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CLAUDIO MARINI DEDICATA


DEDICATA


Tra le rovine di Velletri 2014, Velletri (RM) Sceneggiatura di / Screenplay by Angelica Ippolito e / and Gian Maria Volontè Regia di / Directed by Renato Carpentieri Scenografia / Set design Claudio Marini

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ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA


CLAUDIO MARINI


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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 30 x 35 cm


a cura di / by

ITALO BERGANTINI / GIANLUCA MARZIANI


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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


VOLONTÈ… FRATERNITÈ… ÉGALITÈ…. Gianluca Marziani


Caro Gianluca, la storia di questi quadri ha inizio nel 1994 quando Gian Maria Volontè, per il 50mo anniversario del bombardamento di Velletri, volle mettere in scena una rappresentazione tratta da un libro-diario tenuto da un prete (Italo Mario Laracca) che raccontava, ora per ora, gli eventi di quei giorni. GMV mi chiese di curare la "scenografia". Dipinsi, quindi, dei grandi teli alti 12 metri per 2,40, poi andati perduti. Nel 2014, a 20 anni dalla scomparsa di Volontè, abbiamo voluto ricordarlo riproponendo lo spettacolo. Ho dipinto i nuovi teli con maggiore sicurezza ed energia (almeno credo). Lo scorso anno ho deciso di estrapolarne alcuni particolari e questo è il risultato… Caro Claudio, ormai ci conosciamo da oltre vent’anni, risaliamo indietro quasi fino al 1994, anno in cui ti sei calato nelle quinte pittoriche di quella drammaturgia figurativa, nuova per te ma ben integrata nella memoria di un mondo, il Teatro ad Arte, che ha visto collaborazioni illustri, da Picasso a Kentridge, da Burri a de Chirico, da Pomodoro a Turcato, passando per Calder, Afro, Ceroli e altri formidabili maestri. Mi piace pensarti in ottima compagnia umana, passato e presente tra teleri giganti e bozzetti che delineano l’impressione della futura scenografia. Mi piace, soprattutto, immaginarti in sintonia cosmica con il tuo amico Gian Maria Volontè, il vero grande performer (assieme a Carmelo Bene) dell’attorialità italiana, uomo dal passo etico e dallo sguardo furioso, un guerriero del set morale e del rito letterario. Non vi ho mai visti assieme eppure percepisco la vostra sintonia, intrecciata con il comune amore per la campagna laziale, per una vita sul margine che precede la città, nel punto in cui senti i rumori senza esserci dentro, così da ascoltare alla giusta distanza, dove lo sguardo panoramico intuisce il cuore profondo delle cose. Sto sfogliando le immagini dei lavori che hai creato per l’occasione. Mi toccano in maniera speciale, così come mi colpì la tua mostra a Palazzo Collicola Arti Visive, quando raccontasti i drammi civili con risultati densi eppure asciutti, materici ma fossilizzati, in sintonia con le apocalissi terrestri di Alberto Burri, con quella rara capacità di metabolizzare il dolore in forma cristallina… direi che usasti le meccaniche del dolore come un organismo di pulizia interiore, affinché il tuo sguardo sulle guerre restasse lucido davanti al sangue, alla lacerazione, alla cenere… I nuovi lavori mi appaiono ancor più asciutti e leggeri, si alzano verso il cielo e volano verso il futuro collettivo, verso una luce mistica che non dimentica il male ma lo sfida con l’evocazione della LUCE .

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Il sangue è una lacerazione, la sciabolata che ferisce e tatua il suo ROSSO nella memoria del tempo. Le tue stilettate sono nette anche quando procedono per piccole colature, si sente la rabbia ma anche la ragione di un’analisi silenziosa, frutto di consapevolezza iconografica e maturità personale. Quei rossi intensi chiamano il sangue versato ma anche l’amore che sutura, la passione che scorre come un fiume, l’intensità del linguaggio che aggrega. Il tuo rosso nasce dal male inestirpabile ma diventa speranza e si plasma nel corpo poroso della rinascita. Sotto il rosso sento la tua consapevolezza del domani, ascolto le scale di grigi che intonano il rito spontaneo della fratellanza, dell’amore condiviso, di una nebbia che si dirada lentamente… Questi lavori sono il tuo spazio di luce pura, il ribaltamento di una tragedia attraverso i colori che definivano il male originario. È un rosso che rimette il sangue nelle vene, un nero che illumina anziché oscurare, un bianco che accoglie le distanze, un grigio che definisce senza confondere… Anche i tuoi gesti scorrono per linee fluide, ormai somigli al maestro giapponese che muove nell’aria la sua spada katana. Ho sempre pensato che avessi qualcosa degli asceti orientali: gli occhi dinamici, le mani vigili, la voce bassa, le parole dette con parsimonia, il culto dei valori essenziali, l’allineamento ai ritmi della Natura… lo stesso Volonté mi faceva pensare ad un guerriero zen che carezzava il tuono e respirava verso le stelle più lontane… voglio immaginarvi assieme tra le vigne di Velletri, mentre passeggiate e bevete vino rosso, furiosi e un secondo dopo già placati, proprio come due spade che fendono l’aria e tagliano l’ossigeno per condividerlo.

