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segno Spedizione in abbonamento postale Poste Italiane S.p.A. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1 ROC · Registro degli operatori di comunicazione n. 18524 - ISSN 0391-3910 00 in libreria

€ 7.

Anno XXXVI

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CHEN ZEN - Galleria Continua

segno Attualità Internazionali d’Arte Contemporanea

# 237 - Ottobre/Dicembre 2011

Attualità Internazionali d’Arte Contemporanea

CHIRICOZZI/GRASSINO - Castello di Rivara

FRANCESCO GUERRIERI - Ricerche d’arte Roma SPECIALE BIENNALE DI VENEZIA / PADIGLIONI NAZIONALI / MOSTRE COLLATERALI Segno 237 copertina.indd 1

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CHEN ZEN - Galleria Continua

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# 237 - Ottobre/Dicembre 2011

Attualità Internazionali d’Arte Contemporanea

CHIRICOZZI/GRASSINO - Castello di Rivara

FRANCESCO GUERRIERI - Ricerche d’arte Roma SPECIALE BIENNALE DI VENEZIA / PADIGLIONI NAZIONALI / MOSTRE COLLATERALI Segno 237 copertina.indd 1

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#237 sommario

ottobre/dicembre 2011

in copertina

Chen Zen

Zen Garden (detail), 2000

Andres Serrano [39]

Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin Photo by Ela Bialkowska

Chiricozzi/Grassino Su Nero Nero

Castello di Rivara courtesy Franz Paludetto

Francesco Guerrieri Apestruttura

Ricerche d’arte Roma

4/17 Anteprima Mostre & Musei News gallerie e Istituzioni News/Worldart - news Italia-estero a cura di Lisa D’Emidio e Paolo Spadano

22/28 54. Esposizione d’Arte a Venezia

Jan Fabre [28]

Strategie segniche di comunicazione - Giardini e Arsenale di Paolo Balmas, Crisi paradigmatica di Gabriele Perretta Padiglioni Nazionali di Lia De Venere, Illuminanti Mostre collaterali di Antonella Marino, Museo Correr - Julian Schnabel di Marilena di Tursi, Ca’ Foscari - Dimitri Prigov di Giorgio Viganò, Palazzo Michiel - Pino Pascali di Irene Guida, Palazzo Grassi / Punta della Dogana: Elogio del dubbio / The World belongs to you di Marilena Di Tursi, Jan Fabre: Pietas - Intervista a Katerina Koskina di Francesca Alix Nicoli

29/75 attività espositive / recensioni / interviste

Biennale di Salonicco (Lucia Spadano), Indian Highway (Ilaria Piccioni), Chen Zen (Rita Olivieri), Andres Serrano (Matteo Galbiati), Vettor Pisani (Stefano Taccone) Vettor Pisani - Theatrum Mundi (Lucia Spadano), Interferenze costruttive (Lucia Spadano), In dialogo con Giacinto Di Pietrantonio (Luciano Marucci), Renato Guttuso (Lucia Spadano), Nascor tra Arte e Natura (Antonella Marino), Arte tra Natura e Tecnologia (Petruzza Doria), Peer to Peer - Marche Centro d’Arte (Stefano Verri), Francesco Guerrieri (Cinzia Folcarelli), Mauro Staccioli (Simona Caramia), Giuseppe Uncini (Rita Olivieri), Collisioni - artisti tra scultura e architettura (a cura di Lucia Spadano), Gianfranco Baruchello (Viviana Guadagno), Daniela Perego (Paolo Balmas), james Brown (G.R.), Home-less (B.S.), Su nero nero (Lucia Spadano), Hangar Bicocca (Matteo Galbiati), Ketty La Rocca (Rebecca Delmenico), Niele Toroni (Matteo Galbiati), Simon Dybbroe Moller (Rebecca Delmenico), Francesca Grilli (Anna Saba Didonato), Tino Stefanoni (Michele Tavola), Prefigurazioni - linguaggi attuali (Maria Letizia Paiato), Gerardo Di Fiore (Stefano Taccone), Tra identità e mutamento (Simona Caramia), Pino Chimenti (Paolo Balmas), Salvatore Cuschera (L.S.),

Vettor Pisani [40]

news e tematiche espositive su www.rivistasegno.eu

Le mostre nei Musei, Istituzioni, Fondazioni e Gallerie

76/79 Memoria d’Arte / Documentazione Marco Tirelli (Valentina Ricciuti)

80/93 attività espositive /documentazione a cura di Paolo Spadano

Francesca Grilli [71]

Ouverture 2011 - Torino Art Galleries tour (Gabriella Serusi)

94/98 osservatorio critico/ libri & premi

Arte contemporanea e restaro (a cura di Maria Letizia Paiato) Oltre la post-modernità e l’illusione dell’autenticità (di Gabriele Perretta)

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periodico internazionale di arte contemporanea

Direzione e redazione Corso Manthonè, 57 65127 Pescara Telefono 085/61712 Fax 085/9430467 www.rivistasegno.eu redazione@rivistasegno.eu

Direttore responsabile LUCIA SPADANO (Pescara) Condirettore e consulente scientifico PAOLO BALMAS (Roma) Direzione editoriale UMBERTO SALA

ABBONAMENTI ORDINARI E 30,00 (Italia) E 40,00 (in Europa CEE) E 50,00 (USA & Others)

Soci e collaboratori: Paolo Aita, Davide Angerame, Marcella Anglani, Paolo E. Antognoli, Raffaella Barbato, Veronica Caciolli, Simona Caramia, Nicola Cecchelli, Daniela Cresti, Paola D’Andrea, Rebecca Delmenico, Lia De Venere, Marilena Di Tursi, Andrea Fiore, Rosanna Fumai, Matteo Galbiati, Barbara Goretti, Andrea Mammarella, Antonella Marino, Fuani Marino, Francesca Nicoli, Maria Letizia Paiato, Ilaria Piccioni, Enrico Pedrini, Gabriele Perretta, Valentina Ricciuti, Gabriele Sassone, Gabriella Serusi, Stefano Taccone, Federica Tolli, Antonello Tolve, Alessandro Trabucco, Paola Ugolini, Stefano Verri, Maria Vinella.

ABBONAMENTO SPECIALE PER SOSTENITORI E SOCI E 500,00 L’importo può essere versato sul c/c postale n. 15521651 Rivista Segno - Pescara

Distribuzione e diffusione Spedizione in abbonamento postale Poste Italiane S.p.A. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Pescara - ROC · Registro degli operatori di comunicazione n. 18524 Concessionaria distribuzione in libreria: DIEST, Torino - 011.8981164. Edito dalla Associazione Culturale Segno e da Sala editori associati per gli esecutivi e layout di stampa Registrazione Tribunale di Pescara nº 5 Registro Stampa 1977-1996. Traduzioni Lisa D’Emidio. Coordinamento tecnico grafico Roberto Sala e Massimo Sala - Tel. 085.61438 - grafica@rivistasegno.eu. Redazione web news@rivistasegno.eu Impianti grafici e stampa Publish Allestimento Legatoria D’Ancona. Ai sensi della legge N.675 del 31/12/1996 informiamo che i dati del nostro indirizzario vengono utilizzati per l’invio del periodico come iniziativa culturale di promozione no profit. Segno 237 03-31.indd 3

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Anteprima/News Arte Povera 2011 H

a preso avvio al MAMbo di Bologna la grande mostra–evento Arte Povera 2011 a cura di Germano Celant, che sino ad aprile 2012 è protagonista in diverse e importanti istituzioni museali italiane: lo stesso MAMbo, il Castello di Rivoli, la Triennale di Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e il MAXXI di Roma, il MADRE di Napoli, la GAMeC di Bergamo, il Teatro Margherita di Bari. Oltre 250 spettacolari installazioni di Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio

Giulio Paolini, Averroè, 1967 asta in acciaio con fregio in ottone, 15 bandiere, asta cm.197, ogni bandiera cm.70x100 courtesy l’artista, Photo Matteo Monti

Pier Paolo Calzolari, Un flauto dolce per farmi suonare, 1968, struttura ghiacciante, rame, bronzo, piombo, motore frigorifero, cm.5x100x160, courtesy Fondo Calzolari. Gilberto Zorio, Senza titolo, 1966, tubi Dalmine, poliuretano espanso colorato, corda, tondino di gomma nera, tubo di alluminio, cm.430x255x380, courtesy l’artista, Photo Michele Sereni. Alighiero Boetti, Panettone (Pietre e lamiere), 1967/1993, 4 lastre di alluminio e 8 sassi di fiume, diametro cm.200, courtesy Museum of Art Lucerne

Aspettando dOCUMENTA (13) S

ono lunghi da aspettare cinque anni, e molto. Specie quando vengono riempiti e caricati di grandi aspettative, tra indizi, voci e proclami. Inizia però a intravedersi un filo di luce in fondo al tunnel che dalla dodicesima edizione porta a quella in programma dal 9 giugno al 16 settembre del 2012. Subito chiaro è come l’intento primario della curatrice Carolyn Christov-Bakargiev sia quello di ravvivare la formula (per quanto dimostratasi vincente) della mostra col dichiarato intento di includere e assecondare la complessità del momento contingente ampliando le prospettive dell’intero progetto, per dirla con le sue stesse parole, “nei confronti della cultura in generale e delle sue relazioni verso un mondo più giusto e pacifico. […] Soffermandosi su dove siamo, da dove veniamo, e dove si potrebbe andare attraverso un programma di attività ed esperienze”. Con così nobili premesse, ci si avvia a un rinnovamento che porterà la kermesse a somigliare sempre meno a una mostra d’arte in senso classico, coinvolgendo una vasta e prestigiosa squadra di co-curatori, definiti “agenti” (dal latino “agere”), e procedendo da una conferenza all’altra di presentazione, di incontro in incontro, di paese in paese (Rivoli, Thessaloniki, Il Cairo, New York, Buenos Aires, e quindi Mosca e Roma (Accademia tedesca Villa Massimo) per tenere alta l’attenzione, spiegare l’importanza della partecipazione, della collegialità, dell’impegno, e poco conta che a tutt’oggi della mostra in sé non si sappia sostanzialmente ancora nulla. La squadra degli agenti è, allo stato attuale, composta da Leeza Ahmady, Ayreen Anastas & Rene Gabri, Sofía Hernández Chong Cuy, Sunjung Kim, Koyo Kouoh, Joasia Krysa, Marta Kuzma, Raimundas Malasauskas, Chus Martínez, Lívia Páldi, Hetti Perkins, Eva Scharrer, Kitty Scott e Andrea Viliani. Conferma definitiva della voglia di inglobare e dominare la complessità è l’iniziativa che segna il conto alla rovescia per l’inaugurazione, no, non parliamo del calendario di 18 mesi con cani e gatti, ma di 100 Notes – 100 Thoughts, pubblicazione scaglionata di 100 “taccuini” con contributi provenienti dai campi più disparati: arte, scienza, filosofia, psicologia, antropologia, teoria politica, letteratura e poesia. “Un’annotazione manca della dimensione ideologica

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che è caratterizzata dall’intenzione” - dice la Christov-Bakargiev – “è una traccia, una parola, un disegno che d’un tratto diventa parte del pensiero e si trasforma in un’idea”. 100 annotazioni, quindi, lontane da ogni dimensione ideologica, per dare risonanza a ciò che è “impubblicabile”: la voce. La natura cumulativa di questo progetto è manifestazione chiara dell’enfasi propositiva di dOCUMENTA(13), ma anche del voler in qualche modo seguire un solco già tracciato: le 100 pubblicazioni per i 100 giorni di durata, come richiamo ai 100 ospiti in 100 giorni di Catherine David nel ’97, creatrice dell’idea di un programma di avvicinamento alla data inaugurale. L’epopea di dOCUMENTA inizia nel 1955, da un’idea di Arnold Bode che ne dirige le prime quattro edizioni, nel 1955, 1959, 1964 e 1968, raccogliendo da subito grande interesse e un’affluenza di pubblico che passa da 130.000 a 220.000 unità; nel 1972 è Harald Szeemann a raccoglierne il testimone per una delle edizioni considerate maggiormente significativa, lasciando successivamente il compito di curare dOCUMENTA 6 del 1977 a Manfred Schneckenburger, edizione monstre con il maggior numero di sempre di artisti, ben 622, ripagata da un’affluenza di oltre 340.000 visitatori. dOCUMENTA 7, nel 1982, viene affidata a Rudi Fuchs che ridimensiona il numero di espositori, non certo la qualità, considerando che quell’edizione passa alla storia per le 7000 querce di Beuys, lasciando nel 1987 per il ritorno in sella di Schneckenburger, baciato da un successo di quasi mezzo milione di presenze. Dal 1992, dOCUMENTA IX di Jan Hoet, si instaura una rigida alternanza di curatori: Catherine David nel 1997, Okwui Enwezor nel 2002 e Roger M. Buergel nel 2007, all’insegna di una costante crescita nell’interesse degli appassionati e nel numero di visitatori che dai 600.000 del ’92 arriva agli oltre 750.000 dell’ultima edizione. Ci sia lecito ricordare che la nostra rivista ha sempre seguito con interesse DOCUMENTA, con saggi storici fin dal 1977, quando sul n°5 affidammo un giudizio critico a Ennio Pouchard (con richiami di giudizi espressi da Achille Bonito Oliva, Maurizio Calvesi e Germano Celant); allo stesso Celant affidammo un flash back su DOCUMENTA 7, 1982 sul nostro n°28 (con il saggio Dall’Alfa Trainer alla Sub-

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>anteprima e news gallerie e istituzioni su www.rivistasegno.eu< Prini e Gilberto Zorio, datate dal 1966 al 2011 e presentate in 8 grandi istituzioni culturali. Integrano le opere dei protagonisti dell’Arte Povera oltre 50 tra sculture, video, ambientazioni, fotografie e film di artisti internazionali, da Acconci ad Andre, da Baldessari a Beuys, a Kosuth, LeWitt, Nauman, Smithson, Weiner. Coinvolgendo altre città italiane, il proposito è di creare ulteriori occasioni in cui i contributi linguistici dei singoli artisti siano sottoposti ad una diversa ambientazione e a un arricchimento interpretativo. Nel contesto di un progetto di così ampio respiro il MAMbo offre una propria peculiare lettura delle origini dell’Arte Povera e dello specifico filone legato all’editoria storica e attuale. Sono presentate alcune delle opere esposte durante la mostra storica alla Galleria de’ Foscherari così come altre che testimoniano dell’attività svolta dagli artisti intorno al periodo preso in considerazione. A queste si aggiunge una selezione di materiali - cataloghi, libri d’artista, manifesti, inviti e documenti realizzati a partire dalla fine degli anni Sessanta - concernente il movimento e i suoi contributi linguistici. Un percorso espositivo che prende avvio con uno spazio introduttivo dal titolo Gli artisti dell’Arte povera fotografati da Paolo Mussat Sartor. 1968-1987 in cui è visibile una selezione di ritratti realizzati dal grande fotografo, testimone e interprete d’eccezione dell’arte contemporanea italiana e si conclude con il film documentario Arte povera (2000, durata 28’30”), a cura di Beatrice Merz e Sergio Ariotti ed edito da hopefulmonster che raccoglie interviste, testimonianze, filmati d’epoca in un montaggio che ricostruisce la genesi e lo sviluppo del movimento direttamente dalle parole dei protagonisti. Infine a raccogliere la complessità delle proposta espositiva è realizzato per conto di Electa e sotto la stessa direzione scientifica, un unico catalogo. Nella pubblicazione vengono riuniti i contributi dei direttori dei musei e delle istituzioni coinvolte, i testi critici sugli artisti e quelli sulle differenti poetiche dell’Arte Povera, la documentazione fotografica relativa alle opere esposte e quella relativa al contesto storico e agli sviluppi recenti dei singoli contributi linguistici. Tra gli altri, hanno prestato il loro apporto critico: Luca Massimo Barbero, Marcella Beccaria, Eduardo Cicelyn, Mirta d’Argenzio, Ester Coen, Lara Conte, Anna Costantini, Nicholas Cullinan, Richard Flood, Claire Gilman, Massimiliano Gioni, Gabriele Guercio, Robert Lumley, Gianfranco Maraniello, Maria Vittoria Marini Clarelli, Anna Mattirolo, Thomas McEvilley, Beatrice Merz, Gloria Moure, Hans Ulrich Obrist, Giulio Paolini, Francesca Pola, Maria Teresa Roberto, Didier Semin, Antonella Soldaini, Daniel Soutif, Angelo Trimarco, Giorgio Verzotti, Angela Vettese e Denys Zacharopoulos.

Transavanguardia Italiana L

a mostra Transavanguardia italiana, grande collettiva curata da Achille Bonito Oliva, che dal 10 novembre al 29 gennaio 2012 viene proposta a Palazzo Reale di Milano, fa parte di un più ampio progetto che s’inserisce nelle celebrazioni dei Centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, in un ciclo progressivo di mostre dedicato alla Transavanguardia, con particolari personali dei suoi protagonisti, ossia Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino. Per ogni mostra Bonito Oliva ha chiesto la collaborazione attiva di cinque critici d’arte responsabili di ciascuno spazio espositivo coinvolto nel progetto: all’Ex Foro Boario di Modena (dal 26nov 2011) Sandro Chia, curatela di Marco Pierini con l’organizzazione della Galleria Civica di Modena. Al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, Nicola De Maria ( dal 10 dic 2011), curatela di Marco Bazzini. Al MARCA di Catanzaro e Santuario della Madonna della Grotta a Praia a Mare (Cs), Enzo Cucchi (dal 17 dic 2011), curatela di Alberto Fiz. Ex-GIL di Luigi Moretti di Roma, Mimmo Paladino ( dal 20 gen 2012), curatela di Mario Codognato con l’organizzazione di Civita. Palazzo Sant’Elia di Palermo, Francesco Clemente (dal 27 genn 2012), curatela di Francesco Gallo e l’organizzazione di Civita. Di ciascuno dei cinque protagonisti della Transavanguardia vengono proposte 15 opere, selezionate dal curatore, in collaborazione con gli artisti, tra le più significative, inedite o particolari della ricerca da loro compiuta ove si evidenziano alcune tematiche ad essi comuni: il ritorno alla manualità della pittura, il narcisismo dell’artista, il doppio e l’altro, la violenza, la natura, l’incertezza della ricerca, l’inconscio, l’immagine tra disegno e astrazione, tra bi e tridimensionalità. L’esigenza di rivisitare, in questo particolare anniversario, motivi ispiratori, immaginario ed eredità di questa esperienza, sia ripercorrendone la storia con una grande esposizione retrospettiva, sia indagando gli esiti ultimi raggiunti dagli artisti - tutti ormai internazionalmente noti - si avvale anche di un comitato scientifico composto da: Achille Bonito Oliva, Massimo Cacciari, Giacomo Marramao, Bruno Moroncini, Franco Rella, Gianni Vattimo. In concomitanza con l’apertura della mostra, sei importanti istituzioni italiane organizzeranno, una giornata di approfondimento sulla Transavanguardia presieduta, ciascuna, da uno dei 5 filosofi del comitato scientifico, e »»

way). Per l’ottava edizione ci affidammo a Giorgio Verzotti che ne riferì su Segno n°67, passando poi il testimone a Luigi Meneghelli che ne scrisse nel 1992, sul n°116/117. DOCUMENTA X, del 1997, fu commentato da Pietro Marino sul n°157,

Enzo Cucchi, A terra d’uomo, 1980, lapis su carta intelata, cm.180x210

mentre per l’edizione successiva, l’undicesima, abbiamo pubblicato sul n°185 le analisi di Viana Conti e Gabriele Perretta; quest’ultimo ha poi firmato il resoconto di DOCUMENTA 12 del 2007, su Segno n°215. (A cura di Paolo Spadano)

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Anteprima/News « « contestualmente esporranno le opere presenti nelle loro collezioni. Alle giornate di studio prenderanno parte critici d’arte, curatori e direttori di museo. In dettaglio: Franco Rella al MART di Rovereto, con Elisabetta Barisoni, Andrea Bruciati, Martina Cavallarin e Giorgio Verzotti; Gianni Vattimo al Castello di Rivoli-Museo d’arte contemporanea, con Andrea Bellini, Beatrice Merz, Danilo Eccher e Francesco Poli; Achille Bonito Oliva all’Accademia di Brera a Milano, con Laura Cherubini, Giacinto Di Pietrantonio e Marco Meneguzzo; Giacomo Marramao alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e la Fondazione MAXXI, con Massimiliano Fuksas, Andrea Cortellessa e Stefano Chiodi; Bruno Moroncini al MADRE di Napoli, con Angelo Trimarco, Vincenzo Trione e Stefania Zuliani. Il catalogo dell’esposizione, pubblicato da Skira Editore, Milano, comprenderà, oltre al saggio del curatore, Achille Bonito Oliva, e a scritti di Stefano Chiodi e Fredric Jameson, i testi dei cinque filosofi che compongono il comitato scientifico della mostra, e dei sei direttori di museo che ospitano le giornate di studio e le mostre-omaggio. Le cinque personali puntano sulla recente produzione dei singoli protagonisti della Transavanguardia, partendo da un primo nucleo di opere storiche, per seguire l’evolversi nel tempo e gli esiti ultimi delle loro diverse personalità artistiche. In occasione di ciascuna mostra sarà pubblicato un catalogo edito da Giampaolo Prearo editore, corredato dal saggio del curatore generale del progetto, Achille Bonito Oliva, e da un testo del critico d’arte che ha collaborato alla realizzazione dell’esposizione. Nicola De Maria, Testa dell’artista cosmico, 1985, tecnica mista su tela, cm.355x560

BASILEA

Louise Bourgeois È dedicata alla figura di Louise Bourgeois, figura influente dell’arte novecentesca scomparsa nel 2010 che proprio in questi giorni avrebbe compiuto 100 anni, la mostra À l’infini, a cura di Ulf Küster, che si svolge alla Fondation Beyeler fino all’8 gennaio 2012. L’esposizione pone sculture e disegni dell’artista parigina in dialogo con le opere di importanti personalità che lei conosceva personalmente e con le quali ebbe una speciale relazione come Paul Cézanne, Fernand Léger, Francis Bacon e Alberto Giacometti. Tutte i lavori in mostra appartengono alla Collezione Beyeler. Louise Bourgeois, Maman, 1999, Collection The Easton Foundation, courtesy Hauser & Wirth and Cheim & Read © 2011, Louise Bourgeois Trust ProLitteris, Zürich

aderito ad alcun movimento artistico, porta in sé le tracce delle esperienze impressioniste, espressioniste e dell’arte astratta.

giovani ritenuti particolarmente promettenti. Art Nova sarà il settore dedicato in particolare alle opere inedite di 109 artisti, che saranno presentati da 42 gallerie da 17 paaesi diversi, offrendo ai visitatori l’opportunità di scoprire le tendenze artistiche più fresche e attuali. Specificamente dedicata agli emergenti sarà la sezione Art Positions, piattaforma da cui 16 nuove gallerie lanceranno altrettanti ambiziosi talenti. Questa edizione celebrativa sarà caratterizzata da novità soprattutto nell’offerta di “contorno”, con il programma di Art Public affidato alla cura di Christine Y.Kim (Los Angeles County Museum of Art), che ha tra le prime cose lanciato una collaborazione col Bass Museum of Art per trasformare e animare tutta l’area di Collins Park con installazioni e performance di ogni genere, inoltre la sezione Art Video si avvarrà per la prima volta del grande muro del New World Center, disegnato da Frank Gehry, per le proiezioni in programma. Come si conviene a ogni fiera di livello, infine, sarà molto ricco e completo il calendario di convegni, incontri e offerte culturali nei musei e nelle istituzioni locali. La tappa americana raccoglie il testimone dalla edizione svizzera, la quarantaduesima, che ha registrato un alto riscontro di pubblico e raccolto consensi unanimi da appassionati d’arte e rappresentanti dei media intervenuti. Oltre 300 le gallerie presenti con opere di 2500 artisti. Tra le valutazioni di galleristi presenti, David Zwirner, ha precisato come “Quest’anno l’umore dei collezionisti è stato oltremodo ottimista; si è sentita tanta energia positiva. Accanto ai nostri clienti abituali europei, anche nuovi collezionisti che avevamo conosciuto negli utlimi anni durante i nostri viaggi in Asia sono venuti a Basilea, il che ci ha naturalmente rallegrati.”. Alex Logsdail della Lisson Gallery di Londra afferma come “La Mostra di quest’anno è stata un enorme successo, sia per quanto riguarda il volume delle vendite che per la vasta gamma di opere d’arte che abbiamo presentato. La gente crede evidentemente al futuro sia degli artisti affermati che di quelli emergenti. Questo è molto incoraggiante.”. Friedrich Petzel di New York si è compiaciuto di come “La Art 42 Basel ha dimostrato

BILBAO

Brancusi Serra Il Guggenheim Museum di Bilbao, in collaborazione con la Fondation Beyeler, Riehen/Basilea, ospita fino al 15 aprile 2012 Brancusi Serra, l’esposizione fino a oggi più ambiziosa sul lavoro di Constantin Brancusi (1876-1957) e Richard Serra (1938), due tra i più grandi scultori del XX secolo, artisti che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte cambiando per sempre il volto della scultura moderna, dalle basi della scultura astratta al coinvolgimento fisico del visitatore. La mostra, curata da Oliver Wick, prende in esame le connessioni tra queste grandi personalità attraverso un corpus di oltre 50 lavori, che offre la possibilità di gettare uno sguardo unico su un periodo di oltre cento anni di scultura, mettendo i lavori faccia a faccia e consentendo di avviare un dialogo libero, aperto e proficuo.

Sol LeWitt, Wall Drawing #1183, 2005, courtesy Bonnefantenmuseum, Maastricht Richard Serra, Dead Weight III (Coptic), 1991, courtesy Bonnefantenmuseum, Maastricht

Brancusi Serra, locandina, Guggenheim Museum, Bilbao

MIAMI Max Beckmann È dedicata a Max Beckmann, portabandiera del modernismo, la mostra The Landscapes in corso fino al 22 gennaio 2012 al kunstmuseum basel. I curatori Bernhard Mendes Bürgi & Nina Peter hanno posto l’attenzione su un particolare aspetto della sua opera pittorica, generalmente focalizzata sull’umana condizione, i paesaggi. 70 dipinti, alcuni dei quali esposti raramente in pubblico, rendono giustizia all’esperienza di un maestro che pur non avendo mai 6-

Art Basel Miami Beach 2011 Compie dieci anni l’esperienza di Art Basel in Florida che festeggia tra l’1 e il 4 dicembre facendo le cose in grande, con un’edizione che prevede la partecipazione di oltre 2000 artisti internazionali. La sezione principale ospiterà 200 gallerie, oltre la metà delle quali da fuori degli Stati uniti, con una forte presenza europea, ma anche latino-americana e asiatica; venti di questi espositori cureranno anche dei progetti speciali per la sezione Art Kabinett, da collettive tematiche a retrospettive storiche o personali di

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>anteprima e news gallerie e istituzioni su www.rivistasegno.eu< per l’ennesima volta di essere la nostra Mostra di maggior successo. Quest’anno abbiamo potuto allacciare più contatti ed effettuare vendite a nuovi collezionisti ed istituzioni. Grazie al nuovo pubblico, la Art Basel diventa sempre migliore”. Ola Gustafsson della Elastic Gallery di Stoccolma sottolinea come “L’aver registrato il tutto esaurito allo stand già durante la prima ora della giornata inaugurale dopo essere passati dalla Liste alla Art Basel e l’aver ottenuto così tanto feedback positivo da eminenti musei, collezionisti e curatori è ciò che, come nessun’altra mostra d’arte, può offrire la Art Basel”.

LIONE

Biennale de Lyon 2011 Il titolo della Biennale de Lyon 2011 è A Terrible Beauty Is Born, verso preso in prestito dalla poesia Easter, 1916, scritta da William Butler Yeats e dedicata alla rivolta irlandese del lunedì di Pasqua del ‘16, repressa nel sangue dalla Gran Bretagna. Fino al 31 dicembre, la curatrice Victoria Noorthoorn e il Direttore Artistico Thierry Raspail articolano una serie di percorsi narrativi con un’esposizione che intende affrontare la densità del presente, ma anche la potenza dell’immaginario, del visionario e dell’allucinatorio. Sono 60 gli artisti che si confrontano su questa tematica occupando gli spazi de La Sucrière, della Bullukian Foundation, del Museum of contemporary art of Lyon e della TASE factory.

MAASTRICHT

Extended Drawing Al Bonnefantenmuseum, fino al prossimo 15 gennaio, Extended Drawing, esposizione imperniata su un aspetto specifico del lavoro di Sol LeWitt, Robert Mangold, Bruce Nauman e Richard Serra, la capacità di spingere disegni e linee oltre il loro confine originario. Troviamo in mostra disegni su larga scala di LeWitt in dialogo con l’architettura, opere a matita di Mangold basate su griglie utilizzate per inserire figure geometriche in maggiore evidenza, i neon di Nauman e dipinti di Serra percepibili come oggetti anziché superfici piane.

NEW YORK

de Kooning: A Retrospective Fino al 9 Gennaio il MoMa presenta in esclusiva la prima retrospettiva completamente dedicata alla carriera di Willem de Kooning, tra i più importanti e prolifici artisti del XX secolo. La mostra spazia lungo l’arco dei quasi settant’anni di carriera dell’artista, partendo dai suoi primi lavori accademici in Olanda, fino all’astrattismo dei tardi anni Ottanta: in mostra quasi 200 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, tra dipinti, sculture, disegni, e stampe. Tra queste, i famosi dipinti Pink Angels (1945), Excavation (1950), le celebri Third Woman series (1950–53); le sue serie più importanti, dal figurativo dei primi anni ’40 alle composizioni in bianco e nero del 1948-49, dalle astrazioni del 1950 al ritorno al figurativo del 1960, fino all’ampia gestualità dell’astrattismo della decade seguente. Cy Twombly: Sculpture Questa installazione introduce le sette sculture dell’artista Cy Twombly, recente acquisizione alla collezione del Museum of Modern Art di New York. Sebbene conosciuto per i suoi dipinti, Twombly nell’arco dei suoi 60 anni di carriera si è dedicato anche alla scultura, utilizzando objects-trouvés, piccoli oggetti, pezzi di legno, plastica, assemblandoli e coprendoli di quella pittura bianca che caratterizza le sue opere, unificando così i materiali assemblati e donando loro una presenza eterea. Fino al 2 gennaio 2012. MoMa PS1, New York Per la mostra September 11 il curatore del MoMA PS1 Peter Eleey  ha raccolto più di 70 opere di 41

Willem de Kooning.Pink Angels. c. 1945. Oil and charcoal on canvas. Frederick R. Weisman Art Foundation, Los Angeles. © 2011 The Willem de Kooning Foundation/Artists Rights Society (ARS), New York

Jeremy Deller, Unrealized Project for the Exterior of the Carnegie Museum, 2004/’11, banner in vinile, courtesy l’artista e Gavin Brown’s enterprise, New York. © 2011 MoMA PS1; photo: Matthew Septimus

Jörg Immendorff, Kampf der Zeit, 2005 Photo Mischa Nawrata, Wien

artisti – molte delle quali realizzate prima del tragico 11 settembre 2001 – che esplorano la violenza e la risonanza che gli attacchi alle Torri Gemelle a dieci anni dall’evento hanno avuto nella realtà dell’arte contemporanea. Lontane dalla pura rappresentazione dell’evento, le opere in mostra offrono una base, uno spunto di riflessione sugli attacchi a New York e su come sia cambiato il modo di percepire il mondo da quell’11 settembre. Inaugurata nel giorno del decimo anniversario degli attacchi, la mostra si conclude il 9 Gennaio 2012. Gli artisti in mostra sono: Diane Arbus, Siah Armajani, Fiona Banner, Luis Camnitzer, Janet Cardiff, John Chamberlain, Sarah Charlesworth, Christo, Jem Cohen, Bruce Conner, Jeremy Deller, Thomas Demand, Shannon Ebner, William Eggleston, Harun Farocki, Lara Favaretto, Jane Freilicher, Maureen Gallace, Felix Gonzalez-Torres, Jens Haaning, Susan Hiller, Roger Hiorns, Thomas Hirschhorn, Alex Katz, Ellsworth Kelly, Barbara Kruger, Mark Lombardi, Mary Lucier, Gordon Matta-Clark, Harold Mendez, Mike Nelson, Cady Noland, Roman Ondák, Yoko Ono and John Lennon, John Pilson, Willem de Rooij, George Segal, Rosemarie Trockel, James Turrell, Stephen Vitiello e John Williams.

Cy Twombly. Untitled (Funerary Box for a Lime Green Python). 1954. Wood, palm leaf fans, house paint, cloth, and wire. Promised gift of Marie-Josée and Henry R. Kravis. © Cy Twombly. Courtesy Gagosian Gallery. Photography by Robert McKeever Damien Hirst, BNPS-Skatole, 1995, vernice su tela, cm.10x25, courtesy Damien Hirst and Science Ltd, photo Prudence Cuming Associates Bruce Nauman, Hanged Man, 1985, courtesy Bonnefantenmuseum, Maastricht Robert Mangold, Brown Ellipse/Gray-Green Frame, 1988-1989, courtesy Bonnefantenmuseum, Maastricht

George Segal, Woman on a Park Bench, 1998; Roger Hiorns, Untitled, 2008, motore dìaereo da trasporto atomizzato, dimensioni variabili, courtesy l’artista; Corvi-Mora, Londra; Marc Foxx, Los Angeles; Annet Gelink Gallery, Amsterdam. © 2011 MoMA PS1; photo Matthew Septimus

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Anteprima/News PARIGI

Jannis Kounellis, Untitled, 2010

PECHINO

Translating China La Galleria Marino di Roma propone a Pechino dal 19 novembre al 10 dicembre, al Today Art Museum, la mostra Translating China, personale di Jannis Kounellis a cura di Huang Du. Saranno esposte, tra le altre, le opere realizzate con i cocci acquistati in un mercatino di Pechino nel febbraio del 2010, resti di ceramiche cinesi che appartenevano alla classe borghese degli anni ‘60, sfasciate negli anni della Rivoluzione Culturale dalle Guardie Rosse di Mao. Kounellis li seleziona e dispone in modo da farne una sorta di scrittura simbolica. Jannis Kounellis, Untitled, 2010 metallo, china, 200x170 cm

La Triennale La terza edizione de La Triennale, che si svolgerà dal 20 aprile al 26 agosto 2012, si preannuncia profondamente rinnovata a partire fin dalla sede espositiva che trasloca dalla navata del Grand Palais agli ariosi spazi del Palais de Tokyo e altre istituzioni adiacenti, situate lungo la Colline de Musées. Per esplicitare il concetto di “intensa prossimità” espresso nel titolo, La Triennale intende investigare il significato dell’essere artista ai nostri giorni, nel contesto di una scena sempre più globalizzata, offrendo di questa un panorama quanto più possibile vasto chiamando in aiuto la grande esperienza dell’etnografia francese dei primi del Novecento (figure come Claude LeviStrauss, Marcel Mauss, Michel Leiris e Marcel Griaule, per intenderci). Il Direttore Artistico Okwui Enwezor e i curatori associati Mélanie Bouteloup, Abdellah Karroum, Émilie Renard, Claire Staebler sono al lavoro per allestire un “viaggio” che esplori a fondo i nodi focali in cui arte ed etnografia collaborano a un rinnovamento della fascinazione e dello straniamento propri dell’esperienza creativa; il progetto mira così allo slittamento dall’idea di un territorio nazionale inteso come entità fisica, a uno spazio di frontiera che assume costantemente nuove morfologie e modelli, potenziale area di dialogo tra le discipline artistiche e le scene culturali più eterogenee.

STOCCOLMA

Glasstress Stockholm In occasione delle Celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma diretto da Paolo Grossi, ha predisposto da giugno a dicembre un programma speciale di iniziative quale grande vetrina dell’eccezionale patrimonio della Serenissima e della Regione Veneto, comprendente quattro grandi mostre d’arte: dalla fotografia all’arte del vetro di Murano, dalla pittura del Settecento veneziano alla creazione artistica contemporanea. Fino al 15 gennaio è aperta al Museo di Millesgarden (uno dei più spettacolari spazi espositivi di Stoccolma, a terrazze digradanti sul mare), la mostra Glasstress Stockholm. Curata dallo studio Berengo di Murano per la Biennale di Venezia, l’esposizione presenta le opere di alcuni tra i più conosciuti artisti contemporanei , da César a Tony

Cragg, da Lucio Fontana a Giuseppe Penone, da Man Ray a Jean Arp a Louise Bourgeois, che si sono confrontati nell’arco della loro carriera con la tecnica vetraria. L’allestimento di Stoccolma comprende anche una selezione di opere di artisti svedesi, da Marie-Louise Eckman a Charlotte Gyllenhammar.

VIENNA

Beauty and Transience Le posizioni assunte dagli artisti sulle massime questioni esistenziali costituiscono il cuore della mostra Schönheit Und Vergänglichkeit / Beauty and Transience, in corso all’Essl Museum fino al 22 gennaio 2012. La sala principale si trasforma in un’area di riflessione attraverso le opere di Jörg Immendorff, Jannis Kounellis, Zoran Music, Marc Quinn, Daniel Spoerri e Antoni Tapies. Se per secoli l’arte occidentale ha esplorato la nozione di Bellezza, dall’antichità classica fino agli studi del XX secolo sulle civiltà non europee, con questa esposizione il curatore Andreas Hoffer intende spingere alla ricerca di un momento di sintesi sulle questioni fondamentali spingendo i visitatori, attraverso i soggetti proposti, a sfidare le loro stesse idee.

GAGOSIAN

Damien Hirst Gagosian Gallery ha annunciato la mostra The complete Spot Paintings 1986-2011 di Damien Hirst, esposizione concepita per svolgersi in contemporanea in ognuna delle undici sedi della galleria, a New York, Londra, Parigi, Los Angeles, Roma, Atene, Ginevra e Hong Kong. L’evento, che avrà luogo dal 12 gennaio al 18 febbraio 2012, precede la grande retrospettiva che sarà allestita nel mese di aprile alla Tate Modern di Londra e include prestiti da istituzioni pubbliche e collezioni private, ma anche dall’artista stesso.

AOSTA

Andy Warhol Ad Aosta, negli storici locali del Centro Saint-Bénin, dal 26 novembre 2011 una grande mostra viene dedicata ad Andy Warhol, esponente di punta della Pop Art americana ed artista di culto tra i più celebri del XX secolo. L’esposizione, organizzata dall’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione autonoma Valle

VALENCIA

Surreal versus Surrealism

La nascita della psicoanalisi ha innescato un movimento di pensiero che nell’ambito del modernismo ha avuto la portata di una vera e propria rivoluzione che, sostanzialmente, ha avuto un influsso sulla cultura e sul costume del Novecento e continua ad averlo anche su quella dei nostri giorni. Fino all’11 dicembre, la mostra Surreal versus Surrealism in Contemporary Art, curata da Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni per l’IVAM di Valencia, affronta per la prima volta l’analisi di quel fenomeno che, dalla presa di coscienza del ruolo dell’inconscio nella quotidianità dell’individuo, principale punto di riferimento dei Surrealisti, a seguito di nuove scoperte tecnologiche e scientifiche ha favorito l’affermarsi del Postmoderno e di una visione globale del mondo che ha aperto la strada al Surreale. Se il Surrealismo era lo specchio dei turbamenti dell’inconscio del singolo, proiettati nel reale sotto forma di opera d’arte, il Surreale è lo specchio del

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reale che si proietta nell’inconscio del singolo, creando turbamenti. Laddove il Surrealismo dava corpo a visioni oniriche, riconoscibili come improbabili nel quotidiano, il Surreale propone immagini reali che però si fatica ad accettare come veritiere, tanto da confonderle con visioni

o fantasie. La mostra è suddivisa in quattro sezioni cronologiche, dagli anni ’80 a oggi, per evidenziare come le concezioni surrealiste siano tuttora presenti nelle opere di diversi importanti artisti, mentre molti altri hanno sviluppato una concezione estetica influenzata dai linguaggi

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>anteprima e news gallerie e istituzioni su www.rivistasegno.eu< CAMOGLI (GE)

Andy Warhol, 1985. Foto di D. James Dee.

d’Aosta, è curata da Francesco Nuvolari e si avvale di oltre settanta opere, eseguite da Warhol tra il 1957 e il 1987. Si tratta di numerosi pezzi unici, serigrafie, grafiche, multipli e memorabilia, provenienti da molte prestigiose collezioni, selezionati avendo cura di documentare l’intero percorso artistico dell’autore. Tra le opere, diverse per tecniche e dimensioni, spiccano i ritratti dei personaggi più in vista, a livello mondiale, degli anni Sessanta e Settanta, da Mao a Marylin Monroe, da Mick Jagger a Liza Minelli, oltre ad uno dei più efficaci autoritratti dell’autore stesso, ma non mancano gli altri soggetti cui il pittore americano si dedicò con la stessa dirompente inventiva e che contribuirono anch’essi a consolidare la sua straordinaria fama, come gli Space Fruits, le Campbell’s Soup, i Carton Box, i Flowers e le Cover discografiche più famose ed ambite dai collezionisti. Il percorso della mostra intende anche porre l’accento sulle opere che rappresentano la parte più intima della riflessione di Warhol, quella esteticamente più vicina alle sue radici europee, contribuendo così ad una rivisitazione della sua poetica, assai più profonda e teoricamente agguerrita di quanto la sua insistenza sull’effimero, il superficiale e lo spettacolare, possa far credere. La rassegna, che rimarrà aperta sino all’11 marzo 2012, è accompagnata da un catalogo trilingue italiano, francese e inglese, edito da Sala Editori, in cui sono riprodotte tutte le opere in mostra accompagnate da saggi di Francesco Nuvolari, Paolo Balmas e Gianfranco Rosini. degli strumenti telematici di massa. Opere di: Matthew Barney, Ross Bleckner, Monica Bonvicini, Maurizio Cattelan, Francesco Clemente, Roberto Cuoghi, Hans Op de Beeck, Nathalie Djurberg, Francesco Gennari, Dionisio Gonzalez, Timothy Greenfield-Sanders, Robert Gober, Peter Halley, Karsten Holler, Shirazeh Houshiary,

Fondazione Remotti DONNE DONNE DONNE così si intitola la mostra dal 26 novembre alla Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti a Camogli (Ge). Raccoglie alcune opere della Collezione Remotti di una trentina di artiste. Per quest’occasione la direttrice Francesca Pasini ha scelto di mettere in dialogo il linguaggio dell’arte visiva con quello del teatro con la rappresentazione LE SERVE di Jean Genet, con la regia di Emanuela Rolla che è anche una delle interpreti insieme a Margherita Remotti e Gabriella Fossati. La scelta delle opere dalla collezione Remotti abbina il tema del corpo a interpretazioni dei luoghi che raccontano lo sguardo delle donne e la loro guadagnata presenza nella storia dell’arte contemporanea. Tra le opere quelle di Marina Abramovic, Gina Pane, Monica Bonvicini, Paola Pivi, Nan Goldin, Vanessa Beecroft, Shirin Neshat., Nathalie Djurberg, Marjetica Potrc, Elizabeth Aro, Fino al 18 marzo.

NAPOLI

Paolo Consorti Al Museo Madre di Napoli performance di Paolo Consorti Rebellio Patroni, il miracolo di San Gennaro. ProPaolo Consorti, Giobbe - Il Miracolo di San Gennaro, 2011.

tagonista, nei panni di San Gennaro, è Giobbe Covatta che Paolo Consorti ha invitato a vestire i panni del santo patrono di Napoli sia per la sua appartenenza partenopea che per il suo essere ironico, istrionico e impegnato. Un personaggio che riassume gli aspetti migliori della “napoletanità”. La performance, dedicata a Napoli, come simbolo di una Italia meravigliosa ma sull’orlo del precipizio, appartiene al ciclo Rebellio Patroni che ha visto già protagonista Elio (delle storie tese) nei panni di San Francesco in una performance alle Corderie dell’Arsenale nell’ambito della 54° Biennale di Venezia. Il ciclo Rebellio Patroni, un’opera multiforme e in progress, nasce come ironica celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia: i santi patroni si ribellano (nelle città di cui sono protettori) alla decadenza dei nostri tempi. Consorti sta creando un percorso attraverso l’Italia della bellezza e delle contraddizioni. Le azioni paradossali dei santi sono un modo per prendere parte attraverso l’arte ad un discorso sul presente in maniera insolita e trasversale, con ironia ma senza chiudere gli occhi sulle emergenze morali e concrete del nostro Paese. Il San Gennaro di Consorti traina un carretto sul quale è posto un sontuoso presepe napoletano reinterpretato con l’inserimento di una teca devozionale dove è ritratto Giobbe Covatta nei panni del santo protettore di Napoli. Partendo dal Duomo, San Gennaro/Giobbe si addentra in un percorso per le vie della città raccogliendo la spazzatura abbandonata per strada. Si dirige infine col suo carico all’interno del Museo Madre dove avverrà il miracolo.

SIENA

Luigi Veronesi La Fondazione Ragghianti dedica, fino all’8 gennaio 2012, una grande retrospettiva a Luigi Veronesi dal titolo Ritmi visivi. Luigi Veronesi nell’astrattismo europeo, a cura di Paolo Bolpagni, Andreina Di Brino e Chiara Savettieri, mostra realizzata in collaborazione con l’Archivio Luigi Veronesi di Milano. La mostra intende evidenziare l’enorme apertura d’interessi e la prospettiva dinamica e intercodice dell’arte di Veronesi, puntando in particolare su due settori della sua vasta produzione: il cinema astratto e le visualizzazioni cromatiche della musica, laddove è più esplicità la volontà di creare ritmi e armonie visive, dilatando la pittura verso la dimensione musicale del tempo. Michael Joo, Li Tian-Bing, Anish Kapoor, Oleg Kulik, Yue Minjun, Komar e Melamid, Liu Jianhua, Rudi Mantofani, Wangechi Mutu, Vic Muniz, Luigi Ontani, Tony Oursler, Javier Perez, Richard Prince, Marc Quinn, Shi Yong, Cindy Sherman, Kiki Smith, Ronald Ventura, Wang Guangyi, Erwin Wurm, Zhang Xiaogang.

Surreal versus Surrealism in Contemporary Art, panoramiche dell’allestimento, IVAM, Valencia

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Art|Basel|Miami Beach 1–4|Dec|11

Vernissage | November 30, 2011 | by invitation only Catalog order | Tel. +1 212 627 1999, www.artbook.com Follow us on Facebook and Twitter | www.facebook.com/artbaselmiamibeach | www.twitter.com/abmb The International Art Show – La Exposición Internacional de Arte Art Basel Miami Beach, MCH Swiss Exhibition (Basel) Ltd., CH-4005 Basel Fax +41 58 206 31 32, miamibeach@artbasel.com, www.artbasel.com

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A R T I S S I M A 18 I N T E R N AT I O N A L FA I R O F C O N T E M P O R A R Y A R T

New Entries Back to the Future Present Future Main Section

Chart #020 Galleries participating in Artissima 18 colour coded according to section (New Entries, Back to the Future, Present Future, Main Section) List updated on 26 September, 2011

4 – 6 N O V E M B E R 2 0 11 O VA L , L I N G O T T O F I E R E , T O R I N O Fondazione Torino Musei

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Regione Piemonte Provincia di Torino Città di Torino

Camera di commercio di Torino Compagnia di San Paolo Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT

Main Partner: UniCredit Partners: Fondazione Borsalino, illycaffè, Iren, Lauretana, Open Care Media partner: RCS Pubblicità

info@artissima.it www.artissima.it

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Andy Warhol

dall’apparenza alla trascendenza de l’apparence à la transcendence vernissage 25 novembre/novembre 2011 ore 18.00 26 novembre/novembre 2011 11 marzo/mars 2012 AOSTA Centro Saint-Bénin - Via Festaz, 27

Orario/Horaire: 9,30-12,30 | 14,30 - 18,30 tutti i giorni / tous les jours

Catalogo/Catalogue SALA editori | Pescara Copyright Andy Warhol Foundation for the Visual Arts by SIAE 2011

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COLLISIONI Un gruppo di artisti tra scultura e architettura Borrelli Centenari Della Porta Gastini Gioberto Noro Hamak Le Corbusier Mainolfi Melotti Nunzio Spagnulo

15 ottobre - 30 novembre 2011 Catalogo con testi di Marisa Vescovo e Alessandro Carrer

Filippo Centenari - Luce in pezzi, 2011 (particolare)

Spalletti

2000 & Novecento Galleria dâ&#x20AC;&#x2122;Arte

Via Emilia San Pietro, 21 - 42121 Reggio Emilia T. 0522.580143 - duemilanovecento@tin.it - www.duemilanovecento.it

Chiesa dei SS. Carlo e Agata Via San Carlo, 1 - 42121 Reggio Emilia

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3 dicembre 2011 - 5 febbraio 2012

MICHELE ZAZA Paesaggio Magico Testo critico di Elena Re

Palazzo Barnaba Via Principe Umberto, 49 Martina Franca tel. 080.4801759 - www.carrierinoesi.it

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54. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia

Maurizio Cattelan, Others 2011

Biennale Arte 2011

STRATEGIE SEGNICHE DI COMUNICAZIONE Giardini e Arsenale,Venezia di Paolo Balmas

LLUMI/nazioni” non è solo l’ennesimo gioco di parole con cui un diret“I tore di Biennale cerca di sintetizzare efficacemente l’idea ordinatrice della mostra da lui curata per il Padiglione Internazionale, è anche l’indice

di un ulteriore punto d’arrivo di quel processo, in atto da diversi decenni, per cui tutti coloro che hanno avuto la responsabilità critica della grande manifestazione veneziana hanno sentito assai più il bisogno di ripensarne il senso che quello di correggerne un qualche ritardo storico. L’artificio linguistico trovato dalla Curiger, infatti, vale, senza infingimenti, come denuncia garbata, ma lucidissima, di un incombusto residuo ideologico che nessuno aveva ancora evidenziato in maniera diretta: l’dea che la competizione tra nazioni, ciascuna tesa a fornire la migliore immagine di se, sia sempre e comunque qualcosa di positivo e stimolante, una sorta di principio fuori discussione, come la libera concorrenza nel mondo dell’economia o il confronto elettorale in quello della politica. Una denuncia che, va subito detto, non ha nulla a che fare con l’indebita sovrapposizione di una fede utopica alla realtà dei fatti, ma nasce da una constatazione che è oramai condivisa da tutti gli osservatori qualificati: l’arte dei nostri giorni non privilegia più questo o quel linguaggio di ascendenza storica per riflettere questa o quella realtà locale, ma sceglie strategie segniche e modalità di comunicazione il più possibile pervasive per rivolgersi sin da subito al più vasto pubblico che sia dato immaginare, cioè ad un pubblico mediaticamente orientato (anche se non necessariamente tecnicamente attrezzato) che, nel bene e nel male, vive immerso nella nuova realtà della globalizzazione. E forse, proprio “constatazione” è la parola chiave per comprendere lo spirito della mostra organizzata dalla studiosa svizzera, la quale appunto né pretende di stupirci con una sua scoperta in anticipo sui tempi né reclama la nostra complicità nel gridare allo scandalo per un qualche valore andato irrimediabilmente perduto. La situazione è questa - sembra volerci dire la Curiger - e chi ama l’arte e insegue la creatività in tutte le sue manifestazioni e trasformazioni non ha che da rimboccarsi le maniche ed andargli incontro predisponendosi all’accoglimento del nuovo in tutte le sue gradazioni e portando in dono agli artisti ed al pubblico le proprie esperienze e i propri strumenti interpretativi, il che equivale a dire sostituendo la partecipazione all’ entusiasmo e la collaborazione al protagonismo. In quest’ottica va da se che anche l’altro polo della sciarada (in vero morfologicamente un po’ forzata) che ci viene proposta, vale a dire l’idea guida di “illuminazione” come simbolo di un’esperienza di riconoscimento immediato del valore, va accolta più come offerta di uno strumento operativo atto a discernere unificando che non come fattore identificativo di un contenitore in cui è implicito il discrimine storico tra ciò che è evolutivamente valido e ciò che non ha più nulla da dare o da dire. Uno strumento che, per quanto faccia affidamento sul conforto di un filone di pensiero alternativo 22 -

al “metodo” sempre risorgente nella storia dell’estetica, viene qui inteso non come separato ma come inclusivo nei confronti della tradizione illuministica (o comunque analitica) occidentale riconsiderata dal punto di vista delle sue più intime tensioni. L’illuminazione stessa è in altre parole per la Curiger una sorta di fiaccola con la quale andare alla ricerca di un significato non autoritario dell’idea di nazione, che, come appare oramai chiaro dalle tendenze aggregative e relazionali dei nuovi artisti di tutto il mondo, ad altro non può corrispondere che ai concetti di comunità, condivisione, aggregazione spontanea, e via dicendo, tutte forme di identità nel lavoro e nella vita non pericolosamente astraenti e ambiguamente mitologizzate, ma radicate nell’esperienza del presente. Un’ottica, questa, in relazione alla quale anche la Storia dell’Arte esce dai consueti binari e paletti, per presiedere ad omologie, accostamenti, scambi e confronti non intellettualistici e sofisticati, come un gioco di società, ma concretamente verificabili dal singolo osservatore con un minimo di contestualizzione. I Tintoretto esposti in apertura del percorso espositivo, in questo senso, vanno intesi non come un ‘coup de théatre’ particolarmente riuscito, ma come un dirompente prologo a tutte le altre integrazioni tra ricerche generazionalmente e ambientalmente distanti tra loro che, nell’ordito della mostra, vanno a prendere il loro posto senza creare scompensi, e, anzi al contrario, regalandoci un gratificante senso di continuità e di pienezza. Se questo è quanto andava detto rispetto ai principi regolativi e al desiderio di “ILLUMInazioni” di non lasciarsi coinvolgere nella vecchia logica della selezione finalizzata alla promozione e valorizzazione, sia diretta che indiretta, dell’opera, resta comunque lecito al commentatore tentare un bilancio sull’impatto più immediato e diretto della selezione proposta dalla curatrice svizzera, sia sul grande pubblico che sul visitatore mediamente acculturato. Senza entrare nel merito delle singole poetiche credo che il primo doveroso riconoscimento da fare riguardi la qualità dei video presentati, nessuno urtante o ripetitivo, tutti capaci di incollarti allo schermo senza suscitare impazienza o frustrazione, come “The Clock” di Cristian Marclay o “Five Thousand Feet is the Best” di Omer Fast. Un’altra menzione positiva non può che concernere il rapporto della mostra con il lavoro di artisti impegnati sui problemi della discriminazione sociale, della miseria, delle migrazioni SudNord e via dicendo, un’universo che emerge con forza tanto maggiore in quanto autori ed opere selezionati sono tutti sobriamente e concretamente lontani da ogni forma di retorica terzomondista o di insistita crudezza. Esemplare in questo senso il caso di David Goldblatt e delle sue interviste raccolte sotto il titolo di “Ex Offenders Series” Attenendosi ad un apprezzamento di carattere più generale possiamo dire, infine, che mai come in questa occasione è stato possibile constatare in una grande rassegna internazionale, la inadeguatezza di tutte quelle formule che definiscono l’attuale produzione artistica restia ad ogni mappatura semiologica in quanto sfrenatamente ibridata ed eclettica dal punto di vista espressivo. Quando, infatti, come nel caso di “ILLUMInazioni” si ha a che fare con una idea chiara e non preconcetta di cosa si vuol mostrare (e non dimostrare), per quanto opinabile possa essere il tipo di fondazione epistemica sotteso alla prassi curatoriale, quella prassi stessa in quanto tesa ad accordarsi spontaneamente alle strategie fattive degli artisti non può che rendere giustizia al modus operandi degli stessi, dimostrando che nulla a che fare esso ha con il caos, il capriccio o l’eccesso, mentre tutto deve, quanto ad efficacia e prenganza estetica, alla integrazione dei media e delle tecniche e al rilancio continuo delle potenzialità del linguaggio.

