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Angelo Sala

Pietre di Fede Chiese e Campanili della cittĂ di Lecco

Edizioni Monte San Martino Lecco

VOLUME TERZO


Testi: Angelo Sala Progetto grafico e selezioni fotografiche: Simona Lissoni Studio Grafico Mandello del Lario (LC) - grafica@simonalissoni.it Stampa: Editoria Grafica Colombo srl Valmadrera (LC) Proprietà letteraria riservata di Angelo Sala e Claudio Redaelli a norma delle vigenti leggi nazionali per i diritti di riproduzione, parziale o totale, salvo consenso scritto Š 2010 Claudio Redaelli

Nelle pagine precedenti, processione a Maggianico.


Luigi Stucchi Vescovo titolare di Orrea Ausiliare dell ’Arcivescovo di Milano Vicario Episcopale zona seconda

Ecco nelle nostre mani l’ultimo volume del trittico dall’impegnativo titolo “PIETRE DI FEDE” frutto della penna ed ancor più della mente e del cuore di Angelo Sala, giornalista e scrittore ormai affermato e noto e a me personalmente carissimo. Conosco da anni la passione dell’autore e l’opera presente non è che ulteriore conferma dell’amore alla città di Lecco, alle “Pietre di fede” che ne costituiscono la più vera e profonda ricchezza, tracciando un concreto e significativo percorso dentro la città che ne costituisce il filo conduttore e unificante, direi anche il fondamento, spirituale e morale, forte più della roccia. Non è una idealizzazione astratta, ma storia vissuta dal popolo cristiano, generato dalla fede di cui le chiese, parrocchiali e sussidiarie, custodiscono il segreto e la forza, cioè la presenza viva del Signore, irradiandone la luce e l’amore, cioè ciò che effettivamente forma una civiltà umana. Sala rende onore a tutto ciò con la documentazione che fluisce precisa e rigorosa perché tratta con amore la materia in oggetto e rende parlanti proprio le pietre. È come se raccontasse dal vivo, è come se penetrasse nelle scelte di vita, frutto della fede, è come se grazie alle “Pietre di fede” volesse farci abbracciare e imitare le vicende delle “Pietre vive”, come dice l’apostolo Pietro parlando dei cristiani e come il nostro Arcivescovo Cardinale Dionigi Tettamanzi proprio in questo anno pastorale ci ha riproposto con la sua lettera pastorale “Pietre vive”. Ma Sala non è un pensatore isolato, sta egli stesso dentro una storia viva che gli permette di riconsegnarci in modo mirabile la storia di fede di un popolo intero, attingendo alle risorse dell’arte in ogni sua forma e alle fonti di altre penne famose, perché penne di scrittori che hanno compreso ed amato la stessa storia, le stesse pietre, la stessa città. Perché Lecco merita che ci sia chi la sa raccontare come realtà viva. Il terzo volume non è solo in linea con i precedenti e non è solo il loro completamento, perché non chiude solo il percorso iniziato partendo dalla Basilica di S. Nicolò con una pagina preziosa di Uberto Pozzoli che ricorda i legami tra l’originaria chiesetta di S. Stefano e la Basilica, ma fa emergere alla nostra attenzione figure di sacerdoti, pastori e formatori, che operando dentro le “Pietre di fede” hanno lasciato un’impronta indelebile nelle “Pietre vive”, cioè hanno formato persone capaci di testimoniare il vangelo dentro le situazioni storiche e dentro le prove della vita. Leggere per comprendere, stupirsi per credere e continuare la ricerca, la documentazione, il racconto di quanti, artisti dello Spirito e appassionati dell’uomo, hanno reso possibile un’esperienza evangelica, quanto cioè dalle chiese fluisce nella vita rinnovandola ogni giorno. Spero che la fatica puntuale e gioiosa di Angelo Sala ci possa regalare presto un’altra opera che renda ulteriore ragione e senso alle “Pietre di fede”: sarebbe un modo prezioso e grato per far continuare l’anno sacerdotale. La Madonna Santissima, la Madre, allargherà il suo manto per il bene della città.


ALLA SCOPERTA DELLA BELLEZZA

Si completa con questo terzo volume il cammino nella pietà e memoria cristiana di Lecco, una iniziativa editoriale unica nella storia della città, il cui successo in termini di numeri, ma soprattutto la qualità delle testimonianze raccolte e delle adesioni ricevute è il segno che la ricerca dell’uomo non si spegne perché porta con sé un inestinguibile anelito alla verità delle cose e alla verità di se stesso. È questa, a pensarci bene, la vicenda dell’umanità che fa della storia un grande pellegrinaggio religioso. Questa istanza interrogativa non è legata a circostanze di tipo economico, politico, culturale, ma al cuore dell’uomo. Anche nelle civiltà più evolute dal punto di vista tecnologico e scientifico queste domande sul senso della vita persistono. Anche questo libro, come i due che lo hanno preceduto, si caratterizza per la sua semplicità: un testo di facile e immediata lettura che racconta, attraverso le pietre che sono come dei punti fermi della storia, l’itinerario umano del cambiamento innescato dall’incontro con il cristianesimo. Il libro è perciò una raccolta di testimonianze scritte da alcuni personaggi che hanno fatto questo itinerario, Uberto Pozzoli e Dino Brivio su tutti, ripercorrendo anche alcune significative manifestazioni della devozione popolare e le vicende che l’hanno accompagnata nei secoli. Alcune tappe di questa storia sono infatti antiche di oltre mille anni. Il libro non ha e nemmeno vuole avere alcuno scopo celebrativo ma vuole raccontare un avvenimento di popolo, le attese che spingo-

no persone di ogni condizione sociale a mettersi insieme per realizzare la santa casa di Dio in mezzo alle case degli uomini, edificando un’opera che non è meramente materiale ma interiore ed esistenziale. Mi pare infatti di poter affermare, sulla scorsa di quanto letto in questo e nei precedenti due volumi, che la costruzione di una chiesa evoca i molti sentieri della vita interiore, là dove sta il segreto della qualità di ogni esistenza che voglia essere autenticamente umana: i sentieri della conversione del cuore, della testimonianza rinnovata dal lievito evangelico, della condivisione solidale verso gli altri. Ripercorrendo la storia, i temi e soprattutto le esperienze umane, il libro documenta una vivacità religiosa in atto a livello popolare, una realtà spesso ignorata, snobbata o ridotta a fenomeno folcloristico. La pietà popolare, intesa correttamente come memoria, sempre eloquente e paradigmatica dell’esistenza cristiana e dei valori umani e sociali, con le sue diverse forme e manifestazioni, offre l’occasione, talvolta unica, di trasmettere il messaggio evangelico, di approfondire la conoscenza della fede, di promuovere la vita religiosa. Ho mutuato queste considerazioni dalla prefazione scritta dal cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, al libro Un popolo nella notte pubblicato nel 2008 in occasione del trentesimo anniversario del pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto. I trecento giovani marchigiani della prima edizione (1978) sono diventati 65 mila persone di ogni età e provenienza nel


2007, l’anno al quale fa riferimento il cardinale Bertone che, in quella prefazione, riprendendo un documento di Puebla, scrive: «La religiosità popolare, oltre a essere oggetto di evangelizzazione, è essa stessa, in quanto contiene incarnata la parola di Dio, una forma attiva con cui il popolo evangelizza continuamente se stesso». Parole che si ritrovano nella Evangelii nuntiandi di Papa Paolo VI (1974), poi riprese nella Catechesi tradendae di Papa Giovanni Paolo II (1979) e poi ancora dalla nota pastorale della Conferenza Episcopale Italiana (1983) Il rinnovamento liturgico in Italia, dove si tratta della «cosiddetta pietà popolare, le cui espressioni, per lungo tempo considerate meno pure, talvolta disprezzate, sono praticate in certe regioni dal popolo fedele con un fervore e una purezza d’intenzione commoventi». Un discorso che ci porterebbe lontano e che quindi voglio concludere con altri due riferimenti ad altrettanti documenti, che bene riassumono lo spirito con il quale, in queste nostre pagine, si è voluto comporre in armonia liturgia e pietà popolare, ispirando la seconda alla prima. Il primo è alla Sacrosanctum Concilium (1963): «I pii esercizi del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa, sono vivamente raccomandati. Bisogna però che tali esercizi, tenendo conto dei tempi liturgici, siano ordinati in modo da essere in armonia con la sagra liturgia, da essa traggano in qualche modo ispirazione, e ad essa, data la sua natura di gran lunga superire, conducano il popolo cristiano». Il secondo è alla Vigesimus quintus annus di Papa Giovanni Paolo II (1989) dove si legge di una pietà da orientare, perché «è ricca di valori, e già di per

sé esprime l’atteggiamento religioso di fronte a Dio. Ma che ha bisogno di essere continuamente evangelizzata, affinché la fede che esprime divenga un atto sempre più maturo ed autentico. Tanto i pii esercizi del popolo cristiano, quanto altre forme di devozione, sono accolti e raccomandati purché non sostituiscano e non si mescolino alle celebrazioni liturgiche». Voglio poi richiamare almeno ad un altro aspetto che contribuisce a dare ulteriore significato a questa opera editoriale. Le chiese di questa nostra città custodiscono anche un significativo patrimonio di opere d’arte. Purtroppo accade che la secolarizzazione e il relativismo facciano cadere nel dimenticatoio la storia e la bellezza di mirabili opere artistiche, oltre che di significative opere architettoniche quali sono, in molti casi, le chiese stesse, frutto dell’incontro fecondo tra la spiritualità dei committenti e i protagonisti dell’architettura e dell’arte. Per questo vengono illustrati aspetti architettonici, sculture e pitture. E qui il tema mariano è presente in numerose opere. E questo mette in sintonia queste pagine con il magistero dell’attuale Papa Benedetto XVI che sostiene che una delle vie privilegiate per giungere a Dio è quella della bellezza, la cosiddetta via pulchritudinis. Ed in questa via Maria è la stella popolare perché tota pulchra, icona della bellezza. In questo contesto le nostre chiese riuniscono Maria e la via della bellezza in un itinerario affascinante, una sorta di ponte tra cielo e terra. Claudio Redaelli Presidente Edizioni Monte San Martino - Lecco


INDICE

Laorca

11 13 17 35 45

Maggianico

61 63 71 87 89

Sotto il Corno Medale Chiesa dei Santi Pietro e Paolo Chiesa di San Giovanni Battista Chiesa di Sant’Antonio Abate L’acqua della salute Chiesa di Sant’Andrea Chiesa di Sant’Antonio di Padova Chiesa di San Rocco

Olate

97 99 105

Pescarenico

111 113 121 131

Rancio

137 139 143 155 163 173

San Giovanni

179 181 185 201

Santo Stefano

205 207 213

A casa di Don Abbondio Chiesa dei Santi Vitale e Valeria È Pescarenico una terricciola Chiesa di San Materno Chiesa di San Gregorio Sotto il San Martino Chiesa di Santa Maria Assunta Chiesa di Santa Maria Gloriosa Chiesa della Beata Vergine sul San Martino Chiesa di San Carlo in Castione Alle falde del Montalbano Chiesa di San Giovanni Evangelista ChiesadellaBeataVerginedelRosariodetta«MadonnadiVarigione» Il poggio di Santo Stefano Chiesa di San Francesco


INDICE DEL SECONDO VOLUME

Belledo «Torrenti, de’ quali distingue lo scroscio» Chiesa dei Santi Sisinio, Martirio e Alessandro Chiesa di Sant’Alessandro

Bonacina Due parrocchie piccole e recenti Chiesa del Sacro Cuore Chiesa di Sant’Egidio

Caleotto Nella casa dei Manzoni Chiesa di San Giuseppe

Castello Del nome di Lecco e dell’originaria preminenza di Castello Chiesa dei Santi Gervaso e Protaso Chiesa dei Santi Nazaro e Celso detta anche «di San Carlo» Chiesa di Santa Maria Maddalena detta anche «del seminario»

Chiuso Nel paese della conversione dell’Innominato Chiesa di Santa Maria Assunta Chiesa di San Giovanni Battista detta anche «del Beato Serafino»

Germanedo Alle pendici del Resegone Chiesa dei Santi Cipriano e Giustina Chiesa della Beata Vergine Immacolata Chiesa di Maria Addolorata detta anche «della Rovinata»

11 13 17 35 41 43 49 65 75 77 87 97 99 113 131 143 153 155 157 165 185 187 193 203 209


INDICE DEL PRIMO VOLUME

Lecco

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Un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo

15

Basilica prepositurale di San Nicolò

17

Santa Marta

63

L’Immacolata Concezione all’oratorio San Luigi

79

Santuario della Beata Vergine delle Vittorie

83

Acquate

103

In pieno paesaggio manzoniano

105

Chiesa dei Santi Giorgio, Caterina ed Egidio

111

Chiesa di Sant’Anna o della Concezione

141

La Grotta e il Santuario della Madonna di Lourdes

149

Chiesa di San Francesco in Falghera

177

Chiesa della Beata Vergine Maria del Rosario in Malnago

181

Chiesa della Beata Vergine Assunta in Versasio

187

Madonna della Neve ai Piani d’Erna

195

Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi a Germanedo

207

Chiesa del Redentore e di Santa Caterina

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Laorca Sotto il Corno Medale Chiesa dei Santi Pietro e Paolo Chiesa di San Giovanni Battista Chiesa di Sant’Antonio Abate


SOTTO IL CORNO MEDALE

È prettamente montano l’ambiente nel quale è inserito il rione lecchese di Laorca, con la sovrastante pendice verso la parete del Corno Medale. Verde e roccia: il primo sui pendii coperti dai boschi di castagni, faggi e querce; la seconda sui picchi dirupati del Corno Medale, una striscia di montagna lunga e stretta, cucita sui confini della città di Lecco. Un paese, Laorca, con i suoi scampoli di storia, tradizioni e usanze popolari, come la sagra di luglio dedicata alla Madonna del Carmine. Per decenni, fino agli anni dell’ultimo conflitto mondiale, è stata anche il «campo base» di generazioni di alpinisti e rocciatori diretti in Grigna e di sciatori che salivano ai Piani Resinelli per la Val Calolden. Il centro del rione, con le vecchie strade strette attorno alla chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, ha tutto attorno un invitante scenario di verde. È così anche oggi come per chi, un tempo, prima che fosse aperta la strada carrozzabile consortile e desiderava raggiungere da Lecco i Piani (o Roccoli) Resinelli e la Grignetta, di regola passava per la Val Calolden e quindi doveva entrare in Laorca e cominciare il percorso montano dal sagrato della parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, adorno di una granitica stele, la colonna dei crapùni. Naturalmente, la Calolden è sempre accessibile, libera a quanti desiderino risalirne l’impervio sentiero che promette fatiche e un ambiente selvatico.

Fatiche alle quali si sottopose ottant’anni fa anche il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano, nella sua visita pastorale alle parrocchie della Pieve di Lecco effettuata tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno 1930. Quella visita ebbe un testimone e cronista d’eccezione in Uberto Pozzoli, le cui cronache, pubblicate sul quotidiano milanese L’Italia, apriranno i capitoli di questo libro. Ecco quindi la prima, riferita proprio a Laorca e datata 27 settembre 1930. A Laorca venne ricevuto dal parroco, dalle autorità e dalle rappresentanze delle associazioni cattoliche, e subito si recò in processione alla parrocchiale, per la prima predica. Poi visitò il cimitero, lassù, vicino alle grotte piene di leggende. Lunedì mattina, le solite funzioni in chiesa, la benedizione del nuovo vessillo dell’Unione Giovani - padrino il signor Paolo Gerosa, madrina la sua signora - le adunanze dei confratelli e delle associazioni cattoliche, che a Laorca ci sono tutte, con l’aggiunta di una società corale; poi una scorribanda, faticosa assai, in tutta la parrocchia, per la visita agli infermi, all’oratorio di Malavedo, alla frazione di Pomedo. La corsa del Cardinale per le anguste stradicciole, giù per le ripide scalette, su per i vicoli inerpicantisi verso la provinciale, è stata seguita dal popolo acclamante. A Malavedo Sua Eminen-

Il campanile della chiesa parrocchiale.

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za scompose il nome della frazione per trarre esortazioni alla vita cristiana: «Mala-vedo: Voi vedete il male, quindi fuggitelo». A Pomedo, dove certo non è mai giunto un Arcivescovo, domandò a quelli che l’accolsero se la domenica vanno a Dottrina: «L’è ’l nost debol! » - risposero, scusandosi con la lontananza della parrocchiale. Sua Eminenza li esortò a far sacrificio di un po’ di tempo e di un po’ di fatica per partecipare alla vita della parrocchia. Si tornò in paese a mezzogiorno suonato. Il Cardinale recitò l’Angelus col popolo. La spiegazione della Dottrina vide nel pomeriggio la chiesa affollata. La gente seguì con grande attenzione il colloquio dell’Arcivescovo coi bambini. Uno di questi seppe sostenere un fuoco di fila di domande, meritandosi da Sua Eminenza un bell’elogio: «Ti faremo curato». Il Cardinale diede quindi i ricordi della Visita, dicendosi specialmente lieto di aver trovato un bell’oratorio maschile. A sera tornarono ad accendersi a Laorca tutte le luci, che salutarono, attraverso il cielo della Vallata, altre fiamme di giubilo salite nelle tenebre della notte a dire l’esultanza di un altro popolo: quello di Maggianico.

agosto 1604. Entro i confini della cura di Laorca si avevano la chiesa di San Giovanni Crisostomo e l’oratorio di Sant’Antonio in Malavedo (come si legge anche nel monumentale studio di Carlo Marcora La pieve di Lecco ai tempi di Federico Borromeo). Laorca fu eretta in parrocchia nel corso del XVII secolo (secondo quanto scrive il Palestra). La data della fondazione potrebbe collocarsi intorno al 1632 (secondo quanto contenuto nel Dizionario della Chiesa ambrosiana). Nel 1746, durante la visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella pieve di Lecco, nella chiesa parrocchiale dei Santi apostoli Pietro e Paolo di Laorca si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento unita alla confraternita della Beatissima Vergine Maria del Monte Carmelo. Il numero dei parrocchiani era 507, per un totale di 118 famiglie, di cui 387 comunicati. Era istituita una causa pia consistente in un legato lasciato da Simone della Crotta, costituito da alcuni beni nel territorio di Mandello, con l’obbligo di distribuire l’annua rendita ai poveri di Laorca, come da atto rogato da Alessandro “Airoldus” il 23 ottobre 1600 (la relativa documentazione è negli Atti della visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli). Nel 1897, all’epoca della prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella pieve di Lecco, entro i confini della parrocchia di Laorca si avevano l’antica chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista ai Morti, all’epoca oratorio dei confratelli, e l’oratorio di Sant’Antonio abate in Malavedo. Nella parrocchia di Laorca si aveva la confraternita del Santissimo Sacramento, fondata nell’oratorio di San Giovanni Battista ai Morti sotto il titolo della Beata Vergine del Carmine. Il numero dei parrocchiani era di 1500 unità. Nel XIX e XX secolo la parrocchia di Laorca è sempre stata inclusa nella pieve e nel vicariato foraneo di Lecco, nella regione V della diocesi; con la revisione della struttura territoriale attuata tra il 1971 e il 1972 (decreto 11 marzo 1971) è stata attribuita al decanato di Lecco nella zona pastorale III di Lecco.

Cappella curata nel 1566 - come scrive Ambrogio Palestra in Visite pastorali alle pievi milanesi (1423-1856) - nel 1608, al tempo della visita pastorale dell’arcivescovo Federico Borromeo alla pieve di Lecco, la chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo, futura sede parrocchiale, risultava ancora vice parrocchiale, nuper constructa e non ancora consacrata. La popolazione era di 450 abitanti, di cui 309 comunicati. Nella chiesa vice parrocchiale era stata istituita la confraternita del Santissimo Sacramento, già nel 1566, al tempo della visita pastorale di Carlo Borromeo. A questa confraternita erano state comunicate le indulgenze di cui godeva l’arciconfraternita del Santissimo Sacramento della chiesa di Santa Maria sopra Minerva di Roma, come risultava dalle lettere patenti della sua stessa istituzione o erezione, datate Roma 9 giugno 1604 e confermate a Milano il 10

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Confronto tra i vecchi nuclei: ieri (sopra, dalla collezione di Valentino Frigerio) e oggi.


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CHIESA DEI SANTI PIETRO E PAOLO

Il prezioso sommario dal titolo Fonti per la storia della Pieve di Lecco preparato con pazienza tutta certosina da monsignor Carlo Castiglioni, prefetto della Biblioteca Ambrosiana, e pubblicato nel 1952 da monsignor Giovanni Borsieri, prevosto e vicario foraneo della Pieve di Lecco, invogliò Arsenio Mastalli a compulsare le antiche carte manoscritte dell’archivio storico della nostra Diocesi, raccolte in 35 volumi, che compendiano oltre tre lunghi secoli di vita religiosa e civile di Lecco e del territorio. Lo studio dei documenti ha permesso ad Arsenio Mastalli di raccogliere e pubblicare le notizie che riguardano la prepositura, le parrocchie e le chiese della Pieve di Lecco, esistenti agli inizi del 1600, quando sulla cattedra di Sant’Ambrogio sedeva il cardinale Federico Borromeo. Quello studio - Parrocchie e chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600 - è stato pubblicato nel secondo volume delle Memorie storiche della Diocesi di Milano. Ecco quanto si trova scritto della chiesa, allora vice parrocchiale, dei Santi Pietro e Paolo in Laorca.

va un cubito dalla parete, era provvisto del campanello per il suono del Sanctus e non aveva il chiodo di ferro su cui appendere il berretto del sacerdote celebrante. L’icone, suddivisa in dieci quadri, con cornice dorata, faceva bella mostra delle immagini di Gesù Crocefisso, della Natività del Bambino, dei Santi Pietro apostolo, Bernardo, Pietro martire, Giovanni evangelista, Sebastiano, Antonio, Rocco e Paolo apostolo. Sulla volta erano affrescate le immagini dei quattro evangelisti. La cappella maggiore, provvista di tre finestre di cui due rotonde ad oriente ed una larga e grande dalla parte del Vangelo, era attraversata da una trave indorata e dipinta che reggeva il Crocefisso. Nella stessa cappella si scorgeva una porticina che immetteva in sagrestia dove, dietro un altare chiuso da cancelli, ogni giorno festivo, si raccoglievano i laici per la recita dell’ufficio divino. L’altare della Beata Vergine Maria. Era collocato in testa alla navata settentrionale in cornu evangelii e stava su una predella indecente. Non era consacrato, mancava del famoso… chiodo e possedeva il campanello dell’elevazione. La lampada sporca che pendeva davanti a questo altare, veniva accesa solo di tanto in tanto per divozione e ardeva con olio d’oliva. Al posto della nicchia c’era un grande quadro raffigurante la Nascita di Gesù tra i Santi Sebastiano e Rocco. Sull’altare della Madonna si celebrava ogni otto giorni una messa come da legato di-

Questa chiesa, non consacrata, era costruita a forma di croce, aveva tre navate e quattro arcate e vi si entrava discendendo da due gradini. Ogni otto giorni si scopava il pavimento, si pulivano gli acquasantini e si toglievano le ragnatele dal soffitto e dai quadri. Disponeva di tre altari. L’altare maggiore. Non era consacrato, dista-

Il corteo che accompagnò Augusto Gianola alla celebrazione della prima messa (archivio famiglia Gianola).

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sposto da Battista Vanello di Malavedo, rogato dal notaio Alessandro Ayroldi di Acquate. L’altare di San Pietro martire. Si trovava nella cappella ubicata in testa alla navata meridionale. Non aveva né predella, né campanello, né chiodo porta berretto. Nella nicchia si vedeva la statua della Madonna col Bambino. Il campanile, antico e di forma quadrata, costruito sul fianco della navata settentrionale, recava sulla sua sommità una bella croce e portava due sonore campane non consacrate, le cui funi erano a carico del popolo. La chiesa disponeva di tre porte nella facciata e di una a meridione che si chiudevano ogni sera da un laico il quale custodiva le chiavi dietro compenso annuo di libbre 25. In chiesa gli uomini non erano separati dalle donne. La porta laterale si apriva su un campo nel quale, contro le disposizioni superiori, si seppellivano gli infanti. Sopra la porta maggiore erano affrescate le immagini dei Santi Pietro e Paolo titolari della chiesa. Si contavano undici finestre provviste di telaio e vetri e due sepolcri. Il cimitero, ubicato davanti alla chiesa a settentrione, mancava di cinta per cui serviva da pascolo a vacche, capre e asini. Non era affatto pianeggiante perché diversi tumuli e mucchi di sassi creavano prominenze e depressioni che rendevano pericoloso il transito dei fedeli tra tomba e tomba. La casa del parroco distava dieci passi dalla chiesa ed era composta di due locali a pianterreno e due al primo piano. La casa era unita all’orto al quale si accedeva attraverso un corridoio sotterraneo che immetteva pure alla cella vinaria o cantina. Vice curato, rettore di questa chiesa, era il prete Francesco Coffetti, oriundo da Nigolino in quel di Brescia, che ebbe il beneficio del Vicario generale della Curia di Milano, monsignor Albergato, il 20 giugno 1607. Il chierichetto che serviva all’altare era un

ragazzo di dodici anni, provvisto di autorizzazione e che non disponeva di veste e di cotta. Era troppo povero. Costui, sempre sporco, stava sull’altare a piedi nudi. Si può fare un significativo confronto tra quanto raccolto dal Mastalli e qui riportato, e qualche documento precedente. Nella visita del 1550, ad esempio, a Laorca vi è il prete Gerolamo de Longis figlio del fu Gaspare, che è cappellanus mercenarius Sanctorum Petri et Pauli de la Urcha curam gerens in dicto loco. Rispose che «ne la sua giesia continuamente si tene il Venerando Sacramento de l’Eucharistia con la lampada accesa ha spese de la vicinanza. La detta cura gli da d’ordinario libre 80. Ne la sua giesia gli ha doi calici et tri paramenti per la messa, tri pallii, tre croce d’argento indorate. Ne la detta sua cura gli sono circa a 180 anime da comunione quali tutti si sono comunicati. Dice messa ogni di escetto se gli occorre andare a qualche officio. Ne la sua cura non li sono alcuni publici vitiosi, né peccatori». Dalla visita del 1569 risulta che la chiesa di San Pietro, visitata il 1° agosto, aveva due absidi. C’erano sei finestre con le inferriate e i vetri, e tre porte, di cui una immetteva a sei gradini in discesa. La navata maggiore era soffittata con legno di pino, in modo assai bello (navis maior est pulcra sofitata assidibus tedae) e all’esterno ricoperta con piode. La navata più piccola era soffittata con assicelle non ben scompaginate. Dal presbiterio dell’altar maggiore una porticina sulla destra immetteva nella sagrestia che aveva la volta e una finestra. Il presbiterio dell’altar maggiore si presentava bene, perché aveva la volta, era dipinto e aveva un’ancona pulcre aurata. A parte a parte vi erano i sedili e sull’altare il tabernacolo di legno dorato. Ancora presso l’altar maggiore stava un altare dedicato a San Pietro martire. Vi era poi nell’altra navata un altro altare dedicato a San Bernardo: anche questa cappella era dipinta.

Altre immagini del corteo che accompagnò Augusto Gianola in chiesa; nelle pagine seguenti la processione solenne che seguì la prima messa (archivio famiglia Gianola).

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Vi doveva essere in questa chiesa una specie di tribuna su cui saliva la gente per assistere alla messa, essendo la chiesa troppo piccola. Le campane erano collocate sopra il tetto in un arco e le corde pendevano a fianco dell’altare di San Pietro martire. Il cappellano curato era tedesco (cappellanus curatus est alemanus est manu debilis et aliquando patitur tremorem corporis) e soggetto a tremito. C’era nella chiesa di San Pietro un piccolo cimitero destinato ai bambini. All’esterno vi era un altro cimitero sulla destra, il quale era circondato da muro. Il battistero non era ancora costruito, ma gli uomini avevano fatto una promessa a questo riguardo. Per la chiesa di San Pietro il cardinale Federico Borromeo vuole che si eriga un pronao (vestibulum ante ianuam principalem) per compiervi le cerimonie previe al battesimo. C’era però il pericolo che alcuni fedeli si fermassero ad ascoltarvi la messa, i vesperi, la dottrina cristiana. L’arcivescovo proibisce questo. In generale il cardinale Federico loda questa chiesa, bella venusta che abbisognerebbe però di essere dipinta (pias deposcit immagines). La sagrestia è piccola ma non può essere ampliata, così permette che si adoperi il locale dove era il presbiterio dell’antica chiesa. Confortante è la nota - che si trova in La Pieve di Lecco ai tempi di Federico Borromeo - con la quale viene dichiarato che alle chiese di Laorca, cioè quelle dei Santi Pietro e Paolo, di San Giovanni Crisostomo e di Sant’Antonio di Malavedo convengono molti fedeli ma il pro-parroco può confessare solo i suoi e quindi molti sono rimandati. L’arcivescovo ora concede che il pro-parroco confessi tutti, purché abbiano fatto la Pasqua col proprio parroco. L’arcivescovo inoltre raccomanda assai questa chiesa. Passando agli Atti della visita pastorale del cardinale Federico Borromeo (1608), al capitoletto De animibus et populo, cioè le anime e il popolo, si trova che coloro che sono in età di ricevere il sacramento dell’Eucarestia, di ambo i sessi, sono 309; complessivamente gli abitanti

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sono 450. La cura d’anime è facile, perché non vi sono cascinali o frazioni lontane dalla stessa Vicinanza di Laorca. Il visitatore poteva annotare, pensiamo con soddisfazione, che tutti coloro che possono ricevere la sacra Eucaristia hanno soddisfatto il precetto della Chiesa. Non vi è alcun concubinario. Nessun usuraio. Nessun bestemmiatore. Non vi sono meretrici pubbliche. Non vi sono assassini. Non vi sono coniugi tra loro separati o non conviventi. Nessuno che abbia contratto matrimonio in grado proibito dalle leggi. Nessuno è dedito a superstizioni, a venefici o ad arti magiche. Nessuno che si comporti senza riverenza in chiesa. Nessuno che sia solito profanare i giorni festivi con opere servili, con balli, con gazzarre, festini o azioni di genere simile. Non vi sono giocatori di dadi o d’azzardo, ovvero che abusino delle loro case per tali giochi. Osti: Martino Bellavita, Andrea Mazzucconi, Francesco Crotta, Bernardino Cima. Non vi è nessun medico. Nessun chirurgo. Maestro è il viceparroco. Nessun notaio. Uomini adatti a esercitare opere pie: Bernardino Crotta, Andrea Poli, Costantino Mazzucconi, Antonio Nicolini. I padri di famiglia sono 63. I poveri sono 10. Le vedove sono 21. Gli orfani sono 8. L’anagrafe parrocchiale è comunque una miniera per la storia di Laorca, come ha ben sottolineato don Lauro Consonni nel dare alle stampe, nel maggio 2009, il libro Per una storia di Laorca le cui pagine sono ricchissime di informazioni sui sacerdoti coadiutori, i parroci, battesimi, cresime, matrimoni e morti. Quelle pagine hanno la prefazione di Aloisio Bonfanti che, a Laorca dal 1984, ha realizzato il volume A centonove passi dalla chiesa di Laorca. Fede e storia intorno alle Grotte e la prefazione al volume realizzato in occasione del restauro dell’antico organo. Aloisio Bonfanti si è occupato di Laorca anche nel suo libro Vicende di antichi comuni lecchesi che, ripescando curiosità e singolarità dei vecchi municipi, come Laorca, assorbiti nella grande Lecco tra il 1924 e il 1927, ricordava il referendum dei parrocchiani di Laorca, nel 1861. Si votò per decidere

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se dividere o meno, per sesso, la presenza nella chiesa parrocchiale dei fedeli. Passò la divisione che, ricordava lo stesso Bonfanti nel numero di Comunità realizzato nel luglio del 1998 per salutare don Angelo Galbusera che lasciava Laorca dopo quasi trent’anni di ministero sacerdotale, «Laorca in un certo senso conserva ancora, anche se con meno rigide barriere, in quanto entrando nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo le donne vanno a sinistra e gli uomini sulla destra».

metto Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia, pubblicato nel 2002. Prima di citare il quale occorre però rimandare ad altri due numeri di Comunità, il periodico della parrocchia di Laorca: sono il numero 3 (luglio) e il numero 4 (ottobre) del 1982, il primo realizzato per i 350 anni della parrocchia e nel quale l’allora parroco don Angelo Galbusera presenta il resoconto dei lavori eseguiti in chiesa (su progetto dello studio di architettura Cereghini-Melesi), il secondo per la consacrazione del nuovo altare con la creazione del nuovo battistero. Quell’anno vide la presenza a Laorca, il 13 luglio, in occasione della Madonna del Carmine, di don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. Ed eccoci al testo di Giovanna Virgilio. Nel cuore dell’abitato la parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, risalente al XV secolo, ma di origini forse più antiche, si affaccia con il prospetto tardo-ottocentesco a salienti fiancheggiato dal campanile sulla via omonima. Nel 1566 l’edificio presentava una sola navata, il presbiterio con l’altare maggiore abbellito da un perduto polittico a rilievo e tre altari laterali dedicati, rispettivamente, a San Bernardo, a Santa Caterina e a San Pietro Martire. Prima del 1608 la chiesa venne ricostruita con una struttura articolata in tre navate: in capo alla sinistra era ubicato l’altare della Madonna e in capo a quella destra si trovava l’altare di San Pietro Martire che, prima del 1685, fu ridedicato a San Carlo. Nel 1708 fu rilevata la presenza della confraternita della Madonna del Carmelo alla quale si deve presumibilmente la statua della Madonna del Carmelo, già citata nel 1746, tuttora visibile nell’originaria cappella in una nicchia inquadrata da un’elegante cornice marmorea. È stato invece sostituito da un moderno fonte battesimale l’altare di San Carlo nella navata destra, sulla parete della quale sono visibili due tele tardo seicentesche. I dipinti, che raffigurano la Guarigione del cieco nato e la Predica del Battista, mostrano caratteri stilistici assai vicini alle tele nel presbiterio della parroc-

E proprio il riferimento al restauro dell’organo riporta il discorso sulle modificazioni intervenute nella chiesa parrocchiale di Laorca. Relativamente alla quale sia Angelo Borghi in Laorca nel territorio di Lecco che Bruno Bianchi, artefice delle trasformazioni richieste dalle nuove disposizioni in materia di liturgia dopo il Concilio Vaticano II, sono concordi nell’affermare che la chiesa parrocchiale di Laorca conserva nelle sue linee essenziali la struttura già descritta ai primordi del 1600 in occasione della visita pastorale del cardinale Federico Borromeo, e che le modifiche successive sono limitate, tra XVIII e XIX secolo, alla creazione del coro e della sagrestia ottagonale. Il Borghi, in particolare, sottolinea che i mutamenti più consistenti della costruzione appartengono all’Ottocento, «quando lo sviluppo demografico richiedeva ulteriore spazio». E lo spazio fu trovato «con la costruzione della sacristia con l’involto sopra la strada della Foppetta nel 1853; poi la nuova abside del 1867, dietro l’altar maggiore ricostruito nel 1871, mantenendovi però sia due teste di putti barocchi, sia le due nobili formelle che nel marmo scolpiscono i tratti dei santi protettori. Venne in seguito rifatta la sacristia ottagonale, con la caratteristica volta, rendendola un interessante ambiente architettonico». Compiute tali opere si provvide alla decorazione, con il risultato visibile ancora oggi ed efficacemente sintetizzato da Giovanna Virgilio in uno dei capitoli - Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento - del volu-

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La processione della Madonna del Carmine; alle pagine 22 e 23 la processione in occasione della visita del cardinal Schuster (archivio famiglia Gianola).


La facciata della chiesa parrocchiale e la statua della Madonna del Carmelo (archivio Aloisio Bonfanti).

chiale di Introbio, già assegnate al poco noto Carlo Filippo Vignati. Verso metà Ottocento furono avviati lavori di ristrutturazione dell’area absidale, dietro la quale fu edificata la sacrestia ottagonale terminata nel 1878. A questa ristrutturazione seguì il rinnovamento della veste decorativa della chiesa con l’esecuzione di vari affreschi, tra i quali si distinguono i dipinti murali ottocenteschi con la Cacciata dei mercanti dal tempio e con l’Ingresso di Gesù a Gerusalemme di Antonio Sibella, rispettivamente sulla parete sinistra e sulla parete destra del presbiterio, e con il Battesimo di Gesù di Luigi Tagliaferri visibile in una nicchia della navata sinistra presso l’ingresso. Tra gli arredi si segnalano l’altare maggiore marmoreo a tempietto del 1871 e il pulpito di origine presumibilmente barocca e successivamente rimaneggiato con formelle intagliate e dorate, sul pilastro sinistro presso il presbiterio.

I SANTI PATRONI PIETRO E PAOLO E LA MADONNA DEL CARMINE La Chiesa di Roma, sin dai tempi più remoti, unisce tra loro questi due grandi apostoli: Pietro e Paolo. Ne danno testimonianza le più antiche scritte nelle catacombe, i mosaici della vecchia basilica di San Pietro oppure della basilica di Santa Maria Maggiore. La prima testimonianza della festa di Pietro e Paolo, il giorno 29 giugno, l’abbiamo a partire dalla metà del III secolo. Nel IV secolo, essa viene celebrata molto solennemente. Il popolo romano, nonché molti pellegrini si recano in quel giorno alla basilica costruita da Costantino sulla tomba di San Pietro al colle Vaticano. La notte precedente la festa, si faceva la veglia notturna, che veniva conclusa dalla solenne messa mattutina. Dopo la messa nella basilica vaticana, il Papa si recava alla basilica di San Paolo fuori le mura e questa prassi è rimasta fino ai tempi di Adriano

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Si brucia il pallone, simbolo del martirio; gli alpini consegnano la campana a Padre Augusto Gianola per la missione in Amazzonia.

I (+ 795). I suoi successori, per motivi pratici, si recano alla tomba di San Paolo il giorno seguente, il 30 giugno. L’unità della festa rimane così spezzata, benché i festeggiamenti di due giorni assumano grandiosità. In questo giorno di festa ci si radunava ancora nelle catacombe presso la via Appia, nelle vicinanze dell’attuale basilica di San Sebastiano: è qui che durante la persecuzione dell’imperatore Valerio sarebbero stati deposti temporaneamente i corpi dei due apostoli. Le celebrazioni della festa nelle catacombe non durarono a lungo, poiché i sacramentari romani non ne parlano. In Italia e in Africa la solennità dei Santi Pietro e Paolo veniva celebrata secondo il costume romano, invece in Oriente ed in Gallia nel tempo di Natale. Soltanto nel VI secolo tutta la Chiesa accetterà la data romana. Il calendario liturgico aggiornato sopprime la commemorazione di San Paolo il 30 giugno e così vie-

ne ripristinata l’unità originale della festa. Oggi la Chiesa romana celebra una grande festa, il giorno della sua natività. I due grandi apostoli - Pietro e Paolo - posero le sue fondamenta. La festa di oggi, così romana, viene celebrata da tutta la Chiesa, dato che il Vescovo di Roma, successore di San Pietro, è il capo della Chiesa di Cristo sulla terra. Oggi, la Chiesa in modo particolare si rende conto di essere costruita sulle fondamenta degli apostoli e di essere chiamata a trasmettere fedelmente la loro testimonianza a Cristo. Pietro e Paolo ricevettero dal Signore carismi differenti e ciascuno di loro ebbe una missione diversa da compiere. Pietro, per primo, confessò la fede in Cristo; Paolo, invece, ricevette la grazia di penetrarne tutta la profondità. Pietro fonda la prima comunità dei credenti provenienti dal popolo eletto; Paolo, invece, diventa l’apostolo dei pagani. Ebbero carismi diversi, ma tutti e

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due si davano da fare con costanza per costruire la Chiesa di Cristo. Ricordando i santi apostoli, eleviamo le preghiere con la loro intercessione: affinché la Chiesa di Cristo conservi fedelmente l’insegnamento degli apostoli, perseveri nello spezzare il Pane, e affinché tutti i suoi figli abbiano un cuor solo ed un’anima sola. Preghiamo, perché la Chiesa perseveri nella fede di Pietro e perché sia animata dallo spirito missionario di Paolo.

pazione almeno di un paio di secoli sulla proclamazione del dogma del concepimento verginale di Maria, che è dell’8 dicembre 1854. Ma altri segni mariani esistono a Laorca: il parroco don Angelo Galbusera mi ha segnalato ancora la Madonna della Provvidenza, un quadro molto bello nella chiesetta di Malavedo, di origine cinquecentesca, che è oggetto di festeggiamenti annuali, e la Grotta di Lourdes, sopra il cimitero, un ex voto costruito nel 1912 per il ritorno dei soldati del paese dalla guerra di Libia. La gente è sempre devotissima a questa Vergine, come del resto - parole dello stesso parroco - a tutte le realtà che, nel quartiere lecchese, sono legate alla Madonna».

A Laorca, ogni anno si porta trionfalmente, per i viottoli dell’antico nucleo aggrappato al monte, il simulacro della Madonna del Carmine, scolpito nel legno in Val Gardena. Titolari della parrocchiale sono gli apostoli Pietro e Paolo, in onore dei quali si brucia il pallone simbolo del martirio, ma la vera festa patronale si celebra nella terza domenica di luglio, in onore della Vergine dello scapolare, con grandissima solennità. Non sono poi così lontani nel tempo gli anni della processione con i fedeli che scendevano in lunga fila per i prati, dietro la venerata effigie. Avvenne così anche nelle grandiose celebrazioni per l’Anno Mariano proposto da Giovanni Paolo secondo, Pontefice sommo, ai fedeli di tutto il mondo fra la Pentecoste del 1987 e l’Assunta del 1988. Dino Brivio, che ritroveremo anche in altre pagine di questo libro, fece in quell’anno straordinario, alle comunità del territorio lecchese, un duplice dono: i due volumi Segni della pietà mariana della serie Itinerari lecchesi, nel secondo dei quali è questo riferimento alla celebrazione mariana di Laorca. «A Laorca, preceduta dalle note squillanti della banda, la Vergine, che si erge su spalle robuste e devote, fa l’ingresso nella raccolta piazzetta della parrocchiale, dominata dalla colonna dei morti della peste. La vecchia statua della Madonna del Carmine ha trovato pia dimora nell’antica chiesa di San Giovanni Battista al cimitero, dove durante recenti lavori di restauro conservativo sono stati riportati alla luce un affresco della Visitazione e la scritta Tota pulchra es, Maria, particolare interessante perché inneggia all’Immacolata con un’antici-

Nel Liber Chronicus della parrocchia si trovano, in tempi diversi, numerosi riferimenti alla festa della Beata Vergine del Carmine che, si legge, «vien celebrata la terza domenica di luglio, e fatta precedere da un triduo di Benedizione, durante il quale, ma solo per circostanze straordinarie, si tiene un corso di predicazione preparatoria. In quel giorno si fanno le iscrizioni alla Confraternita del Carmine, e sono molti i forestieri che si tengono onorati di poter ricevere e portare lo scapolare del Carmelo. Questa solennità, coincidendo con avvenimenti d’importanza per la vita parrocchiale, vien chiamata festa intera, e, allora, la processione che si fa con la Reliquia di Maria, s’allunga sino all’abitato di Malavedo, oppure vien solennemente portato, per le vie di tutta la parrocchia, il simulacro di Maria». Sempre dal Chronicus apprendiamo che una seconda data solenne per le onoranze a Maria era, in tempi passati, anche il lunedì dopo la festa del Carmine. Era come una continuazione della festa del giorno antecedente; e se, per un caso qualunque, non era stato possibile fare la processione nel giorno proprio della festa, la si faceva al lunedì. «Ora, al lunedì il popolo si raccoglie nella chiesa del cimitero ad assistere alla messa cantata, dinanzi all’antico simulacro della Madonna del Carmine, veneratissimo dai fedeli, e portato lassù quando

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l’autorità religiosa aveva ordinato che fosse sostituito da un altro perfettamente liturgico. Da qualche anno s’usa tenere il panegirico della Beata Vergine». In data 22 luglio 1935 si legge nel Chronicus: «Seconda festa del Carmine. La messa delle ore 9 vien celebrata nell’oratorio di San Giovanni Battista al cimitero, dinanzi all’antico simulacro della Madonna del Carmelo. A sera di questa seconda giornata semifestiva, i parrocchiani dispongono laute cene sull’erba dei prati e sotto gli alberi delle alture circostanti, e le gustano, in compagnia di famigliari ed amici. Fino a mezzanotte poi, se il cielo è bello, suono di strumenti musicali e canti d’ogni genere e d’ogni tempo». Sul primo numero del 1992 di Comunità, il periodico della parrocchia di Laorca, si trovano tante altre notizie e curiosità relative alla festa della Beata Vergine del Carmine. «Nella festa del Carmine veniva fatto lo sparo di mortai, mentre la processione passava sui prati della località Ravalle. Il clero sostava all’altare portatile alzato nel centro della conca prativa, e sulla collinetta di fronte, dove in antecedenza i mortai erano stati piazzati in lunga fila, si dava fuoco alla miccia che faceva sussultare, producendo un rimbombo che pareva di tuono, e che pareva prolungarsi all’infinito per gli echi immensi e lontani destati, centinaia di pezzi d’acciaio, estasiando i presenti, che erano sempre numerosissimi, particolarmente fra forestieri, e che, dislocati ovunque sui vari ripiani della grande conca, parevano mastodontici grappoli d’uva multicolore. Dal 1927 gli spari, che il linguaggio popolare chiamava la salva, sono cessati». L’usanza venne ripresa nel 1947, come troviamo annotato nel Chronicus in data 20 luglio: «Sul prato di Ravalle si sparò, al comparir del simulacro della Beata Vergine del Carmelo, la cosidetta salva che da tempo non si sparava più». Faceva parte delle onoranze alla Madonna del Carmine anche l’albero della cuccagna. Veniva piantato sulla piazza della chiesa qualche giorno prima della sagra e, la sera della fe-

sta, giovani arditi tentavano, presente tutta la popolazione, di guadagnarne la cima e quanto sulla cima era stato posto come premio al vincitore. Questa usanza di piantare un alto abete nel giorno della sagra parrocchiale era comune a tutti i paesi del territorio di Lecco. Anzi, era una gara a chi piantasse l’abete più alto, che rimaneva poi issato sino a che altri paesi ne avessero trovato un altro più alto. Allora l’albero vinto veniva abbattuto. Capitava così che in qualche parrocchia l’albero restasse ritto per vari anni a gloria di chi ve l’aveva eretto, e a disonore delle parrocchie limitrofe. Quelli di Laorca, nel 1902, ne piantarono uno, sulla piazzetta della loro chiesa, alto quasi 29 metri, della circonferenza di un metro e 20 centimetri, e del peso approssimativo di 12 quintali. Erano andati a prenderlo 17 giovanotti robusti, ad Ornica, nelle valli bergamasche, e l’avevano portato in parrocchia a forza di braccia, attraverso vallate, burroni e precipizi, passando per i Piani di Bobbio sopra Barzio, con una fatica durata tre giorni interi. E quando si trattò di portarlo sulla piazza della chiesa, fu un vero problema di equilibri, di sollevamenti, risolto poi da grandi quantità di grosse corde dal campanile e da case vicine e lontane. Una fotografia di quanti avevano partecipato alla faticosa impresa venne appesa, come ex voto, sotto il portico dell’ossario al cimitero. Ma la fatica dovette essere stata davvero troppa visto che l’usanza di piantare il peghee cessò definitivamente dopo quel 1902. Nel 1975 il recupero della festa patronale. Sempre dal Chronicus: «Intendiamo dare inizio quest’anno, per rendere sempre più partecipata la festa della terza domenica di luglio, a celebrazioni di feste anniversarie di tutti i sacerdoti usciti dalla nostra comunità parrocchiale ed ancora esistenti». E ancora: «La festa di quest’anno ha avuto un aspetto particolare, che magari a qualcuno ha ricordato le feste di alcuni anni fa. La proposta di una festa diversa è nata dal desiderio di recuperare un’esperienza di unità che nel nostro paese è andata perdendosi. In uno dei volantini diffusi nella no-

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stra parrocchia in questa occasione si diceva: il 20 luglio faremo l’esperienza di una festa popolare. Non un tuffo nel passato, nella tradizione ormai improponibile così com’è, ma un riferimento, un far memoria di ciò che eravamo e di ciò che oggi siamo». L’anno successivo, in data 18 luglio 1976, leggiamo ancora sul Chronicus: «Questo momento di festa nasceva dalla riscoperta da parte dei cristiani della propria identità, e del valore e del significato del proprio cristianesimo, e voleva essere un recupero della tradizione cristiana che ci sta alle spalle, che ci ha generati e dentro la quale continuiamo a vivere. Questa festa ha voluto essere un momento che esprimeva il desiderio di ricostruire l’unità tra i cristiani, la riscoperta del cristianesimo come fatto sociale, il desiderio di ritornare ad essere un popolo. Il suo significato era di creare uno spazio di socialità nuova, un momento di incontro tra le persone, un’occasione in cui ci si accorge dell’altro, ci si conosce, si iniziano o si recuperano dei rapporti». Questo desiderio di unità, di esprimere il vero volto - quello di un popolo in cammino dentro il mondo come testimoniano le presentazioni della festa della terza di luglio che ogni anno, puntualmente, Aloisio Bonfanti, che è diventato uno di Laorca, fa sui giornali lecchesi è ciò che ha spinto a continuare questa festa in tutti questi anni e ciò che spinge a riproporla ancora, come un momento che comunque non è un gesto isolato, ma è qualcosa che continua nel quotidiano, perché il recupero dell’identità e della storia è qualcosa che si esprime nella vita di tutti i giorni.

lo del suo intervento in quella occasione, incentrato sul lasciarsi conquistare da Cristo. Espressione, quest’ultima, che si ritrova nelle parole pronunciate da Papa Benedetto XVI il 19 giugno 2009 nella basilica vaticana, nei Vesperi della solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù che hanno segnato l’apertura dell’anno sacerdotale in cui queste pagine vedono la luce. E proprio in riferimento a questo straordinario anno giubilare dei sacerdoti, mi è caro in queste pagine ricordarne alcuni. Cominciando proprio da Laorca. Un notissimo inviato speciale, forse il più noto d’Italia; una trasmissione televisiva di grande ascolto; una troupe Rai in Amazzonia. E, dall’altra parte, il personaggio: questa volta un missionario, da indagare senza pudori ed oltre il copione, fino a saggiare nel profondo la sua fede sincera. È padre Augusto Gianola, missionario del Pime (Pontificio istituto missioni estere) in Amazzonia. Sessant’anni, lecchese, già scalatore audace e poi prete amatissimo d’oratorio, padre Augusto è in Brasile dal 1963. È andato alla ricerca di tribù sconosciute, ha fondato comunità tra i caboclos (gli indios ormai in contatto da generazioni con la civiltà dei bianchi), ha tracciato piste per aeroporti di fortuna, è stato con i lebbrosi ed ha fondato e diretto una rivoluzionaria scuola agricola. Ma soprattutto Augusto Gianola non ha mai cessato, alla sua maniera, di cercare Dio, nella solitudine della foresta o scendendo in canoa l’immenso Rio delle Amazzoni. L’intervista a Enzo Biagi, in piena foresta amazzonica, venne realizzata nel 1989. L’anno dopo, il 24 luglio 1990, Augusto Gianola moriva nel rione lecchese di Malavedo, dov’era nato il 5 novembre 1930. E quando, nel 1994, Piero Gheddo scrive le 330 pagine di Dio viene sul fiume. Augusto Gianola missionario in Amazzonia: una tormentata ricerca di santità, sarà lo stesso Bia-

PADRE AUGUSTO GIANOLA DIO VIENE SUL FIUME Ho ricordato la presenza di don Luigi Giussani a Laorca in occasione della festa della Madonna del Carmine del 1982. Il frutto della Chiesa è una umanità nuova, il possibile tito-

Il cardinale Carlo Maria Martini consacra il nuovo altare della parrocchiale nel 1982; sotto la facciata della chiesa.

