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ioArch

Anno 15 | Maggio 2021 euro 9,00 ISSN 2531-9779 FONT Srl - Via Siusi 20/a 20132 Milano Poste Italiane SpA Sped. in abb. postale 45% D.L. 353/2003 (conv. in l. 27.02.2004 n. 46) Art. 1 Comma 1 - DCB Milano

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ARCHITETTURA

VIRTUALE UNIVERSI DIGITALI

THE NEW NORMAL

ABITARE IN CITTÀ COME CAMBIANO GLI STILI DI VITA

PATRIK SCHUMACHER | ERIC DE BROCHE | MIR | BLOOMIMAGES | GUIDO CANALI CITTERIO VIEL | PAOLO CAPUTO | SONIA CALZONI | MARCO BOZZOLA | ENRICO GIACOPELLI LUCA PONSI | ROCCATELIER | ENRICO FRIGERIO | JACOPO ACCIARO | BENEDETTO CAMERANA


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Ottolungo, di Oscar&Gabriele Buratti. Esaltazione artistica di un radiatore, che diventa colonna architettonica, protagonista dello spazio.



12 54 WORK IN PROGRESS 32 Firenze | MANIFATTURA TABACCHI

SOMMARIO ioArch 93

34 Milano | SCALO PORTA ROMANA, MASTERPLAN 36 Milano Sesto | IL TEAM DI UNIONE ZERO 38 Milano | MERLATABLOOM DI CALLISONRTKL 40 Sesto San Giovanni | TBF, BIOPIATTAFORMA 42 Treviso | STEFANO BOERI, COMPLESSO RESIDENZIALE 44 San Lazzaro di Savena | OPEN PROJECT, RESIDENZE 46 Parigi | JEAN NOUVEL, TOURS DUO

DESIGNCAFÈ 10 Leone d’Oro a Rafael Moneo 12 17. Biennale, Padiglione Italia | COMUNITÀ RESILIENTI 14 XVII Premio Città di Oderzo | PALALUXOTTICA 16 Le Storie di LPP | LE CORBUSIER ERA UN FASCISTA? 80 - 138 Libri

OPEN SOURCE 18 Una casa ritrovata | di Giovanni Bartolozzi

FOCUS 24 Dekton per Waterfall | COSENTINO 26 I benefici delle schermature solari | GRIESSER 28 Una riconversione che punta sulla luce | FAKRO 30 Igiene e sicurezza senza contatto | GEZE 64 Porte e sistemi | LUALDI 68 Nel giardino capovolto | PEDRALI

ARCHIWORKS 48 Microcosmo multifunzionale | ROCCATELIER 54 Qualità totale | FRIGERIO DESIGN GROUP 60 Operazioni di innesto | ENRICO GIACOPELLI, G-STUDIO 66 Registrare nel silenzio | P2A DESIGN 148 L’architetto e l’arte del metallo | CINO ZUCCHI

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SOMMARIO

98 ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE 98 Verso una nuova qualità dell’abitare 102 Residenze Parco Vittoria | GUIDO CANALI

LPP - ARCHITETTI ITALIANI a cura di Luigi Prestinenza Puglisi

70 Andrea e Luca Ponsi

SPAZI IRREALI

70

a cura di Carlo Ezechieli

82 Architettura virtuale | PATRIK SCHUMACHER 87 Project Correll | ZAHA HADID VIRTUAL REALITY GROUP 88 Spazi fantasma | ERIC DE BROCHE DES COMBES 92 Vivere in un universo ibrido | BLOOMIMAGES 94

Ritratti di architettura non costruita | MIR

96 Se un’immagine vale più di mille parole | VIMEC 97

108 La bella vita | CITTERIO VIEL 114 Tra Razionalismo e Barocco | BENEDETTO CAMERANA 118 Il terzo spazio | PAOLO CAPUTO 124 Metabolismo urbano | SONIA CALZONI 128 Cortili inaspettati | MARCO BOZZOLA

SPAZI PUBBLICI / LUCE 132 Il segno luminoso per la città | JACOPO ACCIARO

DOSSIER 139 Climatizzazione

ELEMENTS

C

a cura di Elena Riolo

151 Abitare

Leggero come il marmo | LASA MARMO

151

In copertina, OMA, 425 Park Avenue, New York, rendering by Bloomimages

Direttore editoriale Antonio Morlacchi

Contributi Jacopo Acciaro, Giovanni Bartolozzi Luisa Castiglioni, Roberto Malfatti Luigi Prestinenza Puglisi Elena Riolo

