__MAIN_TEXT__

Page 1


a mio padre, a mia madre, Alexis e Max


LUIGI MENICHELLI


Book

a cura di by Italo Bergantini testi di texts by Valerio Dehò Daniele Fiacco collana book series Romberg Project progetto e realizzazione project planning and production Italo Bergantini coordinamento coordination Maria Cristina Mangiapelo ufficio stampa press office ROMBERG Arte Contemporanea, Latina crediti fotografici photographic credits Simone Bergantini, Torino traduzione translation Paola Romagnolo, Latina Š 2014 ROMBERG Edizioni

Leaves of grass 2012 foglie, smalto e resine su tela cm 70 x 56 x 34

5


Tra Arte e Natura Valerio Dehò “La natura è rivelazione di Dio; l’arte, rivelazione dell’uomo” Henry Wadsworth Longfellow

Ci sono immagini cinematografiche che restano nella memoria e nella mitologia dell’arte, come quella di Vincent Van Gogh che con il cavalletto e la scatola di colori a tracolla va in giro per i campi a cercare un punto giusto per fermarsi e dipingere. “Nei momenti in cui la natura è così bella sento di rivivere in una situazione di terribile lucidità. Non ho più coscienza di me stesso e i quadri nascono come in sogno”, scrisse. La Natura non finirà mai di sorprenderci e di angustiarci. Ne facciamo parte o no? La amiamo o la odiamo perché così diversa da noi, dalle nostre abitudini, dalla nostra quotidianità. Ma ricordiamo anche J.J. Rousseau che scrisse “Le fantasticherie di un passeggiatore solitario”. Nel secolo di Lumi, il filosofo scopre che una volta usciti di casa, difficilmente ci si farà ritorno. L’alternativa è tra la deriva nomade (come la Wanderung dei romantici tedeschi) e la costruzione di una nuova, spesso utopica dimora, come potrebbe essere l’Arte, la creatività. Camminare aiuta a pensare, a riflettere sulla vita e sul senso dell’esistere. Come in Luigi Menichelli, in Rousseau prevale “il sentimento dell’esistenza”, per questo “Le fantasticherie di un passeggiatore solitario” sono un testo fondamentale per la letteratura europea in cui il rapporto uomo-natura viene sviluppato in una chiave che resta attuale che apre ad un’ecologia che sia in primo luogo della mente. Sognare ad occhi aperti, certo, questa è l’iperbole del pensiero e della vita romantica, in bilico tra giorno e notte, tra sogno e realtà, tra piacere e dolore. Ma Menichelli se come uomo soffre in questo suo randonneé in mezzo alla Natura, a raccogliere le memorie vegetali delle sue alterne stagioni, dall’altro ha una patria a cui tornare e questa patria è l’arte. Cerca durevolezza, non a caso riesce a rendere eterni i materiali effimeri che fanno parte del ciclo biologico come le piante, le foglie, gli arbusti. Le raccoglie per portarle dentro la dimensione atemporale dell’arte, le ripara dal tempo, facendole diventare un’opera, la sua. Quindi si tratta da un lato di un processo di appropriazione, e dall’altro si tratta di una restituzione. Il senso che il colore, la materia attribuisce ai reperti vegetali, alle disiecta membra della natura. E’ la testimonianza poetico-psichica di un’operazione alchemica riuscita, una trasmutazione della sofferenza in poesia attraverso una serie di altre trasformazioni esemplari: della passione in pazienza, del disagio in armonia, della lotta in resa, dell’esilio in estasi, dell’odio in conciliazione, della solitudine in grazia e autosufficienza. Menichelli costruisce il luogo dove immanente e trascendente, vita e sogno, come in ogni vera esperienza estatica/estetica,

Leaves of grass 2002 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 109 x 109 x 19

9


confluiscono. In questo modo l’artista che passeggia nel mondo romantico della natura, trova una casa e rende omaggio all’eternità del transeunte. Ma l’artista di oggi in che rapporto vive il suo rapporto con l’en plein air, con lo stare dentro la Natura? Van Gogh che come artista fece la scoperta della luce naturale nel Sud della Francia, lontano dalla sua buia Olanda, osservava lo spirito dell’aria e degli alberi. Lavorava in una sorta di trance, un campo di grano, un gruppo di contadini un corvo sono epifanie dell’Assoluto. Diverso l’en plein air impressionista? Non molto. La scienza non c’entra anche se un compagno di viaggio dell’olandese come Seurat si appella alle leggi del colore e della percezione. Ma sono parentesi. Visione e osservazione sono le due facce di una conoscenza interiore, profondamente empatia, e anche rapida nella sua espressività. Con il novecento duchampiano le cose cambiano perché le regole della rappresentazione non sono più le stesse. Il ready made offre il mondo alla portata dell’artista: il mondo con tutte le sue cose dentro, anche l’aria, l’erba, i fiumi, le montagne. Tutto diventa tremulo, sicuro e instabile, probabilistico e certo nella sua “certezza probabilistica”. Il secolo di W. K. Heisenberg (lo scienziato tedesco che teorizzò il principio d’indeterminazione) e di Duchamp ha reso eterno l’effimero, assoluto il provvisorio e il non certo. L’en plein air panteista e romantico è stato messo in secondo piano, non rifiutato, ma collocato in una sfera privata e individuale.

