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Guide del Rocca di Cerere Geopark

Guida al

Castello di Lombardia

SocietĂ Consortile a r.l. Rocca di Cerere

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Titolo Guida al Castello di Lombardia Testi di Giuseppe Maria Amato Collana Guide del Rocca di Cerere Geopark Prima edizione giugno 2009 Progetto grafico ed editoriale: Antonio Cristaldi servizi editoriali

Edizione Società Consortile a r.l. Rocca di Cerere Š Copyright 2009 Realizzato in collaborazione con Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali - Enna Comune di Enna

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Guida al Castello di Lombardia

Introduzione alla visita Il Castello di Lombardia, così come lo vediamo oggi, è il risultato di una lunga serie di vicissitudini storiche, della permanenza in questa parte della città, di strutture sacre e fortificate dagli albori della città stessa sino ai giorni nostri. Questa condizione complica la comprensione delle strutture agli occhi del visitatore. In tal senso va chiarita una scala cronologica che contenga ed evidenzi le fasi più importanti del complesso. A partire dalla preistoria Incerta presenza di villaggi capannicoli nell’area compresa tra la Rocca di Cerere ed il Castello, allora l’area doveva essere caratterizzata da una alta e vasta superficie calcarenitica, grande oltre quattro ettari, isolata dal rimanente contesto sommitale e certamente capace di contenere in se un intero grande villaggio. Nel V - IV secolo a.C. la città di Henna, inizia a comparire nelle fonti, essa si lega subito alla sfera di influenza siracusana e si caratterizza come luogo sacro a Demetra e Kore. L’area del Castello, e quella della vicina rocca, divengono l’acropoli cittadina, con presenze sacre, probabili fortificazioni e con diverse aree destinate a latomia.

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Durante tutto il periodo classico e poi nell’età repubblicana, abbiamo diverse testimonianze scritte ed evidenze archeologiche della permanenza in situ dell’Acropoli sacra alle divinità Ktonie.

Con i bizantini la città cambia nome e da Henna diviene Castrum Hennae, quasi a sancire una maggiore importanza delle fortificazioni rispetto la città vera e propria. Alla fine del periodo bizantino, probabilmente con l’approssimarsi della invasione araba, l’area, un tempo occupata dall’acropoli viene fortificata creando una sorta di Kastron che si pone come secondo luogo forte rispetto l’altro Kastron che doveva sorgere sulla parte occidentale della città, probabilmente sulla collina poi occupata dalla Torre di Federico. Di questo Kastron pare esistere il basamento di una torre posto lungo il muro che oggi divide i cortili di San Nicolò e della Maddalena. Gli arabi conquistano definitivamente la acropoli e con essa l’intera città. Sappiamo che la rifortificano rinunciando alla posizione sul lato occidentale e puntando invece alla costituzione di un fortilizio nell’area Orientale. Ad oggi non paiono esistere resti di questa età nonostante l’ importanza che Enna, che diviene Qasr Jani, avrà quale luogo forte e centro amministrativo per tutta l’età araba.

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I normanni dopo un lunghissimo assedio, condotto a fasi alterne, riescono a far capitolare la città con la resa dell’emiro Ibn Hamud, la città viene occupata e probabilmente in questo frangente il Gran Conte Ruggero I decise di allontanare la popolazione greca e araba dalla zona del castello popolandola con genti lombarde a lui fedeli, creando il presupposto dell’odierno nome di “Lombardia”. La dinastia normanna porta al matrimonio dell’ultima regina Altavilla, Costanza, con l’imperatore tedesco Enrico VI, il quale sarà costretto in piena estate a tentare l’assedio ad Enna, chiamata allora Castrum Johannis. Il di lui figlio, Federico II ricorderà questo fallimento quando decide di rinnovare la dotazione dei castelli regi del Regnum Siciliae. Federico II da vita ad un rinnovamento completo delle fortificazioni isolane, ordinando la distruzione di quelle feudali non concesse e di quelle create dalle ribelli popolazioni islamiche, nel contempo crea una nuovissima serie di imponenti castelli quali, ad esempio, il Maniace di Siracusa, l’Ursino di Catania, quello della Augusta da lui stesso appena fondata. Non si hanno fonti che diano chiari riferimenti sul maniero ennese, ma, come già ampiamente ipotizzato da Giuseppe Agnello, il castello sembra subire un totale rimaneggiamento con la costruzione ex novo del circuito delle mura esterne, della partizione in tre cortili e del palatium interno.

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Le scelte formali, la capacità militare, le dimensioni, paiono assolutamente sveve e caratterizzeranno il castello sino ai giorni nostri. Da allora la città di Enna rimarrà demaniale e godrà di diversi privilegi concessi direttamente dall’imperatore nella sua veste di Rex Siciliae. Alla morte di Federico II, durante le cupe vicissitudini del periodo, i cittadini ennesi, con l’intenzione di creare il libero comune, attaccano il castello e, forzando la porta centrale posta ad occidente, penetrano all’interno dando alla distruzione proprio il palatium federiciano. Manfredi, stabilizzato temporaneamente il Regno, si reca ad Enna, seda la rivolta e condanna gli ennesi alla ricostruzione del castello “gravemente danneggiato”. Sembra questo il momento in cui si erige il muro del rivellino separando la porta centrale dalla città, e, sui resti del palatium, solo in parte recuperato, si costruisce la alta Torre Pisana, vero e proprio mastio trecentesco ante litteram. Sotto la dinastia angioina il castello non solo continua ad avere un grande ruolo nella difesa e nel controllo del Regnum, ma addirittura diviene il fulcro dello scacchiere militare tant’è che tra i castelli regi è quello maggiormente munito di militi ed armi. Ciononostante allo scoppio del vespro i cittadini ennesi riescono ad assediarlo ed a far capitolare i militi angioini.

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Il Castello, danneggiato, verrà ripristinato da Federico III di Sicilia, il giovane re aragonese, che contro tutto e tutti ristabilirà la corona del Regnum Siciliae, gestendolo non di rado direttamente da Enna. In questa fase la corte rimane tra le mura turrite e, addirittura subito dopo la pace di Caltabellotta, nel 1302, in esso verranno ospitati ben due re con il loro seguito, lo stesso Federico ed il di lui cognato e nemico Roberto d’Angiò. Sotto Federico III la città di Enna, Castrogiovanni, vivrà una delle fasi più floride della sua vita. E’ questa l’epoca in cui si costruisce per volontà della Regina Eleonora il magnifico Duomo gotico e in cui il tessuto urbano si arricchisce di quella nota Gotico - catalana che ancora oggi appare come la più saliente della città. Durante tutto il XIV secolo il castello sarà al centro delle complicate ed alterne vicende delle lotte delle fazioni sino all’allontanamento della corte siciliana ed alla nascita del vicereame. Nel XV secolo l’uso oramai diffuso delle armi da fuoco renderà necessario l’abbattimento della parte sommitale delle torri del rivellino onde limitare la possibilità di tiro dal lato della città e quindi la trasformazione dell’immagine del castello che diviene più simile ad una fortezza cinquecentesca. In questo momento vengono costruiti il nuovo quartiere militare spagnolo e la garitta di avvistamento cilindrica.

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Dal XV secolo inizia però la decadenza del ruolo militare di Enna e quindi il progressivo abbandono del maniero che diviene caserma e carcere e che non vedrà piÚ corti e cavalieri al suo interno.

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INTRODUCTION TO THE VISIT The Castello di Lombardia (Lombardy Castle), as it appears today, is the result of a long series of historical vicissitudes, as well as of the permanence, on this side of the city, of sacred and fortified buildings since the dawn of the city until the present day. This condition makes it complicated for the visitors to comprehend these structures. Therefore, it is necessary to outline a chronological sequence of historical events in order to shed light on the most important phases of this complex. Starting from prehistory: Uncertain presence of hut villages in the area between the Rocca di Cerere (Rock of Ceres) and the Castle. Then this area must have been characterized by an high and wide calcarenitic rock surface, larger than four hectares, isolated from the remaining context on the top and definitely able to contain a whole large village. In the V - IV century B.C. the city of Henna appeared for the first time in the sources as linked to the Syracusan sphere of influence and characterized for being a sacred place dedicated to Demetra and Kore. The areas of the Castle and the near rock became the city Acropolis, with sacred presences, probable fortifications and several zones intended for latomia. Several written evidences and archaeological proofs, dating back to the whole Classical period and later to the Repubblican era, document the permanence in situ of the Acropolis as a sacred place dedicated to the Ctonie divinities.

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Under the Byzantines the city changed its name Henna to Castrum Hennae, virtually ratifying a major importance of the fortifications as compared to the city itself. At the end of the Byzantine period, maybe as the Arab invasion came nearer, the area previously occupied by the Acropolis was fortified, thus creating a sort of Kastron considered a second strongpoint in respect to the other Kastron that must have been located on the western side of the city, probably on the hill later occupied by the Torre di Federico ( Frederick's Tower).Archaeologists think that the basement of a tower belonging to this Kastron still exists, along the wall separating Cortile di San Nicolò from Cortile della Maddalena. The Arabs permanently conquered the acropolis and the whole city. We know they fortified it again, giving up the position on the western side while aiming to establish a fortalice on the eastern side. To date, remains of this period have not been found yet, notwithstanding the preeminent role that Enna, then called Qasr Jani, had as a powerful city and administrative centre throughout the Arab period. After a very long seesaw siege, the Normans forced the emir Ibn Hamud to surrender and occupied the city. Probably at that time, the Earl Ruggero I decided to expel the Arab people and the Greek people from the area of the castle in order to fill it with Lombard people faithful to him. Thus he set the premise for the present name “Lombardiaâ€?.

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The Norman dynasty led to the marriage of Costanza d'Hauteville, the last Queen of the Hauteville family, to the German Emperor Enrico IV. During the summer, Enrico IV was forced to try to besiege Enna, then called Castrum Johannis. His son, Frederick II must have remembered this failure as he decided to renew the endowment of the royal castles of the Regnum Siciliae. The Swabian king Frederick II fostered a full renovation of the fortifications in the island. He ordered to destroy the fortified dwellings of feudal lords having no royal permission, and the ones built by the rebel Islamic people. New imposing castles were built, such as Castel Maniace in Syracuse, Castello Ursino in Catania and the castle of Augusta, a city he had just founded. There are no sources providing clear references about the castle of Enna. However, as Giuseppe Agnello has widely assumed, the castle appears to have underwent a full refurbishment with the building of the circuit of outer walls, the partitioning into three courtyards and the inner palatium. The structural choices, the military capacity and its size look perfectly Swabian. They have been typifying the castle until the present day. Since then the city of Enna became a state town and received several privileges by the Emperor in his capacity as Rex Siciliae. When Frederick II died, during the gloomy vicissitudes of the period, the citizens of Enna resolved to establish the free Commune. Therefore they attacked the castle, broke into it, forcing the front door placed on the western side, and destroyed Frederick's palatium.

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Once the Reign was temporarily stabilized, Manfredi entered Enna, suppressed the revolt and sentenced the citizens of Enna to rebuilt the castle which was “gravely damaged�. Maybe at that time, they raised the wall of Rivellino thus separating the front door from the city. On the remains of the palatium, just partially recovered, they built the high Torre Pisana (Pisan Tower), considered a real fourteenth-century donjon ante litteram. Under the Angevin dynasty the castle kept having an outstanding role in the defense and control of the Regnum, moreover it became the focal point of the military echelon. As a matter of fact it was the best equipped with soldiers and weapons among the royal castles. Nevertheless, at the outbreak of the Vespers the citizens of Enna managed to besiege it and make the Angevin soldiers capitulate. The Castle, which had been damaged, was restored by Frederick III, the young king of Aragon, who, against everybody, re-established the crown of the Regnum Siciliae and often led it directly from Enna. In those days the court remained inside the towered walls and, even after the peace of Caltabellotta, in 1302, the Castle housed two kings and their suite, Frederick with his brother-in-law and enemy Robert d'Anjou. Under Frederick III, the city of Enna, Castrogiovanni, had one of the most thriving period of its life. That was the time in which Queen Eleanor, the wife of Frederick III, founded the Duomo and the structure of the city was enriched by that GothicCatalan mark which is an outstanding feature of the city still today.

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Throughout the course of XIV century the castle was the centre of complicated events regarding the struggles among factions, until when the court was cast out and the viceroyalty was established. In the XV century the already widespread use of firearms made it necessary to pull down the tops of the towers of the Rivellino in order to limit the chance of shooting against them. Hence the image of the castle was modified to such an extent that it became more similar to a XVI century fortress. The new Spanish military quarter and the cylindrical bartizan were built at that time. In the XV century the military role of Enna started to decline, therefore the castle was progressively abandoned and converted into barracks and jail. Neither courts nor knights have not been met inside it anymore.

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Rivellino

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Il Rivellino Il complesso fortificato di Lombardia presenta, posto lungo il lato occidentale del castello, lì dove lo stesso guarda alla città, il rivellino, uno stretto spazio recintato e delimitato da torri angolari. Costruito nel corso del XIIIV secolo, probabilmente durante il restauro ordinato da Manfredi, e poi rimaneggiato per volere di Don Giovanni d’Aragona, questo settore del castello è riferibile ad un elemento ben noto delle architetture militari. Dal punto di vista strategico, questo avancorpo fortificato impedisce l’accesso diretto alla porta d’ingresso che si apre al centro del muro di cinta. Chi voleva, infatti, entrare nel castello, era obbligato ad attraversare un accesso laterale difeso da una torre ed a percorrere un percorso laterale in cui si mostrava costantemente il fianco al difensore. La porta d’accesso era, inoltre, difesa da un’alta torre a pianta rettangolare, di cui si conserva il basamento. L’accesso ai piani alti della torre è assicurato da una scala costruita all’interno del muro che cinge il cortile di San Nicolò. Con il rimaneggiamento tardo del rivellino, in un momento storico in cui si diffonde l’uso delle armi da fuoco, vengono coperte ed in parte tagliate alcune strutture preesistenti. Sul lato settentrionale viene inglobata una cisterna d’acqua, mentre su quello meridionale, accanto alla torre della Guardia, si realizza un pozzo circolare.

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Questo è raffigurato in una veduta cinquecentesca del castello a “volo d’uccello”. L’indagine archeologica ha permesso di verificare che al momento della realizzazione del rivellino il piano di calpestio subisce un notevole innalzamento rispetto ai piani rocciosi sottostanti. Alla quota del banco roccioso si conservano numerosi intagli relativi all’estrazione di grossi blocchi avvenuta in età greca. L’estrazione di grossi conci a forma di parallelepipedo è stata documentata grazie alla conservazione al livello del piano calcarenitico di numerosi intagli. Tali evidenze, che permettono in negativo di misurare le dimensioni dei blocchi, disegnano in superficie l’attività estrattiva, la latomia.

