Dante, Michelangelo e altre lezioni di storia linguistica italiana

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Ghino Ghinassi (Arezzo 1931-Firenze 2004) è autore di studi fondamentali sul volgare letterario nel Quattrocento, sulle prime redazioni del Cortegiano, sull’antico volgare di Mantova, sull’opera del suo maestro Bruno Migliorini. Di lui sono apparsi postumi, a cura di Paolo Bongrani, Dal Belcazer al Castiglione (2006) e Due lezioni di storia della lingua italiana (2007).

€ 12,00

Ghino Ghinassi

Dante, Michelangelo Ghino Ghinassi

lettura sorretta da una sensibilità vivissima per la poesia e da una strumentazione critica di alto livello (sulla scia delle esperienze di Spitzer e di Contini, due nomi che ritornano in queste pagine). Le tre lezioni successive, degli anni 1977 e 1979, ci mostrano invece uno studioso ormai votato toto corde alla sua disciplina, e alle prese con alcuni temi di particolare rilievo, fra tardo Medioevo, Umanesimo e Rinascimento: Il volgare napoletano fra Tre e Quattrocento, Le origini della grammatica italiana, Editori e grammatici nella storia della lingua italiana del Cinquecento.

Dante, Michelangelo e altre lezioni di linguistica italiana

Di Ghino Ghinassi, illustre docente di Storia della lingua italiana presso le Università di Parma e di Firenze, si pubblicano cinque lezioni inedite, nel decennale della sua scomparsa. Le lezioni si collocano in un arco di tempo ampio che va dal 1961 (quando Ghinassi aveva appena trent’anni) al 1979, cioè alla piena maturità, e riflettono due diversi momenti della sua carriera di studioso. Nel primo, giovanile, assistiamo a una lettura puntuale del canto xxvi del Paradiso (quello dell’incontro con Adamo) e di alcuni dei testi più alti e ardui del canzoniere di Michelangelo; una

e altre lezioni di storia linguistica italiana a cura di

Paolo Bongrani e Massimo Fanfani



biblioteca di letteratura collana internazionale diretta da Gino Tellini

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comitato scientifico internazionale Marc Föcking, Universität Hamburg Michael Lettieri, University of Toronto Anna Nozzoli, Università degli Studi di Firenze Pasquale Sabbatino, Università degli Studi di Napoli Federico II Michael Schwarze, Universität Konstanz William Spaggiari, Università degli Studi di Milano Paolo Valesio, Columbia University Antonio Carlo Vitti, Indiana University


Ghino Ghinassi

Dante, Michelangelo e altre lezioni di storia linguistica italiana a cura di

Paolo Bongrani e Massimo Fanfani

SocietĂ

Editrice Fiorentina


© 2014 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it isbn: 978-88-6032-316-3 issn: 2036-3559 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata In copertina: Michelangelo Buonarroti, Profeta Daniele, Cappella Sistina, Vaticano (© Foto Scala 2014)


Indice

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Forme tipiche nella poesia di Michelangelo

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Il volgare napoletano fra Tre e Quattrocento

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Le origini della grammatica italiana

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Premessa di Paolo Bongrani e Massimo Fanfani Lettura del xxvi canto del Paradiso

Editori e grammatici nella storia della lingua italiana del Cinquecento

85 Indice dei nomi



Premessa

Si raccolgono qui per la prima volta alcune conferenze e lezioni tenute da Ghino Ghinassi fra il 1961 e il 1979, ovvero fra il primissimo avvio della sua attività universitaria – nel 1960, non ancora trentenne, era diventato assistente straordinario di Bruno Migliorini alla cattedra di Storia della lingua italiana – e la piena maturità del suo magistero, dopo che nel 1975 da Parma era tornato a Firenze per coprire quella stessa cattedra che era stata del suo maestro. E va subito detto che sebbene si tratti di conversazioni tenute al di fuori dei corsi universitari, esse conservano molto del modo di porre questioni importanti e di affrontarne il cuore, tipico delle lezioni universitarie di Ghinassi: lezioni sempre ben argomentate e documentate, risolte con intelligente chiarezza anche quando il quadro tratteggiato era problematico, stimolanti proprio perché non offrivano facili scorciatoie o inutili divagazioni di fronte alla complessità dei temi sul tappeto. Insomma anche queste pagine ricavate da appunti manoscritti o dalla trascrizione di vecchie registrazioni ci restituiscono qualcosa dello stile e del metodo di uno studioso còlto nel momento in cui, nel trasmettere i risultati del suo lavoro e delle sue riflessioni, non rinuncia a coinvolgere l’interlocutore pur lasciandolo libero di giudicare sui fatti. E dato che uno stile consimile era proprio di molti maestri della sua generazione, queste pagine possono anche valere, al di là della loro specificità, come testimonianza di un costume e di una civiltà diffusi nella vita universitaria di ieri. Le due conferenze che aprono il volume costituiscono probabilmente i primi interventi che Ghinassi tenne per un largo pubblico