10


Per Luigi Menichelli le regole della Natura si coniugano alla casualità del definitivo, il naturale diventa un attributo dell’arte in modo diretto ed esplicito. La distinzione tra naturale e artificiale scompare non a favore di una umanizzazione degli elementi naturali, ma di una stabilità della tensione tra il vedere e il fare. “Scultura morta” di Marcel Duchamp del 1959 è esattamente quello che viene evocato da titolo. La natura in stato di decomposizione è quella che conosciamo, rappresentata in modo mimetico, certamente ironico. morte e natura, natura e morte: il gioco sta proprio in questo equilibrio, nel correre lungo il filo del rasoio di far diventare arte, quindi di rubare alla vita, qualcosa che comunque ci appartiene. Potrà mai esistere un “arte naturale” o si tratta di un paradosso, di un ossimoro. Quando interviene l’uomo, la natura si ritira, si fa da parte, cessa di esistere, diventa altro. Del resto l’uomo per parlare di qualcosa ha inventato il linguaggio, che non è naturale, ma serve a raccontare di tutto: l’arte è una parte di questa traduzione e di questo dar voce a chi non ce l’ha: come il campo di grano o i corvi di Van Gogh. Perché parlarne vuol dire portarli dentro il linguaggio, dentro la cultura, sottrarli alla Natura, che sa fare altre cose, ma non queste. Per Luigi Menichelli i suoi accumuli di foglie e piante vengono battezzati dal colore, dallo smalto prima di accumularsi e di sedimentarsi in un processo in cui l’arte imita la natura e la natura ha bisogno dell’arte per assumere una forma sub specie eternitatis. Prima dell’intervento del colore, con catrame e resine l’artista stabilizza i materiali, infine l’intervento


cromatico anima e fissa l’opera. Sono opere in cui l’artista/artefice coglie gli elementi di cui ha bisogno direttamente dalla realtà, rinominandoli, portandoli dentro un’altra e definitiva dimensione. Ma restano sempre quello che sono come le foglie diventano nelle poesie di Walt Whitman “Leaves of grass”. L’artista sollecita l’operazione, ne è il catalizzatore anche se dopo interviene su questa casualità “trovata” per inserirla in una poetica della memoria e del mito. Gli accumuli di foglie assumono i toni di un racconto pop nella energia dei colori o nella stasi olistica dei monocromi. Siamo lontani dal dettato leonardesco: cercare nuvole e cieli nelle macchie che incrostano i muri. La natura viene portata fisicamente dentro l’opera d’arte realizzando la perfetta fusione di Arte e Natura. La manualità unifica in un’estrema sintesi l’en plein air e il ready made, perché tutto è lì e non può più mutare solo con il soffio del vento ma con l’accendersi della passione e della visione. Ogni cosa è fusa in una simbiosi perfetta perché l’artista suggerisce che lo spazio umano è fatto di una creazione unica, che non può essere scissa e inconsapevole. Qui la casualità svanisce, nel senso che il bilanciamento tra l’interno e l’esterno è affidato alla cultura che mette d’accordo il fare con il pensare. Menichelli cerca delle unità di misura e le trova nella natura come tipologia e simbolo. Quindi l’en plein air trova riattualizzazione in uno spostamento di senso definitivo. Ed è chiaro che nella nostra prospettiva i generi tradizionali saltano perché non hanno più senso: pittura, scultura, installazione diventano definizioni chiuse che non raccontano la realtà di questo tipo di arte. Inevitabili sono i richiami ad altre stagioni artistiche. Le opere di Luigi Menichelli richiamano le accumulazioni di Arman perché si tratta di sovrapporre degli strati di oggetti simili che formano così una massa, forte e compatta. Nel caso del francese di tratta di oggetti spesso sezionati, affettati, che spesso hanno a che fare con la pratica dell’arte, mentre nel caso dell’artista romano si tratta appunto di elementi naturali. Sono entrambi dei “pittori che fanno della scultura”. Nelle composizioni dell’italiano si opera senza un progetto cogente, perché gli strati si sommano continuamente e interagiscono con la creatività dell’artista in modo fluido e continuo. Nessuna opera nasce già predefinita, “disegnata” ed esaurita dalla fase progettuale. Nasce invece mentre Menichelli dipinge le foglie e le dispone in una forma spaziale. Al contrario di altre situazioni in questo caso prevale una dimensione plastica. Possiamo dire che la pittura crea una scultura. Sono opere molto duchampiane, in effetti si tratta di ready made rettificati, termine non bellissimo, ma che sta ad indicare una ricerca che parte dal già fatto, da elementi che preesistono e che l’artista modifica in sede compositiva oltre a esercitare la modificazione del colore. L’opera si fa quindi a partire da una condizione data, i singoli elementi sono forme caduc he della natura che normalmente andrebbero distrutte dal tempo. Il dimesso e l’inutile diventano così opera d’arte. L’artista/artefice in questo modo ricicla qualche elemento della realtà per rinominarlo e farlo entrare nella realtà dell’arte, considerata senza tempo, senza relazioni con il semplice accadere. Per questo non si tratta di una poetica del recupero, o perlomeno non è soltanto così. Non si tratta nemmeno di far diventare i rifiuti un qualcosa di artistico, come nel Nouveax réalisme di César, del citato Arman, Christo, etc.