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gi a scrivere la prefazione, confessando: «Ho conosciuto un prete felice». Aggiungendo: «Si chiamava Augusto Gianola. L’ho incontrato in Amazzonia: viveva tra gli indios. Ho ancora negli occhi un’immagine: Padre Augusto abbraccia una vecchietta, che ride, e la fa ruotare in un allegro girotondo. Parlammo su una barchetta e fu quasi una confessione anche per me. Parlammo di Dio, che non è facile trovarlo, della tentazione comunista e anche del desiderio della donna: nella solitudine della sua capanna, qualche volta avrà pensato anche alla dolcezza di una compagna: il Signore non ha inventato Eva per caso. Era in pace con sé e con gli altri. La lebbra lo aveva colpito, ma la accettava con rassegnazione. Non pensava neppure di ritornare: in lui si era spenta anche la nostalgia. Viveva con quella strana gente che da lui imparava a dissodare la terra, a seminarla, ad amarsi, a vivere: aveva inventato per loro un mondo possibile e aveva saputo vincere in sé la paura, non solo del giaguaro e dei serpenti, delle scimmie e delle lontre che riempivano le notti coi loro urli, ma si era liberato anche di ogni lusinga. Era un uomo alto, forte e bello: nei suoi occhi generosi e nel sorriso innocente c’era una scintilla di eternità». Un cantore delle bellezze del creato, un ammiratore acuto. Ha amato il suo lago, soprattutto i suoi monti, la sua più grande passione. Ne ha scalato le vette, con ardimento. I Ragni della Grignetta gli furono amici cari. Poi, dopo l’ordinazione sacerdotale nel Duomo di Milano da parte del cardinale Schuster e la prima messa celebrata a Laorca il 29 giugno 1953, ha trascorso buona parte dei suoi dieci anni di sacerdote diocesano a Locate Varesino. Quindi la scelta missionaria del Pime per la quale Augusto Gianola ha lasciato tutto. Ha raggiunto l’Amazzonia. Non vi ha trovato nessuna montagna, nessuna vetta, nemmeno una piccola collina. Ma il suo cuore generoso si è appassionato per quei fiumi immensi, per il grande fiume, per quei laghi senza numero, per tut-

ta quell’acqua che corre. Si è appassionato per l’immensa foresta, la foresta dei grandi misteri e del grande richiamo. Ne ha accettato la sfida. Con l’audacia di uno scalatore e l’istinto di un nativo ha incominciato a conoscerla e a farsi amico. Sapeva entrare nella foresta ed uscirne, sapeva orientarsi in essa, aprire nuovi sentieri. È arrivato a fare della foresta la sua dimora, la sua casa amata. E il fiume, l’altro grande polo d’attrazione. Navigatore solitario, con la sua piccola canoa ha vissuto esperienze esaltanti. La sua avventura più incredibile fu la discesa solitaria del Rio delle Amazzoni da Urucarà a Macapà sulle foci del fiume: qualcosa come duemila e più chilometri. Oltre la natura, Augusto ha amato le persone, la sua gente. Lui stesso lo affermava in una risposta a Enzo Biagi: «A Parintins ho visto che c’erano le foreste, i fiumi, e soprattutto questa gente che mi piaceva tanto da farmi incarnare in questa terra». La sua biografia - Dio viene sul fiume - tratta dalle lettere e dal diario, racconta come Augusto ha vissuto l’avventura missionaria: l’isolamento nella foresta per un’appassionata ricerca di Dio, la fondazione di colonie agricole lungo il Rio delle Amazzoni, la lotta contro fazendeiros e commercianti che opprimono i caboclos, la formazione cristiana di un popolo disperso che sta diventando comunità cristiana. Padre Augusto Gianola è stato un personaggio di straordinaria levatura, dotato di grande coraggio e senso dell’avventura, e con la sua testimonianza cristiana e il suo amore per la gente ha lasciato un indelebile ricordo in chi lo ha conosciuto. Fu anche uno scrittore di talento e ha lasciato un ricco epistolario di cui sempre padre Piero Gheddo ha pubblicato una significativa selezione nel volume Augusto Gianola. In missione per cercare Dio. Lettere dal Brasile. Si tratta di una vera e propria autobiografia, dalla quale traspare l’itinerario di un’anima grande, un itinerario a volte travagliato, ma sempre rivolto alla ricerca dell’amore di Dio.

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Il campanile della parrocchiale, la Via Crucis e la chiesa di San Giovanni Battista.


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CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA

Sotto le grotte di Laorca l’antica chiesetta di San Giovanni - «quale non si sa bene ancora», annotava Dino Brivio nel suo Montagna facile - veglia sui morti. Sulla chiesa e la grotta di San Giovanni Battista (tale è la dedicazione contenuta nella Guida della Diocesi di Milano annualmente pubblicata dal Centro Ambrosiano) a Laorca, Arsenio Mastalli (in Incontro Lariano, 12-13 agosto 1960) ci ha lasciato questo prezioso quanto gustoso medaglione.

stolario Federiciano. Rileggiamo insieme i manoscritti redatti in un dialetto vestito alla latina e annotiamo i punti di maggior interesse per la breve monografia che stiamo scrivendo. Anno 1566: San Carlo che è in visita pastorale a Laorca, trova la chiesa di San Giovanni Bocca d’oro molto bella e sufficientemente ornata. Dalla cassetta delle elemosine estrae Libbre 100 imperiali e dà ordine che «la grossa somma» venga utilizzata nei restauri dell’Oratorio e per le celebrazioni di alcune messe. Anno 1573: un foglio dilavato ci fa conoscere il cappellano di San Giovanni Crisostomo et curator de La Orcha. È il prete «Bernardin Caravatto filiollo de Francesco deto Sebastian qual è becharo in Varexe et fa le scharpe. La matre Luzia è tesitrice qual però, per la vechieza, non fa l’arte. È ivi mandatto da ill.mo et rev. mo Mons. Carolo Boromeo cardinale, non patisse diffeto ne la lui persona, insegna ali filiolli et studia casi di conscentia, ha asai fondamento de gramatica et è di età de ani trentanove». Anno 1589: il 7 luglio giunge a Laorca l’arcivescovo Gaspare Visconti. Nell’Oratorio di San Giovanni vede la parete in cornu evangelii inzuppata d’acqua per lo stillicidio continuo proveniente dal monte cui aderisce e impone di deviare il gocciolamento per impedire maggiori danni all’edificio. L’arcivescovo deve aver contato scrupolosamente i passi fatti per giungere alla chiesetta perché nella relazione

L’oratorio chiamato col nome del Santo Precursore, sino a tutto il XVII secolo si diceva dedicato a San Giovanni Crisostomo. Infatti i documenti dell’epoca sono concordi nel dire che San Giovanni bocca d’oro fosse il titolare della chiesetta addossata al monte adorno di pittoresche stalattiti e di pensili festoni di edera e muschio, turbato solo dal murmure lieve delle stille d’acqua che si staccano come lagrime dalle concrezioni calcaree cristallizzate. Questo oratorio esisteva già nel 1285 allorché Goffredo da Bussero scrisse l’interessante Liber Notitiae Sanctorum Mediolani in cui si legge Lauorcha, ecclesia sancti Iohannis fra gli edifici sacri esistenti allora in plebe leuco. Le prime notizie documentate sulla vetusta chiesuola risalgono alla seconda metà del XVI secolo e ci sono tramandate da preziose carte che si conservano in Curia Arcivescovile di Milano e presso la Biblioteca Ambrosiana, nell’Epi-

La chiesa di San Giovanni alle Grotte (archivio Aloisio Bonfanti).

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a questa visita è detto: «San Giovanni Bocca d’Oro dista dai Santi Pietro e Paolo passi centonove e mezzo». Il presule dice inoltre «che l’Oratorio non è consacrato, ha due porte e due finestre e, nella facciata, un occhio». Conta tre altari: il maggiore a cui si ascende con quattro gradini, due di sasso e due di legno tarlato, non ha l’ancona, ma sul muro cui aderisce sono dipinte le immagini della Beata Vergine e dei Santi Giovanni Battista e Caterina; l’altare di San Giovanni Eremita posto in cappella ricca di affreschi rappresentanti la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, San Giovanni Crisostomo e l’apostolo San Pietro; l’altare di Santa Caterina che si trova all’ingresso della chiesa. In quell’anno è cappellano il prete Serafino de Dutis dell’Ordine di San Domenico. Anno 1603: sosta all’Oratorio di San Giovanni monsignor Cipolla, canonico ordinario della Metropolitana, il quale trova nella bussola Libbre 189 e soldi 11 imperiali che consegna «ali messeri Andrea et Antonio Mazzucon, fratelli, sindaci de la Comunità de La Orcha et custodi dele limosine». Anno 1608: questa volta è il cardinale Federico Borromeo che si è arrampicato sin lassù et è molto sudato e stanco. Ispeziona la chiesa, osserva fissamente le ragnatele che pendono dal soffitto, trova polvere dappertutto, cerca il chiodo su cui appendere il berretto del sacerdote celebrante che non trova conficcato in nessun punto dell’altare e, infine, fra i tanti decreti, ne emette uno del seguente tenore: «La corda della campana posta sul pilastro che sta in cima alla facciata, pende proprio in mezzo alla porta maggiore recando disturbo ai fedeli. Ciò non è conveniente e deve essere tolta entro breve tempo». Il cappellano riferisce all’arcivescovo che ogni anno, in giugno, il prevosto di Lecco, assistito dall’intero Capitolo della Prepositurale, celebra messa solenne nella chiesa di San Giovanni Bocca d’Oro. Poco lontano da detto Oratorio c’è una grotta che sicuramente è fra le più belle del-

la Lombardia. È un vasto antro che si dirama in altre cavità cieche tutte ingemmate di materie cristallizzate. Il popolo, pieno di fede, sino a tre secoli fa e forse anche meno tardi, ha sempre creduto che in questa caverna abbia soggiornato e sia morto il Santo Precursore e che ivi si custodisse il suo prezioso corpo. Che ci dicono in proposito i documenti che stiamo compulsando? Sentiamoli. San Carlo, nel 1566, dice che la chiesa di San Giovanni «è fabbricata sul monte ove si assicura che giaccia il corpo di San Giovanni Eremita verso il quale i fedeli hanno grande divozione». Il vicario foraneo di Lecco, nel 1569, riferisce in curia «che il sepolcro col corpo di San Giovanni è fuori chiesa, a sinistra, in una grotta del monte». Non trovando documenti probatori al riguardo, il vicario scrive: «In loco si è certi che la caverna sbocchi nel territorio di Mandello dove, di sicuro, esiste un libro con le memorie del Santo». Indagando poi sul miracolo che Grato de Pisa, residente in Lecco, ha ottenuto per intercessione del Precursore, va in casa del fortunato dal quale ha questa dichiarazione: «Io menai mia fiola Lucretia, già quatro anni, a cavallo, a deta giesia, abandonata da li medici, ammalata de febre longho tempo et de fluxo de orina, al che non se posseva mover et fata l’oratione in giesia, essa che prima non possea andar, si partì da essa giesia a piedi et più non li venne male alquno et restò sanatta». L’arcivescovo Visconti, nel 1589, conferma «che fuori chiesa c’è una caverna nella quale si dice trovasi il corpo di San Giovanni». Don Stefano Bossio, prevosto di Lecco, è l’estensore della seguente nota, consegnata al vicario generale della Diocesi di Milano, nel 1596: «Vicino alla chiesa di San Giovanni Bocca d’Oro, alla sommità di Laorca, si dice che si trova il corpo di San Giovanni Eremita, la cui festa cade in giugno ed al cui antro accorrono molti devoti provenienti non solo dal territorio ma anche da paesi lontani. Le persone graziate per intercessione del Santo sono parecchie». Monsignor Cipolla, il 13 marzo 1603, anno-

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Davanti alla chiesa di San Giovanni alle Grotte (archivio Aloisio Bonfanti).


ta così nella sua relazione: «… come è già stato detto nel documento del 1586, in un antro a settentrione, si dice che giaccia il corpo di San Giovanni Eremita». Infine, nel 1608, il cardinale Federico Borromeo fa scrivere dal cancelliere al suo seguito: «Si assicura che in una caverna vicina alla chiesa, si trovi il corpo di San Giovanni Eremita e che sia grande il concorso di devoti a favore dei quali il Precursore abbia ottenuto due guarigioni strepitose». Con tanti «si dice» ripetuti anche da presuli che non hanno mai smentito l’esistenza nella grotta di Laorca del corpo del Santo che Erode fece decapitare nella prigione di Macheronte in Palestina, noi, dalla fede languida, che cosa dobbiamo credere?

un San Giovanni eremita che sarebbe stato sepolto in una grotta presso la medesima chiesa e che era molto venerato («ad hanc ecclesiam frequens con cursus devotorum adest ut ex votorum qualitate, et elemosinarum quantitate apparet»). Di quest’altro Giovanni, che potrebbe essere alla fine il vero titolare della vetusta chiesetta, non si hanno però informazioni dirette («non apparet in ea ecclesia aliqua scriptura neque memoria de suprascripto sancto Johanne»). Sempre lì vicino Laorca presenta - ecco quanto scrive il Pozzi nella Guida alle Prealpi di Lecco - «le sue grotte stupende e famose per le belle stalattiti e stalagmiti, ed una antica edera che scende come enorme colonna libera in sul precipizio. Nelle caverne di Laorca, aggiunge, furono trovate ossa dell’orso speleo». La fama aveva raggiunto anche l’Amoretti che consigliava: «A Laorca il curioso andrà a vedere la bellissima grotta, nella quale belle stalattiti e stalagmiti presentano de’ vaghi fenomeni». Più prodigo di notizie è però l’Apostolo che racconta: «Sopra tutti i paeselli della Vallata gode Laorca una speciale rinomanza pella grotta che corona le ripide sue campagne e che è sicuramente la più bella che mai veggasi nei monti di Lombardia. È dessa una vasta cavità che i secoli adornarono di enormi e pittoreschi stallattiti e di pensili festoni di edera e di muschio, e la mano dell’uomo adombrò col piantarvi dei cipressi e degli ippocastani, ed ornò di una chiesetta, di un ossario e di cappelle. La grotta si dirama poi in altre cavità cieche, tutte ingemmate di materie cristallizzate che ripercuotono una luce, abbagliante e bizzarra. Da questo orrido si vagheggiano le sottoposte balze, i torrenti, il lago, le ville tutte del territorio, i colli briantei; ma nessun rumore giunge sino a quella solitudine, ove solo si intende il lieve mormore delle gocciole d’acqua che perpetuamente ed a tempo isocrono stillano dalle estremità delle stallattiti. Un bell’ingegno lombardo dedicò a questa grotta una graziosa novella, che circola manoscritta fra i terrieri». Se non basta a far desiderare una visita in

Sono andato a cercare la risposta tra le pagine di Montagna facile, primo degli Itinerari lecchesi di Dino Brivio che si occupa anche dell’antica chiesetta sotto le grotte di Laorca nel capitolo Laorca per Calolden. Ma anche Dino Brivio, ed è stato ricordato nelle primissime righe di questo capitoletto, parlando di chi veglia sui morti fa riferimento a San Giovanni, specificando: quale non si sa bene ancora. Ma le sue pagine, pur senza risolvere la vexata quaestio, restano imprescindibili per chiunque voglia inoltrarsi in questa esplorazione. Eccole. Sempre dal sagrato di Laorca, prendendo per la strada del cimitero si può, tenendo poi il sentiero basso, raggiungere un rifugio in splendida posizione, nei pressi dell’attacco del Medale, oppure entrare nella fascia che sta sopra il camposanto. Qui troviamo anzitutto un antico oratorio, dedicato a un Giovanni non bene identificato. Il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, dei primi del Trecento, assegna a Laorca ecclesia sancti iohannis baptiste, mentre negli Atti delle visite di San Carlo e di Federico Borromeo si descrive ecclesia sancti Ioannis oris aurei cioè bocca d’oro, in greco Giovanni Crisostomo. Però negli stessi si fa esplicito riferimento a

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quel luogo, sentiamo infine Davide Bortolotti (Viaggio ai tre laghi, del 1825): «Sopra Lecco un qualche miglio è Laorca, ove havvi una bella grotta, piena di stalattiti e di stalagmiti. Il tempio che sorge vicino a quella grotta, e lo spazio avanti il tempio sono dominati dal labbro sporgente in fuora di una rupe, tutta incrostata di que’ prodotti dall’acqua filtrante a traverso del sasso. La religione ha consacrato un luogo sì importante allo studioso della natura; e raccontasi che in quegli antri vivesse un santo romito, e l’acqua che sgorga da quella fonte è tenuta mirabile a far prosperare i filugelli, più che non i metodi suggeriti dal Dandolo e dal Fagnani; cotanto la credulità ha posto queste meravigliose spelonche in onore». Racconta poi lo stesso Bortolotti che «le stalattiti di Laorca, facilmente trasportate a Lecco, e di là per l’Adda e il naviglio distribuite in tutta la pianura lombarda, servono opportunissimamente a formare quelle grotte artificiali di che sogliono adornarsi i giardini detti all’inglese. È danno che l’ignoranza degli artefici capovolga per lo più spesso i pezzi migliori, e non gli accordi sagacemente tra loro, imitando l’ordine con che natura li dispone nelle naturali caverne, onde vedi ire a male un lavoro che, sapientemente eseguito, potrebbe ne’ giardini de’ privati imitare la magnificenza dei re». Capito in che cosa anche commerciavano i nostri avi?

to un intervento di deumidificazione su tutte le murature perimetrali con particolare riguardo alla zona absidale interessata da una pregevole decorazione a stucco del 1600. Con l’intervento della Soprintendenza ai beni artistici e storici di Milano, nel 1985 sono iniziati i lavori degli stucchi e nelle restanti pareti. Si sono così individuate tracce di affreschi sulla parete ad est e al di sotto delle decorazioni a stucco che sono state lasciate in forma di documentazione. Contemporaneamente a questo intervento e principalmente a seguito dei lavori di deumidificazione eseguiti secondo le modalità specificate nell’autorizzazione avuta dalla Soprintendenza ai beni architettonici di Milano, sono stati rimossi i tre altari ottocenteschi in marmo che completavano la parte inferiore degli stucchi, sostituiti con un basamento in muratura. Le forme semplici delle murature, completate superiormente da una mensola sagomata in pietra molera come i capitelli nelle arcate e il materiale nelle balaustre esistenti, hanno caratterizzato l’intervento teso essenzialmente a ricomporre lo spazio del presbiterio in modo semplice e meno contrastante con le decorazioni a stucco. In sostanza, la scelta è stata quella di privilegiare visivamente gli stucchi su tutto il resto. E, assieme a questo, ricostruire una unità degli altri elementi strutturali, murature e pavimenti, compresa la nuova mensa, costituita da una base in pietra molera, un corpo in muratura intonacato ed un piano sagomato in pietra molera. Come si presenta oggi la chiesa di San Giovanni alle Grotte lo sintetizza con la consueta efficacia Giovanna Virgilio nel relativo capitoletto degli Itinerari lecchesi. Poco sopra la parrocchiale, in una caratteristica posizione a ridosso della parete rocciosa del monte si trova la chiesa di San Giovanni Battista, con la facciata a capanna parzialmente nascosta dalle ultime cappelle della Via Crucis che circondano il sottostante cimitero. In essa è incorporato un ossario di origine seicentesca ubicato a sinistra, presso l’ingresso. La chiesa, generalmente citata nelle relazioni delle visite pastorali dal Cinquecento al Set-

I LAVORI DI RESTAURO L’intervento di restauro della chiesa di San Giovanni al cimitero di Laorca si è sviluppato dal 1982 in diverse fasi al fine di riportare l’edificio nella condizione migliore d’uso e di conservazione. Sono particolarmente grato all’architetto Giorgio Melesi che mi ha fornito queste note. Sono stati eseguiti i lavori di rifacimento del manto di copertura, sostituzione delle lattonerie e conseguente ripristino dell’assito e dell’impermeabilizzazione sull’orditura del tetto. Successivamente, in relazione alla particolare collocazione dell’edificio, è stato effettua-

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tecento con l’intitolazione a San Giovanni Crisostomo, godeva già nel 1566 di grande devozione ed era assai frequentata dalla popolazione locale per il fatto che in una grotta nei pressi era stato seppellito un eremita di nome Giovanni morto in odore di santità. A quel tempo era dotata di due altari laterali dedicati alla Nascita della Madonna e a Santa Caterina d’Alessandria. Nel 1603 presentava la struttura a navata unica scandita da archi traversi e presbiterio semicircolare, sostanzialmente conservata fino ai nostri giorni. Nel corso del XVII secolo ricevette un intervento di ristrutturazione e fu interessata da una campagna ornamentale che profuse nell’abside e sull’arco trionfale un fastoso apparato decorativo datato 1638 e caratterizzato da stucchi, vicini alla decorazione plastica dei Retti nel Santuario della Beata Vergine del Fiume a Mandello, e da affreschi. Di questi ultimi è visibile una lacunosa Visitazione sulla parete sinistra del presbiterio, mentre sul pilastro sinistro dell’arco trionfale è dipinta la Nascita di San Giovanni Battista, di fattura tardo seicentesca, che richiama dal punto di vista compositivo e stilistico la tela con la Nascita della Vergine nella chiesa valsassinese di Santa Maria Nascente a Maggio. L’ornamentazione plastica, inoltre, comprende due statue a tutto tondo sull’arco trionfale che raffigurano San Giovanni Battista, alla sommità, e Santa Caterina d’Alessandria sul pilastro destro. Sulla parete destra della navata si intravedono, invece, lacerti di affreschi datati 1578. Nel 1746 la chiesa divenne luogo di ritrovo della Confraternita della Madonna del Carmelo, la statua della quale fu collocata nel 1917 nella nicchia della parete absidale.

tero all’antichissima chiesetta di San Giovanni. Aloisio Bonfanti vi ha dedicato le documentate pagine di A centonove passi dalla chiesa di Laorca. Fede e storia intorno alle Grotte che, già ricordate in altra parte di questo capitolo dedicato a Laorca, evocano tanti ricordi. Da quelli dell’abate e geologo Antonio Stoppani, alle grotte che ancora oggi producono l’acqua santa dei bachi da seta, che fino agli anni precedenti la seconda guerra mondiale portava tutti gli anni a Laorca, a primavera avanzata, gli allevatori della Brianza. Cercavano l’acqua del Beato Giobbe, ritenuta propiziatoria per una annata favorevole alla bachicoltura. Ma l’acqua dei bachi non è l’unica ad essere ritenuta propiziatoria tra quelle della Grotta. C’è anche quella raccolta da un calice in pietra: la tradizione vuole che sia utile a proteggere la vista e a far camminare i piccoli. La Via Crucis del 1770, ricorda Aloisio Bonfanti nelle sue pagine, completa questo processo devozionale e lo integra con la sua presenza, sottolineata anche da diverse edizioni. L’ultima, presentata nella processione al cimitero nella ricorrenza liturgica di tutti i Santi, l’1 novembre 1989, anche se inaugurata la Domenica delle palme, l’8 aprile 1990, realizzata dal pittore Paulo Gerosa, lecchese di Laorca, che vi ha lavorato per anni aggiungendo anche la quindicesima stazione, quella della Resurrezione. La precedente, che risaliva al 1919, era opera del valsassinese Luigi Tagliaferri di Pagnona. Le più volte citate pagine di Bonfanti riportano la seguente testimonianza di Paulo Gerosa: «Sono sempre stato affascinato in modo particolare dal grande tema della religiosità cercandolo da uomo e pensandolo da pittore, per cui quando si sono presentati l’occasione e lo spazio magnifico in cui poterlo esprimere ne sono stato subito entusiasta accettando l’incarico del racconto di un periodo il più completo della storia. Il mio pensiero era quello di rappresentare ogni singolo momento rendendolo semplice, leggibile e possibilmente suggeritore di eventuali personali momentanee varianti da quella che in effetti è poi la vera traccia ri-

LA VIA CRUCIS Proprio dove terminano le case del vecchio nucleo, appare la prima stazione della Via Crucis, risalente nella sua originaria collocazione al 1770. Un cammino di storia, di fede, di arte, di devozione popolare, che si articola dal cimi-

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La chiesa di San Giovanni alle Grotte dopo gli ultimi restauri; nelle pagine seguenti due “stazioni� della Via Crucis di Paulo Gerosa.


saputa. Vale a dire, per esempio, che nelle cadute il soldato o uomo aiuta il Cristo a rialzarsi oppure cerca di rincarare la dose? Nell’incontro con le pie donne esse piangono effettivamente sulla situazione del Cristo o per la egoistica futura paura della loro sorte appena proferitagli dal Cristo? Il pensare doveva essere, nel mio intento, un atto di fede. Sfuggendo poi da particolari di paesaggi, precisazioni di vestiari ed accessori, ho voluto le figure lavate da quella caricaturale abituale sofferenza, cercandole più umane, appoggiandomi sul pensiero del Cristo uomo. Da queste considerazioni dovevo passare però alla realizzazione ed abbandonare dubbi, timori, paure e pudori e sposa-

re una buona dose di incoscienza, e iniziare. Le lastre di supporto sono in fibracemento ed i colori acrilici, il tutto garantito contro la particolarità dell’ubicazione. Ho iniziato nel maggio dell’85 ed ho terminato nel novembre del 1989, quando le lastre sono state messe in opera. Spero solo di non essere stato prepotente nell’avere posto il mio lavoro in quel magnifico luogo che è il cimitero di Laorca; sono certo di aver sfruttato tutte le mie doti di sincerità, pensiero e manualità di cui disponevo e mentre ringrazio tutti quanti avranno a pensare davanti alle stazioni, il pensiero va a papà e mamma che con la loro praticata fede mi sono sempre stati stupendi maestri».

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CHIESA DI SANT’ANTONIO ABATE

Nel nucleo di Malavedo sorge la moderna chiesa di Sant’Antonio Abate, costruita in forme neoromaniche su progetto di Bernardo Sironi in un luogo poco distante da un’antica costruzione che recava la medesima intitolazione, demolita nel 1940. Da questa provengono due pregevoli dipinti, sostituiti da riproduzioni a stampa per ragioni di sicurezza, che raffigurano rispettivamente Sant’Antonio Abate, al centro di un moderno trittico nella cappella destra, e la più tarda Madonna con Bambino, in posizione analoga nella cappella sinistra. La tavola con Sant’Antonio Abate, in particolare, ancora dotata dell’originale cornice a grottesche e delfini e della predella con Cristo benedicente e gli Apostoli, rappresenta un’importante testimonianza dell’influenza della cultura milanese d’impronta zenaliana nel territorio lecchese all’inizio del Cinquecento. È quanto scrive Giovanna Virgilio in Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia. Ma qui è caro raccontare della chiesa di Malavedo attraverso le pagine scritte da Aristide Gilardi. L’antico e il nuovo oratorio di Sant’Antonio Abate in Malavedo il loro titolo. Videro la luce nel 1941, per l’editore Cavalleri di Como.

nio Abate vuol essere, infatti, il prolungamento e la continuazione, nello spirito e nella realtà, del demolendo oratorio, dedicato allo stesso Santo, che, per più di due secoli, raccolse nelle sue mura, la domenica e le feste di precetto, i trafilieri e gli operai dell’industre territorio lecchese. Ma vuole anche ripetere, negli anni venturi, il ricordo e lo spirito di tutto un fascinoso complesso di tradizioni e di usanze, di religiosità e di fervore, che costituiscono il retaggio spirituale della nostra gente. C’è, quindi, intorno alla nuova chiesetta una cornice che merita di essere brevemente lumeggiata per accrescere luce d’affetto e chiarezza di letizia al nuovo e ben costrutto edificio. NEI SECOLI LONTANI Non si riuscirebbe, tuttavia, a ben interpretare il motivo ispiratore della chiesa novella se non ci si rifacesse, risalendo secoli e vicende, a quello che era, un tempo, Malavedo ed al progressivo sviluppo della sua importanza nei confronti della industria siderurgica. Pare strano l’accostamento dell’oratorio con l’arte di piegare il ferro ma, nel caso nostro, non si possono agevolmente scindere i due termini perché i loro addentellati, per ragioni storiche e poetiche, sono indissolubili. Abbia pazienza il lettore e ci segua, se gli aggrada, in questa nostra brevissima peregrinazione in «vallata». L’industria del ferro a Lecco è antichissima. Pare, da non dubbie affermazioni degli storici, che, fino dall’epoca romana, si conoscesse e si praticasse da noi - in Valsassina e in Val Varro-

In prossimità dell’antica piazzetta di Malavedo è sorto un nuovissimo oratorio che, nel concetto ispiratore e nella linea della sua realizzazione architettonica, arieggia, volutamente, al ricordo delle vecchie memorie quasi a perennare nel tempo la presenza di uomini e cose ormai remoti da noi. La chiesuola di Sant’Anto-

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La tavola raffigurante Sant’Antonio Abate nell’omonima chiesa inserita nel vecchio nucleo di Malavedo, come documentano le immagini delle pagine seguenti.


ne - l’arte di estrarre il metallo dalle miniere e di sapientemente lavorarlo con mezzi rudimentali, sì, ma ben adatti allo scopo, per fabbricare armi ed utensili. Tesi opposte ed estreme si sono formulate per sostenere che l’industria è nata qui o che qui venne poi importata. Non entriamo nel ginepraio di queste sottigliezze perché esulano dal campo nostro; ma ci par giusto affermare senz’altro che da tempi remotissimi a Lecco si lavorava il ferro. Una lavorazione faticosa e redditizia che impegnava le forze fisiche dei lecchesi ed acuminava l’ingegno della nostra gente per sostenere e tutelare la concorrenza delle altre regioni. La posizione stessa del territorio nostro, i corsi d’acqua che lo solcano, la provvida Fiumicella che lo attraversa per tutta l’estensione - da monte a lago - sono gli elementi primigenii che favorirono il sorgere e l’incrementarsi della siderurgia nella zona lecchese. In antico - e sarebbe assai difficile ed incerto tentare una precisazione dell’epoca - la nostra gente produceva la materia prima (il ferro) con sistemi primordiali. Costruiva, cioè, piccoli forni, con installazioni primitive, e modestissime soffierie azionate a forza d’acqua: si affaccendava, dalle primissime ore dell’alba alle ultime del giorno morente, per ottenere minuscoli e tozzi masselli che poi il maglio laminava. Questo era il procedimento comune che racchiudeva, in nuce, tutta la preparazione del materiale per la trafila. Poi cominciava il lavoro, vero e proprio, per ridurre il ferro in fili. Ed erano fasi successive e diverse che implicavano, nel loro dipanarsi, altra fatica ed altro considerevole sforzo. I nostri antichi trafilatori - o tirabagia come li ha pittorescamente definiti il popolo - riducevano il massello in fili, così: sbozzavano, sull’incudine, il ferro in forme sottili e rotondeggianti: poi ne serravano l’estremità con una tenaglia assicurata da una cintola di cuoio, allacciata alla vita, e tiravano il filo attraverso i fori di un primitivo congegno con la loro forza o con l’aiuto di una ruota idraulica. Da questi fugacissimi accenni si può agevolmente immaginare quale e quanto fosse, in val-

lata, il traffico per il trasporto delle materie prime, e di quelle in lavorazione, e delle lavorate. Un volume imponentissimo di lavoro - come dicono oggi - che, sapientemente tradotto in grafici statistici, ci presenterebbe un quadro stupefacente con cifre rilevantissime. I nostri vecchi non usavano - purtroppo - fermare in tavole prospettiche la quantità e la varietà della loro fatica giornaliera od annuale, e perciò ci mancano dati precisi per poter stabilire un rapporto qualsiasi. La più parte della fatica la sopportavano, nel riguardo del traffico dei trasporti, i cavalli. Ed erano questi utilissimi quadrupedi i fattori principali delle più o meno accentuate possibilità d’incremento e di intensificazione dell’industria lecchese. Adesso che, in via normale, autocarri ed auto furgoncini scorrazzano per le nostre strade, non riesce facile, ai giovani specialmente, rendersi preciso conto della preziosità ottocentesca dei vigorosi cavalli da tiro. Quei grossi, quadrati cavalli dal mantello grigio o marrone, di purissima razza mantovana, che consumarono - sfiancandosi - le molte loro energie, per tutta la vita, tirando pesantissimi carri da Lecco a Malavedo e viceversa. Gli anziani li ricordano ancora, con una punta di romantica nostalgia, e li rivedono, con gli occhi della memoria, puntar le zampe, rizzar gli orecchi, nella tensione di uno sforzo erculeo per «spuntare il peso» nei tratti più ardui delle frequenti e ripidissime salite, fra cui l’erta della «Castagna». Quattro, cinque, magari anche sei cavalli forzavano, in fila indiana, per portar su, nelle fucine e nelle trafile, il ferro da lavorare. Ed era uno spettacolo interessante per la bravura dei conducenti e per la generosità dei cavalli che davano tutto se stesso per collaborare all’opera comune e rifornire tempestivamente fabbriche e «mulinelli». Il sabato, ai cavalli industriali - diciamo così - si univano quelli dei carrettieri della Valsassina che scendevano a Lecco, per il tradizionale mercato, e poi risalivano carichi di rifornimenti per le stesse strade, al crepuscolo, quando le ultime luci del tramonto imporporavano suggestivamente il paesaggio manzoniano.

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Scultoriemente un poeta ha definito le strade lecchesi «tormentate di carri». E la definizione non poteva essere più vera e più lucente di immediatezza. Tutto un andare e rivieni - con ruote che cigolavano e fruste che schioccavano in gioconda rivalità tra gli uni e gli altri conducenti - in un piccolo mondo fatto di semplicità e di opere intense.

oggi si ammira, far penetrare di motivi squisitamente religiosi le vicende d’ogni giorno e involgevan le loro opere in una aureola di misticismo, o, quanto meno, di protezione celeste che dava luce e fiato alla fatica. Le cose devono essere andate press’a poco così: cavalli da tiro e bestie da soma subivano il logoramento per gli sforzi continui e gravosi: s’ammalavano: pativano, a volte, le ombrosità dovute alla stanchezza e, in certi momenti, non riuscivano a superare i punti culminanti delle salite. Da qui impacci, fastidi per gli inevitabili ritardi, noie per proprietari e conducenti. Se veniva meno il mezzo di trasporto, o se appena si faceva deficitario, tutto il ritmo del lavoro subiva una sfasatura che poi andava successivamente amplificandosi con proteste per le ritardate consegne e per discussione sui pagamenti. È naturale che, in queste condizioni, le mogli dei carrettieri, le donne di casa degli industriali pensassero prima al Signore che al veterina-

AVVENNE COSÌ Noi pensiamo, con fondatezza di ipotesi, che senza questo traffico, senza questo movimento continuo di cavalli e di carri, non possa assolutamente spiegarsi il sorgere dell’antico oratorio di Sant’Antonio Abate in Malavedo. L’ubicazione stessa, l’essere posto in vicinanza della più estenuante - anche se breve - salita del territorio; la scelta di Sant’Antonio Abate a patrono non ammettono dubbi sulla relazione che intercorre tra la chiesuola ed i cavalli. I nostri antenati, si sa, amavano, con una fierezza che ancor

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rio e fidassero maggiormente in un cero acceso a Sant’Antonio Abate che non nei rimedi farmaceutici «ad uso zooiatrico». Si formò, per generazione spontanea, un piccolo cerchio di devoti al Santo, cui si dice sia affidata la protezione delle bestie, e questi promossero atti di culto verso Sant’Antonio per gratitudine e per propiziazione. Non è affatto possibile, con documenti d’archivio - che mancano completamente - precisare l’epoca in cui furono iniziati e compiuti i lavori dell’antica chiesetta di Malavedo. Sulla banderuola, alla base della croce di ferro issata sul campanile, è incisa la data: 1760. Unico riferimento al quale possiamo accostarci con certezza: ma è già qualche cosa perché segnala l’epoca in cui l’industria siderurgica lecchese cominciava a prendere quello sviluppo, così poderoso, che doveva portarla ad importanza di primo piano nella vita nazionale. È solo, però, la data del campanile: può benissimo in-

dicare appena la rifacitura di una parte - la più alta - della torre campanaria. Comunque è certo che, un secolo prima della data incisa sulla banderuola, si radica e si franca nel nostro territorio la specifica devozione a Sant’Antonio e prende l’avvio forse da un tabernacolo e da una immagine pitturata su qualche muro come le manzoniane «anime del purgatorio», in altra parte del nostro paesaggio. Qui, a parer nostro, sono possibili tutte le ipotesi, ma la più ragionevole, la più aderente alla realtà, è forse questa. Parve, ai nostri antenati, doveroso erigere una specie di santuario dedicato esclusivamente a Sant’Antonio, di tirarlo su, pietra a pietra, con il contributo pecuniario e il lavoro di tutti. Non è fuor di luogo immaginare che, la domenica e nelle ore di riposo settimanale, i conducenti di cavalli ed i tirabagia s’affaccendassero, con badili, sabbia e calce, a predisporre i materiali per la costruzione dell’oratorio e che un capomastro qualsiasi -

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non è proprio il caso di supporre un architetto - abbia tracciato, così alla buona, senza alcuna pretesa artistica, le linee della chiesuola venuta su, poi, in fretta e furia, con l’ansia delle cose che mirano più al frutto che al fiore. Diremo, per la cronistoria, che le dimensioni della pianta risultarono di m. 5,75 x 18,40: in complesso 76 mq. di area per i fedeli, e un’abside poligonale e copertura della nave a volta cilindrica. Qualche cosa di bello, però, e di veramente pregevole era indispensabile: doveva senz’altro figurare sulle nuove mura come segno di nobiltà (allora ci tenevano) e come espressione concreta di una devozione intimamente sentita e praticata. Fu così che i terrazzani di Malavedo si procurarono, in dono o per acquisto, una pala dipinta su legno «di ottima mano» raffigurante Sant’Antonio. Accanto ci sono le effigie degli Apostoli e fregi, ma se si può congetturare che il Santo sia stato tratteggiato dallo Zenale, è però fuor di dubbio che gli Apostoli sono di un pittore meno abile. Comunque, Sant’Antonio - ed era quello che premeva ai nostri vecchi - è di buona fattura e bastava a dar luce a tutta la chiesetta. Per il resto, niente di speciale sotto il profilo della costruzione. C’era invece, lucentissimo, l’affetto e il devoto confluire della gente nell’oratorio per la messa festiva e nelle ricorrenze più significative della liturgia cattolica. Diremo, per la cronaca, che dell’oratorio di Sant’Antonio in Malavedo si fa menzione, nell’archivio parrocchiale, fin dal 1626 a proposito di un legato per messa da celebrarsi in quella chiesetta per comodità dei fedeli abitanti del rione. Aggiungeremo, anche, che l’attribuzione a Bernardino Zenale della pala di Sant’Antonio la troviamo segnata nel primo foglio dei registri degli atti di nascita della parrocchia di Laorca, che vanno dal 1815 al 1872. La noticina relativa, però, è stata vergata, evidentemente, da don Francesco Arrigoni che fu curato di Laorca dal 1831 al 1872. Don Arri-

goni ha scritto testualmente così: - Zenale da Treviglio molto lodato da Leonardo da Vinci è l’autore del quadro di Sant’Antonio Abate nell’Oratorio di Malavedo. Per tale venne giudicato dal signor ingegnere Bovara -. Ed il parere di Giuseppe Bovara conta, a nostro parere, qualche cosa. UNA PENNELLATA DI COLORE LOCALE Una giornata caratteristica - che meriterebbe una rievocazione tutta per sé - era quella del 17 gennaio, solennità del Santo Abate. L’inverno distendeva la sua patina sulla frazione, sui paeselli, sui piccoli gruppi di case del territorio. La neve, ammonticchiata ai margini della Fiumicella, faceva scorrere rivoletti d’acqua nel torrente, infangando gli accessi alle minuscole trafilerie ed alle primordiali fucine. Sul candore della neve spiccavano i tetti bigi, di ardesia, delle casette, e le muraglie annerite dal continuo fumigare dei camini delle officine. Tutto un contrasto di toni e di colori si fondeva, con pittorico risalto, in una delle più artistiche e singolari prospettive che arieggiava suggestivamente ad una forma presepiale di innocente fattura. Le strade, rattrappite dal gelo, ritenevano il solco affondato e rigido della carreggiata su cui era pericoloso camminare per i rischi immediati di lunghi scivoloni. I cavalli, solo per estrema bravura, riuscivano a reggersi in piedi ed i conducenti si gloriavano di essi e li carezzavano con sentimento di paterna dolcezza e con chiara intenzione di lode. A volte, invece, fioccava a larghe falde; e la neve, turbinando per le correnti gelide che venivan giù dalla Valsassina, mulinava, con veloce roteazione, ostacolando la visuale e imbiancando ogni cosa. Nell’aria era librato un acuto odore di caldarroste, di zucchero filato, che si mescolava a quello, più penetrante, dell’acido solforico che veniva largamente impiegato per la lavorazione siderurgica. Paesaggio, insom-

Immagini della festa di Sant’Antonio Abate con la benedizione degli animali.

