Sconfinare - 44

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n° 44 ­ Estate 2016 Direttore: Lorenzo Alberini Capo R.: Guglielmo Zangoni

È un g i o r n a l e c r e a t o d a g l i s t ud e n t i d i S c i e n z e I n t e r n a z i o n a l i e D i p l o m a t i c h e d i G o r i z i a c h e a t t r a v e r so i l g i o r n a l i sm o v o g l i o n o c o n f r o n t a r si c o n l a r e a l t à d i c o n f i n e ( e n o n so l o ) .

L'EDITORIALE di Guglielmo Zangoni

F

ine maggio. Caldo, esami e voglia di darci un taglio. Mezza Italia si chiede se Totti si riprenderà in tempo per il Ghana, l’altra metà fissa le pale del ventilatore. Noi no, perlomeno non quella sera. Le rotative del Piccolo vomitano le 3000 copie del primo numero di Sconfinare, e noi siamo lì ad assistere nervosi, come tanti papà e mamme. (Editoriale n.30 del maggio 2011)

ritmi compassati e i caffè sorseggiati lentamente. Ecco perché più che una redazione, Sconfinare rappresenta una «comunità» di giovani desiderosi di allontanarsi metaforicamente da un contesto contraddistinto dall’innaturale tendenza al confino in un’atmosfera ovattata di clausura.

Maggio 2016, in questo numero – il quarantaquattresimo – vecchio e nuovo si incontrano per la prima volta. Nelle prime pagine la parola è giustamente lasciata a chi Sconfinare l’ha visto nascere e, negli anni, crescere con coraggio e sfrontatezza, nonostante le difficoltà. Spazio poi alla cronaca internazionale e ad interessantissimi approfondimenti riguardanti i confini nostrani per concludere con una serie di articoli a sfondo culturale. La realizzazione di questo numero cartaceo ha impegnato duramente la redazione perché si è inserita in un calendario fitto di eventi e collaborazioni che ci hanno visto protagonisti in più vesti: da quella di ospiti del Festival Internazionale del Giornalismo svoltosi a Perugia a quella di intrattenitori per l’immancabile off topic SconfinArte. Abbiamo deciso di presentarvelo in occasione di un convegno fortemente voluto e organizzato con gli amici di ASSID ­ altro cardine di questa decade ­ perché il

regalo di compleanno vogliamo farlo a chi Sconfinare lo legge e lo apprezza, ma anche a chi talvolta lo critica. «Sconfinare è un piccolo mondo a sé», scrivevano in quell’editoriale di cinque anni fa. Una voce non convenzionale che nonostante ogni anno cambi d’intonazione continua a far chiacchierare i corridoi dell’ex seminario minore e ad accompagnare le conversazioni tra i tavoli del bar universitario. Sconfinare nacque come pretesto per occupare giornate altrimenti da relegare di fronte un volume da millemila pagine. Dieci anni dopo le cose non sono cambiate per nulla e il nostro auspicio è che continui a godere di buona salute, cene in Frasca, riunioni sconclusionate e nottate trascorse ad impaginarne le idee.

Treno regionale affollato e pochi posti disponibili dove sedersi. Cuffie alle orecchie e appunti imprecisi da cui ripassare per l’esame imminente. Nonostante si tratti di una domenica pomeriggio delle più soporifere, per il “fuori sede” significa tornare a casa, più precisamente nella sua “goodbye home”. La provincia italiana trova in Gorizia la sua massima essenza con i suoi

Sconfinare è stato, è e sarà un unicum del nostro corso di laurea perché incarna in pieno lo spirito del “siddino”: intraprendenza, curiosità e passione. Non ci sono giornalisti professionisti e non ci si spaccia per tali. Nessuno – eccetto il direttore – è iscritto all’albo e probabilmente buona parte non tenterà mai di entrarvi. Siamo solo ragazzi e ragazze interessati a ciò che ci circonda, ascoltiamo le vibrazioni che modificano la storia e ci giochiamo tentando di analizzarle con gli strumenti di cui siamo in possesso. Sbagliamo, per carità, ma se persino i più grandi commettono errori vuol dire che siamo sulla buona strada.

SPECIALE 10ANNI Parola ai Direttori 10 anni di premi Nobel

INTERNAZIOANLE Il Nazionalismo Caso Regeni

CULTURA Indigeni: popoli dimenticati I caschi blu della cultura

Pagine 6 e 7

Pagina 11­12

Pagine 2­5

Lunga vita a Sconfinare. D’altronde, che Sid sarebbe senza?


Sconfinare - SPECIALE 10 ANNI

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Estate 2016

IL VALORE DI SCONFINARE

di Andrea Luchetta (LCHNDR85R29L424Q) EmmanuelDalle Mulle (DLLMNL85R22D530U) Davide Lessi (LSSDVD85LF7700K)

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uca Gambardella (GMBLCU85M05E47 2N) è una brutta persona, e ci scusiamo per un attacco così tautologico. L’unico ricordo in cui lo associamo vagamente a Sconfinare lo vede protagonista di un’intervista sulla raccolta dei rifiuti, nella quale conciona sulle manchevolezze dell’amministrazione Romoli (al contrario una persona che siamo felici di ritrovare 10 anni dopo), probabilmente prima di giungere le mani dietro alla schiena e dirigersi ciondolante verso il primo scavo a rompere i coglioni a qualche operaio. Luca Gambardella (GMBLCU85M05E472N), oltre a essere una brutta persona, non ci cagava manco di striscio, a noi di Sconfinare: preferiva ascoltare il coinquilino – l’ormai papà Andrea Filippo Romani – mentre recitava a memoria l’orario dei treni. Fighetti intellettualoidi servi della gleba (nel senso eliano del termine), aveva

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di Lorenzo Alberini

resentarsi in ritardo alla prima riunione non è un buon inizio. Litigare (seppur per poco) con uno dei redattori più anziani della redazione, dopo poche settimane, è un pessimo proseguimento. Eppure, nonostante la falsa partenza, eccomi qua nei panni del direttore a ripensare con nostalgia ai tre anni più intensi della mia vita (mica poco per Gorizia! – direbbe qualcuno). In verità, Gorizia è una città incantevole e le opportunità per crescere, imparare e divertirsi si trovano. E quando non si trovano, si creano. Come quando è nato SconfinArte: un concentrato di “pastasciutte, sbronze, musica, letture e vino”, come ricorda (in rigoroso ordine di importanza, suppongo) la nostra Margherita Cogoi. Anche la rubrica Sconfinare Jukebox è una creatura di questi tre anni (per intenderci, dal tardo 2011 al 2014… e oltre, per chi non ha voluto finire gli esami troppo presto, come il sottoscritto). Partorito dalla mente creativa di Valentina Tonutti, il Jukebox “è stato fondamentale – ci confessa – per capire come trasformare il cazzeggio dell'ascolto musicale (e non solo) in una piccola responsabilità. Senza dimenticarsi

Parola ai protagonisti di questa decade sentenziato lui che ora lavora al in un compito di Bazo, eppure Foglio. Capite? Lui che ora lavora al dannatamente irresistibile come il Foglio. Tanto che gli fregava della signore del Sid dei tempi che furono Torretta? All’epoca l’alfabeto lo e la sua argentea chioma. Andando sapeva solo fino alla k, la ragazza di turbosofismo, senza nessuna cura l’aveva trovata al piano di sotto e il per la verità, il suddetto Luca resto del genere umano tendeva a Gambardella procurargli un certo fastidio. Tolto (GMBLCU85M05E472N) ovviamente Mauro Zarate, in onore potrebbe perfino incarnare l’essenza del quale ha battezzato il primo più pura dello spirito sconfinato. peluche che la suddetta ragazza gli ha Perché avrà pure fatto strike coi regalato. nostri gameti da wannabe Ora: perché siamo partiti con Luca Hemingway, ma a questo ritrovo Gambardella nostalgico del 21 maggio ci sarà (GMBLCU85M05E472N) e quella anche lui. E non solo ci sarà, ma è patetica imitazione di vespa indiana già da marzo che trapana gli zebedei con cui spetazza in giro per Roma, per sapere se questo e quello non lo sappiamo bene neppure noi. verranno, e soprattutto per trovare un Probabilmente perché non ci passaggio a scrocco. venivano altre idee, siamo già E in fin dei conti, il sofferto caso abbastanza vecchi da aver scritto un Luca Gambardella altro paio di ricordi sui giorni gloriosi (SFRTCSGMBLCU85M05E472N) in cui stavamo al posto vostro, e per ci permette di menare il torrone per una volta vorremmo risparmiarvi i le fatidiche 600 parole (il sistema racconti da nonno Simpson sulle metrico di Sconfinare) ed esprimere cene da Gianni e il vino della Casa molto peggio il concetto che il Rossa (sempre siano lodati). saggio Giovanni Collot enuncia Ma a voler essere pretestuosi fino qualche colonna più in là: Sconfinare in fondo, un motivo forse c’è: non è un’associazione, è una stiracchiato come un’arrampicata comunità. Dove lo scrivere e il sugli specchi all’esame di Neglie, pubblicare sono il pretesto per restare precario come un bigliettino nascosto insieme. Anoi ha permesso di vivere che è stata tra le primissime rubriche a parlare degli Alt J quando i risvoltini ai pantaloni si facevano ancora per attraversare i fiumi!”. Valentina ci ricorda anche un altro passo fondamentale per Sconfinare. Chi non ha pensato, dopo aver ricevuto il primo accredito stampa per un concerto o uno spettacolo teatrale, che adesso ci trattano come un giornale vero? Ecco, i primi biglietti omaggio del Teatro Verdi ce li siamo conquistati in quei tre anni fatti di ambizioni e inventiva. Al pari della collaborazione con il Teatro, portiamo dentro la soddisfazione per aver avviato altre importanti partnership, come quelle con il festival èStoria, con il Far East Film Festival e la rassegna cinematografica Mondovisioni, solo per citarne alcune. Nel bene o nel male, il nostro giornale ha cambiato volto – più culturale e meno geopolitico probabilmente – ma soprattutto ha saputo alzare lo sguardo oltre le mura dell’università, facendosi conoscere in città come una delle più importanti attività giovanili nel campo della comunicazione e della cultura. E poi a riempire le colonne del giornale di contenuto squisitamente geopolitico ci pensava sempre Filippo Malinverno, con le sue analisi talmente lunghe da dover essere pubblicate in due pezzi. Sempre

apprezzati. Quando la città ha cominciato a non bastarci più, siamo andati oltre. Più precisamente, oltre il Po e oltre gli Appennini, fino a Perugia, dove ogni anno, da dieci anni, si svolge il Festival Internazionale del Giornalismo. Che meraviglia per noi, giovani giornalisti in erba! Il viaggio in treno è infinito, ma la ricompensa si conta in conferenze, interviste esclusive e… indigestioni di Baci Perugina. Ecco, ora potreste avere l’impressione che Sconfinare sia soprattutto mangiare, bere e divertirsi. Esatto. Cioè, forse non è soprattutto questo, ma in fondo… E senza nemmeno citare le cene in Frasca! La nostra Irene Colombi ci ricorda che di questi baldanzosi banchetti benedetti dal dio Bacco si hanno sempre pochi ricordi. Seriamente, il bello di Sconfinare a volte si trova nelle piccole cose. I pomeriggi di impaginazione “passati a insultare InDesign”, ad esempio, oppure la distribuzione del giornale. Irene Manganini, che in redazione vantava l’indubbio privilegio d’essere automunita, ripensando a quei giorni ricorda come si organizzassero “veri e propri piani di battaglia” per coprire tutto il territorio di Gorizia con le nuove copie del giornale. E aggiunge: “Ho perso il conto delle persone cui ho prestato la mia Pandina per questo

delle esperienze meravigliose, conoscere degli amici che sono diventati famiglia, una parte ineliminabile di noi. Quelli che ti sbronzano, ti consolano, ti capiscono e ti aspettano anche quando non hai mezza idea di dove poggi i piedi. E insomma, poche menate, sconfinati dell’oggi e del domani. Se vi capiterà di incrociare una brutta persona come Luca Gambardella (GMBLCU85M05E472N), o degli esseri umani presentabili come Rodo, Dodo, Bonez, Marco, ilcandidatochehastudiato, Agnese, Nico, Arianna, Gruzzolo, Mattia, Elisa, Leo, Marghe, Michela, Giulia C., Giulia P., Di Liddus, Monica, Athena, Piiiiides, Diego, Ian, Hussam, Samuele, Davide, Federico, Vidic, Massimo, Antonino, Lisa, Isabella, Allan, Francesca&Francesco, Annalisa e Bojan– per restare a quelli che c’erano quel fatidico primo numero di dieci anni fa – dicevamo: se vi capiterà di incrociare anche solo una persona degna di loro, chissenefrega del Pultizer, vi sarà già andata come meglio non poteva. Prosit, e beati voi * * *

nobile scopo”. Ma Sconfinare, come tutto e come tutti, conta luci e ombre. Elisabetta Blarasin, redattrice della prima ora, riporta a galla la temibile censura interna di Sconfinare rievocando “quando Veri voleva scrivere la parola Merda in un articolo” (per inciso, la temibile censura non è stata poi imposta). L’ultima riga, in ordine cronologico, sul curriculum di Sconfinare di quei tre anni è occupata dalla nostra partecipazione all’organizzazione di un evento di gran successo tra gli studenti del corso di laurea: “The War as I Saw It”, ovvero un’intera giornata di conferenze e workshop sul giornalismo di guerra, con alcuni tra i più noti reporter di guerra italiani. Un’ulteriore opportunità per crescere e confrontarci personalmente con chi fa questo mestiere da una vita – e lo fa alla grande. L’immagine di Gorizia, dipinta come una piccola città triste e immobile, è lontana dalla realtà. Chi ci vive lo ha imparato. E spesso sente un peso al cuore nel momento in cui impacchetta i bagagli, fa le valigie e se ne va con una corona d’alloro sul capo. Niente di più vero, allora, di ciò che si dice della nostra città: “A Gorizia piangi due volte: quando arrivi e quando te ne vai”. * * *