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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


VOLONTÈ… FRATERNITÈ… ÉGALITÈ…. Gianluca Marziani


Dear Gianluca, the story of these paintings began in 1994 when Gian Maria Volontè, for the 50th anniversary of the bombing of Velletri, wanted to stage a representation taken from a diary-book kept by a priest (Italo Mario Laracca) who recounted, hour by hour, the events of those days. GMV asked me to take care of the "set design". So I painted some large sheets 12 meters high by 2.40, which were subsequently lost. In 2014, 20 years after the death of Volontè, we wanted to remember him by re-proposing the show. I painted the new sheets with greater confidence and energy (or at least I think so). Last year I decided to extrapolate some of the details from them and this is the result... Dear Claudio, we have known each other for over twenty years, we go back almost to 1994, when you took part in the pictorial scenes of that figurative dramaturgy, which was new for you but well integrated in the memory of a world, the Teatro ad Arte, which has seen some illustrious collaborations, from Picasso to Kentridge, from Burri to de Chirico, from Pomodoro to Turcato, passing through Calder, Afro, Ceroli and other formidable masters. I like to think of you in excellent human company, both past and present, among giant canvases and sketches that outline the impression of the future set. I especially like to picture you in cosmic harmony with your friend Gian Maria Volontè, the real great performer (together with Carmelo Bene) of Italian acting, a man with an ethical step and a furious gaze, a warrior of the moral set and of the literary rite. I have never seen you together yet I perceive your harmony, intertwined with your common love for the Lazio countryside, for a life on the border that precedes the city, where you hear the noises without being inside, so as to listen from the right distance, where the panoramic gaze perceives the deep heart of things. I'm leafing through the images of the works you've created for the occasion. They touch me deeply, just as I was struck by your show at Palazzo Collicola Visual Arts, when you recounted the civil dramas with dense yet dry results, material yet fossilized, in tune with the terrestrial apocalypses of Alberto Burri, with that rare ability to metabolize pain in crystalline form ... I would say that you used the mechanics of pain like an organ of internal cleansing, so that your look on wars would remain lucid in the face of blood, laceration, ashes ... Your new works seem to me to be even more dry and light, they rise towards the sky and fly towards the collective future, towards a mystical light that does not forget evil but challenges it with the evocation of LIGHT .

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The blood is a laceration, the sabre that wounds and tattoos its RED into the memory of time. Your stabs are clear cut even when they proceed in slight sags, one feels the anger but also feels the reason behind a silent analysis, the result of iconographic awareness and personal maturity. Those intense reds recall the blood that has been shed but also the love that sutures, the passion that flows like a river, the intensity of the language that joins us. Your red is born of inexorable evil but becomes hope and is moulded in the porous body of rebirth. Under the red I hear your awareness of tomorrow, I listen to the grey scales that sing the spontaneous ritual of brotherhood, of shared love, of a slowly clearing fog ... These works are your space of pure light, the overturning of a tragedy through the colours that defined the original evil. It is a red that puts blood back into the veins, a black that illuminates rather than obscures, a white that welcomes distances, a grey that defines without confusing ‌ Even your gestures flow in fluid lines, you are now like the Japanese master who moves his katana sword through the air. I have always thought you had something of the Eastern ascetics: the dynamic eyes, the alert hands, the low voice, the words spoken with parsimony, the cult of essential values, the alignment with the rhythms of Nature ... VolontÊ himself always made me think of a Zen warrior who caressed the thunder and breathed towards the farthest stars ... I want to picture you together in the vineyards of Velletri, while you are walking and drinking red wine, furious and then a second later already placated, just like two swords that cleave the air and cut the oxygen to share it.

