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Divo Barsotti

Meditazioni sul Vangelo di Matteo Capitoli 1-7 a cura di p. Martino Massa


Divo Barsotti

Meditazioni sul Vangelo di Matteo Capitoli 1-7 a cura di p. Martino Massa

SocietĂ

Editrice Fiorentina


© 2018 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account @sefeditrice isbn 978-88-6032-476-4 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata Copertina a cura di Studio Grafico Norfini, Firenze L’Editore è a disposizione di tutti gli eventuali proprietari di diritti sulle immagini riprodotte con i quali non sia stato possibile mettersi in contatto


Indice

7 Prefazione di p. Martino Massa 18 Nota

Meditazioni sul Vangelo di Matteo

21 Introduzione 30

Il Vangelo di san Matteo

50

La genealogia: Gesù figlio di Abramo e di Davide

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La genealogia di Gesù

61

La nascita di Gesù

72

I magi

76

Fuga in Egitto e strage degli innocenti

80

Il ritorno dall’Egitto

87

Giovanni Battista

94

La predicazione del Battista

99

Il battesimo di Giovanni e il battesimo di Gesù

105

Il battesimo di Gesù

111

Le tentazioni di Gesù

122

L’inizio della vita pubblica

135

Il Discorso della Montagna (I): essere figli di Dio


141

Le Beatitudini

159

Sale della terra e luce del mondo

166 Compimento e superamento della Legge 182

Collera e riconciliazione

189

Adulterio, scandalo e ripudio – giuramento – perdono e amore dei nemici

198

Il Discorso della Montagna (II): vivere come figli di Dio

211

Il tesoro nel cielo

214

La lucerna del corpo

219

Dio e il denaro

227 Abbandonarsi a Dio 236 Sentenze varie 250 Le due vie 259

La porta stretta – falsi profeti e falsi discepoli

275

La casa costruita sulla roccia

289 Lo stupore della folla


Prefazione

Barsotti ha scritto e pubblicato vari commenti alla Sacra Scrittura, ma ha sempre ricusato di cimentarsi in uno studio accurato o in un commento sistematico dei singoli vangeli. Se si eccettua il Vangelo di Giovanni, che egli peraltro ha commentato solo in parte, in maniera sporadica e sviluppando solo alcune tematiche, non si trovano altri studi specifici sui singoli vangeli tra i libri pubblicati. Il commento al Vangelo di Matteo, che ora viene dato alle stampe, è l’unico commento integrale a un Vangelo che Barsotti ha osato affrontare e rappresenta perciò una perla preziosa nella sua opera omnia*. Forse la scelta di Matteo non è stata casuale. Proprio da questo Vangelo infatti egli ha tratto ispirazione per dare un nome e un programma di vita alla comunità da lui fondata. Barsotti ha svolto il suo commento a Matteo in un arco di tempo di circa tre anni e mezzo, esattamente dall’8 novembre 1958 al 24 marzo 1962: si tratta di più di cento meditazioni dettate il sabato, ma non in maniera continua, durante i cosiddetti “Cenacoli oranti”, incontri tenuti nell’oratorio di S. Francesco Poverino in piazza della SS. Annunziata a Firenze. P. Barsotti il sabato mattina si riuniva con i membri della sua comunità, celebrava la santa messa, quindi faceva un commento su un libro della S. Scrittura o dettava comunque loro una meditazione su un argomento scelto; la sera si cantava il Vespro e si concludeva la giornata con la Compieta e la benedizione. * Alcuni anni fa è stato pubblicato il seguente libro che raccoglie buona parte delle meditazioni relative al Discorso della Montagna: D. Barsotti, Venga il tuo regno. Il Sermone della Montagna nel vangelo di Matteo, Melara (Ro), Ed. Parva, 2009.

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Abbiamo preferito dare all’opera il titolo “meditazioni” anziché “commento” perché più rispondente alle reali intenzioni di Barsotti. Tale infatti è il titolo che egli ha sempre voluto usare per tutti i suoi commenti biblici. Nella scelta di Barsotti è racchiuso tutto il suo modo di accostarsi alla S. Scrittura. Non si legge la Bibbia per acquisire una certa conoscenza, per ricavare un certo insegnamento, un certo messaggio da comunicare poi agli altri. Il fine deve essere l’incontro con Dio, non con noi stessi e le nostre idee. Per questo, se, com’è noto, Barsotti non si è mai troppo soffermato sull’esegesi letterale, su uno studio “scientifico” della Bibbia, è perché ha sempre paventato il pericolo di una certa “bibliolatria”, un culto “idolatrico” del testo scritto. Leggere e meditare la S. Scrittura vuol dire prima di tutto – per usare un’espressione a lui cara – realizzare la Presenza, stabilire un rapporto reale con il Dio vivente, fare esperienza di Lui attraverso l’ascolto della Sua Parola, quella Parola che è il Verbo di Dio, il Cristo. Tutto ciò senza che in lui sia mai venuta meno l’esigenza dello studio e dell’approfondimento continuo della Bibbia mediante la lettura di tanti autori, teologi ed esegeti antichi e moderni: un dato questo che si riscontra in tutti i suoi libri, in particolare quelli dedicati alla S. Scrittura. Così non mancano qua e là anche in queste meditazioni sul Vangelo di Matteo tanti spunti e riflessioni per una lettura più attenta anche al dato letterale, per una esegesi più moderna, più “scientifica”, potremmo dire, del testo biblico – indizio di un retroterra culturale che ha radici profonde – con ipotesi e osservazioni tra l’altro alquanto arditi e innovativi dal punto di vista teologico specialmente per quegli anni prima del Concilio Vaticano II, e ciò forse potrebbe spiegare il perché questa raccolta di meditazioni sia rimasta inedita per così tanto tempo! Tuttavia ciò che conferisce alla predicazione di Barsotti ancora una volta quel carattere unico e inconfondibile è l’afflato mistico che la pervade e la mantiene costantemente su un livello spirituale altissimo, un livello che con i mistici medievali potremmo chiamare “anagogico”. Le meditazioni 8


