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Magazine sulla Cultura della Moda

Numero speciale

Fashion


CONTRIBUTI

DIRETTORE RESPONSABILE Mario Timio VICEDIRETTORE Carlo Timio DIREZIONE ARTISTICA Alessio Proietti COORDINAMENTO Francesco Brunacci Gabriele Moschin Francesca Pierucci Alessandra Mastantuoni EDITORE Ass. Media Eventi REGISTRAZIONE Tribunale di Perugia n. 35 del 9/12/2011 GRAFICA E IMPAGINAZIONE R!style Project

Raffaello Napoleone Klaus Davi Luciano Galimberti Francesco Brunacci Paolo Belardi Alessio Proietti Michela Proietti Federico Garibaldi Simone Bessi Giada Martini Mariano Di Vaio Nicole Chiaramonti Giulia Burroni Angela di Leone Tiziano Carraro Ginevra S. Menon Caterina Salerno Giulia Guidi Consuelo Ricco Giulia Rebecca Azzaro Lucia Trentini Zihao Chen Veronika Chrysagi Giulia Forte Sofia Pericoli Rebecca Baldanzini Giulia Grasso Carlo Trecciola Maria Vittoria Pavarini Eleonora Maestrelli Giulia Bellandi Sofia Delli Navelli Sara Ruperto

STAMPA Tipografia Pontefelcino Perugia CONTATTI direzione@riflesso.info editore@riflesso.info artdirector@riflesso.info info@riflesso.info SITO WEB www.riflesso.info

Fashion La poesia dello slancio. Il riuscire a comporre l’immagine, quasi che outfit, modella, environment si fondessero in un unico ciclo vitale di rimandi sia pittorici sia fotografici. Niente è lasciato al caso se non quello che è impossibile smorzare perché presente come matrice: la potenza della vitalità giovanile. Istituto: Polimoda Styling: Caterina Salerno, Consuelo Ricco, Giulia Grasso, Veronika Chrysagi Designer: Giulia Farencena Casaro Photographer: Francisco Rosas Rangel Model: Veronika Chrysagi Docente coordinatore: photographer Ruggero Lupo Mengoni flying girl_1 .indd 1

Tutti i diritti di questa pubblicazione sono riservati

In collaborazione con

POLIMODA

27/09/2017 19:48


5 Tracciabilità come garanzia di trasparenza 6 L'AD di Pitti Immagine Raffaello Napoleone 10 Il made in Italy 14 Compasso d'Oro Internazionale 18 Le parole sono azioni 22 Segni nel vuoto 26 Vestire l'abitante 30 Street Style 34 Mariano Di Vaio 38 La fotografia 42 La moda che veste il mondo dello spettacolo 46 Nuove tendenze nella moda 48 Personalizzazione 50 La customizzazione 52 Custom is the new black 54 Performance e installazioni 56 Alchimie tra arte e moda 58 L'artigianalità 60 Dior e le donne 62 Luisa Spagnoli 64 Laura Biagiotti 66 Franca Sozzani 68 Romanticismo audace 70 Greta Boldini 72 Le Futur Régime 74 Il tempo del maschio coi tacchi 76 Distretti d'eccellenza 78 La mecca delle scarpe 80 Milano un'oasi urbana 82 London calling 84 E-commerce 86 Un approdo divenuto necessità 88 Il fashion system 90 Cover


Editoriale Tracciabilità come garanzia di trasparenza di Mario Timio

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utto è tracciabile. Tramite il Dna che oramai è entrato in ogni ambito della vita dell’uomo di oggi come di milioni di anni fa. È entrato in ambito forense non solo nelle tracce biologiche ma in tutto ciò che è venuto in contatto con il presunto colpevole. È penetrato nella ricerca archeologica anche se nascosto in posti ove qualcuno l’ha lasciato non ieri, ma millenni fa. Potremmo sapere non solo da dove vengono alcuni utensili ritrovati negli scavi, ma anche chi l’ha usati e in quale periodo. Insomma tutto ciò che facciamo oggi o abbiamo fatto milioni di anni fa lascia o ha lasciato una traccia. Allora perché non lo si applica oggi in ambiti della nostra attività quotidiana, ad esempio nel settore della moda, che è dotata di un grande impatto mediatico, commerciale e di immagine sulla realtà di aziende, imprenditori, buyer e consumatori? In un mercato ove contano la fantasia, gli stili, l’eleganza, la qualità, i materiali e il brand, sono parimenti importanti i valori ai quali ci si ispira: affidabilità, credibilità, sostenibilità nei quali i consumatori pongono la loro fiducia. In questo rapporto fiduciario sta subentrando un’altra componente: la tracciabilità, che è poi la versione attuale di un‘antica richiesta: l’interesse del consumatore. Ed allora ecco che spunta il TFashion, esteso anche come TF-Traceability & Fashion, un sistema di tracciabilità che si basa su quattro componenti essenziali: trasparenza verso il consumatore, responsabilità nei confronti dei propri fornitori, autenticità del prodotto, eticità del comportamento. In pratica cos’è il TFashion? Nato con la volontà di qualificare e valorizzare il sistema della moda, è un complesso di tracciabilità ideato e promosso dalle Camere di Commercio italiane, con lo scopo di fornire

un valore aggiunto alle produzioni e una differenziazione dei prodotti del mercato. TFashion si articola su questi punti: a) volontarietà, l’adesione è volontaria; b) libero accesso, possono aderire tutte le aziende italiane impegnate nei vari settori, tessile, abbigliamento, pelletteria, calzature, metalli preziosi; c) etichettatura dei prodotti, le aziende aderenti al sistema di tracciabilità possono avvalersi dell’etichetta TFashion inserita nei loro prodotti nelle modalità a loro più gradita; d) vero “Made in Italy”, le aziende che realizzano tutte le fasi in territorio italiano possono utilizzare la dicitura “100% Made in Italy”; e) modularità dell’applicazione, le aziende che intendono aderire al sistema TFashion possono certificare una o più linee produttive; f) condivisione dei requisiti, il sistema di tracciabilità è stato elaborato e condiviso dalla principali Associazioni di categoria. Tra i dati più qualificanti della certificazione TFashion è l’indicazione del luogo ove sono avvenute le principali fasi di lavorazione del prodotti. Così nessuno può più barare. A tutto vantaggio del consumatore, che è il principale destinatario del sistema di tracciabilità. Non solo. Per garantire il consumatore con un’informazione chiara e completa, sono previsti interventi che assicurano la veridicità delle informazioni fornite in etichetta, alle quali si aggiungono rigorosi sistemi di controllo. In sintesi, la finalità del TFashion raggiunge un triplice obbiettivo: il consumatore ha la garanzia che il prodotto acquistato ha caratteristiche di autenticità e trasparenza, il produttore costruisce la sua immagine e profitto sulla qualità e sulla eticità, l’Ente Pubblico, come la Camera di Commercio, è consapevole del servizio prestato a favore del consumatore, attento e consapevole e del proprio consociato, protetto e garantito.

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A sinistra, Pitti Uomo 92 - The Tradeshow Al centro, Raffaello Napoleone Autore dell'immagine Enrico Labriola A destra, Off-White C-o Virgil Abloh

L'Amministratore delegato di Pitti Immagine Raffaello Napoleone e la capacità di trasformare le vibrazioni della moda in progetti inediti

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a cura di Carlo Timio

on la conferma di Raffaello Napoleone a capo di Pitti Immagine, si è voluta dare una continuità al grande lavoro di squadra che ha consentito alla manifestazione di moda fiorentina di alzare l’asticella della creatività, innovazione e sostenibilità in un contesto di forte internazionalità e profonda attrazione verso ciò che rappresenta il made in Italy.

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Raffaello Napoleone, dopo la sua conferma a amministratore delegato di Pitti Immagine, quali linee guida e quali novità intende apportare per la continuazione di questo importante incarico? “Qualità, impegno, innovazione, ricerca e internazionalità. Non si tratta solo di valori fondanti di Pitti Immagine, ma dei paradigmi che abbiamo sempre seguito stagione dopo stagione. Oggi più che mai, vere e proprie sfide ad alzare sempre più in alto la nostra asticella. I saloni di Pitti


JW Anderson @PittiUomo92

Immagine sono in continua evoluzione, pronti a captare le più attuali vibrazioni della moda – e non solo – e a trasformarle in progetti inediti, puntando su contenuti di innovazione e sul loro essere piattaforma di comunicazione e di stile. Dietro questo c’è un grande lavoro, un lavoro di team, fatto fino a questo momento e a cui dare continuità, puntando sempre più in alto il nostro impegno e la qualità di quello che facciamo, la nostra inimitabile firma”. Ormai Pitti Uomo è sinonimo di tendenze e anticipazioni

di nuovi trend nel comparto menswear e lifestyle anche a livello internazionale. Quale è la fonte ispiratrice di Firenze in questo ambito? E perché si è sviluppata in particolar modo sul mondo maschile? “Pitti Uomo è nato come un salone d i mod a, che ospita anche sfilate ed eventi speciali, ma nei fatti è molto di più di una semplice fiera e settimana della moda. Nella sua evoluzione è andato ben oltre questi due concetti: big brand internazionali e marchi emergenti, stilisti famosi e giovani designer da tutto il mondo, nuovi progetti e layout d’allestimento, iniziative di scouting e tutorship, mostre, pubblicazioni ed eventi di comunicazione e tanto altro. Una fiera che è anche una fashion week e una fashion week che non è soltanto moda. È sempre così ma ogni volta è diverso. Perché con i nostri appuntamenti abbiamo cercato fin dall’inizio di andare al di là delle formule convenzionali per rappresentare la concretezza e l’immaterialità della moda. Perché combinare la dimensione economica e commerciale con quella comunicativa e culturale è ciò che la moda fa ogni giorno. Ma riuscire a farlo con qualità e in forme originali però non è semplice. Lo sanno bene le altre grandi capitali internazionali della moda. Firenze è il luogo dove il prêt-à-porter è nato, la culla di alcune tra le più prestigiose maison di moda al mondo. E poi la città in sé, con tutta la storia e l’arte che incarna, è una grande ispiratrice di bellezza e creatività. Da sempre Firenze e i saloni di Pitti Immagine sono il luogo di debutti assoluti e di celebrazioni dei maestri della moda mondiale, artefici di stile, sintesi perfetta di eleganza e unione tra valore e innovazione. Le fiere di Pitti Immagine sono cresciute anche grazie alla presenza di Firenze come contenitore e piattaforma unica in cui questi si svolgono. Storicamente, l’evoluzione del sistema della moda italiana, ha fatto sì che Firenze si focalizzasse sulla moda uomo e Milano sulle collezioni donna, come a creare due poli ognuno con una sua specificità. Ma nei fatti c’è stata sempre grande sinergia tra Firenze e Milano, come quella che realizziamo anche stagione dopo stagione con la Camera della Moda di Milano”. Con un fatturato di 36,6 milioni nel 2016 e un indotto per Firenze e provincia che supera di dieci volte questo dato, in che modo Pitti potrebbe apportare beneficio non solo al capoluogo, ma all’intera Toscana, con uno sguardo rivolto verso altre regioni confinanti? “Se pur con uno sguardo sempre rivolto all’internazionalità, le manifestazioni di Pitti Immagine hanno sempre puntato a mettere in luce il made in Italy creativo come punto di riferimento cruciale per la moda contemporanea mondiale. Ce l’abbiamo in casa: si tratta di idee, aziende, competenze, persone che operano qui a Firenze, nel distretto produttivo Toscano e in Italia, in generale. Ed è anche per questo che una fiera come la nostra non smette di investire sul territorio, che delle qualità creative del made in

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Italy e dell’Italia non è solo un simbolo storico, ma una realtà presente, attiva e dinamica. Qui ci sono alcuni tra i migliori distretti produttivi mondiali, penso alla filatura, al settore conciario, alla lavorazione artigianale della pelle, ma ovviamente non solo, con delle peculiarità specifiche che rappresentano l’eccellenza assoluta, per tradizione e capacità innovativa. Le manifestazioni e gli eventi di Pitti Immagine, per la loro internazionalità, la capacità di promozione delle migliori eccellenze italiane e internazionali - e quindi anche del territorio e dei distretti toscani – delle loro produzioni e della loro immagine, rappresentano un volano incredibile di valorizzazione anche del nostro territorio. E non solo dal punto di vista del settore moda, ma anche per quanto riguarda il lifestyle, il turismo, il food, e non da ultimo i nostri beni storico e artistici”. Qual è il trend di crescita nei nuovi mercati? Ci sono delle aeree geografiche che vi piacerebbe esplorare ulteriormente? “Le ultime edizioni dei saloni di Pitti sono state decisamente positive, sia in termini di partecipazioni di aziende, sia di affluenza di compratori e operatori del settore arrivati a Firenze. Si è respirata un’atmosfera di grande dinamismo, e questo ci rende fiduciosi per le prossime stagioni. Per quanto riguarda l’andamento economico della moda uomo, nonostante un quadro macro-economico in continua evoluzione e dalle molte incertezze, lo stile italiano e il made in Italy hanno un appeal internazionale che non accenna ad arrestarsi, e l’export è il driver che traina i fatturati delle nostre aziende. Credo che il sostegno crescente all’internazionalizzazione del sistema della moda italiana da parte del Ministero dello Sviluppo Economico e di Ice Agenzia per l’Internazionalizzazione delle imprese

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italiane sia un fattore strategico, e il supporto che arriva da queste istituzioni anche ai nostri saloni – attraverso il sostegno ai progetti e agli eventi speciali, e all’incoming di buyer e stampa internazionale – sta dando risultati importanti e concreti. La Russia e le economie ad essa collegate stanno dando segnali concreti di ripresa, così come margini di crescita si stanno registrando su tanti dei mercati emergenti. Penso al Far East, a un paese come la Corea in primis, ma anche al Sud America e all’Africa, continente quest’ultimo con paesi e mercati in grande espansione, che sono certo nei prossimi anni catalizzeranno l’attenzione delle aziende della moda italiana”. In un processo di continua dialettica tra Firenze e Milano, quale sforzo e impegno reputa opportuno intra-


A street style view Autore dell'immagine Vincenzo Grillo Nella pagina accanto, a sinistra, Yoshio Kubo @PittiUomo A destra, Federico Curradi Pitti Italics @PittiUomo92

prendere per integrare le attività svolte sul comparto moda maschile dalle due città e rafforzare l’intera filiera in un’ottica di fare sistema? “Come accennato sopra, Firenze e Milano si sono storicamente concentrate su settori moda specifici, con Firenze più focalizzata sulla moda uomo, il bambino e le eccellenze ella filatura, e Milano più dedicata alla moda donna. Ma questo non ha impedito di dare vita a un lavoro sinergico di sostegno reciproco e sviluppo del settore moda italiano nel suo insieme. Alla base di tutto, sia del rapporto tra queste due città, ma soprattutto nella direzione della valorizzazione del nostro sistema industriale della moda, reputo sia fondamentale incrementare operazioni promozionali mirate, da e verso i mercati in cui l’export ha mar-

gini di crescita per la moda italiana, creando occasioni di incontro tra le nostre aziende e i buyer internazionali. E al tempo stesso potenziare le occasioni di comunicazione di immagine e cultura contemporanea: questa è sicuramente una prospettiva su cui continuare a investire con decisione. Accanto a questo, occorre sempre più puntare sui giovani designer, e incentivare gli strumenti di valorizzazione e accompagnamento nella loro carriera. E non da ultimo occorre puntare – accanto ai grandi eventi – anche su progetti che possano fungere da ponte sinergico tra istituzioni culturali e museali, realtà che valorizzino la cultura della moda e dello stile italiani, capaci di catalizzare grande risonanza mediatica e di creare un alto ritorno di immagine, comunicando col mondo”. Oggi il settore fashion a livello italiano è secondo solo a quello della meccanica. Come immagina la moda del futuro tra tecnologia, industria 4.0, sostenibilità sociale e ambientale? “La moda è indubbiamente uno dei settori dell’economia a più alto potenziale di innovazione. Anzi, possiamo dire che la moda, per sua stessa natura, si nutre d’innovazione. Questo è uno dei fattori per cui il fashion è molto attento ai cambiamenti positivi della società e in particolare ai messaggi di utilità sociale, alle campagne di comunicazione in cui si parla di stili di vita dalla forte impronta ecologica ed ecosostenibile, ai progetti legati alla lotta ai cambiamenti climatici e alla riduzione dei consumi energetici. Chi più chi meno, tutti i brand della moda si confrontano nel loro percorso evolutivo con scelte e progetti legati all’ecologia e alla sostenibilità, in quanto valori oggi sempre più condivisi tra i consumatori più evoluti, coscienti che anche gli acquisti di moda sono diventati scelte etiche concrete. Aggiungo che anche gli appuntamenti fieristici come quelli organizzati da noi di Pitti Immagine sono delle piattaforme di comunicazione incredibili e dei contesti ideali in cui lanciare messaggi legati all’etica e allo sviluppo sostenibile. Le fiere sono dei moltiplicatori incredibili di messaggi, luoghi in cui si fa comunicazione a 360°, ma anche occasioni ideali in cui si creano i network progettuali per sviluppare idee e realizzare concretamente attività. Siamo alla continua ricerca di soluzioni innovative che possano supportare il business dei nostri principali interlocutori: i brand e i compratori. Lo stesso E-Pitti – la nostra esperienza fieristica virtuale - nasce dalla convinzione nei nostri mezzi e allo stesso tempo dalla consapevolezza di dover cercare nuove opportunità di contatto, ampliandoci, grazie a internet e alle tecnologie, verso nuovi mercati. Un progetto che ci sta portando verso risultati più che positivi: una corsa che non si arresta che conferma come la nostra visione di manifestazione fieristica come piattaforma di servizi a 360 gradi sia assolutamente vincente”.