Sconfinare - SPECIALE 10 ANNI

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IL VALORE DI SCONFINARE

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di Giovanni Collot

osa significano cinque anni? Racchiudere un periodo così lungo, e in una fase così importante della vita come è il periodo universitario, in poche righe, è difficile. Cinque anni – triennale più specialistica, inframmezzate da quei viaggi ed esperienze che ti fanno assumere il comportamento un po’ del boomerang – in cui Gorizia è stata la mia casa. Un porto sicuro prima di fare il grande salto nel mondo. E in quei cinque anni, per me Sconfinare è stata una parte inscindibile di quella casa. In effetti, Gorizia, per quanto a dirlo suoni strano, ha una sua magia, che andrebbe studiata e che sfida le leggi della gravità. Metti insieme, quasi in clausura, in una piccola città sul confine orientale un gruppo di ragazzi e ragazze ambiziosi e curiosi che vogliono scoprire il mondo, e vedrai cosa esce da questo brodo primordiale. A meno che non subentri prima l’alcolismo. Ma spesso le due cose possono anche andare insieme. Dei miei primi anni a Gorizia ricordo proprio l’enorme densità di progetti innovativi, di idee, di voglia di fare. Tra tutti questi

Parola ai protegonisti di questa decade

progetti, dove poteva finire un primino un po’ nerd (che poi è un termine che è arrivato dopo, all’epoca si diceva secchione o sfigato), appassionato di scrittura e alla ricerca di un proprio posto nel mondo? Fin dalla prima riunione in torretta al quinto piano, tra me e quella redazione scalcagnata di matti è stato subito amore. Un amore che, tra nottate in bianco a impaginare, litigi per decidere che foto doveva andare in prima pagina, articoli satirici o meno e cene in frasca, è cresciuto fino a diventare totalizzante. Come tutti i grandi amori. Personale e professionale si intrecciano in Sconfinare. Perché nell’ideale del progetto comune ti porta a condividere tutto, e così forgia relazioni. I miei più cari amici, quelli che anche se li rivedo dopo anni in giro per il mondo è come se non fosse cambiata una virgola, li ho conosciuti tutti tramite Sconfinare. A costo di suscitare inimicizie, mi sento di dire che se di solito le associazioni sono per lo più unioni di interesse o luoghi di lavoro, Sconfinare è piuttosto una comunità. Dove lo scrivere e il pubblicare diventano una scusa per stare insieme. Non solo una comunità, però; Sconfinare è stato soprattutto una palestra,

dove imparare a muovere i primi passi nel mondo professionale. Imparare a mettere i propri pensieri in ordine; rispettare le scadenze; negoziare sugli articoli e con la tipografia; organizzare eventi e parlare in pubblico; sono tutte capacità fondamentali, non solo per chi vuole scrivere, ma un po’ per tutti. Soprattutto, l’estrema libertà di sperimentare idee nuove, senza limiti. Come le nuove rubriche – per esempio, la mitica Glocale, la rubrica che pensa globale e agisce locale –, i dibattiti infiniti e identitari sul fatto se Sconfinare dovesse organizzare eventi, o se dovesse specializzarsi nell’essere un foglio d’opinione, e il continuo oscillare tra anarchia e gerarchia. Una tensione evolutiva che è stata resa possibile grazie all’estrema libertà che tutti noi sconfinati avevamo, e che difficilmente si ripeterà in altre occasioni della vita. Ma a voltarmi indietro a riguardare la mia esperienza, un altro fatto emerge, che ne dimostra il valore: nel suo piccolo angolino in alto a destra sulla cartina d’Italia, Sconfinare, come un prisma, ha contenuto in sé tutti i cambiamenti epocali che negli stessi anni hanno riguardato il mondo del

giornalismo ‘dei grandi’. Ha sperimentato il passaggio da un modello centrato sulla carta stampata a uno in cui essa convive con internet, diversi ma complementari. Ha subito la progressiva riduzione delle tradizionali fonti di introiti, trovandone sempre di alternative – il bell’esempio di SconfinArte. Ha compiuto una incessante ricerca grafica. Soprattutto ha capito che, nel mondo complesso, veloce e globalizzato, il confine tra quello che è il lavoro di un giornale e quello che non lo è si fa sempre più labile, e non si ferma agli articoli stampati o pubblicati online. È un lavoro continuo, che può assumere varie forme per portare allo scopo finale e immutabile: spiegare il mondo, renderlo più comprensibile e umanizzato. In questi primi dieci anni, Sconfinare è riuscito ad avvicinarsi più o meno con costanza a questo scopo, grazie a tutte quelle persone che, come me, hanno scelto di renderlo un compagno importante di strada. Alcuni sono diventati giornalisti. Altri hanno scelto carriere diverse. Ma tutti, tramite Sconfinare, sono persone migliori, imparando a gestire un mondo in cambiamento costante.


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Sconfinare - SPECIALE 10 ANNI

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DAL 2006 AL 2016: IL LENTO PASSARE DI UN'ERA

Tra il 2006 e il 2016 sembra essersi snodata la Storia. Come cambia il mondo in un decennio?

I

di Guido Alberto Casanova

l mondo di oggi non è più quello che era nel 2006, dieci anni fa. In questo intervallo di tempo, sotto il nostro naso, si è snodata la Storia. Fa sorridere pensarci, perché ognuno ricorda bene dov'era 10 anni fa e quella che ha visto durante questo periodo non è stata che una continua cronaca di attualità. La verità è che il tempo della vita e quello della politica procedono a braccetto ma a ritmi differenti, per cui se nel sentire comune sembra che la finale del mondiale di calcio 2006 sia un evento dell'altro ieri, in termini di politica un decennio è un'era. Basti pensare al mondo arabomusulmano. Nel 2006 la guerra d'Iraq aveva già avuto luogo e Baghdad era già quella Babilonia che è oggi, ma il contorno è talmente mutato che ormai l'annosa questione del conflitto israelo-palestinese è solo una tra le tante questioni aperte. Per cominciare allora il nemico in quelle zone si chiamava Bin Laden e AlQaeda, oggi uno morto e l'altra ridotta a comparsa dall'emergere dello Stato Islamico come attore regionale, ma non solo. Nel 2006 la Libia di Gheddafi era ancora un paese e addirittura conduceva una politica estera degna di un certo profilo. Se in Tunisia le cose sembrano migliorate col tormentato passaggio da Ben Ali alla democrazia, all'Egitto è andata peggio: la dittatura conservatrice e stantia di Mubarak ha lasciato spazio prima ai Fratelli Musulmani e poi alla nuova dittatura di Al-Sisi. In generale le rivolte arabe hanno scosso tutti i paesi mediorientali, anche se quelli del golfo hanno placato i propri cittadini a suon di elargizioni - e se del caso, di pallottole. Della Siria non parlerò nemmeno. Ma la vera rivelazione è

l'emergere dell'Iran da “Stato canaglia” (per l'amministrazione Bush) a potenza regionale, capace di formulare un progetto egemonico per il Medio Oriente e di portare gli USA a contrattare la sua riabilitazione internazionale a scapito della storica amicizia con Israele. L'Afghanistan invece sembra destinato a non vedere più la fine della propria tragedia, coi talebani che nel 2015 controllavano la più grande superficie territoriale dopo il 2001. Le economie asiatiche hanno a lungo continuato il loro miracolo economico, anche se recentemente sembra che lo slancio si stia affievolendo. Quanto a crescita del PIL, l'India ha ormai sorpassato la Cina, ma il nuovo presidente cinese Xi Jinping ha iniziato a porre le fondamenta di una futura potenza che non si baserà più solo su un'economia in (comunque) rapida espansione ma sarà anche dotata di una visione strategica del futuro e dei mezzi necessari a sostenere le proprie politiche a livello mondiale. Nel 2006, poi, la crisi dei supbrime non era ancora avvenuta. Se gli USA sono riusciti difficoltosamente a uscirne, in Europa oggi si

Sconfinare non identifica alcuna posizione politica, in quanto libera espressione dei singoli membri che ne costituiscono il Comitto di Redazione. Sconfinare è un periodico regolarmente registrato presso il Tribunale di Gorizia in data 20 maggio 2006, n° di registrazione 4/06. Editore e Propetario: Assid Associazione studenti di scienze internazionali e diplomatiche. Direttore: Lorenzo Alberini Capo Redattore: Guglielmo Zangoni

annaspa ancora. E parallelamente alla dinamica economica sta quella politica: se 10 anni fa il trattato di Lisbona era in dirittura d'arrivo e l'europeismo era un vessillo condiviso, oggi la situazione è totalmente a rovescio. Sono rimasti in pochi a credere fermamente al progetto dell'UE, Londra vorrebbe andarsene, la crisi del debito greco dimostra una certa arroganza dei paesi del nord contro quelli del sud e la crisi dei rifugiati divide la vecchia e piccola Europa a quell'est europeo che tra 2004 e 2007 aveva deciso di abbracciare il progetto. Come non menzionare poi la Russia di Putin, risorta grazie all'ormai fu expensive oil dei primi anni 2000 e tornata potenza globale? Il discorso di Monaco doveva ancora esser pronunciato nel 2006, ma da allora le relazioni tra Russia e NATO, se prima improntate alla cooperazione nel nome dell'antiterrorismo, si sono decisamente guastate: Georgia, Siria e Ucraina sono solo i principali esempi. C'è inoltre il Sud America, dove dieci anni fa la sinistra cavalcava la cresta dell'onda, con Chavez in Venezuela, Lula in

Impaginazione e grafica: Marco Busetto, Nicolò Brugnera, Michele Faleschini, Giulia Lizzi, Richard Puppin, Viola Serena Stefanello, Guglielmo Zangoni. Stampato da: Tipografia Budin, via Gregorcic 23, Gorizia (GO) Redazione: Lorenzo Alberini, Alessandro Agostinelli, Alessandro Beghelli, Sofia Biscuola, Francesca Borza, Nicolò Brugnera, Marco Busetto, Giulia Calibeo, Guido Alberto Casanova, Francesco Caslini, Rachele Cecchi, Riccardo Cincotto, Alessia Cordenons, Martina Corti, Laura

Brasile, Kirchner in Argentina e Morales in Bolivia. Oggi di quelle esperienze sembra rimasto ben poco, e pare generalizzata la tendenza al riflusso verso destra del continente, accompagnata dalle paure della piccola classe media sudamericana e dagli interessi particolaristi dei grandi latifondisti. C'è poi anche l'Africa, che dal buio sta lentamente emergendo nonostante l'endemica fragilità che caratterizza il continente. Ci sono infine le realtà più circoscritte ma non meno importanti, come i casi di chi "scende" e chi "sale": da una parte la Turchia diventa sempre più autoritaria e la Corea del Nord procede ostinata verso la bomba nucleare, dall'altra il Myanmar si apre al pluralismo mentre, oltre ai BRICS, emergono nuove sigle (come i MINT) e nuovi nomi tra i velocisti dell'economia mondiale. Tutto ciò si chiama "Storia". Ma la cosa che veramente fa sorridere è che Cannavaro che alza quella coppa continua a sembrarmi un'immagine vista alla televisione in una calda notte dell'altro ieri.

Dal Farra, Sofia Dall'Osto, Ilaria Del Rizzo, Timothy Dissegna, Michele Faleschini, Alessia Sofia Giorgiutti, Giulia Lizzi, Luca Marano, Giulia Mastrantoni, Margherita Menon, Varinia Merlino, Benedetta Oberti, Arianna Orlando, Paola Pellegrino, Barbara Polin, Richard Puppin, Cecilia Rocco, Claudia Russo, Caterina Simonetti, Stefano Spina, Viola Serena Stefanello, Giulia Succi, Giulio Torello, Alessandra Veglia, Guglielmo Zangoni.


