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Roberto Corsi

Stelle senza polvere Atletica leggera “palestra di vita”

Società

Editrice Fiorentina


© 2010 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924  fax 055 5532085 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it blog www.seflog.net/blog facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account www.twitter.com/sefeditrice isbn 978-88-6032-128-2 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata Le immagini presenti nel libro provengono dagli archivi fotografici degli atleti, che le hanno gentilmente concesse per la pubblicazione. L’Editore è a disposizione di tutti gli eventuali proprietari di diritti sulle immagini riprodotte Copertina a cura di Grafica elettronica (Napoli)


prefazione

Volendo dare un secondo nome a Primo, potrei aggiungere sinceramente Unico! Certo, lui era come tutti un uomo con le sue fragilità, ma non comuni, particolari. Questo faceva differenza insieme al resto, quello che lo rendeva davvero speciale. Onestamente, devo dire che non è stato facile stargli vicino nel ruolo di moglie e confidente. Lui era al centro di un mondo straordinario, che lo impegnava oltre ogni umana immaginazione, un macrocosmo che lui stesso aveva determinato con la sua caparbia volontà, con la visione chiara di un progetto articolato in traguardi sempre più ambiziosi e proprio per questo estremamente difficili da raggiungere. Primo aveva scelto lo sport come campo ideale per estrinsecare le sue straordinarie qualità di costruttore di successi. Un fondatore e un riformatore, un ottimista sempre all’erta contro pessimisti e detrattori. Un geniale stratega che ha vinto quasi tutte le sfide e comunque la sua scommessa più grande, ovvero quella di portare prima lo sport universitario e poi l’atletica leggera a livelli incredibili prima del suo avvento e non soltanto nel contesto sportivo, ma nell’immaginario collettivo universale. Ancora oggi, dopo dieci anni, il suo ricordo permane fortissimo. Primo passava per narciso e megalomane soltanto perché aveva il coraggio di pensare in grande e perché sosteneva che la forma è sostanza. Ma lui si proponeva così per dare il massimo peso al collettivo che rappresentava, la forza d’impatto adeguata all’obiettivo da raggiungere. Nel privato non era così. Aveva avuto una infanzia e una adolescenza complicata da una Italia in guerra e poi si era rimboccato subito le maniche. Era esattamente il contrario del figlio di papà. Per lui il denaro non era importante e non ne portava mai in tasca. La sua ricchezza era riposta nelle idee e nella convinzione che fossero giuste. Aveva un bel rapporto con gli amici, che amava frequentare mantenendo con loro un rapporto, che dopo decenni era divenuto in molti casi storico, soprattutto nell’ambito della Fisu, del Cusi e del Cus Torino. Primo era convinto che il gruppo dirigente dovesse essere costituito da persone coinvolte nel suo successo e così anche la Federazione Italiana di Atletica Leggera ne beneficiò grandemente, assumendo un ruolo di indiscussa leadership tra le altre Federazioni in Italia e nel mondo. v


Primo avrebbe potuto e voluto fare di più per lo sport in Italia, non tanto per ottenere altre medaglie, ma soprattutto per dare maggiore peso al ruolo sociale dello sport praticato, quindi nella scuola primaria e secondaria, nei territori bisognosi di strutture, ma anche di promozione e tutela sanitaria. Questo gli è stato impedito, quando gli fu negata l’elezione alla Presidenza del Coni e poi da tutto quello che ne è seguito… Quando Primo ci ha lasciato non era più giovane anagraficamente, ma straordinariamente vitale e motivato per lo sviluppo dell’atletica nel mondo, soprattutto nei Paesi più poveri, dove correre rimane ancora adesso più una necessità che una opportunità. Da lassù, dai prati celesti, più verdi e meglio curati di certi campi di atletica, Primo farà un tifo sfegatato per il buon esito di questo libro. Vi si parla della sua creatura, l’atletica. Vi si narrano le gesta di alcuni che egli ha tirato su come figli. Che lo ricordano ancora con affetto e gratitudine. Giovanna Capellano Nebiolo