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Il made in Italy e la proposta di una candidatura a Patrimonio Unesco di Klaus Davi

L’impresa italiana è strettamente legata alla cultura e l’artigianato presente nei territori e nei distretti ne rappresenta la massima espressione artistica e creativa

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n ogni forma di creatività che i nostri artigiani riescono ad esprimere c’è un piccolo Leonardo Da Vinci. Questa è la mia profonda convinzione ed è per questo motivo che ritengo che il made in Italy debba entrare di diritto nel patrimonio Unesco. L’idea di creare un dossier su questo tema e quindi di avanzare una candidatura formale è di carattere culturale. Tutti parlano di artigianato, inteso come saper fare italiano della piccola media impresa, come conoscenza culturale, ma poi manca il riscontro concreto, e non esiste nemmeno una legge sul made in Italy a livello europeo. E per questo ho deciso di metterci la faccia e dedicarmi alla promozione di questa iniziativa che reputo fondamentale per difendere, tutelare e riconoscere a livello mondiale la rilevanza di un asset strategico italiano, già di fatto riconosciuto in ogni angolo del pianeta. I lavori per il progetto sono all’inizio e i

In questa pagina e nella pagina accanto, VicenzaOro, lusso, stile e creatività: il più grande Salone europeo dedicato all'Oreficeria


vari soggetti del territorio interessati stanno lavorando sul dossier. Appena pronto, si presenta la candidatura vera e propria. I tempi sono lunghi, richiedono due o tre anni, ma a livello di sensibilizzazione e comunicazione abbiamo finora ottenuto importanti risultati. Ottimo il riscontro sia di Confartigianato, che della Confederazione nazionale dell’Artigianato e della piccola e media impresa, e anche di alcuni settori di Confindustria. I grandi nomi della moda hanno dimostrato il loro interesse, a cominciare da Santo Versace, Paolo Zegna, Sergio Tamborini, amministratore delegato del gruppo Marzotto. Pure la grande industria vede favorevolmente il progetto, perché identifica l’artigianato, il made in Italy come una qualità, legandolo dunque al territorio. Consenso trasversale sia dalle pmi e dagli artigiani, che dalle grandi imprese. Si tratta di una risorsa del nostro Paese, e rappresenta il dna anche dell’industria

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perché, sebbene produca in serie, lo fa con standard qualitativamente alti che hanno in qualche modo interiorizzato elementi artigianali; prodotti realizzati sì su scala, ma il saper fare italiano rimane sempre l’elemento centrale e caratterizzante tale attività. Il beneficio cadrebbe su tutti, non solo sugli artigiani. L’obiettivo finale è riconoscere la peculiarità e la manifattura italiana nella produzione, ricondurre l’impresa alla cultura. Abbiamo parlato per anni di finanza, quotazioni in borsa, business, dimenticando la cultura. E invece l’impresa italiana è strettamente legata alla cultura. Quante sono le aziende quotate in borsa? E quante sono le imprese operanti sul territorio? Occorre pensare anche alle piccole imprese, non solo alle più grandi, che poi spesso neanche producono in Italia e sono quotate in borsa. La borsa italiana pare che faccia un indice del made in Italy: è vero che molte di quelle aziende producono ad altissimi livelli con standard di qualità, ma è pur

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vero che alcune di queste hanno trasferito la loro produzione all’estero. Mi verrebbe in mente una provocazione: fare un indice finanziario del made in Italy esclusivamente per chi realizza prodotti in Italia. Questa riflessione funziona perché riconduce l’impresa alla cultura e non alla finanza, che non può essere un fine ma un mezzo. Noi sosteniamo la figura dell’artigiano, del piccolo medio imprenditore, strettamente legato al proprio territorio in Italia, che ha una fortissima valenza culturale che va esaltata e sostenuta in maniera importante. Per esempio, non si possono mettere a lavorare gli artigiani di Gucci o di Ferragamo in Svizzera o in Germania, possono stare solo in Italia dove il microcosmo in cui operano risente dell’ambiente in cui si trovano, tra arte, tradizioni e storia. Oppure altri distretti industriali, quali quello calzaturiero, del cashmere, del mobile, della ceramica e tanti altri. Meritano tutti di avere una voce importante attraverso il made in Italy.

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Compasso d’Oro Internazionale, un sistema di valori che esalta la dignità umana di Luciano Galimberti

Edizione dedicata allo sport, all’innovazione e alla responsabilità sociale nei prodotti e nei servizi, nella costante ricerca di comfort, salute e benessere dell’utente

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Ducati 1199 Panigale, design del Ducati Design Center con Gianandrea Fabbro, entrambi premiati con il Compasso d’Oro nel 2014

l Premio ADI Compasso d’Oro International Award, rappresenta nel panorama globalizzato, il naturale completamento del premio che da oltre 60 anni testimonia il design italiano nei suoi aspetti migliori. In questo lungo periodo, lo spirito del Premio Compasso d’Oro è rimasto immutato e la selezione rigidissima (sono stati assegnati in tutti questi anni poco più di 320 Compassi d’Oro!) lo ha reso un riconoscimento ambito e prestigioso, di carattere istituzionale, certamente lontano dalle caratteristiche dei tanti premi commerciali esistenti. Ricevere un Compasso d’Oro equivale, nel mondo del design, a ricevere un Nobel. Tutto questo rappresenta un grande orgoglio per ADI – Associazione per il


Moschettone Twin Gate, prodotto da Grivel su progetto del suo dipartimento R&D con Maurizio Gallo

Scarpone da sci Masterlite progettato da MM Design per Garmont

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Barca a vela Shaka, di Wally, progettata da Lazzarini Pickering Architetti e Faar Yacht Design, premiata con il Compasso d’Oro nel 2008

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Disegno Industriale, ma anche una grande responsabilità. Sviluppare una edizione internazionale del Premio ha imposto all’Associazione una riflessione profonda sugli obbiettivi e sulle metodologie, ma anche e soprattutto sul sistema di valori che un riconoscimento di questo genere vuole e deve rappresentare. Una riflessione concretizzata in Design Memorandum 2.0, che ha puntualizzato responsabilità professionali, ma soprattutto civili rispetto a fattori politici e ambientali in continuo mutamento, ma soprattutto rispetto all’unico fattore costante, che resta la dignità e il miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo. Un premio quindi di design internazionale a tema, che si tiene ogni due anni. L’edizione 2017 ha per titolo Sport - Performance and Innovation: ricerca, innovazione, tecnologia e responsabilità sociale nei prodotti e nei servizi per lo sport che, partendo dall’incremento delle prestazioni, migliorino le condizioni dell’attività fisica in generale, contribuendo a garantire comfort, salute e benessere dell’utente. Nella scelta del tema, ci siamo posti una domanda fondamentale: perché un uomo deve allenarsi un’intera vita per correre 100 metri in qualche frazione di secondo in meno del suo concorrente? Paradossalmente, insieme al desiderio di ridurre al minimo le proprie fatiche, l’uomo ha nella sua natura la costante tensione verso il superamento dei limiti, verso la costruzione dei record. Una sorta di antibiotico naturale contro la pigrizia. Superare i limiti, per l’uomo, significa anche perfezionare costantemente il proprio operato, cercando di superare se stesso. In un prodotto, superare i limiti significa raggiungere prestazioni eccezionali, da impiegare in condizioni eccezionali: l’auto di Formula 1 per i gran premi, così come un giacca a vento in una salita sui monti del Tibet. Oggi però l’esperienza della Formula 1 ha portato a realizzare le auto dei nostri giorni più sicure, così come i leggeri piumini hanno sostituito gli ingombranti cappotti invernali anche negli inverni cittadini. L’industria investe per realizzare prodotti con prestazioni eccezionali sottoponendoli a test sul compor-


Yacht Monokini di Baglietto, progettato da Francesco Paszkowski Design per gli esterni e da Alberto Mancini Design per gli interni

tamento, anche per garantirsi, attraverso questi test una comunicazione di marca altamente qualificata. Dalla ricerca delle prestazioni eccezionali di queste industrie, nascono poi applicazioni quotidiane, anche lontane dal campo d’azione per il quale erano state concepite. È una forma di trasmigrazione dei prodotti, che da settori altamente specializzati come quello sportivo diventano prodotti per il nostro quotidiano e l’abbigliamento è probabilmente il settore che maggiormente dialoga con questo metodo. A sottolineare l’importanza che il design ha oggi per il mondo dello sport questa edizione del premio ha il patrocinio del Coni, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, che rappresenta in Italia il Cio, Comitato Olimpico Internazionale: il design è in tutto il mondo una presenza fondamentale per lo sport, inteso sia come attività agonistica sia come pratica quotidiana diffusa, ma soprattutto come veicolo per la cultura della pace. Anche per questa edizione è prevista l’assegnazione dell’ADI Young Start-Up Award: un contributo di 20.000 euro assegnato a un progetto relativo al mondo dello sport elaborato da studenti di scuole di livello universitario di tutto il mondo. Il contributo è finalizzato alla creazione di una start-up per la realizzazione del progetto premiato: perché i progettisti la morale non la devono solo professare, ma anche costruire.

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LE PAROLE SONO AZIONI di Francesco Brunacci

Vettore multiforme e veicolo capace di costruire relazioni, la parola, considerata uno dei pilastri del fashion business, con la sua forza rivoluzionaria riesce a veicolare il suo significato intrinseco se ben comunicato

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é questo, né quello. È ciò che accade quando qualcosa è compiuto, risolto, concluso. La nostra mente, i nostri sentimenti, apprezzano ed accedono a quello “spazio di mezzo” che è il reale. Succede ogni giorno, forse senza che ne siamo davvero consapevoli. In questo business accade a collezione presentata, a financial report condiviso con gli investitori, ad evento o lancio di prodotto finalmente portato a termine. Viviamo il sapore di uno spazio interiore e pubblico cui non si può aggiungere nulla, perché esso è: esiste e forse è già passato qualche minuto fa. Questo è realismo. In oltre trent’anni di lavoro nella comunicazione e nell’intricata comunicazione della moda, ho imparato quanto sia nostra responsabilità usare le parole più giuste, oneste, coerenti, affinché chi ascolta, chi ci segue come semplice lettore, come customer o investor o reporter comprenda che, è vero: “Le parole sono azioni”. Lo ha detto qualche mese fa pubblicamente il direttore di Polimoda, Danilo Venturi, e al di là della gioia nel poter condividere uno dei cardini del lavoro che andiamo a fare ogni giorno con gli studenti, mi sono detto che questa è un’affermazione fondante di un metodo, oltre che di una pedagogia che contiene business.

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parole Se avessi vent’anni e volessi iscrivermi ad una scuola di moda, credo sarei affascinato da quello che ancora Venturi afferma nella sezione Concept del Fashion Displacement sul nostro sito - “Via le maschere e le promesse commerciali, occorre concentrarsi sui contenuti e ricercare la chiave che sta alla base della conoscenza: imparare ad essere ciò che si è” - ma non sono qui per promuovere alcunché, proprio perché credo fermamente che la parola in questo business abbia saputo creare molto e soprattutto rivoluzioni inattese, oltre che generanti. Se le parole sono azioni, il nostro dovere è porgerle al mondo nel loro puro peso specifico, senza né aggiungere, né togliere: né questo, né quello. Quando anni fa incontrai Miuccia Prada per la prima volta e – incauto perché giovanissimo – le chiesi di cosa fosse fiera, mi rispose “Delle mie asole”. Tre parole, tredici lettere. Per concentrare in una sola espressione anni di ricerca, creazione, investimento, rischio. Poi forse status e mito. Quando ancora mi perdevo sui verdi incantati di Alberta Ferretti, prima di intervistarla percepii la sua verticale timidezza e lo scrissi perché quella timidezza aveva senso nello scandagliare alcune ragioni della sua creatività e del suo business. Così come scrissi che preferivo Roberto Cavalli seduto al tavolo del caffè a casa sua, a qualche giorno di distanza da una disavventura fisica e sentimen-

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azio tale: nella sua voce c’era qualche crepatura, dunque era lui più vero, più divertente, emozionante. Mi raccontò che teneva in cassaforte uno dei primi disegni di suo figlio da bambino. Segni. Segni come le parole che usiamo, che hanno curve e aste, pance e puntini. Credo che il successo di molte avventure di business nel mondo della moda sia dovuto anche alla capacità di incaponirci sul senso di qualche lettera seguita a qualche altra. La parola non è il cardine del fashion business, ma ne è uno dei pilastri. I casi sono infiniti e vanno dalle misuratissime parole di business alle più colorite espressioni di creatività: quello che conta è il loro apporto, la gestione di un percorso ingenerata o provocata da uno speech, il segno verbale che si incide su una semplice T-shirt, ma soprattutto la nostra costante attitudine a fare della parola un vettore multiforme ed utilissimo di “relazione”. Nel realismo del pianeta moda di oggi che spesso diventa cocente, chi vince è sempre chi si rivolge all’altro con un senso da veicolare. Con la speranza che chi recepisce questo senso lo possa fare suo, integrandolo. Qualche mese fa abbiamo avuto il piacere di avere a scuola – per

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oni una guest lecture – uno dei massimi fautori di business di questi giorni, il CEO di Gucci Marco Bizzarri che tra le molte cose interessanti – traduco dall’inglese ndr. – ha detto: “Dobbiamo stare alla larga da direttori creativi che credono di essere benedetti da Dio”. Relazione, dunque, e ancora: l’alto che cerca il basso e viceversa, il mestiere che fa il paio con la filosofia, il numero che trova conferma nel rapporto con l’altro. È passato il tempo delle torri eburnee, se persino un colosso come Dior, al primo vagito in passerella della nostra Maria Grazia Chiuri, ha provocato fiumi di parole e di immagini grazie alla semplice frase “We Should All Be Feminist”. Perché “Should” e non “Could”? È un dovere essere Femministe? O Femministi? Una sola, semplice parola, forse desueta, forse non simpatica, senza dubbio controversa, si appone al panorama fatato di Dior e lo rende agibile, “arabile”, discutibile, dunque – al di là di quelli che vivono sempre sul sono o non sono d’accordo – immensamente aperto, abile a sorpassare in un lampo il puro fatto moda per creare nuovi ponti di senso. Credo che questo sia il nostro compito. Senza travestimenti, maschere, simulacri o scudi. Né tanto meno trappole manipolatorie. La parola costruisce. In questo risiede la sua forza rivoluzionaria.

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SEGNI NEL VUOTO di Paolo Belardi

Sugli abiti per abitare di Adolf Loos

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ino a quando l’effimero non è assurto a dimensione esistenziale della contemporaneità, tra architettura e moda è sussistito un rapporto controverso, segnato da una reciproca diffidenza. Così come enunciato nell’incipit di Vers une architecture, laddove Le Corbusier, insensibile al rapporto di amicizia stabilito con lo stilista parigino Paul Poiret, ostenta senza ritegno il proprio disprezzo per le futilità modaiole, liquidando le piume che agghindano i cappellini delle signore della Belle Époque con una sentenza lapidaria (“c’est parfois joli, mais pas toujours et rien de plus”), che peraltro, nonostante una qualche contradditorietà implicita (la precarietà connaturata a edifici concepiti come manifesti ideologici è uno dei fondamenti della modernità), è condivisa all’unanimità dai principali esponenti del Movimento Moderno: Walter Gropius, Mies Van der Rohe e Alvar Aalto. L’unica voce controtendenza è quella di Adolf Loos: un architetto formatosi tra Vienna e Chicago, rinomato per l’eleganza e per la mondanità, che, negli stessi anni in cui si affermano le teorie lecorbuseriane, firma i migliori negozi di abbigliamento della Prima Repubblica Austriaca (in particolare Knize nonché Goldman & Salatsch) e, soprattutto, sdogana il nuovo fenomeno della moda con una lunga teoria di saggi e

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Adolf Loos (1870-1933)

di articoli giornalistici (raccolti nel volume monografico Ins Leere gesprochen, pubblicato postumo in Italia con il titolo Parole nel vuoto) in cui analizza sistematicamente e cataloga tassonomicamente gli abbigliamenti utilizzati nei diversi paesi per evidenziare le differenze di gusto tra culture dissimili. Ciò che ne risulta è una vera e propria “filosofia dell’abbigliamento”, in virtù della quale Loos, anticipando di quasi cento anni un celebre aforisma di Giorgio Armani (“L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”), distingue con lucidità stile e ornamento, affrancando definitivamente l’eleganza dall’eccentricità e dalla personalizzazione. Tanto nel caso degli abiti quanto nel caso delle abitazioni. Secondo Loos, infatti, “essere ben vestiti – ovvero essere vestiti in modo moderno piuttosto che in modo antiquato – significa essere vestiti in modo corretto”. Il che impone di bandire dal vocabolario aggettivi leziosi quali “bello”, “chic” e “audace”, perché “vestire in modo moderno significa prima di tutto dare il meno possibile nell’occhio”. Su questo punto Loos è chiarissimo. “Un frac rosso in una sala da ballo è vistoso. Di conseguenza il frac rosso in una sala da ballo è antiquato. Un cilindro in un campo di pattinaggio è vistoso. Di conseguenza il cilindro in un campo di pattinaggio è antiquato”. Quindi, conclude Loos, “un capo di abbigliamento è moderno se, quando lo indossiamo trovandoci

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Nella pagina accanto, Das Andere, 1903, copertina In questa pagina, Beaux-Arts Architects Ball (New York, 23 gennaio 1931) Da sinistra: Alexander Stewart Walker (nel ruolo del Fuller Building); Leonard Schultze (nel ruolo del Waldorf-Astoria); Ely Jacques Kahn (nel ruolo dello Squibb Building); William van Alen (nel ruolo del Chrysler Building); Ralph Walker (nel ruolo del Wall Street Building); D.E. Ward (nel ruolo della Metropolitan Tower); Joseph H. Freedlander (nel ruolo del Museum of New York)

nel centro della civiltà e nella migliore società, si dà il meno possibile nell’occhio”. Ma non è tutto. Loos, infatti, è talmente calato nel ruolo di vate della modernità da fondare una nuova rivista, titolata Das Andere (“L’Altro”) e volta a emancipare i lettori dalla leziosità di ogni forma di decorativismo fine a se stesso, orientandoli verso l’assimilazione dell’essenzialità occidentale, in cui dedica ampio spazio all’abbigliamento (cui riserva l’immagine di copertina) e predica una nuova metodologia progettuale, fondata sul dualismo interno/esterno, che annulla i tradizionali steccati tra moda e architettura, prefigurando abiti fatti come abitazioni e abitazioni fatte come abiti. Non a caso pochi anni dopo, il 23 gennaio 1931, si svolge a New York un insolito ballo in maschera in cui il gotha dell’architettura newyorkese dell’epoca, guidato da William van Alen (forte del successo riscosso dalla guglia del Chrisler Building), mette in scena in forma di tableau vivant lo skyline di New York, indossando abiti a ziggurat e coprendosi il capo con un modello plastico riproducente la propria opera più rappresentativa: un’iniziativa apparentemente ludica, ma in realtà profondamente virale. Perché la Fête Moderne svoltasi a Broadway nell’Hotel Astor, propagandata come “a fantasie in flame and silver” dove mostrare “something modernistic, futuristic, cubistic, altruistic, mystic, architistic and feministic”, chiude l’era dell’architetto-artigiano e apre l’era dell’architettostilista. Con buona pace di Adolf Loos.