bibliche di Barsotti recano sempre l’impronta dell’impatto col Mistero di Dio e conducono sempre “in alto” – come la parola “anagogia” suggerisce – perché portano a Dio: l’esegesi di p. Barsotti è sempre un’esegesi spirituale, una parola indirizzata all’anima che cerca Dio. Nelle meditazioni sul Vangelo di Matteo di Barsotti non è possibile non avvertire dunque l’eco della sua predicazione viva e appassionata con cui cerca di trasmettere ai suoi figli spirituali non un insegnamento astratto ma in qualche modo tutto il vissuto della propria esperienza interiore. Data la mole consistente di queste meditazioni abbiamo pensato di non pubblicarle tutte insieme in un unico volume, ma in più volumi in tempi successivi, esattamente in cinque volumi secondo quest’ordine: I vol.(cc. 1-7); II vol.(cc. 8-13); III vol.(cc. 14-18); IV vol. (cc. 19-25); V vol. (cc. 26-28). Grandiosa l’introduzione in cui Barsotti mette in relazione la rivelazione biblica con la rivelazione cosmica sottolineando la continuità di un unico disegno di salvezza che ha per termine Cristo. È tipica di Barsotti la visione di una triplice rivelazione: cosmica, profetica e cristiana. Quest’ultima non è esclusiva ma inclusiva delle altre due e le porta a compimento. Possiamo parlare di Vangelo in quanto ciò che distingue il cristianesimo dalle altre religioni è il fatto che Dio entra veramente nella storia, si incontra con l’uomo. Il cristianesimo non è una dottrina e un insegnamento morale, né una filosofia, né tanto meno una gnosi avulsa dal tempo e dallo spazio. Prima di ogni dottrina e insegnamento c’è una storia reale, un evento reale in cui la dottrina trova il suo fondamento: la fede cristiana implica il rivelarsi di Dio negli eventi storici. È proprio questo che distingue il cristianesimo dalle altre religioni. Ciò emerge particolarmente quando Barsotti pone a confronto a un certo punto del suo commento il cristianesimo col buddhismo. Giustamente egli nota come nelle altre religioni è la dottrina ad avere il primato, una dottrina che spesso non ha niente a che vedere con la storia, una dottrina immutabile, fissa, eterna, che è al di là della storia, al di là di 9


questo mondo così che il rapporto tra questo mondo, questa realtà visibile, e il mondo invisibile possa essere concepito solo in maniera vaga, mitica e simbolica: se si può parlare di una certa partecipazione di questa realtà visibile e transeunte a quella invisibile ed eterna essa può essere intesa tutt’al più platonicamente come mimesis ( somiglianza) e metexis (imitazione). Niente di più. E non può essere diversamente dal momento che se Dio è trascendenza infinita Egli rimane irragiungibile per l’uomo se non è Lui stesso a discendere verso l’uomo colmando l’abisso infinito che separa l’uomo da Lui. Tra il mondo e Dio la distanza rimane infinita. Non così nel cristianesimo, dove i due mondi sono intimamente congiunti nell’uomo Gesù, il Cristo, il Verbo di Dio fatto carne. La storia della rivelazione è la storia di una discesa di Dio, una storia che ha per termine Cristo. Così spiega Barsotti: «Il puro mistero della vita divina diviene mistero della vita divina in senso non più teologico ma liturgico, in quanto è avvenimento che esige una partecipazione, precisamente attraverso una storia: la storia di una discesa di Dio in mezzo agli uomini, la storia di un incontro di Dio con l’uomo, la storia di un’unione di Dio con l’uomo, storia che ha per termine Cristo». Interessante all’inizio del commento il confronto tra il Vangelo e la Genesi. Per Barsotti la storia della salvezza implica una prima e una seconda creazione. La prima creazione di cui ci parla la Genesi implica un allargarsi, un moltiplicarsi, si passa dall’uno al molteplice: è una diastole. Nella seconda creazione, invece, che si compie nell’uomo Gesù, vi è la sistole, il riassumersi di tutto in lui, in Gesù che è il Cristo. La storia della salvezza alle origini implica così un dilatarsi e un espandersi progressivo, mentre al suo termine essa si risolve in un restringersi concentrico attorno un evento circoscritto nello spazio e nel tempo, l’evento Cristo, per poi, a partire da esso, nuovamente riespandersi per tutto abbracciare e ricapitolare nel Christus totus. Il compimento in senso vero e proprio della storia è quell’evento-mistero che va oltre la storia stessa, la include e la supera infinitamente: l’evento pasquale, la morte 10


e la resurrezione di Gesù. Cristo pone fine alla storia – una delle idee chiave di Barsotti è che con Cristo la storia è finita – ma il compimento non si realizza immediatamente nell’incarnazione ma nella morte di croce e nella resurrezione. Se questo è vero allora tutto ciò che ci narrano i vangeli prima della passione, cioè il ministero pubblico di Gesù, ha ancora un certo carattere di profezia, fa ancora parte dell’annuncio, non è l’adempimento ultimo della storia della salvezza, e può essere quindi paradigmatico e normativo della vita cristiana solo in quanto lo si rapporta al mistero pasquale, in quanto annuncia e significa l’evento-mistero ultimo della vita di Gesù, solo se compreso e contemplato alla luce di esso. Non a caso per ben tre volte Gesù annuncia la sua passione ai suoi discepoli (Mt 16, 21; 17, 22-23; 20, 17-19). Nel Vangelo profezia e adempimento si trovano congiunti. La realtà ultima non sono i miracoli, non sono i discorsi di Gesù considerati in se stessi, ma la sua morte e resurrezione. Nell’elenco dei libri del Canone neotestamentario il Vangelo di Matteo ha il primo posto: è il primo scritto del N.T. e il primo dei quattro vangeli; ma sappiamo che non è il primo Vangelo in senso cronologico, in quanto la versione greca del Vangelo di Matteo, l’unica a noi giunta, è successiva a Marco e ne dipende, mentre nulla sappiamo di un originale Matteo aramaico pur attestato da diversi padri della Chiesa. Tuttavia il Vangelo di Matteo detiene un suo primato, potremmo dire, di intenzione e di contenuto: è primo perché, in quanto indirizzato ai cristiani provenienti dall’ebraismo, rappresenta quell’annuncio della Buona Novella che deve essere portato prima a Israele – quell’Israele che nella storia della salvezza rimane sempre il primo destinatario della divina rivelazione dall’inizio alla fine – prima che il Vangelo sia annunciato anche ai pagani; il Vangelo di Matteo è primo anche perché, proprio in quanto rivolto ai giudeo-cristiani, è il primo scritto cristiano per così dire che unisce la Chiesa alla Sinagoga, che fa da ponte tra Antico e Nuovo Testamento, che mostra chiaramente la continuità tra l’Antica e la Nuova Alleanza, tra la 11