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ma, tipico, in una sua speciale cornice di zona intermedia fra il monte e il lago. Per Sant’Antonio, a Malavedo, era gran festa. Una di quelle solennità che raccolgono la confluenza di più motivi e si alimentano dei ricordi antichi, della tradizione locale, della religione, e, un pochino, anche dell’euforia di gente che lavora, guadagna, e vuol concedersi una giornata di profonda e gaudiosa letizia. Fino dalla primissima alba - tra nebbia, neve e piovaschi - le campanelle dell’oratorio annunziavano alla «vallata» che la solennità aveva inizio: e nelle stalle - numerosissime a quei tempi - cominciava la toeletta dei cavalli con regole precise e protocollo impeccabile. I mantelli bai, neri e marroni dei quadrupedi, venivano lucidati a dovere, i finimenti e le sonagliere acquistavano il brillio d’occasione, i carrettieri si vestivano «della festa» sfoderando dagli armadi gli abiti indossati per le appena trascorse feste natalizie. Un’eco ancor viva del ciclo di Natale perdurava nelle case e nelle chiese, con i presepi ancora intatti ed i Santi Re Magi fermi dinnanzi alla capannuccia del Bambin Gesù, tra il muschio appassito e il lauro cascante. Sant’Antonio chiudeva, in un certo senso, le «feste»: e il 17 gennaio riassumeva e condensava le ultime gocce delle precedenti solennità. La piazzetta antistante l’oratorio rigurgitava di folla e di quadrupedi. Tutti i cavalli del territorio, buona parte di quelli della Valsassina facevan ressa, con i muli di Morterone, dinnanzi alla chiesa, e apparivano agghindati, con nastrini multicolori e fiocchetti vistosi, che davano loro un aspetto curioso e graziosamente lieto. Provenivan da tutte le strade, sbucavano da tutte le viuzze e si presentavano al sacerdote che, su la soglia della chiesina, in cotta e stola, con due chierichetti a lato, impartiva la benedizione propiziatoria a ciascuno di essi. Una sfilata, questa, che qualche pittore ha ritratto in quadri che sono una precisa documentazione del più puro Ottocento. L’oratorio splendeva tutto di lumi: ed il loro chiarore - specialmente se la giornata era grigia - si riverberava sulla piazzetta, varcando la

porta aperta della chiesa e sparpagliandosi sulla strada con un filo di luminosità che raggiungeva i passanti. Spettacolo romantico, se volete, ma bello, aggraziato, degno del pennello di Gerolamo Induno che è il poetico pittore delle vecchie e care cose tramontate. E ogni anno la festa si rinnovava, riaccendendo poesia ed affetti intorno alla chiesina, e si protraeva fino al tramonto quando i cavalli avevano, rientrando in stalla, una più abbondante razione di biada e gli uomini (semel in anno…) si raccoglievano, nelle osterie, per l’immancabile «allegria». Festa notevole per il suo significato, per i suoi riferimenti all’industria locale, per quel fervore che era l’anima e il puntello sicuro dell’industria lecchese. Poco a poco - mutate le esigenze dei trasporti, accresciuta la diffusione degli autocarri - la festa di Sant’Antonio perdette vigore e si rincartocciò in una celebrazione puramente liturgica, pur conservando i primitivi aspetti della sua origine e le vestigia del suo lontano splendore. Anche l’edificio subì il logorio degli anni, il rodìo degli elementi atmosferici; e patì all’esterno, e divenne insufficiente, per ampiezza, alla popolazione aumentata. Si scolorì, adagio adagio, come avviene di tutte le cose antiche, e campeggiò solo nel ricordo dei vecchi e nella configurazione delle tradizioni locali. Funzionò ancora, vi si celebrarono i soliti riti, ma la chiesetta aveva ormai perso ogni rilievo e ogni luce di vivezza. Un troncone, a così dire, di un passato che pur ebbe momenti di meritato fulgore. TRAPIANTO Spiaceva, però, alle anime sensibili per le cose belle, veder l’oratorio perire, giorno per giorno, senza poter tramandare ai posteri qualche cosa che ne ravvivasse ricordo e sentore di benemerenza. Un cruccio sottile, venato di nostalgia, che, apparentemente, non trovava possibilità di sciogliersi. Fu allora che il parroco di Laorca don Raineri Broggi, il sig. Paolo Gerosa componente il consiglio parrocchiale di Laorca, con l’adesione di parecchi altri benemeri-

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ti industriali e ottime persone appartenenti ad ogni classe sociale decisero, con un gesto che fa loro tanto onore, di riedificare ex novo la chiesetta di Sant’Antonio. Bisognava trovare, però, un costruttore - usiamo la parola nella pienezza del suo bel significato antico - che sapesse congiungere, in un disegno artistico, il sapore della rievocazione antica con le giuste richieste dell’epoca nostra. Non solo: era necessario pensare all’arte, ma si doveva anche tirar su una chiesa che assolvesse, con ogni comodità, alla prima ragion d’essere di un tempio: il culto. Né basta: si voleva, con ragione, che il nuovo oratorio non distasse molto dall’antico e che ne fosse come la naturale propaggine in rinnovellata veste. Un trapianto ben fatto, insomma. Tutti problemi, questi, che, conglomerati assieme, non era facile risolvere senza incidere in Scilla - come usavan dire i latini - per evitare Cariddi. Si pensò - e fu una fortuna - d’incaricare della costruzione l’ingegner cav. Bernardo Sironi. Un lecchese che vuol bene alla sua città, che conosce uomini, cose e vicende del territorio nostro, che ama le innovazioni moderne - quando sono belle e utili - senza disconoscere i pregi delle opere antiche. Noi crediamo di non errare affermando che questa chiesina è, tra i molti lavori dell’ing. Sironi, quello che maggiormente lo ha appassionato, pur nella esiguità dell’opera, perché stimolava in lui la gioia di erigere un bell’oratorio nella cornice di tante lontane memorie e in una posizione di tanta importanza per la nostra città. L’ingegnere non ha potuto cominciare - come di solito avviene - con la scelta dell’ubicazione poiché nella località non vi era altra area fuor di quella donata generosamente al consiglio parrocchiale dalla ditta Giuseppe e fratelli Redaelli. Data la consistenza nell’abitato di Malavedo non era proprio possibile trovare altro posto che fosse in luogo aperto ed isolato e, al tempo stesso, vicino al centro della frazione. Comunque è certo che la demolizione del vecchio oratorio contribuirà assai a dare aria e luce - dal punto prospettico - alla nuova chiesa che,

bisogna notarlo, è orientata a levante come prescrive la liturgia e come era canone inviolabile degli antichi costruttori. Da qui il progettista mosse alla ricerca dello stile più adatto. Piuttosto che attuare nuove espressioni architettoniche, i cui tentativi non hanno, fino ad oggi, conseguito favorevoli ed unanimi consensi e raggiunto risultati ben accetti alla comune sensibilità, l’ing. Sironi si ispirò a concetti artistici ben compresi dal popolo e propizi a suscitare in esso sentimenti che lo elevano alle mistiche contemplazioni della fede e della preghiera. L’ispirazione venne desunta da parecchi monumenti religiosi - in maggioranza dell’età romanica - eretti nei due primi secoli dell’attuale millennio, secondo le norme inconfondibili - dell’architettura lombarda diffusa in Italia e all’estero dai famosi maestri comacini. L’ingegnere Sironi, però, si attenne, tra la dovizia dei monumenti dell’epoca, di cui c’è grande copia in provincia di Como, a quelli del primo periodo, quale, ad esempio, l’abbazia di San Pietro sopra Civate con il contiguo oratorio di San Benedetto, dove la grande semplicità di linee infonde nell’animo elevato senso mistico e sublime pace e tranquillità spirituale. Con molto sentimento di opportunità o di adesione alla nostra sensibilità, il progettista ha trattato le linee fondamentali dell’architettura lombarda con espressioni modernizzate sia nella massa prospettica esterna sia nella configurazione dell’interno. Abbiamo così, in un edificio costruito in pieno Novecento, la gioia di rivedere la cornice sottogronda ad archetti orizzontali con cordonatura sovrastante che riluce con tanta bellezza nelle facciate e nelle absidi della chiese. All’interno, poi, è stata felicissima la scelta delle colonne di pietra viva con capitelli cubici scantonati inferiormente. L’armonia costruttiva è riuscita perfetta e l’occhio ne è completamente appagato. Entrando nell’oratorio si è subito presi dal fascino che emana dalla luminosità e dalla chiarezza del complesso, perché la luce piove dall’alto, illuminando la navata in modo che i fedeli non vengono disturbati dalla contempla-

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L’interno della chiesa di Sant’Antonio Abate e il suo altare (archivio Aloisio Bonfanti).


Evidentissimo, nel ciborio, il riferimento all’architettura romanica (archivio Aloisio Bonfanti).


zione dell’abside. Ogni cosa, anche minima, è stata studiata con intelletto d’amore e inserita nell’ambiente con il buon gusto e la praticità di un tecnico che sente e gode i motivi ispiratori dell’arte. E c’è un sapore antico, un’aria di devozione millenaria che vien formandosi dai rapporti dei volumi e dalla inquadratura dei singoli elementi. Così la mensa dell’altare, a lastrone di marmo di grosso spessore - artisticamente retta da quattro colonnine e basi e capitelli cubici di Botticino e fusti di diaspro rosso di Garessio - ricorda assai bene quella tipologia tipicamente romanica, antichissima della cattedrale di Ratisbona. Di gran rilievo, secondo noi, è il ciborio che copre l’altare: a quattro colonne di Verde Alpi Chamdepraz, con timpani in lastroni di Cipollino Apuano e bassorilievi di statuario, ricorda, con bella grazia, quello di Sant’Ambrogio in Milano. Sono questi i fattori che più colpiscono, ma, indagando ed esaminando la dolcezza dell’impressione che si prova varcando l’oratorio di Malavedo, si avverte che la dolcezza stessa sorge e si diffonde dal fatto che ogni cosa ha una sua stupenda ragione d’essere, una cadenza d’antico e di rinnovo in una espressione di molto pregio e di riuscita finezza. Così la pietra di Moltrasio impiegata per lo zoccolo - che sta tanto bene - per la facciata, per le lesene e per le corniciature, ravviva di grazia autenticamente antica l’edificio moderno. Qui si sente bene la presenza della nostra terra, dei nostri materiali, perché le pietre vengon dal nostro lago, e precisamente, dalle cave di Pognana della ditta M. Gandola, e le altre pietre granitiche - per i contorni, per le aperture e le scale - sono scese dalle cave di Villa di Chiavenna, coltivate dalla ditta Marella di Lecco. Un cenno particolare meritano le lastre scistose, usate con fine tatto artistico per la copertura del tetto. Esse, che furono fornite dalla ditta Fabio Schenatti di Valmalenco, suggellano stupendamente il complesso dell’edificio e gli danno quella patina di mistica soavità che racchiude in un armonioso amplesso la visuale della chiesina contemplata dall’esterno. Non solo: tutta la graduatoria dei marmi, usati

nell’interno, è stata impiegata con perfetta tonalità cromatica e tutto l’insieme dell’oratorio sviluppa, via via, una sua gamma di note che poi splende nel giuoco, riuscitissimo, delle luci che si integrano e si fondono in una preziosa chiarezza armonica. I fratelli Remuzzi di Bergamo hanno ben coadiuvato il progettista fornendo marmi di Val Brembana, di Val Seriana e del Veneto cosicché il Grigio Imperiale, l’Occhialino di Sant’Anna, il giallo del Garda, il Diaspro rosso di Garessio hanno dato, con il verde Alpi di Champdepra e l’onice dorato, la possibilità di stendere, a piene mani, nella chiesetta, la grazia stupenda di finissimi colori nelle più delicate sfumature dei loro toni. Tutto questo - è bene sottolinearlo - dosato con esemplare sobrietà, in modo che non si uscisse minimamente da quella semplice struttura antica che è il pregio essenziale del novello oratorio. Lo stesso sistema si è tenuto nella decorazione dell’interno, dove era molto facile lasciarsi indurre da più di una tentazione per far meglio risaltare la vivacità dell’opera pittorica. L’ing. Sironi ha trovato nei prof. grand. uff. Mario e prof. Raffaele Albertella - padre e figlio - due fini e delicati artisti che l’hanno perfettamente capito, consentendo in pieno all’idea ispiratrice delle linee architettoniche. La consonanza è quindi precisa, nell’estendersi e nel confluire dei rapporti pittorici, con il piano architettonico dell’oratorio. Di ottima fattura è l’affresco sulla facciata interna dell’abside con il motivo, così profondo e così caro ai primi cristiani, dei due cervi che si abbeverano al fonte dell’acqua eterna. Belle davvero, poi, sono le immagini dei quattro protettori della parrocchia di Laorca - Santa Teresa, San Giovanni Battista, San Pietro e San Paolo - disegnati e collocati in medaglioni che ne fan vedere il fascino e la grandezza spirituale. A dar, poi, luce e lustro alla facciata c’è, degli stessi Albertella, la lunetta a mosaico con la figura ieratica di Sant’Antonio che sovrasta la porta principale. E non è da dimenticare la Via Crucis, scolpita in legno e rac-

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chiusa in apposite nicchie, opera di Francesco Martiner di Ortisei. Due altari, l’uno a destra e l’altro a sinistra di chi entra in chiesa, danno completezza al tempio anche perché vi fioriscono intorno figure di Santi particolarmente cari alla gente di Malavedo. Uno di questi altari raccoglierà la pala di Sant’Antonio attribuita allo Zenale - come dicemmo - e sarà incorniciato dalle immagini di San Mauro e di San Giuseppe. L’altro è dedicato alla Madonna con una bella figura stilizzata di Maria con accanto San Francesco e l’Addolorata. Anche questi santi sono stati pitturati dalla felicissima mano del prof. Mario Albertella. Siamo stati - lo riconosciamo - un pochino minuziosi, fors’anche pedanti, nella descrizione della parte artistica: ed abbiamo citato nomi di pittori e di fornitori di materiali non per indulgere ad un malvezzo pubblicitario, ma unicamente per fermare sulla carta, quanto più potessimo, anche le briciole ed i minuzzoli di ogni cosa che ha concorso a darci la bella chiesuola di Sant’Antonio. Il passato, le vicende, la cronistoria del vecchio oratorio dovevano concretizzarsi - come è avvenuto - in un nuovo edificio che conservasse calore ed affetto, gioia e gloria. Che traducesse, in pietre nuove, in una nuova immagine, il lume dello spirito che si irradiava, pur nella tenuità della sua modestia, dalla vecchia, e ormai sconsolata, chiesuola di Malavedo. E questo è stato fatto, elevando un

bel tempio, piccolo e grazioso, che nei 144 mq. di area utile per fedeli, nelle sue dimensioni di m. 9 x 23, nella raccolta penombra della sua navata adunasse i discendenti dei vecchi trafilieri a preghiera. La preghiera che annuncia il magnifico campaniletto slanciandosi verso il cielo, per oltre una ventina di metri, con le quattro luci della cella campanaria - disposte a bifora in originale prospettiva di bella efficacia. La chiesetta - che si apre al culto nella festività di Santa Maria della Provvidenza - non manca, davvero, provvidenzialmente, di nulla. Il consiglio parrocchiale ha pensato a tutto con amore e precisione encomiabili. L’antichissimo affresco della Madonna della Provvidenza sarà qui trasportato dalla primitiva chiesuola e, con questo, la trasposizione del passato nel presente e nel futuro sarà completa. Malavedo può essere giustamente orgogliosa. Nella terra lecchese le memorie non si assopiscono: e quando l’ombra del tempo s’affaccia per scolorirle, uomini generosi intervengono, con tempestiva prontezza, a rianimarle in un gesto che è propiziatorio e significativo nella sua sobria semplicità. L’oratorio Sant’Antonio a Malavedo dice, tra l’altro, anche questo: e si dischiude alla fede, ed apre le sue porte, ed invita agli altari perché il lavoro si fecondi nella grazia e la grazia pervada la vita. La vita operosa dei nostri vecchi di cui vuol essere ricordo e fruttuosa testimonianza. Questo è nei voti; e sarà.

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Maggianico L’acqua della salute Chiesa di Sant’Andrea Chiesa di Sant’Antonio di Padova Chiesa di San Rocco

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L’ACQUA DELLA SALUTE

Maggianico è uno dei paesi della terra di Lecco nominati nei Promessi Sposi. È Agnese che «trotta a Maggianico» per far leggere la lettera di Renzo e far rispondere dal cugino Alessio. Le aveva detto Lucia, prima della nuova separazione: «Quando saprete dov’è, fategli scrivere, trovate un uomo… appunto vostro cugino Alessio, che è un uomo prudente e caritatevole, e ci ha sempre voluto bene, e non ciarlerà». Nessuno ha mai pensato di trovare una casa per questo buon Alessio; nei vicoli del primitivo nucleo di Maggianico non mancano esemplari di vetuste costruzioni. E c’è anche un altro richiamo manzoniano. Mentre le due donne erano «nella casuccia ospitale del sarto», che «aveva sempre qualche bella cosa da raccontare, di Bovo d’Antona e de’ Padri del deserto», «poco distante da quel paesetto, villeggiava una coppia d’alto affare; don Ferrante e donna Prassede». Non sappiamo dove soggiornasse l’assortita coppia milanese, ma «poco distante» da Chiuso - il luogo della conversione, la casa della buona donna e del sarto suo marito, il paese di don Serafino Morazzone al quale il Manzoni, nella prima stesura del romanzo, aveva voluto rendere un omaggio di amicizia e di venerazione - c’è Maggianico, luogo ameno un tempo frequentato dai signori milanesi, per via anche di una fonte sulfurea che richiamava durante la stagione della bibita. Non costa niente scegliere Maggianico e magari una delle

sue belle ville per assegnarla alla «vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene». È una sorta di passaggio obbligato, quello per i luoghi manzoniani, percorrendo quella terra lecchese che il grande lombardo amò con trasporto tenero e profondo, fino a presceglierla per ambientarvi il suo romanzo, così facendola partecipe della sua fama imperitura. Sono i luoghi come questo, a corona del «gran borgo», nei quali Alessandro Manzoni fa muovere i personaggi della sua storia. E nei quali si mosse (sono trascorsi esattamente ottant’anni) Uberto Pozzoli, cronista d’eccezione della visita pastorale del cardinale arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster, così raccontata, per quanto riguarda Maggianico, su L’Italia del 3 ottobre 1930. Peccato che gli spiriti non si possano vedere! Lunedì sera, quando il Cardinale posò il piede in territorio di Maggianico, aveva certamente a fianco Sant’Ambrogio e San Carlo, venuti con lui a visitare una terra prediletta; e sarebbe stato consolante davvero poter vedere, invece di uno, tre Arcivescovi - e che Arcivescovi! insieme. Ma noi poveri uomini, quando abbiamo innanzi le cose del cielo, diventiamo miopi, anzi ciechi addirittura; e così vedemmo un Arcivescovo solo, arrivare un pochino in anticipo sull’orario stabilito, e correre incontro, con le sette automobili che lo accompagnavano da Laorca, alla processione ancora in viaggio ver-

Processione per le vie di Maggianico probabilmente quella del 5 maggio per la festa della dedicazione della chiesa parrocchiale.

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so il confine della parrocchia. La gente della frazione di Sant’Ambrogio - il confine è proprio lì - restò male, vedendo il corteo di macchine passare veloce senza fermarsi. O non aveva essa fatto di tutto per coprire la povertà degli antichi casolari, perché non sfigurassero con le case recenti, agili e bianche, che sembran sorte lì attorno per il prodigioso soffio di chi sa chi? E non era davanti a quelle povere cascine, che l’Arcivescovo avrebbe trovato l’orma della venerazione per il lontanissimo e santo suo predecessore? Sotto l’intonaco grezzo di una di quelle case - un’antichissima chiesuola dev’essere ancora viva la figura di Sant’Ambrogio, con lo stendardo bianco segnato dalla rossa croce: una figura altissima, che teneva tutta una parete verso meridione, e testimoniava di secoli lontani, quando i pittori non sapevano ancora far muovere i loro santi, ma davano ad essi pur nella rigida immobilità - il potere di parlare alle anime. Quella chiesuola, forse, era un altro segno della potenza fra noi del grande monastero ambrosiano, che accendeva le sue lampade con l’olio dei nostri ulivi; certo era una prova dell’antico culto della nostra gente per il Padre della Chiesa milanese. E volete, con tutto questo che Sant’Ambrogio non fosse, lunedì sera, accanto all’Arcivescovo? E San Carlo? C’era anche San Carlo, senza dubbio. Perché fu proprio lui che il 12 novembre del 1567 eresse la parrocchia di Maggianico, segnando la fondiaria col suo nome veneratissimo. Prima d’allora, Maggianico - che si chiamava, chi sa perché, Ancillate o Incillate - dipendeva dalla prepositura di Lecco, e aveva soltanto un cappellano, che poteva, sì, amministrare i sacramenti nella chiesa di Sant’Andrea Apostolo, ma doveva sempre star soggetto al prevosto e aspettare gli ordini da lui, quantunque ci fossero parecchi chilometri da laggiù a Castello, dove il prevosto risiedeva. San Carlo, venuto in quel tempo a visitare la pieve, ascoltò le ragioni «delli huomini» di Maggianico, e le tenne buone: tanto che convinse il prevosto a rinunciare ai suoi diritti su quella «vicinanza» troppo lontana. O chi poteva, meglio di

San Carlo, accompagnare l’Arcivescovo nuovo nella visita alla Parrocchia fondata da Lui? Maggianico è la parrocchia dei curati di lunga vita. Dal 1567 ad oggi si sono susseguiti al governo della parrocchia soltanto tredici curati. Ciò vuol dire che, in media, fatti i calcoli, ogni curato tenne duro per ventotto anni circa, senza contare il molto tempo che ha ancora da vivere don Giuseppe Dell’Oro, l’attuale parroco, che è a Maggianico da trentaquattro anni, e tutti gli augurano di restarci altrettanti. Certamente, bevvero tutti, l’acqua della salute, che è - a detta della gente maliziosa del territorio - una delle quattro belle cose di cui quelli di Maggianico vanno fieri. Tornando al Parroco, si voleva dire che venne in processione con tutti i suoi - autorità, associazioni, corpo corale, confraternita, popolo a incontrare l’Arcivescovo, per accompagnarlo fino alla parrocchiale, e poi, dopo la prima predica, al cimitero. Non mancarono, naturalmente, gli applausi, gli evviva dei quali da quando l’Arcivescovo è in giro, è pieno il cielo. La stessa sera venne qualcuno di Calolzio a riferire che l’arciprete, di laggiù, don Salvi, era stato colpito da un improvviso grave male. Sua Eminenza volle recare il conforto della sua benedizione all’infermo e subito partì per il grosso borgo sull’Adda. Accanto al letto dell’Arciprete trovò anche Sua Eminenza il Vescovo di Bergamo, dalla cui diocesi Calolzio dipende. Entrambi gli augusti visitatori invocarono dal Signore la vera salute per il Sacerdote infermo. All’alba del giorno seguente, a Maggianico, uno spettacoloso affollamento della sacra mensa. Poi la Cresima e la visita a dodici infermi. Indi le adunanze delle associazioni cattoliche, che tutte presentarono al Cardinale il generoso obolo per il Seminario, richiamando l’antica e famosa liberalità dei maggianichesi in favore della loro chiesa. Non ci sono, nella parrocchiale di Maggianico, opere di Bernardino Luini e di Gaudenzio Ferrari, che valgono un occhio? E non racconta uno scrittore che un bel giorno, mentre i sindaci della chiesa questuavano il denaro per le campane, si vide un cer-

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Cerimonia con don Giuseppe Almini; nelle pagine seguenti Maggianico e le sue chiese.


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to Mazzucconi versare a piene mani le monete d’oro - d’oro, capite? - nella bussola delle offerte? Prima di mezzogiorno l’Arcivescovo visitò anche l’ospizio-orfanotrofio dell’Ordine della Croce di Malta. Venne ricevuto dai conti Padulli, Belgioioso, Albertoni, dal marchese Cornaggia, da uno stuolo eletto di rappresentanti dell’aristocrazia milanese. Vide poi gli oratori di San Rocco e di Sant’Antonio. Una donna batté alla porta della casa parrocchiale. Un suo bambino, precipitato da una finestra proprio il primo giorno della Visita pastorale a Lecco, era all’ospedale in gravissimo stato, e fu cresimato da Sua Eminenza, che visitava l’istituto. Ora il bimbo era guarito. La mamma veniva a dire il suo grazie all’Arcivescovo che accanto al letto del suo figliolo aveva certo pregato perché le fosse risparmiato il dolore più grande. Alle diciassette Sua Eminenza partì per Rancio.

eretta all’altare maggiore il 25 settembre 1596 dall’arcivescovo Federico Borromeo, e il sodalizio del Santissimo Rosario, fondato come risulta dal breve di Papa Alessandro VIII, datato Roma, 30 novembre 1689. Entro i confini della parrocchia di Maggianico e Barco, con riferimento sempre alla visita di Pozzobonelli, esistevano gli oratori di Sant’Antonio di Padova nella località di Maggianico, di San Rocco e di San Carlo in Barco, di Sant’Alessandro martire nel territorio di Belledo (come ricordato nel secondo volume di questa serie, Belledo diventò parrocchia con decreto 9 agosto 1900). Verso la fine del XVIII secolo, secondo la nota specifica delle esenzioni prediali a favore delle parrocchie dello stato di Milano, la parrocchia di Sant’Andrea di Maggianico unito a Belledo e Barco possedeva fondi per 407.23 pertiche. Il numero delle anime, conteggiato tra la Pasqua del 1779 e quella del 1780, era di 768. Nella coeva (la data è il 1781) tabella delle parrocchie della città e diocesi di Milano, la rendita netta della parrocchia di Maggianico assommava a lire 696.15.6 e la nomina del titolare del beneficio parrocchiale spettava all’ordinario. Nel 1897, all’epoca della prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella pieve di Lecco, la rendita netta del beneficio parrocchiale assommava a lire 1.257,61; la rendita netta della coadiutoria di Belledo, di nomina della curia arcivescovile di Milano, a lire 1.735; la rendita netta della cappellania e coadiutoria di San Rocco, di nomina dei capi famiglia, a lire 1.660. Nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea apostolo si aveva la Confraternita del Santissimo Sacramento e il numero dei parrocchiani era di 1700. Nel XIX e XX secolo la parrocchia di Sant’Andrea di Maggianico è sempre stata inclusa nella pieve e nel vicariato foraneo di Lecco, fino alla revisione della struttura territoriale attuata tra il 1971 e il 1972 dal cardinale arcivescovo Giovanni Colombo, quando è stata attribuita al decanato di Lecco nella zona pastorale di Lecco.

Questa la bella pagina di Uberto Pozzoli, alla quale si aggiungono alcune veloci annotazioni non dimenticando che il citato ospizio-orfanotrofio dell’Ordine della Croce di Malta è l’attuale residenza delle suore di Maria Bambina in via alla Fonte. Nel XVI secolo la chiesa di Sant’Andrea in Maggianico è attestata come rettoria nella pieve dei Santi Gervaso e Protaso di Castello (Liber seminarii, 1564). Cappella curata nel 1566, fu eretta in parrocchia il 12 novembere 1567, con territorio smembrato dalla prepositura dei Santi Gervaso e Protaso di Castello, come risulta dall’atto rogato dal notaio Giovanni Pietro Scotti, per volontà di Carlo Borromeo. Tra il XVI e il XVIII secolo la parrocchia di Maggianico, a cui era preposto il vicario foraneo di Lecco, è costantemente ricordata negli atti delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi e dai delegati arcivescovili nella pieve di Lecco. Nel 1746, durante la visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella pieve di Lecco, nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea di Maggianico e Barco si aveva la Confraternita del Santissimo Sacramento,

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L’organo e, nella pagina seguente, l’Annunciazione seicentesca, entrambi nella parrocchiale (archivio parrocchiale).


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CHIESA DI SANT’ANDREA

Qualche notizia sulla chiesa di Sant’Andrea in Maggianico si ricava da Parrocchie e Chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600, lo studio di Arsenio Mastalli pubblicato nel 1955 nel secondo volume delle Memorie storiche della Diocesi di Milano. San Carlo Borromeo, dopo la visita fatta alle chiese di Ancillate, nel 1566, aveva dichiarato che la chiesa di Sant’Andrea era stata consacrata. Infatti, ogni anno al 5 maggio, in detta cura si celebrava la festa della dedicazione. Chiesa posta ad oriente, ampia a sufficienza, con pavimento in laterizio al quale si accedeva discendendo da tre gradini, aveva pareti con intonaco e soffitto composto da tavole di legno segate rozzamente. Veniva scopata di rado, come di rado si toglievano le ragnatele e la polvere dalle pareti e dai quadri. Molti conducevano in chiesa i cani, i quali, latrando, disturbavano e interrompevano le sacre funzioni. Conteneva tre altari. L’altare maggiore, consacrato da San Carlo nel 1566, non disponeva né del piccolo campanello per il segnale del Sanctus né del chiodo d’obbligo per appendervi il berretto del sacerdote celebrante. La grande icone dorata rappresentava Nostro Signore Risorto, San Rocco, San Cristoforo col Bambino in ispalla, Sant’Andrea, San Pietro, San Bernardo, Sant’Ambrogio e Sant’Antonio. Poiché l’icone non era fissata al muro e minacciava di cadere, il curato, per sostenerla in qualche modo, aveva collocato di traverso un tronco di legno nel

quale erano infisse otto candele fumiganti che annerivano la cornice. L’altare della Beata Vergine Maria era posto a settentrione fuori dai cancelli della cappella maggiore. La nicchia conteneva il simulacro della Madonna col Bambino fra le braccia; ai suoi lati, in cornici eleganti, erano i quadri rappresentanti Santa Caterina, Sant’Andrea, Sant’Antonio e San Sebastiano. L’altare di Sant’Antonio, collocato a settentrione e staccato dalla parete, recava l’icone nel cui centro era rappresentato Sant’Antonio fra i Santi Ambrogio e Girolamo. Nella facciata c’era una porta e ad oriente si vedeva un’altra apertura. Davanti alla chiesa era stato costruito da poco tempo un portico sotto il quale si amministrava il battesimo ai pargoli. Le finestre, tre in tutto, non portavano vetri ma erano chiuse con tela straccia. Alla morte del prete Battista Arrigoni, avvenuta nel maggio 1590, il Vicario generale della Curia di Milano aveva presentato agli uomini il prete Simone de’ Martini che elessero loro curato il 1° aprile 1591 e che prese possesso della curazia il 5 aprile dello stesso anno. Chierichetto, al servizio in chiesa, era Giulio Manzono, di anni 13, sprovvisto della sopravveste d’obbligo; costui riceveva il compenso di due aurei ogni anno. I documenti compulsati da noi attestavano che «il parroco era molto negligente e che la sua chiesa, male tenuta, era piena di sporcizia». La casa del parroco: costruita vicino alla chiesa disponeva, a piano terreno, di cinque locali e di altrettanti nei piani superiori.

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Il curato negoziava di tutto, come un secolare comune ed allevava anche il baco da seta per cui la sua casa puzzava tremendamente ed era sempre sporca. I sepolcri e il cimitero: in chiesa si contavano sei sepolcri chiusi da due soli coperchi. Il cimitero, ubicato a meridione, non era troppo piano, recava, in centro, la croce ed era cintato da muro. Vi si entrava passando, in chiesa, dalla porta a meridione. Il campanile: la torre campanaria, di forma quadrata, si ergeva dalla parte dell’epistola vicino alla cappella maggiore e portava due campane sonore ma non consacrate le cui funi erano pagate dal popolo. La relazione stesa dal cardinale Federico Borromeo, dopo la sua visita a Maggianico, diceva così: «…il curato è arrabbiato perché non trova una persona che gli faccia da sagrestano e deve lui stesso suonare le campane. Che il parroco adempia questa mansione è sconveniente…».

pus Domini perché gli huomini sono tanto poveri che non pono patire tal spesa. Gli sono doi calici ciò è uno tutto d’argento et l’altro la coppa solamente et ha due pianete una de veluto rosso e l’altra de damasco biancho et due fruste con quatro camisi forniti. Gli detti soi curati (parrocchiani) gli danno hora lire 100 hora 90 secondo gli piace. Che lui dice messa ogni giorno ne la sua giesia salvo se gl’occorre andar a qualche officio il che occorre da raro. Ancora che ne tegna conto pur di presente non si ricorda ma pensa che ne la detta sua cura gli siano anime circa a 140 di comunione quali tutti questo anno si sono comunicati. Ne la detta giesia gli (è) questa capela che adotata sotto al medemo titulo di Sancto Andrea qual lui officia et na de redito circa a lire 20, o 30, secondo che, a l’anno. Ha ne la sua giesia certi reliquiari quali ha trovati ne la casa dove habita contigua a la giesia con gli quali insieme con altre parole lui scongiura i maleficiati et indemoniati et da doi anni inza ne ha liberato circa a 100».

Nei cosiddetti primordi del 1600, ai quali fa riferimento cronologico Arsenio Mastalli, esistevano ancora a Maggianico l’oratorio della Beata Vergine Maria - confinante con la chiesa parrocchiale e posta sulla pubblica strada si vedeva questa chiesuola che rimaneva aperta giorno e notte - e l’oratorio di Sant’Ambrogio. Rivolto ad oriente e sprovvisto di documenti che attestassero la sua consacrazione, constava di una sola navata al cui pavimento, costruito in laterizio, si accedeva con un solo gradino. Aveva pareti rozze, era privo di campanile, conteneva un solo altare non consacrato che aderiva alla parete ed aveva una sola porta, quella che si vedeva nella facciata. Nella visita dell’agosto 1550 fu interrogato prete Cristoforo de Isachis, figlio del fu Giovanni abitante in loco a Mazanico, vicecurator ecclesiae Sancti Andreae, il quale rispose che «ne la detta sua giesia non si tene il Cor-

Ancillate ebbe la chiesa di Sant’Andrea eretta in parrocchia dal visitatore delegato da San Carlo nelle visite precedenti al 1569 con l’obbligo per il curato di dare ogni anno al prevosto un capretto. Copia del decreto di erezione della parrocchia è nell’archivio di Curia di Milano. L’atto fu steso il mercoledì 12 novembre 1567 dal notaio Giovanni Pietro Scotti. Le ragioni erano: la distanza da Lecco (per miliare unum cum dimidio) e l’esistenza di due torrenti (Belionca et Coldonum) che spesso sono gonfi di acqua, così che il loro passaggio è molto difficile (quod nedum difficilis verum et impossibilis est eorum transitus ad uno loco ad alium) e perciò non si portano a battezzare in prepositurale i bambini, che così muoiono senza battesimo (ob id saepe contingere quod parvuli plerique perunt sine baptismo) e soprattutto molti adulti muoiono senza sacramenti (multique decedunt sine

Alcune immagini della chiesa parrocchiale di Maggianico (archivio Aloisio Bonfanti).

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confessione et aliis suffragiis ecclesiasticis). Il prevosto, eretta la parrocchia, non deve più interessarsi (Dominus Praepositus Leuci aliqualiter nec alio modo se immisceat, nec immiscere habeat et tamen semper salva eidem Praeposito Leuci praeheminentia) anzi al prevosto ogni anno si deve dare un capretto (in signum recognitionis versus praefatum Praepositum Leuci eidem Praeposito singulis annis dare et praestare teneatur ed debeat perpetuis temporibus Capretum unum temporibus debitis). La chiesa misurava in lunghezza 38 passi e 14 in larghezza. Aveva quattro arcate e quattro cappelle, due porte, due uscite (portas duas, hostia duo), quattro finestre e nella facciata una finestra circolare, il cosiddetto occhio. Sulla sinistra della chiesa vi erano due locali, di cui l’uno andava nell’altro e nel secondo vi era la sagrestia coi paramenti appesi super perticas. La cappella dell’altar maggiore ha l’ancona con figure scolpite, dipinte e indorate. Nell’interno del presbiterio vi sono a parte a parte due panche. L’altare aveva due gradini di pietra e la predella. A sinistra l’altare dedicato alla Madonna, a destra l’altare dedicato a San Pietro martire, che manca di ancona, quindi l’altare di Sant’Antonio con la sua ancona. Il campanile era dato da una piccola costruzione super fornicem unius ex portis ecclesiae, vale a dire sopra una delle porte della chiesa stava questa costruzione che portava due campane le cui corde scendevano sotto la volta. Sull’altar maggiore stava il tabernacolo di legno dorato, internamente foderato di tela colorata e nel tabernacolo una pisside di ottone. La chiesa aveva il confessionale e il battistero, sebbene quest’ultimo non avesse sopra la vasca la piramide di legno che serviva e di copertura e di ornamento. La casa del parroco aveva anche un giardino. Al parroco si davano lire imperiali 200 oltre la casa cum certis utensilibus. Molto importante fu il decreto del cardinal Federico per il rimaneggiamento della chiesa di Sant’Andrea: si doveva chiamare un bravo architetto per ampliare e restaurare la chiesa

(accersatur Architectus idoneus, qui amplationis et instaurationis delineationem ducat in pagina). Si dovevano costruire la cappella dell’altar maggiore verso occidente e ai fianchi due cappelle laterali (cappellam majorem construit debere ad solis occasum constructis eodem tempore duabus minori bus cappellis) quella a sinistra guardando l’altare maggiore per la Madonna, l’altra per Sant’Antonio. L’antica cappella di Sant’Antonio rimasta libera servirà per il battistero. Si doveva poi costruire anche la sagrestia: il tutto fatto in quattro anni altrimenti la chiesa avrebbe avuto l’interdetto. Inoltre si doveva costruire un frontespizio per l’altar maggiore il quale si doveva unire con il campanile (ubi est cappella maior frontispicium excitetur, coniuncta campanarum tutti et obstructo ostio adhaerenti). Nonostante questo rivolgimento, la chiesa doveva considerarsi consacrata e si doveva continuare a celebrarne la festa di precetto il 5 maggio (Pergant vicini celebrare diem quintum mensis Maij in honorem dedicationis Ecclesiae quod propterea colant ac si de praecepto sanctificandus esset). Si doveva anche provvedere al torrente rapido, che scendendo impetuoso e gonfio dai monti danneggiava le pareti della chiesa (torrenti rapido, qui propter aquas e montibus praecipites intumescit laeditque acclesiae parietes, detur versus hinc procul): lo si doveva deviare in un vigneto posto a settentrione, di proprietà della comunità (nam facile id effici poterit, divertendo illum per vietume appellatum vicino rum, quod vides ad septemtrionem). CAPOLAVORI DELLA PITTURA LOMBARDA Negli Atti della visita pastorale di Federico Borromeo alla Pieve di Lecco, nel 1608, si legge, a proposito dell’altare della Beata Vergine Maria: «Ha una pala decorosa che raffigura, nel mezzo, la Beata Vergine Maria con in braccio il Bambino e ai lati Santa Caterina e i Santi Andrea, Antonio e Sebastiano: in alto poi ha un’immagine dell’Eterno Padre. La circondano elegantemente cornici e colonnine

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dorate». È il polittico di Bernardino Luini che si conserva tuttora nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea. Lo stesso compilatore degli Atti della visita del 1608, riguardo all’altare di Sant’Antonio scrive: «Ha una pala abbastanza decorosa nella quale si vedono l’immagine di Sant’Antonio, al centro, e ai lati quelle dei Santi Ambrogio e Girolamo». È il trittico di Gaudenzio Ferrari, tuttora nella chiesa parrocchiale di Maggianico. Le due preziose testimonianze dell’arte rinascimentale, scampate per secoli ad ogni vicenda, per il compilatore degli Atti sono dunque semplicemente «decorosa» l’una e «abbastanza decorosa» l’altra. La chiesa parrocchiale di Maggianico offre dunque la possibilità di vedere opere pittoriche di importanti esponenti della cultura figurativa lombarda del Cinque e del Seicento, come bene spiega Giovanna Virgilio nelle pagine di Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento, capitolo di Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia. La parrocchiale di Sant’Andrea, sull’omonima piazza di Maggianico, raggiungibile da corso Carlo Alberto e, quindi, da corso Emanuele Filiberto, conserva al suo interno pregevoli dipinti cinquecenteschi. Citata nel XV secolo, venne ricostruita nel Seicento con impianto ad una navata coperta da volta a botte e cappelle laterali, sostanzialmente mantenuto nel corso dei successivi interventi di restauro. Tra questi si ricorda, nell’Ottocento, l’ampliamento dell’abside semicircolare e il risanamento della facciata, tuttora anticipata da uno snello protiro di foggia tardo-barocca. L’interno è caratterizzato da un prevalente arredo di gusto neoclassico a partire dall’altare maggiore di Andrea Gazzari e dalla cantoria dell’organo, sulla controfacciata, progettata nel 1826 da Giuseppe Bovara. Quest’ultimo eseguì anche i disegni per le ancone delle cappelle laterali dedicate a Sant’Antonio Abate e alla Madonna, rispettivamente sul lato destro e sul lato sinistro della navata. La prima conserva un trittico cinquecente-

sco con Sant’Antonio Abate tra i Santi Ambrogio e Gerolamo attribuito a un seguace di Gaudenzio Ferrari probabilmente identificabile in Giovan Battista Della Cerva. Gli scomparti del trittico, originariamente eseguiti ad olio su tavola, furono trasportati su tela tra il 1831-32 su consiglio dell’architetto Giuseppe Bovara e di Giuseppe Diotti, direttore dell’Accademia Carrara. Costoro, un anno prima, avevano deciso pure di trasferire su tela il polittico di Bernardino Luini collocato nella citata cappella della Vergine. Datato agli inizi del secondo decennio del Cinquecento, esso mostra nell’ordine inferiore la Vergine con Gesù Bambino tra Sant’Andrea a sinistra e San Sebastiano a destra, l’Arcangelo Gabriele e la Madonna Annunciata alla sommità. Va ricordato, inoltre, che l’originaria pala dell’altare maggiore era costituita da un polittico di Gaudenzio Ferrari, datato al 1541-44 le cui tavole, smembrate nell’Ottocento e successivamente disperse, sono state in parte rinvenute nella National Gallery di Londra. Presso l’ingresso, sulla parete sinistra della navata si apre la cappella del battistero, recante sulle pareti vari dipinti tra i quali una raffinata Annunciazione seicentesca. Proprio di quest’ultima si è occupata la stessa Giovanna Virgilio nel recentissimo volume Arte e Territorio. Restituzioni 2001-2005 che documenta gli interventi di tutela e restauro del patrimonio artistico territoriale finanziati nei primi cinque anni di attività in questo settore dalla Fondazione della provincia di Lecco. Un posto di rilievo occupano i due polittici di Maggianico anche nelle preziose pagine di Bruno Bianchi Opere d’arte a Lecco che esaltano queste due opere del rinascimento della pittura lombarda. Polittico con la Vergine e Santi. Il polittico del Luini sarebbe pervenuto alla parrocchia di Maggianico dalla famiglia Ghislanzoni di Barco cui apparteneva, benché la presenza di Sant’Andrea, titolare della chiesa, possa far

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Il polittico con la Vergine - qui sopra il particolare - e Santi attribuito a Bernardino Luini; nella pagina seguente il trittico con i Santi Ambrogio, Antonio e Girolamo attribuito a Gaudenzio Ferrari.


pensare che il polittico fosse stato commissionato espressamente per quest’ultima. Subì uno smembramento, per adattarlo ad un altare neoclassico, poi fu ricomposto, non si sa con quanta aderenza alla composizione originale. È ovvio pensare che il posto ora occupato dal cartello con la scritta «Ave Maria» fosse tenuto da un altro dipinto ora scomparso. Non è certo questa una delle opere minori o meno impegnate del Luini. Cronologicamente collocabile nel periodo dell’Annunciazione di Brera, della pala Busti, della Sant’Orsola, prima cioè dei grandi cicli di affreschi sacri e profani, può essere assegnata agli anni intorno al 1515. Le due componenti dell’animo luinesco, una religiosità semplice e spontanea e un corporeo vigore campagnolo, sono già presenti nel nostro polittico cosicché il ricordo dei maestri lombardi che tennero a battesimo la pittura del Luini, come il Foppa e il Solari, è già difficilmente decifrabile, evoluto poi com’è dall’iniziale incisività di contorni, in una suggestione di ombre leonardesche. La personalità pittorica del Luini si può dire interamente rivelata da non molti anni; la grande mostra di Como del 1953 alla quale fu esposto pure il polittico di Maggianico, ne ha rappresentato il riconoscimento accademico e ha consentito un più profondo lavoro di paragone, di esame e di revisione. Polittico con Sant’Antonio fra i Santi Ambrogio e Gerolamo. La parrocchiale di Sant’Andrea a Maggianico conserva, oltre a quello del Luini, anche un polittico di Gaudenzio Ferrari; la pittura del Rinascimento ha lasciato così due pezzi importanti e preziosi in una sola chiesa, che si impone nella nostra zona come la più ricca di interesse per la storia della pittura lombarda. Gaudenzio Ferrari sembra confermare nelle figure dei tre santi la presenza nella sua formazione di un filone peruginesco, denunciato dal ripetersi sui visi di una identica espressione candida e tranquilla e dal muoversi un poco femminile del gesto di benedizione. I volti, le mani, le barbe morbide e leggere, disegna-

ti sotto l’influsso dello «sfumato» leonardesco, sono inquadrati e sostenuti da una impalcatura di mantelli e abiti ampi e come solidificati; una traccia delle qualità e delle abitudini di Gaudenzio Ferrari affrescatore sembra trasparire dal muoversi di certe parti del panneggio, un poco riassuntivo nel tracciato e nel chiaroscuro, in contrasto con la grande accuratezza e trasparenza dei visi e delle mani. Forse la mano meno sapiente di un aiuto portò a termine, nelle parti ritenute meno importanti, l’opera del maestro. Non si deve trascurare, sotto il polittico, l’interessante predella di gusto quattrocentesco, raffigurante Cristo con gli Apostoli. Parlando del polittico del Luini e del trittico di Gaudenzio Ferrari, Mario Cereghini in Immagini di Lecco nei secoli ha sostenuto che «il rione di Maggianico offre agli amatori d’arte la contemplazione delle più insigni e pregevoli pitture del territorio lecchese». E tale primato - ci piace considerarlo non una semplice curiosità - si ritrova anche nell’intitolazione della chiesa parrocchiale a Sant’Andrea apostolo. Tra gli apostoli, infatti, è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Bethsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro. Il Vangelo di Giovanni ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: «Ecco l’agnello di Dio!». Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: «Abbiamo trovato il Messia!». Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale «fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa». Questa è la presentazione. Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul mare di Galilea: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini» (Matteo 4, 18-20). Troviamo poi Andrea nel gruppetto - con Pietro, Giacomo e Giovan-

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ni - che sul monte degli Ulivi, «in disparte», interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi: e la risposta è nota come il «discorso escatologico» del Signore, che insegna come ci si deve preparare alla venuta del Figlio dell’Uomo «con grande potenza e gloria» (Marco 13). Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione. E poi la scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del secondo secolo, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo. E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: «Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen». Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso. E qui subisce il martirio per crocifissione: appeso con funi a testa in giù, secondo una tradizione, a una croce in forma di X; quella detta poi “croce di Sant’Andrea”. Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre. Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo. Quando nel 1460 i turchi invadono la Grecia, il capo dell’apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il Papa Paolo VI, nel 1964, farà restituire la reliquia alla chiesa di Patrasso. MAGGIANICO E I SUOI CURATI Sarebbe stato bello concludere questo capitoletto riproponendo, integralmente, le pagine L’interno della chiesa parrocchiale verso l’altare (archivio parrocchiale).

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di Maggianico e i suoi curati, opera realizzata da Aristide Gilardi e pubblicata nel 1934 nel cinquantesimo di sacerdozio di don Giuseppe Dell’Oro. Nell’impossibilità di trovare lo spazio necessario, fedeli comunque al proposito di evocare qualche figura sacerdotale, ecco un paio di paginette dalle 44 del Gilardi. Ricordano la figura di don Giovanni Battista Conti e consentono di evocarne un’altra, quella di don Serafino Morazzone, a testimoniare come nelle vie dello spirito non ci siano soluzioni di continuità. Gran fortuna per Maggianico perché negli anni turbinosi dal 1767 al 1803 c’era proprio bisogno di un uomo come lui. Anzitutto, don Giovanni Battista Conti comincia a lottare, non per sé ma per il suo buon diritto, e fu una contesa serrata che aveva per armi - per il loro verso cruenti anche loro - i memoriali, le scritture degli avvocati e le dichiarazioni con tanto di bollo e di firme auguste. La nomina del parroco di Maggianico era affidata ai voti del popolo che aveva il diritto di eleggere chi meglio credesse fra i candidati proposti dall’arcivescovo di Milano. Il giorno 9 del mese di novembre dell’anno 1766 si procedette alla convocazione dei comizi e relativa votazione. Due soli i candidati: don Giovanni Battista Conti, parroco di Chiuso - dove aveva esemplarmente esercitato il ministero sacerdotale - e don Francesco Gattinoni, nipote del defunto curato e coadiutore in luogo. Sul nome di don Giovanni Battista Conti si afferma il desiderio del popolo e il Consiglio Economico Supremo approva l’elezione con decreto del 12 dicembre di quello stesso anno. Senonché don Francesco Gattinoni insorge ed impugna la nomina. Da qui una inchiesta regolare perché il sacerdote non eletto notifica una serie di motivi tendenti a stabilire che i voti toccati a don Giovanni Battista Conti erano irriti e nulli. Il Conte di Fuentes inizia l’istruttoria e nelle more del giudizio l’uno e l’altro dei contendenti fanL’interno della chiesa parrocchiale verso la controfacciata (archivio parrocchiale).

