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Ettore Socci

Ettore Socci

a ricca personalità poliedrica di Ettore Socci (Pisa, 1846 – Firenze, 1905), garibaldino, giornalista, scrittore e cinque volte deputato del Regno d’Italia per il collegio di Grosseto, può essere colta alle sue radici nella sua opera prima, Da Firenze a Digione. Gli «appunti» dello scrittore costituiscono una tempestiva registrazione, dall’ottica del soldato, dell’eroica presenza garibaldina nella Guerra franco-prussiana, di cui la presa della bandiera del 61° reggimento prussiano (l’unica persa dall’esercito di Guglielmo I) rappresenta il momento culminante. Oltre ad includere gli aspetti inerenti al genere della memorialistica garibaldina, il ventaglio delle idee oggetto delle «impressioni» del reduce non conosce steccati: virtù e debolezza dei popoli, tradimenti e abnegazione, giustizia e libertà, democrazia ed emancipazione… Il libro della memoria di Socci si rivela come un moto per i luoghi luminosi e nebbiosi dell’animo umano, teso a un affinamento coscienziale che illuminerà poi la sua futura azione politica. Ne è una chiara illustrazione la sensibilità che Socci mostra nei confronti della donna, della quale nel libro si esalta il coraggio e la saggezza, e che lo porterà in seguito a scrivere una pagina brillante della sua carriera politica: dopo una lunga battaglia, condotta dai banchi dell’opposizione, viene approvata nel 1904 la sua proposta di legge per ammettere all’esercizio professionale le donne laureate in giurisprudenza.

Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino a cura di Giuseppe Pace Asciak

Giuseppe Pace Asciak è professore ordinario di lingua e letteratura italiana all’Università di Malta e tiene corsi estivi internazionali presso l’Accademia Lingua Italiana di Assisi. È autore e coautore di libri per l’insegnamento della letteratura italiana nei corsi di lingua. Ha pubblicato, tra l’altro, un’edizione critica di un canzoniere secentesco maltese che illustra l’importanza della cultura italiana nell’isola dei cavalieri.

e 24,00

Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino

studi 39


studi 39


Ettore Socci

Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino a cura di

Giuseppe Pace Asciak con la collaborazione di

Marion Pace Asciak

SocietĂ

Editrice Fiorentina


Š 2019 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it isbn: 978-88-6032-494-8 issn: 2035-4363 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata


Indice

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«Andando e stando»: le «impressioni di un reduce garibaldino»

xxiii

Cronologia della vita e delle opere

xxix

Progetti di legge presentati dal deputato Ettore Socci

xxxi

Bibliografia su Ettore Socci

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Nota al testo

ettore socci

da firenze a digione. impressioni di un reduce garibaldino

3 Proemio

11

Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino


non cesseremo mai dal gridare in tutte le forme e in tutte le circostanze: Educazione, educazione, educazione. (Ettore Socci, Da giornalista a deputato)


Si ringraziano il prof. Luca Badini Confalonieri dell’Università degli Studi di Torino per i consigli e le seguenti biblioteche: Biblioteca del Museo civico del Risorgimento di Bologna, Biblioteca del Museo nazionale del Risorgimento italiano di Torino, Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma, Biblioteca Labronica Francesco Domenico Guerrazzi di Livorno, Biblioteca nazionale centrale di Firenze.


«Andando e stando»: le «impressioni di un reduce garibaldino»

Le impressioni di un essere umano possono essere messe in relazione alla sua fisicità o alla sfera mentale ed emotiva e sono causate da realtà o situazioni, esterne o interne al suo corpo. La denotazione del lemma, nella sua nuda chiarezza, costituisce un’efficace chiave di lettura dell’opera Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino, un testo scritto dal «semplice soldato» Ettore Socci con una capacità affabulatoria che non sfigura certo al confronto con quella di altri illustri memorialisti dell’epoca. In un sintetico preambolo all’opera (Poche parole per capirci alla prima), Socci palesa la sua totale avversione per lo stratega militare che si affanna e s’ingegna «per studiare il sistema di ammazzare più gente che può» e la sua insofferenza nei confronti della ricercatezza dei cruscanti, diametralmente opposta a quella immediatezza che costituisce la sua propria cifra espressiva. In effetti, le impressioni del reduce non vogliono essere altro che «appunti», «raffazzonati alla meglio», nati nel fragore e nel silenzio della guerra, nei frangenti tragici, eroici, oppressivi o liberatori. «Appunti», però, che si prefiggono il nobile scopo di suscitare presso i lettori il foscoliano «onore di pianti» nei confronti di quegli eroi che, lasciando famiglia e interessi personali, combatterono, forti solo del loro coraggio, nel corpo di camicie rosse al comando di Garibaldi, accorso in Francia dopo la sconfitta di Sedan per amore di una nazione considerata emblema della libertà e del progresso civile. «Da Firenze a Digione», cui si è volentieri applicata la coppia di termini che compare nel titolo del volume di saggi di Sibilla Aleramo, Andando e stando1, per sottolineare come al movimento del viaggio si accompagni la capacità di ascolto degli echi profondi che esso suscita, si rivela anche, e forse soprattutto, un moto per i luoghi luminosi e nebbiosi dell’animo umano.

1

Sibilla Aleramo, Andando e stando, a cura di Rita Guerricchio, Milano, Feltrinelli, 1997 [1921].


x    le «impressioni di un reduce garibaldino»

L’incipit del racconto palesa subito una caratteristica della pagina di Socci, ossia l’uso mimetico del discorso diretto con l’intento di potenziare la veridicità della narrazione e di conferirle la scorrevolezza e la vivacità del parlato: – Bada bene che domani ti aspettiamo a Livorno. – Non ne dubitate… Brucio anche io dal desiderio di lasciar queste lastre. – Allora siamo intesi? – Intesissimi. – A domani dunque!…