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stelle senza polvere

Mettiamolo in chiaro fin dall’inizio. Io con l’atletica leggera, in senso stretto, non c’entro nulla. Forzando un po’ il concetto, forse sì. Qualche salto l’ho fatto. Ad esempio quello del pasto, quando avevo sullo stomaco una sconfitta della Fiorentina. Talvolta ho anche lanciato: qualche urlo ai miei figlioli quando la pazienza era esaurita. E quante corse nella mia vita! Da bambino dietro ai tacchini, al collo dei quali avevo attaccato un cartellino con il nome dei ciclisti del momento – Gaul, Nencini, Pambianco, Defilippis, Anquetil – trasformando un lieve pendio nella radiocronaca del Gran Premio della Montagna. Da grande, una vera maratona, per conciliare il lavoro, la famiglia, le passioni. Rincorrendo velleità e illusioni. Maratona, ma a ostacoli, come nemmeno Franco Fava l’ha mai provata. Ostacoli alti, come quelli di Eddy Ottoz, contro i quali spesso ho sbattuto. Messe da parte le forzature, neanche l’alfieriana volontà che ha animato Gabriella Dorio avrebbe potuto niente contro un fisico condannato a una vita sedentaria. Invece di maledire la categoria dei lillipuziani cui appartengo, ho accettato il mio status, confortato dalle parole che la maestra rivolgeva a me per stimolare gli altri: è piccino, ma c’è tutto. Avendo la competizione nel sangue, l’atletica mi piaceva vederla in tv. Soprattutto gli incontri della nazionale che, alle caratteristiche di sport individuale tipiche dell’atletica, univano una componente squadristica (in senso proprio, non politico) e patriottica che si esprimeva attraverso i punti da conquistare. Sensazioni di questo genere ho riprovato allorché, in due giorni consecutivi, mi sono giunte due richieste di amicizia su Facebook, da parte di Eddy Ottoz e Sara Simeoni. Da loro alla rivisitazione di alcuni personaggi, amici sul social network, il passo è stato breve. Mi è servito anche come esercizio mnemonico in un’età in cui i ricordi cominciano a sbiadire. Facile indovinare la specialità di Sara Simeoni, ma che faceva Giuseppina Cirulli? I 400? O gli 800? O nessuno dei due? Meglio chiederlo a lei. Ricordavo bene i tremila siepi di Franco Fava, ma oltre la siepe? Il buio di un’esistenza da reinventare, di una professionalità da costruire, di una vita nuova da forgiare dopo un decennio di panem et circenses? Ce l’hanno fatta i nostri eroi quando si sono spente le luci della ribalta e sono rimaste vii


gambe un po’ malandate e, magari, solo qualche spicciolo? Perché non esiste la professione dell’ex atleta e i mazzi di fiori ricevuti dopo la vittoria sono ormai finiti nel cassonetto. Ecco, sono state queste domande a fornirmi lo spunto per questo libro, un breve viaggio nel mondo dell’atletica di tempi ormai lontani. Il titolo Stelle senza polvere è un po’ forzato. Non tutte le persone intervistate hanno brillato con la stessa intensità nel firmamento dell’atletica leggera. Né io ho voluto fare una graduatoria di merito. La scelta di alcuni invece di altri è dovuta alle circostanze. Chi più chi meno, un po’ di polvere addosso ce l’hanno tutti. È il destino della vita, come ci viene ricordato nel giorno delle ceneri. Restano i numeri, le performances. Il mio soffio sulla loro polvere spero abbia contribuito a far vedere il soffio di umanità che stava dietro a quei numeri, a quelle prestazioni. E così ne ho tolta un pochino anch’io alla mia memoria, riassaporando sensazioni antiche di quel nome lungo e breve: giovinezza. Non sta a me dire se questo sia un libro promozionale dell’atletica leggera. Certo male non farebbe ai giovani confrontarsi con certi modelli, riviverne lo spirito olimpico, scorgerne l’intensità emotiva e, insieme, la cura quasi maniacale dei più piccoli dettagli per migliorarsi. Concludo con i ringraziamenti. In primo luogo a tutti gli intervistati per la disponibilità dimostrata. Poi alla signora Giovanna Nebiolo, “un nome una garanzia”, che ha voluto prefare questo libro. All’editore, che rischiando la pubblicazione di una sbirciatina di un illustre carneade in un mondo a lui sconosciuto, riscatta la categoria dalla non esaltante derubricazione tipografica. Ma uno speciale ringraziamento, intenso al limite della commozione, va ad Augusto Frasca, che ha messo a disposizione la grande esperienza accumulata per darmi preziosi consigli. Mi scuso con gli ex atleti che ho incrociato ma che non sono nel libro, per ragioni di spazio. Il buon esito di questo potrebbe aprire la strada a un altro, con la loro presenza. Loro sanno bene che, per una prova che va male, c’è subito la possibilità di rifarsi. È la legge della vita, di cui l’atletica resta una bellissima metafora. Roberto Corsi

