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Alessandro Matteini

romanzo


Alessandro Matteini

Le torri, i demoni e il Cavaliere Romanzo

SocietĂ 

Editrice Fiorentina


Š 2013 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account @sefeditrice isbn 978-88-6032-279-1 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata Copertina elaborazione immagine a cura di Stefania Miglietta grafica a cura di Studio Grafico Norfini


prefazione

Ken Follet è il mio autore preferito. Credo di aver letto tutti i suoi libri, inclusi i primissimi scritti sotto vari pseudonimi: Simon Myles, Zachary Stone, Martin Martinsen… Il thriller di spionaggio, di cui lo scrittore britannico è uno dei massimi interpreti del nostro tempo, è il genere al quale, in senso più ampio, mi sono appassionato fin da ragazzo, divorando decine di libri sia a sfondo storico che di ambientazione contemporanea. Trovo stimolante e istruttiva, soprattutto, la mescolanza fra realtà e finzione, la storia romanzata che sviluppandosi in epoche e situazioni ben definite offre all’autore lo spunto per digressioni pertinenti sulla geografia dei luoghi, sul contesto socio-politico scelto come sfondo per la narrazione e perfino sulla biografia di personaggi realmente esistiti che partecipano al racconto aggiungendo veridicità alla trama. A dispetto della popolarità del thriller, le cose che si possono imparare divertendosi sono moltissime – non se ne abbiano a male certi intellettuali, convinti che la cultura stia solo nelle cosiddette letture impegnate. Leggere è in ogni caso un esercizio prezioso, un’avventura tanto attraente da spingere perfino il sottoscritto, che vive di tutt’altro e ha passato ampiamente la quarantina, a voler scoprire cosa si provi a stare dall’altra parte, a essere l’Autore. Lo scrivo con la A maiuscola, con tutto il rispetto dovuto a un mestiere nobile e difficile a cui mi affaccio per la prima volta da esordiente consapevole di esserlo. Avevo una storia e l’irresistibile tentazione di metterla su carta. Le prime pagine sono nate così, come un piacevole diversivo da alternare alla lettura, ai viaggi e al calcetto con v


gli amici. Poi, senza quasi accorgermene, ho cominciato a prenderci gusto, sottraendo tempo al sonno e perfino alla mia famiglia, che ha assistito un po’ stupefatta alle mie “immersioni” nella scrittura sempre più lunghe e frequenti. Colgo l’occasione per dire loro grazie: a quella santa donna di mia moglie, anzitutto, per la pazienza e il sostegno che mai mi ha fatto mancare; e poi ai miei tre ragazzi, che a cose fatte spero apprezzeranno l’iniziativa forse un po’ pazza, ma sincera e sentita, del loro padre. La pazzia, oltre che nell’idea stessa di “provarci”, sta nell’assunzione di un evento recente e drammatico della nostra storia a contesto narrativo. Mi riferisco all’11 settembre e a ciò che ne è seguito in termini di lotta contro il terrorismo. La verità ufficiale su quello che è accaduto la conosciamo e non è certo mia intenzione provare a demolirla. Non credo alle farneticazioni di chi – sulla base di alcune stranezze e coincidenze che indubbiamente esistono, ma non hanno valore di prove – accusa l’America di essere insieme la vittima e l’esecutrice degli attentati. Sono convinto, tuttavia, che le molte cose non dette su quel terribile giorno offrano il destro a diverse spiegazioni alternative e plausibili sul come, sul perché e sul chi, soprattutto, è davvero il regista della cosiddetta “strategia del terrore”, che ancora tiene in scacco la civiltà occidentale. Osāma Bin Lāden è a tal punto perfetto, come candidato, da far dubitare della sua autenticità. Ho provato a immaginare, sulla base di questa idea peraltro diffusa, che il miliardario saudita abbia avuto certamente un ruolo e nemmeno secondario, ma che sopra e dietro di lui vi sia stata (vi sia ancora?) un’organizzazione più potente che opera nell’assoluto anonimato. Un’organizzazione mossa non solo e non tanto dal fanatismo religioso dei suoi militanti, ma anche da altre mire, ben più terrene. A contrastarla, un Ordine segreto di eroi tormentati, peccatori redenti in guerra contro se stessi, oltre che contro il nemico. È l’eterna lotta del bene contro il male, insomma, vi


che si rinnova da una parte all’altra del globo con le tinte forti del film d’azione, dove tutto è possibile eccetto (forse) il lieto fine. Alessandro Matteini

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Le torri, i demoni e il Cavaliere