Il blocco veniva delimitato tramite l’intaglio regolare di profonde fenditure (lo strumento è un’ascia con taglio retto), all’interno delle quali si collocavano dei cunei in legno. I cunei venivano successivamente imbevuti d’acqua e, aumentando quindi di volume, favorivano il distacco del blocco lungo il piano desiderato. La squadratura e la rifinitura delle superfici avveniva soltanto dopo la posa in opera. La ricerca archeologica ha consentito di datare tale attività estrattiva al V secolo a. C.

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The Rivellino Located along the western side of the castle, where this overlooks the city, the Rivellino is a narrow space walled off and delimited by corner towers. It was built during the XIII century, probably during the restoration ordered by Manfredi, and later rehandled for want of Don John of Aragon. This space refers to a well-known element in the military architecture. From a strategic point of view, this fortified avant-corps bar out the access to the entrance door which opens at the centre of the surrounding wall. Those who wanted to enter the castle, in fact, were obliged to go through a side access, defended by a tower, and walk along a side path totally watched by the guards. Moreover, the entrance door was difended by a high octagonal tower, whose basament still exists. The access to the high floors of the tower is provided by a stair built into the wall surrounding the Cortile di San Nicolò. During the late refurbishment of the Rivellino, when the use of firearms was spreading, some preexisting structures were covered and partially cut down. A cistern was included on the northern side, while on the southern side, next to the Torre della Guardia, a circular well was created. This one is depicted in the XVI century bird's-eye view of the castle. The archaeological investigation has found out that, when the Rivellino was built, the ground surface was considerably raised in respect to the rock structure below. At the level of the rocky calcarenitic bench there are lots of carvings due to the mining of thick blocks which took place during the Greek era. Such evidences, which allow us to measure the size of the blocks, draw the mining activity on the surface, the latomia.

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The blocks were outlined by means of a regular carving of deep cracks (the tool employed was a straight-edged axe), inside which wooden wedges were put. These wedges were later soaked in water thus gaining volume so that they helped the detachment of the block along the intended level. Only after having laid the blocks, the surfaces were squared and rounded off. According to the archaeological investigation, this mining activity dates back to the V century B.C.

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Il Cortile di San Nicolò Il primo grande cortile del castello, nel quale si entra superata la porta maggiore, è quello di San Nicolò. Di forma trapezoidale, questo vasto spazio, posto ad una quota inferiore rispetto alla rimanente parte del castello, fu così chiamato per la presenza di una chiesa dedicata al santo vescovo di Mira, patrono degli Altavilla e della stessa città di Enna. Il cortile è dominato dalla alta muraglia che ad Est lo divide dagli altri spazi oltre che dalle torri che lungo le mura si pongono a cerniera e controllo degli angoli e delle porte. Oggi delle strutture interne rimane poco, della stessa chiesa, non pare siano riconoscibili resti pertinenti. Nell’angolo di Nord Ovest del cortile si può osservare il quartiere militare spagnolo, voluto con ogni probabilità dal reggente Don Giovanni, nel XV sec. Questo basso edificio appoggiato alle mura del castello ed alla Torre della Campana, fu costruito per dare asilo ad una guarnigione atta alla difesa con le armi da fuoco ed al controllo dei prigionieri rinchiusi nel castello. Siamo quindi alla definitiva trasformazione da castello regio in caserma e carcere. L’attuale piano di calpestio, frutto dei più recenti interventi di recupero, si colloca ad una quota in cui sono visibili numerosi affioramenti rocciosi. Le indagini archeologiche nel piazzale di S. Nicolò sono cominciate nel 1979, sino ad arrivare, nel settembre del 2001, alla rimozione delle strutture

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Torre della campana Torre pisana Ipogeo Torre dell’harem

in cemento del “Teatro sotto le stelle”. L’attività di scavo, durata sino all’estate del 2002, si è concentrata sempre nella fascia orientale del piazzale, dove le gradinate del teatro avevano sigillato un contesto archeologico abbastanza integro. Lo scavo archeologico all’interno dell’ ”Area 1” ha posto in evidenza come nel corso del XIV secolo i livelli di frequentazione coincidessero sostanzialmente con quello attuale, essendo costituiti prevalentemente da pavimenti in terra battuta. Nella parte settentrionale del cortile è ubicato un ipogeo cui si accede attraverso una rampa a larghi gradoni. Nello spazio circostante l’ipogeo sono visibili numerosi tagli nella roccia, parte dei quali riferibili ad attività di cava in età greca, altri appartenenti alla tipologia della fossa circolare a profilo campaniforme. Questo tipo di fossa è stato rinvenuto in tutta l’area del castello ed è stato datato, grazie allo scavo archeologico, al V secolo a.C. Analoghi tagli in roccia sono stati posti in luce nella fascia meridionale, dove la zona definita “Area 1” è stata sottoposta ad un esteso intervento di scavo archeologico. Nella parte non indagata (settore S-O) sono tuttora visibili labili residui di strutture murarie di età moderna, alcune delle quali si riconoscono nell’iconografia storica del

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Torre della catena Area scavi Torre sud Cinta sud

castello. Il contesto archeologico generale di questo cortile è articolato in una sequenza di fasi ben distinte. In età greca e romana la frequentazione si attesta al livello della superficie rocciosa. Tutta l’area, nel corso del V e del IV sec. a. C. è disseminata di fosse circolari (siloi) la cui funzione, in base ai dati di scavo, sembrerebbe legata ad un uso cultuale nel quadro generale di un percorso riferibile ad un santuario. Le fosse sarebbero, infatti, state utilizzate per conservare il grano sacro oppure i resti di offerte votive. La presenza nell’area di estese superfici di cava per l’estrazione di grossi blocchi lascia supporre che, forse nella parte eminente dello sperone roccioso, fosse stato costruito un edificio sacro (tempio o temenos). In età romana l’area subisce un cambiamento d’uso, essendo rilevata la presenza di alcune tombe, probabilmente riferibili ad una piccola necropoli extraurbana. L’uso dell’area come necropoli dovette perdurare anche in età paleocristiana, come indica la presenza di alcuni ipogei sepolcrali (successivamente inglobati nel fossato bizantino) con tombe lungo le pareti e di alcune tombe a fossa rinvenute nel settore di scavo 1. In epoca bizantina ed altomedievale, la realizzazione di uno sbarramento fortificato e potenziato da un fossato lascia la gran parte

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dell’area all’esterno. Lo stato attuale delle indagini, ancora ad uno stadio iniziale, non permette di affermare quali fossero i livelli di calpestio in questo periodo storico. In età normanna e, successivamente, nel corso dei secoli XIII e XIV, è stata rilevata una serie progressiva di innalzamenti dei livelli di occupazione, in coincidenza con la colmatura del fossato, che di fatto ne annulla la funzione. L’innalzamento dei livelli pavimentali continua sino all’età moderna, quando una raffigurazione cinquecentesca del castello, molto dettagliata, permette di individuarne la quota in corrispondenza della soglia del portale che mette in comunicazione i due cortili (porta della Catena). In questa immagine viene rappresentata la chiesa di S. Nicolò (1) ed un pozzo (2). 2 1

In questo periodo dovettero essere costruiti anche alcuni edifici a ridosso del muro di cinta meridionale, come testimoniano le tracce di alcuni spioventi visibili sulle superfici murarie. Al di sotto di essi si sono conservate anche alcune nicchie in cui probabilmente si collocavano le lampade. Nella parte orientale del percorso si è posto in luce un rettangolo incavato in roccia, interpretato come “calcara”, fossa di spegnimento della calce. Essa è ubicata a ridosso di un lungo taglio rettilineo che attraversa l’area in senso N-S e che sembrerebbe costituire il limite occidentale di un altro fossato, attualmente obliterato dalle strutture murarie sottostanti la torre Pisana.

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The s.Nicolò Courth Cortile di San Nicolò is the first big courtyard you enter as you pass through the main gate, so called because it contained a church dedicated to St. Nicholas, Bishops of Mira, patron saint of the Hauteville family and Enna itself. This wide trapezium-shaped space is located at a lower level as opposed to the remaining part of the castle. The courtyard is dominated by a high wall which, eastwards, separates it from the other spaces and from the towers along the walls that act as a hinge and control of corners and doors. Few are the present-day remains of the interior structures; remains having precise relevance to the church have not been identified. At the north-west corner of the courtyard, it is possible to observe the Spanish military quarters, very likely wanted by the regent Don John of Aragon in the XV century. This low building, leaning against the castle walls and Torre della Campana (Tower of the Bell), was built to shelter a garrison whose tasks were to defend with firearms and control the prisoners confined in the castle. Thus, the royal castle was permanently turned into barracks and dungeon. The present ground surface, which is the outcome of the latest restoration interventions, is located at a level in which a large number of rock outcrops are visible. Archaeological researches in the courtyard area started in 1979 and in September 2001 the concrete structures of the “Theatre under the Stars" were removed. The excavation activity, lasted until the summer of 2002, focused always on the exploration of the eastern part of the courtyard, where the tiers of the theatre had sealed off a quite undamaged archaeological context. The archaeological excavation

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inside the “Area 1� has pointed out that the levels of frequentation throughout the XIV century essentially coincided with the present one, being them predominantly constituted by dirt floors. In the northern part of the courtyard a hypogeum is located, which is accessed by means of a flight of broad steps. In the area surrounding the hypogeum a large number of rock cuts are visible, some of which relate to a quarry activity at the site dating to the Greek period, while others belong to the type of circular pits with bell-shaped profile. Pits of this type were recovered in the whole area of the castle. According to excavations they date to the V century B.C.. Similar rock cuts have been revealed in the southern part, where an extensive archaeological excavation has been conducted throughout the so-called Area 1. In the zone still not investigated (south-west sector) unremarkable remains of masonry structures, dating from modern age, are still visible, some of them are identified in the castle historical iconography. The general archaeological context of this courtyard is articulated in a sequence of well-distinct phases. During the Greek and the Roman period the level of frequentation corresponded to the rock surface level. During the V and the IV centuries B.C., circular pits (siloi) were distributed over the whole area. According to the excavation data, their function seems to refer to a worship practice relating to a sanctuary. The pits, indeed, seem to have been used for storing sacred wheat or remnants of votive donations. The wide quarrying areas, in the site, for the extraction of thick stone blocks make the researchers believe that, perhaps in the prominent part of the rocky spur, a sacred building (temple or temenos) had been raised. During the Roman period, this area underwent a change in use, certified by

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the presence of graves probably relating to a small extra-urban necropolis. The existence of a necropolis must have persisted also through the early Christian era, as documented by the presence of some burial hypogeums (later incorporated in the Byzantine moat) with graves along the walls, and of some pit graves revealed in the excavation sector 1. During the Byzantine and the early Middle Ages periods a fortified blocking, also strengthened by a moat, was made which left the most part of the area outside. The current archaeological researches, still at the first stage, do not enable archaeologists to draw conclusions about the ground surfaces during that historical period. Excavations have revealed a progressive series of raisings of the levels of occupation in correspondence of the filling of the moat - dating back to the Norman age and to the XIII and XIV centuries - which, in point of fact, nullify its function. The raising of the floor level held over until the modern age. A very detailed XVI century representation of the castle enable archaeologists to state that the level of the ground surface coincided with the threshold of the portal connecting the two courtyards. In this image San Nicolò church and a

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well are depicted. During that period some buildings must have been raised, close to the southern boundary wall, as documented by traces of some pitches still visible on the wall surfaces. Beneath them, some niches still exist in which probably lamps were placed. In the eastern side of the route, excavations have revealed a rectangle sunken in the rock which has been interpreted as a “calcara�, i.e. a pit for slaking lime. It is located close to a long straight cut which crosses the area in a north-south direction and seems to form the western border of another moat, at present effaced by the wall structures underlying the Torre Pisana (Pisan Tower).

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Ipogeo Il complesso ipogeico ubicato nella parte settentrionale del piazzale è il frutto di una serie di interventi di epoche differenti. Esso è costituito da una cavità a pianta vagamente rettangolare, cui si accede attraverso una larga rampa che prende l’avvio dalla quota del banco roccioso. La discesa è assicurata tramite una serie di ampi gradini che, con ogni probabilità, permettevano l’accesso agli animali. All’interno della cavità si apre, sul lato orientale, un’ampia vasca colma d’acqua. La vasca ha una pianta semicircolare ed è delimitata da una spalla in muratura. Sulla parete opposta, ad una quota superiore, è ubicata un’altra vasca a pianta trapezoidale. L’orlo conserva al centro un foro di uscita dell’acqua. Questo ultimo elemento è stato interpretato come abbeveratoio. All’estremità settentrionale della camera si apre un varco attraverso il quale è possibile osservare un profondo pozzo verticale che discende dai livelli rocciosi superiori. Lungo due pareti opposte si conservano due serie di piccole nicchie (pedate) poste in verticale, realizzate per favorire la discesa. Grazie all’analisi dei rapporti fra i tagli in roccia è possibile affermare che il pozzo è stato realizzato in un’epoca precedente rispetto alla camera ed alla rampa, probabilmente durante la costruzione del castello svevo. Sul lato settentrionale del pozzo, alla quota più profonda, si apre uno stretto canale irregolare che sfocia

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all’esterno dello sperone, sull’attuale strada. Qui sono ancora visibili alcune canalette connesse a delle piccole vasche quadrangolari. Il sistema dei canali e delle vasche poste in sequenza potrebbe essere relativo ad un impianto produttivo di età medievale, del quale oggi non disponiamo di elementi conoscitivi. Tornando alla rampa d’accesso, essa reca all’estremità meridionale due nicchie contrapposte, anch’esse interpretate come abbeveratoi. Lo scavo all’interno della camera ipogeica ha permesso di recuperare un corposo numero di brocche e contenitori per l’acqua, databili al XVIII secolo.