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e hanno un carattere diverso dalle tre lezioni che seguono, sia per le particolari circostanze da cui scaturirono, sia per il loro prevalente tono letterario. Laureatosi nel 1955 con una tesi sulle Stanze del Poliziano che sarebbe stata pubblicata due anni più tardi, Ghinassi, dopo aver ottenuto una borsa di studio che gli permise di condurre le sue prime ricerche e di trasferirsi a Roma dove collaborò al Dizionario enciclopedico italiano, nel 1959, vinto il concorso per l’insegnamento e avuta una cattedra di latino e storia all’istituto magistrale di Arezzo, venne “comandato” quasi contemporaneamente al Centro di studi di filologia italiana diretto da Gianfranco Contini presso l’Accademia della Crusca. Nel periodo del comando, fino al 1964, poté così lavorare per predisporre un’edizione critica del Cortegiano e per avviare le sue ricerche sul mantovano antico. Quegli anni alla Crusca furono i più intensamente fruttuosi della sua formazione, consentendogli al contempo di coltivare personali interessi per la storia e la letteratura, in particolare per la poesia, per la quale aveva sempre mostrato una spiccata sensibilità, come risulta già dalle pagine del volume del 1957, Il volgare letterario nel Quattrocento e le Stanze del Poliziano. Tale giovanile passione letteraria può spiegare il carattere speciale delle prime due conferenze, la lettura dantesca e il discorso sulla poesia di Michelangelo. Se l’intento principale di Ghinassi nella lettura del xxvi canto del Paradiso, tenuta nel 1961, è infatti quello di penetrarne la complessa struttura e la trama teologica, consapevole che trascurando «questa humus dottrinale che percorre la Commedia da capo a fondo […], si rischia di fraintendere la poesia di Dante», alla fine è proprio la vena poetica sottostante che gli preme mettere in evidenza. Così in entrambe le parti in cui è suddiviso il canto – la prima con l’esame sulla carità a cui Dante è sottoposto da san Giovanni evangelista e la seconda con l’incontro con Adamo che gli risolve alcuni dubbi fondamentali fra cui quello relativo alla lingua originaria – a fianco di un’approfondita analisi del testo volta all’individuazione dei suoi nodi più significativi, Ghinassi tende appunto a farne emergere la tensione mistico-poetica, il “fervore retorico” che lo pervade. E perfino nella parte dell’incontro con Adamo, nella quale i contenuti dottrinali appaiono più marcati (e nella quale, com’era da attendersi, si dà largo spazio alla palinodia di Dante sulla questione dell’origine del linguaggio), egli cerca di guardare anche al di là della sostanza erudita: «Tutto il discorso di Adamo […] mantie-