Estate 2016

Sconfinare - SPECIALE 10 ANNI

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DIECI ANNI DI PREMI NOBEL PER LA PACE Chi sono gli uomini e le donne che hanno ottenuto questo prestigioso riconoscimento negli ultimi 10 anni? di Arianna Orlando

« La pace non è un sogno: può diventare realtà, ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare. »

A

- Nelson Mandela d oggi, l’umanità intera non può certamente definirsi una custode della pace. Fortunatamente, però, hanno vissuto e sono ancora in vita delle vere e proprie eccezioni. Il riferimento va dritto a donne e uomini che hanno saputo trasformare la loro esistenza in una lotta quotidiana all’ingiustizia e alla mancata tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, ma soprattutto hanno creduto che, grazie alla loro forza interiore, avrebbero potuto cambiare in meglio la realtà che li circondava. Mandela li definirebbe individui capaci di sognare, e quindi custodi della pace. Alcuni di loro hanno ottenuto un illustre e meritatissimo riconoscimento, il Premio Nobel per la Pace, il quale viene attribuito annualmente dal Comitato per il Nobel norvegese. Negli ultimi dieci anni i Premi Nobel sono stati assegnati a grandi personaggi provenienti da ogni parte del mondo per molteplici nobili motivi. Nel 2006 il premio è andato a Muhammad Yunus, un economista e banchiere bengalese ideatore e realizzatore del microcredito moderno, un sistema di piccoli prestiti destinati ad imprenditori troppo poveri per ottenere credito dai circuiti bancari tradizionali. Gli sforzi di Yunus e della Grameen Bank per sostenere uno sviluppo economico e sociale dal basso sono stati meritatamente riconosciuti. Dal Bangladesh agli States, nel 2007 Al Gore, vicepresidente durante la presidenza di Bill Clinton, è stato insignito dell’ambito premio per il suo

impegno in difesa dell'ambiente assieme all’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il foro scientifico delle Nazioni Unite che si occupa dello studio del riscaldamento globale. Gore e l’IPCC si sono dedicati a diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici, concentrandosi sulle misure necessarie a contrastarli. Il 2008 è stato l’ anno di Martti Ahtisaari, presidente della Repubblica finlandese dal 1994 al 2000, il quale ha ricevuto il premio per i suoi straordinari sforzi nella risoluzione di alcuni conflitti internazionali per più di tre decenni. Il diplomatico finlandese è stato premiato soprattutto per la sua attività in scontri gravi e duraturi in Namibia, Kosovo, Iraq e Irlanda del Nord. Ebbe, inoltre, un ruolo rilevante nella conclusione dell'accordo tra l'Indonesia e i ribelli dell'Aceh nel 2005. Nel 2009 il premio è stato assegnato a Barack Obama, primo afroamericano a ricoprire la carica di Presidente degli Stati

Uniti d’America, per l’impegno nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli. Tale motivazione fa riferimento al suo incessante tentativo di ridurre gli arsenali nucleari e di intavolare un dialogo costruttivo e distensivo col Medio Oriente. Nonostante questi fattori, l'attribuzione del Nobel a un presidente eletto da poco tempo suscitò polemiche. Alle critiche dei repubblicani e della stampa si aggiunse il parere dello stesso Obama, il quale fece notare che altri avrebbero maggiormente meritato il riconoscimento. Dagli States alla Cina, nel 2010 Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese, è stato insignito del Nobel per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani nel suo Paese. Egli è stato il primo cinese a ricevere tale premio mentre risiedeva in Cina, e il terzo a riceverlo mentre si trovava in prigione. Il 2011 è stato l’anno di tre donne formidabili che hanno ricevuto il Nobel per la loro battaglia non violenta a favore

della sicurezza e dei diritti delle donne. La prima è la liberiana Ellen Johnson Sirleaf, prima donna eletta come capo di Stato in Africa ed attuale presidente della Liberia. Anche Leymah Gbowee è liberiana, nonché organizzatrice del movimento pacifista che condusse alla fine della guerra civile in Liberia nel 2003. Infine, Tawakkul Karman è un’attivista yemenita, membro del partito Al-Islah, la branca yemenita dei Fratelli Musulmani, e leader del gruppo umanitario “Giornaliste senza catene” da lei creato. Nel 2012 e nel 2013 il premio non è stato assegnato ad una personalità meritevole, ma ad un’organizzazione sovranazionale quale l’Unione Europea prima, e ad un’organizzazione internazionale quale l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche poi. All’UE è stato riconosciuto un importante contributo all'avanzamento della pace e della democrazia in Europa per oltre sei decenni, e all’OPAC uno sforzo significativo per eliminare le armi chimiche. L’edizione 2014 del Nobel ha avuto come protagonisti Kailash Satyarthi, attivista indiano che si batte per i diritti dei bambini seguendo le orme di Gandhi, e Malala Yousafzay, la 17enne pachistana che nel 2012 fu ferita gravemente dai talebani per la sua lotta a favore dell’istruzione femminile, e più giovane vincitrice di un Premio Nobel della storia. In questo caso, la scelta del Comitato di premiare un’hindu e una musulmana voleva trasmettere anche un messaggio di distensione tra due paesi in guerra dal 1947: l’India e il Pakistan. Infine, il 2015 è stato l’anno del Quartetto per il dialogo nazionale tunisino, gruppo creato nel 2013 e composto da quattro organizzazioni della società civile che con il loro impegno, sulla scia della Rivoluzione del Gelsomino, sono riuscite a creare un processo politico pacifico in un momento in cui il Paese era sull'orlo della guerra civile. Non resta che attendere il 10 dicembre per l’assegnazione del prossimo Premio Nobel per la Pace, il quale, dopo l’appello del regista Gianfranco Rosi, ha come possibili candidati gli abitanti di Lampedusa e di Lesbo.


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Sconfinare - INTERNAZIONALE

Estate 2016

IL NAZIONALISMO: UN FENOMENO VINTAGE

In Europa e nel mondo stiamo assistendo alla rinascita di partiti nazionalisti ultimi anni. L'aumento della dare adito all'inizio di una nuova visione di Francesca Borza

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l termine “nazionalismo” viene comunemente attribuito a periodi storici apparentemente lontani da noi. La Rivoluzione francese, la prima Guerra Mondiale, scintilla della creazione degli Stati nazionali o l'Impero asburgico con le sue radicate tradizioni poco tolleranti verso il concepimento di nuove identità culturali: sono esempi che dimostrano come il sentimento nazionale e le unioni culturali abbiano preso piede in qualsiasi tipo di ambiente storico, politico e sociale. È dunque corretto parlare del "nazionalismo" al passato? Questo fenomeno è sepolto insieme ai suoi momenti più rappresentativi? Premettendo che il significato di tale concetto implica l'insieme di idee, dottrine e movimenti che sostengono l'importanza ed il ruolo di una determinata nazione, risulta chiaro che ciò si riscontra indubbiamente nel mondo attuale. Cosa c'è dunque dietro alla rinascita, o meglio riscoperta, del nazionalismo? Di base le cause profonde sono da ricercarsi in un'economia sempre più globalizzata, nell'insoddisfazione generale di fasce di popolazione che sempre più si ritrovano in politici che promettono di difenderli ed aiutarli e, per quanto riguarda il continente europeo, nella ricerca di un capro espiatorio per giustificare la tremenda crisi che ha assalito i Paesi dell'Unione negli

disoccupazione e le difficoltà legate all’esponenziale aumento dell’immigrazione sono tra le cause che hanno aperto la strada al boom nazionalista negli Stati membri dell’Unione Europea, già incolpata di minare l'indipendenza e la forza dei singoli Stati dell'Unione. L'accumularsi di queste cause ha condotto inevitabilmente ad un'insoddisfazione generale: in Germania cresce l’AFD, partito populista di destra, basato sul nazionalismo e sulla difesa della classe dirigente ed anche in Grecia, Spagna e Danimarca si è assistito alla formazione di partiti populisti di estrema destra e di ideologia nazionalista. Nel quadro europeo però, ad aggiudicarsi più degli altri l'attenzione dei mass media mondiali è stata la Francia, con il partito di origini neofasciste di Marine Le Pen: il Front National. La portavoce, di matrice nazionalista, antieuropea ed esterofoba, ha destato non poche preoccupazioni alle ultime elezioni francesi. Immedesimatasi emblema della causa francese, ha risvegliato lo spirito nazionalista addormentato nei cuori dei rivoluzionari, schierandosi dalla parte del popolo e rivendicando il diritto di priorità del singolo cittadino francese sullo straniero. Prestando attenzioni alle problematiche sociali ed al mondo del lavoro, ovviamente in chiave interclassista, la Le Pen ha guadagnato non pochi sostenitori, ottenendo un consenso tale da

dello scenario politico e sociale nel Paese. Negli Stati Uniti si trova forse il più evidente esempio di mai sopito nazionalismo. Seppur si tratti del paese più etnicamente diversificato al mondo, il nazionalismo statunitense trae forza determinante dalla scena politica e sociale. In assenza di elementi di omogeneità etnica e cultuale trova infatti fondamento nel patrimonio ideologico sviluppatosi già ai tempi dei padri fondatori. Il sistema di idee e valori importato dall'Europa e cresciuto con il "nuovo" popolo si è incentrato sul valore dell'individuo, sul liberismo economico e sull'ottimismo. Il cuore di tale ideologia si ritrova dunque nell'assolutezza dei diritti dell'individuo, i quali, minati più volte negli ultimi anni, dapprima dal modello sovietico ed in seguito dal terrorismo internazionale a partire dall'11 settembre, hanno risvegliato un sentimento unico. Il nazionalismo statunitense rappresenta infatti un nuovo modello di spirito patriottico nell'era della globalizzazione: non sono le diversità culturali o etniche ad ostacolare lo sviluppo di tale fenomeno, ma piuttosto è il valore conferito all'individuo la matrice. Vi è poi un caso di tutt'altra natura: la Cina. Il nazionalismo del gigante asiatico che tanto aveva infervorato i suoi cittadini nel periodo comunista di fatto non è mai morto. Nonostante le difficoltà economiche e sociali del passato, con l'avvento dello

sviluppo e della modernizzazione la Cina è riuscita a rafforzare i confini economici, politici e culturali mantenendo la sua storica unità interna. Sebbene questo Paese sia uno degli attori fondamentali della globalizzazione, conserva tratti marcatamente nazionali. Di fatto la Stato asiatico ha fondato il proprio sviluppo sui passi dei paesi occidentali, ma ha mantenuto quel forte spirito nazionalista che ha permesso la visione di una "nuova" Cina, non più come un modello alternativo di sviluppo, ma come un esempio da seguire. Alla luce dei fatti, è facile dedurre che in momenti di instabilità politica e sociale ed in presenza di forti ideologie, il nazionalismo sia un elemento capace di dare unità ai cittadini. Ma è realmente una via giusta da seguire? Esso può sì essere un collante sociale, ma storicamente la sua esaltazione ha condotto i suoi stessi sostenitori all'oblio di cui la Germania nazista è stata un ottimo esempio. Sarebbe bello dunque che il precetto ciceroniano "historia magistra vitae" ci conducesse verso il futuro, anche quando sembra più facile richiudersi a riccio nelle comode soluzioni del passato, ignorando volutamente come la globalizzazione e la tecnologica abbiano reso, di fatto, molto più difficile ritenere la propria Nazione migliore delle altre. * * *

I MDGS A SDGS: L’IMPEGNO DELLE NAZIONI UNITE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE Scaduti nel 2015, i Millenium Development Goals hanno lasciato di Viola Serena il passo a dei nuovi obiettivi. Stefanello Pubblicato originariamente su metà rispetto al 1990, così come il numero mangiatoridicervello.com. di persone che soffrono di malnutrizione nei Paesi in via di sviluppo e delle persone n principio erano i Millennium denutrite. Inoltre, la probabilità di un Development Goals. Presentati bambino di morire prima dei cinque anni si con la Dichiarazione del è ridotta quasi della metà, il tasso di Millennio delle Nazioni Unite nel mortalità materna è diminuito del 45% settembre del 2000, si prefissavano una rispetto al 1990, gli interventi contro la serie di fini ambiziosi per un malaria hanno salvato oltre 3 milioni di vite avanzamento globale nel campo dello e le terapie per le persone affette di HIV ne sviluppo umano. Eradicazione della hanno salvate oltre 6 milioni, così come povertà estrema e della fame, sono state salvate dalla tubercolosi 22 universalizzazione dell’istruzione milioni di persone. progressi ottenuti, hanno determinato molte rendono gli SDG molto più credibili e primaria, promozione della parità di Si può senza dubbio sostenere che vi sia difficoltà nell’individuare misure adeguate attuabili degli obiettivi che li hanno genere e dell’autonomia delle donne, stato un ampio appoggio e riconoscimento per alcuni obiettivi e dunque anche la preceduti. Nati da negoziazioni diminuzione della mortalità infantile e da parte dei vari Paesi e della comunità conseguente disomogeneità internazionali dettagliate che hanno reso materna, e riduzione della diffusione internazionale nei confronti di questi nell’avanzamento in toto. Inoltre, molti dei questi nuovi goal più che mai universali, dell’AIDS, della malaria e di molte altre Obiettivi, che continuano a costituire degli fondi devoluti alla BM, l’FMI e l’ADB includono nei processi decisionali anche i malattie, salvaguardia dell’ambiente. Un impegni morali e pratici che possono essere sono stati finalizzati alla riduzione Paesi a medio e basso PIL, e concedendo programma coraggioso, che si perseguiti dai governi, dal settore privato ma dell’immenso debito pubblico dei Paesi in ampio spazio anche al settore privato. proponeva di fare considerevoli passi in anche dalla sola società civile. Per anni ha via di sviluppo, o all’assistenza in caso di Si presenta sotto una luce totalmente avanti entro il 2015, anche tramite però aleggiato anche una nuvola scura di catastrofi naturali o ad aiuti militari. nuova l’opportunità di ispirare il Mondo a l’erogazione di ingenti finanziamenti scetticismo, di sfiducia da parte di chi ritiene Per sopperire a questi problemi e per un concreto cambiamento di rotta e di alla Banca Mondiale, al Fondo che, considerata la natura molto generica e portare avanti l’agenda sono stati approvati, rinnovare un impegno civile che non Monetario Internazionale e all’African ampia di questi propositi, troppo dipenda nel settembre di quest’anno allo UN provenga soltanto dall’alto, ma che sia Development Bank. dalla buona volontà degli attori in gioco: Sustainable Development Summit di New profondamente radicato nel tessuto sociale e Secondo il Millennium Development questi infatti possono tranquillamente York, i Sustainable Development Goals, il si rifaccia costantemente ai diritti umani Goals Report dell’ONU del 2014, i risultati disattendere gli impegni presi, non essendo passo successivo sulla strada lastricata di fondamentali. Tutto starà nella scelta, da raggiunti fanno intendere importanti essi vincolanti e dunque non comportando buoni propositi seguita dalle Nazioni Unite. parte di tutti gli attori in gioco, di cogliere e miglioramenti nello sviluppo globale negli una sanzione in caso di negligenza. Idealmente da perseguirsi entro il 2030, gli soprattutto di perseguire tale nuova ultimi quindici anni. Per quanto riguarda il In più, la mancata definizione iniziale dei obiettivi ora da 8 diventano 17 e molto più opportunità. primo MDG, l’eradicazione della povertà risultati concreti previsti, di eventuali tappe dettagliati. estrema, questa è stata dimezzata di oltre la intermedie, e la carenza di dati tangibili sui Diversi sono gli elementi di novità che * * *

