, che nelle ultime tre edizioni ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica italiana.

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IMMACULATA DE VIVO • Scienziata di origini italiane, classe 1964, è fra le massime esperte mondiali nel settore dell'epidemiologia molecolare e della genetica del cancro. • È docente di Medicina alla Harvard Medical School e professoressa di Epidemiologia alla Harvard School of Public Health.

per apparire, il saper essere e il ‘quinto sapere’». «Questo libro - conclude Immaculata De Vivo - restituisce alla scienza un cuore e alla spiritualità un cervello, invitando ognuno di noi ad essere parte di un diverso modo di essere umani e a trasformare ogni attimo della nostra vita in un’espressione di grande consapevolezza. Il grande cambiamento dell’ultimo anno e le ultime ricerche scientifiche ci hanno permesso di allargare lo sguardo alla dimensione collettiva del benessere in una visione che lega la salute del singolo alla salute di tutti. Ed è grazie a queste prove consistenti, solide e accreditate dalla scienza che potremo vivere il nostro “giorno perfetto” per uscire dalla crisalide e diventare finalmente farfalle». • RS


BENESSERE

L’ Italia non è un paese per vecchi? O lo è?

UNA PROVOCAZIONE? FORSE. MA LA QUALI TÀ DELLA VITA DEGLI ANZIANI, DOPO L’ISOLAMENTO DEL LOCKDOWN, È PIÙ CHE MAI DI ATTUALITÀ.

L

a citazione cinematografica (la pellicola dei fratelli Coen del 2007) mi sembra una buona base per analizzare una situazione, quella del Belpaese, che è sempre più sotto gli occhi di tutti, a causa anche delle grandi perdite di anziani che la nostra nazione ha registrato nell’ultimo anno, causa pandemia. Ho avuto il piacere a tale proposito di partecipare ad uno dei Salotti di GUNA, incontri (questa volta online) con giornalisti e professionisti, che si organizzano da 10 anni grazie proprio a Guna, leader in Italia nel settore della produzione e

distribuzione di farmaci di origine biologica. Nel webinar, è stato spiegato come nel nostro paese registriamo una percentuale di over 65enni sul totale della popolazione del 22,8%, che corrisponde a oltre 14 milioni di anziani di cui 14.804 ultracentenari (fonte: Eurispes, 2020). Un trend in costante aumento che è il riflesso di un sistema sanitario nazionale efficiente e soprattutto di una robusta impalcatura sociale che pone il soggetto anziano al centro della comunità, tutelato e rispettato; nel nostro Paese 2,45 persone ogni 10 mila abitanti

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raggiungono i 100 anni di vita. C’è anche un’altra componente, importantissima, che ha permesso all’Italia di ottenere questo primato: la presa di coscienza che uno stile di vita sano e una dieta corretta, com’è per esempio quella mediterranea, “aggiunga anni alla vita”. Ed è proprio questa tesi che ha ispirato il programma dell’OMS Decade of Healthy Ageing 2021- 2030 per orientare tutti i protagonisti della sanità – istituzionali e privati – verso un impegno concreto in termini di progetti e politiche a favore degli individui senior e


di Silvia Arosio

delle comunità in cui essi vivono. Se pensiamo agli abbonati dei teatri, sappiamo che per la maggior parte si tratta di over 65enni, che sono sempre tutelati da pacchetti a prezzi speciali. D’altronde, il teatro può davvero essere annoverato nelle buone prassi per mantenersi sani ed in salute. Quando mi laureai all’Università Cattolica in Lettere, tanti anni fa, portai una tesi che allora poteva davvero essere rivoluzionaria e pionieristica: analizzai infatti il benessere dell’uomo, inteso in senso olistico, a partire dalla umanizzazione delle cure, ospedaliere e non, tema che negli ultimi anni sta diventando, fortunatamente, sempre più di attualità. Sta nascendo infatti la “Medicina dei Sistemi”: insegnata nelle università di tutto il mondo, che si basa sulla visione dell’organismo come un grande sistema, appunto, interconnesso anche con l’ambiente in cui è inserito e con gli altri essere viventi. La declinazione terapeutica che deriva dal paradigma della Medicina dei

Sistemi conduce a un uso più giudizioso dei farmaci e, laddove possibile, alla loro razionalizzazione. È inevitabile quando si parla di anziani considerare che essi rappresentano la fascia di popolazione maggiormente esposta ai rischi di interazioni tra farmaci e relative reazioni avverse. Dati di AIFA del 2020 mostrano come il 55% dei senior riceve mediamente da 5 a 9 farmaci al giorno, e in particolare si stima che circa il 14% farebbe uso quotidiano addirittura di più di 10 farmaci. Purtroppo, il ricorso ai farmaci, già assai diffuso nelle diverse età della vita, diventa esponenziale durante la vecchiaia proprio perché ci si ammala di più: questo fenomeno sottopone il SSN a molteplici pressioni rendendo ancora più critica la situazione, proprio per la facilità di accesso al farmaco. Inoltre la politerapia, inevitabilmente, porta con sé rischi di interazioni dannose tra farmaci e rischi di intera-

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zioni tra farmaci ed altre malattie di cui il paziente è portatore. Probabilmente la maggior parte degli anziani non è così “avida” di farmaci quanto lo sono i loro figli e i parenti, che li vogliono “sani a tutti i costi”. Andrebbe altresì effettuata una attenta sorveglianza anche sulla aderenza del paziente alla terapia, non sempre seguita correttamente dall’anziano per disattenzione, dimenticanza, ma anche per la sua tendenza all’autosospensione della terapia o all’automedicazione, senza un parere del medico. La parola infiammazione, poi, è diventata sempre più “virale” proprio per quanto riguarda il covid, perché è stato più volte affermato come uno stato di flogosi nel corpo possa peggiorare la risposta del sistema immunitario e la famosa tempesta di citochine: l’in-


fiammazione, e in particolare quella forma subdola chiamata infiammazione cronica sistemica di basso grado, il killer silenzioso di molti anziani e non solo. Nel webinar, i professionisti messi in campo da Guna, e cioè Umberto Solimene, Direttore World Health Organization (WHO) Collaborating Center Traditional - Medicine State University of Milan, Ivo Bianchi, Prof. Specialista in Medicina Interna ed Alessandro Perra, Direttore Scientifico di GUNA S.p.a. hanno parlato delle diverse strategie adottate dall’azienda, come la Low Dose Medicine, che con la sua visione sistemica del malato che mette a disposizione una farmacologia biologica low dose, assicura trattamenti

anche di lungo periodo nella massima sicurezza clinica anche in caso di patologie complesse e croniche come sono spesso quelle degli anziani degli anziani. Inoltre, ha messo in atto una serie di eventi, tra cui l’organizzazione di un web forum sul ruolo dei farmacisti nella gestione delle cronicità dei Senior, volto a mettere a confronto diverse strategie con un particolare focus sul contributo del farmacista per garantire una solida condizione di benessere psicofisico a tutti gli over 65enni, nel rispetto delle singole diversità, passando attraverso programmi di education e di consapevolezza e offrendo così un competente supporto concreto ad un invecchiamento di qualità.

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IL SITO

Inquadra il QRcode e accedi alla sezione Benessere in scena di GUNA SPA Tenutosi lo scorso 7 febbraio ha registrato una partecipazione di oltre 500 farmacisti • la promozione di un corso di formazione e aggiornamento sui disturbi cognitivi e depressivi dell’anziano rivolto ai medici per discutere delle azioni e innovazioni in questo campo, fra cui particolare attenzione è stata data al ruolo del BDNF (Brain Derived Neurotrophic Factor) nel controllo dei marker di modulazione dell’invecchiamento. L’uso della famiglia di fattori neutrofici di cui fa parte BDNF, potrebbe rappresentare una valida soluzione terapeutica in molte malattie neurodegerative. Il corso, apertosi il 15 febbraio, rientra nei percorsi FAD Asincrona – Formazione a distanza – e i partecipanti (oltre 200 finora) otterranno 5 crediti ECM. L’evento rimarrà disponibile in rete per tutti i discenti fino al 14 dicembre 2021 con iscrizione alla mail seniorinsalute@ guna.it • la realizzazione di un vademecum per il pubblico ispirato alle raccomandazioni presenti nelle linee guida del programma dell’OMS, distribuito gratuitamente nelle farmacie aderenti, grazie alla disponibilità di Federfarma, Fofi, Sifo e Utifar, per diffondere su larga scala le migliori pratiche di


gestione dell’invecchiamento. Dice Alessandro Pizzoccaro, Presidente del CdA di GUNA: “Con il progetto di ampio respiro Senior in Salute abbiamo voluto dare concretezza alle linee guida del programma decennale dell’OMS Healthy Ageing 2021-2030, che invitano il settore privato a una partecipazione attiva. Così, assieme ad esponenti prestigiosi del mondo accademico, medico e della farmacia, abbiamo promosso una serie di iniziative in sinergia con il Centro collaborante dell’OMS per la Medicina Integrata dell’Università di Milano. Queste diverse attività hanno l’obiettivo di illustrare e condividere le conoscenze scientifiche più aggiornate e per suggerire una corretta prevenzione allo scopo di favorire il miglior invecchiamento in buona salute. Vorrei sottolineare l’originale impostazione che mira a dare impulso alla collaborazione e integrazione tra medici, farmacisti e media”.

Il progetto di Guna però non riguarda solo gli anziani. Per garantire il benessere della persona, che come abbiamo detto, passa anche attraverso le arti, Guna ha ideato nel 2017 il progetto Benessere in scena, realizzato in collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano e giunto alla sua 3° edizione: si sviluppa attraverso un ciclo di “talk”, che si svolgono in Teatro prima dei balletti più importanti e aperti a un pubblico

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selezionato e in target, in cui medici specializzati, esperti di salute e benessere, artisti del Teatro alla Scala e giornalisti condividono le proprie testimonianze sul tema della fruizione dell’arte ripercorrendo le principali esperienze e ricerche secondo cui un’opera d’arte, una melodia, un balletto, uno spettacolo teatrale, un quadro e ogni altra forma d’arte possono influenzare l’equilibrio psico-fisico di un individuo. • RS


PROGETTO “BENESSERE IN SCENA” DI GUNA E IL TEATRO ALLA SCALA COME LA FRUIZIONE DELL’ARTE PUÒ GENERARE BENEFICI PSICOFISICI SULL’INDIVIDUO: LE PIÙ RECENTI RICERCHE SCIENTIFICHE SULL’ARGOMENTO LO DIMOSTRANO Arte e benessere, un binomio che le più aggiornate ricerche scientifiche confermano essere strettamente collegato e in grado di influire profondamente sulla vita della singola persona. La tesi di questo equilibrio è stata dimostrata di recente dal Rapporto n°67 dell’OMS dal titolo “What is the evidence on the role of the arts in improving health and wellbeing? A scoping review” che ha esaminato oltre 3000 studi dal 2000 al 2019: la ricerca ha infatti evidenziato come la fruizione dell’arte, nelle sue più diverse forme, contribuisca a generare benefici psicofisici sull’individuo. È questo il concetto fondamentale che ha portato Guna S.p.a., azienda leader in Italia nella medicina dei bassi dosaggi, all’ideazione nel 2017 del progetto “Benessere in scena”, realizzato in collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano e giunto alla sua 3° edizione: si sviluppa attraverso un ciclo di “talk”, che si svolgono in Teatro prima dei balletti più importanti e aperti a un pubblico selezionato e in target, in cui medici specializzati, esperti di salute e benessere, artisti del Teatro alla Scala e giornalisti condividono le proprie testimonianze sul tema della fruizione dell’arte ripercorrendo le principali esperienze e ricerche secondo cui un’opera d’arte, una melodia, un balletto, uno spettacolo teatrale, un quadro possono influenzare l’equilibrio psico-fisico di un individuo. Durante questi incontri gli esperti hanno confermato, sulla base di ricerche ed esperimenti scientifici, che ascoltare un componimento musicale, assistere a un balletto, a una coreografia o a uno spettacolo teatrale, ammirare un quadro, una scultura o una qualsiasi opera d’arte non comunicano solo con i nostri sensi (vista ed udito) ma anche direttamente con le nostre cellule, inducendo la produzione di endorfine, che danno un senso di benessere, e di dopamina, un neurotrasmettitore straordinario la cui presenza è legata alla sfera del piacere. Le frequenze luminose generate dal “bello” che guardiamo e ascoltiamo ci stimolano al livello più profondo, provocando vere e proprie modificazioni virtuose nella fisiologia del nostro organismo e le cellule sono in grado di percepire positivamente queste frequenze “armoniche” e trasmesse in modo delicato. Nel corso dell’ultimo ciclo di incontri (2019-2020) del progetto “Il benessere in scena” organizzati da Guna al Teatro alla Scala si sono prese in considerazioni diverse tematiche di attualità che legano la fruizione dell’arte con lo stato di equilibrio psicofisico della persona. Questi i numeri, molto significativi, del progetto “Benessere in Scena” dal momento del suo esordio: • 8 talk tenuti da medici specializzati, tra cui il Prof. Carlo Ventura, docente di biologia molecolare all’Università di Bologna e il Prof. Federico Audisio Di Somma, medico chirurgo, specialista in medicina del lavoro e omeopatia, artisti del Teatro Alla Scala (Marta Romagna, Prima Ballerina, Mick Zeni, Primo Ballerino) e autorità istituzionali (come Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore ed ex Ministro degli Esteri). • 8 spettacoli di cartello al Teatro Alla Scala (tra cui Lo Schiaccianoci, Sylvia, Woolf Works, La Dame Aux Camélias, Winterreise) • 6 RELAZIONI/RICERCHE SCIENTIFICHE presentate (effetti benefici dell’arte sul sistema neuro-endocrino e immunitario della persona, sulla donna in gravidanza e sul nascituro, sulle cause dello stress, dell’ansia e del dolore, sull’equilibrio psico-fisico della persona, sulla biologia dell’organismo umano, sui processi cognitivi e sulla prevenzione nell’insorgenza di patologie mentali, malattie non trasmissibili e di disturbi neurologici e fisici legati all’età) • 780 persone del pubblico presenti ai talk. • Per maggiori informazioni sul progetto potete visitare le appoisite sezioni dei siti ufficiali GUNA: https://guna.com/it/teatro-alla-scala/ TEATRO ALLA SCALA: http://teatroallascala.org/it/le-aziende-e-il-teatro/hanno-scelto-scala/sponsor-progetti-artistici-speciali/il-benessere-in-scena.html

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INTERVISTA

“Quel posto nel tempo”, Alessio Nuzzo racconta l’ Alzheimer

IL LUNGOMETRAGGIO CON LEO GULLOTTA, GIOVANNA REI E BEATRICE ARNERA È UN AFFRESCO DRAMMATICO DEDICATO AL MONDO DEGLI ANZIANI. CHRISTINE GRIMANDI HA INTERVISTATO IL REGISTA.