Legge antica e la legge nuova, che presenta la Chiesa come il Nuovo Israele. Barsotti pone a confronto Matteo con gli altri vangeli affermando che è il più teologico tra i vangeli sinottici e che ciò lo accomuna a Giovanni, che è il più teologico di tutti; ma mentre il Vangelo di Giovanni si distingue per un certo carattere liturgico, quello di Matteo è eminentemente ecclesiologico. Forse non è un caso che i vangeli più teologici siano attribuiti a degli apostoli. Si potrebbe concludere: gli evangelisti raccontano i fatti, ma sono gli apostoli che hanno il mandato di annunciare il kerygma, di fissare e insegnare la dottrina da credere. Ancora è importante rilevare che in Marco e Luca troviamo una composizione ordinata degli eventi mentre in Matteo troviamo una composizione ordinata dei discorsi di Gesù. Ecco dunque i cinque grandi discorsi di Matteo, che richiamano i cinque libri del Pentateuco: il discorso della montagna, il discorso missionario, il discorso parabolico, il discorso ecclesiologico e il discorso escatologico. Quello che contraddistingue sempre il Vangelo di Matteo è il suo carattere didattico e non narrativo. I fatti sono importanti in quanto diventano parabola, paradigma, recano un insegnamento. Probabilmente gli eventi narrati da Matteo, come del resto anche quelli narrati dagli altri evangelisti, non sono avvenuti secondo l’ordine da lui seguito. Ma a Matteo basta sapere che si tratta di fatti reali, storici. Egli è molto povero quando narra i fatti, riduce tutto all’essenziale, non ha la vivacità e la drammaticità dello stile di Marco. In Matteo non troviamo il gusto della narrazione, ma c’è il gusto dell’aforisma, del proverbio, della parabola, della poesia ebraica. Secondo Barsotti «non vi è libro di poesia ebraica più puro e più alto di Matteo». La narrazione per Matteo è sempre in funzione del messaggio teologico. Per questo i personaggi restano quasi sullo sfondo, sono appena tratteggiati, sono figure dai contorni sfumati, non emerge il loro carattere umano, né i loro sentimenti o emozioni, ma è proprio questo che conferisce loro un carattere ieratico, una sacralità unica tra i vangeli. È qui la 12


grandezza di Matteo, nel fatto cioè che i personaggi, i miracoli, gli eventi, i discorsi stessi rimandano a una realtà soprannaturale e trascendente, a un mistero che si svela e si compie nella storia e tuttavia la trascende sempre. Suggestivo poi quanto afferma Barsotti a proposito del confronto con Giovanni: «prendiamo le parabole di san Matteo, il Sermone della Montagna, e facciamo il paragone con il quarto Vangelo: molto più povero, più scolorito è il linguaggio di san Giovanni; avrà una carica interiore anche maggiore, avrà una profondità, un peso spirituale anche più grande, ma non ha più quella universalità, non è più un linguaggio popolare, non ha più il colorito, la vivacità, la freschezza del linguaggio di Gesù che ritroviamo in san Matteo… È poesia il Discorso della Montagna… ed è poesia grandissima anche il Discorso Escatologico». Matteo in particolare narra i fatti in funzione della messianicità del Cristo. Per questo Matteo può sembrare alquanto scialbo nel raccontare i fatti della vita pubblica di Gesù, ma è molto accurato nel racconto della passione e della morte di Gesù. Come afferma ancora Barsotti tutto è un «muoversi concentrico intorno a un centro che non è una legge immutabile ma un avvenimento unico, irreversibile, contingente: la morte di croce». Il fatto che il Vangelo di Matteo sia un Vangelo didattico non deve trarre in inganno. Non si tratta mai di un insegnamento che è dato a prescindere dall’evento ma è l’evento stesso che insegna. Il kerigma in fondo non è quello della predicazione ma quello della morte, a tal punto che potremmo dividere il Vangelo di Matteo in due parti: quella che riguarda la preparazione lontana all’“ora” di Gesù e quella che riguarda invece la preparazione prossima che è la sua morte. Tra queste due preparazioni si rinnova l’esodo. A commento della prima moltiplicazione dei pani Barsotti afferma: «Non solo il camminare sopra le acque ha un riferimento all’Esodo, ma anche il primato. Mosè ha i settantadue seniori. Gesù già dall’inizio, dopo il Sermone dalla Montagna, come si vede in Matteo, chiama i Dodici, i quali dovranno essere i capostipiti del nuovo Israele: i Dodici sono 13