Lo stesso vigore espressivo viene infuso, con naturalezza, nella rappresentazione dei pensieri, delle idee, dei propositi e di ogni «fantasticaggine». La partenza da Firenze per Livorno offre il destro all’autore per cimentarsi con il topos dell’addio al luogo “natio” (nato a Pisa nel 1846, Socci si trasferì nella città del giglio per completarvi gli studi), incentrato non tanto su un’evocazione nostalgica, quanto piuttosto sullo slancio, generoso e idealistico, di soccorrere nel momento del bisogno una nazione, la Francia, considerata storicamente come faro del progresso. Il titolo dunque, di riflesso, diventa incisivamente rilevante e racchiude il succo dell’opera: non è lo stare che sta a cuore a Socci, ma l’andare, un auspicato moto a luogo e per luogo, frutto di un impulso della mente e del cuore: Dopo pochi minuti, lasciai i miei compagni, e prima di ridurmi a casa, ebbi vaghezza di vedere, forse per l’ultima volta, il lungarno. Era deserto! Non sto a ripetere tutti i pensieri che, ispirati dalla solitudine, si accavallavano e si cozzavano nel mio cervello in ebollizione: finalmente si poteva partire, e partire per la Repubblica… finalmente era venuto il momento di far vedere ai nostri nemici che non si era buoni soltanto a declamare per i caffè e per le bettole, finalmente si realizzava quel sogno che da tanto tempo vagheggiavamo nel più segreto dei nostri pensieri. […] Alla fine soccorrendo la Francia, noi non adempiamo che al nostro dovere; si soccorre la nostra sorella maggiore, la patria delle grandi iniziative, quella che ci ha istruito colle sue opere […].

Il racconto di Ettore Socci possiede diverse caratteristiche legate al genere della memorialistica, molto diffuso nell’Ottocento: il ruolo del narratore nelle vicende, non necessariamente di primo piano, ma anche subalterno; il valore di ammaestramento, esplicito o implicito, conferito al racconto; la volontà di far sopravvivere nel cuore dei posteri le gesta di coloro che si sono immolati per il progresso civile dei popoli; i riferimenti, fonti preziose di informazione, ad aspetti sociali, storici, cronachistici, religiosi, antropologici e linguistici. Un «pregio indubbio» (fra i tanti) dei mémoires di Socci, che si inscrivono nel sottogenere della memorialistica garibaldina2, è la 2 Tra i numerosi contributi, cfr. Piero de Tommaso, Quel che videro. Saggio sulla memorialistica garibaldina, Ravenna, Longo Editore, 1977 e il recente Quinto Marini, Viva Garibaldi! Realtà, eroismo e mitologia nella letteratura del Risorgimento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012.


le «impressioni di un reduce garibaldino»    xi ricchezza di episodi particolari, narrati con estro giovanile e schiettezza di partecipazione: il Socci appartenne alla «bassa forza» garibaldina e fu semplice soldato, sicché non poté spesso afferrare il quadro generale della guerra né darne ragguaglio preciso; ma porge in compenso tante immagini particolari, presenta con genuinità di sentimento le vicende reali della guerra e ci fa vedere dal basso una campagna che siamo avvezzi a osservare dal punto di vista di chi in essa cerca ragioni storiche generali, mosse strategiche e lungimiranti3.

Anche se il fatto di essere «semplice soldato» non permette all’autore di fornire sempre un «ragguaglio preciso» del «quadro generale della guerra», precise e penetranti sono invece proprio le sue «impressioni», elaborate in base a riflessioni e scandagli di natura psicologica e politica. Un primo pregnante esempio, pertinente alla realtà del carcere, fornisce un’anticipazione dello spessore analitico che caratterizza le osservazioni ponderate di Socci. Tutta una serie di contrattempi intralcia la tanto desiderata partenza per la Francia, di cui l’evento più increscioso è la traduzione nell’ex carcere livornese dei domenicani. Particolarmente interessante si rivela il rapporto d’intertestualità che s’instaura tra le riflessioni di Socci sul carcere e un’opera ottocentesca di grande rilievo intellettuale (anche se spesso ingiustamente trascurata), ossia il Manoscritto di un prigioniero di Carlo Bini, autore definito da Socci come Quell’ingegno ferace, che tanto predominava sugli altri per lo spirito d’osservazione e che così presto doveva esser rapito all’Italia, […] [che] nelle sue riflessioni sui prigionieri ha dettato delle pagine maravigliose per la verità sulle distinzioni sociali, che con scrupolo sono venerate ancora nelle carceri.

Il terzo capitolo del Manoscritto è particolarmente sferzante nei confronti d’inveterate abitudini che regolano i diversi trattamenti riservati in carcere ai signori e ai poveri. La verve sarcastica di Bini si rivela veramente incisiva a livello descrittivo, nella contrapposizione tra gli ambienti miseri in cui vengono confinati i poveri e quelli felicemente metamorfizzati in cui ai signori viene concesso il privilegio di trascorrere a loro agio il periodo in carcere: Viva la metamorfosi quando va dal basso all’alto! Fervet opus. Le piume sottentrano al pagliericcio, le sedie all’unica panca, i cristalli all’unico orciuolo di terra cotta. I valletti sudano attenti e in silenzio. – Fate piano con quello specchio, badate al canterale, è nuovo di zecca; ehi! quel Napoleone non è mica di piombo, è d’alabastro, voi lo maneggiate come una brocca, sagratissimo diavolo! ci vuol maniera, badate, ve lo dico, chi rompe paga; dove sono i vasi dei fiori? – Così grida affannata la voce chioccia del soprastante, e non si cheta più mai4. p. 18. 3

4

Memorialisti garibaldini, a cura di Eros Sequi, Milano, Longanesi, 1973, pp. 44-45. Carlo Bini, Manoscritto di un prigioniero, a cura di Gino Tellini, Palermo, Sellerio, 1994,


xii    le «impressioni di un reduce garibaldino»

Il medesimo sdegno si ritrova nella pagina di Socci: Per un signore poi è un altro paio di maniche: inchini, conforti, agevolezze: il caffè e latte la mattina, la bottiglia per pranzo, e qualche volta anche il the per la sera… oh, come è rispettata l’eguaglianza a questi lumi di luna!