H

o incontrato Giuseppe Alessio Nuzzo tramite un amico e un collega. Inizialmente dovevamo fare insieme un progetto per il Cinema a Milano che per problematiche sorte per la locazione e la condivisione degli spazi, non è andato a buon fine. Abbiamo continuato a mantenerci in contatto e sono stata ospite a Vico Equense dove ho potuto vedere il lavoro che porta avanti con i giovani e per i giovani. Claudia Cardinale, Presidente Onorario del Festival ha commentato dicendo: “Il Festival più emozionante al mondo” e devo ammettere che anche io mi sono commossa. La mia stima nei suoi confronti

è grande e nonostante la sua età è già riuscito a ottenere grandi riconoscimenti. Si muove da anni nell’ambiente cinematografico con disinvoltura, conoscenza e preparazione avendo sempre un occhio attento e sensibile verso le problematiche del cinema sociale e mantenendo un occhio di riguardo verso i giovani e la loro formazione. Qual è stato l’avvenimento che ti ha ispirato e com’è iniziato il tuo amore per la cinematografia? Ho iniziato il mio percorso nel cinema, come accade molte volte, per puro caso. Sono sempre stato un appassionato di film, ma vent’anni fa, non c’era la scelta che abbiamo oggi.

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C’erano alcune proposte della RAI e di Canale 5, però i film belli, storici e importanti, venivano proposti unicamente da Rete 4 in seconda serata, nella Rassegna I bellissimi. Iniziai ad amare il cinema all’età di 10 anni e nonostante frequentassi la scuola primaria, facevo sempre tardi la notte per poter vedere i film. Litigavo spesso con i miei genitori, ma i miei voti e il mio rendimento scolastico erano eccellenti. Ero un “secchione”, come si suol dire, quindi mamma e papà, loro malgrado, accettavano che mi attardassi, fino a tarda notte, rimanendo incollato davanti alla TV. Durante i primi anni del liceo, una docente,


di Christine Grimandi

girò per le classi chiedendo se ci fosse qualcuno interessato a fare un corso di regia. Partecipai e da quel momento cominciai a pensare a storie lasciando crescere in me la voglia di girare un mio film. Era il periodo dei grandi kolossal come Titanic e ricordo un film che amo profondamente: Nuovo Cinema Paradiso. In televisione guardavo tutte le puntate di Dawson’s Creek, una serie televisiva creata da Kevin Williamson trasmessa negli Stati Uniti dal 1998 al 2003. Ero appassionato della storia di Dawson Leery, un aspirante regista, romantico sognatore, fan del mitico Steven Spielberg. Tutte quelle immagini mi hanno trasmesso tantissime emozioni che mi hanno convinto a intraprendere questo percorso.  Raccontami di te e della tua carriera artistica? Come tutte le carriere artistiche iniziano con un’importante fase di esperienza e di formazione. Ricordo i miei primi Set dove portavo il caffè e facevo tutte le cose più semplici. Crescendo e cominciando a lavorare, comprendi l’importanza di quei gesti. Mi capita spesso di ripeterlo ai miei assistenti o ai Runner. Oggi i giovani non sono abituati. È anche colpa della società che mostra tanta facilità per fare e ottenere le cose: se vuoi un oggetto in 24 ore lo ricevi a casa, se vuoi fare un cortometraggio, prendi un cellulare e lo fai. Non c’è più la cultura dell’attesa che è la cosa più bella. Per me creare un film, un cortometraggio, un lungometraggio implica attesa, preparazione, studio che a volte richiede anche anni. A volte i giovani pensano: “Voglio fare l’attore, faccio un reality e verrò notato”. Può succedere. Ma questo accade una volta su un milione di casi. Gli altri 999.999 attori hanno studiato e si sono fatti le ossa.

In me sentivo crescere l’esigenza di apprendere. Ho cominciato a essere premiato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, da Rita Levi di Montalcini, dalla Comunità Europea, mi sono laureato in Odontoiatria, ma ho continuato a studiare seguendo i miei sogni. Successivamente ho frequentato il Centro sperimentale di produzione e organizzazione, a Londra ho studiato regia al National Film and TV School del Royal College e devo ammettere che inizialmente avevo il terrore di girare un film. Adesso mi sento al posto giusto, adatto e integrato in questo mondo. Lo devo tutto allo studio e alla preparazione e questo

io continuo a ripeterlo ai giovani. Per qualche anno avevo addirittura abbandonato l’idea della regia. Ero ancora molto giovane e non trovavo spazio per le mie idee. Così pensai di creare un Festival del Cinema. Ero convinto non ci fosse spazio di ricerca per i giovani in cui poter parlare delle tematiche sociali importanti. Iniziai a documentarmi frequentando il Festival di Cannes, di Venezia e i Festival minori del territorio. Scrissi il progetto e accadde qualcosa di straordinario. Studiavo ancora, viaggiavo ed ero a Vittorio Veneto. Entrai solo in un ristorante e chiesi a un signore se potevo sedermi al suo tavolo. Cenando, iniziammo a parlare e gli raccontai del Da sin.: Giuseppe Alessio Nuzzo, Giovanna Rei e Leo Gullotta

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mio progetto con grande entusiasmo. Terminata la cena, lo sconosciuto seduto di fronte a me, salutandomi mi consegnò il suo biglietto da visita, chiedendomi di inviare il lunedì successivo il progetto alla sua segretaria. Lessi con stupore “Ministero della Gioventù Dipartimento delle Politiche Giovanili”: avevo incontrato il Capo Dipartimento della Gioventù. Scrissi l’email il lunedì seguente, mi contattarono e chiesero se 10.000 euro sarebbero stati sufficienti per fare il “Mio Festival”. Pensa alla mia reazione di stupore e felicità: avevo pensato di chiedere 1.000 euro a mia nonna per fare il Festival! Avevo toccato il cielo con un dito. Da lì in poi ho cominciato a crederci seriamente. • RS

Giuseppe Alessio Nuzzo con Claudia Cardinale

Al via il Social World Film Festival di Vico Equense

LA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA SOCIALE SI TERRÀ NELLA CITTADINA CAMPANA DALL'11 AL 18 LUGLIO

È

l’unico Festival del cinema in Italia ad essere promotore di un Mercato, un Museo e un Monumento al cinema.  In dieci anni di storia ha organizzato più di 500 giornate di attività cinematografica, 40 eventi internazionali che hanno toccato 28 città dei cinque con-

tinenti da New York a Sydney passando per Tokyo, Los Angeles, Rio de Janeiro, Tunisi e Londra, coinvolgendo migliaia di spettatori e centinaia di protagonisti e istituzioni della cinematografia mondiale tra cui l’Academy degli Oscar (Margaret Herrick Library), le Università di Los Angeles UCLA e USC insieme a decine di Istituti Italiani di Cultura nel mondo.  Momenti importanti, ricordi che ti hanno colpito e perchè? Tantissimi! Come sai sono originario della provincia di Napoli, di Acerra, cittadina conosciuta come uno dei vertici del famoso triangolo della morte. Un amico di mio padre

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mi raccontò che il grandissimo commediografo Raffaele Viviani scrisse una poesia intitolata “Primitivamente” dove scrisse che quando era stanco di vivere a Roma e a Milano, sarebbe ritornato ad Acerra per coltivare la vigna e vivere bene. Quelle parole mi erano sembrate strane. Poi ho pensato, ma perché dobbiamo ricordare i problemi dell’immondizia, del termovalorizzatore dimenticandoci spesso che questa è la terra dov’è nato Raffaele Viviani e Pulcinella, ci sono le Terme, due siti archeologici, un teatro e un anfiteatro nascosto sotto un castello… Iniziai a scrivere un documentario e proposi a uno dei miei miti, Giancarlo Giannini, di darmi la


IL SITO

Inquadra il QRcode e accedi al sito ufficiale del Festival sua voce. Chiesi un incontro. Lui accettò, imponendomi diverse cose, tra cui voler vedere il premontato del docufilm. Non mi diede alcuna certezza di firmare il contratto. Ero molto ansioso. Organizzai l’incontro e ci incontrammo a Fonoroma a Roma. Ero fottutamente impaurito. Giannini guardò il docufilm in silenzio. Al termine si girò verso di me e mi disse: “Sai. Io non posso proprio accettare…” e fece una pausa. Mi cadde il mondo addosso. Ero spiazzato, ma poi, mi guardò continuando: “No, non posso accettare che tu metti i sottotitoli alla voce della signora anziana che racconta la storia di Acerra, della provincia di Napoli. La sua voce è stupenda e si capisce tutto quello che dice. Io sono di La Spezia. Lascialo così.” Io rimasi impietrito. Ci fu una breve pausa e continuò: “Ok. Registriamo.”. Sono stati giorni e momenti intensi di cui ricordo tutto, ogni caffè preso insieme durante la pausa al bar, ogni minimo particolare e ogni momento trascorso con lui lo ricordo, con grande emozione. Un’indimenticabile incontro che mi ha cambiato la vita. Un altro grande incontro è stato sicuramente con Leo Gullotta che incontrai a Vico Equense. Tu Christine sei stata a Vico Equense con me al Social World Film Festival. Hai visto

l’ambiente, hai conosciuto i miei collaboratori, sai cosa facciamo e avrai pure notato che, nonostante sia l’artefice e l’ideatore, nonché direttore artistico, io sia uno dei tanti operai che lavorano per creare e donare ogni anno un’intera settimana di magia ai giovani e il Festival attira migliaia e migliaia di persone di tutte le età sia dall’Italia che dall’estero. Una notte iniziai a scrivere una storia pensando a mia nonna scomparsa da un paio di mesi, la sua malattia, l’Alzheimer e il rapporto tra mia madre e sua madre. Ho scritto tutto in una notte trasformando la storia tra un padre e sua figlia e ispirandomi a Leo Gullotta. 10 pagine di sceneggiatura per un cortometraggio. Scrissi una mail al signor Gullotta, gli davo del lei. Gli scrissi semplicemente, parlandogli con il cuore e l’anima, esprimendogli i miei pensieri riguardo la sceneggiatura e gli chiesi di considerarla. Passarono giorni e settimane e finii per pensare che non mi avrebbe neanche risposto. Quando ormai avevo perso ogni speranza e avevo dimenticato quella notte, arrivò una telefona-

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ta da un numero che non avevo in memoria. Era lui. Mi disse: “Ciao sono Leo. Ho letto il tuo manoscritto. Sono in tournée, fra una settimana ho tre giorni liberi. Ci vediamo, ne parliamo un giorno, il secondo giriamo e poi riparto”. Ero basito. Avevo una settimana di tempo per organizzare, ma felice mi gettai in questa avventura. Riuscimmo a terminare il progetto in quel poco tempo ed è un mio “figlio”, come amo chiamare i miei film, che mi è rimasto nel cuore tanto quanto la professionalità, la dedizione e l’amore che mi ha trasmesso Leo. A cosa ti ispiri quando inizi un nuovo progetto? Ogni progetto ha una propria storia. Come dicevo, impiego anni per preparare una storia nuova, come per Fame, un Corto drammatico che sarà disponibile a partire da dicembre su RAI Play, del quale ho partorito 34 stesure prima di arrivare a definire la sceneggiatura definitiva. Oppure è capitato di scrivere e girare nell’arco di un mese il film breve “Il nome che mi hai sempre dato” basato su un fatto realmente accaduto (Prima opera cinematografica integrale


ad essere caricata sull’IGTV di RAI Cinema). L’idea è tutto. Quello da cui mi faccio ispirare sono i temi e le sensazioni. Se un argomento mi emoziona e mi comincia a dare i brividi, continuo a ragionarci e pensandoci e ripensandoci mi convinco che è un’idea giusta per farci un film. Cosa ricerchi in un attore e attrice Un attore, un’attrice deve catturare il regista che è una parola propria o impropria per un regista. Io devo innamorarmi dell’attrice o dell’attore con cui lavoro. E la scintilla scatta come accade nell’amore personale. Scatta il colpo di fulmine. Io sono fulminato dalla stessa donna, la mia compagna attuale che ho conosciuto 15/16 anni fa e di cui mi sono innamorato perdutamente fin dal primo giorno che l’ho incontrata. Così mi accade con gli attori. Devo innamorarmi profondamente di loro. Ricerco in loro preparazione, flessibilità perché capita di modificare o cambiare idea anche sul Set, anche la capacità di saper improvvisare è fondamentale per un attore. Non guardo unicamente il profilo artistico, ma l’approccio, la sorpresa dell’incontro, la capacità all’abbandono alle debolezze perché inevitabilmente le paure possono assalirci e si superano insieme. Sono tante le caratteristiche che prendono il regista ma soprattutto prendono me. Cosa stai preparando ora? Sono uscito dalle riprese e ora sono in fase di montaggio del Lungometraggio di Quel posto nel tempo, un film drammatico con Leo Gullotta, Giovanna Rei, Beatrice Arnera e altri importanti attori. Nel film si racconta la storia di Mario (Leo Gullotta), ex direttore d’orchestra, che ha vissuto la popolarità e il successo. Malato di Alzheimer, sta trascorrendo la vecchiaia in un

lussuoso resort in Inghilterra. A tratti il suo passato riaffiora mentre convive tra la paura che svaniscano i ricordi della storia d’amore vissuti con Amelia (Giovanna Rei), sua moglie scomparsa da anni, e la lotta per ricostruire un rapporto con Michela (Beatrice Arnera), la figlia con cui non è mai riuscito a costruire un legame. Il film si è ispirato al pluripremiato cortometraggio Lettere a mia figlia - vincitore di oltre 120 riconoscimenti in tutto il mondo tra cui i Nastri d’Argento, Giffo-

ni Film Festival, Premio Ettore Scola alla Casa del Cinema di Roma. Cosa consigli a un giovane che vuole fare l’attore o l’operatore o il regista. Mi trovo spesso a dare consigli ai ragazzi e mi piace aiutare chi inizia questo percorso. Il mio consiglio è scegliere dei Coach e delle scuole che prevedano docenti e operatori che fanno il cinema e non solo che hanno fatto il cinema. Ripeto sempre di non perdere mai un’occasione. Sento spesso dire dai ragazzi: “Ma io la comparsa non lo faccio” oppure “Io il runner non lo faccio”. Si deve partire dal gradino più basso per scalare, guardare e imparare. Fare un film e fare