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>SPECIALE<

Crisi paradigmatica di Gabriele Perretta

el titolo di Illuminazioni è riposta l’ambizione che tiene insieme le proN spettive della Curiger! Cos’è una Biennale? Qual è il suo pubblico? Che ruolo ha oggi il curator? Qual è “l’identità stessa dell’istituzione!”. Che rap-

porto c’è tra le produzioni artistiche nazionali e le eccellenze internazionali? Illuminazioni si incentra, apparentemente, sulla “luce”, ma poi tira fuori un sottotesto tutto concentrato sull’ombra, sulle zone buie che si celano nell’ambiguità tra nazionalità e internazionalità, lingua e sistema, apparati, libertà e oppressioni! A questo intento tengono fede tanto le finte Illuminazioni quanto gli interessi precipui degli stessi artisti, gravitanti attorno alla filosofia della mostra. Il compito della riflessione artistica, specialmente nel nostro momento che la curatrice definisce di crisi paradigmatica, in cui l’arte pare affrontare una perdita di identità, non è indicare alla politica una “retta via” per la ricerca, quanto semmai cercare di sondarne le implicazioni e di vagliare le strade effettivamente prese dall’operatività, dalla pertinenza e dalla comunità dei suoi praticanti. Il contributo della Curiger, le cui intenzioni introduttive puntano a definire i confini all’interno dei quali possano animarsi i dibattiti proposti dalle “Illuminazioni”, si richiama dunque alla classica “disputa sui metodi dei curators”. L’origine viene rintracciata nell’articolazione di due tradizioni differenti, circa il modo di intendere le condizioni che una curatela deve soddisfare per essere culturalmente accettabile. Ripercorrendo le fasi evolutive dell’articolazione di Luce e Nazione, la Curiger sostiene che: “il concetto di “paese” e l’arte contemporanea stessa hanno la forza di sperimentare nuove forme di “comunità”, di negoziare differenze e affinità”. Qui parlare di nazioni vuol dire, dunque, ricordo delle frontiere tra “lingue” e sistemi politici e scegliere Tintoretto, significa profondere energia pittorica e anticlassicismo. L’intento della Mostra è quello di mettere in frizione e scoperchiare le aporie tra memoria e effettività del moderno. A partire da questa definizione, che è anche una dichiarazione programmatica, la Curiger ha raccolto un moltitudine di opere e di relazioni nazionali, che si estendono sino agli ultimi sviluppi dell’arte (del sistema e per il sistema)! Questo difficilissimo progetto affronta così in modo in/meritorio un tema, o un incrocio di temi, al centro della dimensione etica, estetica e politica contemporanea, mettendo in totale conflitto utopia comunitaria, pretesa anticlassica e performatività post-moderna. Mentre su un piano squisitamente storico sembra un po’ affrettata la ricostruzione di una genealogia del concetto di “età dei lumi” ed illuminazione, bisogna riconoscere che, legittimamente, il focus della 54esima non è storico bensì sbrigativamente esposizionale. Dunque, lo schizzo di un’avant-garde pertinente all’individualità artistica può effettivamente essere accettato nella misura in cui rappresentasse, teoreticamente più che storicamente, un certo quadro tradizionale rispetto a cui l’evoluzionismo ha agito con forza. Per motivi analoghi, ho qualche dubbio anche sulla pregnanza delle chimere tran specifiche, come controesempio delle opere adottate e imposte tra analogia e allusione anticlassica. In altri termini la direttrice della 54esima sostiene che in ILLUMInazioni alcuni artisti si riferiscono direttamente a Tintoretto (Hlobo, Bonvicini, Turrell e Wool) e con Urs Fischer viene aggiunto alla Biennale un ulteriore pezzo di storia dell’arte: il ratto delle Sabine, si presenta sottoforma di una colossale candela che nel corso dell’esposizione brucia lentamente e si abbandona al suo annientamento. Qui è forse opportuno

notare che appare curiosa la scarsa permeabilità della riflessione che ha luogo nell’arte curatoriale avanzata nella pratica neoSzeemanniana. È vero che tende ad esserci anche l’atteggiamento reciproco da parte del mainstream creativistico del curatore, ma una maggiore mutabilità dovrebbe essere un atteggiamento fruttuoso e non didascalico. ILLUMInazioni ha la pretesa di tuffarsi in un’arte attuale e tra “oggetti in cui è inscritta la transitorietà generale”. Ma se da un lato riconosce che l’aspetto comunicativo è cruciale, dall’altra si lamenta che il nostro senso della realtà è messo profondamente in discussione dai mondi virtuali e simulati. Data la sua forma complessa, Illuminazioni può essere considerato al contempo un’introduzione alle contraddizioni dell’arte e del sistema artistico contemporaneo, così come una galleria di sollecitazioni intellettuali, assai discordi, che si collegano al modus del maestro (Harald Szeemann). Ad un quadro generazionale non privo di interesse, che sottolinea le peculiarità delle scelte della Curiger, si aggiungono spunti specifici che interagiscono con orientamenti anche molto diversi e controversi. A proposito del concetto chiave di «lume, lingua, stile e nazione», l’opposizione tra coloro che l’hanno pensato come unificazione e coloro che l’hanno pensato invece come separazione, ha visto prevalere questi ultimi, che hanno ritenuto le cose come separabili dal loro contesto. Questo è il seme da cui si è sviluppato il mercantilismo artistico odierno, che supportato da una significativa mancanza di intelligenza curatoriale e di correttezza, vìola le regole del buon intendere e del buon dimostrare (più che esporre) e costruisce (inventa) lo «straw artist», un’artista di paglia facilmente distruttibile. Detto ciò, forse è possibile concludere che il più evidente requisito del lavoro della Curiger, è una insolita spregiudicatezza liberale dell’esposizione, una cura dell’artista singolo, una precisa attenzione allo sviluppo degli argomenti, una eleganza del tutto personale nel tacere alcune cose e dirne altre. La Curiger conosce profondamente il linguaggio della tradizione in cui opera, ma fa scarsissimo uso dei suoi tipici elementi mediali. Non manca qualche uso viziato delle esagerazioni significanti, punto di forza della pratica curatoriale di stampo tardomoderno, ma condotto sempre con estrema scaltrezza esposizionale e precisa finalizzazione elitaria. Da alcuni anni si avvertiva il bisogno di una messa a punto generale della filosofia esposizionalista, che possiamo chiamare «l’altra metà del cielo» della curatorialità. Com’è noto, le mostre in Italia per lo più ignorano l’apporto femminile in questa direzione. La Curiger, senza peraltro aderire a un’idea forte e gioviale di curatorialità della differenza, introduce qui le positive tesi di una trentina di donne artiste, tra cui molte italiane, e fa emergere con estrema chiarezza come e quanto l’attenzione per l’altra metà potrebbe oggi offrire contributi notevoli alle forme espositive. La Curiger, ribaltando il suo stesso operato e sottolineando l’apporto concreto della ricerca delle donne, dà conto delle critiche Irigarayane al predominio dell’enunciato nella considerazione logica dell’arte della differenza, un vecchio e classico tema che ha sempre caratterizzato l’impostazione anti-logica della pratica artistica stessa. Mentre si presuppone che ogni analisi della differenza del linguaggio debba partire dall’enunciato dichiarativo (ossia suscettibile di essere detto vero o falso), nella prospettiva delle donne l’enunciato è solo un aspetto derivato e astratto dell’ampio fenomeno mediale. Su tale ragionamento si veda l’invitante lavoro di Giulia Piscitelli che, all’interno del percorso Illuminazioni/Women’s studies, appare come uno dei più significativi!

In alto: Urs Fischer, Untitled, 2011. Sotto: Giulia Piscitelli, Spica, 2011.

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54. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia

PADIGLIONI NAZIONALI di Lia De Venere

enominatore comune di diversi interventi nei padiglioni nazionali è D stata la scelta di riprogettare lo spazio, cambiandone radicalmente i connotati e offrendo al visitatore una sorta di percorso iniziatico coinvol-

gente, anche se a volte disturbante. Se Markus Schinwald ha trasformato l’interno del padiglione austriaco in una sorta di labirinto dalle pareti bianche, in cui ha collocato alcuni suoi dipinti e sculture, ancora più spiazzante è Chance, l’intervento realizzato dal francese Christian Boltanski: una grandiosa intricata struttura metallica che induce a riflettere sul tema del destino, sollecitando l’intervento del pubblico. Su nastri trasportatori scorrono velocemente foto di neonati, all’improvviso una sirena interrompe il movimento e consente di fissare il volto di un piccolo, la cui sorte si ignora, mentre su due display appaiono i numeri delle nascite e delle morti nel mondo. Nel padiglione della Gran Bretagna Mike Nelson ha riproposto con qualche modifica, attraverso una sequenza labirintica di ambienti, corridoi e scale, popolati da oggetti polverosi e da tracce di inquietanti presenze, un’articolata installazione concepita nel 2003 per la Biennale di Istanbul, creando un collegamento ideale tra due grandi centri mercantili del passato, tra Oriente e Occidente, e tra due eventi che hanno segnato la sua vita professionale. Spettacolare, ma per certi aspetti tetro, il padiglione tedesco (al quale è andato il Leone d’oro): una rilettura globale postuma del lavoro di Christoph Schlingensief (1960-2010), artista, regista cinematografico e teatrale, realizzata dai suoi collaboratori sulla traccia dell’oratorio Fluxus A Church of Fear vs the Alien within, che ha trasformato la sala principale dell’edificio in una chiesa, in cui sono raccontati la vita e le opere del visionario e controverso artista, la sua lotta contro la malattia e infine il suo progetto di costruire in Burkina Faso un “ villaggio dell’opera”. Tabaimo allestisce una metafora ai limiti del kitsch della società contemporanea giapponese attraverso una miriade di immagini proiettate sulle pareti nel padiglione in cui due aperture – nel soffitto e nel pavimento – da cui possono entrare il vento e la pioggia, alludono alla condizione attuale del suo paese sospeso tra passato e futuro. Ispirandosi alle mille

sfaccettature del cristallo e con l’intento di invitare il pubblico a esercitare il pensiero, con Crystal of Resistance Thomas Hirschhorn ha dato corpo nel padiglione della Svizzera ad uno degli interventi più discussi, invadendo lo spazio con un assemblaggio caotico di oggetti di ogni tipo legati da nastro adesivo. È quello della Grecia il padiglione che ha ospitato l’intervento più radicale, firmato da Diohandi: l’esterno dell’edificio è stato rivestito con assi di legno grezzo; all’interno, nella penombra appena rischiarata da una lama di luce, una passerella ha consentito ai visitatori di procedere tra due specchi d’acqua. A ben guardare, una metafora della grave situazione economica e sociale della Grecia e della recessione mondiale, in cui tuttavia la presenza di luce si fa simbolo di speranza in un futuro migliore. Ispirata a racconti di fantascienza e alla teoria dei “multiversi”, che ipotizza la coesistenza di più universi, è la monumentale foresta di alberi di argilla cruda, simili a vestigia di antiche e misteriose civiltà scomparse, creata all’Arsenale dall’argentino Adrián Villar Rojas. Un gioco di specchi rafforza la sensazione di spaesamento che in Ca’ del Duca, sede del padiglione lussemburghese, hanno creato Martine Feipel & Jean Bechameil, con una serie di ambienti deformati, in cui albergano mobili molli e colonne in precario equilibrio, per ribadire, sulla traccia del pensiero di Jacques Derrida, la necessità di spingersi oltre i limiti di un luogo per trovarne uno nuovo, per sottolineare che i vecchi modelli di lettura del mondo e di azione degli individui sono ormai obsoleti. A giudizio di molti è tra i più interessanti della Biennale, a nostro avviso il più emozionante: parliamo del padiglione dell’Istituto Italo latinoamericano che in un suggestivo spazio all’Arsenale ha riunito interventi di artisti di venti paesi latinoamericani sotto l’egida di un verso del poeta uruguaiano Mario Benedetti – Entre Siempre y Jamas – per celebrare senza retorica ma con accenti poetici, tra malinconia e ironia, il duecentesimo anniversario dell’Indipendenza dell’America latina, con video, sculture, foto e installazioni, in cui l’attitudine visionaria della cultura latinoamericana si affianca all’attenzione al sociale e all’impegno politico. Come nel video di David Pérez Karmadavis, che attraverso la figura di un cieco dominicano che porta in braccio una donna haitiana senza gambe offre una metafora della necessità di mutua solidarietà tra individui, che vivono sulla stessa isola, condividendo una condizione di povertà, e in quello della ecuadoregna Maria Rosa Jijón che informa del progetto di una nuova via navigabile alternativa al Canale di Panama che attraverserebbe il Rio delle Amazzoni fra Manta (Ecuador) e Manaus (Brasile), apportando gravi danni all’ambiente e causando il trasferimento forzato di comunità indigene. Impegno sociale come Leitmotiv anche nella partecipazione di altri paesi stranieri, come la Norvegia, che in diverse sedi e in una serie di conferenze svoltesi durante tutto il periodo di apertura della Biennale ha invitato intellettuali di livello internazionale a discutere delle numerose emergenze del nostro tempo: i diritti umani, le migrazioni, la guerra, l’ambiente, la sostenibilità, e altro ancora, mentre un gruppo di studenti dell’IUAV sotto la guida dell’artista Bjarne Melgaard ha riflettuto sull’AIDS e la sua influenza sulla ricerca artistica. A Women Takes Little Space, il reportage fotografico della estone Liina Siib (Palazzo Malipiero) ha posto in luce la mancata realizzazione della parità dei sessi nel suo paese, in cui le donne vivono e lavorano ancora in luoghi disagevoli e angusti e con retribuzioni inferiori rispetto agli uomini. L’intervento di Sigalit Landau nel padiglione di Israele, usando come veicoli metaforici l’acqua, il sale e il terreno, ha toccato temi di carattere esistenziale, sociali e politici, come l’interdipendenza tra gli individui e l’ineguaglianza tra gli esseri umani, i continui attentati all’ambiente, la ineguale distribuzione delle risorse tra le nazioni e gli squilibri dovuti alla povertà, infine la difficoltà dei rapporti tra Israele e i paesi vicini e insieme la volontà di risolvere i conflitti.

Dall’alto: Guillermo Calzadilla, Jennifer Allora Track and Field, Stati Uniti. Maria Marangou, Diohandi, Grecia. Qui sotto: Markus Schinwald, Austria. Dora Garcia, Lo inadecuado, Spagna. Christian Boltanski, Chance, 2011, Francia.

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>SPECIALE<

ILLUMINANTI MOSTRE COLLATERALI di Antonella Marino

na settantina, al netto dei padiglioni nazionali, sparsi ovunU que per la città. Difficile persino tenere il conto della caterva di mostre esterne (tra ufficiali e non) che quest’anno come e più

Adan Vallecillo, Padiglione IILA, Istituto Italo Latinoamericano. Thomas Hirschhorn, Crystal of Resistance, 2011. Padiglione Svizzera

Ahmed Basiouny (1978-2011) è un martire della rivoluzione popolare scoppiata in Egitto all’inizio dell’anno. A lui, ucciso al Cairo in piazza Tahrir, alla documentazione di una sua performance e insieme ai filmati da lui girati durante i disordini del 25-27 gennaio, è stato dedicato il padiglione egiziano (Giardini), toccante per la drammaticità degli eventi e per il coraggio dimostrato dall’artista. La libertà di espressione è il tema attuale e scottante scelto dalla Danimarca per Speech matters, progetto espositivo animato da ben diciotto artisti internazionali che ha avuto un’appendice all’esterno del padiglione in una sorta di tribuna di legno, sul cui pavimento sono state collocate matrici xilografiche con immagini di personaggi noti a livello mondiale, alcuni dei quali famosi per le posizioni ideologiche o politiche estremistiche. E all’insegna della globalizzazione, anche altri paesi hanno scelto di ospitare artisti stranieri. Yael Bartana, israeliana ha proiettato nel padiglione della Polonia (Giardini) una trilogia di video che documentano le attività di un immaginario movimento che auspica il ritorno nella terra dei propri avi di oltre tre milioni di ebrei polacchi. Il cubano Guillermo Calzadilla in coppia con Jennifer Allora ha rappresentato gli Stati Uniti con una serie di sculture, video e installazioni, che invitano a riflettere sul rapporto tra arte, politica e identità internazionale nel nostro secolo. Pur non avendo riscosso grandi consensi, il padiglione ha ospitato nello spazio antistante il lavoro più fotografato dell’intera Biennale: un ginnasta che marciando su un tapis roulant, metteva in moto i cingoli di un carro armato rovesciato. Dora Garcia ha realizzato per il padiglione spagnolo il progetto corale Lo inadecuado, chiamando a discutere alcune decine di intellettuali su temi di grande interesse come devianza, censura, emarginazione, linguaggio, all’insegna del concetto di inadeguatezza. Un’esperienza sensoriale affascinante, ispirata alla relazione esistente – secondo l’estetica cinese – tra la bellezza e il gusto, quella offerta al visitatore nel padiglione della Repubblica Popolare Cinese (Giardino delle Vergini) da cinque artisti, tra vapori artificiali all’aroma di tè, effluvi di erbe medicinali, profumi di incenso e di bevande alcoliche. Un’ultima annotazione vogliamo dedicarla all’Olanda, che ha allestito il padiglione – a giudizio di molti – più raffinato della Biennale, affidando i propri spazi a due architetti, tre artisti, una graphic designer e due musicisti. Opera aperta è una complessa installazione fatta di immagini, parole e suoni, che ripropone il concetto di opera collettiva, che come un filo rosso attraversa le sperimentazioni artistiche a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

del solito hanno invaso Venezia in occasione della Biennale. Quasi impossibile (a meno di una lunga permanenza) rincorrerle tutte, tra calli, ponti ed isolotti, chiese e palazzi storici, distribuiti in tutti i sestrieri lagunari. L’offerta, variegata, è spesso di notevole spessore, tanto da divenire corollario imprescindibile alla visita della manifestazione madre, non brutta ma piuttosto piatta. Tutte le principali istituzioni culturali sono impegnate ad arricchire il campionario delle offerte a latere. A cominciare da Cà Pesaro, che per l’occasione scodella un’ ampia personale di Pierpaolo Calzolari, artista in gran spolvero negli ultimi tempi, ben oltre il clima celantiano di rilancio dell’Arte povera. Una “Struttura ghiacciante” del ‘90 ci accoglie già di fronte alla facciata, sul Canal Grande. Nei saloni su due piani dello storico museo si snoda invece un percorso di forte impatto, che documenta diversi momenti di questa ricerca. Dalle superfici con foglie (’68 -’69) o inserti di tubi fluorescenti al neon (’70- ‘71), si passa così attraverso i quadri di sale bianco e le tante installazioni che introducono il processo di formazione del freddo artificiale dagli anni ottanta. Fino alla produzione più recente, che declina sempre più su un piano teatrale l’intuizione sul potenziale vitale ed energetico del ghiaccio e di altri elementi naturali. Tra gli appuntamenti di qualità, su cui è persino superfluo dilungarsi troppo dato il calibro e delle presenze, c’è l’omaggio che il Guggenheim “locale” dedica ad una delle collezioniste più importanti del ‘900, Ileana Sonnabend, scomparsa nel 2007. Organizzata da Antonio Homem e Phillip Ryland, la mostra offre una carrellata di oltre sessanta opere che documentano l’attenzione della Sonnabend per le vicende italiane dagli anni sessanta. Ed insieme i suoi intrecci con protagonisti americani, come Rauschenberg, Twombly, Baldessari e tanti altri, in una selezione che non presenta sorprese ma neanche sbavature. Una vera chicca, da non lasciarci sfuggire, è poi la rassegna promossa dalla Fondazione Cini, “Penelope’s Labour”. Partendo dalla propria collezione di antichi arazzi e tappeti, s’intersecano qui visioni, possibili collegamenti trasversali tra esemplari antichissimi e l’ interpretazione attualizzante di alcuni autori contemporanei. Nel godibile allestimento si passa così da manufatti preziosi come l’arazzo del tardo ‘400 che racconta la caduta di Gerusalemme o il tappeto floreale di maestranze fiamminghe del XVI secolo, ad un’ immancabile “Mappa” di fattura afgana di Boetti; ai decori mortuari dei grandi fiori di Marc Quinn; ai tessuti con la denuncia della pulizia etnica in Bosnia di Azra Aksamija … Capitolo a sè, quasi una mostra nella mostra, è il piano riservato al cubano Carlos Garaicoa. Una serie di enormi tappeti riproduce con precisione fotografica le insegne di negozi impresse sui marciapiedi dell’’Havana, modificandone le scritte in modo da suggerire nuovi significati e sollecitando lo spettatore ad esperire, scalzi, le sensazioni di caldo, freddo, rugosità, suggerite attraverso modificazioni di texture e variazioni nelle componenti tessili… D’ altro tenore, concentrati sul padrone di casa e un ospite, sono le proposte della Fondazione Vedova. Nella zona dell’ ex studio un nuovo allestimento mette insieme un ciclo “senza fine” di dipinti bianco/nero realizzato dallo scomparso maestro veneziano nell’arco dell’ ‘87/’88: una catasta “in continuum” di 109 tele, in cui la gestualità energica del segno si fa tessitura filmica di una condizione precaria. I Magazzini del Sale restaurati da Renzo Piano, sono invece a disposizione di Anselm Kiefer, che si confronta con le stratificazioni saline del luogo, sospendendo al centro dell’ambiente delle lastre in piombo sottoposte ad un processo di elettrolisi, così da ottenere alchemiche colorazioni color muffa. Nel parterre istituzionale non poteva mancare infine la Fondazione Bevilacqua la Masa, con la sua duplice location a San Marco e Dorsoduro. Leggero e ironico, ma con risvolti di critica politica, economica e sociale, è l’intervento di Xiing nella sede centrale. Curato da Beatrice Leanza per l’associazione no Palazzo Cavalli Franchetti, Glassstress 2011.

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54. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia profit Artthb Asia, il progetto firmato da un interessante collettivo nippocinese-coreano propone uno stralunato decalogo di situazioni (in video), che accadono appunto a Xijing, immaginaria “capitale dell’ovest”: ad esempio surreali partite a pallone con cocomeri; o un architettonico taglio di un anguria… Stesa lungo le stanze, una lunghissima bandiera fa da suggello materiale a questa arguta provocazione fantapolitica sulla condizione urbana.. D’altra parte a Palazzo Tito Milovan Farronato presenta, per la prima volta in Italia, il temperamento eclettico di Enrico David, giovane italiano formatosi a Londra, su cui sono puntati molti riflettori. Non è semplice però esprimere un giudizio netto sui suoi lavori: assemblaggi di materiali vari che in cui si mescolano, attingendo a molteplici ambiti disciplinari, riferimenti al corpo, all’ornamento, al design modernista, visivamente debordanti ma di certo fuori dagli schemi. Passando invece agli eventi codificati come collaterali (di livello più discontinuo, data la grande mole di iniziative a cui la Biennale ha concesso il suo marchio), sicuramente in crescita è la collettiva ai piedi del chiacchierato Ponte di Accademia, e curata da un parterre internazionale di critici (tra cui il nostrano Demetrio Paparoni), propone progetti di una quarantina di artisti della scena globale fatti realizzare dalla Fornace storica di Murano. Tra specchi ed ori dei saloni si collocano i lavori fragili ma spesso taglienti in senso soprattutto in metaforico, di artisti e designers del peso di Jan Fabre, Joeb Van Lieshout, Vik Muniz, Bernardi Roig, Thomas Schütte, Zhang Huan. Gli esiti nella scommessa iniziale non erano poi così scontati vista l’identità fortemente artigianale del mezzo, ma al contrario spesso ben si prestano ad esprimere le tematiche urgenti legate all’identità, il senso di pericolo, l’esigenza di una progettualità, sia pur precaria. Fuori dal coro, e sinceramente anche fuori tema, la divertente casetta stretta stretta di Erwir Wurm, che dal giardino cattura l’attenzione di chi passa. L’ esperienza di restringimento paradossale di ambienti, cose e suppellettili è certamente spiazzante e divertente: ma con il filone vetrario questo cosa “ci azzecca”? Per rimanere su un atteggiamento critico, alquanto deludente è la grande kermesse Futur Pass, organizzata dalla Fondazione Buziol in ben due sedi, l’Abbazia di San Gregorio e Palazzo Mangili Valmarana. L’ambizioso tentativo è quello di offrire uno spaccato della creatività dei paesi asiatici in sintonia col “mondo”, attraverso una mappatura di oltre cento artisti noti o meno noti, scandita in dicotomie tematiche. Attributo prevalente è un linguaggi giocoso, intriso di cultura mediatica, dagli immancabili manga o anime ai videogiochi e in generale l’universo tecnologico e digitale Lo si vede già dal pupazzone che pesca nel canale all’esterno, scultura giocattolo di Chen Pon-Liang. Anche artisti importanti come Murakami, Cao Fei, la veterana Yayoi Kusama, si annullano però nel minestrone di un allestimento troppo affollato (tra cui l’italianissimo Simone Legno, disegnatore di Tokidoki), con opere di diverso valore, ed un effetto ludico, colorato, fin troppo facile e accattivante, che tende ad omologare gli spessori e a livellare le differenze. Diametralmente opposto. per il taglio fresco e la possibilità di fruire di giovani conferme ma anche di qualche new entry, è il Future Generation Art Prize del Pinchuk Art Centre a Palazzo Papadopoli. Anche questo è divenuto un appuntamento costante. Il magnate ucraino mette in palio ben 100’mila euro (che in tempi di crisi sono un’ enormità) per il suo premio. Ad aggiudicarselo (difficile capire quanto meritatamente) è stata la brasiliana Cinthia Marcelle, con tre film esibiti insieme agli altri 18 finalisti, tra cui la menzione speciale Nicolae Mircea, e che ha avuto la meglio sui più noti Nathalie Djurberg, Guido van der Werde, Cao Fei, Nico Vascellari e Katerina Seda, qui con una coinvolgente performance relazionale a sfondo sociale. Puntano inoltre su nomi accorsati due iniziative a taglio monografico. La prima, dedicata ad un colosso come Anish Kapoor, presenta una grandiosa installazione (concepita nel 2003) nella chiesa di San Giorgio, col supporto della Galleria Continua. Il titolo, Ascension, ne sottolinea il contenuto spirituale: spinto da un sistema di ventilazione una colonna di fumo bianco svettante a vortice verso la cupola dovrebbe visualizzare un’esperienza immateriale. L’effetto, se si è fortunati, è magico ed ipnotico: peccato però che non sempre riesca. Gioca d’altra parte sul sicuro “Lucid dream”, la personale di Cristiano Pintaldi curata di Achille Bonito Oliva in un bellissimo spazio, l’ex Cantiere navale vicino all’Arsenale. Un invito a nozze per l’artista romano, che dispiega alle pareti una decina di quadri talvolta enormi, molti dei quali inediti, servendosi del consueto retino pittorico di pixel eletto ad indagare i i livelli percettivi che fanno da filtro tra visione individuale ed omologazione dei mass media. Solo un accenno infine, ad una presenza già analizzata altrove: il padiglione pugliese a palazzo Michiel dal Brusà. Per la Regione Puglia e il Museo Pascali di Polignano a Mare che l’ha proposta (con la curatela di Rosalba Branà e Giusy Caroppo) ha il fine da un lato di promuovere il “ritorno a Venezia” di Pino Pascali: con un’ opera mai vista in Italia come la “Barca che affonda” in tela centinata proveniente dal Museo di Salonicco, le “Pozzanghere” della Pinacoteca provinciale di Bari e una selezione di disegni , tra cui c’è qualche inedito. Dall’altro di presentare i lavori della collezione acquisiiti nel corso delle edizioni del Premio Pascali ripristinato nel ’97, offrendo un’ anteprima sul prossimo vincitore Bertozzi e Casoni. Ma al tempo stesso intende offrire una vetrina ad alcune figure emergenti della ricerca artistica della regione, come Daniela Corbascio, Claudio Cusatelli, Guillermina de Gennaro, Giulio De Mitri, Michele Giangrande, Iginio Iurill Giampiero Milella, Massimo Ruiu,, Francesco Schiavulli, Carlo Michele Schirinzi, Giuseppe Teofilo. L’’auspicio è che la partecipazione veneziana porti loro “fortuna”.

FONDAZIONE PRADA esso a disposizione per i prossimi sei anni dalla Fondazione

M Musei Civici di Venezia, il palazzo Ca’ Corner della Regina ospita la Fondazione Prada. La seducente magione sul Canal Grande, spogliata della sua opulenza strutturale dal restauro minimalista e conservativo di Rem Koolhaas, accoglie un gruppo di opere che Germano Celant ha scelto per rappresentare la Fondazione milanese creata nel 1993 da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, privilegiando al criterio tematico, installazioni e presenze che testimoniano i diversi aspetti della sua identità, passata e futura. Le imponenti sculture di Anish Kapoor, Michael Heizer e Jeff Koons invadono con calzante eloquenza il piano terra e introducono al primo piano nobile dove vanno ad intrecciarsi, in un riuscito rapporto con lo spazio, ad importanti lavori di Walter De Maria, John Baldessari, Charles Ray, Tom Friedman, Domenico Gnoli, Damien Hirst, Louise Bourgeois, Blinky Palermo, Bruce Nauman, Pino Pascali, Donald Judd, Francesco Vezzoli e Maurizio Cattelan. In mostra anche un anticipo sulle future collaborazioni con prestigiosi musei internazionali, e sul progetto per la nuova sede permanente della Fondazione, a Milano in Largo Isarco, disegnata sempre da Koolhaas e OMA, che aprirà nel 2013.

PALAZZO FORTUNY Edge of Becoming

Palazzo Fortuny, ‘Edge of Becoming‘ è la felice conferma di una A rassegna che si dipana tra gli spazi dell’abitazione di Mariano Fortuny, cercando un dialogo con gli oggetti e i quadri della sua eclettica collezione.

La mostra, curata da Axel Vervoordt, si offre come un itinerario speculativo e visivo sul concetto di soglia, di luogo di passaggio, di confine. Un cammino percorso da ben 160 artisti che si spinge a ritroso fino alle steli yemenite del I secolo a.C., agli idoli siriani del 4000 a.C.,ai torsi di Buddha thailandesi, ai paraventi giapponesi del XVII secolo, alle tele fiamminghe, ai tessuti dello stesso Fortuny e giunge al terzo millennio intrecciando discorsi e linguaggi da ogni latitudine del pianeta. Artisti come Shirin Neshat, Marina Abramovich, o Ilya Kabakov, Hiroshi Sugimoto, Wassily Kandinsky, Filippo De Pisis, Mark Rothko e Antoni Tàpies, esprimono il soggetto con la forza di un’immagine (Giulio Paolini) o nella dimensione installativa, architettonica (la porta di Anish Kapoor che delimita il vuoto assegnandogli una fisicità) o con un semplice taglio della tela, ovviamente con Fontana, o ancora spostando il concetto di soglia ad un piano simbolico siglandolo nel passaggio dalla vita alla morte come racconta il video del belga Hans Op de Beck, o nel cammino sofferente indicato dalle laconiche scarpette di Doris Salcedo, tutelate come reliquie in una teca.

FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA Marisa Merz

ncora un visionario itinerario, anche in questo caso, in aperto confronto A con lo spazio ospitante, caratterizza la personale di Marisa Merz, curata da Chiara Bertola alla Fondazione Querini Stampalia. Opere storiche e opere inedite degli ultimi anni, sviscerano i soggetti più sentiti dall’artista, ritratti, sacre conversazioni, racconti mitologici, tradotti soprattutto nel

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>SPECIALE< disegno. Tracciato a grafite, o a pastello con stile riassuntivo che tende ad una poetica rarefazione, l’universo di Marisa Merz si focalizza soprattutto sul tema del volto. Ne fanno parte le “Testine” in argilla cruda, citazioni da Medardo Rosso, espresse in fisionomie compendiare tali da convertire le singole identità in figure di archetipa pregnanza .

MUSEO CORRER Julian Schnabel

ra gli eventi collaterali alla 54ma Biennale d’arte di Venezia, spicca T la generosa mostra di “Julian Schnabel. Permanently Becoming and the Architecture of seeing” (permanentemente divenire e l’architettura

del vedere) allestita al Museo Correr. Generosa perché punta, con dipinti a grande scala, a restituire l’ impetuosa potenza espressiva della sua pittura con 40 opere, selezionate dal curatore Norman Rosenthal, che segnano la carriera dell’artista americano dagli anni Settanta ad oggi . Una panoramica esauriente per mettere a fuoco un’esperienza artistica che si è mossa introiettando Occidente e Oriente, guardando alla tradizione americana della pittura gestuale da Jackson Pollock a Cy Twombly, e si è spinta più lontano assimilando suggestioni da Picasso, Gaudì e finache da El Greco e Tintoretto. Si parte con i celebri plate paintings, dipinti che dalla fine degli anni ’70 e lungo il decennio successivo contribuirono al ritorno della pittura e più in generale ad una manualità fino ad allora scalzata da esiti concettuali e attività performative. Schnabel vi concorre con tecniche e materiali variegati, velluto, tela cerata, pezzi di legno, fotografie, tappeti, teloni, nella convinzione che ogni superficie sia in grado di attivare processi ed empatici incrementi creativi. (Marilena Di Tursi)

CA’ FOSCARI Dmitri Prigov

ra gli innumerevoli, e talvolta dispersivi, eventi collaterali della 54^ T Biennale di Venezia, si segnala per la raffinatezza della proposta l’esposizione a cà foscari di Dmitri Prigov (1940-2007), esponente di rilievo

del concettualismo russo. Oggetti, immagini, luci e suoni oltre a innumerevoli schizzi e progetti formano il corpus di questa mostra che presenta diversi la vori inediti. Parola e scrittura sono il tema fondante dell’indagine di Prigov e si integrano con la sua azione poetica: esponente della cultura non ufficiale, scrittore e commediografo, già attivo alla fine degli anni ‘60, nel corso della sua vita scrisse oltre 20 mila poesie. La parola, il linguaggio (e il relativo messaggio) sono infatti fondamentali in Dmitri Prigov per ribaltare gli stereotipi della propaganda e le “informazioni” ufficiali nella Russia Sovietica ; crea testi di poesia visiva, mescola elementi dell’arte figurativa e della poesia e in molte opere le parole diventano oggetti (uova) o creature (interi bestiari di animali fantastici e mitologici). I suoi testi possono essere letti e interpretati come una decostruzione del linguaggio e del contenuto politico dominante. Facendosi carico delle più differenti espressioni artistiche, dal collage all’oggetto concettuale, dall’istallazione alla grafica, dalla scultura alla performance, all’attività poetica, risulta difficile separare i diversi ruoli e le differenti personalità di Prigov, che prevedeva nella sua azione artistica

Pino Pascali, Allestimento a Palazzo Michiel, Venezia.

proprio la esaltazione di queste differenze e la loro programmata compresenza, interazione e unità strategica. Istallazioni in legno, corda e vetro sono realizzate seguendo i bozzetti e gli schizzi preparatori dell’artista, con una molteplicità di parole , insegne e musica disseminate attraverso i vari spazi espositivi. Come artista concettuale faceva parte di quella corrente definita arte “nonufficiale”, quindi di novità e sperimentazione, che comprendeva anche Ilija Kabakov, ben distinta da quella “dissidente” spesso funzionale e tollerata dalle gerarchie e dal sistema ufficiale. Coniugando il processo della creazione con il processo del suo studio, Prigov materializza in forme concrete concetti astratti, anche se la sua ricerca non indugia sulla realizzazione plastica : teoria e pratica, creazione e riflessione si integrano in un unicum inscindibile, teso ad analizzare le problematiche e le particolarità del funzionamento dell’arte. (Giorgio Viganò)

PALAZZO MICHIEL

Pino Pascali, Ritorno a Venezia

l fondaco di Palazzo Michiel è un ritaglio di Puglia sulla riva del Canal Igeografia Grande. E in questo segno dell’appropriazione, dell’iscriversi in una del pensiero e del fare contemporaneo, appare la forza di questa

presenza pugliese alla 54 Biennale d’Arte. Le polemiche sul padiglione Italia, l’attrito fra il curatore Vittorio Sgarbi e le Accademie di Belle Arti, l’incertezza sul significato della presenza dei duecento artisti italiani alla fine delle Corderie di Illuminations, sotto le insegne del motto sgarbiano “L’arte non è cosa nostra”, rende questo gesto ancora più significativo. La piccola, periferica e liminare Puglia, alla fine d’Europa, dice io ci sono e non per caso. E nel segno dell’appropriazione dell’immaginario di un artista, nella volontà di riannodare il filo di una ricerca artistica interrotta improvvisamente ma fertile e viva, appare la scelta delle curatrici, Rosalba Branà e Giusy Caroppo, di legare la Puglia a Pino Pascali. Scelta felice e coerente, affrontata con una forte consapevolezza del proprio ruolo innovativo ma molto legato a tradizioni locali territoriali, e con una intelligente auto-rappresentazione di regione che deve al suo essere periferica e di confine il proprio ruolo significativo. In questo il riferimento a Pascali appare felice, per la sua capacità di muoversi fra diversi linguaggi, la sua capacità di tradire origini e certezze a favore della ricerca e del gioco di significati con l’uso contraddittorio di figure e materiali, oggetti e usi, percezione soggettiva e realtà oggettiva delle sue sculture. Il percorso espositivo è tripartito, una retrospettiva dedicata a Pino Pascali coordinata da Anna D’Elia, una sezione che espone i premi Pino Pascali dal 1997 al 2011 a cura di Rosalba Branà, una selezione delle opere della collezione permanente della Fondazione Museo Pino Pascali di Polignano a Mare a cura di Giusy Caroppo. Nella galleria del fondaco l’apertura è un omaggio a Ghirri e alle sue trasfigurazioni del paesaggio di Polignano, auspicio per i giovani fotografi. Il fondaco ospita i premiati recenti del premio Pino Pascali(tra questi Achille Bonito Oliva, Jan Fabre, Marco Giusti, Studio Azzurro, Lida Abdul, Adrian Paci, Bertozzi§Casoni), mentre il piano nobile ospita le altre due sezioni della mostra, la retrospettiva dedicata a Pino Pascali, e le acquisizioni recenti del museo Pascali (tra cui le opere di Stefano Cagol,Miki Carone,Daniela Corbascio, Claudio Cusatelli,Guillermina De Gennaro, Giulio De Mitri, Gao Brothers, Massimo Ruiu, Iginio Iurilli, Giuseppe Teofilo, Carlo Michele Schirinzi, Bill Viola). La retrospettiva indaga il fare artistico di Pascali e la sua logica immaginativa, esponendo bozzetti, lavori per la pubblicità e opere minori, in cui i temi archetipici del suo immaginario affiorano e ritornano, come un vocabolario dell’immaginazione. I temi del mare, del sud, del paesaggio e del confine fra l’animato e l’inanimato ritornano in ogni segno, ingigantiti nelle sculture e nelle istallazioni. Il suo lavoro di scenografo e artista performativo, e il passo dalle arti applicate all’arte è al centro del lavoro curatoriale di Anna D’Elia. Il tema di questo ritorno a Venezia è una territorialità dell’arte ricercata e pazientemente annodata lungo gli anni, che intende iscrivere le proprie risorse in un contesto significativo ampio e aprirsi a nuovi stimoli. La Puglia appare come una regione che ha imparato a varcare i propri confini e a dialogare con l’altro da sé, appropriandosi del presente. (Irene Guida)

Pino Pascali, Allestimento a Palazzo Michiel, Venezia.

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54. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia PALAZZO GRASSI | PUNTA DELLA DOGANA

logio del dubbio’ e ‘The world belongs to you’ , titoli delle mostre, ‘E rispettivamente, di Punta della Dogana e di Palazzo Grassi, sono due momenti espositivi complementari tra loro. Opere della collezione François

Pinault, scelte dalla curatrice Caroline Bourgeois per fornire una duplice prospettiva con cui leggere il presente. Per un verso, attraverso il dubbio, condizione esistenziale di continua allerta, per l’altro verso, guardando il mondo, il luogo del nostro spazio vitale da sottoporre a più opportuni riposizionamenti. Nel primo caso una strada è quella di ripensare gli oggetti quotidiani come fa Jeff Koons con il suo cuore rosso giocosamente sospeso, leggiadro e lucente a dispetto dell’acciaio di cui è fatto. O ancora si può valutare la proposta di Marcel Broodthaers: costruire uno spazio relax con ombrellone e sedie, dotato però di una serie di teche contenenti fucili ed armi da fuoco. Oppure con Kienholz, ricostruendo Roxy’s, una casa di tolleranza di Las Vegas degli anni Quaranta, abitata da sculture di donne reificate in oggetti oltraggiati. Tutte operazioni che denunciano un dualismo tra ciò che appare e ciò che è, tra ciò che esprime leggerezza pur celando decadenza, inquietudine e violenza. Oppure si può mettere in campo l’assurdità della condizione umana, denunciata sia da Chen Zhen sia da Thomas Schutte o la stravaganza postmoderna di produrre infinite repliche di oggetti duchampiani ad opera di Sturtevant. E se da Duchamp tutto è partito è a lui che guarda anche l’indiano Subodh Gupta quando alla Gioconda baffuta del maestro dadaista, aggiunge un pizzetto e ne fa una monumentale statua bronzea. ‘L’elogio

del Dubbio’ è allora, senza dubbio, nelle sue eterogenee declinazioni, una fotografia del reale, affidata a venti artisti con opere mai mostrate nelle precedenti esposizioni della Collezione François Pinault a Venezia. Il tutto, senza rinunciare a mettere insieme gli aspetti rilevanti della collezione : un minimalismo e un realismo debordante, al limite del paradosso, accostati ad una comune e precaria condizione di meticciato esistenziale. Non cambiano di molto le valutazioni spostandosi a Palazzo Grassi
dove si viene accolti dal serpentone’ di Joana Vasconcelos, di stoffa e gommapiuma multicolor, destinato ad autogenerarsi e a estendersi come una festosa gramigna in tutto lo spazio d’ingresso. Qui più mirate appaiono le riflessioni sulla vacuità, sulla superficie effimere delle cose, spesso sotterrata sotto uno strato di sfavillanti lustrini. È la posizione di Francesco Vezzoli, che magnifica se stesso in un filmato di stile hollywoodiano, parodia degli apologetici documentari televisivi americani, dove si narra della sua vita e della sua morte. Sullo stesso filone autocelebrativo si collocano le provocazioni di Maurizio Cattelan che ai cadaveri coperti da lenzuola marmoree e al cavallo conficcato nel muro, aggiunge due cloni di se stesso, manichini irrigiditi nel ‘rigor mortis’ e adagiati su un letto funebre. Molte le proposte realizzate da artisti apparteneti a diverse generazioni e a differenti latitudini, in grado di fronteggiare i grandi temi della storia presente, lo svuotamento progressivo dei simboli e delle ideologie, l’autismo della comunicazione, l’ipertrofismo mediatico e non da ultimo la ricerca di nuove e rassicuranti spiritualità. (Marilena Di Tursi)

JAN FABRE : PIETAS di Francesca Alix Nicoli

on la mostra Pietas, allestita alla Nova Scola della MIsericordia in C Venezia, Jan Fabre ha colpito nel segno con una pagina di storia così aliena dal gusto contemporaneo. In barba alle mode e all’immaginario mordi e fuggi televisivo, Pietas ci piomba in uno degli apici del rinascimento italiano, omaggiando la nostra tradizione scultorea in un confronto azzardato e superbo con il più grande degli scultori. Si tocca con mano l’inesauribilità delle fonti letterarie e storico-artistiche in pieno accordo con il vangelo post-moderno che manda al macero la modernità più ortodossa e il suo vizio d’origine, la damnatio memoriae dei grandi maestri. Il rapporto con la storia è non supino, senza inibizioni e senza censure, tutte le direzioni compresenti senza reali contraddizioni – anche la logica non contraddittoria del terzo escluso nel terzo millennio è andata a farsi benedire-. E la storia dell’arte risuona come un leitmotiv ossessivo quasi quanto la smania per la simbologia colta che rasenta l’esoterismo. Però la morte di Cristo è apparente e il pianto della madre giovanissima si consola all’apertura del sepolcri, a soli tre giorni da quel terribile venerdì. I più attenti ricorderanno che nel 2009 Fabre è quasi morto per una eiaculazione gigantesca sdraiato sul mare di lapidi mortuarie di Foucault, Deleuze, Louise Bourgeois, Sartre, Heidegger. La fontana del mondo allo Spazio Thetis rappresentava la fonte della creatività artistica come godimento erotico in prossimità della morte, sperimentato e vissuto sul corpo della morte, attraverso la trasmissione del sapere poetico e profetico dei grandi. Fabre è genio, e raffinatissimo, dei materiali. Cura nella fabbricazione dei pezzi, delle location e degli allestimenti trattati come set teatrali, e il bonsai realizzato foglia a foglia supera l’Apollo e Dafne del Bernini, con realismo analitico maniacale che solo conta precedenti nella tradizione fiamminga del medioevo. La sua inclinazione performativa non viene meno in campo visivo. La scultura è agghiacciata e agghiacciante, ma noi percorriamo a tappe nel tempo la pedana rivestita a foglia d’oro che riflette il bianco, preziosa e senza tempo come nella tradizione musiva e pittorica bizantina. Oro: principio alchemico con cui le trasformazioni, metallurgiche e prima di tutto interiori, conducono per gradi al più puro dei metalli. La metamorfosi soggiace ai cinque marmi sulla passione del Cristo/Jan attraverso stazioni della sofferenza, della

Angelo Plessas, Monument to Internet Hookups, 2011. Allestimento al porto di Salonicco.