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Hypogeum The hypogeum complex, located in the northern part of the square, is the result of several interventions made in different epochs. It consists of a cavity with vaguely rectangular plan, entered through a broad flight of steps which starts from the level of the rocky bench. The descent is possible by means of these broad steps, which, very likely, must have been used to enable animals to enter. Inside the cavity, on the eastern side, there is a wide tank full of water. It is a semi-circular tank delimited by a shoulder of masonry. Another tank, trapezium-shaped in plan, is located on the opposite wall, at a higher level. Its brim has got a hole for the flowing out of water, which has been considered a drinking trough. At the northern end of the chamber, a passage opens through which a deep vertical well, descending from the upper rocky levels, is seen. Along two opposite walls, there are two series of small vertical niches (step-treads) built in order to make the descent easier. Analysis carried out of the ratios among rock cuts allow to demonstrate that the wall was built in former times than the chamber and the flight of stairs, probably during the construction of the Swabian castle. An irregular channel opens to the northern side of the well, at the deepest level. It flows out into the current road. Here, some grooves connected with small quadrangular tanks are still visible. The system of channels and basins in sequence may refer to a Medieval production facility, about which today we have no specific data. Let's consider the entrance flight again. At its southern end, two opposed niches exist which have been interpreted, them too, as drinking troughs.

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The excavation inside the hypogeum has allowed the researchers to find out a number of ewers and water containers, dating back to the XVIII century.

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Il Fossato e i resti della fortificazione bizantina (Kastron) Il fossato, orientato in senso Nord-Sud, è uno degli elementi più importanti emersi nel corso delle indagini. Una sua auspicabile piena fruizione potrà avvenire solamente dopo il completamento degli scavi. Il fossato si presenta parzialmente coperto dal muro di cinta meridionale e tagliato all’estremità. Esso ha una lunghezza residua di m 42 ed una larghezza media di m 4, con un’espansione sino a m 4,70 all’estremità settentrionale.

Una seconda sezione sembra allungarsi lungo la rimanente parte del cortile, verso nord, ma ad oggi è coperta da strutture successive. Le pareti, che recano tuttora i segni dello strumento ad ascia che è stato impiegato per tagliare la roccia (dolabra), presentano un lieve restringimento verso l’interno. Nella parte centrale, lungo la parete ovest, si aprono alcune aperture relative ad una

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sequenza di ipogei. All’estremità meridionale, parete est, è stata posta in luce una profonda nicchia a pianta semicircolare. La nicchia, attualmente coperta da un muro costruito nel XII secolo, è stata certamente scavata in epoca alto-medievale. Nella parte settentrionale del fossato si rileva una lieve divergenza verso Ovest, insieme ad un’espansione. Tale anomalia è forse determinata dalla presenza di antichi tagli di cava. La realizzazione del fossato, oltre che per motivi strategici, contribuì a fornire anche materiali costruttivi. Nell’angolo sudorientale del settore di scavo, proprio dinanzi al fossato, è stato riportato in luce il basamento parzialmente conservato di una torre a pianta quadrangolare. La costruzione di tale struttura, il cui lato settentrionale è parzialmente inglobato nell’attuale muro che delimita i due cortili, avvenne nel corso dell’VIII secolo, come si evince dai reperti recuperati negli strati ad essa connessi. Siamo dinanzi la prova del fenomeno dell’incastellamento, più volte menzionato dalle fonti: il governo bizantino del Tema di Sicilia,

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allo scopo di fronteggiare le crescenti incursioni musulmane (iniziate nel 652 e culminate con lo sbarco a Mazara nell’827), decise di potenziare le difese con una capillare opera di fortificazione di ogni sito rilevato e strategico. Ad Enna, caposaldo principale della strategia difensiva bizantina, questo intervento assume lo schema del castrum/kastron, derivato dal mondo romano attraverso le fortificazioni nordafricane di età giustinianea, qui costruito sui resti dell’acropoli antica e nonostante la certa presenza di un’altra fortezza sul lato ovest della città. Le fondazioni della torre coprono e parzialmente colmano due tombe di età romana scavate nella roccia, insieme a tre fosse circolari di età greca. I muri della possente struttura hanno uno spessore di 1,40 m e vennero costruiti utilizzando in parte blocchi estratti in loco. La tecnica costruttiva, che vede l’impiego di una malta molto tenace, si basa sulla doppia cortina muraria contenente un nucleo di elementi informi. La tessitura dei muri si articola in filari regolarizzati da frequenti inzeppature. Nei tratti conservati si nota una progressiva riduzione dello spessore verso l’alto, a garanzia di una migliore tenuta statica della struttura. Le dimensioni dei blocchi sono minori rispetto a quelli di età classica.

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The Moat and the remains of the byzantine fortification (Kastron) The moat, laid out in a north-south direction, is one of the most important elements found during the archaeological researches. Its desirable full fruition will be possible only once the excavations are completed. The moat looks partially covered by the southern boundary wall and cut on its edges. It is 42 metres long (residual length) and 4 metres wide (average width), with an expansion up to 4,70 metres at the northern edge. A second section seems to lengthen along the remaining part of the courtyard, but today it is covered by later structures. The walls, still displaying traces of the pickaxe used to chop the rock (dolabra), slightly narrow down inwards. In the central part, along the western wall, some openings relating to a sequence of hypogeums open up. At the southern end, eastern wall, excavations brought to light a deep niche with semicircular plan. The niche, presently covered by a wall built in the XII century, was certainly dug in the early Middle Ages. In the northern part of the moat, a slight westward divergence together with an expansion have been pointed out. Such anomaly is perhaps due to ancient quarry cuts. The realization of the moat, as well as being strategic part of the defensive system, was a way to obtain construction materials. At the south-western corner of the excavation sector, just in front of the moat, the partially-conserved basement of a quadrangolar tower has been brought to light. The northern side of this structure is partially encompassed in the wall that today marks

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down the limits of the two courtyards. Remains recovered in the stratums connected to it allow us to determine that its construction took place over the XVIII century. This is the archaeological evidence of the phenomenon of the battlements which is several times mentioned in the sources: the Byzantine government of the Sicilian Theme, aiming at facing the increasing Muslim raids (started in 652 and culminated with the landing at Mazara occurred in 827), decided to strengthen the defense system by an extensive fortification of every raised and strategic site. In Enna, foremost strongpoint of the Byzantine defensive strategy, this intervention took the form of the castrum/kastron derived from the Roman world through North African fortifications raised during the age of Justinian. Here it was built on the remains of the ancient Acropolis site, notwithstanding the certain presence of another stronghold on the western side of the city. The tower foundations cover and partially fill up two Roman-period graves dug in the rock, together with three circular pits belonging to the Greek period. The walls of this imposing structure are 1,40 metres thick. They were partly built using stone blocks quarried on the spot. The building technique, with the use of a very strong mortar, is based on a double curtain wall containing a nucleus of shapeless elements. The walls texture is composed of rows regularized by frequent wedgings. In the undamaged parts it is possible to notice an upwards progressive reduction of their thickness, which assures a better static strength of the structure. The sizes of the stone blocks are smaller than the ones belonging to the Classical Age.

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Il Cortile della Maddalena Cosiddetto per la presenza di una chiesa dedicata alla Maddalena, della quale ad oggi pare scomparsa qualsiasi traccia, il vasto cortile, posto sulla parte più spianata del castello, venne creato quasi certamente dalla opera sveva attraverso la costruzione di un terrapieno cinto da mura e munito di torri angolari e rompitratta. Il cortile, probabilmente adibito all’acquartieramento di truppe e cortigiani, non presenta costruzioni all’interno e solo qualche traccia di attacchi murari sulla cortina interna tra lo stesso ed il cortile di San Nicolò. È aperto verso la Rocca di Cerere da una porta detta “porta falsa”, oggi munita di scala ma un tempo sospesa in alto sulla scarpatura artificiale del banco roccioso. La necessità di eliminare il peso del terrapieno sulle murature esterne del castello, ha portato

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ad un primo scavo del terrapieno stesso che ha messo in luce grandi strutture murarie ad andamento del tutto diverso da quello delle murature duecentesche. Tali strutture sono ancora da indagare con maggiore approfondimento e potrebbero chiarire diverse cose circa le epoche precedenti alla ristrutturazione sveva. La parte centrale del cortile è invece da considerarsi sterile archeologicamente in quanto negli anni quaranta finali la stessa venne sventrata per la creazione delle grandi vasche dell’acqua che ancora oggi approvvigionano la città. Il cortile si apre poi su quello di San Martino e su quello di San Nicolò con due porte gemelle, a sesto acuto nel rimbotto e a tutto sesto nel vano.

Cortile San Martino Cortile della Maddalena

Cortile San Nicolò

RIv elli no

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Cortile della Maddalena This large inner courtyard is called Cortile della Maddalena because it contained a church dedicated to St. Mary Magdelene, whose remains, to date, have not been found yet. It is situated at the highest location on the flat ground of the castle. It was certainly created during the Swabian works by building an embankment surrounded by walls, and fortified with corner towers and others in the middle of the curtain wall. The courtyard was probably used for quartering troops and courtiers. It has no buildings inside except for some masonry junctions on the curtain wall between it and the courtyard of San Nicolò. It opens out towards the Rocca di Cerere (Rock of Ceres) by means of a door called “false door”, which today is reachable through a stair but was once suspended above the artificial batter of the rocky bench. When it was necessary to eliminate the weight of the embankment over the outer walls of the castle, an early excavation of the embankment was made. This brought to light some great masonry structures which appear to be very different from the thirteenth-century structures. These have not been studied in depth yet, but they could shed light on several aspects of the ages prior to the Swabian restoration of the castle. The central portion of the courtyard is, on the contrary, to be considered unfruitful from an archaeological point of view, as in the late '40s it was gutted in order to creat wide cisterns which are still today cisterns for town water. The courtyard, then, opens out into the courtyards of San Martino and San Nicolò by means of twin doors, with pointed outer arch and round inner arch.

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Il Cortile di San Martino Il Cortile di San Martino, cosiddetto per la presenza di una chiesa dedicata al Vescovo di Tours, si deve interpretare come l’area più difesa del castello, dedicata, almeno a partire dalla fase sveva, alla utilizzazione di corte del maniero. Qui in un quadrilatero irregolare, compaiono i resti del grande Palatium svevo, alcuni vasti silos probabilmente utilizzati per l’accantonamento di derrate alimentari, un’area con un grande forno in refrattario, una vasta sala rettangolare, diverse torri poste agli angoli ed in posizione di rompitratta. Il cortile è dominato dalla mole della Torre Pisana, un mastio imponente, probabilmente identificabile con il restauro voluto da Manfredi Hohenstaufen e posto fuori asse rispetto le linee essenziali del maniero.

Gli scavi L’area posta nella fascia meridionale del piazzale di S. Martino è stata oggetto di una campagna di scavi archeologici. Il contesto archeologico dell’area è costituito da una serie di tombe a fossa prevalentemente orientate in senso E-O. La piccola necropoli si sovrappone ad una serie di sette fosse circolari a profilo campaniforme, incidendole in parte. La presenza delle tombe, datate già nel 1979 all’età

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bizantina, potrebbe essere interpretata in relazione ad un piccolo edificio di culto intitolato probabilmente al santo da cui prende nome il piazzale. L’intervento più recente, finalizzato alla pulizia ed alla regolazione dei limiti del vecchio scavo ha, fortunatamente, permesso di recuperare altri dati archeologici ampliando, quindi, la lettura generale delle fasi succedutesi nell’area. Da un punto di vista generale, si è documentato lungo le sezioni superiori un esteso livello di calpestio, databile all’età tardo-normanna. Tale livello cancella, coprendole, sia le tombe, sia le fosse circolari e coincide sostanzialmente con la quota poi mantenuta nelle fasi di vita successive. Alla stessa epoca appartiene il poderoso muro ubicato lungo il limite orientale dello scavo.

Al di sotto di questo strato “sigillo” si pone direttamente il banco roccioso con le tombe e le cavità da esse tagliate. Le nove fosse tombali presentano un profilo planimetrico vagamente

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antropomorfo, che trova confronti in esemplari bizantini ed altomedievali. Frequente è la risega che doveva sostenere le lastre di copertura.

Assenti corredi di pregio, se si escludono manufatti acromi (ad es. brocche) e in osso. Costanti appaiono le caratteristiche nella deposizione degli inumati, posti in posizione supina con le braccia incrociate sullo sterno. In alcuni casi la testa poggia su una sorta di cuscino realizzato con pietre. All’ultima fase della chiesa di San Martino, restaurata dalla nobiltà ennese durante il XVI secolo, appartengono le semicolonne in marna gessosa grigia, detta pietra di Furbalata, oggi poste nella torre degli appartamenti reali, al Museo Civico Alessi oltre che nel portale laterale del Duomo, detto, appunto di San Martino.

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Cortile di San Martino This inner courtyard is called Cortile di San Martino because it contained a church dedicated to St. Martin, Bishop of Tours. It appears to be the bestdefended section of the castle intended, at least since the Swabian period, to be used by the court of the castle. Here, inside an irregular quadrangle, we find the remains of the great Swabian Palatium, some big silos probably intended for food storage, an area with a big refractory oven, a wide rectangular hall, several towers situated at the corners and in the middle of the curtain wall. The courtyard is dominated by the bulk of the Torre Pisana (Pisan Tower), an imposing keep, maybe associated with the restoration wanted by Manfredi Hohenstaufen and located off-axis from the essential lines of the castle. EXCAVATIONS A campaign of archaeological excavations has been conducted in the southern part of the square of San Martino. The archaeological context of the site includes a series of pit graves mainly east-west oriented. This small necropolis overlaps a series of seven circular pits with bell-shaped profiles, partly splitting them up. The presence of graves, which already in 1979 were dated to the Byzantine period, could be interpreted as relating to a small worship building probably dedicated to the saint from whom the square takes its name. The most recent archaeological work, for cleaning and setting the limits of the old excavation, has revealed further data, thus broadening the general reading of the various phases of the area history. From a general point of view, a wide ground surface, dating back to the late Norman

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period, has been documented along the upper sections. This surface covers both the graves and the circular tips thus cancelling them. It substantially coincides with the level then maintained in the following phases. The imposing wall, located along the eastern edge of the excavation, dates back to the same period. Beneath this ”sealing” layer there is straightly the rocky bench with the graves and the cavities cut by them. The plan configuration of the grave pits (nine) looks vaguely anthropomorph, and therefore similar to Byzantine and early Middle Ages examples. The offset used to support the roofing slabs appears to be a frequent feature. Excavations revealed no valuable paraphernalia, except for some achromic bone artifacts (e.g. ewers). Interment positioning appears to have followed a consistent pattern, individuals were interred lying on their back, arms folded on their breastbone. Sometimes, their head laid on a sort of pillow made of stone. The semicolumns made of grey chalky marl – called “stone from Furbalata”- belong to the last phase of the church of San Martino restored by the nobility of Enna during the XVI century. At present they are located in the tower of the royal apartments and at Museo Civico Alessi. To the same phase of the church of San Martino also belongs the Duomo side portal, exactly called “of San Martino”.