i figli del nuovo Giacobbe. Dopo la vocazione, ora il conferimento del primato. Tutto si ripete come per ondate successive fino a che tutto non si compie nell’atto unico e semplicissimo della morte di croce. “L’ora” di Gesù, l’avvenimento in cui tutte le promesse si adempiono non è nemmeno l’Incarnazione del Verbo, non sono nemmeno i miracoli del Cristo, non è nemmeno la sua parola: è la sua morte di croce. Anche la vita di Gesù prepara e annuncia imminente l’avvento del Regno, ma l’avvento del Regno si compie soltanto con la sua morte». Alla luce della morte di croce tutto acquista un significato pasquale, di redenzione e salvezza. Così nella tempesta sedata si scorge la vittoria sugli elementi del cosmo, nella guarigione degli ossessi la vittoria sul demonio, nella guarigione del paralitico quella sul peccato, nella resurrezione della ragazza morta la vittoria infine sulla morte. Ancora una volta spiega Barsotti più chiaramente e sinteticamente: «I Vangeli non sono la storia di Gesù, la vita di Gesù. Sono vangeli, annuncio della buona novella. E l’annuncio della buona novella non vuol essere che l’annuncio della morte del Cristo e della sua resurrezione». Si è già accennato al carattere ecclesiologico del Vangelo di Matteo. Bisogna aggiungere che nessun Vangelo è così ecclesiologico come Matteo perché legato più degli altri alla concezione di una comunità religiosa quale era propria dell’ebraismo. La Chiesa è il Nuovo Israele che ha come fondamento la fede nel Cristo professata da Pietro (Mt 16, 13ss). Tutto ciò implica che per Matteo non si potrebbe mai capire la Chiesa né avere una teologia cristiana che alla luce dell’A.T. La tesi di Matteo è proprio il fatto che Gesù è l’adempimento, il Messia promesso. La messianicità di Gesù è il principio e il fondamento di tutta la teologia posteriore della Chiesa, specialmente di quella patristica che consiste nella concordia dei due testamenti: basti pensare all’esegesi tipologica dei Padri della Chiesa. Il N.T. non sarebbe più nulla senza l’A.T. Viene in mente qui il detto di S. Girolamo: ignorantia Scripturae ignorantia Christi. Ma Barsotti estende il discorso anche alla rivelazione cosmica: se si separasse la rive14


lazione abramitica e mosaica dalla rivelazione cosmica la rivelazione stessa d’Israele non avrebbe più radici. Di fatto Dio non ha mai abbandonato l’uomo a se stesso come ci insegna S. Ireneo e come insegna anche S. Giustino i semina Verbi si trovano sparsi in tutti i tempi e luoghi. Una delle idee portanti del pensiero di p. Barsotti è che il cristianesimo è veramente cattolico perché tutto abbraccia, tutto compie e nello stesso tempo tutto trascende. Ma il legame con la rivelazione cosmica presuppone la concordia tra i due testamenti senza la quale il cristianesimo rimane un masso erratico, incomprensibile. Il cristianesimo è rivelazione solo in quanto è adempimento di un piano già accennato da Dio. Cristo per Matteo è il Messia, colui nel quale le promesse di Dio si sono adempiute. Questo è il fondamento di tutto il pensiero cristiano posteriore, di tutta la teologia e spiritualità. Matteo pone dunque le fondamenta di una teologia cristiana della Chiesa in quanto la Chiesa non è altro che il prolungamento dell’Antico Israele. La continuità importa che se Gesù è il Nuovo Mosè e il figlio di Davide allora posso conoscere Cristo in quanto conosco Mosè e Davide, così come conosco la predicazione di Gesù nella misura in cui conosco la predicazione dei profeti. Si scopre allora una mirabile continuità: ad esempio quella morale escatologica del “giorno di Jahwhè”, tanto ricorrente nei profeti, avrà il suo termine nella vita divina, nella beatitudine stessa di Dio, nel Regno dei cieli di cui ci parla il Vangelo di Matteo. Ma bisogna dire che vi è anche discontinuità pur nella continuità. Anzi discontinuità totale, sproporzione infinita, incommensurabilità assoluta tra la figura e la realtà, tra la profezia e il compimento, perché nessuna preparazione reca in sé la pienezza. Non vi può essere continuità tra Antica e Nuova Alleanza (significativo lo squarcio del velo del Tempio dopo la morte di Gesù), tra Mosè e Cristo, se si guarda a Cristo come l’eterna novità, l’assoluto nel tempo, Dio nel tempo. In particolare la dialettica continuità/discontinuità si riscontra nel cosiddetto Discorso della Montagna (cc. 5-7), quella serie di discorsi che Matteo raggruppa all’inizio della vita pubblica 15


del Signore anche se probabilmente non sono stati pronunciati tutti nello stesso tempo. Si tratta, è vero, del complesso legislativo del Vangelo ed è posto all’inizio in quanto promulgazione delle condizioni indispensabili per essere discepoli di Gesù, cittadini del Regno, partecipi dell’Alleanza Nuova ratificata nel Suo sangue. Così spesso si dice che il Discorso della Montagna rappresenta nel N.T. quello che è la Legge nell’A.T. Non bisogna certo dimenticare l’importanza della parola “legge” in Matteo. Anzi il fatto di porre l’accento sulla legge potrebbe tradire una certa sua polemica contro l’antinomismo di alcuni che volevano togliere invece qualsiasi valore alla legge nella vita cristiana. In questo senso Matteo si potrebbe collocare tra coloro che vogliono mettere in guardia contro le false interpretazioni del pensiero paolino (cfr. ad esempio 2Pt 3, 15-16). Ma qui la differenza qualitativa tra la legge nuova e la Legge antica è infinita. La legge del N.T. è una legge sui generis! La perfezione della legge che Gesù richiede va ben oltre le esigenze della Legge mosaica. È la legge dei figli di Dio, la legge dell’amore che rompe ogni legge, una legge intesa non come un insieme di norme che devono regolare i rapporti tra gli uomini, ma come una legge che dà all’uomo come ideale la vita stessa di Dio: ut sitis filii Patris vestri. Barsotti spiega infatti: «La perfezione della legge che cosa richiede? Essenzialmente due cose, secondo Gesù. Almeno questo sembra a me l’insegnamento fondamentale del Sermone della Montagna; richiede essenzialmente due cose: che la legge sia fatta interiore all’uomo e che non importi immediatamente l’azione ma prima di tutto il cambiamento del cuore. “Convertitevi!”. Così comincia Gesù a parlare, secondo san Marco (Mc 1, 15). Rovesciare i propri sentimenti interiori: metànoia. Dunque, prima di tutto la conversione del cuore; che sia intima, la legge, al cuore dell’uomo. Poi, che l’esigenza della legge sia infinita. Non legge esteriore, e non legge che esiga un atto ben determinato e preciso: è piuttosto un tendere verso nessun limite, verso l’infinito». Per quanto riguarda le Beatitudini in particolare, esse rappresentano il cuore della 16