BIENNALE DI SALONICCO A rock and a hard place di Lucia Spadano

rancesca Alix Nicoli nell’introduzione all’intervista (pubblicata, in altra F sezione, su questo stesso numero) a Katerina Koskina, co-curatrice dell mostra Pietas di Jan Fabre, allestita a Venezia, le ha chiesto come riesca

a combinare I due ruoli di direzione di un museo con l’esercizio di critico 28 -

d’arte. La Koskina risponde: “Per quanto riguarda la Biennale di Salonicco, il tema, la scelta dei siti, la direzione sono mie, ma ho affidato a tre commissari tecnici la scelta degli artisti e delle opere. La linea curatoriale è loro, come loro è il titolo A rock and a hard place. Non ho volutamente mescolato i miei diversi ruoli. Sono passata al campo dello stratega in quanto direttrice, dal campo del soldato, come curator, che ho fatto in altre occasioni. E’ molto faticoso il mio compito che ora mi chiama a creare una infrastruttura, che per ora manca, seguendo degli standard internazionali. In effetti ho sempre tenuto a non mescolare le due cose ma a tenerle ben separate. Quale direttrice della Biennale di Salonicco, mi occupo di recuperare i fondi all’Unione Europea, il concept di fondo è mio: Old intersections/Make it new. Questo titolo varrà anche per le edizioni del 2013 e 2015. Si rifà a un passaggio di Ezra Pound e in particolare si riferisce all’area del Mediterraneo, alle diverse culture e civiltà che storicamente si sono intersecate ai bordi di questo mare, per riattivare le contaminazioni fra Grecia Antica, periodo Bizantino e Ottomano fino ad oggi, di cui si osservano le tracce nella struttura urbanistica della città di Salonicco, attraverso le rovine, un tempio, le vestigia del passato. I musei e i monumenti si aprono con musei tematici, tutti i luoghi simbolici della città si attivano così come nei siti si trovano delle opere di arte contemporanea. Le mostre a tema organizzate nei musei sono in dialogo con i linguaggi della contemporaneità. Questo dialogo si è nel tempo interrotto o affievolito, e la Biennale ambisce a riattivarlo. Il titolo scelto dai curatori, A hard and a rock place, è la posizione di un dilemma che risale a Ulisse, quando non si sa che direzione prendere; sia andando indietro che in avanti si corrono pericoli, una situazione di paura e di speranza, la crisi nel Mediterraneo. Scilla e Cariddi, fra incudine e martello,

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>SPECIALE<

violenza anarchica e sovversiva con i chiodi delle stimmate e la croce per il terrorismo poetico: ammazzare ma solo in forma sublimata. Compiere atti di terrorismo poetico: prendere senza chiedere, afferrare, azzannare, sabotare – la sua prima biennale veneziana fu un’azione-sabotaggio, nel 1982 -sovvertire gli ingranaggi del sistema e rompere e sfondare ogni codice senza chiedere il permesso, anche cimentandosi con il più sacro dei temi, o con il più nobile dei materiali. Del resto quest’anno a Venezia non vederlo proprio non è stato possibile. Mi è sembrato utile rivolgere alla cocuratrice Katerina Koskina alcune domande: - Nel tuo testo sulla Pietas ti soffermi sul significato allegorico del cervello e lo riporti all’intelletto. “Tutti noi ancora dipendiamo da figurazione, religione, speranza e bellezza. Questo dilemma, o meglio la possibilità di molteplici letture e interpretazioni senza la certezza di arrivare a una certezza precisa è ciò che chiamiamo allegoria. Ancora oggi l’allegortia è una prerogativa dell’arte e l’unica esperienza che le è congeniale è la divinazione – un’antichissima pratica di comunicazione con l’al di là, sebbene nessuno sia ancora in grado di dire con certezza se questo “al di là” sia qualcosa di diverso dalla mente umana.” Se c’è stato un impulso ad andare indietro alla filosofia greca prima di Socrate e Platone, con Nietzsche ad esempio, è perché forse abbiamo guadagnato molto di più nella nostra ricerca della verità quando ci siamo accontentati della bellezza e del velo del mito piuttosto che ostinarci a stanare la natura fuori dal suo rifugio secondo il dogma materialistico e pragmatico, che rivela, di sotto, solo materia bruta e spesso terribile. Sei d’accordo sul fatto che l’allegoria è il dolce placebo, un vero farmaco per la digestione dei pasti più pesanti? - In quel passo mi riferisco al meccanismo che mette in moto l’intelletto umano di fronte all’arte e alla letteratura, e anche al sentimento religioso nel senso più ampio. Non si parla di logica, di sensi e di ragione ma in senso specifico si

tratta dell’intelletto. L’intelletto umano rende possibile un legame al sublime e a Dio. L’arte e l’allegoria rendono possibile che i nostri pensieri acquisiscano una realtà. Ciascuno con i propri occhi, con i propri principi e sentimenti. Amo molto questo in Jan che ha chiamato Angelos il suo studio ad Anversa. Jan esprime il suo attaccamento alla filosofia greca, e alla mitologia greca. - La mentalità materialistica dal positivismo in su in occidente ha tentato di cancellare i miti in favore di un pensiero logico – razionale. - Oggi più che mai dovremmo trovare un punto di aggancio a questi legami ancestrali, in un momento di crisi non solo economica ma anche sociale e spirituale soprattutto. Dobbiamo trovare altri punti di riferimento, e questa esigenza spirituale che caratterizza il nostro tempo nel campo dell’arte oggi si vede molto prima che in altri campi. Anche il lavoro di Vanessa Beecroft, ad esempio, non è solo questione di “cambiare la materia”, qui si esprime l’esigenza più profonda di legarsi ad altri valori. Conosco Jan da oltre 20 anni. Si tratta senz’altro di un pioniere. Ha sempre conservato un equilibrio fra il passato e l’attualità più bruciante. E’ in avanti sul suo tempo perché ha da sempre tenuto le stesse distanze rispetto alla tradizione e rispetto alla contemporaneità. Attraverso il suo avo entomologo, i riferimenti alla tradizione pittorica fiamminga, e con le performance e I linguaggi più contemporanei dell’arte d’oggi, non ha mai lasciato da parte il passato. Questo si deve forse al suo equilibrio e saggezza. Oppure è il piacere di trovarsi con le vertigini sull’orlo di due abissi allo stesso tempo. Questo stato di equilibrio fra due abissi è una cura vera e propria, dell’anima e della testa, che ci evita la pazzia. - Infatti parlavo di placebo nel senso migliore, una cura non troppo amara. - Questa cura permette di essere vicini contemporaneamente ai due estremi, se ne esce con un placebo. - Jan è un cavaliere del 1600… - …Sì, un cavaliere con una sensibilità estremamente contemporanea.

sono espressioni equivalenti. Il programma parallelo coinvolge i musei cittadini attraverso 5 esposizioni influenzate dal tema della biennale, un festival di performance, un workshop di giovani artisti del Mediterraneo, un simposio nel mese di Novembre con una riunione del Parlamento culturale del Mediterraneo su idea di Michelangelo Pistoletto, legato alla Biennale di Bordeaux. Infine allo State Museum of Contemporary Art, un edificio magnifico di Arata Isozaki, ci sono due esposizioni, una è una selezione di opere dalla collezione Costakis, e l’altra è una mostra di maquettes e disegni preparatori di Jan Fabre che hanno condotto all’esposizione Pietas di Venezia, con la presentazione di un film realizzato da un regista fiammingo durante il backstage di Pietas. Di questa esposizione piccola, ma molto prestigiosa, sono stata commissaria. Per meglio comprendere la complessità di quest’edizione della Biennale, che, con installazioni, documentazioni, contaminazioni ed intersezioni, ha attraversato la storia architettonica, culturale, etnica ed antropologica di Salonicco, riportiamo, in primis ciò che i curatori della mostra principale, la greca Marina Fokidis, l’egiziana Mahita El Bacha Urieta e l’italiano Paolo Colombo, hanno scritto, tra l’altro in catalogo: “Città fortemente moderna con le radici che affondano profondamente nella storia, Salonicco è un grande centro culturale con le sue numerose scuole e università, centro per il commercio con il suo porto e l’ampio hinterland dei Balcani, centro di accoglienza di migranti e rifugiati di guerra. Nello scegliere i luoghi per la Biennale, abbiamo voluto dare lustro e riconoscimento alla storia di Salonicco e alle persone che l’hanno vissuta o attraversata. La nostra scelta è caduta su vari monumenti, cinque musei di differenti periodi storici e una storica prigione ottomana. (…) Con l’aiuto dell’architetto Andrea Angelidakis abbiamo dato forma a quest’idea.

(…) La mostra si svolge attraverso praticamente tutta la città (…) prendendo ispirazione dal contributo passato o presente di questi monumenti alla vita sociale e politica della città. In breve, volevamo che la città stessa diventasse metafora della Biennale”. Nei tre giorni della vernice, con qualche affanno e tanta curiosità abbiamo visitato i cinque musei che ospitano la Biennale, constatando come le opere selezionate ben riflettono la mission di ognuno di questi luoghi, confrontandosi e interagendo con essi. Il Museo Archeologico di Salonicco ospita le opere degli artisti Athanasios Argianas, Christina Dimitriadis, Sifis Lykakis & Dionisis Kavallieratos, Bruce Nauman, Alessandro Pessoli. La rassegna The Jews in Thessaloniki. Indelible marks in space (parte del programma parallelo) ripercorre invece la storia della maggiore comunità ebraica in Grecia, seguendo il segno indelebile della sua presenza nella città nel corso del tempo attraverso oggetti, materiale audiovisivo, documenti inediti, foto, cartine, testimonianze. Suddivisa in quattro parti propone inoltre un viaggio nel tempo e nello spazio attraversando, come in una ricerca archeologica, i luoghi della comunità ebraica a Salonicco, dal periodo ellenico fino al tragico annichilimento della Seconda Guerra Mondiale (l’Università di Salonicco, con il cimitero ebraico, la stazione ferroviaria, con gli antichi quartieri ebraici). Il Museo di Cultura Bizantina accoglie le opere di Katerina Athanasopoulou, Dionisis Kavallieratos, Katariina Lillqvist. Per il programma parallelo, presenta Byzantium and the Arabs che illustra la relazione tra Bisanzio e gli Arabi dal 7imo secolo d.C. alla Caduta di Costantinopoli e l’interazione delle due culture nel campo della scienza, delle lettere e dell’arte, attraverso più di cento oggetti, icone, manoscritti, gioielli, monete, ceramiche, e OTTOBRE/DICEMBRE 2011 | 237

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attività espositive

Dall’alto: Pantelis Pantelopoulos, Ki Sano Terra,2008. Video 5’ 23’’. Museo Macedone di Arte Contemporanea. Steven Harvey, Road Accident, 2007. Matita su carta, 59 x 42 cm. Museo di Stato di Arte Contemporanea. Mounir Fatmi, Technologia, 2010. Video 15’. Museo Macedone di Arte Contemporanea. Alessandro Pessoli, Caligola, 1999/2002. Museo Archeologico di Salonicco. Sotto: Bruce Nauman, Partial Truth, 1997. Museo Archeologico di Salonicco.

sculture provenienti dalle collezioni del Museo e di musei pubblici e privati. Il Museo di Stato di Arte Contemporanea (SMCA) a Moni Lazariston che ospita la Collezione Costakis, propone le opere degli artisti Spartacus Chetwynd, Steven Harvey, Ali Kazma, Alexander Kluge, Irini Miga, Michail Pirgelis, Hrair Sarkissian, Kostis Velonis che coi propri lavori hanno interagito e si sono confrontati con le opere selezionate dalla collezione costruttivista di George Costakis. Per il programma parallelo il Museo presenta Selections from the SMCA Costakis Collection opere dell’Avanguardia Russa selezionate dai curatori Maria Tsantsanoglou e Angeliki Charistou nell’intento di instaurare un dialogo tra i lavori del visionario Costakis e le opere degli artisti della Biennale, sottolineando l’interazione dell’arte visiva con altre espressioni artistiche quali la poesia, il teatro, la musica, il cinema, l’architettura. Inoltre, in occasione della partecipazione del Museo di Stato di Arte Contemporanea (SMCA) alla presentazione del nuovo lavoro di Jan Fabre PIETÀS alla 54ima Biennale di Venezia, Katerina Koskina ha presentato presso la Thessaloniki Concert Hall la mostra Brain Models and Drawings by Jan Fabre che raccoglie disegni, materiale audiovisivo, modelli di cervelli e lavori preparatori all’opera PIETÀS. Il Centro di Arte Contemporanea di Salonicco, per la sua dislocazione sul porto, naturale luogo di incontro nelle cittadine di mare, ospita installazioni dal soggetto politico e concernenti temi vitali per le componenti sociali e individuali nella regione mediterranea orientale. Gli artisti selezionati sono Francis Alÿs,Rasheed Araeen, Christoph Büchel, Angelo Plessas, Ahlam Shibli. Il Museo Macedone di Arte Contemporanea ospita una serie di video contemporanei degli artisti Keren Cytter, Mounir Fatmi, Pantelis Pantelopoulos, Yehudit Sasportas, e per il programma parallelo la mostra Roaming Images. Crossroads of Greek and Arab Culture Through the Eyes of Contemporary Artists a cura di Iara Boubnova e Sotirios Bahtsetzis: forum nomade, il progetto unisce Oriente e Occidente, attraverso la ricerca dei vari concetti dell’”immagine”, e l’eredità culturale della penisola araba e di quella mediterranea orientale quali luoghi di convergenza culturale ed artistica. Roaming Images raccoglie una serie di video, progetti site-specific, interventi di public-art, workshop svolti in varie città 30 -

lungo la strada che unisce Muscat a Salonicco, con l’intervento di vari artisti, scrittori e studenti del luogo. Gli artisti selezionati per Roaming Images Exhibition: Adel Abdessemed, Mounira Al Sohl, Lida Abdul, Luchezar Boyadjiev, Babak Golkar, Bouchra Khalili, Eleni Mylonas, Natascha Sadr Haghigian, Panayiotis Michael, Haris Pallas, Leila Pazooki, Kiril Prahskov, Aidan Salakhova, Kalin Serapionov, Wael Shawky
Roaming Images Routes: Ebtisam Abdulaziz, Khalil Abdulwahid, Haig Aivazian, Ammar Mohammed Al Attar, Tarek Al Ghoussein, Maisoon Al SAleh, Ziad Antar, Klitsa Antoniou, Mouna Atassi, Marwa and Mirene Arsanios, Amna Badawy, Salma Badawy, Rabia Buchari, Wissam Charaf, Sherif El-Azma, Rami Farah, Ala Farhat, Zlatan Filippovic, George Haddad, Raya Haddad, Raafat Hatab, Fahed Halabi, Eman Hamdy, Ayla Hibri, Mahmoud Hojeij, George Katodrytis, Dalia Khamissy, Rola Khayyat, Van Leo, Rania Matar, Tim Kennedy, Fassih Keiso, Hassan Meer, Roy Samaha, Mark Pilkington, Copti Scandar, Wael Shawky, Zena Takieddine, Tanya Trabulsi, Elias Zayat. La mostra Photography as a Means of Creating or Subverting Stereotypes, curata da Lena Athanasopoulou, presso la National Bank of Greece Cultural Foundation - Thessaloniki Centre, presenta una serie di lavori di studenti sul tema dello stereotipo. La Fondazione Teloglion, museo universitario, accoglie per la mostra principale i lavori degli artisti Thomas Dworzak, Tayfun Serttas, Socratis Socratous mentre per il programma parallelo presenta Pieces and Fragments from Fustat, in cui i curatori Rosanna Ballian e Panagiotis Bikas sottolineano il valore del “frammento” come testimonianza di una cultura. In mostra documenti sulla regione e opere documentarie e archivistiche. Completano l’ampio programma di questa Biennale gli allestimenti nei luoghi storici della città, come la casa di lettura e studio Casa Bianca, con le opere degli artisti Manfredi Beninati, Pierpaolo Campanini, Andreas Embirikos, Yiannoulis Halepas, William Kentridge, Margherita Manzelli, Pavlos Nikolakopoulos, Jockum Nordström, Imran Qureshi, JeanMarc Rochette, Alberto Savinio, Christiana Soulou, Andreas Vais, Nanos Valaoritis; la “casa dei colori“ Alatza Imaret – moschea del XV secolo e ospizio, di architettura ottomana, caratterizzata da un colorato minareto (andato distrutto) che era visibile da tutta la città­ – che accoglie le opere degli artisti Penelope

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recensioni

Athanasios Argianas, The Length of Your Arms Unfolded. Performance e installazione, The Barbican Art Gallery, The Barbican Centre, Londra. Museo Archeologico di Salonicco.

Georgiou, Panos Koutrouboussis, Yorgos Sapountzis, Slavs and Tatars, Ryan Trecartin, Pae White, Constantin Xenakis ; l’ex moschea per Ebrei convertiti Yeni Djami, che ospita le opere di Mounira Al Solh, Nikolaj Bendix Skyum Larsen, Moataz Nasr, Marwan Sahmarani, Naoko Takahashi, che riecheggiano le vite delle genti del Mediterraneo orientale e dei migranti che cercano di raggiungerli, offrendo una finestra simbolica su temi politici, regionali e sociali; il luogo di incontro Bey Hamam, con i lavori degli artisti Arab Image Foundation, Archive (Francesca Boenzi, Paolo Caffoni, Chiara Figone, Ignas Petronis), Cinémathèque De Tanger, E.L.I.A., Ikono Tv, Zeina Maasri, Prism Tv (Nikos Katsaounis & Nina-Maria Paschalidou), 98 Weeks ; la suggestiva prigione ottomana Genti Koule, che ancora riecheggia delle voci dei prigionieri politici, ed ospita l’installazione dell’artista Vlassis Caniaris il cui lavoro è divenuto durante gli attuali tempi difficili per la Grecia e... non solo, bandiera della resistenza. Completa il ricco programma parallelo della Biennale il 3° Workshop Internazionale per Giovani Artisti “Domino”, focalizzato sull’arte contemporanea sperimentale e sulla città di Salonicco quale incrocio di culture. I curatori Areti Leopoulou e Theodore Markoglou hanno selezionato giovani artisti provenienti dalle regioni del Mediterraneo e del Medio Orien-

Orlan, ospite d’onore al Festival della performance.

te: Dimitris Ameladiotis (Grecia), Nadia Ayari (Tunisia), Sirine Fattouh (Libano), The Fleetgroup (Georgia), Andre Gonçalves (Portogallo), Elina Ioannou (Cipro), Nader Sadek (Egitto). Ampia eco infine per il Festival della Performance, curato da Eirini Papakonstantinou (SMCA), che accoglieva nel suo ampio programma oltre alle performance degli artisti selezionati – Efi Birba & Aris Servetalis (Grecia), Nezaket Ekici (Turchia), Regina José Galindo (Guatemala), Evi Georgi (Grecia), Christina Georgiou (Cipro), Silvio De Gracia (Argentina), HOPE (Grecia), Mikhail Karikis (Grecia), Alastair MacLennan (Irlanda del Nord), Mohammad [Nikos Veliotis, Coti K. ILIOS] (Grecia), Liza Morozova (Russia), Kira O’ Reilly (Gran Bretagna), Luigi Presicce (Italia), Georgia Sagri (Grecia), Wafaa Yasin (Palestina) – numerose proiezioni, workshop, concerti, e un tributo speciale all’artista Theodoros. Ospite d’onore del Festival è stata ORLAN, che ha ripercorso, attraverso proiezioni video, le sue performance storiche e presentato i suoi ultimi lavori, descrivendone il senso e la genesi ad un pubblico numerosissimo ed attento, affascinato da un’artista controversa, ma di indiscutibile carisma. A conclusione di questa Biennale è previsto in novembre un Symposium /Mediterraneam Cultural Parliament. n

In alto: Spartacus Chetwynd, From the Bat Opera series, 2007. Museo di Stato di Arte Contemporanea. Keren Cytter, Family, 2003. Video in digitale. Museo Macedone di Arte Contemporanea. Sotto: Ali Kazma, Jean Factory, 2008. Museo di Stato di Arte Contemporanea. Katerina Athanasopoulou, Engine Angelic, 2010. Cortometraggio 2’ 45’’. Museo di Cultura Bizantina.

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attività espositive

INDIAN HIGHWAY MAXXI Roma

nappagabili espressioni di progresso della società, degli individui che la Ievento costituiscono e la rendono reale e delle identità artistiche nel particolare di crescita di una cultura. L’India di oggi, è questo il fulcro della

questione, si rende fruibile al mondo intero. Il paese dei cambiamenti ed evoluzioni, che negli ultimi anni ha evidentemente e progressivamente trasformato il suo immaginario alla globalità; oggi si scopre all’Italia in una

inaspettata rassegna espositiva itinerante, di opere e artisti di ottimo livello. Giunta a Roma, dopo due anni dall’inizio del suo vagare per musei e gallerie, è il MAXXI lo spazio ideale per ospitare cotanta produzione. La mostra collettiva - a cura di Julia Peyton-Jones, Hans Ulrich Obrist, Gunnar B. Kvaran con Giulia Ferracci, (Assistant Curator MAXXI Arte) organizzata in collaborazione con Serpentine Gallery di Londra (che l’ha

Dayanita Singh, Dream Villa 207-2008 Wallpaper C-Print. courtesy Frith Street Gallery, London Jitish Kallat, Baggage Clai, 2010, Acrylic on canvas, bronze. courtesy the artist and Arndt Gallery, Berlin

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recensioni tenuta a battesimo nel 2009), e Astrup Fearnley Museum of Modern Art, Oslo, termina il “nomadismo” a Nuova Delhi nel 2013. Finalmente Roma è testimone di un ottimo evento artistico-culturale, di una tappa di un viaggio intrapreso nella infinita highway, mezzo di conoscenza, luogo di condivisione creativa, che raccorda gli elementi dialettici di una cultura in costante e dinamico cambiamento. Una coscienza nazionale afferrata con difficoltà, con sdoppiamenti identitari, ma nel tempo aperta ad altri principi con un forte mantenimento di ricordi propriamente tradizionali e “british”. La forza è focalizzata nella cultura, in generale e in particolare in alcune ricerche d’immagine, inevitabilmente

assimilate e nutrite da nuove sillabe. Oltre, la ricerca affonda in una più ampia panoramica di stili carpiti grazie all’apertura dei mercati asiatici e al di là dei confini nazionali, superando alcuni limiti originari, rimpiazzati dall’ultima crisi economica. Ma una forte ambivalenza permane, non è fugata ma vissuta quotidianamente, oltre le spinte di modernizzazione si ha a che fare con sviluppo e arretratezza, disagio di una condizione quotidiana dei molti; dal momento dell’indipendenza dal dominio britannico, nel 1947 anno di nascita della Repubblica, l’India sta migrando verso un’antropologia creativa forte, con un’apertura a 360°. Partendo dal concetto di identità, dipanata nella tradizione e nella storia,

Nalini Malani, Tales of Good and Evil, 2008. Stampa digitale pigmentata su carta hahnemule, bambù. Courtesy Galerie Lelong, Paris Bharti Kher, The Nemesis of Nations, 2008. Bindi wall work. Courtesy the artist and Hauser & Wirth Zürich London © 2008 Bharti Kher

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attività espositive

N.S. Harsha, Melting Wit, 2005. Acrylic on canvas 168 x 290 cm © 2008 N.S. Harsha Photograph: Pavan K J

Subodh Gupta, Take off your shoes and wash your hands, 2007. Structure of stainless steel and stainless steel kitchen utensils. courtesy in situn Fabien Leclerc, Paris Agarwal Ravi, Down and Out III, 2000, C-Print. courtesy the artist

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recensioni si apre la prima ideale macroarea in cui è suddivisa la mostra: Identità e Storie dell’India, proseguendo con Metropoli Deflagranti, fino a Tradizione Contemporanea. Si ascolta, si vede, si sente: suoni di una foresta (Desire Machine Collective, Trespasser will (not) be prosecuted); racconti di episodi drammatici contro le donne (Amar Kanwar, The Lightning Testimonies) immagini forti e delicate; profumi di innumerevoli incensi (Hemali Bhuta Mumbai, Growing). Molte e intense espressioni di ricerca, diversificate in infinite sensibilità.

Trenta artisti che in modo diverso orchestrano una nuova partecipazione all’arte, di un Paese che ci aveva tenuti legati a dei cliché di immagini artistiche ormai superate dalla realtà stringente, di una forte volontà creativa, di emancipazione dagli stereotipi obsoleti e oramai sterili. Una realtà che ha proseguito per ampie strade, per highway che costringono e consentono a invadere un rapporto di alterità, coltivando nuove espressioni che lasciano alle spalle immaginari deteriorati. Ilaria Piccioni

Valay Shende, Transit, 2010, stainless 2, Ipad screens. courtesy Sakshi Gallery, Mumbai Agarwal Ravi, Debris I, 2007, C-Print. courtesy the artist

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Galleria Continua, San Gimignano

s Chen Zen, Field of Synergy, 2000
[lettini in ferro, tubi di plastica, letto cinese in legno, luci, ventilatore, sensore, palle numerate di polistirolo, tessuto , Plexiglas 
| iron children beds, plastic tubes, wooden chinese bed,lights, fan, motion-sensor, polystyrene numbered balls, fabric , Plexiglas; 2000 x 1330 x 900 cm] Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin. Photo by Ela Bialkowska

Chen Zen

opo la memorabile esposizione D Field of Sinergy di Chen Zen tenutasi fra il 2000 ed il 2001 la Galleria

Continua di San Gimignano ripropone l’opera omonima nella platea dello spazio gallerico dove allora fu installata: un campo di energie in movimento, forme diverse che sembrano volteggiare nello spazio, in bilico quasi e bilanciandosi con l’unico elemento posto a terra, che scandisce ritmicamente il tempo, il tutto sopra ad un immenso telo arancio, come in una sorta di universo rovesciato e di contenitore aperto. L’installazione fa parte di Les pas silencieux, la mostra attuale dedicata al grande artista scomparso per rivisitarne l’opera, per ritrovarne intatte le motivazioni, la progettualità e quello che è stato un originale itinerario artistico a livello di pensiero e di risultato estetico. I lavori presentati, datati fra il 1990 e il 2000, hanno in comune profondità di significati, prospettive culturali ad ampio raggio e una poetica della visione che si respira lungo l’intero percorso espositivo fino ad una dirompente bellezza. L’allestimento, fatto di suggestive interazioni fra le opere e gli spazi, conduce alla percezione di una rete fitta di rimandi, intessuti fra interno ed esterno, fra materia e spirito, fra individuale, società e cultura ed, infine, tra Oriente e Occidente, collegati invisibilmente da un messaggio dalla valenza universale. La mostra inizia con l’installazione Six Roots, 2000, sei stazioni della parabola umana, presentate nelle due tappe di Enfance e Mémoire. Nella prima è operata una demistificazione del mito dell’infanzia, con i corpi di innumerevoli barbie ridotti a un ordinato groviglio di arti giacenti in una vasca da bagno, issata fra pavimento e soffitto e, più in là, nel barcone, quasi in obliquo e capovolto, una moltitudine di soldatini inscenano una guerra per gioco, evocando conflitti ben più aspri e altri dolorosi viaggi; nella seconda il ricordo ricompone amorevolmente le fasi della vita 36 -

▼ Chen Zen, Back to Fullness, Face to Emptiness 1997-2009
 alluminio, acciaio inox, neon
| aluminium, steel, neon h 400 cm, 450 ø cm senza sedie Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin Photo by Ela Bialkowska

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artisti in copertina CHEN ZEN

s Chen Zen, Zen Garden 2000
 alabastro, ferro, piante in plastica, luce, legno, sabbia, sassolini
| alabaster, iron, plastic plants, wood, sand, small stones, light. 175 x 340 x 300 cm Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin Photo by Ela Bialkowska

▼ Chen Zen, Back to Fullness, Face to Emptiness 1997-2009
 alluminio, acciaio inox, neon
| aluminium, steel, neon h 400 cm, 450 ø cm senza sedie Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin Photo by Ela Bialkowska

▼ Chen Zen, Synergie silencieuse 2000
 metallo, vetro, tubi in rame, impianto di circolazione per il gas, cenere di giornali, residui di oggetti elettrici e elettronici
| metal, glass, tubes of copper, system of gas circulation, asches of newspapers, waste of electric and electronic objects 250 x 700 x 50 cm Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin Photo by Ela Bialkowska

e ne imprime i segni in stoffe dai vivaci colori, diventate tenda o passaggio verso il cambiamento e la rigenerazione, verso un altrove di luoghi. Molti sono quelli che l’artista ha attraversato nella sua vita, reali e simbolici, concreti e dell’anima, suggeriti e ricreati nel succedersi delle varie installazioni qui esposte; altrettante sono le culture da lui incontrate e fatte proprie, così come molteplici sono le esperienze vissute, ma salda ed ancorata alle radici emerge la sua identità d’artista. “Transesperienza” è la parola-concetto che Chen Zen stesso utilizza per sintetizzare l’intero suo processo creativo sviluppatosi appunto, tra l’altro, come incontro di esperienze e culture, tra cui quella cinese di provenienza e quella occidentale d’adozione, fuse insieme in un’area non categorizzabile perché connotata da trascendenza e da dinamismo, al cui interno si sprigionano spinte in “corto circuito”. Short-circuit, 1999 è opera rappresentativa in tal senso, di questa scintilla di tensioni contrapposte, fondamentali per l’energia che veicolano per la realizzazione dell’opera d’arte. Netto è il linguaggio in ogni sua espressione nel lavoro di Chen Zen, essenziale ed asciutto ha il rigore della scienze esatte, eppure nel suo andamento, dalle parti infinitesimali di ogni singolo componente dell’opera all’insieme, è evocativo di macrocosmo ed induce ad una riflessione sull’ arte e sulla vita, che appaiono coniugate in un rapporto osmotico di entità sempre in contatto. Da ciò deriva una pienezza estetica ben riconoscibile nell’itinerario espositivo e in tutta l’opera dell’artista, pienezza mai fissa ed immobile, bensì mutevole, accrescendosi via via, in ragione di chi guarda. Questa sottende una forte carica creativa e in essa vi traspare la meditazione costante dell’artista sugli aspetti fenomenici dell’essere, dei vari organismi, a cominciare dal corpo umano, per arrivare a sistemi più complessi, quali il corpo sociale e culturale; allo stesso modo egli si addentra nello spirituale evidenziando le qualità immateriali di ogni cosa; ciò porta al suo lavoro un flusso di energie dinamiche e sinergiche, trascese in ampi spazi di risonanze, in cui lo spettatore è parte attiva ed integrante. A tali energie rimandano sia gli elementi primari, quali aria, acqua, fuoco costituenti principali di alcune delle installazioni presentate, sia gli oggetti del quotidiano, rinati a nuova esistenza ed in un differente piano di comunicazione, sia ancora i motivi dello spirito che si emanano comunque dalla materia primordiale e civilizzata. Il fuoco brucia e dal velo di ceneri depositato sulle cose si origina una nuova esistenza, in un ciclo perenne di vita e morte, di stato latente e rinascita; l’acqua poi mantiene in vita ciò che è fugace e porta via ogni scoria, come in Le bureau de change, 1996-2004, luogo dell’ “illecito” e ampia architettura, dove, scorrendo questa in modo costante e in spazi appositamente progettati, diventa elemento di purificazione. Nella materia in nuce, a volte dall’aspetto significante di bozzoli e involucri, si compenetrano la natura omnicomprensiva e la danza infinita delle possibilità , pur all’interno di confini talora imposti, forse esistenti per essere oltrepassati. L’identità di artista di Chen Zen si caratterizza anche per questa specifica particolarità, che sembra essere quella di una continua “sfida”, portata avanti

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con se stesso e nel mondo, con afflato di benevolenza per uscire da ogni gabbia e da ogni costrizione. Back to Fullness, Face to Emptiness, 1997-2009, installata nel giardino della Galleria Continua e realizzata per la Biennale veneziana del 2009 su ideazione dell’artista, esemplifica l’apertura mentale di cui egli è portatore, visionario di un mondo di speranza, in cui non sussista negazione di diritti, ma dove l’umanità di tutti sia rispettata e contenuta, se pur tra pareti fatte di aria e di luce. L’iconografia del contenitore è ricorrente nella sua opera, è il limite spesso o sottile che racchiude senso, a volte trasparente, a volte serrato nella costruzione , duro ad un primo impatto per i materiali, poi di nuovo flessibile nella trasformazione. La metamorfosi, pur nella saldezza delle radici, è un dato assodato nell’ispirazione di Chen Zen, come nell’installazione Synergie silencieuse, 2000 in cui oggetti desueti nel contesto e tracce di materia fluiscono insieme verso una nuova vita, diventandone costituenti essenziali. Il tempo lascia i suoi segni nei materiali delle opere di Chen Zen, nel legno dalla patina screpolata, nei resti di combustione; talora è la luce ad essere protagonista, risplendente nei cristalli, vagamente irreale nelle ceramiche,

s Chen Zen, La Désinfection, 1997
 fornellini elettrici, vasi in alluminio, vaporiere in bambù, libri, ferro
| hot plates, aluminum pots, steam bamboo ovens, books, iron. H 100 x 120 x 42 cm Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin Photo by Ela Bialkowska

s Chen Zen, Beyond the Vulnerability, 1999
 sculture di candele, disegni, collage, ferro, legno, vetro, Plexiglas
| candle sculptures, drawings, collages, Plexiglas, iron, wood, glass. Dimensioni variabili
| variable dimensions Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin. Photo by Ela Bialkowska

oppure calda e fredda, quella dei neon presenti in alcune delle installazioni qui proposte, come ad esempio in La Voie du sommeil , 1992 in cui dal basso e dall’alto definisce, insieme agli oggetti presenti, uno spazio di pensiero e silenzio. Le candele, anch’esse mezzo di luce e in Cina simbolo della vita umana, com-

s Chen Zen, Six Roots
Mémoire | Memory, 2000
 tessuto, ferro, inchiostro
| fabric, iron, ink. 300 x 400 x 200 cm circa | about Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin. Photo by Ela Bialkowska

▼ Chen Zen, Beyond the Vulnerability, 1999
 sculture di candele, disegni, collage, ferro, legno, vetro, Plexiglas
| candle sculptures, drawings, collages, Plexiglas, iron, wood, glass. Dimensioni variabili
| variable dimensions Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin. Photo by Ela Bialkowska

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pongono assieme a 99 sedie di bambini un villaggio universale, Un Village Sans Frontières, 2000, nel quale la poesia dei colori e delle differenti tipologie abitative suggeriscono il sogno di un mondo futuro possibile, basato sull’incontro, il dialogo e sulla reciproca comprensione tra gli uomini. Rita Olivieri

▼ Chen Zen, La Voie du sommeil - Sleeping Tao, 1992 acqua, pigmento, oggetti, light-box, metallo, neon, legno, sabbia, fornellini elettrici, vasi in alluminio 
| water, pigment, objects, light box, metal, neon, wood, sand, hot plates, aluminum pots 202 x 250 x 143 cm (ogni letto | each bed) Courtesy Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin. Photo by Ela Bialkowska

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Andres Serrano, Blood Madonna, 2011 [cibachrome su plexiglass cm. 127x152,4] ▼ Andres Serrano, Mother and child, 2011 [cibachrome, silicone, plexiglass, wood frame]

Galleria Pack, Milano

Andres Serrano

orna alla galleria Pack il grande foT tografo americano Andres Serrano, impegnato in una nuova e sorprendente, quanto coinvolgente, mostra personale. Al nostro sguardo si offrono immagini suggestive e di forte trasporto emotivo.

Santi, Madonne, l’Ultima Cena e la Crocifissione… Soggetti sacri, Holy Works appunto, un tema non inedito per Serrano. Questa volta, però, l’artista, pur ricorrendo sempre alla sua tipica visione e al segno singolare della sua peculiare ed inconfondibile tecnica, impegna la sua fotografia con un’intenzione differente: non ci sono provocazioni, rinuncia ad un certo desiderio irriverentemente iconoclasta, che aveva contraddistinto alcune opere del passato, per lasciar trapelare un ancor più forte senso di spiritualità. Lui, uomo di profonda religiosità, ripone in Holy Works, serie realizzata appositamente per la galleria milanese e cui lui tiene in modo particolare, il desiderio di poter essere riconosciuto anche come artista religioso. Possiamo tranquillamente aggiungere il più grande che la contemporaneità ci consegna e sicuramente uno dei pochi che tocca con tanta passione e convinzione queste tematiche. Senza sberleffi o contestazioni, ma restituendo all’opera quel profondo sentimento di mistero e forza che hanno da sempre suscitato questi soggetti nelle opere del passato. In questo senso il rimando ad un passato glorioso della rappresentazione artistica è evidente e dichiarato: Serrano guarda ai modelli iconografici della tradizione pittorica medioevale e rinascimentale, italiana soprattutto, ma quello che lui crea nelle sue foto deve essere valutato con cura e non con la superficialità di una lettura sommaria. Egli non intende affatto richiamare o, peggio, reinterpretare soggetti di vari autori che la storia ci ha consegnato, nemmeno vuole riproporre in chiave attuale le loro opere, ma prende quel tipo preciso di tradizione pittorica a modello cui liberamente ispirarsi per poi trovare la sua particolarissima interpretazione nelle sue fotografie. Pezzi unici quindi, che evocano la storia ma che si proiettano nell’attualità. Così ancora una volta spicca l’intensa umanità dei volti, risalta la caratterizzazione individuale ed eterogenea dei tipi umani che interpretano i ruoli sacri: i modelli di Andres Serrano vengono sempre dal suo

s Andres Serrano, St.Anthony’s blood, 2011 [cibachrome, silicone, plexiglass, wood frame] ▼ Andres Serrano, China Madonna, 2011 [cibachrome, silicone, plexiglass, wood frame]

ambiente, dalla cerchia delle sue conoscenze, sono parte del crogiuolo di etnie che contraddistingue il contesto sociale di New York e che fa parte del suo quotidiano. Sono persone reali, riproposte in tutta la loro umana sincerità e, per questo, tanto efficaci nella loro interpretazione fotografia. Santi veri perché umanamente reali. Sacri perché incarnati autenticamente nel mondo. Matteo Galbiati

▼ Andres Serrano, veduta delle installazioni / installation view - Galleria Pack, Milano

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Fondazione Morra, Napoli

Vettor Pisani on è stato un gesto folle di un “L disperato, ma la logica conseguenza di un gesto portato avanti per tutta la vita e oltre: Vettor si è chiuso in bagno, si è messo davanti allo specchio e si è cinto il collo con la corda secondo gesti e tecniche che gli ho visto fare tante volte nelle sue opere». Così Peppe Morra, presso la cui fondazione Pisani aveva inaugurato poco più di due mesi 40 -

s Vettor Pisani, Bacinella di sangue dell’Immacolata Concezione © c. infantino

prima quella che è poi risultata la sua ultima mostra personale, ha tempestivamente commentato, dimostrando un piglio pressoché epicureo, ma anche una moralità in un certo senso stoica, quanto avvenuto la mattina del 22 agosto scorso, allorché il settantasettenne artista, architetto e commediografo si è impiccato alla finestra del bagno del suo appartamento romano con dei lacci di scarpe. Una lettura continuista, quella dell’elaborato suicidio come sua estrema performance, che rifiuta dunque ogni implicazione tragica

– un’assenza vivamente rimarcata anche da Angelo Capasso, tra i critici più prossimi alla parabola di Pisani, per il quale non si è trattato che di una «scelta libera di un Architetto che col compasso ha calcolato giorno per giorno la distanza tra il Sé e l’Infinito, tra il dubbio (declinato con un se minore) e la Verità, tra il quotidiano e quella distanza cui l’Artista non vuole sottrarsi, l’Eterno» -, benché molte delle persone che pure sono state vicine all’artista non siano riuscite ad espungere la tragicità - né, probabilmente,

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Vettor Pisani, Omaggio a Georges Bataille 23giugno 2011c. cinzia infantino

avrebbero desiderato farlo - dalla propria percezione di quell’atto, culmine - è bene ricordarlo - di uno stato depressivo che lo angustiava da lungo tempo. «Tutto sta nel superare la domenica», ripeteva sempre, ricorda ancora Morra, Vettor, ed essendo quel 22 agosto mattina un lunedì – chi non sa che ad agosto lo spleen è a forte rischio di implementarsi? – «questa volta non sarà riuscito a superarla». Vettor Pisani tiene, ormai oltre quarant’anni fa (1970) la sua prima mostra personale presso la Galleria La Salita di Roma, città in cui si era appena trasferito, dal titolo Maschile, femminile e androgino. Incesto e cannibalismo in Mar-

cel Duchamp, ove sono già pienamente riscontrabili gran parte dei motivi che connoteranno la sua poetica fino alla fine dei suoi giorni: dai riferimenti alchemici ed esoterici – Pisani diviene a diciassette anni discepolo e apprendista di un maestro Rosacroce ed in seguito maestro egli stesso – a quelli alla mitologia greca – compare qui per la prima volta il celeberrimo calco in cioccolata della testa della Venere di Milo -, dalle connessioni con la psicoanalisi freudiana – a partire innanzi tutto proprio dalla mitologia greca, alla quale lo stesso medico viennese aveva attinto traendovi, com’è noto, quello che, benché non storico, rimane l’incesto più

conosciuto di tutti i tempi – alle reminiscenze e citazioni del lavoro di altri artisti suoi predecessori – in particolare la triade Duchamp, Klein e Beuys, identificati in quanto portatori di una cultura esoterica comune e formanti, con Pisani, una sorta di sistema basato sull’ermetico numero quattro. Tali motivi confluiscono qualche anno più tardi (1975) nell’R. C. Theatrum, il Teatro Rosacroce che, descritto da Adachiara Zevi come «riconducibile a una duplice matrice: esoterica, che persegue profonde radici nella cultura religiosa e persino in quella magica, e utopistica, in particolare la tensione ideale, politica e sociale

▼ Vettor Pisani, Agnus Dei 2011 Pianoforte piano che va forte © c. infantino

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s Vettor Pisani, Apocalypse Now Fondazione Morra Napoli luglio 2011 foto di Paola di Domenico

che anima gli architetti nella temperie febbrile e visionaria della Germania a cavallo del primo conflitto mondiale», ovvero personaggi come «Bruno Taut e Paul Scheerbart», accompagnerà l’intero percorso successivo di Pisani attraverso innumerevoli declinazioni. Poggiato su un’isola, la natia Ischia, ed a croce greca su due livelli con una scala che si avvita a spirale intorno ad un pilastro centrale,

si fonda sul contrasto-conciliazione tra lo statico rigore geometrico dell’impianto architettonico, figura di un ordine cosmico immutabile, ed un immaginario, spesso sensuale e persino dissacrante, che rinviene il suo protagonista nella figura femminile, «quasi», suggerisce ancora la Zevi, alludendo alla nascita da un ufficiale di Marina e da una ballerina di striptease, «a voler ricongiungere e armoniz-

zare l’ austerità paterna con l’ estrosità materna». In Apocalypse Now, che, malgrado la connotazione terminale del titolo di origine hollywoodiana, è divenuta la sua mostra di commiato senza che ce ne fosse alcuna intenzione - vice versa, chiarisce ancora Morra, nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto costituire piuttosto l’inizio di un percorso volto ad una riproposi-

▼ Vettor Pisani, Apocalypse Now Fondazione Morra Napoli luglio 2011 foto di Paola di Domenico

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Vettor Pisani, Apocalypse Now Fondazione Morra Napoli luglio 2011 foto di Paola di Domenico

zione anche del suo lavoro meno recente – i molteplici riferimenti di sempre, non di rado in sé anche alquanto distanti tra loro, o apparentemente tali, si trovano ancora una volta sapientemente quanto organicamente amalgamati a costruire una dimensione in cui lo spettatore può penetrare solo dopo aver superato una certa soglia di coscienza, tale da tradurlo in una condizione di libero fluire psico-

sensoriale attraverso il labirintico tessuto di sintonie ed antinomie – il labirinto in quanto analogo del reale, allegoria anche questa lascito della sua formazione esoterica, è un altro paradigma ricorrente in tutto il lavoro di Pisani. Tra aura ed ironia, sacralità e ed oscenità, amore e morte vanno quindi frequentemente ad insinuarsi, come lo stesso sottotitolo, Lampedusa, cimitero liquido dei morti viventi

del Nordafrica, fa presagire, pungenti allusioni all’attualità politica, specie italiana, a cominciare dallo specifico ambito della politica culturale e dunque, manco a dirlo, dall’a dir poco discusso Padiglione Italia della Biennale di Venezia con il suo pittoresco curatore. Stefano Taccone

Studio Vigato, Milano

Theatrum mundi uesta mostra milanese “Theatrum Q mundi”, che inaugura una nuova sede dello Studio Vigato, vuol essere un sentito

omaggio a Vettor Pisani, un amico di sempre di Graziano e Fabrizio Vigato. Come ha scritto tempo fa, Maurizio Calvesi, Pisani è stato il primo a contrapporre la sua “arte critica” all’arte concettuale e mentale degli artisti americani, ma anche europei. Un artista che ha contestato giustamente l’atto mentale dell’autore che considera l’idea, come superiore e privilegiata, rispetto a una cultura che propone l’esoterismo, l’utopia, la tensione ideale, l’umorismo, il gioco, il mito, la psicanalisi. Non è dunque difficile avvicinare la dottrina dei Rosacroce, i riti alchemici, la filosofia, ai riferimenti culturali, che hanno accompagnato tutto l’excursus del lavoro di Pisani, come, ad esempio, la poetica dei tre maestri, che ha amato tutta la vita, e a cui si sentiva fratello: Duchamp, Beuys, Klein, coi quali formava un quartetto. Questa mostra propone una serie di lavori a muro, e tre sculture, che si riferiscono agli ultimi 10 anni vita dell’artista, un “Theatrum mundi”, che racconta attraverso immagini simboliche - immagazzinate in un suo enorme spazio mentale - molto

Vettor Pisani, La ruota del destino, scultura 2008

forti e di clima barocco, le quali hanno, quasi sempre, la donna (vergine-madre) come interprete principale, centro motore di un suo universo grottesco, sensuale, e giocoso, distante da quello precedente. I collage, i disegni colorati, le sculture fatte di immagini e cose trovate, che magari ostentano un pupazzo (alter ego di se stesso) riposante nella tazza di un bidet, o magari una serie di citazioni prese dalla Storia dell’Arte, (la famosissima immagine dell’”Isola dei morti” di Bocklin, la Santa Teresa di Bernini posata su un frigorifero, la “Ruota di biciletta” di Duchamp, la testa

di Hermes trapassata dal suo stesso nome scritto col neon , ecc.) sono l’esempio eloquente di un mondo visionario, ma critico verso il presente. Caro Vettor, i due coniglietti, che mi hai donato tanto tempo fa, ora che non ci sei sono vicini più che mai e parlano di te. Non capiscono la tua assenza e la crudele assurdità della vita e della morte. Ti saluto con un verso di Mimma, la tua compagna di sempre: "Perso tra i veli delle sparizioni. / Spiriti della veglia / adesso la notte è uguale alle altre notti". Ciao Vettor! Lucia Spadano

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s Arcangelo Sassolino, Così vicini così lontani, 2011 [legno e acciaio, 1200 x 400 x 2500 cm. courtesy l’artista]

Borgo Medievale di Castelbasso (Te)

Interferenze Costruttive Palazzo De Sanctis / Fondazione Menegaz

Castelbasso, come di consueA to, ormai da quindici anni, alla mostra storica, dedicata agli arti-

sti più rappresentativi del nostro Novecento, viene affiancata una rassegna di artisti contemporanei. Quest’anno Palazzo De Sanctis ha ospitato la mostra, ideata dalla Fondazione Menegaz e curata da Giacinto Di Pietrantonio e Francesca Referza, Interferenze Costruttive, titolo ispirato ad un fenomeno fisico, in cui due o più onde, incontrandosi possono sommare o annullare la loro intensità, dando origine all’interfenza costruttiva o distruttiva. Nel nostro caso il punto d’incontro può essere rappresentato dalla Fondazione ideatrice del progetto con gli artisti e le aziende. Nel progetto della mostra le opere sono pensate e realizzate dagli artisti che, con l’intervento mediatore dei curatori, si rapportano con diverse aziende del territorio, le quali in tal modo diventano soggetti d’arte ed il loro prodotto un oggetto artistico vero e proprio o possibile motivo ispiratore di un’opera d’arte. Gli artisti “residenti in azienda”, pertanto, interfacciandosi con esse e dopo averne conosciuto i processi produttivi, danno vita a processi crea44 -

Giuseppe Stampone, Project Global Education, 2011 [istallazione neodimensionale site specific] collezione Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, Castelbasso [con i contributi di Alberto Abruzzese, Mario Botta, Julia Kent, Vittorio Gaddi e Santiago Serra] courtesy l’artista e Parallelo42 Contemporary Art

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Interferenze Costruttive, 2011 veduta della mostra / installation view

▼ Paolo Parisi, Unitè d’habitation, 2011 [olio su tavola, 7 pezzi, misure varie] courtesy l’artista e Galleria Astuni, Bologna

tivi da cui nascono le opere esposte in mostra a Castelbasso. “Il nostro tentativo con questa mostra - scrivono i due curatori - è stato quello di interfacciarsi con i sistemi della produzione già esistenti, per dimostrare con la visione altra espressa da singoli artisti, invece che da gruppi, possa fare la differenza. Le opere realizzate sono dunque il risultato dell’interazione che ogni artista ha instaurato con un’azienda del territorio.” Mario Airò ha collaborato allo studio di un nuovo prodotto con l’azienda M.D’E, Emilio Isgrò ha consatato la realtà produttiva delle Grafiche D’Auria, Paolo Parisi ha realizzato una casa antisismica in collaborazione con la D.G. & D.F. metalli, Cesare Pietroiusti ha lavorato con gli studenti della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Teramo, Paola Pivi con la Gelo, produttrice di caramelle gommose, relizzandone una che ha chiamato Free Tibet, veicolando così un forte messaggio politico. Arcangelo Sassolino ha avuto modo di apprezzare la particolare attenzione per la sicurezza nei Cantieri di Falone Costruzioni, realizzando un’installazione ambientale che attraversava da parte a parte palazzo De Sanctis, mentre Ettore Spalletti è entrato nella Redazione de Il Centro (Quotidiano Abruzzese) per trasformare alcune pagine in “una piazza aperta sul tema delle vergogne e delle meraviglie”. Giuseppe Stampone ha lavorato su un numero speciale della rivista Parallelo 42, invitando altri protagonisti, Sabrina Torelli, infine, affascinata dalle annose piante di olivo del Frantoio Montecchia, ha realizzato una produzione limitata di olio in speciali bottiglie di vetro. g (a cura di Lucia Spadano) OTTOBRE/DICEMBRE 2011 | 237

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In dialogo con Giacinto Di Pietrantonio a cura di Luciano Marucci

a formula adottata quest’anno L per la mostra di Castelbasso, di cui sei curatore, da quale presuppo-

sto nasce? - Ho curato questa edizione insieme a Francesca Referza con la quale ho condiviso tutte le scelte teoriche ed operative. La mostra, intitolata Interferenze Costruttive, vuole mettere in rapporto la produzione delle aziende prescelte con quella degli artisti che possono fare la differenza e creare innovazione nelle aziende stesse. Come abbiamo scritto in catalogo, l'arte che interferisce con la vita e in questo caso con la vita produttiva di notizie, costruzioni, dolciumi eccetera, è un sogno della modernità a seguito della caduta dell'antichità in cui l'arte e la vita erano strettamente connesse. Quindi questo esperimento tentato a Castelbasso ha radici e desideri lontani, è un sogno antico-modernista di riconciliare l'arte con la vita stessa, quella vita sempre più bisognosa dell'arte. In questo senso mi piace ricordare le tante conversazioni avute con Ettore Spalletti per il quale la bellezza e l'arte salveranno il mondo. Nella realizzazione di mostre tematiche io guardo sempre alla qualità dell’opera e alla corrispondenza che questa ha, in modo non didascalico, con il tema. La metamorfosi design-arte può portare ad altri approdi sia in senso estetico che funzionale? - Certamente. Esiste una terra di mezzo, attiva da anni. La mostra Il grande gioco, da me curata alla GAMeC di Bergamo nel 2010, voleva dimostrare proprio questo. In modo simile l’esposizione Quali cose siamo, a cura di Alessandro Mendini al

Giacinto Di Pietrantonio, alla mostra di Jan Fabre “Pietas” da lui curata con Katerina Koskina, nell’ambito delle mostre collaterali della Biennale di Venezia 2011

Triennale Design Museum di Milano, indicava ancora meglio la strada di complicità tra arte e design, ma anche tra arte ed altri saperi espressivi. Per sopperire alla scarsità di finanziamenti istituzionali, è realistico contare prevalentemente sugli sponsor dal momento che la crisi economica tocca tutti i settori produttivi? - A Castelbasso è stato di grande aiuto finanziario la Fondazzione Menegaz e le altre Istituzioni pubbliche e private. A Bergamo, la GAMeC ha attirato nuovi sponsor, oltre ai tradizionali Tenaris Dalmine, Banca Popolare e Bonaldi. Lo scorso anno, in tempo di crisi, ABenergie ha deciso di venire con noi. Inoltre, la stessa Banca Popolare si è offerta di regalarci un nuovo museo grande quasi il doppio dell’attuale. E abbiamo vinto tutti i concorsi a cui abbiamo partecipato (cinque), con progetti da finanziare. Insomma, si fa di necessità virtù. Attualmente c’è la possibilità di sostenere i giovani talenti? - Lo faccio da sempre; è una costante del mio lavoro, anche perché senza appoggiare i giovani non c’è sviluppo futuro. Secondo te, per coinvolgere il grande pubblico, anche alle esperienze

artistiche trasgressive, sono più efficaci le forme di spettacolarizzazione del processo creativo o le opere capaci di dare forti emozioni? - Penso entrambe. Ma se il pubblico viene "guidato" si interessa soprattutto alle esperienze trasgressive. La classe politica come vede il Museo? - Se parli di quella bergamasca, bene. Ci sono state tre amministrazioni di colore diverso e non hanno mai cambiato il CDA e il direttore, cioè me. Capiscono che dare continuità a un progetto è sempre vincente. I musei possono essere gestiti correttamente dai privati? - Perché no! La GAMeC ha una gestione pubblico-privata che funziona benissimo. L’arte negli spazi urbani è praticabile? - La si pratica da sempre. La praticabilità riguarda la qualità. Quando c’è qualità c’è praticabilità. L.O.V.E., il noto dito di Cattelan, sembra sia sempre stato in Piazza Affari a Milano. Come è cambiato il ruolo del direttore artistico dell’istituzione pubblica? - Non saprei. Io lavoro sempre allo stesso modo a tutti i livelli. Forse vuoi sapere se un direttore deve essere più manager e meno curatore. Ai musei occorre un forte carattere curatoriale, ma anche una buona dose di managerialità. Come insegnante all’Accademia di Brera metti a frutto principalmente le esperienze fatte con altri incarichi? - Intanto potrebbe essere vero il contrario, visto che insegno dal 1991. Ho organizzato diverse mostre - come "La Classe non è Acqua" alla GAMeC - che nascono dalla mia esperienza di docente. Tuttavia anche qui le cose non sono mai separate e si nutrono l’una dell’altra. La scuola, per il rapporto con le nuove generazioni, è vitale. g

s Paola Pivi, Free Tibet Candy, 2011 [caramella gommosa di zucchero sciroppo di glucosio, zucchero, gelatina alimentare, destrosio, stabilizzante: sorbitolo, acidificante: acido citrico, aromi, estratti vegetali, olio vegetale, agente di rivestimento: cera d’api. cm 5X3X0,8 cm cad. courtesy l’artista]

▼ Ettore Spalletti, Le vergogne e le meraviglie, 2011 [un’idea per Il Centro, quotidiano d’Abruzzo] courtesy l’artista

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▼ Mario Airò, Cuma, 2011 [libro, legno, ologramma, cm 75 x 60 x 60] courtesy l’artista

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Cesare Pietroiusti, Crocifissa G., 1907 [fotoriproduzioni originali, archivio storico ospedale psichiatrico Sant’Antonio Abate, Teramo] foto Iacopo Pasqui. Sebastiano C., 1895 [fotoriproduzioni originali, archivio storico ospedale psichiatrico Sant’Antonio Abate, Teramo] foto Iacopo Pasqui

Borgo Medievale di Castelbasso (Te)

Renato Guttuso

Palazzo Clemente / Fondazione Menegaz l plauso che Lucia Arbace, SoprintenIconfronti dente BSAE dell’Abruzzo, esprime nei di “un percorso culturale d’eccel-

lenza, che ha raccolto risultati lusinghieri e crescenti nel giro di pochi anni, peraltro assai meritati perchè l’attività della Fondazione Malvina Menegaz ha il grande merito di rivitalizzare con proposte culturali di qualità, uno tra i più prestigiosi centri storici delle propaggini dell’Appennino abruzzese, facendo conoscere Castelbasso anche al di fuori della regione, grazie ad una comunicazione mirata che fa leva su artisti di sicuro richiamo ma non scontati; il plauso, dicevamo, va soprattutto rivolto ad Osvaldo Menegaz, fondatore e Presidente della Fondazione, che, a proposito della mostra, dedicata a Renato Guttuso, Immaginazione raelistica (come l’ha definita il curatore Francesco Poli), parla di “una sintesi della vita artistica di un Grande che è al culmine di una magnifica civiltà europea del realismo, tra i più famosi ed amati anche dal grande pubblico. Un grande che si ag▼ Renato Guttuso, Bambina con gelato, 1958, olio su tela cm 71 x 60 Collezione privata, Torino

s Renato Guttuso, Gabbia bianca e foglie, 1940-41, olio su tela cm 45x55 Collezione Avv. Iannaccone, Milano ▼ Renato Guttuso, Girasole, 1971, olio su tela, cm 101 x 70 / Collezione privata, Torino

giunge alla teoria di protagonisti delle Arti del Novecento, la cui presenza ha trasformato negli anni Castelbasso in un piccolo Olimpo.” Nelle sale di Palazzo Clemente sono stati esposti una ventina di dipinti di grande qualità, che documentano i soggetti ed i temi più significativi, che rivelano la dinamica personalità di Guttuso, “percorrendo i decenni maggiormente creativi che vanno dalla fine degli anni ‘30 agli inizi degli anni ‘70 ed analizzando le fasi cruciali dell’evoluzione formale e compositiva in cui - scrive Francesco Poli - entrano in gioco componenti espressioniste, postcubiste e veriste”. L’esposizione, organizzata in occasione del centenario della nascita di Guttuso (Bagheria 26 dicembre 1911), è accompagnata da una serie di quindici fotografie inedite scattate nel 1973 da Aurelio Amendola, mentre l’artista stava lavorando nel suo Studio di Velate ad un ciclo di dipinti dedicati a Picasso, che era da poco scomparso. (a cura di Lucia Spadano)

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Fondazione Noesi Studio Carrieri, Martina Franca

Nascor2

Tra arte e natura mprontata alla ricerca di nuove alleIedizione anze tra uomo e ambiente, la seconda di “Nascor/ tra arte e natura”

promossa dalla Fondazione Noesi di Martina Franca si confronta quest’anno con le implicazioni etiche, ecologiche ed antropologiche del nostro rapporto con gli animali. Un rapporto segnato spesso da sfruttamento e da violenze che nascono dal misconoscimento di una “storia comune “, come nota Maria Vinella nell’ampio testo introduttivo. Dove il tema è sviluppato da diverse angolazioni, partendo ovviamente dalla rottura darwiniana con la sua dirompente messa in crisi di ogni pretesa superiorità ideologica della razza umana sulle altre specie. Il pensiero antispecista, la coscienza appunto dei legami profondi tra i viventi, ha trovato del resto ulteriori motivazioni nelle istanze ecologiste di salvaguardia dell’habitat e di olistico approccio ad esso e ai suoi abitanti. Di questo dibattito e di riflessioni che tirano in ballo passato e futuro della terra, nelle opere esposte c’è talvolta un’ eco,

s Selene Lazzarini, EX, 2010-2011 [tampe cromogeniche, cm 50x61 cad.] - foto Giuseppe Fioriello

anche se il complesso delle proposte è variegato ed eterogeneo. In alcune ricerche a prevalere è un approccio conoscitivo, sia pur in chiave poetica, a metà tra scienza e antropologia. E’ il caso dell’osservazione di microrganismi monocellulari di Bruno Conte, espansioni vitali restituite con collage e disegni a tempera.O dell’ indagine comportamentale sui condizionamenti culturali intrapresa precocemente da Antonio Paradiso: intenso e secco insieme

▼ Luisella Carretta, Api, voli di uscita, Imola (Bo) 5-7-91 [xerox e acquerello su carta, cm 29,5x42]

è il video “Pulcino”, datato 1972, in cui si controllano i comportamenti di un piccolo pennuto. Mentre si rivolgono alla comunità operosa delle api la trasposizione pittorica del loro volo su fragili carte ad acquerello operata da Luisella Carretta, e il “brusio d’ali” evocato con festelle in carta da Elvio Chiricozzi. E se Mirella Bentivoglio (che ha collaborato alla realizzazione della rassegna, curata da Lidia Carrieri e Lucia Spadano) si concentra sull’analisi

▼ Sabina Mirri, Homeless, 2011 [scotch di alluminio e 50 lumache in terracotta, cm 235x300]

▼ Mirella Bentivoglio, particolare della sequenza “A“, Mostra Nascor 2011 - foto Giuseppe Fioriello

▼ Ale Guzzetti, Symbiotic Micro-Sculptures [installazione] - foto Giuseppe Fioriello

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Mario Cresci, Geometria naturalis,1974-2011 [stampa digitale, cm 53x40 cad.] ▼

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE dei legami tra animali e linguaggio, la connessione tra questi e mondo del lavoro, in particolare con la cultura contadina, è al centro della sequenza fotografica di Mario Cresci, che ci propone una reportage in progress (1974-2011) sulle fatiche di un paziente asino. Agli squilibri tra natura e cultura, artificio e tecnologia, fanno più esplicito riferimento altri interventi. Come il branco i lupi giganti rosa facenti capolino da una porta del gruppo Cracking Art, che declina in chiave favolistica il suo messaggio di alleanza tra sintetico e naturale di cui la plastica si fa contraddittorio emblema. Oppure l’accattivante “Cat tv” di Maria Grazia Pontormo; e la giocosa tecno installazione di Ale Guzzetti, uno sciame meccanico di grilli e cicale alimentato da circuiti elettronici e celle solari. Il senso di costrizione e una provocazione soft si ritrovano infine nella capretta - gabbia di Luigi Mainolfi, o nelle lumache “homeless” in terracotta di Sabina Mirri. E si caricano di più esplicite declinazioni di denuncia nel richiamo a specie in estinzione con semplici vuoti d’immagine su stampe cromogeniche di Selene Lazzarini; o nei truculenti maiali di Enzo Calibè macellati da ricomporre in puzzle, su invito un po’ cinico. Antonella Marino

s Antonio Paradiso, Pulcino, 1972 [fotogrammi da film 16 mm colore, sonoro, magnetico]

s Bruno Conte, Micro vita, 1956 [tempera e collage su cartone, cm 55x50]

s Mariagrazia Pontorno, Ca-tv, 2011 [progetto della videoinstallazione]

▼ Cracking Art Group, The Pink Guardians, 2010. [7 lupi rosa in polietilene riciclabile, cm 160x65x70 cad.]