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Il Palatium Posto lungo il muro divisorio tra il grande cortile di San Nicolò e quello di San Martino, il palatium è parzialmente ricostruibile attraverso i resti oggi visibili.La sua pianta pare essenzialmente riconducibile ad un lungo quadrilatero che va dalla cortina interna tra il cortile della Maddalena a quella settentrionale esterna. La estremità meridionale del palatium è costituita da un possente doppio torrione, oggi superstite per due elevazioni ma un tempo certamente munito di una terza elevazione almeno su una delle due aree. Questo torrione, oggi detto dell’Harem, doveva contenere al piano terreno una vasta sala collegata alla sala ad arcature che oggi rimane in pianta al centro del palatium e forse adibita a vano privato per la corte. Al piano superiore, oggi privo del pavimento ma ricostruibile mediante le mensole e le riseghe sulle quali lo stesso si appoggiava, doveva essere una altra sala vasta aperta sul piano superiore del palatium con una grande porta arcuata oggi tompagnata, munita di camino e collegata mediante un corridoio aperto nello spessore murario ad una seconda stanza più privata della quale si può immaginare un uso veramente “familiare” da parte del sovrano. Il torrione, oggi monco, si apre anche su di un corridoio voltato e su di una scalinata che doveva portare al piano superiore poi crollato. Il corpo centrale del palatium doveva essere articolato lungo due

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quadrilateri affiancati su uno dei quali si disponeva la lunga sala con le arcature a sesto acuto e la vasta sala superiore, mentre dell’altra parte poco è ricostruibile in quanto ad oggi rimane a stento un corso dei conci di muratura esterna. Interessante la permanenza delle feritoie che dovevano illuminare la sala alta e che presentano una particolarissima forma utile alla guardia da parte di un balestriere in ginocchio all’interno del vano di imposta. Questo palatium, la cui estremità settentrionale è ad oggi non ricostruibile e sostituita dalla Torre Pisana, dovette essere distrutto dall’assalto dei cittadini alla morte di Federico II di Svevia. La parte restaurata per ordine di Manfredi e poi, da Federico III d’Aragona, doveva comunque mantenere alcune delle caratteristiche originali e, ancora ai tempi di Padre Giovanni dei Cappuccini (XVIII) doveva apparire come lussuosa per quanto cadente.

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Palatium The Palatium is located along the cross-wall between the great Cortile di San Nicolò and Cortile di San Martino. It is possible to partially construe it through the present-day remains. Its plan appears as having reference to a long quad which runs from the inside curtain wall, between Cortile della Maddalena and Cortile di San Martino, to the northern one. The southern end of the palatium consists of an imposing double keep. Two elevations of it still exists, but originally it must indeed have had a third one, at least on one of the two areas. This keep, today called “of the Harem”, must have contained, at the low ground, a wide stair adjoining the arches hall which today is, in the plan, at the centre of the palatium and which was maybe intended as privy chambers for the court.ì The upper floor is today lacking of the flooring, but it is possible to construe it through the cantilevers and the offsets which it rested upon. There must have been a wide room - open to the upper floor of the palatium by means of a great arched door, today closed by a masonry infill wall-, having a fireplace and being connected, through a corridor, to a second more private room thought to have been used by the king for really “informal” purposes. The keep, today truncated, opens out into a vaulted corridor and a staircase which must have led to the upper floor later collapsed. The central body of the palatium must have extended along two adjacent long quadrilaterals. On one of these stood the great hall with pointed arches and the wide upper hall. As regards the other side, archaeologists are able to construe very little of it as, to date, just a course of the segments of the outer masonry has remained.

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It is interesting to note the permanence of the loopholes that must have lighted the upper hall. They present a very peculiar structure useful for a crossbowman standing sentinel on his knees inside the impost block. To date, it is not possible to construe the most northerly point in the palatium, it has been replaced by the Torre Pisana (Pisan Tower). The palatium must have been destroyed when the citizens assailed it at the death of Federico II of Swabia. The portion of the palatium which was restored for want of Manfredi first and then by Frederick III of Aragon, must have contained some of the original features and, still at the time of Father John of the Capucines (XVIII century) it must have appeared magnificent although decaying.

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La Torre pisana Posta lungo la cortina settentrionale del castello, all’incrocio tra la cortina esterna e quella divisoria tra i cortili di San Nicolò e di San Martino, la torre domina gran parte della Sicilia con una capacità di avvistamento probabilmente unica. La sua forma, eccezionalmente limpida, è quella di un poderoso mastio erede del donjon normanno. A pianta quadrangolare irregolare,

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caratterizzata da una posizione obliqua rispetto le linee essenziali del cortile di San Martino, è suddivisa in tre piani dei quali uno posto leggermente sopra il livello di calpestio medio del cortile, il secondo ben più in alto con un soffitto a travi oggi ricostruito, ed il terzo, quello esterno, sorretto da una volta a crociera lineare con un eccezionale lavoro di intaglio. Originariamente l’accesso doveva avvenire dalla porta posta sul lato meridionale del torrione, probabilmente con una scala realizzata sui resti del Palatium e poi dotata di una passerella all’occorrenza ritirabile. Da questa porta si diparte una scala realizzata per metà sullo spessore murario e per la restante parte su di un cornicione scalato oggi malamente superfetato sino a giungere al livello di calpestio del soffitto del piano rialzato. Da questo piano si giunge alla terrazza oggi merlata attraverso una scala realizzata interamente in una galleria nello spessore murario. Da sopra il panorama è veramente mozzafiato, nelle giornate di cielo limpido da qui si vede gran parte dell’isola e si traguardano diversi antichi luoghi forti che con la Pisana dovevano scambiare informazioni visive. Il panorama è dominato a Nord dalla scura mole del Monte Altesina, baricentro geografico della Sicilia e utilizzato come punto di incontro dei tre “Valli” in cui gli arabi divisero l’isola. Il ruolo della torre oltre a quello dell’avvistamento e della comunicazione doveva essere quello della estrema difesa della corte eventualmente assediata con la possibilità di controllare la città, le sue vie di accesso e lo stesso castello. Inoltre non va sottovalutato l’effetto “politico” della torre stessa, simbolo imponente e distinguibile di un potere

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regio che vedeva in Enna uno dei fulcri del Regnum. Va detto che il piano terra è oggi del tutto diverso da come doveva apparire all’atto della costruzione della torre, infatti ai tempi non esisteva la scala che oggi parte dal piano di calpestio, la stanza doveva essere ben più larga e la cavità oggi aperta sul muro occidentale

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(detta “fossa delli dannati�) doveva aprirsi direttamente sul pavimento mentre la muratura meridionale doveva presentare una alta arcatura a tutto sesto oggi tompagnata.

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Torre Pisana Located along the castle northern curtain wall, at the crossing between the outer curtain wall and the one which separates Cortile di San Nicolò from Cortile di San Martino, the tower dominates most of Sicily, a perhaps unique lookout. Its structure, extraordinarily sharp, makes it a powerful keep heir of the Norman donjon. The tower has an irregular quadrangle-shaped plan, characterized by having a sloping position as opposed to the essential lines of Cortile di San Nicolò. It is divided into three floors, one of which is situated slightly above the medium ground surface, the second more aloft with a beam ceiling, today rebuilt, and the third, the outer one, held up by a linear cross vault with a notable work of carving. Originally the way to access the tower was the door on the southern side of the keep, perhaps by means of a stair built on the remains of the Palatium, and later equipped with a walkway retractable when needed. A stair starts from this door. Half of it is built on the wall thickness, and the rest of it lays on the cornice, until it reaches the ground surface of the mezzanine ceiling. From this it is possible to reach the terrace, today crenelated, by means of a stair entirely built in a gallery inside the wall. The view from the top of the tower is breathtaking, on a clear day you can see most of Sicily and sight several ancient strongpoints which must have exchanged visual information with the Torre Pisana. The view is dominated northward by the dark mass of Altesina Mount, the geographical barycentre of Sicily at the convergence of the three “Vallums” into which the Arabs divided the island. The tower was used as a lookout post and a communication site.

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It also must have been considered as the final defence point for the court to hide in when besieged, since it allowed to control the city, its approach routes and the castle. Moreover, the “political” effect of the tower is not to be underestimate, since it was an outstanding and recognisable symbol of a royal power which had made Enna one of the key points in the Regnum. It is important to say that the low ground is today totally different than it was when the tower was built. Then, actually, the stair which today starts from the ground surface did not exist, the room must have been larger and the cavity, today in the western wall ( the so-called “fossa delli dannati”), must have open directly onto the floor, while the southern masonry must have been endowed with high round arches today closed by a masonry infill wall.

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Approfondimenti To know more

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Il santuario delle divinità ctonie In epoca pre-cristiana il sito ospitava uno dei santuari pagani più noti nell’antichità. La suggestività dei luoghi, la presenza della "Rocca" (detta "di Cerere"), il panorama, che permette di spaziare sulle colline coltivate a frumento, hanno favorito la localizzazione, ivi, del culto delle divinità del sottosuolo (ctonie), il cui mito trova espressione immaginifica presso le rive del Lago di Pergusa, a 10 km in direzione Sud. Secondo la leggenda, Demetra/Cerere, protettrice dei campi, insegnò di persona agli ennesi la coltivazione del grano, e pose qui, su questa rocca, la sua dimora, simbolo misterico di contatto con la terra e di elevazione divina. Per tale motivo, in antico, il sito ospitò un temenos (dal greco, "recinto sacro"), area delimitata da confini sacri, ove non necessariamente dovevano trovarsi dei templi, nella quale si svolgevano riti e sacrifici a Demetra e Kore. Il santuario di Demetra e Kore - Il mito. In epoca pre-cristiana, il sito ospitava uno dei santuari pagani più noti dell’antichità, dedicato al culto di Demetra e Kore. Qui, secondo una versione del mito che appare strutturata nel corso del V sec. a.C., poi tramandato da molti storici e poeti del mondo greco e romano, Kore, figlia della dea protettrice dei campi e della feracità del suolo, Demetra, fu rapita da Ade, fratello di Zeus e re degli Inferi. La madre disperata vagò per giorni e notti tenendo in mano una fiaccola, nel tentativo di ritrovarla, nel mentre la terra, dimenticata e attonita al cospetto del dolore divino, languiva e non produceva più frutti. Zeus, mosso a pietà, strinse un patto con Ade: la fanciulla sarebbe restata negli Inferi, regina del mondo dei morti, per metà anno, cioè in autunno e in inverno; nei restanti mesi sarebbe tornata sulla

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APPROFONDIMENTI

terra. Ed è per questo che in primavera e in estate il riso divino di Demetra ricopre la terra di fiori e allieta i campi con l’abbondanza dei raccolti. Sempre secondo il mito, Demetra insegnò di persona agli Ennesi la coltivazione del grano, e pose qui, su questa rocca, la sua dimora, simbolo misterico di contatto con la terra e di elevazione divina. Innestata probabilmente nel culto pregreco della Terra Madre, presente nel pantheon greco già nell’VIII sec. a.C. (Esiodo, Teogonia 912 e Omero, Iliade 14, 326), Demetra protettrice dei campi è anche e soprattutto thesmophoros, cioè portatrice di leggi, dei valori e dei costumi che regolano la vita degli uomini organizzati in comunità. È una dea ordinatrice, anche per ciò che concerne il mondo culturale femminile, come attesta la celebrazione delle feste thesmophoria, a lei dedicate e riservate totalmente alle donne. Valore ordinativo rispetto al senso della vita umana riveste anche l’accettazione della separazione della morte rappresentata dalla periodica discesa agli inferi di Kore, su cui si incentra il carattere ctonio del culto delle due divinità.

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Fu sotto il dominio della fondatrice Siracusa, e in particolare di Gelone, discendente da una famiglia di hierophantai (sacerdoti) di Demetra, che il culto delle due dee, divenuto predominante per l’intera Sicilia greca, acquisì in Enna il suo fulcro, facendo della città il santuario demetriaco per eccellenza. Fu Aristotele, illustre filosofo greco del IV secolo a.C., a tramandare la leggenda secondo cui Persefone/Kore/Proserpina, figlia di Demetra/Cerere, fu rapita da Ade/Plutone proprio "nei dintorni della città chiamata Enna". La madre vagò per nove notti e altrettanti giorni tenendo in mano una fiaccola, nel tentativo di ritrovarla, e, così, la terra, per il disinteresse della dea propiziatrice, non diede più frutto. Al che, Zeus pattuì con Ade che la fanciulla restasse agli Inferi per metà anno, ossia in autunno e inverno, e ritornasse alla madre nei restanti mesi, quando il riso di Demetra dà vita ai frutti della terra. Demeter Hennaia ebbe grande rilievo anche nel mondo romano, soprattutto a partire dal II sec. a.C.; dopo i torbidi che seguirono l'uccisione di C. Tiberio Gracco, fu proprio ad Enna che una delegazione senatoria fu inviata da Roma a placare con doni e sacrifici, Cererem antiquissimam, l’antichissima Cerere. Cicerone, soprattutto, attribuisce grande importanza al santuario di Enna, tanto da fare della violazione del santuario perpetrata da Verre, che ne trafugò parte delle statue, il punto culminante della sua accusa, come esempio del più grave dei sacrilegi. Il santuario di Demetra e Kore - Le fonti letterarie Le fonti letterarie antiche sono concordi nel ricordare l’importanza del culto delle dee nella città del rapimento di Kore/Persefone, culto non solo molto antico ma anche profondamente radicato; lo testimonia, per l’età romana, Cicerone quando racconta di alcuni sacerdoti che si recarono ad Enna "da Cerere in persona" (Verr. IV, 108). Non si conoscono indicazioni sulla data di fondazione del santuario ennese, della cui importanza testimonia ancora Cicerone, egli stesso iniziato ai misteri di Eleusi.: "Infatti, se si

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APPROFONDIMENTI aspira con grande ardore ad essere iniziati ai misteri degli Ateniesi, presso i quali secondo la tradizione giunse Cerere durante le sue ben note peregrinazioni, facendo loro conoscere la coltivazione dei cereali, quale profonda devozione è il caso che ci sia là dove si sa che essa è nata e ha scoperto i cereali?" (2 Verr. IV,108). Nell’elencare i misfatti di Verre nel santuario, Cicerone dà una descrizione dei luoghi e di opere d’arte ivi conservate (69 a.C.): "Chi di voi ha avuto modo di recarsi a Enna, ha visto una statua di Cerere in marmo e una di Libera in un altro tempio. Sono di grandi dimensioni e molto belle, ma non così antiche. Ne esisteva invece una in bronzo, di dimensioni modeste e di buon livello artistico, rappresentata con le fiaccole e molto antica, di gran lunga la più antica tra tutte quelle che si trovano in quel santuario; Verre la portò via, eppure non ne fu soddisfatto. Davanti al tempio di Cerere, su uno spiazzo libero e aperto, sono due statue, una di Cerere, l’altra di Trittolemo, bellissime e maestose. La loro bellezza le mise in pericolo ma le loro grandi dimensioni le salvarono, perché rimuoverle e portarle via si rivelava molto difficile. Sulla mano destra di Cerere poggiava una Vittoria di grandi dimensioni e di splendida fattura. Verre la fece svellere e asportare dalla statua di Cerere" (2Verr. IV,109-110). Nei tipi monetali emessi dalla zecca dell’antica Enna, i riferimenti al culto di Demetra e Kore sono una costante che percorre tutta la monetazione: l’immagine di una delle dee, spighe e fiaccole, vittime sacrificali (capra, maiale e toro erano i tre animali sacri a Demetra). Un cenno particolare va a due monete di periodo romano (dopo il 258 a.C.) con al D/ le statue colossali descritte da Cicerone: Demetra e Trittolemo. Quest’ultima emissione porta al R/ un aratro tirato da due serpenti alati e un chicco d’orzo: si tratta di una completa narrazione del mito. La forma del chicco sulle monete fa pensare ad orzo più che a grano: e sappiamo bene che l'orzo era più importante del grano nell'alimentazione dei Greci.