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Facciata e campanile della chiesa parrocchiale (archivio Aloisio Bonfanti).


no sfoggio di lucide argomentazioni e si appellano al diritto canonico, alle bolle pontificie e all’autorità dei padri della Chiesa con particolare riferimento a San Gregorio Nazianzeno. I testi sono interrogati, i maggiorenti del paese depongono innanzi ai giudici «la verità a lor nota» e ne viene fuori un fascicolone da far rizzare i capelli ai più pazienti inquisitori. Una donnetta del popolo, certa Orsola Pozzi di Barco, vuol porre in essere, coinvolgendola alla questione della nomina parrocchiale, una sua causa per la vendita di un fondo il cui ricavo sarebbe passato nelle mani a don Francesco Gattinoni. Dal groviglio - dipanato con occhi di lince - appare a luce meridiana che don Francesco Gattinoni è un galantuomo perfetto, un sacerdote sul quale non vi è nulla da eccepire, ma risulta anche, purtroppo per lui, che la nomina di don Battista Conti è validissima e non può essere impugnata per nessuno «dei dedotti motivi». Il 13 febbraio 1767 il segretario Fuentes, con due succinte righe, tronca la diatriba - serrata, ma corretta nella forma e nella sostanza avvertendo che il Supremo Consiglio ha confermato parroco don Giovanni Battista Conti. Conti… di qua, conti… di là, c’è, come in tutte le cause, un conto da pagare sul serio. A chi toccano le spese? Parrebbe dovesse prolungarsi uno strascico poco simpatico e in tal senso si dà fiato alle prime… trombe. Ma il loro suono si smorza, poco dopo, lasciando per l’aria l’eco stonato delle battute iniziali. Chi ha speso, ha speso: non se ne parli più. Il parroco, raggiunta ormai una sicura stabilità, si mette al lavoro con lena rinnovata: dimentica, evangelicamente, i contrasti passati e compila un elenco statistico - interessante anche per noi - da cui si rileva «la condizione fisica della comunità di Maggianico» al 6 febbraio 1769. Era il primo passo per aver sott’occhio il quadro parrocchiale e pensare alle anime e ai bisogni loro con dati positivi e certi. Ecco: c’erano, allora, in paese, centotrentatre famiglie, trentadue donne vedove, due preti diocesani, due extradiocesi, cinque chierici non appartenenti alla Chiesa milanese, duecentocin-

quantacinque uomini che avevan oltrepassato l’età della prima comunione e duecentocinquanta donne: i bambini e le bambine erano, complessivamente, duecentotrentadue. Totale degli abitanti: settecentotrentasette. Don Giovanni Battista Conti fa notare che non c’erano coadiutori e chierici diocesani e - singolare - nessun uomo vedovo. Compiuta la statistica delle persone, il curato ispeziona i fabbricati delle chiese e degli oratori: rintraccia, scartabellando i documenti relativi, e stabilisce che l’oratorio i Sant’Antonio da Padova venne edificato a spese del signor Pepino Manzone «per comodo del popolo di Maggianico» e che, pertanto, l’autorità ecclesiastica concesse la «permissione di celebrarvi la messa quotidiana». E don Giovanni Battista Conti appoggia le sue affermazioni con un rogito di un secolo prima, redatto dal notaio Attualia il 22 gennaio 1677, e va a scovare un altro istrumento del notaio Cristoforo Ghislanzoni di Como col quale dimostra che il predecessore don Acerbi aveva concesso il suo assenso perché il beneficio fosse trasferito dalla parrocchiale alla chiesetta dedicata al Santo di Padova. E va avanti, e trova carte ed atti, e passa dalla riabilitazione giuridica alla ricostruzione materiale. La chiesina di San Carlo - lo dicevamo che lo spirito buono del grande arcivescovo milanese aleggia intorno a Maggianico - aveva subìto il logorio degli anni: gocce d’acqua, silenziose e tenaci, avevan roso l’architrave, lesionato il legname, e nei giorni - non infrequenti - di vento, tutto il tetto scricchiolava come se stesse per sfasciarsi. E l’altare? Ridotto ad un mucchio di pietrame, pareva indecoroso al curato di celebrarvi il divino sacrificio. Don Giovanni Battista Conti, dove può - se ne intendeva d’arte muraria fa lui: lavora anche manualmente e tira su pilastri, raffazzona pareti e poi, soldo per soldo, raccoglie la somma necessaria per acquistare un altare nuovo, di marmo addirittura. Il 4 aprile 1773, al dolce schiudersi della primavera sull’Adda, i lavori son compiuti: l’oratorio, rinnovellato, spicca sul verde tenero della campagna e il parroco, lieto, vi si reca in cotta e sto-

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la ad impartirvi la benedizione. A rigor di termini ci sarebbe voluto un prelato, ma il vicario generale della diocesi, monsignor Valentini, aveva concesso la facoltà ad hoc a don Giovanni Battista Conti sia perché in curia, in quel momento, erano occupatissimi i delegati arcivescovili, sia perché gli parve opportuno dare una meritata soddisfazione al prete che, con tanta fatica, s’era adoperato per il rifacimento dell’oratorio paesano. Un mese dopo l’intima e devota festicciola, don Conti è a Chiuso, tra gli ex parrocchiani, per assistere alla prima messa di un sacerdote il cui nome spanderà, poi, luce e fama di santità. Il pretino che saliva l’altare era «di mediocre statura, piuttosto magro, alquanto curvo nelle spalle. Il naso aquilino, gli occhi neri sempre sommessi e la dolce fisionomia cagionavano uno straordinario desiderio di continuamente contemplarlo». Era nato a Milano, da poveri ar-

tigiani, il 1° febbraio dell’anno 1747: aveva frequentato, come chierichetto, il Duomo; era stato ammesso all’ostiariato in quella chiesa dove, secondo i giudizi del mondo, sarebbe rimasto per tutta la vita a disimpegnare le più umili, ma non immeritevoli funzioni. Invece, il cardinale Pozzobonelli, visto in lui l’abito della pietà e lo zelo apostolico, lo destinò al sacerdozio, assegnandogli la cura di Chiuso. Aveva, nel giorno della sua prima messa, ventisei anni e dal volto e dagli atti trasparivano la virtù e il desiderio di essere, per sempre, un santo prete. Si chiamava don Serafino Morazzone: ed è quello che la gente invoca beato e che il Manzoni ha descritto nella prima stesura degli Sposi Promessi. La cristiana amicizia, strettasi in così dolce occasione fra i due parroci viciniori, continuerà fino alla morte di don Conti et ultra, perché gli spiriti buoni si amano e si comprendono anche dopo la vita terrena.

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CHIESA DI

SANT ’ANTONIO DI PADOVA

Procedendo dalla parrocchiale in direzione opposta a quella per la chiesa di San Rocco, si raggiunge l’oratorio tardo seicentesco di Sant’Antonio di Padova, «internamente abbellito dall’originaria ancona barocca che inquadra la statua con il santo titolare», come scrive Giovanna Virgilio nei suoi Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento, capitolo di Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia. La chiesa di Sant’Antonio appartiene a quel gruppo di edifici realizzati nel territorio che oggi è compreso entro il perimetro della città di Lecco nel Seicento, Settecento e Ottocento, espressione di quella robusta religiosità tridentina che portò alla fondazione di numerosi oratori, chiesette, cappelle, che restano a comprovare la pietà delle generazioni passate e del clero che le guidava. Per il piccolo oratorio di Sant’Antonio di Padova va ascritto a merito di Gianfranco Scotti l’aver amplificato l’iniziativa partita dalla parrocchia di Maggianico (nel 1983) con un progetto di restauro per le condizioni allarmanti in cui versava la piccola chiesa. E fu quella l’occasione per rendere note le invero scarne notizie sul piccolo edificio, già oratorio della nobile famiglia Bonacina-Manzoni, un ramo della frondosa pianta dei Manzoni di Barzio che a Lecco possedevano terre e palazzi, di cui il più noto è quello del Caleotto, di cui ci siamo occupati nel secondo volume di questa serie dedicando un capitoletto alla cappella dell’Assunta nella villa che fu anche di Alessandro Manzoni. Quello di Maggianico è un edificio di forme

ancora barocche, costruito nel 1676 da Pasino Manzoni, a una sola navata con volta a botte. Presenta una facciata molto sobria, liscia, illeggiadrita da un bel portale. L’altare maggiore offre eleganti stucchi, che Scotti paragona a quelli esistenti nella chiesa del cimitero di Laorca, ma probabilmente di più tarda esecuzione. Angelo Borghi in Il lago di Lecco e le valli, terzo volume della recensione delle architetture di interesse storico e artistico della provincia di Lecco, chiamata Sacralizzazioni. Strutture della Memoria, così scrive dell’oratorio di Sant’Antonio: «Fu Pasino Manzoni, del ramo del Caleotto qui trapiantatosi intorno al 1657, a richiedere la costruzione dell’oratorio entro le sue proprietà nel 1676, in località Bruga e sulla stradella detta Albricco. Sul pittoresco minuscolo sagrato, l’alta e nuda facciata nasconde un corpo tipico delle campagne, in una sola campata con volta a botte e vele; l’ugualmente rigorosa quadratura del presbiterio si anima nel monumentale complesso a stucco del grande altare a colonne binate e timpano spezzato, con angeli e belle decorazioni; nella nicchia la statua lignea del santo, al colmo una tela con la Vergine. Si osservano altre piccole tele, la balaustra scolpita in arenaria, armadi e reliquiari in sacristia, tutto secentesco». Per contrappunto a questa chiesetta che si è salvata, chiudiamo questo capitoletto con l’accenno a due chiesette invece scomparse, citate sia negli Atti relativi alla visita di Federico Borromeo che in documenti precedenti: l’ora-

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torio della Beata Vergine Maria e l’oratorio di Sant’Ambrogio. Negli Atti federiciani si parla della visita, nel 1608, all’oratorio della Beata Vergine Maria «costruito sulla strada pubblica che da questo oratorio conduce alla parrocchiale di Ancillate» aggiungendo che «la sua forma è quadrata. Il pavimento è in calcestruzzo. Le pareti sono imbiancate e adorne di immagini di Santi decentemente dipinte. La porta dà sulla strada pubblica, ed è munita di battente che però non ha né serratura, né chiave, né catenaccio. L’accesso perciò è sempre aperto». Secondo Carlo Marcora, che ha curato la pubblicazione di quegli Atti, può essere, forse, l’oratorio o cappella visitata nel 1569: Oratorium sub titulo Sanctae Mariae loci gazanici quod est apertum, cum altare non est consecratum. Un oratorio di Santa Maria di Maggianico era stato visitato anche il 3 agosto 1550: era aperto, aveva l’altare non consacrato, non possedeva redditi e nessuno vi celebrava. È da ricordare che nei decreti del cardinal Federico appare una confraternita della Madonna fondata il 17 ottobre 1510 con decreto del Vicario generale Sebastiano Gilberto a nome dell’arcivescovo Ippolito d’Este e ricordata in un atto notarile del 2 novembre 1511 del notaio Giacomo Airoldi.

La chiesa di Sant’Antonio di Padova.

ab ingressu ecclesiae proposita illis, qui huiusmodi mare set feminas admiserint, aut prophani quidpiam in Oratorio reposuerint). Tutta la roba che veniva posta nella chiesetta doveva essere requisita. Andrea Luigi Apostolo in Lecco e il suo territorio (1855) scriveva: «Raccomandasi pure all’attenzione del forastiero la chiesetta alla frazione detta Sant’Ambrogio, rozzo edificio, oggidì convertito in ricetto di arnesi rurali, decorato all’interno e all’esterno di grandi dipinti a fresco, che rammentano l’infanzia della pittura. Sul fondo grigiastro della parete esterna meridionale si scorge ancora, sebbene qua e là scalcinata, l’effigie di un vescovo. Lo stendardo bianco recante una croce rossa che si vede accanto a quella figura sarebbe probabilmente lo stemma del Comune di Milano e indicherebbe perciò quella figura l’immagine di Sant’Ambrogio. Sebbene non consti notizia circa l’origine di questa chiesetta essa risale senza dubbio ai bassi tempi, cioè almeno al secolo XI».

Dalla parrocchia di Maggianico dipendeva anche la chiesetta rurale di Sant’Ambrogio, che abbisognava di molte cose per potervi celebrare. Il beneficio era stato unito alla prevostura di Lecco, il 9 giugno 1446, come risulta da un istrumento rogato dal notaio Giacomo Cafrario di Castello per ordine del Primicerio e Vicario generale Francesco della Croce. Il cardinale Federico ordinò che si togliesse l’abuso che gli zingari, gente di stirpe egiziana (tollatur omnino abusus ille, Aegyptii, generis gentes eas quae in incisuris manuum Cingaras vocant divinationem profitentur) i quali fanno la lettura della mano predicendo il futuro, si rifugiassero nella chiesetta (hic hospitandi) e questo sotto pena di interdetto (poena interdicti

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CHIESA DI SAN ROCCO

Poco oltre la parrocchiale da via Zelioli si raggiunge la chiesa di San Rocco, nell’omonima via. «L’edificio, di origini cinquecentesche, fu ricostruito ex novo tra il 1839 e il 1843 su progetto di Giuseppe Bovara per i Ghislanzoni. Caratterizzato dalla pianta a croce greca iscritta in un quadrato, è preceduto da un pronao neoclassico e presenta all’interno un omogeneo apparato decorativo otto-novecentesco», scrive Giovanna Virgilio in Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento, capitolo di Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia. La firma di Giuseppe Bovara fa sì che il San Rocco di Maggianico disponga di una significativa letteratura. In Opere d’arte a Lecco Bruno Bianchi scrive: «L’oratorio di San Rocco, terminato nel 1844, è un perfetto esempio di organismo neoclassico a pianta centrale. Il Bovara, che ne è l’autore, sembra qui particolarmente sensibile all’insegnamento del Cagnola, maestro di spazi originati da forme geometriche semplici, come il quadro, il cerchio o anche il triangolo. E questi spazi elementari non dovevano avere decorazioni perché, come voleva il Lodoli nelle sue lettere sull’architettura, niente ha da vedersi in una fabbrica che non abbia il suo proprio ufficio. La pianta dell’oratorio di San Rocco inscrive lo spazio interno a croce greca in una struttura esterna quadrata preceduta da un portico a colonne doriche e tagliata in orizzontale da una breve gronda, voluta evidentemente per snellire il rapporto dimensionale delle pareti. La cupola che chiude l’interno è rivelata all’esterno da un breve timpano circo-

lare che interrompe le quattro falde del tetto». L’oratorio del Bovara ha comunque preso il posto di una precedente cappella, la cui storia fa riferimento ad un documento che comincia così: «Nel nome del Signore. Nell’anno 1630, nel giorno di sabato 9 febbraio, il console e gli uomini della vicinanza di Barco nel territorio di Lecco, ducato di Milano, convocati e radunati nella strada pubblica presso l’acqua di Chiuso, della detta vicinanza di Barco, testimoni il rev. sac. Giovanni Bolis, cappellano di Barco, i sigg. Giovanni della Castagna e Andrea Amigoni, tutte persone note ed idonee…» assegnarono alla Cappella dei Santi Rocco e Sebastiano vari appezzamenti «di terra campiva, vicino e lontano dalla cappella stessa», il reddito di 250 lire imperiali e qualcos’altro ancora, riservandosi però il diritto di patronato, con questa condizione: che con i frutti che si percepivano dai beni prima citati, il parroco di Sant’Andrea apostolo in Ancillate celebri 48 messe ogni anno, 3 messe nella festa dell’Immacolata e 3 messe nella festa di San Rocco e che «il Santo Sacrificio venga applicato soltanto per i vicini di Barco». Il documento è conservato nell’archivio parrocchiale con la data del 12 ottobre 1839. Questo ne spiega la formulazione in un linguaggio che non è certamente quello del 1630. Si tratta di una (libera) trascrizione, operata da don Menghi, coadiutore a Maggianico, dell’originale conservato nell’archivio notarile di Milano, ma rappresenta comunque il primo omaggio documentato dei maggianichesi verso San Roc-

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co. E risale a sessant’anni circa dopo la fondazione della parrocchia di Maggianico che, come è già stato ricordato in apertura di questo capitolo, risale al 1567. Non è comunque il primo documento riferito a San Rocco: l’oratorio di Barco compare infatti negli Atti della visita federiciana raccolti da Carlo Marcora nella monumentale opera La Pieve di Lecco ai tempi di Federico Borromeo. Vi si descrive, con la consueta minuziosità, un oratorio di San Rocco esistente già ai tempi di San Carlo. Si trattava di una chiesetta a navata unica e con le pareti intonacate, che terminava con una cappella costruita in forma quadrata, in parte ornata con pitture, in parte intonacata, senza alcuna suppellettile. In occasione della visita di Carlo Borromeo nel 1566 il rettore e i vicini di Ancillate si lamentarono che gli uomini di Barco avevano alienato dei beni lasciati per opere pie e che gli stessi avevano usurpato altri beni lasciati all’oratorio di San Rocco, chiesa della quale, peraltro, non soddisfacevano gli oneri. Dissero anche che un certo Pietro Gervasi aveva lasciato alla vicinanza un legato di sei staia di frumento da pagarsi ogni anno, e un altro legato di sette pertiche di terra («come risulta dai libri dell’estimo del territorio di Lecco nel libro quarto») con l’onere di celebrare sei messe l’anno; e a questo onere non si è mai soddisfatto. Così continuano gli Atti: «Quel terreno era posseduto da Lanzino Ghislanzoni; e il rettore affermava che detto Lanzino aveva costruito un muro divisorio tra i beni della Chiesa e i suoi, e in quell’occasione aveva usurpato molti beni ecclesiastici, e che lo stesso Lanzino era tenuto a fare un baldacchino in forza di legato fatto a voce da suo padre Cristoforo». Sopra queste cose San Carlo ordinò al vicario foraneo che curasse il recupero di tutti i beni lasciati in favore di cause pie, e venduti dai vicini, e l’adempimento degli oneri. Ordinò poi che tutti i legati fatti alla Chiesa o per

altri usi pii fossero adempiuti. Per l’esecuzione dei legati ai quali era tenuto Lanzino Ghislanzoni il santo arcivescovo delegò quel Giovanni Antonio Airoldi artefice di un grande capitolo della pietas lecchese (se ne è ampiamente parlato nel primo volume di questa serie) e cioè quell’Ospedale della Beata Vergine Maria la cui storia continua ancora oggi negli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi. Sarà forse anche per farsi perdonare i problemi creati da Lanzino che 64 anni dopo gli ordini impartiti da Carlo Borromeo, convocati e radunati sulla pubblica strada in quel febbraio del 1630, gli uomini di Barco decisero di dare lustro alla cappella di San Rocco con l’offerta di terreni prima citata, contenuta nel documento del 12 ottobre 1839. Data, questa, che ci conduce ad un’altra tappa importante nella storia di San Rocco. Tre anni prima, nel 1836, era scoppiata l’epidemia di colera e si era fatto voto di celebrare solennemente le Sante Quarantore in San Rocco per ottenere l’allontanamento del flagello. A quell’epoca dunque vi fu un risveglio della devozione verso il Santo. E, ancora di più, in segno di gratitudine per lo scampato pericolo, si decise di costruirgli una chiesa più bella, incaricandone l’architetto Giuseppe Bovara. Fu in quella occasione che si volle vedere chiaro circa i beni annessi alla chiesa, e fu allora che il coadiutore don Menghi se ne andò a Milano ricopiando il documento custodito nel Regio Archivio Notarile. I lavori del nuovo oratorio, come accennato, procedettero spediti e nel 1844 il nuovo concerto di campane diffondeva il suo suono dal basso campanile. Ancora alla fine di quel secolo si tornò a parlare di San Rocco. Ne fa fede una lettera della Curia arcivescovile di Milano, datata 14 dicembre 1900, indirizzata al parroco di Maggianico: «Sapendo come la S.V.M.R. in passato attese benevolmente alla sistemazione della coadiutoria di San Rocco eretta in codesta parrocchia, e così anche attualmente si dedichi a darle un ul-

Nella pagina a fronte l’affresco con l’Immacolata tra i Santi Rocco e Sebastiano e l’esterno della chiesa di San Rocco; nelle pagine precedenti una solenne processione per le vie di Maggianico (archivio parrocchiale).

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teriore aspetto, si prega di tenere informate le Autorità Diocesane circa il procedere delle cose». Quali cose è presto detto: un mese prima, il 13 novembre 1900, veniva spontaneamente ceduto al parroco di Maggianico, don Giuseppe Dell’Oro, il diritto di patronato che nel 1630 si era riservati i vicini di Barco. La cessione spontanea era giustificata «in segno di gratitudine e di riconoscenza». Anche questa volta, però, con una condizione: «che venga celebrata solennemente la festa di San Rocco». Ne fa fede un documento, in carta bollata da una lira e vidimato dall’Ufficio del Registro di Lecco, sottoscritto da don Giuseppe Dell’Oro, da dieci Ghislanzoni, un Gattinoni e un Pattarini, testimoni Domenico Colombo e Celeste Pattarini. Infine, con un atto notarile del 1913, il parroco don Giuseppe Dell’Oro donava alla chiesa di Maggianico il terreno che recinge l’oratorio di San Rocco e una striscia sulla piazza antistante che parte da via Olivieri, costeggia la strada comunale e termina all’argine del torrente. Don Dell’Oro con questo atto voleva creare una zona di rispetto intorno a San Rocco e, per quanto riguarda il piazzale, una zona d’ombra sullo stesso e la facciata della chiesa. Don Giuseppe dell’Oro era il fratello minore del benemerito monsignor Salvatore Dell’Oro; entrambi sono sepolti nel cimitero di Maggianico. La donazione alla parrocchia di Maggianico del terreno necessario a recingere l’oratorio di San Rocco e la zona vicina rappresenta una minima parte della generosità sempre dimostrata per opere di bene a favore del prossimo dai due fratelli sacerdoti Dell’Oro. Sono da ricordare le donazioni per ampliare l’orfanotrofio Manzoni al Caleotto, ora Casa Don Guanella in via Amendola, l’orfanotrofio femminile di via Aspromonte, ora succursale del collegio Vola, i fondi elargiti per completare il santuario della Madonna della Vittoria del quale monsi-

Una veduta d’insieme della chiesa di San Rocco nella veste architettonica di Giuseppe Bovara (archivio parrocchiale).

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gnor Salvatore Dell’Oro, nel 1932, è stato il primo rettore. Non deve, altresì, essere dimenticata la donazione del terreno per far sorgere a Pescate la chiesa parrocchiale dedicata a Santa Teresa ed al Divin Salvatore.

mune di Lecco nel 1975) riprende e sviluppa quanto scritto tre anni prima da Bruno Bianchi in Opere d’arte a Lecco. «La chiesa di San Rocco al bosco ebbe origine forse dalla pestilenza del 1524 ed era particolare patronato dei Ghislanzoni di Barco; nel 1836 era molto malconcia, ma la presenza del colera, che dal luglio iniziò a infierire anche a Maggianico, fece ricordare alla popolazione l’antico patrono: si fece voto di celebrare nella chiesetta ogni anno le Quarantore, come è ancora ricordato dallo stendardo allora ricamato. I Ghislanzoni chiesero nel 1839 al Bovara di ricostruire interamente la chiesetta, che venne ultimata nel 1843. La pianta iscrive una croce greca in una struttura esterna quadrata; la tazza che copre lo spazio centrale è rivelata all’esterno da un tamburo circolare che interrompe le quattro falde del tetto. Dalla struttura quadrata escono il basso pronao a timpano retto da quattro colonne doriche, la cui trabeazione si raccorda a una fascia di gronda che taglia e fascia in orizzontale l’intero organismo e forma anche la gronda dell’abside semicircolare che appare ad oriente e sul cui asse si innesta il campanile a sezione quadrata. La decorazione interna è successiva, oltre le perfette partiture delle pareti in finestre e nicchie; la pala dell’altare è un affresco del Fumagalli del 1882 che rappresenta l’Immacolata tra i Santi Rocco e Sebastiano sopra lo sfondo della boscosa contrada; più tarda l’Incoronazione della Vergine dipinta sulla tazza».

Ma c’è una pagina ancora viva della storia di San Rocco alla quale accennare, la festa del voto. La tradizione di tale festa risale al 1836 quando, essendosi diffuso il colera in terra lecchese, la popolazione di Maggianico, guidata dal parroco don Gattinoni, fece voto a San Rocco chiedendone la protezione contro il dilagare del morbo. Il voto consisteva nell’impegno di ripetere ogni anno le Sante Quarantore proprio in San Rocco concludendole con una solenne processione eucaristica per le vie del paese. Il miracolo avvenne e per intercessione del Santo di Montpellier Maggianico fu risparmiata dall’epidemia. E fu anche per dare un ulteriore tangibile segno di riconoscenza che si decise di rinnovare completamente la chiesa. Da quel 1836 (ne ho trovato traccia in un articolo di Dario Pesenti) ogni anno si rinnova la festa del voto, ininterrotta tradizione caratterizzato dai solenni riti in onore di San Rocco. Si è già fatto più di un cenno alla letteratura di cui dispone il San Rocco di Maggianico, artefice la veste attuale opera di Giuseppe Bovara (che ne parla anche nella sua autobiografia raccolta nel volume Memorie di un architetto). Angelo Borghi in Giuseppe Bovara. Architetto (pubblicazione realizzata per conto del Co-

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Olate A casa di Don Abbondio Chiesa dei Santi Vitale e Valeria

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A CASA DI DON ABBONDIO

Il momento iniziale dei Promessi Sposi è indicato «sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628»: incontriamo don Abbondio che «per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa». Il nome della terra di cui era curato non è detto: ma è inconfondibilmente ad Acquate la strada che «si divideva in due viottole, a foggia d’un ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura: l’altra scendeva nella valle fino a un torrente», con i muri interni delle due viottole che «invece di riunirsi ad angolo, terminavano in un tabernacolo». Se il sito dell’incontro di don Abbondio con i “bravi” è riconoscibile in Acquate, non è tuttavia da credere che Acquate possa essere individuato come il paesello degli sposi promessi, anche se vi si trovano vecchie costruzioni popolari intersecate da vicoletti che il sole raggiunge a fatica, e viene indicata una “casa di Lucia” che però porterebbe completamente fuori strada. Il paesello si scopre da un’altra parte, a Olate. In sostanza - è la conclusione di don Andrea Spreafico in La topografia dei Promessi Sposi - «sul poggio dove siede Acquate l’artista ha collocato un paese che presenta una discreta somiglianza con Olate». Non vi è ragione di stupirsi di ciò: il Manzoni faceva lo scrittore, non il cartografo.

se che l’ultima tappa della visita pastorale portò l’Arcivescovo in pieno paesaggio manzoniano: Olate e Acquate, offrendoci un’altra delle sue irripetibili pagine. I due ex paesi - che ora sono rispettabilissimi rioni della città ex borgo - si disputano, come si sa, l’onore di aver dato i natali ai promessi del Manzoni, e di aver avuto entro i loro confini don Abbondio, buon uomo, la sua Perpetua, e quella furbacchiona di Agnese. La contesa, veramente, non ha mai assunto nemmeno in ombra il carattere di quelle «rixe» antiche che finivano in «bruciamenti» e peggio; anzi, si può dire oramai sfociata in una pacifica via di mezzo. Si sono create due case di Lucia: una ad Acquate, l’altra a Olate; tutti sono contenti; ed è così scongiurato qualsiasi pericolo per la salute e alla tranquillità pubblica. Anche il Cardinale - che, di solito, stretto com’è dalle preoccupazioni del suo ministero, non trova il tempo di tirare il fiato - giunto a Olate non poté sottrarsi alla suggestione dell’ambiente. Nel primo e unico spiraglio di quiete cercò una copia del romanzo: «Vediamo un po’ se davvero don Abbondio stava qui». Naturalmente, saltò subito fuori la testimonianza autorevole del Cardinale Maffi, il quale nel 1923 consolò gli olatesi, assicurandoli che la loro casa parrocchiale è proprio quella immortalata nel libro. «Ecco - spiegò il buon parroco - questa è la stanza di don Abbondio; questi

Ecco dunque subito spiegato il perché su L’Italia del 4 ottobre 1930 Uberto Pozzoli scris-

La chiesa parrocchiale dei Santi Vitale e Valeria a Olate.

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i due orti; questo il muro della stradicciola che servì ad Agnese per tener a bada quella chiacchierona di Perpetua…». Torniamo alla Visita pastorale, che è tutt’altro discorso. Martedì sera quei di Olate mandarono alcune automobili ad attendere l’Arcivescovo poco fuori d’Olginate. Alle rappresentanze recatesi laggiù, il ritardo nell’arrivo di Sua Eminenza servì per i più lieti pronostici sul tempo, che si rimetteva al bello dopo aver rovinato - come tutti gli anni - la festa dell’Addolorata, che a Olate si fa sempre solenne, ma sempre senza sole. L’entrata dell’Arcivescovo in parrocchia fu trionfale. Era notte - le 19 suonate - e all’entusiasmo della gente si univa, signori miei, il giubilo di tutte le case, adornate di festoni, di luci, avvolte da grandi fiammate. Dal confine della parrocchia la processione si mosse lentamente verso la chiesa. Il canto di fanciulle biancovestite saliva armonioso, accompagnato dall’ondeggiare della lunga teoria di ceri, che avevano, pur nel grande bagliore della luminaria, la loro delicata parola da dire. Quando, dopo la prima predica, la processione tornò a scender giù verso il cimitero, si vide nel cielo un placido faccion di luna, come se il Signore avesse voluto metter fuori anche lui il suo lume di festa.

sinelli, il cugino del curato Scatti, che venne qui a cercare asilo per la sua infermità, e diede invece il tesoro di tutta la sua anima, che fu per il paese fonte di vita ardente? Don Battista, già cieco, picchiettava sulla macchina da scrivere le cartelle per il Resegone; incuorava i giovani, riandando le lotte e le glorie passate; teneva nelle sue mani - che supplivano gli occhi spenti - i fili delle organizzazioni parrocchiali e plebane; si faceva leggere libri, riviste, giornali, per essere, nella prigionia del suo male, ancora vivo, ancora combattente. Don Mario Bonfanti, il parroco attuale, raccolse l’eredità. C’erano tutte le istituzioni antiche; mancavano quelle moderne, volute dal nuovo ordinamento dell’Azione Cattolica. Nulla distrusse: costruì quello che non c’era. Ora ha un progetto per le mani: l’ampliamento della chiesa. Un bel grattacapo, coi tempi che corrono! Che la chiesa di Olate sia piccola lo crede anche il Cardinale, che mercoledì mattina, all’Ave Maria, vide la parrocchia affollarsi in ogni angolo per la messa e la comunione generale. Egli stesso, l’Arcivescovo, raccomandò poi il progetto del parroco, che allungherà la chiesa sulla piazzetta, coprendo l’area dell’antico camposanto, perché non c’è da pensare a un ampliamento dalla parte del coro, dove c’è il campanile che lo impedisce. Dopo la messa, Sua Eminenza visitò gli infermi, facendo un lungo giro per la parrocchia, fino alla frazione di Luera. Lassù parlò alla gente di quelle antiche case, invitandola a frequentare la Dottrina parrocchiale. Scese poi allo Zucco, soffermandosi a pregare innanzi a un bel tabernacolo che guarda l’ingresso del cosiddetto palazzotto di don Rodrigo. Il tabernacolo è recente. Fuori del palazzo non c’è ora alcun brutto ceffo di bravo; al posto di don Rodrigo ci son fior di cristiani, che anche stavolta eran venuti apposta da Milano per partecipare alle feste del paese, e saputo che il Cardinale passava di là si fecero sul cancello a ossequiarlo.

LA CASA DI DON RODRIGO Olate è una piccola parrocchia che non arriva a mille anime. Venne eretta dal Cardinal Federigo nel 1608 (se tornano in discorso i personaggi del Manzoni la colpa è dell’ambiente); il quale Cardinal Federigo la staccò dalla prevostura di Lecco. Tra i suoi parroci contò, nel secolo scorso, un Sacchi, che si fece buon nome come appassionato studioso di storia naturale; e, più tardi, don Angelo Scatti, un osso duro della lotta contro l’anticlericalismo e la massoneria. La parrocchia ha numerose istituzioni fiorentissime, che attestano il lavoro di buoni preti. Chi non ricorda don Battista Re-

Olate e la sua chiesa: ieri (dalla collezione di Valentino Frigerio) e oggi a confronto; nella pagina seguente l’ingresso della canonica che la tradizione identifica con quella di Don Abbondio (archivio Aloisio Bonfanti).

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Sulla piazza della chiesa Sua Eminenza notò il banco di una venditrice di cianfrusaglie. C’erano, tra l’altre cose, bamboline di quelle d’oggigiorno, che han sostituito alle troppo ingombranti vesti delle bambole antiche, il troppo poco della moda moderna. «È roba da vendere ai bambini, questa?» - domandò il Cardinale -. La venditrice non aspettò altre parole: aprì una cassa e vi buttò dentro tutto quello che di non coperto aveva sul banco. Due carabinieri seguivano di scorta, l’Arcivescovo: Sua Eminenza diede loro una medaglia: «Vedete un po’, bravi ragazzi, che questi mercanti non approfittino della festa per alzare troppo i prezzi».

di Santi». Tornò poi in chiesa, dove, prima della Dottrina, fece cantare il Vespero: «Si canta bene: cantiamo anche il Vespero!». La predica dei ricordi chiuse la visita alla parrocchia. Parrocchia che, cappella curata nel 1566, il 15 marzo 1612, con atto rogato da Giacomo Antonio Cerruti, notaio della cancelleria arcivescovile di Milano, vide stabiliti i patti per l’erezione del beneficio curato di Olate e Bonacina, su istanza del sindaco e della comunità di detti luoghi che già in precedenza eleggevano un sacerdote mercenario. Dal XVII al XVIII secolo la parrocchia di Olate, a cui era preposto il vicario foraneo di Lecco, è costantemente ricordata negli atti delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi e dai delegati arcivescovili di Milano nella pieve di Lecco. Nel 1746, durante la visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli, nella chiesa parrocchiale dei Santi Martiri Vitale e Valeria di Olate si aveva la Confraternita del Santissimo Sacramento, istituita canonicamente senz’abito, come risultava dagli atti della cancelleria vescovile in data 10 luglio 1639. Il numero dei parrocchiani era 273, di cui 168 comunicati. Entro i confini della parrocchia di Olate esisteva l’oratorio di San Bernardino nel territorio di Bonacina (le cui vicende sono raccontate nel secondo volume di questa serie). Verso la fine del XVIII secolo, secondo la nota specifica delle esenzioni prediali a favore delle parrocchie dello stato di Milano, la chiesa parrocchiale di Olate con Bonacina possedeva fondi per 105 pertiche; il numero delle anime, conteggiato tra la Pasqua del 1779 e quella del 1780, era di 296. Nella coeva tabella delle parrocchie della città e della diocesi di Milano, la rendita netta della parrocchia di Olate assommava a lire 395.5. Nel 1897, all’epoca della prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella pieve di Lecco, la rendita netta del beneficio parrocchiale assommava a lire 622.09. Il numero dei parrocchiani era di 708 unità.

IL SUCCESSORE DI DON ABBONDIO Dalle 9 a mezzogiorno il Cardinale amministrò la cresima e visitò l’oratorio maschile, l’Unione Giovani, la casa e la cappellina delle suore e l’oratorio femminile, dove erano riunite anche le figlie di Maria e le giovani del Circolo. La visita all’oratorio maschile richiamò la cerimonia dell’inaugurazione. Quel giorno - il 5 luglio 1925 - erano venuti a Olate monsignor Scatti, Vescovo di Savona, e don Dionigi Puricelli, che tenne uno dei suoi brillanti discorsi, al fianco del suo antecessore nel governo della parrocchia di Malgrate. Ora non c’era più né l’uno né l’altro, e si sa, purtroppo, il perché. L’Arcivescovo si disse contento della buona organizzazione dell’oratorio, ma notò fra tante cose belle una bugia: i fiori artificiali sull’altare della cappellina: «Figlioli, togliete quei fiori falsi. Coltivateli voi, qui, nel vostro cortile, i fiori veri; e siate anche voi fiori belli di virtù». Nel pomeriggio il Cardinale continuò le visite alle istituzioni. Alla sede centrale della Cooperativa «La Popolare» fu ricevuto dal consiglio di amministrazione, e gli venne presentato il personale di tutte le dispense distribuite in otto parrocchie. Passò poi alla sede dell’Unione Uomini, a quella della Cassa Popolare, e infine alla biblioteca parrocchiale. Qui volle vedere i cataloghi e il libro dei prestiti: «È un buon paese. Continuate a dar da leggere tante vite

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La chiesa parrocchiale oggi e, sotto, uno dei frammenti ritrovati di antichi affreschi.


CHIESA DEI SANTI VITALE E VALERIA

La tradizione popolare ed una nota scritta su di un vecchio messale del seguente tenore: «…in questa ultima domenica di settembre si celebra la consacrazione di questa Chiesa di San Vitale» testimoniavano - secondo Arsenio Mastalli in Parrocchie e Chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600 - che la chiesa di Olate fosse consacrata. La chiesa, rivolta a oriente, era abbastanza ampia, constava di un’unica navata, aveva il pavimento in laterizio, era soffittata e aveva pareti imbiancate e prive di ragnatele. Era una chiesa povera, povera ma tanto pulita. Conteva tre altari. Il maggiore, di forma regolare, non era consacrato. Non aveva il chiodo su cui, appendere il berretto del sacerdote celebrante e disponeva del campanello per i segnali dell’elevazione. Alla cappella maggiore, di forma quadrata, si accedeva con un gradino. Non aveva quadri ma era tutta adorna di sacre pitture eccitanti alla pietà. L’arco, attraversato da una grossa trave dipinta, reggeva il Crocefisso. In questa cappella c’erano due porte, una di qua e una di là dell’altare, che si aprivano, quella a meridione, nella sacristia vecchia e quella ad aquilone nella sacristia di recente costruita. L’altare della Beata Vergine Maria era posto in cornu evangelii, si appoggiava alla parete e non era consacrato. Non aveva icone, ma sulle pareti della cappella di forma quadrata, erano dipinte varie figure di Santi. Su questo altare, nel 1620, si diceva fosse apparsa la Madonna a certa Caterina Valsecchi, vergine, del luogo di Bonacina.

L’altare di San Pietro Martire, recentemente edificato esso pure dalla parte del Vangelo, non era consacrato, aderiva alla parete, non era chiuso da cancelli, mancava di ogni sacra suppellettile e del famoso chiodo. Questa chiesa aveva due porte: una nella facciata e l’altra a meridione. Nell’interno mancavano i cancelli che dovevano tenere separati gli uomini dalle donne. Sopra la porta maggiore non erano dipinte le immagini dei Santi cui era dedicata la chiesa. A proposito di questi Santi ricordiamo che nel 1561 patroni della chiesa di Olate erano i Santi Vitale e Agricola. Lo aveva dichiarato San Carlo in una sua relatione stesa in detto anno, dopo aver visitato tutte le chiese della Pieve di Lecco. Davanti alla chiesa non c’era né atrio, né portico, né vestibolo per l’amministrazione del battesimo. Le finestre erano quattro: una di forma quadrata a meridione, due ogivali nella facciata e la quarta pure ogivale a settentrione. La torre campanaria, di forma quadrata, costruita presso la cappella maggiore, portava sulla guglia una croce di ferro visibilissima e nella cella due campane sonore e ben accordate fra loro delle quali non si sapeva se fossero o meno consacrate. La spesa per l’acquisto delle funi era a carico del popolo. Per entrare nel campanile si doveva attraversare il cimitero perché nell’interno della chiesa non c’era nessuna porta. Il cimitero: posto davanti, a oriente e a settentrione della chiesa, era pianeggiante e cintato da muro. In esso non era stata posta la croce

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né fabbricata la cappella per le consuete preci di suffragio. La casa del viceparroco era ubicata vicino alla chiesa ma lontana dalle abitazioni dei fedeli; constava di un piccolo atrio, di una sala, una cucina, la cantina, la stalla e due camere da letto. Alla casa erano annessi due orti: uno di due tavole circa a settentrione e l’altro di tre tavole davanti alla porta d’ingresso. La chiesa di Olate nella visita del 1569 risultava larga 13 passi e lunga 23. L’altar maggiore aveva un cappella con la volta, ed era dipinta; dall’altar maggiore per mezzo di una porticina si entrava in sacristia, la quale aveva la volta e il pavimento. Sulla trave che attraversava l’arco della cappella maggiore stava un crocifisso grande. Alla parte destra dell’altar maggiore vi era un altare dedicato a San Bernardino, alla parte sinistra un altro, dedicato a San Pietro Martire. Sulla facciata della chiesa stava il campanile con due campane. Vi era pure, sulla parete sinistra di chi entrava in chiesa, una cappella in onore della Madonna, dipinta e con volta. Non vi erano ancora il confessionale e il battistero (caret confessionali et baptisterio). Il cappellano era mantenuto con un’imposta che gli uomini del luogo si erano essi stessi fissata. Nei decreti il cardinal Federico vuole che si accenda la lampada davanti al Santissimo Sacramento, tanto più che vi è stato per questo un legato, lasciato da Caterina de Fornaci con testamento ricevuto dal notaio Deodato Fernando Arrigoni il 23 giugno 1608. Si doveva inoltre dipingere la cappella della Madonna. Sulla facciata della chiesa, infine, si doveva pitturare la Madonna con ai lati i due Santi martiri Vitale e Valeria.

tirio dei due fratelli, descrive anche quello dei due genitori Vitale e Valeria, vissuti e morti nel terzo secolo. Vitale è un ufficiale che ha accompagnato il giudice Paolino da Milano a Ravenna. Scoppiata la persecuzione contro i cristiani, viene arrestato e dopo aver subito varie torture per farlo apostatare dal cristianesimo, il giudice Paolino ordina che venga gettato in una fossa profonda e ricoperto di sassi e terra; così anch’egli diventa un martire di Ravenna e il suo sepolcro nei pressi della città diviene fonte di grazie. La moglie Valeria avrebbe voluto riprendersi il corpo del marito, ma i cristiani di Ravenna glielo impediscono. Allora cerca di ritornare a Milano, ma durante il viaggio incontra una banda di idolatri, che la invitano a sacrificare con loro al dio Silvano; essa rifiuta e per questo viene percossa così violentemente che, portata a Milano, muore tre giorni dopo. I giovani figli Gervaso e Protaso vendono tutti i loro beni dandoli ai poveri e si dedicano alle sacre letture e alla preghiera e dieci anni dopo vengono anch’essi martirizzati: il già citato Filippo ne cura la sepoltura. Di questa chiesa di Olate, Giovanna Virgilio, con la consueta bravura, ci fornisce questa efficace sintesi nei suoi Itnerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento, ampio capitolo di Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia. Citata nel XIV secolo e visitata da Carlo Borromeo nel 1566, fu descritta nel 1608 da Federico Borromeo che ne rilevò la struttura ad una sola navata con due altari, sul lato sinistro, dedicati alla Madonna e a San Pietro Martire. Il cardinale Visconti nel 1685 osservò che sul lato destro era collocato l’altare di San Carlo, mentre nella visita vicariale del 1708 fu prescritto il rifacimento del tetto per proteggere la volta del presbiterio dalle infiltrazioni di acqua. L’edificio venne ricostruito nel 1767 su disegno di Tommaso Montani e fu decorato secondo un coerente progetto iconografico nel corso dei secoli successivi fino al 1934, quando fu eretta la facciata. Questa, sormontata dal fron-

Vitale e Valeria sono i genitori dei Santi Gervaso e Protaso, anch’essi martiri. Le prime notizie che si hanno di Vitale e Valeria provengono da un opuscolo scritto da Filippo, che si nomina Servus Christi. Detto opuscolo fu rinvenuto accanto al capo dei corpi dei martiri Gervaso e Protaso, ritrovati da Sant’Ambrogio nel 396. L’opuscolo, oltre a narrare il mar-

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tone curvilineo, presenta un elegante portale in serizzo ed è scandita da un doppio ordine di lesene che inquadrano, superiormente, le nicchie con le statue dei Santi titolari. L’interno è formato da una sola navata con quattro cappelle laterali, le più ampie delle quali, presso il presbiterio, suggeriscono un impianto a croce latina. Tra il 1923 e il 1934 Luigi e Romualdo Locatelli eseguirono gran parte dei dipinti murali tra i quali si distinguono, per leggerezza di tocco di ascendenza neosettecentesca, le quadrature sulla bassa cupola della navata e sulla volta delle cappelle laterali e gli affreschi con le Storie di San Giovanni Battista eseguiti da Ugo Marigliani nella cappella del battistero, sulla sinistra presso l’ingresso. L’apparato decorativo dell’edificio è arricchito da pregevoli arredi lignei sette-ottocenteschi accuratamente intagliati: i seggi del coro e le porte di sacrestia nel presbiterio, il pulpito nell’angolo sinistro presso il presbiterio e la cantoria e la cassa dell’organo sulla controfacciata. A questi va aggiunto il gruppo scultoreo tardo barocco con la Pietà nella prima cappella sinistra. La cappella opposta, invece, accoglie sulla parete di fondo un dipinto di fattura settecentesca con la Madonna Immacolata, San Pietro Martire e Sant’Antonio da Padova. Si segnalano, infine, nel presbiterio lacerti di affreschi quattrocenteschi eseguiti da un anonimo pittore di apparente estrazione locale e, nei pressi, sulla parete destra della navata il dipinto murale con la Sacra Famiglia eseguito da Antonio Sibella nel 1893.

del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio!». Olate passa per il vero paese dei «promessi sposi»; ma un don Abbondio non c’era ai tempi della storia narrata dal Manzoni: amministrava i sacramenti in quella chiesa Giovanni Gazzaro, primo parroco della parrocchia di Olate, eretta il 27 novembre 1614. Gli Atti federiciani del 1608 infatti la chiamano vice parrocchiale. In ogni modo don Andrea Spreafico nella Topografia dei Promessi Sposi nel territorio di Lecco nota che la chiesa di Olate di quei tempi non era molto diversa da quella che c’è ora. In realtà l’attuale chiesa non è quella in cui pregò Lucia perché fu costruita ex novo nel 1765. Essa però sorge sullo stesso posto ed è quella che vedeva Alessandro Manzoni nelle sue passeggiate dalla villa del Caleotto, per quanto anche questa, da allora, abbia subito diverse modifiche, prima fra tutte l’ampliamento eseguito nel 1934, che l’ha quasi raddoppiata in lunghezza. Vent’anni esatti prima dell’episodio raccontato dal Manzoni, quello che comincia il 7 novembre 1628, monsignor Antonio Albergato, visitatore nel 1608 per conto del cardinale Federico Borromeo, considerata la distanza di Olate da Lecco e l’esistenza in Olate di una chiesa decorosa con annessa casa e un cappellano assistente, suggerì agli abitanti di Olate di costituire prima un beneficio parrocchiale e poi di chiedere al cardinale di elevare la loro chiesa alla dignità parrocchiale. Gli olatesi lo presero in parola e già il 21 settembre 1608 fecero stendere un istrumento da presentare all’arcivescovo. La richiesta venne reiterata il 10 novembre 1613 con un nuovo istrumento notarile nel quale gli abitanti di Olate fissarono doveri e diritti. Tra gli impegni c’erano la retribuzione al curato di 400 lire imperiali e l’obbligo per la comunità di mantenere la chiesa, la sacrestia, la casa parrocchiale e di provvedere tutti

IL PAESE DEGLI SPOSI PROMESSI «Venne la dispensa, venne l’assolutoria, venne quel benedetto giorno: e i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella chiesa, dove, proprio per bocca di don Abbondio, furono sposi». Una notte Lucia, sulla barca, aveva pianto: «Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi

Nelle pagine seguenti una storica immagine della chiesa di Olate precedente al 1934, anno in cui fu completato l’ampliamento e rifatta la facciata.

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gli arredi necessari; tra i diritti invece c’erano l’abolizione di ogni sudditanza dalla prepositurale di Lecco, tranne il diritto di plebanato, e il diritto di nomina del parroco. Il visitatore della Curia, mandato sul posto, si espresse in questi termini: «Visti gli istrumenti… ritengo che detta chiesa si possa erigere in titolo parrocchiale, con la riserva del diritto di nomina agli uomini e vicini di detto luogo, e con l’istituzione del rev. don Giovanni Gazzero da essi presentato, con la aggiunta tuttavia di due altre condizioni, delle quali la prima è che il parroco e la comunità di Olate, in segno di riconoscimento verso la chiesa prepositurale di Lecco come matrice, siano obbligati ad offrire ogni anno in perpetuo al prevosto di Lecco pro tempore nel giorno di San Nicolò un cero di due libbre. La seconda condizione è che quando si celebrano uffici e funerali di detta comunità con più di tre sacerdoti, in tal caso prima si inviti il prevosto, se crederà di intervenire di persona a tali esequie e funerali, poi si chiamino quanti e quali sacerdoti si vuole». Vista la relazione, venne redatto l’istrumento definitivo e il giorno 27 novembre 1614 nasceva la parrocchia di Olate. Don Giovanni Gazzaro (o Gazzero) fu il primo dei parroci. Ma di lui non rimane traccia alcuna nell’archivio parrocchiale, neppure i registri anagrafici. Tutto andò distrutto, probabilmente, nel famoso saccheggio dei lanzichenecchi che, a detta degli storici, a Olate bivaccarono parecchi giorni e nella casa parrocchiale fecero quanto riferisce Alessandro Manzoni nel capitolo XXX del suo romanzo. In quel periodo (vittima della peste?) scompare anche lui dalla parrocchia. I primi registri parrocchiali esistenti in archivio datano dal 1631, compilati dal suo successore, don Pietro Redaelli. Segno che si dovette ricominciare tutto da capo. Da allora la vita religiosa e civile di Olate si svolse regolarmente al ritmo degli eventi generali, fino ad arrivare al 1765 quando, essendo aumentati gli abitanti fino a raggiungere la cifra di 400, la chiesetta iniziale non bastava più. Il parroco don Giovita Marchioni, che resse la

parrocchia per 46 anni, nonostante avesse ormai superato i settant’anni, si assunse coraggiosamente l’onere della costruzione di una nuova chiesa più bella e più grande. L’opera fu affidata alla ditta Ratti di Rogeno con un preventivo di spesa di cinquemila lire. In un tempo brevissimo ne venne fuori una chiesa veramente bella nel disegno e nelle linee architettoniche, come si può vedere ancora oggi nonostante l’ampliamento. L’anno seguente la costruzione era terminata e la nuova chiesa veniva inaugurata e officiata. La cronaca dell’avvenimento, dell’inaugurazione e della benedizione è contenuta in una scarna annotazione sull’effemeride delle messe, nella quale don Marchioni, sotto la data 24 ottobre 1766, scrive semplicemente: Dies benedictionis novae Ecclesiae! Tutto qui. L’anno seguente don Giovita Marchioni moriva all’età di 77 anni, lasciando ai suoi parrocchiani il dono della nuova chiesa e portandone con sé il merito davanti a Dio. In una relazione del 1801 circa lo stato del clero, risultano residenti e addetti alla parrocchia in qualità di parroco, cappellani e confessori, quattro sacerdoti, tutti nativi del luogo. Si può quindi affermare che le 350 anime della Olate di allora fossero spiritualmente ben assistite. Nel 1836 anche Olate è colpito dall’epidemia di colera: una quarantina le vittime, tra le quali il parroco don Bernardo Valsecchi, vittima del dovere. Dopo il distacco di Bonacina, parrocchia dal 1925 come ricordato e documentato nel secondo volume, Olate vive una stagione di grande crescita. L’indimenticato don Giovanni Arosio, che fu parroco a Bonacina, annota: «Se oggi ritornassero a Olate Renzo e Lucia, questa ritroverebbe ancora la sua casetta, ma non isolata come allora. Oltretutto ci sta una targa ad indicargliela e il vecchio arco che la distingue dalle nuove costruzioni circostanti. Ma Renzo non ritroverebbe più la sua e rimarrebbe estatico davanti al suo paesello così rinnovato, come allora davanti alla mole imponente del Duomo di Milano».