▼ Elvio Chiricozzi, Un brusio d’ali, 2011 [festelle di carta su legno, cm 101x260] - foto Giuseppe Fioriello

▼ Luigi Mainolfi, Capretta, 1997 [ferro, cm 125x135x26] - foto Giuseppe Fioriello

▼ Enzo Calibè, Una razza a parte, 2011 [installazione] - foto Giuseppe Fioriello

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Parco Archeologico di Scolacium MARCA, Catanzaro

Mauro Staccioli mie sculture non sono pensate “L come oggetti di abbellimento stabile della città, come monumenti, non

illustrano o celebrano un evento; sono strumenti di provocazione, di coinvolgimento e di rilevamento critico, richiamo e condizione esistenziale presente, occasione di una discussione pubblica collettiva. La ricerca, l’approfondimento formale, i contenuti del mio lavoro, perciò traggono ragione dalla volontà di partecipazione attiva, attraverso l’uso di questo specifico linguaggio, alla conflittualità del processo storico in atto». Tale affermazione di Mauro Staccioli, nel suo scritto “Arte come sociale” del 1976, rivela chiaramente le potenzialità e le finalità della scultura-intervento nella visionarietà dell’artista. Le sue istallazioni site-specific sono elementi restituiti all’ambiente che si lasciano attraversare da esso, in un rapporto di interdipendenza, basato su un serrato dialogo tra pieni e vuoti e sulle variazioni temporali che rendono l’incontro originario sempre mutevole e rinnovabile nella sua forma. La medesima volontà si riscontra nelle sette istallazioni ambientali esposte al Parco Archeologico di Scolacium, nei lavori in cemento e nei disegni progettuali degli anni ‘70 al Museo delle Arti di Catanzaro, che insieme fanno parte di un unico progetto di Staccioli, quello di rigenerazione della memoria, che si esprime nella mostra “Il cerchio imperfetto”, VI edizione di “Intersezioni”, a cura di Alberto Fiz. Infatti, le opere nel Parco dialogano con il passato, con i resti archeologici di epoca romana, restituendo all’antichità la simultaneità con il contemporaneo. Perno della mostra è “Cerchio Imperfetto” che evoca lo scarto - nella concezione platonica - tra perfetta eidos iperuranica ed imperfetto oggetto mimetico del reale. L’antico Foro, “scorciato” dall’al-

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Mauro Staccioli, Cerchio imperfetto + tondi s e Da sinistra a destra + prismoidi ▼

tissimo Cerchio, ospita al suo interno tre “Tondi” che recuperano il dinamismo originario dello spazio. Anche all’interno dell’anfiteatro romano la percezione degli spazi è alterata: un grande arco “Da sinistra a destra” ripropone la struttura architettonica della stessa costruzione; i “Prismoidi”, undici sculture posizionate intorno all’arco, sono l’immagine immediata della pluralità di orientamenti, di punti di vista e perfino degli spettatori del Teatro. Ulteriore processo di trasformazione si attua nella Basilica di Santa Maria della Roccella, invasa da una “Diagonale Rossa” lunga venticinque metri

e nel campo di ulivi in cui le “Piramidi” sembrano evocare, ribaltandole, le forme degli alberi. Ad accogliere il fruitore, in questo percorso che si dipana tra il segno naturale e il simbolo geometrico, tra la memoria e il presente, è “l’Anello Catanzaro”, omaggio alla città, che riesce a mettere in relazione storia e natura, perfetto ed imperfetto, poiché - secondo le parole del curatore - «l’utopia di Staccioli è proprio la costruzione di un’idea che da uno stato aureo di perfezione astratta si trasforma in un’imperfezione intelligibile e concreta». Simona Caramia

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE CIAC, Centro Italiano Arte Contemporanea, Foligno

Giuseppe Uncini iuseppe Uncini I primi e gli ultimi è G il titolo della splendida mostra nei nitidi spazi del CIAC Centro Italiano Arte

Contemporanea di Foligno, dal 21 giugno al 15 settembre 2011, per la cura di Bruno Corà e Italo Tomassoni. Un’ ampia esposizione dedicata alle prime ed alle ultime opere di Uncini, uno dei Maestri del secolo passato e degli inizi del successivo che, pur sensibile alle influenze di altri grandi, incontrati a Roma agli esordi della sua attività, in primis Burri e poi, tra gli altri, Colla e Mannucci, elabora una sua originalissima cifra ed una forte ed inconfondibile identità d’artista nel solco maestro della tradizione italiana. Potenti fra le opere esposte sono le Architetture e gli Artifici datati tra il 2004 e il 2008, le ultime appunto, realizzate in Umbria, terra eletta dall’artista a luogo ideale di vita, di lavoro e di meditazione: opere di un’ intensa presenza colma di rimandi e di suggestioni sottili, in un apparente deja vu dell’occhio, che a ben guardare non è ascrivibile a nessuna fonte precisa, se non ad un gusto estetico alto, in termini di ideazione progettuale e di sintesi compositiva. Materiali poveri quali ferro e cemento sono gli elementi indiscussi di queste strutture monocrome che mostrano bene in vista il loro strumentario costruttivo, in un impaginato asciutto, contrassegnato, tra l’altro, dal forte effetto cromatico del grigio del cemento e del nero del ferro, materie diventate colore, spessa sostanza visiva e immaterialità di luce. La ‘divina’ proporzione delle parti componenti il tutto e i segni tangibili di un fabbrile costruire danno a queste opere il senso di un’ ispirazione artistica che sembra guardare al passato e radicarsi al contempo nell’oggi, ma la loro perfezione è quella della ‘bottega d’artista’, del luogo per eccellenza quale officina del fare, dove l’ispirazione e il pensiero si nutrono di una sapienza operativa che si approfondisce via via con l’esperienza, come nelle botteghe del passato. La qualità del fare pervade tutta l’opera di Uncini, già totale fin dai Cementarmati degli anni 1958-1962, fino alle opere degli anni duemila qui esposte, in cui la strutturazione dei piani si fa più complessa per pesi e volumi, in un’orchestrazione equilibrata di parti interagenti fra loro ed armoniche nell’insieme. Il ‘costruire’ per Uncini acquista moltepli3 Giuseppe Uncini, Roma, 11gennaio 1975 in Bruno Corà, Italo Tomassoni [a cura di], Giuseppe Uncini I Primi e gli Ultimi, SilvanaEditoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2011, p.105. 2 Ibidem 3 Bruno Corà, Giuseppe Uncini:la costruzione dell’opera. I ▼ Giuseppe Uncini, l’artista nel suo studio, 2002

s Giuseppe Uncini, Archietture n° 170, 2004

s Giuseppe Uncini, Terra, 1958

ci valenze e scoperte, un ‘costruire’ comprensivo di svariate azioni, che secondo le parole dell’artista stesso, si definisce “come congiungere – disgiungere – giustapporre – chiudere o aprire- concretizzare e materializzare lo spazio e il segno – il segno come presenza, lo spazio come misura”. Contemporaneamente queste azioni e i materiali che portano al “non quadro” all’oggetto “autosignificante”, “autoportante” compongono un alfabeto del fare che riecheggia l’architettura medievale e che come afferma Corà “pervengono ad un altissimo indice di qualità estetica e civile”. Tali “oggetti” non pittorici, non scultorei, primi lavori e gli ultimi di una storia artistica esemplare in Bruno Corà, Italo Tomassoni [a cura di], Giuseppe Uncini I Primi e gli Ultimi, SilvanaEditoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2011, p. 23. 4 Italo Tomassoni, I primi e gli ultimi di Giuseppe Uncini in

autonomi di per sé, senza essere mai rappresentativi se non della loro esistenza, mostrano la genialità del pensiero che li ha ideati e la tensione che li anima, specialmente nei ferri in sequenza sporgenti dalle strutture, in un concerto pausato di ritmi, andature, di entità e di segni. Rigore progettuale, nitidezza dei procedimenti tecnici che configurano l’essere ‘opera’ li caratterizzano, mostrando insieme la coerenza e la tenuta del lavoro di Uncini in tutta la sua durata, aspetti ben ravvisabili lungo tutto il percorso della mostra. Non ci sono cesure nell’ispirazione, né cadute di stile nell’itinerario espositivo dall’inizio alle ultime opere presentate, dai Cementarmati alle monumentali Architetture e Artifici, di cui il Primo Cementarmato del 1958-59 e l’Alfabeto di Aratta-Architetture n. 227, 2007 costituiscono splendidi esempi. Il continuum nel lavoro di Uncini è ben messo in risalto dai curatori Bruno Corà, cui si deve la cura del catalogo generale dell’artista, e Italo Tomassoni, i quali nella loro esegesi rilevano ampiamente le caratteristiche di unicità dell’opera dell’artista marchigiano, in rapporto anche ad altre espressioni più o meno coeve, quale tra l’altro quella della Minimal Art. L’unicità degli oggetti-strutture, di queste quinte in cemento mai fuori scala, unite da serrate geometrie di ferro contorto e piegato, sta anche, secondo quanto scrive Tomassoni in “una frontalità spaziale quanto mai innovativa”; essa abita lo spazio al pari di imponenti scenografie non di racconti ma di silenzi. Non ci sono narrazioni a sottendere la scena né ad emanarsi da essa se non la maestosa fissità e l’ immobile presenza di materia e di lessico costruttivo, aperti all’aria e alla luce. Eppure la materia aveva in primis affascinato l’autore, come ben testimoniato dalle Terre, anch’esse esposte, un piccolo gruppo di opere del 57, caratterizzate da un contrappunto di segni e di ‘accumuli’, intessute in una salda intelaiatura di parti lisce e rugose, ben mostrata a ‘disegnare’ le parti dell’opera e a contenerne sporgenze e protuberanze. L’altrove e lo straordinario espressi ne I primi e degli ultimi, stanno forse nell’ordine razionale che li determina e che supera l’ impatto dei materiali, un ordine che emerge sempre nell’opera di Giuseppe Uncini come una sorta di nume che ispira e conduce, il quale, con il supporto di una ricerca libera e autentica, ha come approdo finale bellezza e assoluto. Rita Olivieri Bruno Corà, Italo Tomassoni [a cura di], Giuseppe Uncini I Primi e gli Ultimi, SilvanaEditoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2011, p. 13.

▼ Giuseppe Uncini, Archietture n° 184, 2005

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s Giulia Corradetti, Rocco Dubbini

PalaRiviera, San Benedetto del Tronto

Peer to Peer

Marche centro d’arte

a rete, ed in particolare, il mondo L dei social network sono stati il motivo ispiratore dell’evento esposi-

tivo che si è tenuto nel PalaRiviera di San Benedetto del Tronto nei mesi di luglio ed agosto. Un evento che supera, per sua natura, l’idea di mostra per intervenire non soltanto nel rapporto tra creatore e fruitore, tra artista e pubblico, creando una rete tra operatori, pubblico, realtà economica e sociale in cui ognuno rappresenta per l’altro e per il progetto un’occasione di crescita, un nodo di scambio utile alla collettività che si viene a creare. Gli stessi artisti, nella realizzazione dell’opera sono stati, in un modo o nell’altro assistiti da quello che viene definito “adottante” un moderno mecenate che ha reso possibile la realizzazione della stessa. Un progetto ambizioso, quindi, che prevede uno sviluppo nell’arco di tre anni e che parte dalle Marche per arrivare ad analizzare la realtà europea, un progetto che non si conclude nella mostra in sé ma che continua con discussioni e materiali su internet. Il Multiplex PalaRiviera di San Benedetto del Tronto, è il luogo in cui si svolge l’operazione. Un cinema, non una galleria o un museo, una scelta consapevole che rimarca ancora di più il senso di condivisione che il progetto vuole esprimere. Così gli ampi e lunghi corridoi, gli spazi antistanti gli ingressi alle sale da luoghi anonimi di frettoloso passaggio e distratta attesa si trasformano in luoghi caratterizzati dall’arte, e chi entra magari pensando al film esce avendo visto anche una mostra dove dipinti, installazioni, sculture, fotografie e video diventano testimonianza dei nuovi linguaggi contemporanei. L’evento curato da Dario Ciferri, Simonetta Angelini e Cristina Petrelli propone le opere di ventisette artisti, tra emergenti ed affermati, selezionati dalla Galleria Franco Marconi di Cupra Marittima, realtà che, quasi 52 -

s Francesca Gentili

▼ Gabriele Silvi

s Giovanni Termini

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Mario Vespasiani

s Maicol e Mirco

s Daniele Camaioni

s Roberto Cicchina

s Rita Vitali Rosati

unica nella Regione, da anni ormai si occupa della promozione di nuovi talenti con una particolare attenzione al territorio. Il tessuto espositivo si sviluppa al secondo piano del palacongressi dove un lungo corridoio, a cui si accede da una scala, collega due ampi vani solitamente progettati per la accolta del pubblico davanti alle sale. Su pareti di grandi dimensioni, illuminate dagli enormi finestroni aperti sulla parte opposta si dipanano video, opere grafiche e fotografie mentre il centro della stanza è lasciato alle sculture ed alle installazioni attraverso cui ogni artista riporta un pezzo del suo lavoro, un momento della propria poetica. Gli equilibri precari delle sculture di Giulia Corradetti sono quasi a darci il benvenuto segnando l’ingresso alla prima sala, ma questo lavoro, diventa anche un’introduzione tematica alla poetica di diversi artisti presenti in mostra. Il rapporto che esiste tra natura ed artificio, tra reale e costruito anche alla luce delle nuove tecniche di comunicazione e delle nuove scoperte scientifiche si sviluppano nell’installazione di Carla Mattii e nelle opere fotografiche di Rita Soccio e di Sabrina Muzi. I simboli della società contemporanea ed il loro stravolgimento diven-

s Mario Vespasiani

s Sabrina Muzi

▼ Stefano Teodori

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s Armando Fanelli

s Carla Mattii

s Chiara Francesconi

s Marco Bernacchia

s Franco Nardi

s Gianluca Antonelli

s Giovanni Gaggia

s Luca Caimmi

▼ Rita Soccio

▼ Giorhio Pignotti

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE tano il tema del lavoro di Rocco Dubbini mentre Marco Bernacchia con la consueta ironia tenta la rappresentazione di un vuoto per arrivare ad una discussione sulla funzione e sul valore dell’opera d’arte. Rita Vitali Rosati incarna, invece, lo spirito stesso dell’arte, un omaggio al passato che da momento di riflessione si propone come nuovo punto di partenza. Una dimensione fortemente concettuale in cui l’idea di progetto e di processo costitutivo dell’opera d’arte diventano fondamentali come nel lavoro di Giovanni Termini, Armando Fanelli e Franco Nardi, dove giochi semantici e scarti logici danno vita ad effetti di straordinario interesse. Allo stesso tempo la dimensione spirituale dell’essere umano è resa manifesta nel lavoro di Gianluigi Antonelli, Giovanni Gaggia, Niba e Gabriele Silvi che con le loro installazioni e le loro opere grafiche ampliano la discussione sulla spiritualità umana, dal senso della religiosità al senso stesso del sacro. La rappresentazione di una dimensione spirituale ed incorporea. La sensualità, il movimento, il corpo nella sue dimensioni psichiche e fisiche vengono invece analizzate nelle fotografie di Chiara Francesconi, nelle tensioni che crea Roberto Cicchiné, nei ritratti intimistici ed analitici Francesca Gentili, Giorgio Pignotti e Mario Vespasiani. Una dimensione umana che si fa racconto nei lavori di maicol e mirco e Alessandro Baronciani. Il senso della fisicità, questa volta non del corpo ma della materia si sviluppa nelle sculture di Luca Caimmi e nelle composizioni di Daniele Camaioni dove una ricercata bellezza scaturisce dal susseguirsi di forme decontestualizzate. Gianluca Cosci e Daniele Duranti si riferiscono invece alla dimensione urbana dell’abitare al contesto ambientale ordinato e spesso freddo in cui l’uomo è costretto a vivere Paolo Consorti, chiude idealmente l’esposizione. In questo luogo cinematografico l’artista contestualizza una serie di manifesti che rimandano a film famosi a cui viene modificata la funzione comunicativa in modo da stravolgerne in maniera spesso ironica e pungente il significato. La mostra propone anche una sezione video in cui ad alcune opere di artisti già menzionati si aggiunge il lavoro di Stefano Teodori. L’intero progetto nasce e si sviluppa sul concetto di sinergia. Una galleria d’arte di ricerca, Franco Marconi, una sala cinematografica, Il Multiplex PalaRiviera di San Benedetto del Tronto e una catena di negozi che ha creato la propria community culturale: il Cocalos Club. I mecenati che hanno adottato gli artisti sono stati, invece: Teatro di Porto San Giorgio, Mimmo Minuto, Edizioni Marte, Movieon, Radio9, Giampiero Paoletti, Massimiliano Bartolomei, Rivista Segno, Sidef, Roberto Marchetti, Giuseppe Compare, Silvio Pulcini, Gaetano Lofranco, Marco Biancucci, Umberto Croci, Reno Pirri, Lino Rosetti, Vittorio Massi, Domenico Mozzoni, Emidio di Girolami, Fausto Massi, Sergio Lenhardy, F.lli Rosati, Martintype, Giovanni Stracci, Betto Liberati, Massimo Rebecchi. Stefano Verri

s Daniele Duranti

s Paolo Consorti

s Alessandro Baronciani

▼ Gianluca Cosci

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Galleria Ricerca d’Arte, Roma

Francesco Guerrieri

ia Drei diceva che il lavoro del suo L compagno d’arte e di vita per essere capito ed apprezzato “deve essere os-

servato, guardato e vissuto lentamente così dagli occhi ti entra nel cuore e poi nell’anima”. E forse è proprio questo il segreto dell’arte di Francesco Guerrieri, un’arte gestaltica e strutturalista, geometrica, ma capace di emozionare e stupire, agendo sui nostri sensi e sulla nostra percezione visiva. Del resto il fine del movimento Sperimentale p., nato nel 1963 dalla fervente mente di Drei e Guerrieri, era proprio superare l’alienazione e l’incomunicabilità attraverso la percezione visiva, creando un linguaggio intersoggettivo dato dall’efficacia otticopercettiva della razionalizzazione delle strutture formali e cromatiche. Un’arte quindi che abbraccia la scienza ma che non perde mai la capacità di suscitare emozioni e sensazioni. La Galleria Ricerca d’Arte di Roma dedica a Francesco Guerrieri un’esposizione in cui viene ripercorsa la sua carriera artistica a partire dal 1962, anno dell’opera Continuità 1, lavoro di transizione tra la precedente esperienza informale polimaterica e le nuove ricerche gestaltiche e strutturaliste che caratterizzeranno la sua cifra stilistica, per arrivare a L’infinito finito del 2011 che dà il titolo alla mostra. Cinquant’anni di amore per l’arte che ha portato Guerrieri ad andare sempre avanti e a sperimentare tecniche e linguaggi senza mai fermarsi, “tenace nell’andare oltre e flessibile nel ricordare il passato”, come scrive Chiara Ceccucci nelle sue Riflessioni su Francesco Guerrieri, contenute nel catalogo che accompagna e impreziosisce la mostra, curata da Gabriele Simongini, autore di un testo critico denso e puntuale che analizza l’opera di Guerrieri con la consapevolezza di chi conosce e segue l’artista da molto tempo. La mostra vuole anche celebrare Guerrieri nell’anno del suo ottantesimo compleanno, ripercorrendo le varie tappe della sua carriera artistica in perenne divenire. Nato a Borgia (Catanzaro) nel 1931, Guerrieri, che vive a Roma dal 1939 (anno in cui la sua famiglia vi si trasferì), si interessa fin da ragazzo alla poesia e alla letteratura, e poi al disegno e alla pittura. Dall’incontro con Lia Drei, figlia dello scultore Ercole Drei, decide di consacrare la sua vita all’arte, formando con lei un connubio che continuerà fino al 2005, anno della sua scomparsa. Connubio che porta alla creazione di opere che, pur rifacendosi alla stessa poetica e procedendo parallelamente per fini ed intenti, sono autonome e riconoscibili, caratterizzate da cifre stilistiche diverse e personali. Alla fine del 1962 i due artisti, insieme a Lucia Di Luciano e Giovanni Pizzo, fondano il Gruppo 63 che, dopo varie partecipazioni a rassegne collettive, presenta la propria mostra nel giugno 1963 a Roma. Ma contrasti sulla metodologia della ricerca portano presto alla scissione del gruppo stesso in occasione del Convegno Internazionale Artisti Critici Studiosi d’Arte a Verucchio (Rimini) sul finire di settembre dello stesso anno e alla creazione dello Sperimentale p. (dove p. sta per puro) del binomio Drei e Guerrieri. La denominazione Gruppo 63 venne poi adottata dai letterati d’avanguardia al Convegno di Palermo del successivo ottobre, dopo che lo stesso Guerrieri, incontrando Umbero Eco al citato Convegno di Verucchio, aveva dato

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s Francesco Guerrieri, Continuità n.14, 1962 [acrilico e fili di nylon su tela, cm. 130 x 100]

s Francesco Guerrieri, L’Infinito finito, 2011 [acrilico su tela, cm. 100 x 80]

▼ Francesco Guerrieri, Apestruttura II, 2011 [acrilico su tela, cm. 50 x 50]

▼ Francesco Guerrieri, Angelo del mattino, 2011 [acrilico su tela, cm. 80 x 100]

il proprio assenso e col tacito consenso degli altri pittori fondatori. .A questo periodo appartengono una serie di opere esposte in mostra che insistono sui temi propri della percezione della forma e sugli studi legati ai processi ottici e retinici. Sono le Ritmostrutture

tipiche dei lavori di Guerrieri, in cui fasce bianche, rosse e nere sono alternate in sequenze potenzialmente infinite, finite solo per i limiti imposti dalla superficie della tela. Ritmiche appunto e cadenzate, accostate in modo che “ogni quadro non avesse inizio né fine, ma fosse parte,

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Francesco Guerrieri, Direzione Infinito, 2011 [acrilico su tela e legno, cm. 80 x 100]

s Francesco Guerrieri, Criptoscrittura, 1973 [acrilico su tela, cm. 80 x 100 x 5] ▼ Francesco Guerrieri, Interno d’Artista, 2000 [acrilico su tela e legno, cm. 40 x 40]

frammento di una potenziale illimitata continuità”, per citare le parole dello stesso artista, sempre “alla ricerca di una possibile realizzazione visiva del mistero della vita”. Questa frase si trova in una delle poesie di Guerrieri selezionate per il catalogo, L’arte contemporanea, “... libera di crearsi ogni volta le proprie regole, libera di spaziare nell’immaginazione molteplice e infinita ...”. Nel 1967 Guerrieri inizia ad usare nelle sue opere solo due toni di giallo con cui dipinge le bande verticali che si irradiano sul fondo bianco, fondo che riveste la stessa importanza della composizione e che risulta inscindibile dalla stessa. Negli anni Settanta la svolta, il gioco positivo – negativo del colore sullo sfondo bianco inizia a far emergere forme morbide e sinuose, Criptoscritture di lontani alfabeti. Poi gli spazi bianchi diventano sempre più ampi e i segni gialli sospinti ai margini della tela e sui lati del telaio in modo che “ ora la pittura è nello spazio, invece che lo spazio nella pittura”, come scrive l’artista. Da allora la ricerca di Guerrieri non si è mai fermata. L’artista ha utilizzato telai vuoti per incorniciare prospetticamente la sala espositiva come nell’installazione del 1978 al Palazzo delle Esposizioni di Roma; ha realizzato gli Interni d’artista in cui all’interno di telai–cornice sono dipinti dall’artista suoi lavori realizzati precedentemente in un gioco di passato–presente che coinvolge anche opere di Maestri storici della storia dell’arte; si è dedicato alla Metapittura, per poi tornare, dopo un decennio passato a contatto della natura in un eremo naturalistico sull’Appenino romagnolo, di nuovo agli Interni d’artista nel 2000. Ed è proprio da qui che riprende il filo la odierna mostra alla Galleria Ricerca d’Arte, con quelle opere che tendono “alla rappresentazione sincronica e spiazzante di ogni possibile esperienza pittorica, sia iconica che aniconica, in una dimensione metafisica, dove possono convivere potenzialmente all’infinito spazi con orizzonti diversi e dove ogni tempo può divenire presente” (Guerrieri), quasi una sorta di stargate tra passato, presente e futuro e tra dimensioni parallele. Dal connubio tra le opere degli anni Sessanta legate al linguaggio gestalticostrutturalista e le forme sinuose degli anni Settanta, negli ultimi anni Guerrieri ha creato opere che, fondendo i due linguaggi, sono caratterizzate dalla scrittura intessuta nelle bande di colore in un gioco di trama e ordito,di luce e colore, oppure riprendono le stesse morbide forme come in Angelo del mattino del 2011. Dall’incontro con la poetica futurista, in occasione di opere realizzate per il centenario del movimento marinettiano, la dinamicità ha preso il sopravvento come in Dinamismo, del 2011, in cui un groviglio di vettori caratterizza la composizione, memore delle sperimentazioni di Balla e Boccioni. La forma viene invece creata otticamente dalle bande gialle, nere e bianche in Apestruttura II del 2011 e con le bande nere su fondo bianco in Verso Itaca del 2010, riprendendo in quest’ultimo caso il tema delle vele, già trattato nelle ricerche degli anni Settanta. Nelle ultime opere del 2011, l’artista, mai domo nella sperimentazione, ritorna alle bande geometriche rigorose e optical, questa volta però più libere di comporsi sulla superficie della tela in strutture a più colori che analizzano, destrutturandole e ricostruendole, anche opere del passato come nella Sublimazione cromatica dall’autoritratto di Mattia Preti, in cui Guerrieri riesce ad “aniconicizzare”

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s Francesco Guerrieri, Nuovo Interno d’Artista, 2003 [acrilico su tela e legno, cm. 69,8 x 69,8] ▼ Francesco Guerrieri, Dinamismo, 2011 [acrilico su tela, cm. 80 x 100]

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Francesco Guerrieri, Ritmo B 12 [acrilico su tela, cm. 30 x 40]

il figurativo, in questo caso l’autoritratto appunto di Mattia Preti, suo conterraneo. La sperimentazione dell’artista prosegue ancora, nelle ultimissime opere realizzate, in cui l’infinito è protagonista e che danno il titolo alla mostra, opere che, anche se organizzate molto diversamente rispetto ai lavori degli anni Sessanta, riprendono e realizzano luminosamente il concetto del continuum. Di Guerrieri, più volte premiato in rassegne nazionali e internazionali,a iniziare da Giulio Carlo Argan, hanno scritto critici e storici dell’arte tra i più importanti. Le sue opere sono state esposte in numerose personali e collettive in prestigiosi spazi privati e istituzionali, a partire dalla VIII Quadriennale d’Arte di Roma del 1959 e dalle mostre alla GNAM Galleria Nazionale d’Arte Moderna (selezione Premio Ministero Pubblica Istruzione) del 1962 e 1963 per arrivare alle recenti esposizioni Palma Bucarelli, il Museo come Avanguardia, alla stessa GNAM (2009) e Percorsi riscoperti dell’arte italiana, opere dalla collezione VAFStiftung,attualmente allestita al MART, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto. Entrambi i musei hanno sue opere, così come il MACRO, Galleria comunale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museo Civico di Taverna, il MAGI, Museo d’Arte delle generazioni italiane del Novecento, la GAM, Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino, e ancora numerose pinacoteche comunali italiane e musei e fondazioni in U.S.A., Brasile, Spagna, Repubblica di San Marino, Slovenia. Un percorso artistico denso e articolato quello di Francesco Guerrieri, artista nell’animo, capace di procedere nel difficile mondo dell’arte contemporanea da protagonista, seguendo la sua sempre vivida ispirazione e la sua esigenza di sperimentare guardando al futuro. Cinzia Folcarelli

s Francesco Guerrieri, Ritmostruttura H10, 1966, [acrilico su tela, cm. 50 x 70] ▼ Francesco Guerrieri, Un divino sorriso, 2011 [acrilico su tela, cm. 80 x 100]

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Porto e Borgo Antico di Maratea

Arte tra Natura e Tecnologia

uarta edizione della rassegna Q nazionale “MARartEA Open Museion” con una singolare mostra itine-

rante tra gli spazi all’aperto nel porto di Maratea e quelli al chiuso della galleria Maratea Contemporanea, nel borgo antico. L’evento, intitolato “Natura e Tecnologia” a cura di Simona Caramia, si è avvalso dei lavori di ventotto noti artisti, appartenenti a generazioni, formazione, geografia e linguaggi diversi. La rassegna ha stigmatizzato una significativa, quanto attuale tematica che fa riflettere sulle possibili mediazioni tra natura e tecnologia, riallacciandosi ai più recenti disastri ambientali che hanno profondamente segnato lo scenario sociale contemporaneo, rilanciando la Green Economy e inducendo alla rilettura, in chiave etica, del rapporto tra uomo e ambiente. Sembra inevitabile prender coscienza dell’identità del mondo naturale, elemento “costitutivo” per l’uomo, per pervenire alla consapevolezza che l’allontanamento dalla natura provoca perdite irrimediabili - come afferma la curatrice. Poiché - secondo le parole di Philippe Descola, successore del celebre antropologo Claude Lévi-Strauss - «gli uomini non sono soli sulla scena dell’umanità. E il resto, quello che di solito si chiama natura o ambiente, non è una nostra proprietà, né una nostra proiezione, né tanto meno una semplice risorsa a disposizione del nostro sviluppo. Le altre creature (..) sono veri e propri agenti sociali che hanno gli stessi diritti degli umani. (…) Ecologia, tecnologia e coesistenza con le altre civiltà. Tre questioni riconducibili a una sola, cioè come far coabitare, senza troppi danni, rinunce e conflitti, tutti gli occupanti del pianeta. E se non si arriva a questo ci sarà una catastrofe». L’arte propone una “Terza via” - secondo la visionarietà dell’artista tedesco Joseph Beuys - nel suo status di creazione positiva, che si può avvalere anche dei moderni linguaggi tecnologici, contribuisce all’attuazione di questa auspicabile mediazione - tra Uomo e Natura - attraverso le sue elevate valenze spirituali e sociali. Due sezioni hanno caratterizzato la mostra: Arte tra Natura e Mito, (con una selezione di opere - tra pittura, scultura, fotografia e istallazioni - di Caterina Arcuri, Stefano Cagol, Lucilla Catania, Giulio De Mitri, Teo De Palma, Gianni Dessì, Pietro Fortuna, Piero Gilardi, Robert Gligorov, Iginio Iurilli, H. H. Lim, Luigi Ontani, Antonio Paradiso, Stefania Ricci, Massimo Ruiu, Francesca Tulli, Antonio Violetta) e Arte e Virtualità Elettroniche (con una selezione di opere video di Karin Andersen, Alessandra Andrini, Giulio De Mitri, Armando Fanelli, Patrizia Giambi, Selene Lazzarini, Concetta Modica, Marco Morandi, Roberta Piccioni, Marco Rambaldi, Anna Rossi, Diego Zuelli). Esse scandiscono per linguaggi diversi la genesi e le poetiche di ogni singolo artista, cui afferiscono molteplici componenti e saperi: mito, spiritualità e Identità geo-politica, saldando etica ed estetica, anche nel medium tecnologico dell’immagine in movimento. Il “Reservoir” di Karin Andersen racchiude un sofferente post-umano che soccombe alla contaminazione negativa della Natura; “le robinie” spontanee di Alessandra Andrini esprimono la volontà forte della Natura, al di là di ogni condizione etico-sociale; l’“Origine” di 60 -

s Iginio Iurilli, Un riccio di nome Viola, 2008 [tempera, acrilico su legno e bambù, cm 15 x 28 x 28]

s Caterina Arcuri, Origine, 2011 [incisione, ottone e acciaio inox, cm 8 x 40 x 19] courtesy artista

Francesca Tulli, SIRENA-RA, 2009.2011 [resina, ferro e ghiaia nera h. cm 90x100x60] courtesy artista

▼ Massimo Ruiu, Linea d’ombra, 1966 [elaborazione di ceneri e pigmenti, cm. 60x60] courtesy artista

s H. H. Lim, La catena delle parole, 2010 [scultura in resina + catena, cm.15x20 + catena courtesy artista] ▼ Giulio De Mitri, Azzurra, 2007 [still da video, durata 4’] courtesy Museo Sperimentale di Arte Contemporanea, L’Aquila

▼ Robert Gligorov, Zippo, 2003 Lambda su alluminio, cm.80x80, edizione 9/9 courtesy Collezione Segno

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Roberta Piccioni, Phànein, 2007 [still da video, durata 7’] courtesy artista

s Marco Morandi, Good night, 2008 [still da video, durata 3’] courtesy artista

s Concetta Modica, Hot Line, 2008 [still da video, durata 3’ 09’’ dvd pal 4/3] Courtesy Umberto Di Marino arte contemporanea

s Diego Zuelli, Colli malati, 2007 [still da video, durata 2’] courtesy artista

s Armando Fanelli, Expedient, 2010 [still da video, durata 4’40’’] courtesy artista ▼ Antonio Violetta, Inversi, 2010 [tecnica mista su carta, cm 108 x 76] courtesy artista

Caterina Arcuri stigmatizza un senso di evocazione e di rimando alle radici culturali dell’essere umano; tra “evocazione e provocazione”, Stefano Cagol compie una serie di azioni atte a comunicare, segnalare - la propria posizione - e interfacciare relazioni; nella “Vite” svettante di Lucilla Catania riecheggia l’equilibrio della Classicità, che permette di compiere un percorso esistenziale tra passato e presente; il mare - come immagine in movimento e nella concretizzazione della sua simbologia - esemplifica un viaggio nella mediterraneità di Giulio De Mitri, tra luce spirituale e identità geo-politica; “negli oscuri giardini” di Teo De Palma echeggia una natura fragile, che oscilla tra due opposti stati esistenziali; nella sua “Pittura” materica Gianni Dessì esprime un dualismo tra vita e morte, tra ombra e luce; Armando Fanelli opera un tentativo di simbolica purificazione dalle contaminazioni umane; la natura vilipesa e quasi “museificata” nelle trasparenze di Pietro Fortuna evoca il dolore universale, attraverso un elemento mimetico del reale; Patrizia Giambi propone una metamorfosi dall’umano “all’oltre-umano”, riecheggia un dualismo atavico; il frammento di natura di Piero Gilardi è una pratica mimetica che salda - da sempre - Arte e Vita, Vita e Arte; Robert Gligorov offre la visone di una “natura tecnologica” infranta, che soccombe nella “tragicommedia” umana; nell’opera scultorea di Iginio Iurilli riecheggia il mare, nella sua “visione mediterranea”: il suo riccio è l’effimera traccia del tempo; eros e tanathos sono metafore dell’esistenza nell’opera di H. H. Lim, estrinsecate in “una catena di parole”; memoria storica e tutela della natura sono cristallizzate nel “Thylacin” di Selene Lazzarini, una negazione che è consapevolezza di una necessaria responsabilità; “Hot Line” di Concetta Modica, moderno filo d’Arianna, conduce nella ricostruzione - seppur virtuale - di immagini archetipali, attraverso “la guida” di probabili conversazioni telefoniche; le animazioni nel video di Marco Morandi creano un percorso di “segni” in continua trasformazione, attraverso un linguaggio “mitopietico”; Luigi Ontani offre una natura dilaniata tra Amor Sacro e Amor Profano: solo liberato dagli istinti brutali, l’uomo può ricongiungersi all’armonia universale; Antonio Paradiso esprime la sua appartenenza ad una civiltà agreste, in chiave antropologica, attraverso il suo liberatorio “volo”; uno squarcio di luce invade la natura di Roberta Piccioni, quasi una speranza di vita che anima di nuova linfa la foresta; il microcosmo di Marco Rambaldi simboleggia l’eterna conflittualità per la sopravvivenza, che caratterizza ogni essere in natura; elementi del mondo vegetale ed animale sono offerti, in chiave lirica, da Stefania Ricci, spiritualizzati in algide evanescenze; il mare, specchio riflesso di una natura viva, è l’epiderma di un ricco mondo indagato, nelle sue ampie sonorità da Anna Rossi; Massimo Ruiu propone un viaggio esistenziale di un giovane marinaio, oltre la propria “Linea d’ombra”; la sirena di Francesca Tulli è esemplificazione dell’inquietudine e della meraviglia dell’uomo nei confronti dell’ignoto, attraverso il mito; segni, tracce, impronte nell’opera di Antonio Violetta narrano i percorsi esistenziali tra Natura e sue trasformazioni; Diego Zuelli plasma il mondo con un tocco benefico, offrendo una visionarietà tra morte e rigenerazione. L’evento, come afferma il presidente dell’associazione culturale MARartEA, nonché promotore del progetto Paolo

s Pietro Fortuna, Senza titolo courtesy artista

s Alessandra Andrini, Il bosco delle robinie, 2005. [till da video, loop] Courtesy Galleria d’Arte Moderna di Bologna

s Marco Rambaldi, Ants, 2007 [still da video, durata 5’] courtesy artista

s Anna Rossi, Da 10 Hz a 150 kHz, 2006 [sill da video, 3’ 18’’]courtesy artista

s Selene Lazzarini, The last Thylacin, 7 September 1936 [still da video, loop] courtesy artista

Tommasini, rappresenta «una realtà viva che testimonia il costante impegno nell’ulteriore sviluppo di un territorio aperto alla ricerca e alla sperimentazione artistica contemporanea, nonché a quegli aspetti etico-sociali che caratterizzano l’identità di un luogo, al di là delle contraddizioni distorte di una abusata globalizzazione». Per l’occasione è stata realizzata una pubblicazione dalle Edizioni Sala di Pescara. Petruzza Doria

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Collisioni

Artisti tra scultura e architettura Galleria 2000&Novecento, Reggio Emilia

confini tra le varie forme di espressioIsempre ne e creazione artistica, si sono fatti più sfumati. Per molti architet-

ti, la scultura è diventata qualcosa da guardare come ottima architettura, mentre diversi gli scultori che nelle forme tridimensionali più elaborate creano un ibrido ambiente architettonico. La mostra allestita a Reggio Emilia, desidera rendere visibili e leggibili alcuni di questi assunti, presentando un gruppo di sculture e fotografie, i cui autori hanno guardato alle forme architettoniche e ai condizionamenti della civiltà della tecnica e dei materiali nuovi anche in relazione alla metamorfosi delle forme del nostro vivere. In una ampia e articolata mostra in galleria a cura di Erika e Gianfranco Rossi vengono proposti lavori di Filippo Centenari, Patrizia Della Porta, Marco Gastini, Gioberto&Noro, Herbert Hamak, Le Corbusier, Fausto Melotti, Nunzio, Giuseppe Spagnulo, Ettore Spalletti, mentre nella vicinissima Chiesa dei SS.Agata e Carlo, per uno straordinario progetto ad hoc, sono proposten le opere del giovane Mimmo Borrelli e quelle del più maturo Luigi Mainolfi. Illuminanti i due saggi in catalogo di Marisa Vescovo e Alessandro Carrer. Per Marisa Vescovo “...non c’è dubbio che la distinzione, ad esempio, fra scultura e architettura è arrivata molto tardi nella nostra storia dell’arte, ma la diversità dei generi e la loro specificità hanno impoverito l’universo della creazione. Ecco perché nessuno si meraviglia, credo, se la scultura si è incamminata di nuovo verso l’architettura e l’architettura invece in direzione di una espressione dialetticamente scultorea. La nascita di opere ibride può essere vista come conseguenza del dibattito novecentesco sulla sintesi delle arti. Un’opera rappresentativa di questa linea di pensiero è la cappella NotreDame du Haut di Le Corbusier a Ronchamp (presente in mostra attraverso un magnifico acquarello Femme en buste del 1942) che inaugura, si può dire, la sintesi delle arti, suscitando meraviglia perché chi l’ha immaginata e costruita è sempre stato conosciuto come l’apostolo dello standard, del “modulor”, di una ricerca che doveva approdare a un “modello” perfetto, come se fosse stato generato dalla natura. Il grande pubblico ha scoperto questo nuovo filone di ricerca grazie a opere architettoniche successive di archi-star come il Guggenheim Museum di Frank Gehry a Bilbao che pretende di sostituirsi, come di fatto è accaduto, alle opere d’arte esposte. Infondo è l’edificio che si espone, che si va a visitare, che è la grande scultura, un “landmark” (opera capace di dare, o vuole dare, identità a un luogo). Sono esposte in galleria un gruppo di fotografie-ritratto di Patrizia della Porta, costruite essenzialmente con luci e ombre, che riportano sulla carta le immagini essenziali e vibranti dei vari “monumenti” degli architetti oggi in scena. Queste creano un forte legame tra le sculture in visione e gli edifici che abbiamo preso a testimonianza della

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s Gioberto & Noro Green-Zone #1, 2007 [stampa a pigmenti su carta di puro cotone, cm.104x152]

s Herbert Hamak H646N, 2003 [resina e pigmenti su tela cm.30x16,5x15] ▼ Fausto Melotti, Nove cerchi, 1967 [inox, cm. 168 x 100 x 81]

nostra riflessione (...). Per Alessandro Carrer, “In termini di relazioni con lo spazio, esistono coppie oppositive di carattere topologico, esattamente come pieno e vuoto, che definiscono un breviario terminologico vicino sia alla scultura che all’architettura: aperto/chiuso, interno/esterno, circondante/circondato, centro/periferia, per elencare i principali. Tutti quanti partecipano all’analisi degli “oggetti” che abitano lo spazio per definirne il campo di forze, le potenzialità tensive, i valori e il senso. L’implicito è ovviamente il soggetto, lo sguardo che osserva, contempla, abita, usa; l’implicito è anche il riferimento, l’io da cui si dipana la matassa della relazione, l’incipit dell’intersoggettività tra autore e pubblico. Le Corbusier l’ha enunciato in termini funzionalisti e programmatici attraverso il Modulor, dottrina delle proporzioni sulla base della forma umana, unità di misura universale capace di muovere a giusto mezzo natura e cultura; un sistema generato a partire dalla serie di Fibonacci che è insieme strumento dell’architettura – utilizzato ad esempio per la progettazione dell’Unità abitativa di Marsiglia – e ricerca di un “ordine poetico, riflessione sul giusto rapporto tra uomo e mondo”, a trovare la perfetta armonia tra tessuto corporeo e tessuto urbano (...). Nelle opere in mostra, Marisa Vescovo vede in Nunzio l’orientamento di un gesto espressivo in cerca di un rapporto non illusorio tra la superficie e il centro del volume, coi ritmi danzanti, o taglienti, di tanta architettura odierna; in Luigi Mainolfi “architetto paesaggista” c’è un pensiero fortemente legato alle tradizioni culturali native e le sue visioni riguardo l’idea di città e di paesaggio-natura si sono trasformate in un lavoro specifico, in cui colori, materiali,

▼ Ettore Spalletti, Inseparabili, 2002 [impasto di colore su tavola, cm. 150x300]

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Domenico Borrelli, La colonna, 2011 [gesso, ferro e legno, h. m. 4,30]

s Luigi Mainolfi, La sposa e la capretta, 2002 [ferro e tessuto, misura ambiente]

forme, si dispongono rivelando e trasfigurante la natura e la topografia dei luoghi. Marco Gastini ci propone una forma tridimensionale a ventaglio, come oggi troviamo spesso in architettura. La sua pittura trova uno spazio architettonico soprattutto nella stratificazione progressiva delle tracce. La scultura in acciaio forgiato di Giuseppe Spagnulo

s Nunzio, Senza Titolo, 2008 [pastello su carta, cm.198x98]

s Patrizia Della Porta“Guggenheim Museum Bilbao: Variazione sul tema 8”1998 [stampa a mano ai sali d’argento su carta baritata 2007, cm 96x64,5]

(Libro,2010) è un oggetto ascendente che ci ricorda un gruppo di grattacieli visti di sera, per esprimere lo stupore e l’inafferrabile. Diverso è il linguaggio di Herbert Hamak, i cui lavori in pigmenti e resina su tela propongono parallelepipedi colorati, posizionati in vario modo sulla parete o nello spazio: forme pure che hanno molto influenzato l’architet-

tura contemporanea delle archi-star e dei loro muscolari giochi estetici e formali. Nella stessa direzione - osserva Marisa Vescovo - va il lavoro di Ettore Spalletti con gli impasti di colore su tavola: sono opere in cui la consistenza cosmica del pigmento si annida negli spazi dell’ambiente, diventa frammento di architettura, che si afferra meglio se