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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 30 x 35 cm (ciascuna / each)


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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


MICHELE AINIS PER CLAUDIO MARINI - DEDICATA Michele Ainis


Ogni artista ha un segno, un tratto che lo rende unico, distinto dalla folla di cose e di forme e di colori che ogni giorno si deposita sul mondo. A meno che non si tratti d’un ripetitore, più o meno ispirato, delle creazioni altrui. Non è il caso di Claudio Marini. Lui cambia sempre, e sempre resta uguale. Te n’accorgi visitando, con un solo colpo d’occhio, la galleria d’immagini che appare nel suo sito: 1159 opere, suddivise in 49 album. Il condensato d’un lavoro che si protrae da cinquant’anni, senza interruzioni. Ciascun album raccoglie una serie, una collezione d’istantanee che appartengono a una specifica famiglia. Ogni famiglia, ogni sequenza s’allontana da quella precedente, e al contempo s’avvicina. Diventa un altro sguardo, magari laterale, magari un po’ di sbieco, sul medesimo oggetto. Ma è sempre identico il soggetto da cui muove lo sguardo. Quel soggetto si chiama Marini, però è Marini anche l’oggetto, in qualche modo. Succede spesso nell’invenzione artistica: ciascun romanzo, ciascuna tela, perfino ciascun brano musicale rappresenta un elemento della vita, ma non può mai prescindere dalla vita dell’autore. «Madame Bovary c’est moi», diceva Flaubert. E chi è, Claudio Marini? Un uomo schivo, l’opposto dei tanti che sgomitano per guadagnarsi i loro cinque minuti di celebrità. Una volta eravamo insieme a Spoleto, fra le sale di Palazzo Collicola. S’inaugurava una mostra che Marini aveva predisposto insieme a un altro artista. Il curatore della mostra, dinanzi a un pubblico nutrito, cominciò a parlare dei suoi quadri, delle sue composizioni. Allora lo chiamò affinché si presentasse all’uditorio. Marini tuttavia non c’era, non venne. Rimase a chiacchierare con un paio d’amici in un angolo lontano. Eppure gli altoparlanti diffondevano quest’appello alla presenza, mentre lui sceglieva di parlare con l’assenza. Per un artista parlano le opere, mi disse dopo un po’. Opere seriali, nel suo caso. Impossibile riepilogarle tutte. Fra le serie più recenti: Tracce di lumaca (2011); MMXII (2012); Il cammino della speranza (2012-2013); Bandiere nere (2013); Mediterraneo (2014); Paesaggi Marini (2014-2015); Detriti (2016-2017). E c’è infine la serie illustrata qui, in questo catalogo. S’intitola Dedicata, si compone di frammenti, come le schegge che perforano talvolta il buio della memoria. Memoria doppia, nella circostanza: di una persona e di un luogo. La persona è (era) Gian Maria Volonté, cui Marini era legato da un sentimento d’amicizia. Il luogo è Velletri, la cittadina dove lui vive e lavora. Nel 1994 l’attore chiese al pittore di curare la

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scenografia d’uno spettacolo teatrale, per raccontare il bombardamento di Velletri, accaduto cinquant’anni prima. Marini dipinse così dei teli alti 12 metri, che successivamente andarono perduti. Nel 2014, in occasione del ventennale della scomparsa di Volonté, fu riproposto lo spettacolo, con la regia di Renato Carpentieri. E Marini dipinse nuovi teli, più energici e possenti. Ma si sa che fine fanno le scenografie teatrali, quando si spengono le luci: vengono smontate, arrotolate, chiuse in qualche scantinato, e poi dimenticate. Probabilmente le aveva dimenticate anche Marini, probabilmente le ha ritrovate senza alcuna intenzione di cercarle, come succede a tutti per le cose importanti della vita. E meno male, verrebbe da dire. Perché Marini è intervenuto nuovamente su quei grandi teli, intanto sezionandoli, scegliendo questo o quel particolare per ritagliarlo in forma indipendente e autonoma; poi aggiungendovi una pennellata, una macchia di colore, una cancellatura. Tuttavia rimane l’impronta originaria del vecchio lavoro, così diverso dal dipinto che si lascia ospitare su una tela di medie dimensioni: se agisci su superfici molto estese devi usare un rullo, devi spazzolarle più che inciderle, e in ultimo l’effetto somiglia a un manto ruvido che t’avvolge dalla testa ai piedi. Curioso come tale effetto si ripeta, persino rafforzato, nei singoli «frammenti» di quei teli, nelle opere di cui s’intesse la mostra di Latina. Ma qui gioca la mano di Marini, quel suo tratto inconfondibile, che sa coniugare peso e levità. Lui ha un’intonazione tragica, sofferta; trae le ragioni del dipingere dalle periferie degradate, dai migranti, dai nazionalismi ottusi, o come in questo caso dalle guerre. Però la sua pittura reca sempre la leggerezza d’un fanciullo, e ne mutua anche la grazia, l’innocenza. Accade nei «cascami» che accompagnano dal 1977 la sua traiettoria artistica, filamenti d’una lanugine ora bianca, ora nera, ora rossa come il fuoco, che parrebbe strappata da un gomitolo, e da lì incollata sulla tela, in un esercizio visionario tal quale i sogni dell’infanzia. E accade nei frammenti ritagliati e ricomposti in questa mostra, dove s’allarga una pittura gocciolante, come un occhio velato dalle lacrime, come il pianto d’un bambino.