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Pescarenico Ăˆ Pescarenico una terricciola Chiesa di San Materno Chiesa di San Gregorio

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È PESCARENICO UNA TERRICCIOLA

Pescarenico non è una finzione poetica: il Manzoni ne fa il nome e ne dà la descrizione: «È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare». Il tempo, qui, sembra essersi fermato, entro i vicoli ombrosi, fra le case antiche, sopra le piazzette raccolte. Con i pescatori che stendono ancora reti e tramagli al sole, e non per fare colore turistico, a Pescarenico sopravvivono vetuste architetture che conservano all’ambiente il calore di altre epoche, un tono di spontaneità fresca e gradevole. È un piccolo mondo che dovrà essere salvato, con un po’ di amore per le memorie del passato, un passato di sapore molto casalingo che tuttavia merita di essere lasciato al godimento anche dei posteri.

Bernardo d’Acquate», narra che «nostro Signore Iddio ispirò, ed accese l’animo d’un Cavaliere Spagnuolo, ch’era Governatore in quel tempo di questa Piazza di Lecco, chiamato D. Giovanni Mendozza, Signore di gran Nobiltà, e Cavaliere di S. Jago devotissimo, e molto affetionato alla nostra Religione, il quale volontariamente abbracciando quest’impresa, la propose a’ nostri Padri»; aggiunge che «il Glorioso S. Carlo Borromeo Cardinale, ed Arcivescovo di Milano, delegò il sig. Prevosto di Lecco a benedire in suo nome, e mettere la prima pietra della nuova Chiesa; la qual funtione fù fatta il mese di maggio 1576». Il convento venne soppresso nel 1810. La parrocchia di Pescarenico fu eretta solo con decreto 18 settembre 1897 dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari, con territorio stralciato a Lecco, sotto il titolo di San Materno vescovo e confessore. Il numero dei parrocchiani era di 600. Qui venne in visita pastorale, nel 1930, il cardinale arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster. Godibilissima la cronaca di questa visita, scritta da Uberto Pozzoli e pubblicata sul quotidiano milanese L’Italia il 27 settembre 1930.

«Il padre Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico». Elemento reale pure questo. Precisa, infatti, il Manzoni: «Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo». Sussiste anche oggi, la «fabbrica», forse un poco diversa da quella eretta dai Cappuccini quattro secoli e mezzo fa. E senza più i frati. La Cronichetta della fondazione del convento de’ Capuccini di Lecco, «opera e fatica di Fra

I frati di Pescarenico tenevano gli occhi ben aperti, e facevano bene, ché si fa presto a lasciar mettere radici a cattive abitudini che poi

I due campanili della chiesa parrocchiale di Pescarenico.

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La terricciola manzoniana di Pescarenico in riva alla’Adda (archivio Aloisio Bonfanti).

diventano diritti! Quando nel giugno del 1746 il Cardinale Pozzobonelli, in visita alla pieve di Lecco, si spinse fino a Pescarenico per vedere l’oratorio di San Gregorio, che dipendeva dal prevosto, i frati erano sossopra per via di un grosso guaio capitato loro addosso due mesi innanzi; ma ciò non impedì che stessero ben attenti a quel che l’Arcivescovo faceva. Il Cardinale visitò l’oratorio, poi - narra il cronista del convento - «si degnò pure fare una visita alli Padri». Nell’uscire dalla porticina della chiesetta sulla piccola piazza del convento, il crocifero alzò la croce, com’era solito fare; ma Sua Eminenza, ciò veduto, «ordinò in pubblico s’abbassasse deta Croce il che fu fato; indi entrò in modo privato nella nostra chiesa, et per la parte del choro in convento». O non lo sapeva, quel crocifero, che le chiese dei cappuccini non eran soggette alla visita dell’Ordinario! Il Cardinale - quello che uomo! - «gradì

sommamente una picciol’attenzione rimostratale in tale occasione dal Guardiano» e si interessò molto alla disgrazia toccata ai poveri frati, ai quali mandò poi cinque zecchini sonanti, perché con le limosine dei benefattori servissero a ricostruire le tre infermerie e tutto il resto distrutto dall’incendio scoppiato nella legnara vecchia la notte sul 19 aprile. Nella quale notte, «per provvidenza speciale del Signore, padre Gervaso da Lodi si trovava infermo di febbre», e non potendo dormire sentì subito l’odor di bruciaticcio, e diede l’allarme prima che anche la chiesa diventasse preda delle fiamme. Il fuoco durò tutto il giorno, e ci vollero poi, per le riparazioni, cinquemila «coppi», per il gran danno fatto gettando dall’alto le masserizie sui tetti del claustro; benedetto quindi l’Arcivescovo e i suoi cinque zecchini, anche se c’era di mezzo quello sbadato di crocifero! Quest’anno l’Arcivescovo non dovette tener

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Le poche tracce rimaste dell’antico convento dei Cappuccini con il pozzo ricostruito.

d’occhio il suo crocifero. I frati non ci sono più. La chiesa del convento - quella chiesa di cui i cappuccini erano tanto gelosi - è diventata la parrocchiale di Pescarenico; e i pescareniti, un giorno o l’altro, appoggeranno tutt’insieme le loro spalle robuste ai muri interni, per farla diventar grande che basti per tutte le tremilacinquecento anime della parrocchia. La piazzetta del convento si è allungata giù verso le prime case dell’antico abitato, e sabato sera vi erano raccolti in attesa del’Arcivescovo, invece del Guardiano e dei suoi frati, il Parroco, i fabbriceri, i pezzi grossi del rione, e tanta gente che aveva gran voglia di dimostrare come Pescarenico non sia poi quel paese del diavolo che si va sussurrando. Anzi, sulla porta maggiore della chiesa c’era anche un documento scritto, o meglio dipinto, a testimoniare la detta gran voglia: «In questa chiesa - ove un umile monaco - dava rifugio e conforto - a innocenti, perseguitati - il popo-

lo di Pescarenico - esultante accoglie - il degno successore de’ Borromei». Quando il Cardinale arrivò, accompagnato da Mons. Polvara e da don Terraneo, pioveva senza speranze di sereno. Naturalmente fu grave il disappunto di quei di Pescarenico, che cercarono la sera stessa di vendicarsi un pochino della pioggia, nascondendo gli addobbi malconci sotto il bagliore di mille e mille lampadine elettriche, che sembravano inventate apposta per togliere l’antico sconcerto delle illuminazioni rimandate o sospese per il tempo cattivo. La sera fu occupata dalle prime funzioni della Visita. Il Signore volle che domenica mattina il più bel cielo ridesse su Pescarenico in festa: un cielo di quelli di marca manzoniana, col sole che si alza pian piano dietro il monte, e fa vedere la sua luce, «dalle sommità de’ monti opposti, scendere come spiegandosi rapidamente, giù per i pendii, e nella valle».

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La chiesa (foto Peverelli) e i resti del convento di manzoniana memoria.


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Prima di celebrare, Sua Eminenza diede gli ordini dell’accolitato e dell’escistato a uno studente venuto apposta da Innsbruck. Quando si seppe che quel bravo giovane veniva da ancor più lontano, e precisamente da New York, qualcuno gli domandò - mentre i pescareniti si arricciavano i baffi - se nel viaggio non aveva trovato paese. Sua Eminenza rivolse un bel discorso ai suoi… coscritti. I nati nel 1880 si erano raccolti nella piccola chiesa da tutti i rioni della città, per cominciare con la messa la giornata commemorativa del loro cinquantesimo anno di vita; e poiché il Cardinale ha anch’Egli appena compiuto il cinquantenario, chiesero e ottennero che con la sua parola segnasse la brevissima - addirittura apparente - tappa militare nel cammino verso… l’altra vita. A tutti Sua Eminenza fece distribuire, poi, un’immagine e un fiore. Finita la cerimonia, uno degli organizzatori, intervistato, tagliò corto con gran convinzione: «Pussee content d’inscì se pò minga vèss: hoo faa fadiga a minga piang!». Alle 9 il Cardinale compì la vestizione di due nuovi seminaristi della parrocchia e subito dopo amministrò la Cresima. Si ebbe quindi la benedizione di quaranta confratelli del Santissimo Sacramento, che proprio allora riprendevano l’antica, anzi la nuovissima divisa. Qualche anno fa, i confratelli di Pescarenico tentarono una mezza rivoluzione. Smesso il camice e il rocchetto, si diedero a seguire le processioni in abito nero, che, a dire la verità, poco si accordava coi bastoni dorati del priore e dei regolatori. Non è l’abito - si diceva - che fa il monaco. Sissignori, che, dopo un po’ la confraternita di Pescarenico nelle processioni non si vide più: forse era proprio l’abito che faceva il confratello. In occasione della Visita, qualcuno fece sapere al curato - il quale qualche volta mette soggezione, ma è buono come il pane che si mangia - fece sapere, si diceva, che gli uomini desideravano ricostituire la confraternita con l’abito. Il curato non chiedeva di me-

glio, ma forse ci credeva poco; e allora scappò a dire:«Se rifate la confraternita, vi regalo io tutti gli abiti». Ricevette poi il conto: «Mamma mia, che spesa! Quaranta camici, quaranta rocchetti, quaranta cordoni!». Con quei di Pescarenico non può scherzare nemmeno il curato. Tra gli incerti del Parroco di Pescarenico c’è la carica di cappellano delle carceri, le quali sorgono appunto a un tiro di schioppo dalla parrocchiale. Sua Eminenza si recò, dopo la Cresima, a visitare i detenuti: sei in tutto, compresa una donna. Ai disgraziati rivolse parole affettuose, incitandoli a fuggire l’ozio, a leggere buoni libri, a recitare il Rosario rendendo prezioso il tempo della loro espiazione. Nella sede dell’Unione Giovani rinnovò poi la benedizione alla bandiera, già da lui benedetta in San Paolo di Roma, ai primi di agosto dello scorso anno: la bandiera che, prima tra tutte quelle della diocesi, fu ornata dello stemma del Cardinal Schuster. Visitò in seguito l’oratorio femminile, dove benedisse i distintivi delle giovani del Circolo. Nel pomeriggio, la Dottrina ai fanciulli. C’erano due fratelli. Il Cardinale domandò al più piccolo i Comandamenti di Dio: non li sapeva. Li fece dire da tutt’e due insieme: li dissero. Allora chiese se sarebbero stati capaci di praticarli insieme, i Comandamenti, senza litigare mai. «O, ma qualche volta…», azzardò il maggiore. E il piccolo, senza por fiato in mezzo: «È lui, però, che mi fa litigare!». Seguì la processione eucaristica per le vie del paese, giù fino alla riva dell’Adda. C’era vento sul lago; l’acqua era azzurra come il cielo, quasi volesse dare tutto quel che poteva in partecipazione alla gran festa. Sua Eminenza volle portare il Santissimo per tutto il tragitto, ad incitamento dei nuovi confratelli. Tutta una folla fece ala riverente alla lunghissima sfilata. In chiesa il Cardinale impartì la benedizione. Poi, accompagnato da vivi applausi, rag-

Uno scorcio del cortile del convento con il loggiato superiore; sotto una storica immagine di antichi arredi.

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Una storica immagine del cortile del convento (collezione Valentino Frigerio).

giunse a piedi il confine della parrocchia. Lassù, il Parroco che si era lasciato commuovere dall’entusiasmo della sua gente, si avvicinò all’Arcivescovo, per ringraziarlo del bene portato nella sua parrocchia; ma quando sentì che il Cardinale ringraziava lui, non seppe più aprir bocca: baciò la mano di Sua Eminenza, si guardò attorno, si confuse nella folla, cercando nell’ampia tasca il suo fazzolettone rosso, per nascondervi gli occhi.

scrittore da vecchio - lo ricorda Antonio Stoppani - parlava ancora «con compiacenza tutta infantile» della sera che, ragazzino, portato da un domestico nella chiesa dei frati all’ora della benedizione, gli venne messo fra le mani un candelabro. «L’accolito improvvisato uscì da bravo col nuovo arnese» e «quella cosa gli fece una gratissima impressione». Il convento, come accennato, venne soppresso nell’anno 1810. C’era già stata una trasformazione in caserma, dal 1798 al 1800. Annoso cruccio per i manzoniani è il vedere i mutamenti inflitti al complesso conventuale di Pescarenico.

Fin qui la bella pagina di Uberto Pozzoli. Cui aggiungere che i Cappuccini di Pescarenico erano amici dei Manzoni del Caleotto; e lo

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CHIESA DI SAN MATERNO

La storia del nostro convento, è stato già accennato, ci è nota grazie al paziente lavoro di Fra’ Bernardo d’Acquate, più volte Padre Guardiano a Pescarenico. È lui che con lungimirante impegno ha redatto quella Cronichetta della fondazione del convento de’ capuccini di Lecco che si trova oggi nell’archivio della parrocchia. A questo manoscritto iniziato da lui nel 1718 e proseguito da altri tra cui un Padre Cristoforo da Barzio, anche noi attingiamo perché è qui che è possibile rileggere la storia del convento e della terra che lo ospitò. Il convento nacque dunque a Pescarenico in un contesto di assoluta povertà. Leggiamo infatti nel manoscritto della Cronichetta: «La prima fabrica del Convento riuscì povera, bassa e picciola al sommo» mentre «la Chiesa fu tenuta grande a motivo che vi concorreva gran popolo tre o quattro volte l’anno», e che «vi habitavano fino dal principio dieci o dodeci Frati». Grazie anche alla generosità dei fedeli il convento s’ampliava: nel 1615 aveva infatti un solo braccio, probabilmente quello d’oriente da dove ancor oggi si vedono le finestrine delle celle, mentre nel 1634 avevano inizio i lavori per la costruzione dei bracci di meridione e di occidente; nel 1640 si riadatta il presbiterio della chiesa e nel 1693 si costruisce la nuova sacrestia. Ma fu nei primi anni del ’700 che la chiesa e la fabbrica del convento si abbellirono ulteriormente grazie all’opera di Fra’ Bernardo d’Acquate, l’estensore della Cronichetta.

to monsignor Giuseppe Polvara, fondatore della scuola di arte cristiana intitolata al Beato Angelico. Era stato lui, nel 1923, al tempo delle celebrazioni del cinquantenario della morte di Alessandro Manzoni, a sollevare il suo rammarico per il destino del convento, che non aveva trovato nessuno disposto a riscattarlo. In quello stesso anno 1923 don Polvara pubblicava un suo ampio studio sul convento, corredato da numerose illustrazioni, sul numero di maggio della rivista mensile Arte Cristiana. «Era giusto che anche la nostra rivista avesse a portare un contributo al monumento spirituale del grande Artista Cristiano. I nostri amici troveranno in questa illustrazione poco più che una curiosità: ma fra qualche anno e fors’anche fra qualche mese, la pubblicazione potrà diventare dolorosamente interessante, quando della fabbrica del convento non resterà più che un mesto ricordo». Nello scrivere queste righe, don Polvara doveva avere ben presente un fatto preciso rilevabile nell’opera manzoniana e che ho voluto espressamente sottolineare lo scorso anno (2009) nelle pagine di Pescarenico e il convento di Padre Cristoforo. Nella prima redazione del romanzo - Fermo e Lucia - Pescarenico e il convento non ci sono espressamente. Si fa cenno al convento al piano del fiume, alla piazzetta e alla chiesicciuola, così come al paesetto sulla riva sinistra. Niente altro. Nella redazione finale, quella dei Promessi Sposi, il bisogno di Pescarenico irrompe impetuoso e viene messo lì, nelle pagine, a dare concretezza alla memoria.

A Pescarenico era nato e cresciuto l’architet-

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E questo rende ancora più drammatiche le parole di don Polvara: «È doloroso il dover constatare come, tra tanti incitamenti governativi, tra tante efflorescenze di comitati, tra tanta profusione di scritti e di discorsi, e in tanto dilagare di passeggiate manzoniane, né governo, né comune, né comitati, né cittadini si siano lasciati commuovere dalla triste notizia che proprio in quest’anno, il convento immortalato nei Promessi Sposi e reso nuovamente celebre dalla residenza che vi tenne Antonio Stoppani sarà convertito in un opificio di tele metalliche. Io cerco un conforto nel conservarne almeno le memorie per chi verrà dopo di noi».

stesso Rosci, che invece sottolinea come dalla pala di Pescarenico derivino il San Francesco in preghiera del Pio Monte di Misericordia di Napoli - ad avviso del Bona Castellotti «non solo più tardo, ma anche di un periodo più avanzato» - e l’Incoronazione della Vergine in collezione privata a Madrid. Marco Rosci sottolinea comunque che la Trinità adorata dai Santi Francesco e Gregorio Magno nella parrocchiale di Pescarenico «è già ricca di prospettive veramente nuove, nella schematica semplificazione dei rapporti compositivi, che porterà presto il pittore alla rievocazione dell’impianto del primo ’500 fiorentino e romano. Già qui si può cogliere l’intima ragione, spirituale prima che esegetica, di queste nuove ricerche: la possibilità di unificare, fra realtà e visione, il mondo degli uomini e dei Santi terreni e quello delle gerarchie celesti. È il più autentico corrispettivo formale del processo logico-psicologico della composición di S. Ignazio, cioè la contemplación o meditación visible». Pittore, scultore e architetto ufficiale della Curia milanese, Giovanni Battista Crespi si era formato prima a Venezia e poi a Roma, Appare infatti nelle sue opere, assieme ad una certa ampiezza di gesti, di panneggi e di pennellate che sottolinea i suoi rapporti con la pittura lombarda, specie con quella di Gaudenzio Ferrari, anche un morbido manierismo di scuola romana. «Nella tela di Pescarenico vi è poi, tipica del Cerano, una nota di bravura che subito afferra l’attenzione ed è il metallico e prezioso biancore del manto di S. Gregorio, inatteso contro il tono caldo e quasi senza lumi di tutto il resto della composizione». È quanto scrive Bruno Bianchi in Opere d’arte a Lecco così continuando: «Analizzando questo contrasto si è tentati di supporre la presenza di due diversi interventi nella tela di Pescarenico; più esatto pensare se mai ad una precisa volontà di mettere in maggior risalto la figura di San Gregorio, patrono dell’antica parrocchia». Si tratta di un olio su tela, di 315x180 centimetri, collocato sulla parete destra della chiesa entro una cornice di legno. Nella zona supe-

Tra gli orpelli di una chiesa che non ha più la povertà francescana si può però andare per brani, cercando frammenti utili alla composizione del quadro d’insieme. Tocca ora all’arte e a quanto si è conservato. Punto di partenza è naturalmente il capolavoro di Giovan Battista Crespi, detto il Cerano, nella pala raffigurante la Trinità con i Santi Francesco e Gregorio, i protettori delle due chiese di Pescarenico. Il dipinto è ricordato nel 1713, anno in cui venne staccato dalla cornice dell’altare maggiore della chiesa in seguito alla caduta di un fulmine. Nel 1716 la tela venne riadattata alla nuova cornice e per l’occasione ridotta. Non si conservano peraltro documenti che possano fornire notizie utili alla datazione del dipinto, pubblicato per la prima volta proprio da don Polvara nel 1923 nel citato fascicolo della rivista Arte Cristiana, poi dal Pevsner nel 1928 nel suo saggio sul Cerano, quindi dal Dell’Acqua (1942-1943) che lo assegna al periodo giovanile del pittore. Conferma tale ipotesi il Rosci nel catalogo della mostra di Novara (1964) e avanza il parere di una collaborazione del Cerano con il fratello Ortensio Crespi per i toni schiariti di colore e «la stesura liquida e chiara dell’argento della pianeta». La supposta compartecipazione di Ortensio «sembra in realtà poco plausibile» a Marco Bona Castellotti in Pittura in Brianza e in Valsassina dall’Alto Medioevo al Neoclassicismo e non viene nemmeno ribadita dallo

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La pala della TrinitĂ dipinta da Giovanni Battista Crespi, detto il Cerano.


riore contro uno sfondo di cielo giallo è seduto a sinistra Cristo che tiene nella mano un globo azzurro ed è coperto da un mantello violaceo pallido. A destra è l’Eterno con manto verde e azzurro sopra una veste rosata. Fra i due vola la colomba bianca. In basso sono inginocchiati San Francesco con saio bruno (un libro aperto è per terra ai suoi piedi) e San Gregorio Papa con mantello candido con bordi e stola dorati, mitria dorata e gemmata. Sulla stessa parete destra della chiesa, dov’è collocato il quadro del Cerano, si vede il grande stendardo processionale: è opera di raffinata esecuzione, risalente ai primissimi anni del Novecento. Ai lati dell’ingresso, sul pavimento, le pietre che indicano le sepolture dei secolari (a destra) e dei religiosi (a sinistra). Nel vano che precede la sacrestia e si affaccia sull’altare maggiore si vede il Catalogo de religiosi e secolari sepolti nella chiesa. Nella prima cappella sul lato sinistro della chiesa il dipinto raffigurante Il transito di San Giuseppe, olio su tela (150x180) della prima metà del secolo scorso. Si tratta di un’opera di modesto valore artistico. Più significativi sono, sulla stessa parete, i due dipinti ad affresco raffiguranti San Gregorio Magno e San Marco. La cappella di San Giuseppe, già appartenente all’oratorio di San Gregorio, fu annessa alla chiesa alla soppressione dell’oratorio stesso. Segue l’altare del Crocefisso. La croce di legno liscio e massiccio è di fattura recente, del secolo scorso. Di due secoli precedente è il Cristo a tutto tondo, di legno intagliato e dipinto, la testa reclinata, dalla accurata ricerca anatomica. Segue la terza cappella, detta della Madonna degli Angeli. Dell’altare ci occuperemo più avanti, mentre qui richiamiamo l’attenzione sul dipinto raffigurante L’Annunciazione, olio su tela (150x180) attribuito a Federico Panza (1675-1703). Don Polvara, nel suo fascicolo di Arte Cristiana del maggio 1923 pub-

blica una fotografia del dipinto con la didascalia Federico Panza 1754. L’altare maggiore, a due piani, della prima metà dell’Ottocento, è opera artigianale in legno dipinto, in parte dorato, color avorio e bruno imitante il marmo. Ai lati della mensa due cartigli mistilinei avorio e rosso. Paliotto di metallo bianco e dorato sbalzato, ornato al centro con raffigurazione color argento brunito dell’Ultima Cena, ai lati due angeli. Intorno spighe e grappoli d’uva. Il tabernacolo è bene inserito tra i piani dell’altare con la portina raffigurante l’Agnello dell’Apocalisse e il simbolo del Padre Eterno. L’altare è sormontato da un tempietto con sei colonne lignee lisce e violacee, imitanti il marmo. Ai lati lesene scanalate. Contiene il Crocefisso ed è sormontato dalle statuette dorate e a tutto tondo dei Santi Pietro e Paolo. Ai lati due angeli adoranti. Proprio Pescarenico, che dal Manzoni ha avuto quel breve, ma fresco e gradevole ritratto prima citato, tributo d’amore per le memorie del passato, ha reso omaggio all’anno bicentenario della nascita del Gran Lombardo restaurando un’opera d’arte conservata nella sua chiesa parrocchiale: l’altare della Madonna che, con le sue composizioni in cera policroma, rappresenta un’opera d’arte pressoché unica in Lombardia. I lavori di restauro, poi, ne hanno messo in luce non solo il valore storico, ma anche quello artistico, così che il patrimonio artistico di tutta la terra lariana può da allora contare su un pezzo pregiato, messo in luce in tutto il suo valore. L’opera in questione è un grande altare ligneo intagliato, dipinto e dorato. La struttura è delimitata da due colonne che sorreggono un frontone triangolare spezzato, dove è il simbolo mariano con il cuore trafitto da sette spade. Sull’architrave è un’iscrizione latina che, tradotta, suona così: «O tu che guardi medita ti prego i sette gaudi per cui la Cristifera Maria ti prepara le grazie». Al centro dell’altare, in una

Altre due storiche immagini, interno ed esterno, della chiesa di Pescarenico (collezione Valentino Frigerio).

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grande nicchia, è una statua dell’Addolorata in legno intagliato. Ai suoi lati, e sotto di essa, sono le composizioni che rendono interessante ed unica questa opera. Si tratta di composizioni ad altorilievo, in cera policroma. L’opera non fa comunque parte della fabbrica originaria del convento di Pescarenico. Apparteneva invece ad un’altra chiesa conventuale lecchese, quella di San Giacomo a Castello, appartenuta agli Zoccolanti. Questa fabbrica - definitivamente demolita nel 1937 - fu soppressa nel 1805 ed i suoi beni furono dispersi per varie chiese del lecchese, come ricordato nel secondo volume di questa serie. L’altare della Vergine passò alla chiesa di Pescarenico, in quel convento francescano che, a sua volta, fu soppresso pochissimi anni dopo, precisamente nel 1810. È comunque a partire dalla collocazione a Pescarenico che l’opera comincia a richiamare l’interesse di studiosi e appassionati. Se ne occupò l’Arrigoni nel 1857, ma bisognò attendere il 1924 per la prima, ampia e documentata descrizione. Toccò a don Giuseppe Polvara, figlio della terra di Pescarenico e fondatore, a Milano, della scuola d’arte Beato Angelico, darne un’ampia descrizione, accompagnata da notizie storiche e corredata di documentazione fotografica. Il tutto sulla rivista Arte Cristiana. Sono poi seguiti diversi articoli che hanno messo in luce soprattutto il rapporto tra l’altare e l’iconografia tipicamente francescana (il convento di San Giacomo, prima di passare agli Zoccolanti, fu una fondazione francescana del secolo XV) della Madonna dei Sette Gaudi, cui si riferiscono sette composizione dell’altare, con l’aggiunta delle altre due composizioni dedicate ai due grandi santi francescani, Chiara e Francesco. Il che ha fatto convenire gli storici su un altro interessante aspetto: che la statua dell’Addolorata nella nicchia centrale sia spuria rispetto all’altare, che al suo posto doveva esserci un’Assunta, o Vergine Gloriosa. Comunque la grande opera di restauro ef-

fettuata ha permesso nuovi e completi studi sull’opera - studi disponibili nel volume Cultura e immagine popolare nel territorio manzoniano tra i secoli XVII e XIX a cura di Adriano Alpago Novello e Eugenio Guglielmi - che ne hanno rilevato la singolarità e rarità che ne fanno «un vero e proprio unicum non solamente per l’area lecchese ma per l’intera Lombardia», come scrive nell’opera citata Simonetta Coppa che ha diretto i restauri. Al suo documentato studio ci affidiamo per rilevare l’importanza delle nove composizioni in cera policroma. L’attenta opera di pulitura ne ha riportato in luce la vivacità delle tinte, la ricchezza e la varietà dei personaggi, il brio delle scene, l’impiego di materiali che denota una finissima capacità artigianale. Le sculture sono realizzate a stampo, con cere colorate ma rifinite con colori a tempera. Le vesti e i panneggi sono in alcuni casi modellati, in altri sono invece in tessuto, coperto da un velo di cera. Poi ci sono altri aspetti interessanti: la veste del Battista è in vera pelle animale; un autentico cordoncino lega i sai monacali di Chiara e Francesco; i fondali architettonici e paesistici sono in legno con parti modellate in cera; la paglia è impiegata per il tetto della capanna e per il giaciglio del Bambino; gli artigli del diavolo tentatore sono autentici unghioli animali. Così che la direttrice dei restauri può concludere che «l’impiego di materiali differenti combinati con cera policroma, la brillantezza degli accostamenti cromatici, il piglio narrativo dinamico ed estroso, la ricchezza aneddotica dei molti e saporosi spunti di “genere”, trovano riscontro in cere policrome di ambito meridionale e più particolarmente napoletano del tardo Seicento e del primo Settecento, per cui è molto probabile che l’autore delle nostre “storie” sia di origine o di formazione meridionale, tanto più che è nota la produzione a Napoli di presepi in cera e di composizioni sacre a rilievo e a tutto tondo in cera racchiuse entro sca-

L’altare della Madonna con le sue composizioni (foto Peverelli).

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rabattole lignee protette da vetri». Gli studi condotti contemporaneamente alle delicate operazioni di restauro hanno consentito di ritrovare forti somiglianze tra le opere di Pescarenico con una composizione analoga (si tratta di una «Visione di S. Eustachio») conservata al Victoria and Albert Museum di Londra, opera eseguita a Napoli tra il 1666 e il 1672, firmata da Fra Ilario De Rosa, e con un’altra composizione, appartenente ad una collezione privata napoletana. Si tratta di una «Morte di San Francesco», eseguita da Caterina De Julianis, datata 1703. Ancora più vicine alle opere di Pescarenico, almeno per il modellato, sono le ceroplastiche della scuola di Gaetano Zummo (1656-1701) con esempi al citato museo londinese, al Bargello di Firenze, a Genova e a Napoli. Un’origine meridionale di cui Simonetta Coppa fornisce la seguente spiegazione: «La provenienza da una chiesa conventuale francescana può servire a spiegare la presenza nel lecchese di un’opera tanto singolare, unica in Lombardia, per gli scambi e i rapporti intercorrenti fra comunità religiose di zone anche geograficamente lontane; ma va tenuto presente che all’epoca di esecuzione delle nostre cere lo Stato di Milano e il Vicereame di Napoli erano ancora entrambi sotto la dominazione spagnola, e del resto nella chiesa conventuale di San Giacomo di Castello è documentata con sicurezza l’opera di un artista meridionale appartenente all’ordine francescano, quel Fra Giovanni da Reggio Calabria che intagliò e modellò nel 1654 il drammatico Crocifisso in legno e cartapesta, trasportato dopo la soppressione nella chiesa dei Santi Gervaso e Protaso di Castello dove tuttora si conserva». Crocifisso del quale si è parlato nel secondo volume di questa serie.

è stata sottoposta, con il parroco don Giovanni Brandolese, nei primi anni ottanta del secolo scorso. E il ricordo di quei lavori, apre un altro capitolo, quello del convento. Il quarto centenario della fondazione (1976) offre l’occasione di far conoscere la storia e il significato di questa istituzione e la sua incidenza nella vita di Pescarenico e di tutta la zona di Lecco. «Scopriremo così che la vita del Convento e dei Cappuccini - annota don Giovanni - si è inserita nel ritmo di vita della popolazione, assumendone le caratteristiche di semplicità e povertà, e dando, allo stesso tempo, alla vita del piccolo borgo di pescatori un respiro più ampio». Nel luglio del 2004 la decisione del consiglio comunale di Lecco di cedere alla parrocchia di Pescarenico il pezzo di cortile e l’abitazione fino ad allora separati da un muro dal resto del Convento, riveste un’importanza che va oltre il dato tecnico. Si tratta della realizzazione di quel progetto che parroci di Pescarenico come don Abele Meles o don Giovanni Brandolese avevano in animo, ma che non riuscirono a realizzare per i problemi più diversi. Don Sandro Chiesa, allora parroco di Pescarenico da meno di un anno, acquisisce la possibilità di ridare vita a quel Convento, così letterariamente famoso, nella sua quasi interezza. Questo si deve alla sua lungimiranza che rende possibile la riacquisizione di un luogo quasi mitico per la comunità pescarenichese e lecchese. Il Convento di Pescarenico - vi si è già fatto più di un cenno - è l’unica realtà che appartiene veramente alla storia e non all’invenzione. Alessandro Manzoni lo visitò sicuramente e non è da escludersi che abbia sfogliato la Cronichetta del Convento stesso, redatta da Fra’ Bernardo d’Acquate a partire dal 1718 per ovviare alla «disattenzione e poca cura» dei suoi predecessori e per «rischiarire tal buio e rimediare per quanto possibile a tal smemoratezza». Abbiamo dunque un Convento vero e proprio ed abbiamo la sua storia che un frate aman-

La chiesa di Pescarenico, come la vediamo oggi, è il risultato dei grandi restauri ai quali

A fronte altre due storiche immagini della chiesa e dell’ex convento di Pescarenico.

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te della scrittura ha voluto tramandarci. Ed è questo un particolare non indifferente. Pescarenico, terra vocata alla pesca ed alle sue fatiche, diviene nei secoli un incrocio di personaggi che ne affidano la storia alla parola. Fra’ Bernardo prima, con l’umiltà francescana che gli si addiceva, Manzoni dopo, con la sapienza di colui che ci ha lasciato un capolavoro. E di questo capolavoro, il Resegone, l’Adda e Pescarenico sono lo scenario indimenticabile che apre le danze delle traversie dei due promessi. Niente male allora che il Convento torni alle sue primigenie fattezze. Per quelli di Pescarenico è anche l’occasione per riparare una certa infelice nomea che la Cronichetta riporta impietosamente quan-

do si parla delle noci e dell’olio. Oggi quelli di Pescarenico hanno la possibilità di riparare ai vecchi torti, dimostrando che se i loro avi avevan mangiato a tradimento le noci raccolte dai frati, loro intendono ridare vita a quel Convento che è parte della loro storia. E finalmente la domenica 4 settembre 2005 viene dato il primo colpo di piccone per l’abbattimento del muro del Convento. Il Convento «sogna» una nuova vita che don Sandro sintetizza così: «Mi piacerebbe molto che la ristrutturazione tenesse conto di quel mondo francescano che qui ha avuto la sua dimora per secoli». E con il sogno comincia la parte più difficile: il restauro e la decisione non semplice di come utilizzare il convento.

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CHIESA DI SAN GREGORIO

Prima del convento esisteva a Pescarenico la chiesetta di San Gregorio che si vuole costruita in epoca longobarda; essa era povera e disadorna tanto che San Carlo Borromeo, in occasione della visita pastorale che fece a Pescarenico l’11 ottobre 1566, ebbe la possibilità di constatarne lo squallore e di sollecitarne il riadattamento. Il che non avvenne perché a Pescarenico chi dominava era la povertà. Le circa dodici famiglie che vivevano nel 1566 lungo le rive dell’Adda trascinavano un’esistenza segnata dalla miseria e che fu ulteriormente messa a dura prova dalla carestia degli anni successivi. Fu in questa occasione che il governatore spagnolo della piazza di Lecco, Don Giovanni Mendozza cavaliere di San Jago (San Giacomo), forse impressionato dalle difficoltà in cui si dibattevano i pescatori del nostro paesello, cominciò a prendere a cuore le sorti del paese. Fu così per sua volontà che il convento sorse a Pescarenico dopo lunghe diatribe sul luogo da riservarvi essendo candidata ad ospitare i cappuccini anche la località in cui si trovava la chiesa di San Giacomo, luogo che oggi è ricordato in Lecco dal vicolo omonimo. Il convento nacque dunque a Pescarenico.

in Quaresima a chi era solito «far la Carità del pesce al Venerdì» e a Natale venivano offerte ai benefattori le verze. Ma il loro aiuto era soprattutto morale e spirituale: essi assistevano i malati, portavano il viatico agli infermi e in particolar modo offrivano con dovizia il conforto sollecito della loro misericorde umiltà e la parola di Dio trovò in loro concretezza ed esemplarità. In questo modo i frati, sia pur non ufficialmente, assolvevano il compito della cura d’anime che non era possibile nella vecchia, piccola chiesa di San Gregorio. Nel 1704, essendo diventato Guardiano del convento, il Padre Bernardo d’Acquate apportò alcune modificazioni alle costruzioni, per togliere dalla soggezione dei visitatori la cucina con tutti i servizi inerenti; di più, egli trasportò la libreria, che era in fondo al dormitorio, nella stanza sopra la sacristia, aprendo una finestra nella parete che guardava verso Pescarenico. Così pure era libero lo spazio di terreno che correva dal retro della chiesetta di San Gregorio della Comunità di Pescarenico, fino al muro laterale dell’altare della Madonna, e questo terreno apparteneva al convento. Ma quei di Pescarenico se ne erano un poco alla volta impadroniti e vi avevano fatto prima un coretto per la loro chiesa, poi in questi tempi la loro sacristia, ciò che fu causa di molti litigii fra loro ed il convento. Nell’anno 1699 per opposizione del Convento, i pescarenichesi non poterono rifare l’ossario che stava nell’angolo delle due chiese e si

Un rapporto che fu sostanzialmente sempre sereno, quello tra i frati e i pescatori, anche se le occasioni di contrasto non mancarono soprattutto in occasione delle questioni relative all’ampliamento della chiesetta di San Gregorio. I cappuccini non ricevevano solo, ma anche distribuivano: davano «un Piatto di Fava»

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Vecchio e nuovo a confronto: l’assedio delle auto rovina la quieta suggestione di uno dei piÚ importanti luoghi manzoniani.


risolsero di farlo dove si vede tuttora, di fronte alla loro chiesetta di San Gregorio, al di là della strada che conduceva a Lecco.

mo di vita della parrocchia, don Giovanni pubblicò l’interessante diario di don Abele, così scrivendo nella presentazione: «Don Meles l’ha lasciato come ricordo ai suoi cari parrocchiani, come testamento d’affetto, a conferma di una vita generosamente spesa, in totale donazione, a servizio di Dio e del suo popolo. Solo con don Abele Meles Pescarenico ha raggiunto la coscienza di una comunità viva, responsabilmente partecipe alle ansie del pastore con cui si intendeva e che amava. La sua pubblicazione vuole essere un omaggio alla sua memoria e vuole rappresentare per tutti i pescarenichesi uno stimolo a continuare una tradizione ricca di valori umani e religiosi per consegnare alla storia di Pescarenico una nuova edificante pagina di vera testimonianza cristiana».

Nell’agosto del 1740 la comunità di Pescarenico pensò di restaurare la chiesetta di San Gregorio. Forse la primitiva aveva un migliore carattere, mentre a noi era arrivata con proporzioni settecentesche. Tutta la chiesuola era stata innalzata di due braccia. Nell’angolo formato dalle due chiese esisteva un campaniletto che fu atterrato per sopralzare i muri. Un anno dopo, nell’agosto del 1741, incominciarono a costruire un nuovo campaniletto di forma triangolare che veniva a poggiare sui muri ad angolo delle due chiese. Ne nacque una lunga ed inutile questione tra il convento e quei di Pescarenico e il Preposto di Lecco. Nello stesso tempo, nel muro di fondo della sacristia di San Gregorio, aprirono abusivamente una porticina che usciva contro l’altare della Madonna nel terreno di proprietà del convento. Il 30 aprile del 1742, per ordine del Senato, fu demolito il campanile e chiusa la porta; ma il campanile fu poi ricostruito il 6 di maggio di buon accordo, in modo da non danneggiare il muro della chiesa del convento.

Tre importanti dipinti sono nell’oratorio di San Gregorio. L’Immacolata, olio su tela (200x115) del secolo XVIII. La Vergine è raffigurata in veste grigia con mantello azzurro e velo verde scuro. Ha attorno al capo un’aureola di piccole stelle. In piedi sopra la mezzaluna, calpesta un serpente dalla testa di mostro con una mela in bocca. La Cronichetta cita nel 1724 una tela già esistente raffigurante appunto l’Immacolata, posta come pala all’altare della Madonna e afferma che era opera di pittore ignoto che non avrebbe terminato il dipinto perché colto dalla morte a Milano dove si era recato per acquistare altri colori. Secondo Filippo Maria Ferro sarebbe dipinto autografo «veramente di grande qualità» del pittore Giuseppe Antonio Pianca. Una attribuzione che colloca il quadro di Pescarenico tra le opere di quei pittori che, partendo dal maestro Gaudenzio Ferrari, comprendono il Cerano (e Pescarenico ne conserva la pala citata nel capitoletto precedente), il Morazzone, Tanzio da Varallo, Francesco Cairo e, appunto, Giuseppe Antonio Pianca, cari a Giovanni Testori, come ha confermato anche la mostra da Gaudenzio

Del convento, don Giovanni Brandolese aveva cominciato ad occuparsi fin dal suo arrivo a Pescarenico nel 1965, vicario parrocchiale prima ancora di parroco (lo diventerà nel 1968). Aveva cominciato con la chiesetta di San Gregorio e il soprastante campanile che, scriveva preoccupato, «gravita pericolosamente sulle nostre spalle. Non c’è bisogno di buttarlo giù. Se non si provvede quanto prima, vien giù da solo». In San Gregorio, in un loculo ricavato nel pavimento del nuovo battistero, nel 1968 trovano posto i resti mortali di don Abele Meles, primo parroco di Pescarenico dal 1899 al 1939. L’anno precedente, in occasione del settantesi-

A fronte. la processione mariana che apre la Sagra di Pescarenico.

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a Pianca. Omaggio a Giovanni Testori, Capolavori restaurati nel Novarese tenutasi a Novara nella Basilica di San Gaudenzio dal 20 marzo al 17 maggio 2009. San Felice da Cantalice col Bambino Gesù, olio su tela dell’inizio del secolo XVIII. Il Santo anziano con saio bruno è raffigurato in ginocchio sopra una nube grigia, col Bambino fra le braccia. In alto un angelo con fiori di colore azzurro e rosato spenti, ed una testa di cherubino. Azzurri e rosa spenti e sfumati anche nello sfondo di nuvole; le altre tinte su toni bruni. La tela è citata nella Cronichetta nell’anno 1712. Sant’Antonio da Padova col Bambino Gesù, olio su tela del secolo XVII. Il Santo in piedi con saio francescano, un giglio nella destra, abbraccia il Bambino parzialmente coperto da un panno bianco. Le tinte sono esclusivamente su tonalità brune. La tela è citata nella Cronichetta nell’anno 1724.

brosiana sia dal Martirologio Romano. Le reliquie di San Materno, sepolto a Milano nella basilica dei Santi martiri milanesi Nabore e Felice, furono oggetto di una ricognizione da parte di San Carlo Borromeo nel 1571. Non è stata invece estesa alla chiesa diventata parrocchiale la dedicazione a San Gregorio, come era forse logico attendersi visto che questa chiesetta, il cui titolo di cappella curata era stato soppresso nel corso del XVI secolo una volta completata la chiesa dei Cappuccini, è di fatto diventata solo una appendice della chiesa più grande. Ma una grande scoperta è stata effettuata nel 1977 da don Giovanni Brandolese con il fortuito ritrovamento, nella sacristia di una teca contenente una piccola pergamena. «Un prezioso documento» lo definiva don Giovanni, e giustamente, perché in esso si legge che la domenica 17 giugno del 1600, Filippo Archinti vescovo di Como aveva consacrato questa chiesa e questo altare in onore della Immacolata Concezione della Beata Vergine». Don Giovanni così continuava: «La scoperta dell’eccezionale documento per mezzo del quale sappiamo che la nostra chiesa è consacrata all’Immacolata e, inoltre, la circostanza dell’ottantesimo della parrocchia, mi incoraggiano a proporre a tutti una festa solenne in onore della Madonna degli Angeli, venerata nella nostra chiesa, da celebrarsi ogni anno la prima domenica di ottobre. Se la proposta venisse da voi considerata buona e perciò accolta, potrebbe costituire l’inizio di un annuale importante appuntamento per la nostra comunità, che tira fuori dallo scrigno della sua storia i tesori antichi e li fa confluire nella nuova e attuale esperienza di Chiesa che noi, oggi, stiamo vivendo». È nata così la popolarissima Sagra de Pescarenech che continua annualmente, nei mesi di luglio e di settembre, ad animare il rione.

Rimane da menzionare - è collocato anch’esso nell’oratorio di San Gregorio - il seggiolone del XVII secolo, opera di artigianato locale in legno di noce. È un seggiolone con semplice base a doppio gradino e alto schienale liscio con baldacchino. Tradizionalmente è conosciuto come cattedra di padre Cristoforo. Questo nuovo riferimento a padre Cristoforo consente di concludere questo capitolo di Pescarenico accennando ad un altro particolare. Come ricordato, la chiesa dei Cappuccini è stata eretta in parrocchiale con decreto 18 settembre 1897 sotto il titolo di San Materno vescovo e confessore. È il settimo vescovo di Milano, successore di Mirocle ed antecessore di Protasio. Gli vengono attribuiti dodici anni di episcopato. Gli antichi cataloghi dei vescovi milanesi lo dicono morto il 18 luglio ed in questo giorno viene ricordato sia dalla liturgia am-

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Rancio Sotto il San Martino Chiesa di Santa Maria Assunta Chiesa di Santa Maria Gloriosa Chiesa della Beata Vergine sul San Martino Chiesa di San Carlo in Castione

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SOTTO IL SAN MARTINO

A Rancio, ora rione di Lecco, nel marzo del 1826 vedeva la luce Giovanni Mazzucconi, che sarebbe poi stato trucidato per la fede, or sono 155 anni, su un’isoletta dell’Oceania, e nel 1984 salito alla gloria degli altari. Sangue su La Gazelle è il titolo di una biografia del missionario martire scritta da Carlo Suigo, anch’egli del Pontificio Istituto Missioni Estere, nella quale l’onore delle battute d’apertura è per il paese del protagonista. Questa la presentazione della «dolce terra» di Giovanni, andato a morire in partibus infidelium: «Sull’estremità della costiera che dal lago sale serpeggiante, or ripida or piana, su su fin quasi a toccare la superba parete del San Martino, tra una corona di chiome mordenti e il ronzio di torrentacci scoscesi, s’annida un gruppo di case dal colore più vario e dalla forma più bizzarra. Dai terrapieni la vista spazia tra un groviglio di tetti, rialzi improvvisi, ciuffi di verde, campanili e ciminiere. Laggiù, lambente lo specchio dell’acqua, il cuore di Lecco. Rancio è una porzione, tra le tante, che contribuì a fare di questo centro di manzoniana memoria, una cittadina laboriosa e dinamica. Dal gruppo di case raccolte, umili e sottomesse, attorno alla chiesetta, si staccano, qua e là, ville e casolari; segno di esuberante vitalità e di tenace volere. Terra benedetta e maledetta perché qui, come altrove, come ovunque, i figli della luce contrastano con il bene la violenza dei figli

delle tenebre che barattano la coscienza per il noto piatto di lenticchie». Rancio dunque è sotto il San Martino, «è nel San Martino» come puntualizza Dino Brivio nelle pagine del suo Montagna facile, «perché questo monte è di Rancio, e chi è di Rancio perciò lo sente come montagna propria, personale, tanto vero che non v’è nessuno di Rancio che non l’abbia salita fin dagli anni minuti dell’infanzia, quando forse ancora non sapeva muovere i primi passi, che non l’abbia presa in assoluta confidenza d’andarci magari anche al chiaro di luna, che insomma non l’ami». Il 24 settembre 1930 fu sul monte, camminatore apostolico come Carlo e Federico Borromeo, il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che dell’ultramillenario tempio raccomandò la generale restaurazione. La cronaca di quella salita è nei Frammenti di vita lecchese di Uberto Pozzoli, cronaca già apparsa su L’Italia del 3 ottobre 1930 e qui di seguito riproposta. A Rancio il Cardinale trovò il terzo santo: San Martino, non milanese, ma Vescovo anche lui. Lo trovò su di un monte che scende a picco nel lago, in una povera chiesetta forse costruita in antichissimi tempi dai Benedettini dalla badia che sorgeva laggiù, sulla lingua di terra protesa nell’azzurro del Lario… Ma cominciamo da capo. L’Arcivescovo fu ricevuto alla Panigata. Do-

Ieri (sotto) e oggi a Rancio (archivio Aloisio Bonfanti).