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Vestire l’abitante: abito, abitacolo, abitazione di Alessio Proietti

L’interfaccia dell’uomo con il mondo esterno, nello spazio di confine tra moda, automotive e architettura

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alle interazioni con persone, luoghi, oggetti, costumi, l’uomo forma le abitudini e i legami che plasmano la propria identità. Trova nell’ambiente congeniale alle proprie inclinazioni l’habitat ideale, fatto di punti di contatto e barriere tra se stesso e il mondo esterno. Stabilisce così un’interfaccia, una membrana tra dentro e fuori. La prima, fornitaci di serie, è la nostra pelle: possiamo abbronzarla, truccarla, tatuarla, ma tant’è. Ci dotiamo quindi di altri gusci, che rispondano alle necessità di proteggerci o esporci, distinguerci o uniformarci, mostrarci o talvolta nasconderci. In ogni caso, i nostri involucri in qualche modo ci rappresentano, raccontando i nostri tempi, luoghi, bisogni e tendenze. Così gli uomini si rivestono di cachemire colorato, carrozzerie metallizzate e cappotti termici, in un’ideale matrioska di abiti, abitacoli e abitazioni, con al centro l’abitante. La profonda connessione tra questi termini risiede nella stessa matrice etimologica: habere, che in latino significa


Sopra, Archigram, Instant City - Local Parts, 1970 Sotto, Archigram, Cuschicle with Suitaloon, 1967

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In alto, Le Corbusier e Pierre Jeanneret, Voiture Minimum, 1936 In basso, Le Corbusier, Le Modulor, 1946

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stare, possedere. Habitus, in particolare, indica l’aspetto esteriore, la tendenza, la caratteristica. Ovvero gli elementi alla base dello stile. Stilisti, designer e architetti adeguano infatti i prodotti alle esigenze degli utenti, disegnando su di loro ogni ulteriore pelle. Senza soluzione di continuità tra le discipline, concorrono alla definizione del loro modus di vivere, di apparire e di interfacciarsi con gli altri. Coco Chanel sosteneva che “la moda è architettura, è una questione di proporzioni”, mentre Le Corbusier trovava nello stretto rapporto tra casa e automobile il soddisfacimento di bisogni essenziali. L’architetto, che conformava sull’uomo edifici come fossero macchine per abitare, si cimentava altresì in progetti di automobili, concepite come moduli abitativi minimi e temporanei, guidato dalla ricerca dell’ergonomia e dell’euritmia. Negli anni ’60, gli Archigram, gruppo inglese di avanguardia architettonica, sperimentavano le case-abito, unità abitative mobili, modellate attorno al corpo umano e alle sue necessità fisico-motorie, ricercando una fusione totale tra l’uomo e il suo habitat artificiale. Restituivano inoltre visioni di


In alto, Versace Home - Interior Design Studio, Aykon London One, ultimazione prevista 2020 © Damac In basso, a sinistra Jean Nouvel, Pure Capsule Collection, 2013 © Ruco Line In basso, a destra 500 by Gucci, 2011 © Fiat

scenari urbani futuribili, ironiche e provocatorie, espresse in chiave pop come composite tra mezzi di trasporto, costumi del momento e possibili spazi del vivere. Oggi, brand come Armani e Versace vestono le abitazioni con arredi e complementi, Gucci e Cavalli siglano i look di autovetture, mentre architetti come Renzo Piano e Jean Nouvel hanno a portfolio, tra l’altro, una borsa da donna e una linea di calzature. Pininfarina, azienda attiva da quasi un secolo nel settore delle carrozzerie per automobili, compare tra i primi studi di architettura in Italia per fatturato negli ultimi anni, e un designer come Walter de Silva disegna scarpe per il marchio da lui stesso fondato, dopo aver progettato auto per una vita (Alfa 156, Audi A5 e Lamborghini Miura Concept, per citarne alcune). Invasioni di campo o annullamento delle frontiere tra differenti ambiti? O forse un luogo di grande creatività, quale è lo spazio di confine tra le discipline, in cui riflettere sui nostri bisogni, desideri, gusti, vizi. Riflettere sulle abitudini umane. Quelle stesse abitudini che definiscono il nostro habitat, e con esso tutto ciò che ci distingue, circonda, veste.

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Street style: la più potente forma di comunicazione di Michela Proietti

Gli stilisti ammettono che ormai c’è più creatività in strada che in passerella. Un cambio di marcia significativo che ha spinto blogger e influencer a diventare muse consapevoli che si autocelebrano anche grazie ai social

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nna Wintour, potentissimo direttore di Vogue, una volta ha ammesso: “Ci vestiamo tutti pensando a lui”. Anche – ma non solo – per questo, si può dire che lo street style sia nato insieme a Bill Cunningham, il fotografo di moda che ha girato in bicicletta New York a caccia di un look memorabile da fotografare. Quando il giugno dello scorso anno è morto Karl Lagerfeld ha commentato: “E ora che ne sarà del suo incredibile archivio?” Un portfolio di foto capaci di mescolare famosi e sconosciuti, incrociati spesso tra la Fifth Avenue e la 57 strada, proprio dove ci sono le vetrine di Tiffany. Tra le sue muse c’erano sia Anna Piaggi che Louise Doktor, una segretaria newyorchese con uno stile molto originale che Cunningham ha fotografato per più di 25 anni. Non vogliamo certo dire che prima di Cunningham non esistesse uno street style: ma non c’era nessuno che lo documentasse e lo archiviasse, rendendolo immortale. Distinguersi attraverso il modo di vestire è stato lo strumento usato da tanti personaggi prima di diventare famosi. Nella biografia dedicata a Madonna di Lucy O’ Brien, l’autrice ricorda come “il suo stile era un'amalgama di oggetti da mercatino delle pulci e punk, che prevedeva calze vecchie, il crocefisso di legno, gli elastici come braccialetti. Capì presto come lasciare il segno”. Solo più


avanti si scoprirà che dietro a quella stravaganza c’era il tocco di Maripol Fauque, la ragazza nota come quella che “distrusse la moda per crearla da sé”. Intorno a lei si muove la comunità dello Studio 54, con Jean Michel Basquiat e Keith Hearing suggestionati dalle sue idee. Anche lei, come Cunningham, amava documentare lo stile: lo faceva con una Polaroid. “Chi l’ha detto che l’abito non fa il monaco – raccontava –. Allo Studio 54 se non indossi quello giusto non riesci neppure ad entrare”. Le grandi mode e le tendenze capaci di dettare stili di vita e comportamenti di consumo, nascono tra i giovani: la cultura suburbana apre la strada agli Zooties, Hipsters, Beats, Rockers, Hippies, Rude Boys, Punks. “Visto che non esistono più gli aristocratici per promuovere gusti e mode, chi decide cos’è che deve piacerci?” È il 1964 quando Susan Sontag, scrittrice e intellettuale statunitense, si pone questa domanda e la risposta appare scontata: è la strada, laboratorio d’incubazione di una impressionante quantità di mode. Lo stesso stilista Christian Lacroix affermava: “È terribile dirlo, ma molto spesso i vestiti più eccitanti vengono dalla gente più povera”. Lo street style diventa subito la più potente forma di comunicazione della gente e Bill Cunningham deve la sua leggenda al fatto di averlo capito per primo. Lo scorso anno, quando Cunningham muore, Vanessa Friedman scrive sul New York Times che il fotografo aveva intu-

Nella pagina accanto, Bill Cunningham In questa pagina, in alto, a sinistra, Bill Cunnigham con Rihanna e Stella McCartney In alto, a destra, Bill Cunnigham Corner tra la Fifth Avenue e la 57th Street In basso, Bill Cunningham e Anna Wintour

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ito la “grandezza degli abiti non tanto sulla passerella, ma dopo che avevano sfilato. Ciò che lo colpiva era l’uso che di loro sarebbe stato fatto. Aveva capito che la gente usava i vestiti per dare una impressione di sé agli altri”. L’inconsapevolezza della gente fotografata da Cunningham nei primi anni Ottanta, diventa invece ricerca di notorietà in tempi più recenti. Un esempio chiaro è il blog di Scott Schuman, The Sartorialist, che nasce nel 2005. L’ex studente di visual merchandising decide di immortalare le persone comuni intorno a lui, utilizzando come sfondo New York. In un solo anno il Blog raggiunge la notorietà e diviene un punto di riferimento mondiale per la moda. Le fotografie che appaiono su The Sartorialist rispecchiano la quotidianità in cui ognuno può riconoscere  un po’ di sé. Il passaggio rispetto al passato è che la gente della strada comincia a rivendicare la sua fetta di notorietà e approfitta delle sfilate per catturare i flash dei fotografi: a sancire questo passaggio decisivo intervengono i social media, che regalano a tutti il warholiano “quarto d’ora di celebrità”. “Come ci si veste alle sfilate? Con uno stile originale, se si vuole diventare protagonisti dello street style, ovvero essere fotografata come le modelle. Gli stilisti ammettono che ormai c’è più creatività in strada che in passerella”, ha scritto il Corriere della Sera proprio durante le sfilate della scorsa primavera, registrando un cambio di marcia significativo. I vari blogger e web influencer diventano muse consapevoli: si vestono per essere fotografati, senza più quella ingenuità del passato, in cui erano protagonisti quasi casuali di reportage fashion. In prima fila, ma anche nel backstage, le fashion editor e le fashion icon di mezzo mondo, dettano legge in fatto di look, sfoggiando abiti e accessori che non inseguono le mode ma spesso le anticipano. Da spettatrice e anche da addetta ai lavori ho partecipato a moltissime sfilate e negli anni ho notato un cambiamento epocale: nei primi anni Duemila a catturare i flash dei fotografi, fuori dalle passerelle, erano soprattutto le celebrities. Cameramen e paparazzi se ne stavano appostati per ore attendendo la Monica Bellucci di turno, senza prestare troppa attenzione al contorno. Da almeno cinque anni è accaduto qualcosa di imprevedibile: a scatenare i click, piano piano, sono arrivate le persone comuni, ma vestite con personalità o con qualcosa di eccentrico. All’inizio anche noi giornaliste di moda ci chiedevano: “E questi chi sono?”, cercando di fare bene il nostro lavoro e magari riportare nella nostra rivista o nel nostro quotidiano il nome di un personaggio emergente. Solo più tardi abbiamo capito che quello era un nuovo e potente street style, ma che non si accontentava più della strada: voleva

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conquistare la passerella. E lentamente ce l’ha fatta. Quei volti sconosciuti, ma con indosso un cappellino buffo, una calzamaglia color block o un abito eccentrico, sono diventati volti sempre più familiari alle sfilate. Molti di loro sono diventati più famosi delle modelle stesse in passerella: alcuni si sono conquistati la loro fetta di notorietà da soli, pubblicando le foto in blog personali o social fortemente personalizzati. L’uso di Instagram come vetrina personale è stato sicuramente uno dei “riti di passaggio” della contemporaneità: persone comuni, con una buona dose di protagonismo, sono diventati un catalizzatore di attenzioni. Lo stesso fenomeno Chiara Ferragni ci dice qualcosa di significativo a proposito. La fashion blogger più famosa d’Italia ha fondato nel 2009 il suo blog “The Blond Salad” raccogliendo le foto che il fidanzato dell’epoca (e ora suo socio in affari) Riccardo Pozzoli le scattava in giro per la città. Nel 2014 ha fatturato 8 milioni di dollari e nel 2015 è stata oggetto di una case history della Harvard Business School. Ma tutto è cominciato in maniera molto artigianale. La stessa blogger, quando l’ho intervistata, mi ha ripetuto come lei stessa fosse incredula rispetto a tutto quello che le era accaduto in campo professionale: “Non avrei mai immaginato che delle foto scattate per passione diventassero una fonte di ispirazione per tante ragazze della mia età”. Il caso Ferragni è replicato da tante altre influencer che attraverso lo street style si sono ricavate un posto al sole. Ma anche figure più “istituzionali”, come la consulente creativa di Vogue Japan Anna Dello Russo, hanno saputo usare il proprio look per imporsi nelle passerelle e conquistare un posto nel front row proprio accanto alle celebrities. Anna Dello Russo può cambiare abito anche 5 volte al giorno, durante le Fashion Week sparse in giro per il mondo, perché come annotava Anna Wintour ci si veste soprattutto per i fotografi. La differenza rispetto ai tempi in cui Cunningham catturava Marella Agnelli in visone a spasso per New York ma anche il ragazzino di Harlem, passa tutta per la consapevolezza dei soggetti fotografati. Prima si finiva nella rubrica On the Street casualmente: a Cunningham, non interessava la «gente famosa con i vestiti regalati», un fatto che lo distingueva dai paparazzi. Lo colpivano le persone con uno vero senso dello stile. Oggi la gente comune è in grado di influenzare la sua presenza nei giornali e nelle riviste: l’epoca dei social ha ribaltato in parte i ruoli, se il fotografo di moda non si accorge della eccentricità della gente comune sono le stesse persone a celebrarsi nei loro social. Bill Cunningham è stato rimpiazzato dal nostro profilo Instagram, e al posto dei lettori, quello che accresce la nostra audience sono i follower.

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IL MIO DREAM JOB di Mariano Di Vaio

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Estratti e riflessioni sparse dal libro “My Dream Job”

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ono nato ad Assisi, in Umbria, ventotto anni fa. Sono partito per fare della mia inquietudine una ricerca. A Londra ho lavorato da Abercrombie e nei negozi di moda per diventare modello e pagarmi una celebre scuola di recitazione a New York, inseguendo le mie passioni. Poi ho scoperto il web, la piattaforma più democratica al mondo, dove non esistono spintarelle né raccomandazioni, dove sono gli altri a decidere se quello che hai da dire è interessante. Il mio lavoro è raccontare le mie esperienze ad un pubblico formato, più che da follower, da amici. È così che mi approccio al mio lavoro, è per questo che funziona così bene: nessuna recita, nessuna maschera. Il blogger è una persona che ha un rapporto e una responsabilità con i suoi follower che è diversa da quella di altri professionisti dell’immagine. Le persone che ti cliccano, vogliono sapere come vivi. Cosa pensi. Come ti muovi. Com’è la tua giornata. La mia è semplice, semplicissima. Ma mi riempie il cuore. Mostro ai miei follower quello che faccio e come lo faccio. Non li illudo, non ricorro a trucchi. Ho cominciato a farlo a New York e la gente ha apprezzato. Spiego semplicemente ai miei follower come vivo, come mi vesto, come organizzo la mia giornata. Come ci si diverte in moto, sul parapendio, sullo snowboard. Spiego come mi piace abbinare una maglietta ad una pochette: non sono certo cose che cambiano la vita, ma mettono di buon umore. Sono, più che un personaggio pubblico, un amico di cui fidarsi.

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Ho iniziato cercando. A New York cercavo negozi dove si comprasse moda con pochi soldi, cercavo occasioni per conoscere musicisti o attori. Ma cercavo anche gli orari della metro, è iniziato così il mio viaggio nel web. A un certo punto mi sono chiesto cosa mancava. Nessuno si occupava di moda maschile. Nessuno ti parlava delle tendenze, delle novità. Eppure New York è una città che ribolle di idee, proprio nella moda maschile. “Possibile?”, mi sono chiesto. Sul web seguivo ogni tendenza. C’era tanto sulla moda femminile, ovviamente. Potevo sapere tutto su ogni tipo di musica, su ogni locale che faceva tendenza. Ma non avevo alcun punto di riferimento online per la moda maschile. Non mi riferisco all’alta moda, parlo di quello che scelgono i ragazzi. C’erano tanti che si fotografavano tra loro o qualcuno che postava immagini sul web, raramente professionali, per dire: guardate quanto è strano o curioso o buffo quel tipo lì. Ma nessuno che provasse a ricavarne uno stile. Ho visto un’opportunità, ed ho provato a coglierla.

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Da fashion blogger a Top influencer In poco più di un anno sono passato dall’essere un fashion blogger che raccontava le tendenze, all’influencer che le proponeva. Un lavoro creativo, ma carico di grandi responsabilità. Non sei più solo un testimonial, nel web sei amico di chi ti segue. Una grande responsabilità, a mio avviso. Quando scegli i prodotti che proponi ai tuoi follower, devono sempre essere coerenti al tuo stile. Non solo: l’influencer toglie dagli scaffali, anche da quelli virtuali, i prodotti che sceglie, interpretandoli e dandogli una personalità. Per questo è un lavoro che va preso seriamente, attraverso un’attenta selezione dei brand con cui lavorare. Da Mdv Style a Nohow Il passo naturale è stato l’inizio della mia carriera imprenditoriale. Ho fondato nohowstyle.com, un e-commerce e brand dai connotati stilistici ben precisi, formato da una crew di giovani davvero in gamba, che interpretano al volo le tendenze del momento. Nohow comunica brand, stili che ci piacciono, privilegiando stili giovani, di prospettiva, brand che interpretino in maniera personale il proprio stile adattandolo a quello dello street style più attuale. Il mio modo di pormi con Nohow è diverso, in quanto imprenditore e non personaggio pubblico, ma credo funzioni perché l’idea di fondo è la stessa. Offro spontaneità, trasparenza, chiedo fiducia e amicizia. Come quando ho cominciato: la rete, grande palestra democratica di talenti, ospita chi ha qualcosa da dire. Lo premia o lo respinge. Il giudizio del web è inappellabile. Tutti noi proponiamo, anche con Nohow, ma qui il popolo è davvero sovrano. Per questo sono così orgoglioso del fatto che ci seguano in così tanti (più di un milione, su Instagram). Ci seguono sempre di più. Tutti straordinari, appassionati come chi lavora con noi. Come continua il sogno? Come vorranno i miei amici, tutti quelli che mi seguono, che hanno desiderio ancora di fare un’altra parte del cammino insieme a me. Io non cambio, resto volentieri con voi, garantendo un’amicizia trasparente. Anche quando tutto sarà ancora più veloce e volerà alla velocità di chissà quale algoritmo, il mio blog rimarrà capace di farci comunicare, di diminuire le distanze e farci sentire vicini. E ci saranno sempre tanti fili che mi legheranno ai miei follower, per molto tempo. Sono convinto che il meglio, debba ancora venire. Credits: estratti, riflessioni sparse e foto dal libro “My Dream Job” di Mariano Di Vaio, edito da Mondadori.

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La fotografia: una magia che ferma un istante e lo consegna all’eternità di Federico Garibaldi

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e Henri Cartier Bresson non avesse mai contratto la malaria probabilmente non avrebbe fatto precipitoso rientro in Francia dal suo viaggio in Africa. E probabilmente non avrebbe mai visto la bella foto di Martin Munkacsi “Tre ragazzi sul Lago Tanganyika“, che racconta di tre ragazzi, appunto, che giocano tra le onde. L’episodio ha un peso nella storia della fotografia perché si racconta che proprio quella foto abbia determinato in Bresson la volontà di raccontare in immagini le vite degli altri. In tutta la sua vita lui lo farà bene, assolutamente bene, con la consapevolezza che fare una foto – lo dico con parole sue – “è difficile. Difficilissimo. Un punto interrogativo poggiato su qualcuno”.