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 124 x 104 x 22

13


Luigi Menichelli partendo da una stagione di astrazione lirica negli anni sessanta ha trovato nella sua maturità un lessico molto contemporaneo e convincente. Ha sottratto la stagionalità, ma anche la semplicità delle “foglie morte” e le ha rese vitali, per sempre. Per questo il termine romanticismo è stato già accennato e ritorna. Le foglie morte, il cambio delle stagioni, il tempo che inesorabilmente scorre, sono coordinate di una temporalità inarrestabile. Forse il miracolo o l’illusione dell’arte sta proprio in questo, nel cercare di fermare il tempo. Il ciclo vitale, la natura sono come gli umani inesorabilmente costretti dalle coordinate spazio temporali. Probabilmente l’arte si sottrae a tutto questo, l’arte ci sopravvive. Dobbiamo credere che sia così, con tutta l’ironia e il disincanto di uomini che hanno passato un secolo breve e difficile e si avviano a viverne un altro. Ma è anche il senso di un essere artisti oggi, cioè in un momento in cui tutto sembra consumato e visto e invece ha solo bisogno di essere rivissuto come se fosse la prima volta.

14

Leaves of grass 2003 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 59 x 50 x 23


16

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 125 x 105 x 23


Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 126 x 106 x 20

17


Between Art and Nature Valerio Dehò “Nature is a revelation of God; Art is a revelation of man” Henry Wadsworth Longfellow

There are cinema images that stick in our memory and in mythology of art, like Vincent Van Gogh wandering around the fields with his easel and his box of colours over his shoulder, looking for a good place to stop and paint. “When nature is so beautiful I feel as if I reliving a situation of terrible lucidity. I am no longer conscious of myself and my paintings come as if in a dream”, he wrote. Nature will never stop surprising us or distressing us. Are we part of it or not? We love it or hate it because it is so different to us, to our habits and our everyday life. But let us also remember J.J. Rousseau who wrote “The reveries of a lone walker”. In the century of enlightenment the philosopher discovers that once we have left home, it is difficult to return. The alternatives lie between nomadic wanderings (like the German romantic’s Wanderung ) and the building of a new, often utopian dwelling, which could be Art, creativity. Walking helps to think, to reflect on life and on the meaning of existence. Just like in Menichelli, in Rousseau “the feeling of existence” prevails, this is why “The reveries of a lone walker” is a fundamental text for European literature where the relationship between man and nature is developed in a key that remains current and opens up to an ecology which is primarily of the mind. Daydreaming, this is undoubtedly the hyperbole of thought and of the romantic way of life, balanced between day and night, between dream and reality, between pleasure and pain. If Menichelli, as a man, suffers in his randonneé in Nature, collecting the vegetal memories of his alternating seasons, on the other hand he has a country to return to and this country is Art. He looks for durability, this is why he manages to make the ephemeral material which are part of the biological cycle, like plants, leaves, and shrubs, seem eternal. He collects them in order to bring them into the timeless dimension of art, he shields them from time, making them into a work of art, his work of art. So on the one hand it is a process of appropriation, on the other it is a restitution. The meaning that colour and materials attribute to the remains of plant life, to the disiecta membra of nature. It is the psychic - poetic testimony of a successful alchemical operation, a transmutation of suffering into poetry through a series of other exemplary transformations: of passion into patience, of discomfort into harmony, of conflict into surrender, of exile into ecstasy, of hate into reconciliation, of loneliness into grace and self-sufficiency. Menichelli creates the place