legge nuova e importano certamente anche un’etica della vita cristiana. Ma quest’ultima non consiste in un insieme di norme da osservare ma nella risposta a un invito. Ecco allora che le Beatitudini, collocate all’inizio del Discorso della Montagna, si presentano come la via della vita cui si contrappone la via della morte rappresentata dalle maledizioni (Mt 23). Per Barsotti le Beatitudini implicano il primato di Dio che sceglie, non quello della volontà dell’uomo che si determina. Se è vero che esse dettano le condizioni per divenire eredi del Regno dei cieli, proprio per il fatto che tale Regno è il “Regno di Dio” e l’uomo vi entra nella misura in cui trascende il piano umano per vivere sul piano divino dell’essere allora le parti qui addirittura si invertono: le Beatitudini sono una legge che deve essere osservata più da Dio che dall’uomo; solo Dio può infatti realizzare quella “santità” a cui chiama l’uomo. L’uomo è chiamato a divenire Dio per partecipazione, a vivere la perfezione stessa di Dio: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 38). Barsotti inoltre è molto esplicito nel dire che se si deve parlare di morale si tratta di una morale escatologica che l’uomo non potrà mai vivere quaggiù. «Il Vangelo di per sé è norma etica e non giuridica, è norma di valori tutti intimi e sostanziali, che potrà avere la sua piena attuazione solo nel mondo futuro». Eppure le Beatitudini rappresentano anche quello stato escatologico che il cristiano è chiamato a vivere già ora e qui. La vita eterna non è al di là di questa vita presente. Verso la fine del suo commento p. Barsotti afferma: «C’è più grande diversità fra l’epoca che precedeva il Cristo e l’economia cristiana, di quella che vi è fra l’economia cristiana e l’eternità che si attende. Non vi è una vera continuità, vi è anzi una rottura, fra l’epoca avanti Cristo e l’economia nostra; ma vi è una vera continuità invece fra l’economia che viviamo noi e l’economia dei santi, e anche la trasfigurazione del mondo futuro e la stessa dissoluzione della carne e il giudizio divino». Padre Martino Massa CFD 17


Nota

Purtroppo nelle meditazioni di Barsotti quasi mai sono riportati per esteso i brani del Vangelo. Pertanto è difficile stabilire quale traduzione del Vangelo egli ha utilizzato. Sembra che egli si sia servito di diverse traduzioni scegliendo liberamente di volta in volta ora l’una ora l’altra. Tra queste solo una è facilmente individuabile: è quella che sicuramente Barsotti ha preso dall’edizione italiana del commento a Matteo di Josef Schmid, autore consultato e citato varie volte nelle sue meditazioni su Matteo. Dalle citazioni risulta che egli ha utilizzato la seguente edizione: J. Schmid, L’evangelo secondo Matteo, Brescia, Morcelliana, 1957. Sulle altre versioni da lui usate si possono fare solo congetture a motivo della lacunosità del testo. Dovendo comunque scegliere per questioni di uniformità una sola tra le tante traduzioni italiane esistenti abbiamo optato per l’ultima versione CEI che si trova nella Bibbia di Gerusalemme.

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Meditazioni sul Vangelo di Matteo Capitoli 1-7


Introduzione

Dobbiamo premettere alcune poche nozioni affinché noi possiamo vedere questo libro ispirato nel posto preciso che occupa in tutta la Sacra Scrittura. Intanto dobbiamo riconoscere che cos’è che distingue i libri ispirati della rivelazione ebraico-cristiana dai libri sacri delle altre religioni. Nelle altre religioni quel che è sacro è la dottrina, immutabile, fissa, eterna, una dottrina al di là della storia, che dev’esser norma di storia ma non è una interpretazione della storia. Non la dottrina, nella rivelazione cristiana, ma la storia ha invece il primato. La verità non è in un mondo che non ha con questo se non un rapporto di pura somiglianza o di partecipazione: mimesis (= imitazione) e metexis (= partecipazione) di Platone. Non vi è un duplice ordine di cose, la realtà presente e l’idea: la rivelazione è precisamente rivelazione di una verità, e la verità è Dio che entra nel mondo, non un’idea che rimane in un mondo superumano, ma un Dio che entra nel mondo e si incontra con l’uomo. La rivelazione non è rivelazione di una verità immutabile eterna, non è rivelazione di un’idea ma è rivelazione di un avvenimento, in quanto l’avvenimento è rapporto, incontro di Dio con la creazione e con l’uomo. L’avvenimento è precisamente questo incontro, incontro che poi diviene unità nel Cristo, in quel Cristo che diviene la norma, la legge, la Verità stessa. Per il cristiano la verità non è più un’idea, ma è la carne, è l’avvenimento, è Cristo. La verità non è più qualcosa di universale, è estremamente concreta: una Persona. La verità non è qualcosa di immutabile, al di fuori del tempo, è invece legata al tempo, perché è un fatto storico, un avvenimento. 21