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immediatamente il protagonista è impossibile. Non tutti i film hanno i Coach. Ci sono registi che scelgono ragazzi senza esperienza ma hanno mesi e mesi di tempo per la preparazione. Tutti gli altri film vengono fatti con persone che il mestiere lo conoscono. Quindi consiglio: continuate ad avere fame, abbiate pazienza e soprattutto mettetevi nelle mani giuste. Seguite comunque persone che sono integrate e che vi possano aiutare per entrare nel mondo del lavoro. L'ultima domanda di questa piacevolissima intervista è riservata a Leo Gullotta, un attore straordinario che amo! Nato il 6 gennaio di 75 anni fa a Catania. Inizia al Teatro Massimo Bellini, sua città natale, a muovere i primi passi e esordisce al cinema nel 1971 con il film Lo voglio maschio. Ha dedicato l’intera sua vita all’arte e non ha mai smesso di lavorare sia al cinema che in teatro e in televisione. E’ il doppiatore di Joe Pesci e Woody Allen. Com’è stato lavorare insieme a Giuseppe Alessio Nuzzo e cosa può dirci di questa suo ultima fatica? Una storia drammatica, onirica, una bellissima sceneggiatura, Giuseppe Alessio Nuzzo è un regista di talento. Sono sempre vicino ai giovani e dove vedo talento, cerco di sostenere. Credo che chi ha avuto nella vita deve dare, inoltre è un segno di speranza in questi tempi per i giovani. Il cinema non è in sofferenza ma drammaticamente in sofferenza, nonostante si lavori con tutti i protocolli Covid, non è facile muoversi sempre con la mascherina, salvo toglierla per pochi istanti per girare una scena. Ma è necessario andare avanti. • RS


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INTERVISTA

Danzare è tornare nel proprio corpo

CON TAMARA CANDIRACCI ALLA SCOPERTA DELLA MOVEMENT MEDICINE E DEL POTERE "CURATIVO" DELLA DANZA

P

roseguiamo con il filone dedicato all’arte e al benessere, approfondendo il tema della Movement Medicine, una pratica di meditazione in movimento – mindfulness in movimento, che ci radica nel corpo e ci riconnette con la saggezza di vivere dallo spazio del cuore. Ne parliamo con Tamara Candiracci. Tamara, qual è la tua storia con la Danza? Quando hai iniziato e perché? E come hai incontrato la Movement Medicine? Amo la danza, la musica e più in generale l’arte, da Bilancia ascendente Bilancia, tutto nella norma direi... Danzo e pratico regolarmente da più di venti anni. Quando ho incontrato la danza o quando la danza ha incontrato me, ero già in un percorso di conoscenza e scoperta di me. La danza è arrivata come un nuovo strumento per conoscermi e per guarire la relazione con me stessa. Ricordo chiaramente la sensazione interiore di meraviglia e di bellezza dopo la mia prima classe di Biodanza, in Brasile, nel 2001. Quello è stato il primo passo nel mondo delle danze consapevoli, poi sono arrivati i 5 Ritmi e nel 2009 la Movement Medicine. 

Con la Movement Medicine mi sono sentita davvero a casa e ho scelto di approfondire la conoscenza, non solo praticando come danzatrice ma anche formandomi come insegnante, un percorso che è durato anni, con viaggi molto frequenti in UK, dove c’è la sede della School of Movement Medicine di Ya’Acov e Susannah Darling Khan, creatori di questa pratica che rientra sotto il cappello della Conscious Dance.

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Il percorso di apprendimento e di formazione continua tutt’ora, si continua sempre a imparare! Perché mi sono sentita a casa nella Movement Medicine? Sicuramente per la qualità dei miei insegnanti, intesa come esperienza nell’insegnamento e coerenza presente con quanto dicevano. Il contesto internazionale, con danzatori e danzatrici da varie parti del mondo e perché finalmente due aspetti essenziali del mio essere trovavano spazio


di Silvia Arosio

e potevano co-esistere: l’attenzione allo sviluppo umano della persona e il forte senso di giustizia sociale che mi anima. “In questa vita hai una parte da giocare: non è una piccola parte, non è una grande parte, è la tua parte e se la giochi la tua vita avrà un significato più profondo di quello che sognavi. Insieme siamo un genio”. (Lynne Twist – fondatrice della Pachamama Alliance) Come la danza aiuta i processi di guarigione? Contattare la Danzatrice è stato e continua ad essere, un processo di profonda guarigione, nella relazione con me stessa e con la vita, in tutte le sue manifestazioni. Nella mia storia personale, danzare ha significato tornare a casa nel mio corpo. Abitarlo, riappropriarmi del mio corpo cellula dopo cellula e piano piano scoprire che era un posto sicuro dove stare, la mia casa in questa vita terrena. Abitarlo da dentro e imparare ad ascoltare la sua intelligenza profonda, i suoi messaggi, il suo peculiare modo di comunicare, creando gradualmente una relazione di fiducia con me stessa. Riconosco la sua grande intelligenza del mio corpo, la sua resilienza, la capacità di adattamento e il suo andare verso la guarigione.

IL VIDEO

Inquadra il QRcode e accedi al sito ufficiale di Movement Medicine

BIOGRAFIA

• Infermiera – Counsellor Sistemico iscritta all’AIPO (Associazione Italiana Professioni Olistiche). Formata con le Costellazioni Familiari con Attilio Piazza. • Insegnante certificata di Movement Medicine, con formazione di approfondimento per lavorare con le emozioni, il SEER process, Rituali e Initiation. Membro della School of Movement Medicine Association e ne segue il codice etico.  • Ha lavorato per venti anni nell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso, tra Neurochirurgia, Neurochirurgia Terapia Intensiva e Sala Operatoria. Ha partecipato a progetti di cooperazione internazionale e di formazione in Etiopia, Brasile, Kenia, Sri Lanka, Mozambico, Egitto. • Dal 2006 lavora con Medici Senza Frontiere, inizialmente in progetti all’estero e in Italia e dal 2009 nella sede italiana di Roma, ha iniziato come Training Officer e negli ultimi otto anni lavora come Career Manager.  • Con Ubuntu in Movimento APS ASD assieme ai soci fondatori, ha voluto creare uno contenitore agile ed efficace per diffondere la pratica della Movement Medicine. «UBUNTU», nella cultura Xhosa del Sud Africa, significa: “lo sono perché NOI siamo”, celebrando le differenze e onorando la comune umanità. "Viviamo un periodo storico di grandi sfide e crediamo che una delle vie di uscita sia creare collaborazioni, tra persone, associazioni, istituzioni, lavorando e collaborando in rete, ognuno con la propria specificità, perché crediamo con fiducia che un mondo più equo e sostenibile per tutti si possa creare insieme, integrando saperi, culture e tradizioni antiche con le nuove scoperte della scienza".

Ho un’anima sognatrice ed estremamente sensibile, con un grande senso di giustizia sociale e nel cuore il sogno di un mondo migliore, più equo, inclusivo e sostenibile per tutti/e. La danza mi ha sostenuta nel sentire e seguire la mia direzione, nel trovare le risorse per sentire il mio cuore, le emozioni che lo abitavano, affidandole al ritmo, al movimento, alla danza. In un’azione contemporanea di pulizia di storie vissute e respirate, personali, familiari, collettive e di maggiori risorse interiori ed esteriori: situazioni e persone che mi hanno fatto da specchio e chi mi hanno aiutata a ricordare chi sono, non quello che mi avevano detto di essere e che credevo di essere e a manifestare con gioia e coerenza nel mondo la mia essenza profonda, leggera e giocosa, connessa all’energia vitale che mi abita, che è la vita e che nella sua essenza è movimento. “Vi è una vitalità, una forza vitale, una favilla che attraver-

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so di noi si traduce in azione, e poiché ciascuno di noi è unico nel tempo, questa espressione a sua volta è unica. Se la blocchiamo non esisterà mai attraverso altri mezzi, e sarà perduta. Il mondo ne verrà privato. Non sta a noi determinarne la qualità, né confrontarla con altre espressioni: il nostro compito è quello di mantenere aperto il canale”. (Martha Graham) Sono una persona curiosa, mi piace andare oltre la spiegazione convenzionale della vita e il bisogno di dare delle etichette che possono divenire restringenti per la complessità della realtà. Amo la danza perché permette a tutti di comunicare e di incontrarsi nella propria unicità e diversità, nel linguaggio universale del ritmo, un contenitore più grande dove ognuno può immergersi per scoprirsi, ricordarsi, rivelarsi ed entrare in contatto con se stesso, con gli altri e con la vita. Riconosco e amo la bellezza della mente e dei mondi nuovi


che possono essere creati, quando la mente è al servizio della vita. Entriamo nel dettaglio. Cos’è la Movement Medicine? La Movement Medicine è una pratica di meditazione in movimento – mindfulness in movimento, che ci radica nel corpo e ci riconnette con la saggezza di vivere dallo spazio del cuore, con la gioia di conoscere chi realmente siamo e la soddisfazione di dare il proprio contributo alla vita. È un invito a sperimentare il potere di creare che c’è dentro di noi, una creatività che nasce dall’essere totalmente presenti nel nostro corpo, con un cuore che sente e una mente aperta e recettiva.  Nella Movement Medicine lavoriamo con corpo cuore mente. Intelligenza cinestetica, emozionale e cognitiva/intuitiva e oltre, ossia entrando in relazione con l’intelligenza più vasta della vita, in cui siamo immersi. È stata creata da Ya’Acov

e Susannah Darling Khan e affonda le sue radici nella danza estatica, nello sciamanesimo, nelle costellazioni familiari, nelle nuove scoperte delle neuroscienze e nella loro

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esperienza di oltre trent’anni di conduzione di gruppi con il movimento consapevole. La storia della Movement Medicine è racchiusa nel mandala, che rappresenta un’interpretazione


della complessità della realtà e come tutte le mappe, non ha la pretesa di essere il territorio, la verità … è una possibilità di spiegazione della vita, in tutte le sue manifestazioni, visibili e non. Non c’è nulla di dogmatico, in cui credere ciecamente.  L’invito nella danza è sempre quello di entrare in relazione, di avere la tua esperienza e lasciare che il tuo Danzatore / la tua Danzatrice, grazie alla propria esperienza, diventi la tua guida interiore.  Chi è il Danzatore, la Danzatrice? È quella parte di te che è presente, che danza co-creando con quello che la vita propone, con un senso di responsabilità e di interconnessione con il tutto.  Per danzare non serve ritenersi un danzatore | una danzatrice. È sufficiente avere un corpo, ascoltare l’impulso al movimento e permettergli di accadere.  All’inizio ci può essere del disagio, il nostro giudice interiore con il dito puntato. L’invito è quello di accoglierlo con un respiro e continuare a muo-

versi. Sentendo il piacere del corpo che danza e risvegliando corpo cuore mente alla danza, risvegliando la danzatrice, il danzatore. Cosa significa risvegliare la danzatrice, il danzatore? È un invito a richiamarsi ed entrare nel corpo, come prima cosa. Con gentilezza e determinazione al tempo stesso. Sentendo lo spazio sotto la pelle (interoception), la struttura e la fluidità del corpo ed entrando in contatto con l’intelligenza che lo abita e va oltre le idee su come dovrebbe essere e muoversi. Risvegliare la danzatrice / il danzatore è diventare più consapevole della tua responsabilità nella vita, nelle scelte che fai, che diventano meno automatiche e più mirate alla situazione, con un senso interiore di libertà e di possibilità. Entrando in contatto con le risorse presenti, dentro e fuori di te. Persone, qualità, posti, tutto quello che nutre e rende forte il tuo cerchio. Risvegliare la danzatrice / il

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danzatore è permettere al cuore di sentire, radicando e ampliando il suo spazio nel corpo e lasciando libere le sue ali, per esplorare l’arcobaleno delle emozioni, offrendo un canale sicuro di espressione all’energia presente. Risvegliare la danzatrice / il danzatore è riportare l’attenzione della mente con consapevolezza nel respiro, nel momento presente e farlo / rifarlo / continuare a ripeterlo, ogni volta che ti distrai. Assaporando i momenti di pienezza e di creatività che si aprono. Richiamando la curiosità, l’apertura e la recettività come risorse, per essere più presente e inclusivo/a. Risvegliare la danzatrice / il danzatore è uscire dall’idea che dobbiamo fare tutto da soli ed accogliere la consapevolezza che siamo insieme e che co-creare amplifica la creatività. Danziamo per creare comunità di persone che stanno insieme senza il bisogno di omologarsi per appartenere. Comunità che celebrano la differenza come valore. • RS