Per avere un quadro più ricco della guerra franco-prussiana, con particolare rilevanza all’apporto italiano, è illuminante fare un confronto tra Da Firenze a Digione di Ettore Socci e le Memorie autobiografiche di Giuseppe Garibaldi (e opere di altri memorialisti garibaldini), dando il giusto rilievo alla focalizzazione interna, attraverso la diversa ottica, del soldato e del generale. L’Eroe dei due mondi arrivò a Marsiglia il 7 ottobre 1870, spinto dalle stesse generose motivazioni idealistiche di Socci, e gli fu affidato l’esercito dei Vosgi, nelle cui fila militavano i figli Ricciotti e Menotti: Che cosa fossero e a quanto ammontassero le truppe di questo esercito dal nome altisonante, Garibaldi lo vide a Dôle dove si concentrarono per sbarrare la strada del Giura e del Lionese ai quarantamila tedeschi del generale Werder. Erano in tutto circa quattromila uomini: pittoresco, babelico e inquietante miscuglio di francesi, spagnoli, polacchi, greci, algerini e apolidi dalle più incerte pelli e provenienze5.

I capitoli del quinto periodo delle Memorie di Garibaldi sono dedicati alla campagna di Francia e il terzo, in particolare, racconta i fatti che avvennero tra il 21 e il 23 gennaio 1871, quando, attaccati dai prussiani nei pressi di Digione, i garibaldini riuscirono a vincere, catturando anche le insegne di un reggimento nemico. Nella parte iniziale del capitolo vengono spiegati gli antefatti, in termini soprattutto strategici, a partire dal mese prima, trascorso ad Autun, il quartier generale preferito da Garibaldi, e fino all’occupazione di Digione che i prussiani – sarcasticamente definiti come «i campioni della Grazia di Dio e della legittimità» – avevano abbandonato il 27 dicembre, in quanto pensavano di non essere in grado di opporsi alle truppe regolari francesi guidate dal generale Bourbaki, che arrivavano dal Nord. In considerazione del fatto che il racconto di Socci è focalizzato solo sulla campagna di Francia, oltre alla diversità, cui si è accennato, a livello di punto di vista, si rivelano importanti i ragguagli e le riflessioni del «soldato» su aspetti eterogenei: descrizione della vita nelle città francesi, osservazioni psicologiche, indicazioni di virtù e debolezze (oggetto anche di aspre critiche) del popolo francese, considerazioni su generosità e miseria umana, saggezza e coraggio delle donne, tradimenti e abnegazione, libertà ed emancipazione sociale…: il ventaglio delle «impressioni» non conosce steccati. Il resoconto che delle tre giornate di Digione ci è dato nel testo di Garibaldi

5

Indro Montanelli, Marco Nozza, Garibaldi, Milano, BUR, 2011, p. 538.


le «impressioni di un reduce garibaldino»    xiii

è preceduto da un’amara e sconsolata constatazione della «verità effettuale» che regola la vita ottocentesca, «la cui base principale di civiltà è la corruzione e la menzogna!»6. All’interno della propria narrazione delle stesse giornate, parlando della «sublime ecatombe» avvenuta a Talant, sul lato occidentale della città, Socci non si lascia sfuggire l’occasione per riflettere, in modo semplice e profondo, sulle devastazioni apportate dalla guerra e sulle manifestazioni di barbarie e d’inciviltà che ad essa si accompagnano. La riflessione è resa più efficace dal paragone istituito tra la civiltà occidentale e quella cinese. Scrive Lao-tzu: […] tocca a quegli che ha ucciso molti uomini il piangerli, con lagrime e lamenti. Il solo posto che veramente si addica a un generale che ha vinto, è quello di lamentatore in capo7.

E Socci, riecheggiandolo esplicitamente: I Chinesi, che noi abbiamo avuto il coraggio di chiamar barbari sino a questi ultimi tempi, fino dall’età più lontane, come ci dice Laotsu, imponevano ai loro generali di mettersi in lutto, appenachè avevano vinto una battaglia: noi che ci si becca il titolo di umanissimi e di civilizzati inalziamo sulle nostre piazze monumenti ai generali, anche quando hanno perduto, purchè abbiano tirato a far ciccia. Evviva la civiltà!

L’attesa della battaglia, nelle memorie di Socci, diventa spasmodica nel capitolo tredicesimo, che riporta i fatti relativi ai giorni diciannove e venti gennaio, quelli immediatamente precedenti la battaglia di Digione. Socci ricorre a una similitudine foscoliana: come nei Sepolcri «[…] le madri / balzan ne’ sonni esterrefatte […]», così l’autore tende l’orecchio ad ogni minimo rumore che possa essere un segnale dell’imminente attacco dei prussiani. È impressionante la risolutezza con cui Socci e i suoi compagni desiderano immolarsi in nome della libertà del popolo. Questa lucida fermezza deriva dalla consapevolezza, di matrice mazziniana, che i doveri dell’uomo non sono solo negativi, anzi quelli più importanti sono positivi; non basta non recare danno ai propri simili, bisogna adoperarsi attivamente per loro. Ripensando a Firenze e agli amici intenti a festeggiare il carnevale, Socci ammette amaramente che la frivolezza esercita una forza maggiore sull’animo umano «della lotta tra l’Umanità e i suoi carnefici». E proprio nel capitolo successivo, con lo scopo palese della contrapposizione, Socci intona un inno appassionato all’abnegazione della «sacra primavera d’Italia», memore del valore civile che Foscolo conferisce alla tomba degli eroi: 6 Garibaldi, Memorie autobiografiche, ristampa anastatica dell’edizione di Firenze, G. Barbèra Editore, 1920, Firenze, Giunti, 2011, p. 469. 7 Lao-tzu, Tao Te Ching, trad. di Léon Wieger, Milano, Mondadori, 2001, p. 83.


xiv    le «impressioni di un reduce garibaldino» […] quando i vivi son morti, parlano un eloquente linguaggio gli estinti; qualche volta un cimitero ha demolito una reggia.