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L’evidenza archeologica La Rocca di Cerere “È una calotta ellittica tutta nuda, intaccata in tutti i sensi da latomie superficiali…” così inizia la prima ricognizione archeologica della Rocca di Cerere, dovuta a P. Orsi nel 1931. La tradizione popolare, così come lo storico cinquecentesco Tommaso Fazello, identificava la Rocca di Cerere con il sito su cui sarebbe sorto l’antico tempio di Demetra, mentre, secondo P. Orsi, meglio vi si sarebbe potuto collocare (stanti le dimensioni troppo anguste per un tempio) le due statue colossali di Cerere e Trittolemo che Cicerone vide “ante aedem Cereris in aperto ac propatulo loco”. In tal caso, il tempio di Cerere avrebbe occupato l’area su cui più tardi si sarebbe impiantato il castello. Le numerose frane e l’opera dell’uomo, che per secoli ha cavato pietra, hanno profondamente mutato l’aspetto originario dello sperone roccioso, e delle tracce antiche ben poco rimane sulla “calva cupola”. Dubbia è l’appartenenza ad età antica di due scalinate che portano alla spianata sommitale; qui è invece riconoscibile il resto di un incasso che avrebbe potuto ospitare il basamento di una delle statue. Secondo P. Orsi, l’area del castello e quella della Rocca di Cerere costituiscono “due gruppi monumentali prossimi, ma pur nettamente distinti: l’uno la grande cupola, al cui centro sorgeva un altare di sacrifici, in parte ricavato dalla roccia stessa, affiancato dai due colossi (…); l’altro il vero tempio (…), al quale occorreva un’area pianeggiante, spaziosa, e non esposta all'infuriare dei venti come il roccione di Cerere”. Alla localizzazione del santuario nell’area compresa fra la spianata del castello di Lombardia e la Rocca di Cerere ha contribuito un'iscrizione, incisa su un masso, 250 m. a valle della Rocca di Cerere: ...]ARCOS /...]DAM/ ...ENNAIΩN]. È stata datata tra IV e III secolo a.C. L’abbreviazione alla

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APPROFONDIMENTI seconda linea è stata sciolta in Damatri o in damosioj; viene comunque interpretata come un cippo di confine del sacro giardino di Demetra. Di nessun interesse topografico risulta invece un’altra iscrizione, di età imperiale, rinvenuta nel 1942 in occasione di lavori militari in località Porto Salvo (esposta al Museo): si trovava in origine sulla tomba di una sacerdotessa di Cerere. La spianata del Castello I dati dello scavo archeologico più recente hanno confermato le conclusioni di Orsi. Seppure il luogo del santuario e degli edifici sacri debba essere localizzato nell’area attualmente occupata dal castello, nulla più rimane delle strutture antiche, in parte certamente inglobate e in parte distrutte o spoliate nel corso delle varie fasi edilizie del complesso fortificato. Riferibile al santuario è il vasto numero di siloi rinvenuti, da collegare alla raccolta del grano per la dea delle messi, che doveva essere depositato entro il santuario. Una strada di cui sono state rinvenute le tracce doveva consentire ai carri di raggiungere il tempio. A questo, sono forse riferibili solamente alcuni blocchi reimpiegati nelle strutture medievali. È stato ipotizzato (L. Guzzardi) di identificare con un tratto di percorso di età greca, forse utilizzato per le processioni di accesso ai due templi di Cerere e Proserpina, quello che in età medievale divenne un lungo fossato, successivamente obliterato durante la fase di ampliamento del castello in età sveva. La continuità Nel naturale processo di inculturazione dal paganesimo al cristianesimo, la ritualità appartenente alla sfera demetriaca, nel suo aspetto di fertilità e prosperità, si ritrova mutuata in due eventi legati al ciclo delle stagioni: la Pasqua e la mietitura. Il primo, che ricade in primavera, periodo in cui, secondo il mito, Demetra poteva riabbracciare la figlia Kore, è trasposto nella religione cristiana nella morte del

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figlio/seme, che, ripiantato, risorge dando vita a nuove spighe. A Enna la cd. Benedizione dei campi, svolta l’ottava dopo la Pasqua, vede la statua del Cristo Risorto condotta presso la Rocca di Cerere nell’atto simbolico di elargire l’auspicio divino di un buon raccolto; il medesimo ruolo è altrove svolto dalla Madonna, che ha assorbito le funzioni di madre (Demetra), addolorata per la perdita del Figlio, e di Vergine senza peccato (Kore). A Enna il sincretismo indusse i primi cristiani, coltivatori di canapa e lino presso Valverde, ad ardere il simulacro di Cerere e a mutuarne i caratteri nella Madonna che dal luogo trasse il nome; sostituita a sua volta dalla Madonna della Visitazione, nascosta per gran parte dell’anno all’interno della sua cappella, (l’adyton pagano), è condotta in processione in luglio, mese della mietitura in località montane, su una Nave d’oro, un tempo addobbata di spighe, papaveri, fiori di campo, con in braccio Gesù Bambino, nonostante fosse ancora gestante. In questa occasione si suole preparare i mastazzola, biscotti duri impastati con miele e farina majorca, come durante i Cerealia, retaggio dei sacrifici cruenti trasposti nell’offerta di focacce alla Madre donatrice di vita.

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APPROFONDIMENTI

The sanctuary of the Ctonian gods In the Pre-Christian age, there was one of the best-known pagan sanctuaries of ancient times on this site. The evocative power of these places, the presence of the “Rock” (called “of Ceres”), the landscape that lets you roam freely on the hills planted with wheat, fostered this location for the worship of the subterranean (Ctonian) gods. Their myth is based in the highly imaginative location of the lake of Pergusa, 10 km south of Enna. According to the legend, Demeter/Ceres, protectress of the fields, personally taught the people from Enna how to grow wheat. She set up her residence here, a mysterious symbol of contact with the land and of divine elevation. For this reason, in ancient times, this site held a temenos (from the Greek, “sacred enclosure”), a spot demarcated by a holy boundary, where there did not necessarily have to be temples, but where rites and sacrifices to Demeter and Kore took place. The sanctuary of Demeter and Kore - The myth. In the Pre-Christian age, there was one of the best-known pagan sanctuaries of ancient times on this site, dedicated to the worship of Demeter and Kore. Here, according to one of the versions of the myth from the Vth century B.C. and handed down by many historians and poets from the Greek and Roman period, Kore was raped by Hades, Zeus’ brother and king of the Underworld. Kore was Demeter’s daughter, the goddess protectress of the fields and of the land. The desperate mother wandered for days and nights holding a torchlight in her hand, in the attempt to find her. The land, in the meanwhile, forgotten, stupified and anguished by the goddess’ sorrow, grew weak and gave no more fruit. Zeus, moved to pity, made an agreement with Hades: the young girl would stay in the underworld for half a year, that is in autumn and winter as the queen of the underworld, while she would come back on the earth for the remaining months. This is the reason why in spring and summer the divine joy of Demeter covers the land

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with flowers and gladdens the fields with the abundance of the harvest. According to the myth, Demeter personally taught the people from Enna how to grow wheat and set up her residence here, mysterious symbol of contact with the land and of divine elevation. Probably taken from the pre-Greek worship of Mother Earth, which had existed in the Greek pantheon since the VIIIth century B.C. (Esiod, Teogonia 912 and Homer, Iliad 14, 326), Demeter known as protectress of the fields is also and especially thesmophoros, the bearer of the laws, values and behaviour that rule the life of men in a community. She is a goddess of regulation, even as far as the women’s cultural world is concerned, as the celebration of the thesmophoria testifies. These were feasts dedicated to her and reserved only to women. A regulative value in the context of the sense of human life has the acceptance of the separation of death symbolized by the descent into the underworld by Kore; the ctonian aspect of the worship of the two goddesses is centred on it. Under the rule of the founder Syracuse and of Gelone in particular, who descended from a family of Demeter’s hierophantai (priests), the worship of the two goddesses prevailed all over the Greek Sicily and found its fulcrum in Enna, which became the Demetriac sanctuary par excellence. Demeter Hennaia had a great importance in the Roman world as well, especially from the IInd century B.C. After the unrest following the murder of C. Tiberio Gracco, a senatory delegation was sent from Rome to Enna to soothe Cererem antiquissimam, the very ancient Ceres, with gifts and sacrifices. Cicero, in particular, gave great importance to the sanctuary in Enna; in fact, he considered the violation of the sanctuary by Verres, who stole some of its statues, an example of the worst kind of sacrilege.

The literary sources The ancient literary sources agree in remembering the importance of the worship of the two goddesses in the city of Kore/Persephone’s rape. Thus a devotion not only very old but also deeply rooted as Cicero testified for the Roman age. He related that some priests went to Enna “to Ceres herself” (Verr. IV, 108). The date of the foundation of the sanctuary in Enna is unknown. However, its importance

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APPROFONDIMENTI was confirmed by Cicero again, he himself being initiated in the Eleusian Mysteries: “In truth, if initiation into those sacred mysteries of the Athenians is sought for with the greatest avidity, to which people Ceres is said to have come in that long wandering of hers, and then she brought them grain. How much greater reverence ought to be paid to her by those people among whom it is certain that she was born, and first discovered grain?” (2 Verr. IV, 108). Listing the misdeeds by Verres in the sanctuary, Cicero described the places and the masterpieces preserved there (69 B.C.): “You who have been to Enna, have seen a statue of Ceres made of marble, and in the other temple a statue of Libera. They are very colossal and very beautiful, but not exceedingly ancient. There was one of brass, of moderate size, but extraordinary workmanship, with the torches in its hands, very ancient, by far the most ancient of all those statues which are in that temple; that he carried off, and yet he was not content with that. Before the temple of Ceres, in an open and an uncovered place, there are two statues, one of Ceres, the other of Triptolemus, very beautiful, and of colossal size. Their beauty was their danger, but their size their safety: because the taking of them down and carrying them off appeared very difficult. But in the right hand of Ceres there stood a beautifully wrought image of Victory; and this he had wrenched out of the hand of Ceres and carried off”. (2Verr. IV, 109-110). References to the worship of Demeter and Kore are a constant feature in the coins issued by the mint of ancient Enna. All the coins had an image of one of the two goddesses, some ears of corn and torches, some sacrificial victims (goats, pigs and bulls were the three sacred animals for Demeter). A special mention must go to two coins of the Roman period (after 258 B.C.) depicting two colossal statues described by Cicero – Demeter and Triptolemus – on the observe side. This last issue shows on the reverse side a plough pulled by two winged snakes and a grain of barley: it is a complete narration of the myth. The shape of the grain on the coins seems to refer more to barley than to wheat; as everybody knows, barley was more important than wheat in the Greek diet.