19


where immanent and transcendent, life and dream converge, as in any real ecstatic/aesthetic experience. In this way the artist who walks in the romantic world of nature, finds a home and pays homage to the eternity of what is transient. But in what way does today’s artist live his relationship with “l’en plein air”, with being inside nature? Van Gogh, who as an artist made the discovery of natural light in the south of France, faraway from his dark Holland, he observed the spirit of the air and of the trees. He worked in a sort of trance, a field of wheat, a group of farmers, a crow, these are all epiphanies of the Absolute. Different to “l’en plein air” of the Impressionists? Not very. Science does not come into it, even if one of the Dutch man’s travelling companions like Seurat appealed to the laws of colour and perception. But these are merely digressions. Vision and observation are the two faces of an interior knowledge, deeply empathic and rapid in its expressiveness. Things change with the coming of the 20 th century and Duchamp because the rules of representation are no longer the same. What is “ready made” brings the world within reach of the artist: the world with all that is in it, including air, grass, rivers and mountains. Everything becomes tremulous, secure and unstable, probable and certain in its “probabilistic certainty”. The century of W.K. Heisenberg (the German scientist who theorized the principle of uncertainty) and of Duchamp have made the ephemeral eternal, the provisional and uncertain absolute. The pantheist and romantic “en plein air” has been put into the background, not refused but placed into a private and individual sphere. For Luigi Menichelli le laws of nature are combined with the randomness of the definitive, what is natural becomes an attribute of art both directly and explicitly. The distinction between natural and artificial disappears not in favour of a humanization of the natural elements but of a stability of the tension between seeing and doing. “Scultura morta” by Marcel Duchamp in 1959 is exactly what is evoked in the title. Nature in a state of decomposition is what we know, represented in a mimetic way, definitely ironic, death and nature, nature and death: the game lies in this balance, walking along the edge of a razor, making it into art, basically stealing from life something which belongs to us. “Can “natural art” ever exist” or is it a paradox, an oxymoron. When man intervenes nature withdraws, it steps aside, it ceases to exist, it becomes something other. After all man invented language to be able to talk about something, it is not natural but it is needed in order to speak about everything: art is part of this translation and of this giving a voice to things that do not have one: like the field of wheat or the crows in Van Gogh. Because speaking about them means bringing them into the language, into our culture, stealing them from Nature, which knows how to do other things but not these. For Luigi Menichelli his accumulations of leaves and plants are baptized by colour, by varnish, before accumulating and becoming sediment in a process where art imitates nature and nature needs art in order to take on a sub specie eternitatis form. Before the intervention of colour the artist establishes the materials with tar and resins, then the chromatic intervention animates and fixes the work of art. They are works of art where the artist/author gathers the elements he needs directly from reality, renames them and takes them into another, definitive

20

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 46 x 46 x 19


dimension. But they still remain what they are, like the leaves in Walt Whitman’s poems “Leaves of grass”. The artist stimulates the operation, he is the catalyst even if he then intervenes in this “found” randomness in order to insert it into a poetic of memory and myth. The accumulations of leaves take on the tones of a pop story in the energy of their colours and in their holistic stasis of monochromes. We are faraway from the leonardian dictate: looking for clouds and sky in the stains which encrust the walls. Nature is physically brought into the work of art creating a perfect fusion between Art and Nature. The craft unites “l’en plein air” and the “ready made” into an extreme synthesis, because everything is there and it cannot be changed anymore by the wind but by the kindling of passion and vision. Everything is fused into a perfect symbiosis because the artist suggests that our human space is made up of one unique creation which cannot be split and oblivious. Randomness vanishes here, in that the balance between the internal and the external is entrusted to the culture which puts doing and thinking into agreement. Menichelli searches for units of measurement and he finds them in nature both as typology and symbol. So “l’en plein air” is re-actualized by a shift in definitive sense. It is clear that in our perspective the traditional genres are lost because they no longer have any sense: painting, sculpture, installations, all become closed definitions which do not recount the reality of this type of art. Reminders of other artistic seasons are inevitable. Luigi Menichelli’s work call to mind Arman’s accumulations because they are superimposed layers of similar objects which form a mass, both strong and compact. In the Frenchman’s case the objects are often dissected, sliced, which are often to do with the practise of art, while in the Roman artist’s case we are looking at natural elements. They are both “painters who make sculptures”. In the Italian’s compositions the work is done without a cogent plan, because the layers are built up continuously and they interact with the creativity of the artist in a fluid and continuous way. No work of art is born predefined, “planned” and exhausted by the planning stage. It is born while Menichelli paints the leaves and places them in a spatial form. In contrast to other situations, in this case a plastic dimension prevails. We can say that painting creates a sculpture. The works are very Duchampian, in fact they are rectified ready made, not a beautiful expression, but one that indicates a project that starts from what is already made, from pre-existing elements which the artist modifies during composition as well as exercising colour change. The work of art is therefore carried out starting from a given condition, the single elements are deciduous forms which come from nature and which are usually destroyed by time. What has been dismissed and what is useless thereby become a work of art. The artist/author therefore recycles certain elements from reality in order to rename them and bring them into the reality of art, which is considered to be timeless, with no relation to what simply happens. This is why it is not a poetic of recovery, or rather, not only. It is not even making rubbish into something artistic, as in Nouveax réalisme by César, by the quoted Arman, Christo, etc. Luigi Menichelli, coming from a season of lyrical abstraction in the sixties, has found, in his

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 46 x 46 x 19

23


maturity, a lexicon that is both contemporary and convincing. He has taken the seasonality, but also the simplicity, of “dead leaves� and has made them vital, eternal. This is why the term romanticism has already been mentioned and then returns. The dead leaves, the change of seasons, time which passes inexorably, these are the coordinates of an unstoppable temporality. Maybe this is the miracle or illusion of art, trying to stop time. The life cycle and nature are like human beings inexorably confined by the coordinates of time and space. Art is probably removed from all of this, art outlives us. We have to believe this is so, with all of the irony and disenchantment of men who have been through a short and difficult century and set off to live through another. But it is also the sense of being an artist today, at a time when everything seems worn out and already seen whereas it just needs to be relived as if it were the first time.