New York, Stati Uniti. Settembre 2001 “Il fine giustifica i mezzi”. La filosofia di Bruce Wolf era sempre stata questa, fin da ragazzino. Non aveva remore a raggirare chi gli voleva bene, amici o parenti che fossero. La sua ossessione – e il suo talento – era avvicinare facoltosi risparmiatori, conquistarsi la loro fiducia e farsi affidare somme più o meno ingenti di denaro da destinare al rilancio di società malmesse ma potenzialmente redditizie. Bruce selezionava con oculatezza le sue “creature”, verificando che avessero le carte in regola per riprendersi. Poi faceva scattare la trappola, manovrando attraverso l’inganno e la corruzione affinché ogni linea di credito fosse interrotta quando erano più vulnerabili. Era in questa fase che comprava le azioni delle società e ne suggeriva l’acquisto anche ai propri clienti, nel momento del loro maggior ribasso. Quindi sbloccava i finanziamenti perché le società ripartissero e i titoli recuperassero, guadagnando per se stesso e per i suoi assistiti, che a quel punto sarebbero stati disposti a ricoprirlo letteralmente d’oro. A trentasei anni, Bruce era un giovane uomo facoltoso e soddisfatto di se stesso. Almeno, tale si riteneva. Operava attraverso la Koben, una società di consulenza finanziaria che aveva agganci ad altissimi livelli. Ne erano azionisti, oltre a lui, Velda Arwinson e Mike Sullivan. Bellissima e consapevole di esserlo, Velda saltava disinvoltamente da un letto all’altro per raccogliere informazioni sensibili sulle società già sotto osservazione o in procinto di diventarlo. Aveva pochi scrupoli e una smodata ambizione. A Bruce faceva comodo per questo. Ma allo stesso tempo ne diffidava, per via di quel sorriso bianchissimo che non riu3


sciva a illuminarle il volto. La tradivano gli occhi, azzurri e glaciali come la regione della Svezia in cui era nata trent’anni prima, senza mai esserci realmente vissuta. I suoi genitori si erano trasferiti in New Jersey per il lavoro del padre, manager di una grande multinazionale, quando lei aveva appena qualche mese. Era americana a tutti gli effetti, ma nessuno avrebbe potuto attribuirle delle vere radici. Mike Sullivan, invece, amava gli Stati Uniti e New York, in particolare, per le infinite possibilità che questa città cosmopolita offriva a chiunque fosse dotato d’intraprendenza e furbizia. Cinquantatré anni, fisico asciutto, Mike aveva modi distinti e gusti sofisticati: abiti eleganti, ristoranti alla moda, la passione per i vini francesi e le automobili italiane. Era avaro con chiunque, eccetto che con se stesso. Il suo stile di vita, d’altra parte, andava finanziato e la generosità verso il prossimo era classificata come un vezzo inutile, talvolta controproducente. La mente del terzetto era Bruce, quello che organizzava le truffe e ne seguiva gli sviluppi. Mike si occupava della logistica e dei dettagli pratici, mentre a Velda erano affidate, per così dire, le “pubbliche relazioni”. Per tutta l’estate del 2001, i tre si erano dedicati a rastrellare denaro attraverso la Koben per conto di una compagnia di ricchi costruttori, la Shalimturk. Obiettivo, la realizzazione di un grandioso tunnel sotto il Bosforo, sulla cui esatta ubicazione vigeva il massimo riserbo per evitare speculazioni o qualche azione di disturbo da parte della concorrenza. Il tunnel avrebbe avuto una lunghezza di oltre tredici chilometri, uno e mezzo dei quali sotto lo stretto a una profondità di cinquanta metri. Sarebbero occorsi almeno dieci anni per la sua parziale apertura al traffico. Era un’opera colossale ed evidentemente onerosa. Le acque del Bosforo sono classificate come dominio marittimo internazionale. Oggi l’accesso è libero, ma il loro 4