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Stelle senza polvere Atletica leggera “palestra di vita�


la curva erotica di livio berruti

Al bar del Circolo della «Stampa» di Torino c’è ad attendermi un distinto signore di settant’anni. Livio Berruti è uno di quelli che dopo cinquant’anni conserva al suo amore la freschezza dell’inizio. Dopo avere offerto il caffè, prima ancora che possa formulare qualche domanda specifica, Livio non si perde in preamboli e inizia a recitare la sua poesia: «Lo sport è lo strumento più bello per soddisfare l’esigenza primaria di capire dove puoi arrivare, che cosa puoi fare. Non tanto vincere gli altri, ma vincere te stesso, le tue debolezze, le tue imperfezioni; imparare a superare gli ostacoli e non farsi condizionare troppo dagli altri. Quando gareggi fai di tutto per correre bene. Se poi l’altro ti batte perché è più forte, non devi avere troppo rimpianti. Lo sport è un esame di pulizia e di coscienza». Quando Berruti mi dice che il circolo è diretto da Gianni Romeo, potrei a mia volta attaccare un altro inno, quello al bel giornalismo. Come quello del «Tuttosport» dei tempi magici di quarant’anni fa. Era una vera goduria leggere i pezzi di Giglio Panza, Giampaolo Ormezzano, Vladimiro Caminiti, del corrispondente da Firenze Riccardo Roncaglia. Non cercavo solo notizie, ma anche la bella scrittura. Era questa caratteristica che mi faceva vincere l’obiezione di molti. Per il semplice fatto che «Tuttosport» fosse stampato a Torino, veniva automaticamente assimilato alla Juventus. Gianni Romeo era quello che seguiva l’atletica, con grande competenza e rigore. Se in età avanzata mi sono ritrovato a scrivere a mia volta sui giornali, mi riconosco debitore nei confronti di questi personaggi soprattutto per lo stile brillante e il rigore intellettuale. Anche l’ambiente, dunque, concorre a rendere l’intervista meno arida, caricandola anche di un pizzico di emozione. Ci sono le condizioni migliori perché Livo possa iniziare il suo canto. Il 2010 rappresenta il cinquantesimo anno dalla grande serata delle Olimpiadi di Roma, che ti videro primeggiare nella finale dei 200 metri. Come sei arrivato a quel successo? Mi sono avvicinato all’atletica casualmente. La mia passione era il tennis. Mi rendevo conto che la mia qualità maggiore nel tennis era la discesa a rete. Guai a chi tentava di farmi delle smorzate. Lì nessuno mi fregava. Delle volte arrivavo così veloce che non riuscivo a fermarmi: mi toccava 3


Livio Berruti durante la semifinale alla Olimpiadi di Roma del 1960

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saltare la rete. Poi c’è stata tutta una serie di coincidenze che mi ha portato all’atletica. Quali? Il professor Melchiorre Bracco, persona molto brava che fece il vicepresidente della Federazione di ginnastica, aveva sentenziato che io, con il mio fisico piuttosto leggero, avrei potuto fare solo salto in alto e salto in lungo. Per un anno ho fatto, dunque, alto e lungo, ma con scarso successo. Avevo sedici anni, si gareggiava nel cortile della scuola, con tutti i compagni che ti guardavano. Insomma, non mi dispiaceva nemmeno: era un modo per mettersi in mostra. L’anno dopo, per fortuna, facciamo l’ora di ginnastica in un’altra classe, dove c’è il miglior velocista della scuola, Saverio D’Urso, che adesso è ingegnere. Nel solito cortile facciamo una sfida sui 60-70 metri. Con grande mia e sua sorpresa, l’ho battuto facilmente. Ha assistito alla scena anche il professore, che subito mi ha dirottato a fare gli 80 metri ai campionati studenteschi. Li ho vinti facilmente non solo nell’ambito della scuola, ma anche a livello provinciale. Ho fatto 8”7, che a quei tempi era il record italiano. Ecco così scoperta la vocazione alla velocità. Sì, ma c’è un’altra fortunata coincidenza. Il mio compagno di banco, Felice Foglietti, iscritto al Gruppo Sportivo Lancia, mi ha detto: «dai, tu che sei così veloce perché non vieni con me in Lancia? Facciamo la staffetta e così li battiamo tutti». Io furbescamente ho pensato: «in Lancia ci sono dei bellissimi campi da tennis. Se io mi iscrivo come atleta posso giocare gratis a tennis». Così ho subito accettato. Ovviamente, quando mi invitavano a fare un 100 metri non potevo rifiutarmi. Alla mia prima gara ho fatto 11”4, vincendo la mia batteria. Ovviamente senza nessun allenamento, parola quasi sconosciuta per me a quei tempi. La settimana dopo mi hanno invitato a fare un’altra gara: la vittoria è sempre la miglior droga per ogni sportivo. Corro di nuovo i 100 metri e faccio 11”2. A quei tempi se tu facevi 11”2 passavi di categoria e non potevi più fare i campionati studenteschi della scuola. Il professore della scuola, leggendo questa cosa sui giornali, mi ha detto: «Berruti, che cosa hai fatto? Non dirlo, perché se fai un’altra volta 11”2 il prossimo anno non puoi più correre per noi». Silenzio rispettato? Aspetta. Alla terza settimana c’è stata a Torino una manifestazione, proprio al Campo Fiat, in via Guala. Avevano invitato il grande Gigi Gnocchi, che era il campione e primatista italiano dei 100 metri. Hanno chiamano anche me, mettendomi in crisi: dovevo obbedire all’allenatore del Gruppo Sportivo Lancia, il signor Milanese, persona molto brava, oppure al 5