Riflettori LA COREOGRAFA

La nascita e lo sviluppo del Grand Opéra

MAGAZINE DI CULTURA E SP

I

Storie ed emozio n Francia, tra gli anni '20 e '80 dell’Ottocento accanto all’opéra-comique si può assistere alla nascita del cosiddetto grand-opéra, che deriva dalla tradizione della tragédie-lyrique settecentesca. Il termine ne faceva già capire il carattere grandioso ed opulento. Generalmente in cinque atti e comunque mai meno di quattro - il grand-opéra era quasi sempre collegato a vicende tratte dalla storia, ma con intrecci romanzati e complicati. Era caratterizzato dall’utilizzo di gran-

di masse artistiche, da scenografie sfarzose e dall’inserimento di veri e propri balletti. Si trattava di balletti sontuosi che, per favorire le esigenze dei ricchi ed aristocratici mecenati dell’Opéra che volevano consumare i loro pasti regolarmente ed erano più interessati ai danzatori che all’opera stessa, apparivano non prima del II° atto, se non addirittura tra III° e IV°. Questi balletti, an-

© Servizio fotografico di Carla Moro e Aurelio Dessì tratte dallo spettacolo Verdi in danza (2019)

salgono sul palco Alessandro Orlando e Angelica Gismondo ne Le quattro stagioni

che se privi in linea di principio di qualsiasi attinenza tematica con l’azione dell’opera, assunsero rilevanza e divennero un elemento importante nel prestigio sociale dell’Opéra. Il librettista Eugène Scribe e il compositore Giacomo Meyerbeer furono gli autori più rappresentativi del grand-opéra, ma tra le opere che ne rivelano un forte influsso sono da annoverare anche Guglielmo Tell di Rossini e La Favorita di Donizetti. Anche l’opera italiana a fine Ottocento ricalca il modello grand-opéra e, per l’abbondante presenza di balli, venne talvolta designata col termine composto opera-ballo. Si pensi a La Gioconda di Ponchielli ma, soprattutto, alle opere di Giuseppe Verdi, la cui passione per il balletto è ben nota. Nel corso degli anni, in modo ad adeguare l’opera ai gusti di un pubblico che non era certamente abituato alla particolare drammaturgia e alla diversa concenzione del “tempo” delle azioni contenute, è diventato perfettamente normale eseguire importanti tagli alle partiture e,

vivile con

Sfoglia i numeri del magazine al link W 70


su...

di Agnese Omodei Salè

BIOGRAFIA

• Dopo il diploma in danza classica presso Istituto Civico Musicale Brera e

si è perfezionata in varie tecniche con professeur di fama mondiale tra cui R. Hightower, C. Zingarelli, M. Popescu, E. Villella, M. Mattox, T. Beatty. Ha iniziato la carriera professionale nel 1978 e ha fatto parte di importanti corpi di ballo (Teatro alla Scala, Arena di Verona, Teatro Comunale di Bologna) dove ha ricoperto anche ruoli solistici e dove ha avuto modo di lavorare con grandi coreografi e interpreti. • Ha preso parte a numerose produzioni liriche nonché produzioni di danza contemporanea, trasmissioni televisive di successo, convention, pubblicità e sfilate per importanti aziende. Direttrice, maître e coreografa del Balletto di Milano per la Compagnia ha creato numerose coreografie tra cui i balletti Verdi in Danza, rappresentato con successo in Italia, Marocco, Estonia e Lettonia e Carmen. Ha inoltre al suo attivo numerose collaborazioni per i balletti in ambito lirico anche per importanti festival internazionali come La Perla (Pfäffikon, Svizzera), Saaremaa Opera Festival (Estonia), nonché per serate di gala, convention e spettacoli per ragazzi. • Nel 2017 ha firmato le coreografie per La Vedova Allegra prodotta dall’Orchestra Filarmonica del Marocco a Rabat. È spesso invitata in commissioni di concorsi di danza, giurie, incontri e convegni. è direttore di redazione del periodico tuttoDanza e cura progetti ed iniziative dedicate alla danza.

PETTACOLO

oni

o

con grande gioia di molti melomani che poco apprezzano le parti danzate tanto da considerarle come “momenti noiosi in cui riposare gli occhi”, “vittime” di questi tagli sono proprio i balletti. Personalmente, e non perché sono di parte, ho sempre amato quelle pagine sublimi. Ho avuto la fortuna di danzare in molte opere, ma anche di coreografarne le danze collaborando con importanti registi in prestigiosi teatri e manifestazioni. L’occasione di creare un balletto a serata intera su quelle pagine mi è stata offerta nel 2013, anno delle celebrazioni

IL VIDEO

verdiane. Il patrimonio di Verdi è immenso e tutti i ballabili sono qualcosa di straordinario: da Otello a Macbeth, ad Aida, Trovatore, Rigoletto, fino ai balletti Il Ballo della Regina, coreografato anche da Balanchine, dall’opera Don Carlos e Le quattro stagioni da I Vespri Siciliani. Viva Verdi, creato con Federico Veratti nel 2013 e ripreso nel 2019 come Verdi in Danza con l’aggiunta di nuove coreografie in una versione per il Teatro Antico di Taormina, ha fatto il giro del mondo in rappresentanza dell’Italia: dal Marocco all’E-

Giordana Roberto e Germano Trovato in Attila

stonia, Lituania, Francia e molti altri Paesi. Nello sviluppare la coreografia, giocando tra gli stili, ho cercato di creare uno spettacolo basato su fondamenti culturali italiani e di valorizzare la perfezione delle partiture in cui si percepisce tutta la fantasia di Giuseppe Verdi e la sua capacità di scavare nel profondo dell’animo umano. Questa la linea artistica che sto seguendo anche per la nuova creazione Opera in Danza, selezionata dal bando NEXT di Regione Lombardia, che mette in relazione la danza con la pittura di Daniela Grifoni e, per i costumi, la creatività di Federico Veratti. Oltre alla maestosità verdiana, spazio anche alla giocosità

Giordana Roberto ne Le Quattro Stagioni

n noi! Inquadra il QRcode e guarda il video de I Vespri Siciliani con Fracci e Dupond

WWW.ISSUU.COM/SILVIAAROSIO 71


RADIORAMA

Radio in pandemia: come si è saputa adattare

IN UN PERIODO DRAMMATICO HA RIVELATO IDEE E RISORSE DI GRANDISSIMO VALORE

U

no strumento che evolve di fronte alle sfide della pandemia e riesce a dimostrare tutta la sua resilienza, trasformandosi concretamente in una piattaforma che ascoltatori sempre più smart ascoltano da un numero crescente di dispositivi. Non solo la tradizionale autoradio... ma protagonista di sempre più vasti occasioni di fruizione che creano nuove occasioni di consumo, dedicate ad un pubblico particolarmente attento al messaggio veicolato dal mezzo radiofonico. Questo, in sintesi, il bilancio emerso nella quinta edizione (in streaming) di Radiocompass, l'evento targato FCP-Assoradio, in partnership con Mindshare agenzia media di GroupM - dedicato alla radio e alle sue potenzialità. Nonostante il periodo complesso per l'emergenza sanitaria che ha portato le aziende a riformulare le proprie strategie di comunicazione, il mezzo radiofonico ha dimostrato, per l'ennesima volta, la sua resilienza, adattandosi velocemente ad uno scenario inaspettato. Paradossalmente, il periodo che abbiamo vissuto, ha accelerato la digitalizzazione degli italiani, nella

quale la radio è stata in grado di adattarsi al nuovo contesto, moltiplicando i suoi ascolti sui diversi e più moderni device, diventando di fatto una vera e propria piattaforma. Anche il suo ascoltatore si è trasformato in un fruitore smart, miglioran-

I PROGRAMMI PRO-INCLUSIONE 2021 • Il 19 luglio scorso, al Teatro Franco Parenti di Milano, si è svolta la serata dei Diversity Media Awards 2021. L’evento, nato nel 2016, ogni anno premia personaggi e prodotti impegnati a valorizzare la diversità e il senso di inclusione. In lista La versione delle due (Rai Radio2), Ora Daria (Radio Capital), Vittoria (Rai Radio1), Catteland (Radio Deejay), Back2back (Rai Radio2) e Forrest (Rai Radio1). Il vincitore è risultato il programma La versione delle due, condotto da Andrea Delogu e Silvia Boschero.

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do di fatto quello che era già un profilo estremamente evoluto. Coi negozi in lockdown, la radio ha saputo portare clienti ai negozi virtuali, all'eCommerce, dimostrando di lavorare in sinergia con gli altri mezzi, primi tra tutti tv e digital. 34 milioni sono gli individui che si collegano quotidianamente a internet, quasi quattro le ore trascorse in media davanti alla Tv. Con 33,7 milioni di ascoltatori nel giorno medio e quasi 3 ore e mezza di durata dell'ascolto medio giornaliero, la radio è di fatto un "signor" mezzo di massa. Chi l'ha disertata, durante la pandemia, ha fatto molto male. • RS


di Luca Varani

HEAVY ROTATION Mia Signora

Efficaci anticorpi per il futuro

IN ONDA SUL NETWORK NEW TIME MUSIC

• Nuovo EP a 6 tracce per la band electropop abruzzese degli Anticorpi, un progetto originalissimo, a cavallo fra musica e tecnologia, caratterizzato da brani divertenti e danzerecci, impreziositi da un ulteriore elemento: testi ironici, graffianti, provocatori ed indissolubilmente legati sia alla contemporaneità che al futuro, enorme incognita per tutti noi. Il singolo Mia Signora, uscito in occasione della Giornata Internazionale contro l’omofobia, vuole rappresentare una sorta di farmaco contro chi reputa le differenze un problema. I rimandi sono molteplici: da Decibel ai Devo, dai Kraftwerk ai Soft Cell. Ballare e pensare, sospinti da un synth: che bella opportunità!

E

stetica medical, questo è uno dei tratti distintivi della band. Quando suonano dal vivo indossano divise mediche personalizzate, strumenti musicali bianchi e videoinstallazioni medico-futuribili, realizzate con l'ausilio di una factory creativa di giovani videoartisti e graphic designers che rappresentano una parte integrante del progetto. Gli Anticorpi cantano il futuro parlando del presente con la grammatica del domani. Nota ulterioremente singolare: i testi sono in seconda persona perché viene volutamente archiviato l’io autoreferenziale e narcisista di migliaia di canzoni che girano nelle radio. L'uso del "tu" celebra la relazione, la connessione e l'interazione con

l’altro, con l’umanità e con la tecnologia. I membri della band sono tre, dei quali due "umani": lo scrittore . ma anche dj - Giovanni Di Iacovo, autore di sei romanzi, tradotti anche in inglese (dall’ultimo è stato tratto un film), sceneggiatore per tv e cinema, che vive tra Pescara e

Berlino. A Pescara è docente di letteratura contemporanea ed è stato Assessore alla Cultura e Vicesindaco. Poi c'è Arnaldo Guido, sviluppatore software, speaker, hacker. L'umanoide Electa, frontgirl virtuale, è la voce campionata, il ponte verso quello che verrà e sarà. • RS

ESSERE UN DJ, TRA AVVENTURE E DISAGI • La conduttrice radiofonica torinese Manuela Doriani, presenta il suo nuovo libro. Si tratta di una biografia, facilmente intuibile dal titolo: Confessioni di una dj - Avventure e disagi (Mariotti). Nel testo la conduttrice di M2o si racconta ai lettori a trecentosessanta gradi, senza troppi indugi. Piacevole e leggero, divertente (si ride e si sorride per quasi tutto il tempo), a tratti anche commovente. Nel suo variegato curriculum professionale Radio Deejay, Radio Capital, Station 1, RDS, Radio Kiss Kiss.

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SONAR

di Luca Varani

SURFANDO NEL MARE MAGNUM DELLA MUSICA ALLA RICERCA DELL'ONDA PERFETTA Peter Hammill IN TRANSLATION

Archangel THIRD WARNING

Il leader dei Van Der Graaf Generator ci regala un lavoro sorprendente, caratterizzato da una serie di cover ch non t'aspetti, dove trovano posto anche i nostri Luigi Tenco, Piero Ciampi e Fabrizio De Andrè, da lui tradotti in inglese. Un disco di sofferta speranza. (Fie)

Bello e maturo il nuovo disco solista del tastierista degli Ubi Major Gabriele Manzini che segna una ulteriore mutazione nel suo stile, affiancando i consueti e graditi rimandi genesiani a suoni che ricordano sia Mike Oldfield che gli Alan Parson Project. (AMS)

Toto WITH A LITTLE HELP... Sono rimasti in due ma non ballano l'hully gully! Lukather e Williams sono i due superstiti che realizzano questo live, registrato il 21 novembre 2020 a Los Angeles. Alcuni classici della band e una citazione beatlesiana nel finale, che male proprio non fa! (Mascot) Club)

Forse non lo sai che...

QUISQUILIE SEMISERIE E PINZILLACCHERE ROCK

S

ting e sua moglie Trudie Styler hanno annunciato la nascita di una fondazione che aiuterà ristoranti e bar italiani duramente colpiti dalla pandemia. Si chiama Every Breath Foundation, lanciata in occasione della gara ciclistica Win Race 2021 che si è tenuta tra San Marino e la tenuta che Sting e famiglia possiedono in Toscana, "il Palagio", dove la coppia produce vino, olio e miele. In attesa di maggiori dettagli, sperando che arrivino presto... soprattutto gli aiu-

ti! • Van Morrison ed Eric Clapton hanno pubblicato un nuovo singolo, The Rebels, rivisitazione del brano Where Have all the Rebels Gone? pubblicato da Van Morrison nel suo ultimo disco Latest Record Project Volume". La rilettura vede Clapton in veste di cantante principale e chitarra solista. Il video animato della canzone mostra dei cartelloni con disegnati i contorni delle gran-

di leggende del rock, da Kurt Cobain a Jimi Hendix fino a Chuck Berry e Janis Joplin. • Roger Waters ha attaccato il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg dopo aver ricevuto una richiesta per l'utilizzo di Another Brick In The Wall part II per una pubblicità dedicata ad Instagram. La sua risposta? «Non prenderò parte a queste stron**te, Zuckerberg». • RS

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Riflettori su...

MAGAZINE DI CULTURA E SPETTACOLO

I nostri

contributors

CHRISTINE GRIMANDI PRODUCTION ORGANIZATION AND CASTING DIRECTOR

SIMON LEE

MAURIZIO TAMELLINI

MUSIC SUPERVISOR E DIRETTORE D’ORCHESTRA

DIRETTORE ARTISTICO FESTIVAL DEI 2 MARI DI SESTRI LEVANTE

AGNESE OMODEI SALÉ COREOGRAFA E DIRETTRICE BALLETTO DI MILANO

FEDERICO VERATTI

STAY TUNED...