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GIULIO REGENI, CAOSLANDIA E L’URGENZA DEL DIRITTO

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Stretti tra solidissime relazioni commerciali e necessità di stabilità regionale, non sapremo mai la verità su cosa accadde a Giulio Regeni

di Riccardo Vecellio Segate

imes l’ha felicemente denominata “Caoslandia”: uno «spazio fluido» tra Filippine a est e Colombia a ovest, a «bassissima pressione istituzionale» dove l’ordine mondiale «è utopia di ieri, ormai improponibile in carenza di Stati sufficientemente attrezzati per concordarne le regole». L’Egitto vi si trova perfettamente al centro, fortezza sotto assedio che per non implodere del tutto ha scelto di tenere la linea dura. Sì, ma quanto dura? Quando ci fermiamo a riflettere sul destino dei desaparecidos, i primi riferimenti vanno inevitabilmente ad Argentina e Cile, Messico e Venezuela, ma anche al Brasile, e più in generale all’America Latina e Centrale. Ebbene, il feudo di al-Sīsī non è da meno: dopo la destituzione di Muḥammad Mursī, sono decine di migliaia le persone scomparse in suolo egiziano dopo essere incappate nelle maglie della polizia segreta o di una delle tante costole paraufficiali dell’esercito. Tante, troppe, soprattutto tra le fila dei Fratelli Musulmani: solo tra l’aprile e il giugno del 2015, quasi 200 sono stati gli individui incarcerati e torturati di cui si sono poi perse le tracce; troppo facile l’accusa sommaria di “terrorismo” che consente (illegalmente) al Ministero degli Interni egiziano di tenere segregate in prigione decine di voci del mondo dell’informazione e dell’accademia, soprattutto arabe, ma anche occidentali. Una pratica, questa, che peraltro non è sconosciuta alle “grandi democrazie” che si affacciano sulle due sponde dell’Atlantico. Ormai, per essere fermati, non serve nemmeno più scendere in strada a protestare: si può sparire rimanendo semplicemente a casa propria, o sul luogo di lavoro, o durante un viaggio di vacanza. I corpi senza vita, spesso, si ritrovano nel deserto, qualche settimana dopo l’archiviazione del caso da parte delle autorità securitarie e governative. Dopo il diploma al rinomato Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico e brevi periodi di

studio tra gli USA e Londra, Giulio Regeni si era trasferito definitivamente nel Regno Unito, conseguendo dapprima il B.A. in Arabo e Politica alla University of Leeds, poi il M.Phil . alla University of Cambridge, dove stava completando il dottorato con una ricerca sui movimenti sindacalisti egiziani. Lo conosceva bene, l’Egitto, avendo lavorato al Cairo come referente dell’UNIDO e avendolo analizzato nei report consegnati a Oxford Analytica. Siamo quindi ben distanti dagli argomenti inclusi nei ridicoli (e indecenti) attacchi giunti da certa stampa nostrana – e talvolta estera – non solo al corpo accademico della prima università del mondo (in prima linea, alle tutor Anne Alexander e MahaAbdelrahman), ma pure a Giulio in quanto persona libera. In primis, il fatto che Regeni avesse analizzato contesti e strategie per documenti da consegnare a Oxford Analytica non implica necessariamente un legame con servizi segreti, massonerie, eserciti e quant’altro: i think tanks sono essenzialmente centri di ricerca geostrategica, si occupano dunque di reportistica e di informazione. Il punto, semmai, è l’utilizzo che terzi possano scegliere di fare di tali informazioni. D’altronde, molti di questi istituti sono legati a governi e corporazioni, che li finanziano o addirittura ne conservano un seggio in CdA, cosa che accade più o meno in tutto il mondo, non solo quindi nel contesto anglostatunitense. In secondo luogo, si asserisce talvolta che le “spalle larghe” di Giulio non fossero

abbastanza larghe da sostenere il peso di un rischio elevato quanto quello che avrebbe dovuto affrontare per portare a compimento la propria ricerca nel succitato àmbito: assurdo. Non è prerogativa di un ateneo ostacolare un ricercatore nell’esercizio del proprio impegno: Cambridge si è limitata a constatare la rilevanza del topic e a porre Regeni in contatto con l’UniversitàAmericana del Cairo. Giulio non era uno sprovveduto, sapeva bene di aver scelto d’interfacciarsi con una faglia in movimento, con un regime occlusivo e sanguinario, pur non facendo altro – fino a prova contraria – che osservare da fuori lo svolgimento degli accadimenti. La terza polemica sorprende, poiché prende piede non da un giornalino di provincia o da qualche politico di primo pelo, bensì da uno dei maggiori islamisti italiani: il prof. Massimo Campanini, Università di Trento, che ha parlato di «frequentazioni pericolose» e di un ragazzo che «si è fatto trascinare in un gioco più grosso di lui», con questo togliendo a Regeni sostanzialmente la facoltà d’intendere e di volere. Paradossale poi la distinzione tra “PhD Candidate” e “Ricercatore” rimarcata dal blasonato docente. Giulio, un ricercatore, lo era di certo, indipendentemente dal badge universitario: lo era perché aveva scelto – ribadisco, scelto – di abbracciare il mondo con le sue immani contraddizioni, dicotomie, barbarie, crudeltà. A giovani come lui dobbiamo molto. Su un aspetto il Campanini

ha ragione: «se ci sono di mezzo i servizi segreti la verità vera non salterà mai fuori»; più cinicamente, direi che non sapremo mai la verità in ogni caso: Roma è il secondo partner commerciale del Cairo nell’UE dopo la Germania, e tra petrolio e manifattura gli scambi bilaterali valgono miliardi. Per la SACE, il nostro export verso le terre del Nilo varrà quasi 3 miliardi e mezzo di euro entro il 2018. L’Italia alzerà la voce, l’Egitto continuerà a far finta di collaborare, e prima o poi ci si dimenticherà di Giulio e della sua sincera vocazione. Spero di sbagliarmi. In tutto ciò, è evidente che la sostanza del problema sia non solo politico-diplomatica, non solo economica, ma squisitamente giuridica. Esiste una regolamentazione internazionale in ordine ai diritti e ai limiti dei ricercatori universitari nelle aree di guerra, conflitto civile, dittatura e via discorrendo? No. Tanti interessanti ombrelli generalisti sul “diritto allo studio” – dalla Dichiarazione ONU fino alla Costituzione italiana – senza che i Visiting Scholars siano davvero protetti. Certo, quando si ha davanti un cadavere straziato quale quello di Giulio, è lecito pensare che i tribunali servano a poco, che il diritto internazionale intervenga dopo e non prima ciò che si situa alla base di tragedie come questa: vero, ma una degna cornice giuridica ci spingerebbe a pensare, a sederci a un tavolo e a scegliere compromessi. Un buon inizio. * * *


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LA LUNGA STRADA PER IL RICONOSCIMENTO DEI DIRITTI UMANI A che punto siamo con l’affermazione dei diritti fondamentali? di Giulia Calibeo

È

complicato descrivere l’evoluzione storica della dottrina dei diritti dell’uomo, ambito che ha interessato, nel corso dei secoli, filosofi, pensatori, sociologi e semplici curiosi. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. È ciò che recita il

primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, un codice etico di importanza storica fondamentale, nonché primo documento a sancire universalmente i diritti che spettano all’essere umano, approvato il 10 Dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a Parigi. Cosa sono i diritti umani? Chi si occupa della loro tutela e riconoscimento? Qual è stato il loro avanzamento nel corso degli anni? Con l’espressione “diritti umani” si intendono quei diritti fondamentali che sono riconosciuti all’uomo in quanto essere vivente e si basano sul principio del rispetto nei confronti dell’individuo. Sono naturali, in quanto si acquisiscono al momento della nascita; universali, identici per tutti di Fabiolaperché Piamarta gli individui; indivisibili, non separabili; inalienabili, poiché non possono essere sottratti o ceduti. A partire dal Novecento, sempre più la società civile e l’opinione pubblica ad essa connessa è diventata un soggetto centrale nella promozione e nella difesa delle libertà individuali; dalle lotte contro la segregazione razziale a quelle contro le discriminazioni sessuali. Nonostante siano molteplici gli sforzi per garantire a tutti gli esseri viventi i propri diritti fondamentali, gli ostacoli politici e sociali vigenti in diversi stati del mondo rendono necessaria la presenza di organizzazioni e associazioni che si battono per il riconoscimento di tali diritti. Prima fra tutti, Amnesty International si pone a capo della difesa dei diritti dell’uomo. Organizzazione non governativa indipendente e fondata sui principi della solidarietà internazionale, nasce nel 1961 grazie all’avvocato inglese Peter Benenson, che lanciò una

campagna per l’amnistia dei prigionieri di coscienza. Oggi Amnesty International conta sette milioni di sostenitori nel mondo, opera in più di 150 paesi e territori e nel 1977 riceve il Premio Nobel per la pace per aver “contribuito a rafforzare la libertà, la giustizia e conseguentemente anche la pace nel mondo”. Perché è importante l’operato di organizzazioni di questo tipo, nonostante la Dichiarazione universale sancisca diritti fondamentali per tutti gli individui? Nel mondo, ventisette milioni di persone vivono in schiavitù, migliaia di individui sono in prigione per aver espresso le proprie opinioni, tortura e detenzione per motivi politici, spesso senza processo, sono comuni anche in alcuni dei paesi democratici e la pace continua ad eludere molte regioni del pianeta. La violazione dei diritti umani assume molte forme, a partire dalla tortura, assolutamente proibita ma universalmente praticata, seppur nell’ombra. Proprio per questo, non è possibile fare una valutazione globale e statistica assoluta della dimensione della tortura nel mondo. In molti stati, le persone vengono torturate per le loro opinioni politiche o perché hanno esercitato il loro diritto alla libertà di espressione o perché appartenenti a un determinato gruppo religioso. Quali avanzamenti si sono

registrati nel corso degli ultimi dieci anni? Stando al Rapporto annuale del 2006, Amnesty International pone l’attenzione sulle crisi umanitarie che hanno colpito stati quali Cecenia, Colombia, Sri Lanka e Medio Oriente e sulla difficoltà delle Nazioni Unite nella richiesta del cessate il fuoco in zone “calde”, come il Libano. Una menzione particolare al tema dell’immigrazione, in quanto “gli esponenti politici hanno sfruttato la paura di un'immigrazione priva di controllo per giustificare misure più dure contro migranti e rifugiati in Europa Occidentale. In tutto il mondo, dalla Corea del Sud alla Repubblica Dominicana, i lavoratori migranti sono rimasti senza protezione e sfruttati”. Un altro ambito duramente represso riguarda la libertà di espressione: in Cina, Turchia, Russia, Egitto, Iran, Siria e Vietnam si sono registrati casi di repressione e omicidio. Negli ultimi anni, tuttavia, si è registrato un miglioramento, seppur lieve, del riconoscimento dei diritti umani, tanto che il 2015 è stato definito il “miglior anno della storia per l’umanità”. Infatti, nonostante si sia verificato un arretramento in paesi come Turchia e Thailandia, secondo Freedom House il numero complessivo di democrazie parlamentari rimane al massimo storico di 125 (anche se meno della metà di queste sono

considerate completamente “libere”), rispetto alle 69 del 1989. Ci sono stati dei passaggi di potere pacifici e democratici in contesti molto diversi tra loro, come il Burkina Faso, la Tanzania, la Birmania e l’Argentina. Nelle elezioni amministrative in Arabia Saudita, inoltre, è stata concessa per la prima volta alle donne la possibilità di candidarsi e di votare. Negli Stati Uniti è stato l’anno della legalizzazione del matrimonio fra omosessuali. A giugno il Mozambico ha depenalizzato le relazioni omosessuali e dallo scorso novembre i matrimoni omosessuali sono legali anche in Irlanda. Nel 2006, l’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association aveva segnalato 92 paesi nei quali vigevano leggi che proibivano atti sessuali fra adulti consenzienti dello stesso sesso; nel 2015 i paesi sono risultati soltanto 75. In questa tendenza globale verso una maggiore libertà sessuale e riproduttiva, sempre nel 2015, la Cina ha abbandonato la politica del figlio unico.I passi compiuti per il riconoscimento definitivo e totale dei diritti umani sono brevi e in salita, seppur positivi. La strada è senza dubbio ancora lunga e colma di ostacoli, ma, forse, una seria e reale presa di coscienza generale potrebbe accelerare il processo.