Le impressioni di Socci traggono la loro forza interpretativa della realtà da un humus coscienziale in sintonia con la concezione mazziniana dell’«intelletto dell’umanità». La coscienza individuale da sola non basta a dirigere l’agire umano verso il bene e ha bisogno, secondo Mazzini, di una guida che possa squarciare l’oscurità che spesso l’avvolge. È «l’intelletto dell’umanità» la luce capace di indirizzare l’individuo verso il sentiero del progresso etico e civile: L’umanità, ha detto un pensatore del secolo scorso, è un uomo che impara sempre. Gl’individui muoiono; ma quel tanto di vero ch’essi hanno pensato, quel tanto di buono ch’essi hanno operato, non va perduto con essi: l’umanità lo raccoglie e gli uomini che passeggiano sulla loro sepoltura ne fanno lor pro’. […] L’educazione dell’umanità progredisce come s’innalzano in Oriente quelle piramidi alle quali ogni viandante aggiunge una pietra8.

E Socci esprime a chiare lettere la sua fiducia nell’idea di un progresso, faticosamente conseguibile, ma inarrestabile: Il progresso infrange l’edifizio granitico inalzato dall’oscurantismo e sorretto dalla violenza: il progresso debella ogni ostacolo, apparisca pur formidabile.

Il coraggio sprezzante del pericolo di Socci e dei suoi compagni, trae la sua linfa vitale da una profonda consapevolezza del dovere di aggiungere una «pietra» alla costruzione di una società rispettosa della dignità di ciascuno. Verso mezzogiorno del 21 gennaio, arriva il momento tanto atteso di affrontare i prussiani, cosa che avviene, letteralmente, all’unisono: Ad ogni colpo un sol grido elevavasi da tutti, un solo grido che chiaramente mostrava la animazione, la bramosia, il grido di: Avanti!

Se Socci si sofferma sulla rappresentazione dei pensieri suoi e dei compagni, Garibaldi premette al racconto delle tre giornate una stringata riflessione strategica: Nella guerra domina signora la Fortuna, e noi fummo veramente favoriti da essa, avendoci il nemico nel 21 gennaio attaccato dalla parte di ponente, sicchè si può dire che egli attaccò il toro per le corna9. 8 Giuseppe Mazzini, Scritti politici, a cura di Terenzio Grandi e Augusto Comba, Torino, UTET, 2005, p. 881. 9 Garibaldi, Memorie autobiografiche, cit., p. 473.


le «impressioni di un reduce garibaldino»    xv

«La colonna d’acciaio» prussiana – secondo la definizione di Garibaldi stesso – commise l’errore strategico di attaccare il piccolo esercito «babelico» – che solo l’autorevolezza sua era in grado di unire – puntando sul lato occidentale di Digione, precisamente, come si è accennato, su Talant e su Fontaine-lèsDijon. Garibaldi, conscio della loro importanza, dato che «dominano la strada principale che va a Parigi»10, aveva in realtà già provveduto a potenziare la loro difesa, nei limiti di ciò che aveva a disposizione. Socci, attraverso l’ottica del soldato, narra in dettaglio gli spostamenti, i combattimenti e le impressioni che segneranno indelebilmente la sua coscienza. A cominciare da Fontaine, dove una palla fa «schizzare il cervello» a «un bellissimo giovane» proprio nel momento in cui Socci gli chiede di prestargli il cannocchiale. Prima di spostarsi a Talant, Socci descrive il teatro della battaglia: Talant e Fontain son due collinette isolate, che si elevano in una estesa pianura, frastagliata qua e là da piccoli rialzi, e nel cui fondo è il piccolo paese di Daix, che era stato sgombrato al mattino da due battaglioni di guardia mobile che l’aveano in custodia. I Prussiani si erano spinti verso Fontain, poi ritirandosi con una mossa improvvisa, si erano ricostituiti dietro il villaggio di Daix, per piombare in grandi masse sopra Talant: per conseguenza il fuoco di fronte a noi potea dirsi quasi cessato; mentre cominciava, e senza posa, sulla nostra sinistra.

Con tecnica analoga a quella cinematografica, grazie anche all’uso sapiente dei tempi verbali, Socci conduce i lettori a Talant, il luogo dove avvenne la «sublime ecatombe». Non possono mancare l’orgoglio e l’ammirazione del soldato nel vedere che Garibaldi stesso «a cavallo, in prima linea capitanava il combattimento», nonostante le sue precarie condizioni fisiche che lo portano ad autodefinirsi come «un invalido». Nelle sue memorie l’Eroe dei due mondi insiste in termini inequivocabili sulla necessità per un generale di essere proprio nel cuore della battaglia: Quanti generali si conoscono fra gli odierni, che per essere generali, generalissimi, o più in alto ancora, credono d’essere dispensati dall’assistere da vicino alle battaglie, contenti di ricevere da lontano le informazioni e dare gli ordini ai comandanti loro subordinati! Errore! Il comandante supremo, senza esporsi inutilmente, deve assistere tanto vicino che possibile al centro od obbiettivo del campo di battaglia. In alto, ove lo possa, da poter scoprire più terreno e da imprimere una preziosa celerità agli ordini inviati ed alle informazioni da ricevere. Il colpo d’occhio dell’uomo che deve dirigere, poi, vale sempre assai più delle informazioni11.

Garibaldi elogia il valore e l’eroismo dei suoi soldati nel difendere strenuamente le proprie posizioni ma critica la loro mancanza di persistenza quando, Ivi, p. 472. Ivi, p. 477.

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xvi    le «impressioni di un reduce garibaldino»

con l’approssimarsi della notte e con diversi pretesti, scesero da Talant per ritornare a Digione. Il generale stesso rischiò, nella confusione generale, di finire con il suo cavallo a gambe all’aria. Astutamente i prussiani se ne approfittarono, spargendo la voce che erano in possesso di Talant e che avrebbero bombardato Digione se all’alba non fosse stata dichiarata la resa. Garibaldi valuta fulmineamente la mossa del nemico come una «corbelleria» e una «gradassata», ciò nondimeno in considerazione dell’attendibilità delle persone che gli comunicarono la notizia, decide di constatare personalmente la situazione. In piena notte, sotto la neve e con le vie divenute lastre di ghiaccio, «l’invalido» perlustra in carrozza Montchapet, Fontaine e infine proprio Talant, avendo una conferma di quello che aveva pensato, così da poter poi annotare con soddisfazione: […] non solo nel giorno 22 non fummo bombardati da loro [i prussiani], ma verso sera avemmo la fortuna, dopo un’altra giornata di combattimento, di cacciarli dalle posizioni occupate la vigilia, e metterli in fuga12.