COSTUMISTA E COREOGRAFO

UN NUOVO PROFESSIONISTA DELLA FOTOGRAFIA...

ANGELA VALENTINO MAKE UP ARTIST

FILIPPO SORCINELLI

ANTONELLO RISATI

ARTISTA, SARTO, E CREATORE DI PROFUMI

Quotidiano on line www.silviaarosio.com

PRODUCTION DESIGNER

Digital Edition www.issuu.com/silviaarosio 75

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IL DANZATORE

Oh Carlina,

rimembri ancor....

N

iiente si può aggiungere a ciò che nella memoria di molti di noi, se non moltissimi, di quella presenza eterea sulle scene,ma con una forte personalità nella vita reale, tanto da catturare e lasciare un segno indelebile nella mente e nel ricordo delle persone, che per generazioni hanno visto in Lei la figura della

danzatrice ideale per eccellenza, che rappresentava un'icona,un'eroina della danza mondiale del XX° secolo. La sua storia, la sua fama ed esempio, è paragonabile ad una moderna favola, dove la prota-

© Anna La Naia

IL DIRETTORE ARTISTICO DEL FESTIVAL DEI 2 MARI DI SESTRI LEVANTE E IL SUO RICORDO DI CARLA FRACCI

gonista di tutti quei sogni di bambine vengono realizzati attraverso Lei. Si può trovare su Carla, in un qualsiasi libro, rivista, o recensioni d'arte che riguardino la danza, una sua foto, una sua biografia o una sua intervista. Non vorrei soffermarmi in questo mio scritto scrivendo della sua biografia in quanto basta chiedere alla gente comune chi è Carla Fracci. Tutti la ricordano, tanti hanno una foto insieme, un autografo. La nostra Carlina nazionale,che ha fatto conoscere al vasto mondo ballettistico quella forma d'arte appartenuta e fatta rivivere con grande stile e eleganza quei grandi balletti romantici, dove Lei interpretandoli, li ha portati al loro grande e antico splendore. Se il balletto romantico per eccellenza, dove il romanticismo si può tradurre in Dio ,Patria e famiglia, ha portato ad essere Giselle il balletto più danzato, ricordato e riprodotto in varie versioni e coreografie ,un perchè ci devo pur essere.

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di Maurizio Tamellini

Non per caso è stato per Carla una sorta di immagine che l'ha seguita in tutta la sua esistenza, diventando il suo cavallo di battaglia, dove la Sua impareggiabile scena della pazzia del I° atto, ancora adesso rimane indiscussa, toccando la sensibilità degli spettatori tanto da farli commuovere insieme agli artisti sulla scena. Al di là dell'artisticità di Carla, tra Lei e la mia famiglia c'è sempre stata una sorta di affetto reciproco; ricordo la telefonata di Lei il giorno dopo la nascita di mia figlia Susanna, l'invito in casa sua in via Santo Spirito a Milano. In questa sua casa mi fece accomodare tra un aperitivo e l'altro, sui divani bianchissimi, quel colore che decise di adottare e mantenere da quando era in attesa di suo figlio Francesco. Poi tutte le tournèe con la

Scala, in Teatro, negli spettacoli che il marito Menegatti ideava e ai balletti appositamente creati per Lei. Beppe era suo marito, la sua forza, il

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suo pigmalione. Un uomo di grande cultura che spaziava in tutti i campi artistici. Egli ha saputo costruire, indirizzare e difendere il mito Fracci riconosciuto in tutto il mondo. Ricordo gli anni quando io iniziai a danzare, Lei era all'apice della sua fama e carriera artistica. Ha portato con sè, su un palmo di mano la danza, ha danzato non solamente nei grandi Teatri, ma anche in piccoli e non prestigiosi teatri di provincia, attirando una moltitudine di persone che si sono avvicinate alla danza. Qualche decennio fà la danza con Lei era regina. I 13 Enti Lirici italiani avevano tutti un suo corpo di ballo stabile, tutto girava intorno alla sua figura di madrina delle danza. Rimembri ancora Carla, con quelle tue espressioni,con quei tuoi occhi entusiasti del tuo lavoro,che non hai mai tralasciato. Con i tuoi insegnamenti e la tua luce brillerai nei cuori e nella mente delle nuove generazioni che si affacciano e che si affacceranno in questo nostro mondo fatto di emozioni e sentimenti. • RS


LA COREOGRAFA

La forza e la grazia di Anna Karenina

LA PROTAGONISTA DI LEV TOLSTOI È SUL PALCO DAL LONTANO 1972

I

l mondo della letteratura, da sempre, con i suoi titoli affascinati, è sovente fonte di ispirazione anche per la danza. Basta solo citare William Shakespeare, del quale non si contano le riletture di Romeo e Giulietta, di Otello, de La Tempesta, di Sogno di una notte di mezza estate, La bisbetica domata. Di quest’ultima, celeberrima la versione di John Cranko, favolosa la più recente di Jean-Christophe Maillot. L’elenco degli autori e dei loro capolavori è davvero immenso,

ma ci vogliamo soffermare su un titolo della letteratura russa non così scontato e in Italia non così spesso rappresentato: Anna Karenina, basato sull’omonimo romanzo di Lev Tolstoi. Gli adattamenti del celebre romanzo sono moltissimi, dal cinema, alla televisione, al teatro, ma fu la grande danzatrice russa Maya Plisetskaya, nel 1972, ad essere l’interprete della prima versione in balletto. Splendida nei magnifici capi confezionati per lei dal grande stilista Pierre Cardin, Pliset-

© Carla Falconetti

Alessia Campidori nel title rôle

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skaya firmò anche la coreografia, con Natalia Ryzhenko e Victor Smirnov-Golovanov, realizzata sulle musiche del marito Rodion Shchedrin. Furono poi i coreografi russi Alexei Ratmansky e Boris Eifman a creare altre celebri versioni e, nel 2017, anche John Neumeier si cimentò con l’intrecciata storia. Nel 2015, però, debuttò anche la versione del Balletto di Milano. Da tempo tra i titoli favoriti del direttore artistico della Compagnia Carlo Pesta, vuoi anche per la sua formazione artistica presso la Scuola Teatro Bolshoi di Mosca, l’Anna Karenina “italiana” è frutto della collaborazione con il coreografo estone Teet Kask, diplomato alla blasonata Accademia Vaganova di San Pietroburgo e già autore di numerosi lavori di successo. “L’intento non è quello di ricreare il romanzo di Tolstoi sulla scena. – aveva spiegato il coreografo - Tolstoi è un genio della letteratura, ma attraverso la danza vorrei esprimere ciò che Tolstoi scrive tra le righe. Questo è ciò che mi interessa: riuscire ad immedesimarmi in Anna per scoprire lei attraverso


di Agnese Omodei Salè

• Dopo il diploma in danza classica presso Istituto Civico Musicale Brera e si è perfezionata in varie tecniche con professeur di fama mondiale tra cui R. Hightower, C. Zingarelli, M. Popescu, E. Villella, M. Mattox, T. Beatty. Ha iniziato la carriera professionale nel 1978 e ha fatto parte di importanti corpi di ballo (Teatro alla Scala, Arena di Verona, Teatro Comunale di Bologna) dove ha ricoperto anche ruoli solistici e dove ha avuto modo di lavorare con grandi coreografi e interpreti. • Ha preso parte a numerose produzioni liriche nonché produzioni di danza contemporanea, trasmissioni televisive di successo, convention, pubblicità e sfilate per importanti aziende. Direttrice, maître e coreografa del Balletto di Milano per la Compagnia ha creato numerose coreografie tra cui i balletti Verdi in Danza, rappresentato con successo in Italia, Marocco, Estonia e Lettonia e Carmen. Ha inoltre al suo attivo numerose collaborazioni per i balletti in ambito lirico anche per importanti festival internazionali come La Perla (Pfäffikon, Svizzera), Saaremaa Opera Festival (Estonia), nonché per serate di gala, convention e spettacoli per ragazzi. • Nel 2017 ha firmato le coreografie per La Vedova Allegra prodotta dall’Orchestra Filarmonica del Marocco a Rabat. È spesso invitata in commissioni di concorsi di danza, giurie, incontri e convegni. è direttore di redazione del periodico tuttoDanza e cura progetti ed iniziative dedicate alla danza.

le mie sensazioni. Il mio focus è su Anna, come carattere, la quale è entrata in conflitto con le sue necessità di donna e le aspettative della società.... Anna che non tollera l’ignoranza della società e resta incondizionatamente fedele all’amore, mostrando la propria protesta ...”. Il risultato è quello di un balletto travolgente, che ha conquistato non solo l’Italia, ma anche la Francia, la Svizzera, l’Estonia, la Finlandia, l’Egitto e persino la Russia in un lungo tour nel 2019, complici anche le stupende musiche di Tchaikovsky. Così profondamente intrise di

significati, accompagnano ogni scena e, ora con la maestosità della Polonaise o del Valzer di Onegin, ora con la nostalgia dell’Ottobre o della Serenata Malinconica, coinvolgono interpreti e spettatori. In una coreografia neoclassica che accosta con maestria il lavoro sulle punte e virtuosismi ad un approccio contemporaneo, i personaggi sono profondamente scavati e restituiti sulla scena in modo esemplare. Anna appare prima bellissima e a suo agio tra la gente del proprio mondo ma, per vivere fino in fondo la sua passione, finirà

Alessia Campidori, Alessandro Torrielli, Alessandro Orlando

© Tyna Bychkova

BIOGRAFIA

per essere vittima di sé stessa e, ferita dalle chiacchiere ed intrappolata dagli eventi, non saprà trovare altra via d’uscita al suicidio. Emozionanti le interpretazioni di Alessia Campidori come Anna, Alessandro Orlando, il marito Karenin, e Alessandro Torrielli, l’amante Vronskij, danzatori per i quali è stato creato il balletto.. Le scene di Marco Pesta riprendono alcuni elementi della tradizione russa stilizzandoli, per farli divenire simboli stessi delle varie ambientazioni grazie alle proiezioni dei disegni originali di Marco Triaca. In stile anche gli originali costumi di Federico Veratti che non manca di dare il suo personale tocco di modernità. • RS

© Carla Moro e Aurelio Dessi

IL VIDEO

Inquadra il QRcode e guarda la versione del Balletto di Milano di Anna Karenina 79


IL COSTUMISTA

Gabrielle, pardon, Coco Chanel: “ l ’innovateur”

FEDERICO VERATTI RACCONTA LA STORIA E L'EVOLUZIONE DEL COSTUME TEATRALE

C

cata agli stilisti che hanno scritto la storia della moda e a mio parere “LA STORIA” nel senso globale della parola. Oggi ci spostiamo in Francia, precisamente a Saumur, nella regione dei paesi della Loira, era il 9 agosto 1883, Jeanne Devolle partorisce Gabrielle Chanel, la terza di sei figli avuti dal matrimonio con Albert Chanel. A causa della morte della madre avvenuta alcuni anni dopo la sua nascita, il padre decide di lasciare le tre figlie femmine in un orfanotrofio, gestito da suore ad Aubazine. Compiuti di diciotto anni di età, Gabrielle soprannominata Coco, inizia a lavorare come commessa e sarta in un negozio di biancheria parigina, Maison Grampayre. Fin dall’inizio, Mademoiselle

Chanel presenta una certa propensione al mestiere di sarta e stilista e proprio grazie al suo primo amore con l’ufficiale Etienne Balsan, riesce ad intraprendere la carriera di modista, confezionando cappelli in paglia che realizzava nel castello, dove si era trasferita dopo il fidanzamento con Balsan . Stanca della relazione a tre che aveva con Balsan e la sua amante Emilienne D’Alençon, Chanel decide di trasferirsi a Parigi, dove trascorrono mesi di grossa difficoltà, in quanto scarseggiavano le finanze per poter continuare la sua attività di modista . Ma proprio quando meno se lo aspettava, “le bussa alla porta” Boy Capel, considerato

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l’unico amore della vita di Chanel. Imprenditore ed esportatore di carbone decise di sponsorizzare l’attività di Coco, dandole la possibilità di poter prendere il volo. Proprio in quegli anni iniziano le sue collaborazioni con i teatri, confezionando per rappresentazioni di prosa, magnifici cappelli e copricapi. Solo con lo scoppio della prima guerra mondiale Chanel iniziò a creare abiti, precisamente tagliare direttamente i tessuti e appoggiarli sul manichino, scolpendo i suoi capi, definendosi non una sarta, non una stilista, in quanto non sapeva e non aveva mai disegnato un bozzetto, ma una creatrice di moda. Innovativa su tutti i fronti, riusci ad eliminare tutte le sottostrutture e l’intimo ingombrante che le donne dei primi del 900 erano costrette ad indossare. Fù un pò la Camargò della moda . Sostenne l’emancipazione femminile soprattutto nei primi mesi della prima guerra mondiale, con la creazioni di morbidi abiti in jersey che non necessitavano di una serva per poter essere indossato e la comodità


di Federico Veratti

IL SOCIAL

Inquadra il QRcode e guarda il suo profilo Instagram di essere portato anche al lavoro. Al finire della guerra Chanel restituì la somma investita al suo amante e lui decise di sposarsi con un’altra donna appartenente al suo ceto. La relazione tra i due non si interruppe fine alla morte di Capel nel 1919 per un incidente stradale. Gli anni 20 furono una ventata di novità per Chanel buttatasi sul lavoro per sopperire alla malinconia. La nostra innovatrice in quegli anni lancerà il taglio dei capelli, il caschetto simbolo delle ballerine di charleston, e il famoso profumo Chanel n°5, miscela di rosa e gelsomino mescolata ad essenze sintetiche che permettevano al profumo di durare più a lungo, una novità per il tempo. Gli anni passano e Chanel sempre sulla cresta dell’onda decide nel 1921 di lanciare il suo “petite robe noire ” ovvero il mitico tubino nero paragonato da un giornalista americano ad un‘automobile, ovvero l’oggetto del desiderio. Un abito che probabilmente ispirato alle divise delle commesse, questo per far si che la donna poteva emanciparsi sempre di più mostrando alla società che non era solo un oggetto da agghindare e mettere in mostra, ma una parte attiva della società. I profumi, le lunghezze delle gonne sempre più corte, i pantaloni da donna, l’u-

tilizzo del jersey (tessuto considerato di poco pregio), l’amore per il tweed scozzese, l’abbigliamento androgino, tutto ciò è frutto di una donna che sarà la promotrice di una nuova società e sviluppo del settore moda. La donna che prendeva l’uomo e il suo abbigliamento e lo trasformava in qualcosa di femminile. Una creatrice di moda e una splendida costumista teatrale. Dopo alcuni cappelli utilizzati nelle opere di prosa, Chanel nel 192 crea gli abiti per la Sacre du Printemps di Nijiskj con musiche di Stravinskij, aiutando così economicamente Les Ballets Russes. Successivamente creò gli abiti per Antigone di Jean Cocteau e Le train bleu di Millhaud. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, Chanel decide di chiudere il suo atelier, si prospettano anni difficili e al quanto incredibili per la stilista, dal innamoramento per un agente nazista fino ad arrivare al travolgimento amoroso per un agente delle SS. Chanel era diventata una spia tedesca, catturata e arrestat per poi finire in esilio prima in Svizzera e poi in America.