I libri sacri dell’Antico e del Nuovo Testamento non sono che una storia: non una dottrina, una filosofia, una teologia, ma una storia, perché rimane vero che l’uomo non ha rapporto con Dio se Dio non ha rapporto con l’uomo. Noi non conosceremmo nessuna idea, nessuna verità, se Dio rimanesse nel mistero della sua solitudine. Noi saremmo privi di ogni norma ideale – dico nel piano soprannaturale, che è il piano della rivelazione, il piano della grazia – se Dio non entrasse nel mondo. Il puro mistero, che è la vita divina, diviene invece mistero in senso non più teologico ma liturgico, in quanto è avvenimento che esige una partecipazione, precisamente attraverso una storia: la storia di una discesa di Dio in mezzo agli uomini, la storia di un incontro di Dio con l’uomo, la storia di una unione di Dio con l’uomo, storia che ha per termine Cristo. Tutta la Sacra Scrittura non è che la storia divina di questo incontro. Ma certo, se tutto il processo del tempo è questa storia di un incontro di Dio con l’uomo, vi è in questa storia, naturalmente, un avvenimento centrale, degli avvenimenti, anzi, più carichi di senso di altri. Noi dobbiamo distinguere nella storia sacra, e perciò nella Sacra Scrittura, come cinque epoche, anche se non si può parlare di epoche poiché l’espressione “epoca” è del tutto inadeguata*. * P. Barsotti distingue cinque fasi della storia sacra. La prima fase va dalla creazione alla vocazione di Abramo. Non si può parlare di storia in senso proprio in quanto non ci sono avvenimenti. Si tratta piuttosto di un periodo “pre-storico” in cui si fanno presenti le costanti della storia umana: l’uomo contro Dio; l’uomo contro l’uomo; la natura contro l’uomo. A questa fase corrisponde l’ultima, anch’essa senza più avvenimenti, che ci descrive il tempo del Nuovo Israele (la Chiesa) fino alla Parusia (così come ne parla l’Apocalisse). In mezzo troviamo la storia vera e propria divisa in due fasi. La prima è la storia dell’A.T. a partire da Abramo: è la storia della preparazione e dell’annuncio. La seconda è la storia del N.T, adempimento dell’annuncio. Si passa così da una storia millenaria a un periodo brevissimo che comprende solo gli anni della vita di Gesù e quelli della prima missione apostolica. La fase che rappresenta il compimento di tutto è la morte e la resurrezione di Gesù, evento centrale di tutta la Sacra Scrittura, mistero che va al di là della storia e dà senso a tutta la storia.

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I) Vi è lo spessore del tempo che va dalla creazione sino alla vocazione di Abramo, in cui non vi è storia perché non vi sono avvenimenti: gli avvenimenti di cui ci parla la Sacra Scrittura non sono avvenimenti storici, come saranno poi l’elezione di Israele, la liberazione dall’Egitto, la distruzione di Gerusalemme, il ritorno alla santa città; quelli non sono avvenimenti storici determinati, sono piuttosto leggi costanti della storia dell’umanità decaduta, dell’umanità che, rotto il legame con Dio, va precipitando nel male, non avvenimenti ma un processo di rovina, senza avvenimenti, leggi costanti. La erezione della torre di Babele dice soltanto che una determinante della storia umana, avanti che Dio riprenda questa umanità in un movimento di redenzione con la vocazione di Abramo, è la storia di un orgoglio sempre frustrato nella volontà che ha l’uomo di opporsi alla grandezza divina. Così l’uccisione di Abele da parte di Caino (Gen 4, 8) non è tanto l’uccisione di un fratello quanto piuttosto una componente della storia, una determinante della storia, che è la guerra. Gli uomini non s’incontrano più: come l’uomo si è separato da Dio ed è in opposizione a Lui, così l’uomo si è separato dall’uomo ed è in opposizione all’uomo, così i popoli sono in opposizione ai popoli e le civiltà alle altre civiltà. Abele rappresenta tutta una civiltà, la civiltà pastorizia, e Caino rappresenta un’altra civiltà: la civiltà agricola di Caino è contro la civiltà pastorizia di Abele. Non sono nemmeno due popoli, rappresentano l’opposizione che vi è fra l’una e l’altra civilizzazione, che possono esser durate, nel seno del tempo, per secoli e forse per millenni. I racconti della Genesi riassumono, sintetizzano, per una volontà di drammatizzare le cose, secoli e millenni di storia, e questi racconti hanno il sapore del mito, anche se hanno un fondo storico preciso. Che non siano fatti storici determinati lo dice chiaramente la Genesi quando parla della paura di Caino di essere ucciso da chi lo incontrerà: quale paura poteva avere se non c’era ancora nessuno? Caino era figlio di Adamo ed Eva; ucciso Abele, chi rimaneva? Si pensa così, se si sta alla lettera del libro ispirato. Caino fonda le città: per chi se lui è solo? 23


Come la morte di Abele, così il Diluvio è una componente della storia umana. Non solo l’uomo è contro l’uomo, ma anche la natura è contro l’uomo; l’uomo non può nulla contro la natura che ora, invece di essere il suo Regno, è indifferente all’uomo, non lo conosce, lo schiaccia: l’uomo è indifeso contro una natura nemica. Così, come è una componente di questo processo del tempo la lotta fra l’uomo e l’uomo, della natura contro l’uomo, è una componente di questa storia l’orgoglio umano onde l’uomo vuol difendersi contro Dio, vuole anzi creare una sua grandezza contro Dio, e trova così in questo la sua rovina. L’uomo non può avere consistenza in se stesso, non può fondare in se stesso una sua storia, una sua vita, una sua civiltà; tutto crolla fintanto che Dio non lo riprenderà: l’uomo in sé non ha fondamento. Ecco quel che dice la torre di Babele: è una delle tre componenti, non soltanto della storia avanti la vocazione di Abramo, ma anche della storia ulteriore al di fuori della storia sacra. La storia civile che si studia nei licei non è, in fondo, che i primi undici capitoli della Genesi: conosciuti questi, si conosce la storia dell’Italia e della Francia, dell’India e della Cina, la storia del comunismo e quella del liberalismo, tutta la storia umana al di fuori della storia sacra. Rimangono queste componenti, non vi sono avvenimenti: lotta dell’uomo contro l’uomo, lotta della natura contro l’uomo, impotenza della natura a creare qualche cosa che regga. L’uomo non può fondare in se stesso la sua vita, in sé non ha consistenza, egli rovina. II) A questa storia senza storia, a questo processo di tempo senza avvenimenti, succede un altro processo di tempo senza avvenimenti, in cui si hanno componenti, determinanti fisse: è il tempo che passa dalla dispersione, se si può dire, del nuovo Israele che raggiunge Roma con Paolo (Atti degli apostoli), fino alla seconda venuta. Non ci sono avvenimenti. L’Apocalisse non ci narra, non ci descrive, non ci anticipa avvenimenti concreti; dice le componenti della storia umana da 24