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Lucio Costa adv

Un’immagine scattata sintetizza un insieme di emozioni, mischia i ricordi fra di loro e restituisce il senso di quell’esperienza

Mi è molto caro il tema del punto interrogativo. Mi è caro perché mi permette di affrontare un tema di grande fascino: una foto racconta più dubbi che certezze. Parlo di me e parlo per me, ovviamente. Parlo del tempo che mi serve per guardare, infinitamente più lungo di quello che mi serve per scattare. Parlo del tempo che fermo e racconto nonostante la mia volontà. Parlo del tempo che mi contamina e non si ferma mai. Parlo del mio tempo, ma soprattutto del tempo degli altri. È buffo tutto questo. Uno strappo alla logica. Una fotografia apparentemente ferma un istante e lo consegna all’eternità. In realtà, nella mia esperienza personale, quella fotografia sintetizza un insieme di emozioni, mischia i ricordi fra di loro e mi accompagna con il sapore di quegli istanti, mi restituisce il

senso di quel viaggio e finisce per astrarmi del tutto proprio da quel momento specifico. Una fotografia sta negli occhi di chi guarda. Sono certo di questo. Ma mi piego poi sul dilemma: gli occhi miei – l’autore – che guardano prima di farla? O tutti gli altri occhi, di chi guarda poi la foto? Non è un dubbio formale, perché mi piacerebbe pensare che ogni spettatore, ogni casuale osservatore, fosse in qualche modo anche un autore. Ogni persona che guarda vede ciò che sente, e questa è una grande magia. Ogni giro di giostra cambia minimamente il bambino. E ogni singolo bambino cambia minimamente il luna park. “E proprio perché il nostro mestiere è aperto a tutti – rubo un’ultima riga a Cartier Bresson – resta nella sua allettante semplicità, molto difficile”. Ma è cambiato qualcosa di

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In alto, a sinistra, The essence of being a panda, editorial story for Drew Magazine Sotto, Hysteron Proteron, editorial story for Drew Magazine A destra, The essence of being soo, editorial story for Rendez vous de la mode Nella pagina accanto, Lucio costa adv

fondamentale, da quando lui disse questa serena verità. È sparito il rispetto delle pieghe del tempo. È cresciuto a dismisura il numero degli autori. È cresciuto a dismisura il numero degli strumenti. È diminuito il tempo che abbiamo a nostra disposizione. Abbiamo meno tempo per scattare una foto. Abbiamo meno tempo per guardare una foto. Fra le persone che fanno fotografie e le persone che guardano fotografie resta in mezzo soltanto l’immagine. Che oggi non è sempre difesa dal sacro rito della stampa. Oggi viene spesso postata in rete in modo immediato, fatta in fretta, scelta in fretta, vista e piaciuta. O non piaciuta. Non è importante. La parola che governa, in questa serie di azioni, è “vista”. Ciò che più si vede più potente diventa. Io scrivo in modo emotivo, e un po’

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disordinato. Però scelgo i termini con una certa accuratezza. Ho scelto di scrivere potente perché non volevo passare il concetto che la qualità abbia nulla a che vedere con la viralità di un’immagine. Si conta il numero di like, non la qualità del like. Helmut Newton diceva di essere un voyeur, e aggiungeva che chi come fotografo non lo ammettesse sarebbe un cretino. Epperò anche nella figura del voyeur c’è un certo intimismo. C’è la volontà di carpire qualcosa per noi stessi. Un voyeur è legato da un filo invisibile ad un punto interrogativo. Invece il processo mediatico che genera il blogger rockstar, che fotografa seduto in prima fila e fa foto nella consapevolezza di essere fotografato a sua volta, è l’esatto contrario di chi ruba intime e malevole emozioni. È la sublimazione del gesto esteti-

co. Viva la comunicazione globale. Rileggo queste righe e ho la sensazione che si possa pensare che non ho stima o simpatia per i blogger in generale. Niente di più falso. Amo ogni tentativo di creare nuovi modi di comunicare, e amo anche le immagini pronto uso che narrano la realtà in tempo reale. Il senso del mio intervento era solo raccontare le similitudini e le differenze fra le foto che faccio io e quelle proposte con grande energia da mille meravigliosi blog che raccontano la moda al tempo dei likes. Tirate le somme è un problema filosofico. Il like è una certezza oggettiva, una foto – perdonate un’ultima citazione, copyright Diane Arbus – “è il segreto di un segreto. Più cose ti dice, meno cose tu sai”.

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La moda che veste il mondo dello spettacolo a cura di Simone Bessi e Giada Martini

Dalla Sartoria alla Fondazione Annamode, un pezzo di storia tra cinema, teatro e show per promuovere la cultura del costume, dell’haute couture e del know-how italiano

In alto, etichette storiche della sartoria Annamode In basso, (2005) Piero Tosi consegna il premio: “La Chioma di Berenice” alla signora Teresa Allegri, fondatrice della sartoria Annamode

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a moda ed il cinema, due mondi rappresentati da due sorelle: Anna che con la moda inizia nel 1946, e Teresa Allegri che si entusiasma per il cinema agli inizi della sua stagione migliore. Arrivata da Pistoia Anna apre una piccola boutique con laboratorio in Via Borgognona e ben presto unisce alla sua attività nella moda anche la produzione nel costume per il cinema. A Roma entra in contatto con i compagni di studi universitari di Firenze, Piero Tosi, Franco Zeffirelli e Mauro Bolognini, giovani assistenti del cinema neorealista che cominciarono a rivolgersi alla boutique ogni volta che sul set c’era bisogno di qualche capo di abbigliamento. Dai primi abiti pensati in chiave contemporanea, per il cinema neorealista, alla grande prova del “Varietà”. Loro gli abiti per i programmi televisivi Canzonissime, Studio Uno, indossati da Mina e da molti altri. I salotti della sartoria divengono punto di riferimento e di ritrovo per celebrità del periodo, tra cui le esordienti Sophia Loren ed Eleonora Rossi Drago. In quegli anni la sartoria, mentre si dedicava alla realizzazione di collezioni di Moda sfilando con Balestra, Sarli e Gattinoni, consolidava


In alto, i locali della Fondazione Annamode a Roma In basso a sinistra, Sophia Loren vestita dalla sartoria Annamode per il Film: “Matrimonio all’italiana” (1964) Regia: Vittorio De Sica - Costumi: Piero Tosi In basso a destra, abito da sera 1930: tulle ricamato con filo d’oro, perline madreperlate e paillettes trasparenti a formare disegno geometrico. Film: “A Good Woman” (2006) Regia: Mike Barker - Costumi: John Bloomfield

la sua vocazione nel vestire il cinema ed il mondo dello spettacolo. Sono anni che vedono perfezionare il reparto cine-teatrale e la ricerca della fedeltà storica. Vengono anche realizzati abiti che richiedono maggior fantasia, ingegno e sperimentazione di materiali. La contaminazione continua tra i due mondi, ha prodotto negli anni risultati molto apprezzati. Annamode rappresenta oggi settant’anni della storia dello spettacolo e si afferma come una delle più innovative sartorie teatrali e cinematografiche. La sartoria vanta un curriculum di tutto rispetto: ha vestito il Neorealismo, da “Matrimonio all’italiana”, a “Il bell’Antonio”, “Rocco e i suoi fratelli”,  “Guerra e Pace”,  “Casta Diva”, Tre passi nel delirio”, fino ad arrivare ai giorni nostri, con produzioni internazionali quali “Il destino di un Cavaliere”, “Robin Hood”, “Anna Karenina”, “Hugo Cabret”, “Cinderella”, “La Bella e la Bestia”, Vicking”, “Re Artù”, vestendo attrici ed attori del calibro di Liza Minnelli e Ingrid Bergman in “Ninà (A Matter of Time)”, Maria Schell in “Le notti bianche”, Charlotte Rampling in “Il portiere di notte”, Scarlett Johansson e Helen Hunt in “A Good Woman”. Non solo Cinema, ma anche Fiction, Opere, Prosa, Musi-

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A sinistra, lo staff della sartoria Annamode, con il premio: “La Pellicola d'Oro" come miglior sartoria del 2014 per il film: "La Grande Bellezza” (2013) Regia: Paolo Sorrentino - Costumi: Daniela Ciancio A destra, in alto, (1956) la signora Anna Allegri, fondatrice della sartoria Annamode, con le modelle di una sfilata nell'atelier di via Mario de' Fiori a Roma A destra, in basso, vestizioni da soldati, realizzati dalla sartoria Annamode per il film: “King Arthur: Legend of The Sword” (2017) Regia: Guy Ritchie - Costumi: Annie Symons

In basso, Andy Garcia, vestito dalla sartoria Annamode per il film: “Modigliani, i colori dell’anima” (2004) Regia: Mick Davis - Costumi: Pam Downe

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cal. Il segreto del successo di Annamode risiede nell’esperienza e nella ricerca accurata. Dietro ad ogni lavoro ci sono studi meticolosi, per far sì che gli abiti siano il più possibile fedeli a quelli dell’epoca a cui si riferiscono. Fondamentale è il ruolo dell’archivio della fondazione in cui vi sono conservati abiti originali, foto antiche, collezioni museali d’epoca, ritratti e manuali.  Anche gli spunti per questo articolo sono tratti dal materiale sviluppato negli anni. La realizzazione comincia con lo schizzo dei modelli tenendo conto del contesto all’interno del quale i costumi si avvicenderanno, cioè, dell’epoca a cui si riferiscono. Si procede in seguito con l’abbinare, a ciascun disegno, il tessuto, le decorazioni e gli accessori che si intendono utilizzare. Di solito, si segue un colore o tema dominante, per rendere ciascun abito subito riconoscibile e dotato di una sua peculiarità nella dinamica narrativa. I materiali, non sempre facili da reperire, sono molto importanti, in Inghilterra o in America hanno una vastissima varietà di elementi anche per chi fa i costumi, in Italia le mercerie e i tessutai sono più concentrati su quello che si usa per la moda e non per la moda antica.


A destra, il magazzino della sartoria Annamode a Formello, dove sono presenti circa 250.000 costumi In basso, a sinistra, Scarlett Johansson vestita dalla sartoria Annamode per il Film: “A Good Woman” (2006) Regia: Mike Barker - Costumi: John Bloomfield In basso, a destra, Helen Hunt, vestita dalla sartoria Annamode per il Film: “A Good Woman” (2006) Regia: Mike Barker - Costumi: John Bloomfield

Si realizzano i primi prototipi che, una volta approvati, vengono realizzati dalle sapienti mani degli artigiani della sartoria per poterli consegnare in tempo per la data richiesta e l’andata in scena. Ogni abito, realizzato negli anni, viene inoltre fotografato in modo da consentirne una perfetta visualizzazione on-line consultabile alla sezione eCostumes del sito ufficiale. Ad oggi sono 6.000 gli articoli disponibili ed ogni mese lo spazio virtuale viene implementato con centinaia di nuovi costumi fino a completare la digitalizzazione del magazzino reale in cui sono conservati circa duecentomila capi. Molteplici sono gli utilizzi che Annamode suggerisce con riferimento alla sua “Modateca” digitale: dalla semplificazione del lavoro dei costumisti fino alla consultazione libera per stilisti o studenti di moda del costume, come fonte di ispirazione. La Fondazione Annamode è l’evoluzione della Sartoria Annamode. Dichiarata nel 2011, nell’ambito del progetto Archivi della Moda del Novecento, “luogo di notevole interesse storico” da parte della Soprintendenza dei Beni Culturali, rappresenta un punto di riferimento unico al mondo per studiosi e ricercatori della tradizione e del

know-how italiano, nell’ambito del cinema, della moda, dell’opera, della televisione italiana. Il patrimonio è composto da una collezione di abiti ed accessori originali dalla metà del 700 ai giorni nostri, da una collezione di abiti creati per famosi protagonisti del cinema e del teatro in film ed opere divenuti celebri al grande pubblico oltre a bozzetti, locandine, riviste e documentazioni, caso unico nel panorama produttivo di alto artigianato italiano nel connubio tra moda e cinema. Le principali attività, attraverso un programma di iniziative culturali, sono la conservazione e la manutenzione dell’archivio, il fashion Heritage, la formazione, le esposizioni e le pubblicazioni. Mission della Fondazione è la diffusione e promozione della Cultura della Moda e del Costume, dell’Haute Couture, del lavoro artigianale e del Made in Italy: il Knowhow Italiano.

www.fondazioneannamode.it www.annamodecostumes.com

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Nuove tendenze nella moda: come nascono e si rinnovano di Nicole Chiaramonti

Tra ispirazioni e contaminazioni internazionali prendono forma i trend, che ristrutturano il passato in chiave moderna, facendo perno sulla sensibilità e l’attenzione verso ciò che germoglia per la strada, orientato dalla politica e dalla società

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gnoto, curiosità e attrazione: l’alba delle nuove tendenze. Piccoli dettagli, semplici rumori, insoliti paesaggi, freschi odori che contaminano scelte e gusti dando luce a nuove ispirazioni. Un singolare passante o un insolito soggetto, dipinti di semplici attraenti colori o avvolti in forme desuete. Ostentare l’allegria, avere un’irrefrenabile modestia. La scoperta di nuovi sapori, note attraenti, dolci cinguettii (twitters?). Le nuove tendenze della moda nascono da desideri e esigenze, da un concetto intrinseco in elementi che ancora non conosciamo. Tendenza è dipinto e industria 4.0, è l’arte del riprodurre il passato distinguendosi da lui. Il trend è un ciclo, è il nostro passato ristrutturato in chiave forte e nuova, è un concetto, come lo è ogni parola. È un’idea. Nasce da frammenti della nostra intelligenza, diligenza e sensibilità nel porre attenzione a ciò che accade intorno a noi. Germoglia per la strada, orientato dalla politica e dalla società. Nobilitandosi nelle note e lussuose passerelle, diviene tendenza, un’ipotesi creativa che na-


A sinistra, Trasporto e identificazione A destra, Singolari frammenti

sce dall’inventiva dello stilista, di un genio creativo, oltre a quella dei giornalisti. Secondo Roland Barthes, saggista, critico letterario, linguista e semiologo francese, la moda “è un sistema culturale di significati”. Essa rappresenta e incarna un comportamento collettivo. La moda e le tendenze oggi sono a km 0. Scritte disinvolte o dichiarazioni politiche, audaci combinazioni di materiali, il gusto dell’alta qualità, particolari e riconoscibili tagli oltre al buon design è ciò che accomuna l’intero globo. È l’identificarsi in alcune forme, in un nome, in una fantasia o in un colore. Ha la capacità di avvicinare culture lontane tra di loro, portare religioni differenti sullo stesso piano: il tessuto. Oramai è quasi impossibile distinguere dove inizia l’abbigliamento e dove finisce il mercato, non vi è più nessun confine tra arte e moda, tra moda e design, tra il mercato di tendenza e i social media. Influencer e designer di rilievo annullano le distanze provocando reazioni e quindi energica influenza, trasmettendo a loro volta trasporto e passione.

Storicamente si parlava di tendenze che sorgevano nelle capitali della moda italiana o francese. Recentemente, grazie ad una sempre più vigorosa libertà, i designer, essendo estremamente vicini al cittadino, sfruttano le loro capacità come mezzo di espressione, sperimentando colori, forme e gusti di paesi antitetici e ben distanti gli uni dagli altri. Tutto questo trova perfetta espressione in una nota della Camera di Commercio Italiana in Giappone in occasione della Amazon Fashion Week del 23 marzo 2017, che indica come le tendenze asiatiche stiano particolarmente influenzando il mercato internazionale. Gli stilisti contemporanei che s’ispirino alla tradizione, raccontando una storia, o che si facciano trasportare dalla vita quotidiana, riescono ad avvicinarsi nell’espressione del loro stile e di conseguenza nella loro produzione a culture diverse dalla propria proponendo panorami e concetti di sapore esotico che un tempo erano assolutamente impensabili. Who’s next?

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Personalizzazione: si aprono le porte del processo di creazione al consumatore di Giulia Burroni

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llacciarsi i bottoni della camicia uno dopo l’altro riconoscendo le cuciture stondate delle asole e sistemarsi il colletto sentendo sotto i polpastrelli la seta stampata con cui hai fatto realizzare il tuo bomber preferito. O quella sensazione di calma quando, nervosamente, giochiamo con le dita con il ricamo delle iniziali, proprio dietro la tasca posteriore dei nostri pantaloni blu. È la volontà di distinguersi facendo emergere la propria personalità, di diversificarsi presentandosi al mondo come unico e distinto. La moda sta attraversando un periodo di forte cambiamento, sta modificando il proprio Dna passando da un sistema dove il designer era il protagonista assoluto, ad una nuova visione dove invece il cliente è centrale. È shopping experience, è coinvolgimento e flessibilità del brand che mette a disposizione il proprio know-how per soddisfare le richieste del consumatore cercando di fidelizzare quest’ultimo e permettergli di sentirsi imbattibile e libero di esprimersi all’interno dell’armatura che ha accuratamente scelto. Un cambiamento della cultura aziendale che si apre verso il cliente per comprendere le sue reali esigenze e i suoi desideri. Un acquisto sempre più attento e consapevole, più conscio dei processi di produzione, delle materie prime e della reale unicità del prodotto che andrà ad ottenere. Ormai non c’è casa di moda che non stia cavalcando questo trend: la maison fiorentina Gucci ha puntato molto sul Men’s Tailoring e sul servizio Diy - Do it yourself.- che permette di personalizzare il proprio capo Gucci scegliendo bottoni, tessuti, ricami unici, colori e fodere di giacche e pantaloni. È proprio Alessandro Michele a sostenere che «l’abbigliamento sia un’espressione della propria personalità e che di conseguenza uomini e donne debbano sentirsi naturalmente liberi di esprimere se stessi». Non solo Gucci ma anche Louis Vuitton con l’iniziativa Mon Monogram che

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La moda sta attraversando un periodo di forte cambiamento, passando da un sistema incentrato sul designer ad una nuova visione dove al centro si pone il cliente che diversificandosi, si presenta al mondo come unico e distinto

Interno laboratorio artigiano calzature, Firenze Autrice dell'immagine Giulia Burroni

consente di scegliere le bande, il colore interno e di inserire le proprie iniziali sulla borsa o Fendi con il servizio Made to Order che mette a disposizione, su appuntamento, stanze dedicate alla creatività dei clienti nei negozi in giro per il mondo. Anche Armani e Prada puntano sulla sartorialità e su progetti Made to Measure come Ermenegildo Zegna che sviluppa un servizio completamente bespoke partendo dal costruire il cartamodello direttamente sul cliente. Iper-personalizzazione dunque è la parola chiave mantenendo però il focus sull’artigianato e sul dettaglio, da sempre e per sempre, del settore del lusso. Un’esperienza singolare e personale che fa assumere al consumatore una posizione di protagonista e co-creatore del capo che gli permetterà di esprimere se stesso. E gli farà vivere l’esclusività del coinvolgimento annusando la leggerezza della stoffa scelta ad hoc ed accarezzando il profumo di una pelle nuova.