24

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 105 x 77 x 39


28

Leaves of grass 1996 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 105 x 105 x 15


30

Leaves of grass 2012 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 120 x 60 x 22


Mai nulla s'annulla

1

Daniele Fiacco

Latina - Roma, luglio 2013

Ci sarà pure, nel vuoto di fronte a me, una piccola scorticatura di muro in cui fermarmi: il punto esatto in cui l’opera pizzicherà le corde del mondo, anche fuori da questa stanza; il punto esatto in cui ciò che c’è intorno non smetterà di pizzicare le corde dell’opera. Chi per mestiere è solito allestire visioni conosce bene il suo potere di vita e di morte su un’opera da collocare. Ci sarà pure, quindi, un punto perfetto in cui la polpa psichica di chi guarda riuscirà a scavare passaggi nell’arte, per raccontarla. È un dono di Luigi Menichelli quello poggiato a terra, contro questo muro in lotta con l’umidità pontina dalla quale mi separa, e il racconto che fa di se stesso, mentre penso a dove appenderlo, si srotola nella mia testa senza che io intervenga: è un piccolo gioiello di una tale delicatezza, quasi timida, ma anche solenne, e mi permette di scrivere anche delle sue ultime opere. È una tela rettangolare coperta di vernice nera, lucida, il punto perfetto tra materia onirica vetrificata e petrolio. A seconda della luce puoi vederci il buio più immateriale o le rughe di una pelle sintetica, le bolle d’aria immobilizzatesi poco prima dello scoppio: una superficie, nient’altro che una superficie. Ci sono pezzi di foglie smangiate dipinti di rosso, fili gialli d’erba secca, sassolini di pittura bianca sbriciolata, relitti insignificanti come ne troveresti a centinaia sul pavimento dello studio di un artista che si è appena sfregato le mani per pulirsele: ci sono, questi frantumi, ma quasi scompaiono, c’è quel buio a trattenerli, come se annegassero in una gelatina nera o come se l’ansia di vederli li riportasse a galla, facendogli emettere suoni. «Stai attento a non farteli scappare dalla svista che ti porta altrove e non qui, quella svista che ti porta a cercare nei residui metafore che non ci sono» mi verrebbe da dire a un osservatore pigro che rifiuta l’arte di non rappresentare solo perché non somiglia a quel poco che vorrebbe vederci. Eppure la disposizione di questi frammenti, articolata come solo la disciplina del caso può rendere possibile, apre gli occhi per metterci qualcosa dentro: appaiono le venature, i graffi, il corpo vivo morto dei materiali, e guarda, lì in basso a sinistra, c’è anche un moscerino stecchito in questo esperimento di ecosistema sotto la teca di Plexiglas. Vedi la costellazione perfetta delle cose nel perimetro mentale, e quindi anche fisico, che l’artista estende al mondo esterno per appropriarsene e restituirlo; le cose dicono la loro unicità facendosi linguaggio della materia senza scopo, che si rigenera scrollandosi di dosso i fantasmi del senso metaforico a tutti i costi. È il meccanismo perfetto dell’arte che non sta in una strategia, ma in un approccio totale alla vita. Perché è vero - e il discorso si chiarisce parlando con l’artista - che tutta la sua opera sta lì a dirci che il gioco non è sporco e che non serve a molto prendere la piega di comodo che non nasconde altro che piaghe: da cosa

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 151 x 120 x 13

33


nasce cosa, senza forzare gli eventi, e il senso di questa continuità non ha ritmo se non ha la naturalezza di un respiro. Non potrebbe essere altrimenti nella ricerca di Menichelli, che di opera in opera riduce più che può il confine tra natura e artificio. Pungo col chiodo il muro, ho la sensazione di bucare una carne viva che mi assimila, e al secondo battito del martello penso al giorno in cui sono andato a fargli visita. Le finestre erano aperte, l’estate alitava polvere scura e schiuma di calore; il fotografo si inarcava nella luce come poteva per non tradire gli ultimi lavori, perché fotografarli è un vero grattacapo! Gironzolavo per casa curiosando tra vecchi quadri e pezzi non finiti, mi muovevo nell’odore di vernice leggendo titoli di libri che dicevano qualcosa della curiosità eclettica di questo artista. Dalla finestra entravano i rumori di una Roma intasata, aggressiva, sudicia, e ci ritrovavamo a parlare di Democrazia, dell’economia mafiosa che spolpa il paese, di Roma che non vuole saperne di sprovincializzarsi comportandosi come si deve, da Capitale, mentre ora ripenso a Whitman, di cui non ci siamo dimenticati, e al suggerimento trovato in una poesia che somiglia a ciò di cui io e Menichelli parlavamo senza dircelo:

Non dovrai guardare attraverso gli occhi miei, né ricevere sensazioni per mezzo mio, Percepirai d’ogni parte suoni e li filtrerai attraverso te stesso. 2

Intanto studiavo i pezzi scelti per la sua mostra alla galleria Romberg, sapevo che non ne avrei mai scritto passando per Duchamp, Warhol, Arte Povera e tutte le citazioni di luoghi comuni cari alla pubblicistica d’arte atteggiata a critica che di Menichelli non dicono nulla, a me non dicono nulla; dovevo solo accettare quel movimento che dal punto più piccolo si allarga, si allarga, fino a comprendermi per farsi comprendere, come un buco nel muro con il chiodo a cui un’opera si aggrappa, per risuonare. Decifrando lo svolgimento sia pittorico che scultoreo di questi lavori, di questi giardini, si arriva a un’insofferenza verso i confini compositivi: le foglie si dispongono liberamente nelle loro teche trasparenti smosse da riflessi, come se l’immobilità di ogni singola parte si avvicinasse a una caduta imminente, a uno spostamento irreversibile, bloccando nell’attimo un ordine prossimo a scomporsi. Whitman ritorna, iniettandomi nei pensieri attorno all’opera di Menichelli tutti i movimenti dell’umanità che sboccano nelle parole dei suoi versi lunghi. In quei nastri di pellicola verbale rivedi i corpi saldati alla vita, la terra calpestata, il sudore del sesso, la folla laboriosa ed esaltante dentro ogni individuo. È da quella stessa terra calpestata che le piante traggono nutrimento, facendo delle foglie una forma di passaggio della condizione umana. Se sono cadute, poi, sono anche la memoria di un’assenza, memoria di ciò che dalla terra e dall’aria è stato preso per essere trasformato, per essere perduto, per essere ritrovato, fino a giungere al fantasma fragile della foglia secca che sta per sbriciolarsi. Van Gogh non ritraeva sedie

34

Leaves of grass 2003 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 51 x 66 x 12


vuote e scarpe vecchie, ritraeva assenze, e le cose apparivano per dire quelle assenze, come le foglie abbracciate a piene mani da un artista. Questi sono i significati che traduco dalla ruvidità delle foglie morte, ma è anche quello che non scriverò nel testo: sono solo passaggi mentali, perché per pensare quello che c’è, per evocarlo lasciandolo intatto, devo dire anche quello che non c’è, perché le simbologie sull’umano, in questi lavori di Menichelli, restano in lontananza, su un orizzonte che si spezza non appena l’artista interviene immergendo nel colore le foglie, aggiungendo passaggi nel processo di trasformazione dalla materia organica all’emozione estetica esalata, mettendoci di fronte a foglie alterate, cristallizzate, che sono pura presenza di sé. E mentre guardo il dono di Luigi Menichelli trionfante, finalmente padrone del suo pezzo di muro, ripenso a quello che dovrebbe fare un critico, ovvero dire qualcosa in più, e non dell’opera (che a dire tutto ci pensa da sé), ma delle parole, delle parole che all’opera si accostano.

1

Walt Whitman, « Tutto continua e procede, mai nulla s’annulla » , da Il canto di me stesso, in Foglie d’erba, Einaudi, p.48

2

Walt Whitman, citazione tratta da Il canto di me stesso, in Foglie d’erba, Einaudi, p. 43

Leaves of grass 2004 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 101 x 101 x 16

37


Nothing is ever annihilated

1

Daniele Fiacco

Latina - Roma, luglio 2013

There must be, in the emptiness before me, a small scratch of wall where one can stop: the exact point where the work of Art will pluck at the cords of the world, even outside this room; the exact point where what surrounds it will not stop plucking at the cords of the work of Art. Those who usually set up visions as part of their work are well aware of their power of life or death over the work of Art to be positioned. There must therefore be a perfect point where the psychic pulp of the observer manages to dig tunnels into the art in order to recount it. It is a gift from Luigi Menichelli, the one placed on the floor, against this wall battling against the Pontine humidity from which it separates me, and the story it tells of itself, as I wonder where I can hang it, unravels inside my head without my intervention: it is a tiny jewel of such delicacy, almost shy, but also solemn, and it allows me to write about his latest work. It is a rectangular canvas covered in black glossy paint, the perfect point between vitrified oneiric matter and oil. Depending on the light one can see the most immaterial darkness in it, or the wrinkles of a synthetic skin, air bubbles immobilised just before exploding: a surface, nothing more than a surface. There are eaten away pieces of leaves painted red, yellow threads of dry grass, crumbled up pebbles of white paint, insignificant relics as one can find hundreds of on the studio floor of an artist who has just wiped his hands clean: these fragments are there, but they almost disappear, that darkness holds them back, as if they were drowning in black jelly or as if the anxiety to see them brought them to the surface, making them emit sounds. ÂŤBe careful not to let them escape because of the oversight which takes you somewhere else and not here, that oversight which leads you to look for inexistent metaphors in the residuesÂť is what I would like to say to a lazy observer who refuses the art of not representing merely because it does not resemble the little he would like to see in it. Yet the layout of these fragments, articulated as only the rules of chance could render possible, opens our eyes to place something inside: the veining appears, as do the scratches, the living-dead body of the materials, and look, in the bottom left, there is also a dried up gnat killed in this experiment of ecosystem under the Plexiglas showcase. One can see the perfect constellation of things in the mental perimeter, and therefore also the physical one, which the artist extends to the outside world in order to appropriate it and give it back; the things bring out their uniqueness speaking through the purposeless material, which regenerates itself shaking off the ghosts of metaphoric meaning at any cost. It is the perfect mechanism of an art that does not lie in strategy, but in a total approach to life. Because it is true - and it is clarified by speaking to the artist - that all of his work is there to tell us that there is no foul play and that taking the convenient way which hides nothing but