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The archaeological evidence The Rock of Ceres “It is a totally barren elliptical canopy, notched on all sides by some surface latomiae…” this is the beginning of the first archaeological recognition of the Rock of Ceres by P. Orsi in 1931. Tommaso Fazello, a historian from the XVIth century, stated that popular tradition spoke of the Rock of Ceres as the site of the ancient temple of Demeter. However, Paolo Orsi said that it was more likely that the two colossal statues of Ceres and Triptolemus were placed there (given that the rock was too narrow for a temple). Cicero saw these statues “ante aedem Cereris in aperto ac propatulo loco”. In that case, the temple of Ceres would have been situated in the area where the castle of Lombardia would eventually be erected. Both the numerous landslides and man’s excavation of stone over the centuries have deeply transformed the original aspect of the rocky spur; little has been left of the ancient traces on the “barren dome”. It is doubtful whether the two staircases that lead up to the upper esplanade belong to ancient times. The remains of a mounting that could have held the base of a statue are perfectly recognisable on the esplanade. According to Paolo Orsi, both the areas of the castle and of the Rock of Ceres are “two monumental groups which are close to each other but clearly distinct: the first one, the big dome, with an altar for sacrifices located at its centre, partly carved out of the rock itself and with two colossus at the sides (…); the other, that is the real temple (…), which needed a large, flat area and not exposed to the furious winds as was the rock of Ceres”. The positioning of the sanctuary in an area between the esplanade of the castle of Lombardia and the Rock of Ceres is also due to an inscription, carved on a boulder, 250 m. downhill from the Rock of Ceres: ...]ARCOS /...]DAM/ ...ENNAIΩN]. It has been dated between the IVth and the IIIrd century B.C. The abbreviation in the second line has been interpreted as Da,matri or in damosioj; it has been considered as a

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APPROFONDIMENTI boundary cippus of Demeter’s sacred garden. Without any topographical interest is another inscription of Imperial Age, found in 1942 during the military work at Porto Salvo (exhibited at the local museum): originally it was found on the grave of one of Ceres’ priestesses. The Castle's esplanade The data of the last archaeological digs have confirmed Paolo Orsi’s conclusions. Though the sanctuary and the sacred buildings were located in the area where the castle is now placed, nothing exists of the ancient structures anymore. They were in part included and in part destroyed or despoiled during the many stages of the fortified building complex. The great number of siloi (silos) found can be referred to the sanctuary and are connected to the storing of wheat inside the sanctuary for the harvest goddess. A road allowed the carts to reach the temple, in fact some traces of it have been found; while only some stones used again in the medieval buildings belong to the temple. L. Guzzardi made the hypothesis of identifying part of a Greek road, perhaps used during the processions to the two temples of Ceres and Proserpine, with a long moat of the Middle Ages, eventually obliterated when the castle was exented in the Swabian period. The continuity In the natural process of inculturation from paganism to christianism, the rituality belonging to the sphere of Demeter in its aspect of fertility and prosperity is transposed into two events connected to the cycle of seasons: Easter and the harvest. The former falls in spring, a period when, according to the myth, Demeter could embrace her daughter Kore again; it is transferred to the Christian religion through the death of the son/seed which, replanted, rises giving life to new ears of corn. In the Benediction of the fields in Enna, taking place the eighth day after Easter, the statue of the Resurrected Christ is taken to the Rock of Ceres in the symbolic act of bestowing the divine auspices for a good harvest. The same role is performed elsewhere by the Virgin Mary,

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who has taken over both the functions of mother (Demeter), Our Lady of Sorrows for the loss of her Son, and of Virgin without sin (Kore). Syncretism led the first Christian people from Enna, hemp and flax growers from near Valverde, to burn Ceres’ simulacrum and to transpose her characteristics into the Holy Mary from which this place takes its name and in turn replaced by the Holy Mary of the Visitation. The latter remains hidden for most of the year inside her chapel (the pagan adyton) and is brought out in procession on a Golden Ship once decorated with ears of wheat, wild poppies and field flowers; she holds the Baby Jesus in her arms even if she is still pregnant. This feast falls in July, the harvest month in mountain localities. On this occasion mastazzola are made, hard biscuits made with honey and majorca flour, as took place during the Cerealia, inherited from the bloody sacrifices transposed into the offerings of flatbread cakes to the Mother, the giver of life.

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APPROFONDIMENTI

Il contesto di riferimento Il Castello di Lombardia, nella sua funzione di fulcro della difesa dell’isola, agiva con una serie di contatti e stazioni periferiche di avvistamento e di difesa, castelli, centri fortificati, torri isolate, financo guglie rocciose utili all’avvistamento ed al controllo del territorio. Abbiamo ad esempio notizie certe circa la utilizzazione dei "fani" i fuochi che di notte potevano inviare semplici informazioni da un castello all’altro. Proprio nelle pertinenze di Castrogiovanni, nel 1255 il Conte Pietro Ruffo, impegnato in una sua personale guerra per scalzare Manfredi Hohenstaufen dal trono dell’isola, parte dal castello e si dirige al vicino feudo di Fundrò, da questo, come ci tramanda il Jamsilla, invia degli uomini ad Aidone con il compito di segnalargli “ad indicium luminis” la tranquillità della strada verso la stessa Aidone per il grosso delle sue truppe. Guardando dall’alto della Torre Pisana il panorama immenso che si traguarda ci fa individuare una serie di cerchie concentriche di difesa, la prima attorno al castello in città, con la Torre di Kamuth, le mura urbiche con le porte, la Torre di Federico, i campanili. La seconda, un po’ più vasta con Calascibetta sulla cui cima spicca la torre superstite del castello normanno, i castelli extra moenia di Guzzetta e di Tavi, la masseria fortificata dell’Erbavusa, le Rocche dei Càstani con il casale di Càstina ed il vicino Castel di Gresti, il Castello Valguarnera di Assoro, Valguarnera, un tempo casale di Caropepe (Al Qasr el Habib) ove sorgeva un castello oggi distrutto, Rossomanno, con i resti del Castello Uberti, Fundrò, le alture di Pergusa, infine, più lontani, Aidone, Pietraperzia, Pietrarossa, la Balza d’Areddula, Regiovanni e il Castello di Gangi, Capizzi e Monte La Guardia, Cerami, Troina, Cesarò, Agira, Centuripe, Adrano e Paternò, Castel di Judica. Praticamente l’intera Sicilia a portata di uno sguardo, ogni fuoco, ogni incendio, ogni movimento di truppe lungo le vallate veniva immediatamente segnalato e seguito.

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A questa incredibile “percettività” del territorio si univa poi la notevole altezza dell’intero pianoro sommitale dal fondovalle, la naturale difesa data dalla quasi ininterrotta fascia di rupi calcaree che circonda l’intero pianoro, la vastità dello stesso, che, come in un immenso recinto murato poteva contenere non solo orti ma addirittura campi di cereali e legumi e pascoli, rendendo così impossibile l’assedio per fame, ugualmente la presenza di pozzi capaci di sfruttare l’ampia falda acquifera interna alle calcareniti del piastrone sommitale, conservata in basso dalle impermeabili marne, dava ad Enna le acque da usare con sapienza e parsimonia anche e soprattutto durante la torrida estate siciliana, quando gli eserciti assedianti non avrebbero avuto un solo ruscello in cui trovare refrigerio. Queste caratteristiche consentirono alla città di rappresentare la maggior base militare dell’isola sino alla introduzione della guerra per mare, praticamente sino al regno di Alfonso il Magnanimo.

The reference context The Castle of Lombardia worked as a fulcrum for the defence of the island through a series of contacts and peripheral sighting and defence stations, castles, fortifications, isolated towers, even rocky steeples useful for the sightings and control of the territory. We have for instance some reliable news about the use of “fani”, the fires that could send simple information from one castle to another by night. In Castrogiovanni, in 1255, Count Pietro Ruffo, engaged in a personal war to oust Manfredi Hohenstaufen from the throne of the island, left the castle and went towards the nearby estate of Fundrò. Jamsilla tells us that he sent some men to Aidone in order to signal “ ad indicium luminis” if Aidone road was safe for the main body of his army to pass. Looking down from the Torre Pisana (Pisana Tower) at the immense landscape, you can make out a series of concentric circles of defence. The first one goes around the city castle with the Torre di Kamuth (Kamuth Tower), the city walls and their gates, the Torre di Federico (Frederick’s Tower) and

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APPROFONDIMENTI the bell towers. The second one, a little larger, includes Calascibetta on the top of which the surviving tower of the Norman castle stands out, the extramural castles of Guzzetta and Tavi, the fortified estate of Erbavusa, the Rocks of Càstani with the hamlet of Càstina and the nearby Castle of Gresti, the castle Valguarnera at Assoro; Valguarnera, once called hamlet of Caropepe (Al Qasr el Habib) where there once was a castle, Rossomanno with the remains of the Castello Uberti, Fundrò and the heights of Pergusa. Finally, the third circle encloses in the distance Aidone, Pietraperzia, Pietrarossa, the Crag of Areddula, Regiovanni and the Castle of Gangi, Capizzi and Monte La Guardia, Cerami, Troina, Cesarò, Agira, Centuripe, Adrano, Paternò and Castel di Judica. In short, the whole of Sicily could be seen at a glance; every blaze, every fire, any movement of troops along the valleys was immediately signalled and followed up. This incredible “perception” of the territory was added to both by the remarkable height of the entire plateau and the natural defence given by the almost uninterrupted layer of calcareous crags surrounding the plateau itself. Its vastness was able to contain, like in a huge walled enclosure, not only vegetable gardens but also pastures, legume and wheat fields, thus making a siege by hunger impossible. In the same way, the wells exploiting the extensive water layer inside the limestone slab at the top and preserved at the bottom by the impermeable marls, gave Enna the necessary water to be used wisely and parsimoniously especially during the torrid Sicilian summer, when the besieging armies would not have found even a single brook for solace. These features made it possible for Enna to be the main military base of the island until the introduction of war at sea, that is until the reign of Alfonso il Magnanimo (Alphonso the Magnanimous).

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Incastellamento bizantino L’impero romano lascia la Sicilia alla parentesi barbarica delle guerre gotiche e, in maniera definitiva dal 535 alla pars orientalis dell'impero con la creazione del “Thema” di Sicilia. Costantinopoli, distante per spazio e per interessi dal centro del Mediterraneo, fa dell'isola una nuova frontiera ed una sicura testa di ponte per il controllo delle terre assoggettate sulla penisola, più difficili da tenere e bisognose di un contesto militare più complesso. La Sicilia diviene essenzialmente un entroterra di Siracusa, quasi mai attenzionato dalle grandi vicende imperiali, nel quale, oltre alla capitale, rimangono vive le altre grandi città costiere ed alcune delle maggiori poleis antiche dell’interno, Henna tra queste. Il quadro cambia repentinamente con Maometto e con l’infiammarsi della conquista islamica, quando già a pochi anni dall’Egira, l’impatto sia militare che culturale dell’Islam sulle regioni del Medio Oriente rende chiara la potenzialità del nuovo protagonista della storia mediterranea. L’Islam è egualitario, è ecumenico, è anticlericale e semplice da comprendere, immediato nel rapporto con il fedele, sia esso il ricco benestante, ansioso di farsi strada verso un ruolo sociale, sia il povero contadino che, divenendo fedele parte per una guerra santa capace di promettergli un al di là comprensibile e accattivante. La Sicilia si trova, così, a fare da cerniera tra il Nord Africa, in breve perso dall’Impero d’Oriente, e un’Europa impaurita e chiusa a riccio verso l’espansione dei verdi vessilli. Nel 670 viene fondata Qayrawan, segnando così la definitiva islamizzazione delle province d’Africa, mentre nel 652 arriva la prima incursione sulle coste siciliane. La paura di queste incursioni, dovuta anche alle notizie giunte dalle aree appena conquistate, motiva un fenomeno oggi noto come “incastellamento“.

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APPROFONDIMENTI

In Sicilia si passa dalla dispersione della popolazione in abitati aperti, utilissima ai fini produttivi, centinaia di “choria” posti nei luoghi più fertili, alla ricerca di siti scomodi ma facili da difendere, non di rado alture già occupate nel passato protostorico e classico, i “phrouria”, da fortificare alla “bell’e meglio” prima dell’oramai atteso urto delle gualdane. In questi anni, tra il 663 ed il 668, Siracusa ricopre addirittura il ruolo di capitale dell’impero, con la presenza di Costante II che proprio lì verrà assassinato, e con la creazione di un esercito “tematico” e dello Stolus Siciliae, la flotta locale; ma ancora alla morte di Costante II quest’incastellamento non sembra organizzato, pare piuttosto una fuga spontanea verso luoghi più difesi, “per munitissima castra et juga montium”, tant’è che proprio allora Siracusa viene assalita e saccheggiata da una flottiglia alessandrina. Nel 697, alla caduta di Cartagine, viene ufficialmente fondato il Thema di Sicilia e, contemporaneamente, inizia una lunga serie di attacchi, più o meno organici, verso l’isola, che continuerà sino al 740 scemando solo con la rivolta berbera in Tunisia. Sono proprio le fonti arabe a darci maggiori ragguagli sull’incastellamento che adesso diviene concitato, tra gli altri, Ibn al Athir ricorda che i Bizantini “ristorarono ogni luogo dell’isola, munirono le castella ed i fortalizii”. A questo punto Henna, anzi Castrum Hennae, sembra avere due diversi luoghi forti: un Kastron vero e proprio, forse quello già ricordato da Strabone, ed una cittadella, forse l’acropoli, che potrebbe mostrare i segni dell’incastellamento nelle torri ritrovate dagli scavi Guzzardi.

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La conquista araba e la questione del Kastron Enna diviene il fulcro della difesa interna dell’isola ed, in essa si acquartierano le difese bizantine a partire dallo sbarco di Mazara (827). Inizialmente l’impeto della conquista verrà diretto verso Siracusa, ma, con il passare del tempo i capi arabi capiranno che senza l’interno diverrebbe impossibile contrastare una guerriglia portata praticamente colle per colle. Così, presa Mineo, stabilitisi a Palermo, gli arabi iniziano un lunghissimo, sfiancante assedio alla città che contiene, tra le sue difese, orti e pascoli atti ad una severa ma possibile autarchia anche per lunghi periodi. Ibn Fadl conquisterà intanto il borgo, ma troverà ancora munita la cittadella che verrà infine presa solo per tradimento, o, secondo altri autori, per una attenta opera di intelligence. Dal punto di vista archeologico ben poco rimane di questa fase della storia di Enna. Dagli scavi effettuati all’interno del Lombardia, appare chiara la presenza di precedenti fortificazioni che in parte dovevano correre lungo quello che oggi è il muro mediano tra i cortili di San Nicolò ad Ovest e delle Vettovaglie o della Maddalena ad Est. Qui si nota in pianta anche una torretta quadra che potrebbe ascriversi proprio all’ultimo periodo della difesa bizantina. Poco o nulla rimane della fase araba nonostante la città divenga in breve una delle più importanti della isola. Arabi e Normanni Certamente gli arabi fanno propria la fortificazione alta, che diviene anche sede dell’amministrazione della “Taifa” di Qasr Jani. Le fonti danno idea di una vera e propria città, con moschee grandi e piccole, chiese e sinagoghe, mercati, palazzi, fontane pubbliche e grandi e comode case. L’impianto urbano si allarga e si creano i quartieri contigui sino all’area della Balata ed oltre. Ne sono chiara testimonianza l’odierno tessuto urbano dell’area attorno la Via Donna Nuova, i resti del terrapieno di San Cataldo, la tradizione, oramai quasi spentasi di chiamare la area di porta S. Agata anche “u rabbatu”, il sobborgo. La città, risalita sempre più nel rango delle grandi dell’isola, finisce per essere

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APPROFONDIMENTI governata dal nobile hammudita Ibn Hamud che, probabilmente forzato da un ricatto sulla sua famiglia, cede la città e le fortificazioni alle truppe normanne e si battezza con il nome di Ruggero il Camuto, proprio nella vallata sottostante il castello ed ancora oggi detta di "jamuthi" o Kamuth. L’arrivo dei conquistatori normanni non pare abbia cambiato eccessivamente l’aspetto della città se non con l’inserimento di nuove chiese, queste di rito latino, la prima delle quali sembra essere stata la chiesa di San Giovanni Battista, ove oggi sorge la casa comunale. Inoltre in città iniziano a stanziarsi famiglie di provenienza italiana e normanna, famiglie feudali o direttamente legate alla nuova amministrazione tra le quali sembra potersi confermare il gruppo dei cosiddetti "Lombardi" che si insedia nell’area del Castello ed al quale si deve il nome odierno.