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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


MICHELE AINIS FOR CLAUDIO MARINI - DEDICATED Michele Ainis


Each artist has a sign, a trait that makes him unique, distinct from the crowd of things and shapes and colours that settle every day onto the world. That is unless he is a more or less inspired repeater of the creations of others. This is not the case with Claudio Marini. He always changes, and always stays the same. You notice it by visiting, with just a glance, the image gallery that appears on his site: 1159 works, divided into 49 albums. The condensation of a work that has been going on for fifty years, without interruptions. Each album groups together a series, a collection of snapshots belonging to a specific family. Each family, each sequence moves away from the previous one, and at the same time approaches it. It becomes another way of looking, maybe laterally, maybe obliquely, at the same object. But it is always the same subject from which the eye moves. That subject is called Marini, but, in some way, the object is also Marini. This often happens in artistic invention: each novel, each canvas, even each piece of music represents an element of life, but can never be entirely separated from the author's life. "Madame Bovary c'est moi," Flaubert said. And who is Claudio Marini? A shy man, the opposite of the many who jostle to earn their five minutes of fame. Once we were together in Spoleto, among the rooms of Palazzo Collicola. An exhibition was being inaugurated that Marini had arranged together with another artist. The curator of the exhibition began talking about his paintings, his compositions, before a large audience. He then called him to introduce himself to the audience. Marini, however, was not there, he did not come. He remained talking to a couple of friends in a far corner. Although the loudspeakers were broadcasting this call for his presence he chose to speak with the absence. The artist's works speak for him he told me after a while. Serial works, in his case. It is impossible to summarize all of them. Among the most recent series: Traces of Snail (2011); MMXII (2012); The path of hope (2012-2013); Black Flags (2013); Mediterranean (2014); Seascapes (2014-2015); Debris (2016-2017). And finally there is the series illustrated here, in this catalogue. It is called Dedicated, it consists of fragments, like the splinters that sometimes pierce the darkness of memory. A double memory, in this circumstance: of a person and a place. The person is (was) Gian Maria VolontĂŠ, Marini was bound to him by a feeling of friendship. The place is Velletri, the town where he lives and works. In

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1994 the actor asked the painter to create a set for a theatrical show which would recount the bombing of Velletri, which had taken place fifty years earlier. Marini thus painted 12-meter-high canvases, which were subsequently lost. In 2014, to mark the occasion of the twentieth anniversary of the disappearance of VolontĂŠ, the show was re-presented, under the direction of Renato Carpentieri. And Marini painted new canvases, more energetic and powerful. But we know what happens to theatre sets when the lights go out: they are dismantled, rolled up, shut up in some basement, and then forgotten. Marini had also probably forgotten them, probably found them without any intention of looking for them, as happens to everyone for the important things in life. And just as well one could say. Because Marini intervened once again on those large canvases, dissecting them, choosing this or that detail to cut into an independent and autonomous form; and then adding a brush stroke, a stain of colour, a deletion. The original imprint of the old work still remains yet so different from the painting that it can be hosted on a medium-sized canvas: if you act on very large surfaces you have to use a roller, you have to brush them more than engrave them, and in the end the effect looks like a rough mantle that wraps you from head to toe. Curious how this effect is repeated, even strengthened, in the individual "fragments" of those canvases, in the works of the Latina exhibition. But here we see the hand of Marini, his unmistakable trait, which knows how to combine weight and levity. He has a tragic, suffering intonation; he draws his reasons for painting from degraded suburbs, from migrants, from obtuse nationalism, or, as in this case, from wars. But his painting always bears the lightness of a child, who also grants it his grace and innocence. It happens in the "cascami" that has accompanied his artistic trajectory since 1977, filaments of fluff which are white, then black, then as red as fire, which look as if they have been torn from a skein, and from there glued onto the canvas, in a visionary exercise like the dreams of childhood. And it happens in the fragments cut out and recomposed in this exhibition, where a dripping painting grows, like an eye veiled by tears, like a child crying.