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Tornata a Parigi la moda stava cambiando, le novità portate da Monsieur Dior avevano fatto breccia nel cuore dei parigini e le eccentriche proposte di Elsa Schiaparelli incuriosivano . Riuscì sempre a stravolgere e a creare capi e accessori che hanno fatto la moda. Morì nel 1971 all’età di 87 anni. Una donna così grande a cui è stato dedicato alcuni anni fa un balletto in suo onore . • RS

BIOGRAFIA

• Federico Veratti, ex primo ballerino del Balletto di Milano, insegnante e coreografo freelance, dopo diversi anni nel mondo della danza, decide di specializzarsi in costume e sartoria teatrale. • Ha sempre avuto una passione per la moda e la storia del costume:questa è stato il via che lo ha spinto ad aprire una sua sartoria/ atelier. • Grazie alla possibilità offertagli da Carlo Pesta e Agnese Omodei Salè nel 2016 ho intrapreso la carriera da costumista, disegnando e dirigendo la sartoria per il SAAREMA OPERA FESTIVAL in Estonia e successivamente lavorando per teatri, privati e case di moda.


STUPORI E ODORI

Come la bellezza dona

diletto ai cinque sensi...

L'ARTISTA, SARTO E CREATORE DI PROFUMI CI ACCOMPAGNA IN UN VIAGGIO SENSORIALE

N

el nostro modo di stare nel mondo forse dovremo aprire di più gli occhi, le orecchie, quasi tutti i pori del corpo e sostanzialmente avere un’esistenza più ricca, probabilmente più sensata in quanto ci rendiamo conto di più cose, esercitando i sensi, soprattutto quelli che nella nostra tradizione sono stati più trascurati. Solitamente conosciamo i cinque sensi come sensi classici. In realtà esistono tanti sensi, come quello dell’equilibrio o del calore corporeo, che potrebbero, a buon dirit-

to, diventare il settimo, l’ottavo o il nono senso. Ed è più chiaro quindi parlare dei cinque sensi come finestre d’accesso al mondo dalle quali riceviamo conoscenze diverse. Fu la filosofia aristotelica a configurarli come modi distinti di percepire la realtà esteriore. Questi venivano classificati gerarchicamente in vista, udito, olfatto, gusto e tatto. L’interessante opera di Giovan Francesco Guer-

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rieri che stiamo esponendo per la prima volta dopo il meticoloso restauro e generosamente concessa alla città di Mondolfo per la quarta edizione di SYNESTHESIA FESTIVAL, mette in luce l’i-


di Filippo Sorcinelli

IL SOCIAL

Inquadra il QRcode e guarda il suo profilo Instagram

dea che i sensi si trovassero alla base della conoscenza intellettuale e fisica, oltre che presso tutti gli autori antichi; proprio quell’idea che venne accolta anche dalla religione cristiana medioevale, che tuttavia li considerava sia preziosi strumenti del sapere, sia diaboliche armi di tentazione al peccato. In fondo la Bellezza formale, col prezioso contributo degli artisti, dona diletto ai sensi, come San Tommaso spiegava, definendo addirittura il bello come “ciò che piace a vedersi”. Ma le difficoltà non mancano. A Mondolfo come in altre città ogni giorno si tenta, si sperimenta, si vuol far comprendere quanto queste esposizioni possano far percepire insieme i più disparati sentimenti e ancor di più scatenare quelle emozioni che credeva-

mo sopite e irrealizzate. Questa città merita un nuovo corso culturale fatto di

consapevolezza e di cambiamento. Comprenderemo in futuro, lontani dall’assurdo periodo che stiamo vivendo, quanto la necessità della Bellezza si debba forse tramutare in proprietà dell’uomo. Sì, l’uomo è proprietario definitivo delle percezioni, passa oltre l’arte attraverso l’immaginazione, orientandosi all’imitazione di quel trascendentale che non può essere toccato o vissuto ma che rassomiglia alla nostra anima.• RS

BIOGRAFIA • Pittore, musicista, direttore creativo, fotografo, grafico. Nato a Mondolfo nel 1975. Diplomato Maestro d'Arte presso l'Istituto d'Arte di Fano (Italia), inizia ben presto a lavorare negli atelier di artisti contemporanei. • Oltre all'arte ha compiuto studi musicali, presso il Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro e presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma. • Fin dall’età di tredici anni è stato organista a Rimini, Fano e San Benedetto del Tronto presso le Cattedrali del paese. È anche diventato direttore artistico di molti prestigiosi festival musicali in Italia. Ha partecipato a numerose mostre di pittura e installazioni d'arte in Italia e all'estero. • Nel 2001 ha creato LAVS, Atelier che realizza Paramenti Sacri per la liturgia del culto cattolico e che L'Atelier in breve temo un punto di riferimento degli ultimi due Papi: Benedetto XVI e Francesco. • Per la sua operosità, Filippo riceve richieste da musei che vogliono accogliere le sue opere; altre agenzie chiedono consigli d'arte. • Filippo è anche fondatore e art director di di un’omonima maison che produce profumi d’eccellenza. Le fragranze sono caratterizzate da rigorose ricerche che hanno le loro origini nella storia, nei viaggi, nell'arte di Filippo. È fondatore e direttore artistico di SYNESTHESIA Festival, unico in Italia dedicato ai cinque sensi. • È organista e direttore artistico della Chiesa della Croce di Senigallia, gioiello barocco tra i più importanti in Italia. • Nel 2015 riceve la Benemerenza Civica per i meriti artistici dal Comune di Santarcangelo di Romagna.

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LA TRUCCATRICE

Lo chignon ha fatto

la storia del balletto

IN VIAGGIO CON LA MAKE UP ARTIST ANGELA VALENTINO NEL MONDO DEL TRUCCO ARTISTICO

Q

uando si parla di Chignon pensiamo subito all’immagine della ballerina. Questa pettinatura, nel tempo ha fatto la storia e negli anni ha avuto innumerevoli varianti. Le origini delle chignon risalgono all’antichità le donne greche usavano acconciare i propri capelli in un semplice nodo basso, all’altezza della nuca, decorato con gioielli che ne rimarcavano lo status sociale. Nell’antica Cina, lo chignon era un modo di raccogliere la

chioma tipico delle donne sposate. In India invece l’usanza di legare i capelli in un nodo di forma rotonda alla sommità della testa. I capelli infatti sono considerati come un’estensione spirituale del corpo, che emana la forza vitale e vibrazioni. La forma circolare mantiene una rotazione dell’energia in senso orario e la trattiene all’interno del coro. Anche le rappresentazioni del Buddha sono sempre rese con i capelli raccolti in uno chignon sulla parte alta della testa. Alto allo stesso modo, in Giappone, lo chignon ha una lunga tradizione: i Samurai sistemavano in tal modo i capelli per dare maggiore stabilità all’elmo e i lottatori si Sumo dispongono di parrucchieri specializzati nel racco-

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gliere loro i capelli. Questa acconciatura torna di moda in Europa a partire della fine del diciottesimo secolo, quando la cultura torna a guardare e a imitare il mondo classico. Il trionfo dello Chignon segna tutta un’epoca vittoriana ma in questo periodo diventa meno libero, più austero . Inizialmente era alto sulla testa e contornato da riccioli che scendono ai lati, si trasforma poi in un’acconciatura più tirata, caratterizzata da due bande laterali che spesso nascondono parzialmente o interamente le orecchie e che si uniscono , dietro, in uno chignon basso. Stiamo parlando dell’acconciatura tipica dei balletti romantici, per esempio Giselle e Les Sylphides. Fino agli inizi dell’Ottocento le acconciature delle danzatrici imitavano quelle dame di corte ed erano particolarmente voluminose ed ingombranti, inoltre non c’era una vera propria disciplina che imponesse alle danzatrici come acconciarsi i capelli. In seguito, a partire dal 1830, con l’evolversi della tecnica


di Angela Valentino

BIOGRAFIA

• Angela Valentino una giovane Make up artist italiana con una forte inclinazione per le arti del makeup.   • La sua passione è iniziata con le arti dello spettacolo durante il liceo artistico. Laureata in Scenografia e costume per lo spettacolo all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano e diplomata in  Truccatore artistico alla BCM Cosmetics di Milano. Successivamente,  ha lavorato per diversi teatri, televisione , cinema e moda. • Ha vinto due premi come miglior truccatrice a Los Angeles e a New York. Ora vive da sei anni a New York.

Lydia Lopokova è Aurora in The Sleeping Beauty

e il conseguente alleggerirsi dei costumi per permettere i virtuosismi, lo chignon entra poco a poco fra gli attributi caratteristici della ballerina. A partire dal 1880 circa il balletto, specialmente in Francia, si disciplina in maniera più rigida in relazione ai costumi e alle pettinature, tanto che alcuni di essi rimangono invariati ancora oggi, ad esempio in balletti come Giselle, Il Lago dei cigni e Les Sylphides Nel corso degli anni quest’ultimo ha assunto diverse forme, al passo con la moda femminile , e non è mai scomparso dalle scene. Molte coreografie contemporanee includono lo chignon , nonostante spesso sia necessario per le ballerine avere i capelli sciolti a seconda dell’interpretazione richiesta. Lo chignon è stato protagonista delle rappresentazioni artistiche di Edgar Degas, il pittore delle ballerine. La sua funzione non è puramente estetica o rappresentativa di un certo tipo di rigore, ma alla pratica, avere i capelli totalmente raccolti è infatti di grande aiuto nell’esecuzione di alcuni passi, fra cui le Pirouettes, che prevedono una rotazione molto veloce dalla testa che

sarebbe resa più difficoltosa da una massa di capelli sciolti o semi raccolti. Lo chignon è perfetto per impedire ai capelli di disturbare la ballerina durante la

Edgar Degas Ballet Dancers on the stage

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performance. Inoltre permette l’aggiunta di nastri, merletti e oggetti di scena, come nel lago dei cigni, dove Odette e tutti i cigni hanno il volto incorniciato da piume. • RS


LO SCENOGRAFO

Leonardo scenografo

e il leone meccanico IL PRODUCTION DESIGNER E "ARCHITETTO DELL'EFFIMERO" RACCONTAIL GENIO TOSCANO

I

l nostro lungo periodo di lotta al Covid19 sta cercando di trovare una via d’uscita anche se siamo in stato di emergenza ma le riaperture ben monitorate e la bella stagione ed in ultimo le vaccinazioni stanno facendo il loro dovere! Speriamo in autunno di non trovarci in una situazione di pericolo ma bensì di porte aperte come un tempo e di ricominciare ad assaporare la tanto amata normalità e libertà di muoverci senza limiti e costrizioni. Nella rubrica di questo mese scopriremo una delle tante sfaccettature del genio di Vinci, il famoso Leonardo della Gioconda è stato un personaggio dai mille mestieri tra cui lo sceno-

grafo, se pensiamo allo scenografo come ad un inventore di macchine. Come abbiamo descritto qualche mese fa paragonabile ad uno stregone e infatti la nostra mente anche non sapendolo associa ad una figura leonardesca lo scenografo. Difatti lui fu anche scenografo nel 1489 mise a punto delle decorazioni per il matrimonio di Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona che si svolgevano presso il castello Sforzesco a Milano. La messa in scena del grande Leonardo si rifaceva alla rappresentazioni sacre fiorentine con suo tocco eccezionale: il cielo da lui pensato fatto di

suoni e luci. Questo effetti speciali tanto spettacolari quanto innovativi per i tempi rimasero molto impressi nella memoria degli spettatori, vi riporto una testimonianza di allora: «El Paradiso era facto a similitudine de uno mezzo uovo, el quale dal lato dentro era tutto messo a horo, con grandissimo numero de lumi ricontro le stelle, con certi fessi dove stava li sette pianeti, segondo el loro grado alti e bassi. A torno l’orlo de sopra del dito mezo tondo era li XII signi, con certi lumi dentro del vedro, che

TRA I SUOI LAVORI

• Assistente Scenografo: 2000 teatro Buonanotte Mamma regia L. Salveti; 2001 teatro Otello regia G. Del Monaco; 2002 teatro Tancredi regia M. Gasparon; 2003 teatro Proserpine regia M. Gasparon; 2003 teatro Orfeo regia M. Gasparon; 2015 teatro Una coppia in provetta regia G. Corsi; • Scenografo: 2006 Premiere del film animato The Wild (Disney), 2017 Design Area Kids Family Hotels, 2018 teatro Romeo e Giulietta regia M. Iacopini. 2019 teatro La leggenda di Thor regia A. Ronga