professore di ginnastica? Ho pensato di fare il Salomone: arrivo all’ultimo momento, mangio molto come al solito, non faccio nessun riscaldamento, quindi corro male, mi metto la coscienza a posto e non passo di categoria. Salomone funziona? No. L’emozione di vedere questo grande campione mi ha giocato dei brutti scherzi. Gigi Gnocchi, vedendomi così imbranato mi ha aiutato a mettermi ai blocchi di partenza, a sistemarmi. Io, emozionatissimo, correvo di fianco a lui. Lui ha vinto, ovviamente (mi pare in 10”6), ma io ho fatto 11’’ netti, superando il limite per passare di categoria. Per cui sono stato costretto a saltare i campionati studenteschi. Ormai non potevi passare più inosservato. No. Facendo 11” alla terza gara, la Federazione ha visto subito in me un giovane talento e mi ha invitato all’allenamento collegiale femminile a Schio, con la Giusi Leone e tutte le velociste di quei tempi. Mi hanno convocato subito nella squadra junior che doveva fare Francia-Italia in Val d’Aosta. Eravamo nel 1957. Così ho cominciato la mia carriera sui 100 metri, arrivando secondo dietro Galbiati, che era il miglior velocista dopo Gnocchi. Ma siamo sempre ai 100. E i 200 quando spuntano? Ci arrivo subito. Già a quei tempi, in allenamento, mi piaceva correre in curva. Correvo bene, mi dava quasi una sensazione erotica la curva. Mi sarebbe piaciuto correre a slalom: sarebbe stata la più bella gara della mia vita. Questo era dovuto a una forte caviglia che non sapevo di avere. Eravamo a Schio, a un raduno collegiale e c’era Cazzola che doveva fare una prova sui 200 metri. Mi hanno detto: «dai, Berruti, tu che corri bene in curva, tiragli i primi 100 metri così lui fa un bel tempo». Siamo partiti, dopo i 100 metri ero in testa e ho pensato: «ma perché devo smettere, vado fino in fondo». E l’ho battuto. Insomma, ti sei rifiutato di fare la lepre. Anche qui grande sorpresa. A quei tempi la medicina sportiva era agli albori. Medici amici di mio padre hanno letto sul giornale la notizia e lo hanno pressato: «ma come, a tuo figlio così gracile ed esile fanno fare i 200 metri? Guarda che lo rompono, non farglieli più fare». Mio padre ha scritto una lettera di diffida alla Federazione invitandoli a non farmi fare più i 200 metri. Questa lettera l’ho scoperta qualche mese fa. Così consenti a questo modesto libro di fare uno scoop. Non l’avevo mai vista, la Federazione non ne aveva parlato, mio padre non mi aveva detto nulla. Quindi ho potuto fare i 200 metri dove mi trovavo meglio. 6


Nel frattempo continuavi a studiare. Ero iscritto a chimica. Facendo il militare alle Fiamme Oro, ho iniziato l’università a Padova, dove ho fatto il primo biennio, e poi ho finito a Torino, dove mi sono laureato. Per non fare la figura di chi vuole forzare il giudizio dei professori a causa del nome, facevo pochi esami ma quelli che facevo li facevo bene, perché sapevo tutto. Dovevo dare un esame con il professore Gaetano Di Modica, titolare della cattedra di chimica organica qui a Torino, ma che faceva volo a vela. Quindi eravamo tutti e due sportivi. Per non far brutta figura ho impiegato tutta la sessione per far solo il suo esame. Maledizione, mi ha fatto un sacco di domande e l’unica cui non ho risposto è stata su un acido di cui aveva parlato in una lezione a cui io non ero presente. Nel frattempo proseguivi la marcia di avvicinamento alle Olimpiadi. Entrando nel giro federale, ero costretto ad allenarmi, perché ci sono delle regole. Noi velocisti avevamo una grossa fortuna, perché si diceva che dovevamo mantenere la freschezza nervosa. Come interpretare questa frase? Allenandoti poco per non stancarti, sennò perdevi lo smalto. Noi abbiamo avuto la fortuna sfacciata di vivere in un momento in cui lo sport era fatto con gioia, con il sorriso, con spontaneità, con genuinità, senza troppi interventi né farmacologici né scientifici. Eravamo come dei galli ruspanti, con poco allenamento. Però c’era più affiatamento e spirito di gruppo e tanta più coesione e amicizia. Dov’è avvenuta la svolta nel sistema di allenamento? Chi ha cambiato radicalmente il costume della velocità è stato il professor Vittori, che ha scoperto che anche i velocisti dovevano fare l’allenamento di resistenza per non cedere nel finale, cosa che a noi succedeva. Il merito di Pietro Mennea è di aver cambiato radicalmente il modo di fare sport. Adesso sono diventati quasi masochisti dell’allenamento, cosa che noi cercavamo accuratamente di evitare. Adesso, anche se si parte dagli stessi motivi, sono talmente impegnati nelle loro gare, nelle loro attività, sponsor e altre cose, che hanno perso la capacità di vivere in simbiosi con la bellezza dello sport. Arriviamo a questa famosa finale olimpica. Pensavi di vincere? Io arrivavo alle Olimpiadi con 20”7. Ero un probabile finalista, pensavo di andare in finale. A quei tempi si correva in due giorni, batterie e quarti un giorno, semifinale e finale il giorno dopo. Io ho superato agevolmente batterie e quarti, con 21” netti e 20”8. Prima di ogni gara veniva il commissario tecnico Giorgio Oberweger per dirmi quali erano gli avversari più forti, per mettermi nelle condizioni psicologiche più adatte. Alla semifinale Oberweger non mi ha detto niente. A me interessava poco, sapevo 7