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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


IL RICORDO DELL’AZIONE Veronica Ferretti


Non ho conosciuto Claudio Marini, ma i suoi lavori mi hanno immediatamente ricordato la lezione di Alberto Burri per l’uso dei materiali extra-pittorici, e i temi di Jasper Johns per le sue bandiere scomposte, invertite, esautorate. Assolutamente originale è invece la funzione che, secondo Marini, l’opera d’arte deve assolvere, ossia conservare la storia e la memoria. Nel suo ultimo lavoro denominato Dedicata si apprezza una sintesi dell’esperienza artistica finora vissuta ma anche il superamento di quest’ultima in quanto il risultato finale è la sommatoria di tante parti diverse: l’amico amato, Gian Marina Volontè; il luogo, Velletri; il ricordo, la scenografia del 1994; e la storia, il bombardamento nel 1944. La genesi dell’opera ha origine da un ricordo, e questo, quando riaffiora improvviso e inaspettato, genera una serie infinita di emozioni. Ma come raccontarlo dopo venticinque anni? Marini lo ha fatto a modo suo, come gli era più congeniale riappropriandosi direttamente dell’esperienza e ripetendola di nuovo. Il meraviglioso rotolo di 12 metri per 2,40 è il tempo stesso della storia, è il simbolo della vita che si svolge, che scorre, e solo la memoria può riavvolgere. Quando prende il pennello grande per stendere il colore sullo sfondo sottilissimo della tela di lino per riscriverla, si affida al suo ricordo che contiene altri ricordi, quelli appartenuti all’amico e all’intera comunità di Velletri. Marini non usa finzioni ottiche ma la sua proiezione coincide con la verità delle sue sensazioni, e mentre le racconta asseconda la materia e da questa si fa guidare. Ma come raccontare il dolore? Descriverlo semplicemente è facilissimo, ma farlo sentire è un’altra cosa. Marini sceglie il grigio chiaro per tradurre la polvere che sale dalle esplosioni dei bombardamenti e lo rende sfumato e offuscato come lo sguardo appannato dal velo delle lacrime, che offuscano la visione e creano un effetto di dissolvenza. Ormai lo sfondo con le meravigliose tonalità assomiglia ad una grande piazza bianca e vuota, pronta ad accogliere la scena. Così i segni della guerra vengono tracciati dal color rosso sangue e gli uomini scomparsi dalle ombre nere, in una spiritualità poetica che richiama Ungaretti. L’opera è ora lo specchio di un mondo. Lo amiamo o no, il mondo rappresentato dall’opera di Marini? Sicuramente nel dolore l’uomo sente più che mai il richiamo della vita. Ecco allora che l’artista supera questo stato di pena e sofferenza per trasformare la sua tela tutta dipinta in un’opera nuova, viva e autonoma. Per questo seleziona alcune parti, come si scelgono i particolari di un insieme o le foto di un evento. Se prima il tutto conteneva le parti, adesso queste staccate ed isolate non possono ricomporre il tutto e diventano un’altra cosa, un’altra storia. Ora le sue tele tagliate sono bandiere di memoria.