controllo ha sempre avuto un’importanza fondamentale e per tale ragione è stato spesso conteso. Il traffico commerciale è tra i più intensi del mondo e comprende il passaggio delle petrolierie provenienti dal Mar Nero. Secondo la nota che Bruce stava sfogliando in quel momento, nel 1999 erano transitate dallo stretto la bellezza di 47.000 navi. Oltre 8000 trasportavano petrolio o gas liquido. La natura di questi traffici solleticava le mire di guadagno di numerosi investitori e la Koben intendeva agire esattamente su questo, in una fase in cui, peraltro, la società non aveva in corso altre grandi operazioni. Il Bosforo sarebbe stato l’affare dell’anno, il più rischioso, ma anche il più redditizio. I costruttori della Shalimturk, dal canto loro, contavano sul fatto che la realizzazione del tunnel, di per sé impegnativa, avrebbe potuto favorire un rapporto stabile di collaborazione con un paese come la Turchia di straordinario interesse politico ed economico. Il ventilato ingresso nella moneta europea e le prospettive di sviluppo che avrebbero potuto aprirsi di conseguenza ne facevano un territorio appetibile sotto molti punti di vista. Era un avanposto occidentale e, allo stesso tempo, uno Stato a maggioranza musulmana al quale la stessa Comunità Europea guardava come apripista verso il mondo islamico. La Koben aveva ben seminato, “arruolando” molti uomini-chiave delle istituzioni turche per garantire alla Shalimturk l’aggiudicazione dell’appalto. La Koben avrebbe in seguito mediato fra i costruttori e la Bank of America che avrebbe finanziato l’opera. Come era accaduto altre volte in situazioni analoghe, la Koben avrebbe ricavato un doppio profitto: da un lato, avrebbe incassato le mediazioni sui finanziamenti bancari alla Shalimturk stimati intorno al dieci per cento; dall’altro, avrebbe beneficiato della successiva capitalizzazione della società costruttrice di cui si andava definendo proprio in quelle ore la collocazione in Borsa. Trascorso un anno dall’aggiudicazione dei lavori, il flusso di denaro dalla Bank of America si sarebbe improvvisamente 5


arrestato – in appalti di questa natura e dimensioni, le ragioni adducibili a pretesto non sono troppo difficili da confezionare –, lasciando la Shalimturk priva delle risorse necessarie per andare avanti. La Koben avrebbe avuto allora gioco facile, acquistando a un prezzo irrisorio le azioni della Shalimturk in caduta libera e sbloccando poi a comando i flussi che aveva artatamente interrotto. La riapertura del credito avrebbe fatto nuovamente salire le azioni, con un guadagno che Bruce, Velda e Mike prevedevano tra i più consistenti della loro “carriera”. Domenica 2 settembre, Bruce si trovava a cena con alcuni dirigenti della Shalimturk al Chines, un ristorante di nouvelle cousine sulla 23ma Strada da cui si poteva godere una magnifica vista sulle Twin Towers. Come habitué del locale, Bruce aveva ottenuto quella sera il tavolo migliore, in una nicchia con boiserie di quercia intagliata collocato al livello rialzato della grande sala centrale. L’aperitivo consumato poco prima sulla terrazza del Gasenvoort Hotel, fra la 29ma Strada e Park Avenue, aveva contribuito a creare un piacevole clima di convivialità, di cui Bruce intendeva approfittare nel seguito della serata. Ai dirigenti della Shalimturk aveva spiegato con quali modalità e attraverso quali canali il governo turco avrebbe conferito l’appalto. L’indomani, sarebbe toccato a Mike illustrare nel dettaglio i vari aspetti legati alla successiva collocazione in Borsa della società. Era passata una settima da allora. Alle 10.30 di sera di lunedì 10 settembre, Bruce si trovava ancora al lavoro nel suo ufficio al novantunesimo piano della Torre Sud. L’affare del Bosforo era ormai a buon punto. In quelle ore, stava provvedendo affinché parte del denaro che gli spettava per la mediazione con la Bank of America fosse versato senza intoppi al Credit Suisse di Ginevra, in un conto cifrato di cui nessuno, a parte lui, conosceva le coordi6


nate. La cifra, pattuita in via “riservata” con l’amministratore delegato della Shalimturk, costituiva poco meno della metà dell’ammontare ufficiale della mediazione, quello che la società costruttrice avrebbe versato alla Koben negli Stati Uniti e di cui Velda e Mike erano al corrente. C’era stato un momento, nei mesi precedenti, in cui Bruce aveva seriamente temuto per il felice esito dell’operazione. A preoccuparlo erano le pressioni che Washington stava esercitando sull’Union Swiss Bank affinché rivelasse i nomi dei cittadini e delle società statunitensi titolari di depositi in Svizzera senza che ne fosse arrivata comunicazione al fisco americano. Il Credit Suisse, almeno fino a quel momento, non sembrava coinvolto nel procedimento, per cui Bruce aveva potuto recuperare la calma serafica del giocatore. Al sicuro nel suo ufficio d’angolo nella Torre Sud, si godeva la vista unica su Manhattan e la Statua della Libertà. Adorava osservare New York dall’alto, era la città più bella del mondo, a dispetto di quanti la giudicavano caotica e alienante. Dei perdenti, degli stupidi provinciali! Certo, gli anni Ottanta erano finiti, ma al riguardo la pensava esattamente come Mike: la Grande Mela offriva opportunità di arricchirsi e farsi strada nella vita come nessun’altra città del pianeta. Vigeva la legge del più forte, che condanna gli altri al grigiore di un’esistenza in rimessa. “I benpensanti se ne facciano una ragione”, ripeteva Bruce a se stesso. Le Torri gemelle erano la rappresentazione tangibile di questo modo di pensare, un monumentale tributo alla volontà di emergere del popolo americano. Completate tra il 1972 e il 1973, all’inizio non riscossero grandi consensi tra i newyorkesi, che le giudicavano troppo scarne e geometriche. Quando nel 1974 persero il record d’altezza, superate di 25 metri buoni dalla Sears Tower di Chicago, gli stessi newyorkesi ebbero però a rammaricarsene, con un moto quasi affettuoso verso quelle costruzioni così prive 7


