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Magazine sulla Cultura dell'Architettura

Contributo speciale

ADOLFO NATALINI


“Vi restituiamo i dati che ci avete fornito” “

Conversazione con Adolfo Natalini a cura di Alessio Proietti

Adolfo Natalini, Vita raccontata ai giapponesi, 2018, appunti su quaderno

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rofessore di mestiere, architetto di professione, artista per vocazione. Architettore per definizione, Adolfo Natalini nasce a Pistoia nel 1941 e dopo un’esperienza pittorica si laurea a Firenze nel 1966, anno in cui fonda il Superstudio (con Cristiano Toraldo di Francia, cui si aggiungono Gian Piero Frassinelli, Roberto e Alessandro Magris e Alessandro Poli). Iniziatore del movimento d’avanguardia che in Italia fu battezzato “radicale” da Germano Celant, con il Superstudio produce una vasta serie di progetti, oggetti, scritti e opere visuali, spesso dai caratteri provocatori, che sono stati esposti


Adolfo Natalini, Monumento continuo, Saint Moritz, 2015, rivisitazione pittorica

Superstudio, Monumento continuo, Saint Moritz, 1969, fotomontaggio cfr. Stagione Radical. Contestazione e Creatività, in Riflesso Design 2017, p.68

nei musei di tutto il mondo, celebrati dalla critica internazionale, e che hanno influenzato il pensiero di architetti del calibro di Rem Koolhaas, che nel 1970 visitò Firenze per incontrare i membri del collettivo. Il lavoro di “rifondazione antropologica dell’architettura” del Superstudio si conclude nel 1978, lasciandoci progetti come il Monumento Continuo, Le dodici Città Ideali e Gli Atti Fondamentali, e con essi spunti di riflessione, iperboliche suggestioni e visioni antiutopiche di inquietante attualità. Superata la “linea d’ombra” post Superstudio, Natalini esce “vaccinato contro il virus della modernità e dell’avanguardia” e si concentra su progetti per i centri storici, ponendo

particolare attenzione alla tradizione dei luoghi, costruendo architetture fatte per durare nel tempo, oltre le tendenze del tempo. Dal 1991 svolge la sua attività con lo studio Natalini Architetti (insieme all’omonimo, non parente, Fabrizio Natalini). Tra le principali realizzazioni, prevalentemente in Italia e nei Paesi Bassi: la ricostruzione della Waagstraat a Groningen, gli interventi di ristrutturazione urbanistica nel centro di Den Haag, nell’area lungofiume nei pressi di Doesburg e nell’area ex Stianti a San Casciano in Val di Pesa, il castello di Haverleij a ‘s-Hertogenbosch, i poli universitari di Porta Tufi a Siena e di Novoli a Firenze, la scala di ponente alla Galleria degli Uffizi e il nuovo Mu-

seo dell’Opera del Duomo a Firenze. Premette Natalini: “Ho risposto a tante interviste e ho risposto tante volte a domande sul Superstudio 1966-78, sull’Architettura Radicale (termine improprio che non ho mai usato), sul lavoro da architetto che ho fatto dopo il 1978 e soprattutto su come sia avvenuto il cambiamento tra il Natalini/Superstudio e il Natalini/Natalini Architetti. Ormai non ho più voglia di rispondere, anche perché le interviste sono una sorta di confessione gesuitica. Esistono le costruzioni, i progetti, i disegni e gli scritti: solo lì sono le risposte. In occasione di una sua mostra alla Biennale, chiesero a Balthus una sua biografia. La risposta fu: ‘Balthus: un pittore di cui non si sa nulla. E adesso guardiamo le opere’”.

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Natalini Architetti con C. Schrauwen, ricostruzione della Waagstraat, Groningen (Olanda), 1991-1996

Professor Natalini, nel provare ad accogliere la sua richiesta, iniziamo da un aneddoto su una sua opera. A Groningen, in Olanda, nel 1991 vinse il primo premio in un concorso internazionale per la ricostruzione della Waagstraat. Dalla giuria le fecero notare che da Natalini si aspettavano “una roba d’avanguardia”, al che lei replicò in maniera provocatoria: “Benissimo, prendete il progetto così com’è e costruitelo tutto in marmo rosso!”. Alla fine ebbero la meglio i mattoni a faccia vista. In architettura la vera avanguardia è forse