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po la predica d’apertura della Visita, si recò in processione al cimitero, salendo fino al «Sole» (a Rancio le frazioni hanno nomi belli: il Sole, il Paradiso e via di questo passo) per scendere poi da Rancio alto, in un giro che abbracciò gran parte della faticosa (è tutta in salita) parrocchia. Seguì la solita visita alla chiesa, mentre fuori, ad ogni casa costruita sulla gradinata che dal Gerenzone sale al monte, s’accesero corone di luci, in un effetto meraviglioso e fantastico. Sul campanile si formò addirittura un cappello cardinalizio, luminoso, quasi sorretto dalla croce e dal pastorale. In alto, alla prima cappella di San Martino, un faro brillò come una stella sullo sfondo cupo della montagna. Ogni strada divenne un viale fiorito. Un vicolo che scende giù a una nera fucina, dov’è un maglio antico che segna la cadenza dell’acqua nel torrente, fu sepolto sotto una coltre di gigli. Rancio accoglieva il Cardinale per la seconda volta in un anno, ma anche stavolta faceva le cose per bene. Al mattino la messa e la comunione generale, il ricevimento del consiglio parrocchiale e la visita all’oratorio di San Carlo a Castione. Uscendo dall’oratorio, il Cardinale decise di salire al San Martino: e fu questo il regalo più bello per la gente di Rancio alto. La voce si sparse in un baleno. Subito sulla rupe del monte si vide gente in cammino verso l’alto. Intanto Sua Eminenza visitava gli infermi. In una povera casa, dove accanto a una giovane paralitica pregava la madre vecchia e inferma, il Cardinale ripeté le parole cristiane della rassegnazione: «Pensate al Paradiso». E la vecchia: «Ghe vorarèss de vess sant come lü». Il cardinale amministra in seguito la cresima e visita l’oratorio maschile, le associazioni giovanili e il Circolo Pio X (gli uomini gli offrono se stessi, le loro famiglie, i loro figlioli: tutto, insomma); poi intraprende la salita al monte, guardando in su, gli strapiombi che sembrano inaccessibili, e pensando forse ai dolci colli del Lazio. L’accompagna una vera processione; ha vicini monsignor Polvara, don Terraneo, il parroco di Rancio, i coadiutori, i capi delle as-

sociazioni. Alle ultime case di Rancio un ometto grida: «Viva l’Arcivescovo» e dice la sua soddisfazione per la visita sperata: «Emm minga paraa per negott!». Alla «grotta degli amici», innanzi a una statuina dell’Immacolata, donne e fanciulle accolgono il Cardinale con un inno alla Vergine. Più su attende Cossu, il romito che si è ritirato sul monte in segno di protesta contro la lesione dei pretesi diritti dell’antica parrocchia di Rancio. Cossu è un brav’uomo: un uomo della montagna, rude e sincero. Il Cardinale lo benedice e gli domanda: «Andate a messa?». È tanto che non ci va; anzi, è tanto tempo che non scende in paese. Egli vive lassù, in una baita, come un eremita. Andava a messa quando la dicevano «cantata» nella piccola chiesa di Rancio alto; ma una bella domenica si cominciò a dire la messa «bassa», e lui non ci andò più. Il Cardinale ha capito e cerca le vie di quel cuore: «Dovete andare a messa, galantuomo: è vostro dovere. La legge di Dio c’è e bisogna seguirla». Cossu vorrebbe rispondere, ma non ne può più. Tutte le rughe della faccia gli si sono fatte più profonde: ha attorno alle labbra una gran piega che tradisce l’intensa commozione. Improvvisamente scuote la testa e dice preciso: «Ch’el lassi fa de me, ch’el sarà servii». La gente, attorno, grida: «Viva Cossu! Viva il Cardinale!». L’Arcivescovo dà al buon uomo una medaglia, perché la tenga al collo. «Al coll no - dice Cossu - perché la me fa maa. La taccheroo giò che», e accenna al grosso giubbotto di fustagno, dalla parte del cuore. «Addio, galantuomo», saluta l’Arcivescovo. «Ciao», gli risponde Cossu. Quando trovate il romito della grotta domandategli da quanti anni non piangeva. La salita riprende. Il sentiero serpeggia per la grande bastìa rocciosa. Ogni tanto, dall’alto scroscia un applauso. Una voce grida da lassù: «Viva il Cardinale!», e da sotto un burlone risponde: «Lassa giò la corda!». Il parroco di Rancio racconta che la sua gente sale al San Martino anche d’inverno, anche di notte, a chiedere grazie per gli ammalati; in tempo di guerra eran lassù tutti i voti, tutte le preghie-

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A Rancio quando c’erano le ciminiere (collezione Valentino Frigerio).

re delle mamme e delle spose. Ora gli uomini hanno liberato la strada dai sassi più fastidiosi, perché anche l’Arcivescovo possa salire alla loro chiesetta. Alla prima cappella - un nido di falco - attende gran gente, che si è arrampicata fin sul tetto del tabernacolo. Una donna è sorpresa di vedere il Cardinale vincere speditamente l’erto e difficile sentiero: «Varda come ’l cammina, pôr omm!» e un’altra risponde: «L’è on azzalin». (Un acciarino, che sprizza scintille; o una lamina d’acciaio sottile). Sua Eminenza entra nella cappellina per una breve preghiera. Là dentro non c’è nulla: povere mura scrostate dal tempo e tormentate dai grafomani della montagna. La sosta è di pochi minuti. Sotto il tabernacolo si stende la visione della Vallata, del Lago, dell’Adda, della Brianza lontana. «Com’è grande il mondo esclama il Cardinale - e come sono piccole le cose di laggiù!... Ma dov’è San Martino?». La chiesa è più in là, dietro la corna, attorno alla

quale gira il sentiero, comodo, ma quasi sospeso su precipizi vertiginosi. Tornano alla mente le pagine dello Stoppani. Qualcuno accenna all’incendio del 6 marzo 1878, allorché il monte fu avvolto dalle fiamme; altri parlano delle frane terribili, che minacciano le case e la gente delle frazioni di Rancio. Il Cardinale trova lì per lì argomenti che possono far luce sull’origine della chiesetta e della cappellina. Alle 11,45 si arriva alla chiesa: al «convento», come dice la gente. Squilla una fanfara. La folla applaude. L’Arcivescovo visita la chiesetta e ne consiglia il restauro. Quando sente parlare di contestazioni, si meraviglia e dice: «La chiesa è casa di Dio e la casa di Dio non può essere casa degli uomini». Fuori rivolge un breve discorso alla folla. Parla dell’alpinismo spirituale. Tutti i santi furono grandi, veri alpinisti. Ogni giorno dobbiamo salire almeno trecento metri verso il Paradiso. «Buona gente - conclude - ora fermatevi a mangiare qualche cosa; poi venite giù al-

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la Dottrina. Io scendo ad attendervi». E così, dopo aver sorseggiato una piccola tazza di latte, il Cardinale inizia la discesa, senza nemmeno essersi seduto un istante. Poco prima è giunto anche mons. Polvara, accolto da un evviva al quale si è associato l’Arcivescovo. Il convisitatore non ha voluto rinunciare nemmeno a quella visita. Si avvicina però al curato di Rancio e gli dice sottovoce: «Mi avete imbrogliato: altro che tre quarti d’ora!». Anche la discesa è rapidissima. Prima di arrivare alla cappelletta il Cardinale recita l’Angelus. In quel momento sembra d’aver sotto i piedi uno specchio di lago racchiuso tra due rocce: arriva da laggiù l’Ave Maria delle campane. Appena raggiunto il versante di Rancio, i due campanili della parrocchia attaccano un inno di festa: «Ci hanno veduti», spiega il curato. Alla «Nocetta» il Cardinale benedice la frazione di Brogno, che non può visitare: «Dite a quella gente che da quassù ho potuto contare le sue case, i suoi cortili, le sue stradicciole». A Bernardo i contadini offrono all’Arcivescovo la loro uva; Sua Eminenza stacca due acini, uno bianco e uno nero: poi fa distribuire il resto a chi gli sta attorno. Si sente qualcuno che dice: «Questa ghe la porti a cà ai me bagaj». A Rancio alto il cardinale visita due infermi, sosta nella chiesa - l’antica parrocchiale - e poi scen-

de per la colazione: sono le 13,30. Nel pomeriggio seguirono le visite del Collegio San Giuseppe e all’oratorio femminile; più tardi la Dottrina e l’ultima predica: «Guai se tutte le visite fossero come questa di Rancio!». Alle 16 il popolo, schierato dalla chiesa fino alla Gera, salutò il Cardinale che lasciava la parrocchia. A sera, Cossu scese in paese, a piedi nudi, in abito da festa, dopo chi sa quanto tempo. A chi gli domandò: «Che miracolo?», rispose: «L’è staa l’Arcivescov!». Chi non ritenesse sufficientemente incoraggiante l’esempio del diafano arcivescovo di Milano, di cui abbiamo appena letto, potrebbe sempre accontentarsi di «passeggiar le falde» del San Martino, e già si troverebbe assai bene. In giro per Rancio si scoprono tanti luoghi interessanti dal punto di vista panoramico: basta prendere dalla raccolta piazzetta di San Carlo con la sua chiesetta seicentesca e la fontana con le tre bocche per andare verso il Corno e i Ronchi o per salire lungo l’acciottolato che finisce a Brogno; basta portarsi nella frazione superiore, sede dell’antica parrocchiale, e affacciarsi al sagrato che fa da balcone su Lecco, o arrivarci dal Sole per proseguire verso il Paradiso (belli questi nomi, no?), o andare in Crogno. Quello che faremo nelle pagine seguenti.

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CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA

Della chiesa parrocchiale di Rancio fatta costruire da Domenico Mazzucconi accenna pure Uberto Pozzoli in Un martire lecchese, uno dei suoi Frammenti di vita lecchese che porta la data dell’1 ottobre 1929. La grandiosa chiesa nella parte bassa del paese, che aveva avuto un intenso sviluppo, fu consacrata il 16 novembre del 1884, cento anni prima, dunque, della beatificazione di Giovanni Mazzucconi (e bisognerà ricordarsene, anche perché è lo stesso giorno in cui venne inaugurato a Lecco il monumento a Garibaldi) da monsignor Mascaretti, vescovo di Susa. Qui piace riprendere dalla cronaca dell’avvenimento che pubblicò Il Resegone del successivo 21-22 novembre questo brano: «… finalmente monsignore è sulla spianata del tempio ed oh spettacolo di commozione! Il generoso benefattore che a tutte sue spese ha edificato quel monumento, si avanza; ma sorpreso dalla commozione, si sente venir meno, la sua bocca non può profferire una parola e da’ suoi spenti occhi sgorgano lagrime e deve ritirarsi. Sì, gli sgorgano lagrime di consolazione al veder compiuto il sospirato disegno. Nell’esultanza del suo cuore vorrebbe quasi cantare il Nunc dimittis… Ma no, o Signore, non accogliete quella preghiera ma conservate a noi per lunghi anni quel benefattore della vostra chiesa. Non dimenticatevi che il sangue che scorre nelle sue vene è sangue di martiri, sangue che fu sparso in lontani lidi per la vostra fede e noi in questo sciagurato secolo abbiam bisogno di tali spettacoli di fede, di tali testimonianze di invincibile perseveran-

za» (e Domenico campò per altri 14 anni). E riferiva ancora Il Resegone: «Il nuovo tempio è uno dei più belli e vasti del circondario. È lungo circa 45 metri e largo una ventina. È diviso in tre navate larghissime, separate da tre arcate, le colonne posate sui loro piedestalli danno all’edificio un’altezza straordinaria. Di bel lavoro sono gli altari tutti in marmo. Ampie le due sagristie cogli annessi altissimi ripostigli. La chiesa offre tutte le comodità immaginabili e rivela un’abilità di disposizione non comune. Chi diede il piano fu lo stesso sig. Mazzucconi; al disegno e all’esecuzione soprassiedette il sig. Todeschini di Germanedo. La vista poi che si gode dall’alto del campanile merita da sola una passeggiata a Rancio». Domenico Mazzucconi, che l’aveva fatta costruire a proprie spese, l’aveva anche dotata di un magnifico piazzale aperto sulle meraviglie del paesaggio manzoniano ed aveva persino voluto aggiungere tre tronchi di strada, per la comoda comunicazione, in tre diverse direzioni, con l’abitato. Attri imponenti lavori di decorazione e di abbellimento furono curati nella stessa chiesa, negli anni precedenti l’ultima guerra, dal parroco don Francesco Muttoni, «uomo rude come la vecchia gente della sua Valsassina ma di grande sensibilità, che io ho amato come un padre - confida Dino Brivio - e del quale ho raccolto l’ultimo respiro. Potrei dire che il suo motto fosse zelus domus tuae comedit me, perché oltre all’insegnar le verità della fede con sicura dottrina e al dispensar la grazia nel con-

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fessionale, ardente era la sua ansia di far belle le case di Dio». Altro poi è stato fatto in anni a noi più vicini, cominciando dal grande affresco della Crocefissione del pittore Ampelio Bonora, opera di 4 metri per 7 dietro l’altare maggiore, ai cui lati si sono poi aggiunte le due vetrate alte 5 metri e larghe 2 raffiguranti le figure di Sant’Antonio e di San Sebastiano, così che Giovanna Virgilio, nei suoi più volte citati Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento può così sintetizzare la descrizione di questa chiesa di Rancio: «La moderna parrocchiale di Santa Maria Assunta, costruita nel 1855 su iniziativa di Domenico Mazzucconi e consacrata nel 1933 dal cardinale Schuster. L’edificio presenta al suo interno un ricco apparato decorativo costituito da sculture e dipinti murali prevalentemente novecenteschi». Sulla facciata della parrocchiale di Rancio si vedono alcune statue: nelle nicchie basse si trovano San Giovanni e San Domenico, sugli angoli esterni del fastigio troneggiano due angeli, un Cherubino e l’Arcangelo Michele. Quattro nomi, corrispondenti ai quattro maschi della famiglia Mazzucconi: Giovanni il martire, Cherubino e Michele i barnabiti, Domenico il benefattore che volle questa medesima chiesa. Fu il parroco Muttoni a pensare un tale atto di omaggio. Mi è perciò caro rilevare che Rancio perpetua, nelle sacre immagini che trasfigurano la materia inerte, una lode di ammirazione e di riconoscenza a Giovanni e fratelli, che qui mi è ancora più caro onorare con il seguente scritto dell’indimenticabile Dino Brivio, del febbraio 1984.

cesco Muttoni, che aveva avuto l’appoggio di tutta la sua gente, oltre ad alcuni cospicui contributi da persone che hanno ancora i nomi incisi nel marmo: il cardinale Eugenio Tosi, l’on. Teruzzi per il Governo Nazionale, Alfredo Redaelli, Domenica Manzoni di Barzio, suor Domenica Invernizzi, Gio. Battista Sala, Battista Odobez, l’avv. Emilio Sangregorio, Felice Carera, Gio. Battista Aldè, Ernesto Bonaiti, Enrico Bonalumi. La cronaca di quella giornata, scritta da Uberto Pozzoli come sapeva lui, uscì nel numero d’ottobre del periodico All’ombra del Resegone e dal mio vecchio amico Aristide Gilardi fu poi inserita nei Frammenti di vita lecchese. Quell’aurea antologia della troppo breve produzione giornalistica, storica e poetica del Pozzoli, edita dalla Cooperativa di Consumo «La Popolare», fu sempre in casa mia, forse perché mio padre ne aveva una copia come socio sin dalla fondazione della stessa Cooperativa, con la quota d’una azione, il che dava a noi figli l’ammissione alla colonia della Colmine di San Pietro; e la sua lettura mi fornì il modello per tentar d’imitare (ma col passare del tempo mi son sempre più accorto che il Pozzoli è inimitabile…). La lontana cronaca firmata u.p. rivive in queste pagine, ma io devo spiegare che ho ricordato quel momento perché il 1929 è l’anno della mia venuta al mondo e l’oratorio di Rancio fu dedicato a Giovanni Mazzucconi. Perciò io che ero suo comparrocchiano, frequentando quell’oratorio ebbi fin da piccolo davanti agli occhi il suo nome, che allora era scritto in grandi caratteri sulla facciata (adesso non c’è più, e mi spiace). Quanti «Noi vogliam Dio» e quante «Maria, Mater gratiae» cantati nella cappellina sotto il teatro, le cui scene calcai più volte scolaretto, nelle parti infantili dei drammoni strappalacrime allora in voga… La figura di Giovanni di Rancio, il Martire, mi fu familiare sin da quando ebbi occhi

GIOVANNI DI RANCIO E FRATELLI Il 30 settembre del 1929 il nuovo arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster benediceva a Rancio di Lecco l’oratorio maschile costruito per iniziativa del parroco don Fran-

Nelle pagine precedenti: Ampelio Bonora affresca la chiesa parrocchiale di Rancio.

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per vedere: il parroco Muttoni aveva fatto dipingere dal pittore Arturo Galli, nel 1927, la scena del massacro sulla grande parete in testa alla navata di destra della chiesa parrocchiale. Quel pretino mansueto afferrato da un selvaggio mentre un altro alzava la scure per mozzargli la testa, era proprio davanti ai posti di noi ragazzi in chiesa, la chiesa costruita da Domenico Mazzucconi, il fratello, e la sua vista mi affascinava. Quante volte l’occhio vi si è posato nell’accedere alla porta della sacristia! Ma la vita in Rancio era tutto in impasto con il nome Mazzucconi; c’era la strada principale intitolata a Domenico, che dalla primissima infanzia percorrevo quotidianamente per raggiungere l’asilo, fondato da Domenico, presso il Collegio delle Suore di Carità eretto da Domenico, accanto alla chiesetta di San Giuseppe voluta da Domenico; e la sua effige scolpita nel marmo era dentro la chiesa, sopra una lunga epigrafe latina della quale non riuscivo ad afferrare compiutamente il senso quando vi si andava processionalmente per una delle tre stazioni delle Litanie minori, nelle Tempora della settimana dopo l’Ascensione, e all’ingresso si cantavano i dodici Kyrie. E quante volte, andando a scuola, mi son trovato sotto i piedi il nome Mazzucconi, inciso nelle pietre, segnacoli di proprietà, sul piano stradale di via San Giovanni Bosco. E nel cimitero arroccato sotto il Medale, accanto ai miei morti, ancora i Mazzucconi. Ecco, mi hanno detto che io, avendo convissuto per molta parte della mia vita con Giovanni e Fratelli Mazzucconi nell’ambiente di Rancio avrei dovuto raccontar qualcosa di questo «rapporto» intimo tra i Mazzucconi e la comunità rancese. Così per svolgere il mio compitino mi sono rituffato per qualche momento fra tante care memorie (ho ritrovato perfino una religiosa a Rancio da 52 anni che mi conosce dai tempi dell’asilo). Per cominciare occorre ricordare che i Maz-

zucconi erano originari di Laorca, ove battevano il ferro, arte antica della «vallata»; nella prima metà del ’700 erano emigrati in Piemonte, donde Domenico, il secondo degli undici figli di Giusepe, era tornato a Laorca, nel 1765, sposando Lucia Amiredi. Domenico, poi, tra il 1813 e il 1815 era sceso nel confinante comune di Rancio con il figlio Giacomo - che nel 1808 aveva sposato in San Giovanni alla Castagna Anna Maria Scuri, sorella del parroco di quel paese, e aveva già tre figli - per avviare un’importante filanda. La casa dei setaioli Mazzucconi era - c’è ancora - in località Bassignana, al confine con Malavedo di Laorca, appena sopra il solco del Gerenzone. Passò in seguito ai Bonaiti, industriali del fil di ferro; da ragazzo vi entrai più volte, con una zia, per visitare la signorina Francesca, oggi novantatreenne, e l’anziana mamma. Vi abitò anche il professor Luigi Colombo, che fu sindaco di Lecco, al piano sotto il livello della strada, e pur da lui ebbi occasioni d’entrare. Si passava davanti a quella casa con i funerali per andare al cimitero: prima d’attaccare l’acciottolato rapidissimo della strettoia verso l’immissione nella provinciale della Valsassina, i cavalli apparigliati al carro venivano fatti sostare a ripigliar fiato proprio davanti a quella casa, poi a frustate li si lanciava di gran carriera per la rampa: quel batter di zoccoli ferrati che sprizzavan scintille dava una forte paura a me che accompagnavo il prete col secchiello dell’acqua santa, e rimasi angosciato la volta che uno dei cavalli sotto lo sforzo crollò sulla strada, morto. Non era allora comunemente conosciuto il fatto che la casa dei Bonaiti fosse appartenuta ai Mazzucconi, anche se si affacciava sulla via dedicata a Domenico Mazzucconi, strada del resto assai lunga perché comincia alla Gera e finisce a Malavedo. Soltanto nel centenario del martirio di Giovanni vi fu murata una lapide con iscrizione credo dettata da Luigi Colom-

Nelle pagine seguenti una storica immagine degli anni venti del Novecento in cui si vedono i campanili di San Giovanni, Rancio e Rancio Superiore (raccolta Carlo Brigatti).

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bo, epigrafista che a Lecco ha emulato il Giovanni Bertacchi: «Qui nacque il 1° marzo 1826 / Padre Giovanni Mazzucconi / del Pontificio Istituto Missioni Estere / Sulle remote sponde dell’Oceania / versò nel settembre 1855 il suo sangue / luce di redenzione per gli infedeli / monito ai fedeli». Giovanni Mazzucconi, si sa, fu il nono dei dodici figli di Giacomo e Anna Maria; i primi tre, come s’è detto, nacquero in Laorca, tutti gli altri in Rancio. Tre femminucce ebbero vita brevissima e un’altra, Armelina, rimasta nubile, visse 42 anni facendo opere di bene e di pietà. Domenico, il secondogenito, che pure non si formò una famiglia, ha lasciato un’impronta incancellabile nella vita di Rancio per una generosità senza confini: di lui dovremo parlare. Tutti gli altri si consacrarono a Dio. Lucia, la prima della famiglia che undicenne fu guarita da gravissima malatia da don Serafino Morazzone, parroco di Chiuso, a 23 anni entrò nel convento delle Orsoline di Brescia e visse santamente esercitando l’ufficio di infermiera sin all’età di 88 anni. In religione aveva assunto il nome di suor Serafina. Giuseppe, il primo dei nati a Rancio (1815), fu sacerdote (celebrò la prima messa a Rancio il 26 maggio 1839) e dopo due anni di cura d’anime si fece Barnabita prendendo il nome di Michele. Fu religioso di grande virtù e di non comune ingegno; un epitaffio nel cimitero di Rancio elenca le cariche sostenute (le vedremo più avanti). Visse per 71 anni. Paola entrò fra le Suore Marcelline di Milano, appena fondate da monsignor Luigi Biraghi, e morì a 55 anni nel convento di Genova, amata e venerata per l’umiltà e la santità della sua vita. Teresa, come la sorella maggiore, fu suora nelle Orsoline di Brescia con il nome di M. Felice; fu superiora «prudentissima, pia, di senno non comune» rieletta ogni triennio per 41 anni consecutivi. Visse fino all’età di 81 anni. Ubaldo, chierico nel seminario teologico ambrosiano, nel 1844 passò ai Barnabiti con il nome di Cherubino, ricoprì varie cariche e fu

prevosto di San Barnaba in Milano; il venerato cardinale Andrea Carlo Ferrari lo scelse come suo confessore. Morì anch’egli a 81 anni. Aveva celebrato la prima messa a Rancio il 25 giugno 1848. Dopo Giovanni, che segue Ubaldo, ci fu ancora Maria, 56 anni di vita religiosa nelle Suore di Carità dette di Maria Bambina con il nome di Vincenzina, definita «sapiente, prudente, soave nella parola come nel silenzio, ardente di carità, grande nell’umiltà». Della famiglia fu l’ultima a morire, nel 1908, all’età di 78 anni. Di Giovanni Battista, il nostro missionario martire, è noto che nacque a Rancio il 1° marzo 1826 e che fu battezzato il giorno successivo nella chiesa parrocchiale di Maria Assunta in Rancio Superiore, ora Santuario di Santa Maria Gloriosa come la nominò il cardinal Schuster. Nella stessa chiesa, tante volte frequentata insieme ai genitori, assidui alla messa quotidiana e alle altre funzioni sacre, celebrò la prima messa il 26 maggio del 1850, una messa «bassa» per essere più raccolto. Nella chiesa c’è un’epigrafe su marmo nero alla memoria di un Giacomo Mazzucconi, che non è però il padre del Martire perché lo si dice morto nel 1831 a 79 anni (l’altro Giacomo morì trent’anni più tardi, settantaduenne), anche se è celebrato, come fu l’altro, «grande elemosiniere e benefattore in vita». Stranamente non c’è alcun segno che conservi memoria dei due momenti fondamentali della vicenda di Giovanni: l’ingresso nella vita cristiana e l’ingresso nella vita sacerdotale. Soltanto adesso il parroco don Contardo Mauri ha fatto adattare uno degli altari laterali per accogliere una grande pala nella quale il Martire è stato effigiato, indossante la talare ambrosiana, con l’aureola dei beati. A pochi passi dalla chiesa sorge il vecchio cimitero di Rancio; in fondo, dove la piccola area triangolare si chiude a punta con una cappella, si trovano due cippi che raccontano dei Mazzucconi in nove epigrafi. Ce n’è una dedicata al Martire: «Al sacerdote / Giovanni Mazzucconi di Giacomo / missionario apostolico / dotto zelante piissimo / ucciso per la fede d’anni 29 / in

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Il cardinale Schuster al San Martino

Il martire Giovanni Mazzucconi.

Rook (Oceania) nel settembre del 1855». Ma sono ricordati anche il nonno: «A Domenico Mazzucconi / spirito intraprendente e cuore retto / amante del giusto e del vero / ma più della religione e della fede / morto d’anni 91 / nel 1835»; e il padre: «A Giacomo Mazzucconi di Domenico / padre amoroso negoziante integerrimo / cristiano raccolto e intento / a meditare le cose celesti / morto d’anni 73 / il 7 febbraio 1861»; e la mamma: «Ad Anna Maria Scuri / moglie di Giacomo Mazzucconi / donna forte e coraggiosa / madre illuminata e sollecita / cristiana pia e caritatevole / morta di anni 76 il 29 ottobre 1865». Queste quattro iscrizioni sono sul cippo alla destra; sul secondo cippo compaiono soltanto tre epigrafi (una lastra è bianca), dedicate a tre dei fratelli Mazzucconi: «Dio conceda la pace dei giusti / al sacedote Michele Mazzucconi / che desideroso di vita ritirata / rinunciò

alla parrocchia / per farsi religioso barnabita / Scelto fra i suoi fu mandato a Parigi / a fondare una casa del suo ordine / che saggiamente governò per tre anni / Richiamato in Italia / fu nominato preposto parroco / di Sant’Alessandro in Milano / Zelante pastore / predicatore erudito fervente missionario / fu generoso coi poveri / Morì d’anni 70 il 5 marzo 1886»; «Riposi nella pace del Signore / Domenico Mazzucconi / uomo arricchito da Dio per beneficiare / Costrusse del suo / nuova chiesa parrocchiale / oratorio festivo con cappellania / Eresse un collegio / per l’educazione delle fanciulle / chiamandovi le Suore della Carità a dirigerlo / Aperse scuole elementari / ed un asilo infantile / Profuse elemosine ai poveri / Moriva il 16 dicembre 1898 / d’anni 87»; «A suor M. Vincenzina Mazzucconi / assistente generale / delle Suore di Carità / che passò la lunga e benefica sua vita / edificando istruendo consolando /

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Concelebrazione a Rancio per il beato Giovanni Mazzucconi presiedeuta dal vescovo missionario Aristide Pirovano.

Nata a Rancio di Lecco 31 gennaio 1830 / morta a Milano 16 luglio 1908». Ricordo d’aver visto, sotto una delle finestre che s’aprivano nel muro di cinta del cimitero stesso, quest’altra iscrizione: «Pregate pel sacerdote / Giovanni Mazzucconi / di questa parrocchia / morto lontano». L’aveva dettata personalmente prima di partire per l’Oceania e alla sua morte era stata collocata dove l’aveva desiderata, per raccogliere suffragi dai compaesani. Anni fa la lapide è scomparsa quando si fecero dei restauri al muro (adesso non c’è più nemmeno il muro con le finestre); io credo che sarebbe buona cosa rifarla. Giovanni, che aveva vissuto a Rancio in anni della fanciullezza, che vi tornava durante il tirocinio nei seminari diocesani per le vacanze estive (non fece in tempo a frequentare quello di Castello, che ospitò invece Antonio Stoppani, maggiore di lui di due anni, oltre a quella birba di Antonio Ghislanzoni e, prima, il Tom-

maso Grossi di Bellano: il seminario di Castello fu infatti soppresso dall’arcivescovo Gaisruck nell’anno 1840, e Mazzucconi proprio nell’autunno di quell’anno entrava a San Pietro di Seveso), e che in vacanza insegnava la dottrina, come attesterà il parroco don Luigi Buttironi che l’aveva battezzato e rimase a Rancio per 44 anni, fino al 1870 («l’umiltà, la persuasione, l’elevatezza delle idee in un dire semplicissimo, annunziavan chiaro che lo Spirito del Signore parlava in lui», scriveva il Salerio, notando che i suoi conterranei lo ascoltavano «con sì viva commozione che la ricorderanno finché avran vita»), che a Rancio aveva trascorso i primi intensi giorni del suo sacerdozio dopo la prima messa in attesa d’entrare nel nuovo seminario delle Missioni a Saronno, rimetterà piede nella sua casa di Rancio, tra Gerenzone e Medale, per il commiato estremo dalla famiglia prima della partenza, alla fine di febbraio del 1852. Venne nella sua terra per lasciare al fratel-

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Panorama di Rancio con la chiesa parrocchiale fatta erigere da Domenico Mazzucconi.

lo Domenico un’idea da attuare: l’istituzione di un oratorio festivo dove radunare i ragazzi di Rancio, Laorca e San Giovanni per essere educati e istruiti nei doveri cristiani. Domenico fu interprete di quel desiderio: i lavori furono iniziati subito dopo la partenza di Giovanni per la terra di missione e l’oratorio poté essere benedetto dal parroco Buttironi un anno dopo il martirio di Giovanni il 16 ottobre 1856; nello stesso anno il fratello Padre Michele benediceva la chiesa dell’oratorio. Giovanni aveva personalmente tracciato un «progetto» per la costru-

zione e la direzione di quest’opera, alla quale destinava la sua parte di eredità. Domenico fece di più, erigendo oltre all’oratorio un asilo infantile, una scuola elementare e un educandato per fanciulle affidato alle Suore di Carità, il tutto su terreni di sua proprietà a monte della sua casa di Bassignana, il complesso dell’attuale Collegio San Giuseppe di Rancio. E volle a sue spese costruire la nuova chiesa parrocchiale con la casa per il parroco. Il bilancio del suo bene operare è nell’epigrafe che si trova al cimitero, già riportata.

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CHIESA DI SANTA MARIA GLORIOSA

Fin quando Domenico Mazzucconi, fratello del missionario martire Giovanni, non ebbe costruito, nel 1883, una grandiosa chiesa nella parte bassa del paese, la sede della parrocchia fu presso la chiesa dell’Assunta, dominante dall’alto tutto il panorama lecchese. Il devoto tempio con bel portico è stato eretto in Santuario dal venerato cardinale Alfredo Ildefonso Schuster che ha coniato per l’Assunta il nome di Santa Maria Gloriosa e non Santa Maria Nascente, come pure dicono molti per errore. La tradizione e la relazione stesa dopo la visita fatta a Rancio da San Carlo nel 1566 documentazione alla quale ha attinto Arsenio Mastalli per il suo studio Parrocchie e Chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600 assicuravano che questa chiesa fosse consacrata. Infatti la festa della dedicazione veniva celebrata ogni anno nella ricorrenza di San Bernardo. La chiesa, rivolta ad oriente, abbastanza ampia, constava di una sola navata; aveva pavimento che si scopava di rado, pareti imbiancate che mostravano dipinti sbiaditi e tetto coperto da tegole rotte. Si accedeva al pavimento con un gradino. Gli altari erano due. Il maggiore - che, secondo quanto affermava il popolo e il vicecurato, fu consacrato da San Carlo nel 1566 - era posto su una predella indecente e distava dalla parte a tergo quattro cubiti. Non era provvisto del chiodo su cui appendere il berretto

del sacerdote celebrante, aveva icone divisa in quattro scomparti, due dei quali erano dipinti di pregio e raffiguravano Cristo in Croce e l’Annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine. Nel centro dell’arco della cappella maggiore, la quale era attraversata da una grossa trave, pendeva il Crocefisso. Gli orcioli di questo altare non avevano coperchio ed erano sporchi. Si entrava nella cappella dell’altare maggiore con due gradini. L’altare dell’Assunzione di Maria Vergine, posto in cornu epistolae, non era consacrato, non disponeva del famoso… chiodo porta berretto ed era provvisto di icone abbastanza bella raffigurante la Madonna col Bambino fra San Giovanni Battista e San Rocco. Si entrava nella cappella di questo altare salendo un gradino di sasso. A favore dell’altare della Madonna esisteva un legato di libbre 25 annuali per la lampada che si doveva accendere nel giorno dell’Assunzione, come risultava dal testamento di Gio. Maria Buttironi, detto «de Rossa», rogato il 22 luglio 1558 dal notaio Gio. Antonio de Ayroldi. La chiesa aveva due porte. Da quando questa chiesa venne ampliata ed ebbe le due porte, non si tenne più distinto l’ingresso degli uomini da quello delle donne; anche in chiesa i due sessi non furono più separati. Davanti alla chiesa c’era un portico ove si amministrava il battesimo. Le finestre erano tre in tutto: una rotonda nella facciata e due

Il santuario di Santa Maria Gloriosa (foto di Alberto Locatelli).

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quadrate nella parete a meridione. Sotto il pavimento del portico esistevano due sepolcri, mentre il cimitero era posto a meridione e a settentrione della chiesa, aveva il muro di cinta, ma non era ornato di croce. La casa del parroco si trovava vicino alla chiesa. A pianterreno aveva un atrio, la cucina e la cantina; al primo piano c’erano tre locali. Alla casa era unito l’orto che misurava tre pertiche e mezzo. Tra gli ordini dati nel 1569 quello che si costruisse una strada larga due braccia attorno alla chiesa perché fosse possibile fare la processione del Santissimo. Tra i decreti emanati nel 1615 dal cardinal Federico troviamo l’ordine che, per rimediare all’oscurità della chiesa, si aprano sulla facciata due finestre e, sui lati, finestre rotonde. Le pitture troppo vecchie e perciò quasi consunte che stavano sull’altar maggiore dovevano essere rinnovate. Alla porta del campanile si doveva mettere l’uscio per impedire che tutti vi entrassero liberamente. Dovevano persuadersi gli uomini che non si doveva attraversare il cimitero, né il portico antistante la chiesa, con animali da soma. Quanto poi a costituire la parrocchia - gli abitanti di Rancio, richiesti da San Carlo se volessero erigere la loro chiesa in parrocchia, risposero che non avevano i mezzi - il cardinale Federico ordinava che, morto il cappellano in carica o trasferito altrove, non si potesse nominare un altro cappellano, ma gli uomini dovessero dare una dote stabile per un beneficio parrocchiale. Fu eretta parrocchia il 16 maggio 1639. Nel 1746, durante la visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella pieve di Lecco, nella chiesa parrocchiale di Rancio si avevano la confraternita del Santissimo Sacramento e la Confraternita della Santissima Trinità «ad redimendos captivos». Il numero dei parrocchiani era 422, di cui 305 comunicati. Si è fatto cenno, nel precedente capitoletto, alla costruzione della nuova chiesa parrocchiale, anche per il significativo incremento della popolazione. Il numero delle anime di Ran-

cio, conteggiato tra la Pasqua del 1799 e quella del 1780, in 571, nel 1897, all’epoca della prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella pieve di Lecco, era di 1817. Nella chiesa parrocchiale si avevano la confraternita del Santissimo Sacramento, la confraternita della Dottrina Cristiana e la confraternita del Rosario Vivente. Vecchia d’anni, la chiesetta in Rancio alto dedicata alla Madonna Assunta è giovane come santuario: il titolo le fu infatti conferito dall’indimenticato arcivescovo di Milano cardinale Alfredo Ildefonso Schuster nell’anno 1950, evento rievocato in un’epigrafe leggibile sotto il pronao. Lo stesso porporato modificò l’originaria intitolazione - anche perché il mistero dell’Assunzione al cielo era stato legato pure alla parrocchiale nuova (ma nuova oggi non più, avendo essa superato i cento anni di vita) - decidendo che in quel santuario la Vergine fosse venerata sotto il nome di Santa Maria Gloriosa. Le vicende più lontane di questa chiesa sono narrate con quel gusto del particolare che gli era proprio da Uberto Pozzoli in uno scritto raccolto in Frammenti di vita lecchese. Da tal fonte ci limitiamo a trarre queste ulteriori notizie: «Nel 1791 si allarga la cappella della Madonna perché vi ci possano stare tutte le donne; e si fabbrica sopra il portico - anche lassù un portico a tre archi, spalancato sulla costiera - una loggetta che servirà per gli uomini; segno che la gente cresce. Nel 1810 Gaspare Pozzi manda in dono da Milano una statua della Madonna del Rosario (quella che si venera ora a Rancio alto) comprata per 11 zecchini nella vendita delle suppellettili della soppressa chiesa di San Giovanni in Conca, e vi aggiunge poi anche una balaustra di marmo. Nel 1828 si costruisce un nuovo altare maggiore». Poi, essendo Rancio terra dilettissima a Dino Brivio perché fu per molti anni la sua piccola patria, ho voluto riprendere le sue pagine dedicate a Santa Maria Gloriosa, in Segni della pietà mariana, come testimonianza di un duraturo affetto.

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È opportuno però leggere anche la scheda che l’amico Bruno Bianchi dedica, in Opere d’arte a Lecco, a Santa Maria Gloriosa: «È un esempio di architettura posteriore alle riforme di San Carlo (il Cereghini infatti - sia detto per inciso - in Immagini di Lecco osserva che la costruzione “è certamente più antica ma denuncia evidenti tracce seicentesche”). Il suo inserimento nell’ambiente naturale rappresenta già di per sé un’opera d’arte: la sensibilità e l’umiltà di un ignoto costruttore hanno realizzato un’architettura dal timbro chiaro e riposante: la curva dell’arco ribassato del portico si proietta in ombra sul pavimento di pietra oltre il quale si apre un breve sagrato che finisce con un muretto fatto per sedersi e guardare la vallata, il lago e, nelle belle giornate, la Brianza e i suoi laghetti. Sulla facciata settecentesca (probabilmente il portico fu aggiunto attorno al 1720) sono presenti i segni di una ricerca decorativa assai accurata, nei capitelli e nel fregio del timpano, come avvenne per la facciata di Santa Maria Maddalena al Seminario e per quella di San Carlo al Porto. All’interno, oltre una Madonna bizantina, si trovano un bel Crocefisso ligneo ed un mobile da sacrestia di gusto fantoniano». Si noti che il Seminario è a Castello (si veda il volume secondo di questa serie) e San Carlo è a Malgrate (ne ho scritto in Noi, ragazzi del Porto). Doveroso è altresì ricordare che questa è stata la chiesa di un martire annoverato nel numero dei Beati: Giovanni Mazzucconi, nato a Rancio il 1° marzo del 1826, al fonte battesimale di questa chiesa è stato portato il 2 di marzo successivo ricevendo il sacramento dal prete Luigi Buttironi; qui il 15 agosto del 1840 ha indossato l’abito talare insieme al fratello Ubaldo, con la benedizione ancora del parroco Buttironi; all’altare di questa chiesa è asceso per celebrare la sua prima messa il 26 di maggio del 1850; di qui è certamente passato l’ultima volta il 5 di febbraio del 1852, tornato a Rancio a salutare familiari e amici prima della partenza senza ritorno per le isole dell’Oceania, dove versò il sangue confessando Iddio nel settembre del 1855. Davanti alla Vergine Hodigitria,

al simulacro dolcissimo della Madonna del Rosario con il Bambino, al grande Crocifisso scolpito nel legno, all’immagine di San Carlo, Giovanni Mazzucconi ha tante volte pregato. Allora ascoltiamo il missionario martire che, scrivendo proprio da Rancio a un amico per parlare del mistero della concezione immacolata di Maria, nel novembre del 1848, svela i suoi sentimenti: «Potessi un giorno, accolto nel cielo, vedere, contemplare, con quanto amore Dio ha vagheggiato, tenendosela fra le mani, quell’anima appena creata, come la voleva sempre sua, come in lei fissando, tutto amore, gli occhi, la rendeva ognor più simile all’idea perfetta che eternamente la creava». Gustiamo, del Beato di Rancio, quest’elevazione spirituale alla Vergine alma Redemptoris Mater: O fra le mille profetanti eletta, Madre del Dio Riparator Sovrano: Tu che de’ cieli alla più ascosa vetta Sei guida certa, onnipotente mano: Stella che il mare a disfidar ci alletta; Al popolo tuo che alzarsi tenta invano. E va’ più chino, quando sorger pensa; Il tuo favore, al popol tuo, dispensa. Tu che, sorpresa di stupor natura, Generasti Colui che ti diè vita, E il genitor vedesti tua fattura; Vergin fanciulla in salmeggiar romita, Vergin del parto che ti fea più pura, Vergine e Madre al figliuol tuo gradita; Pensa perché t’elesse a tanto il Padre: Pietà del peccator, pietà, gran Madre. Uniamoci a lui in questa sua preghiera: «Madre addolorata, che immobile vedeste l’unico vostro figlio penare, morir sulla croce, pregate per me, per la Chiesa, per tutti. Fate che i dolori di cui è piena la vita siano veramente un mezzo per purgarmi dei miei peccati, per placare lo sdegno del Signore e meritarmi l’eterno gioire. Come Voi, o Gran Madre, foste addolorata immensamente, per essere poi esalta-

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ta sopra tutti i cori degli angeli, così fate che anch’io, dopo aver sofferto con pazienza e rassegnazione i mali e le miserie della vita, venga in fine, nella pace, al riposo con Voi negli eterni soggiorni del cielo».

preciso nel corso storico dell’arte, in oriente si continuò a dipingere con gli stessi canoni formali e tecnici per parecchi secoli: l’arte delle icone venne per così dire codificata una volta per sempre in tutti i suoi particolari compositivi, nel valore simbolico di ogni colore e anche nei più minuti dettagli tecnici di esecuzione. La tavola di Rancio non rappresenta un esempio secondario di arte bizantina; tanto più che i severissimi canoni dell’iconografia orientale non hanno impedito che i volti, specie quello del Bambino, assumessero, benché prigionieri di panneggi rigorosi e senza uscita, una eccezionale spontaneità di espressione». Per Giovanna Virgilio «meritano, inoltre, di essere segnalati i paliotti tardo-barocchi in scagliola dell’altare del Crocifisso e dell’altare maggiore. Si ritiene che la provenienza di quest’ultimo sia estranea all’arredo originario della chiesa poiché reca nella specchiatura centrale l’immagine di San Giacomo. Non si esclude, pertanto, che esso sia stato acquistato dallo scomparso convento di San Giacomo per essere adattato al nuovo altare maggiore progettato da Giuseppe Bovara nel 1828». Non manca l’immagine di San Carlo, l’arcivescovo milanese che in questa chiesa sostò durante la visita pastorale alla Pieve di Lecco del 1566, alla quale in particolare farà riferimento il resoconto del visitatore di Federico Borromeo del 1608.

L’antica parrocchiale di Rancio è su uno splendido balcone dal quale si dominano la città e i suoi monti. Gli antenati avevano scelto bene il posto perché potendo contemplare la bellezza del creato erano aiutati a meglio lodare il Creatore. Della vetusta chiesetta diventata santuario a Maria Gloriosa è rilevante, all’esterno, l’elegante portico dal quale si scorge l’accesso al piccolo cimitero, preceduto dall’arco dedicato a Pasquale Fumagalli - certamente benemerito se fu ritenuto degno di tanto ricordo - e dalle stazioni della Via Crucis. Nell’interno raccolto della chiesetta, sopra l’altare maggiore dalla base bella con la sua policroma decorazione, davanti al tempietto dello stesso altare è stata collocata l’icona di cui si è fatto cenno, presente da tempo immemorabile nella chiesa e per la quale l’indimenticato parroco Francesco Muttoni in passato aveva fatto allestire un apposito altare in posizione laterale. Bruno Bianchi in Opere d’arte a Lecco riferisce: «Non si è mai saputo come fosse arrivata a Rancio questa tavola bizantina, quasi senza dubbio greca e forse appartenente alla cerchia di Giovanni Lombardo (XVI-XVII secolo). L’icona rappresenta il dogma cristologico: la Vergine mostra Suo Figlio, Colui che è la via. Le icone di questo soggetto e così compaginate prendono il nome di Hodigitria cioè Colei che indica la via e furono molto ripetute e venerate nell’oriente balcanico-russo. Pare che la prima Hodigitria provenisse da Costantinopoli e che fosse dipinta intorno al XIV secolo. Proprio la sua origine orientale rende difficile la datazione anche approssimativa della nostra; infatti mentre in Italia e in genere in Europa il gusto bizantino rappresentò un periodo ben

Il santuario di Rancio è intitolato a Maria Gloriosa, ma la festa principale è in onore della Madonna del Rosario, e la si celebra nell’ultima domenica di settembre per non farla coincidere con la Festa di Lecco della prima domenica di ottobre, quando la solennità del Rosario impegna la prepositurale di San Nicola. Per l’Anno Mariano celebrato dalla Pentecoste del 1987 all’Assunzione del 1988, la statua della Madonna del Rosario, l’8 settembre, nella festa della Natività di Maria, è stata ac-

Altre immagini del Santuario di Rancio: l’esterno porticato (sopra) e l’interno.

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compagnata con una solenne processione notturna nella chiesa parrocchiale dove è rimasta esposta alla venerazione sino alla fine del mese, quando è tornata nel santuario per la tradizionale festa del Rosario. Il trasporto nella parrocchiale era stato fatto anche in occasione dell’Anno Mariano del 1954. La statua già venerata da Giovanni Mazzucconi fu la Madonna della sua infanzia e della sua ardente giovinezza. Davanti ad essa certamente si alimentò la sua pietà mariana, vivissima se poté scrivere, in un commento al mese di maggio, che «dopo il nome augusto del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, il nome più grande e più caro per ogni cristiano è il nome di Maria».

Giovanni Mazzucconi, che nella chiesetta di Rancio, come detto, ricevette il battesimo e celebrò la prima messa, dopo essere stato glorificato con la proclamazione a Beato - il 19 febbraio 1984, nello splendore di San Pietro in Vaticano, per verbo di Papa Giovanni Paolo II - per aver donato la vita a Dio con il martirio, nella «sua» chiesetta è tornato in effigie, nella pala del pittore Angelo Sesti di Bergamo, accanto alla Madonna e al Crocifisso che raccolsero le sue preghiere. Sotto il suo altare nel 1987, celebrandosi la sua festa liturgica, il 10 di settembre, è stata collocata una preziosa reliquia, la cuffia che gli misero sul capo portandolo qui al battistero, il 2 marzo 1826.

Il piccolo cimitero di Rancio e, sotto, la processione mariana dell’ultima domenica di settembre.

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La chiesetta mariana sul monte San Martino, in veste invernale.