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LA CUSTOMIZZAZIONE E LA NUOVA SFIDA DEI BRAND di Angela di Leone

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uella della customizzazione, ovvero “adattare un prodotto, un bene o un servizio, mediante appositi interventi di personalizzazione, alle esigenze e alle aspettative del cliente”, è una pratica da sempre in uso, ma che negli ultimi anni potremmo arrivare a dire che è stata abusata. Se infatti la voglia di personalizzare ed aggiungere quel dettaglio in più per distinguersi, nella maggior parte dei casi, si è sempre espressa attraverso l’apposizione di cifre, basti pensare alla sartoria maschile, negli ultimi anni le frontiere del custome-made si sono spinte ben più in là. Partendo dai brand più blasonati e roccaforti del lusso fino ai più commerciali, oggi nessuno può fare a meno di offrire al proprio pubblico questo servizio. È così che Louis Vuitton, tra i primi insieme a Fendi, offre ai suoi clienti la possibilità di scegliere i colori delle fasce della propria valigeria, oltre a poter cifrare non solo i bagagli ma praticamente qualunque prodotto della maison. In seguito ad adattarsi a questo trend sarà Prada con la possibilità di adeguare gli occhiali ai propri gusti e desideri, Burberry propone addirittura la stampa delle proprie iniziali sul capospalla di sfilata. Ebbene se questi esempi rientrano tutto sommato in una casistica non eclatante, la stessa cosa non si può dire in riferimento ad altri brand. Gucci è sicuramente il marchio che in tempi recenti ha scelto di fare del customizzato uno dei suoi cavalli di battaglia; non solo cifre, bensì l’istituzione all'interno delle proprie boutique di veri e propri salottini dedicati alla personalizzazione del prodotto, dove i clienti possono comodamente selezionare i materiali in diversi colori, le patches, le scritte e le lettere dei propri desi-

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In un mercato ormai saturo di offerta ed omologazione, per poter soddisfare le esigenze del cliente, la personalizzazione di un prodotto sembra ormai diventata la modalità cui ispirarsi

deri per dare vita non solo alla propria borsa o alla propria scarpa ma anche a capispalla ed abiti. Come detto in principio un’usanza non solo delle bandiere del lusso ma anche dei brand più commerciali e dai prezzi più contenuti e perciò più largamente accessibili. Si guardi a Nike, che ha dato forma a Nike Id, un servizio nato per permette di creare il proprio modello di sneaker sia presso gli stores monomarca sia sul sito ufficiale Nike. A seguire questo esempio è stata Adidas, mentre e nel settore food &beverage fanno grande eco le lattine e bottigliette della CocaCola che sostituisce il proprio nome con nomi di persona o messaggi che riprendono il linguaggio informale, per

avvicinarsi di più al consumatore, stessa identica strategia adottata dalla Nutella con i suoi iconici barattoli. Se a questa tendenza accostiamo il ritorno in pompa magna della logomania in una forma ossessiva e ossessionante è facile capire che il risultato è un mix esplosivo per quanto riguarda il potere a livello comunicativo e pubblicitario. Potremmo arrivare alla conclusione che il consumatore diventa esso stesso promotore del brand che indossa e verso il quale nutre un devoto senso di appartenenza proprio grazie alla personalizzazione. Più che un lusso e un vezzo da dandy, la si può definire come un’ottima politica di marketing.

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“Custom is the new black” di Tiziano Carraro

Oggi l’attenzione si è spostata sui concetti di unicità, personalizzazione e made to custom, stimolando un rapporto diretto e reciproco dei brand con la loro audience

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a sempre la più grande sfida della moda è anticipare i desideri della clientela. Le generazioni Y e Z, che ora più che mai dettano stilemi a suon di hashtag, rendono estremamente complesso per i designer accattivare anche il pubblico più entusiasta. Il fenomeno social network ha moltiplicato i punti di contatto tra l’universo dei brand e la loro audience, stimolando un rapporto diretto e reciproco. A livello di prodotto, l’attenzione si è perciò


Photographer/stylist: Tiziano Carraro Model: Francesca Bettella Patches: H&M Leather jacket: Saint Laurent Earrings: model’s own

spostata sui concetti di unicità, personalizzazione e made to custom, per evitare quello sgraziato effetto di “già visto”. Il faro del lusso italiano Gucci, alle vette per mano di Alessandro Michele, sta rimbalzando questa richiesta ad un servizio di customizzazione in-store ad hoc per i clienti delle sue boutique. Cifre, toppe e ricami con cui abbellire i capi iconici della collezione e persino la possibilità di comporli partendo dalla scelta del pellame. Apice del fenomeno è la Dionysus hit bag: in tela monogrammata dalle iconiche GG, è possibile adornarla delle più colorate e scintillanti patches per renderla unica e inimitabile. Attraverso il gaming sull’app per smartphone di Gucci è possibile giocare ad abbellire la Dionysus e altre borse, accentuandone l’esperienza interattiva. Un’altra realtà è quella dello sportwear, che con lo stretto legame con l’attività fisica, diventa una parte di guardaroba quasi emozionale. Nike ad esempio da molto tempo permette ai suoi clienti di essere dei designer per un giorno, o meglio per un paio di scarpe, offrendo un servizio “custom” d’eccellenza. Il sito si chiama NikeLab.com e realizza secondo le scelte del cliente un rendering perfetto del risultato finale, tra gamme di modelli, colori e combinazioni, per poter gridare al mondo che come nello sport anche lo stile lo posso fare “a modo mio”. Il fast fashion non pecca di attenzione verso i consumatori, rispondendo alla necessità di differenziarsi con kit di toppe colorate e altri accessori per customizzare i propri vestiti. Il fenomeno Diy stimola la creatività e l’individualità e dà un valore aggiunto all’esperienza di shopping: la possibilità di poter sperimentare con un contenuto personalizzato è un punto cardine delle richieste di un consumatore, per creare un elemento di stile non riproducibile di cui essere lo stesso fautore. Certamente questo trend risponde alla ricerca del cliente di qualcosa di unico, che abbia il valore aggiunto del tocco personale. Si vuole abolire quella sensazione di “una copia di molte”, soprattutto quando l’investimento su un capo è oneroso. Gucci infatti ha adottato una tattica vincente: la sua enorme espansione poteva avere come contro effetto la perdita di esclusività e unicità. Mettendo invece a disposizione un servizio di customizzazione così avanzato ha attivato un processo di continuità in particolare con i clienti fidelizzati, dando la sensazione di collaborare sul risultato finale del prodotto. I brand oggi puntano sulla personalizzazione per conquistare il target dei più giovani cui è ormai familiare il concetto di Do It Yourself. Ad accogliere queste richieste nel campo europeo stanno nascendo diverse realtà dedicate alla cura e alla customizzazione di capi e accessori, come Tape, una start up di Bruxelles dedita alla pulizia, al restauro e alla decorazione di sneakers vintage o rare one by one.

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Performance e installazioni di Ginevra S. Menon

La moda e l’arte sono due universi creativi strettamente connessi tra loro, che si avvicinano sempre più cercando di stupire e incuriosire attraverso nuove forme di rappresentazioni

Ispirazione di Yves Saint Laurent alla purezza delle forme e colori di Piet Mondrian

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a moda ha da sempre guardato al mondo dell’arte come fonte di grande ispirazione. Infatti, dalla nascita dell’haute couture molti sono stati gli stilisti che hanno utilizzato stampe, colori, motivi che ricordano o riproducono le opere di numerosi artisti. Elsa Schiaparelli fu pioniera nel collaborare con artisti, quali Cocteau e Salvador Dalì. Anche Yves Saint Laurent e Rei Kawakubo hanno trovato la loro fonte di ispirazione, rispettivamente in Piet Mondrian e Cindy Sherman, rappresentando un altro tra i molti esempi di come l’arte contemporanea abbia contaminato l’universo della moda. Nel corso degli anni tale nesso si è via via trasformato assumendo forme e contenuti diversi in corrispondenza dei cambiamenti della società. Con il passare del tempo, i due mondi hanno plasmato il loro modo di dialogare e da questo connubio sono nate nuove professioni, come il “fashion curator”, e si sono venuti a creare nuovi punti di incontro come i musei dedicati al costume o alle mostre di moda. L’arte contemporanea, oggi più di prima, si basa prettamente su un concetto, su un’idea più che sull’applicazione di una qualsivoglia tecnica. Il risultato è che le performance o le installazioni artistiche vengono apprezzate ed utilizzate sempre più come format per una sfilata o un evento, sia da parte dei brand più conosciuti, che di quelli emergenti. Questa nuova modalità consente agli stilisti di creare una vera e propria esperienza multi sensoriale ed innovativa in grado di incuriosire sia il pubblico che la critica. Vanessa Beecroft è una tra le artiste contemporanee preferite dagli stilisti di brand quali Prada, Tom Ford, Helmut Lang e Dolce&Gabbana. L’artista ha di recente collaborato con Kanye West per le presentazioni della sua linea “Yeezy”, curandone la coreografia ispirata a concetti quali la “diversità” ed il femminismo. Vanessa Beecroft ha


In alto, collaborazione tra Vanessa Beecroft e Valentino per la collezione Rockstud Untitled In basso, Salvador Dalì

anche collaborato con Valentino Rockstud, per una video performance promozionale e portato a termine la sua ennesima collaborazione, questa volta per una campagna fotografica di Sisley. Marina Abramovich, la “grande dame” dell’arte contemporanea ha sia realizzato uno spot pubblicitario per Adidas che collaborato con Riccardo Tisci, per la sfilata di Givenchy, della collezione Primavera – Estate 2016, organizzata simbolicamente l’11 settembre. Ha così conferito alla sfilata un valore aggiunto attraverso la sua originale performance. Per mezzo di strutture realizzate in legno riciclato ed alluminio, ha concepito una coreografia ispirata alla spiritualità, alla lentezza ed all’amore. Uomini e donne si muovevano sullo sfondo, abbracciandosi o facendosi simbolicamente battezzare da getti d’acqua accompagnati dalla musica dell’Ave Maria di Schubert. Un altro stilista che collabora attivamente con artisti contemporanei, per il tramite della piattaforma creata dal celebre fotografo londinese Nick Knight, denominata Show Studio, è Gareth Pugh. Collaborando con Ruth Hogben e Matthew Stone, Pugh crea video particolarmente interessanti che riflettono la sua estetica e presentano le sue collezioni in modo unico e accattivante. Il suo video “Insensate” venne ideato per promuovere e presentare

la sua collezione Autunno-Inverno 2009, e nel 2011, lo stilista presentò nuovamente un video, a Pitti Uomo, per presentare la sua collezione invernale. Anziché organizzare una sfilata convenzionale, proiettò il video della collezione sul soffitto della location prescelta, in quel caso una chiesa sconsacrata. Infine, oltre alla performance possiamo osservare un’altra tipologia di collaborazione quale, ad esempio, l’installazione che vede protagonisti artisti e brand che scelgono questo tipo di progetto. Tra questi Louis Vuitton rappresenta un ottimo esempio, poiché nel 2009 si è avvalso della collaborazione dell’artista Jeremy Deller che realizzò per il marchio un vero e proprio giardino in occasione dell’apertura della boutique di Sheperd’s Bush, a Londra. Inoltre, nel 2012, grazie anche all’ispirazione dello stilista Marc Jacobs, all’epoca direttore creativo del marchio francese, l’artista Daniel Buren ideò un’installazione mozzafiato per la sfilata Primavera- Estate 2012. L’arte e la moda sono da sempre due universi creativi strettamente connessi tra loro, si stanno avvicinando sempre più l’un l’altra non limitandosi a porre in essere collaborazioni standard, bensì cercando di stupire, incuriosire e provocare attraverso nuove forme di rappresentazioni.

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ALCHIMIE TRA ARTE E MODA di Caterina Salerno

L’amicizia di due geni creativi quali Salvador Dalì ed Elsa Schiaparelli portò il Surrealismo in passerella, il vestito diventò un mezzo per svelare e proiettare la dimensione interiore della donna e l’abito un’opera d’arte da indossare

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li incontri di anime, quando avvengono, sono sempre dei piccoli miracoli: ci si riconosce, ci si sceglie. Quando ad incontrarsi e fondere la loro potenza espressiva sono due geni creativi come Salvador Dalì ed Elsa Schiaparelli, si assiste alla nascita di straordi-

narie alchimie. Da una parte l’esponente del Surrealismo per eccellenza, provocatore, eccentrico, che amava creare scandalo e attirare l’attenzione, che connotava l’abito come una duplicazione del proprio io, una libera espressione del sé. Dall’altra la geniale ironia di una donna anticonformista, coraggiosa e stravagante. Entrambi hanno fatto dell’arte una costante nella loro vita, e cosa più dell’arte ha lo straordinario potere di avvicinare il nostro profondo arrivando diritta al cuore di chi è aperto ad accoglierlo? Ambedue sentirono l’esigenza di esprimere la propria essenza liberandosi dalle catene della razionalità e del conformismo, attingendo alle viscere più profonde. La loro amicizia portò il Surrealismo in passerella, il vestito diventò un mezzo per svelare e proiettare la dimensione interiore della donna e – attraverso decorazioni e accessori stravaganti e fantasiosi – l’abito diventò un’opera d’arte da indossare.


Le originali creazioni tra Salvador Dalì ed Elsa Schiaparelli In basso a sinistra, i due artisti In alto a sinistra, il celebre telefono-aragosta A destra, abito-aragosta Sotto, guanti con unghie smaltate di rosso

Le originali e talvolta buffe creazioni nate da questa straordinaria collaborazione incuriosiscono, fanno discutere, hanno la capacità di restare impresse nella memoria e difficilmente si dimenticano, perché lasciano il segno. La libertà che serve per lasciar scorrere le immagini dall’inconscio, secondo un fluire irrazionale che appartiene alle forze più profonde dello spirito, è la stessa che si deve avere per indossare con disinvoltura un cappello a forma di scarpa rovesciata, guanti con unghie laccate di rosso o un abito scheletro, opere d’arte, vestiti, simboli. L’abito diventa una tavolozza su cui anche le paure e i desideri più segreti prendono forma, dove sensuali bocche femminili spuntano, dove gli impulsi sessuali si manifestano uscendo come cassetti da un tailleur e dove la carica erotica conferita a un’aragosta si trasferisce sulla seta bianca. Modelli esclusivi destinati a una donna estrosa, libera, consapevole, che comunica fortemente la propria individualità rifiutando di seguire le regole del senso comune e anche quelle della comunicazione del proprio aspetto. A celebrare il grande contributo che Dalì ha dato alla moda sarà una mostra al Palazzo Reale di Milano da febbraio a giugno 2018, dal titolo, appunto “Dalì e la moda”. Si può ancora dire che arte e moda sono due universi separati?

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L’artigianalità come ponte tra tradizione e innovazione di Giulia Guidi

In un sistema sempre più ad alto contenuto tecnologico, digitalizzato e veloce, la figura dell’artigiano con la sua capacità artistica ed eclettica, incarna l’emblema dello “slow fashion”, tornando ad essere elemento distintivo di un marchio di moda

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n sistema iper-produttivo, digitalizzato e in veloce evoluzione ha alienato l’uomo dalla materia, dal prodotto e da sé, attraverso superficialità e muri imbrattati di vuoti messaggi pubblicitari. A questo sterile meccanismo si è piegato anche il mondo della moda, principalmente attraverso il cosiddetto “fast fashion”, con prodotti massicciamente standardizzati, pubblicizzati e distribuiti velocemente con il solo scopo concorrenziale. E la cura della merce? L’impatto ambientale della catena di produzione? La trasparenza delle aziende? Questi sono gli interrogativi posti dalle ultime generazioni che compongono la “Expectation Economy”, definita da David Mattin, Direttore Globale di trend emergenti nel mercato presso l’azienda TrendWatching, come l’economia fondata su un’incessante richiesta di qualità sempre più alta e una scrupolosa attenzione verso i contesti civile, morale ed ecologico.


A sinistra, spilla a forma di mini-swimsuit realizzata ad uncinetto con filo di argento da Margherita de Martino Norante, fondatrice di Officine Nora In basso, anelli di ispirazione giapponese realizzati da Arata Fuchi presso Officine Nora A destra, anello di Arata Fuchi realizzato con tecnica di polverizzazione a base di argento e zolfo presso Officine Nora Autrice delle immagini Giulia Guidi

Come teorizzato dall’esperto di marketing Philip Kotler nel 2010, i marchi adesso devono considerare l’affermarsi del “Marketing 3.0”, per cui i nuovi consumatori cercano autenticità, sensazioni viscerali e valori stabili all’interno di un prodotto. E chi più dell’artigiano è in grado di restaurare quel rapporto vero ed emotivo, fatto di valori consistenti tra uomo e realtà? Plasma, modella e, come un demiurgo, consegna la scintilla vitale alla materia, dando vita a opere straordinarie. Oscurato dal progresso tecnologico, l’artigiano torna ad essere elemento distintivo di un marchio di moda come ponte tra tradizione e innovazione. La mano artigianale, con onestà e qualità, sovverte il meccanismo intangibile che spinge al consumismo frenetico di merce a basso costo purché “trendy”. Firenze, culla del Rinascimento, recentemente definita dalla Commissione Ue come quinta per creatività e prima per la sua vivacità culturale tra le grandi città europee, offre un duplice sguardo al mondo artigianale.

Un esempio strettamente legato al passato è la bottega Mannina. La tradizionale maestria calzaturiera custodita sin dagli anni ’50 è costantemente apprezzata da clienti internazionali disposti ad una lista di attesa di cinque mesi, per un paio di scarpe su misura prodotto accuratamente con il miglior pellame delle storiche concerie di Santa Croce sull’Arno. Oltrepassando i canoni conservatori, designer emergenti esprimono la propria visione innovativa di “slow fashion”, fondendo la consacrata tradizione dell’handmade a particolari tecniche pionieristiche. Ne è esempio Officine Nora, il laboratorio co-working di orafi creato nel 2014 da Margherita de Martino Norante, che ospita artigiani gioiellieri da tutto il mondo, aperti ad uno scambio di culture, idee e tecniche artistiche. Assemblando processi lavorativi tradizionali e d’avanguardia ad un’impronta eccentrica e personale, realizzano una “gioielleria emotiva” che vuole educare il consumatore ad un approccio introspettivo. Decorazioni in filigrana d’argento puro, spille in filo metallico lavorate a uncinetto e anelli realizzati con la tecnica di polverizzazione a base di argento e zolfo risplendono di fascino artistico unico. Queste due dimensioni dimostrano quanto l’artigianalità sia un campo artistico eclettico per natura, cui non sono preclusi progresso e innovazione. Poliedriche applicazioni sfidano il contrasto tra tradizione e modernizzazione, riscoprendo il legame indissolubile con un’entità affine, riflesso e anticipazione della società che vuole caricarsi di valori solidi e fondati, la moda.

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Dior e le donne Una storia d’amore che dura da oltre settant’anni

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di Consuelo Ricco

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itini stretti, forme sinuose e abiti principeschi sono stati il debutto del nome Christian Dior nel mondo. “New Look” - definito così dalla redattrice di Herper’s Bazaar Carmel Snow - è quel look che nel 1947 ha lanciato la donna e l’estetica che l’atelier parigino rappresenta. Con una sola collezione Dior è riuscito a creare delle fondamenta solide per la sua maison che poi è stata guidata da diversi direttori creativi. Cominciando da Yves Saint Laurent, che per primo ne ha preso le redini dopo la morte improvvisa di Dior. Lui in particolare ha lasciato il segno: impossibile dimenticare il vestito indossato da Dovima accanto a


Christian Dior

due elefanti nelle foto commoventi di Richard Avedon. Più di tutte quest’immagine rappresenta l’essenza di Dior: sensualità, raffinatezza e solidità racchiusi in un solo scatto. Un altro stilista che ha fatto parlare di sé e di come ha trasformato e interpretato l’immagine di Dior è stato John Galliano che ha ogni volta giocato con una visione della sensualità e della eccentricità femminile votate a picchi marcati di un barocco romantico. Allora, come sua musa c’era Charlize Theron, ricordata soprattutto per la famosissima campagna del profumo “J’Adore Dior”. Nel 2012 un altro grande stilista ha lavorato per Dior, Raf Simons. Con la sua creatività ha unito femminilità e romanticismo ad una nuova praticità, lui ha saputo interpretare il bisogno delle donne moderne di essere favolose in abiti confortevoli, a loro modo. Dopo molti cambiamenti Dior è arrivato con una nuova immagine. È “J’Adior” il fresco e rivisitato simbolo della maison parigina, introdotto dall’attuale direttrice creativa Maria Grazia Chiuri. Per la prima volta una donna racconta la storia delle donne Dior. In un mondo dove tutto scorre in fretta, bisogna fermarsi e guardare le sfilate create dall’intrepida designer perché viene rappresentato e scandagliato ogni pezzo di storia della maison, adattato e rivisitato con tocchi freschi, contemporanei e la scelta di rivolgersi ad un pubblico più giovane. Oggi la Maison Dior contiene molte componenti che possono persino sembrare contrastanti, è fatta di svariate identità che creano la sua nuova storia. Subentrare come nuovi direttori creativi è una responsabilità che può spaventare, ma quando si ha una visione chiara che combacia con la donna che si vuole rappresentare, questo può essere solo il segreto di un ennesimo successo. Tra Dior e le donne, anche dopo settant’anni, c’è sempre un’intesa e un’attrazione che non svaniscono, anzi si confermano quasi come un trade mark. Questo è quello che conta: che il futuro contenga il passato, offrendo, nel presente, un fascino assolutamente inalterato.