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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


THE MEMORY OF ACTION Veronica Ferretti


I did not meet Claudio Marini, but his works immediately reminded me of Alberto Burri's lesson in the use of extra-pictorial materials, and the themes of Jasper Johns for his discomposed, inverted, de-authored flags. The function that the work of art must absolve, according to Marini, is absolutely original, and it is to preserve history and memory. In his latest work called Dedicated one can appreciate a synthesis of his artistic experience so far but also the overcoming of it as the final result is the sum of many different parts: his beloved friend, Gian Marina Volontè; the place, Velletri; the memory, the set from 1994; and the story, the bombing in 1944. The genesis of the work originates from a memory, and this, when it suddenly and unexpectedly reappears, generates an infinite series of emotions. But how to recount it after twenty-five years? Marini did it in his own way, in a way most congenial to him, by directly reclaiming the experience and repeating it again. The wonderful roll of 12 meters by 2.40 is the time of history itself, it is the symbol of life that unfolds, that flows, and that only memory can rewind. When he takes the large brush to spread the colour onto the thin background of the linen to rewrite it, he relies on his memory that contains other memories, those that belonged to his friend and to the entire community of Velletri. Marini does not use optical fictions, his projection coincides with the truth of his sensations, and while he tells them he follows the material and is guided by it. But how to portray the pain? To simply describe it is very easy, but to make one feel it is something else. Marini chooses light grey to represent the dust that rises from the explosions of the bombings and makes it blurred and cloudy like a look dulled by a veil of tears, they cloud vision and create a dissolving effect. By now the background, with its wonderful shades, resembles a large, white and empty square, ready to receive the scene. Thus the signs of war are traced by the blood-red colour and the vanished men by black shadows, in a poetic spirituality that recalls Ungaretti. The work is now the mirror of a world. Do we love the world represented by Marini's work or not? It is true that when in pain man feels the call of life more than ever. So here the artist overcomes this state of pain and suffering in order to transform his painted canvas into a new, living and autonomous work. To do this he selects some parts, just as one selects the details of a set or the photos of an event. If before, the whole contained the parts, now these detached and isolated parts cannot reassemble the whole and become something else, another story. Now his cut canvases are flags of memory.

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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


LA MEMORIA RIGENERATA Ugo Pastorino


Recuperare la parte migliore del passato per riportare alla luce del presente le opere che hanno meglio rappresentato la nostra capacità creativa, ma anche la memoria degli affetti e delle passioni che le hanno generate, è una sfida nei confronti del tempo: operazione i cui risultati non sono garantiti o prevedibili. Ci vuole una certa dose di coraggio e ironia per riguardare il lavoro passato confrontandosi con il resto del mondo, e valutare senza inganno o autoillusione il proprio contributo. Da un’altra prospettiva, se si è abbastanza buoni, c’è anche la soddisfazione di sentirsi parte di una comunità che condivide speranze, intelligenza e impegno morale, sia pure nel legittimo spirito di competizione individuale e ambizione personale. In qualche caso, guardare indietro può farci scoprire che qualcun altro ha utilizzato le nostre idee e intuizioni per chiudere il cerchio e arrivare a un livello più alto, in barba ad ogni principio di proprietà intellettuale. Il legame tra eredità del passato e originalità del presente, è un elemento fondamentale nell’evoluzione di ogni ambito culturale. Per alcuni artisti, il legame con il passato si traduce in una ripetizione ciclica di temi o modalità espressive che finiscono per identificarli in modo inconfondibile, senza alcuno spazio per il dubbio o la scoperta. Non è il caso di Claudio Marini, che ha rinunciato a qualsiasi modulo identificativo, pur mantenendo una coerenza etica e filosofica che è linguaggio riconoscibile per chi lo conosca veramente. Per questo mi sento così vicino alla sua opera, e anche alla persona. Mi spiace di non avere potuto condividere la vicinanza fisica e culturale tra Claudio e Gian Maria Volontè, un personaggio quasi mitico per la mia generazione. Quando Claudio mi parlava dello spettacolo del 1994, facevo fatica ad immaginarlo nella piazza di Velletri insieme a Gian Maria, perché le foto del tempo non rendevano giustizia a nessuno dei due. Ora finalmente qualcosa di concreto è riemerso dalla nebbia della memoria, ed è più bello delle migliori attese. Claudio ci ha abituato a questo processo di trasformazione fisica della materia. Tra i lavori che più apprezzo ci sono le bandiere dipinte a smalto sopra vecchie opere in cemento grezzo su tela, e poi bruciate da dietro per far sciogliere e colare il colore. Ma rivisitare a distanza di vent’anni un’opera monumentale, e poi ritagliarla in frammenti che continuino a vivere di vita propria al di fuori del contesto originale, è tutta un’altra faccenda. Qualcuno potrebbe sospettare che l’apprezzamento per i tagli abbia a che fare con la professione di chirurgo, ma noi i pezzi prima o poi dobbiamo ricomporli, e nel modo più fedele possibile al loro stato originale.