CHIESA DELLA BEATA VERGINE SUL SAN MARTINO

Nella rivista Paesi manzoniani del gennaio 1935 don Luigi Frigerio, uno di Rancio, ha scritto le vicende di questa chiesetta e descritto quanto s’era trovato durante i restauri voluti dal popolo di Rancio sotto la guida del suo parroco don Francesco Muttoni e compiuti nell’anno 1934, come inciso a ricordo in una lapide marmorea.

mondiale fu meta di tanti pellegrinaggi; piccolo tempio dedicato alla Vergine, che udì i gemiti di tante giovani spose, i pianti di tante giovani creaturine, mentre i loro padri e i loro mariti erano là dove il dovere li aveva chiamati, per difendere il nostro suolo in pericolo. Di questa chiesetta, dunque, nonostante le diligenti ricerche, non abbiamo che assai scarse notizie circa i suoi primi secoli di vita. L’origine sua pare si debba attribuire ai monaci Benedettini, abitanti la riva sinistra del lago di Como. Difatti è provato che vennero in questa regione molto tempo prima del secolo ottavo. Qui fondarono il convento e la badia dedicata a San Pietro Apostolo: ebbero larghi possedimenti dove dissodarono il terreno, piantarono viti, oliveti e fabbricarono case per i coloni, accompagnandole solitamente con una chiesetta per il servizio religioso. Il Ratti dice che la badia aveva abbondanti entrate, pur tuttavia era condotta malamente; anzi lo stesso autore soggiunge che nell’anno 833 i padri Benedettini «erano assai scadenti e poco meno che del tutto abbandonati». Quindi si deduce che avevano già raggiunto l’apogeo della loro gloria e della loro vita e stavano sul declinare in questa regione, che tanto avevano onorata con il loro molteplice lavoro. Un documento esistente nell’archivio parrocchiale di Abbadia Lariana, così si chiama ora questo luogo, conforme all’originale che esiste nella Curia di Como dell’anno 1272, accenna al motivo per cui i figli di San Benedetto lasciarono la badia ed il convento e furono sostituiti più

Genserico, re dei Vandali, quando passò le nostre Alpi, dinanzi alla civiltà dei nostri padri latini, vedendo i maestosi templi pagani e cristiani non li comprese e quindi non li ammirò, tantomeno li amò. Si dice che abbia detto ai suoi soldati: «Distruggiamo queste montagne di pietra e di marmo». Mi pare che le medesime parole si potrebbero mettere sulle labbra dell’imperatore sacrista, il quale, se non distrusse «le montagne di marmo» che sono le nostre chiese, ce le lasciò prive d’ogni documento storico, che sarebbe stato per esse di non poco valore, per l’antichità e per le vicende a cui andarono incontro. Infatti di molte chiese e monasteri dopo la soppressione, avvenuta nel 1784, ci restano soltanto le mura, di modo che chi vuol accingersi allo studio della loro storia, benché munito di pazienza e di studio, è sovente costretto a tralasciare, non rinvenendo i documenti sufficienti per descriverne la loro genesi, il loro sviluppo e anche il loro decadimento. Fra queste sfortunate chiese, anche il popolo di Rancio ne ha una sul monte San Martino, vera oasi di pace, che durante la guerra

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tardi, alcuni secoli dopo, da altri religiosi, i Serviti, cioè per causa di troppa affluenza delle acque, le quali - avendo rotto l’argine del vicinissimo lago per la loro irruenza - invasero il monastero, rovinarono la chiesa e obbligarono i monaci, quei che erano sopravvissuti, poiché alcuni di essi trovarono la morte rimanendo vittime dell’acque invadenti, a fuggire, né più pensarono a ritornarvi. Di questa assenza dei padri Benedettini profittò San Filippo Benizzi, membro dell’ordine dei Serviti (fondato a Firenze nell’anno 1233), il quale, passando da Badia per recarsi nella Svizzera per uffici che riguardavano il suo ordine, diede comando a due dei padri che lo avevano accompagnato nel viaggio, di recarsi dal Papa, perché domandassero il permesso di celebrare la messa nella chiesa benedettina cadente. Da questo momento, pertanto, col permesso del Papa, la badia di San Pietro Apostolo dei Benedettini venne cambiata in priorato dei padri Serviti, che la tennero fino alla fine del 1700. Ora perché non ammettere che fra i terreni dissodati e le case fabbricate dai monaci, ricordate dal documento testè citato, ci fossero anche quelli sul San Martino? Tanto più che, come ben fece riflettere l’eminentissimo cardinal Schuster, i padri Benedettini hanno sempre dimostrato una singolare divozione a San Martino e una speciale tendenza a costruire chiese sulle vette dei monti. Da ricordare che un giorno, trovandomi con un vecchietto più che ottantenne d’Abbadia, mi diceva: «Quand’ero giovanetto andavo lassù con i miei genitori a fare le mie divozioni». Inoltre la strada che conduceva alla chiesetta rendeva questa di facile accesso, essendo abbastanza bella, poiché nell’ufficio catastale di Lecco si conserva la mappa che ha segnato una strada di metri 3 circa di larghezza che saliva da Rancio e proseguiva dietro la chiesa verso Abbadia. Trova pure conferma nel tipo di architettura della chiesa stessa. Difatti essa è d’architettura lombarda, che svolse il suo miglior perio-

do dall’VIII al XII secolo. Ce la danno per tale le sue linee esterne, gli archi a pieno sesto e il campaniletto. Di qui ho potuto constatare che essa è simile nello stile alla chiesa di San Martino in Abbadia Lariana e a quella pure di San Martino in Linzanico, di origine certo benedettina. Il che farebbe supporre che uno sia stato l’architetto ideatore delle tre chiese. Donde ne verrebbe che l’origine delle dette chiese debbasi collocare non oltre all’VIII secolo poiché, come già riferisce il Ratti, nel’ottocentotrentatré i padri Benedettini avevano già raggiunto il loro massimo sviluppo e volgevano a decadenza, per cui non sembra possibile che potessero pensare alla costruzione di case e chiese dopo quel tempo. ❊❊❊ Durante il periodo trascorso fra l’allontanamento dei padri Benedettini e la venuta dei frati Serviti a Badia, la chiesa di San Martino passò agli «uomini» di Lecco. La ragione di questo passaggio non mi risulta da alcun documento, ma è logico pensare che siano stati gli abitanti stessi del San Martino, che, venuti a mancare i monaci, si rivolsero a Lecco per avere la continuazione del servizio religioso, fondando allo scopo un beneficio ecclesiastico di beni immobili, che fu denominato «Beneficio della Beata Vergine di San Martino». Il fatto certo è che, nella seconda metà del secolo XIII, la chiesa di San Martino è annoverata fra le chiese di Lecco. Difatti Goffredo da Bussero, morto nel 1289, nel suo libro «Notizie dei Santi di Milano», che potei consultare nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, cita la chiesa di San Martino come appartenente a Lecco: «Leuco, Ecclesia S. Martini» (in Lecco v’è una chiesa di San Martino). La parola Lecco non deve destare meraviglia, perché a quei tempi col nome di Lecco veniva chiamata tutta la valle lecchese, come è attualmente dopo l’unificazione dei comuni rionali avvenuta nel 1923; e non esistevano fuori di quella di Lecco altre parrocchie autono-

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Anche il cardinale Carlo Maria Martini è salito alla chiesetta sul monte San Martino in un giorno di pioggia.


me, mentre le frazioni sparse per la valle dipendevano tutte religiosamente dalla chiesa di Lecco. Infatti nell’archivio della parrocchia di Rancio ho trovato un promemoria, dovuto probabilmente al prevosto di Lecco, come si deduce indirettamente dal fatto menzionato poi, in cui dicono al sacerdote che era incaricato della cura delle anime di Castiglione e di Rancio queste parole: «Quantunque faccia col mio permesso, i battesimi quassù, pur tuttavia il capretto che si suole dare dal primo battezzato con le acque battesimali appena benedette, nel mattino del Sabato Santo, non si può ritenerselo perché spetta al parroco che sono io prevosto di Lecco». L’Invernizzi, che ha scritto una cronaca del monastero di Santa Maria Maddalena in Lecco (l’originale della quale sembra quello conservato nell’archivio prepositurale) ci dà il primo nome del beneficiario di San Martino in Agra nel reverendo don Bernardo Teoldi di Lecco, figlio di Egidio, abitante in Bellano. Costui, essendo già titolare della Cappellania di Santa Maria Maddalena in Lecco e canonico dei Santi Gervaso e Protaso in Castello (pregato forse dagli alpigiani di San Martino di assumere il servizio religioso anche della loro chiesa) per semplificare il lavoro, propose che: «La cappellania di San Martino in Alpibus silvestribus et solitariis situata, nella quale già da lungo tempo non si celebrano gli uffici divini, né messa salvo due volte all’anno e che non aveva in cura nessun chierico», venisse aggregata a quella di Santa Maria Maddalena. Ciò di fatto avvenne praticamente subito, giacché il compilatore della «Notitia Cleri mediolanensis» nel 1398 ricorda la chiesa di San Martino sul monte Agra come abbinata alla chiesa di Santa Maria Maddalena - cappella di Santa Maria Maddalena con il chiericato di San Martino in Agra ma giuridicamente solo nell’anno 1458, quando per autorizzazione della competente autorità fu steso regolare istrumento dal notaio Donato di Tradate in data 24 maggio. A don Bernardo Teoldi successe nel beneficio di San Martino don Guglielmo Longhi e,

nel 1454, da monsignor Gabriele Sforza, arcivescovo di Milano, fu conferito lo stesso beneficio, vacante per la morte di don Guglielmo Longhi, al sacerdote Raimondo Teoldi, il quale però dopo qualche tempo vi rinunciò, perché distratto da troppe occupazioni. Fu allora assegnato al reverendo don Stefano Bassi, che a sua volta, nel 1460, essendo stato nominato prevosto di Garlate, rimise il beneficio nelle mani del Teoldi. Essendo quindi stata la chiesa di San Martino canonicamente aggregata nel 1458 alla chiesa di Santa Maria Maddalena, subirà d’ora in avanti le sorti di questa, passando anzitutto al convento delle suore di Lecco. Infatti nell’anno 1499 a Lecco, nel borghetto di Santo Stefano, ebbe origine un monastero, fondato dalle sorelle Longhi pure di Lecco, già prima suore del convento di Varenna. Le condizioni di questo novello monastero erano assai tristi e gli «uomini» di Lecco, vedendolo andar innanzi molto stentatamente, il 1° febbraio 1505 inviarono al Papa Giulio II una supplica, pregandolo di autorizzarli ad aggregare al monastero stesso alcune chiese con le relative rendite, cioè quella di Santa Maria Maddalena e quella di San Martino in Agra a cui appartenevano case di abitazione e 169 pertiche di terreno. Al monastero appartennero, più tardi, anche il ronco di Brogno, di circa 60 pertiche, Faloro, il Paradiso e il ronco di Santo Stefano, ma non si sa se questi beni furono donati o comperati o se costituivano la dote di una o più suore. Se non che le religiose per poco tempo stettero quiete e tranquille nel loro chiostro, perché il medesimo Invernizzi racconta che nel 1529 Gian Giacomo De Medici (Medeghino), comandante di Lecco per l’imperatore Carlo V, temendo che si avvicinassero le truppe nemiche, ciò che avvenne solo più tardi, volle demoliti tutti gli edifici vicini alle mura di Lecco, tra cui il convento dei Francescani osservanti e il monastero di Santa Maria Maddalena. Le monache atterrite per l’avviso dell’imminente distruzione del loro monastero, l’abbandonarono tosto, rifugiandosi due sul monte

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San Martino e due nel monastero di Brugora (Erba); però triste fu la fine di quelle che si rifugiarono sul monte San Martino perché morirono di miseria. Tale dimora temporanea delle religiose sul monte San Martino è confermata da G.C. Apostolo, il quale nel suo lavoro «Lecco e il suo territorio», parlando precisamente della guerra sostenuta dal Medeghino col Duca di Milano (1531-1532), dice: «Le monache della Maddalena ripararono temporaneamente sul monte San Martino, nel rifugio che tuttora vi esiste». Dal tempo della guerra di Gian Giacomo Medici col Duca di Milano fino alla metà del secolo XVIII non ho trovato documento che ci riferisca qualche fatto importante intorno alla chiesa di San Martino. Nel mese di giugno del 1746 il cardinale Giuseppe Pozzobonelli, compiendo la visita pastorale nella Pieve di Lecco, delegò quale visitatore della chiesa di San Martino il parroco di Rancio, don Domenico Signorini, non essendovisi potuto recare egli stesso personalmente «per il brutto tempo». Il chiericato di San Martino coi suoi beni rimase aggregato al monastero di Santa Maria Maddalena dal 1505 fino al 1784 senza subire alcuna variazione, come afferma Nunzio Guastella. In forza del decreto 5 dicembre 1783 del regio imperial governo austriaco, il 30 agosto fu eseguita la soppressione del monastero suddetto e perciò anche i beni di San Martino sul monte Agra vennero posti all’asta pubblica. A questo punto si può dire che la chiesetta di San Martino venne avvolta in profondo silenzio, giacché i libri più non ne parlano. Però se tacciono i documenti scritti non tacque la pietà e la divozione del popolo verso la Madonna del San Martino. Ciò lo dobbiamo arguire dal fatto che ancora ai nostri tempi quel piccolo santuario non cessa di essere la meta preferita di tante anime angosciate e oppresse dal dolore, che salgono di giorno e di notte a chieder

conforto alla Madonna. Questa perseverante, sebbene tenue affluenza, di devoti alla chiesina attirò subito l’attenzione del nuovo parroco, che da poco tempo era venuto in parrocchia (1921) mandato dall’eminentissimo Ferrari; tosto nacque in lui il desiderio di ridonare alla vetusta e cara chiesetta se non lo splendore, almeno tutta quella proprietà e sobria eleganza che si compete ad un edificio più che millenario e tanto caro ai parrocchiani e alla storia; ma la sua intelligente industria riguardo al piccolo romito tempio a nulla valse al momento, perché altre opere di più immediata urgenza l’obbligarono a rivolgere i suoi occhi e la borsa altrove e anche perché il popolo composto la maggior parte d’operai non poteva contribuire a più opere contemporaneamente. Però, venendo il cardinal Schuster in visita pastorale, dopo aver sentito una breve storia dell’antica chiesa ed avendo visto che il popolo gradiva assai che lassù andasse a visitare quanto i suoi confratelli, i padri Benedettini, in secoli trascorsi avevano fatto, senz’altro salì il non breve pendio del monte San Martino. Nel suo discorso tenuto al popolo che gremiva i circostanti prati della chiesa e poi privatamente al parroco, raccomandò caldamente una generale ed artistica restaurazione, perché un tesoro sì bello dell’antichità cristiana non rovinasse completamente. Appena le condizioni finanziarie lo permisero, parroco e popolo s’accinsero al desiderato e urgente restauro. Nella scrostazione furono rinvenute alcune tracce di una primitiva decorazione floreale ad uso catacombale, a cui fu sovrapposto in seguito uno strato di malta e fu affrescata di nuovo, non sappiamo però quando ciò avveniva. I piccoli avanzi d’affreschi che attualmente furono ritrovati essendo assai rovinati non poterono neppure essere oggetto di studio da parte dei competenti. Ma che attesta direi in modo quasi assolu-

Nelle pagine seguenti la chiesetta aggrappata alle rocce del San Martino.

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L’interno della chiesetta con la statua della Madonna del San Martino.

to l’antichità della chiesa è anche un vassoio di pietra contenente delle reliquie molto consunte che formavano il sepolcreto dell’altare finora ignorato. Questi porta sulla parte frontale il monogramma formato dalle iniziali greche del nome di Cristo. La sua fattura assai rozza non è priva tuttavia di una semplice eleganza. Questo vasetto così fu giudicato da un dotto in archeologia sacra, l’eminentissimo cardinal Schuster: «Certamente risale a molto prima del mille». Nel rifare il pavimento furono poi trovati nel sottosuolo due muri paralleli, l’inizio e il termine dei quali non fu possibile rinvenire perché proseguono ancora per un tratto in ambo i sensi, ossia verso Lecco e verso Abbadia: durante questi lavori fu pure accertato che la chiesa è una sopracostruzione ad un edificio probabilmente romano, giudicando dal materiale e mura che furono rinvenute. Tra i cimeli degni di essere ricordati v’è pure una bella Vergine che è seduta in cattedra con il Divin

Fanciullo in grembo, che è uno dei primissimi lavori in terracotta e che risale, a giudizio di un perito in materia, al secolo XIII. Questo caro e venerato simulacro fu completamente restaurato, essendo molto rovinato causa l’umidità, ed ora si trova nella chiesa parrocchiale di Rancio sopra Lecco, ma nella prossima primavera verrà nuovamente ricollocato, sopra l’altare fatto di nuovo, nel piccolo santuario sul monte San Martino. A ricordare poi ai posteri questa artistica e completa restaurazione e la gradita visita del Pastore, unico finora che la storia ci ricordi che lassù sia andato, il parroco don Francesco Muttoni fece porre all’esterno della chiesa una lapide marmorea con la seguente scritta: Il giorno 24 settembre 1930 l’Eminentissimo Cardinale A. I. Schuster Arcivescovo di Milano compiendo personalmente la S. Visita Pastorale a questa ultra millenaria chiesa ne raccomandava la generale restaurazione che il popol di Ran-

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Una vecchia immagine della chiesa prima dei restauri che le hanno dato la veste attuale.

cio compì nell’anno millenovecentotrentaquattro aggiuntavi la sacristia.

Santa Maria Maddalena e morte di miseria sul San Martino? Nella tomba nessun indizio rivelatore, eccezion fatta di un bottone di legno e di un chiodo fatto a mano. A quale epoca risale quella tomba? Da una stratificazione calcarea abbastanza abbondante che impregna lo scheletro e dovuta a filtrazione di acqua attraverso le fessure del coperchio della tomba, si dovrebbe arguire risalga ad epoca molto lontana; tuttavia però non osiamo pronunciare un giudizio prima di aver sentito il verdetto di qualche competente in materia archeologica.

Continuando negli scavi per liberare la chiesa dal terrapieno addossato, nello scorso novembre fu scoperta all’esterno dell’abside, alla profondità di circa 80 centimetri, una tomba abbastanza originale in muratura, contenente uno scheletro umano, conservato quasi per intero, della lunghezza di metri 1,65. Di chi saranno questi resti umani? Forse di un monaco? Forse di una delle due suore fuggite dal convento di

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CHIESA DI SAN CARLO IN CASTIONE

Anche Arsenio Mastalli nel suo documentatissimo studio Parrocchie e Chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600 cita l’oratorio di San Martino sul Monte, di cui si è raccontato nel capitoletto precedente: «Oratorio pure antichissimo che minacciava rovina. Constava di una sola navata lunga cubiti 10, larga 9 e alta 12. In esso si celebrava la messa nella festa di San Martino e nel primo giorno di maggio. Questa chiesina aveva un solo altare che non era consacrato ed era privo di ogni ornamento. Il soffitto non aveva plafone e il tetto, non del tutto coperto da tegole, lasciava penetrare l’acqua piovana facendo marcire le pareti e il pavimento. La porta nella facciata non si chiudeva mai. Le monache di Santa Maria Maddalena, di Castello, avevano giurisdizione su questo oratorio con l’onere di una libbra da versare alla mensa arcivescovile, onere che non soddisfacevano mai. San Carlo, dopo aver visitato la chiesa di San Martino, sul monte, emise nel 1569 il seguente decreto: le monache di Santa Maria Maddalena riparino subito l’oratorio e lo tengano sempre chiuso. Le religiose però non ubbidirono mai al cardinale». Lo stesso Mastalli cita poi un’altra chiesetta, di cui non c’è più traccia, l’oratorio di San Vittore, scrivendo: «Anche di questa chiesuola le vecchie carte dicevano solo che a metà del monte esisteva la Cappella di San Vittore». E, aggiunge sempre il Mastalli, «i documenti da

noi compulsati dicevano solo che a Castione era aperta la Cappella di Santa Maria». Cinque anni dopo la pubblicazione del citato studio nel secondo volume delle Memorie storiche della Diocesi di Milano, Arsenio Mastalli tornò a scrivere delle chiesette sul San Martino sulle pagine di Incontro Lariano (16-17 giugno 1960) dove, citando «una pagina ingiallita e quasi illeggibile» trovata nell’archivio arcivescovile di Milano e datata 1464, annota, a proposito della chiesa di San Vittore «soggetta alla Cappella di Santa Maria di Rancio»: «Si trattava di un povero edificio con pareti scrostate e col tetto quasi tutto crollato. Anche il suo altare, sostenuto da una colonnetta, era rotto. Si stava allora costruendo il campanile di cui si vedevano scavate le fondamenta. Dall’interno della chiesa si discendeva in una specie di scurolo sprovvisto di altare. Si suppone che le due chiese poste a perpendicolo sul San Martino, siano fra le più antiche dei nostri dintorni e che siano opera dei Monaci Benedettini venuti quassù, da Mandello, forse prima del 1000». E conclude con questa curiosità: «Nei lavori di scavo e di sistemazione, fatti eseguire una trentina d’anni fa dall’attuale venerando parroco di Rancio, è venuto alla luce un primitivo reliquiario in pietra, dove usavano, i Benedettini di quei tempi lontani, custodire le sante reliquie. Il reliquiario di San Martino è ora esposto in una vetrina della sala del Museo cittadi-

La chiesa di San Carlo preceduta, sulla piazza, da un’elegante fontana.

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no, Palazzo Belgioioso, a Castello». L’oratorio di «San Martino sopra il Monte entro i confini della collegiata prepositurale di Lecco» è citato così negli Atti della visita pastorale alla Pieve di Lecco del cardinale Federico Borromeo. Nella trascrizione degli stessi Atti monsignor Carlo Marcora annota che la chiesetta del San Martino è ricordata sia nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani («Leuco, ecclesia sancti martini in agra») sia nella Notitia cleri Mediolanensis de anno 1398, concludendo che «l’origine di questa chiesetta antichissima è probabilmente monastica». Non c’è invece traccia, negli Atti della visita del cardinale Federico Borromeo, né dell’altra chiesetta sul monte, quella di San Vittore, né dell’oratorio alla Madonna in Castione che era stato registrato invece nella visita del 1569. Nei successivi decreti del 1615, viene però menzionata una chiesetta in costruzione nello stesso luogo di Castione, dedicata a San Carlo, e si autorizza la celebrazione di qualche messa. Essendo stato il primo Borromeo canonizzato sul finire del 1610, la gente di Rancio fu certamente esempio di sollecitudine nell’onorarlo con questa chiesa che porta il suo nome.

mi raccolse nelle sue paterne braccia a guisa di un altro figliol prodigo, ed ascrittomi alla sacra milizia clericale, mi conferì poscia di sua mano tutti gli ordini sacri, e con eccessiva carità mi fece tanti altri benefici senza alcun mio merito, che non devo per altro nome chiamarlo che di caro mio Padre». In una nota biografica del Grattarola è riportata la formula pronunciata dal trono pontificio da Paolo V per dichiarare santo Carlo Borromeo: «Ad honorem etc., decernimus et definimus bonae memoriae Carolum Borromeum S.R.E. Cardinalem tit. S. Praxedis, et Archiepiscopum Mediolanensen, Sanctum esse et Sanctorum cathalogo adscribendum, ipsumque Cathalogo huiusmodi adscribimus: statuentes ut ab universali Ecclesia anno quolibet, die 4 novembris festum ipsius, et officium sicut pro uno Confessore devote et solemniter celebretur». Nella prolusione per l’apertura del terzo anno dell’Accademia di San Carlo, l’8 novembre 1980, in cui trattò delle prospettive nuove aperte da San Carlo nelle sue norme per l’arte sacra, Maria Luisa Gatti Perer ebbe a dichiarare: «Canonizzato San Carlo nel 1610, subito si dette inizio a una attività costruttiva in suo onore che ho esaminato a partire da tale anno. Non risultano esistenti costruzioni prima del 1618; in questa data, però, appare un oratorio dedicato ai Santi Pietro Martire e Carlo ad Airolo, uno a San Gottardo, uno a Grantola e una cappelletta di San Carlo nella chiesa parrocchiale di Cazzaga Brabbia, poi, successivamente, nel 1620, oratorio di San Carlo a Calco (già esistente), una cappella nella chiesa parrocchiale di Corbetta (1624), nel 1626 un oratorio ridedicato a San Carlo a Germignana; tra il 1627 e il 1635 l’oratorio della Beata Vergine Maria e San Carlo a Mariano in pieve di Verdello, nonché l’oratorio di San Carlo a San Pietro Cusico. Queste le uniche dedicazioni carline che si avvicendano tra il 1618 e il 1632». Si può notare che nell’elenco non compare un oratorio tuttora esistente a Tremenico, in Val Varrone, sulla cui facciata è scrit-

Carlo Borromeo si spegneva alle 20,30 del 3 novembre dell’anno 1584; il 1° novembre dell’anno 1610 il Pontefice Paolo V lo proclamava Santo. Nella bolla di canonizzazione Unigenitus Aeterni Patris si auspicava: «Carlus ecclesiae, quam vehementer dilexit, prosit etiam meriti set exemplo», possa San Carlo giovare ancora con i suoi meriti e con i suoi esempi alla Chiesa ch’egli tanto fortemente amò. Una parte di primo piano nel sollecitare la causa ebbe un valsassinese, Marco Aurelio Grattarola di Margno, appartenuto alla Congregazione degli Oblati della quale nel 1601 fu eletto prevosto generale. Aveva del resto una venerazione sconfinata per il cardinale Borromeo, che aveva accettato la sua richiesta di salire a San Martino d’Introzzo, dov’era amministratore, per consacrare la chiesa. «Egli, scriveva il Grattarola, mi fu amorevolissimo in vita e

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Una storica immagine della chiesa di San Carlo (collezione Valentino Frigerio).

to: «S. Carolo dicatum» con l’anno 1624. Non v’è nemmeno menzione di un’altra chiesetta a San Carlo, quella esistente a Castione di Rancio sopra Lecco la quale, essendo stata autorizzata al culto nel 1615, potrebbe così vantare la «primogenitura». Nella visita pastorale compiuta dai delegati di Carlo Borromeo nel 1569 a Rancio si fa cenno a una «cappella S. Mariae in loco rati (?) Castioni membrum S. Mariae loci de Rantio distans per quartum miliaris»; l’oratorio di Castione era piccolo, dipinto e con la volta; in qualche occasione vi celebrava il cappellano di Rancio. Negli atti della visita fatta da monsignor Antonio Albergato per conto di Federico Borromeo il 15 luglio del 1608 nella vice parrocchia dell’Assunta in Rancio non v’è più cenno di un oratorio mariano a Castione, il che fa supporre che esso fosse crollato. Nella frazione Castione di Rancio, laddove era quell’oratorio della Madonna, fu succes-

sivamente costruita una «chiesola» dedicata a San Carlo, si deve pensare subito dopo la sua canonizzazione del 1610. Sappiamo che la fabbrica non era ancora terminata nel 1615, quando il cardinale Federico Borromeo promulgò i decreti relativi alla visita del 1608; nel medesimo documento tuttavia l’arcivescovo autorizzava a celebrarvi la messa quando vi fosse la necessità di comunicare un malato. Di questa sostanziale apertura al culto dell’oratorio di San Carlo in Rancio fa cenno Carlo Marcora nel volume contenente gli atti della visita pastorale del 1608 pubblicato dalla Banca Popolare di Lecco alcuni anni fa (1979). Anche uno studioso di cose locali qual è Angelo Borghi fa risalire al 1615 il corpo del San Carlo di Castione; in Terzo Ponte n. 4-5 del 1968 egli rilevava: «Lo schema consueto - due campate coperte a botte e vele corte, semplici lesene che scompartiscono pareti a volta, breve cornicione lungo tutto il fabbricato, cappel-

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la maggiore più stretta della navata e voltata a crociera rialzata - è trattato con respiro, specialmente per lo slancio dell’alzato. La sacristia fu aggiunta nel 1661 e forse allora anche il campanile; così qualche modificazione nel corso del Seicento deve essere intervenuta anche nel presbiterio, dove campeggia un magnifico altare ligneo». Bruno Bianchi in Opere d’arte a Lecco nota a sua volta a proposito dell’oratorio di San Carlo a Castione: «Eretta nel 1615 al posto di una piccola cappella della Madonna, non doveva essere una delle ultime chiese della Pieve di Lecco se gli abitanti del rione, dopo averla dotata di molti legati, potevano permettersi di tenervi, pagandolo, un sacrestano fin dal 1745. L’interno presenta lo schema tipico delle chiese della controriforma: una navata semplice con lesene, cornicione che abbraccia tutto il perimetro, copertura a volta. La semplice struttura di questa chiesetta è completata dal portico settecentesco e, all’interno, da un ricco altare ligneo dipinto e dorato». Del sacrestano del 1745 abbiamo anche il nome, lasciatoci dal caro Uberto Pozzoli in uno scritto sull’Italia del 1° ottobre 1929, raccolto nei Frammenti di vita lecchese, importantissimo perché ricorda Rancio nella luce del suo martire Giovanni Mazzucconi, beatificato nel 1984. «A Castione, scriveva il Pozzoli, c’è una chiesetta dedicata a San Carlo: la piazzetta sta ancora, angolo di delicata poesia, a deporre del buon gusto dei nostri vecchi, che non conoscevano il cemento armato: un portico a tre archi, una fontana di pietra a tre getti copiosi, due platani altissimi e fronzuti, un campaniletto bianco che si sforza a puntare verso il cielo, quasi in gara coi cipressi della vicina villa del Galleano e con la corna di Medale, che s’innalza, candida, a forare l’azzurro». «Quei di Castione, aggiungeva, ci tenevano molto al loro oratorio e ottennero che il parro-

La chiesa di San Carlo a Castione con l’elegante portico.

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co vi celebrasse la messa in canto l’ultima domenica d’ogni mese: lo arricchirono di molti legati, tra cui la rendita di un legnaio nel lago vicino alla fortezza di Lecco; e dopo aver data la propria parte al curato, poterono, nel marzo 1745, pagare lautamente il sacrista G.B. Sesino versandogli la somma di £ 4 (quattro) quale stipendio dell’anno precedente». «Non lontano dalla parrocchiale sorge il grazioso oratorio di San Carlo in Castione che si affaccia sulla piazza omonima con il prospetto anticipato dal portico con arcate a tutto sesto su colonne in serizzo e sormontano dal frontone a timpano. La chiesa, costruita dopo il 1615 sul luogo di una cappella cinquecentesca dedicata alla Madonna, ricevette l’aspetto attuale, a navata unica con presbiterio quadrato sovrastato da volta, in seguito ai restauri attuati dopo il 1671» aggiunge Giovanna Virgilio nei suoi Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento così concludendo: «Al tardo Seicento risalgono verosimilmente l’altare con paliotto in scagliola e l’ancona in legno intagliato e dorato che racchiude la tela con la Madonna con Bambino, San Carlo e un Santo Martire. All’epoca immediatamente successiva risale presumibilmente la decorazione dipinta sulle pareti». «Quanti ricordi legano anche me alla vetusta chiesetta di San Carlo», scrisse a sua volta Dino Brivio in una paginetta su Il Resegone

del 18 novembre 1983 che così continuava: «Il giovedì mattina vi si andava per la messa celebrata dal coadiutore di Rancio, quale beneficiario d’un’antica cappellania di San Pasquale il cui appannaggio non doveva essere molto superiore a quello toccato al sacrista Sesino nel 1745; stando inginocchiato sul gradino di marmo avevo davanti agli occhi le splendide policromie del basamento della mensa; mi colpiva la scritta Mortificat et vivificat. Vi si andava anche per la prima stazione del triduo delle Rogazioni, la settimana dopo l’Ascensione, per il triduo di San Rocco e spesso per i funerali. Di qui sono passati tutti i miei morti». Dino Brivio così terminava: «L’amato e venerato parroco dei miei anni giovani, don Francesco Muttoni, aveva restaurato anche la chiesetta di San Carlo; ho visto che il suo attuale successore don Contardo Mauri ha fatto eseguire qualche lavoro di sistemazione, evidentemente per rinnovare l’omaggio della gente di Rancio al grande Borromeo nel quadricentenario del suo natale. Vorrei pregare don Contardo di completar l’opera facendo sparire l’obbrobrioso altare posticcio messo sul davanti, che nasconde l’elegantissima costruzione originale. Nessuno ha mai ordinato di celebrare girati verso il popolo. In una chiesa dedicata a San Carlo, forse la prima della Diocesi ambrosiana, sarebbe bello anche conservare l’impostazione che discende dalle sue disposizioni».

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San Giovanni Alle falde del Montalbano Chiesa di San Giovanni Evangelista Chiesa della Beata Vergine del Rosario detta ÂŤMadonna di VarigioneÂť

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ALLE FALDE DEL MONTALBANO

Quando Don Joseph Chafrion, Capitan de Infanteria Española del Tercio de Lombardia, y Ingeniero del Exercito, nella sua Descripcion del Lugar y Castillo de Lecco, che vide la luce nel 1687, scrive che il luogo di Lecco «por el Septentrion, esta adornado de allegre, y deliciosas Colinas, que producen gallardos vinos, y sabrosas frutas» (è uno spagnolo alla portata di tutti), si riferisce evidentemente alle falde del Montalbano, anche se non lo nomina. Questa è, almeno, la convinzione di Dino Brivio che giusto trent’anni fa, nel 1980, dava il via con Montagna facile ai suoi Itinerari lecchesi che furono per qualche anno gradita strenna della Banca Popolare di Lecco. Dino Brivio, solo lui capace di scovare il testo del capitano della fanteria spagnola, ne accentuava il contenuto, aggiungendo, con l’intenso calore dell’affetto per tutto ciò che fosse lecchese, queste parole: «La tenerezza dell’immagine è del resto giustificata dalla dolcissima formazione delle sue falde (sta parlando del Montalbano) che si stendono verso Cavagna e Luera, verso Varigione e San Giovanni, con i prati di smeraldo dei Forni, i filari di viti di Cereda, i castagneti di Bressanella», invitando ad un periplo delle falde del Montalbano, «sulla morena piena di sole che fa da piede al tripudio della collina, allegra e deliziosa appunto come la diceva il lontano capitano spagnolo». Cinquant’anni prima dell’invito di Dino

Brivio, nel 1930, quando quelle falde erano ancora le stesse descritte da Antonio Stoppani in La Valsassina e il territorio di Lecco, e cioè «coperte di paeselli, di campi e di boschi», vi passò il cardinale arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster, nella visita pastorale di cui Uberto Pozzoli, su L’Italia del 20 settembre 1930, ci ha lasciato questa godibilissima pagina. Chiuso l’intermezzo montanino, sabato sera S.E. il Cardinale Arcivescovo riprese a San Giovani alla Castagna la Visita alle parrocchie della città. Incontrato alla Santa di Civate dalla Fabbriceria e dalle rappresentanze delle associazioni cattoliche, Sua Eminenza arrivò in parrocchia verso le 19, accompagnato da Mons. Polvara e dal segretario don Galli, e venne ricevuto al confine con Castello dal Parroco, dal Commissario prefettizio comm. Amorth e dalle notabilità del rione, tra cui il gr. uff. Sangregorio, il comm. Aldè, i signori Giuseppe e Gino Dell’Era, Donato Galbusera e Carlo Spreafico. Recando le Sacre Reliquie portate per la consacrazione della chiesa, il Cardinale si recò subito, preceduto e seguito da un lungo corteo di popolo, fino alla parrocchiale, dove parlò degli scopi della Visita pastorale. Si formò poi, quando già la notte era scesa, la processione che si snodò fino al cimitero, per la bella strada provinciale che scende con far maestoso in mezzo all’incanto della costiera.

Piazza Vittorio Emanuele II a San Giovanni (raccolta Carlo Brigatti).

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Un faro potente illuminava tratto tratto la devota sfilata e ci fu un istante in cui l’Arcivescovo, investito dalla gran luce, apparve, a chi guardava da lontano, come una visione. Al cimitero, dopo l’assoluzione, Sua Eminenza rivolse al popolo, lì sul «campo della verità della vita», parole che fecero vibrare in ogni cuore il ricordo dei morti e composero su ogni labbro l’invocazione del riposo eterno e della perpetua luce per l’anime dei trapassati. Poi il Cardinale pregò sulla tomba di Mons. Marco Magistretti, morto qui improvvisamente il 21 novembre 1921, ospite del defunto parroco Valenti. Il ricordo di Mons. Magistretti tornò più tardi a confondersi con le emozioni della Visita, quando in casa parrocchiale Sua Eminenza trovò una fotografia che gli suscitò in cuore rimembranze carissime: un’istantanea presa alla stazione di Roma, il giorno in cui Mons. Achille Ratti, Arcivescovo eletto di Milano, tornò nell’eterna città da Varsavia. Il futuro Pontefice venne colto dall’obiettivo in intimo colloquio con Mons. Magistretti e col benedettino don Candelli. La stessa sera di sabato, mentre nel salone parrocchiale, trasformato in oratorio, si iniziava la veglia in preparazione alle cerimonie della consacrazione della chiesa, fuori s’accese come una sola grande fiamma, che segnò sul cielo stellato un riverbero di fuoco: il fuoco dell’esultanza e dell’amore di un popolo. Dal campanile alle umili case di Cereda, che fecero brillare lassù in alto piccoli occhi luminosi; da Varigione all’Apis e al Ponte di Ghisa ogni casa diede alla gran fiamma la sua luce. La veglia durò fino alle quattro del mattino: prima di mezzanotte le giovani e le donne; dopo, gli uomini e i giovani. Alle due del mattino c’era ancora gente da confessare. Dalla parrocchiale il Santissimo era stato portato nella cripta, quasi inabissata giù verso il torrente. Il Cardinale volle che, oltre lo spirito dei Martiri, nell’improvvisato Oratorio fosse presente anche il Signore della Realtà eucaristica;

ed egli stesso scese per portare il Dono ai figlioli in preghiera. L’Arcivescovo vestì la cotta e il rocchetto del curato e salì, seguito da un gruppo di giovani, per la scaletta che aggrappandosi alle pareti esterne della chiesa riconduce su dalla cripta. Il piccolo corteo, che portava la luce, lanciò nelle tenebre della valle una scia luminosa. Alle 2.30 celebrò il Parroco; poi, mons. Zucchi. Prima delle quattro riapparve il Cardinale, che dopo aver pregato nell’Oratorio iniziò la funzione della consacrazione. Alle 6.30 il tempio era consacrato; celebrò allora anche Sua Eminenza, che spiegò il Vangelo e distribuì la Comunione al popolo. Seguì la visita agli infermi. Trovandosi a Varigione per recare il conforto della sua benedizione a una povera vecchia, il Cardinale visitò anche la chiesetta di lassù: un’antica chiesetta che ebbe fama per una confraternita erettavi nel 1600, alla quale apparteneva gente di tutto il territorio. Nella chiesetta Sua Eminenza parlò ai confratelli, ammirando il loro singolare distintivo, che reca, oltre il Santissimo, le immagini della Madonna del Rosario e di San Domenico. Scese quindi all’Asilo infantile, dove rivolse parole di lode ai fondatori comm. Giuseppe Aldè e Giuseppe Dell’Era. L’Arcivescovo tornò in seguito alla parrocchiale, per la Cresima. Finita la Cresima, senza un minuto di sosta fu accompagnato dai fanciulli, dai giovani e dagli uomini fino all’Oratorio maschile, dove benedisse la nuova bandiera dell’Unione Giovani - inaugurata ora in occasione del compiersi del primo decennio di vita dell’associazione - e parlò indicando il simbolo del vessillo, la sintesi del programma dell’Azione Cattolica: la vita pura di San Giovanni Evangelista e il suo amore per Gesù Cristo. Alla fine della riunione ricevette l’obolo pro Seminario, dicendo che al Seminario bisogna offrire anche molte vocazioni ché ci sono in diocesi paesi che da un anno attendono il parroco. Anzi, invitò senz’altro il presidente dell’Unione Giovani a

San Giovanni alla Castagna (sopra) e Piazza della Castagna (sotto) le due indicazioni di queste storiche cartoline (raccolta Carlo Brigatti).

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pensarci su, ché a venticinque anni, volendo, si può ancora votarsi al Signore. Al presidente degli Uomini confessò invece che in Seminario, calvo così, non poteva più accettarlo. Nel pomeriggio visitò gli altari e le suppellettili della parrocchiale. La chiesa è stata completamente restaurata: la volta, le pareti, le cappelle, la facciata, il campanile. Tutti gli altari hanno ora le balaustre di marmo di Varenna e la porta principale una massiccia bussola di noce. L’altra domenica venne collaudato l’organo nuovo. Di fianco all’altare furono recentemente ed ingegnosamente collocate le Reliquie, in un armadio il cui schienale fa da presbiterio. Tutto sommato, una chiesa veramente decorosa, che costa ora almeno centomila lire di più. «Mi insegni un po’, curato - disse Sua Eminenza - dove trova i soldi». Che anche l’Arcivesco-

vo abbia bisogno di denaro? Alle 14 l’Eminentissimo spiegò il Catechismo ai fanciulli. Il priore della Dottrina recitò la solita preghiera e raccontò poi di aver sentito dentro qualcosa di contento quando, al suo appello: «Fratelli cari», udì il Cardinale rispondere: «Deo gratias». O che non aveva ragione quel vecchio cuore di sussultare? Capita forse tutti i giorni di chiamare fratello l’Arcivescovo? Dopo la Dottrina, l’ultima predica; quindi il saluto di tutto - ma proprio tutto - il popolo, al confine della parrocchia, con l’ormai solita ressa attorno all’automobile. Alle 16 di domenica, l’Arcivescovo partiva per Ballabio Inferiore. A San Giovanni la festa finì il lunedì sera perché tanto era l’entusiasmo della gente, che si combinò all’ultimo momento una appendice di un giorno ai festeggiamenti per la visita pastorale.

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CHIESA DI SAN GIOVANNI EVANGELISTA

La tradizione assicurava che questa chiesa fosse consacrata; infatti la festa della dedicazione veniva celebrata nella ricorrenza di San Bernardo. Chiesa volta ad oriente, capace di una moltitudine, ad una sola navata, con pavimento rotto ed irregolare e con pareti che mostravano delle immagini sbiadite e scrostate. Non era troppo pulita. Aveva due altari. L’altare maggiore si diceva fosse consacrato come la chiesa, ma non esistevano documenti che lo comprovassero. Aderiva alla parete, era coperto da un padiglione, non aveva il chiodo su cui appendere il berretto del sacerdote celebrante ed era dotato di un campanello d’argento per il suono del Sanctus. La cappella ove era posto l’altare aveva icone decente che custodiva un quadro rappresentante la nascita di Gesù. L’arco della cappella maggiore, attraversato da una rozza trave, era sprovvisto del Crocefisso. Nel recinto dell’altare stavano i laici ad ascoltare la santa messa. Pareti e volta erano dipinti grossolanamente. A destra dell’altare era sempre esposto il cero pasquale col relativo spegnitoio di latta. L’altare della Beata Vergine Maria si trova sul fianco settentrionale in cornu evangelii, non era consacrato e aderiva alla parete. Aveva icone raffigurante la Beata Vergine col Bambino fra i Santi Bernardo e Antonio. A questo altare si celebrava solo per divozione. Le due porte della chiesa, una nella facciata e l’altra a meridione, erano disposte in modo da impedire il passaggio ai profani. Gli uomini e le donne, in chiesa, non erano separati da sbar-

re o da cancelli. Davanti alla chiesa non c’erano né atrio, né portico, né vestibolo per l’amministrazione del battesimo. Non esisteva neppure la piazza cintata da muro che impedisse alle acque del torrente Gerenzone di scavare il terreno su cui sorgeva la chiesa con grave danno per la sua solidità. Era quindi urgente provvedere alla costruzione del muraglione. In tutto il fabbricato era posta una sola finestra, a meridione. Il campanile, ubicato vicino alla chiesa dalla parte del Vangelo, aveva guglia circolare a forma di piramide appuntita e portava due campane molto sonore e non consacrate. In chiesa si contavano due sepolcri. Il cimitero, cintato da muro, era posto a settentrione davanti alla chiesa. Conteneva mucchi di sassi ed era sprovvisto di croce. La casa del rettore, ubicata vicino e contigua alla chiesa, era costituita dalla cucina, dalla cantina e da una camera da letto. Le anime di questa cura erano 264, di cui 200 da comunione. La cura delle anime era difficile e laboriosa perché erano molti i villaggi e cascinali da controllare, specie la frazione di Cavagna che distava quasi un miglio dalla chiesa parrocchiale. I fuochi, 56 in tutto, erano così distribuiti: Varigion fochi 12, anime 50, San Gioanni 14 e 79, Castegna 13 e 54, Cereda 3 e 16, Ca di Gatti 6 e 22, Piazzola 1 e 3, Cabolgiolo 1 e 8, Cavagna 6 e 32. Molti erano gli inconfessi e molti giocavano pubblicamente con dadi e con la palla. Altri giocavano nelle case specialmente nei giorni festivi durante le funzioni in chiesa. Gli osti

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erano 3. Si contavano «3 uomini che esercitavano opere pie, 1 notaio, 1 batador de ferro, 1 filone, 1 benestante, 2 raspaferro, 1 vecchio decrepito, 1 brostolotto, 6 vedove, 4 fabriferrari, 9 brazanti, 3 agricoltori, 1 merchante de lino, 12 tiraferro (trafilieri o tirabagia), 1 tessitore, 1 merchante de biada, 1 sarto, 1 sbavarolo, 2 molinari, 2 officiali del podestà, 1 postero del pane e 2 marangoni». Questa la pagina che Arsenio Mastalli dedica a San Giovanni alla Castagna nel suo studio Parrocchie e Chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600 pubblicato nel secondo volume delle Memorie storiche della Diocesi di Milano. Pagina che trova riscontri diretti in quanto annotato da Carlo Marcora negli Atti della visita pastorale alla pieve di Lecco effettuata dal cardinale Federico Borromeo nel 1608. Nella visita del 1569 la chiesa di San Giovanni Evangelista appare coperta di assi e lastre. Era appena stata riparata. Non era tinteggiata, ma vi era un gruppo di pitture antiche. Non vi era il battistero, né acquasantiera: il sacrario era in fondo alla chiesa, però era rotto. La chiesa aveva due porte: una sulla facciata, non però in mezzo, l’altra sul fianco destro. La cappella dell’altar maggiore aveva la volta, una serie di pitture antiche, e una finestra; ai lati dell’altare stavano delle panche e una porta che metteva in sagrestia. Nel presbiterio scendevano le corde delle due campane del campanile posto sopra detta cappella. Sull’altare c’era un tabernacolo piccolo, dipinto, ma non si conservava il Santissimo per la povertà della gente, che non poteva alimentare la lampada. Alla sinistra stava l’altare della Madonna, il quale aveva la fronte dipinta. Non vi era il confessionale. Importanti sono i decreti emanati dal cardinal Federico: emerge la preoccupazione che il torrente Gerenzone, scorrente profondo e troppo vicino alla facciata della chiesa, possa corrodere le fondamenta. Si ordina di prolungare la

chiesa da oriente e si elevi il presbiterio con la sagristia a meridione e il campanile ad aquilone. L’attuale fronte della chiesa doveva esser diminuita. Però si doveva sentire l’architetto. Parlando poi del sacerdote, il cardinale dice che il frequente cambio di rettore non era fruttuoso. Si capisce che essendo tenui le rendite i preti lì destinati appena che potevano se ne andavano: bisognava dunque costituire un buon beneficio e perciò nel termine di sei mesi si preparasse una definita dote che avesse una rendita annuale di sessanta monete d’oro per erigere il beneficio parrocchiale. Purtroppo vi erano terreni e altri beni immobili usurpati da gente dalla coscienza sporca (ab impurae conscientiae hominibus et omni animi religione solutis detenentur). Dovevano poi i fedeli scendere processionalmente col loro sacerdote rivestito di cotta e stola a Lecco il giorno di San Francesco d’Assisi per un voto pubblico. In uno dei suoi Frammenti che porta la data del 22 dicembre 1929, Uberto Pozzoli aggiunge altri rapidi appunti sulla storia della parrocchia di San Giovanni, che divenne tale nel 1675, il giorno dopo San Rocco, 17 agosto, sabato, regnando Papa Clemente X, arcivescovo di Milano il cardinale Alfonso Litta. Il 29 marzo 1674 il suono della campana chiamò a raccolta gli uomini del paese nella sala della casa del vicecurato. Erano presenti, oltre il console della vicinanza, Dionigi Bottarello, ventinove uomini, che fecero inserire nell’atto, a prova del loro diritto di rappresentare il paese, una specie di problema d’aritmetica: affermarono cioè di essere «la maggiore e più sana parte e più di due parti fra le tre degli uomini abitanti e sostenenti i pesi della comunità». L’atto fu steso dal giureconsulto Giovanni Cattaneo di Cavalesino, pubblico notaro, e stabilì per gli uomini di San Giovanni l’impegno a pagare ogni anno, in due rate, 330 lire imperiali al parroco pro tempo-

Un saluto da San Giovanni alla Castagna recita la cartolina riprodotta nella pagina a fronte (collezione Valentino Frigerio); nelle pagine precedenti processione solenne a San Giovanni (raccolta Carlo Brigatti).