che c’erano gli avversari, ormai il dado era tratto. Scendendo in pista per vedere i velocisti avversari, ho scoperto che, per un gioco strano di tempi ottenuti nei quarti di finale, nella mia semifinale c’erano i tre migliori velocisti del mondo, quelli che avevano fatto il record mondiale, cioè Radford, Johnson e Norton. Poiché si correva in sei, io dovevo battere uno dei tre per arrivare in finale. Era una cosa difficile, ma mi stimolava. Alcuni nei cimenti importanti si bloccano, altri invece ricevono una carica in più. Per fortuna io appartengo alla seconda categoria. Comunque, ai 170 metri mi sono trovato in testa e ho cominciato a rilassarmi, perché dopo c’era la finale. Ho sentito il tempo: 20”5, record mondiale eguagliato. Ero arrabbiatissimo con me stesso: «mi sono stancato troppo, in due ore come faccio a recuperare la fatica di questa gara?». Per cui, mentre gli altri sono scesi in campo per prepararsi e per scaldarsi, io sono rimasto nello spogliatoio tranquillo, a bere Coca Cola e acqua con zucchero e limone, le mie bibite predilette, fino a mezz’ora prima della partenza. Poi sono sceso in campo per far vedere che c’ero e gli altri pensavano che con questo atteggiamento volessi prenderli in giro. Invece ero preoccupatissimo. Ho provato due partenze in tutto, non ho fatto assolutamente nessun riscaldamento. Una cosa completamente folle, al di fuori di ogni regola logica, ma ero terrorizzato di essermi stancato troppo. Preoccupazione fuori luogo… In finale ho fatto la mia unica partenza falsa. Ero talmente teso che quello dietro di me ha spinto sui blocchi e ha fatto una partenza falsa. Al suo rumore sono partito anch’io all’inseguimento. Lo starter non sapeva a chi dare la partenza falsa perché eravamo insieme e allora non l’ha data a nessuno. Io sapevo che dovevo tener duro, allungare il passo per non ingripparmi. Avendo poca resistenza dovevo cercare di mantenere la velocità fino in fondo e non cedere. Dopo la curva mi sono accorto di essere in testa e sono riuscito a fare un passo più sciolto, meno esasperato. È strano come l’udito riesce a selezionare i rumori. Non sentivo il pubblico che applaudiva ma lo scalpiccio degli avversari che si avvicinava a me. Il traguardo si avvicinava e alla fine mi sono buttato. Per me è stata la definizione di una gara bella, senza però quell’emozione e quel pathos degli spettatori. È come quando vai dal dottore: hai l’emozione, la tensione prima. Appena tagliato il traguardo, quali sono stati i tuoi primi gesti? La cosa più bella forse è stata che il primo ad abbracciarmi è stato il franco-senegalese Abdu-seye, pieno di soddisfazione perché era arrivato terzo. Io lì ho dato un esempio di abbattimento dell’apartheid, che c’era ancora a quei tempi in Sudafrica. Con la Wilma Rudolph andavamo mano nella mano nel villaggio olimpico. Quando lo sport è fatto con amore, passione e onestà non accetta nessun tipo di differenze. Sono stato uno dei primi 8