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DA BIN LADEN A AL­BAGHDADI: L’EVOLUZIONE DEL FONDAMENTALISMO ISLAMISTA

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di Barbara Polin

alle Twin Towers a Bruxelles, l’ombra della jihad internazionale si allunga sul mondo occidentale, e gli anni sono segnati dalla sua evoluzione: dal 2001 a oggi, il movimento jihadista si costituisce, per longevità e numero di accoliti, come segno distintivo di questo primo ventennio. Che sia lo strascico del colonialismo europeo e dell’invadenza americana, o il prodotto di convulsioni interne all’Islam, il risultato della jihad è la lacerazione dell’utopia di una società laica globale, in cui le religioni rientrino nel privato e non siano strumento di omicidi privati e stragi pubbliche. Nel caso dei fondamentalisti islamici, il concetto di jihad, ovvero lo sforzo collettivo della comunità dei credenti in periodi di particolare difficoltà, è interpretato nel senso di guerra legittima nei confronti degli infedeli, un bellum justum imposto al singolo credente come un atto di fede che lo qualifica come autentico musulmano. Nel 2016, Al –Qaeda e lo Stato Islamico sono le più note organizzazioni terroristiche islamiste ammantate di legittimità religiosa, una pretesa che diventa dichiarazione di guerra contro lo Stato laico e la libertà di culto.AlQaeda viene fondata dal milionario saudita Osama Bin Laden e dal suo luogotenente Al-

Com’è cambiato il jihadismo tra l’11 Settembre e l’avvento dello Stato Islamico di Bin Laden e la guida, meno unitario, che si estenda dalla Siria Zawahiri all’indomani morte di Al Zawahiri. all’Iraq. La nascita di quest’ultimo e dell’invasione sovietica carismatica, Tuttavia, è dalla dissanguata la sua efficienza burocratica e dell’Afghanistan del 1979, per propaggine di Al-Qaeda militare, note dal giugno 2014, sono contrastare la quale la CIA aveva che nasce loirachena Stato Islamico, che si uno schiaffo ad Al-Qaeda ed una debitamente fornito armi e sostituisce al suo stesso fondatore minaccia costante per minoranze munizioni ai mujaddin, riuniti in come portabandiera del movimento religiose, inclusi gli sciiti: la un database di volontari, in arabo jihadista e con il quale instaura una purificazione della comunità alla Al-Qaeda, considerato a competizione finora caratterizzata base dello Stato unitario islamico e posteriori l’ossatura fondamentale dal netto vantaggio militare, la sua esistenza presuppongono dell’organizzazione terroristica. strategico ed economico dello Stato l’eliminazione di tutti i possibili Al-Qaeda si propone di far cadere di Al-Baghdadi. L’IS nasce come avversari e apostati regionali, come i regimi medio-orientali corrotti filiale di Al-Qaeda in Iraq nel 2004, l’Iran dell’ayatollah Khamenei e la di Assad. dagli Stati Uniti, e di costruire sulle guidata dallo jihadista Al-Zarqawi, Siria Se, infatti, per Al-Qaeda il nemico loro ceneri Stati islamici puri: il in guerra contro il governo sciita Grande Satana a stelle e strisce che iracheno filo-statunitense e contro era uno, ed era oltre l’oceano, per impedisce la rinascita dell’Islam l’occupazione americana dell’Iraq, e l’IS gli avversari sono molteplici e deve essere, dunque, messo nelle dal 2011, contro il presidente siriano regionali, in quanto l’esistenza di condizioni di abbandonare l’area Assad. L’aggravarsi della guerra Stati vicini alternativi minaccia mesopotamica, una resa da ottenere civile in Siria causa un vuoto di l’esistenza, e contrasta con attraverso attacchi massicci e potere, situazione che suscita l’ideologia, dello Stato Islamico. Gli spettacolari, che elettrizzino i l’interesse di Al-Baghdadi, nuovo attentati che hanno insanguinato il musulmani e li spingano a unirsi alla leader della cellula qaedista. Nel Bataclan e Zavantem, speculari causa e, allo stesso tempo, minino la perseguire un disegno di autonomia come ambientazione a quelli della percezione degli occidentali di e indipendenza rispetto adAl Qaeda, guerra civile siriana, sono da leggere, essere al sicuro. dichiara nel febbraio del 2014 la oltre che in chiave ideologica, anche L’attacco all’America e alla civiltà rottura fra la sua cellula e Al- in chiave strategica: sono stati, dell’11 settembre è stato il casus belli Zawahiri: una frattura che si infatti, attacchi diretti a Paesi della mobilitazione internazionale ripercuote nell’unità del fronte Al- membri della Coalizione anti-IS, contro Al-Qaeda, concretizzata Nusra, emanazione di Al-Qaeda in ostacoli all’espansione e al nell’offensiva militare in Siria, che si spacca tra i due leader consolidamento regionale dello Islamico. Afghanistan e in Iraq, nell’assedio fondamentalisti. L’importanza Stato finanziario volto a strangolare strategica dei combattenti di questo La complessa evoluzione del economicamente Bin Laden, e nella fronte si comprende appena il primo movimento della jihad, di cui lo capillare infiltrazione nella sua rete ministro iracheno denuncia Stato Islamico è solo la fase più di combattenti. Questo insieme di l’invasione territoriale da parte dei recente, si pone come una sfida non forze ha costituito una pressione militanti islamici dell’IS nel giugno solo per il mondo occidentale, ma anche nel mondo islamico, del quale esterna su Al- Qaeda, cui si è unita del 2014. una perdita di influenza nel campo Addestrati, ben equipaggiati e i fondamentalisti dichiarano essere interno, soprattutto in Iraq, dove la privi di quel “gentle approach” tipico un’incarnazione tanto veritiera da violenza indiscriminata di Al-Qaeda diAl-Qaeda nei territori a prevalenza avere la legittimità di diventarne contro i sostenitori del regime sciita musulmana, i militanti dell’IS guardiani. ha alienato la popolazione nei procedono al massacro sistematico * * * confronti dell’organizzazione: un di chiunque si discosti dal progetto indebolimento cui ha contribuito la di creazione di uno Stato islamico


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BAHREIN: NON È TUTTO ORO (NERO) QUEL CHE LUCCICA

Il caso del piccolo emirato, tanto moderno ed avanzato agli occhi esterni quanto intollerante al suo interno.

di Nicolò Brugnera, Rachele Cecchi e Michele Faleschini

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ensando al Bahrein, viene subito in mente il Gran Premio di Formula 1. Qualcuno si ricorderà anche che nel 2011 esso fu annullato a causa di alcune sommosse popolari, passate però in secondo piano a causa della concomitanza con quelle più estese e mediaticamente esposte del Nord Africa, nel corso della Primavera Araba. A poco più di 5 anni dall’inizio delle rivolte, progressi concreti non ci sono ancora stati: le richieste principali delle opposizioni, ovvero quelle di ottenere per il Paese una moderna ed effettiva costituzione, nonché una serie di riforme in campo economico e sociale, sono state messe in pratica solo parzialmente, ma per la gran parte sono rimaste inascoltate. Il Paese è governato dalla dinastia degli al-Khalifa sin dal 18° secolo, e nel 2002 ha adottato una costituzione che riconosce formalmente il passaggio da emirato a monarchia. Ciononostante, il controllo statale burocratico e amministrativo rimane appannaggio della sola famiglia reale e dei fedelissimi, e il ruolo del parlamento è compromesso da vincoli costituzionali e politici – come il veto della camera Alta, nominata dal re e che assume importanza legislativa primaria. Tra gli Stati della penisola arabica, il Bahrein è uno di quelli che più nutre interesse per la diversificazione economica, dato che si prevede che sarà una delle prime petromonarchie a terminare le riserve di greggio. Inoltre è piuttosto avanzato sul piano sociale: si pensi che è dotato dagli anni ’20 di un sistema di istruzione valido. Nonostante questi fattori, l’opposizione - in particolare quella sciita - ha rivolto per lungo tempo richieste di modernizzazione alla dinastia sunnita, e ciò ha portato al fatto che, nel 2011, in un contesto arabo in subbuglio, anche nel Bahrein scoppiassero rivolte. A queste si sono affiancati flebili tentativi di dialogo da parte delle alte istituzioni, a cui si accompagnavano però torture e

La Grande Moschea Al­Fateh, uno dei simboli della capitale Manama.

intimidazioni nei confronti degli oppositori politici, anche parlamentari. Come denunciano i rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch da 4 anni a questa parte, “in Bahrein si continua a torturare, a eseguire arresti arbitrari e a reprimere con violenza gli attivisti pacifici e chiunque osi criticare il governo”: è notizia di qualche settimana fa l’uccisione da parte della polizia di un diciottenne manifestante in concomitanza con il Gran Premio di Formula Uno. Per i giornalisti all’interno del piccolo arcipelago è praticamente impossibile sottolineare aspetti in contrasto con la linea ufficiale e reale, mentre la copertura mediatica internazionale rimane insufficiente. Guardando alle relazioni del Bahrein con il resto del mondo, più che evidenti risultano gli “stretti rapporti” con l’Arabia Saudita. Gli USA hanno da poco rimosso un embargo nei confronti del piccolo Stato, e siglato un accordo per una fornitura di caccia F-16 da 150 milioni di dollari; inoltre la loro V flotta ha base nella capitale Manama. Tutto questo mentre continuano gli sforzi dell’opposizione di trovare uno spiraglio di dialogo ad oggi ancora negato dal governo. Nella migliore delle ipotesi, i dissidenti vengono privati della

cittadinanza ed espulsi. Emblematico è il caso di Jawad Fairooz, ex membro del Parlamento ed ora attivista per i diritti umani: dopo 3 mesi in carcere durante i quali ha subito sevizie e torture, è stato costretto a lasciare il Paese da apolide, senza potersi ricongiungere alla sua famiglia, rimasta confinata nel piccolo emirato e guardata a vista dalla polizia.

Jawad Fairooz

Viene allora da chiedersi come mai vi sia così scarsa attenzione riguardo alla situazione. Questo è in primis imputabile ai già citati interessi che le potenze occidentali (USA in testa) hanno nel piccolo Stato: secondo Iyad ElBaghdadi, attivista per i diritti umani in Medio Oriente, il Bahrein è dove le nazioni occidentali hanno fallito a garantire il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali di cui si fanno portatori. Un fallimento che è maggiormente

evidenziato rispetto ai più tristemente famosi Egitto e Siria, e che permette, all’interno del Bahrein stesso, una forma di egemonia saudita. Tuttavia, almeno all’interno delle commissioni più specializzate delle Nazioni Unite, il caso del Bahrein è stato tenuto in considerazione. Negli ultimi mesi, infatti, trentasette Paesi hanno espresso la loro preoccupazione all’interno del Consiglio per i Diritti Umani riguardo la mancata tutela dei diritti e delle libertà fondamentali in questo Stato. È però a livello europeo che le prospettive di un aiuto concreto risultano essere più promettenti. A febbraio di quest’anno il Parlamento Europeo ha poi elaborato una risoluzione che tocca di nuovo tutti i punti critici della questione bahreinita, che non si ferma al condannare le pratiche di tortura contro i dissidenti politici, e che infatti propone la creazione di un gruppo di lavoro a tutela dei diritti umani dato dalla collaborazione tra Stati dell’Unione Europea e Bahrein. Sebbene primo di tutti dovrebbe essere il sovrano AlKhalifa ad operare dei cambiamenti, anche ciò che la comunità internazionale può fare non è poco. ***


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INDIGENI: POPOLI DIMENTICATI

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di Sofia dall'Osto

el mondo, 370 milioni di persone sono indigene: il 6% della popolazione totale, distribuite in più di 70 nazioni diverse. La questione degli indigeni è una tematica delicata, ricca di snodi di discussione e legata a questioni quali la tutela dei diritti, il possesso della terra, la protezione ambientale, l'ammissibilità o meno di stabilire contatti con loro e importare il “modello occidentale”. La loro condizione e spesso la loro stessa esistenza resta ignota ai più, e la tutela di queste popolazioni non viene concepita come un problema attuale e davvero rilevante. Non si è infatti consapevoli della ricchezza che ci fornisce questa diversità culturale umana e la testimonianza offerta in tal senso dai nativi: la si dà per scontata. Benché siamo nel 2016 e molti passi avanti siano stati fatti, in molte aree la condizione degli indigeni è tuttora precaria, si registrano situazioni di sfruttamento e discriminazione, e ancora da eradicare è la concezione degli indigeni come primitivi non ancora toccati dal progresso, il progresso occidentale. Alcuni popoli rischiano persino di svanire, e con loro un'intera cultura. In primo luogo, cosa si indica con il termine indigeno? A riguardo le spiegazioni date da studiosi e organi specializzati sono discordi: non esiste una definizione condivisa di indigenità. La Dichiarazione ONU dei diritti dei popoli indigeni non reca alcuna precisazione a riguardo, indicando come unica discriminante l'auto-

qualificazione degli indigeni come tali. La Convenzione ILO 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali è invece più precisa, e come la dichiarazione ONU attribuisce all'auto-qualificazione un ruolo centrale. Aggiunge poi stile di vita e cultura distintivi e tradizionali, la presenza di un'organizzazione e di leggi proprie, e infine l'attaccamento al territorio. La questione è fondamentale, in quanto può determinare o meno la possibilità di ricevere il sostegno di una delle svariate organizzazioni internazionali che si occupano di sostenere le comunità indigene nelle loro lotte economiche, politiche, sociali. Mentre per alcuni popoli lo status di indigeni è dato per scontato (Inuit, Aborigeni australiani, Nativi americani), per altri la situazione è molto più complessa. Ad esempio, i Boeri reclamano il riconoscimento della propria indigenità, dando luogo a una situazione paradossale: fino al 1994 anch'essi sono stati parte attiva nelle discriminazioni legate all'apartheid in Sud Africa. Quali sono dunque i documenti e le organizzazioni che tutelano i diritti dei popoli indigeni? Per quanto riguarda i primi, i due più importanti sono già stati menzionati: la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni e la Convenzione ILO 169. La prima è stata adottata nel 2007 dopo ben 22 anni di accese discussioni, registrando però i voti contrari di quattro Stati con al loro interno un'importante rappresentanza indigena: Australia, Canada, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Negli ultimi anni però, sotto la pressione internazionale, questi Stati hanno via via approvato il documento, che tuttavia non risulta legalmente vincolante.