Studi per la scenografia di Orfeo di Poliziano

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di Antonello Risati

IL VIDEO

Studi per il leone meccanico

Inquadra il QRcode e guarda i suoi lavori facevano un galante et bel vedere: nel qual Paradiso era molti canti et soni molto dolci et suavi» oggi custodito nella biblioteca estense di Modena. Sempre riguardo alla fantastica scena costruita da Leonardo per le nozze; il poeta Bernardo Bellincioni scrisse: «v’era fabbricato, con il grande ingegno et arte di Maestro Leonardo da Vinci fiorentino, il paradiso con tutti li sette pianeti che giravano e li pianeti erano rappresentati da homini». Il grande maestro toscano si dedicò alla scenografia anche nel suo periodo francese quando alla corte di Francesco I si dedico ad alcuni allestimenti e principalmente a feste dedicate al Re. La ben nota genialità di Leonardo unita alle doti di inventore furono ben rappresentate nel leone meccanico che poteva avanzare, fermarsi e addirittura alla fine aprirsi per far uscire i fiori al suo interno in omaggio a Francesco I. Quindi il leone era una sorta di automa che poteva muoversi grazie al moto di una ruota centrale posizionata sotto il petto del leone. Invece il “motore” dell’intero meccanismo probabilmente era una grossa molla elicoidale che alla fine permetta di azionare un un gancio che permetteva l’apertura del leone per permettere ai gigli di fuori-

Il leone meccanico

uscire e di creare un vero e proprio tappeto di fiori come omaggio al Re. Il grande maestro di Vinci ci fa capire come lo scenografo abbia anche il compito di stupire

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e di creare invenzioni che possano allietare e stupire la platea o come in questo caso il re di Francia. Il nostro viaggio nella storia della scenografia non finisce qui... Alla prossima! • RS


PAROLE D'ARTISTA

Leonardo da Vinci

e il trattato della pittura

«IL PITTORE È SIGNORE D’OGNI SORTA DI GENTE E DI TUTTE LE COSE»

P

arlare del grande Leonardo da Vinci in qualità di pittore veramente impresa ardua e forse improponibile in poche righe di una rubrica fatta per lo più di parole che ci raccontano l’arte e gli artisti! Poi quando ci troviamo di fronte ad un tale colosso che ha scritto addirittura il trattato della pittura... l’impresa è ancora più ardua ma bando alle ciance e diciamola tutta Leonardo anche in pittura e’ un’anima analitica e scientifica. Ci porta degli esempi sul trattato della pittura fra pittura e poesia: «Tal proporzione è dalla immaginazione all'effetto, qual è dall'ombra al corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla poesia alla pittura, perché la poesia pone le sue cose nella immaginazione di lettere, e la pittura le dà realmente fuori dell'occhio, dal quale occhio riceve le similitudini, non altrimenti che s'elle fossero naturali, e la poesia le dà senza essa similitudine, e non passano all'impressiva per la via della virtú visiva come la pittura.» Il grande Leonardo ci spiega l’utilità della pittura come una scienza perfetta e della semplicità di arrivare ad ogni singola persona: "Quella scienza è piú utile della quale il frutto è piú comunicabile, e cosí per contrario è meno utile quella ch'è

Autoritratto di Leonardo da Vinci

meno comunicabile. La pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni dell'universo, perché il suo fine è subietto della virtú visiva, e non passa per l'orecchio al senso comune col medesimo modo che vi passa per il vedere. Adunque questa non ha bisogno d'interpreti di diverse lingue, come hanno le lettere, e subito ha satisfatto all'umana specie, non altrimenti che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla specie umana, ma agli altri animali, come si è manifestato in una pittura imitata da un padre

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di famiglia, alla quale facean carezze i piccioli figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e la gatta della medesima casa, ch'era cosa maravigliosa a considerare tale spettacolo. La pittura rappresenta al senso con piú verità e certezza le opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma le lettere rappresentano con piú verità le parole al senso, che non fa la pittura. Ma dicemmo essere piú mirabile quella scienza che rappresenta le opere di natura, che quella che rappresenta le opere dell'ope-


di Antonello Risati

ratore, cioè le opere degli uomini, che sono le parole, com'è la poesia, e simili, che passano per la umana lingua". In quest’ultima parte scopriamo cosa pensa il grande Leonardo del pittore come scrive lui «signore d’ogni sorta di gente e di tutte le cose»: "Il pittore è padrone di tutte le cose che possono cadere in pensiero all'uomo, perciocché s'egli ha desiderio di vedere bellezze che lo innamorino, egli è signore di geneurale, e se vuol vedere cose mostruose che spaventino, o che sieno buffonesche e risibili, o veramente compassionevoli, ei n'è signore e creatore. E se vuol generare siti deserti, luoghi ombrosi o freschi ne' tempi caldi, esso li figura, e cosí luoghi caldi ne' tempi freddi. Se vuol valli, il simile; se vuole dalle alte cime di monti scoprire gran campagna, e se vuole dopo quelle vedere l'orizzonte del mare, egli n'è signore; e cosí pure se dalle basse valli vuol vedere gli alti monti, o dagli alti monti le basse valli e spiaggie. Ed in effetto ciò che è nell'universo per essenza, presenza

Particolare dell’angelo di Leonardo nel dipinto Il battesimo di Cristo di Andrea del Verrocchio 1475-1478

o immaginazione, esso lo ha prima nella mente, e poi nelle mani, e quelle sono di tanta eccellenza, che in pari tempo generano una proporzionata armonia in un solo sguardo qual fanno le cose". Il grande maestro che inizio la sua avventura da pittore con un angelo in basso a sinistra sul dipinto del suo maestro Ver-

rocchio, passando per dipinti iconici come La dama con l’ermellino, La vergine delle rocce e La Gioconda tanto per citarne Leonardo ci fa capire come l’arte abbia delle regole ben precise ed analitiche, alla fine l’arte e la matematica anche se sembrano due entità distanti poi non lo sono così tanto... Alla prossima! • RS

La dama con l'ermellino 1488-1490

La Gioconda 1503-1504

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FOCUS

Dal videoteatro

alle performing arts

LA NOSTRA TIROCINANTE ANALIZZA UN FENOMENO CHE HA PORTATO SUL PALCO NOVITÀ E TECNOLOGIA

Dagli anni ’80 si ha l’evoluzione del teatro tradizionale verso la performing arts. Il teatro si riversa per le strade e in luoghi non convenzionali proponendo temi politici e sociali. Nel 2002 Emanuele Quinz, studioso di media art, conia il termine “digital performance” per definire il teatro tecnologico e la sua drammaturgia specifica che rompe il concetto classico di spettacolo. Le prime forme di digital performance nascono in Italia nella forma di Videoteatro durante la rassegna Paesaggio metropolitano/Teatro-Nuova Performance/Nuova Spettacolarità di Roma del 1981. Il Videoteatro consiste nella proiezione di performance registrate o in diretta

con le quali il pubblico e gli attori vengono chiamati ad interagire. Uno dei principali esempi è lo spettacolo Tango glaciale di Mario Martone del 1982 nel quale viene ricreata una casa bidimensionale attraverso diapositive colorate delle quali gli attori-danzatori interpretano le immagini disegnate. Anche in altri spettacoli è stata utilizzata questa tecnica di proiezioni, trasformando la sala e il pubblico in schermo come accaDa sinistra, Licia Maglietta, Tomas Arana e Andrea Renzi in Tango glaciale 1982

© Cesare Accetta

L'

argomento che ho scelto per la mia tesi di laurea tratta dell’evoluzione tecnologica negli spettacoli teatrali della seconda metà del Novecento e la nascita del teatro digitale e multimediale. Una scelta sorta dalla curiosità di capire se avrebbe potuto esserci un’alternativa alla chiusura dei teatri e alla sospensione di eventi e spettacoli. Già dal primo approccio, ovvero con la lettura dei testi Leggere uno spettacolo multimediale”di Anna Maria Monteverdi e Teatro contemporaneo 19892019 di Valentina Valentini, ho scoperto che fin da prima della pandemia la “rivoluzione digitale” era penetrata nel mondo teatrale, ancora forse troppo legato agli schemi classici.

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di Veronica Frasca

de in Alexis. Una tragedia greca del ciclo di Motus (2010). Altri lavori di Motus permettono di osservare la concreta fusione che avviene tutt’ora tra il teatro e il cinema, come si vede in Twin Rooms, che mostra in tempo reale un procedimento cinematografico con varie telecamere che inquadrano un set dove gli attori sono schiacciati dal vero protagonista: il video. Il nuovo teatro digitale non resta confinato nella sala ma si espande e si riversa nelle strade attraverso la tecnica del videomapping, la proiezione interattiva sulle facciate dei palazzi, oggi molto diffusa. Un pioniere di quest’arte virtuale è Miguel Chevalier: attraverso mappature 3D modifica radicalmente le facciate di monumenti storici al passaggio dei visitatori. Rivoluzionario è anche l’approccio di Robert Lapage che non solo utilizza la tecnica come scenografia ma la rende parte dell’attore stesso, proiettando su di esso e rendendolo corpo unico con la macchina in una sinergia creativa. L’ingrediente principale di questo genere di spettacoli è proprio quello di riuscire a legare persona e tecnologia in modo indistinguibile dall’occhio dello spettatore. L’interazione attore-schermo e pubblico-schermo non è l’unica tecnica del teatro

Una proiezione immersiva di Miguel Chevalier alla King's College Chapel in Cambridge

digitale: smartphone, joystick controllano la scena. In Skyline di Kònic Thtr vengono postati su Instagram contenuti che completano ciò che accade sul palcoscenico. Le digital performance coinvolgono attori umani e attori tecnologici è il caso del taiwanese Huang Yi che balla in coppia con il robot KUKA, un braccio meccanico solitamente usato nelle fabbriche, in grado di imparare un movimento fluido e riproporlo in sequenza. I robot a braccio sono stati l’attrazione principale di molti spettacoli ed eventi: uno dei più noti è YuMi, un robot a due braccia che ha diretto l’orchestra del Teatro Verdi di Pisa, accompagnando il Tenore Andrea Bocelli. Huang Yi e il robot KUKA

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Dopo aver conosciuto queste esperienze una domanda mi sorge spontanea: perché il mondo del teatro che era a conoscenza di queste tecniche non le ha sfruttate a suo vantaggio durante il periodo pandemico? Invece che rassegnarsi alle chiusure non poteva portare la performance nelle case degli spettatori? Attraverso queste nuove tecnologie si ha la possibilità di connettere persone provenienti da tutto il mondo e che normalmente non avrebbero la possibilità di andare a teatro. Diverse realtà italiane ed estere hanno attivato modalità streaming e digitali durante il periodo del Covid19 anche se la strada da percorrere in questa direzione è ancora lunga. Bisogna imparare a sfruttare al meglio questi strumenti in modo da non chiudere i rapporti che si sono creati ma allargarli e sostenerli. Il teatro è cultura e la cultura deve essere alla portata di tutti. La mia speranza è quella che il teatro riparta in tutte le sue forme e che la “digital performance” venga maggiormente valorizzata. Tutti possiamo vivere appieno il teatro anche se attraverso uno schermo, poiché questo va oltre lo spazio concessogli arrivando dritto alle persone. • RS


FESTIVAL

“Il Fattore Umano”

di Colorno Photo Life

TRA I PROTAGONISTI FERDINANDO SCIANNA E CARLA CERATI

IL SITO

Inquadra il QRcode e accedi al sito di Colorno Photo Life

© Ferdinando Scianna

D

all'11 settembre all'8 dicembre 2021 la nuova edizione di ColornoPhotoLife, a Colorno (PR), indaga Il Fattore Umano. Il ColornoPhotoLife è un festival tematico, da quando è nato, con il suo nutrito programma, cerca di proporre “radici e nuove frontiere”, miscelando mostre di autori che hanno fatto la storia della fotografia e giovani autori emergenti. Si tratta di un evento di cultura fotografica che offre agli appassionati di ogni livello l’occasione di esporre le proprie opere al fianco di quelle dei maestri e vedere le tendenze in atto nell’ambito della fotografia nazionale. Tante le mostre di pregio che animeranno il festival: saranno esposti negli eleganti locali della Reggia di Colorno gli scatti delle mostre Il Ritratto, Sciascia a Borges del fotografo siciliano Ferdinando Scianna (dal 12 settembre all'8 dicembre) e Uno sguardo di

donna su volti, corpi, paesaggi della fotografa Carla Cerati (dal 16 ottobre all'8 dicembre) organizzate in collaborazione con ANTEA e curate da Sandro Parmiggiani e grazie ai prestigiosi prestiti del Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università degli Studi di Parma. Nello spazio museale del MUPAC di Colorno, sito nel locale settecentesco dell’Aranciaia, saranno esposte, dall'11 settembre al 10 ottobre, le mostre di giovani autori emergenti: Il condominio di Veronica Benedetti (vincitrice premio MUSA per le donne); Brian Damage di Michele Di Donato a cura di

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Loredana De Pace; Crossing the Balkans di Matteo Placucci, sempre a cura di Loredana De Pace. Dal 15 ottobre al 7 novembre, proseguirà l’esposizione “Crossing the Balkans” di Matteo Placucci e si aggiungeranno le mostre “Anticorpi Bolognesi” di Giulio Di Meo in collaborazione con Stop piccolo festival indipendente di fotografia; Ruggine di Francesca Artoni (vincitrice Colornophotolife 2020); Della presenza di Maria Cristina Comparato (vincitrice Portfolio Italia 2020), Shooting in Sarajevo di Luigi Ottani, su progetto di Roberta Biagiarel-


© Carla Cerati

di Daniele Colzani

concorso per portfolio sul territorio nazionale. Critici, storici della fotografia, fotografi e addetti ai lavori saranno a disposizione per esaminare, commentare e premiare il lavoro di giovani fotografi o di fotografi avviati sulla strada del professionismo. Costo 10 euro (2 letture), gratuito per i soci FIAF, Color's Light e Soci COOP alleanza3.0. I lettori di questa edizio-