Premessa   xi

ne il tono fermo e pacato di chi ha raggiunto di nuovo l’ordine in cui tutto è previsto ab aeterno […]. Se rileggiamo il passo ancora un momento senza interruzioni, se ne coglie meglio l’unità del tono poetico». Com’era stato Contini, allora presidente della Società Dantesca, a incaricare Ghinassi della “Lectura Dantis” del 1961, anche la conferenza sulla poesia di Michelangelo, tenuta al Lyceum di Firenze il 29 aprile 1964 per celebrare il centenario dell’artista, gli fu procurata dallo stesso Contini. Probabilmente era stato lui il primo destinatario dell’invito del sodalizio femminile fiorentino: nelle primitive edizioni dei continiani Esercizî di lettura (quella Parenti del 1939 e quella Le Monnier del 1947) compariva già un illuminante saggio su Michelangelo poeta – saggio di cui Ghinassi terrà conto nella conferenza – e nel 1960 era uscita su «Lingua nostra» una sua importante recensione all’edizione delle Rime curata da Enzo Noè Girardi. Ghinassi accettò di buon grado quell’incarico, non solo per debito di riconoscenza nei confronti del direttore del Centro di filologia che lo stimava e che in varie occasioni aveva mostrato di sostenerlo, ma probabilmente anche perché, proprio allora che stava lavorando sulle prime redazioni del Cortegiano del Castiglione, sentiva l’argomento per diversi aspetti nelle sue corde. Ne venne fuori una conferenza di notevole impegno in cui, tenendo presente la lezione di Contini, si applica a Michelangelo un metodo di analisi stilistica altrettanto e forse più duttile e penetrante di quello messo finemente a punto per le Stanze del Poliziano. Per di più Ghinassi scarta quella che sarebbe stata la via più facile da percorrere (e forse quella più gradita all’uditorio), vale a dire la rilettura di quelle poesie di Michelangelo, soprattutto giovanili, che risentono l’eco della tradizione realistico-giocosa del Quattrocento fiorentino; e sceglie invece di concentrarsi sul nucleo più rilevante del canzoniere michelangiolesco, quello risalente al primo periodo romano dell’artista e testimoniato dai madrigali e dai sonetti per Vittoria Colonna e Tommaso dei Cavalieri. E pur trattandosi di composizioni non di rado oscure e impervie, ne dà una lettura esemplare. Del traguardo raggiunto Ghinassi era consapevole, e più di una volta era stato sfiorato dall’idea di pubblicare il testo della conferenza, anche se aveva sempre rimandato, convinto com’era che per poter chiarire fino in fondo il valore di quella difficile esperienza poetica occorresse un preliminare approfondi-


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mento sulla tradizione cinquecentesca del madrigale, approfondimento che solo da poco era stato avviato1. Le tre lezioni che si pubblicano di seguito alle conferenze giovanili su Dante e Michelangelo sono dedicate rispettivamente al Volgare napoletano fra Tre e Quattrocento, alle Origini della grammatica italiana e a Editori e grammatici nella storia della lingua italiana del Cinquecento; e sono presentate secondo l’ordine storico e la progressione cronologica dei temi. In realtà la prima, quella dedicata al volgare napoletano, è stata l’ultima a essere elaborata da Ghinassi: nella cartella che raccoglie i suoi appunti leggiamo infatti l’annotazione autografa: «Parma gennaio 1979» (e poco dopo «Firenze giugno 1979»: si veda la nota che accompagna la lezione). Le altre due furono preparate un paio di anni avanti ed ebbero anch’esse la loro prima esposizione (a quanto ci risulta) a Parma, presso l’allora Istituto di Filologia Moderna diretto dalla ex-collega Franca Brambilla Ageno. Ghinassi ritornava volentieri nell’Istituto in cui aveva insegnato per vari anni e che aveva lasciato da poco per trasferirsi all’Università di Firenze, e pertanto aveva accolto con piacere l’invito dell’Ageno a tenere in due settimane successive (tra il 17 e il 23 marzo 1977) due incontri su temi importanti della storia linguistica italiana. Occorre sottolineare subito questo fatto: nelle sue poche lezioni pubbliche, o comunque tenute fuori dai normali corsi universitari, Ghinassi si è sempre preoccupato di affrontare temi centrali e problemi cruciali della disciplina che professava: temi e problemi che erano noti a grandi linee al pubblico dei colleghi e magari anche a quello studentesco (a cui Ghinassi soprattutto si rivolgeva), ma la cui importanza e centralità apparivano come nuove, nuovamente riscoperte e persuasivamente riaffermate, proprio grazie a quelle lezioni, pacate e ordinate e a lungo meditate. Importanza e insieme precisa delimitazione dei temi. Il titolo di carattere generale Il volgare napoletano fra Tre e Quattrocento non deve trarre in inganno; in realtà il titolo più pertinente avrebbe dovuto essere Il volgare cancelleresco napoletano ecc., in quanto è proprio su questo aspetto preci1  Vedi in proposito il saggio di Mariano Damian, Struttura dei madrigali michelangioleschi, in Omaggio a Gianfranco Folena, Padova, Editoriale Programma, 1993, in 3 voll., alle pp. 905-920 del vol. ii.