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La vecchia facciata verso il Gerenzone e la nuova facciata dalla parte opposta (raccolta Carlo Brigatti).

re. E a restaurare in perpetuo la chiesa e la casa parrocchiale; e ciò per ottenere che l’arcivescovo erigesse in parrocchia la vicecura. L’anno seguente il prevosto Carlo Francesco Sala giurò, toccando il petto come usava allora, che nulla aveva in contrario allo smembramento di quella terra dal suo beneficio, purché si conservassero a lui certi diritti: tra gli altri quello di essere invitato agli uffici e ai funerali, e di ricevere dal parroco e dalla comunità, ogni anno, per la festa di San Nicolò, un «cero di due libbre». E allora non ci fu più alcun ostacolo alla erezione della parrocchia. Nel 1746, durante la visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella pieve di Lecco, nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista in San Giovanni alla Castagna si avevano la confraternita del Santissimo Sacramento, la cui istituzione fu ottenuta nel 1650, in seguito unita a quella del Santissimo Rosario della Beata Vergine Maria nell’oratorio di Varigione, la sodalitas della Buona Morte e la confraternita del Santissimo Rosario, eretta il 2 luglio 1618 e poi unita a quella del Santissimo Sacramento il 14 dicembre 1712. Il numero dei parrocchiani era di 483, di cui 348 comunicati. La confraternita del Santissimo Sacramento esisteva anche nel 1897, all’epoca della

prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella pieve di Lecco. Nel 1761 il parroco Invernizzi dovette sostenere una viva lotta con la comunità per il rispetto degli impegni assunti verso la chiesa. Nel 1802 fu di nuovo ampliato il tempio, aggiungendovi le due navate laterali; e nello stesso anno il parroco Scuri sostituì l’altar maggiore di legno con uno nuovo, di marmo. Nel 1855, su disegno dell’ingegner Cosmo Pini fu elevato da 23 a 30 metri il campanile, che venne coronato di cupola invece che dell’antico tetto a tegole. Nel 1902 il parroco Valenti fece fare alla chiesa un perfetto dietro-front, portando l’entrata da valle a monte (un capitolo di storia raccontato anche da Aloisio Bonfanti dapprima in occasione dei restauri della chiesa effettuati tra il 1994 e il 1995, parroco don Erminio Burbello; poi nelle pagine di Si fa presto a dire banda, volume realizzato per i duecento anni di storia, 1809-2009, del corpo musicale Giuseppe Verdi). Nel 1918 Giuseppe Aldè restaurò a proprie spese la facciata, senza che il parroco vedesse le fatture. Nel 1929, parroco don Federico Girelli, la volta della chiesa minacciava di rovinare. Si dovette chiudere e si officiò nel salone teatro dell’oratorio maschile. Tolto il pericolo del crollo si pensò, poiché era-

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Un funerale (raccolta Carlo Brigatti) e l’altare maggiore della chiesa parrocchiale.


no già in piedi le impalcature, di decorare tutta la volta, iniziando così il completo restauro dell’interno della chiesa. Arturo Galli di Brera attese ai dipinti, Adolfo Ripamonti alle decorazioni. Al centro della volta si susseguono, dal coro all’organo, grandi ovali rappresentanti l’incoronazione della Vergine, l’adorazione dell’Eucaristia, l’Assunta, San Giovanni e la visione dell’Apocalisse, e infine Santa Cecilia. Ai lati i Santi Pietro e Paolo, i quattro Evangelisti, San Vincenzo de’ Paoli e San Rocco. «Di questi due ultimi - annota Uberto Pozzoli completando questi appunti - il primo a ricordare la benemerita fiorente istituzione locale delle Conferenze di San Vincenzo; il secondo quale compatrono della parrocchia. Santa Cecilia potrebbe ricordare, all’uso antico, la buona parte assunta dal secolare e benemerito corpo musicale del rione nel lavoro di raccolta dei fondi per i restauri». Di tutte queste vicende offre efficace sintesi Giovanna Virgilio nei suoi Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento. La chiesa, citata negli Statuti di Lecco sul finire del XIV secolo, aveva in origine l’orientamento invertito rispetto a quello attuale. Infatti, il cardinale Cipolla nel 1603 osservò che la porta d’ingresso non si apriva esattamente nel mezzo del prospetto a causa della vicinanza al torrente Gerenzone, verso il quale, invece, si affaccia ora il settore presbiteriale. In effetti, l’edificio subì nel corso dei secoli vari interventi di restauro, tra i quali si segnala un’importante ristrutturazione tra il 1671 e il 1675 e una seconda, all’inizio del Novecento, che determinò l’inversione dell’orientamento dell’edificio. I lavori furono terminati entro il primo quarto del XX secolo con la costruzione del prospetto a salienti, sormontato da frontone a timpano, sul quale si aprono tre porte. L’interno, articolato in tre navate, presenta nell’abside poligonale un bel dipinto con il Il dipinto con il Compianto su Cristo morto nell’abside della chiesa.

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Compianto su Cristo morto, la cui tradizionale attribuzione a Vincenzo Civerchio, non supportata da adeguati riscontri stilistici o documentari, va spostata in direzione di un valente artista che unisce la formazione culturale bresciana a suggestioni lodigiane e cremonesi. Il dipinto, del quale è stato rintracciato il modello nel pannello centrale della pala in Sant’Angela Merici a Brescia, non è citato nelle relazioni delle visite pastorali cinque e seicentesche alla chiesa. D’altra parte Carlo Borromeo nel 1583 rilevò la presenza di una bella pala presso l’altare laterale della Madonna, senza tuttavia descriverne il soggetto, e il cardinale Federico Borromeo nel 1608 vide nel presbiterio una perduta pala raffigurante la Natività. Probabilmente, la ricostruzione novecentesca comportò una parziale dispersione del patrimonio artistico originario, del quale, tuttavia, si conservano il fonte battesimale con il prezioso ciborio ligneo intagliato, dipinto e dorato, in una nicchia della navata presso l’ingresso, un lacerto di affresco staccato tardo-cinquecentesco raffigurante San Giovanni Evangelista sormontato da un angioletto nel transetto sinistro e le statue lignee barocche con San Bernardo e San Carlo Borromeo in posizione contrapposta sulle pareti della navata centrale. Inoltre, risale al 1741 la statua con la Madonna Addolorata del valsassinese Carlo Antonio Tantardini, collocata presso l’altare in testa alla navata destra, il cui modello in gesso è visibile in una nicchia della navata sinistra, circondata da dipinti con i Misteri dell’Addolorata forse eseguiti da Giovanni Maria Tagliaferri. Al XIX e al XX secolo risale gran parte del restante apparato decorativo costituito da gruppi scultorei, tra i quali si distingue la novecentesca Morte di San Giuseppe nella navata destra e da dipinti murali assegnati al pittore Galli, attivo nella chiesa dopo il 1929.

Nella pagina seguente don Luigi Monza e la chiesa con la sua piazza.

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Lecco in cui magnificava tra l’altro le virtù terapeutiche delle acque del Caldone. Anche don Antonio Invernizzi, al quale San Giovanni ha dedicato una via, fu uomo di lettere ed ha lasciato parecchie opere. Don Stefano Ticozzi, invece, dopo un esemplare ministero parrocchiale per undici anni, esaltato dalla nuove idee giacobine venute dalla Francia, vi si lasciò trascinare. E mentre a Chiuso fioriva la santità di don Serafino Morazzone, lui buttò il collare alle ortiche, piantò sulla piazza della chiesa l’albero della libertà, ripudiò la sua mistica sposa per impalmare Domenica Giannone e ricoprì varie cariche nella Repubblica Cisalpina. A questa macchia oscura fa però riscontro la santità di altri parroci, tra i quali don Antonio Valenti, defunto nel 1924, la cui memoria rimase per decenni in benedizione del suo popolo, e don Luigi Monza. Don Luigi Monza nacque a Cislago (Varese) il 22 giugno 1898. I suoi genitori, Giuseppe e Luigia, erano contadini. Le loro uniche ricchezze erano il lavoro, il coraggio e la fede. Il 19 settembre 1925 Luigi Monza venne ordinato sacerdote. Il cammino per giungere a questa meta luminosa fu duro e faticoso. Luigi Monza entrò in seminario a 18 anni dopo aver conosciuto la fatica del lavoro dei campi, le veglie della notte per proseguire gli studi dopo l’interruzione per il servizio militare e la lotta per la sopravvivenza quotidiana della povera gente. Il suo primo impegno pastorale fu tra i giovani della parrocchia di Vedano Olona (Varese). Nel 1927, sotto il regime fascista, venne ingiustamente incarcerato a Varese. Una prova che, come si legge nella sua biografia ufficiale «I giorni e le opere», «lo lavorò dentro scalpellandolo duramente: il granello evangelico conobbe l’oscurità della terra a cui era stato affidato». Nel 1929 don Luigi venne assegnato al Santuario di Nostra Signora dei Miracoli in Saronno. Qui il suo sguardo, affinato nella prova e raggiunto da quello di Dio, imparò a guardare lontano, sul mondo intero, un mondo segnato dalla solitudine, dalla tristezza e dall’egoismo

DA DON BERNARDO TARTARI AL BEATO DON LUIGI MONZA La parrocchia di San Giovanni è l’unica della città di Lecco che non abbia un nome qualificato, diverso da quello del santo titolare. E lo stesso vale per lo storico Comune aggregato a Lecco l’1 marzo 1924 assieme a Castello, Rancio, Laorca, Acquate, Germanedo e parte del territorio di Maggianico, quella relativa a Belledo, a seguito del regio decreto 27 dicembre 1923. Una vicenda su cui tanto ha scritto Aloisio Bonfanti in alcuni suoi libri, l’ultimo in ordine di tempo Dal vecchio borgo alla grande Lecco. L’appellativo alla Castagna, comune sia alla parrocchia che al comune, derivò dal fatto che nella località dove convergono ad angolo retto i nuclei di San Giovanni e Varigione, che ancora oggi si chiama la Castagna, si innalzava un grande albero di castagne. E chissà che sotto i rami di quell’albero non si radunassero gli anziani per trattare gli affari della comunità… Risolta la questione del nome, è necessario almeno un fugace accenno ad una vicenda che, se trattata ampiamente, ci porterebbe lontano: per secoli, in base a quanto stabilito dal duca di Milano Francesco Sforza, San Giovanni fu sede del consiglio amministrativo delle comunità extra muros del territorio di Lecco. Ai tempi del Ducato di Milano, infatti, la Comunità Generale di Lecco si distingueva in intrinseca ed estrinseca. Quella intrinseca, cioè intra muros, era compresa nelle mura fatte poi demolire dall’imperatore Giuseppe II nel 1784; quella estrinseca, cioè extra muros, comprendeva tutto il resto del territorio e faceva appunto capo a San Giovanni. E proprio a San Giovanni viene nominato cappellano, nel 1652, don Bernardo Tartari di Acquate, che fu l’anima della nascita della parrocchia avvenuta ufficialmente, come ricordato, il 17 agosto 1675. Don Bernardo Tartari fu il primo parroco per altri 28 anni, fino alla morte che lo colse nel 1703. Vir pietatis, necnon exemplaritatis splendore nitescens, coeterisque virtutibus ita apprime excultus, diede alla luce una Descrizione del Territorio di

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che «urgeva riportare all’amore di Dio». L’intuizione era grande ma bisognava attendere che il Signore indicasse la via da seguire. E la via si profilò nel 1936 quando l’arcivescovo di Milano, Cardinale Schuster, gli affidò la parrocchia di San Giovanni alla Castagna in Lecco, dove fu «sacerdote secondo il cuore di Dio». Con la sua esistenza gioiosamente povera e libera, tutta dominata dall’amore del Signore e dei fratelli, specie dei più poveri e umili, autenticò l’annuncio della radicalità evangelica. E nel 1937 don Luigi trovò la strada di Dio. Nacque nel suo cuore di padre l’Istituto delle «Piccole Apostole della Carità» chiamate, per dono dello Spirito, a portare nel mondo la pienezza della vita consacrata all’amore totale di Cristo, con lo spirito degli Apostoli e la carità dei primi cristiani, disponibili a qualsiasi azione concreta di carità, dovunque la loro presenza e la loro opera individuale o comunitaria, venisse richiesta dalla necessità dei fratelli, fino agli estremi confini della terra. La storia vide l’associazione, ai suoi inizi, con una spiccata vocazione educativa ed assistenziale: essere famiglia per rifugiati, poveri, vittime della persecuzione politica conseguente agli avvenimenti del tempo. «A volte - scrive don Luigi Monza - ci sentiamo tanto deboli di fronte a tanto bene da fare. Ma la Provvidenza non manca di aiutarci». Successivamente «La Nostra Famiglia» chiamata così nel 1947 dal suo fondatore, si dedicò ad una piccola fascia di “dimenticati” che richiedeva maggiore attenzione umana, sociale, scientifica: le persone colpite da una disabilità o da un handicap. Per questi nuovi poveri, dal 1947 ad oggi, fondò centri polivalenti di riabilitazione, case-famiglia, un centro di lavoro guidato, un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico e tanti servizi territoriali di riabilitazione con una caratteristica e preoccupazione comune inconfondibili: la persona al centro di qualsiasi intervento. «Ognuna sente viva la responsabilità davanti a Dio e agli uomini - scrive ancora don Luigi Monza - di questi bambini e il compito che si assume lo porti a termine con amore e sacrificio».

Quanti hanno conosciuto don Luigi lo descrivono come un uomo minuto, piccolo di statura, scuro di occhi e di capelli, misurato nel gesto, che però non era né affettato né sostenuto. Parlava poco. Le sue osservazioni erano sempre pacate, precise. Con i più intimi era di una semplicità incantevole. Quando sapeva di essere capito, diventava arguto. L’umorismo era una vibrazione dell’umiltà, un guardare le cose e le persone con distacco e comprensione, collocate tutte sotto la luce di Dio. Molti hanno notato che non perdeva mai tempo. Forse aveva intuito che il tempo della sua vita era breve. E lo voleva spendere tutto senza tenerne per sé nemmeno una scheggia. Il 29 novembre 1954 don Luigi Monza si fa da parte e silenziosamente scompare, come il chicco di grano che muore per dar vita alla spiga, cosciente di aver svolto il suo ruolo e di aver dato alla sua comunità le coordinate di partenza e quelle di arrivo: una linea ascendente verso Dio. Il resto sarebbe venuto dopo. Nel 1987 si apre in sede diocesana il processo di canonizzazione. Nel 1991 si conclude, sempre in sede diocesana, il processo sulla vita e l’eroicità delle virtù del Servo di Dio. Gli atti vengono trasmessi dopo il prosieguo della causa alla Congregazione per le cause dei Santi. Il 30 aprile 2006, in piazza Duomo a Milano, ha luogo la solenne cerimonia di beatificazione di don Luigi Monza. La prima e più grande sua opera è l’Istituto secolare delle Piccole Apostole della Carità: operano nelle attività di servizio dell’Associazione «La Nostra Famiglia», nelle parrocchie o in un impegno professionale individuale, sia in Italia che nei Paesi in via di sviluppo. Anche il gruppo maschile dei «Piccoli Apostoli della Carità» è una piccola ma concreta realtà. Le opere animate dalle «Piccole Apostole della Carità» e che impegnano più di 2.300 operatori, 300 insegnanti di scuola materna, elementare e media e centinaia di volontari, sono: l’Associazione «La Nostra Famiglia» che opera in oltre trenta unità (centri di riabilitazione, centri di lavoro guidato, case famiglia, centri di accoglienza e l’istituto di ricovero e cura a carattere scienti-

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fico «Eugenio Medea» a Bosisio Parini che funziona con laboratori interni ed esterni e settori di ricerca); le scuole di formazione (scuole regionali per terapisti della riabilitazione, scuola regionale per operatori sociali, scuola universitaria diretta a fini speciali per assistenti sociali); l’Ovci, «Organismo di volontariato per la cooperazione internazionale» che svolge attività di

sensibilizzazione in Italia e gestisce progetti in campo sanitario in Africa e America Latina; il Gruppo Amici di don Luigi Monza; l’Associazione genitori e i gruppi di spiritualità giovanile e familiare che coinvolgono migliaia di giovani e adulti di ogni età e condizione; le numerose iniziative di volontariato con scopi di formazione dei giovani alla solidarietà.

A fronte la statua lignea barocca di San Carlo; nella pagina precedente la cerimonia (sopra) per la benedizione della stessa statua nel 1984 e, sotto, processione mariana.

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CHIESA DELLA BEATA VERGINE DEL ROSARIO DETTA «MADONNA DI VARIGIONE» L’edificio, documentato nel XV secolo, presenta un semplice prospetto a capanna sul quale si intravede a malapena un rovinato affresco raffigurante la Madonna con Bambino che appare a San Domenico. L’interno è caratterizzato da una sola navata coperta da volta a botte e presbiterio rettangolare. Tale aspetto derivò all’oratorio dalle ristrutturazioni effettuate tra il 1608 e il 1685, presumibilmente su iniziativa della confraternita della Madonna del Rosario fondata nel secondo decennio del Seicento. I restauri vennero effettuati grazie alle offerte elargite all’immagine miracolosa della Vergine a partire dal 1582. A quell’epoca, infatti, il presbiterio era privo di ancona ma recava le pareti affrescate, come venne ribadito nelle relazioni delle visite pastorali del 1603 e del 1608 e come si vede ancor oggi sulla parete di fondo. Qui, infatti, si conserva l’affresco cinquecentesco con la Madonna in trono con Bambino tra figure lacunose con San Sebastiano e San Rocco attribuibile all’ignoto artista che eseguì pure la Madonna con Bambino nella chiesa dei Santi Nazaro e Celso a Castello. Il suo nome, tuttavia, non è identificabile in quel «Francesco» citato nell’iscrizione alla base del dipinto murale che potrebbe riferirsi, invece, al committente. Entro il 1685 l’affresco venne inquadrato da un’esuberante cornice in stucco, a sua volta affiancata da colonne in finto marmo e dalle sta-

tue con San Domenico a sinistra e Santa Caterina a destra. La decorazione plastica sottolinea, inoltre, i pilastri dell’arco trionfale, le velette della volta a vela e il cornicione delle pareti del presbiterio, dove sono seduti robusti angioletti, sovrapponendosi a un ciclo di affreschi seicenteschi dei quali sono visibili lacerti con la Nascita della Madonna sulla parete sinistra e una parziale serie di tondi con i Misteri del Rosario alla sommità della parete di fondo. Nel Settecento fu costruita la cappella sul lato sinistro della navata che accoglie sull’altare - con paliotto in scagliola - una statua lignea di origine barocca rimaneggiata nell’Ottocento. Infine, sulla parete destra della navata, presso l’ingresso, è collocata una tela con la Madonna di Loreto, già presente nella chiesa nel 1746. Tele e dipinti murali completano l’apparato decorativo della chiesa tra i quali si segnala, per l’interesse documentario, l’affresco sulla volta che raffigura la Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Caterina da Siena, recante le date 1608 e 1820. È, questa riportata, la bella pagina che Giovanna Virgilio ha dedicato alla chiesetta della Madonna di Varigione nei suoi Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento, fondamentale capitolo degli Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia, benemerita iniziativa del Rotary Club di Lecco che ha visto la luce

Altre storiche immagini di San Giovanni e delle sue frazioni (raccolta Carlo Brigatti); nella pagina seguente particolari degli stucchi nella chiesetta di Varigione.

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La statua seicentesca di San Domenico e la sobria facciata della chiesetta.

nel 2002 a cura di Barbara Cattaneo e Mauro Rossetto. Una bella pagina che trova il suo naturale completamento in quanto lasciato scritto da Arsenio Mastalli in Parrocchie e Chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600. Chiesa rivolta ad oriente, non consacrata, con un solo altare pure non consacrato, che aderiva alla parete. Nella cappella, di forma quadrata, pendeva una lampada di vetro che si accendeva dalla divozione popolare, nelle feste della Madonna. Non c’era icone, al suo posto si vedeva un quadro raffigurante la Madonna fra due Santi. Nel centro della cappella pendeva il Crocefisso; nella parete in cornu evangelii era aperta una porticina che comunicava con la sagristia ed in cornu epistola si vedeva una finestra munita di inferriata e di chiave. Nel recinto dell’altare entravano i laici quando dovevano sentire la messa. Sulle pareti della chiesa, che erano ornate

da stucchi e da dipinti, pendevano lunghe ragnatele. Sopra la porta della facciata non era dipinta l’immagine della Madonna al cui nome era dedicata la chiesa, però a destra e a sinistra della stessa porta si vedevano due cospicui affreschi rappresentanti San Cristoforo con Gesù Bambino in ispalla e Sant’Antonio Abate. L’acquasantino posto in chiesa era troppo spugnoso ed assorbiva sempre l’acqua di cui uomini e donne, promiscuamente, dovevano aspergersi. Il campanile non esisteva; però sopra il tetto, su due colonnette, era collocata la campana. La suppellettile della chiesa di San Giovanni alla Castagna serviva pure per questa chiesa. E infine - non prima di aver segnalato due importanti contributi di Angelo Borghi, il primo Nuovi capitoli d’arte antica a Lecco. I restauri nella chiesetta della Madonna di Varigione su Il Resegone del 13 luglio 1979; il secondo Santuario della Madonna di Varigione

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in Il lago di Lecco e le valli, terzo volume della serie Sacralizzazioni. Strutture della Memoria, la prima recensione delle architetture di interesse storico e artistico della provincia di Lecco che ha visto la luce nel 1999 - in quanto annotato da monsignor Carlo Marcora in La pieve di Lecco al tempo di Federico Borromeo (1979). Dalla visita del 1569 risulta che la chiesa della Madonna in Varigione era con un soffitto d’assi e una copertura di lastre, non era imbiancata, però aveva il pavimento. Il presbiterio aveva la volta, era dipinto, e vi stava una finestra; aveva ai lati le panche e a destra una cassapanca per i paramenti. All’esterno, sul tetto due piccoli pilastri reggevano una campana. L’altare aveva la fronte dipinta. Non vi erano redditi e vi celebrava talvolta il cappellano di San Giovanni alla Castagna. Per il santuario della Madonna delle Grazie

a Varigione - che invece negli Atti della visita del 1608 è chiamato chiesa della Natività della Beata Maria Vergine in Varigione - il cardinale Federico ordina che si devono portare i cancelli di ferro già comperati per la chiesa parrocchiale. Poiché si andava dicendo che i Domenicani avrebbero costruito un monastero a due miglia di distanza e che in questo caso non valeva la pena di erigere la Confraternita del Santo Rosario, in quanto, eretto il convento dei Domenicani, l’indulgenza plenaria solitamente concessa a dette Confraternite sarebbe passata al convento stesso, il cardinale dichiarava che non v’era nessun progetto di fondazione di conventi domenicani e perciò raccomandava la erezione di detta Confraternita. Insisteva pure per la costituzione della Scuola o Confraternita del Santissimo Sacramento.

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Santo Stefano Il poggio di Santo Stefano Chiesa di San Francesco

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IL POGGIO DI SANTO STEFANO

Il 7 luglio (1608) monsignor Albergato visitò l’oratorio situato entro i confini della chiesa parrocchiale collegiata di San Nicolò e, si legge negli Atti curati da monsignor Carlo Marcora, «da essa distante cinquecento passi per quanto si può a vista calcolare. L’oratorio è molto antico, guarda a oriente, ha una sola navata e la sua lunghezza è di ventiquattro cubiti, la larghezza di dodici, l’altezza di ventotto. Ha due altari a oriente, dei quali uno, quello verso mezzogiorno, è consacrato, come afferma il signor prevosto basandosi sulla tradizione del popolo, e come appare da altri segni; entrambi sono costruiti secondo la forma prescritta, sono disadorni e stanno sotto due anguste nicchie unite tra loro. Le immagini delle nicchie sono antiche e per la vetustà quasi svanite. D’ambo le parti degli altari sotto la stessa volta vi sono finestre oblunghe e antiche senza grate e aperte a tutti. Il pavimento, costruito in cemento, è umido e in gran parte spezzato. Le pareti sono rozze e corrose per la vetustà. Il tetto è coperto di tegole, delle quali parecchie sono spaccate e lasciano passare l’acqua che si riversa nella chiesa. C’è una porticina dalla parte laterale i cui battenti sono abbastanza sicuri; vengono sempre chiusi e le chiavi si conservano presso il prevosto. In cima alla parete della facciata vi è una piccola torre ma manca la campanella che fu asportata dagli uomini di Castello e collocata sul campanile di San Nicolò, senza

licenza dell’ordinario. La vasca per l’acqua benedetta è sopra una piccola colonna; essa viene rinnovata una volta l’anno nella festa di Santo Stefano al quale la chiesa è dedicata. Qui si viene in processione per le rogazioni e il giorno di Natale di Nostro Signore, quando si cantano solennemente i primi vesperi dal prevosto e dai canonici, mentre la mattina dopo, festa di Santo Stefano, vi si cantano messe dopo aver ornato gli altari e la chiesa. Minaccia d’andare in rovina. Quivi esistono molti beni della mensa capitolare di Lecco». La chiesa di Santo Stefano, ora incorporata nella Villa Dubini, è stata oggetto di diversi studi. Nella visita del 1569 è descritta sotto il titolo di Santo Stefano e San Bernardo, frazione della prevostura, da cui dista un miglio. È lunga 16 passi, larga 12, col pavimento rotto, coperta con lastre e assi, con un murello che divide le cappelle; ha due porte e una che va al fienile. In faccia vi sono due cappelle, di cui una con la volta e dipinta con pitture antiche è sotto il titolo di Santo Stefano. Nella cappella due finestrelle. L’altra cappella sub titulo Sancti Bernardi ha la volta ed è pitturata solo da una parte. L’altare è consacrato e ha pitture: la Madonna con ai lati i Santi Stefano, Bernardo e Caterina. Andrea Luigi Apostolo in Lecco e suo territorio (1855) scrive: «Il visitatore del territorio non ometterà di percorrere qualche tratto del-

Particolare della facciata della chiesa parrocchiale dei Cappuccini.

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la superba strada militare che da Lecco adduce al giogo dello Stelvio, stradale degno di ammirazione… Giunto però alla distanza di mezzo miglio da Lecco, là dove la strada fende un colle circondato da ruderi, di una casa campestre e di una cappelletta, vorrà salire su quella eminenza alla quale si congiungono importanti rimembranze. Quel colle è il rinomato poggio di Santo Stefano e la casa campestre occupa lo spazio ove un tempo sorgeva la chiesa dedicata al protomartire, l’antica plebana del territorio…». Il nostro autore fa quindi delle interrogazioni suggestive: «La vicinanza dell’antico tempio di Lecco alla rocca e la collocazione dell’uno e dell’altra in luogo eminente e forte non ci rammenta però il romano costume di erigere i templi sacri alle divinità nei luoghi più difesi? E il tempio di Santo Stefano non fu forse dapprima un tempio pagano? La rocca di Santo Stefano prospetta il poggio di San Dionigi che sorge sull’opposta sponda del Lario fra Malgrate e Paré e che un tempo era conosciuto dagli storici sotto il nome di Antisito». Il ricordo di Santo Stefano a Lecco era anche a una porta del borgo. Lo ricorda anche l’Apostolo nell’opera appena citata: «La seconda porta di Lecco esisteva a settentrione presso l’attuale casa Nava, altra volta Soncini e si chiamava Porta Santo Stefano».

primavera al sole di fine dicembre, e gli altri che, per tradizione, hanno in programma, per la seconda festa di Natale, una ricaduta che li liberi dai postumi della sbornia del giorno prima. Sessant’anni fa ci andò anche il Bunòm, il capo della filarmonica dei dilettanti, il quale, avendo visitato nel ritorno l’osteria dei Prati, quella del Sesmila e quindes e quella del Sole che si leva per tutti, salì ai cento gradi ed arrivò a casa che non capiva più niente. Nella sua camera, il Bunòm aveva un altarino (come usavano i nostri vecchi, che oltre alle cappellette nelle strade impiantavano altarini sui pianerottoli e nelle stanze da letto); e davanti a quell’altarino era solito recitare, da buon cristiano, le sue orazioni. Quella sera però, finito il patèr, s’accorse che invece di essere in camera era in cucina, inginocchiato davanti al lavandino». Due mesi dopo aver raccontato di Cappellette Uberto Pozzoli tornò ad accennare a Santo Stefano in Processioni di primavera (sempre su Il Resegone, questa volta del 3-4 giugno 1927), altra pagina raccolta nei Frammenti di vita lecchese. Erano le processioni delle litanie minori o rogazioni, che seguivano, il lunedì, il martedì e il mercoledì dopo l’Ascensione, alle altre tre che la Confraternita faceva per proprio conto nelle tre domeniche dopo la domenica in Albis. Tutte e sei le processioni per chiedere al Signore, nell’umiltà delle penitenza, la benedizione delle campagne. Anche qui l’inimitabile prosa di Uberto Pozzoli ci regala un’altra straordinaria paginetta. «I confratelli dovevano tenersi in mezzo alla strada, per non bagnar di rugiada il loro camice bianco; le ragazze, tra un kyrie e l’altro, coglievano fiori; e quando la processione si fermava ad una croce o ad una cappelletta, il sacerdote leggeva il lectio, ed il racconto dei profeti e degli evangelisti era commentato dal cinguettar di mille pennuti cantori. Le litanie dei Santi, coi loro interminabili intercede pro nobis, svegliavano la campagna, ancora sopita sotto il cielo azzurro pallido, lucidato dal tivano; ed il Bianchin Riva alzava, di quando in quando, il tono del canto, perché gli acuti delle donne sa-

Sulla vicenda ha detto la sua anche Uberto Pozzoli che in Cappellette - suo scritto comparso su Il Resegone dell’1-2 aprile 1927 poi amorevolmente raccolto da Aristide Gilardi nei Frammenti di vita lecchese - ricorda appunto la cappelletta del poggio di Santo Stefano, fatta costruire nel 1790 dal prevosto Volpi per ricordare che quando Matteo Visconti ordinò la distruzione dell’antico borgo, al posto di quella casa colonica sorgeva la prepositurale. Quella inimitabile pagina di Uberto Pozzoli così continua: «Prima del 1790 ci doveva però essere lassù qualche cosa d’altro, perché nel 1660 i lecchesi vi andavano già in processione. Proprio come ci vanno adesso, il giorno di Santo Stefano, quei che vogliono rubare un po’ di

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La chiesa dei Cappuccini chiude l’asse stradale di viale Turati.


lissero più alti nell’aria profumata; e la processione andava così, lentamente, verso Sant’Agata di Pescate, o verso Pescarenico, o verso Santo Stefano. Le ragazze, però, preferivano Santo Stefano, dove c’erano, nei giardini, rose rosse e bianche e gialle, appena nate sotto il tepore della primavera. Lassù i desideri s’appuntavano verso le rose, e i veli e le vesti litigavano con gli spini delle siepi». «Gli itinerari erano press’a poco quelli che si seguivano trecento anni fa aggiunge Uberto Pozzoli - quando dove ci sono ora stradoni c’erano sentieri, e dove ci sono ponti c’erano passerelle, e dove ci sono palazzi c’erano croci di ferro su colonne di pietra». Già ai tempi di Uberto Pozzoli le processioni delle rogazioni non si facevano più, sì che lui stesso così concludeva la sua paginetta: «Messe quindi tra i ricordi dei tempi che furono anche le processioni di primavera, riconosciamo che i nostri vecchi sapevano unire l’utile al dilettevole: l’aria fresca e l’incanto di un’alba di primavera alle orazioni di penitenza, invocanti l’aiuto del Cielo sui campi che danno quel pane quotidiano per il quale tutti - esclusi i fortunati che vivono di biscotti - quotidianamente ci arrabattiamo».

Una storica immagine del quartiere Santo Stefano in pieno sviluppo edilizio e urbanistico.

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CHIESA DI SAN FRANCESCO

Inutile quindi cercar traccia, oggi, di quell’altro «oratorio antichissimo - tale lo definisce Arsenio Mastalli nelle pagine di Parrocchie e Chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600 raccolte nel secondo volume delle Memorie storiche della Diocesi di Milano - rivolto ad oriente, ad unica navata lunga cubiti 24, larga 12 e alta 28»; che «conteneva due altari di cui il maggiore, posto a meridione, era consacrato ed era dotato di nicchia con antiche statue»; dove «il pavimento, le pareti e il tetto erano rotti» e «quando pioveva, l’acqua inondava la chiesetta»; sulla cui facciata «in una piccola torre, non c’era più la campana offerta dagli uomini di Castello perché il prevosto l’aveva asportata per collocarla sul campanile di San Nicolò». Nelle solennità natalizie il prevosto ed i canonici della prepositura si recavano processionalmente a Santo Stefano ove cantavano i vesperi; nel giorno di Santo Stefano, invece, celebravano messa solenne. Lo si è ricordato non solo nel capitoletto precedente, ma anche nel primo volume di questa serie, raccontando della basilica di San Nicolò. Oggi il richiamo è rappresentato dalla chiesa di San Francesco, nell’omonima parrocchia dedicata al Santo di Assisi, chiesa che fu eretta in vicaria curata con decreto 9 marzo 1962 dell’arcivescovo Giovanni Battista Montini, con territorio smembrato dalla parrocchia prepositurale di San Nicolò, dalla parrocchia dei Santi Ger-

vaso e Protaso in Castello e dalla parrocchia della Beata Vergine Assunta in Rancio. E quindi eretta parrocchia con decreto 3 giugno 1967 dell’arcivescovo Giovanni Colombo. È la chiesa che ha visto il ritorno dei cappuccini a Lecco, espressione che fa da titolo ad una pubblicazione curata da Umberto Panzeri e realizzata nel 1999 proprio per celebrare i primi cinquant’anni della nuova presenza cappuccina a Lecco. Il primo convento di frati minori cappuccini in Lombardia venne fondato nel 1535 da padre Giovanni da Fano, a Bergamo. Nel 1830, passata la burrasca napoleonica che travolse anche il convento di Pescarenico trasformato in caserma dal 1798 al 1800 e soppresso nell’anno 1810, nella regione non esisteva più nessuna comunità di questi religiosi. La ripresa dell’Ordine fu lenta, nella Provincia che venne detta «di San Carlo in Lombardia». Per Lecco, in particolare, si è dovuta attendere la metà del secolo scorso per poter registrare il loro ritorno. Nei Cenni storici sui Cappuccini nella Lombardia, inseriti nella Statistica dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di San Carlo in Lombardia, edita nel 1957, si leggeva: «Finalmente nel maggio 1949 si ottenne la debita autorizzazione per la fondazione del convento di Lecco in località Santo Stefano, venendovi assegnata regolare famiglia religiosa nel 1952». Esso era posto sotto i titoli dei Santi Francesco e Antonio di Padova.

La chiesa è stato il primo edificio completato (sopra, archivio Aloisio Bonfanti) poi sono arrivati il convento e il Cenacolo Francescano.

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La Statistica di dieci anni dopo comunicava l’avvenuta istituzione, nel 1962, presso il convento, di vicaria curata, mentre l’erezione canonica in parrocchia giungeva nel 1967. A invocare la rinnovata provvida presenza in Lecco dei Cappuccini era stato l’indimenticabile prevosto Giovanni Battista Borsieri, perché esercitassero cura d’anime in una zona cittadina in incipiente tumultuoso sviluppo urbanistico. In quegli anni appena dopo la guerra, tuttavia, c’erano ancora fattorie e cascine intorno al viale Turati, e i primi frati arrivati sotto il San Martino, con l’assenso del venerato arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster, ebbero come alloggio un misero rustico e come cappella una stalla in via Cà Rossa. Non tardò, invece, per grazia di Dio, il traguardo della sede definitiva per convento, chiesa e opere annesse, costruita su progetto dell’architetto Mino Fiocchi, «che coniuga la sobria classicità delle sue linee alle esigenze di severa semplicità funzionale dell’ordine neoclassico». Lo sottolinea Tiziana Rota nel capitolo Percorsi di architettura civile e religiosa tra XIX e XXI secolo pubblicato nella guida Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia, così continuando: «In facciata un pronao neoclassico con quattro colonne di granito e timpano di chiara ascendenza palladiana. La chiesa a pianta centrale è costituita da un ottagono con aggiunta di luminoso presbiterio con retrostante coro in cui è collocato l’altare. Il vecchio altare di legno del Settecento proveniente da Sant’Angelo Lodigiano è stato sostituito negli anni ottanta con un nuovo altare in marmo, dalle linee semplici e geometriche secondo le intenzioni del progettista. La copertura a cupola termina con una lanterna centrale. Nei quattro lati minori dell’ottagono si aprono quattro absidi affrescate da Zappettino con San Francesco, Sant’Antonio da Padova, Santa Elisabetta d’Ungheria e San Giuseppe. Sul lato destro si sviluppa il convento che riprende nel chiostro la struttura ottagonale».

Una veduta d’insieme, dall’alto, del complesso dei Cappuccini.

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La chiesa fu aperta al culto nella festa di San Giuseppe del 1951. Nel maggio di due anni prima, mentre si pensava al progetto della chiesa e del convento, Angelo Bettini ebbe l’idea di convertire due stalle di uno stabile in via Cà Rossa in cappella con piccola sagrestia attigua e una cucinetta, disponendo al piano superiore due stanze a servizio dei religiosi. A metà maggio 1949 la cappelletta veniva solennemente benedetta dal prevosto Borsieri in beneficio della popolazione dei vari gruppi di case della zona. E la vita religiosa si svolse per circa due anni in questi spazi. Si parla ancora di un mondo difficile da immaginare anche se sono passati solo sessant’anni, di cascine, di stalle, di gruppi di case. Questo per sottolineare che il quartiere di Santo Stefano, che si è fatto via via sempre più popoloso e trafficato, e la presenza dei frati cappuccini si sono sviluppati insieme. A tal punto che è sembrato un fatto naturale il costituirsi di una parrocchia attorno a quella chiesa e a quel convento. Le già citate pagine di Umberto Panzeri peraltro autore assieme ad Edmondo Sala del fondamentale volume I Cappuccini nella storia di Lecco. Presenza opere testimonianze dalle origini ad oggi pubblicato nel 1987 - consentono di fissare con precisione le origini del ritorno dei Cappuccini a Lecco. Terminata la seconda guerra mondiale, la popolazione di Lecco e il clero locale esprimono il desiderio e la volontà di ottenere l’autorizzazione per il ritorno dei Cappuccini a Lecco per la fondazione del convento. Il primo desiderio è quello di riprendere l’antico convento di Pescarenico, ma subito ci si rende conto che ciò è impossibile. L’antica chiesa è ora la chiesa parrocchiale e il convento, mutilato, è adibito ad abitazioni private. Gli occhi del padre provinciale d’allora si volgono verso la zona di Santo Stefano. Il luogo è ben conosciuto anche dal cardinal Schuster, arcivescovo di Milano, che era salito alla chiesetta del San Martino - come ricordato anche in questo libro nel capitolo di Rancio - il 25 settembre del 1930. Inter-

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Il chiostro del convento e l’interno della chiesa; nella pagina a fronte l’esterno della chiesa e una storica foto: non c’è ancora il viale Turati.


La zona di Santo Stefano quando c’erano ancora cascinali sparsi.

corre così una fitta corrispondenza tra il padre provinciale, il cardinale e il prevosto di Lecco monsignor Borsieri che ritiene il luogo di Santo Stefano come il più indicato per la costruzione del nuovo convento. Monsignor Borsieri fa inoltre presente i bisogni della prepositurale di Lecco e dell’esercizio della cura d’anime in una zona discretamente lontana da Lecco e Castello e che con il passare degli anni si sarebbe alquanto popolata. Il cardinal Schuster, il 13 dicembre 1948, concede con suo decreto l’autorizzazione alla costruzione della chiesa e del convento mettendo in particolare risalto l’ubicazione del luogo scelto per l’assistenza religiosa alle popolazioni della zona. Dal giorno dell’inaugurazione della cappella, nel maggio del 1949, nella cascina Cà Rossa, le cose procedono con sollecitudine e secondo quello che era stato il compito affidato ai frati dal provinciale e dal cardinale: edificare la chiesa e il convento. Il terreno dove av-

verrà la costruzione è il frutto di una donazione fatta da due sacerdoti che abbiamo già incontrato in queste e nelle pagine dei precedenti volumi di questa serie, monsignor Salvatore Dell’Oro e don Giuseppe Dell’Oro e da Caterina Cornelio. Il 13 giugno 1950, una croce di legno apre la processione di una lunga teoria di frati che dalla Basilica di Lecco salgono pregando e cantando al luogo dove sorgerà la nuova chiesa, per la posa della prima pietra. La data scelta è solenne e cara alla storia francescana, la festa di Sant’Antonio da Padova. A distanza di soli nove mesi e cinque giorni dalla posa della prima pietra, il 18 marzo 1951, domenica delle Palme, la chiesa è aperta e comincia a funzionare. Un anno dopo, il 23 marzo 1952, viene inaugurato il convento. Il cronista cappuccino di allora, padre Sisinio, appunta queste poche righe che vanno ad aggiungersi alla descrizione prima riportata di Tiziana Rota: «La chiesa si ispira alla chie-

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Un’altra veduta dall’alto del complesso conventuale dei Cappuccini.

setta del Lazzaretto di Milano; un muro perimetrale ottagonale robusto sostiene una cupola luminosa, con quattro finestroni e un lucernario su cui domina la croce che appare subito dall’inizio del viale Turati. Linee sobrie, vano ampio e senza rientranze da cui si possa nascondere la vista del presbiterio; questo a sua volta sufficiente per ampiezza, luminoso con il retrostante coro dei religiosi raccolto nella penombra e nel silenzio». All’interno della chiesa troviamo (allora) un vecchio altare di legno proveniente da Sant’Angelo Lodigiano, probabile opera del 1700, rimesso a punto e installato in forma provvisoria. Nel novembre del 1951 viene posto su questo altare un quadro della Vergine Assunta, opera del professor Galizzi di Bergamo, che dipinge la Madonna con gli occhi e una mano fissi in alto, un’altra mano rivolta verso la terra in atto di elargire grazie; sotto i piedi, vela-

ti da ampio manto luminoso, spiccano il Resegone e la chiesa. Della quale, nel 1953, viene completata la facciata con il pronao con le colonne in granito. Il 27 settembre del 1959 la visita del cardinale arcivescovo Giovanni Battista Montini che inizia così il suo saluto: «Pace e bene: diremo con il saluto francescano a questa chiesa, a questa comunità religiosa e a tutta questa popolazione». Nelle parole del futuro Papa Paolo VI riecheggia il tradizionale legame dei Cappuccini con Lecco grazie alla loro storia, qui sommariamente ricordata nel capitolo di Pescarenico, e alla loro presenza nelle pagine manzoniane dei Promessi Sposi. E così i Cappuccini continuano a Lecco la loro missione di pace e di bene, tramandando l’esempio di quel loro confratello che il Manzoni ha costruito con intelletto d’amore più che con la fantasia.

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I LUOGHI DELLO SPIRITO SPERANZA PER L’UOMO

Promulgando la costituzione dogmatica Lumen Gentium al tempo del Concilio Vaticano II, il 21 novembre 1964, il Papa Paolo VI ha dichiarato la Vergine Maria «Madre della Chiesa». Nel testo della dichiarazione pontificale ufficiale si legge: «È per la gloria della beata Vergine Maria e per tutto il nostro conforto che proclamiamo Maria Santissima, Madre della Chiesa, vale a dire, di tutto il popolo di Dio, tanto dei fedeli, come dei pastori, che la invocano come madre amatissima, e desideriamo che, a partire da oggi, la Vergine sia ancora di più onorata e invocata da tutto il popolo Cristiano, con questo titolo tanto dolce». Sono parte viva di quel popolo - cui fa riferimento anche il Vescovo Luigi Stucchi nella presentazione di questo libro - quanti hanno contribuito alla realizzazione di questo come dei precedenti libri: Aloisio Bonfanti e Claudio Bottagisi, Bruno Bianchi, Giovanna Virgilio, Giacomo Galli, Gian Luigi Daccò, Gigi Comi, Felice Riva, Carlo Brigatti, Anselmo Gallucci, Angelo Bonacina, Mariangela e Alberto Gianola, Giorgio Melesi, Milena Angioletti, Alberto Cattaneo, Paola Peverelli, Aristide Angelo Milani, Valentino Frigerio, i fotografi Mauro Lanfranchi, Giuseppe Giudici, Alberto Locatelli, Gianni Peverelli e Mario Marai, Simona Lissoni che ha impreziosito l’opera con la realizzazione grafica, i sacerdoti che hanno consentito la consultazione degli archivi parrocchiali e l’utilizzo dell’importante materiale fotografico storico ivi custodito. L’entusiasmo dell’editore Claudio Redaelli ha dato a questi volumi la

veste degna della fiducia e del fervore con cui il popolo cristiano si rivolge alla Vergine Santissima, prestandole il culto e l’onore che le sono dovuti. Comprendendo in tal modo il nesso inseparabile, tanto ampiamente illustrato nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, esistente tra la maternità spirituale di Maria e i doveri degli uomini riscattati da Lei, come Madre della Chiesa. Nel ringraziare tutti quanti hanno condiviso e reso possibile questo pellegrinaggio dell’anima, nel quale sono stati maestri e per alcuni tratti anche compagni Uberto Pozzoli, Aristide Gilardi, Arsenio Mastalli, Amanzio Aondio e Dino Brivio, auguro che tutti ritrovino il gusto di scoprire e possedere uno spazio interiore, di avere ancora un’anima. Ma l’anima non consiste per se stessa, domanda di diventare esperienza, e l’esperienza ha bisogno di luoghi e di persone. Non di un luogo morto, anonimo, privo di emozioni, ma di un luogo eloquente, gratuito, fascinoso, e dei volti accoglienti. La forza del luogo sta in ciò che ingenera nell’uomo, ma anche in ciò che lo distingue da ogni altro luogo. La sua differenza richiama l’essenzialità e unicità dell’anima. Così accade che tanto incisiva e possente è la forma del luogo da decidere della sorte dell’anima perché le pietre che caratterizzano quei luoghi diventano custodi e testimoni di eventi, diventano fonte di emozioni. L’uomo si rimette così sulle strade dell’anima attraverso la contemplazione e la preghiera. «È una grave ferita nel Corpo di Cristo che


le chiese abbiano le porte chiuse» ha osservato il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, che mercoledì 30 settembre 2009 ha pronunciato la sua terza meditazione sul tema «Preghiera e combattimento spirituale» nel ritiro sacerdotale internazionale ad Ars, in Francia, nel contesto dell’anno sacerdotale. Il Curato d’Ars, San Giovanni Maria Vianney, istruendo i suoi parrocchiani esclamava guardando il tabernacolo: «Egli è lì, è lì». «Fate tutto il possibile e l’impossibile - ha raccomandato il cardinale Schönborn - per permettere ai fedeli e alle persone che cercano Dio - e che Dio aspetta - di avere accesso a Gesù nell’Eucaristia: non chiudete le porte delle vostre chiese, per favore! Non lo comprendo, non è sopportabile! Molte persone non vanno più a messa, è troppo complicato per loro, ma si constata una cosa: se la chiesa è aperta entrano per accendere una candela, o la nonna ci va con i nipoti. Non vanno a messa ma vanno ad accendere una candela alla Madonna che li accoglierà. Lasciamo le nostre chiese aperte!». È questa anche la storia delle nostre chiese che prendono forma dalla genialità umana, dalla permanenza dei fedeli, dall’invenzione artistica ispirata dalla fede. Così il luogo dello spirito diventa il luogo del cuore e il luogo del cielo, disegnando una geografia sacra. Quanti episodi si potranno raccontare, il giorno in cui si scriverà la storia dei parroci lec-

chesi tra Ottocento e Novecento, analoghi al ricordo d’infanzia citato dal cardinale austriaco ad Ars: «Nella regione del Voralberg, il pomeriggio, c’era una luce nella chiesa: era il parroco che pregava. Questo è rimasto impresso nella mia memoria. Non è un male che il sacerdote sia sorpreso in flagrante delitto di preghiera davanti al tabernacolo!». A San Giovanni Maria Vianney ha fatto riferimento anche Papa Benedetto XVI nell’odierna domenica della Misericorda di Dio, riprendendo le parole della lettera di indizione dell’anno sacerdotale: «Incoraggio, in particolare, tutti i pastori a seguire l’esempio del Santo Curato d’Ars, che, nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore e la vita di tante persone, perché è riuscito a far percepire l’amore misericordioso del Signore. Urge anche nel nostro tempo un simile annuncio e una simile testimonianza della verità dell’Amore. In questo modo renderemo sempre più familiare e vicino Colui che i nostri occhi non hanno visto, ma della cui infinita Misericordia abbiamo assoluta certezza». Alla Vergine chiediamo di sostenere il nostro cammino, invocandola esultanti di gioia e onorando il santissimo e dolcissimo nome di Maria. Angelo Sala Lecco, 11 aprile 2010 Domenica della Misericordia di Dio


Si ringraziano per la collaborazione:

Comunità Montana

del Lario Orientale

Di quest’opera “Pietre di Fede - Chiese e campanili della città di Lecco” di Angelo Sala sono stati impressi 1.500 esemplari

Quest’opera è stata impressa sotto la cura delle Edizioni Monte San Martino.

Finito di stampare nel mese di maggio 2010 da Editoria Grafica Colombo srl Via Roma, 87 - Valmadrera (Lecco)


Pietredifedevolume 3  
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