Direttore responsabile Sonia Politi

Grafica e impaginazione Alice Ceccherini

Comitato di redazione Myriam De Cesco, Carlo Ezechieli Antonio Morlacchi, Sonia Politi

Marketing e Pubblicità Elena Riolo elenariolo@ioarch.it

Editore Font srl, via Siusi 20/a 20132 Milano T. 02 2847274 redazione@ioarch.it www.ioarch.it Fotolito e stampa Errestampa

Prezzo di copertina euro 9,00 arretrati euro 18,00 Abbonamenti (6 numeri) Italia euro 54,00 - Europa 98,00 Resto del mondo euro 164,00 abbonamenti@ioarch.it Pagamento online su www.ioarch.it o bonifico a Font Srl - Unicredit Banca IBAN IT 68H02 008 01642 00000 4685386

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Reg. Tribunale di Milano n. 822 del 23/12/2004. Periodico iscritto al ROC-Registro degli Operatori della Comunicazione. Spedizione in abbonamento postale 45% D.L. 353/2003 (convertito in legge 27.02.2004 n.46) art. 1, comma 1 - DCB Milano ISSN 2531-9779


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ioArch.it OGNI GIORNO SU WWW.IOARCH.IT NUOVE NOTIZIE E REALIZZAZIONI DAL MONDO DEL PROGETTO, DEL REAL ESTATE, DELL’ARTE, DEL DESIGN E DELLA PRODUZIONE, E L’ARCHIVIO COMPLETO DI DIECI ANNI DI NOTIZIE

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BIENNALE ARCHITETTURA DI VENEZIA 2021

Leone d’Oro alla carriera a Rafael Moneo Il 22 maggio la Biennale Architettura 2021 ha assegnato il Leone d’Oro alla carriera a Rafael Moneo (Tudelo, 1937). Un premio che, nelle parole di Hashim Sarkis, «si addice perfettamente all’architetto che a Venezia prese parte al progetto abitativo della Giudecca nel 1983, che vinse il concorso per il nuovo Palazzo del Cinema al Lido nel 1991 e che da Venezia ha ricavato più di una lezione per l’architettura». Come molti architetti, vorremmo aggiungere, che impararono a proprie spese la riluttanza della città lagunare ad aprirsi all’architettura. Una piccola mostra all’interno del Padiglione del Libro, ai Giardini, presenta plastici e immagini emblematiche degli edifici dell’architetto spagnolo.

L’architetto spagnolo José Rafael Moneo Vallés (ph. ©Germán Saiz).

render courtesy Covivio

Piuarch, i nuovi uffici di Snam nel distretto di Symbiosis https://bit.ly/3vMLGhs

ph. ©Noshe

David Chipperfield, il nuovo volume del Kunsthaus Zürich https://bit.ly/33BtdZe

ph. ©Marco Anelli, courtesy Magazzino Italian Art

Il sandcasting di Costantino Nivola in mostra a Cold Spring https://bit.ly/2R6RVy9

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Moneo ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti tra cui il Pritzker Prize (1996), la Riba Gold Medal nel 2003, il Prince of Asturias Prize in the Arts (2013) e il Praemium Imperiale (2017). Tra le sue opere più note il Museo Nazionale di Arte Romana a Mérida (1980-86), il Thyssen-Bornemisza di Madrid (1989-92), il Municipio di Murcia (1991-1998), la torre Puig a Barcelona (2006-2014), la chiesa Iesu di San Sebastián (2001-2009), i Laboratori di Scienza e tecnologia dell’Università di Harvard (2000-2008), il Miradero di Toledo (2000-2012), il Museo dell’Università di Navarra a Pamplona (2014) e gli ampliamenti della stazione Atocha a Madrid (1984-2012).