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Filippo Centenari Luce in pezzi, 2011 [morsa in ferro, specchio, pittura, neon, alimentatore, misure ambiente]

ci muoviamo lentamente da prospettive diverse. Bellissima l’opera in mostra di Fausto Melotti (Nove cerchi, inox 1967) una struttura tripartita che s’inanella in verticale, giocando anche sulla disposizione di tre terne di sfere scure, che creano una architettura di suoni melodici, con intervalli fonici che sembrano alludere al suono cosmico. Nel saggio di Alessandro Carrer, leggiamo come “In termini di relazioni con lo spazio, esistono coppie oppositive di carattere topologico, esattamente come pieno e vuoto, che definiscono un breviario terminologico vicino sia alla scultura che all’architettura: aperto/ chiuso, interno/esterno, circondante/ circondato, centro/periferia, per elencare i principali. Tutti quanti partecipano all’analisi degli “oggetti” che abitano lo spazio per definirne il campo di forze, le potenzialità tensive, i valori e il senso. L’implicito è ovviamente il soggetto, lo sguardo che osserva, contempla, abita, usa; l’implicito è anche il riferimento, l’io da cui si dipana la matassa della relazione, l’incipit dell’intersoggettività tra autore e pubblico. Le Corbusier l’ha enunciato in termini funzionalisti e programmatici attraverso il Modulor, dottrina delle proporzioni sulla base della forma umana, unità di misura universale capace di muovere a giusto mezzo natura e cultura; un sistema generato a partire dalla serie di Fibonacci che è insieme strumento dell’architettura – utilizzato ad esempio per la progettazione dell’Unità abitativa di Marsiglia – e ricerca di un “ordine poetico, riflessione sul giusto rapporto tra uomo e mondo”, a trovare la perfetta armonia tra tessuto corporeo e tessuto urbano.” Tra le opere emergenti in mostra - scrive Carrer - quelle di Domenico Borrelli sintetizzano al meglio il rapporto tra soggetto e architettura: il lavoro Colonna esplicita apertamente la relazione tematica e materica tra scultura e architettura, tra corpo e spazio. Sul difficile rapporto che lega la città ai suoi abitanti, tra quotidianità e storia, tecnologia e tradizione, muove la ricerca proposta da Filippo Centenari, artista cremonese i cui lavori si sviluppano a partire da una sintesi di luce e spazio, spesso mediata da oggetti di pertinenza quotidiana, in una forma di luogo sensoriale in cui soggetto e oggetto convergono verso una reciproca e rassicurante visione. Sul lavoro di Gioberto & Noro, coppia di fotografi torinesi – Sergio Gioberto e Marilena Noro - da un lato è necessario precisare come le loro opere abbiano sempre origine nella dualità, nella co-presenza, sul piano della rappresentazione, di elementi di natura oppositiva quali pieno/vuoto, trasparenza/opacità, natura/cultura, domestico/selvatico; dall’altro gli spazi che articolano l’immagine istituiscono immediatamente una relazione di straniamento con il soggetto che li guarda, un confronto diretto con il nostro io profondo. Questo accade sia nel caso di D-Zone3 che di In the court of the white room, in cui lo sguardo è costretto ad abitare, almeno per il tempo dell’osservazione, spazi di natura perturbante, luoghi e non-luoghi che vivono al confine tra mondo reale e immaginario. (a cura di Lucia Spadano) Marco Gastini I segni mormoran nella conchiglia, 1987 [tecnica mista su gesso e plexiglass, cm.75x86x44]

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE Edicola Notte, Roma

Gianfranco Baruchello

ell’opera, realizzata appositamente per lo spazio della galleN ria, l’artista riflette sulla storia di uno scrittore che ha dedicato la vita alla realizzazione di un’opera letteraria sull’efferata

sessualità, in cui l’immensa crudeltà del racconto, la totale libertà immaginativa e la ricerca di un estrema libertà d’espressione, sono spinti fino all’ eccesso. Da Pierre Klossowski, a Georges Bataille, a Jacques Lacan sono molti i pensatori che hanno scritto sia a favore che contro il Marchese de Sade. Nell’opera presentata in Edicola Notte, Baruchello ha scelto Sade, monumento e icona della  perversione, della crudeltà e dell’eccesso per ricordarne tuttavia aspetti meno conosciuti. L’artista dice: “C’è sempre un’altra storia, meno- monumentale anzi anti-monumentale di cui sappiamo poco o nulla. Per descrivere  aspetti marginali, meno noti alla storia  e alla cronaca, avrei potuto scegliere qualsiasi  personaggio ma ho scelto Sade.” Baruchello trasforma lo spazio di Edicola Notte in una stanza della memoria, che contiene, come in una scatola magica, molteplici significati. L’opera consiste di alcuni elementi allusivi all’atto dello scrivere in solitudine installati in un ambiente dal quale Sade sarebbe potuto essere appena uscito, spogliandosi però di un abito che suggerisce  memorie di sopraffazione e potere. Viviana Guadagno Galleria Franz Paludetto, Roma

Daniela Perego e la pratica dell’inumazione sia indiS ce di un livello di civiltà più o meno maturo rispetto ad altri modi di onorare i

defunti e conservarne traccia tra i vivi è una domanda che probabilmente rimarrà per sempre senza risposta, in quanto per poter giudicare in merito bisognerebbe essere capaci di porsi al di sopra di una umanità che da sempre e per tutti i popoli fa tutt’uno con una diversa attitudine alla“pietas”. Resta comunque il fatto che dall’idea di seppellire i propri cari discende l’idea di cimitero come “casa dei morti”. Un’idea che può essere declinata in maniere anche diametralmente opposte come dimostra la differenza a pochi decenni di distanza tra la tradizione letteraria neoclassica e quella romantica. Daniela Perego con le cento stampe fotografiche esposte nella sede romana della galleria di Franz Paludetto, non prende partito né per l’idea che l’unica vera sopravvivenza stia nella gratitudine dei vivi né per quella secondo cui a sopravvivere è sempre e comunque una vita spirituale all’interno della quale non è possibile separare il sentimento dalla ragione. L’artista fiorentina sceglie un’altra direzione, quella di guardare alle proprie più intime reazioni, al proprio sentire osservato giorno dopo giorno senza pregiudizi ideologici. Il cimitero di Firenze dove sono sepolti i suoi genitori è per lei un luogo dove riesce a sentirsi ancora a casa, come quando viveva

▼ Daniela Perego, Per lei [courtesy Franz Paludetto, Roma]

in famiglia, un luogo in cui certi valori di semplicità nei rapporti interpersonali e una serenità che non ha bisogno di spiegazioni, sono riusciti, come per magia, a mantenersi e a prevalere sul ricordo di dolori, ansiea e frustrazioni che, certamente, anche per lei, come per tutti, non sono mancati. Per spiegare tutto questo, per inscenarlo e trasmetterlo a chi gauarda, la Perego ha utilizzato il suo strumento di espressione principale, quella fotografia che gli è congeniale come lo stesso sentirsi vivere. Così ha deciso di dedicare al padre e alla madre 50 scatti ciascuno, relativi alle comuni lapidi del cimitero della sua città natale: una serie di foto incentrate sulla luminosità dei marmi, le limpide cromie dei fiori, il sicuro istinto decorativo che alberga in tutti noi, al di la della specifica preparazione rispetto ai linguaggi del visivo. Ne è nata la mostra che partecipa al Festival Internazionale di Fotografia di Roma e nel contempo una mostra che che si visita con piacere, e con la quale si entra subito in sintonia. Paolo Balmas Studio d’Arte Raffaelli Trento

James Brown ersonale di James Brown. con P Eclipse, titolo della mostra, che mette in evidenza gli esiti del suo lavoro

degli ultimi anni. Nelle sale di Palazzo Wolkenstein sono proposti quadri a tecnica mista e collage su carta intelata di formato medio, piccoli acquerelli su carta e alcune opere di grande dimensione.

s James Brown, My future III Eclipse, 2010 [tecnica mista su carta intelata; 64-5x58-5cm, ld]

Nelle Eclissi una struttura, all’apparenza estremamente semplice, si dimostra invece studiatissima e complessa come può esserlo una partitura musicale. Questo tema naturale, che gode del fascino dell’assenza, nell’opera d’arte mima altre mancanze, altre sparizioni, che inducono all’immaginazione poetica ed emotiva. Un frammento tolto, tagliato, rimosso può comparire sulla stessa tela o in un’altra tela della serie. Quindi laddove un elemento denuncia la propria assenza, altrove può affermare la propria presenza. La particolare struttura delle opere invita l’osservatore a esplorare i vuoti, a viaggiare tra gli elementi astronomici e a scoprire i più piccoli e nascosti dettagli.Queste opere sono sicuramente espressione di una delle caratteristiche della personalità di James Brown: la continua ricerca e sperimentazione di equilibrio interiore. Lontane dall’iniziale approdo al primitivismo, le opere esposte sono connotate da una sostanziale astrazione di forme. Partendo dal dato esistente, da una traccia trovata, da un punto di riferimento scoperto e approfondito, procede con la stratificazione sia materiale sia mentale. La sovrapposizione dei vari elementi punta ad ottenere una nuova conoscenza culturale oltre a un’ulteriore sapienza tecnica. Gli altri ingredienti che entrano nelle opere di Brown sono il tempo e il luogo, attraverso l’impiego di diversi materiali, la scelta dei vari colori, la ricerca di suggestioni geografiche. In queste opere James Brown riesce ad immortalare una realtà che è in costante cambiamento: un universo in continua espansione. (GR)

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Mario Airò, Notturno in punta di dita, A.B.M., 2010 [plexiglass, ferro, neodimio, rame, seme d’acero / dimensioni ambientali / particolare]

home/less Galleria Vistamare, Pescara

n un momento in cui gran parte delIcaratterizza la società e dell’arte del presente si per un orientamento inter-

culturale, in cui la flessibilità sembra sia la risposta più valida ad un senso di smarrimento generalizzato, come gestiscono gli artisti il rapporto con le proprie origini? Quanto ritengono importante e imprescindibile per la loro espressione aggrapparsi con forza alla propria identità culturale, alle radici, alla tradizione e valorizzare la propria appartenenza, e quanto sentono il peso della contaminazione multiculturale? Il progetto espositivo home/less intende riflettere su un aspetto fondamentale del nostro tempo: la perdita del senso di casa, come elemento certo, affidabile e garantito. La condizione di nomadismo che caratterizza la società contemporanea, la perdita del senso di

distanza e del rapporto con il territorio fisico, sostituito dalla rete telematica, impone una riflessione su questi temi affrontati e vissuti da artisti di nazionalità e generazioni differenti, attraverso opere scaturite da urgenze e necessità in dialogo tra loro per analizzare il rapporto tra identità, memoria e vita quotidiana. La mostra, ideata e progettata per la Galleria Vistamare di Pescara e curata da Olimpia Eberspacher e Ludovico Pratesi, presenta le opere di un gruppo di artisti internazionali, sensibili a tali problematiche e capaci di interpretarne gli aspetti più essenziali secondo punti di vista diversi ma significativi. Mario Airò interpreta la condizione del nomadismo in senso poetico e letterario, espresso attraverso due opere legate ad una visione romantica del viaggio come momento meditativo a diretto contatto con la natura. Massimo Bartolini focalizza la sua attenzione sul rapporto tra lo spazio domestico e l’arredamento, attraverso una serie di mobili di design minimalista trasformati in strumenti musicali, che si attivano

a contatto con il pubblico. Nei grandi disegni su carta l’artista iraniana Avish Khebrehzadeh, ricostruisce la propria memoria personale attraverso suggestioni tratte dall’arte e dalla cultura del proprio paese d’origine, interpretate attraverso un linguaggio delicato e onirico. L’artista cileno Alfredo Jaar, presenta una serie di immagini fotografiche scattate in Angola, che interpretano la decadenza postcoloniale di un paese stravolto e sofferente, dove la condizione di homeless sembra inevitabile. La ricerca dell’artista tedesco Armin Linke è incentrata sull’individuazione del genius loci attraverso la fotografia. Per Homeless l’artista presenta due immagini di Israele e un paesaggio della campagna tedesca, per creare una contrapposizione di atmosfere e stati d’animo. Infine l’israeliano Haim Steinbach propone in mostra l’opera Golden (for Felix), dedicata alla memoria dell’artista Felix Gonzales Torres. Una sorta di altarereliquiario che contiene oggetti e memorabilia per ricostruire una memoria silenziosa e struggente. (B.S)

Massimo Bartolini da sinistra verso destra:three quarter-tone piece, #D, 2009; three quarter-tone piece, #C, 2009; three quarter-tone piece, #F, 2009 [legno ed elettroventilatore cm 70x150x50 / cm 240x120x60 / cm 50x150x50] ▼ Armin Linke, Homat Shemu’el, Har Homa Settlement Bethlehem West Bank, 2007 [stampa fotografica su alluminio con cornice in legno cm50x60 ed.5]

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attivitĂ  espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

Haim Steinbach Golden (For Felix), 2006 [legno, laminato e teca di vetro, carte di caramelle, scarpe da donna di plastica, arancia seccata, cappello a forma di cono di carta cm 119,4x205x81,3]

Alfredo Jaar, Muxima, 2004 [stampe fotografiche su plexiglass, cornice grigia cm 38x91,4x5 ciascuna ed. 6]

Avish Khebrehzadeh Dogwood Tree, 2011 [pastelli ad olio e grafite su carta di riso; cm 356x275]

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Su Nero nerO Over Black blacK Castello di Rivara, Torino di Rivara è lo scenario Ite lpiùcheCatello affascinante, magico, intrigansi possa immaginare per una

mostra d’arte. Lo sa bene Franz Paludetto, che di questo luogo ha fatto la sua dimora ed il suo “strumento” di lavoro. In questo scenario abbiamo visto l’allestimento più intrigante delle opere di Aldo Mondino e, nelle passate stagioni, mostre che restano nella storia dell’arte e nella memoria collettiva. L’ultima creatura è l’imponente rassegna sul “Nero”, frutto di una ricerca puntigliosa e raffinata, in cui Franz ha mescolato gli “artisti del cuore” con quelli che ha incontrato nella sua certosina ricerca: un affresco senza colore che emana un’indicibile energia: dalle geometrie misteriose di Marco Tirelli, alle atre combustioni di Nunzio, alle fragorose “esplosioni” di Paolo Grassino, ai voli che si addensano in sciami sempre più fitti di Elvio Chiricozzi, agli scenari apocalittici di Claudia Rogge, alle sensibili visioni di Daniela Perego, alle imponenti strutture di Salvatore Astore, le straordinarie foto di Dino Pedriali. Ma sono tantissimi gli artisti e, nell’impossibilita di dar conto del lavoro di ognuno, completiamo l’elenco: Katharina Fritsch, Francesco Sena, Jessica Carroll, Luigi Mainolfi, Hermann Nitsch, Andreas Exner, Fabio Viale, Franco Rasma,

Gregorio Botta, Hermann Pitz, Giuseppe Salvatori, Mattia Biagi, Piero Pizzi Cannella, Alicja Kwade, Nicola Carrino, Plinio Martelli, Luigi Stoisa, Adrian

Elvio Chiricozzi, Paolo Grassino, Su Nero nerO / Over Black blacK installation view, Castello di Rivara s

s Mattia Biagi, Su Nero nerO / Over Black blacK, installation view, Castello di Rivara

▼ Nunzio, Francesco Sena, Fabio Viale, D.Scroppo, Su Nero nerO / Over Black blacK, installation view, Castello di Rivara

Tranquilli, Paolo Leonardo, Velasco Vitali, Maura Banfo, Santolo De Luca, Rodolfo Fiorenza, Simone Bergantini, Nino Migliori, Gregor Hildebrandt, Simona Galeotti, Annamaria Gelmi, Oreste Casalini, Alessandro Gioiello, Maurizio Taioli, Jill Mathis, Saverio Todaro, Arash Radpour, Sergio Ragalzi, Cristiano Piccinelli, Roberto Pietrosanti, Diamante Faraldo, Alessandro Bulgini, Stefan Alber, Claudio Rotta Loria, Eraldo Taliano, Paola Binante, Eduardo Basualdo, Alessandro Giorgi, Vittorio Ranghino,Luca Sacchetti, Marcello De Angelis, Carlo D’Oria, Alex Pinna, Titti Garelli, Ferdi Giardini, Roberta Verteramo, Enzo Bodinizzo, Wiebke Siem, Kolkoz, Maurizio Vetrugno, Turi Rapisarda, Alfredo Aceto, Michelangelo Castagnotto, Gino Sabatini Odoardi, Opiemme, Riccardo Giordano, Sarah Ledda, Felice Levini, Luciano Massari, Lucia Nazzaro, Nicus Lucà, Carlo Guaita, Dario Neira, Gianni Politi, Paolo Parisi, Valerio Tedeschi, Thomas Grandi. Cè anche una sezione video, curata da Giovanni Viceconte che ha riunito: Luca Christian Mander, Dario Lazzaretto, Jacopo Jenna, Luca Matti, Devis Venturelli, Marina Paris, Claudia Gambadoro, Marco Lamanna, Fred Ernesto Maida, Annamaria Di Giacomo. Ed ancora una sezione DESIGN, curata da Roberto Maria Clemente + yet|matilde: Timothy John (Nuova Zelanda), Setyendra Pakhalè (Germania), Studio Nucleo (Italia), Pepe Heykoop (Olanda), mnmur (Italia), Stéphane Villard & Gaëlle Gabillet (Francia), Bragia (Italia), Studio Nucleo (Italia). E’ in preparazione un catalogo con testi di Marisa Vescovo, Alessandro Carrer, Diletta Benedetto, Ugo Castagnotto, Daniela Berta. “Nero è l’idea di una ricognizione, - come ha scritto tra l’altro Diletta Benedetto - del distillato, goccia a goccia, di una storia vissuta, percorsa, digerita. Senza fretta. Una storia e un modo per raccontarla. Attraverso gli occhi di Franz Paludetto”. Lucia Spadano

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s C.Rogge, H.Pitz, S.Ragalzi ▼ M.Tirelli, G.Hildebrandt, S.Alber, O.Casalini, R.Pietrosanri, A.Bulgini, P.Parisi, Su Nero nerO / Over Black blacK, 2011; installation view, Castello di Rivara

Hangar Bicocca, Milano

Cèleste BoursierMougenot a musica – o forse l’armonia della muL sicalità dei suoni del mondo – è la protagonista della mostra personale di Céleste Boursier-Mougenot, ospitata presso il Cubo di HangarBicocca a Milano. Ci aiuta subito a comprendere il senso della ricerca dell’artista francese l’opera, concepita appositamente per lo spazio, From here to ear (v.15), versione ripresa da quella che ha riscosso

meritato successo al Barbican Art Center di Londra nella primavera dello scorso anno: opera centrale del suo intervento nello spazio milanese, questa riunisce strumenti musicali e piccoli uccelli, oggetti inanimati ed esseri viventi. Due variabili che insieme creano l’opera stessa. La sonorità si genera infatti dagli spostamenti dei piccoli volatili e dalla loro intenzione di posarsi – o meno – sugli strumenti musicali, agendo nel tempo sempre in modo unico e diverso. L’educazione e la formazione da musicista hanno avuto un ruolo determinante per Boursier-Mougenot nella sua esperienza di artista visivo ponendo la sonorità al centro

della sua poetica. Questa diviene materia ricavata da situazioni, materiali e media disparati, in cui anche la casualità e il coinvolgimento attivo del pubblico sono agenti primari e necessari per innescare quei potenziali musicali spesso inutilizzati o sopiti. I suoi interventi si legano inevitabilmente anche alle specificità dei luoghi dove si verificano: tutti si radicano nello spazioambiente palesandosi come paesaggi artificiali, ma intimamente emozionanti e, per questo, graditi e apprezzati da un pubblico eterogeneo. Proprio come avviene all’HangarBicocca. Questi sono i presupposti di quelle melodie dell’imprevisto che Boursier-Mougenot crea fuori dallo spartito, senza composizione né direzione, ma affidata al momento e alla circostanza indefinibile del loro verificarsi. Attimo e contingenze rendono esclusiva la percezione – e la suggestione conseguente – per chiunque riesca ad esserne, di volta in volta, partecipe. Crea nuove tipologie di musiche che spaziano da categorie diverse: stili e fonti si contaminano, e, con l’insieme degli agenti esterni, diventano arte pura, senza gerarchie di genere. Ogni sua opera è un’avventura sonora, per l’artista e per il pubblico. Fatto peculiare è che la musica si estrae dall’essenza di un caos-caso imprevedibile, combinando coscienziosamente gli elementi partecipanti, secondo una precisa e mirata ragione dell’artista. Scelte che portano l’opera al limite del paradosso di una casualità intenzionale. La riconosciuta importanza della ricerca Céleste di Boursier-Mougenot è testimoniata dalla presenza di sue opere, non solo nelle più importanti collezioni private, ma anche in quella dei più prestigiosi musei mondiali tra i quali si possono citare il Centre Georges Pompidou di Parigi, il San Diego Museum of Contemporary Art di La Jolla in California, il Museum of Old and New Art di Hobart in Tasmania o l’Israel Museum di Gerusalemme. Hangar Bicocca ribadisce, con questa nuova proposta, la sua vocazione – significativo in questo senso il grandioso progetto di Terre Vulnerabili – di spazio attento alle ricerche più sperimentali degli artisti contemporanei. Matteo Galbiati

Céleste Boursier-Mougenot, fromheretoear (version 10), 2010 [tecnica mista; dimensioni: spazio curvo di 90 mt di lunghezza e di cui la larghezza varia da 6 a 10 mt; materiali: suolo in legno, sabbia, piante, pittura murale, tende di catena metallica; 5 chitarre elettrice Gibson Les Paul su supporti cromati; 3 chitarre bassi elettrici Gibson SG su supporti cromati; 7 grandi cimbali Paiste su supporti cromati; 7 processori di effetti audio Yamaha SPX 1000 e 8 simulatori per 15 autoparlanti; 40 uccelli canterini austrialiani, grani, acqua]. Installazione realizzata per la mostra Céleste Boursier-Mougenot, The Curve Barbican Artgallery, Londra, febbraio-maggio 2010. Fotografo: Lyndon Douglas © Céleste Boursier-Mougenot. Courtesy galerie Xippas

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Galleria Milano, Milano

Ketty La Rocca ’universo comunicativo è sempre L stato il focus della profonda riflessione di Ketty La Rocca (La Spezia

1938-Firenze 1976), senza dubbio una delle più importanti artiste italiane del Novecento ed esponente di primo piano della Body Art a livello internazionale. A trentacinque anni dalla sua prematura scomparsa , la Galleria Milano le dedica una personale, dove non mancano lavori di poesia visiva, scritti, video, dando particolare risalto da quelle che lei stessa chiamava “Riduzioni”. Dall’inizio della sua attività artistica, nella Firenze degli anni Sessanta, temi quali la critica rivolta alla classe dirigente, alla società dei consumi, allo strapotere di politica e chiesa insieme, e all’arretratezza della condizione femminile non verranno mai abbandonati. L’artista usa il proprio corpo come medium espressivo, le mani in particolare: nei propri lavori ne analizza il linguaggio

A Arte Studio Invernizzi, Milano

Niele Toroni

n gesto che si ripete da oltre U trent’anni. Sempre uguale, sempre lo stesso. Eppure ogni volta così indefinibilmente differente. Un’impronta di pennello, il numero 50, lasciata a intervalli regolari di 30 centimetri. Variano solamente i colori, catalizzatori della luce. Una pittura emblematica di un artista che ha scelto di procedere senza compromessi, optando per un fare che orienta il proprio linguaggio non sulla scelta formale, limitandola alla sola superficie, ma che si spinge nel profondo dell’assoluto. Alla radice stessa del dipingere e al suo valore totalizzante rispetto allo spazio e al tempo del proprio manifestarsi. Niele Toroni, attraverso le sue impronte, cerca in questa riduzione estrema e minima – non minimale perché la presenza dell’artista é rilevabile nella specificità intima e segreta di ogni segno tracciato – l’urgenza di svelare altri principi, altri valori. Di ri-velare nuove dimensioni e nuovi stati delle cose. La temporalità, unita allo spazio-ambiente, del suo esserci diventa un’eventualità specifica che qualifica il rinnovamento della pittura, che non si trasporta

s Ketty La Rocca, Senza titolo, 1970 [fotografie bianco/nero 51,5 x 51,5 cm ognuna]

e ne disegna il contorno con delle parole. In questi lavori l’artista si riferisce esplicitamente al mondo femminile , in cui alle mani delle donne vengono associate determinate attività. “Gestualità come linguaggio primigenio, allora, in contrapposizione al linguaggio verbale, divenuto talvolta privo di senso; gestualità come diretta espressione del corpo umano, fonte principale di comunicazione emotiva, sistematicamente repressa dalla civiltà puntualmente uguale a sé, ma muta nell’attimo e nel luogo del suo accadere. Cambia lei stessa e lascia rileggere in altro modo anche l’intorno. Questo indica quel segno, questo indica quel gesto. Un’impronta vibrante, da seguire per scrutare i recessi dell’invisibile e dell’imponderabile. Un segno che si attua come manifestazione concreta dell’indicibile. La pittura si fa bastare quindi l’esemplificazione dell’atto basilare, essenziale e conciso, il primo di un qualsiasi intervento pittorico. La sua identità primordiale rimane unica e confacentemene adatta a dire il tutto. Senza dispersioni, senza altre sfumature. Niele Toroni torna, quindi, nei grandi spazi della galleria milanese riproponendo questo suo fare irrinunciabile, calibrato sempre in modo strettamente precisato alla specifica circostanza del sua avvenire. Gli stessi segni per una situazione diversa. Lo stesso spazio per un luogo rinnovato dalla sua presenza. Emblematicamente trascrive la bellezza del mistero di uno spazio-tempo sempre in trasformazione e per questo sempre così rinnovabile e mai uguale. L’identità espressa da Toroni evidenza questo senso di trasfigurante bellezza che rimane il suo valore più puro ed autentico. Per questa mostra un

Galleria Francesca Minini, Milano

Simon Dybbroe Møller na mostra che invita alla riflessione U e diventa enigma già dal titolo “O”. L’artista si rivolge al pubblico e in una

lettera aperta scrive “O è l’apertura...O è un ventre, il volume. Si tratta di uno spettacolo che ha lo scopo di oscillare tra il troppo e il poco meno, tra le spese senza limiti e l’indifferenza passiva. Rotolare la O attraverso questo testo, guidarla.”Se O è una cosa, è una cosa che non significa nulla. Sulle pareti si vede O, 2011. In queste stampe a getto d’inchiostro lo stesso soggetto viene riprodotto più volte, solo in diversi colori e stili. “ Il soggetto ha la sua origine in Word, programma nato nel 1983 da Microsoft. L’ O rappresenta l’incompiuto, un buco nel linguaggio, l’assenza di valore. La vetrina della galleria ospita una grande installazione instabile, costituita da diversi plinti diversi, dove piedistalli di diversi colori evocano ricordi e allo stesso tempo 70 -

dei consumi....” - scrive Lucilla Saccà in “Omaggio a K.L.R”. Pacini Editore. Il focus della mostra si incentra sulle cosìddette Riduzioni. Al principio di questi lavori sta l’amplificazione di una foto di partenza con diverse variazioni, tramite la schematizzazione dell’immagine, portando in evidenza le sue linee e contorni fondamentali.L’immagine iniziale viene così corrosa, quasi divorata dalla scrittura dalla quale riemerge. Rebecca Delmenico

s Niele Toroni, La clessidra. Omaggio a Morterone, 2011 [impronte di pennello n. 50 a intervalli di 30 cm] Courtesy A arte Studio Invernizzi, Milano

elegante catalogo riunisce tutte le opere presentate in galleria, con un saggio critico di Francesca Pola e un testo di Carlo Invernizzi. Matteo Galbiati ▼ Simon Dybbroe Møller, Things and the thoughts that think them (man), 2011 [Perspex, fan, ladder, umbrella, trombone, helmet cm 307 x 170 x 106] Courtesy Galleria Francesca Minini, Milano

è come se attendessero di tornare di moda. Nella sala principale l’installazione “Anno”, enorme sorta di Mikado costituita da tubi di metallo molto pesanti, in modo da creare anche in questo caso, un equilibrio instabile. Impressionante l’opera “No More Moore”, una tenda disegnata con una semplice biro, che, una volta posta di fronte ai blocchi delle finestre della galleria, cela qualsiasi vista esterna .La finalità concettuale dell’opera mira, metaforicamente, a celare la propria visione delle sculture di Hanry Moore; lo scopo del lavoro è quello di cancellare Moore, un processo di sottrazione. L’artista oscura una parte della vista cercando di ostacolare sistematicamente la memoria. Simon Dybbroe Møller sfida la definizione di Le Witt “Gli artisti concettuali sono mistici piuttosto che razionialisti”. Rebecca Delmenico

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE Galleria Riccardo Crespi, Milano

Francesca Grilli “ORO” la mostra personale di FranÈ cesca Grilli allestita negli spazi della galleria Riccardo Crespi, che inizia la

nuova stagione espositiva sotto i migliori auspici. Con questo progetto, l’artista “si è spinta indietro nel tempo e nella storia della cultura occidentale, alle fonti della conoscenza moderna”, come si legge nel testo critico di Gabi Scardi, curatrice della mostra. “A riemergere è stato l’ambito complesso del sistema di pensiero esoterico e alchemico”. Partendo dall’osservazione della realtà e dalla constatazione facilmente condivisibile che la presente corrisponda all’età del ferro, Grilli si augura l’imminente passaggio a una florida età dell’oro, in un’ottica di ciclico avvicendamento di ere storiche – dall’oro all’argento, dal bronzo al ferro -, come previsto dalle credenze alchemiche. Il percorso di visita parte dal piano inferiore della galleria, dove è stato collocato un gruppo scultoreo in bronzo, con finiture in ferro e argento. L’ispirazione riviene dall’immaginario del falco e dai significati simbolici dei metalli impiegati, che danno anche titolo alle sculture nella forma della nomenclatura chimica, in una stringente pregnanza di significati materiali e spirituali. Sul pavimento, due coppie di ali suggeriscono un volo basso e radente al suolo evoluto poi in una precipitazione verso l’alto, che vince idealmente le leggi gravitazionali, nel segno di una trasformazione palingenetica cui alludono le 33 piume sparse, chiaro riferimento alla muta del falco. Animale totem degli alchimisti, qui fulcro della mostra, è stato

s Francesca Grilli, Oro/Au 2011, 50 Polaroid photos framed in wood, variable dimensions

al centro della performance tenutasi in occasione dell’inaugurazione e ritorna nel video, ORO, ambientato nella Biblioteca del Monastero di San Giovanni a Parma. In questo luogo ricco di suggestioni esoteriche, dove oltre ai testi sacri si studiavano anche logica e filosofia, l’artista è ritratta in un’azione performativa rituale di liberazione del falco - simbolo di quel passaggio all’età d’oro, tanto auspicato –, lasciato volteggiare attraverso le diciotto campate in cui sono suddivise le tre navate della biblioteca. Sotto le volte affrescate, un ciclo iconografico che rappresenta una summa ecumenica del sapere, con contenuti tratti dal repertorio biblico e da quello classico, accostati a elementi alchemico-cabalistici e accompagnati da massime latine e greche, arabe ed ebraiche. In questo spaccato trasversale della ricerca umana e del suo continuo tendere alla verità, riecheggia una voce femminile

che narra la storia del Re Mida – tratta dalle Metamorfosi di Ovidio - in silbo gomero, una lingua fischiata considerata eletta dagli alchimisti perché ispirata al linguaggio degli uccelli. Non meno enigmatica è la serie di 50 autoscatti Polaroid realizzati con AuraCam 6000, apparecchio che consentirebbe di visualizzare l’aura del soggetto fotografato. Il risultato complessivo è una radiografia energetica dell’artista che, per prepararsi alle sessioni di posa, si è sottoposta all’assunzione periodica di oro medico in fiale. Oscillando tra scienza e misticismo, tra storia e mito, con continui rimandi all’immaginario alchemico-cabalistico, Francesca Grilli approfondisce il concetto di trasformazione, di passaggio, caricandolo dell’ansia di rinnovamento nel merito di un percorso cognitivo ampio che varca la soglia del mistero. Anna Saba Di Donato

▼ Francesca Grilli, Live performance and Installation view at Riccardo Crespi gallery: Oro, September 2011, Courtesy Riccardo Crespi – Photo by Delfino Sisto Legnani. Le opere che si vedono sono: Ag, 2011, bronze with silver patina, 50 x 50 x 47 cm, ed. 1/3 +1 ap (a sinistra) C94900, 2011, bronze, 50 x 50 x 47 cm, ed. 1/3 +1 ap (a destra). Photo by Delfino Sisto Legnani

▼ Francesca Grilli, Oro 2011, still from video #1 (sopra) e still from video #2 (sotto) 16 mm on DVD, 8’3’”, ed. 5 + 1 ap Courtesy Riccardo Crespi - Photo by Delfino Sisto Legnani

▼ Francesca Grilli, Fe, 2011, bronze with iron patina, unique piece, Courtesy Riccardo Crespi – Photo by Delfino Sisto Legnani

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Rotonda delle Bandiere, Lecco

Tino Stefanoni

elle rotonde si gira e non si dà la N precedenza a destra. È dappertutto così, da Palermo ad Aosta. Qualcuna è più ovale che circolare e qualcuna ha forme bislacche, ma si chiamano tutte rotonde. In mezzo, di solito, c’è un po’ di erba triste, abituata a respirare cemento e gas di scarico. Le rotonde, specialmente quelle di periferia, a parte qualche piccola differenza che non fa la differenza, sono tutte uguali. Tutte anonime, tutte brutte.

Si è dentro e si gira. E si potrebbe essere in Valsassina come in Salento, in Brianza come in Barbagia, ma non c’è speranza di capire dove ci si trova dalla conformazione delle rotonde. Solo l’arte, solo gli artisti possono renderle uniche, irripetibili, riconoscibili, e fare in modo che una rotonda diventi “quella” rotonda. Tino Stefanoni ci ha provato e ha regalato alla sua città una scultura per una rotonda ovale di periferia. Tre bandiere, una bianca, una rossa e una verde. Un omaggio semplice e immediato al 150° anniversario dell’unità d’Italia che si celebra quest’anno. Essenza e distillato della storia patria, concettuale e ironico allo stesso tempo come solo Stefanoni sa essere. Accanto alle bandiere compaiono indispensabili cartelli stradali, con frecce bianche e contorno blu, che citano alcune

celebri tele del pittore: chi conosce la sua opera rimane un attimo interdetto e non capisce se si tratti di sue creazioni o di ready made la cui presenza all’interno della scultura è stata imposta dall’Anas. La soddisfazione più grande di Stefanoni sarebbe sentire la gente dire, tra qualche anno, o tra qualche mese, magari addirittura tra qualche settimana: “ci si vede alla rotonda delle bandiere” oppure “alla rotonda delle bandiere deve girare a sinistra”. Né land art né street art, né installazione pubblica né scultura monumentale, ma vera arte di strada. Non un oggetto prezioso per collezionisti e critici, non un’opera d’élite, ma uno spazio che da banale è diventato bello. E che diventi identificabile, possibilmente anche amato, dai cittadini lecchesi. Michele Tavola

▼ Tino Stefanoni, bozzetto per la scultura “150 anni dell’Unità d’Italia”; 2011

▼ Tino Stefanoni, “150 anni dell'Unità d'Italia”; 2011 [mt 20x6 rotonda Licini, Lecco]

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE FRAC, Galleria dei Frati e Antiche Cisterne, Baronissi (Sa)

Oxigen si fonda sulla paradossale sostituzione della respirazione dell’aria, indispensabile per la vita, con l’inalazione del gas, sicura causa di morte. L’operazione di maggiore impatto, dalla quale trae il titolo l’intera mostra, è però senz’altro Parnassus, dal monte venerato nell’antica Grecia come sacro alle Muse, un camposanto con lapidi in gommapiuma dedicato interamente, a sorpresa, ad artisti ancora viventi e rallegrato da un giocoso motivetto inglese intonato da un coro di bambini – riferimento più o meno conscio al carattere rasserenante dei cimiteri inglesi caro ad Ugo Foscolo?

Prefigurazioni. linguaggi attuali

refigurazioni è il titolo che ha acP compagnato e unificato sotto una comune cornice, il ciclo espositivo delle

sei personali di Luigi Pagano, Giorgio Cattani, Antonio Ambrosino, Arturo Pagano, Antonio Picardi e Silvia Venturi allestite nel corso di un anno presso lo show room Tekla porte e finestre di Cava de’ Tirreni (SA). Il titolo, intelligentemente scelto Ada Patrizia Fiorillo, che ha curato l’intero percorso, ha fatto immaginare di volta in volta i contenuti poetici ed espressivi degli artisti chiamati a mostrare la propria opera, e allo stesso tempo è come se avesse annunciato qualcosa che doveva verificarsi nel futuro. Oggi, infatti, con il titolo Prefigurazioni. Linguaggi attuali gli artisti sono stati invitati ad esporre nella mostra inaugurata il 17 settembre, che ha luogo nei suggestivi e affascinanti ambienti del Frac-Museo Fondo Regionale d’Arte Contemporanea di Baronissi (Sa). Ad aggirarsi tra questi corridoi, colpisce innanzi tutto la bellezza estetica delle opere proposte a cui si accompagna una forte tensione emotiva. Ognuna di esse è espressione di una soggettività tradotta in forme individuali; ognuna è evidentemente il frutto dell’ esperienza formativa e della propria ricerca poetica. Per Giorgio Cattani è il mezzo pittorico, dove il supporto, la tela è intesa come lo spazio bianco del foglio pronto ad accogliere i segni di un possibile racconto. Un margine di incompiutezza, fatto di tracce, frammenti, reperti che lasciano aperta la porta verso storie tutte da immaginare o ricostruire. Pittura anche per Luigi Pagano dove tutto tende a dissolversi nella dimensione del colore che si fa materia concreta e tattile, una materia che si espande sulla superficie generando atmosfere sospese, in continua metamorfosi; e ancora per Arturo Pagano, dove invece il rigore compositivo, fortemente progettuale genera forme che sembrano rigenerate con nuova linfa da un astrattismo di matrice geometrica. Diverso il caso di Antonio Picardi, dove l’arte e la pratica grafica si incontrano dando vita sulla carta a forme semplici ed essenziali; uno sorta di contemplazione meditativa, accompagna il lavoro di questo artista, così altrettanto vale per la giovane Silvia Venturi, la quale però si muove sul piano di una convergenza tra la dimensione tangibile dell’esperienza artistica e la sperimentazione delle materie. Orientato a tenere in equilibrio forma e contenuto, quest’ultimo sollecitato sovente da problematiche esistenziali, Antonio Ambrosino, si rivolge alle pratiche digitali. Suggestiva l’opera dell’Uomo sospeso in posizione meditativa, levitante nella sua essenza che è assenza e presenza di corpo plasmato dalla luce. Linguaggi attuali, sottotitolo alla mostra, chiarisce dunque quale sia il vero file rouge che tiene insieme questa mostra. Essa guarda infatti ai linguaggi del contemporaneo, offrendo una riflessione sullo stato dell’arte presente. Nella difficoltà odierna di individuare e parlare di correnti, è la pluralità a sostenere le esperienze ammesse all’arte, dalla pittura, alla scultura, alla fotografia, al disegno, all’installazione, alla performance, ai nuovi media. Una pluralità che rappresenta la cifra più riconoscibile dell’attualità. Maria Letizia Paiato

s Antonio Ambrosino, Uomo sospeso

Stefano Taccone VI Biennale “Magna Grecia” a San Demetrio Corone (Cs)

Tra Identità e Mutamento e «allo sviluppo dell’arte fa seguiS to lo sviluppo sociale e civile di un popolo, appare ancor più necessario ren-

s Luigi Pagano, L’homme [tecnica mista su carta]

Franco Riccardo Arti Visive, Napoli

Gerardo Di Fiore

quattro anni di distanza dall’ultima A sua personale negli spazi di Franco Riccardo, con la quale si chiuse la vicen-

da della storica sede di Via Santa Teresa al Museo, nonché dall’antologica tenuta presso il FRAC di Baronissi, L’inquietudine del classico, (2007), Gerardo Di Fiore torna nella galleria napoletana per segnare una nuova tappa del suo regolare ma mai esausto percorso tra dramma ed ironia, vita e morte, evocata durezza eternatrice del marmo ed effettiva flessuosità effimera della gommapiuma. C’è posta per Troia funziona come una sorta di beffarda traduzione in chiave quotidiana della celebre vicenda del cavallo ligneo narrata da Omero: persino delle banali cassette delle lettere di un condominio, qui fungenti da corpo del cavallo, possono celare minacciose quanto insospettabili insidie. Guardando ai nuovi mercati costituisce, pur adoperando sempre e comunque un registro dai toni ludici, una cosciente denuncia contro la mercificazione dei corpi viventi, specie minorenni. Il riposo di Bacco innesca un cortocircuito tra l’indole del personaggio al quale è dedicata, depositario per eccellenza dello “spirito dionisiaco”, ed il suo stato di insolito rilassamento. ▼ Gerardo Di Fiore, C’è posta per Troia

dere visibili la forza creativa e le grosse potenzialità dell’arte calabrese» e di tutta l’arte in generale, a mio parere. «È necessario affondare lo sguardo critico e analitico tra le sue pieghe “sommerse”, tra la pluralità dei percorsi e delle poetiche per “restituirla”, in tutta la sua sostanzialità creativa, a tutti coloro che ne conoscono poco e male le fondamenta linguistiche costitutive». Tali premesse spingono Teodolinda Coltellaro a promuovere l’arte al sud con la VI edizione della Biennale d’arte contemporanea “Magna Grecia”, presso il Collegio Sant’Adriano a San Demetrio Corone (Cs). L’evento riunisce trentuno artisti, differenti per linguaggi, generazione e formazione, aperti ad una pluralità di percorsi visivi. Le parole incise sul “catrame” di Salvatore Anelli; le “Tracce” che si perdono nell’ignoto di Caterina Arcuri; la bianca istallazione ambientale di Antonello Curcio; i tormenti esistenziali di Danilo De Mitri; il costante impegno sociale scandito dal video di Giulio De Mitri; la natura “viva” di Teo De Palma; il raffinato segno di Maria Elena Diaco Mayer; la materia ruvida ed evanescente di Franco Flaccavento; le “elementari” forme umane di Max Marra; lo spazio scandito dai segni di Giulio Telarico e ancora i lavori di Andrea Biffi, Francesco Antonio Caporale, Carmine Cianci, Maria Credidio, Leonardo D’Amico, Pasquale De Sensi, Erelin, Isidoro Esposito, Alfredo Granata, Ombretta Gazzola, Massimo Maselli, Giuseppe Negro, Fabio Nicotera, Enzo Palazzo, Vincenzo Paonessa, Salvatore Pepe, Tarcisio Pingitore, Tommaso Pirillo, Gianfranco Sergio, Antonio Saladino, Silvio Vigliaturo connotano, nelle rispettive specificità, la “periferia sperimentale” di un territorio, quello magnogreco, complesso e variegato. Simona Caramia

▼ Salvatore Anelli, Catrame

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Padiglione Italia, LIV Biennale di Venezia

Pino Chimenti orse l’opera di Pino Chimenti F segnalata da Gillo Dorfles per il “Padiglione Italia”, alla 54 Biennale a

di Venezia, non ha potuto usufruire di quello “spazio intervallare” che proprio il decano dei nostri critici ha sempre indicato come condizione necessaria per una fruizione ottimale. Essa tuttavia, è valsa a dimostrare, ancora una volta, come il lavoro del nostro pittore abbia in sé una tale

nomia del simbolico” che non ad una “economia della produzione”, come quella impostasi con l’avvento della civiltà industriale. Ciò su cui Chimenti, vuole attirare la nostra attenzione è il fatto che in un’epoca come l’attuale, dominata, invece, da una “economia dell’informazione”, funzionale ad un tipo di consumo interessato soprattutto al valore segnico del prodotto, parlare di seduzione può assumere un significato del tutto inatteso. In una situazione, infatti, in cui la realtà ha definitivamente riversato la sua sostanza entro una inarrestabile proliferazione di segni, sostenuta da una tecnologia sempre più coinvolgente, il mandante ultimo di ogni

La sequenza dipinta da Chimenti ci racconta, appunto, la storia di questo stallo, in cui tutti siamo coinvolti. L’immagine si riferisce al presente, ma come sempre in Chimenti, essa ha ceduto le sue coordinate temporali ad una sorta di immobilità straniata che non è ancora paralisi, ma neppure è più in grado di esibire le regole di un possibile riassestamento e che contiene sì una precisa memoria del percorso compiuto, ma la registra assai più come insieme raggelato di reperti che non come patrimonio vivo e palpitante. Qualcosa di simile vale anche dal punto di vista della spazialità che risulta come compressa entro una sorta di intarsio, la mappa texturizzata di un arcipelago fantastico, che

s Pino Chimenti,“Sirene della comunicazione con racconto eroico”(particolare), 2003 [tempera e acrilico su tavola,70 x 200 cm] (Opera presentata alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte - Biennale di Venezia 2011 Padiglione Italia - Arsenale, Venezia - dal 4 giugno al 27 novembre 2011).

capacità di evidenziare il proprio universo di discorso da consentire, in ogni caso, a chi guarda una piena immersione nella sua strategia testuale. L’opera, una sequenza di due acrilici, si avvale di un titolo: “Sirene della comunicazione con racconto eroico” che, volutamente, funziona ad un tempo come introduzione al tema trattato e come valutazione, non priva di umorismo, del tipo di tensione conoscitiva instaurato. Le sirene, com’ è noto, attirando a sé i marinai con il loro canto, li allontanavano dalla giusta rotta e ne causavano la rovina. Una forma di “seduzione” che valeva come “sviamento” rispetto a compiti e finalità propri di un mondo, quello antico, i cui valori facevano capo assai più ad una “eco74 -

sviamento dovrebbe essere considerato, a rigore, il corpo stesso della comunicazione. Detto in altre parole, i detentori del potere, economico, politico o culturale, potranno anche credersi, ancora in lotta tra loro e con il mondo, ma in realtà, dovrebbero riconoscersi anch’essi sedotti dallo splendido mostro evocato, in quanto impossibilitati a ricorrere a strumenti diversi da quelli dell’informazione mediatizzata e globalizzata. Allo stesso modo i destinatari del loro messaggio alla ricerca di un ancoraggio esistenziale, formulando le loro richieste nei limiti e nei termini delle nuove forme di comunicazione, rischieranno sempre più seriamente di confondere ulteriori proposte di consumo con la soluzione del loro problema.

emerge da un fondo omogeneo e si impone al nostro sguardo per il nitore geometrico delle forme e la fermezza del colore, esaltata da una implacabile illuminazione zenitale. Un apparato figurale, quello di Chimenti, che non si oppone alla decodifica, ma ce la indica come suddivisa in due percorsi separati, quello di una iconologia più o meno consolidata con valenze esoteriche ed evidenti richiami agli stereotipi della comunicazione di massa e quello facente capo ad una nuova araldica che sembra presiedere a tornei e combattimenti sempre più lontani dalle semplici esigenze del vivere quotidiano. Al nostro senso di responsabilià l’onere di un ricongiungimento che sia anche un superamento e una ripartenza. Paolo Balmas

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attività espositive

RECENSIONI E DOCUMENTAZIONE

s Salvatore Cuschera, Infinita dimensione, 2011 (particolare)

Padiglione Italia, LIV Biennale di Venezia

Salvatore Cuschera o scultore Salvatore Cuschera raccoL glie in sé le caratteristiche dell’artista contemporaneo e dell’artigiano del

metallo: rapito dalla potenza e dall’eleganza di questo materiale, riesce con vigore a dargli forma e tensione attribuendogli proporzione e mistero. Attraverso una sapiente modulazione, Cuschera definisce le superfici, i volumi, gli spigoli, in un gioco di chiaroscuri e di equilibri tra pieni e vuoti. La ricerca dell’armonia tra elementi opposti e speculari è, del resto, un tema caro all’artista che spesso indugia sulla simmetria di elementi contrapposti, la cui analisi tende al raggiungimento di un fine più alto: la conquista di un’intrinseca concordanza tra gli opposti da cui può sprigionarsi una primordiale energia. È la natura una delle fonti di maggior ispirazione dell’artista, nella sua forma più ancestrale e, alcune sue sculture, come Sciamani d’occidente e Sciamani d’oriente installate nel 2008 al

Castello di Pietrarubbia, si possono avvicinare, per forza ed espressività, all’arte africana. In Infinita dimensione, esposta all’interno del Padiglione Italia, ai Giardini dell’Arsenale, in occasione della Biennale di Venezia attualmente in corso, la specularità torna preponderante in un’opera in cui le linee sinuose e fluide si caricano di tensione e dinamicità. La scultura, con la sua forma che rimanda all’8 rovesciato simbolo matematico dell’infinito, oltre che evidentemente simmetrica, suggerisce un movimento perpetuo che si contrappone alla staticità che spesso, e talvolta erroneamente, viene attribuita alle sculture di grandi dimensioni. Oltre alla forma è la luce ad attribuire il movimento alle opere di Cuschera: la luce è per lui colore e materia allo stesso tempo, e la creazione di pieni e di vuoti nel metallo sono un’opportunità unica per dare ai materiali una lettura completamente diversa e originale. Gillo Dorfles, a proposito dello scultore, scrive: “Torcere e forgiare imponenti masse di ferro grezzo e renderle patetiche e parlanti non è un’operazione consueta, tanto più in un’epoca dove la scultura spesso mira ad essere aerea,

effimera addirittura virtuale”. La produzione di Cuschera non è però limitata all’utilizzo del ferro. Anche la creta per lui racchiude un mondo di possibilità espressive, in modo opposto e complementare al metallo: “Il ferro mi appartiene – afferma l’artista – ne conosco i segreti, so dove e quando intervenire; la creta è per me un po’ la stessa cosa, la lavoro con facilità ma il risultato finale non lo vedo subito, devo aspettare che si asciughi e poi esca dal forno. Il fuoco agisce sul ferro ammorbidendolo e sulla creta indurendolo. Il ferro ha il colore dentro di sé, lo porta dentro e viene alla luce con il fuoco, a volte vorrei fermarlo. E invece la terracotta è un mistero, rimane un mistero perché la finitura definitiva è invisibile… Ogni scultura per me è come un racconto, una visione della vita”. Numerosi gli spazi di prestigio che hanno ospitato le opere di Cuschera fra cui il Musma di Matera e la Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano. Ha inoltre ottenuto importanti riconoscimenti da parte di critici, come Gillo Dorfles, Flaminio Gualdoni e Giuseppe Appella, e di grandi maestri quali Pietro Consagra, i fratelli Pomodoro e Salvatore Scarpitta. (L.S.)

▼ Salvatore Cuschera, Infinita dimensione, 2011 [2 elementi, ferro forgiato, saldato e patinato, cm 260x350x440 cad.]