Prendiamo ad esempio l'Australia, dove il popolo aborigeno è certo riuscito a migliorare la propria situazione a fronte di tutti i soprusi e violenze subite negli ultimi due secoli. Tuttavia alcolismo, disoccupazione e incapacità di integrarsi all'interno di una società “imposta” costituiscono ancora una grave piaga (come è segnalato in un rapporto di Amnesty International del 2015). Gli stessi problemi affliggono gli indigeni del Canada, gli Innu. Inizialmente nomadi, sono stati costretti alla sedentarizzazione, creando uno smarrimento e disagio tali da provocare tuttora livelli estremamente alti di alcolismo, violenza e suicidi. Vincolante è invece la Convenzione ILO 169, approvata nel 1989 e attualmente ratificata da soli 22 paesi. Tra le organizzazioni internazionali specializzate nella salvaguardia e tutela dei diritti indigeni abbiamo, a livello non governativo, Survival International e Forest Peoples Programme, che si occupano sia di diritti umani che ambientali, e poi, all'interno del Consiglio economico e sociale, il Forum permanente delle Nazioni Unite per le questioni indigene, istituito nel 2000. Per quanto riguarda la situazione attuale, i popoli sono così tanti e le situazioni relative così disparate da rendere ardua la costruzione di un quadro generale: si rischierebbe di appiattire il problema. Tuttavia, è possibile notare come nei paesi più ricchi e sviluppati gli indigeni abbiano conseguito maggiori risultati, ottenendo tutela, autonomia e

risarcimenti per danni subiti. Col tempo, il rispetto dei diritti degli indigeni si è trasformato in un'esigenza politica: questi paesi più di altri sono sensibili alla “gogna mediatica e politica” che si scatena puntualmente alla denuncia di ingiustizie contro nativi. Diversa è la situazione nei paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, dove minori sono le risorse economiche e spesso più labile il sistema di garanzia dei diritti: i Boscimani in Africa, i Dongria Kondh in India, i Yanomami in Amazzonia non godono delle opportunità legali e finanziarie degli indigeni in Canada, Nuova Zelanda o Australia. Qual è il principale pericolo che accomuna questi tre popoli, e molti altri ancora? Gli interessi economici legati al territorio in cui essi vivono da generazioni. Giacimenti di diamanti per i Boscimani, una miniera di bauxite nella montagna sacra dei Dongria Kondh e oro nei territori Yanomami. I conflitti dunque continuano, le popolazioni (e i rispettivi territori) in pericolo sono ancora troppo numerose per far passare la cosa sotto silenzio. Tuttavia, bisogna riconoscere un dato positivo, o almeno consolatorio: negli ultimi duecento anni alcuni popoli sono svaniti, ma tanti altri sono sopravvissuti, e hanno protetto con tenacia la propria identità. I colonizzatori sono stati sostituiti da élite locali, e anche i problemi sono cambiati a causa di globalizzazione e progresso tecnologico. Ma, mentre gli imperi coloniali sono collassati, gli indigeni sottomessi hanno persistito: chi è quindi il primitivo? ***


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Sconfinare - INTERNAZIONALE

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CORTI EUROPEE: "SAFE WORD" PER L'ITALIA

La legislazione italiana è anacronistica e incompleta, ma grazie all’opera delle Corti europee non è detta l’ultima parola

fiscale, che spesso rimane impunita a separato ad esercitare il suo rapporto La CEDU ha a sua volta di Giulia Succi causa di termini di estinzione del familiare con il figlio. Nel 2014 ha condannato a più riprese l’Italia a uando sentiamo parlare di reato troppo brevi, che permettono a anche dichiarato che la legislazione causa dell’assenza nella nostra “internazionalizzazione del chi ha sbagliato di restare impunito. italiana avrebbe dovuto prevedere la legislazione penale del reato di diritto” spesso preferiamo Così la Corte di Giustizia Europea, possibilità di attribuire al proprio tortura: una mancanza che ha mettere la testa sottoterra come gli che tra i suoi obiettivi ha quello di figlio il cognome della madre, dato permesso a molti reati di restare struzzi: questo succede perché queste vigilare sui bilanci degli Stati Membri che sino a quel momento era possibile impuniti, come nel caso dei reati parole suonano difficili e lontane dal e di tutelare l’Unione contro le frodi, solamente aggiungerlo a quello del avvenuti alla Diaz di Genova o i tanti nostro vivere quotidiano. ha deciso che i giudici italiani padre al momento della nascita del casi di abusi subiti nelle carceri – si L'internazionalizzazione invece è dovranno disapplicare le norme sulle bambino. pensi ad esempio a Federico un argomento che riguarda ognuno di prescrizioni controverse, e ricorrere La Corte di Strasburgo ha poi posto Aldrovandi. noi, e se non ci riguarda proprio alla Corte Costituzionale che deciderà fine alla diatriba riguardante Queste sono solo alcuni delle tante personalmente, interessa sicuramente se applicare la legge italiana o l’esposizione del crocefisso nelle sentenze che sono state proclamate qualcuno che conosciamo. È grazie adeguarsi ai criteri richiesti da scuole pubbliche, dando ragione al dalla Corte europea dei diritti all’operato della Corte dei diritti Bruxelles. Governo italiano e sostenendo che dell’uomo e dalla Corte di Giustizia. dell'uomo di Strasburgo e della Corte Un'altra sentenza riguarda il non vi siano elementi che provino Ciò che appare subito evidente è che di Giustizia europea con sede nel precariato pubblico, che vede l’influenza dell’esposizione del hanno avuto ed hanno una forza Lussemburgo che la legislazione di l’abitudine sistematica di alcune crocifisso nelle scuole sugli alunni e dirompente sulle procedure legali e ogni paese membro dell’Unione istituzioni scolastiche ad assumere, lasciando quindi la possibilità, ma amministrative, una forza che arriva e Europea si modernizza, si allontana per ricoprire alcuni posti rimasti non l’obbligo, di esporlo nelle aule. si staglia fragorosa, come le onde dalla corruzione che cerca di vacanti da anni, degli insegnanti a Il Bel Paese è stato condannato sugli scogli, e che obbligano lo Stato corteggiarla e viene costretta ad tempo determinato. La Corte di molteplici volte a causa del problema a rimanere con i piedi per terra, a essere meno anacronistica e ad Lussemburgo ha stabilito che un rifiuti, innanzitutto per aver creato i ricominciare a prendersi cura del adeguarsi ai criteri richiesti docente, un ausiliario tecnico o presupposti del verificarsi della “crisi rapporto con il cittadino e a creare un dall’Unione Europea. Inoltre amministrativo, dopo tre supplenze rifiuti” nei primi anni del 2000, non futuro migliore per le prossime costituiscono un valido strumento per annuali dovrà essere assunto con un prevedendo la creazione di una rete generazioni, che altrimenti saranno i cittadini che, se scontenti della contratto a tempo indeterminato. per il loro stoccaggio. In secondo costrette a rattoppare le pezze degli sentenza ricevuta nel proprio paese, La Corte Europea dei diritti luogo, per non aver predisposto gli sbagli avvenuti venti o trent’anni possono appellarsi, in base al caso, a dell’uomo ha anche condannato impianti per lo smaltimento che erano prima. uno di questi organismi europei. l’Italia per non aver predisposto un stati richiesti dall’ Europa e Una delle piaghe che tocca molto sistema giuridico-amministrativo obbligando così il paese al pagamento da vicino l’Italia riguarda l’evasione adeguato a tutelare il diritto del padre di una multa salata. I CASCHI BLU DELLA CULTURA: CREAZIONE DI UNA NUOVA TASK FORCE

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UNESCO ed Italia lavorano per la salvaguardia del patrimonio mondiale, culturale e naturale dell’umanità

di Richard Puppin

opo che, nel maggio 2015, i militanti dello Stato Islamico presero Palmira, città siriana dichiarata “patrimonio culturale” dell’umanità dall’Unesco nel 1980, molti temevano che i monumenti e le costruzioni di inestimabile valore che ospitava fossero rasi completamente ed irrimediabilmente al suolo. Nel momento in cui questo articolo viene scritto, ad ogni modo, possiamo tirare un parziale sospiro di sollievo. Parziale perché l’eredità che le varie civiltà che si erano venute ad incontrare in questo importante crocevia del Medio Oriente quelle greca e romana, unitesi a loro volta con le tradizioni locali e sottoposte all’influenza persiana - è stata gravemente intaccata ma non distrutta nella sua integrità. In tal senso, l’avvenuta conquista della città, e conseguentemente del perimetro del sito archeologico che questa comprende, da parte delle forze governative di Bashar al-Assad, coadiuvate dall’appoggio russo, a seguito di mesi di scontri con i miliziani di Al-Baghdadi, sembra fungere da garanzia contro l’ulteriore impoverimento culturale e storico a cui questa sarebbe, con tutta probabilità, andata incontro altrimenti. Certamente, quello di Palmira non è l’unico caso di “patrimonio culturale” in pericolo ma solo il più conosciuto esponente di una lunga lista. L’UNESCO,

infatti, redige con cura e aggiorna, “ogni qualvolta le circostanze lo esigano” un Elenco del patrimonio mondiale in pericolo dei beni - che oggi conta 48 punti d’interesse - “per la cui salvaguardia sono necessari grandi lavori e per i quali è stata chiesta l’assistenza” ai sensi dell’articolo 11.4 della “Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale, culturale e naturale dell'Umanità” firmata a Parigi nell’ottobre del 1972. Tale articolo prosegue affermando che “su questo elenco possono essere iscritti soltanto beni del patrimonio culturale e naturale minacciati di gravi e precisi pericoli, come minaccia di sparizione dovuta a degradazione accelerata, progetti di grandi lavori pubblici o privati, rapido sviluppo urbano e turistico […], conflitto armato o minaccia di un tale conflitto, calamità e cataclismi, grandi incendi, terremoti, scoscendimenti, eruzioni vulcaniche […]”. Appare, dunque, in tutta la sua urgente impellenza la necessità di cercare di porre un rimedio a questo poco edificante scenario che mette a rischio un patrimonio che, culturalmente, appartiene - afferma sempre la Convenzione citata in precedenza - a “tutti i popoli del mondo”. In tal senso, un primo passo è stato mosso dal Governo italiano (rappresentato dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni con la presenza, tra gli altri, del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini e del Ministro della Difesa Roberta Pinotti) che, alla volta del 16

febbraio, ha firmato un’intesa con l’UNESCO (nella figura del Direttore Generale, Irina Bokova) per la costituzione di una task force italiana - composta, in prima battuta, da un contingente di 60 unità scelte fra storici dell’arte, studiosi, restauratori e carabinieri e addestrata presso la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa - al fine di tutelare il patrimonio culturale mondiale messo in pericolo da calamità naturali o conflitti ed intervenire nelle aree di crisi. Tale accordo, inoltre, non rappresenta un unicum: recentemente, infatti, l’ONU ha promosso altre iniziative al fine di contrastare il danneggiamento ed il traffico illecito di beni culturali. Ad ogni modo, scendendo nei dettagli dell’accordo, è stata prevista la nascita, sotto l’egida UNESCO, di una squadra (prontamente ribattezzata come dei “Caschi blu della cultura”) “che - ha affermato Gentiloni - potrà operare su diversi fronti” sulla base della convinzione che “il

patrimonio culturale gioca un ruolo fondamentale nel rafforzare l’identità, la coesione e le capacità delle comunità umane, che sono presupposti per la convivenza pacifica e lo sviluppo sostenibile”. In aggiunta, il ministro Pinotti ha fatto notare che “spesso in passato ci siamo trovati a difendere beni di valore inestimabile in teatri di guerra” sottolineando che, grazie a questa intesa, per la prima volta è stata costituita “una struttura in grado di intervenire dove il patrimonio artistico e culturale è minacciato e di farlo in un quadro di legittimità giuridica”. In attesa che le prime unità addestrate vengano dispiegate nei territori più bisognosi del loro intervento (e che si possa, di conseguenza, valutare la loro effettiva efficacia), non resta che fare un plauso all’iniziativa ed elogiare, cosa che purtroppo accade di rado, l’intraprendenza da parte italiana.


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Sconfinare - NAZIONALE

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VINCOLO DI MANDATO: LIMITE ALLA DEMOCRAZIA O PRATICA NECESSITA'?