Magistretti Revisited Il centenario di Vico Magistretti ricorreva l’anno scorso, ma insieme al 541, al 1346 e al 1630 il 2020 è finito in una classifica speciale. Così, come la Biennale di Architettura di Venezia o le Olimpiadi di Tokyo, anche la mostra Magistretti Revisited apre quest’anno e rimarrà attiva fino al 24 febbraio 2022. L’archivio (anche online all’indirizzo archivio.vicomagistretti.it), lo studio – così piccolo che l’inaugurazione è avvenuta comunque online – e Milano sono gli elementi della mostra, raccontati attraverso i disegni e gli oggetti di Magistretti, in un

Magistretti Revisited Fondazione Studio Museo Vico Magistretti. Milano, 18 maggio 2021 24 febbraio 2022.

allestimento che, grazie al recupero degli arredi originali dello studio, è un tentativo di sintesi tra ricostruzione filologica e reinterpretazione dell’atmosfera originale del luogo dove Vico e Franco Montella trascorrevano le giornate. Ad accompagnare i visitatori in questo percorso di rievocazione sono le parole di Magistretti (tratte da interviste, appunti, relazioni) presentate come l’ingrandimento delle pagine di un suo taccuino, come se l’allestimento diventasse un grande quaderno d’appunti nel quale immergersi.


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PADIGLIONE ITALIA, 17. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

COMUNITÀ RESILIENTI Il curatore del Padiglione Italia alla 17. Biennale di Architettura di Venezia Alessandro Melis. In alto, render del ‘teatro’ del laboratorio Peccioli.

COME IL GENOMA E IL CERVELLO UMANI, IL PADIGLIONE ITALIA CURATO DA ALESSANDRO MELIS SARÀ UNA GIUNGLA ABITATA DA STRANE CREATURE

Arturo Vittori, Warka Water Village, Warka Tower, in costruzione, Camerun, 2021 (ph. ©Barbara Edmonda Guassen).

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È un invito a un’intepretazione non deterministica dell’architettura quello che il curatore Alessandro Melis rivolge ai visitatori con il programma del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia. Un padiglione popolato da 14 ‘comunità’, intese come laboratori operativi, centri di ricerca e casi di studio, organizzate secondo due fondamentali direttrici: una riflessione sullo stato dell’arte in tema di resilienza urbana in Italia (con i casi di Livorno, Taranto e della Farm di Favara) e nel mondo, e un focus su metodologie, innovazione, ricerca con sperimentazioni interdisciplinari tra architettura, botanica, agronomia, biologia, arte e medicina. Perché la crisi che stiamo attraversando – sanitaria, ambientale, sociale – impone un profondo ripensamento dei paradigmi attuali degli insediamenti umani sul pianeta. Il suggerimento è quello di abbandonare gli insegnamenti dell’architettura del ‘900: forse –

dice Melis – forma e funzione non sono affatto coincidenti. Anzi, la biologia ci insegna che la funzione non segue neppure la necessità, bensì la possibilità. E la ricerca del possibile è ciò che definiamo creatività, ovvero la capacità di intravedere – nelle crisi o semplicemente nelle inaspettate ‘deviazioni’ dalle interpretazioni consolidate – nuove prospettive. È l’ancestrale modalità di pensiero della specie umana – dalla scoperta casuale del fuoco all’eco del Big Bang, che non era un difetto del radiotelescopio – di trovare soluzioni inaspettate eppure efficaci nei momenti di crisi. Fenomeni che riguardano usi creativi dello spazio pubblico, spesso frutto di movimenti spontanei dal basso, funzionano anche se non sono previsti in nessun progetto convenzionale e codificato. Gli esiti saranno imperfetti, incerti, di natura probabilistica, ma proprio per questo creativi. Non si tratta – si badi bene – di sviluppare una critica di natura ideologica, ma semplicemente di cogliere un’opportunità, servendosi di contributi multidisciplinari (comprendere la ‘giungla piena di strane creature’, come dice Ewan Birney riferendosi al genoma umano) per costruire visioni di futuro. Come esempio di adattamento evolutivo applicato all’architettura, il Padiglione Italia quest’anno riutilizzerà la struttura creata da Milovan Farronato per la Biennale Arte del 2019. Il riciclo dei materiali ne prolungherà il ciclo di vita riducendo le emissioni di CO2 legate alla produzione e movimentazione di nuovi allestimenti. Il sito www.comunitaresilienti.com favorirà l’esperienza dei contenuti del padiglione estendendola online


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XVII PREMIO ARCHITETTURA CITTÀ DI ODERZO

LA BUONA ARCHITETTURA QUALIFICA IL TERRITORIO IL PALALUXOTTICA DEGLI STUDI BRESSAN E BOTTER È IL PROGETTO VINCITORE DELL’ULTIMA EDIZIONE DEL PREMIO ODERZO