Socci si sofferma a narrare, attraverso la tecnica della focalizzazione interna, come la vittoria dei garibaldini venga vissuta dai digionesi nella forma di una liberazione da un incubo: Non era gioia, non era entusiasmo quello da cui era presa Digione la sera del ventidue… era ebbrezza, delirio: a mezzo chilometro dalla città era già affollata la via; donne, vecchi, ragazzi ci saltavano al collo, ci prendevano tra le mani la testa, ci sollevavano dal peso delle armi, ci insegnavano l’un l’altro, gridando a squarciagola: Vive les Galibardiens, vive Galibardi, vive l’Italie. Ci portavano quasi in collo dal mezzo di strada nelle trattorie, e lì ci offrivano da bere, nè ci era versi di rifiutarlo; da ogni parte strette di mano, da ogni parte baci […].

Il capitolo sedicesimo può essere considerato centrale nel testo di Socci in quanto fornisce un resoconto dei combattimenti e dei fatti eroici avvenuti il 23 gennaio. Garibaldi, conscio della forza schiacciante della «valanga dei Prussiani» (secondo la definizione di un suo ufficiale), aveva fatto affiggere agli angoli delle strade un ordine del giorno in cui raccomandava di evitare i facili entusiasmi, incitando i suoi ad attaccare il nemico con l’arma dell’astuzia e «gli ufficiali ad adempiere un poco di più il proprio dovere». Verso mezzogiorno cominciò a scatenarsi l’inferno: essendosi accorti dell’errore strategico commesso nei giorni precedenti, i prussiani finsero un attacco su Fontaine per poter sferrare quello vero dallo stradale che da Digione porta a Langres. È interessante notare che, parlando della decisione precedente dei prussiani di attaccare, puntando su Talant e Fontaine, Socci usi un inciso «(posizioni contro Ivi, p. 476.

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le «impressioni di un reduce garibaldino»    xvii

le quali essi si erano rotte le corna)» in sintonia con l’espressione di Garibaldi «si può dir che egli [il nemico] attaccò il toro per le corna»13. «L’attacco sulla via di Langres fu formidabile e degno del terribile esercito che ci stava di fronte»14 premette subito Garibaldi al racconto dei fatti memorabili di quella giornata. Spiega poi che i prussiani posizionarono le loro […] artiglierie sulla prima collina che domina Pouilly e Dijon, a tramontana, e tirando con quella maestria a cui [li] aveano assuefatt[i], smontarono in poco tempo tutti i [loro] pezzi del centro collocati sullo stradale […]15.

Verso il tramonto la situazione prese una piega quasi irrimediabile e Garibaldi temeva che Digione potesse cadere nelle mani dei prussiani, in considerazione anche del fatto che c’erano disertori che stavano spargendo il panico tra i digionesi. Intanto la quarta brigata, per non indietreggiare anch’essa – e Garibaldi tiene giustamente a precisare che il termine brigata è da intendersi, visto il contesto, come nucleo di brigata –, si era asserragliata in una fabbrica di nero animale e ad essa si aggregarono poi alcune centinaia di uomini della terza. Può darsi che nella guerra signoreggi davvero la fortuna, come sostiene Garibaldi, però l’abnegazione e l’eroismo, in modo imprevedibile e cozzando contro la logica, possono far valere qualche volta un’umana legge del “contrappasso”. Alcuni corpi di «mobilizzati»16 riescono a fare indietreggiare i prussiani oltre il castello di Pouilly, dando la possibilità alla quarta brigata guidata da Ricciotti di respingere a sua volta gli attacchi del 61° reggimento prussiano. Il momento culminante dell’«epopea», dei «giorni sublimi» raccontati nelle memorie (Socci era arrivato sul luogo «poco prima dell’ultima carica») è proprio quello in cui, combattendo strenuamente corpo a corpo, gli assediati riescono a strappare ai prussiani la bandiera, l’unica persa durante questa guerra: Tito Strocchi17 e il capitano Rostain di Grenoble, raccolgono allora in mezzo ai cadaveri di un picchetto che avevano sbaragliato, terminando tutte le cariche dei loro Spencers, sempre tra l’infuriare delle palle nemiche, lo stendardo del 61 Reggimento Guglielmo; reggimento che in quel giorno fu quasi disfatto.

Per chi combatte, la bandiera ha un valore inestimabile e dunque la sua perdita segna la fine della battaglia e l’umiliazione della poderosa macchina da Ivi, p. 473. Ivi, p. 478. 15 Ibidem. 16 Mobilitati, inquadrati militarmente. 17 Alla sua figura, Socci dedica uno dei ritratti più belli di Umili eroi del Risorgimento italiano (a cura di Andrea Favaro, Roma, Gangemi Editore, 2012, pp. 173-177). V. anche il volume di Carla Sodini, Tito Strocchi e il suo taccuino di memorie del 1866, Pisa, Edizioni ETS, 2014. In una parte dell’appendice, Sodini esamina le diverse posizioni espresse riguardo a chi effettivamente prese la bandiera prussiana (Tre lettere di Ricciotti Garibaldi nelle quali si parla di Tito Strocchi, pp. 138-152). 13