Perché introdurre il vincolo di mandato non è la strada verso un miglioramento del panorama politico. di Stefano Spina

“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.” ecita così l’articolo 67 della Costituzione. Tra i politici che più si sono scagliati contro il divieto di vincolo di mandato, in esso tutelato, spicca Beppe Grillo, leader e portavoce del Movimento Cinque Stelle. Secondo lui, grazie all’art. 67 a ogni parlamentare eletto verrebbe concessa “libertà preventiva di menzogna”, dato che potrebbe “mentire al suo elettore senza alcuna conseguenza, invece di essere perseguito penalmente e cacciato a calci dalla Camera e dal Senato". Parole che si riferiscono ai frequenti cambi di partito ed allo scarso rispetto dei programmi elettorali a cui si assiste all’interno del parlamento italiano. Ma cos’è il divieto di vincolo di mandato? La Costituzione dice che il parlamentare è libero di esercitare le proprie funzioni, e quindi di votare, anche in disaccordo con il proprio partito di elezione. Gli viene assicurata la più totale libertà di scelta e di parola, non essendo legato alla volontà e alla direzione di qualsiasi partito o movimento con cui si sia candidato alle elezioni. Conseguenti sono le libertà costituzionalmente tutelate di uscire dal gruppo parlamentare di elezione, di crearne di nuovi, di parlare in maniera difforme dal proprio gruppo di ed anche di votare diversamente da quanto promesso in campagna elettorale. Queste disposizioni esistono per garantire al parlamentare la più totale indipendenza nell’espletamento delle proprie funzioni all’interno dell’assemblea legislativa. La responsabilità che lega elettori ed eletti non è una responsabilità tipica di un contratto privatistico in cui “chi rompe paga” o un regime di rappresentanza come quello di un avvocato che difende il proprio cliente, ma un legame pubblico in cui il Parlamentare non è legato al gruppo di cittadini che lo

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ha votato e non rappresenta solamente i loro interessi particolari e territoriali, ma la Nazione nel suo complesso. Principio opposto è quello del mandato imperativo, caratteristica delle assemblee dell’Ancien Regime, in cui i membri rappresentavano esclusivamente il proprio gruppo di elettori ed avevano il dovere di uniformarsi alla loro volontà, pena l’essere dichiarati decaduti e sostituiti. Tipico, pertanto, di assemblee omogenee per composizione e il cui corpo elettorale era molto ristretto e portatore di interessi forti ma simili. Lo stesso accadeva, infatti, nei paesi socialisti, dove è scomparso assieme alla logica del “partito unico”. Il principio del divieto di vincolo di mandato viene inserito per la prima volta nella Costituzione francese del 1791, ed era presente anche nello Statuto Albertino. Senza però tornare troppo indietro con la storia, basta un’occhiata alle Costituzioni attuali di diversi paesi per comprendere come il divieto di vincolo di mandato non sia una prerogativa italiana: è presente per esempio nelle costituzioni francese, spagnola e tedesca (per la seconda camera, il Bundesrat, è sì previsto il vincolo di mandato, ma soltanto perché essendo costituito da rappresentanti nominati dai Governi dei Länder, ha il compito istituzionale di rappresentare interessi locali), ed è una caratteristica della maggior parte delle democrazie rappresentative. L’ha sottolineato anche il Consiglio

d’Europa, definendo il vincolo di mandato come inaccettabile in uno stato democratico, benché continui ad esistere negli ordinamenti di paesi europei come il Portogallo o in potenze mondiali come l’India: in tutti questi paesi, se un parlamentare cambia gruppo consiliare decade e viene sostituito. La scena politica italiana è uno spettacolo abbastanza desolante, ma i passaggi da un partito all’altro, i cambiamenti di programmi elettorali, i voltafaccia sono davvero attribuibili all’articolo 67 della Costituzione? Il problema andrebbe forse individuati nei partiti, che sono ormai incapaci di essere rappresentativi dell’elettorato e di portarne le istanze. Complice anche la crisi delle ideologie, ci si ritrova di fronte a dei collegi elettorali per il leader di turno, più disposti a seguire gli umori di un corpo elettorale indistinto piuttosto che ad identificarsi chiaramente con una posizione netta che faccia capire fin da subito come il parlamentare potrà votare su una certa questione. Parte della responsabilità è anche di una legge elettorale che, grazie al sistema delle liste bloccate, ha per anni sottratto i parlamentari al dover rendere politicamente conto agli elettori del proprio comportamento, dando nei fatti alle segreterie di partito il compito di decidere chi venisse eletto e rendendo più politicamente conveniente sottostare alla decisione di un leader piuttosto che a quella dei propri elettori.

In Italia c’è molto da fare per riuscire a riavvicinare politica e cittadini, aumentando di nuovo il livello della discussione politica e la qualità della classe dirigente, in mezzo a cui spiccano soggetti a dir poco discutibili. Abolire l’articolo 67 non rappresenta certamente un argine al problema, quanto non possono rappresentare soluzioni le dimissioni in bianco fatte firmare agli eletti o fantomatiche multe in caso di disaccordo dcon proprio i GiuliailCalibeo partito. Altri metodi meno drastici e meno settecenteschi potrebbero essere trovati, come per esempio attuando l’articolo 49 della Costituzione attraverso una legge che regoli il funzionamento dei partiti e la loro trasparenza interna. Ci sarà bisogno di tempo per riuscire a recuperare la qualità politica che è andata perduta negli ultimi decenni e la disaffezione che ha colpito una parte molto ampia dell’elettorato, soprattutto a partire dagli anni ‘90, culminando con il ventennio berlusconiano, in cui spesso gli interessi personali hanno avuta la precedenza su quell’agire in nome della Nazione che l’articolo 67 tutela. Se la politica vuole riacquistare credibilità agli occhi degli elettori, potrebbe cominciare basandosi su una semplice, simpatica riflessione: “la Politica dovrebbe essere come la Nazionale: dovrebbero sempre giocare i migliori.” Niente di più.


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ARTICOLO 21: LA LOTTA CONTINUA PER LA LIBERTA' DI STAMPA Nel 2016, l'Italia è scesa al 77esimo posto nel Press Freedom Index. Perchè?

di Viola Serena Stefanello “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”

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ecita così l’articolo 21 della nostra Costituzione, in difesa di uno di quei diritti fondamentali che vanno a definire l’effettiva democraticità di uno Stato: la libertà di stampa. Una libertà che è tanto importante quanto lo è la necessità che ogni cittadino possa informarsi in modo imparziale e indiscriminato. Eppure, l’Indice Globale della Libertà di Stampa per l’anno 2016, rilasciata da Reporter Senza Frontiere, vede il nostro Paese retrocedere, dal 49esimo posto che occupava due anni fa e il 73esimo del 2015, a un’imbarazzante 77esima posizione. Christophe Deloire, segretario generale di RSF, ha notificato un deterioramento globale della situazione della libertà di stampa, soprattutto a causa della maggiore interferenza sui media da parte dei governi, l’irrigidirsi di alcuni regimi – come quello turco – e la pressione di Fabiola asfissiante Piamarta di attori quali sono le varie organizzazioni criminali o terroristiche. Tra la Moldavia e il Benin, il Bel Paese ha perso così tante posizioni a causa delle frequenti

intimidazioni ai danni dei giornalisti, soprattutto da parte della mafia, che viene citata come agente non statale che soffoca l’informazione, al pari dell’ISIS o di Boko Haram. Inoltre, troviamo un altissimo numero di cause per diffamazione contro i cronisti, intentate principalmente da politici o imprenditori: secondo l’associazione Ossigeno per l’Informazione, sono stati 521 nel solo 2015 i giornalisti o blogger italiani vittime di intimidazioni e abusi a causa del loro lavoro. Una nuova minaccia, poi, verrebbe dal Vaticano, che in seguito alle inchieste Vatileaks avrebbe aumentato esponenzialmente la pressione sulla stampa italiana e citato in giudizio i due giornalisti interessati nello scandalo. Uno scenario desolante, che ha fatto sì che già dal 2004 il nostro Paese sia stato declassato da “libero” a “parzialmente libero” nel report annuale Freedom of Press dell’istituto di ricerca statunitense Freedom House – tra le pochissime democrazie occidentali ad essere definite tali. Già da pochi anni dall’entrata in vigore della nostra Costituzione repubblicana, però, i giornalisti sono stati spesso silenziati, talvolta denunciati e condannati per aver esercitato la propria libertà di espressione a mezzo stampa. A partire dal primo caso, Giovannino Gareschi, condannato a otto mesi di carcere per vilipendio al Capo dello Stato nel 1950, passando per Calogero Venezia, storico

direttore del celebre giornale satirico Il Male, punito per vilipendio della religione e di un capo di Stato estero – Papa Giovanni Paolo II –, le istituzioni italiane sono celebri per la loro interpretazione restrittiva del diritto sancito nell’articolo 21. Tanti altri sono stati però i momenti bui nella storia del nostro giornalismo. Troppi gli episodi di reporter uccisi perché indagavano su crimini legati chiaramente alla mafia, come Giovanni Spampinato nel 1972, Peppino Impastato con la sua irriverente Radio Aut o Mario Francese, il cui omicidio è ricollegabile “allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70”. Tempi tremendi per il giornalismo politico sono stati sicuramente gli anni di piombo, da Indro Montanelli gambizzato dalle Brigate Rosse in quanto “amico delle multinazionali” a Walter Tobagi, assassinato dallo stesso gruppo terroristico. Sebbene sotto forme differenti, la stampa in Italia è rimasta fortemente influenzata, in senso fortemente negativo, da poteri più forti di lei anche in anni più recenti: si pensi, ad esempio, al monopolio dei media da parte dell’ex premier Silvio Berlusconi. Anche quando viene chiusa la bocca, però, la domanda resta aperta. Restano aperte le richieste di maggiore trasparenza, di denuncia della corruzione, di più informazione di qualità in un mare di notizie irrilevanti,

soprattutto con l’avvento di Internet. Necessitiamo di un giornalismo che non si appiattisca su una determinata narrazione imposta dall’alto ma che scuota lo status quo e si ponga le giuste domande al di là di servilismo e conformismo. Un giornalismo, se si vuole, che riscopra il proprio ruolo naturale di quarto potere, rispolverando la propria forza di contrattazione e non lasciandosi trascinare da una politica che lo vorrebbe scavalcare come interlocutore. È sicuramente una sfida difficile, soprattutto in un momento come questo in cui mancano le risorse economiche adeguate per essere costantemente all’altezza della situazione e si è spesso costretti a ottenere finanziamenti da quella politica o da quelle aziende che non dovrebbero influenzare l’informazione. Ciononostante, è una sfida che non si può non affrontare: rimane necessario, vitale per la libertà di stampa tenere a mente che non ci si può limitare a scrivere articoletti colti o divertenti, ma si deve continuare a rischiare, a dare fastidio, a toccare temi che aiutino l’opinione pubblica a prendere una posizione informata, anche e soprattutto quando è così difficile. Perché, in fondo, Orwell aveva ragione quando diceva che “se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.” ***


Sconfinare - CULTURA

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"A VOLTE SI VA VIA PERCHÉ SI È RIFLETTUTO" Chi ha vissuto un'esperienza Erasmus trova più facilmente lavoro e amore di Giulia Lizzi

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famoso per le lingue che insegna, per le persone che fa incontrare, per l’esperienza di vita che rappresenta, per l’entusiasmo in chi lo sta per intraprendere e la nostalgia in chi, il suo, l’ha già concluso. Viene chiamato in modi diversi a seconda del periodo in cui avviene e le destinazioni che prevede: noi studenti universitari europei siamo soliti chiamarlo Erasmus. Nato nel 1987, l’Erasmus è un programma di mobilità internazionale studentesca creato dalla Commissione Europea e rivolto agli studenti universitari, che consiste in un periodo di soggiorno all’estero dai tre ai dodici mesi in un paese straniero. Alcune persone, studenti compresi, associano l’Erasmus ad una perdita di tempo, a una sorta di procrastinamento motivato dal puro divertimento. Per molti un’esperienza all’estero è per forza associata a meno studio e a ritardi nella carriera universitaria e lavorativa. Al lato opposto, per alcuni l’Erasmus è una vera e propria festa, un semestre o addirittura un anno “sabbatico”, in cui lo studio passa in secondo piano e si è lecitamente autorizzati a vivere un’esperienza da “una volta nella vita”, esagerando. Pochi considerano, e forse per un certo punto di vista è meglio così, che i vantaggi del programma di

mobilità sconfinano da ciò che è università e divertimento, e portano vantaggi evidenti sia dal punto di vista personale e relazionale, che dal punto di vista concretamente lavorativo. La combo vincente è data dagli studenti che partono per il gusto di partire, per il gusto di essere viaggiatori e andare, esplorare, e tornano arricchiti di capacità che neanche loro pensavano di poter mai acquisire. Così come altre esperienze all’estero contribuiscono a creare nella mente di chi le vive, anche l’Erasmus è portatore di vantaggi non indifferenti: oltre alla gestione di stress e ansia, legati ovviamente ad una più profonda conoscenza di noi stessi, il programma crea importanti skills derivati dal lavorare in un ambiente multilinguistico e multiculturale, aumentando le capacità di organizzazione e problem solving degli studenti. La maggiore qualità che gli studenti sviluppano durante un’esperienza all’estero è quella di adattamento, che per alcuni potrebbe sembrare banale ma che banale non è. Abituati a ciò che conosciamo e che sappiamo gestire, in un’esperienza all’estero tutte le certezze in un certo senso crollano, e con esse anche lo strumento, la lingua, che solitamente usiamo per esprimerle. Presto nasce la necessità vera e propria di mettersi in gioco, di osare e di sforzarsi a parlare e a comportarci in un modo a cui fino a quel momento non eravamo abituati, e che diventerà normalità

in un secondo tempo. "In un contesto europeo segnato da livelli inaccettabili di disoccupazione giovanile i risultati dello studio di impatto su Erasmus sono estremamente significativi. Il messaggio è chiaro: chi studia o si forma all'estero migliora le proprie prospettive lavorative." ha dichiarato Androulla Vassiliou, Commissaria per l'Istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù. Secondo uno studio della Commissione Europea, i giovani che hanno vissuto un’esperienza Erasmus hanno un tasso di disoccupazione del 23%, circa la metà dei loro coetanei che non hanno vissuto la stessa esperienza, e il 64% di chi è a capo delle risorse umane ritiene importante l'esperienza internazionale ai fini delle assunzioni e in genere attribuisce maggiori responsabilità professionali ai laureati con esperienza internazionale velocizzando quindi i normali tempi di avanzamento di carriera. Si può beneficiare di un finanziamento Erasmus a fini di studio ma anche per svolgere un tirocinio: un tirocinante su tre alla fine del periodo di stage riceve un'offerta lavorativa dall'azienda ospitante. Nel periodo trascorso all'estero i giovani tendono a sviluppare anche capacità imprenditoriali: circa uno su dieci ha avviato poi una sua azienda e tre su quattro prevedono o non escludono di farlo. Ma l'Erasmus non influisce solo sugli studi e le opportunità lavorative, e anche le relazioni sociali e

sentimentali si aprono a nuovi orizzonti: il 33% degli studenti in movimento ha una relazione stabile con un partner di altra nazionalità e il 27% ha incontrato la propria dolce metà durante l'esperienza in un altro paese: dal 1987 in poi, secondo i dati, sono nati circa un milione di bambini figli di coppie Erasmus. Pur continuamente a rischio di tagli, la Commissione prevede nei prossimi anni, tra il 2014 e il 2020, che circa quattro milioni di persone, tra cui due milioni di studenti e 300mila docenti, partiranno per un'esperienza estera usufruendo del nuovo piano del nuovo piano Erasmus plus. Scriveva Alda Merini “A volte si va via per riflettere, a volte si va via perché si è riflettuto”. Insomma, moltissimi motivi per partire e pochissimi per non farlo. E allora riflettiamo, apriamo la mente, viaggiamo, mettiamoci alla prova, facciamoci un’opinione e poi cambiamo idea, per poi ricambiarla ancora quando ci rendiamo conto che è sbagliata, o che semplicemente non ci appartiene più. Non viviamo temendo che, andandocene, ci perderemo qualcosa qua: quello che c’è qua ci sarà anche al nostro ritorno, ma se non partiamo ci pentiremo di non averlo fatto per tutta la vita. Perché è vero che, come mi ha detto un caro amico alla vigilia della mia partenza per l’America il terzo anno di superiori, più che di partire, dovremmo averpaura di restare.