Premessa   xiii

so che Ghinassi svolge la sua lezione: l’affacciarsi e poi il progressivo imporsi del volgare locale, cittadino, prima presso la cancelleria napoletana degli Angioini (intorno alla metà del Trecento) e poi presso quella degli Aragonesi, in un confronto progressivo (e alla fine vincente, nell’età del Pontano) col latino da una parte e dall’altra con le lingue originarie dei diversi sovrani che si succedettero sul trono di Napoli, il provenzale e il francese prima, il catalano e il castigliano poi. Questa lezione prende avvio, in maniera esplicita, dal libro più volte citato e lodato di Francesco Sabatini sulla Napoli angioina (1975), e dai molti documenti d’archivio ivi recuperati e riproposti all’attenzione degli storici della lingua italiana; e poi, per la successiva età aragonese, la lezione si avvale di sondaggi e campionature personali (mancando uno studio di riferimento paragonabile a quello di Sabatini), che alla fine consentono di tracciare un percorso compiuto. Ma appare evidente che l’intento di Ghinassi non è semplicemente quello di ricostruire le vicende linguistiche della cancelleria napoletana fra Tre e Quattrocento; l’intento è più ampio: ricordare, attraverso l’esempio napoletano, che l’assunzione agli usi cancellereschi di uno dei nostri antichi volgari ha rappresentato un momento decisivo per la sua storia, in quanto con tale assunzione (e progressiva affermazione in ambienti in cui prima dominava incontrastato il latino) esso riceveva una sorta di sanzione ufficiale, di fatto, a livello politico e amministrativo. Ghinassi sottolinea più volte questo punto: il prestigio “oggettivo” derivante a un volgare antico dal suo impiego in ambito cancelleresco; e la lezione (che non manca di richiamare altre vicende italiane ed europee a paragone di quella napoletana) rappresenta un implicito invito a studiare da questo punto di vista la storia dei nostri volgari prerinascimentali (cosa, peraltro, che lo stesso Ghinassi aveva già fatto in prima persona pochi anni prima, ricostruendo magistralmente l’evoluzione del volgare mantovano tra Medioevo e Rinascimento). Si diceva sopra del confronto tra quanto avveniva a Napoli e nelle altre cancellerie italiane ed europee; non a caso, perché un’altra delle caratteristiche comuni a queste tre lezioni di Ghinassi, oltre alla rilevanza dei temi trattati, è la vasta prospettiva in cui essi sono collocati. Cosa che è particolarmente evidente nella seconda lezione, Le origini della grammatica italiana: qui infatti il geniale, e quasi privato, “esperimento” rappresentato dalla grammatichetta


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dell’Alberti non si poteva giudicare a pieno se non ripercorrendo le principali teorie grammaticali e le varie pratiche (che non mancarono ma furono per lo più servili) testimoniate nel corso dell’età medievale. L’immagine che Ghinassi usa, quasi al termine della lezione, è una di quelle che restano impresse: «[…] la grammatica dell’Alberti testimonia che una porta si è aperta, e si è aperta nell’ambito dell’Umanesimo volgare italiano. Da questa porta passerà tutta quanta la tradizione grammaticale posteriore che si diffonderà tra poco per tutta l’Europa». Questo tema, delle origini della grammatica italiana (ed europea), era particolarmente caro allo studioso (come è dichiarato in apertura della lezione); un tema sul quale mediterà a lungo, seguendone gli approfondimenti e gli sviluppi alla luce dei principali contributi italiani e internazionali; e ciò anche in vista (come ebbe occasione di confidare in un colloquio del giugno 1993) di una raccolta di suoi saggi “rinascimentali” presso la casa editrice Le Lettere (purtroppo mai realizzata), che avrebbe dovuto aprirsi proprio con un capitolo dedicato alla Nascita della grammatica. Anche la terza lezione, Editori e grammatici nella storia della lingua italiana del Cinquecento, si muove in una prospettiva ampia, lungo quei primi decenni del secolo nei quali la stampa moltiplicò la sua azione e cominciò a incidere profondamente sullo sviluppo e insieme sulla regolamentazione delle lingue d’Europa. Si trattava di un terreno di ricerca già ampiamente esplorato da vari studiosi, tra gli altri dallo stesso Ghinassi che, come è noto, si era occupato a fondo della revisione operata da Giovan Francesco Valerio, in vista della pubblicazione a stampa, sul manoscritto dell’ultima redazione del Cortegiano del Castiglione, e aveva studiato le correzioni di Tizzone Gaetano da Pofi, editore e grammatico, al testo delle Stanze del Poliziano e del Teseida del Boccaccio. Ma anche in questa occasione Ghinassi ha la capacità di cogliere il “cuore” dei problemi, dimostrando, con una serie di esempi calzanti, la specificità della situazione italiana: «Ogni area nazionale ha le proprie difficoltà peculiari [sul piano delle norme linguistiche da applicare nella stampa di opere manoscritte di età precedenti]: in Francia il problema di scegliere fra gli strati sociolinguistici dell’uso parigino; in Spagna il problema di cogliere gli elementi più duraturi nel dinamismo evolutivo che è proprio del castigliano rinascimentale. In Italia la difficoltà maggiore sta, più ancora che nello sforzo di vincere gli usi re-