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guerra prussiana. Lo stesso Garibaldi confessa di aver visto solo poche volte un numero così grande di «cadaveri ammonticchiati su piccolo spazio». Per un ragguaglio dettagliato si rimanda ai Ricordi di Ricciotti Garibaldi18, comandante della quarta brigata, e alle Impressioni di un volontario all’esercito dei Vosgi di Achille Bizzoni19, in modo da poter avere un mosaico di focalizzazioni interne, alimentate però dalla stessa passione: l’amore per la libertà. Spesso nelle memorie di Socci emerge la figura della donna, una scelta dettata non solo da una spiccata sensibilità d’animo, ma soprattutto da una forma mentis profondamente convinta dell’uguaglianza tra uomo e donna. Un primo momento è costituito dall’apparizione sulla riva di due donne, anzi con affettuosa metonimia di «uno scialle rosso e uno nero», che permette all’autore, già imbarcato con i compagni sul Var, di avviare una riflessione amara su una delle prime conseguenze della guerra: la lontananza. La sua viva compassione alla vista delle «due donnine dalla taglia svelta e slanciata» che per l’ultima volta vogliono salutare i loro uomini, deriva anche dalla consapevolezza di una profonda ingiustizia: la donna condannata alla solitudine e all’ansia incessante, mentre l’uomo ricerca orgogliosamente la gloria. A distanza di diversi capitoli, precisamente all’inizio del diciassettesimo, Socci riprende il tema, ma questa volta a massacro avvenuto, ovvero dopo l’orrenda strage del 23 gennaio. È notevole, dal punto di vista narrativo, come riesca a estraniarsi da se stesso per farci vivere l’immane tragedia attraverso un’ottica al femminile che accomuna vincitori e vinti: Quanta gioventù, quanta vita dileguata in un soffio!… Erano imberbi adolescenti, uomini tarchiati; tutti avranno lasciato nelle proprie case una sposa, una moglie, una madre: queste povere donne ogni giorno saranno accorse al giungere della posta, avranno divorato coi baci le righe, che tra le fastidiose occupazioni del campo, scrivevano i loro cari: le avranno aspettate anche il domani quelle benedette righe, che loro facevano spuntare tra ciglio e ciglio una lacrima e l’avranno aspettate invano, e invano anche domani, e così via di seguito per chi sa quanto tempo, eppoi finiranno col vestirsi a bruno, col piangere, col pregare, coll’imprecare a chi ordinò, a chi volle, a chi fece la guerra […].

Una figura femminile descritta a tuttotondo è quella di Aissa, che entra in scena in un momento in cui prevale la gaia spensieratezza della giovinezza. Nell’attesa di poter partire da Marsiglia e per ammazzare il tempo, Socci e i suoi compagni entrano nella taverna, dove erano stati la sera prima. Lì rivedono le due avvenenti sorelle, «le simpatiche Ebi», di cui una si chiama Aissa, intente a porgere il loro «nettare» ai clienti. La felicità di trovarsi in Francia, la 18 Ricciotti Garibaldi, Cronistoria garibaldina. Ricordi della campagna di Francia 1870-71, Roma, Stabilimento della Casa Editrice E. Perino, 1897, pp. 105-130 (cap. VII – Pouilly). 19 Achille Bizzoni, Impressioni di un volontario all’esercito dei Vosgi, Milano, Edoardo Sonzogno Editore, 1874, pp. 265-266 (cap. LI – La bandiera) e il capitolo precedente sulla battaglia del 23 gennaio. V. anche Giuseppe Beghelli, La camicia rossa in Francia, Torino, Stab. G. Civelli, 1871, pp. 363-364 (La terza giornata).


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vaghezza delle due ragazze e le libagioni fanno sprizzare l’allegrezza da tutti i pori di questi giovani tanto generosi quanto consapevoli della fragilità della loro vita. Attraversano poi la città per giungere al porto dove, durante un giro in barca, Aissa si apre con l’autore che riporta poi il contenuto confidenziale per mezzo di un’analessi sintetica ed espressiva. La vita di Aissa viene rievocata in un lucido turbinio, all’insegna della voluttà, ma una voluttà da intendere anche come forma di disprezzo nei confronti delle apparenze e delle convenzioni sociali. La ricerca spasmodica del piacere e di nuove emozioni nasconde un profondo malessere che la porterà in seguito a provare una noia inalienabile verso l’esistenza stessa. Subentra in lei il desiderio, altrettanto insopprimibile, di scordare il presente e di esorcizzare il futuro, anche se è costretta, insieme ad altre sfortunate, ad essere sfruttata dalla vecchia padrona della “taverna”. Abilmente posposta, per affermare il primato dell’interiorità rispetto all’esteriorità, segue la descrizione della bellezza di Aissa, filtrata attraverso la sensibilità palesemente ammaliata dell’autore: Aissa del resto era simpaticissima; aveva in sè qualchecosa di Orientale; i suoi occhi nerissimi ed umidi sempre indicavano chiaramente la di lei voluttà: due labbra tumide che reclamavano un bacio; due mani da principessa; un piede da vera Andalusa; insomma un boccone da fare escire dai gangheri un anacoreta!

L’episodio si chiude con Aissa che stringe «forte forte» la mano di Socci e gli promette di raggiungerlo al fronte. Il lettore viene informato subito che la promessa verrà puntualmente mantenuta, smentendo l’incredulità dell’autore che si affretta così a giustificare, tramite la prolessi, il rilievo dato al racconto di un incontro, in fondo di natura personale ed emotiva. Il 15 gennaio 1871 una guida informa i combattenti che le truppe prussiane si stavano avvicinando ed erano ormai quasi a tre chilometri da Digione. La vita possiede una singolare capacità di fondere paradossalmente insieme aspetti tragici e di magica sospensione dell’esistenza. Invero quella stessa domenica «passeggiando lungo il viale del Parco […] [Socci si sentì] toccar leggermente sulla spalla». Il lettore non fatica a comprendere il grido di meraviglia di Socci quando si volta e si trova davanti Aissa e i due avverbi di modo, «leggermente» e poi subito dopo «gentilmente», esprimono bene le «impressioni» di calmo tripudio, intessuto di lievità e delicatezza. La descrizione di Aissa, con voluta funzione iterativa, costituisce con la precedente un dittico a distanza, attivato dal «piedino aristocratico» che rievoca il «piedino da vera Andalusa»: Quella mano che mi aveva così gentilmente toccato, era la mano d’Aissa. La gentile ragazza indossava un bellissimo costume da vivandiera, tutto in velluto nero; il suo piedino aristocratico faceva mostra di tutta la sua eleganza, a causa della corta sottana; un piccolo revolver le stava alla cintola… era insomma un bel tipo.