The Byzantine battlements The Roman Empire left Sicily to the barbarian digression of the Gothic wars, then finally, from 535 A.D., to the pars orientalis of the empire with the creation of the “Thema” of Sicily. Costantinople, so far away both in space and in interests from the centre of the Mediterranean, made a new frontier of it, as well as a safe bridge-head to dominate the peninsula being difficult to keep thus needing a more complex military context. Sicily essentially became Syracuse’s hinterland, which was rarely involved in the great imperial events. Besides the capital, the other big cities on the coast and some of the main ancient poleis of the hinterland stayed alive, Henna among them. Things changed suddenly with Mahommed and the Islamic conquest. In few years after the Egira, both the military and cultural impact of Islam on the Middle-East regions made the new protagonist’s potential in the Mediterranean history very clear. Islam was equalitarian, ecumenical, anticlerical and simple to understand, immediate in its relationship to the believer,

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both the rich, well-off person, anxious to better his social standing, and for the poor peasant who, becoming a believer, left for a war that promised an understandable and charming life after death. Thus Sicily found itself to be a link between North Africa, lost in a short time by the Eastern Empire, and a frightened Europe, which withdrew when the territories under the green flag expanded. In 670 A.D. Qayrawan was founded, thus marking the islamisation of the provinces of Africa, while in 652 A.D. there was the first incursion on the Sicilian coasts. The fear of these invasions, also due to the news arriving from the newly conquered lands, justified the so-called phenomenon of “battlements”. In Sicily, people lived in “chorias” found in the most fertile places for agricultural purposes. So the population was spread out over large areas. This now had to give way to safe though uncomfortable sites, quite often high grounds already inhabited in the protohistorical and classic times – the “phouria”, to fortify as best as possible before the expected clash with the invaders. In these years, between 663 and the 668 A.D., Syracuse played the role of capital of the Empire, with the presence of Costante II who would be killed there, and with the creation of a “thematic” military force and of the Stolus Siciliae, the local fleet. At the death of Costante II the battlements did not seem to have been organised, rather it seemed more like a spontaneous escape towards safer places, “per munitissima castra et juga montium”. In fact Syracuse was attacked and pillaged by a little Alexandrine fleet. In 697 A.D., at the downfall of Carthage, the Thema of Sicily was officially founded. At the same time, a long series of more or less systematic attacks on the island started. They would go on until 740 A.D., decreasing only with the Berber revolt in Tunisia. We must turn to the Arabian sources for information about the necessary fortification. Among others, Ibn al Athir remembered that the Byzantine people “restored every place on the island and fortified castles and fortresses”. At this point Henna, or rather Castrum Hennae, seemed to have two different fortifications: a real kastron, perhaps the one already mentioned by Strabone, and a citadel, perhaps the acropolis, whose signs of battlements could be seen in the towers found during the Guzzardi excavations.

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APPROFONDIMENTI The Arab conquest and the matter of the Kastron Enna became the heart of the island’s internal defence, in fact the Byzantine defence lines were based there, from the landing of Mazara on (827 A.D.). At the beginning, the impetus of the conquest was directed towards Syracuse but, with the passing of time, the Arab leaders realised that, without controlling the inner part of the island, it would be impossible to oppose guerilla warfare fought on the hill tops. Thus, once Mineo was taken and after settling in Palermo, the Arabs started a long, exhausting siege of Enna. The latter included vegetable gardens and pastures among its defensive weapons, making it self-sufficient for long periods. Ibn Fadl conquered the village, but he found the citadel well fortified; in fact, it was defeated only by betrayal or by some diligent intelligence work, as some other authors report. From an archaelogical point of view, little remains from this time. The excavations inside the Castle of Lombardia clearly show the existence of previous fortifications which partly run along the present median wall between the cortile di San Nicolò (St. Nicholas’ courtyard) in the west and delle Vettovaglie or della Maddalena (the courtyard of Victuals or St. Magdalene’s) in the east. Here a little square tower is visible in the plan; it could be ascribed to the last period of the Byzantine defence. Little or nothing remains of the Arab period, although the city became in a short time one of the most important of the island. Arabs and Normans The Arabs certainly took possession of the high fortification which also became the administration seat of the “Taifa” of Qasr Jani. The sources give the idea of a real city, with large and small mosques, churches and sinagogues, markets, aristocratic manors, public fountains and big, comfortable houses. The urban system widened, new neighbourhoods were created reaching the area of the Balata and farther. Clear evidence is the present urban fabric of the area around Via Donna Nuova, as well as the remains of the embankment at San Cataldo and the now almost extinct tradition of calling the area of the Sant’Agata gate “u rabbatu”, the suburb. The city, becoming more and more one of the most important of the island, ended up

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with being ruled by the Hammudite nobleman Ibn Hamud. Probably forced to give into blackmail because his family was threatened, he surrendered the town and its fortifications to the Norman troops and was baptised under the name of Ruggero il Camuto, in the valley underneath the castle, which today is still called "jamuthi�, or Kamuth. The arrival of the Norman conquerers does not seem to have changed the aspect of the town very much, except for the building of the new Latin rite churches. The first of them seems to have been the Church of San Giovanni Battista, where the Town Hall is today. Italian and Norman families started settling in the city, as well as feudal families or those families directly linked to the new administration. Among them, the presence of the so-called group of “Lombardi� can be confirmed. They settled in the castle area, giving their name to the castle.

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APPROFONDIMENTI

Il castello duecentesco L'ipotesi federiciana La parentesi storica, non di rado detta di anarchia feudale, verificatasi tra la morte di Guglielmo II il Buono e la maggiore età di Federico II, sulla città di Castrogiovanni non sembra avere avuto effetti particolari, se non nella perdita di importanza nel quadro dei centri commerciali legati alle maggiori corti baronali. Di certo possiamo immaginare che il centro turrito facesse gola a diversi potentati: avere Enna avrebbe significato possedere una piazzaforte capace di controllare le più importanti strade dell’isola e costringere gli altri grandi feudatari a sottostare ai propri voleri. Proprio la certezza di questa forza, probabilmente presente in Federico sin dalla minore età, quando egli si recò sotto Enna con il padre, possiamo immaginare abbia dato motivo allo stupor mundi di procedere velocemente alla costruzione di un nuovo, grande castello, forse in parte basato sulle preesistenze, come sembrerebbe confermare la riutilizzazione di quello che, secondo le conclusioni del Guzzardi, doveva essere il muro esterno di un Kastron bizantino. La fortezza che viene costruita si compone di tre diversi cortili, capaci di resistere anche autonomamente alla caduta degli altri, veri castelli nel castello. L’immagine complessiva è fortemente segnata da somiglianze con i castelli coevi dell’area tunisina, Monastir soprattutto. Le muraglie sono imponenti, e la loro altezza dal basamento viene ulteriormente aumentata con lo scavo nella roccia di una altissima scarpa subverticale. Ogni angolo è difeso da possenti torri quadrangolari e anche le tratte più lunghe sono difese da torri rompitratta poste al centro delle stesse o in corrispondenza degli attacchi della muratura esterna con le muraglie interne. Una nota fortemente "sveva" appare nella piccola torre poligonale, forse esagonale, che compare al centro della tratta muraria di occidente, quella che guarda alla città.

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L'esistenza di un Palatium L’aspetto complessivo non doveva essere diverso da quello odierno, ma una nota forte del castello doveva essere quella dell’esistenza di un vero e proprio Palatium all’interno delle mura. In particolare, l’analisi dei resti fuori terra fa propendere per l’esistenza di un grande corpo complessivamente rettangolare, posto tra la porta detta "della Catena", che si apre sulla muraglia tra il cortile di San Nicolò e quello della Maddalena, e l’angolo del castello dove oggi si alza la cosiddetta Torre Pisana. In quest’area oggi sorge anche quella che viene chiamata con una attribuzione del tutto errata la "torre dell’Harem". La ricostruzione del "Palatium" è certamente cosa ardua, anche in considerazione dello stato complessivo delle strutture superstiti e degli scavi. Restauri e superfetazioni hanno, nel tempo, nascosto quegli indizi che avrebbero potuto darci ulteriore conforto nella tesi. Ad oggi possiamo individuare un grande corpo rettangolare, con andamento Nord Sud, ampio dalla cosiddetta Torre dell’Harem, che ne era parte integrante, sino all’area oggi occupata dalla Torre Pisana. In pianta questo edificio presenta intanto i due vani della corposa torre dell'Harem, oggi pesantemente alterati dai restauri degli anni cinquanta, e, collegati a questa da un corridoio voltato a botte ed ingentilito da una bella porta a mensoline ed architrave, una lunga sala rettangolare un tempo coperta da arcature a sesto acuto, delle quali oggi restano i pie-

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APPROFONDIMENTI dritti, e su queste da un soffitto ligneo a dire del Padre Giovanni de Cappuccini, molto elegante in decorazioni. A questa sala seguivano due ambienti che la costruzione della torre tagliò di netto per le diagonali e che oggi risultano del tutto inspiegabili se non in un quadro di posteriorità della costruzione della torre. L’angolo più settentrionale del Palazzo doveva terminare con molta probabilità in un altro corpo turrito probabilmente formante un angolo ottuso con il primo e del quale paiono rimanere degli spessi lembi murari con diversi ambienti sotterranei ancora da indagare. Alla lunga sala rettangolare dovevano appoggiarsi dal lato del cortile di San Martino nel senso della lunghezza e probabilmente scansionati in unità rettangolari minori altri vani di servizio. Di essi sembrano rimanere alcuni filari in pianta purtroppo non indagati e sottoposti ad un continuo logorio. Il piano superiore del Palazzo è testimoniato dalla Torre dell’Harem, ove si vedono perfettamente due sale voltate a crociera, illuminate da interessantissime finestre a piattabanda con arcatura cieca acuta. Queste sale, con ogni probabilità da adibirsi a residenza reale, dovevano avere un pavimento ligneo testimoniato oggi dalle mensole e da una risega a marcapiano, nella più grande si vede chiaramente l’attacco di un camino e la superiore canna fumaria, incassata nelle muraglie. Le due sale erano in comunicazione tra loro mediante un breve corridoio creato nello spessore del muro e coperto a botte. La prima sala si apriva con una grande porta arcata su un ambiente molto grande che doveva svolgersi sulla sala arcata inferiore e sulle due camere poi tagliate. Di questo ambiente rimane una porzione del muro forte, quello di Ovest, sino alla base delle feritoie, una delle quali consente ancor oggi di far vedere l’ingegnoso sistema di accoglimento di un guerriero munito di balestra. Un’ulteriore prova della posteriorità della torre è data dall’inesistenza di qualsivoglia sistema di collegamento tra lo spigolo della torre stessa ed il muro in questione che certamente in origine doveva essere ben più alto. Non sappiamo se gli

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ambienti inferiori più piccoli, quelli posti lungo il cortile, dovessero avere piani più alti, ma da alcune immagini precedenti agli sciagurati restauri degli anni cinquanta possiamo notare come sul muro della Torre dell’Harem si incastrava un tetto a spiovente che poteva coprire un secondo piano o una loggia utile a dar luce a quella che parrebbe una vasta sala di corte. La seconda sala della Torre dell’Harem, invece, dava accesso ad un corridoio voltato parallelo al lato lungo della torre e aperto da un lato sul cortile e dall’altro sull’area ove tra la torre e la sala bassa poteva trovare posto il corpo delle scale. Inoltre su questo corridoio sono poste delle scale che portano ad un ulteriore piano, oggi scomparso, che poteva essere semplicemente una terrazza merlata o una ulteriore torretta, così come parrebbe guardando alcuni disegni tra i quali la rappresentazione del castello nella mappa di Frate Jacopo Assorino. Questa elevazione, unita al chiaro collegamento del Palatium con il cammino di ronda della porta della Catena e con la stessa Torretta della Catena, fa divenire il Palatium un vero e proprio mastio, capace di resistere come un vero castello anche ad assalti provenienti dallo stesso cortile di San Nicolò.

The 13th-century castle and the Federician hypothesis The historical parenthesis which took place between the death of Guglielmo II il Buono (William II called “the Good”) and the coming of age of Federico II (Frederick II), often called a period of feudal anarchy, does not seem to have had particular effects on the town of Castrogiovanni, except for the loss of importance in the context of the commercial centres connected to the main baronial courts. We can certainly imagine that the many-towered centre would appeal to different powerful circles; in fact, holding Enna would mean possessing a stronghold able to control the most important roads of the island and obliging the other important feudal lords to submission. Due to the certainty

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APPROFONDIMENTI of this strength, of which Frederick would be aware since an early age when he came to Enna with his father, we can imagine it gave a reason to the stupor mundi to quickly proceed with the construction of a great, new castle. Perhaps he wanted it based partly on the pre-existent structures, as it would confirm reusing the external wall of a Byzantine Kastron, according to Guzzardi’s conclusions. The new fortress was made up of three different courtyards, able to resist independently to the collapse of the others, true castles within the castle. The overall image has strong similarities with the contemporary castles of the Tunisian area, Monastir in particular. The walls were imposing; their height was increased furthermore by the excavation in the rock of a very high subvertical scarp. Each corner was protected by impressive square towers and also the longest sections of the walls had defensive towers built in the middle or connected to the joints of the external masonry with the internal walls. The small polygonal, maybe hexagonal tower standing at the centre of the western boundary wall which looks on the town shows a very strong “Swabian” influence. The existence of a Palatium The general aspect of the castle cannot have been so very different from the present one, but a relevant feature must have been the existence of a real Palatium inside the boundary walls. In particular, the study of the superficial remains make us think of a big building, rectangular as a whole and located between the Catena gate (the Chain’s Gate), which opens out onto the wall between the courtyards of San Nicolò and of the Maddalena on one side, and the corner of the castle where the Torre Pisana is today on the other. In this area, the so-called Torre dell’Harem (the Harem Tower) is located today, but this attribution is totally wrong. The reconstruction of the “Palatium” is a difficult task, due to the condition of the remaining structures and of the excavations. With the passing of time, restoration work and superfetations have hidden any clues that could have furtherly supported our thesis. At present, we can identify a big rectangular block, going from South to North, that is to say from the larger area of the so-called