Premessa   xv

gionali, non toscani, nel rapporto con i classici volgari, cioè in sostanza con i grandi scrittori toscani del Trecento […]»: i quali, oltre che grandi scrittori, erano al contempo riconosciuti modelli di lingua, titolari di un testo che, al momento della pubblicazione e riproposizione per un vasto pubblico, appariva sostanzialmente ma non totalmente da rispettare: in particolare là dove essi parevano infrangere quelle regole che sembrava di poter ricavare dal complesso dei loro usi linguistici, o dove mostravano forme, costrutti e vocaboli che risultavano ormai arcaici e non più recuperabili. In Italia dunque, la pubblicazione dei classici del volgare (che rappresentavano un privilegio della nostra tradizione letteraria) vede all’opera editori che sono anche grammatici; e si crea un forte e decisivo intreccio tra Filologia testuale e storia linguistica, per citare il titolo di un saggio famoso di Gianfranco Folena (del 1960), che Ghinassi considerava uno dei suoi maestri. Alla fine, sviluppando alcune delle idee affioranti in questa lezione (continua riproposta, non senza aggiornamenti, degli scrittori esemplari – Folena parlava di «situazione discontinua e regressiva» –; condizione particolare dei nostri grammatici, divisi tra passato e presente della lingua), Ghinassi arriverà a delineare, in una successiva lezione tenuta nel 1992 presso il Circolo Filologico Linguistico Padovano, una descrizione magistrale e a tutto tondo dei caratteri costitutivi, e di lunga durata, della nostra lingua letteraria rinascimentale2. Molti anni sono passati da quando le due conferenze sul canto xxvi del Paradiso e sulla poesia di Michelangelo e le tre lezioni sulla storia della lingua italiana furono pronunciate in pubblico; conferenze e lezioni che Ghinassi non diede mai alle stampe, considerandole probabilmente delle tappe provvisorie del suo percorso di ricerca. Solo dopo la scomparsa dello studioso, avvenuta nel 2004, il ritrovamento da una parte del testo delle conferenze e dall’altra degli appunti usati per le lezioni parmigiane (che furono anche registrate) ci convinse ad avviare la pubblicazione di questi materiali inediti, che avevano lasciato un ricordo così vivo in chi ne aveva udito l’esposizione. Per tante ragioni, la realizzazione dell’impresa si è pro2  Si veda: Esperienze di uno storico della lingua, nel volumetto Due lezioni di storia della lingua italiana, a cura di Paolo Bongrani, Firenze, Franco Cesati editore, 2007, alle pp. 15-28.


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tratta fino a oggi: un ritardo che ci dispiace ma nel quale, tuttavia, si può scorgere un aspetto positivo: la possibilità di ricordare, con questo piccolo libro, il decennale della scomparsa di un Maestro mai dimenticato. Nel proporre questi testi non potevamo non interrogarci innanzi tutto sulla loro “tenuta” e poi sul problema del loro aggiornamento. Sul primo punto non abbiamo avuto dubbi: intorno al tema indicato nel titolo, queste conferenze e queste lezioni svolgono un discorso che continua a brillare, per finezza interpretativa, per chiarezza espositiva e per capacità di far emergere gli elementi nuovi e veramente importanti. Quanto all’aggiornamento bibliografico, esso è stato operato là dove ci pareva indispensabile e in casi molto puntuali, attraverso delle note a piè di pagina poste tra parentesi quadre. Solo per quanto riguarda le Origini della grammatica italiana tale aggiornamento è stato spostato (per ragioni particolari chiarite ad locum) nella nota che accompagna la lezione. Infatti ciascuna delle conferenze e delle lezioni è corredata da una nota, destinata soprattutto ad accogliere i dati cronologici, documentari e “filologici”. Paolo Bongrani – Massimo Fanfani