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L’arma, in stridente contrasto con la sensibilità d’animo di Aissa, serve a mettere in evidenza il «coraggio di quell’eroina». Socci apprende che la ragazza presta la sua opera, come vivandiera, presso i «mobilizzati dell’Isere», al seguito di un capitano della guardia mobile, la cui bruttezza è pari alla sua gelosia. L’incontro di Socci con Aissa, la sua «vecchia conoscenza» di un mese (l’autore precisa subito che in tempo di guerra la nozione del tempo cambia drasticamente), si interrompe bruscamente a causa di quell’uomo che Aissa «non [sa] come chiamar[e]…». Socci si rende conto che in realtà «il tipo» è piuttosto da compiangere, visto che la ragazza lo usa come passe-partout, per distrarsi e […] essere utile a quella società, dalla quale aveva ricevuto tanti sgarbi e alla quale aveva fino allora arrecati tanti danni.

L’episodio di Aissa viene abilmente incastonato nel flusso del racconto delle «impressioni», attraverso una disposizione chiastica dei due momenti narrativi: passato, descrizione, descrizione, presente. L’ultima apparizione di Aissa, nel capitolo diciassettesimo, coincide con il racconto della sua morte e, a suggello dell’importanza del personaggio nella sua narrazione, Socci la colloca di nuovo all’interno di una serie di riflessioni che rappresentano il succo del suo pensiero sulla guerra, sul senso dell’esistenza e sul concetto di un Dio plasmato utilitaristicamente dall’uomo. L’incipit del capitolo fa riferimento alla mattina del 24 gennaio, proprio all’indomani delle eroiche giornate della battaglia di Digione. La bandiera prussiana, prezioso trofeo strappato all’agguerritissimo nemico, viene mostrata alle truppe garibaldine e l’autore ci racconta le molteplici manifestazioni di stima della popolazione di Digione verso l’esercito liberatore. Socci, con altri commilitoni, decide di far ritorno al campo di battaglia, nella tranquilla sicurezza che il nemico non avrebbe riattaccato, anche perché gli avamposti erano ben protetti. Lo spettacolo orripilante che si manifesta però ai suoi occhi trasforma le «impressioni» del garibaldino in una profonda consapevolezza degli orrori della guerra e della devastazione che essa apporta nella vita degli esseri umani. Un’invettiva contro i potenti della terra assume toni quasi biblici e prepara il terreno per l’ultimo incontro con Aissa. Dopo aver parlato con i Carabinieri Genovesi, sulla strada del ritorno verso Digione, Socci e i suoi amici sentono dei gemiti che provengono da una misera casupola. Entrando, vedono una scena straziante: Sopra una barca di concio vedemmo all’incerta luce che veniva dalla piccola porta, un involucro di carne; da questo partivano i lamenti e, cosa strana, questi lamenti non ci parvero d’uomo; ma che lì dentro ci fosse una donna? Accesi con mano tremante un fiammifero, mi appressai… un urlo mi partì dalla strozza, il lume mi cadde di mano, chè io non poteva credere a ciò che mi si parava davanti; era, purtroppo, una povera donna colei che si lamentava in tal guisa e in quella povera donna io riconobbi Aissa.


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«[…] gli occhi dell’uom cercan morendo / il Sole; e tutti l’ultimo sospiro / mandano i petti alla fuggente luce»: i versi foscoliani – di cui non mancano echi intertestuali nel testo di Socci – non potevano trovare migliore esemplificazione della richiesta della ragazza di essere portata fuori, alla luce. Il desiderio di Aissa viene subito esaudito e, in un contesto radicalmente e tragicamente mutato, ritorna il tratto caratteristico del piede: […] la presi amorevolmente pel capo, mentre gli altri adagino adagino la sollevarono pei piedi, e la deponemmo su di un praticello, dove l’erbetta era tutta ingemmata dalle stille della mattiniera rugiada, e dove ripercuotevasi un vagabondo raggio di sole, che si era fatto strada tra le nuvole che tutto ingombravano il cielo.

Ripresi i sensi, Aissa riconosce Socci ed esprime la speranza, innaturale all’età sua, che il colpo ricevuto sia mortale. Scrive Carlo Bini, nel capitolo diciottesimo del Manoscritto di un prigioniero: Ma l’infelice cui si son disseccate tutte le fonti del piacere, che vive dolorosamente per sé, e inutile per il prossimo, che trova a morire tutto l’interesse che gli altri trovano a vivere, perché un infelice siffatto deve rimanere al suo posto?20

L’insopportabile pesantezza dell’essere e l’approssimarsi alla morte fanno scattare nella psicologia di Aissa il desiderio di condividere con l’amico un ultimo grido di rivolta nei confronti di un’umanità perversa che le ha «disseccat[o] tutte le fonti del [vero] piacere». In un concitato flashback coglie gli aspetti drammatici della sua esistenza all’insegna della consapevolezza di essere stata trasformata in una donna-oggetto. Il tempo della storia questa volta si dilata fino a un imprecisato momento magico della sua giovinezza, in cui la mamma le regalò una crocettina: […] è il più caro ricordo che io abbia… l’ebbi da lei, una sera, una bella sera di estate: eravamo sull’aja, e ci era stato il prete a benedire il ricolto; l’immagine della madonna era illuminata, un andirivieni di lucciole faceva sembrare illuminate anche le siepi, i contadini cantavano le litanie, io accarezzavo il vecchio Bibi perchè non abbaiasse; la mamma, finita la preghiera, mi venne vicina, mi baciò e mi attaccò al collo questa crocetta… da quella sera non la ho più abbandonata e quando ero per darmi in braccio alla disperazione, quando dentro me meditavo qualche vendetta terribile, quando avevo commesso una colpa, guardavo quella crocetta e mi tornavano in mente l’aja, il prete, le litanie, il vecchio Bibi, i bei tempi insomma in cui ero giovine, in cui ero buona, e vendetta, disperazione, come per incanto, sparivano […].

La scena che chiude l’episodio, icona potente di queste memorie, ossia l’accostamento, nello spazio e nella disgrazia, di due cadaveri, quello di Aissa Carlo Bini, Manoscritto di un prigioniero, cit., p. 81.