quel momento fino alla fine. Sono leggi immutabili, fisse; l’uomo conoscerà questo rovesciamento delle “coppe” dell’ira di Dio (Ap 15, 7), l’umanità conoscerà le cavalcate dei “quattro cavalli “ – del cavallo bianco col vincitore che esce per vincere, del cavallo pallido, del cavallo nero, del cavallo rosso (Ap 6) – conoscerà questo, e tutta la storia non sarà che questa cavalcata, non sarà che questo rovesciarsi delle coppe dell’ira divina sul mondo, tutta la storia non sarà che la preservazione di alcuni eletti, segnati dagli angeli. Questi due periodi del tempo sono privi di un loro contenuto specifico di mistero; non sono una storia sacra, perché non sono più avvenimenti. Nel primo periodo è un rovinare dell’umanità verso il nulla, nel secondo periodo è un nuovo rovinare dell’umanità verso la morte e la misteriosa preservazione di coloro che sono segnati. Ma la preservazione non è un avvenimento: è determinata dalla presenza, in seno alla comunità del nuovo Israele, del mistero di Dio nel suo compimento: Cristo, l’Agnello sgozzato. Poi vi sono altri due periodi da notarsi, e assai significativi, nei libri sacri. Anzi, si può dire che tutti i libri sacri parlano di questi due periodi: i libri dell’Antico Testamento parlano del primo e i libri del Nuovo del secondo. III) Il primo periodo è quello della preparazione. S’inizia con la vocazione di Abramo ed è tutta la storia dell’antico Israele, tutto il Vecchio Testamento, dalla storia dei patriarchi alla liberazione dall’Egitto, all’ingresso nella terra di Canaan, alla storia della monarchia, alla dispersione, alla storia finalmente del pontificato ebraico, di Israele non più come Regno ma come comunità. Una storia che si prolunga per circa mille anni, una storia che conosce innumerevoli avvenimenti – storia che è creata da Dio con la cooperazione dell’uomo, di una moltitudine di uomini. Mille anni, molti uomini, moltissimi avvenimenti. La molteplicità caratterizza il primo periodo della storia umana, la preparazione è lenta, sembra difficile, per l’opposizione dell’uomo al disegno divino. Questa pre25


parazione ha bisogno di un lungo lasso di tempo per arrivare finalmente all’adempimento di Dio. Ma quando, al termine dei mille anni, siamo alle soglie del Nuovo Testamento, sembra che questa storia sia priva di senso: invece di portare un adempimento, dice una sua vanità. Perché? Perché se Gerusalemme è ricostruita, non è più però in mano di Israele. Israele non è più Regno e ha già perduto, si può dire, la sua indipendenza e il pontificato stesso è infedele alla sua mansione. La cosa più grave dell’ultimo periodo della storia di Israele non è più soltanto la prevaricazione dei re, ma la prevaricazione perfino dei pontefici. Tutto ricade nel nulla. Allora questa storia sacra, fatta da Dio, ha portato un fallimento? Dio è stato dunque impotente a operare? La preparazione doveva portare al Nuovo Testamento. Il Nuovo Testamento è “novità”. In quanto preparazione, la preparazione doveva davvero dimostrarsi un fallimento; aveva valore soltanto in quanto annunciava, in quanto era profezia. Dio non prepara, quasi avesse bisogno di un lungo lasso di tempo per compiere, ma annuncia. Il Vecchio Testamento è un annuncio. Non vi è una continuità fra Mosè e Cristo: Cristo è l’eterna novità, è l’Assoluto nel tempo, è Dio nel tempo. Dio non può essere preparato dall’uomo, può essere annunciato soltanto. L’Antico Testamento è annuncio, e come annuncio deve dimostrare il suo fallimento, perché veramente all’annuncio subentri l’adempimento divino. Vi è continuità fra l’Antico e il Nuovo Testamento, ma vi è anche rottura, perché nessuna preparazione porta al compimento, nessun annuncio è la realtà – l’annuncio è della realtà futura, la preparazione è dell’adempimento di Dio, ma nessuna preparazione poteva portare di per sé all’adempimento, nessun annuncio poteva essere di per sé la realtà. Così, al termine della preparazione, sembra che questa storia sacra non abbia più senso. Di fatto – ed è meraviglioso – avviene il contrario nell’Antico Testamento di quello che avviene nel Nuovo: nell’Antico, carico di senso e di valore, è precisamente l’inizio della storia 26