di grazia divenute poi icone non meno significative della vicina Statua della Libertà. Le avevano battezzate scherzosamente David e Nelson, come i due fratelli Rockfeller a cui si doveva la realizzazione del World Trade Center. David, in particolare, aveva sposato quell’idea con tutto se stesso, convinto com’era che avrebbe contribuito a rivitalizzare il Lower Manhattan affrancandolo dal degrado che l’affliggeva ancora alla fine degli anni Cinquanta. L’area fu acquistata nel 1962 dal suo principale “inquilino”, l’autorità portuale di New York e del New Jersey, che ne fece la sede d’importanti attività internazionali di import-export. Con la loro monolitica forma a scatola, le due Torri facevano ormai parte integrante del panorama e della vita stessa della città. Il progetto l’aveva firmato l’architetto giapponese Minoru Yamasaki con lo Studio Enemy Roth & Sons. Una collaborazione di lungo corso, la loro, che avrebbe prodotto in seguito altre opere eccellenti come la Ritz Tower e il PanAm Building, rinominato in seguito Met-Life. Il sistema strutturale era semplice e allo stesso tempo innovativo. Le facciate, larghe ciascuna 63 metri, formavano una gabbia di acciaio a travatura reticolare leggera e resistentissima, con enormi colonne concepite per disperdere verso l’esterno ogni tipo di sollecitazione orizzontale, dal vento ai terremoti. I due edifici, inoltre, erano dotati del primo sistema di ascensori espressi e locali sviluppati per consentire ogni giorno lo spostamento fra un piano e l’altro di decine di migliaia fra impiegati e turisti, con un tempo di percorrenza massimo di due minuti. Le Twin Towers erano un prodigio dell’ingegneria e, insieme, una sfida all’Onnipotente. Nella ricerca spasmodica dell’altezza, molti leggono esattamente l’opposto, l’anelito dell’uomo di avvicinarsi a Dio e di onorarlo. O di affermare la propria superiorità sociale, molto più terrenamente. Le casetorri sono un precedente storico rappresentativo: più alta la torre, maggiore l’influenza economica dei suoi occupanti. 8


Il Medioevo è ricco di questi esempi e Bruce aveva letto moltissimo sull’argomento. Più ancora sul Rinascimento italiano, di cui era un appassionato conoscitore – Lorenzo il Magnifico e Niccolò Machiavelli erano i suoi miti assoluti. Nella scelta di una delle due Torri quale sede della Koben c’entrava anche questa sua fascinazione per i simboli. Non avrebbe mai potuto accontentarsi di un ufficio ordinario in un edificio qualunque. Aveva bisogno di un ambiente di rappresentanza che suscitasse nel prossimo stupore e ammirazione. Per questo, insieme ai locali all’ottantottesimo piano della Torre Sud, aveva acquistato anche quelli corrispondenti del piano superiore. Aveva quindi sfondato il solaio per ricavarne un unico, ampio volume che aveva impreziosito con soffitti a cassettone originali del Cinquecento. I quadri e i mobili antichi che arredavano il suo studio personale, mescolati con piacevole effetto d’insieme a icone senza tempo del design contemporaneo, erano anch’essi di provenienza, per così dire, discutibile. Gli piacevano i contrasti. Ancora di più, adorava la sorpresa e il senso di soggezione negli occhi di chi entrava. “L’apparenza è sostanza”, aveva sempre pensato, e i fatti gli avevano dato quasi sempre ragione. Le cose avrebbero presto preso una piega inattesa.

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Prefazione

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Le torri, i demoni e il Cavaliere


Le torri, i demoni e il Cavaliere