2006­2016: 10 ANNI DI CINEMA

Una top 12 dei film che, a nostro parere, hanno più segnato questo ultimo decennio

di Nicolò Brugnera e Ludovico Mazzocco 1) The Departed (2006): una grande, ulteriore dimostrazione di bravura da parte uno Scorsese che mette in scena uno spettacolare thriller che non può essere trascurato. Grazie ad un intreccio ben strutturato e ad un'ottima interpretazione da parte di tutto il cast, il film si è guadagnato lo status di pietra di paragone per ogni successivo thrillerpoliziesco. 2) Into the Wild (2007): una toccante storia vera che coinvolge tutti noi che, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato di scappare da tutto e tutti e vivere soli con la natura "nelle terre selvagge". Il film diviene l'emblema del rifiuto e della fuga dalla società consumista, alla ricerca di una felicità che sta altrove. Con la consapevolezza, infine, che per vivere la vera felicità non serve scappare dalla società, macambiarla, insieme. 3) Avatar (2009): il primo film di sempre ad essere stato proiettato in tre dimensioni. Non bastasse questo ad entrare nella storia del cinema, è anche campione di incassi ai botteghini, e non per caso: oltre alla proiezione 3D, ha contribuito una sceneggiatura dal messaggio fortemente ambientalista. 4) Inception (2010): se Christopher Nolan è il regista più acclamato di questo decennio, questo film è forse il suo capolavoro di cui più si è parlato. La trama, tanto complessa

quanto affascinante, sorprende e coinvolge lo spettatore, contribuendo a creare un thriller unico ed enigmatico fino all'ultimo respiro, fino a quell'ultima inquadratura, fino a quella dannatatrottola. 5) The Social Network (2010): la storia di quello che ha cambiato radicalmente i rapporti più di ogni altra invenzione, in questo ultimo decennio. Un film che ci fa capire perché e come fu creato Facebook e, parallelamente a ciò, scoprire la vita del suo ideatore e la paradossale solitudine dell'uomo che ha connesso le persone, creando il social networkpereccellenza. 6) Midnight in Paris (2011): bellissimo omaggio di Woody Allen alla capitale francese, di cui dipinge un’atmosfera insolita ma che ognuno sogna di vivere, anche dopo gli attacchi che l’hanno recentemente vista protagonista. 7) Django Unchained (2012): l'ennesima straordinaria sceneggiatura diretta da Tarantino. Con un cast stellare, ha contribuito a ridare fasti al western. Il film, qui comico, lì tragico, non si fa mai toccare dalla seriosità, senza però mancare della serietà necessaria anche per affrontare il tema della segregazione razziale in modo efficace. 8) Dallas Buyers Club (2013): grazie ai due meritatissimi Oscar per McConaughey e Leto, l’Academy ha portato all'attenzione di tutti su questa pellicola che tratta i problemi dell'AIDS e della discriminazione verso gli

omosessuali, attraverso la storia vera di un uomo che impara a cambiare punto di vista al riguardo, diventando la speranza per il cambiamento di molti altri. 9) Her (2013): è un forte e chiaro segnale di ciò verso cui stiamo procedendo. Grande realismo, che è ciò che più sconforta e spaventa, per questa pellicola che dipinge una società dove i rapporti tra persone diventano poco a poco sempre più insignificanti e vuoti. Allo stesso tempo, si cerca di colmare il vuoto grazie al rapporto con l’intelligenza artificiale, divenutaquasi umana. 10) La grande bellezza (2013): un film che ha riportato l'Oscar al miglior film straniero in Italia dopo 14 anni, ma soprattutto che si ricollega alla scuola italiana degli anni che furono, che ha fatto grande il nostro cinema. Molte sono le citazioni a "La dolce vita" di Fellini e, come quello, il film svela storie e contraddizioni di questa Italia, in bilico tra bellezzaartisticae degrado morale. 11) Il caso Spotlight (2015): il miglior film agli ultimi Academy Awards porta sotto i riflettori, come da titolo, lo scandalo degli abusi sui minori da parte di preti della Chiesa cattolica. Questa pellicola ha il merito di far

riflettere “senza filtri” sui fatti (come la stampa dovrebbe fare), dipingendo i giornalisti protagonisti non come eroi ma come persone comuni, ognuna con i propri difetti ederrori commessi lungo lavia. 12) Mad Max – Fury Road (2015): un film che ci voleva, che spiazza una certa critica cervellotica e intellettualoide, alla quale dimostra che anche un film d'azione, con effetti speciali spettacolari e una sceneggiatura a tratti scontata può diventare un gran film. Soprattutto, una pellicola che pretende di essere vista nel proprio tempio: al cinema. P.S. Ci siamo forse dimenticati qualcuno? Tranquillo Leo, c’è spazio anche per te: con la tua magistrale interpretazione in Revenant finalmente ti sei portato a casa quell’agognata statuetta, mettendo a tacere tutti i tuoi detrattori. Complimenti!


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Sconfinare - CULTURA

Estate 2016

1000 modi per morire: Letteratura Edition Le più importanti ed improbabili morti della storia della letteratura. di Sofia Biscuola, Nicolò Brugnera, Alessia Cordenons, Sofia Dall'Osto, Ilaria Del Rizzo, Michele Faleschini, Luca Marano, Benedetta Oberti, Arianna Orlando 1.

Fingersi morto per sfuggire da una vita misera, una moglie petulante e una suocera iena.

Vincere una fortuna giocando d'azzardo a Montecarlo e così ricominciare a Roma, sotto lo pseudonimo di Adriano Meis. Sono le prime battute del più celebre romanzo di Pirandello, Il fu Mattia Pascal. Celebre perché capace di descrivere lo smarrimento dell'uomo alle porte del XX secolo, non mancando di ironia. La legione straniera era troppo mainstream. 2.

Ascendere al cielo mentre fai il bucato, come Remedios la Bella.

…forse non avevano ancora inventato l'asciugatrice. 8. Suicidarsi per un piccolo malinteso, come Romeo e Cento anni di solitudine è un romanzo che non si scorda facilmente. Giulietta. Nell’epopea della famiglia Buendia, tra la ricerca della pietra filosofale, una guerra interminabile, mariti legati al guinzaglio e la …bastava tastare il polso. Romeo, dopo essere venuto a vaga sensazione che il tempo inciampi e giri sempre in tondo, la conoscenza della morte dell’amata, decide di raggiungerla nella morte di Remedios la Bella è solo uno dei tanti fatti al limite del reale cripta in cui si trova e di bere del veleno per unirsi a lei nel sonno che costellano il romanzo di Gabriel García Márquez. eterno. La morte di Giulietta era però solamente una finzione, tanto che quando quest’ultima si risveglia e trova accanto a sé il corpo 3. Non sapere che fare nel weekend e farsi una esanime del giovane Montecchi, decide di togliersi la vita scampagnata nella cava di sabbia. trafiggendosi con un pugnale .

...ma non tutti sono fortunati come Teseo. Morire persi in una cava, come Rosso Malpelo. Non avendo nulla da perdere, e dopo aver preso “gli arnesi di suo padre, il piccone, la zappa, la lanterna, il sacco col pane, il fiasco del vino”, andò in esplorazione nella cava di arenaria, pur sapendo che avrebbe potuto lasciarci le ossa. E così fu, di lui non si seppe più nulla.

9. Morire come tutti gli amici, tutti i parenti e tutti i conoscenti di Frank McCourt per colpa del fiume Shannon e della pioggia che bagnava la città “dalla Circoncisione al Capodanno” .

Franck McCourt, scrittore, voce narrante e personaggio centrale di “Le ceneri di Angela”, racconta la propria infanzia da irlandese 4. Quando mamma non ti molla l'Impero ed è pure dura cattolico con un padre un po' racconta-storie un po' ubriacone buono a morire: dopo veleno, tentato naufragio e pugnalate, ti affidi a nulla, maestri arroganti, preti bigotti e Angela, la madre, che fino ai buoni vecchi sicari. alla fine raccoglie le ceneri di quelli che lo Shannon si porta via. Il risultato finale, a differenza di quello che potrebbe sembrare, è tutto Fra le tante vicende raccontate da Tacito negli “Annales” vi è anche fuorché un libro tragico, perché narrato con la voce serena di Frankie la morte di Agrippina, voluta dallo stesso figlio Nerone. Questo, dopo che gioca con il mondo malinconico e grigio che lo circonda. aver pensato ad ogni strategia possibile per uccidere la donna e dopo un fallito tentativo di far affondare la nave in cui ella si trovava, 10. Affondare con la propria barca per fermarsi a costringe un centurione a pugnalarla al ventre, facendo credere che la salutare gli amici, come Diomede. madre avesse in serbo un attentato nei suoi confronti. ...se solo si fosse filato il meteo. 5. Capire di non poter realizzare nulla da morto. Dell'eroe acheo si sa ben poco oltre alle sue gesta narrate da Omero Soluzione? Morire una seconda volta. Basta lasciare bastone e nell'Iliade. Valerio Massimo Manfredi, nel suo romanzo "Le paludi di cappello su un ponte e svignarsela. Il resto vien da sé. Hesperia", ne ricostruisce la vicenda. Una volta lasciata Troia ancora in fiamme, Diomede comincia un peregrinaggio nell'allora Quello di crepare è un vizio di Mattia Pascal. Dopotutto, fingersi sconosciuta penisola italica. Alla fine del viaggio, quando decide di morto è un metodo pratico, veloce ed economico per sfuggire ai rientrare nella sua Argo, incrocia una nave di suoi compagni che lo problemi. Il romanzo infatti è celebre per il paradosso delle varie stavano cercando, e durante questo incontro una tempesta li travolge. morti del protagonista. 6. Compiere il gesto estremo di togliersi la vita e realizzare un attimo dopo che ci si è buttati sotto al treno di averlo fatto perché troppo vivi.

“Dove sono? Cosa faccio? Perché? […] Signore perdonami tutto!” Queste le ultime parole con cui Anna Karenina, nell'omonimo romanzo di Lev Tolstoj, dà il suo addio alla vita, e al lettore, nel tentativo di mettere a tacere una volta per tutte i demoni che la tormentano. Come se durante i propri anni avesse vestito i panni di ciascuno di loro, Tolstoj si inoltra negli abissi più profondi non solo dell'animo di Anna ma di ogni suo personaggio. 7.

Ardere vivi come Didone dopo aver perso la testa per un marinaio di passaggio”.

11. Dire no alla dieta e ingozzarsi pur di avere quei stramaledetti fichi lassativi con aspide allegato, per poi farsi mordere mortalmente.

Su Cleopatra è stato detto di tutto, e gli storiografi antichi, tra cui Plutarco, non sono di certo stati benevoli con lei, ma la morte che scelse senza un attimo di esitazione testimonia il suo coraggio e la sua dignità. Di carattere fiero ed orgoglioso, ormai sconfitta, Cleopatra non volle dare ad Ottaviano la soddisfazione di portarla in trionfo come prigioniera e si prese gioco di lui riuscendo ad uccidersi nonostante la stretta sorveglianza. 12. Ma niente, una volta morto all'anagrafe, morto per sempre. Rassegnarsi e aspettare la terza morte in una biblioteca polverosa.

La regina dell'allora Cartagine si infatua di Enea, ma egli non E così Mattia si rassegna a essere solamente Il fu Mattia Pascal e a corrisponde tutta la sua passione e decide di ripartire. Ella decide così vivere a metà. Soddisfacendo una delle tante e paradossali fantasie di suicidarsi giurando eterno odio al troiano e alla sua futura stirpe. umane: portare i fiori sulla propria tomba.


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