sacra, la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto; poi, via via che si procede nel tempo, sembra che la storia perda di valore e di significato. Di fronte alla liberazione dall’Egitto, gli altri avvenimenti storici non sono sempre minori? Non per nulla Israele vive nel ricordo di quell’avvenimento. Israele vive la memoria, ma questa memoria è la memoria della liberazione dall’Egitto; via via che la storia va avanti essa decade. Certo, la cosa più grande è la liberazione dall’Egitto, poi grande è anche l’ingresso nella terra di Canaan, grande sarà anche la predicazione dei profeti; ma dove va a finire la storia negli ultimi secoli avanti l’avvenimento cristiano? Più nulla! Non sembra nemmeno esserci più storia. Passano secoli e secoli e non sappiamo nulla di questa storia che pure rimane storia sacra. Chi ci sa dire quello che avviene in Israele negli ultimi duecento anni della sua vita? Dopo la lotta maccabaica nessuno scritto ispirato ci dice più nulla. E anche fra la distruzione di Gerusalemme e il ritorno che cosa ci dicono i libri ispirati? Non sappiamo nulla. E dal ritorno di Esdra e di Neemia a Gerusalemme alla lotta maccabaica che cosa ci dicono i libri ispirati? Nulla. Isolotti sperduti sono l’autobiografia di Neemia, la lotta macccabaica e alcuni accenni del Deutero-Isaia sull’editto di Ciro. Grande povertà per circa una metà di quel tempo della storia di Israele, che è l’oggetto di tutto il Vecchio Testamento; praticamente Gerusalemme è stata distrutta verso il 500 a.C.; per cinquecento anni i libri ispirati ci dicono secolo per secolo, si può dire anno per anno, quello che avviene in Giuda e in Israele, ma dopo il 500 a.C. rari avvenimenti ci vengono narrati e non sappiamo nemmeno se sono i più grandi. Finalmente, gli ultimi duecento anni, più nulla. Sappiamo dalla storia profana che è avvenuta di nuovo la distruzione di Gerusalemme, anzi la violazione stessa della santità di Gerusalemme e del suo santuario, quando Pompeo nel 69 a.C. prende Gerusalemme ed entra nel tempio: nel tempio dove non entra che il sommo sacerdote, entra un generale romano – Nabucodonosor non ha fatto tale cosa, la fa Pompeo alla 27


vigilia della nascita del Cristo. Ma non lo sappiamo dai libri ispirati: essi tacciono. IV) Di fronte a questo modo di procedere della storia sacra nel Vecchio Testamento sta la storia del Nuovo. La storia del Nuovo procede al contrario di quella del Vecchio: di fronte ai mille anni, forse i trenta della vita di Gesù; e se vogliamo aggiungere gli anni della prima missione apostolica si può arrivare dai trenta ai sessant’anni. Di fronte agli innumerevoli uomini che hanno compiuto il primo periodo della storia sacra di Israele, sta un uomo solo: Gesù di Nazareth. Di fronte ad avvenimenti storici in cui sono impegnati non solo Giuda e Israele, ma l’Assiria, Babilonia, l’Egitto… poche borgate della Galilea e la città di Gerusalemme, più nulla! E questa storia, che non è più la storia di una moltitudine, di un popolo, di una nazione, ma è la storia di un uomo, comincia dal nulla: l’infanzia ha così poca importanza che viene narrata soltanto da due evangelisti, e anche questi due evangelisti, nella sezione che parla dell’infanzia di Gesù, scrivono con tutt’altro metodo da quello con il quale scrivono le altre parti della storia del Cristo. Si può dire che la storia, nel Nuovo Testamento, ha nella nascita un inizio segreto, ha un inizio più palese nel battesimo di Gesù e narra gli avvenimenti della sua vita, ma anche gli avvenimenti della vita di Gesù hanno poca importanza e sono come pochi isolotti di questi trent’anni, direi anzi degli ultimi tre anni della vita pubblica del Cristo: la trasfigurazione, che è narrata da tre evangelisti e da san Pietro nella prima lettera (2 Pt 1, 17), il battesimo che è narrato da quattro evangelisti, poi quasi più nulla che sia avvenimento veramente decisivo, determinante, storico in senso pieno. V) Gli altri avvenimenti sono legati ad un’apologetica, ad un annuncio, ma di fatto l’avvenimento centrale, quello che domina intero, è al di là di questo secondo periodo di storia sacra: è il racconto e poi l’annuncio della morte del Cristo. 28


È sproporzionato il posto che occupa questa morte negli stessi Vangeli, se noi consideriamo i capitoli che narrano questa morte in confronto ai capitoli che narrano la vita di Gesù. E non è sproporzionato soltanto nei Vangeli: san Paolo poi dirà che non gli importa più di conoscere Cristo nella carne, a lui basta non conoscere che Cristo crocifisso (1 Cor 2, 2): il suo annuncio è la crocifissione del Cristo. Tutta la storia termina in un solo avvenimento, è un solo avvenimento. Bisogna rendersi conto di questo per saper situare i libri sacri nell’ordine voluto da Dio, dalla Genesi all’Apocalisse. Ci sono poi tutti i libri storici dell’Antico Testamento, i libri profetici, che sono un richiamo agli avvenimenti passati in quanto essi annunciano avvenimenti futuri, e poi i Vangeli. Al centro l’annuncio della morte. Ma ecco che l’annuncio della morte richiama tutti gli apostoli a una meditazione del significato di questo avvenimento divino in cui termina il mistero di Dio. Praticamente il centro di tutta la storia sacra è questo atto. Atto che esigeva la teologia di Paolo e la teologia di Giovanni, perché l’uomo si rendesse ben conto del significato di quell’atto, si rendesse ben conto che non più la legge immutabile, eterna, universale era la verità delle cose, ma era un avvenimento singolo; un avvenimento solo era la norma di tutta la storia, la norma della verità, era tutta la vita. Così, proprio nella meditazione della morte del Cristo nasce la storia, è la teologia della storia. La storia non è un seguito di fatti che non hanno rapporto fra loro, nasce la storia in quanto è precisamente la rivelazione di un mistero di Dio, di un atto onde Dio crea e salva l’uomo, l’universo. In questo svolgimento della storia sacra che i libri ispirati ci narrano, qual è il posto che occupano gli evangelisti, il posto che occupa Matteo? Certo un posto privilegiato. Proprio per il posto di privilegio che occupano i Vangeli si rende necessaria a noi la meditazione di questi libri. Intanto il Vangelo di Matteo.

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Meditazioni sul Vangelo di Matteo. Capitoli 1-7  

di Divo Barsotti

Meditazioni sul Vangelo di Matteo. Capitoli 1-7  

di Divo Barsotti

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