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rispettare la tradizione dei luoghi? “L’invito a partecipare a un concorso internazionale per la ricostruzione della Waagstraat nel centro storico di Groningen, mi venne da Maarten Schmitt, responsabile dell’ufficio urbanistica che aveva lavorato con Libeskind e si aspettava dal Natalini un’opera di avanguardia come quelle del Superstudio. Ma erano passati gli anni e il Natalini aveva cercato di diventare un architetto calato nella realtà, abbandonando i terreni della distopia. Al concorso erano invitati quattro olandesi e quattro stranieri, tra


i quali Siza e Moneo. C’erano tre giurie: una tecnica che valutava il piano di fattibilità (per la quale il mio era il progetto migliore), una scientifica che giudicava l’architettura (definì il mio progetto un’offesa all’architettura moderna) e un referendum popolare (dove ottenni l’83,6% dei voti). L’amministrazione pubblica decretò vincitore il mio progetto. Maarten mi confidò che era rimasto deluso: si aspettava un pro-

getto concettuale. Alla mia proposta di costruire tutto in marmo rosso rispose che era eccessiva. Evidentemente non aveva letto il saggio del 1989 dove Pierluigi Nicolin aveva scritto che il Natalini era sempre eccessivo, sia ai tempi del Superstudio che dopo. La Waagstraat venne costruita e gli abitanti di Groningen ne furono felici. Con la Waagstraat e i tanti lavori successivi in Olanda divenni l’iniziatore di un movimento definito dal

critico Hans Ibelings “contemporary traditionalism” anche detto “a-modern architecture” contro il “supermodernism” imperante.“ È ancora possibile conciliare il tempo dell’architettura con il tempo dell’uomo, che sembra voler progredire sempre più velocemente? Crede che il futuro debba necessariamente guardare in avanti oppure ritiene auspicabile uno sguardo al passato per

Natalini Architetti con Guicciardini & Magni Architetti, nuovo Museo dell’Opera del Duomo, Firenze, 2009-2015

Natalini Architetti, ristrutturazione urbanistica dell’area Ex-Stianti, San Casciano in Val di Pesa (Fi), 1998-2008

meglio definire il modus hodiernus? “Il tempo dell’uomo è sempre uguale e il progresso è irrilevante: si nasce, si vive e si muore. Procediamo come l’Angelus Novus di Benjamin, in avanti con lo sguardo rivolto all’indietro.“ Metropoli e aree interne. Due facce della medaglia che caratterizza l’odierno dibattito architettonico e urbanistico, in una dicotomia che sembra attribuire alla metropoli il ruolo di “pieno” attrattore, in contrapposizione al progressivo svuotamento delle aree interne. Come

porsi rispetto a questo fenomeno? “La metropoli ha segnato la morte della città e delle cosiddette aree interne. La città è quella che si abbraccia con uno sguardo, una città a misura d’uomo. In molti hanno auspicato la costruzione di tante piccole città diffuse sul territorio, ma ha vinto la metropoli, la crescita incontrollata e mortale, simile a quella della cellula tumorale.“ Ho mantenuto finora la promessa di non farle parlare del Superstudio, tuttavia, in un dibattito sulla città

del futuro, è impossibile trattenere la domanda: tra Le dodici Città Ideali teorizzate nel 1971, quale potrebbe descrivere lo scenario in cui vivremo? Una delle dodici, oppure una ulteriore? ”Le dodici Città Ideali erano una visione distopica: erano la mostruosità verso cui si dirigeva la modernità. Alla fine veniva svelato il loro significato chiedendo al lettore quale fosse la sua preferita: qualsiasi fosse la sua risposta veniva condannato. In qualche rara pubblicazione è riportata anche una Tredicesima Città: ne consiglio la lettura.“

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La Tredicesima Città

di Adolfo Natalini

La sua forma e le sue dimensioni sono indefinite e inconoscibili. Taluni la ritengono un quadrato perfetto, altri un esadodecaedro, altri un quadrato infinito senza angoli. Per alcuni è un enorme solido, per altri una figura bidimensionale, per altri infine è una figura di geometria pluridimensionale. I più la definiscono proiezione di un solido invisibile, quale ombra di un cristallo trasparentissimo posto tra noi e la luce, ombra che si forma solo in particolari circostanze, quando il cristallo, muovendosi, viene ad assumere proprietà polarizzanti o quando il cristallo, semplicemente, oppone la sua maggior dimensione alla luce. D’altronde, se il problema del passaggio dalla proiezione all’oggetto poteva essere risolto geometricamente, la sconosciuta permeabilità alla luce dell’oggetto, e il dubbio che il piano di proiezione non fosse perfetto, rendevano la conoscenza della vera forma sempre più improbabile. L’uso dei mezzi di indagine più progrediti non era precluso agli osservatori: si imponeva solo che la stazione osservante rimanesse immobile in un punto scelto e si impedivano le comunicazioni immediate tra stazioni diverse. Tali comunicazioni si