Leaves of grass 2012 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 150 x 120 x 18

41


sores does not help: one thing leads to another, without forcing events, and the sense of this continuity has no rhythm if it does not have the naturalness of breathing. It could not be otherwise in the search for Menichelli, who reduces the confines between nature and artifice as much as he can in his work. I pierce the wall with a nail, I feel like I am piercing live flesh which absorbs me, and at the second stroke of the hammer I think back to the day I went to visit him. The windows were open, summer breathed black dust and heat foam; the photographer was bending in the light as much as he could so as not to betray his latest work, because photographing them was a real headache! I was wandering around the house among old pictures and unfinished pieces, I moved amid the smell of paint, reading titles of books that said something about the eclectic curiosity of this artist. The sounds of a Rome that was clogged, aggressive, filthy came in through the window, and we started talking about Democracy, about the mafia economy that is stripping the country, about Rome, which will not hear of de-provincialising and behaving as it should, like a Capital, and now I think back to Whitman, who we have not forgotten, and his suggestion found in a poem which resembles what Menichelli and I were talking about without saying so.

You shall not look through my eyes either, nor take things from me, You shall listen to all sides and filter them from your self. 2

Meanwhile I was studying the pieces chosen for the exhibition in the Romberg gallery, I knew I would never have written about them passing as Duchamp, Warhol, “Arte Povera” and all of the quoted clichés which are held dear by the art publications which assume the air of critics and say nothing about Menichelli, they say nothing to me; I just had to accept that movement which, from the smallest point, gets bigger and bigger, until it understands me so it can be understood, like a hole in the wall, with a nail in it, onto which a work of art clings, to resonate. Deciphering the execution, both pictorial and sculptural, of these works, of these gardens, one gets to a point of intolerance towards the confines of composition: the leaves freely place themselves in their transparent showcases shaken by reflections, as if the immobility of each single part were coming close to an imminent fall, to an irreversible shift, fixing, within that moment, an order close to breaking down. Whitman returns, injecting into my thoughts about Menichelli’s work all of humanity’s movements which flow into the words of his long verses. In these ribbons of verbal film one can see, once again, the bodies welded to life, the trodden earth, the sweat of sex, the hardworking and elated crowd inside each individual. It is from that same trodden earth that plants take their nutrition, making their leaves into a form of human transition. If they have fallen, then they are also the memory of an absence, the memory of what was taken from the earth and air to be transformed, to be lost, to be found again, until it reaches the fragile

42


ghost of the dry leaf about to crumble. Van Gogh did not depict empty chairs and old shoes, he depicted absences, and these things were there to tell of those absences, like leaves embraced completely by an artist. These are the meanings that I translate from the roughness of the dead leaves, but it is also that which I will not write in the text: they are mere mental steps, because in order to think of what there is, to conjure it intact, I also have to tell of what is not there, because the symbolisms of humanity, in these works by Menichelli, remain in the distance, on a horizon that shatters as soon as the artist intervenes by immerging the leaves into colour, adding steps to the process of transformation of organic matter into exalted, aesthetic emotion, presenting us with altered leaves, crystallised, which are pure presence of themselves. And as I look at Luigi Menichelli’s triumphant gift, finally master of its piece of wall, I think back to what a critic should do, which is to say something more, and not about the work of art (which speaks for itself), but about the words, the words which go side by side with the work of art.

1

Walt Whitman, “All goes onward and outward, nothing collapses”, from Il canto di me stesso, on Foglie d’erba, Einaudi, p.48

2

Walt Whitman, quotation from Il canto di me stesso, on Foglie d’erba, Einaudi, p. 43


Leaves of grass 2001 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 150 x 120 x 7,5

45


46

Leaves of grass 2002 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 150 x 120 x 12