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Galleria AAM!, Roma

Marco Tirelli ell’ambito della rassegna di saggi N “Correspondences”, dedicata alle personalità dell’arte e dell’architettura

italiana per cui la A.A.M. Architettura Arte Moderna ha nel corso degli anni curato iniziative culturali e occasioni espositive, questa testimonianza riguardante il lavoro di Marco Tirelli intende rievocare momenti significativi della sua poetica, considerandoli, più che per il loro carattere di episodi interni ad un linguaggio, come pretesti per celebrarne la straordinaria continuità tematica. Formatosi a Roma con Toti Scialoia, Tirelli ha costruito, già a partire dagli anni immediatamente successivi alla formazione accademica, una poetica della complessità fondata sulla memoria, esercitata più per il suo carattere di finalità che per quello di strumento. Privi di ogni sorta di citazione, i lavori di Tirelli appartengono infatti a quella particolare schiera di immagini in grado di apparire sorprendentemente familiari pur non trovandosi a raffigurare luoghi o spazi riconoscibili come tali. Densi, costruiti per accumulo di elementi che rievocherebbero la terribilità di certe scenografie piranesiane se non fossero rappacificati da un’atmosfera pulviscolare che sposta la visione nel tempo dal momento del presagio, della minaccia, a quello della conseguenza, dell’azione già conclusa e per alcuni versi risolta, i microcosmi di Marco Tirelli fanno pensare alle ambientazioni drammatiche di Pina Bausch, in cui oggetti di uso quotidiano si moltiplicano fino a perdere la loro funzione per farsi portatori di struggenti messaggi di impossibilità. La

s Uno dei sei tappeti marmorei realizzati da Marco Tirelli all’interno della Casa del Mutilato di Ravenna nel 1999. Direzione scientifica del progetto: Francesco Moschini. Rilettura fotografica di Fabrizio Fioravanti. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna.

s Invito della mostra Marco Tirelli. Disegni, tenutasi presso la A.A.M. Architettura Arte Moderna nel 1984. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

inaspettato, ludico esercizio di un gioco froebeliano. Non a caso la sezione cui queste mostre appartenevano era dedicata agli autori impegnati nella definizione della propria autonomia poetica e stilistica, nella proclamazione della crisi della cultura disciplinare, rappresentando una sorta di laboratorio che restituisse una lettura chiara e diretta dei fenomeni artistici in divenire. Intendeva, in particolare, portare il discorso sull’idea di continuità e discontinuità generazionale che da sempre caratterizza il dibattito artistico, indagando le potenzialità dell’ingenuità che non di rado emerge dal lavoro di giovani artisti, quale strumento in grado di far luce su punti oscuri e di difficile comprensione dell’opera più disinvolta dei maestri. Si trattava, nel caso di Marco Tirelli, di attualizzare l’idea dechirichiana dell’immortalità dell’opera d’arte, ottenuta a condizione di riuscire ad identificare quest’ultima con un medium rivelatore, come un’alternativa del reale più interessante e vera del reale stesso. Ed è in virtù della sua attitudine metafisica che, a tre anni di distanza, Tirelli è invitato a prendere parte alla collettiva “Il Colosseo la terra il cielo – La metafisica a Roma nel 1987”, tenutasi negli spazi dell’A.A.M. di via del Vantaggio e curata da Fulvio Abbate. Proponendosi di approfondire criticamente il carattere e le tracce di una pittura contraddistinta, in ambito romano, dalla predilezione per la rappresentazione di “Tra-

▼ Marco Tirelli, un’immagine della mostra Il Colosseo la terra il cielo, tenutasi presso la A.A.M. Architettura Arte Moderna nel 1987 Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

▼ Invito della mostra Marco Tirelli. Disegni, tenutasi presso la A.A.M. Architettura Arte Moderna nel 1984 Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

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condizione di metafisico sonnambulismo in cui i ballerini della straordinaria coreografa tedesca sembrano attraversare spazi infestati di sedie, tavoli, elementi sovrabbondanti che diventa impossibile non intercettare con il corpo se non al prezzo di cimentarsi in funambolici volteggi, non è diversa infatti da quella che il nostro occhio può sperimentare nel tentativo di districarsi tra i segni, le forme, i chiaroscuri rarefatti di un’opera di Marco Tirelli. La serie di disegni esposti alle prime personali all’A.A.M. nel 1984 all’interno del ciclo “Nell’arte, i nuovi linguaggi”, è dedicata proprio all’accumulo, alla visione allucinata e priva di riferimenti metrici reali che tuttavia appare composta, quasi ordinata, come in un

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memorie d’arte DOCUMENTAZIONE

s Marco Tirelli, Un Segno per Segno, 2009 [olio su tela, 80x70 cm] Copyright: Marco Tirelli Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

s Disegni preparatori per i tappeti marmorei realizzati da Marco Tirelli all’interno della Casa del Mutilato di Ravenna nel 1999. Direzione scientifica del progetto: Francesco Moschini Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

s Locandina della conferenza di Marco Tirelli, tenutasi presso il Politecnico di Bari nel 2003, a cura di Francesco Moschini. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

gedie della serenità”, secondo la definizione cui Giorgio De Chirico era solito fare ricorso nel descrivere il proprio lavoro, la mostra si avvaleva, oltre a quello di Tirelli, dei contributi di Felice Levini, Antonio Capaccio, Mariano Rossano, Giuseppe Salvatori, Cesare Tacchi. Osservando le opere in mostra appariva immediamente chiara, seppur espressa nelle differenti declinazioni autoriali, la comune tendenza a guardare all’oggetto della pittura come ad un residuo inquieto del classico e del moderno. Questo era riproposto, nel grande formato del lavoro di Tirelli, nell’ambito di un procedimento inevitabilmente incline alla costruzione, quasi ammettendo che fosse possibile riconoscerlo come materiale ormai sedimentato e già reso disponibile alla definizione di una nuova architettura della forma. Se si volesse guardare alla collettiva del 1987 come ad una possibile evoluzione dei disegni presentati nella personale di tre anni precedente, apparirebbe subito evidente la progressiva perdita di gerarchia nella rappresentazione. Una per-

dita, tuttavia, che più che configurarsi come una omissione di contenuto assume il carattere di una vera e propria rinuncia, ricercata dall’artista all’insegna di un più complesso e articolato concettualismo. Come hanno osservato Francesco Moschini e lo stesso curatore Abbate, il pensiero visivo di Marco Tirelli è orchestrato secondo un ritmo d’insieme che somiglia ad una partitura in cui la ricostruzione di una figurazione metrica è ottenuta senza ricorrere al principio gerarchico di apparizione delle cose nello schema mentale. Ma è con i tappeti marmorei della Casa del Mutilato di Ravenna che l’artista dichiara con maggiore evidenza la propria predilezione per la messa in scena di rappresentazioni che sembrano governate da un ordine cosmico in grado di sovvertire ogni legge di peso o misura. I sei pavimenti ravennati riconfigurano il convenzionale rapporto tra suolo, parete e soffitto in nome di una nuova gravità, tesa a indurre nell’osservatore l’effetto di fluttuare all’interno di uno spazio teorico, astratto e adimensionale.

▼ A sinistra: uno dei sei tappeti marmorei realizzati da Marco Tirelli all’interno della Casa del Mutilato di Ravenna nel 1999. Direzione scientifica del progetto: Francesco Moschini. Rilettura fotografica di Fabrizio Fioravanti. A destra: un’immagine della mostra Marco Tirelli. Disegni, tenutasi presso la A.A.M. Architettura Arte Moderna nel 1984. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

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s Marco Tirelli, Senza titolo, 1986-87 (trittico); tecnica mista su tavola, 212x366 cm. Copyright: Marco Tirelli. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

s Marco Tirelli, Senza titolo, 2008 [olio su carta, 34x41,5 cm] Copyright: Marco Tirelli Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

▼ Marco Tirelli, un’immagine della mostra Grandi formati. Grandi artisti per grandi pareti, tenutasi presso la A.A.M. Architettura Arte Moderna nel 2001, Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

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Contraddicendo il messaggio proporzionale dell’architettura che, delimitando i margini dell’opera, ne ha imposto i vincoli, lo spazio pittorico di Tirelli costituisce un fondale prospettico virtuale che sembra invitarci ad un dolce, leopardiano “naufragar”. Nel 2001, la collettiva “Grandi formati. Grandi artisti per grandi pareti”, presenta all’A.A.M. di via dei Banchi Vecchi sette interventi site specific di Maurizio Cannavacciuolo, Stefano Di Stasio, Paola Gandolfi, Felice Levini, Roberto Pietrosanti, Cesare Tacchi, Marco Tirelli. Agli artisti è stato chiesto di costruire un rapporto tra l’opera e lo spazio circostante, quasi che questa dovesse presentarsi in maniera così perentoria da escludere la dirompenza delle altre compresenti in mostra. Il ruolo dell’esasperazione dimensionale, del “far grande” proprio della tradizione classica, allude in questo caso a una intenzionalità ricercata di ottenere l’effetto del “tutto pieno”, quasi occlusivo, come a suggerire che il quadro da solo debba costruirsi la propria aura di pertinenza, di simmeliana, ideale cornice espressiva. Il lavoro presentato da Tirelli si inscrive in questo discorso con la perentorietà, ancora una volta, di uno sfondo in cui perdere i riferimenti, che sembra alludere, in particolare, alle sembianze di un dettaglio architettonico. Il suo gigantismo, tuttavia, lascia da parte ogni dubbio riguardo alla sua legittima appartenenza alla sfera dell’astrazione pittorica. In concomitanza della personale del 2003 alla Galleria Bonomo di Bari, Francesco Moschini cerca, a due anni di distanza, un nuovo momento di confronto con la figura del pittore romano, invitandolo a intervenire nel programma didattico del Politecnico di Bari. Questa iniziativa è volta a sottolineare, per mezzo delle parole e della presenza dell’artista, il già evocato, progressivo consolidarsi del suo rapporto con l’architettura e con la costruzione, che deriva, come lo stesso Tirelli asserisce, “dall’attrazione fatale tra gli architetti e i pittori, dalla loro comune passione per l’uomo, il cui luogot del corpo è l’obbiettivo dei primi e quello dello spirito il fine dei secondi”. Più di recente una nuova occasione, a Roma, vede coinvolti Marco Tirelli e

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memorie d’arte DOCUMENTAZIONE

s Marco Tirelli, Senza titolo, 2005 [tempera su tavola, 100x73 cm.] Copyright: Marco Tirelli. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

s Marco Tirelli, Senza titolo, 2006 [tecnica mista su carta, 100x70 cm Copyright: Marco Tirelli. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

s Un’immagine della mostra Marco Tirelli. Disegni, tenutasi presso la A.A.M. Architettura Arte Moderna nel 1984. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

▼ Uno dei sei tappeti marmorei realizzati da Marco Tirelli all’interno della Casa del Mutilato di Ravenna nel 1999. Direzione scientifica del progetto: Francesco Moschini Rilettura fotografica di Fabrizio Fioravanti. Courtesy: A.A.M. Architettura Arte Moderna

Francesco Moschini, invitati da Franco Purini a prendere parte, rispettivamente con un contributo pittorico e critico, ad una mostra dedicata agli acquedotti romani. La collettiva presenta lavori sul tema proposto di autori selezionati, tra cui andrebbero ricordati, oltre allo stesso Franco Purini e a Marco Tirelli, Alessandro Mendini, Paolo Portoghesi, Mimmo Paladino, Lino Frongia, Gabriele Basilico. L’opera presentata da Tirelli, forse tra le più complesse ed enigmatiche in esposizione, è un oggetto scuro, isolato da uno sfondo nebuloso che ne impedisce la messa a fuoco ma stabilisce la posizione di ieratica frontalità rispetto all’osservatore, che instaura con l’architettura un rapporto di sembianza iconica accidentale e priva di ogni possibile rimando figurativo. L’iniziativa è ospitata dai locali della galleria Cinecittadue Arte Contemporanea, il primo spazio espositivo in Europa ricavato all’interno di un centro commerciale, con l’intento di sottolineare l’inevitabilità dell’ibridazione, della commistione di funzioni apparentemente incompatibili nella città, quale segnale di una modernità del pensiero pronta ad accettare la sfida, cara a Zygmunt Bauman, della liquidità degli eventi e delle informazioni. Non diversamente nell’impostazione curatoriale puriniana, che accosta il lavoro di artisti e architetti in quell’auspicata circolarità dei saperi di cui l’A.A.M. di Francesco Moschini ha fatto nel corso degli anni il presupposto delle proprie attività culturali, viene riproposta all’attenzione della critica non soltanto la necessità dell’interferenza, della sovrapposizione tra discipline dell’arte, quanto anche e soprattutto l’invito a rivolgere alle presenze architettoniche delle periferie, alle grandi infrastrutture urbane del mondo romano, uno sguardo che sappia rintracciare nella poetica neorealista, nell’affezione pasoliniana per l’identità dei luoghi a margine, per il bordo della città e della società, quel senso di appartenenza alla misura dell’arte e dell’architettura italiana che è necessario e urgente recuperare in ogni ambito della cultura nazionale. Valentina Ricciuti OTTOBRE/DICEMBRE 2011 | 237

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attività espositive Alessandria

Agostino Bonalumi

La Galleria Repetto di Acqui Terme ospita fino al 26 novembre, Dal colore la forma, personale di Agostino Bonalumi a cura di Carlo e Paolo Repetto. In mostra 55 opere che offrono uno sguardo sulle fasi cruciali di quasi 5 decenni di lavoro: 20 tele estroflesse su campi monocromatici realizzate tra il ‘64 e il 2011, 22 progetti “calcolati ma non funzionali”, pentagrammi di linee o diagrammi, ma anche 13 spartiti minimi, piccoli monocromi tridimensionali in carte estroflesse il cui rigoroso ordine geometrico coinvolge ambiente e luce in un rapporto ricco e articolato.

Agostino Bonalumi, Progetto, 1972, tecnica mista, cm.50x72, courtesy Galleria repetto, Acqui Terme (al)

Asti

Ricominciare... NATURALMENTE

Mostra collettiva a cura di Milli Gandini e Antonio Barbato propedeutica all’apertura del Museo Civico della Città di Moncalvo e allestita nei locali, completamente ristrutturati, dell’ex Convento di Sant’Orsola destinati a sede del museo. L’evento restituisce alla fruibilità della cittadinanza e del visitatore il già ricco patrimonio artistico. Nella mostra, una parte è dedicata all’attualità dell’arte contemporanea con opere recenti e non, mentre una sala è dedicata all’Ambasciatore Franco Montanari, alla munificenza del quale Moncalvo deve l’ingente patrimonio artistico di cui è in possesso con opere di Chagall, Morandi, Licini, Afro, Modigliani, Guttuso, De Chirico. “Naturalmente” - ricorda Milli Gandini – “è stato nel corso degli anni ‘80 l’appuntamento d’ottobre di importanti artisti storici che volentieri, assieme al festoso pubblico, coniugavano l’arte con le specialità culinarie del tartufo piemontese”. Gli artisti in mostra: Mario Arlati, Dino Azzalin, Elizabeth Aro, Enrico Baj, Nanni Balestrini, Milena Barberis, Joseph Beuys, Fernanda Borio, Alik Cavaliere, Sergio Dangelo, Lucio DelPezzo, Roberta Filippelli, Alberto Fortis, Loredana Galante, Eliana Galvani, Maura Garau, Giampaolo Kohler, Corrado Levi, Run Mannarelli, Roberto Mascheroni, Andrea Mattoni, Michelangelo jr,Gabriele Monti, Bruno Munari, Gianni Nieddu, Vittorio Orsenigo, Silvia Palombi, Mau Parietti, Clemen Parrocchetti, Patrizia Pataccini, Pit Piccinelli, Michelangelo Pistoletto, Stefano Pizzi, Jacopo Prina, Gigi Rigamonti, Mimmo Rotella, Mariuccia Secol, Emilio Tadini, M.A. Tagliaferri, Alberto Tognola,Jean Toche, Bona Tolotti, Michelle Vasseur, Andrea Winkes, William Xerra. Mario Zanaria, Gemma, courtesy Galleria BLUorG, Bari

Premio LUM

L’appuntamento conclusivo del Premio LUM per l’arte contemporanea, la mostra dei dodici finalisti, si è svolto nella cornice del Teatro Margherita. Coerentemente con i principi che hanno ispirato questa seconda edizione del Premio, le opere esposte testimoniano la relazione che gli artisti hanno saputo costruire con la città di Bari e la sua ricca e stratificata identità culturale, interrogando in modi nuovi l’esperienza quotidiana, la memoria e il vissuto collettivo che convivono sul territorio. Gli artisti presenti in mostra, selezionati su circa trecento dal comitato curatoriale composto da da Giusy Caroppo, Stefano Chiodi, Caroline Corbetta, coordinati da Antonella Marino, rappresentano un campione significativo della molteplicità di linguaggi, temi e percorsi della giovane scena italiana e hanno partecipato in estate a due laboratori tenuti da Olaf Nicolai e Liliana Moro. Si tratta di Nico Angiuli, Carola Bonfili, Thomas Braida, Tomaso De Luca, Loredana Di Lillo, Francesco Fonassi, Chiara Fumai, Martino Genchi, Emiliano Maggi, Nicola Nunziata, Carlotta Sennato, Valentina Vetturi. Il vincitore sarà stabilito dal comitato scientifico, diretto da Achille Bonito Oliva.

La luce splende nei tuoi occhi

Con la curatela di Oronzo Liuzzi, al Museo della Città e del Territorio di Corato, fino al 30 novembre la collettiva La luce splende nei tuoi occhi, con opere di Aguiar, Aiello, Aitchison, Altobelli, Anelli, Aslanidis, Barba, Baroni, Basso, Bennett, Bertola, Binga, Biro, Bleus, Boschi, Braumuller, Bruscky, Bulatov, Carlacchiani, Carotti, Caruso, Cavarzan Savitto, Chiarlone, Colonna, Cornello, Daligand, De Marchi Gherini, Deisler, Diotallevi, Fagioli, Fava, Fedi, Fielding, Figueiredo, Fiorentino, Flaccavento, Fontana, Frangione, Galantai, Gini, Gomez,

Antonio Riello, KT F104, 2011, acrilico su plastica e metallo, cm.105x45x15, Collezione privata, foto Fiona Wang. GAMeC, Bergamo

Graczyk, Graf, Guigou, Guillaume Ramirez, I Santini Del Prete, Lambo, Lanzione, Lapenna, Lenoir, Lentini, Liuzzi, Lo Brutto, LoraTotino, Maggi, Maggiora, Magro, Mascoli, Manrique, Martinou, Garcia Mendez, Moio, Montes De Oca, E.Morandi, Murata, Nikonova, Olbrich, Padin, Paz, Perez-Cares, Perez, Perfetti, Pilcher, Pollacci, Restrepo, Riggi, Sabatino, Salamone, Sassu, Scala, Segay, Sgarra, Shimamoto, Silvi, Sousa, Spena, Strada, Strussi, Summers, Svozilik, Tulumello, Vigo, Vitacchio, Vitali Rosati, Zhmailo, Watanabe. Benevento

Crescenzo Del Vecchio

Le favole calde è il titolo della retrospettiva dedicata a Crescenzo Del Vecchio Berlingieri, a cinque anni dalla scomparsa, nello storico Palazzo Lembo a Baselice. La mostra è stata curata da Enzo Battarra e Gigiotto Del Vecchio. Bergamo

Il Belpaese dell’Arte

Alla GAMeC di Bergamo, a cura di Giacinto Di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini, Il Belpaese dell’Arte. Etiche ed Estetiche della Nazione, l’immagine dell’Italia nel mondo, intesa nella molteplicità delle sue espressioni visive, messa in mostra attraverso 200 opere di artisti italiani e internazionali. Articolata indagine sull’idea di Paese e di Nazione e sui processi culturali, sociali ed estetici che ne hanno caratterizzato la formazione attraverso un percorso espositivo suddiviso in otto sezioni: Fratelli d’Italia, Mappamondo Italia, Per grazia ricevuta Italia, Cartoline d’Italia, Bar Sport Italia, A futura memoria Italia, Politica Italia, Fatto in Italia/All’italiana. La mostra è visitabile fino al 19 febbraio 2012.

Bologna Jessica Carroll

La Galleria d’Arte Maggiore offre fino al 30 novembre la possibilità di visitare Tra arte e realtà, personale di Jessica Carroll il cui percorso espositivo è scandito da un originale mix di motivi naturalistici, temi ludici e simbologie legate al mito, un’interpretazione fantastica e misteriosa della natura che sfida la fisicità del marmo e del bronzo restituendoci sculture leggere, fresche e fluttuanti.

Kamen Stoyanov; interventi di Martin Creed, Jan Dibbets, Jimmie Durham, Darius Miksys.

Calzolari / Piacentino / Zorio

La Galleria de’Foscherari, che grazie all’intuito del direttore Franco Bartoli e all’acume critico di Pietro Bonfiglioli, permise l’esordio ufficiale dell’Arte Povera nel

Riccardo Baruzzi

Da Fabio Tiboni / Sponda si è svolta una personale di Riccardo Baruzzi dal titolo Zugzwang. Curata da Antonio Grulli, la mostra è stata una vera e propria messa in gioco della pittura, che ha trasformato la galleria in uno spazio simile a una sorta di grande scacchiera, attraverso un processo di spostamenti obbligati e cambi di allestimento.

Andrea Nacciarriti

Allo Studio G7 Andrea Nacciarriti ha presentato 19.08, progetto inedito incentrato sulla poetica dell’errore e sull’immagine del fallimento. Con pratiche di contronarrazione linguistica, l’artista ha condotto una riflessione sulla Storia individuando in fatti di cronaca apparentemente incongrui e non relazionabili tra loro un “effetto onda”, una sinapsi tra caso e necessità, rimozione e verità. L’analisi della cecità del presente è affidata da Nacciarriti al disegno, che funge da catalizzatore della memoria di un processo, trasformandolo in oggetto scultoreo, in un anti-monumento della storia. A cura di Marinella Paderni. Bari

Mario Zanaria

Alla Galleria BLUorG Muse, grande mostra fotografica dedicata al mondo femminile e al nudo d’autore, del fotografo milanese Mario Zanaria. L’esposizione, curata da Roberto Mutti, si compone di trenta immagini di medio e grande formato, prevalentemente in bianco e nero, ed è il risultato di un lavoro sul nudo durato quattro anni in cui le “muse” sono ragazze normali, non modelle di professione, che si mettono in gioco davanti alla macchina fotografica, spesso per la prima volta. 80 -

Museums, galleries, homes

Riccardo Baruzzi, 21345678910, 2011, acrilico e pennarello su cotone, cm.50x40, courtesy Fabio Tiboni / Sponda, Bologna Andrea Nacciarriti, 19.08, locandina courtesy Studio G7, Bologna

La Galleria Astuni presenta, fino al 27 novembre, la collettiva dal titolo Museums, galleries, homes and other stories, a cura di Lorenzo Bruni. In mostra immagini e interventi realizzati appositamente da artisti di generazioni e provenienze culturali differenti. Il progetto, evidenziando e facendo convivere due tipologie di mostra apparentemente in contrasto tra di loro, apre una riflessione sul ruolo dei luoghi d’arte nella nostra società e sul perché si realizzino le mostre collettive. Opere di Roberto Ago, Martin Borowski, David Shaw,

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documentazione a cura di Paolo Spadano Como

Vanni Cuoghi

Nella doppia location di San Pietro in Atrio e della Pinacoteca Civica - Palazzo Volpi, si è svolta la mostra Novus Malleus Maleficarum, di Vanni Cuoghi a cura di Ivan Quaroni. Sono stati esposti 13 nuovi lavori, dodici carte (ispirate all’antica arte della psaligrafia) e una ceramica, che rappresentano soprattutto demonomachie dalle atmosfere severe e drammatiche.

Jessica Carroll, courtesy GAM, Bologna

‘68, offre a complemento della grande esposizione al MAMbo, una mostra con opere accuratamente scelte di Pier Paolo Calzolari, Gianni Piacentino e Gilberto Zorio. Ai lavori in mostra si aggiungono due preziosi reperti tratti dagli archivi della galleria e ristampati in forma anastatica: l’ormai introvabile catalogo della mostra Arte Povera, a cura di Germano Celant, del febbraio 1968 e il Quaderno N.1 della galleria, nel quale Bonfiglioli raccolse, sotto il titolo emblematico La povertà dell’arte, gli interventi che animarono il dibattito, ampio, appassionato e teoricamente puntuale, originato dall’impatto dell’evento sulla cultura figurativa italiana. Bolzano

Claude Viallat

Alla Galleria Antonella Cattani si è svolta una personale del maestro francese Claude Viallat dal titolo Pure Surface. Venti le opere in mostra, frutto del lavoro dell’ultimo biennio, aventi per oggetto una sorta di forma-impronta, quasi primitiva, che nella sua ripetitività trova compiutezza e forza, così come dalla ben nota scelta di abbandonare la tela per un “mosaico” composto da tessuti diversi. Brescia

Teun Hocks

La galleria Paci Contemporary propone fino al 13 dicembre Cosmic Surroundings, personale dell’artista olandese Teun Hocks. Le opere in mostra sono esercizi di sarcasmo fotografico in cui le azioni individuali e l’esperienza universale non risolvono i paradossi esistenziali che restano sospesi in un’enigmatica ironia.

Vanni Cuoghi, La Cacciata, 2010 acquerello su carta, cm.80x56, courtesy l’artista

Cremona

UN ANNO inCONTEMPORANEA Claude Viallat, Senza titolo, 2009 acrilico su frammento di tessuto ricamato, cm.93x36 courtesy Galleria Antonella Cattani, Bolzano Bice Lazzari, Acrilico 504-A, 1976, acrilico su tela, cm.28x38, courtesy Lagorio Arte Contemporanea, Brescia

Nata un anno fa come sezione didattica del CRAC/Liceo Artistico Bruno Munari, l’associazione culturale iPac – Impresa di Promozione Artistica e Culturale ha proposto un resoconto del lavoro fin qui svolto. Sono state esposte al CRAC le restituzioni fotografiche, video, tridimensionali, dei laboratori condotti quest’anno nelle scuole cittadine, in collaborazione con il Comune di Cremona e importanti realtà artistiche nazionali: Education Lab presso Careof, Art Verona con Esterno 22. Le creazioni e la documentazione hanno convissuto armoniosamente sul grande Tappeto Mondo, teatro di molti laboratori condotti in collaborazione con l’artista Ettore Favini. Cuneo

Ugo Nespolo

Catanzaro

La Bellezza corrompe Teun Hocks, Untitled 225, 2008, olio su stampa a gelatina d’argento virata, courtesy Paci Contemporary, Brescia

Bice Lazzari

La galleria Lagorio Arte Contemporanea propone, fino al 1 dicembre, un’antologica delle opere di Bice Lazzari a cura di Luca Massimo Barbero, in occasione del trentesimo anniversario della scomparsa. La mostra traccia l’evoluzione della ricerca dell’artista attraverso un percorso espositivo filo-cronologico che ne evidenzia la forte personalità e il posto di assoluto rispetto conquistato tra gli astrattisti italiani, muovendo da una costruzione determinata dello spazio del dipinto fino alla dissoluzione della forma, fino a un uso “altro” della materia. Caltanissetta

Books/Liber Abaci

L’Archivio di Comunicazione Visiva e libri d’Artista di San Cataldo ha promosso l’esposizione Books/Liber Abaci, la proliferazione del libro d’artista. La collezione annovera oltre 250 libri d’artista a partire dagli anni sessanta a oggi, di grande interesse per specificità e rarità. L’esposizione, curata da Calogero Barba, ha presentato 60 esemplari concepiti e realizzati dalle maggiori figure artistiche delle neoavanguardie: Agnetti, Apolloni, Boetti, Chiari, Costa, Cucchi, Isgrò, Miccini, Pignotti, Costa, Paradiso, Paolini, Pistoletto, Nannucci e Munari, ma anche libri/oggetto con una sezione rappresentata da artisti attivi da anni in questo settore, come Gini, Bruno, Fedi, Maggi, Patti, Lambo, Riggi, Sucato, Salamone, Spena, Giuliana, Copertino, Cimino, Commone, Andolcetti, Palumbo, Migliore, A.Fontana, Rivera e Nicolosi.

Il Centro Open Space ha proposto nei suoi spazi una rassegna video intitolata La Bellezza corrompe, a cura di Simona Caramia. La mostra ha preso avvio da un verso di Arthur Rimbaud: “Una sera, ho preso la Bellezza sulle mie ginocchia. E l’ho trovata amara. E l’ho ingiuriata. Giungi alla morte con tutti i tuoi appetiti, il tuo egoismo e tutti i peccati capitali” (Saison en enfer, 1873). Questi gli artisti protagonisti: Andersen, Arcuri, Caira, Cagol, Carriero, CORPICRUDI, G.De Mitri, Giambi, Lazzarini, Zuelli.

Le sale del piano nobile di Palazzo Mathis a Bra hanno ospitato Una Storia, personale di Ugo Nespolo a cura di Gianfranco Schialvino. Una settantina le opere in mostra, che coprono una ricerca che va dagli anni ’60 a oggi, dai colori violenti di Pop Time ai numeri incolonnati di Grande conto, dagli omaggi a Warhol, Klein e Manzoni, fino a GoldMoma e ai recenti grandi quadri intitolati Italia d’azzardo col profilo a stivale del Bel Paese ben in evidenza. Figure colorate composte e ricomposte, carattere ironico, in dieci sale Nespolo chiarisce tutte le sue scelte in fatto di arte, di tradizione e di futuro, di storia e di consumo. Ugo Nespolo, Una Storia, locandina

Mapi Rivera, Ilaluzes, 2004, Departamento de Educación, Cultura y Deporte. Gobierno de Aragón, 71 pp. Stefano Cagol, Lies, still da video courtesy Open Space, Catanzaro

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attività espositive Foggia

Gianluca Capozzi

Da Paolo Erbetta Arte Contemporanea, fino all’8 dicembre è possibile visitare Noisy, personale di Gianluca Capozzi a cura di Antonella Palladino. La mostra si sviluppa come un percorso tra successivi stadi meditativi “disturbati”. Interferenze visive giocano sulla dicotomia tra astratto e figurativo, in continua tensione tra ratio e potenza creativa suggerendo una percezione non lineare che punta a ricreare un equilibrio tra apollineo e dionisiaco, tra armonia e spontaneità, in cui l’immagine si dissolve, riaffiora, emerge, spesso imbrigliata in astratte pennellate.

Gianluca Capozzi, Senza titolo, 2011, acrilico liquitex su tela, cm.80x120, courtesy Galleria Paolo Erbetta, Foggia

Genova

Maria Rebecca Ballestra

Alla galleria UnimediaModern Contemporary Art, nell’ambito della rassegna Changing Perspectives, si è tenuta la personale di Maria Rebecca Ballestra dal titolo The Future Is Near. The Future Is Now!, a cura di Paola Valenti con la collaborazione di Daniela Legotta e Alessandra Piatti. L’artista ha presentato la sua produzione più recente: lavori installativi incentrati sulla percezione del futuro in relazione ai cambiamenti climatici e in generale agli interventi umani sulla natura. Video, suoni, fotografie e sculture indagano, così, il senso di precarietà e insicurezza che domina la percezione del nostro futuro prossimo. Alcune opere sono state realizzate in collaborazione con gli artisti Wen Chin Fu e Marcos Rosenzvaig.

Valerio Adami, A droite la route de Bethleem, 2010 olio su tela, cm.198x147, courtesy Claudio Poleschi, Lucca Maria Rebecca Ballestra The Future Is Near. The Future Is Now! courtesy Unimediamodern, Genova

Latina

PhotoReload (Naked City) Tamburo di latta

Doppio appuntamento proposto da ROMBERG Arte Contemporanea: il project space al piano terra del grattacielo Baccari ha ospitato la rassegna PhotoReload (Naked City), percorso di ricerca e analisi sull’attuale stato dell’arte della fotografia e della videoarte, in relazione a un pensiero digitale sempre più condizionante. Lavori fotografici di F.Centenari, C.D’Orta, M.Foscati e un video di D.Venturelli. Il nuovo spazio della galleria, sito al 17° piano del grattacielo, ha inaugurato la stagione espositiva con Tamburo di Latta, esposizione di opere nate da spunti offerti dal libro Il tamburo di latta di Günter Grass (1959), affrontando le tematiche che rappresentano la complessità dell’universo dell’infanzia e dell’adolescenza: Nicola Vinci, Paura; Antonio Cervasio, Fiducia; Vincenzo Marsiglia, Gioco; Guido Pecci, Crisi; Fernando Zucchi, Ricordo. Entrambe le mostre sono state curate da Italo Bergantini e Alessandro Trabucco.

Fernando Zucchi, Il mondo degli uomini, 2011 tecnica mista su supporto ligneo, teca, cm.35x45x6

Tino Stefanoni, I mestoli verdi, courtesy Galleria Melesi, Lecco

Lecce

Password Latinamente

Due eventi si sono succeduti da Primo Piano LivinGallery, entrambi a cura di Dores Sacquegna, dapprima la collettiva Password: una trilogia narrativa delle parole, con opere in formato cartolina attraverso cui l’arte si è fatta processo in divenire per associazione di idee, contenuti e immagini della mitografia contemporanea. Lavori di N.Barwell, S.Dutton, I.Ficovic, M.L.Imperiali, G.Oldenburg, C.Mattix, D.McCullough, K.Norling, L.Rosenman, S.R.Snider, M.Tomeoki. A seguire è stata la volta di Latinamente, otto artisti che nella poetica lontananza dell’infinito, avvertono il bisogno di una vicinanza che supera le frontiere e diviene momento di incontro e dialogo tra culture, in particolare tra noi e l’America Latina. Gli artisti presenti: B.Bartolemes, J.Coronel Ortega, P.Puppio Zingg, R.B.Sanchez, C.Anzola, A.Funes, C.M.Conti e R.S.Alger.

Marco Gastini

Un doppio percorso, tra storia e contemporaneità, fortemente voluto da Marco Gastini per esprimere nel suo lavoro l’ispirazione tratta dall’esperienza del Salento e la fascinazione per il suo carattere arcaico e insieme

Vincenzo Marsiglia, Brum Star, 2011 acrilico su jeans, Swarowski, rame, legno e vinilico, cm.90x70x50, courtesy ROMBERG, Latina

contemporaneo. A Palazzo Risolo di Specchia il percorso Miraggi e Riflessi si è snodato dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri, da una rivisitazione delle opere con fusioni in piombo e antimonio, fino a lavori recenti e inediti in dialogo con gli spazi del Palazzo quattrocentesco. A poca distanza, nelle sale di Spazio Cactus, con Terre e altre storie l’artista ha proposto divertissement in terracotta prodotti nei laboratori di maestranze salentine locali. Progetto di Marina Senin Forni, curatela di Luigi Ficacci. Lecco

Tino Stefanoni

Susan Dutton, United, 2011

Nella doppia ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia e dei 20 anni di attività, la Galleria Melesi propone fino al 26 novembre 150% MADE IN ITALY, personale di Tino Stefanoni, lo stesso artista che nel ’91 fu scelto per inaugurare gli spazi della galleria. La mostra si articola in due momenti: dapprima un omaggio al Tricolore con tre opere degli anni ’70 della serie Le tavole degli oggetti quotidiani, poi un gruppo di “paesaggi mentali” realizzati appositamente e che hanno in comune, per l’occasione, il Tricolore sventolante.

Jose Coronel Ortega courtesy Primo Piano LivinGallery, Lecce

Bruno Querci

Marco Gastini, courtesy l’artista

Il Palazzo Municipale di Morterone ha ospitato, in occasione della presentazione delle operelibro Secretizie, poesie manoscritte di Carlo Invernizzi con disegni originali di Bruno Querci (Edizioni Poiesis Morterone), la mostra Bruno Querci. Germineluce, in cui sono state espote opere rappresentative di Querci poste in dialogo con le poesie di Invernizzi. I libri sono pezzi unici realizzati interamente a mano, dove la parola scritta si fonde per necessità–fisiologica con l’immagine pittorica in un dialogo di profondo reciproco arricchimento. Livorno

Francesco Polenghi

La Galleria Peccolo ha proposto una personale di Francesco Polenghi a cura di Demetrio Paparoni. In mostra 20 grandi tele realizzate nel corso degli ultimi venti anni, Quadri dall’impianto monocromatico in cui un unico brillante colore viene steso sulla tela seguendo movimenti sinuosi, in un calibrato equilibrio tra la monocromia dominante e le flessuose presenze di luce sulla superficie della tela. 82 -

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documentazione Lucca

Mantova

Messina

“Triplice personale” quella di Valerio Adami dal titolo Disegni, Dipinti e Acquerelli. Tre mostre, come una sorta di viaggio in tre stazioni, all’interno del centro storico di Lucca, alla scoperta dei generi principali di cui si compone il linguaggio dell’artista che, attraverso un annoso confronto con la pop art e un graduale processo di decostruzione e riassemblaggio, ci interroga sull’effettivo rapporto tra pittura e verità, tra linguaggio e realtà. Disegni si è svolta alla Galleria Usher arte, Dipinti nello spazio espositivo di Claudio Poleschi Arte Contemporanea, mentre Acquerelli ha trovato “ospitalità” al L.U.C.C.A. - Lucca Center of Contemporary Art.

In concomitanza col Festivaletteratura, VIII edizione di Arte sull’acqua, evento a cura dell’Associazione Culturale NON CAPOVOLGERE Arte Contemporanea, ideato e diretto da Donata Negrini, Lorella Salvagni e Barbara Rincicotti. Il Rio di Mantova ha ospitato le installazioni Gabbie di Giuliana Natali, cubi in plexiglas traforato con motivi geometrici, illuminati dall’interno, e Arco celeste di Lorella Salvagni, struttura che accoglie delle frecce disposte a intervalli regolari, puntate verso il cielo. Nell’aria è stata diffusa l’opera musicale Corale in Re maggiore di Barbara Rincicotti, composizione monodica su melodia molto semplice, suddivisa in un coro femminile e uno maschile.

Si è svolta nella Chiesa di Santa Caterina a Lipari l’esposizione Arché futura, organizzata dall’Associazione ArteAlta e curata da Giuseppe Frazzetto. Le opere in mostra, frutto di ricerche linguistiche differenti, si inscrivono all’interno di una riflessione sul concetto di identità culturale e sulla nozione di origine. Gli artisti presenti: Gianfranco Anastasio, Tomaso Binga, Renata Boero, Donatella Capraro, Marcello Di Donato, Gianfranco D’Alonzo, Rosa Foschi, Emilio Isgrò, Marco N.Rotelli, Luca M.Patella, Natale Platania, Giuseppe Puglisi, Pietro Zuccaro.

Valerio Adami

Arte sull’acqua

Arché futura

Milano Eric White Alberto Biagetti

La Galleria Antonio Colombo ha proposto, con la curatela di Julie Kogler, una personale di Eric White dal titolo Automatic. In mostra una serie di dipinti che inquadrano interni di macchine d’epoca ripresi da stravaganti angolazioni e raffiguranti personaggi estrapolati da film hollywoodiani degli anni ’40 e ’50. In contemporanea, nel project space Little Circus si è tenuta Mineralogy, personale di Alberto Biagetti, composta dal mobile-scultura Diamante no.7 attorno al quale gravitano quattro installazioni, tra frammenti, memorie e possibili destini, prospettive future per il nostro pianeta.

Arte Contemporanea in Italia

Alla Galleria Cardi, fino al 26 novembre, Arte contemporanea in Italia, mostra realizzata in collaborazione con la Galleria Christian Stein che comprende opere di Boetti, Burri, Calzolari, Castellani, De Dominicis, Fontana, Kounellis, Manzoni, Melotti, Mario e Marisa Merz, Paolini, Piacentino, Pistoletto e Uncini. Nell’anno dell’anniversario dell’unità nazionale, una scelta così puntuale di Michelangelo Pistoletto, opere e artisti che hanno Uscita operai, 2007, serigrafia segnato la produzione su acciaio inox, cm.250x125, più qualificata dell’arte courtesy Galleria Cardi, Milano in Italia negli ultimi cinquant’anni appare come co,ntributo critico a indicare alcuni dei più straordinari esempi delle ricerche meritevoli di riscontro a livello internazionale.

Marco Bagnoli

Imperdibile proposizione espositiva alla Galleria Christian Stein con le nuove opere di Marco Bagnoli.

Ana Cardoso Eric White, 1961 Ford Galaxie 500 Sunliner (Pierrot Le Fou), 2010, olio su tela, cm.122x122, courtesy Antonio Colombo, Milano Marco Bonafé, courtesy Artopia, Milano

Marco Bonafé

La Galleria Artopia ha presentato Remains, personale di Marco Bonafé. L’artista siciliano ha esposto 3 sculture, Ruins, un’installazione costituita da alcuni oggetti-simbolo dell’hobbistica contemporanea e 7 opere grafiche, 2 su tela e 5 su carta, tutti lavori creati appositamente per rappresentare i resti della società contemporanea caratterizzata dalla sovrabbondanza mediatica, realtà diffusa che quasi ci anestetizza con un continuo bombardamento di informazioni e immagini.

TRENTATRE

La galleria Artra, in occasione dei 33 anni di attività, ha esposto 33 opere in rappresentanza, seppur parziale, del percorso svolto dal 1978 a oggi. La mostra TRENTATRE. Image and Create evidenzia il succedersi dei movimenti artistici, sottolineando al contempo le più importanti collaborazioni, passate o ancora in corso, con artisti nazionali e internazionali. Opere di: Dezeuze, Pinelli, Agnetti, Nigro, Asdrubali, Garutti, Vilmouth, Bijl, Gaba, Stehli, Hilliard, Grigorescu, Kiraly, Braila, Ramishvili, Motti, Vedovamazzei, Yuan Shun, Vidal, F.Jodice, Ressler.

La galleria Conduits ha ospitato Yupzxqtut, personale dell’artista newyorkese Ana Cardoso. In mostra il “dittico” Code Break, i dipinti modulari Modules (Center) 2 e X (lines).

Gianni Pettena, Ice II, Minneapolis, 1971 courtesy Federico Luger Gallery, Milano

C.Beer, V.Berardinone, I.Blank, S.Costantini, L.Elia, E.Fiorelli, R.Formenti, M.Ghirardani, A.Giorgi, N.Maier, E.Modorati, M.E.Novello, P.Pezzi, L.Protti, G.Varisco e A.Zazzera.

New space, new works Nel nuovo spazio in Via Circo, la Federico Luger Gallery ha proposto la collettiva New space, new works con lavori di Steve Bishop, Lorenza Boisi, Gabriele Di Matteo, Igor Eskinja, Diango Hernandez, Gianni Pettena e Nikola Uzunovski.

Calderara

Alla Fondazione Zappettini in esposizione quindici lavori di Antonio Calderara, appartenenti agli anni Sessanta e Settanta. La mostra, primo appuntamento di un nuovo ciclo di eventi curati da Riccardo Zelatore, ha offerto una campionatura dell’opera di un indiscusso protagonista del panorama concretista, nonché precursore delle sperimentazioni percettive e anaAntonio Calderara litiche che si Pittura Bianca N. 2312, 1973 affermeranno olio su tavola, cm.81,5x9 nel decennio courtesy Fondazione Zappettini, seguente. Milano

Ana Cardoso, Code Break (red and black), 2011 acrilico su tela di cotone, cm.107x183, courtesy Conduits, Milano

Visions

Alla Galleria Monica De Cardenas, fino al 22 dicembre, è possibile ammirare Visions, collettiva che riunisce per la prima volta in Italia cinque giovani pittori che hanno già attratto una considerevole attenzione internazionale: Ali Banisadr, Jules de Balincourt, Tomory Dodge, Barnaby Furnas e Ryan Mosley.

Women White

La Galleria Fabbri Contemporary Art ha presentato la mostra Women White. La dimensione dell’infinibilità, a cura di Federico Sardella. In mostra i lavori di sedici artiste molto diverse le une dalle altre per età e stile pittorico, ma accomunate dall’aver intrapreso ognuna la propria “strada verso il chiaro”. Le protagoniste:

Paola Pezzi, Flutto, 2011, feltro, cm.90x60x18 courtesy Fabbri.c.a, Milano Barnaby Furnas, Concert (Spacement 3), 2011 pigmenti ad acqua, pennarelli, carta trasferibile Saral, acrilico su lino, cm.115x148, courtesy Monica De Cardenas, Milano

Rainer Fetting, Kanufahrer-Sylt, 2010, olio su tela, cm.70x100 courtesy Studio Cannaviello, Milano

Rainer Fetting

Lo Studio d’Arte Cannaviello ha proposto Images of the sea, personale dell’artista tedesco Rainer Fetting. La mostra si componeva di 16 opere su tela di piccolo e medio formato, con una tavolozza di colori freddi e imperniate sul tema del mare come forza purificatrice e distruttrice, realizzate sull’isola di Sylt nel Mare del Nord dove l’artista trascorre parte dell’anno. OTTOBRE/DICEMBRE 2011 | 237

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attività espositive Keren Cytter

La galleria Raffaella Cortese presenta, fino al 3 dicembre, la prima personale in Italia di Keren Cytter, artista video israeliana nota per il modo innovativo di raccontare relazioni interpersonali di carattere conflittuale. La mostra Avalanche si compone dei quattro video Ducks and Women, Francophile, Lonely Planet e Chain Review e si presenta come un percorso fisico, per il visitatore che si trova ad orientarsi all’interno di una narrazione surreale.

Simon Dybbroe Møller

La galleria Francesca Minini ha proposto “O”, personale dell’artista danese Simon Dybbroe Møller. Attraverso i lavori in mostra, dai “totem” di Things And The Thoughts That Think Them (Man) alle stampe seriali della serie O, fino al video The Drift, sorta di documentario sull’arte da tv di servizio pubblico (le cui informazioni abbiamo però davvero poche chance di decodificare), la Møller definisce la sua relazione con concetti quali progresso, costruttività, razionalità, monotonia e intenzionalità. Partendo da interrogativi di base come “Gli oggetti inventano se stessi?“, “Il numero è una cosa?“, “Se sì, O è una cosa che non significa nulla?“, giungendo a definire O come apertura, una pancia, volume, ma anche qualcosa di insignificante o l’assenza stessa di valore.

DEMOCRACIA

Prometeogallery di Ida Pisani ha presentato la seconda personale del duo di artisti spagnoli DEMOCRACIA (Pablo España e Iván López). In mostra il progetto dal titolo Ser y Durar, che ha come punto di partenza la registrazione di una sessione di parkour all’interno della sezione acattolica del cimitero dell’Almudena a Madrid. Il parkour, disciplina metropolitana nata in Francia all’inizio degli anni ’80, consiste nel superare qualsiasi genere di ostacolo all’interno di un percorso adattando il proprio corpo all’ambiente circostante. In mostra assieme al video una serie di fotografie in bianco e nero che raffigurano alcune delle lapidi di importanti personaggi, limitando spesso l’inquadratura agli epitaffi scelti per la loro sepoltura. Il progetto fa parte di una trilogia incentrata sulla città di Madrid in cui sono messi in relazione luoghi di importanza sociale, simbolica e storica con la cultura contemporanea. DEMOCRACIA, Ser y Durar, courtesy Prometeogallery, Milano

Simon Dybbroe Møller, O, 2011, stampa a getto d’inchiostro, cm.118,6x84, courtesy Francesca Minini, Milano

Bouke de Vries, Aries, 2011 courtesy Gloria Maria Gallery, Milano

Eulalia Valldosera, Botellas interactivas (Forever living Products #3), 2009, c-print, cm.100x60, courtesy Impronte Contemporary Art, Milano

Grandi Opere... Grandi

La Fondazione Marconi ha presentato Grandi Opere... Grandi, mostra allestita su tutti e quattro i piani del suo spazio espositivo e dedicata, appunto, alle opere di grande formato, quasi tutte a partire dai 2 metri, ma scelte al contempo anche per l’importanza all’interno della produzione del singolo artista. Opere di Adami, Baj, Colombo, Del Pezzo, Di Bello, Dias, Fontana, Hsiao Chin, Nevelson, Paolini, Pardi, Arnaldo e Giò Pomodoro, Rotella, Schifano, Tadini, Uncini, Vaccari, Wiley, Altamira, Benati, Boetti, Castellani, Ceccobelli, Dorazio, Jori, Maraniello, Pistoletto, Spoldi, Tilson e Ufan.

Marina Gasparini

Stefano Arienti, Senza titolo, 1992, foto di Filippo Armellin

WHAT?

Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea ha inaugurato il suo nuovo spazio espositivo in Via Ventura con una collettiva dal titolo WHAT?. Con tale titolo Scognamiglio ha voluto porre alcuni interrogativi su quale è stato il percorso artistico della galleria, le tendenze emerse negli anni e su quali potrebbero essere i progetti futuri, nonchè su quale sia il ruolo e il significato dell’arte contemporanea nel mondo attuale. Artisti presenti: Ambrosio, Cannavacciuolo, Canogar, Ciavoli, Gallant, Garrido-Lecca, Gatto, Harvey, Khatibi, Lozek, Manfredini, Martin, Mendoza, McVeigh, Navarro, Neumann, Paladino, Perone, Perone, Perrin, Pinna, Plensa, Rasma, Tranquilli, Tunick, Turk, Villa.

Andrea Magaraggia

La galleria 1/9unosunove ha proposto nella unosolo project room una personale di Andrea Magaraggia dal titolo Ciò che resta. Nei lavori in mostra, a interessare l’artista era l’impossibilità di comunicare tutto e subito. Guardando l’opera non è possibile averne un’impressione univoca, definita; è necessario vederla nel complesso nei suoi scarti, nei ritardi e negli eccessi.

Claudio Verna

La galleria Progettoarte-elm ha proposto una mostra di opere recenti di Claudio Verna dal titolo I moti del colore, a cura di Alberto Mugnaini. Esposte per la prima volta, opere inedite eseguite in questi ultimi due anni. Nucleo portante della mostra sono alcune opere Marina Gasparini, courtesy Maria Cilena, Milano

La Galleria Maria Cilena ha esposto Elegia, grande installazione di Marina Gasparini legata al tema dell’abitare, della casa. La tematica è ricorrente nel lavoro dell’artista, spesso coniugata ai materiali e alle procedure di cui sono fatti i tessuti, un filo nero di cotone che snoda sulle pareti della galleria il racconto spaziale del mobilio che appare in una sorta di metafisico galleggiamento. 84 -

Alla galleria Whitelabs si è tenuta una doppia personale: la serie fotografica Thirteen Queens del duo di artisti svizzeri AlexandFelix, Vis-à-Vis (questo il titolo della mostra) con la giovane fotografa belga Liesje Reyskens, alla sua prima apparizione in Italia con la mostra Love’s consumers. Il progetto, a cura di Nicola Davide Angerame, approfondisce il confronto tra due modi di intendere la fotografia che sono allo stesso tempo vicini e distanti: si parte in entrambi i casi dal guardare alla pubblicità come fonte stilistica, poi un po’ alla volta la frivola metodicità degli svizzeri inizia a contrapporsi alla sensibilità vagamente dark della belga. La galleria Zonca e Zonca ha ospitato la mostra FaR EasT, curata da Tiziana Castelluzzo ed Elena Zonca, con opere di Nobuyoshi Araki, Jin Han Lee, Sea Hyun Lee, Kyoko Kanda, Takako Kimura, Shimon Minamikawa, Yulim Song. Quattro artisti giapponesi e tre coreani, per un interessante scorcio sull’estetica orientale articolato su una serie di dicotomie come passato e futuro, oriente e occidente, tradizione e contemporaneità, interiorità ed esteriorità, a evidenziare un incontro/scontro di culture, tempi e personalità che, attraverso l’arte, cercano di esprimere le contraddizioni del proprio mondo interiore.

Allo Studio Guenzani si è svolta una personale di Stefano Arienti dal titolo Cartoline, 1990-1991. Dice lo stesso Arienti: “Colleziono stoffe da utilizzare per fare disegni, colleziono cartoline e poi le trasformo in un multiplo o in grandi immagini su polistirolo, faccio duecentomila diapositive che sistemo in ordine nei raccoglitori e poi va a finire che quelle immagini le utilizzo per fare disegni, o mi metto a trattarle o a graffiarle. Queste raccolte a un certo punto diventano qualcos’altro e spesso questo è anche un modo per liberarsene…”. La Galleria Impronte Contemporary Art ha presentato Dependencias, personale dell’artista spagnola Eulalia Valldosera che ha proposto in anteprima italiana alcuni dei suoi ultimi lavori della serie Forever Living Products. La mostra ha affrontato il legame tra la nostra sfera privata e il contesto sociale, storico e politico in cui viviamo, sottolineando come certi meccanismi possano plasmare il nostro modo di relazionarci, di osservare e di agire nel mondo. Esposta anche la serie fotografica Limpiezas e la video-performance Dependencia Mutua.

Da Viafarini DOCVA, Fabbrica del Vapore, si è svolta la mostra La Montagna Verde di Adelita Husni-Bey. Il Jebel Al Akhdar, o Montagna Verde, è un luogo in cui la dimensione spaziale si stratifica e si carica di connotazioni diverse: autobiografiche, perché il Jebel è stato scenario di momenti familiari per le generazioni di persone cresciute in Libia, e storiche, perché l’altopiano è stato teatro di guerriglia e di resistenza in diversi, cruciali momenti, ieri come ancora oggi. La mostra da spazio alle diverse dimensioni del luogo, dalle rappresentazioni istituzionalizzate alle proiezioni collettive, dalle immagini di chi visitandolo l’ha percepito come straordinariamente esotico, alle memorie private di chi l’ha vissuto da bambino, a quelle di coloro che, il Jebel, lo hanno vissuto o lo vivono oggi da combattenti.

FaR EasT

Stefano Arienti

Eulalia Valldosera

Adelita Husni-Bey

AlexandFelix Liesje Reyskens

Bouke de Vries

La Gloria Maria Gallery ha offerto al pubblico Signs (Metamorphosis), personale di Bouke de Vries incentrata sul fascino costante che lo zodiaco ha esercitato sul genere umano dalla notte dei tempi. Nella serie di dodici sculture in mostra, l’artista ha attinto ai miti e all’immaginario simbolico tradizionale al fine di trovare nuovi modi di rappresentare questi esseri archetipici, o costellazioni, come forme oggettive. Ne è sorta una fusione di disparati frammenti di ceramica e altri elementi ricavati da una miriade di fonti, che a migliaia di anni di distanza, ci ricorda la difficoltà di definirne con certezza i significati.

di grande formato, che nei piani dell’artista costituiscono i capisaldi della sua ricerca poiché, per sua stessa ammissione “se a volte è un piccolo quadro ad aprire spiragli, o suggerire possibilità nuove, sono poi i quadri di grande formato che, per l’impegno non solo mentale, ma perfino fisico, si pongono come i cardini del mio discorso sulla pittura”.