a dare questo esempio di totale mancanza di ogni discriminazione di ogni genere nel campo sportivo, né di carattere etnico né di carattere ideologico, né confessionale. Siamo tutti tesi a rispettare le regole e a verificare chi è il migliore e basta. Mi piace Bolt perché usa lo stesso sistema che usavo io per esorcizzare le tensioni prima della partenza. Lui saluta gli avversari e anch’io ho fatto gli auguri agli americani prima della gara. Lo sport deve essere fatto in maniera un po’ disinvolta, un po’ scanzonata, un po’ goliardica, senza dargli quel tono di drammaticità che oggi gli hanno dato. La tua vittoria ebbe una vastissima eco in Italia… Alle Olimpiadi ci furono altre medaglie: Nino Benvenuti, Piccoli e Musso vinsero nel pugilato, D’Inzeo nell’equitazione, Delfino nella scherma, Maspes e Gaiardoni, Beghetto e Bianchetto trionfarono nel ciclismo. Però nell’atletica vinsi solo io. Questa vittoria ha fatto di te una star. Come l’hai gestita? Il successo non ti ha dato alla testa? No, no. Non mi sono reso conto di aver lasciato un’immagine così bella e così forte. Lo sport è un momento bello della vita ma è un dopolavoro, non un’attività primaria dell’esistenza. Mi stupivo quando vedevo tante persone che mi applaudivano e mi stavano dietro. Per me era stato relativamente facile vincere il titolo, perché avevo quello che adesso si chiama talento. Se i geni di madre natura non ti danno queste qualità particolari la tua volontà vale ben poco. Questa consapevolezza mi ha impedito di assumere un’aria di superiorità sugli altri. C’è però un dato singolare. Tu hai ottenuto il risultato migliore all’inizio della carriera. Perché? Forse quel successo è stata una fregatura per me. Quando uno arriva al massimo all’inizio, forse vengono un po’ a mancare gli stimoli. Ricordiamoci che eravamo dei veri dilettanti. A quei tempi se uno veniva accusato di prendere per una gara anche solo diecimila lire veniva squalificato. Tant’è vero che una volta su una rivista medica è apparsa una foto mia con questa didascalia: «anche Berruti usa questa crema tonificante per i muscoli». Io non sapevo assolutamente che cosa fosse, ma per il fatto stesso che fosse uscita questa notizia su questa rivista mi hanno accusato di lesa lealtà. Ho dovuto affrontare una specie di processo per dimostrare che io non sapevo assolutamente nulla né tantomeno avevo preso soldi. Immagino però che avevate qualcosa come rimborsi spese. Sì, ma lasciami fare delle cifre. Come premio per la vittoria alle Olimpiadi ho preso 800.000 lire, 400.000 per avere fatto il record del mondo. Per dare l’idea di quello che valevano i soldi a quei tempi, una macchina media 9


sportiva come la Giulietta Sprint, che mi sono comperato perché a me piace la velocità in tutti i suoi aspetti, costava 2 milioni. Insomma ho preso un po’ di più di metà del valore di una media macchina sportiva. Adesso invece sono un po’ più privilegiati. Stimoli o no, hai avuto lo sfortuna di imbattersi in Sergio Ottolina. Ottolina è stato il mio grande avversario storico. Io ero più introverso, più tranquillo, mentre Ottolina era il classico milanese pieno di verve. Amava farmi gli scherzi, ma non aveva capito che più mi faceva gli scherzi più stimolava la mia reazione. Mi faceva andare più forte. Scherzi di che tipo? Uno me l’ha fatto prima dell’incontro Italia-Francia a Roma. Eravamo in allenamento a Rieti. Io usavo scarpe bianche, ma al mattino mi sono trovate tutte le scarpe nere. Ottolina ha passato tutta la notte a dipingere di nero tutte le mie scarpe. Un altro scherzo me lo ha fatto a una Pasqua all’Arena di Milano con la complicità di Attilio Monetti, il telecronista. Monetti si è presentato in gara con una tromba, vestito con la sahariana. Mentre io facevo il riscaldamento, mi ha seguito per tutto l’allenamento facendomi pernacchie con la tromba, in modo da deconcentrarmi. Invece ha ottenuto l’effetto opposto e infatti ho battuto Ottolina. Quanto è durato il tuo record italiano? È durato fino al 1964, quando l’ha battuto Ottolina fecendo 20”4 a Saarbruchen. Relativamente poco… Infatti in condizioni normali un record non può durare più di qualche anno, perché c’è una evoluzione continua, di allenamento, di preparazione, di tecnologia, di pista. Quando un record dura molto o tu hai un trend particolare che riesci a inventare per ottenere il risultato oppure c’è qualche aiuto particolare, in concorrenza quasi sleale con gli altri. Per esempio, chi corre a Citta del Messico, al minimo ha 3 o 4 decimi di vantaggio rispetto agli altri. Un record fatto a 2.300 metri di altezza non può essere confrontato con uno fatto al livello del mare. Infatti prima la IAAF faceva questa distinzione, adesso ce ne siamo dimenticati. Ci sono record italiani battuti da persone che non sono nate in Italia. Come vedi questa cosa? Questo è un discorso molto complesso, perché io credo che il valore dello sport debba dare la misura della italianità della persona. Penso che sia un fatto un po’ anomalo cambiare nazione per sposarsi o solo per convenienze economiche. Questo discorso sembra razzista ma non lo è. C’è uno 10