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Luisa Spagnoli una donna controcorrente di Giulia Rebecca Azzaro

Dal Bacio Perugina all’uso dell’angora, l’imprenditrice umbra, creativa e femminista ante-litteram, è stata uno dei volti femminili più importanti nello sviluppo industriale italiano

In questa pagina, Luisa Spagnoli Nella pagina accanto, Boutique Luisa Spagnoli in Galleria Vittorio Emanuele a Milano Autrice dell'immagine Giulia Rebecca Azzaro

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l profumo, l’aroma del cioccolato e il potere della confezione. O di quelle che una volta si chiamavano “Confezioni Moda”. In molti conoscono il famoso Bacio Perugina e il marchio di moda Italiano Luisa Spagnoli. Ma cosa hanno in comune questi due colossi del Made in Italy? La risposta è in un donna: Luisa Sargentini. Imprenditrice, creativa e femminista ante-litteram, è stata uno dei volti femminili più importarti nello sviluppo industriale dell’Umbria e del nostro Paese. Nata a Perugia alla fine dell’Ottocento, si dimostra subito dotata di un grande spirito d’impresa. A ventun’anni sposa Annibale Spagnoli con il quale aprirà una drogheria. Da questo momento in poi Luisa Spagnoli diventa inarrestabile. La sua creatività e il suo spirito imprenditoriale la portano a fondare, con Francesco Buitoni, una piccola azienda dolciaria nel centro storico di Perugia: nasce così la Perugina. Nel 1909 la ditta affronta la prima crisi, perciò Francesco Buitoni chiama il figlio, Giovanni, per sistemare i conti. Donna contro-corrente e molto volitiva, Luisa Spagnoli diventa l’amante di Gio-


vanni Buitoni, di ben quattordici anni più giovane di lei. I due abbattono qualsiasi convenzione sociale e rimarranno legati fino alla morte di lei. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, gli uomini sono chiamati al fronte. In questo periodo per le donne si aprono le porte nel mondo del lavoro, dando vita a figure fondamentali nell’emancipazione moderna femminile. La Spagnoli, imprenditrice Italiana e madre, ha un’attenzione particolare per le sue dipendenti. Questo la porta a voler migliorare la loro qualità di vita. La Perugina diventa infatti una delle prime imprese ad istituire un asilo nido aziendale, o “presepe”, come veniva chiamato in passato. A conflitto terminato, la Perugina è ormai una fabbrica di grande fama che riuscirà a superare i limiti dell’autarchia imposti dal fascismo, come l’importazione del cacao. Nel 1923, il marito Annibale, decide di abbandonare l’impresa a causa di sempre più forti conflitti sentimentali. Risale allo stesso periodo la creazione di uno dei dolci che ha segnato la storia del cioccolato e del nostro paese: il Bacio Perugina. Inizialmente chiamato “Cazzotto”, per la forma che evocava un pugno chiuso, il

celebre cioccolatino viene rinominato “Bacio”, così da fare idealmente innamorare i clienti. La campagna pubblicitaria viene affidata al genio di Federico Seneca, il quale, riprendendo “Il Bacio” di Francesco Hayez, rielabora l’immagine più iconica della ditta dolciaria Italiana. Nel 1928, la travolgente Luisa, si dedica all’allevamento di conigli d’angora, introducendo per la prima volta in Italia il filato di questo particolare animale. Grazie al figlio Mario Spagnoli, la produzione di filato di angora per maglieria diventa un’eccellenza del Made in Italy. I prodotti hanno un successo tale da creare le premesse per la futura casa di moda Italiana, Luisa Spagnoli. Quando le due imprese perugine riaprono nel secondo dopoguerra, devono far fronte ad una triste realtà: Luisa Sargentini non sarà più con loro. Ammalatasi di tumore alla gola, si trasferisce a Parigi per essere curata, ma muore nel settembre del 1935, imponendosi fino all’ultimo come uno dei più solidi esempi di imprenditoria, marketing, distribuzione e oculatezza aziendale, senza mai rinunciare ad un pizzico di cuore.

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Laura Biagiotti, ambasciatrice del bello, del gusto e della raffinatezza di Lucia Trentini

La regina del cachemire, come era stata soprannominata dal New York Times, era anche un’appassionata di arte, una collezionista e mecenate. Romana, presente in ogni angolo della capitale che adorava e che la celebrava

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aura Biagiotti, la mecenate della moda italiana, ci saluta il 27 maggio 2017, lasciando un’indelebile traccia di sé. Se volete ricordare Laura, cercatela nelle passioni e negli amori di un’intensa vita di creazione. Laura Biagiotti è nel Bianco. Il bianco, la somma dei sette colori dell’iride: il più luminoso, il più limpido, il più chiaro. Il bianco è netto, pulito, immacolato e puro. È bianca la carta, la neve, il latte. È bianco il candore, l’innocenza e la purezza. Laura lo ha definito“il colore delle fate” e lo ha reso protagonista fin dalla prima luminosa sfilata. “È stata la celebre giornalista Diana Vreeland, vero guru della moda, a dirmi un giorno: perché non si veste sempre di bianco? Ne ho fatto la mia bandiera”. Laura Biagiotti è nel calore avvolgente del Cachemire, la pregiata fibra che la stilista ha più amato, che ha definito “la più vicina al cielo” perché nasce “nei pascoli smeraldini della Mongolia e del Tibet al di sopra dei 4000 metri”. La regina del cachemire, così è stata soprannominata dal New York Times, ha affidato alla preziosa lana il compito di proteggere e valorizzare l’universo femminile. Laura Biagiotti è in ogni angolo di Roma, la sua città. Adorata, protetta, vissuta e celebrata. Lei viveva in un castello medioevale alle porte della capitale, amabilmente restaurato e reso dimora d’arte e di creazione, casa di famiglia e di affetti. “Roma”, il suo celebre profumo, un importante flacone scultoreo, un contributo alla città dove Laura è nata e ha deciso di vivere. Fermatevi a salutare Laura sulla Scala Cordonata del Campidoglio e alle Fontane di Piazza


A destra, Around Laura Biagiotti Autrice delle immagini Lucia Trentini

Farnese, restaurate grazie al suo generoso contributo. Passeggiando tra le sale di un museo, fermatevi e pensate a Laura Biagiotti ammirando la sintesi geometrica, il vorticismo e il movimento di un quadro futurista. Stilista, collezionista ed appassionata d’arte: Laura è stata una delle prime designer a riscoprire una funzione importante, una volta interpretata dalle grandi famiglie rinascimentali: quella del mecenate. Con il marito Gianni Cigna, complice compagno di una vita dedicata all’arte, hanno riunito e tutelato più di trecento opere: fiore all’occhiello la collezione di cento opere di Giacomo Balla. Laura Biagiotti è nel Futurismo, nell’arte, nel tratto raffinato delle illustrazioni di René Gruau, fedele amico, disegnatore che ha cambiato il futuro della pubblicità di moda. “Gli chiesi di disegnarmi una donna leggera che va nel mondo e lui l’ha fatta con tre soli colori, con il suo segno orientale e mi ha portato fortuna”. Laura Biagiotti è nel “made in Italy”. Attiva protagonista nel fermento degli anni Settanta, insieme a illuminati compagni di avventura, giovani stilisti italiani come Armani, Versace, Krizia, ha contribuito a creare lo stile italiano: ammirato, desiderato e cercato in tutto il mondo. Laura ha portato l’Italia in Giappone e in Russia, ambasciatrice del bello, del gusto e della raffinatezza. Laura Biagiotti, ora, è negli occhi di Lavinia, la figlia. Un legame di sangue, intesa, condivisione, rispetto e scambio. Tenace, forte e competente come la madre, ha affiancato Laura nella direzione del brand dal 2005. Lavinia è il futuro di Laura Biagiotti, ha dentro di sé il sapere, il ricordo e il colto Dna della Signora della Moda.

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Franca Sozzani, la gladiatrice in pellicia di Zihao Chen

Una donna lungimirante che ha fatto della ribellione e un po’ di follia le sue carte vincenti. Celebre la sua frase: “La moda non tratta mai veramente di vestiti, ma di vita”

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ra avanti, non solo rispetto alla nostra epoca, ma anche rispetto al nostro coraggio”. Lo ha detto Anna Wintour lo scorso giugno, presentando il Cfda Fashion Icon Award di quest’anno, assegnato alla storica direttrice di Vogue Italia Franca Sozzani, scomparsa a dicembre 2016. Sono già passati più di nove mesi dalla morte di questa anima leggendaria. In un mondo mutevole come la moda, forse è difficile credere che la perdita di una persona possa causare un impatto così profondo. Anche oggi sfogliando il suo profilo Instagram, si vedono innumerevoli nuovi post in memoria della sua vita e del suo lavoro. Franca Sozzani non è un nome comune. Nata nel 1950 in una famiglia della classe media a Mantova ha mostrato la sua straordinaria intelligenza fin da giovane. Un acume che l’ha aiutata nello studio di filologia, letteratura germanica e filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano e che si è riflesso immediatamente nelle sue scelte professionali. “La moda non tratta mai veramente di vestiti, ma di vita” diceva Franca Sozzani fin dall’inizio. E con la moda lei ha sottolineato l’unicità della propria visione. Dopo avere cominciato come assistente presso Vogue Bambini, si è fatta strada gradualmente e velocemente. Nel 1980, è diventata direttrice di Lei. Ha capito subito il valore della fotografia di moda e grazie al suo sostegno e al suo istinto sono nate nuove star: Bruce Weber, Peter Lindbergh e soprattutto Steven Meisel, che in quasi 30 anni ha scattato quasi tutte le copertine di Vogue Italia e contribuito a creare lo stile inconfondibile della rivista, rendendola così la più avant-gard del colosso editoriale americano Condé Nast. Nel 1988, Franca Sozzani è arrivata al timone di Vogue


Italia, che in quel periodo era niente più che un catalogo: antica, noiosa, polverosa. La missione era chiara seppure gravosa: galvanizzare la reputazione di Vogue e riportare la rivista ad una sorta di incanto. Ha rapidamente identificato il problema: trovare una lingua comune che andasse al di là della bellezza dell’italiano. Perciò ha creato un nuovo idioma universale che appartenesse solo a Vogue Italia, un linguaggio che non aveva bisogno di traduzione e poteva colpire direttamente il cuore dei lettori: il linguaggio delle immagini. Con una narrazione forte e uno stile audace, sottile e provocatorio, ha fatto tornare la rivista sulla ribalta globale. Grazie a lei Vogue ha saputo nuovamente riflettere la società e rispecchiare lo spirito dei tempi. I suoi editorials hanno fatto epoca: Linda Evangelista che irride la chirurgia plastica. Kristen McMenamy sdraiata sulla spiaggia come un’Ofelia coperta di piume e detriti, ad additare lo scandalo del petrolio Bp invasivo come un’ecatombe. O il primo Black Issue, fatto di sole modelle di colore, completamente esaurito anche dopo essere stato ristampato due volte. La ribellione e un po’ di follia erano sempre la sua carta vincente. “Se non c’è controversia, non c’è opinione”, diceva. Dal mondo virtuale di Twitter alla pandemia influenzale, fino alla violenza del terrorismo, ha dato voce alle immagini, dimostrando ancora una volta che la moda non racconta solo la bellezza, ma ognuno di noi. Durante la scorsa Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è stato presentato un documentario dedicato interamente a lei e girato da suo figlio Francesco Carrozzini. “Penso sia bello lasciare una traccia anche se in realtà, la traccia più bella la lasci con i figli. Ma se la lasci indipendentemente dalla tua famiglia, diventi parte della storia”. È ancora una delle sue affermazioni chiave. Quella consapevolezza di appartenere alla storia che va oltre tutte le mode. Che commuove e incanta.

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Romanticismo audace di Veronika Chrysagi

Alessandro Trincone, un giovane stilista che con il suo dinamismo riesce a fondere emozioni e tenerezza nelle forme eleganti e sinuose dei suoi abiti e dei suoi cappelli

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on c’è dubbio che Alessandro Trincone sia un designer romantico. Nel 2016 è stato il vincitore di Fashion Clash giocando con la fluidità di genere. Crea collezioni, ispirate dalla sua vita divisa tra due paesi, l’Italia e il Giappone, che lo inducono ad esprimersi e a comunicare le difficoltà di non essere stato amato e sostenuto dalla sua famiglia. Almeno così pare. Ha studiato a Roma, al Polimoda di Firenze e al Bunka di Tokyo. Lo sento vicino a me, mi appassiona e mi commuove l’uso che fa del bianco, della mascolinità sposata alla femminilità, di una sensualità morbida e allo stesso tempo quasi guerriera. Sono al Polimoda anche io. Perché non scrivergli una lettera? Caro Alessandro, ti scrivo dallo stesso posto da cui sei partito, dal luogo dove ha preso vita la tua prima collezione “Kings and Queens”. Tu hai permesso a te stesso di sognare: non è poco. Come se fossi un pittore, non avendo i colori per dipingere, sei riuscito a fare arte usando il tuo sangue.

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Immagina se Michelangelo avesse avuto gli strumenti che abbiamo noi oggi, cosa avrebbe fatto quel genio? Ma Michelangelo a parte, tu sei riuscito a creare prodotti dai tuoi sogni più intimi, forse inconfessabili, usando il blu, il rosa e il bianco. Grazie per non fare cose banali, per concepire quello che fa la differenza. Tu non solo sei riuscito a ritrovarti in una molto personale oscurità, ma hai anche inserito le tue creazioni tra parole ricostruite con l'imperativo. “Annodami”, “Abbracciami”, “Agendermi”. Queste espressioni mostrano anche il tuo coraggio: non avere paura di giocare con il dinamismo delle tue emozioni e la tenerezza che provi per la pura bellezza, alla quale dai forma nei grandi cappelli ispirati a paesi lontani e nei fiocchi che non solo creano un’eleganza nuova, ma che formano shape e gradazioni di moda per me inattese. Indicami il modo per non perdere la mia strada in un mondo che è apparentemente libero ma realmente finto come – intrepidamente – hai fatto con la tua ultima collezione – Agendermi – che trascende qualunque significato di genere. Tu e io abbiamo studiato in una delle migliori scuole di moda. Proviamo anche a non dimenticare che osare può essere un atto di fede. Bravo!


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Greta Boldini: artigianalità opulenta e purezza estetica di Giulia Forte

Nel suo dna convivono l’amore per i classici e il desiderio di sovvertirli, consapevolezza delle proprie radici e aspirazione ad evolversi. Un esempio di come la moda, l’arte e il cinema siano un’ottima opportunità per ricreare il proprio universo

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ascate di tulle, macchine da cucito, monti della Valsusa. Un sottofondo musicale quasi idilliaco mi accoglie all’ingresso. Le texture delle pareti somigliano al cemento armato: una di queste è tappezzata di bozzetti, dipinti angelici e campioni di tela. Siamo nell’immaginario fisico, o meglio, nel laboratorio creativo di Greta Boldini, dove per ultima è stata concepita e parzialmente prodotta la collezione Spring/Summer 2018. Il brand nato a Roma nel 2011 è frutto dell’unione di due giovani talenti: Alexander Flagella, attuale direttore creativo, e la compagna Michela Musco. Dopo essersi posizionato finalista al concorso Who’s on Next promosso da Vogue nel 2013 il suo fascino non cessa di illuminare le sfilate couture di Alta Roma. “Greta Boldini è la conciliazione di due concetti personali di bellezza” spiega il designer piemontese. Anche il nome è una storia di compromesso: ispirato al fascino gelido di Greta Garbo, misteriosa diva


hollywoodiana, e a Giovanni Boldini, pittore interprete della Belle Èpoque elettrizzante. Con lo stesso eclettismo l’intera produzione attraversa l’Italia scivolando da Torino a Roma; sosta nel centro, ed espatria eccezionalmente in India per la cultura del ricamo. Nella costruzione di ogni capo la ricercatezza dei materiali e la cura minuziosa per il dettaglio diventano componenti essenziali. È evidente che nella visione di Alexander Flagella non ci sia solo la passione per il design contemporaneo, ma un’idea ben precisa di armonia ed eleganza. Il marchio stesso racconta di simbiosi. Nel suo dna convivono l’amore per i classici e il desiderio di sovvertirli, consapevolezza delle proprie radici e aspirazione ad evolversi. L’ultima collezione presentata al Guido Reni District di Roma a luglio 2017 ne è la conferma più lampante. Tra decadentismo ed opulenza “Sussurri” combina realtà clericale e sportswear rivelando i cenni di una sensualità magnetica. Il rosso cardinale ispirato a “The Young Pope” di Sorrentino si intreccia alle tonalità dei paesag-

gi bucolici di Franco Fontana, le tonalità della Basilicata ai campi profumati di lavanda della Provenza. Adagiandosi lungo le sete di Como e bottoni in legno ricoperti in guscio d’uovo si dispiega la proposta di femminilità di Greta Boldini. “È il sogno di purezza di una donna”. Solo tramite un viaggio nel proprio intimo si accorge di poter raggiungere la libertà interiore e, di proiezione, la sincerità estetica. Di fatto dall’austerità della camiceria si passa man mano alla trasparenza dell’organza. Mentre i tessuti perdono peso e i colori si attenuano, l’anima si alleggerisce. Tutto ciò oltrepassa i codici stilistici. Dietro al giovane designer si celano una sensibilità rara e un vero e proprio rapimento per la cultura. Greta Boldini è solo un ulteriore esempio di come la moda, l’arte e il cinema siano un’ottima opportunità per ricreare il proprio universo. Una dimostrazione aggiunta di come le mani siano il migliore strumento d’espressione. L’Italia, da tradizione, rimane la solita culla di suggestione artistica, qualità artigianale e savoir-faire.