Andrea Magaraggia, courtesy unosunove, Milano

DadaDFuturismo Kengiro Azuma

Ben tre le esposizioni presentate dal Museo del Novecento in questo scorcio d’autunno (e che proseguono fino al 15 gennaio 2012). La mostra DadaDFuturismo. Dalle collezioni milanesi, a cura di Italo Rota e Vicente Todolì, propone una lettura degli scambi tra queste correnti attraverso opere a cui si sono aggiunti preziosi documenti conservati al centro APICE dell’Università degli Studi di Milano. Opere di Carrà, Depero, Schwitters, Heartfiel. Conversations propone, a cura di Silvia Paoli, per la prima volta a Milano 80 fotografie provenienti da una delle più prestigiose collezioni bancarie al mondo, la Bank of America Merryll Lynch Collection. Tra i molti artisti rappresentati troviamo: Gustave Le Gray, Julia Margaret Cameron, Eugène Atget, Alfred Stieglitz, Paul Strand, László Moholy-Nagy, Man Ray, Walker Evans, Robert Frank, Lee Friedlander, Cindy Sherman, Bernd e Hilla Becher, Thomas Struth. La Sala Focus del Museo è dedicata alle opere di Kengiro Azuma, ponendo al centro la scultura in gesso Mu realizzata dall’artista giapponese nel 1961, data fondamentale poiché segna il suo passaggio da una pratica figurativa, atta a emulare lo stile di Marino Marini, suo maestro a Brera, a una espressione più autonoma e astratta. Attorno alla scultura centrale, gravita una serie di opere, un olio e diversi assemblaggi, tutti del fatidico ’61. Focus curato da Danka Giacon.

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documentazione Tilman Hornig

Si è svolta alla galleria Corsoveneziaotto Infected Zone, personale dell’artista tedesco Tilman Hornig alla prima mostra dopo un anno di residenza newyorkese all’International Studio & Curatorial Program. Pittore e scultore, Hornig ha riportato nelle opere presentate esperienze recenti e divagazioni giovanili nel campo della street art, sempre in linea con un approccio pittorico diretto e nutrito di ogni curiosità.

Monza

Griffa / Pinelli

Si è svolta nello spazio di Luca Tommasi la mostra Spazialità Ritmiche di Giorgio Griffa e Pino Pinelli, a cura di Giorgio Bonomi. La mostra indaga sulle affinità e le diversità dei due protagonisti della pittura analitica attraverso un percorso di pitture e carte dalla fine degli anni ’60 a oggi. A sinistra, Giorgio Griffa, Spazialità Ritmiche, veduta dell’allestimento, a destra, Pino Pinelli, Spazialità Ritmiche courtesy Luca Tommasi, Monza

Napoli André Romão Pedro Neves Marques

Claudio Verna, A lato, 2010, acrilico su tela, cm.30x40

Due personali animano, fino al 2 dicembre, la stagione autunnale alla Galleria Umberto Di Marino. Barbarian Poems di André Romão, incentrata sulla figura fortemente caratterizzata del “barbaro”: qui l’accezione negativa imperante viene riconsiderata a vantaggio di un giudizio aperto agli effetti rigeneranti che l’introduzione di una nuova cultura può avere su una società, sebbene sia un processo doloroso. La personale di Pedro Neves Marques ha come titolo When’s the End of Celebration?, in cui I lavori sono caratterizzati dalla contaminazione tra diversi campi scientifici. Di recente l’artista si è concentrato sui modelli operativi attraverso cui avviene l’esperienza dell’altro da sé, riflettendo sulle condizioni storiche e sociali che li hanno determinati; l’indagine è sintetizzata nel confronto tra le specifità di edifici collocati in contesti differenti, insieme a una serie di foto e alcuni testi.

Adelita Husni-Bey, Il fiume delle caverne, parte I, 2011 matita e biro su carta, cm.13x10 courtesy Laveronica arte contemporanea, Modica (rg)

André Romão, Barbarian Poems Pedro Neves Marques, When’s the End of Celebration?, courtesy Umberto Di Martino, Napoli

Modena. 38 le opere di designer e artist individuate tra quelle presentate da 153 partecipanti, i cui progetti sono stati scelti per la capacità di proporre aspetti innovativi in settori diversi, dalla realizzabilità alla proposizione di nuovi territori del progetto.

Artecinema

Artecinema, il più importante festival in Italia unicamente dedicato al documentario sull’arte contemporanea, con circa 6.000 spettatori, anche quest’anno, come nelle ultime tre edizioni, ha ricevuto una medaglia di riconoscimento dal Presidente della Repubblica che lo ha definito “uno degli appuntamenti culturali di maggior rilievo del territorio campano”. L’iniziativa, a cura dello Studio Trisorio, è realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con l’adesione del Presidente della Repubblica e con il contributo del Comune di Napoli. Per la XVI edizione, al Teatro Augusteo, nella sezione Arte e Dintorni filmati dedicati a Marina Abramoviæ, Banksy, Jean Michel Basquiat, Olafur Eliasson, Antony Gormley, Rebecca Horn, Anish Kapoor, Vik Muniz, Perino e Vele, Niki de Saint Phalle & Jean Tinguely, Luigi Ontani, Nam June Paik, Pipilotti Rist, Sol LeWitt, William Kentridge oltre ai collezionisti Herb e Dorothy Vogel. Nella sezione Architettura film su Ieoh Ming Pei e su Zaha Hadid. La sezione Fotografia è stata dedicata a Charlotte Dumas, Oliviero Toscani e Massimo Vitali.

Jonathan Baldock AlexandFelix, Liesje Reyskens, Vis-à-Vis, locandina, courtesy Whitelabs, Milano

FaR EasT, courtesy Zonca e Zonca, Milano

Prima personale italiana alla galleria Annarumma per Jonathan Baldock col titolo Musica. Esposta una serie di opere recenti tra cui due importanti sculture, un olio su tela intitolato Mask e un grande collage–patchwork che da il nome all’intera mostra. Molteplici riferimenti alla commedia dell’arte, teatro popolare e musicale che ebbe un grande seguito anche nella Inghilterra post–elisabettian. L’artista, pur rimanendo fedele alle fonti, se ne smarca nettamente non proponendo semplici “riadattamenti” di icone già note, ma creando nuovi e surreali ibridi. Jonathan Baldock, The Player, courtesy Annarumma, Napoli

Paolo Maggis

La galleria the Apartment contemporary art ha proposto una personale di Paolo Maggis a cura di Claudia Cosmo. La mostra passa in rassegna tutto il suo percorso stilistico e umano degli ultimi 10 anni, le opere ritraggono i mille volti del genere umano, con le sue contraddizioni e sfaccettature, un’umanità tutta che l’artista dimostra di conoscere a fondo e di cui non può fare a meno. Catalogo con testi di Claudia Cosmo, Marco Meneguzzo, Luca Doninelli e Aurelio Picca.

Ctrlzak di Katia Meneghini e Thanos Zakopoulos, Collezione monumentale, serie di piatti Gruppo Arch\2 di Dante Antonucci e Laura Crognale, Spaghetti all’Italiana, bigiotteria, courtesy gli artisti

Novara

Humanscape

Nello spazio museale di Palazzo Tornielli ad Ameno (No) è possibile visitare, fino al 27 novembre, la mostra Humanscape, progetto internazionale di Asilo Bianco in collaborazione con la Finnish Academy of fine Arts di Helsinki. L’esposizione raccoglie i lavori di 12 artisti finlandesi, con la curatela di Seppo Salimen, con lo scopo di elaborare, attraverso l’arte, uno sguardo differente, senza pregiudizi, su elementi comuni, materiali e fenomeni della società per una nuova percezione emotiva e intellettuale. Gli artisti: Teuri Haarla, Antti Laitinen, Pekka Nevalainen, Kaarina Kaikkonen, Hanna Vihriälä, Seppo Salminen, Heini Räsänen, Nestori Syrjälä, Antti Majava, Alma Heikkilä, Elina Tuhkanen e Paavo Järvensivu.

D.A.B.3

William Eggleston, Memphis, circa 1970, © Eggleston Artistic Trust, courtesy Cheim & Read, New York Hellen van Meene, Dutch, born in 1972, Untitled, 1997, courtesy Yancey Richardson Gallery, New York

A Castel Sant’Elmo, negli spazi espositivi del Museo Novecento a Napoli 1910-1980, si è svolta la mostra dei prototipi di oggetti d’arte e di design da destinare agli artshop e bookshop museali, selezionati nell’ambito della III edizione del concorso nazionale DAB- Design per Artshop e Bookshop, iniziativa promossa da GAI Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani e realizzata dall’Ufficio Giovani d’Arte del Comune di

Antti Laitinen, It’s My Island VI, courtesy l’artista Seppo Salminen, Heini Räsänen, Still life tragedy, 2004, courtesy gli artisti

Paolo Maggis, About a dream courtesy the Apartment, Napoli

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attività espositive Nuoro

Caratteri ereditari e mutazioni genetiche

Si è svolta al Museo MAN la collettiva Caratteri ereditari e mutazioni genetiche. Sei artisti contemporanei dialogano con la Collezione del museo, rafforzandone la vocazione contemporanea e la necessità di rappresentare il testimone che la nostra epoca lascerà in eredità. Presenti Rachele Sotgiu, Giusy Calia, Zaza Calzia, Graziano Salerno, Vincenzo Pattusi e Vincenzo Grosso.

Massimo Piazza, Agave, courtesy Studio 71, Palermo

William Marc Zanghi, Glue II, 2011, smalto su tela, cm.186x240, courtesy Bianca Arte Contemporanea, Palermo

to ispirato alla celebre trasposizione cinematografica (Hal Ashby, 1979) del libro Presenze dello scrittore Jerzy Kosinski, racconto di un giardiniere analfabeta e ossessionato dalla tv, la cui banalità intellettuale viene scambiata per profonda saggezza.

Iª Biennale Internazionale di Scultura di Salgemma, Petralia Soprana (pa), tre immagini dell’evento

Padova

Giuliana Natali

Massimo Piazza

La Galleria d’Arte Studio 71 ha proposto Viaggio in Sicilia e in altri luoghi, personale di Massimo Piazza che ha presentato 22 opere dedicate in massima parte alla Sicilia e al suo paesaggio. Non l’uomo, però, che si insinua nel paesaggio circostante e lo modifica ma, al contrario, è quest’ultimo che si riplasma in ogni momento.

Le Scuderie di Palazzo Moroni sono state la cornice dell’esposizione Le stazioni della mente di Giuliana Natali. L’originale percorso si è ispirato al carattere particolare dello spazio antico che ha ospitato la mostra, suddiviso in “stazioni” per rileggere la dottrina buddista e gli otto momenti del processo che porta al Nirvana, tra tondi, croci, trittici di vetrate gotiche realizzati dall’artista con pazientissima perizia.

Pescara

SPARTA – dell’altra arte

Palermo

Francesco De Grandi

La Galleria d’Arte Moderna ha presentato la personale di Francesco De Grandi Il passaggio difficile, a cura di Marco Bazzini. Si tratta di un’opera unica, una grande e complessa installazione pittorica che si struttura negli spazi dedicati alle mostre temporanee, in cui sono racchiuse visioni molteplici, ma concepite per un solo viaggio, un attraversamento interiore, lento, rituale.

Francesco De Grandi, Del solo amore, cm.300x190, courtesy GAM, Palermo

Scultura di Salgemma

Da un’idea dell’Associazione Arte e Memoria del Territorio di Milano e dell’Associazione SottoSale di Petralia Soprana, ha preso corpo la prima edizione della Biennale Internazionale di Scultura di Salgemma. Dieci scultori hanno realizzato ognuno un’opera che è stata poi collocata all’interno della miniera Italkali, nell’apposito spazio messo a disposizione dalla direzione per diventare il Museo della scultura di Salgemma, inaugurato alla metà di ottobre. Questi i partecipanti alla manifestazione: C.Barna, S.G.Beju, E.Corti, M.Calascibetta, G.Degli Alberti, M.Di Cesare, G.Macaluso, E.Rinaldi, G.Scotti, G.Tomaino.

William Marc Zanghi

La Galleria Bianca Arte Contemporanea ospita, fino al 30 novembre, Being There personale dell’artista di origine americane William Marc Zanghi. In mostra una decina di tele inedite, raffigurazioni di giardini psichedelici abitati da simboli di mediocrità e violenti animali resi superficialmente inoffensivi dai colori vivaci. Il tut-

Il Circolo Aternino è tornato ad essere uno dei principali scenari della cultura pescarese con la mostra SPARTA – dell’altra arte, curata dalla galleria White Project in collaborazione con il Comune di Pescara. Sono stati 45 giorni densi di avvenimenti, incontri, happenings, interventi di street art, ma soprattutto una mostra d’arte contemporanea che ha visto in campo 14 artisti e 10 ore di videoarte, per una grande operazione culturale che vuole coniugare l’arte contemporanea con l’intrattenimento. “Pescara torna ad essere un luogo fertile, che esprime una energia propria nel sistema dell’arte contemporanea; da qui il nome SPARTA che riporta alla memoria il senso della forza umana e del coraggio: una scommessa per gli artisti invitati a compiere un gesto eroico” – questo è quanto sotiene il giovane curatore della galleria White Project Mauro Bianchini che è stato anche direttore artistico dell’operazione. Gli artisti invitati: Anonimo Italiano, Daniele Bacci, Istvan Betuker, Michelangelo Consani, Alessandro Di Carlo, Alice Grassi, Filippo Minelli, Damir Niksic, Maitree Siriboon, Veres Szabolcs, Lidia Tropea, Ignacio Uriarte, Simone Zaccagnini, Berszan Zsolt. Per la sezione videoarte a cura di Videoartscope, sono stati proposti Vanessa Beecroft, Regina José Galindo, Anibal Lòpez, Stefanos Tsivopoulos, Javier Tellez, Carlos Amorales, Matteo Fato, Lorenzo Aceto, Jukuki, BarbaraGurrieriGroup.

Distillati d’Arte Contemporanea 25 Artisti per il Museo delle Genti d’Abruzzo Un dialogo collettivo, due generazioni a confronto per far emergere stili e tendenze che hanno contraddistinto il panorama artistico degli ultimi decenni rappresentando un quadro eterogeneo, ma estremamente stimolante dell’Arte Contemporanea italiana. La mostra Distillati d’Arte Contemporanea - 25 Artisti per il Museo delle Genti d’Abruzzo, a cura di Roberto Rodriguez, si tiene nella Sala degli Alambicchi, spazio all’interno dell’Aurum di Pescara, dal 5 al 22 novembre, per poi spostarsi fino al 3 dicembre allo Spazio Arte del Museo delle Genti d’Abruzzo. Le opere in mostra, donate dagli Artisti che hanno aderito con generosità all’iniziativa, verranno messe in vendita, con offerta scritta, durante l’esposizione al Museo, per essere aggiudicate la sera del 4 dicembre. Il ricavato verrà interamente devoluto alla Fondazione per sostenerne le attività culturali istituzionali.

Getulio Alviani, Cromia Spettrologica, 1972 collage, courtesy l’artista

Nunzio Senza titolo, 2011 pastello su carta courtesy l’artista

Gli esponenti della generazione degli anni ’30 in mostra sono Getulio Alviani, Nanni Balestrini, Vincenzo Balsamo, Enrico Castellani, Marco Gastini, Renato Mambor, Gino Marotta, Hidetoshi Nagasawa, Concetto Pozzati, Giuseppe Spagnulo, Tino Stefanoni e Claudio Verna. Per rappresentare, invece, la generazione degli anni ’50 sono stati invitati Domenico Bianchi, Tommaso Cascella, Bruno Ceccobelli, Marco Cingolani, Gianni Dessì, Omar Galliani, Luigi Mainolfi, GianMarco Montesano, Nunzio Di Stefano, Piero Pizzi Cannella, Medhat Shafik, Marco Tirelli. Al centro della Sala degli Alambicchi, tra i due “schieramenti” contrapposti, è esposta l’opera di Giosetta Fioroni, la Signora dell’arte italiana, madrina dell’evento. Arricchiscono l’esposizione due fotografie di Aurelio Amendola che vogliono essere un omaggio a Piero Dorazio, artista scomparso nel 2005 e legato da un profondo vincolo di affetto alla città di Pescara.

Museo delle Genti d’Abruzzo, Pescara - www.gentidabruzzo.it - info: 085/4511562 86 -

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documentazione Antonio Mancini

Veres Szabolcs, courtesy galleria White Project, Pescara

Si è svolta al MAAAC - Museo e Archivio degli Artisti Abruzzesi Contemporanei di Nocciano una personale di Antonio Mancini dal titolo Armonie Interrotte. Cuore tematico della mostra è il valore assegnato alla fama nella società contemporanea, il desiderio di notorietà a tutti i costi e gli effetti della comunicazione di massa sulle giovani generazioni. Troviamo così fenomeni come il “velinismo” che brucia volti e corpi in una rapida sequenza, e il tronismo, evoluzione artificiale del dandyismo che detta agli uomini i parametri per essere il moderno conquistatore. Piacenza

The crisis of confidence

Filippo Minelli, courtesy galleria White Project, Pescara

Cannavacciuolo

La Galleria Cesare Manzo ha ospitato nel suo spazio pescarese la personale di Maurizio Cannavacciuolo. L’artista napoletano da sempre privilegia la figurazione e uno stile estremamente elaborato formato da intricati motivi decorativi fatti di colori stesi in maniera piatta e uniforme, a saturare lo spazio rimarcando con forza la bidimensionalità dell’immagine. Gli oli su tela in mostra sono “machine à penser”, ragnatele semiotiche che costringono lo spettatore a soffermarsi e riflettere.

La galleria Placentia Arte ha proposto la collettiva The crisis of confidence, progetto presentato alla Biennale di Praga 5 e curato da Marta Barbieri e Lino Baldini. Gli artisti presenti, Yuri Ancarani, Filippo Berta, Luca Bolognesi, Silvia Hell, Rudina Hoxhaj, Runo Lagomarsino, Domenico Antonio Mancini, Maria Lucrezia Schiavarelli, Marco Strappato e Davide Valenti, hanno affrontato il tema della fiducia nell’età contemporanea, sentimento di sicurezza e tranquillità che sarebbe allettante poter praticare poiché significherebbe avere dei punti fermi…Riuscite a ricordare quando è stata l’ultima volta che siete stati nelle condizioni pratiche di farlo?

ne, Caprini, Carrozini, Caruso, Cassaglia, Catania, Cavallini, CCH, Cimino, Chiari, H.Chopin, Colombara, Conte, Commone, Crosa, Cupisti, De Campus, Diotallevi, D’oora, D’Orazio, Eberle, Errò, Fatorelli, Fedi, G.Fontana, Formenti, Galletta, Galli, Gennai, Gesi, Gini, Gordon, Grassi, Guerrazzi, Guillot, Gut, Hidalgo Perez, Hoymann, Kangas, La Pietra, Larocchi, Lentini, Lombardi, Longo, Lora-Totino, Lunardi, Lucchesi, Maggi, Maffei, Mallegni, Manfredi, Marchi, Marcucci, Martini, Märkl, Meoni, Miccini, Melcher, Morandi, Mori, Moro-Lin, Morovich, Munari, Muratore, Nardi, Nava, Nosiglia, Parant, Pavanello, Pellegrino, Pettena e Sauer, Pignotti, Pozzi, Radogna, Ragni, Roffi, Romanelli, Rota, Ruffi, Saito, Salvadori, Salvoni, Sansonetti, Savoi, Sbrana, Sergiampietri, Sireno, Sonnino, Spagnoli, Skuber, Testi, Tola, Torelli, Torresin, Tulumello, Ulivi, Varisco, Vedova, Verde, Vezzi, Violetta, Vitone, Wackerbauer. Pistoia

Paolo Gubinelli

Le sale dell’Archivio di Stato di Pistoia e della Biblioteca Fabroniana sono stati i luoghi scelti da Paolo Gubinelli per presentare la sua mostra dal titolo Arte e Poesia, costituita da opere su carta accompagnate da poesie di Mario Luzi (all’Archivio di Stato) e di Roberto Carifi (alla Fabroniana).

Pisa

Prato

Organizzata dallo Studio Gennai e dislocata in varie sedi, si è tenuta a Pisa la rassegna In LIBER-tà, mostra di libri d’artista con l’intento di fornire una vasta panoramica sul tema del libro come oggetto estetico, creando un ponte tra passato e presente per mettere in luce l’inesauribile fascino dell’intrecciare parole, immagini e materiali tra i più disparati. Lunghissimo l’elenco degli artisti rappresentati: Albani, Andolcetti, Antognetti, Arena, Bachel, Barachini, Barbieri, Baroni, Battisti, Belloli, Benfenati, Bentivoglio, Bertini, Blank, Boetti, Borrini, Boschi, Bove, Cané, Capo-

La Galleria Gentili propone, fino al 17 dicembre, una personale dell’artista austriaco Heimo Zobernig. I lavori in mostra nascono dall’innesto della parola sulla base dei monocromi degli ultimi anni, realizzando una serie di dipinti che interessano il linguaggio e la percezione dello spettatore influenzato dalla parola scritta.

Heimo Zobernig

In LIBER-tà

Heimo Zobernig New Coat of Paint courtesy Galleria Gentili, Prato

Renata Boero

Alla Galleria Open Art, fino al 3 dicembre, Cromogrammi, personale di Renata Boero che indaga tra le pieghe della sua ricerca a partire dagli anni Settanta fino agli ultimi cicli. Alchimista della pittura, le sue opere si sviluppano attraverso la centralità attribuita al rapporto tra segno, colore / natura, memoria / rappresentazione. Una ricerca che dialoga direttamente con la terra, i suoi fiori e i suoi frutti, vegetali, animali e minerali, dai quali trae pigmenti e cromie. Testo critico a cura di Marilena Pasquali.

Maurizio Cannavacciuolo, courtesy Cesare Manzo, Pescara

Matite Tricolori

La Casa Museo “G. d’Annunzio” ha ospitato la mostra di disegni umoristici Matite tricolori. Satira per 150 di storia italiana, curata da Enrico Di Carlo. L’ultimo secolo e mezzo visto attraverso oltre cento disegni umoristici, spaccato sorridente e ironico che mette alla berlina eventi storici e personaggi. Dieci gli artisti presenti: Giovanni Beduschi, Nino Di Fazio, Tommaso Di Francescantonio, Marco Martellini, Enzo Martocchia, Franco Pasqualone, Nando Perilli, Carlo Sterpone, Lucio Trojano e Walter Zarroli.

Il tempo di Modigliani

Renata Boero, Cromogramma, 1970 colori vegetali su carta intelata, cm.31x50 courtesy Open Art, Prato

Augusto De Campus, Poemobiles, 1984 courtesy Studio Gennai, Pisa Paolo Gubinelli, courtesy l’artista

Il tempo di Modigliani è il titolo della mostra che il Museo d’Arte Moderna Vittoria Colonna ospita fino al 20 novembre, organizzata dalla galleria Rizziero Arte di Pescara, in collaborazione con lo Studio Guastalla Arte Moderna e Contemporanea di Milano. 50 opere esposte consentono di delineare con precisione il percorso artistico di Modigliani, da Livorno a Parigi, mentre troviamo a fare da contorno lavori di Fattori, Micheli, Romiti, Natali, Benvenuti, Lloyd, Martinelli, Ghiglia per ricostruire il contesto nel quale l’artista si è formato.

Roma

Federici / Finocchiaro / Simic

La galleria André ha riaperto la stagione espositiva con tre giovani artisti che interpretano modi diversi di fare pittura da parte di chi non è ancora sotto i riflettori dei media, ma ha già trovato Zeljka Simic, un proprio linguaggio Ritratto di Suzanne, 2011 originale. I protagonisti olio su tela, cm.122x93, sono stati la reatina Laucourtesy galleria André ra Federici, il catanese Alessandro Finocchiaro e la croata Zeljka Simic. Alessandro Finocchiaro, Tronco verde, 2011 olio su carta, cm.50x70, courtesy galleria André

Paolo Grassino

La galleria Delloro Arte Contemporanea ha ospitato una personale di Paolo Grassino dal titolo T, lavoro a cavallo tra scultura e installazione ambientale, con cui i volumi della galleria sono stati ridisegnati imponendo in maniera inesorabile una diversa percezione degli spazi, pur non rinunciando a un’impronta fortemente Paolo Grassino, T, 2011, cemento e putrelle in ferro courtesy Delloro Arte Contemporanea, Roma

scultorea. Tre figure umane attraversate da putrelle in ferro, in un inesorabile incontro, mostrano l’ineluttabilità del rapporto tra l’uomo e il proprio lavoro in cui la T viene ad assumere molteplici significati, dalla sezione delle putrelle all’iniziale di Torino e di Thyssenkrupp.

Joe Sorren

In occasione del suo 5°anniversario, la Dorothy Circus Gallery, spazio dedicato all’arte Pop Surrealista e alle nuove tendenze dell’arte figurativa, presenta fino al 23 dicembre una personale Joe Sorren, Into the Light Lost dell’artista statunitense olio su pannello, cm.51x51 Joe Sorren dal titolo courtesy Dorothy Circus Paintings 2011. Sono 5 gli Gallery, Roma inediti oli su tela, creati per questa mostra, opere abitate da creature misteriose racchiuse in un loro oceano inaccessibile, assorte in un malinconico e gioioso esame delle meraviglie della natura e dello spirito dell’uomo, tra le nubi di una tempesta d’estate.

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attività espositive ripropongono le ricerche sulla gravità e sul concetto di superficie come piano d’appoggio caratteristiche della metà del secolo scorso, ma ora l’oggetto di scarto diventa strumento attraverso il quale l’atto pittorico si anima sulla tela fino a che entrambe le componenti, l’oggetto e la pittura, raggiungono uno stato di quiete.

Comte / Galiciadis / Mousset

La galleria Marie-Laure Fleisch presenta fino al 26 novembre, per la prima volta in Italia, il lavoro di tre giovani artiste legate per nascita o formazione culturale alla Svizzera: Claudia Comte, Athene Galiciadis e Melodie Mousset. La mostra dal titolo Trouble Rainbow è un progetto collettivo, pensato e sviluppato appositamente per gli spazi della galleria. L’installazione complessiva vuole essere un laboratorio dove possono confrontarsi le modalità esecutive e i procedimenti visivi che nascono dall’incontro e dal dibattito di distinte individualità di ricerca. Tomaso Binga, immagine tratta dalla copertina di Valore vaginale, 2009, Edizioni Tracce, Pescara

Tomaso Binga

Si è svolta in un’area verde in Via delle Sette Chiese, nel cuore della Garbatella, una lettura di poesie di Tomaso Binga tratte dalla sua ultima raccolta, Valore vaginale, edita nel 2009 dalle Edizioni Tracce. L’evento è stato organizzato dalla Galleria Embrice. Tomaso Binga, nome d’arte di Bianca Menna, è tra le figure di punta della Poesia Fonetico-Sonora-Performativa e si occupa di “Scrittura Verbo-Visiva” dal ’71. La lettura è stata accompagnata da interventi del polistrumentista Antonio Barretta, che ha eseguito brani di musica medievale.

Adele Lotito

La galleria La Nube di Oort ha presentato l’esposizione De le stelle fisse, di Adele Lotito. Continua il percorso di riflessione dell’artista sul rapporto tra una estetica fatta di fragili tracce di fumo, gesti faticosi, segni, lettere, cifre e uno sguardo incuriosito sulle problematiche più sottili dell’indagine scientifica sul mondo. Le 12 tavole esposte, costellazioni immaginarie, richiamano un gesto simbolico di ricreazione del cosmo con un’allusione da apprendista stregone all’astrologia con i suoi segni zodiacali. Testo critico di Paolo Balmas.

Visioni suburbane Rosella Restante

La stagione autunnale dello Studio Arte Fuori Centro ha visto il susseguirsi di due esposizioni, dapprima Visioni Suburbane, mostra a cura di Simona Caramia che ha raccolto i lavori dei tre giovani artisti Karmil Rafael Cardone, Maria Grazia Carriero e Danilo De Mitri, le cui ricerche, ognuna nella propria specificità, si avvalgono del linguaggio della fotografia. A seguire, una personale di Rosella Restante a cura di Matteo Galbiati dal titolo Visitando la parola, secondo appuntamento di Spazio Aperto 2011, ciclo di quattro mostre affidate ad altrettanti critici con lo scopo di elaborare i multiformi ambiti delle esperienze legate alla sperimentazione. In mostra tre sculture in carta che, rievocando nella forma i rotoli del Mar Morto, riportavano la trascrizione braille di una poesia di Emilio Villa.

Andrea Bianconi

Da Furini Arte Contemporanea si è tenuta Mind Over Mind, personale di Andrea Bianconi in cui sia le installazioni che i disegni hanno spezzato la loro unità formale, diramandosi nello spazio come un segno e permettendo di parlare di “sculture disegnate” o “disegni scritti”, nell’agile superamento delle differenze fra linguaggi. Il nero come elemento di raccordo tra i lavori esposti, comprendenti disegni a inchiostro su carta e installazioni in legno e metallo verniciati: nasconde ciò che non conosciamo, le inquietudini si aprono toccando un ambiguo senso di appartenenza ed estraneità.

Dan Colen

La Gagosian Gallery ha proposto Trash, personale dell’artista statunitense Dan Colen. La mostra rende tangibile il modo in cui l’artista ha imparato a lavorare con oggetti e materiali di scarto, indagandone le storie e mostrandone le energie latenti. I suoi dipinti Dan Colen, There was no possibility of a bargain being struck, 2011 immondizia e pittura su tela, cm.267x216 courtesy Gagosian Gallery, Roma

Athene Galiciadis, The Other Mother courtesy Marie-Laure Fleisch, Roma

Donatella Spaziani

La galleria OREDARIA Arti Contemporanee ha proposto In Me, personale di Donatella Spaziani. Nell’allestimento si avverte un forte legame con la memoria del vissuto personale, sottolineato dall’uso della carta da parati che rimanda a consuetudini passate in un percorso leggero e consapevole costellato di figure che sembrano galleggiare nel bianco, della ceramica, della carta o di antiche stoffe di cotone, ma saldamente ancorate al mondo da un tratto sicuro e continuo del disegno che le compone.

Temporaneo

Giunge alla seconda edizione la rassegna Temporaneo, evento in coproduzione tra IMF Foundation e Nomas Foundation che intende creare interruzioni nel tessuto urbano attraverso le opere di cinque artisti italiani e internazionali esposte in importanti luoghi pubblici della Capitale. Quest’anno la cornice è quella dell’Auditorium Parco della Musica, con opere di Giorgio Andreotta Calò, Claire Fontaine, Flavio Favelli, Petrit Halilaj e Hans Schabus.

Petrit Halilaj, They are Lucky to be Bourgeois Hens II, 2009, legno, pittura, elettricità, galline, cm.550x150, Raffaella e Stefano Sciarretta Collection, Nomas Foundation, Rome, courtesy Chert, Berlin

Adele Lotito, De le stelle fisse, courtesy La Nube di Oort, Roma

Crossing Cultures

All’interno di Asiatica Film Mediale 2011 (12-22 ottobre), rassegna romana a cura di Italo Spinelli che promuove il cinema asiatico, svoltasi al MACRO Testaccio, nello spazio della Pelanda, quattro artisti italiani e quattro registi orientali sono stati protagonisti della sezione Crossing Cultures, a cura dell’Associazione CortoArteCircuito. I registi Masdak Mirabedini, Kim Tae-Yong, Aamir Bashir e Panahbarkhoda Rezaee hanno incontrato e girato negli studi di Nunzio, Alfredo Pirri, Goldiechiari e Pietro Ruffo, artisti scelti da Paola Ugolini, con lo scopo di entrare nello studio di un artista e seguirlo nel work in progress dell’opera, creando attraverso le arti visive un’occasione di incontro e dialogo tra Oriente e Occidente. I cortometraggi prodotti durante questi incontri sono stati proiettati in anteprima il 22 ottobre, in occasione della serata di chiusura del Festival.

Fratelli d’Italia

Protagonisti del quinto e del sesto appuntamento di Fratelli d’Italia, progetto di mostra corale che la Galleria Maniero porta avanti per tutto l’anno delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità nazionale sono stati: Fabrice De Nola (Sicilia), Tommaso Lisanti (Basilicata) e Massimo Ruiu (Puglia) per la quinta tappa di questo “giro d’Italia”, Enrica Borghi (Piemonte), Andrea Chiesi (Emilia Romagna) e Francesca Tulli (Lazio) per la sesta delle otto mostre previste. Il settimo appuntamento vedrà protagonisti Ascanio Renda (Calabria) e Serse (Veneto).

Rosella Restante, Scultura Braille, 2011, carta incisa curvata su alluminio, cm.180x70, particolare, courtesy Studio Arte Fuori Centro, Roma

Andrea Bianconi, Mind Over Mind, 2011, inchiostro su carta, cm.88 x 64, courtesy Furini Arte Contemporanea, Roma

Tommaso Lisanti, Psiche futuribile olio su tela, cm.73x187, courtesy Galleria Maniero, Roma Claudia Comte, Welcome To Colorfulr courtesy Marie-Laure Fleisch, Roma

Francesca Tulli Sospensioni, Astarte bronzo, ferro sabbia courtesy Galleria Maniero, Roma

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documentazione Biscotti/Manders/Nicolai

RAM radioartemobile ha proposto la XVI edizione di Camere dal titolo La Terza Tigre. Protagonisti Rossella Biscotti, Mark Manders e Olaf Nicolai. Manders ha presentato Clay Figure with Iron Chair, scultura solo apparentemente d’argilla, sdraiata su una sedia. Nicolai ha proposto Camera (After Poussin), mentre la terza camera dello spazio romano era invasa dalla forte luce gialla della proiezione di Yellow Film, video di Rossella Biscotti. Testo critico di Lorenzo Benedetti.

sorta di collage realizzati a partire dall’archivio personale dell’artista, con una sovrabbondanza di simboli ereditati dall’immaginario visivo tradizionale e urbano, ripetuti come un esercizio didattico sull’assurdità della cultura contemporanea che l’artista intuisce come disorientamento dei valori filosofici ed estetici.

K-Narf

La Galleria Ugo Ferranti ha ospitato la prima personale romana dell’artista franco-australiano Frank Le Petit alias K-Narf. Il lavoro presentato in mostra è la raccolta completa di uno scenario d’arte nuova e innovativa esplorato tramite i FOTOGRAFFITI, un lavoro insolito che grazie ai nuovi mezzi di espressione, sconvolge il linguaggio della fotografia tradizionale. Le opere nascono ispirandosi ai codici e alle tecniche utilizzate dalla street art, reinterpretandone le tecniche e sconvolgendone i canoni.

K-Narf, Wonderlandtrip N° 6, 2009 courtesy Galleria Ugo Ferranti, Roma

Raffaella Crispino

Olaf Nicolai, o.T. (Atem) no.7 - 03/11, 2011, stampa a getto d’inchiostro su carta, cm.123x95, courtesy Galerie EIGEN + ART, Leipzig/Berlin Rossella Biscotti, Yellow Film, 2010, 16mm con suono ottico, 22’ in loop, courtesy l’artista, foto Hugo Munoz Mark Manders, Clay Figure with Iron Chair, 2009, bronzo dipinto e ferro, cm.177x59x81, courtesy l’artista

La galleria 1/9unosunove ha ospitato 200 Différents Oiseaux, personale dell’artista napoletana Raffaella Crispino. La mostra raccoglie video, disegni, installazioni, assemblage e fotografie che dialogano attualizzando concetti socio-politici e architettura urbana sui paesi del Vietnam, della Cambogia, della Palestina e del Belgio. L’opera che da il titolo all’esposizione è composta da 21 collage di fotoritratti provenienti da un antiquario di Saigon e 200 francobolli raffiguranti uccelli diversi. Mostra accompagnata da un testo di Adriana Rispoli.

Jean-Jeaque Du Plessis

Raffaella Crispino, 200 Différents Oiseaux, 2010 carta, fotografie b/n e francobolli, dimensioni variabili, dettaglio, courtesy 1/9unosunove, Roma

Da Valentina Bonomo si è svolta Field of signs, personale del giovane artista sudafricano Jean-Jeaque Du Plessis, i cui quadri di immediata bellezza mettono in gioco forme semplici, segni, simboli, spazi bianchi e collage, attingendo con disinvoltura alla memoria di secoli di pittura. La particolare tecnica di Du Plessis consiste nell’incollare su una grande tela frammenti ritagliati di tele precedentemente dipinte e colorate; se a prima vista forme, segni, colori e simboli sembrano indistinguibili gli uni dagli altri, quasi caotici, poco alla volta ci si rende conto che sono stati curati uno a uno nel loro proprio spazio assegnato, pensando probabilmente a un preciso schema matematico.

Ridateci la terra

All’Atelier degli Artisti, 50 spaventapasseri sono scesi in piazza dando vita a Ridateci la terra, evento di richiamo a un nuovo auspicato equilibrio tra città e ambiente naturale. Spaventapasseri a opera di: M.Baldi, P.Befera, T.Befera, C.Bozzaotra, M.Brera, E.Capone, K.Costa (Spiritoliberok), G.Crescenzi, P.Cruciani, A.Del Vecchio, L.Ferretti, G.Filacchione, R.Filippi, R.Fratini, L.Gaddi, A.Gorrieri, V.Iannotta, C.Carbone (Kalòs), M.Lasconi, Le Barbò (C.Bossi e P.Bartocci), Lughia, M.G.Lunghi, F.Maffei, A.Marchegiani, A.Massinissa, C.Mastropaolo, P.Mattioni, G.Mazzara, M.Melchiorri, S.Micozzi, E.Miglio, P.Monty, R.Garrison, F.Moscè, Nabil, M.Palumbo, E.Y.Paolini, R.Passeri, E.Prosperi, P.Rinaldi, G.Ripandelli, E.Sgaravatti, F.Squadrelli, A.Tonni Perucci, M.P.Zepponi.

Caio Gracco

Lo studio d’arte Pino Casagrande ha ospitato Shifters, prima parte del progetto Elaborazioni di Caio Gracco, una serie fotografica in cui la figura umana si moltiplica e si apre al movimento, producendo un’immagine in continuo divenire. L’artista ha messo in scena il processo della costruzione del sé, di un’identità che vive nel tempo e si dispiega di fronte allo spettatore nel suo essere multipla, variabile e aperta. Nelle fotografie i corpi si fondono costringendo l’osservatore a confrontarsi con un’immagine sempre in costruzione. Caio Gracco, Elaborazioni courtesy Studio Pino Casagrande, Roma

Hear Me Out

Il CIAC Museum di Genazzano ha aperto la programmazione autunnale con Hear Me Out, collettiva curata da Cecilia Casorati e Claudio Libero Pisano che ha visto coinvolti 16 artisti in una riflessione sul suono e la sua capacità di alterare lo spazio senza sfiorarlo, di costruire immagini dal niente. Ascoltare una mostra vuol dire lasciare da parte la coazione a guardare e aprirsi a una modalità percettiva più profonda che da valore al senso più che all’idea. Gli artisti: G.De Santis, C.Fariselli, S.Giambrone, K.Gulbis, D.Landi, E.Marisaldi, J.Mazzonelli, S.Mele, L.Moro, G.Neri, F.Neufeldt, A.Ratti, M.Russo, D.Spaziani, C.Viel, Spazio Visivo.

Progetto Italia

Villa De Pisa a Olevano Romano, sede del Museo-Centro Studi sulla Pittura di Paesaggio Europeo del Lazio, ha ospitato la mostra 1861-2011 Progetto Italia, 6 proposte tra riflessione e ricerca avanzate da sei critici hanno invitato sei artisti a realizzare delle installazioni site specific sul filo sottile ma tenace dell’Unità d’Italia. Hanno partecipato artisti e critici molto diversi per formazione e metodologia di lavoro, offrendo uno spaccato vivace sulla multiformità della ricerca artistica contemporanea. Giuseppe Ciani si è relazionato con Mauro Civai, Mimmo Di Laora con Mariano Apa, Paolo Gobbi con Loredana Rea, Loredana Manciati e Giovanni Reffo con Giorgio Agnisola, Franco Nuti con Barbara Tosi, Teresa Pollidori con Carlo Fabrizio Carli. Salerno

Katja Loher

La Galleria Tiziana Di Caro ha proposto Miniverse #1, seconda personale nei suoi spazi di Katja Loher. L’artista svizzera ha esposto una serie di opere realizzate nel 2011 in esclusiva per la mostra, soprattutto video sculture e video, installazioni che trascinano l’osservatore in questioni etiche sollevate attraverso interrogativi in esse celati.

Jordan Wolfson

La galleria T293 ha presentato una personale di Jordan Wolfson, nuovo progetto dell’artista newyorkese in cui il video diventa lo strumento per mostrare sequenze e sovrapposizioni di immagini e oggetti, metafore di posizioni morali differenti. L’intenzione è stata quella di scuotere lo spettatore suscitando, tramite l’utilizzo di immagini forti e ambigue, uno stato di incertezza, fino alla difficoltà di esprimere un giudizio. Ha accompagnato il video una serie di stampe digitali su tela,

Jean-Jeaque Du Plessis, Kake, 2011, acrilico su tela, tela, cm.253x200, courtesy Valentina Bonomo, Roma

Gabriele De Santis, Dapsang, 1954)

Liliana Moro, Ta Pum courtesy CIAC, Genazzano (rm)

Katja Loher, Space Bubble, 2011 video, vetro, legno, monitor, cm.36x36x6 courtesy Tiziana Di Caro, Salerno

Stefano Gargiulo

La Galleria Paola Verrengia ha presentato l’installazione multimediale dal titolo IN STABILITY – Stabilmente Instabile dell’artista e scenografo multimediale Stefano Gargiulo, installazione site specific in cui videoproiezioni, suoni e oggetti sono andati a comporre un’esperienza ludica e suggestiva di equilibri e dinamismi, appunto, stabilmente instabili. La riflessione di Gargiulo è partita dalla Solfatara di Pozzuoli, esempio stratificato di in-stabilità naturale e geologica perdurante da sempre, assurto a simbolo di una realtà contemporanea sempre più permeata dall’instabilità fattasi modus vivendi. Sassari

Streetart2011

L’idea di Streetart2011 nasce dal gruppo artistico aliment(e)azione che dal 2008 si occupa di arte relazionale. Il progetto artistico è piuttosto complesso e articolato in diversi appuntamenti tra cui una tavola rotonda, la presentazione della fanzine Burro, l’azione itinerante Vedi Tu di distribuzione di un “kit di sopravvivenza urbana”, ma anche interventi di artisti come BLU, Ericailcane e Tellas. Senigallia

Paolo Cotani

Il MUSINF Museo D’Arte Contemporanea di Senigallia, in collaborazione con la Galleria Delloro Arte ContemOTTOBRE/DICEMBRE 2011 | 237

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attività espositive poranea di Roma, ha proposto nei saloni di Palazzo del Duca una retrospettiva dedicata a Paolo Cotani, a cura di Rolando Anselmi. Il percorso espositivo a ritroso ha portato i visitatori dagli ultimi elaborati, alcuni dei quali rimasti incompiuti, fino a tornare agli esordi, con le opere londinesi del 1962. Esposizione accompagnata da un volume monografico con un saggio storico-critico di Claudio Cerritelli e contributi di Guido D’Angelo, Daniela Ferraria, Patrizia Ferri, Enrico Mascelloni, Francesco Moschini, Caterina Niccolini. Siena

Genealogia

Da un’idea di Esther Biancotti e Gabriele Chianese, ha aperto FuoriCampo, nuovo spazio per l’arte contemporanea nel cuore di Siena. Evento inaugurale è stata la prima mostra del progetto Genalogia, a cura di Ludovico Pratesi, che ha visto il confronto di Emanuele Becheri e Carlo Guaita. Gioco complice in cui il più giovane, selezionato tra gli artisti toscani di ultima generazioSassari, Streetart2011, due immagini dell’evento.

FuoriCampo, foto di Stefano Vigni. Courtesy FuoriCampo, Siena

ne, ha scelto l’opera e il maestro con cui confrontarsi. Sottolinea Pratesi: “Entrambi gli artisti si muovono in maniera obliqua, non temono di aprire il proprio modus operandi a una casualità consapevole, l’occasione offerta da questo progetto assume per loro quasi il significato di una condivisione voluta e desiderata, la constatazione di appartenere entrambi ad un territorio intimo, quasi separato, dove l’opera appare come epifania di un’intenzione che si fa immagine“. Genealogia si compone di tre momenti, protagonisti dei due prossimi appuntamenti saranno Giovanni Ozzola e Francesco Carone.

Biennale di Chianciano

Il Museo di Chianciano Terme ha ospitato la seconda edizione della Biennale di Chianciano. Incoraggiati dagli ottimi riscontri del 2009, gli

organizzatori hanno presentato diverse importanti novità, a partire dal ricco programma di eventi collaterali, per giungere a Voce dell’Artista, vero e proprio studio televisivo nel quale l’artista ha potuto condividere ed esprimere il suo pensiero e le ragioni che sono riposte forse anche inconsciamente dietro i suoi lavori. Cuore della manifestazione è stata la partecipazione di oltre 300 espositori e l’ampia mostra museale che ha pemesso di ammirare i lavori di 150 artisti emergenti di tutto il mondo. Teramo

Manuela Armellani

S’intitola Neros la personale dell’artista pescarese che si è svolta alla Sala Gambacorta della Banca di Teramo e segna l’approdo di Manuela Armellani ad una fase più matura. Il corpo femminile, centrale nell’intero percorso di ricerca dell’artista, continua ad essere protagonista della sua poetica. Il nudo non scompare ma si fa più magnetico, di una graffiante ma raffinata sensualità, velato da chiaroscuri che rendono l’opera, nel suo insieme, meno esplicita ed urlata, e per questo ancora più seducente e misteriosa. Il passaggio dal colore al bianco e nero sottolinea una svolta introspettiva, intimista e sottilmente autobiografica, e fa da sfondo al segno dell’artista che, nella sua complessità, scopriamo più sobrio e leggero.

OUVERTURE 2011 Torino art galleries tour

sul limite dell’indagine investigativa. La fotografia è protagonista anche da Allegretti Contemporanea dove un’antologica del fotografo Turi Rapisarda allestita negli spazi rinnovati della nuova sede rivela, attraverso più di 150 immagini in Da poco inaugurata, la stagione espositiva delle gallerie torinesi riserva anche bianco e nero, racconta il percorso originale e fuori dalle righe di un artista senquest’anno belle sorprese. Tante le proposte nazionali ed internazionali che le galsibile e controcorrente che tutt’oggi si ostina a lavorare in analogico e in camera lerie hanno deciso di offrire ad un pubblico divenuto ormai sempre più esigente e oscura. La sua cifra distintiva è quella di un b/n potente e sensuale, fortemente informato, attento alle novità ma desideroso anche di ricevere conferme sul piano contrastato e usato dall’artista come chiave di accesso per la comprensione di del mercato. Raggruppate in un opening collettivo che ha trasformato per una realtà sociali spaccati umani poco esplorati dalla fotografia mainstream. Affascisera la città in un grande palcoscenico della contemporaneità, 13 gallerie fra le nante e divertente è la mostra allestita nella galleria di Franco Noero. Qui, Martino più conosciute a Torino hanno incontrato collezionisti, addetti ai lavori e pubblico Gamper originario della città di Merano, classe 1971, ha utilizzato gli spazi dello affezionato in occasione di quello che a tutti gli effetti è uno degli appuntamenti storico edificio (oggi sede della galleria) comunemente denominato “fetta di Popiù importanti dell’anno. Fotografia, pittura, installazioni e opere-video racconlenta” per ricreare dei lotti abitativi prontamente arredati con oggetti e manufatti tano lo stato dell’arte attraverso l’evoluzione dei linguaggi e delle poetiche artiunici, frutto di un’operazione artistica originale che dalla scultura sconfina nel stiche. Sempre di più, negli ultimi anni, le gallerie hanno dimostrato attenzione design d’autore. Gamper infatti ha una formazione trasversale maturata in Italia verso la creatività del proprio territorio, cercando di sostenere gli artisti più proe all’estero; ha studiato al Royal Art College di Londra e ha approfondito la pratica mettenti, incanalandoli in un circuito che dovrebbe portarli nei contenitori mudella scultura con Michelangelo Pistoletto. Un altro giovane torinese presenta una seali. La speranza è che questo viatico si realizzi davvero, anche se le ragioni che sua personale nella galleria di Norma Mangione. Francesco Barocco (Torino,1972) rendono tortuoso il percorso degli artisti italiani sono tristemente famose. Proprio è un artista raffinato che si muove con disinvoltura fra i linguagegi della contemad un’artista italiana, anzi torinese, dedica una mostra personale la Marena roporaneità. Scultura, disegno, collage, pittura: non di rado Barocco ha impiegato oms gallery di Franca Pastore. Maura Banfo, fotografa e video artista affermata, questi mezzi espressivi per dar vita a opere dal sapore concettuale in cui facilemersa alla fine degli anni ’90 sulla scena torinese, presenta una serie di inedite mente si addensano i rimandi alla storia dell’arte italiana. In questa occasione, e raffinate fotografie a colori incentrate sul motivo iconografico del fiore, fotogral’artista presenta curiosi lavori venati di una sottile ironia. In galleria sono appese fato sempre a distanza ravvicinata. L’artista richiama l’attenzione dell’osservatore stampe realizzate ad acquaforte arricchite da tocchi di puntasecca che raffigurano sui particolari e i dettagli minimi della realtà - quelli che per intendersi sfuggono dei gatti. L’essenza di questo lavoro, nell’intenzione dell’artista, è paragonabile ad uno sguardo distratto e massificato – convinta che da questi possa liberarsi all’elementare bellezza propria di certi haiku giapponesi. Da Guido Costa è ospitauna poesia più profonda legata al mistero della vita, al suo scorrere inarrestabile, ta una personale intitolata Barona del milanese Fabio Paleari. Nato nel ’63, Paleari alla sua fragilità e bellezza, al suo silenzioso mutare in qualcosa d’altro. Negli spaha lavorato come fotografo per celebri riviste come Vogue ma ha anche sviluppato zi della galleria Peola, la giovane Eva Frapiccini allestisce un piccolo museo dediun percorso autoriale affascinante, documentando i suoi innumerevoli viaggi per cato a un personaggio immaginario, Aleksander Prus Caneira, scienziato catalano il mondo (celebre quello in America Latina). Continua invece l’indagine sull’arte scomparso a Torino in circostanze sconosciute, allievo di Pauli, amico di Borges, internazionale la galleria Franco Soffiantino dove l’artista norvegese Anawana docente all’università Haloba, conosciuta di Princeton. Si tratta per le sue installazioni di un progetto bizzaraudio-video e per le ro e accattivante che imprese performative, l’artista ha elaborato a mostra per la prima 4 mani con la curatrice volta in Italia il suo laElisa Tolone allo scopo voro. Anche in questa di attivare una riflesoccasione Haloba presione circostanziata e senta un’opera video accattivante intorno installativa intitolata ai problemi di veridiWhen the Private Becità dei fatti storici, di came Public. Si tratta di attendibilità di fonti Eva Frapiccini, dalla serie Portals, 2011 un film realizzato con Anawana Haloba, When the Private Became Public, 2008, still da installazione audiovisiva, 5’ 28’’, courtesy l’artista, e documenti nel pro- Barcelona, Plaça Sant Felip Neri, 1932 cinque protagoniste Galleria Franco Soffiantino, Torino, Rijksakademie, Amsterdam, femminili provenienti cesso di ricostruzione courtesy l’artista e Galleria Alberto Peola, Torino Notam02 Studios, Oslo storica. Un video, alcuda contesti culturali ni documenti cartacei, diversi e ambientato lettere, pubblicazioni Maura Banfo, stampa lambda, cm.60x60, courtesy Marena rooms gallery, Torino nello scenario dell’arie soprattutto ciondoli do deserto australiano. portaritratto con fotoProponendo una riflesgrafie e disegni, opporsione postuma delle tunamente conservati ideologie femministe all’interno di teche di e verificandone le apvetro, ricostruiscono plicazioni nelle diverse in maniera apparenregioni del mondo, temente fedele la vita l’artista esplora – sedi questo personaggio condo un’attitudine avvolta dal mistero e ormai consolidata - le trascurata dalla storia. posizioni e le relazioni È chiaramente un’opedelle diverse comunità razione ai limiti della all’interno di differenti fiction che però in macontesti politici, socioniera intelligente Eva economici e culturali. Frapiccini ha condotto Gabriella Serusi 90 -

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documentazione Torino

Jesús Algovi

La mostra Versus – Preso de conciencia, di Jesús Algovi, è nata dalla collaborazione tra Dieffe Arte Contemporanea e la galleria spagnola Weber-Lutgen, dove in contemporanea si è svolta una mostra di Opiemme. Nell’esposizione torinese, a cura di Simone D’Agostino e Clara de Paúl Liviano, ogni scultura è frutto della scomposizione e ricomposizione di selezionati poemi della letteratura spagnola; i versi scelti sono accomunati da un unico elemento: chi li ha scritti ha subito la perdita della propria libertà individuale.

già analizzato da Sena diventa “buio”, come assumendo una connotazione più esistenziale, percettiva, assoluta: l’idea di nero è restituita ora dall’assenza, dalla constatazione di ciò che resta dopo che l’immane pira di rovi si è consumata, carbonizzata, trasformando in “buio”, insieme, anche i residui di umanità che si lascia dietro.