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Torre dell’Harem, which was an integral part, to the place where the Torre Pisana stands today. In the plan this building shows two rooms of the imposing Torre dell’Harem, today greatly altered by the restoration work of the 1950s. A barrel-vaulted corridor has a nice door with little corbels and an architrave and it connects these rooms to a long, rectangular hall, which reveals evidence of some ogival arches; however, only the piers still exist today. The wooden ceiling was elegantly decorated, according to Padre Giovanni de Cappuccini. This hall was followed by two more rooms cut diagonally by the building of the tower; the diagonal would be inexplicable without considering the erection of the tower as a later work. There was very probably another tower at the northernmost corner of the Palace, which possibly formed an obtuse angle; some thick wall fragments have remained together with some underground areas that still have to be examined. Other service rooms, maybe divided into smaller rectangular units, probably leaned against the longer wall on the side of the cortile di San Martino (St. Martin’s courtyard). Their remains seem to be some rows, as seen from the plan, which unfortunately have to be examined and which are subject to continuous erosion. The existence of the upper floor of the Palace is testified by the Torre dell’Harem, where two cross-vaulted halls are perfectly visible; they are lit by some very interesting windows with a blind, ogival arched lintel. These halls, probably used as the royal residence, might have had a wooden floor; in fact there are still some corbels and an offset string course remaining. In the bigger one a fireplace base and the walled upper flue pipe are clearly visible. The two halls were linked by a short barrel-vaulted corridor got from the width of the wall. The first hall led to a very large room through a big, arched door, over the arched hall and the two cut off rooms. A piece of the western weight-bearing wall,

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APPROFONDIMENTI reaching the base of the arrow-slits, still remains today. At one of the arrow-slits, the ingenious system of accomodationg a soldier armed with a crossbow can still be seen. Further proof of the tower’s posterity is given by the lack of any connecting system between the corner of the tower itself and the wall at issue, which is supposed to have been much higher at the beginning. We do not know whether the smaller rooms below, the ones located along the courtyard, had any upper floor. From some pictures preceding the disastrous restoration of the 1950s, we can note how a sloping roof fitted to the wall of the Torre dell’Harem. It could cover a second floor or a loggia that would give light to a large, court hall. The second hall of the Torre dell’Harem, on the contrary, gave access to a vaulted corridor, parallel to the long side of the tower. It faced out onto the courtyard on one side, and to the area of the staircase, between the tower and the lower hall, on the other side. On this corridor there are some stairs leading to an inexistent floor, which could simply have been an embattled terrace or another small tower. This seems likely if you look at some drawings such as the illustration of the castle on the map by the friar Jacopo Assorino. This building, together with the evident connection of the Palatium to the rounds of the Gate of the Catena and to the Turret of the Catena itself, made of the Palatium a true keep, able to resist just like a real castle to the assaults coming from the courtyard of San Nicolò.

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Gli eventi bellici tra Angiò, Ruffo, Manfredi e gli Aragona L'improvvisa morte di Federico II, la fase concitata dell’assegnazione del Regnum Siciliae ai cadetti inglese prima e francese poi da parte del Papato, la complicata vicenda del casato svevo che vede avvicendarsi tre eredi in poco tempo, fa sì che anche la fedele Enna passi ad una fase di insicurezza. In questi anni sembra che la notabilità ennese inizi a sognare la creazione di un libero comune, di una repubblica e che intenda portare avanti questo obiettivo intanto accogliendo il conte ribelle Pietro Ruffo, e, quando questi torna alla causa sveva, attaccando deliberatamente il castello e danneggiandolo gravemente. I danni a quanto pare vengono portati al fronte di Ovest, quello che guarda la città, poi, forse penetrando nel cortile di San Martino dalla postierla vicina alla porta falsa, direttamente al Palatium che viene dato alle fiamme e crolla in gran parte. Nell’attacco viene ucciso il castellano Guaimario. Manfredi fa assediare l’intera città con truppe poste al comando di Federico Lanza e nel 1257 riprende la città e, dopo aver punito i capi dei rivoltosi, ordina la ricostruzione del castello. Manfredi visita la città nel 1260 e constatando i gravi danni apportati dagli eventi alla cittadella ne ordina la ricostruzione a spese della cittadinanza. Il re sarà in Enna di nuovo nel 1261 ed in questo frangente riuscirà a far catturare Giovanni da Coclearia, stranissimo personaggio che, forte di una straordinaria somiglianza con lo stesso Manfredi non poche difficoltà aveva frapposto alla continuità dell’azione reale. Il Coclearia verrà imprigionato e giustiziato proprio nel castello di Enna con alcuni suoi complici. La ricostruzione comprende, intanto, l’innalzamento della torre, oggi detta Pisana, nell’angolo

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APPROFONDIMENTI avanzato settentrionale, a guardia della lunga strada di accesso alla città dal lato di Palermo e della dirimpettaia Calascibetta, poi la creazione di una torretta al posto della precedente postierla, probabilmente dimostratasi poco difendibile durante le fasi più concitate delle battaglie per la presa del castello, e, probabilmente la sostituzione della torretta rompitratta poligonale con una più massiccia torre quadra posta a cavallo delle murature del fronte Ovest e utile a rafforzare proprio il rapporto di difesa del castello verso la città e molto probabilmente la costruzione del muro del rivellino, con l'unica porta verso Sud, quasi a sancire l’ulteriore e forte iato tra la città resa pericolosa dagli aneliti repubblicani e la cittadella reale. Queste parti hanno in comune una notevole purezza nel taglio e nell’assemblaggio dei conci, e la scelta di creare volte esterne con ghiere a sesto acuto ma con un’unica chiave di volta, piuttosto che i due conci gemelli utilizzati in tutta la rimanente parte della costruzione. Questa fase segna anche la parziale demolizione del Palatium almeno nella sua parte più settentrionale, sostituito dalla alta torre Pisana che si pone, non più come comoda residenza, bensì come mastio per un'eventuale difesa estrema.

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The war events between the Angiò, Ruffo, Manfredi and the Aragonese At the sudden death of Frederick II, followed the troubled phase of the papacy’s assignment of the Regnum Siciliae to the English cadets first and then to the French ones. There are then the complicated events of the Swabian lineage, with the alternation of three heirs in a short time. All this created the conditions for loyal Enna to undergo a period of uncertainty. In those years, it seems that the notables from Enna were dreaming of the creation of a free commune, of a republic. They wanted to achieve this goal at first by welcoming the rebel count Pietro Ruffo but, when he adopted the Swabian cause, they deliberately attacked the castle and caused great damage to it. It seems that the damage struck the western side, the one facing the town; then, perhaps they got into the courtyard of San Martino through the postern near the false door and entered the Palatium. They set this on fire and most of it collapsed. The castellan Guaimario was killed in this attack. Manfredi ordered the siege of the whole town by the troops under the leadership of Federico Lanza. He regained the town in 1257 and, after punishing the rebel leaders, he ordered the reconstruction of the castle. Manfredi visited the town in 1260 when, ascertaining the heavy exent of the damage on the citadel, ordered its reconstruction at the citizens’ expense. The king came back to Enna in 1261. In the meantime, he managed to capture Giovanni da Coclearia, a very strange character who, thanks to his extraordinary resemblance to Manfredi himself, created many difficulties to the continuity of the royal work. Mr Coclearia was imprisoned and executed in the castle of Enna together with his accomplices. The reconstruction included, firstly, the erection of the Torre Pisana, in the northernmost corner. From this tower, the long access road to the town from Palermo and the facing Calascibetta’s side could be controlled. Secondly, a turret which substituted the previous postern was built; maybe the postern was difficult to

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APPROFONDIMENTI defend during the most tumultuous battles of the castle. Thirdly, the little polygonal section-breaker tower was probably replaced with a more solid square tower placed over the walls on the western side. This was so useful to strengthen the defence of the castle. Finally, the ravelin wall was probably built with the single gate facing south, as if to sanction the subsequent and forceful hiatus between the city, now made dangerous by the republican yearnings, and the royal citadel. These parts show a noteworthy purity in the cutting and the assembly of the dressed stones. They also share the choice to create external vaults with ogival arched lintels but with a single keystone, instead of the two twin stone blocks used in the rest of the building. This phase also marks the partial demolition of the Palatium at least in its northernmost part, replaced by the high Torre Pisana, which acts no more as a comfortable residence but rather as a keep for extreme defensive purposes.

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Enna medievale È difficile costruire una immagine dell’Enna medievale, di quella grande città turrita, arroccata su questo monte così strano, così isolato e però così comodo al centro dell’isola. Se dovessimo guardare all’Enna dell’alto medioevo le testimonianze che ci rimangono sono frammentarie e soprattutto periferiche, poste laddove la continuità della vita non le ha coperte con altri strati. Pensiamo alla Laura bizantina di contrada Ramonico, la cosiddetta Grotta dei santi, bellissima e sconosciuta ai più, ma anche alle strade di arroccamento più impervie, la Portosalvo, la Ve Nova e la Janniscuru, salvatesi proprio perché non utilizzabili dalle moderne automobili a causa della loro pendenza. Più vicina a noi, l’Enna del medioevo successivo alla riconquista normanna, con la magnifica residenza sveva, della quale non è accertata l'attribuzione a Federico II, ma così nettamente sveva da porre proprio per la sua forma una fortissima prova provata della sua origine. Al di là del castello, nel centro storico si leggono ancora i tessuti dell’Enna classica, attraversata da una lunga strada di crinale ma anche l’Enna araba, con i suoi tortuosissimi cortili, soprattutto nell’area della Donna Nuova ed in quello che fino a qualche tempo addietro si chiamava "u Rabbatu" il Rabat. Più forte la nota della città già assoggettata agli aragonesi, la città che anelò per quasi cento anni, con rivolte, proclami di indipendenza e tentativi di lobbies per divenire libero comune. La città era sede di una ricca schiera di notabili, non sempre e non solo aristocratici, ne troviamo alla corte di Federico II e poi in quelle di Federico III e degli altri sovrani della dinastia aragonese. Erano notai, banchieri, mercanti, militari e di essi sono rimaste alcune abitazioni, in Via Salvatore, in Via Di Bilio, in Via Longo, ma anche il palazzo Pollicarini, mentre sino al dopoguerra erano giunti i Palazzi Amaru Grimaldi e Varisano Pasquasia, poi distrutti dallo stupido piccone di un moderni-

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APPROFONDIMENTI smo di solo profitto. In questa città, gotica quasi come il Barrio Gotico di Barcellona, allora faro della cultura nuova venuta a traghettare l’isola verso l'occidente, sorgono anche le torri campanarie, tradizionalmente nate su altrettante torri di avvistamento, ma vero forte segnale della potenza economica della società ennese, San Giovanni, annessa alla omonima chiesa oggi orrendamente superfetata sede del Comune cittadino e poi San Tommaso ed il Carmine, e la più classica e gigantesca Torre di San Francesco d’Assisi. Sono tutte gotiche come il primo Duomo di Eleonora, di cui rimangono absidi e transetto, sono però di un gotico mediterraneo, poco svettante e fortemente anticipatore di un rinascimento che doveva essere nell’aria soprattutto lì dove il fervore comunale e l’influsso delle corti sveve aveva creato i presupposti per uno slancio che le pessime politiche dinastiche dei Trastamara finiranno per uccidere. Questa Enna, oltre che ingiuriata dalle demolizioni, manca ancora di una seria indagine. Vanno riprese le strade di accesso, salvati i resti delle mura civiche e delle porte urbiche. Vanno poi studiati i resti, primo fra tutti quello gotico inglobato nel palazzo di San Benedetto e oggi quasi del tutto sconosciuto.

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The Medieval Enna It is difficult to depict an image of Medieval Enna, of that big many-towered fortified city on that strange mountain, so isolated and at the same time so conveniently placed at the centre of the island. If we should look at the Enna of the High Middle Ages, the remaining evidence is fragmentary and peripheral, located where the continuity of life has not buried it under other layers. Let’s think of the Byzantine Laura of contrada Ramonico, the so-called Grotta dei Santi (Cave of Saints), wonderful and unknown to most people; but also of the most inaccessible and fortified roads: Portosalvo, Ve Nova and Janniscuru, spared exactly because, due to their steepness, they cannot be used by modern traffic. Closer to us, Enna of the Middle Ages after the Norman reconquest, with its magnificent Swabian lodge, not definitely ascribed to Frederick II but so distinctly Swabian in its shape and form. Beyond the castle, it can still be seen a sign of classical Enna crossed by a long ridge road in the textures of the historical centre, as can the Arabian Enna and its many irregular courtyards, especially in the area of Donna Nuova and in the “u Rabbatu�, the Rabbat, as it used to be called until not too long ago. When the city had submitted to the Aragonese, a stronger mark was left. The city had yearned for independence for almost a century with revolts and proclamations; some lobbies tried to make Enna a free commune. The city was the seat of a rich multitude of notables, not only aristocrats; we can find them at the court of Frederick II and eventually of Frederick III and of the other sovereigns belonging to the Aragonese dynasty. They were notaries, bankers, merchants and military men; some of their houses still exist in Via Salvatore, Via Di Bilio, Via Longo, Palazzo Pollicarini; while Palazzo Amaru Grimaldi and Varisano Pasquasia lasted until the post-war period, when they were destroyed by the stupidity of profiteering speculators who wanted modernity at any cost. In this city, which used to be as Gothic as the Gothic Barrio in Barcellona, a beacon for the new culture ferrying the island towards the West, the bell-towers

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APPROFONDIMENTI still rise, traditionally built on as many sighting towers. But the true powerful sign of the economic power of this community in Enna was San Giovanni (St. John’s), annexed to the church of the same name, nowadays horrendously superfetated and seat of the Town Hall, as well as San Francesco (St. Francis’ church), the Carmine (Carmine church) and the most classical of all, the gigantic Tower of San Francesco d’Assisi. These buildings are all Gothic, like the first Duomo of Eleonor, the remains of which are the apses and the transept; yet they are of a Mediterranean Gothic, not too high and anticipating the Renaissance, especially when the communal fervour and the influence of the Swabian courts had created the premise for action that the dreadful Trastamara dynastic policies ended up by suppressing. Today Enna, besides being offended by demolition work, has still never been studied seriously. The access roads must be recuperated, the remains of the city walls and gates must be rescued and examined; first and foremost, the Gothic remains that are found in the palace of San Benedetto and today almost completely unknown.

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COLOPHON

ROCCA DI CERERE SOCIETÀ CONSORTILE a r.l. www. roccadicerere.eu

Testi e ricerca scientifica Giuseppe Maria Amato Traduzioni Marinella Adamo Simona Mantegna

Finito di stampare Giugno 2009

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Profile for Rocca di Cerere

Guida al Castello di Lombardia  

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