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Invece lui li ha separati per sempre, e in modo tale da non riconoscerne neppure l’origine. I frammenti a volte raccontano più dell’insieme da cui sono stati estratti: valeva per i grandi dipinti fiamminghi di Breughel o Steen, ma vale anche per l’astrattismo simbolico di Claudio. A ben guardare, questi frammenti non sono poi così piccoli, ma la loro diversità colpisce comunque. Sono del 1994 o di oggi? Difficile rispondere. Che dire poi del rosso che attraversa il grigio e nero di queste tele rigenerate? Sono ideogrammi o tracce di un alfabeto universale? Per me è impossibile ignorare il loro legame con la vita e con la morte, che nel sangue si manifesta in modo immediato e inconfondibile. Claudio è un uomo di pace, e con il sangue scrive il suo dolore per la guerra, e per ogni morte evitabile.

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MEMORY REGENERATED Ugo Pastorino


Recovering the best parts of our past in order to bring the works that best represented our creative ability into the light of the present, and with them the memory of the affections and passions that generated these works, is a challenge to time: an operation whose results are neither guaranteed nor foreseeable. It takes a certain amount of courage and irony to look at our past work and compare ourselves to the rest of the world, and to evaluate one's contribution without deception or self-delusion. From another perspective, if one is good enough, there is also the satisfaction of feeling part of a community that shares hopes, intelligence and moral commitment, albeit in the legitimate spirit of individual competition and personal ambition. In some cases, by looking back we can discover that someone else has used our ideas and intuitions to close the circle and reach a higher level, in spite of every principle of intellectual property. The link between the legacy of the past and the originality of the present is a fundamental element in the evolution of every cultural sphere. For some artists the link with the past translates into a cyclic repetition of themes or modes of expression that end up identifying them in an unmistakable way, without any room for doubt or discovery. This is not the case with Claudio Marini, who has renounced any form of identification, while maintaining an ethical and philosophical consistency that is a recognizable language for those who really know him. This is why I feel so close to his work, and also to him. I regret not having been able to share the physical and cultural proximity between Claudio and Gian Maria Volontè, an almost mythical character for my generation. When Claudio talked to me about the 1994 show I had a hard time imagining him in the square in Velletri with Gian Maria, because the pictures of the time did not do justice to either of them. Now finally something concrete has resurfaced from the fog of memory, and it is more beautiful than the best expectations. Claudio has accustomed us to this process of the physical transformation of matter. Among the works I like most are the enamelpainted flags on old works in rough cement on canvas, and then burned from behind to make the colour melt and pour. But revisiting a monumental work twenty years later, and then cutting it into fragments that continue to live a life of their own outside the original context, is another matter entirely. Some might suspect that the appreciation for these cuttings has to do with being a surgeon, but surgeons have to reassemble the pieces sooner or later, and in the closest possible way to their original state.

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Instead he has separated them forever, and in such a way as to not even recognize their origin. The fragments sometimes tell us more than the collection from which they were extracted: this was true of the great Flemish paintings by Breughel or Steen, but it also applies to Claudio's symbolic abstraction. On closer inspection, these fragments are not so small, but their diversity strikes us all the same. Are they from 1994 or from today? Difficult to answer. What then can we say about the red that cuts through the grey and black of these regenerated canvases? Ideograms or traces of a universal alphabet? It is impossible for me to ignore their connection with life and death, which manifests itself in the blood in a way both immediate and unmistakable. Claudio is a man of peace, and with blood he writes about his pain for war, and for every avoidable death.

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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


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Senza titolo, 2014-2017, tecnica mista su tela applicata su legno / mixed media on wood, 150 x 200 cm


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CLAUDIO MARINI è nato a Velletri (RM)


CLAUDIO MARINI DEDICATA April - May 2018 Printed in Italy testi di / texts by Gianluca Marziani Michele Ainis Veronica Ferretti Ugo Pastorino progetto e realizzazione / project planning and production Italo Bergantini coordinamento / coordination Maria Cristina Mangiapelo ufficio stampa / press office Romberg Arte Contemporanea crediti fotografici / photographic credits Emanuela Sambucci traduzione / translation Paola Romagnolo ©2018

ROMBERG Edizioni 04100 Latina, Viale Le Corbusier 39 Tel. +39 0773 604788 www.romberg.it

Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dell’editore.


ROMBERG ARTE CONTEMPORANEA

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Claudio Marini. Dedicata  

Romberg Catalogue Editions

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