Jesús Algovi, Pródromo, 2011, ferro saldato e vinile courtesy Dieffe Arte Contemporanea, Torino

Rhode / Vercruysse

Da Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea di Torre Pellice, fino al 31 gennaio 2012 si svolgono due interessanti mostre personali. Let in the Outside di Robin Rhode, alla sua seconda collaborazione con la Galleria, e Places [Lost] (2) di Jan Vercruysse, che fa seguito alle precedenti mostre, entrambe dal titolo Places, del 2006 e del 2009.

Laura Castagno

La Galleria Martano ha proposto, in occasione dell’uscita del volume Paesaggi spazi energie 1997-2011, presentato da Lida von Mengden, alcune installazioni inedite dell’artista torinese Laura Castagno in una mostra dal titolo LAURA CASTAGNO: un libro e tre installazioni. Si è trattato di Briefing/Briefe, una “concept room” del 1975, Grande oscillante di colore e luce, trilite metallico a statica oscillante del 2011, e Viaggio di Goethe in Italia, grande installazione a parete realizzata nell’ultimo biennio.

Versus XVII

Laura Castagno, senza titolo rosso, 2010 courtesy Galleria Martano, Torino Francesco Sena, Al Buio, 2011, cera e legno courtesy Franz Paludetto, Torino

Francesco Sena

Franz Paludetto ha aperto un nuovo spazio in Via Stampatori, diretto da Davide Paludetto in continuità simbolica con la storia della galleria, quasi un completamento, un ritorno a casa. La mostra inaugurale è stata una personale di Francesco Sena dal titolo Al Buio. Il “nero” Trento

Willy Verginer

Alla Galleria Arte Boccanera, fino al 3 dicembre, In hoc signo, personale di Willy Verginer a cura di Luigi Meneghelli in cui l’artista altoatesino presenta otto nuove sculture lignee. Otto forme che sembrano concentrate su di sé e sul proprio sistema interno di relazioni formali e significati, come nella grande tradizione della statuaria, ma rese “immagini in azione” dalla manualità decisa e dalla dimensione quasi astratta in cui “vivono” i personaggi ritratti: eretti senza essere monumentali, sublimi senza essere eroici.

Si è svolta da VELAN Centro d’Arte Contemporanea la collettiva Versus XVII, a cura di Francesca Referza. Alla sua diciassettesima edizione Versus conferma la vocazione di mettere a confronto giovani artisti, i cui lavori si muovono in ogni ambito di ricerca. Protagonisti quest’anno sono stati sei artisti italiani diversi per provenienza, formazione e linguaggio, che hanno dato conto di una scena, quella nazionale, che nonostante un comune orizzonte culturale assume sfaccettature caleidoscopiche. Gli artisti: Cristian Chironi, Danilo Correale, Giacomo de Vito, Giovanni Oberti, Paride Petrei, Luca Resta.

semplice, si dimostra invece studiatissima e complessa come può esserlo una partitura musicale. Questo tema naturale, che gode del fascino dell’assenza, nell’opera d’arte mima altre mancanze, altre sparizioni, che inducono all’immaginazione poetica ed emotiva. Un frammento tolto, tagliato, rimosso può comparire sulla stessa tela o in un’altra tela della serie. Quindi laddove un elemento denuncia la propria assenza, altrove può affermare la propria presenza. La particolare struttura delle opere invita l’osservatore a esplorare i vuoti, a viaggiare tra gli elementi astronomici e a scoprire i più piccoli e nascosti dettagli. Udine

Pizzi Cannella

La Galleria d’Arte Moderna ha ospitato Bon à tirer. Incisioni dalla Stamperia Albicocco (2002-2010) di Piero Pizzi Cannella, mostra inquadrata nel contesto delle periodiche rassegne dedicate alla produzione incisoria contemporanea di artisti italiani di chiara fama e finalizzate all’arricchimento della già vasta collezione di grafica otto e novecentesca conservata dal Museo udinese. In mostra la più recente produzione dell’artista laziale, quarantanove incisioni inedite realizzate impiegando tecniche varie (acquaforte-acquatinta, puntasecca, maniera a zucchero). Catalogo con testi di Roberto Budassi e Isabella Reale.

Willy Verginer, Fiat Lux courtesy Galleria Arte Boccanera, Trento

James Brown

Personale di James Brown alla Studio Raffaelli con Eclipse, titolo della mostra che mette in evidenza gli esiti del suo lavoro degli ultimi anni. Nelle sale di Palazzo Wolkenstein sono proposti quadri a tecnica mista e collage su carta intelata di formato medio, piccoli acquerelli su carta e alcune opere di grande dimensione. Nelle Eclissi una struttura, all’apparenza estremamente

Piero Pizzi Cannella, courtesy GAM, Udine

Carlo Ciussi, Senza titolo, 2011 olio e tecnica mista su tela, cm.120x100 courtesy Studio Invernizzi, Milano

Carlo Ciussi

La Fondazione Abbazia di Rosazzo a Manzano ha proposto, nell’ambito della biennale Arte per credere, la mostra Carlo Ciussi. Geometrie del divenire, a cura di Claudio Cerritelli. Le opere esposte appartengono all’ultimo decennio di attività di Ciussi, quando come scrive Cerritelli “la prospettiva di lavoro si è aperta verso ulteriori campi d’azione, con un arricchimento ancor più denso di partiture cromatiche e di energie luminose che si sprigionano da ogni singolo elemento della composizione totale. Nelle opere più recenti, l’istinto polimorfico si allenta, l’eccesso cromatico si decanta e prevale il rapporto tra due valori luminosi, una base chiarissima da cui si genera una diversa vibrazione cromatica.”.

Venezia

Paolo Patelli, Avviso ai naviganti, 1974, cm.77x94 courtesy Galleria Plurima, Udine

OPEN 14

Il Lido dell’Isola di San Servolo è la cornice che ha ospitato la rassegna OPEN 14 – Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni, evento ideato e curato da Paolo

James Brown, My future III, Eclipse, 2010 tecnica mista su carta intelata, cm.64,5x58,5 courtesy Studio Raffaelli, Trento

Puni, Openings, courtesy l’artista Marc Quinn, The Chromatic Archeology of Desire, 2008, courtesy l’artista

Paolo Patelli

Si è tenuta alla galleria Plurima una mostra personale di Paolo Patelli con opere dal 1960 al 2011. Pittore per antonomasia, l’artista istriano espone fin dagli anni ’50 sempre sottraendosi ai modelli ripetitivi, per essere libero di trovare autenticità e qualità nel cambiamento. Imperativo: cercare la diversità per essere unico. OTTOBRE/DICEMBRE 2011 | 237

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attività espositive De Grandis, co-curato da Carlotta Scarpa e organizzato da Arte Communications. OPEN come punto d’osservazione mobile aperto alla contemporaneità, su quei territori che slittano e si sovrappongono generando inediti immaginari. Le opere, nate in contesti assolutamente differenti, sono state esposte lungo i viali e negli spazi aperti svelando la necessità di sondare liberamente i linguaggi, attraversare i codici con puri atti di coraggio. Trenta gli artisti presenti: Alfred Milot Mirashi, Ronni Ahmmed, Feng Feng, He Gong, Ma Han, Otto Fischer, Marc Quinn, Marios Eleftheriadis, Maria Kompatsiari, Mahdiyar Arab (scultore iraniano di soli 7 anni!), Alex Angi, Antonella Barina, Casagrande & Recalcati, Stefano Devoti, Marina Gavazzi, Puni, Shendra Stucki, Tarshito, Marco Veronese, Marilena Vita, Filippo Zuriato, Martin, Emilian Balint.

Flora Hitzing

La Galleria Traghetto ha proposto In principio è l’arte, personale di Flora Hitzing, giovane artista tedesca, allieva di Tony Cragg. La mostra, organizzata in collaborazione con la Heinz Holtmann Galerie di Colonia, si compone di sculture in gesso, macro rappresentazioni plastiche che rimandano a forme organiche ancestrali, e una serie di acquerelli, macchie informi rosso annacquato che aiutano lo spettatore a coniugare l’origine biologica del pensiero dell’artista con il risultato cosmologico delle sculture. Flora Hitzing, Leibesinsel, 2011, gesso, cm.154x92x44, courtesy Galleria Traghetto, Venezia

Yuri Ancarani

Il videoartista Yuri Ancarani, dopo l’esperienza dello scorso anno con il premiato film Il Capo, è tornato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia inserito in Orizzonti, la sezione che testimonia le ultime tendenze del linguaggio cinematografico, con il film Piattaforma Luna, racconto in cui vita reale e dimensione onirica si rincorrono e incrociano continuamente, in un rapporto dialogico di sovrapposizioni e contrasti. Un film di fantascienza che nasce da un viaggio reale e sentimentale, realizzato attraverso una esperienza di vita condivisa con un gruppo di sei sommozzatori specializzati in lavorazioni a grande profondità. La produzione è di Maurizio Cattelan, mentre la distribuzione internazionale è affidata alla Galleria ZERO di Milano. Yuri Ancarani, Piattaforma Luna, 2011, 25’, locandina, courtesy l’artista, Maurizio Cattelan, Galleria ZERO, Milano

Omar, Michelangelo e Massimiliano Galliani

Il Giardino storico di Palazzo Soranzo Cappello ha visto lo svolgimento di Acqua in bocca, esposizione che ha avuto come protagonisti tre artisti di generazione, formazione ed espressione diverse, con lo stesso cognome e carisma genetico: Omar Galliani, Michelangelo Galliani, Massimiliano Galliani. Con la curatela di Flavio Arensi, una famiglia d’artisti a confronto, con opere che spaziano dal disegno monumentale alle sculture ambientali fino all’installazione, in un contesto straordinario nel centro di una Venezia ignota: Omar ha proposto un’installazione nel tempio neoclassico

Massimiliano Galliani, Liberté, Egallité, Fraternité courtesy l’artista

Enrico Castellani, 1974, foto di Plinio De Martiis Cy Twombly sul Lago di Bolsena, 1972, foto di Plinio De Martiis

del Giardino con tre grandi opere mai esposte in Italia, appartenenti al ciclo dei Disegni Siamesi; Michelangelo ha presentato 8 opere recenti ispirate a una dimensione onirica e al contempo naturale; Massimiliano un’installazione di matrice politica dal titolo Liberté, égalité, fraternité che si rifà agli attuali disordini in Libia e ai motivi dell’invasione per rovesciare il regime di Gheddafi. Viterbo

Gli anni di Plinio De Martiis

Alle scuderie di Palazzo Cozza Caposavi a Bolsena si è svolta la mostra Gli anni di Plinio De Martiis. Rentica, testimonianza di una generazione, incentrata sull’esperienza della Galleria La Tartaruga di De Martiis e di sua moglie Ninnì Pirandello, fondata a Roma nel ‘54, luogo determinante per il rinnovamento artistico del dopoguerra italiano, nonché dell’ambiente che si creò nel casale di Rentica, sulle colline del lago di Bolsena, dove De Martiis abitò per anni e che, insieme a Giorgio Franchetti, trasformò in luogo di lavoro e d’incontro per almeno due generazioni di artisti. L’esposizione vuole raccontare, attraverso una selezione di foto realizzate da De Martiis stesso, il legame vissuto quando il casale era frequentato da artisti come Castellani, Ceroli, Festa, Tacchi, Twombly, Rauschenberg, de Dominicis, Burri, Paolini, Ontani, Prini, Rotella, de Kooning, Greve, Pistoi, Amelio, Schifano, Castelli e Kounellis.

Giulio Telarico

Il Pantheon Royal Suite è un nuovo spazio espositivo, nel cuore di Roma, che ha avviato l’attività con una mostra di Giulio Telarico, che è la prima di un ciclo di interventi dal titolo “Arte con vista” realizzati con la collaborazione della Fondazione VOLUME! L’intento è quello di ospitare interventi artistici in grado di modificare la percezione degli ambienti e caratterizzarne, per alcuni mesi, l’identità estetica, riuscendo a fare respirare la suggestiva storia di una città sospesa tra passato e presente. Giulio Telarico ha dato vita ad un mondo di segni e colori che precisano lo spazio e lo definiscono senza stravolgerlo. Un percorso in una dimensione fantastica fatta di armoniosi rapporti tra luci e ombre, di misteriose impronte e simboli evocativi. Un’avventura “filosofica“ attraversata da immagini, dove la decorazione è solo il pretesto per sviluppare una meditazione sul segno, sul gesto, sul colore e sulle forme. Nel maggio scorso l’artista ha allestito negli spazi della Fondazione VOLUME! Office (via S. Maria dell’Anima) una mostra dal titolo “Sempre e comunque bianco” con lavori accomunati da una scelta monocroma rigorosa dove lievi immagini e segni affiorano come ombre per dar vita a Giulio Telarico, Arte con vista, panoramiche dell’allestimento, courtesy Pantheon Royal Suite, Roma un universo onirico, misterioso e affascinante. (LS) In basso a sinistra: Senza titolo, 2009, tecnica mista, cm.140x80x6, Pantheon Royal Suite, Roma

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documentazione nel comitato curatoriale, come Rachael Barrett e Anne Maier, e ha raccolto oltre 40 prestigiosi espositori internazionali, che ne hanno fatto la più ampia rassegna d’arte contemporanea dell’Est europeo.

Beatriz Milhazes, Spring love, 2010 courtesy Galerie Max Hetzler, Berlino

BERLINO

Beatriz Milhazes

Alla Galerie Max Hetzler si è tenuta una personale di Beatriz Milhazes in cui l’artista ha presentato quattro grandi dipinti e un mobile. Le tele monumentali, variazioni sul tema delle quattro stagioni caratterizzate da motivi floreali ornamentali e forme geometriche, sono sintomatiche dell’opera dell’artista brasiliana, influenzata dalla tecnica del collage, dal clima dei tropici e da ritmi e colori esuberanti. ISTANBUL

Istambul Biennial

La 12a Biennale di Istanbul, dal “titolo” Untitled, ha esplorato la relazione tra arte e politica focalizzandosi su opere che fossero sia innovative formalmente, che schiette politicamente. La sede di questa edizione, organizzata dalla Istanbul Foundation for Culture and Arts, è stata realizzate dallo studio di architettura di Ryue Nishizawa nell’area delle linee marittime nel quartiere di Tophane. Come punto di partenza curatoriale, Jens Hoffmann e Adriano Pedrosa hanno scelto il lavoro dell’artista cubano/americano Felix Gonzalez-Torres (1957–1996), preso ad esempio di pratica artistica esplicitamente politica ed esteticamente progressista. Attorno a cinque esposizioni collettive, gravitavano ben cinquanta personali. Queste le collettive: Untitled (Abstraction) con lavori che sovvertono la pura astrazione incorporando temi politici e “corporei”; Untitled (Ross), omaggio a Ross Laycock (amante di Gonzalez-Torres che appare in diversi titoli di sue opere) per esplorare temi come l’amore omosessuale, la famiglia, l’identità, il desiderio e la perdita; Untitled (Passport), incentrata su temi come l’identità nazionale, l’attraversamento dei confini, l’emigrazione economica e l’alienazione culturale; Untitled (History), focalizzata sulla scrittura della Storia e sulle letture alternative della stessa; Untitled (Death by Gun), riflessione sulla diffusione mondiale della violenza per mezzo di armi da fuoco, sul ruolo della pistola, dell’assassino e della vittima. LONDRA

Michelangelo Pistoletto

Importante mostra di Michelangelo Pistoletto alla Simon Lee Gallery fino al 29 ottobre. Con il titolo Lavoro è stato proposto un corpus di opere in cui l’artista evidenzia e analizza il mondo delle costruzioni: non lo scintillante “prodotto finito”, ma il processo meccanico della costruzione stessa, i lavoratori invisibili, le gru, la polvere e le macerie. Una visuale su questo mondo con composizioni minuziosamente calibrate e impresse sull’acciaio ad assumere una presenza scultorea potente e poetica.

Andy Warhol, Brigitte Bardot, 1974 acrilico, inchiostro serigrafico e matita su lino, cm.120x120 courtesy Gagosian Gallery, Londra, photo Mike Bruce

Andy Warhol

Nella sua sede londinese, la Gagosian Gallery ha proposto la mostra Warhol: Bardot. Nei ritratti di BB esposti, basati sulla foto segnaletica fatta da Richard Avedon nel 1959, Andy Warhol applica le stesse tecniche formali da lui utilizzate per Marylin Monroe ed Elizabeth Taylor: punto di vista frontale, tavolozza molto contrastata, accento su occhi e labbra. Sono la bellezza carnale e la chioma leonina della Bardot, a questo punto, a riempire e dominare le tele.

Luigi Ghirri

Alla Mummery+Schnelle Gallery, eccezionale esposizione di opere di Luigi Ghirri a cura di Elena Re. Nell’importante serie Paesaggio Italiano, da cui provengono molte delle opere in mostra, Ghirri ha cercato di evocare un particolare “senso di luogo”, la percezione del paesaggio piuttosto che la sua mera descrizione. Ad arricchire l’esposizione anche lavori dalle serie Atelier di Giorgio Morandi, Architetture di Aldo Rossi, Versailles e Il Palazzo dell’arte.

Luigi Ghirri, Capri, dalla serie Paesaggio italiano, 1981, stampa, cm.5,7x8,5, Fondo di Luigi Ghirri, courtesy Mummery+Schnelle, Londra

Leonid Tiškov, Krokin Galllery, Moscow, Russia

PARIGI

Enrico Castellani

Da Tornabuoni Art, fino al 17 dicembre, retrospettiva dedicata a Enrico Castellani attraverso 45 opere storiche, a cura di Bernard Blisténe. Le sue monocromie, rese dinamiche attraverso l’azione di elementi disturbanti posizionati dietro la tela distesa, creano un singolare gioco di luci e ombre.

Enrico Castellani, Dittico-rosso, 1963/’64 courtesy Tornabuoni Art, Parigi

MOSCA

MONACO di BAVIERA

Il principale evento nel calendario dell’arte contemporanea russa, la 15° Fiera Internazionale Art Moscow si è tenuta nel mese di settembre in una nuova sede, alla Casa Centrale degli Artisti. L’evento si è avvalso quest’anno di un prestigioso parterre di esperti

La Galerie Thomas ha presentato nei suoi spazi i lavori più recenti di Peter Halley, opere che sono come luce esse stesse grazie a pitture acriliche e vernici industriali fluorescenti. L’artista, che prosegue il gioco con la permutazione dei soliti elementi modulari che caratterizzano da anni il suo lavoro, ha anche creato per l’occasione una speciale installazione muraria digitale.

Art Moscow

Roy Arden, Biro, 2010, tecnica mista su carta, cm.30x48, courtesy Brancolini Grimaldi, Londra

Peter Halley

Peter Halley, Three prisons Day-glo acrilico metallico e perlaceo, Roll-a-Tex su tela courtesy Galerie Thomas Modern, Monaco di Baviera

Roy Arden

La galleria Brancolini Grimaldi ha ospitato la prima personale londinese di Roy Arden, uno dei più importanti artisti canadesi noto ai più per il suo lavoro fotografico con cui, a partire dagli anni ’90, ha descritto il cambiamento del paesaggio urbano di Vancouver. The Homosexual Who Wrecked an Empire è definibile una Wunderkammer di nuovi lavori di ogni genere e linguaggio: collage, disegni, dipinti, sculture e video. Per dare vita alle sue opere, Arden ha “rovistato nella spazzatura della storia” alla ricerca di immagini che rivelassero qualcosa sul come e sul perché si sia arrivati alla grave situazione del presente. Michelangelo Pistoletto, Lavoro, veduta dell’allestimento, courtesy l’artista e Simon Lee Gallery, Londra

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Arte contemporanea e restauro A cura di Maria Letizia Paiato e intenzioni che sostengono la neL cessità di uno spazio dedicato al restauro, in particolare alle opere d’ar-

te del contemporaneo, si giustificano in virtù del fatto, come più volte sottolineato nelle precedenti pubblicazioni, che queste richiedono, sia da parte di chi ne fruisce sia di chi vi è direttamente coinvolto per mestiere, uno sforzo maggiore di analisi e di comprensione. Per meglio addentrarsi e comprendere l’argomento, in questo numero la parola a Ferruccio Carlo Petrucci, docente di Metodi Fisici per l’Archeologia e per l’Arte nel Corso di Laurea in Tecnologie per i Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Ferrara. Entrato nel 1983 come ricercatore, ha partecipato a vari esperimenti di Fisica delle Alte Energie, presso laboratori nazionali ed internazionali. Ha collaborato alla costruzione di rivelatori di particelle cariche e neutre ed ha pure collaborato all’analisi numerica dei dati provenienti dai rivelatori, nonchè alla loro gestione durante le fasi di presa dati. Si è anche dedicato alla realizzazione di sottosistemi di servizio per gli esperimenti, utilizzando diverse tecnologie. Tra gli altri, ha progettato e realizzato il sistema optoelettronico di controllo di qualità per la costruzione degli elettrodi del calorimetro elettromagnetico a krypton liquido attualmente in funzione al CERN. Dal 2011, sempre presso lo stesso ateneo, promuove e coordina il curriculum didattico di Diagnostica e Conservazione di Opere d’Arte con particolare attenzione all’ambito del contemporaneo. In particolare, la sua attività in questo settore si è orientata allo sviluppo di tecnologie innovative di diagnostica per immagini di opere d’arte; tra queste: l’acquisizione immagini multispettrali per la conservazione di opere d’Arte Contemporanea; la Riflettografia infrarossa a banda spettrale estesa; la radiografia differenziale ad assorbimento K. F.C.P: Si è svolto a Ferrara, dal 1 al 4 Marzo scorsi, il Convegno “La Scienza per l’Arte Contemporanea” promosso dall’Associazione Italiana di Archeometria e organizzato con la collaborazione dell’Università di Ferrara, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e il Laboratorio TekneHub, Tecnopolo di Ferrara. Prendo spunto da questo Convegno, che G.Soavi, Mano 2003

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D.Riva, particolare scollamento vernici e rottura elementi in ferro

ho contribuito ad organizzare, per aprire la discussione – che spero continuerà su queste pagine – sulle applicazioni delle discipline scientifiche all’Arte Contemporanea. Come piccola schermaglia di apertura, elencherò anzitutto le difficoltà che la comunità scientifica incontra negli interventi in questo settore e che è opportuno tenere ben presenti. Mentre le diagnostiche scientifiche sono ormai ben accettate, anzi routinarie, per il restauro e lo studio di opere di qualche secolo fa, chi propone anche una semplice radiografia a un’opera contemporanea si sente opporre numerosi dubbi, come se si sprecassero tempo e risorse. Non posso negare che molte tecniche scientifiche siano armi spuntate di fronte al contemporaneo. Prima di tutto: le datazioni. Man mano che ci si avvicina all’oggi, diviene sempre piu’ difficile ottenere dai materiali impiegati nell’opera una data utile alle esigenze del collezionista, o dello studioso. Sapere che la cottura di una ceramica è stata eseguita “nel Novecento” ripaga ben poco del costo della datazione! Poi: le analisi chimiche. Da sempre richieste per qualificare esaurientemente tutti i materiali di uno strato pittorico, ma da sempre tenute per ultime, perchè richiedevano diversi prelievi. Oggi hanno mantenuto la loro caratteristica invasività, ma purtroppo non sono sempre in grado – nell’immensa varietà dei materiali di sintesi – di identificare il pigmento, il legante, il polimero, a meno di non sapere in partenza cosa cercare. Persino le esigenze di conservazione non vengono in aiuto: a che serve conoscere la composizione della gomma di un palloncino, se non potro’ far nulla per impedirne il degrado? La necessità di un restauro, poi, suscita l’immediata diffidenza sulla progressiva perdita di valore dell’opera e controversi pareri: riutilizzare gli stessi materiali? sostituirli con altri? restauro mimetico? riaffidamento all’artista vivente? Il Convegno di Ferrara non ha ovviamente risolto questi problemi, ma ha chiarito un punto fra tutti: quale sia la fase storica che, dal punto di vista delle applicazioni scientifiche, stiamo in questo momento attraversando. La comunità scientifica sta mettendo a punto strumenti e tecniche per dare alla conservazione dell’Arte Contemporanea le risposte che chiede. E le potenzialità intraviste sono sorprendentemente ampie, paragonabili alla varietà dei quesiti posti. Mi servirò di un semplice parallelo: dalla prima radiografia al sistematico impiego diagnostico dei raggi X in medicina passarono circa due decenni. L’affermazione della radiografia nella diagnostica arti-

stica ha atteso quasi un cinquantennio. Occorreva – al di là del singolo esaltante ritrovamento di pentimenti e di ridipinture – raccogliere un’ampia statistica di immagini, confrontarle, affinare la lettura dei dettagli, comprendere il significato dei dati raccolti. La Diagnostica Scientifica nei confronti dell’Arte Contemporanea si trova precisamente in quel periodo di messa a punto, già costellato di numerose applicazioni e successi. Scendendo nel concreto, la ricerca applicata all’arte di oggi si sviluppa su numerosi piani: alle tecniche già usate si affiancano nuove metodiche per analisi chimiche e fisiche, si diffondono le strumentazioni portatili per misure in situ, per il rilievo di immagini tridimensionali e il loro confronto, per la raccolta di informazioni da immagini digitali. Si sta scoprendo la possibilità di datare i materiali artistici in base alla loro composizione: ogni composto introdotto sul mercato ha infatti una data, quella della brevettazione. Si tratta naturalmente di una datazione indiretta e post quem, ma molto precisa (margine di incertezza entro un anno) e utile per smascherare anacronismi pittorici. Anche tecniche di datazione usate dagli archeologi stanno guadagnandosi uno spazio inedito: abbiamo visto le prime calibrazioni del metodo del Radiocarbonio intese a datare tele e carte dell’ultimo cinquantennio, con accuratezza di 3-4 anni. Le pratiche di restauro sono impostate da tempo sul criterio della minima invasività: per il contemporaneo la vera manutenzione è vitale, se si vuole aver la speranza di prevenire trasformazioni irreversibili di forma, colore, tessitura superficiale. Infatti abbiamo visto casi in cui il degrado pittorico – dalla screpolatura al distacco alla perdita – non sarebbe stato irreversibile, se anticipato con semplici interventi sulla illuminazione e sulla tensione del supporto. Più in generale, lo sviluppo della Teoria del Restauro, nelle sue applicazioni ai manufatti e alle installazioni di oggi rimane sempre più in contatto con la disponibilità di nuove tecnologie per indagare i materiali, prevederne le alterazioni, documentare gli interventi. Concludendo questa imperfetta sintesi degli oltre 60 lavori presentati in forma orale e poster nel Convegno, si è ricavata l’impressione di una attività multidisciplinare, con elevata specializzazione, nell’intento comune di adattare le tecnologie di oggi alle esigenze dell’Arte di oggi. Per conoscere, conservare, restaurare.

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osservatorio critico INTERVISTE

Sergio Zanni, particolare del gabbiano rotto

n caso in provincia: Viale dell’arte U n°14 Questa rubrica oltre ad approfondire at-

traverso la parola degli esperti i difficili problemi che ruotano intorno al restauro di opere del contemporaneo, ritengo debba anche essere uno spazio dove segnalare casi meno conosciuti e che necessitano e meritano un interessamento. Rimanendo in territorio ferrarese, voglio qui raccontare di un intervento di arte pubblica che mi coinvolge personalmente in quanto all’epoca della progettazione ero direttamente coinvolta in qualità di assistente al curatore. Si tratta di un’ operazione realizzata per il comune di Migliarino a Ferrara nel 2003; fortemente voluta dall’amministrazione al fine di valorizzare un’area che da li a poco sarebbe dovuta diventare l’epicenMigliarino (Ferrara), viale dell’Arte 14

M.Sacchi, Uovo in ferro e 100 lingue, 2003

tro dell’aggregazione giovanile locale. Viale dell’arte n° 14; così il nome dato a quello che in effetti si presenta come un viale disseminato di opere d’arte; si sviluppa sui lati esterni e di ingresso del centro polifunzionale giovanile, costeggiato da un tratto di pista ciclabile. Le opere, 14 in tutto, sono state realizzate da alcuni tra i più importanti artisti appartenenti per origine al territorio locale, la cui opera è riconosciuta e valorizzata anche e soprattutto a livello internazionale; tra questi: Gianni Guidi, Sergio Zanni, Marco Pellizzola, Riccardo Biavati. Inoltre, con coraggiosa scelta da parte del curatore Gilberto Pellizzola, è stata data l’opportunità a giovani artisti del territorio di realizzare la propria opera permanente accanto a quelle dei propri maestri. Come evidenziato nell’intervento di Carlo

Ferrucci Petrucci, la ricerca e la conseguente consapevolezza a priori di possibili problematiche relative alla conservazione di opere d’arte contemporanee; è per l’appunto molto recente. Oggi si è iniziato a capire che molti problemi derivano dalle scarsissime conoscenze circa i materiali di utilizzo, materiali di cui difficilmente è dato sapere sulla loro tenuta nel tempo. Gli stessi esperti confessano non poco imbarazzo circa la formulazione di possibili interventi. Pertanto, mi preme sottolineare che circa dieci anni fa sicuramente non vi era da parte degli addetti ai lavori una preoccupazione sul deterioramento delle opere poiché probabilmente era visto come un problema lontano nel tempo. Una serie di errori di valutazione hanno portato questo splendido intervento nel cuore di un paesino di provincia del delta del Po, unico e raro nel suo genere, ad essere oggi, con mio estremo rammarico, un insieme di elementi deteriorati, deturpati, lasciati all’incuria del tempo, privati di manutenzione, un insieme di cose che tutto hanno a che vedere tranne che con il sembrare un intervento di arte pubblica. Gli errori di valutazione di cui parlo vanno innanzi tutto riferiti al non aver considerato in modo sostanziale il fatto che le opere andassero collocate all’esterno. Gli agenti atmosferici hanno inciso in modo determinante e attualmente lo stato di avanzamento del degrado si fa sempre più progressivo. Altro fattore è certamente stato quello di non aver fatto maggiori pressioni agli artisti affinché valutassero il proprio operato in considerazione di quanto detto; quindi la più opportuna scelta dei materiali, a ciò si aggiunge la mancanza di una figura professionale che affiancasse quella del curatore e non da ultimo la fretta di un’amministrazione volenterosa di avere il proprio cimelio cittadino di cui elogiarsi. I casi più gravi riguardano lo scollamento di talune vernici, la formazione di ruggine su diversi elementi in ferro, lo sgretolamento di alcuni elementi realizzati in gesso, la rottura di altri in terracotta; certi sostegni poco idonei. Tuttavia, nessuna critica nei confronti di chi ha diretto i lavori, lavori in cui ripeto io stessa ero coinvolta e che ho seguito nel dettaglio; ma una proposta di intervento repentino, alla luce anche delle conoscenze acquisite sul restauro del contemporaneo, affinché la piccola comunità di Migliarino, ma l’Italia in generale possa tornare a fruire di un qualcosa che contribuisce, sebbene nel piccolo ad arricchire queello straordinario patrimonio culturale che caratterizza diversamente che dal resto d’ Europa il nostro paese. Sono certa non mancherà la buona volontà, resterà tuttavia da chiedersi in tempi bui come questi dove trovare il denaro? Intanto però la stessa Università di Ferrara e gli esperti coinvolti finora potrebbero far luce su una possibile strada da perseguire.

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Oltre la post-modernità e l’illusione dell’autenticità di Gabriele Perretta

L

a postmodernità potrebbe o vorrebbe essere ricordata come la stagione dell’approdo ad un crescente, quanto insolito, vitalismo. La misura del soggettivismo è concretamente germogliata, ha dilatato la propria ambizione, ha potenziato le proprie suppliche, grazie a ciò che fu definito evoluzione storica dell’ambito dell’esperienza e dell’orizzonte delle aspettative. Questo fenomeno chiama in causa un meccanismo di sviluppo, che nei secoli i filosofi hanno identificato come “istanza espansiva”, o “identificazione e sublimazione”. Resta il fatto che, col trascorrere della Storia l’Io ipotetico ha rilanciato se stesso oltre ogni limite, verso un’inusitata riformulazione del concetto di bene supremo. Ricordando Nietzsche, l’unica possibilità di mantenere un senso al concetto di ‘Dio’ starebbe nella Maximalzustand . Tuttavia, tale concepimento, proprio alla luce degli esperimenti sull’acceleratore di particelle al CERN, sta svelandosi come un compito impervio, che si trova a dover affrontare all’interno dell’etica una tipologia di problemi equiparabili ai teoremi d’incompletezza e principi d’indeterminazione che hanno tempestato l’hard sciences del ‘900. L’incertezza è divenuta immanente al punto da determinare l’insuccesso di qualsivoglia criterio di buonsenso o di arte. Ne deriva che,

l’odierno tentativo d’un nuovo equilibrio estetico si vede costretto a coesistere con l’incredulità e il qualunquismo di un inedito prototipo di liberalismo e di relativismo, costringendoci a procedere ancora una volta per condizioni culturali disseminate. Il postmoderno, confusa epoca del frammento, trova qui una delle sue vitali cagioni. Inoltre, nel regime attuale di risorse consumate, e in presenza di paradigmi etici incompatibili, l’attitudine postmodernista appare ancora come l’insistente scoglio contro l’impossibilità metanarrativa (criticata da Lyotard nel ‘79), o come la testardaggine a riprendere la sfida verso i grandi sistemi interpretativi, o la posizione verso un progetto forte che vorrebbe la dichiarazione di grandi verità contro eterogenee concezioni settoriali, spesso utili solo da un punto di vista pragmatico. Insomma, c’è chi sostiene che il post-moderno si contrapponeva all’idea di manipolazione e alla riduzione dell’umanesimo produttivo come prerogativa di dominio, chi afferma che è stato un contesto culturale nel quale si poteva agire per ostacolare una visione del mondo ridotta a mercato e chi al contrario l’ha letto come una predominante estrema dell’apologia di mercato. Il post-moderno diviene d’uso comune dopo il rapporto di Lyotard del 1979, ma se ne rintracciano le premesse fin dalla seconda metà del ‘700. Un segno di intesa forte lo troviamo in Habermas, che criticamente lo riprende nel suo diagramma di analisi del Spatkapitalismus del 1973. Ma, nel discorso filosofico della modernità (del 1985), rielaborando la tradizione francofortese, Habermas attacca i post-modernisti proteggendo la rinarrazione critica (medesima) della modernità. Il postmoderno è dunque un criterio di osservazione della realtà, che si apre alle differenze, a tutto ciò che non è più riconducibile ad un unico elemento legittimante. La scienza, nota Lyotard, perde la sua supposta unità nel momento 96 -

in cui la si assume come unica fonte di conoscenza. D’altronde la stessa scienza genera al suo interno discipline e sub-discipline, cosicché l’obiettivo di mantenerle tutte nell’ambito di una visione unitaria e coerente è sempre più difficile. Gli scienziati possono avanzare solo delle opinioni, non affermazioni definitive in grado di rispecchiare l’unica verità. In una società che è dominata da una realtà “elettronica”, da tecnologie della comunicazione sempre più pervasive ed ambigue, la nostra situazione, sostiene Baudrillard, può essere paragonata ad una “iperrealtà”. Ciò è dovuto alla totale mancanza di distinzione tra gli oggetti e le loro rappresentazioni, come avviene appunto nel mondo dei media: i segni perdono contatto con il significato delle cose.

I media elettronici presagiscono un mondo di puri simulacri, di modelli, di codici e di immagini artificiali, che sono diventati il “vero”, assottigliando ed erodendo ogni distinzione tra il mondo “reale” e quello dell’immagine, distruggendo l’orizzonte significante. I “fatti”, compresa l’esecuzione dell’opera d’arte, per Baudrillard, sono stati integrati dalla simulazione generalizzata. In antitesi con Adorno, che sostenne l’omogeneizzazione della società attraverso i mass media, i teorici della medialità post-moderna sostengono invece che la radio, la televisione, i giornali sono divenuti i principali artefici della diffusione di visioni del mondo pluraliste, una concezione in netto contrasto con il tema del Grande Fratello Orwelliano. Negli ultimi trent’anni, quasi ogni ambito della cultura ha subito la seduzione rada e discreta dei post. Data la complessità delle questioni che qui si intrecciano e la letterale sovrapproduzione di materiale (solo una bibliografia ragionata sul postmoderno occuperebbe decine di pagine), appare utile il contributo pubblicato da Edward Docx (in Prospect magazine Distributed by The New York Times Syndicate dell’inizio di sett 2011) che accompagna e anticipa la vernice della mostra al Victoria and Albert Museum intitolata Postmoderno - Stile e sovversione 1970/1990 (inaug. 24 sett. 011). Il consumismo, l’eccesso, il colore, le superfici dall’aspetto artificiale, l’idea di parodia e libertà nel design sono protagonisti della mostra, che espone più di 250 oggetti provenienti dal mondo dell’arte e della progettazione industriale. Un evento imperdibile per scoprire, apprezzare e comprendere le suggestioni di ieri; un approccio estetico ancora attuale che considera il postmodernismo quale melting-pot di stili diversi e interpretazioni che rivisitano il passato. Dopo il successo della mostra realizzata nel 2009 (Cold War 1945-1979), continua la collaborazione tra il Mart e il Victoria and Albert Museum di Londra, con l’esplorazione della nozione lyotardiana in un’esposizione che ripercorre la cultura dagli anni Settanta in poi, attraverso le trasformazioni avvenute prima nell’architettura e nel design, ma anche nel perimetro del cinema, nel mondo della moda e nelle grandi rivoluzioni che coinvolsero la musica e la cultura giovanile. Si dice che già Complexity and Contradictions in Architecture, pubblicato nel 1966, da Robert Venturi che qualche anno più tardi scrive Learning from Las Vegas, proclama l’ineluttabilità di un nuovo manie-

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osservatorio critico INTERVISTE

rismo. Ma da quello che sostiene Docx sull’ultimo numero di Prospect, il 24 settembre più che essere la data inaugurale di una mostra è la spia della fine di un periodo della nostra storia, che in maniera rischiosa delimitammo col post-moderno. Docx, con un piglio molto anglofono, dice che la parola stessa postmodernism irrita e confonde le idee, perché - a differenza di altri movimenti - esso contiene ciò che voleva ribaltare! In effetti Docx dice delle cose un po’ scontate, così come i curatori Adams e Pavitt appaiono un po’ troppo frettolosi nell’impianto espositivo! Il problema non è quello di stabilire se il postmoderno è stato il “tardivo sbocciare di un seme più vecchio, piantato da artisti quali Marcel Duchamp, all’apice del modernismo, tra gli anni Venti e Trenta” o se Warhol e de Kooning si sono concentrati sulla mescolanza, l’opportunità e la ripetizione, ma piuttosto quello di capire quanta profondità e metafisica ritroviamo in Martin Amis e quanta apparenza ed ironia in V. Woolf.

che giunge sino ad una mostra alla Tate del 2009 ed a qualche scarna teorizzazione di Nicolas Bourriaud. Molti di questi studiosi non si sono accorti però della teoria del medialismo e del fatto che essa è emersa nel campo dell’arte alla fine degli anni ’80 accompagnando in maniera emblematica e paradossale i piani inclinati del dibattito sulla funzione e sulla finzione. Oggi alla luce della riattenzione per il realismo andrebbe proprio rivista la questione del lessico dell’originalità nelle filosofie della riproduzione, che il mediale pose in campo prima di ogn’altro movimento. Ma la questione del realismo e dell’autenticità è una sorta di coscienza sporca della sinistra, infatti all’indomani del trionfo a Cannes di Gomorra di Matteo Garrone, risuonova d’improvviso un termine desueto: neorealismo. Adesso che ricordo, in fondo tra le mostre del mediale non è mancato un certo confronto col realismo. Infatti, quando Matteo Garrone non era ancora nella rete delle archistar neorealiste, a Roma avevo organizzato una mostra su Bataille in cui esordivano sia Matteo Garrone che Giulia Piscitelli (1996)! Allora la riflessione su Bataille era un confronto tra realismi e simulacri!

Forse è il caso di uscire dal luogo comune secondo cui il modernismo Ma con l’11 settembre e la catena dei è sempre sinonimo di profonda competenza e il postmodernismo solo devastanti conflitti mondiali che ne è conseguita, la fiction postmodern strategia di consumo. si è sempre più trasformata in L’indicazione che possiamo suggerire a Docx, ricordando lavori come quello di F. Jameson e di D. Harvey, è che lo falsa coscienza, in ilare nichilismo, stesso Nietzsche – ricorda Habermas - ricade nell’autentiin sberleffo compiaciuto di tanto cità e nella norma di vita facendo di Dioniso un personaggio e della “potenza” un ragguaglio di obiettività . Questo pensiero debole e quindi è emerso vuol dire che proprio l’atteggiamento ambiguo, col quale si cerca di fondare la ragione sull’altro, per poi ricadere nella il discorso di Romano Luperini, che ragione stessa, è la fonte dei due atteggiamenti del postmo- nel 2005 denuncia il periodo di totale derno che vanno ancora sindacalizzati. L’uso della ragione per attaccare la ragione stessa (Bataille, Lacan, Foucault, anestetizzazione della vita collettiva, Vattimo), o l’atteggiamento del filosofo circonfuso da un’au- anestesia degli intellettuali che si ra iniziatica (Heidegger, Derrida) è il groviglio intorno a cui già si è mossa la strada postmoderna. La conclusione a cui sono trasformati in intrattenitori. Habermas addiviene, misurandosi coi Postmoderni, è che, se non si vuole precipitare di nuovo nell’oscurità, occorre salvare tanto la modernità quanto la ragione e quindi tanto la prospettiva di analisi dell’in-autentico che quella dell’autentico. Anche perché l’arte sia che appartiene alla linea Picasso e sia se appartiene alla linea Duchamp cosa avrebbe di autentico? La pratica italiana registra fughe, abiure, condanne ortodosse e impegni di cordata! Un filosofo che non disdegna la fiducia a Vattimo è Pier Aldo Rovatti, che durante la polemica scoppiata quest’estate sull’attendibilità del Nuovo Realismo, parla di possibile usura del post-moderno ma di freschezza ed attualità del pensiero debole. Ma ormai non è dello stesso avviso un ex-allievo di Vattimo, Ferraris che in questi giorni si è fatto promotore di un nuovo concretismo, quasi a sfiorare la ripresa dell’autenticità di Docx! Ad aprire il dibattito sul segno dell’autenticità è stato il manifesto del «nuovo realismo» pubblicato da Maurizio Ferraris su «la Repubblica» dell’ 8 agosto. Sulle stesse pagine è uscito poi un dialogo tra Ferraris e Gianni Vattimo, noto fautore del postmoderno, cui il nuovo realismo si contrappone. Sono quindi intervenuti sulla questione - affrontata anche nel recente «Almanacco di filosofia» di «MicroMega», Petar Bojanic e Paolo Flores d’ Arcais. Ma anche Lyotard ebbe a smentire la sua ortodossia postmoderna, così come fece lo stesso Derrida in una conferenza del 1990 sulla difesa del decostruzionismo. In quell’incontro alla Columbia University Derrida ricordò, con forza che il suo modo di praticare la filosofia, non ha niente a che vedere con il postmoderno, ma semmai con la pratica della scrittura decostruzionista. Ma negli ultimi tempi grazie all’apologia dell’autenticità anche Ferraris, esegeta di Derrida in Italia, non sopporta più neanche il decostruzionismo. Qualche anno fa aveva cominciato un critico britannico come Alan Kirby a diffondere la morte del postmodernismo (e l’avvento del suo oltre) coniando il digimodernism, lo pseudomodernism e l’Altermodernism

Detto ciò, secondo Docx, l’epoca dell’autenticità che sta per arrivare dovrebbe essere un processo culturale che si spinge al di là dell’evento, al di là del divertimento del pubblico e dell’animazione! Ma dicendo ciò, Docx ha capito cos’è effettivamente la cultura dell’autentico? È vero, la cultura post-moderna ha gonfiato i saperi e le economie, rendendo tutto mercantilistico! Ma l’autentico non è la speranza di chi ha sempre sognato di possedere un giorno un oggetto autentico? L’arte, dagli anni ’80 in poi, non è servita forse a divulgare la popolarità e la spettacolarità dell’originale, del vero, dell’unico o almeno uno degli esemplari più rari? L’autentico è chi agisce di propria autorità e quindi è un’aspirazione al realismo che giustifica la strategia di potere. Cosa rimane da fare allora al post-moderno? Si tratta di capire se il postmodernismo è davvero l’espressione della logica del capitalismo contemporaneo, o presenta dei tratti di effettiva innovazione mediale? Probabilmente è necessario considerare il postmodernismo sotto differenti angolature. La prima, evidenzia l’importanza del mediale, così come scrivemmo nel 1993, in quanto teso a far emergere e dare spazio alla complessità, alla diversità, alla coesistenza di culture, tradizioni, luoghi, persone, abitudini differenti. È la sua volontà di riconoscere quelli che abbiamo chiamato “altri mondi” e “altre voci”.

L’opposizione alle metanarrazioni, alle metateorie, infatti, mira a considerare le molteplici forme della diversità che emergono dalle differenze di soggettività, sesso, classe, situazione geografica, ecc. Ma questa insistenza OTTOBRE/DICEMBRE 2011 | 237

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sull’aspetto caotico, frammentato, addirittura effimero della realtà pare allontanare qualsiasi possibilità di riflessione concreta del tessuto mediale; finisce per condannare qualsiasi pretesa di validità e di autenticità, esautorando quelle “altri voci” a cui lo stesso medialismo (neo-modernismo critico) voleva dare facoltà di parola o d’immagine. La debolezza del postmodernismo, che sembrava addirittura risolversi in retorica quando con Lyotard afferma che “non può esservi alcuna differenza fra verità, autorità e seduzione retorica; chi ha la lingua più sciolta o la storia più interessante ha il potere”, non può divenire ricchezza dichiarando l’epoca dell’autenticità. Nella prospettiva della critica mediale, allora, il postmodernismo non è solo lo specchio della società capitalistica contemporanea, in quanto ne ricalca l’apparato illusorio, spettacolare e profondamente vacuo, ma è anche insieme alla teoria dell’informazione e allo scenario post-fordista uno dei paradigmi di analisi del mutamento sociale. Le uniche possibilità all’interno di questa situazione sembrano spostarsi al di là del silenzio indifferente, verso la decostruzione definitiva di ogni possibilità di accordo o almeno di discussione su qualsiasi aspetto della vita e della cultura, giungendo a risolvere la complessità della realtà mediale al di là dell’ammasso di significanti, di slogan e di immagini intercambiabili. E se per alcuni la via d’uscita è quella di un’azione limitata e locale, il rischio è quello di cadere nel provincialismo, nell’autoreferenzialità: in un tipo di azione settaria. Se tanto la modernità come la postmodernità si sono confrontate con gli aspetti eterni da un lato, e frammentari e caotici dall’altro, della realtà e dell’uomo è forse importante lasciare aperta la possibilità di un nuovo confronto tra questi due momenti, di un loro nuovo e significativo intreccio. È noto che il diritto di resistenza è elemento fondante del pensiero mediale moderno. Ma il medialismo non è una nozione di democrazia liberale. La sua prospettiva è una democrazia radicale. Meglio: spinozianamente assoluta che ha nella gestione stessa della riproduzione mediale il suo conflitto. È su questo crinale che l’insistenza sulla cesura del postmoderno acquista criticità. La presa di congedo dal pensiero politico della modernità, quanto della postmodernità, ratifica l’affermarsi di un capitalismo che ha trasformato l’attività intellettuale in mezzo di produzione.

Viviamo dunque in un’epoca che vede il capitale come elemento parassitario della cooperazione produttiva sviluppata dalla forzalavoro, dato che il sapere e la riflessività «appartiene» al singolo. La rilevanza del capitale finanziario non è uno «squilibrio temporaneo», ma un fattore qualificante dell’attuale capitalismo. Il capitale perde così le caratteristiche produttive, imprenditoriali e si presenta come elemento usurpatore del lavoro vivo. Il puzzle del moderno o del tardomoderno va così in pezzi e con esso il pensiero politico realista o fictionalista che sia. 98 -

LIBRI&PREMI

RACCONTI ANNI 80 alla quadriennale di ROMA L'occasione fa l'uomo ladro e così a Roma la presentazione del volume di Domenico Guzzi Sul filo della memoria. Spigolature, punti cardinali, edito da Enpals, Editori Laterza, offre lo spunto per chiamare a raccolta storici dell’arte, critici, artisti, galleristi, per parlare e ricordare gli Anni Ottanta. Una conversazione aperta su una stagione vissuta in prima persona dagli interlocutori, trasmesso con “racconti” carichi di ricordi personali, appena entrati nell’alveo della storia. Una lista di nomi noti dell’arte contemporanea, piuttosto cospicua, (da Italo Tomasoni a Fabio Carapezza Guttuso, Bruno Ceccobelli, Laura Cherubini, Enrico Crispolti, Gianni Dessì, Giacinto Di Pietrantonio, Stefano Di Stasio, Giuseppe Gallo, Sergio Lombardo, Pio Monti, Luigi Ontani, Bartolomeo Pietromarchi, Ludovico Pratesi, Giuseppe Salvatori, Guido Strazza, Marco Tirelli, Marco Tonelli, Lorenza Trucchi) ben moderata da Laura Cherubini: un contesto attivo, ricco anche nella presentazione di materiale d’archivio. Qualche grande assente, ma la conversazione procede comunque con spunti interessanti, iniziando dal benvenuto del Presidente della Fondazione della Quadriennale Jas Gawronski, ospite dell’evento, che lancia l’idea di lavorare a una serie di incontri incentrati sull’analisi di periodi caratterizzanti dell’arte dei nostri giorni. Il dibattito è arricchito di spunti di riflessione, partendo da una proposta - so-

stenuta da Giuseppe Salvatori e condivisa da Laura Cherubini - di datazione alternativa dell’analisi del decennio e del suo nodo fondante, (inizio della ricerca artistica al 1976-77 e suo culmine terminale al 1982); all’analisi di Gianni Dessì per una rilevanza del passaggio significativo dell’uso del disegno, lontano da un approccio concettuale, sostenuta e caldeggiata da Enrico Crispolti; alla riflessione di Ludovico Pratesi sull’esigenza di estendere l’analisi dell’epoca a una lettura maggiormente storica e critica, italiana e sul piano internazionale, unitamente alla rilettura di tale scenario con maggiore attenzione alla seconda metà degli anni Ottanta. Si è proseguito su nuove ed interessanti proposizioni che hanno rafforzato la memoria di un tempo saldamente condiviso, in particolare a Roma, baricentro dei nuovi movimenti artistici; e come ha detto Luigi Ontani nel suo intervento: “ripensando a quel tempo che è ancora il nostro tempo”. (Ilaria Piccioni) PREMIO CAMERA DEPUTATI Presso la Sala Aldo Moro di Palazzo Montecitorio, conferenza stampa di presentazione del “Premio Camera dei deputati per il Centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia” con interventi di Gino Agnese, Presidente del Comitato scientifico del Premio, Emilio Petrone, Amministratore delegato di Sisal che con Superenalotto è sponsor del Premio. Il Premio è stato indetto dall’Ufficio di Presidenza della Camera per valorizzare il legame tra l’arte e le istituzioni e promuovere l’arte contemporanea ed è rivolto all’autore dell’opera d’arte che avrà meglio illustrato il tema dell’Unità d’Italia. L’opera vincitrice troverà collocazione nella restaurata Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari. Le altre nove opere saranno vendute all’asta e il ricavato andrà a sostegno di una onlus nel settore del recupero del patrimonio artistico operante in Abruzzo. La mostra delle opere, presso la Sala della Lupa dall’8 al 17 novembre.

ERRATA CORRIGE - Andrea Fiore, nostro collaboratore da Milano, ci segnala un errore nel numero 236: l’articolo su Jacob Hashimoto non è “a cura di Ignazio Maria Colonna e Ziao-li” ma è stato da lui stesso. Chiediamo scusa all’autore dell’errore, ma purtroppo capita spesso che i collaboratori nel trasmettere l’e/mail dimenticano di firmare gli articoli. - Nel precedente numero della rivista Segno (#236 - estate 2011), alla pagina 87 compare l’immagine nel riquadro numero 16, corredata da una didascalia sbagliata. La didascalia corretta è: José D’Apice, Illuminata, 2009 - Galleria Fabbrica EOS, Milano. Nella stessa pagina 87 compare nel riquadro numero 18 l’immagine di un’opera dell’artista Andrea Francolino con una altrettanto erronea didascalia. Anche in questo caso la didascalia corretta è: Andrea Francolino, Murder on American Express, 2011 - Galleria Fabbrica EOS, Milano.

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