© Michele di Donato, credit ColornoPhotoLife

li e Luigi Ottani, e la collettiva Color’s Light. Altre esposizioni mostreranno i risultati dei laboratori tematici L’uomo e l’umanità del dipartimento cultura della FIAF in rappresentanza dei festival gemellati: FacePhotoNews di Sassoferato (AN), Una penisola di Luce di Sestri Levante (GE), CARPI Foto Festival del Grandangolo di Carpi (MO) e del GF Colibrì di Modena, saranno diffuse nel paese, al piano terra dell’Aranciaia, all’interno della Venaria, nella sala civica “Mulino Ducale” e in spazi commerciali. Il festival offre anche momenti di crescita tramite i workshop con docenti selezionati tra i migliori professioni del settore. Quest’anno il programma formativo prevede: il 25 settembre Workshop Loredana De Pace Come (e perché) fare una fanzine; 9 e 10 ottobre Workshop con Sara Munari La ricerca dello stile fotografico; 23 e 24 ottobre: Workshop di Giulio Di Meo Il Fattore Umano. Nel week end del 16 e 17 ottobre si terrà la tappa di Portfolio Italia, il più importante

ne del Portfolio 10° premio Maria Luigia sono: Massimo Mazzoli, Orietta Bay, Laura Manione, Fulvio Merlak, Antonella Monzoni, Paola Riccardi, Angelo Ferrillo, Renza Grossi, Isabella Tholozan, Claudia Ioan, Massimiliano Tuveri, Silvano Bicocchi e Andrea Angelini. Con questo programma il festival si propone di essere un punto di riferimento per i giovani fotografi che vogliano iniziare a fare la carriera lavorativa, ma non solo, il festival serve anche come momento di confronto per il mondo fotoamatoriale, a Colorno possono trovare consigli e aiuti per migliorare la propria passione. “Riteniamo che la condivisione dei diversi percorsi – sottolineano gli organizzatori - sia essenziale per la crescita delle nostre capacità espressive”. Il Festival è possibile grazie al patrocinio di Fiaf, Comune di Colorno, Regione Emilia Romagna e Provincia di Parma. È organizzato dal Gruppo Fotografico Color’s Light e ANTEA. • RS

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RITRATTI

Enrico Carso, un bolognese dall ' a nima latina

© Valentina Gaglione

CANTA L'AMORE, A NOVEMBRE A FERRARA PRESENTERÀ IL SUO NUOVO ALBUM IN UN GRANDE EVENTO DAL VIVO

C'

è chi sviluppa la carriera seguendo il proprio mito, trasformandosi in un tributo ed esibendosi in cover, spesso scimmiottanti l'originale, senza attribuire loro una benchè minima caratteristica di creatività. E poi ci sono gli artisti, termine del quale spesso si abusa. Enrico Carso è sicuramente da annoverare in questa seconda, illustre categoria. Uomo schietto e sincero, profondamente innamorato della musica e dotato di grande umiltà, caratteristica rara fra gli artisti, comincia da giovane sotto la guida del

popolare cantante bolognese Dino Sarti. Nel 1989 è uno dei tanti ragazzi che a Bologna, città ricca di personalità talentuose, cercana la loro strada nella vita. Qualche anno più tardi, nel 1992, alla fine degli studi il grande salto con il trasferimento negli Stati Uniti – un vero e proprio "miraggio" per molti della sua generazione – dove a Los Angeles conosce e collabora con Beppe Cantarelli, famoso compositore e arrangiatore. Curioso ed avventuroso di carattere, dopo gli States si farà conoscere anche in Germania e Svizzera, realizzando due album con l’aiuto

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del maestro Mimmo Turrone. Successivamente sviluppa la carriera verso il suo Progetto

IL VIDEO

Inquadra il QRcode e accedi al video di Yo Te Amo, Te Amo, Te Amo


di Luca Varani

© Carlo Ottani

la gioia dello stare insieme. Il brano è supportato da un videoclip - diretto da Valentina Gaglione - che, in pochi giorni, sta già sviluppando moltissime visualizzazioni su Youtube. Una nuova uscita lanciata sul mercato italiano che, proprio in questi giorni, è oggetto anche di un lancio promozionale sui mercati dell'America Latina, forte di una vasta fanbase di Enrico Carso in quei Paesi. A novembre uscirà il suo nuovo album, anticipato da un ennesimo singolo in coppia con la vocalist storica di Roberto Carlos, Jurema De Candia. La presentazione dell'album avverrà in una serata speciale il prossimo 19 novembre presso il Teatro Nuovo di Ferrara, le cui prevendite sono già attive su Vivaticket.it • RS

© Valentina Gaglione

Emozione, un tributo ufficiale ispirato alle canzoni della popstar brasiliana Roberto Carlos Braga, suo faro ispiratore. Da qui il desiderio di scrivere le versioni italiane di varie canzoni di Carlos, amate sin da bambino sui dischi del padre. Il nuovo singolo di Enrico Carso, che apre una nuova fase del suo percorso artistico, Yo Te Amo, Te Amo, Te Amo, è un trionfo di semplice bellezza, dove la sofferenza per la lontananza con la persona amata risulta più forte di qualsiasi cosa. Parole che assumono una valenza ancora più concreta in un periodo nel quale molti fra noi hanno dovuto subire, loro malgrado, la tristezza della lontananza forzata dagli affetti di ogni tipo. In piacevole contrasto, la parte musicale del brano suona come un solare reggae che invita a ballare e a riscoprire

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LA LIBRERIA LE NOVITÀ DELLE CASE EDITRICI E I NOSTRI CONSIGLI PER SCEGLIERE IL TITOLO GIUSTO PER VOI Pia Pera - AL GIARDINO ANCORA NON L'HO DETTO

Shari Low UN GIORNO D'ESTATE La vita di tre persone sta per cambiare per sempre. Agnetha ha finalmente deciso di occuparsi di sé stessa. È il suo momento. Mitchell ha divorziato da Agnetha e ha sposato la sua migliore amica, Celeste. Ora sospetta che la sua seconda moglie abbia una relazione. Grazie a un test del DNA, Hope sta finalmente per incontrare il suo padre biologico. Tre personaggi diversi tra loro, ventiquattro ore per dare una svolta cruciale al destino. (Newton Compton - 352 pg - € 9,90)

A far compagnia all’autrice di questo diario, oltre a Macchia, una cagnolina fox terrier che la segue ovunque, c’è il valido aiutante cingalese, Giulio, e un gran numero di amici che vanno e vengono dalla sua casa. Ci sono poi la meditazione, i moltissimi libri, le letture che scandiscono il ritmo dell’intero diario, e soprattutto il giardino. ultimo il vero compagno dell’autrice. È lui che riflette, come in uno specchio, ogni suo stato d’animo, che somatizza ogni segno di malattia. (Ponte alle Grazie - 224 pg - € 14,00)

Larry McMurthy VOGLIA DI TENEREZZA Aurora ed Emma, una madre e una figlia che non potrebbero essere piú diverse: una ha un guardaroba immenso, abita in una villa con giardino e fa impazzire chiunque abbia la sventura di invaghirsi di lei; l’altra indossa magliette extralarge, vive in un minuscolo appartamento e cerca pazientemente di andare d’accordo con il marito. Diverse in tutto, Aurora ed Emma, ma quando la vita si mette per traverso sono solo madre e figlia che combattono dalla stessa parte. (Einaudi - 400 pg - € 21,00)

IL VOLUME SOTTO I RIFLETTORI... LUCA WARD. IL TALENTO DI ESSERE NESSUNO - Luca Ward è senza dubbio il più celebre doppiatore italiano, ma è anche molto di più. È un attore di straordinario talento che ha calcato palcoscenici leggendari e che è diventato un volto noto del piccolo schermo per aver preso parte a fiction di successo. Il pubblico lo ama e lo segue con grandissimo interesse sui social, dove raccoglie più di un milione di fan grazie alla sua ironia e alla sua genuinità. Ma la verità è che di lui si sa molto poco. L’adolescenza difficile, gli amori appassionati e il legame indissolubile con il mare: per la prima volta, Luca Ward si mette a nudo. Un libro sorprendente che racconta, attraverso aneddoti e ricordi, tutta la verità sul mondo del cinema e del doppiaggio, e che non risparmia il lato più intimo e privato di. Una storia che diverte e commuove in tutti i modi possibili. (Sperling&Kupfer - 245 pg - € 17,00)

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di Daniele Colzani

IL VOLUME PER GLI APPASSIONATI DI TOTÒ SAN TOTÒ - «Chi non ha visto Totò a teatro non ha visto Totò», si è sempre sentito dire Paolo Isotta da suo padre. Noi ci troviamo tutti, ora, in questa situazione: di Totò abbiamo solo le interpretazioni cinematografiche, molte delle quali contengono spezzoni di Rivista, il che faceva indignare i critici puristi. L'autore la ritiene invece una fortuna, perché si può così tentare di ricostruire un'immagine intera del sommo attore. Di Totò hanno scritto storici del cinema, del teatro, antropologi, studiosi della lingua italiana e latina, filologi classici e filosofi della politica... ma mai uno storico della musica come Paolo Isotta, che dichiara di aver affrontato l'impresa non da esperto ma in quanto innamorato di Totò. Nella prima parte del volume si tenta un ardito ritratto, completo e sintetico, del principe de Curtis. La seconda, che rappresenta a modo suo una novità, è costituita da «una scheda per film», raccontato ora analiticamente, ora brevemente. Così, fra teatro e cinema, tra spalle e comprimari, sfilano sotto i nostri occhi grandi personaggi dello spettacolo come Aldo Fabrizi, Mario Castellani, Nino Taranto, Aroldo Tieri, Raimondo Vianello, Paolo Stoppa, Macario, Carlo Croccolo. E poi Peppino («la più naturale intesa e unico alla sua altezza»), Alberto Sordi e Titina De Filippo, Franca Valeri e Franca Faldini, che di Totò fu l'ultima compagna. Un tributo raffinato e giocoso a colui che «affermava di ritenersi lieto di avere fatto per mestiere il comico perché la comicità aiuta la gente a prendere la vita come viene e gliela rende più accettabile. Che altro fanno, i Santi?». (Marsilio - 320 pg - € 19,00)

Frank Goldammer IL DEMONE DI BERLINO Un brutale assassino terrorizza una città dilaniata dalla guerra. L’ispettore investigativo Max Heller viene convocato sulla scena di un crimine e si trova di fronte al corpo selvaggiamente martoriato di una donna, un’infermiera del vicino ospedale. Ben presto, le voci cominciano a girare: è il Demone, il killer che di notte si aggira tra le rovine. L’ispettore si dedica a dare la caccia al barbaro assassino nel caos della guerra. (Time Crime - 264 pg. - 16,00 euro

Tara Sue Me MISS PRESIDENT

Nicolas Barreau - IL CAFFÈ DEI PICCOLI MIRACOLI Eleonore ha venticinque anni. Invece di agire d'impulso, riflette. Invece di dichiarare il suo amore al professore di filosofia alla Sorbonne, sogna. Timida e romantica, Nelly - come preferisce essere chiamata - adora i vecchi libri, crede nei presagi, piccoli messaggeri del destino, diffida degli uomini troppo belli e non è certo coraggiosa come l'adorata nonna bretone che le ha lasciato in eredità un anello di granati con dentro una scritta in latino, Omnia vincit amor... (Feltrinelli - 226 pg - € 4,95)

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Per Anna Fitzpatrick essere presidente degli Stati Uniti significa poter fare la differenza. Dopo essere stata scaricata dal suo compagno all’inizio della campagna presidenziale, Anna ha giurato di rimanere single per tutto il suo mandato. È un compito facile, in fondo nessun uomo l’ha mai fatta sentire come il suo compagno di università tanti anni prima. Almeno finché non se ne è andato senza nemmeno un addio. (Newton Compton 288 pg - € 3,90)


FICTION

di Daniele Colzani

Il primo film sulla vita

della grande Carla Fracci ALESSANDRA MASTRONARDI IN UNA PRODUZIONE CHE LA VEDRÀ INDOSSARE I PANNI DELL'ETOILÈ SCALIGERA

U

na coproduzione Rai Fiction - Anele, per la regia di Emanuele Imbucci, realizzato con la consulenza diretta di Carla Fracci, Beppe Menegatti e Luisa Graziadei, girato tra Roma, Orvieto e Milano e, per la prima volta in assoluto per un progetto fiction, con riprese all’interno del Teatro alla Scala. Carla con Alessandra Mastronardi nel ruolo di Carla Fracci è il primo film tv sulla straordinaria vita della più grande ballerina italiana di tutti i tempi. Una coproduzione Rai Fiction - Anele, diretto da Emanuele Imbucci e prodotto da Gloria Giorgianni con Fabio Scamoni, in onda prossimamente su Rai1. Liberamente ispirato all’autobiografia di Carla Fracci Passo dopo passo - La mia storia e realizzato con la consulenza diretta della stessa Carla Fracci, del marito Beppe Menegatti e della loro collaboratrice storica Luisa Graziadei, il film ripercorre il percorso umano e professionale di un’icona della danza

mondiale, universalmente riconosciuta come una delle più grandi étoile del XX secolo e definita nel 1981 dal New York Times “prima ballerina assoluta”. Il film è girato a Roma, Orvieto e Milano e in particolare al Teatro alla Scala che, per la prima volta nella sua storia, apre le porte a una produzione fiction permettendo di girare all’interno dei suoi storici e prestigiosi

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spazi, per celebrare un’artista che proprio nell’accademia di danza del Teatro alla Scala ha mosso i suoi primi passi nel 1946, diplomandosi nel 1954 e diventando prima ballerina nel 1958. La sua passione unica, una grazia assoluta e una tecnica impeccabile l’hanno portata alla consacrazione internazionale, calcando i palcoscenici più importanti del mondo ed incantando gli amanti della danza di tutto il pianeta. Il racconto parte dalla storia di una Carla bambina nell’immediato dopoguerra, poi adolescente e giovane donna nella Milano degli anni ‘50-‘60, ne racconta l’ascesa al successo e la difficile scelta di diventare mamma in un momento cruciale della sua carriera. Istinto, passione e sfida, gli elementi che caratterizzano la storia di una grande eccellenza femminile del nostro Paese. • RS


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