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Le Futur Régime di Sofia Pericoli

“Oh quante volte, al tacito morir d’un giorno inerte, chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, stette, e dei dì che furono l’assalse il sovvenir!” Alessandro Manzoni

Autrice delle immagini Sofia Pericoli

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n uomo con la mano dentro il panciotto che un tempo fu Napoleone Bonaparte, osserva con avida curiosità le immagini che passano davanti ai suoi occhi. Immaginiamolo a scrutare fra le pieghe degli anni e seguire i cambiamenti avvenuti dopo il suo Impero. Non solo le battaglie e i giochi di potere bensì quei dettagli spesso trascurati sebbene agganciati ai mutamenti di un’epoca. Immaginiamolo guardarsi fiero, avvolto nel mantello con ricami in ermellino e merletti sulla camicia ricomposti con tanta fatica, come ha fatto per la società post rivoluzionaria. Rimarrebbe forse spaesato da Charles Worth che si è permesso di scarnificare tutto. “E questo sarebbe arbitro della moda? Bella faccia tosta a ricoprire il ruolo di stilista dell’imperatore, con queste manie di semplificazione per borghesi”, borbotta il condottiero. Emette un sospiro di sollievo con l’entrata in scena del nuovo secolo e con esso di Paul Poiret e del suo sfarzo dal fascino esotico. Ammira l’abito gessato tre pezzi, la camicia e il tuxedo. “Adesso riconosco un po’ di buon gusto”, aggiunge a bassa voce con un sorrisetto compiaciuto. Lampi, tonfi, fuoco. Bonaparte è costretto a coprirsi gli occhi, questa nuova diavoleria chiamata “bomba” è accecante. Credeva di averne viste di guerre, ma questi massacri lunghi nel tempo e così vicini non avrebbe potuto immaginarli. In questo frastuono scorge grosse spalle quadrate, linee dritte ed imponenti sovrastate da cappelli fedora. Nonostante l’estrema semplicità delle forme, il generale riconosce una forza, un’imponenza di questi nuovi uomini di fronte alla guerra, paragonabile a quella delle sue lucenti armature. Quello cui poi assiste è l’arrivo di colori, di un nuovo e prodigioso capo chiamato “jeans”. Cerca di star dietro ai movimenti vorticosi del rock’n roll e della lacca sui capelli ma si ritrova in una visione psichedelica ed eccentrica dai grandi occhiali tondi e frange. “Ma tu guarda, battaglie su battaglie per accrescere l’orgoglio dell’uomo


ed essere poi costretto a vedere tutto questo”, commenta inorridito. La disapprovazione aumenta incontrando i leopardati degli anni ‘70 e la pelle lucida degli ’80. Il generale non trova una connessione logica fra l’ordine e l’eleganza ripristinate con tanta fatica e questo caos di forme, classe e sesso. Nel decennio successivo queste stravaganze rimangono pressoché invariate, scruta con aria interrogativa degli stivaletti alquanto rozzi chiamati “anfibi” indossati da uomini e donne indistintamente e camicie dalle fantasie impensabili. Il generale arriva così ad un altro grande salto: gli si presenta un nuovo secolo come un’ondata fresca e travolgente. Vede un continuo movimento di gente senza sosta, di invenzioni incredibili e di capelli spettinati. “Non riesco a capire, è tutto così veloce”, sussurra sedendosi per riprendersi da tutte queste visioni. Guarda le onde che affondano fra gli scogli di Sant’Elena e gli nasce un sorriso beffardo realizzando che i suoi paradigmi imposti e consolidati con fatica non sono che schiuma in un mare vorticoso.

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Il tempo del maschio coi tacchi di Rebecca Baldanzini

Da simbolo di virilità alla messa al bando da parte di Napoleone che li considerava contrari al valore dell’uguaglianza, oggi tornati alla ribalta anche grazie all’uso che ne fanno alcune celebrità

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lassica vetrina di scarpe, come piccole torrette si ergono le calzature più amate e più odiate dalle donne: quelle con i tacchi. Classica situazione: di fronte a una vetrina così, non importa quanta fretta possa avere, quale impegno stia rincorrendo, quale uomo la stia aspettando, la donna in questione rallenterà automaticamente il passo e si arresterà perché rapita proprio da quelle calzature tanto scomode quanto indispensabili. L’uomo, invece, nella stessa circostanza sfreccerà senza neanche far caso se la serranda


A sinistra, collage che fonde Luigi XIV e Kanye West: uomini di epoche diverse accomunati dall’uso di scarpe col tacco Sotto, vedere la storia da prospettive alternative. Collage composto dall’opera Adamo ed Eva di Tiziano (1550) e da calzature della collezione uomo Primavera/Estate 2018 di Thom Browne Autrice delle immagini Rebecca Baldanzini

sia chiusa o aperta. Un classico. Sì, classico, ricorrente, ordinario, naturale. Naturale? Siamo così abituati ad associare la donna al tacco che non viene neanche il dubbio che questa situazione possa essere la stessa dall’era di Adamo ed Eva. Stupirebbe di meno scoprire resti di una donna delle caverne con primordiali calzature rialzate, che pensare ad un tempo in cui era l’uomo ad indossare le suddette, desiderabili, importabili, adorate, suddette scarpe. E invece è interessante scoprire che gli anni in cui il cromosoma XY ha messo i tacchi ci sono stati davvero. Questi anni alla rovescia non erano neanche quelli dell’Antica Roma, talmente lontani che qualsiasi strampalato uso può venire giustificato. No. Stiamo parlando di una moda molto più recente. Era Re Sole infatti il Sartorialist della situazione, quello che aveva contagiato i signori della propria corte al punto da fargli indossare scarpe col tacco e suola rossa. L’idea però era stata apprezzata anche da uomini di classi sociali inferiori in quanto – paradossalmente – i tacchi erano simbolo di virilità perché associati all’utilizzo che ne avevano fatto i Persiani, ossia la cavalcata, la conquista, la direzione verso il possesso. Luigi XIV, quindi, per tutta risposta, emanò una legge che limitasse l’uso delle scarpe col tacco ai soli uomini di corte. Punto e basta. Quand’è quindi che la corrente ha invertito il suo corso? Con Napoleone, il quale bandì a chiunque di indossare queste calzature, simbolo di quella superiorità sociale che andava contro il valore dell’uguaglianza che tentava di esaltare, almeno pubblicamente. Eppure la ragazza che fruga nel baule degli abiti della nonna, insegna che nella moda mai dire mai. Ed anche questo è il caso di crederci: ogni tanto i tacchi sono tornati a esaltare il guardaroba maschile con la stessa frequenza del ribelle che torna a casa quando ha finito i soldi di mamma e papà. Chi si dimentica infatti il periodo in cui Elton John, Freddy Mercury, Prince e David Bowie facevano scalpore con i loro trampoli vertiginosi? Ma oggi i tacchi sono davvero scomparsi dal guardaroba maschile? Le sfilate più recenti direbbero di no. Gli esempi spaziano dalle passerelle P/E 2018 di stilisti emergenti come quelli selezionati da Man, fino a quelle di creativi affermati come Thom Browne. Ma gli indizi non vengono solo dalle sfilate. Celebrità come Kanye West, Harry Styles e Justin Bieber indossano calzature rialzate con estrema nonchalance, dimostrando che non è la scarpa, ma l’essenza che conta. Provando infine, che se si è a proprio agio con se stessi non ci sono stereotipi che tengano. Mai, dunque, “alzare i tacchi” di fronte a ciò che amiamo.

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Italia, distretto di moda d’eccellenza di Giulia Grasso

S Un viaggio da nord a sud, esplorando i maggiori centri di produzione italiani che hanno segnato la storia e che ormai sono proiettati sui mercati internazionali

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fide sui mercati e competizione in continuo movimento. In un difficile e intricato contesto mondiale, la chiave del successo è comprendere e sfruttare la ricchezza di stimoli che il mercato mette a nostra disposizione. E non bisogna dimenticare l’esperienza e conoscenza che il nostro Paese si è guadagnato nel campo della moda nei secoli. La ricchezza e diversità del sistema produttivo italiano trova il suo punto di forza nella specializzazione relativa ai distretti della moda. La moda italiana deve il proprio successo alla padronanza dell’intera filiera del tessile-abbigliamento, una filiera estesa e articolata. Il settore la fa da padrone laddove la manifattura made in Italy è sinonimo di garanzia, qualità ed esclusività. I distretti dislocati sul territorio sono molteplici, ma è possibile individuare quattro distretti leader nel settore moda: Toscana e Marche per il settore calzaturiero e pelletteria; Biella in Piemonte per il settore tessile; Umbria per il cashmere; Puglia per il settore abbigliamento e maglieria. Il distretto maceratese raccoglie per lo più aziende calzaturiere di piccola dimensione con un’elevata propensione ai mercati internazionali. Consegue da questo una grande attenzione alla continua innovazione stilistica seguendo i trend che richiede il mercato. Ciò che accomuna questo distretto con quello pratese della vicina Toscana, è l’abitudine a creare attività di rete tra le piccole aziende locali. Veniamo quindi al secondo grande distretto conciario che rappresenta una delle principali realtà nella produzione italiana e internazionale. Fattori che da sempre caratterizzano il distretto toscano sono l’alta qualità e l’ampia gamma di prodotti offerti. Oltre alla presenza dell’intera filiera sul territorio, che copre il processo dalla materia prima fino al prodotto finito. La mano d’opera è altamente specializzata, grazie soprattutto ai sistemi di formazione professionale diretta ai tecnici del settore. Ricerca e innovazione stilistica nascono dalla forte collaborazione con gli uffici stile delle

A sinistra, azienda E. Miroglio, dettaglio di un filato della collezione autunno-inverno 2018-19 esposta a Pitti Immagine Filati 81 Sotto, stamperia Marra, padiglione dedicato al tema della musica all’interno dell’esposizione Pitti Immagine Filati 81 A destra, punti maglia dedicati al tema The Human Edition all’interno dell’Area Spazio Ricerca, esposizione curata da Angelo Figus e Nicola Miller nell’ambito di Pitti Immagine Filati 81 Autrice delle immagini Giulia Grasso


grandi aziende della moda che sarà poi il cliente finale. Quanto al settore tessile, Prato e Biella in passato si sono contese il primato. Mentre il primo, attualmente, copre ogni tipo di produzione, il secondo si è sempre più specializzato nella produzione di lana fine delle migliori fibre tessili selezionate sul territorio. Se il tessile biellese è rinomato per la lunga tradizione, è anche vero che l’eccellenza qualitativa viene ricercata anche nei prodotti innovativi. Azienda leader che si appoggia alla filiera biellese è ad esempio il colosso Loro Piana. Il biellese è noto soprattutto per la produzione e la lavorazione dei tessuti e filati in cashmere, pelo di cammello, alpaca, vigogna, mohair, oltre alle più pregiate lane superfini. Il cashmere italiano più pregiato lo troviamo in Umbria. Non tutti sanno, che nel lontano 1907 Luisa Spagnoli, una delle prime donne imprenditrici italiane, iniziò ad allevare conigli d’angora dal cui pelo ricavava il filato che fece la fortuna del suo marchio di maglieria. Con ricerca, innovazione e creatività, questo polo regionale di eccellenza vale il 40% del Made in Italy. Dai marchi conosciuti in tutto il mondo, ai piccoli laboratori artigianali, sono più di cinquecento le aziende specializzate impegnate a realizzare prodotti in cashmere. Primo su tutti, Brunello Cucinelli, il signore del cashmere che nel 1985 stabilì la sua azienda a Solomeo, borgo medioevale del ‘200, restaurandolo e riportandolo all’antico splendore. Cucinelli ha innovato il mondo del cashmere introducendo l’uso di colori vivaci in un ambito dove regnavano le tinte neutre. Filiera di qualità e dai contorni internazionali, il distretto umbro dispone di laboratori di fissaggio ad altissimo livello. Scendendo più a sud si arriva in Puglia, dove la specializzazione riguarda il settore abbigliamento e maglieria. Anche qui assistiamo alla necessaria distinzione tra aziende che forniscono i grandi marchi della moda e aziende dotate di proprio brand, le quali ultime registrano giovani realtà in aumento. Anche il sistema della moda pugliese è oggi in grado di competere nei mercati internazionali grazie all’unione tra artigianalità e tecnologia, posizionando ancora una volta l’eccellenza italiana nel settore moda.

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La Mecca del lusso per gli amanti delle scarpe: le Marche di Carlo Trecciola

Con oltre quattromila aziende artigiane, quasi l’ottanta per cento della produzione italiana di calzature avviene in questa regione, con un export che supera i due miliardi l’anno

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na terra dai malinconici e romantici panorami di leopardiana memoria, alternati dagli storici scorci dei borghi più belli d’Italia, cinta come uno scrigno prezioso ad ovest dai Monti Sibillini, a levante dal mare Adriatico: la regione Marche. Un insaziabile e variegato spettacolo di scenari naturali culla i suoi fedeli abitanti, le formiche d’Italia. Questo è l’ambiente in cui vive il solerte e instancabile lavoratore marchigiano, dedito alla sua occupazione con ieratica devozione e spirito di sacrificio, in luoghi poco popolosi in cui il lavoro artigianale è qualcosa di più di un semplice valore da trasmettere, perché diventa concetto primario e si eleva a stile e filosofia di vita. Difficilmente il marchigiano parla troppo. Lavora. E il frutto del suo sudore e della sua interminabile creatività ha forgiato un vero e proprio diamante, celebre in tutto il mondo per la qualità e la ricercatezza


delle sue componenti: la scarpa marchigiana. Ecco allora i mostri internazionali di Tod’s, Santoni, Paciotti, Fabi, Loriblu, Nero Giardini e altre aziende di dimensioni inferiori, che stanno espandendosi nei mercati di nicchia come Brimarts, Corvari, Lanciotti, Lemaré, Rossi, ecc. E non è un caso se i marchi dell’alta moda tipo Prada, Armani, Gucci, Dsquared e Iceberg hanno trasferito le loro

sedi produttive nel distretto calzaturiero marchigiano. L’intero comparto della scarpa è concentrato quasi esclusivamente nelle zone costiere del fermano e del maceratese e costituisce l’eccellenza regionale più importante, vantando l’area più estesa d’Italia per questo settore produttivo. Solo in questo territorio infatti avviene più dell’ottanta per cento della produzione di calzature italiane. Un prezioso punto di forza per l’economia del territorio, la Mecca del lusso per gli amanti delle scarpe. In un sistema ancora saldamente ancorato alle tradizioni coesistono piccoli artigiani, con la bottega sotto casa come una volta e dividono la stessa passione delle grandi aziende, leader del mercato globale; entrambe le realtà sono unite da quella marchigianità verace che commina orgoglio, intuizione, zelo e cordialità. Le imprese attive addette al settore attualmente superano abbondantemente le quattromila unità ed esportano qualcosa come due miliardi e quattrocento mila euro l’anno, cifra in contrazione rispetto agli anni precedenti, ma che rimane di primissimo rilievo per l’economia delle Marche. Le nostre calzature sono apprezzate principalmente in Germania, che coronano il loro primato d’importazione sfiorando i duecento milioni di euro, seguono poi nazioni come gli Usa, la Francia, la Russia, la Svizzera e il Regno Unito. Il settantuno per cento delle aziende marchigiane calzaturiere è di carattere artigianale e rispetto al 2016 ha subito una considerevole diminuzione a causa della cessazione di molte attività, dovuta principalmente alle pesanti ed esemplari sanzioni che l’Ue ha disposto nei confronti della Russia, alla concomitante crisi economica generale e all’elevata pressione fiscale che sottrae liquidità vitale a tutti i livelli produttivi e distribuivi della filiera calzaturiera; per avere un’idea più chiara dell’ultimo fattore, basti pensare che un imprenditore marchigiano inizia a guadagnare per se stesso solo dopo la prima decade di agosto, mentre il suo collega inglese consegue utili a partire dall’ultima settimana di aprile. Gli investimenti purtroppo sono stati frenati da tutte queste variabili e solo dieci imprese su cento provano a scommettere sulla ripresa reimpiegando capitali nell’azienda per conseguire un upgrade. Tirando le somme quindi i numeri generali si mantengono ancora elevati, ma abbisognano di un catalizzatore che acceleri le condizioni favorevoli alla crescita. Ogni anno viene erosa una fetta non proprio irrilevante di valore produttivo ed economico del settore calzaturiero e alla lunga potrebbe comportare una preoccupante destabilizzazione al comparto della scarpa, che da sempre è parte dell’identità genetica marchigiana, segnata dal profondo e inimitabile successo di quella rappresentazione naturale e concreta del genius loci delle Marche.

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Milano, una raffinata oasi urbana di Maria Vittoria Pavarini

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Sopra, East market A destra, Spazio Marras Autrice delle immagini Maria Vittoria Pavarini

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utte frasi dette da chi Milano non l’ha mai veramente vissuta. Esattamente di questo si trattata: di viverci, perché è solo così che si può comprendere quanto questi stereotipi risuonino nell'immaginario comune come privi di senso. Piuttosto direi che Milano è un’isola. Gli abitanti di Milano infatti, che siano nati nella capitale lombarda o che siano meneghini acquisiti, una volta che hanno appreso e assaporato la quotidianità di questa città non ne possono più fare a meno. Abbandonarla diventa difficile, anche solo per andare in vacanza. Milano, proprio come un’isola, è esclusiva ma allo stesso tempo accogliente con chiunque la voglia far sua. Inoltre nell’isola milanese c’è tutto il necessario per vivere e per godersi il tempo libero. Perché, malgrado la frenesia sia una caratteristica imprescindibile del capoluogo lombardo, da sempre i milanesi attraverso il design e la moda hanno reso la propria isola, unica e riconoscibile in ogni parte del mondo. Milano, come qualsiasi luogo dove la bellezza si nasconde dietro ad angoli inaspettati, va visitata a piedi : solo cosi si può realmente realizzare da quanta cultura e modernità sia invasa. Allora iniziamo ad osservare partendo direttamente dalla storica galleria Vittorio Emanuele. La prima cosa che balza all’occhio dopo la raffinatezza artistica della struttura è la predominanza delle boutique Prada all’interno della galleria. Prada infatti è da sempre riconosciuta nel modo come la maison milanese più eclettica. Dopo aver aperto la prima boutique nella storica location nel lontano 1913 il brand di moda grazie al direttore creativo Miuccia Prada è diventato non solo il principale pioniere di tendenze moda nel mondo ma anche una fonte di ispirazione indispensabile per il mondo dell’arte, tanto amato e promosso dalla designer stessa. Proprio per questo una delle tappe fondamentali di Milano è la Fondazione Prada che ogni mese si rinnova ospitando opere di arte contemporanea in un edificio interamente costruito con materiali lucidi e moderni. La Fondazio-


Grazie alla moda e al design è diventata un’isola vulcanica, vibrante, che non ama svelarsi, perché è discreta, ma nasconde dentro di sé la sua vera anima

ne, aperta dal 2014, si contraddistingue dagli altri musei poiché è possibile vedere all'interno opere uniche e irripetibili. Inoltre è impossibile non lasciarsi affascinare dal Bar Luce all’interno dell’edificio, arredato seguendo il gusto e l’estetica del regista Wes Anderson. E se Prada è la regina di questa isola, Giorgio Armani è sicuramente il suo re. Per chi volesse veramente capire il gusto milanese non può mancare come tappa da vedere il museo Armani Silos, uno spazio espositivo che racconta la storia del noto stilista. La prima cosa che vede chi approda in un’isola, prima della terra ferma è l’acqua. L’acqua da sempre simbolo di rinascita ed equilibrio è un elemento molto presente a Milano grazie all’esistenza dei Navigli, canali acquatici circondati da locali, ristoranti e showroom. Infatti la zona dei Navigli è sempre stata quella popolata da creativi e in cui sono presenti i locali e le boutique più alternative. Ma entriamo più nel dettaglio. Ci sono luoghi dove il tempo si ferma, dove sognare diventa facile, in cui ci ritroviamo e in cui la vita continua anche se lontano dalla frenesia. Deve sicuramente aver pensato questo lo stilista Antonio Marras quando nel 2012 decide di spostarsi dalla centrale Via Santo Spirito per approdare in Via Cola di Rienzo, poco distante dalla zona creativa di via Solari. Varcata la soglia dello showroom si ha subito l’impressione di vivere un sogno e di percorrere un sentiero che non vedi l’ora di scoprire. Circondato dal verde e da fiori sofisticati, lo spazio Marras si nasconde in quella che una volta era una vecchia officina e che lo stilista ha trasformato nel suo eden urbano. Fortunatamente nell'isola meneghina ce ne sono parecchi di luoghi incontaminati, dove la bellezza non solo fa da padrona di casa ma accompagna chi la contempla in un meraviglioso viaggio visivo. E quando si parla di bellezza e di accoglienza è inevitabile pensare a Rossana Orlandi. Signora milanese di alta classe, nel 2002 ebbe la magnifica intuizione di trasformare una vecchia fabbrica in un luogo ricco di arte e design il quale divenne ben presto grazie alla sua accurata selezione la meta più ambita per arte e design. Uno spazio polifunzionale, realizzato quando ancora in Italia questo concetto di multi concept store era sconosciuto. Grande amante del collezionismo e della ricerca per il vintage Rossana Orlandi ha sempre avuto un occhio curioso per le novità e grazie alle continue collaborazioni con designer emergenti ha contribuito a lanciare molti talenti nel panorama artistico. Milano non ama svelarsi, è discreta. Nasconde dentro la sua vera anima. Se la tiene per sé, come se avesse paura che mostrandola si possa rovinare. Un’isola vulcanica, che al di fuori risulta severa, scura e imponente mentre all’interno è semplicemente vibrante.