strano fenomeno. Da una parte si tende a privilegiare la globalizzazione, dall’altra si tende a esaltare la genuinità di un prodotto. Torniamo alla tua carriera agonistica e a Ottolina… Dopo il ’64 io volevo quasi smettere. Però Ottolina incautamente ha fatto delle dichiarazioni, definendomi ormai finito. Questo mi ha stimolato. Ho fatto il minimo per le Olimpiadi di Tokio, dove siamo arrivati tutti e due in finale, ma io sono arrivato quinto e lui ottavo. Purtroppo in finale mi hanno dato la prima corsia, completamente rovinata dalle corse del mezzofondo. È stato l’ultimo anno in cui si correva sulla terra battuta. Ho perso quasi due metri, che avrei utilizzato per battere i due atleti che avevo già battuto in semifinale e che invece mi hanno battuto in finale. Praticamente a Tokio sarei potuto arrivare secondo o terzo. La tua vita extra atletica com’è andata? Quando si è sposato? Mi sono sposato solo dieci anni fa, forse perché noi velocisti siamo lenti nelle decisioni importanti. Ho comunque avuto dei buoni rapporti con il mondo esterno e anche con le donne. Chi è sportivo tende ad aprirsi, a socializzare, a dialogare, ama molto conoscere persone. Per me lo sport è stato uno strumento di cultura geografica e politica che mi ha permesso di andare in tutto il mondo con facilità. Ricordo che nel 1959 siamo andati a Mosca a fare una gara. Alcune persone moscovite ci hanno fermato e uno mi ha costretto a fumare con lui. Io non fumavo, però ho dovuto fumare con lui per mantenere questo rapporto di cordialità. Quando hai attaccato le scarpette al chiodo? Non ho fatto nessun proclama, nessuna conferenza stampa. L’atletica era stato un momento bello della mia vita, ma a un certo punto ho scoperto che non mi dava più la gioia del passato. Andavo a gareggiare non tanto perché ero curioso di vedere i risultati ma per riassaporare le sensazioni del passato. Non avevo più quella bramosia di vincere e di superare me stesso. Mancando questo stimolo, e anche quello economico, mi sono laureato e mi sono messo a fare tutt’altro. A che età? A trent’anni, nel 1969. Prima sono andato nell’agenzia di pubblicità da un mio amico per fare l’account diventando esperto in pubblicità e in pubbliche relazioni. Dopo due anni ho avuto l’ufficio pubblicità del lanificio Ermenegildo Zegna di Trivero, dove ho conosciuto il mondo della moda, molto bello, estroso, dinamico. A un certo punto, parlando con il marito di Giusi Leone, Mario Paoletti, ho avuto la possibilità di entrare in Fiat alle relazione esterne. Lì ho finito la mia carriera come responsabile 11


ufficio stampa di una società della Fiat. Quindi ho fatto tutto fuorché il chimico. Ai tuoi tempi splendeva già la stella di Primo Nebiolo? Alla fine. All’inizio no. Primo Nebiolo mi ha fatto gareggiare nel Cus Torino. E anche lì, utilizzando le sue tecniche molto persuasive, nel senso che ti subissava di telefonate e di richieste finché tu non cedevi. Secondo te Bolt è un uomo o un missile? Io mi auguro che Bolt abbia inaugurato una nuova stagione dello sport, quella con il sorriso, con il disincanto. Per dare ai giovani l’esempio che fare sport non è un atto drammatico, di costrizione o di sacrificio ma un momento di liberazione e di gioia. Bolt ha la fortuna sfacciata di avere un talento tale che gli permette di fare con facilità cose difficili per gli altri. È alto un metro e 96, un’altezza tale che gli consente di fare due passi in meno degli altri sui 100 metri. E questo con una reazione allo scatto e un’accelerazione degna di un centrometrista brevilineo. Parte bene e accelera bene. Questo gli permette di arrivare al traguardo con molta disinvoltura. Ma io mi ritrovo in lui soprattutto per lo spirito con cui fa atletica. Che peso ha il doping nell’atletica di oggi? Il doping è una conseguenza quasi fatale del mondo economico che si sta appropriando dello sport. Quando tu hai un contratto che ti dice se vinci guadagni tanto, fai anche carte false pur di vincere. Se non hai una forte remora etica diventa difficile resistere. L’atleta è l’elemento più fragile in questo rapporto perché, essendo ogni gara un esame, fa di tutto per fare bella figura. Il doping in forma massiccia è iniziato negli anni ’70. Noi non avevamo la tentazione di prendere certe sostanze, era l’ambiente che ti circondava che ti impediva questo pensiero. Sia l’ambiente familiare sia quello sportivo rappresentavano una barriera. Oggi, invece, a partire dalla famiglia sono in molti a giustificare il doping pur di arrivare alla vittoria. È una distorsione della cultura sportiva che viene, ahimè, dal mondo del calcio e che si è trasmessa in tutti gli altri sport. Ma per vincere in velocità bisogna esser neri? Non è vero. Il nero ha più facilità di corsa perché ha una struttura morfologica che gli permette di essere più sciolto, più agile nel modo di correre, però molti bianchi hanno battuto i neri. Più che un fattore fisico c’è un fattore psicologico. Sovente il nero ha più fame di vittoria, di affermazione perché non si sente considerato. La famosa grinta è la voglia spasmodica di emergere, di correre sempre più forte per battere gli avversari e soprattuto te stesso. 12