Un bimbo mi chiese Che cosa è l’erba? recandone a me piene mani, Come rispondere al bimbo? Non meglio di lui so che sia. Penso debba essere l’emblema della mia inclinazione, tessuto della verde stoffa della speranza. O penso sia il fazzoletto del Signore, Un dono aulente, un ricordo, lasciato cadere apposta Che reca il nome del proprietario in qualche angolo, onde possiamo vederlo e notarlo e chiederci Di chi sarà mai? O penso che l'erba sia un bimbo, il bimbo nato dalla vegetazione. O ritengo sia un geroglifico uniforme, Che significa, Crescendo al pari nelle terre vaste come in quelle anguste Crescendo tra i neri così come tra i bianchi, Canaco, Mangiatuberi, Deputato o Moro a tutti dono ugualmente e ugualmente li accolgo. E ora mi pare la bella capigliatura intonsa delle tombe. Ti tratterò dolcemente, erba ricciuta, Può darsi tu fiorisca dal petto di giovani uomini, Che, avessi conosciuto, forse avrei amato, Può darsi tu emerga da vecchi, o da bimbi anzitempo rapiti al grembo materno, Ed ecco che qui ora sei un grembo materno. Quest'erba è troppo scura per spuntare dal capo canuto di madri anziane, E’ ben più scura della sbiadita barba dei vecchi, È scura per spuntare da sotto il roseo palato delle bocche. Oh, ecco infine io vedo, tante lingue bisbigliano, E m’avvedo che non per nulla spuntano dai palati delle bocche. Vorrei poter tradurre gli accenni ai giovani morti, alle giovani morte, E gli accenni ai vecchi, le madri, i bimbi anzitempo rapiti ai grembi loro. Che cosa credi siano divenuti i giovani e i vecchi? Che cosa credi siano divenute le donne e i bambini? Sono vivi e stan bene in qualche luogo, Il minimo germoglio mostra che la morte non esiste, E che se mai esiste, essa indusse alla vita, e non attese il termine per fermarla, E non cessò l’istante che apparve la vita. Tutto continua e procede, mai nulla s’annulla, Morire è ben diverso da quanto alcuno pensava, e molto più fausto. Walt Whitman

tratto da Il canto di me stesso, in Foglie d’erba, Einaudi Editore, versione di Enzo Giachino

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 37 x 37 x 15

51


52

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 56 x 51 x 30


A child said, What is the grass? fetching it to me with full hands; How could I answer the child? I do not know what it is, any more than he. I guess it must be the flag of my disposition, out of hopeful green stuff woven. Or I guess it is the handkerchief of the Lord, A scented gift and remembrancer, designedly dropt, Bearing the owner’s name someway in the corners, that we may see and remark, and say, Whose? Or I guess the grass is itself a child, the produced babe of the vegetation. Or I guess it is a uniform hieroglyphic; And it means, Sprouting alike in broad zones and narrow zones, Growing among black folks as among white; Kanuck, Tuckahoe, Congressman, Cuff, I give them the same, I receive them the same. And now it seems to me the beautiful uncut hair of graves. Tenderly will I use you, curling grass; It may be you transpire from the breasts of young men; It may be if I had known them I would have loved them; It may be you are from old people, and from women, and from offspring taken soon out of their mothers’ laps; And here you are the mothers’ laps. This grass is very dark to be from the white heads of old mothers; Darker than the colorless beards of old men; Dark to come from under the faint red roofs of mouths. O I perceive after all so many uttering tongues! And I perceive they do not come from the roofs of mouths for nothing. I wish I could translate the hints about the dead young men and women, And the hints about old men and mothers, and the offspring taken soon out of their laps. What do you think has become of the young and old men? And what do you think has become of the women and children? They are alive and well somewhere; The smallest sprout shows there is really no death; And if ever there was, it led forward life, and does not wait at the end to arrest it, And ceas’d the moment life appear’d. All goes onward and outward-nothing collapses; And to die is different from what any one supposed, and luckier. Walt Whitman

from Leaves of grass. First published in the 1855

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 37 x 37 x 15

55


56

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 39 x 39 x 8


Leaves of grass 1992 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 104 x 104 x 20

57


60

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 133 x 72 x 15


64

Leaves of grass 2012 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 120 x 60 x 22


66

Leaves of grass 2006 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 38 x 38 x 15


70

Leaves of grass 1994 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 33 x 23 x 15


Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 35 x 25 x 15

71


72

Leaves of grass 2010 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 37 x 37 x 27


76

Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 35 x 25 x 17


Leaves of grass 2011 foglie, smalto e resine su tela in teca di Plexiglas cm 33 x 25 x 17

77


Luigi Menichelli è nato a Latina. Vive e lavora a Roma.

79


Luigi Menichelli Leaves of grass ottobre-novembre 2013 Printed in Italy Questo volume è stato stampato nel mese di febbraio 2014 presso gli stabilimenti della Tipografia Monti, Cisterna (LT) copyright © per le foto Simone Bergantini © per i testi gli autori Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dell’editore. © 2014 ROMBERG EDIZIONI Romberg s.r.l. Corso della Repubblica, 298 04012 Cisterna di Latina Viale Le Corbusier 39 04100 Latina Tel. +39 0773 604788 www.romberg.it Collana Project volume 4

80


Profile for ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA

Luigi Menichelli  

Luigi Menichelli. Leaves of grass

Luigi Menichelli  

Luigi Menichelli. Leaves of grass

Advertisement