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permettevano solo dopo un certo intervallo di tempo e usando canali prestabiliti. Quanto l’intervallo e i canali deformassero i messaggi era sconosciuto. E d’altronde la coincidenza o la differenza di diverse osservazioni poteva dipendere sia dalla loro sostanza che dai mezzi con cui si trasmettevano. Non era però quello della forma l’unico problema di tale invisibile entità. Si sapeva che nella 13ª città si era sviluppata una forma ideale di società e di vita. Si conoscevano frammentari racconti sui suoi abitanti. Alcuni che un tempo vissero ed altri che un giorno vivranno si incontravano ancora in un immenso spiazzo in campagna: tale spiazzo conservava ancora tracce regolari come di canali, vie o coltivazioni. Gli uni e gli altri erano convinti che quello fosse il luogo da cui la 13ª città si era staccata per divenire trasparente e invisibile. Ma a coloro che vi vissero gli anni confondevano i ricordi; a coloro che vi vivranno la speranza alterava le descrizioni e i progetti. Si limitavano così ad incontrarsi nella pianura, cercando nelle tracce certezza e conferma. L’unica realtà era un’erba rada e improvvisa, come grano appena spuntato, che perennemente velava di

lanugine verde una Terra grigia simile a sabbia. Tale Terra non si ritrovava in altri luoghi, poteva essere stata generata da trasformazioni chimiche dei materiali della città scomparsa, come poteva l’erba essere generata in tale aspetto dall’ombra leggera che, più spesso che in altri luoghi, la città invisibile vi lasciava. Nient’altro restava di tracce visibili: solo un vago senso di malessere o di frustrazione degli individui che lì convenivano. I loro incontri finivano spesso senza nemmeno una parola. Un po’ per volta rimasero solo in pochi nella pianura, tutti gli altri essendo troppo occupati a costruire o a occupare città pesantissime e impossibili. Così nel luogo supposto d’origine della 13ª città, iniziarono a interrogarsi sul senso delle memorie e delle profezie, cercando di ricostruire la ragione dei loro ricordi e progetti di quella e delle precedenti 12 città. Lentamente compresero che non si trattava di supposizioni o di piani, né erano descrizioni trasmesse in un bizzarro codice: non erano neppure metafore o parabole. Aggiunsero così alla fine una nota sul come e perché di tali racconti. Il testo della nota era: “Vi restituiamo i dati che ci avete fornito”.


In attesa di immagine...

15/12/2019, ore 22:06 Carissimo Alessio (...) Ero pieno di idee ed entusiasmo per riempire la pagina con una mirabolante immagine. Poi ho pensato che non potevo contraddirmi: nessuna immagine era possibile. La Tredicesima Città completava (o contraddiceva) Le dodici Città Ideali che (secondo Gian Piero Frassinelli) potevano stare all'interno del Monumento Continuo: un interno che (sempre secondo Gian Piero Frassinelli - vedi ”Vita segreta del Monumento Continuo”) non gli avevo mai voluto svelare. A questo punto ci sono due possibilità per la pagina vuota: La prima: rimane bianca con una scritta in rosso ”una immagine impossibile”. La seconda: tu o qualcuno di voi prova a disegnarla come se la immagina. Le idee del Superstudio hanno migrato a lungo e continuano (incredibilmente) a farlo. Il 30 ottobre 2020 al CIVA, Bruxelles, si inaugurerà la mostra ”SUPERSTUDIO MIGRAZIONE”. Il titolo non l'abbiamo inventato noi....... (...) Adolfo

15/12/2019, ore 22:12 Carissimo Alessio La pagina bianca va benissimo con la scritta in rosso che vi hai inserito: lascia spazio alla speranza, e di questo c' è un gran bisogno, per voi e per me. Annulla le due ipotesi e si stampi così. Grazie e un abbraccio. Adolfo, confuso nella notte

Qualche giorno prima era pervenuto uno schizzo a penna rossa, la cui versione integrale venne conservata gelosamente. Avrebbe forse permesso di dare forma a quella Città, che tuttavia, per definizione, forma non poteva avere. Ci si interrogò sul senso, e all’orizzonte apparvero i contorni di quella che, in un Futuro non meglio definito, avrrebbe preso il nome di Quattordicesima Città. Dati in corso di aggiornamento....

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In copertina: Adolfo Natalini, Autobiografia, 2014, tempera su carta

Registrazione: Tribunale di Perugia n. 35 del 9/12/2011 ISSN 2611-044X Pubblicazione: Gennaio 2020 www.riflesso.info Tutti i diritti di questa pubblicazione sono riservati

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Conversazione con Adolfo Natalini  

Architettura - Riflessioni sulla città del futuro

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