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LONDON CALLING, AGAIN di Eleonora Maestrelli

Londra, una città internazionale, un concentrato di stimoli e creatività, dove le sottoculture diventano trend e la moda della strada rappresenta una “filosofia di stile” che riesce ad ispirare anche i grandi brand

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ul fronte esterno attaccata dal terrorismo, su quello interno dalla Brexit, Londra non si arrende, sopravvive, si rialza e i suoi giovani abitanti continuano a fare ciò che sanno fare meglio: creare. Non è un caso che la maggior parte delle sottoculture più degne di nota si siano prima sviluppate nelle strade di questa sorprendente città e poi diffuse successivamente in tutto il mondo. Basti pensare ai Mod, che per primi si sono ribellati ai dettami dei propri genitori e hanno creato uno stile non solo nell’abbigliamento ma anche nel modo di vivere o ai Punk che fecero dei vestiti


Nella pagina accanto, a sinistra, Dalston a destra, Old Spitafield Market In questa pagina, sopra, Shoreditch sotto, Ridley Road Market Autrice delle immagini Eleonora Maestrelli

e della creatività, il proprio strumento di critica della società contemporanea. Da allora la moda non è stata più la stessa, perché da quel momento divenne cool ciò che veniva dalla strada, ciò che si trovava nei mercatini dell’usato, lo si comprava e a casa veniva accorciato, tagliuzzato e modificato secondo la personale inventiva, ottenendo pezzi unici. Questa “filosofia di stile” è ancora diffusa tra le nuove leve londinesi. È doveroso ricordare che una delle caratteristiche di questa città è proprio fornire stimoli e fonti di ispirazione continue grazie alla multietnicità che la contraddistingue. Attualmente, non a caso, una delle zone più culturalmente vivaci di Londra è Dalston. Questo quartiere situato nell’East End nella zona di Hackney fino a qualche anno fa godeva di pessima reputazione, in quanto abitato solo da extracomunitari. Negli ultimi anni sta vivendo una vera e propria rinascita, grazie anche alla riapertura della stazione “Dalston Junction” e della metro. La sera è frequentato da giovani, sia per i vari night club che per il clima rilassato che si è creato. Lo stile di questo quartiere può essere definito “urban-ghetto” e la sua essenza si esprime grazie al sopravvissuto mercatino all’aperto, chiamato come la strada che lo ospita: “Ridley Road Market”. L’esperienza che se ne trae è multisensoriale, immersi in un ritmo reggae e in profumi di spezie, emerge la vera natura multietnica: si vendono infatti cianfrusaglie, abiti, e Cd provenienti dall’Africa e dai Caraibi. Sono presenti innumerevoli stock di tessuti dai quali si riforniscono studenti alla ricerca di nuove fonti di ispirazione a basso costo. Proseguendo nella zona di Hackney si arriva a Shoreditch, quartiere ormai famoso per la sua eccentricità. Non c’è da stupirsi se alzando gli occhi ci si imbatte in palazzi riempiti da graffiti del famoso Bansky. Nonostante questo sobborgo non si possa più definire emergente, ospita alcune tra le più prestigiose Università di Arte e di Moda, frequentate da studenti provenienti da tutto il mondo, una miscela alquanto esplosiva. Questi giovani camminano a testa alta, ognuno con la propria storia, cercando di differenziarsi l’uno dall’altro indossando vere e proprie opere d’arte create da loro stessi. Qui la creatività è viva ed è la parola d’ordine. La zona brulica di negozi di stilisti emergenti ed affermati, ma non solo. Vicino a Liverpool Street Station si trova l’Old Spitafield Market, differente da quello di Dalston, più occidentalizzato, ma il principio rimane lo stesso, prodotti provenienti da culture e luoghi diversi venduti nel solito posto. Lo Spitafield offre anche bancarelle gastronomiche e veri e propri ristoranti di tutte le etnie. Londra è proprio questo, una fucina di proposte, spesso nate spontaneamente, un concentrato di stimoli e creatività generato dalla convivenza di etnie profondamente diverse tra loro che però insieme riescono a creare tendenze di cui prima o poi i big brand si approprieranno proponendole come (proprie) novità.

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Il valore dell’e-commerce di Giulia Bellandi

La rivoluzione digitale ha ampliato le opportunità per i brand di farsi conoscere in tutto il mondo, acquisendo nuovi clienti e instaurando con loro un rapporto personalizzato

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a comparsa di Internet e l’evoluzione tecnologica hanno decisamente cambiato le nostre vite sotto molti aspetti: molti business – e tra questi la moda – ne sono stati fortemente influenzati. L’impatto della rivoluzione digitale sui consumatori negli ultimi anni è stato travolgente e, come spesso accade di fronte a cambiamenti di tale portata, la reazione immediata e più spontanea è stata il timore di non riuscire ad adattarsi a questa novità. Riprodurre il prestigio e l'esclusività dei brand online e creare la stessa esperienza sensoriale che il cliente prova acquistando beni di lusso all'interno del negozio fisico, sono stati i principali motivi di preoccupazione per gli imprenditori in questo campo, alcuni dei quali hanno quindi tardato ad adottare l’e-commerce nel dubbio di conseguenze negative. Tuttavia al giorno d’oggi sembra non esserci futuro per coloro che si rifiutano di accettare quest’innovazione, specialmente dal momento in cui la tecnologia ha iniziato a far parte integrante, insostituibile, della nostra vita quotidiana. Numerose ricerche indicano che i consumatori che comprano online continuano a crescere ogni giorno in molti paesi del mondo e che la richiesta di e-retail è in forte aumento. I vantaggi dell’e-commerce sono numerosi e noti per entrambe le parti. Per quanto riguarda i customer, Internet provvede per la


prima volta informazioni in tempo reale e permette loro di risparmiare tempo e soldi oltre ad offrire una scelta di prodotti la cui ampiezza era stata finora ineguagliabile. Dal punto di vista del selling invece c’è l’opportunità di poter rafforzare il nome del marchio e la sua popolarità a livello mondiale in brevissimo tempo, raggiungere nuovi mercati incrementando così anche i guadagni ed infine la possibilità di instaurare una relazione personale con i consumatori che sia profonda e duratura. Quella che sembrava essere una missione impossibile si è in realtà rivelata facilmente attuabile per il tramite dell’utilizzo di strategie mirate: si tratta semplicemente di saper riprodurre determinate emozioni e sentimenti per rendere l’esperienza di shopping unica e memorabile allo stesso tempo, soddisfacendo i bisogni del cliente e persino superando le sue aspettative. Molte ed in crescita le aziende che si sono già mosse per sostenere questo nuovo modo di fare shopping: tra le prime ricordiamo Stitch Fix, start up americana fondata da Katrina Lake nel 2011. La compagnia fornisce un servizio online di personal styling a uomini e donne in base al gusto personale, stile di vita e necessità. Lo scopo è proprio quello di coinvolgere gli acquirenti in un’esperienza che sia piacevole e semplice allo stesso tempo ma soprattutto personalizzata, considerando appunto che la personalizzazione della moda per rispondere alle esigenze del cliente sta diventando un altro punto focale. Ma non sarà sicuramente l’ultimo.

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UN APPRODO DIVENUTO NECESSITÀ di Sofia Delli Navelli

L’esperienza digitale dei brand, connettendo ambiti reali e virtuali, non solo permette una comoda acquisizione tramite device tecnologici, ma accompagna l’utente, lo consiglia e lo guida nella sua ricerca, come se si trovasse in-store

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ilioni di giovani vegetano in un’onirica dimensione elettronica sempre più ossessiva. Cercano in rete la via di fuga da una società che non dà loro alcuna gratificazione. Ecco che qui entra in gioco l’e-commerce: fili che si legano tra loro connettendo ambiti reali e virtuali e che consentono al made in Italy di approdare in ogni angolo del mondo. Un’occasione per le attività storiche di calarsi nel mondo di oggi e di adattarsi ai continui cambiamenti. L’e-commerce di un brand di moda diventa il volto stesso della maison, ne rappresenta le persone, i loro obiettivi e la voce della loro comunicazione. Il brand non solo offre la possibilità di acquistare comodamente da casa, ma accompagna l’utente, lo consiglia e lo guida nella sua ricerca, creando spesso nuovi bisogni. Quella che si vive entrando in un e-commerce è una vera e propria esperienza digitale, paragonabile all’esperienza in-store. A cambiare infatti non è la motivazione o l’impulso d’acquisto, bensì la modalità. Gli schermi dei nostri smartphone diventano vere e proprie vetrine, capaci di descrivere, ispirare e portare infine all’acquisto. Cosa si intende con il termine “Mobile Commerce”? Si inizia a parlare di Mobile Commerce per indicare gli acquisti effettuati con il telefono. Un futuro mobile, con siti web responsive, cioè in grado di adattarsi alle dimensioni del dispositivo sia esso tablet, notebook o smartphone. “Gli italiani – afferma il rapporto Assintel – utilizzano il proprio device non solo in fase pre-acquisto, per la raccolta di informazioni o la comparazione dei prezzi, ma anche per


terminare l’operazione, aumentando quindi anche il tasso di conversione complessivo”. Il valore dell’e-commerce ammonta a quasi 20 miliardi di euro in Italia, con una crescita annua pari al 20 per cento. Numeri che testimoniano il cambiamento in atto tra le abitudini d’acquisto degli italiani. Ma chi c’è dietro la tastiera? Nella maggior parte dei casi l’utente è donna, ha meno di 24 anni e vive in piccole città. Il business in continua crescita e il cambiamento delle abitudini d’acquisto sta convincendo piccole e medie imprese a investire nella digitalizzazione e nell’innovazione. Assintel Report ha registrato un incremento da parte delle aziende pari al +3,9 per cento 7,2 miliardi di euro in più rispetto al 2016. Rispettare le promesse, garantire un livello di gestione pari o superiore alle aspettative e l’attenzione verso il cliente; questi gli ambiti su cui

si concentrano gran parte degli sforzi degli imprenditori. Ma cosa si nasconde dietro le quinte di questo fenomeno? Quando entriamo dentro la pagina e-commerce di un brand, l’attenzione cade spesso su particolari estetici, sulla funzionalità, sulla facilità di navigazione, sui tag o sulla struttura delle pagine. Difficilmente ci fermiamo a pensare al “dietro le quinte” della piattaforma, anche se spesso è proprio ciò che non si vede a fare la differenza. Le figure professionali che lavorano in un e-commerce sono molteplici e suddivisibili in due categorie, una puramente manageriale e una più operativa e specializzata. A rendere un e-commerce vincente è il suo lato umano, il lavoro di un team di specialisti che lavorano in sinergia per soddisfare i bisogni del cliente immaginando e progettando il futuro.

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Il dittatore muto: il fashion system di Sara Ruperto

Il futuro della moda ha bisogno di essere eco-sostenibile e ambientalista perché è importante sapere che per sopravvivere è necessario coprirsi e non vestirsi. Si può accettare di essere “fashionistiegomaniaci” ma in modo consapevole

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n mostro colorato che schiaccia la terra senza farsi troppe domande. Un magnate che manda avanti il suo esercito di stracci con un sorriso feroce. Una pioggia acida che macchia i prati per sempre. La moda moderna. Non fraintendetemi, amo la moda e vorrei che facesse parte del mio futuro, ma deve migliorare il suo atteggiamento. Paragonando la moda ad una persona fisica è forse più facile sgridarla un po’ e far finta che il resto del mondo non sia responsabile delle sue azioni. Ma non è così. Una t-shirt non si cuce da sola, una foresta non sviene per un colpo di sole e un animale non decide di spogliarsi della sua pelle. Il settore moda è il secondo, subito dopo l’industria petrolifera, a sporcare i polmoni della nostra terra. Gli operatori di questo settore decidono le sorti del nostro futuro e noi che acquistiamo, acconsentiamo senza riflettere. Una soluzione a questo problema, che probabilmente non potrà avere fine, sarebbe semplicemente essere consapevoli. O almeno, più consapevoli. L’ignoranza non aiuta, incrementa e fomenta. Essere consapevoli è come aprire le tapparelle al mattino, lasciando che il sole entri piano piano senza turbarci. Il fenomeno del fast fashion ha negli ultimi danneggiato ulteriormente questa situazione, dando la possibilità di possedere tutto e subito, non domani, adesso. Con il fast fashion ognuno di noi può fingere di essere chi non è, può scegliere di essere ingenuamente non consapevole, stare al passo con i trend senza sentirsi troppo stupido, anzi addirittura fortunato. Per strada non incrociamo più volti ma maschere che davanti allo specchio si danno una pacca sulla spalla e si strizzano un occhio. Acquistiamo senza pensare, senza renderci conto di come il nostro comportamento possa essere deleterio per ciò che re-


spiriamo, per dove camminiamo, per dove nuotiamo. Un problema che è molto sentito riguarda il cotone, e non è scelto a caso perché potrebbe essere se non risolto, quanto meno ammortizzato. La produzione di cotone ha un impatto ambientale assai rilevante. Il consumo idrico per irrigare i campi è pari al 73 per cento e il 6,2 per cento dei fertilizzanti come anche il 14 per cento dei pesticidi venduti in tutto il mondo, è destinato proprio ai campi di cotone. Un piccolo passo avanti sarebbe quello di acquistare brand che usano cotone organico o quanto meno informarci su quali brand lo fanno, così da poterci dare l’opportunità di scegliere. Questo tipo di produzione ha un basso impatto ambientale vista l’assenza di pesticidi e fertilizzanti e costituirebbe una vera boccata d’aria per il pianeta. La Terra è la nostra casa, la nostra madre. La Terra è nostra. Il futuro della moda ha bisogno di essere eco-sostenibile e ambientalista perché è importante sapere che per sopravvivere è necessario coprirsi e non vestirsi, quindi, per carità, va tutto bene, accettiamo pure il bisogno di essere “fashionistiegomaniaci” ma, per favore, consapevolmente.

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Le immagini riportate rappresentano una selezione di visual realizzati dagli studenti del Master in Fashion Styling del Polimoda di Firenze, coordinati da Ruggero Lupo Mengoni. Tutte le immagini sono state scattate dallo studente Polimoda di Fashion Photography Francisco Rosas Rangel.

Nel momento in cui la moda prova a prescindere dai gender e a riproporli in una nuova veste, in una nuova chiave, dando loro nuovi umori e sapori, questa foto sembra essere l’epitome della comtemporaneità. A renderla ancora più prossima a quello che siamo, a quello che viviamo, il grafismo di un invisibile scratch sull’immagine che aggiunge un indelebile graffio d’autore. Styling: Monika Anna Strzyzewska & Yasmine Saliba; Designer: Max Anish Gowriah; Model: Max Anish Gowriah

FASHION Irriverenza, colore, spazio ad una creatività che dirompe con estrema ironia. Questo il nocciolo di questo styling il cui obbiettivo sembra quello di stupire con la pertinenza dell’impertinente, del non prevedibile, delle sovrapposizioni tra epoche, ambiti, elementi formali talmente diversi tra loro da essere enormemente armonici. A loro modo. Styling: Ginevra S. Menon & Laetitia Mourad; Designer: Shania Matthews; Model: Marta Soricetti

Niente fa sognare di più dello stile urban che sposa l’ironia, il fumetto, i rimandi e i giochi di dialogo tra fashion e mondi altri anche se contigui - la stampa, i cartoon, i dots. Est ed ovest si incontrano e non lasciano altro commento che allo stupore naturale di una moda che sa anche prendersi non così sul serio come è giusto che talvolta sia.

La purezza del bianco e nero. La falcata della ricerca formale che si nutre di una complessità che - come sempre - non può che risiedere nell’estrema semplicità. Classicismo e nuovi slanci creativi, visionarietà e un accennato swist romantico, chiudono il cerchio. Con classe.

Styling: Shreya Agarwal & Mengyin Cao; Model: Yifu Hui; Make-up artist: Ruchika Raut FASHION

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Styling: Fernanda Cedraz, Yi Tao & Liege Zamberlan; Designer: Yan Wen; Model: Federico Renai


Paris Ricci nasce nel 1968 con un’idea di business innovativa sia per organizzazione aziendale, che per i numerosi marchi da offrire ad una clientela molto variegata, con prodotti qualitativamente elevati al miglior prezzo possibile. Da tre generazioni commerciano abbigliamento al dettaglio riuscendo ad adattarsi velocemente al cambiamento e alle esigenze del mercato, ponendo una particolare attenzione all’assistenza al cliente che rappresenta una delle maggiori priorità . Oggi sono presenti anche in internet con un loro sito e-commerce per la vendita online, supportata da un team che si occupa di Social media Marketing e Online Sales tramite i Market-place virtuali presenti nel Web.

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