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e quello di un giovane soldato prussiano, condensa visivamente l’insensatezza amorale della guerra e gli effetti devastanti di un agire sganciato dall’«intelletto dell’umanità».


studi   1. Anton Ranieri Parra, Sei studi in blu. Due mondi letterari (inglese e italiano) a confronto dal Seicento al Novecento, pp. 188, 2007.   2. Gianfranca Lavezzi, Dalla parte dei poeti: da Metastasio a Montale. Dieci saggi di metrica e stilistica tra Settecento e Novecento, pp. 264, 2008.  3. Lettres inédites de la Comtesse d’Albany à ses amis de Sienne, publiées par Léon-G. Pélissier (1797-1802), Ristampa anastatica a cura di Roberta Turchi, pp. xvi-492, 2009.   4. Francesca Savoia, Fra letterati e galantuomini. Notizie e inediti del primo Baretti inglese, pp. 256, 2010.  5. Lettere di Filippo Mazzei a Giovanni Fabbroni (1773-1816), a cura di Silvano Gelli, pp. lxxxvi-226, 2011.   6. Stefano Giovannuzzi, La persistenza della lirica. La poesia italiana nel secondo Novecento da Pavese a Pasolini, pp. xviii-222, 2012.   7. Simone Magherini, Avanguardie storiche a Firenze e altri studi tra Otto e Novecento, pp. x-354, 2012.   8. Gianni Cicali, L’ Inventio crucis nel teatro rinascimentale fiorentino. Una leggenda tra spettacolo, antisemitismo e propaganda, pp. 184, 2012.   9. Massimo Fanfani, Vocabolari e vocabolaristi. Sulla Crusca nell’Ottocento, pp. 124, 2012.

14. Marco Villoresi, Sacrosante parole. Devozione e letteratura nella Toscana del Rinascimento, pp. xxiv-232, 2014. 15. Manuela Manfredini, Oltre la consuetudine. Studi su Gian Pietro Lucini, pp. xii152, 2014. 16. Rosario Vitale, Mario Luzi. Il tessuto dei legami poetici, pp. 172, 2015. 17. La Struzione della Tavola Ritonda, (I Cantari di Lancillotto), a cura di Maria Bendinelli Predelli, pp. lxxiv-134, 2015. 18. Manzoni, Tommaseo e gli amici di Firenze. Carteggio (1825-1871), a cura di Irene Gambacorti, pp. xl-204, 2015. 19. Simone Fagioli, La struttura dell’argomentazione nella Retorica di Aristotele, pp. 124, 2016. 20. Francesca Castellano, Montale par luimême, pp. 112, 2016. 21. Luca Degl’Innocenti, «Al suon di questa cetra». Ricerche sulla poesia orale del Rinascimento, pp. 160, 2016. 22. Marco Villoresi, La voce e le parole. Studi sulla letteratura del Medioevo e del Rinascimento, pp. 276, 2016. 23. Marino Biondi, Quadri per un’esposizione e frammenti di estetiche contemporanee, pp. 452, 2017. 24. Donne del Mediterraneo. Saggi interdisciplinari, a cura di Marco Marino, Giovanni Spani, pp. 144, 2017.

10. Idee su Dante. Esperimenti danteschi 2012, a cura di Carlo Carù, Atti del Convegno, Milano, 9 e 10 maggio 2012, pp. xvi-112, 2013.

25. Peter Mayo, Paolo Vittoria, Saggi di pedagogia critica oltre il neoliberismo, analizzando educatori, lotte e movimenti sociali, pp. 192, 2017.

11. Giorgio Linguaglossa, Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea, pp. 148, 2013.

26. Antonio Pucci, Cantari della «Guerra di Pisa», edizione critica a cura di Maria Bendinelli Predelli, pp. lxxvi-140, 2017.

12. Arnaldo Di Benedetto, Con e intorno a Vittorio Alfieri, pp. 216, 2013.

27. Leggerezze sostenibili. Saggi d’affetto e di Medioevo per Anna Benvenuti, a cura di Simona Cresti, Isabella Gagliardi, pp. 228, 2017.

13. Giuseppe Aurelio Costanzo, Gli Eroi della soffitta, a cura di Guido Tossani, pp. lvi96, 2013.

28. Manuele Marinoni, D’Annunzio lettore


di psicologia sperimentale. Intrecci culturali: da Bayreuth alla Salpêtrière, pp. 140, 2018. 29. Avventure, itinerari e viaggi letterari. Studi per Roberto Fedi, a cura di Giovanni Capecchi, Toni Marino e Franco Vitelli, pp. x-546, 2018.

35. Femminismo e femminismi nella letteratura italiana dall’Ottocento al XXI secolo, a cura di Sandra Parmegiani, Michela Prevedello, pp. xxxiv-302, 2019. 36. Maria Bendinelli Predelli, Storie e cantari medievali, pp. 188, 2019.

30. Mario Pratesi, All’ombra dei cipressi, a cura di Anne Urbancic, pp. lx-100, 2018.

37. Valeria Giannantonio, Le autobiografie della Grande guerra: la scrittura del ricordo e della lontananza, pp. 368, 2019.

31. Giulia Claudi, Vivere come la spiga accanto alla spiga. Studi e opere di Carlo Lapucci. Con tre interviste, pp. 168, 2018.

38. Per Franco Contorbia, a cura di Simone Magherini e Pasquale Sabbatino, 2 voll., pp. xviii-1028, 2019.

32. Marino Biondi, Letteratura giornalismo commenti. Un diario di letture, pp. 512, 2018. 33. Scritture dell’intimo. Confessioni, diari, autoanalisi, a cura di Marco Villoresi, pp. viii-136, 2018.

39. Ettore Socci, Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino, a cura di Giuseppe Pace Asciak, con la collaborazione di Marion Pace Asciak, pp. xl196, 2019.

34. Massimo Fanfani, Un dizionario dell’era fascista, pp. 140, 2018.

40. Massimo Fanfani, Dizionari del Novecento, pp. 168, 2019.

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Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino  

di Ettore Socci, a cura di Joseph Pace Asciak

Da Firenze a Digione. Impressioni di un reduce garibaldino  

di Ettore Socci, a cura di Joseph Pace Asciak

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