Secondo te durerà ancora molto il record europeo di Mennea? Quello sui 200 metri di Mennea, a parte le discussioni cui ha dato origine, probabilmente si può battere. Basterebbe andare a Città del Messico e fare degli allenamenti specifici. Un record è talmente legato a tanti fattori contingenti che non si può mai dire: «vado là per fare il record». Quando lo dicono mi puzza sempre molto. Vuol dire che c’è un insieme di circostanze, più che spontanee spintanee, per fare il record. Non c’è una fabbrica di talenti. Quando, alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, Borzov ha vinto i 100 e i 200 si diceva che in Russia gli atleti vengono fabbricati. Non è vero. Infatti ha vinto solo Borzov. Il talento lo trovi se c’è una grossa partecipazione a fare sport. Una volta si faceva atletica nelle scuole, ma ora non si fa più, per colpa di una dissennata politica che ha fatto Nebiolo. Egli ha privilegiato solo i campioni e non la base nella scuola. Se c’è un serbatoio ridotto a fare sport e atletica è più difficile trovare il campione. Il campione è un fatto statistico e casuale. Un torinese che critica Nebiolo… Non è questo il punto. Io sono per la genuinità, per l’onestà, per la lealtà. Purtroppo Nebiolo ha dato esempi di poca lealtà e onestà sportiva. Mi spiace che sia un torinese, perché in genere il torinese è rispettoso delle regole e degli altri. Ma come sempre le eccezioni ci sono in tutti i campi. Il poeta dell’atletica ha voluto concludere con un tocco assai prosaico. Dall’alto della sua esperienza se lo può concedere. Forse Pino Donaggio pensava a Livio Berruti quando cantava “l’ultimo romantico”. *** Palmares Record personale e primato mondiale: 20”5 Oro alle Olimpiadi di Roma del 1960 sui 200 metri Campione italiano agli assoluti (3 volte sui 100, 5 volte sui 200) Presenze in Nazionale: 41

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vii

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indice

Prefazione di Giovanna Capellano Nebiolo Stelle senza polvere di Roberto Corsi

Stelle senza polvere. Atletica leggera “palestra di vita” La curva erotica di Livio Berruti

14

Balzi in avanti: Antonella Capriotti

23

Atleta, non robot: Pina Cirulli

31

L’asticella non è mai troppo alta: Massimo Di Giorgio

41

L’eterna numero due: Sandra Dini

48

L’Alfieri in pantaloncini: Gabriella Dorio

56

Il cuore matto di Franco Fava

64

La frusta dei veterani: Gabre Gabric

72

La pantera nera delle piste: Marisa Masullo

82

Sempre di rincorsa: Stefano Mei

89

La disfida dell’uomo di Barletta: Pietro Mennea

98

Il digestivo atletico: Eddy Ottoz

109

Una coppia di peso: Marco Montelatici e Cinzia Petrucci

119

La saggezza in staffetta: Ennio Preatoni

130

Siciliani si nasce: Peppino Russo

143

La marcialonga di Ileana Salvador

153

Il disco volante: Renata Scaglia

161

Salti in famiglia: Sara Simeoni e Erminio Azzaro

173

Una quattrocentista che galoppa: Carla Tozzi

180

L’uomo che correva con i piedi: Mauro Zuliani

Stelle senza polvere  

Che succede a un atleta quando attacca le scarpe al chiodo? Quando calano le luci della ribalta e c’è da reinventarsi in una dimensione div...

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