Raro esempio di iniziativa culturale nata in ambito pubblico, con le candidature che si sono succedute nel corso delle sue diciassette edizioni il Premio Architettura Città di Oderzo ha costruito un repertorio di buoni esempi che hanno contribuito a valorizzare il territorio del Triveneto, primario ambito di esplorazione del Premio e che testimoniano la crescita qualitativa e l’evoluzione progettuale di studi di architettura essenzialmente locali pluripremiati nel corso degli anni. All’elevata qualità delle opere via via selezionate ha contribuito anche il livello delle giurie che si sono succedute, cui non ha fatto eccezione la giuria di questa XVII edizione, presieduta da Paolo Baratta e formata da Maria Claudia Clemente, Alfonso Femia, Carlo Birrozzi (direttore dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione del Mibact) e Massimo Tonello. L’opera vincitrice, il Palaluxottica di Agordo (Bl), completato nel 2018 su progetto degli studi Bressan di Montebelluna e Botter di Agordo, che nella motivazione della giuria «esprime una [ 14 ]

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presenza dell’architettura sul territorio capace di qualificarlo con un intervento di qualità architettonica e di valenza sociale», manifesta la propria qualità nella pulizia formale, nella leggibilità della funzione e della struttura e nella capacità di inserirsi, malgrado le non modeste dimensioni – 6.400 metri quadrati – in un contesto paesaggisticamente delicato, in una piana ai margini del centro abitato e al cospetto di cime maestose di cui riprende i profili con eleganza e senza soggezione. Il Palaluxottica faceva parte di una shortlist di dieci opere, scelte tra 111 progetti partecipanti, che comprendeva: la scuola materna di Roland Baldi a Sluderno; la cantina ipogea del Pacherhof a Novacella-Varna di Bergmeisterwolf; una casa interamente in legno di larice e cirmolo in Val Passiria di Ulla Hell (Plasma Studio); l’Eraldo Hub a Ceggia di Parisotto Formenton; ciAsa (Casa in ladino) Aqua Bad Cortina a San Vigilio di Marebbe di Pedevilla Architects; il restauro del Casino di Bersaglio, parte di una rete di piccoli poligoni di tiro, di Weber+Winterle a Campitello di Fassa;

Il Palaluxottica, che per dimensioni costituisce un unicum nel panorama della provincia di Belluno, ospita attività aziendali del committente e iniziative di carattere pubblico (ph ©Marco Zanta, Simone Bossi e Emanuele Bressan).

il progetto di paesaggio Knottnkino a Verano (Bz) di Messner Architects; la riqualificazione, operata da Mimeus Architettura, del bivacco accanto al rifugio Predivali del Cai di Treviso alle Pale di San Martino; e infine, per la categoria ‘architetture dei luoghi di lavoro’, il restauro, rigenerazione e estensione dei chiostri benedettini di San Pietro a Reggio Emilia di Zamboni Architettura. Il Premio Architettura Città di Oderzo è organizzato dal Comune di Oderzo, dalla Provincia di Treviso, dall’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Treviso, dalla Fondazione Oderzo Cultura onlus e da Assindustria VenetoCentro


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› DESIGNCAFÈ

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Le Corbusier era un fascista? di Luigi Prestinenza Puglisi illustrazione di Roberto Malfatti

I rapporti tra Le Corbusier e il fascismo non furono episodici e andarono ben oltre la semplice richiesta di lavoro. Le Corbusier, infatti, negli anni Trenta e i primi anni Quaranta non si era limitato a cercare Mussolini per farsi affidare una città di nuova fondazione o a collaborare con il maresciallo Petain durante l’esperienza di Vichy. Aveva partecipato attivamente, con l’amico Pierre Winter, un medico appassionato all’eugenetica, alla fondazione nel 1930 della rivista fascista Plan e, dal 1933, con François Pierrefeu e Hubert Lagardelle alla rivista Prélude. Aveva scritto lettere che oggi definiremmo antisemite. E coltivava l’idea di una società gestita secondo principi autoritari se non antidemocratici. Si dirà: non è una novità, in un periodo così difficile e confuso. Mies van der Rohe aveva cercato di venire a patti con i nazisti. Philip Johnson era stato un simpatizzante delle camicie brune e aveva pensato che il suo tanto ammirato Mies sarebbe potuto diventare l’architetto principe del nazismo. Le Corbusier, dirà Paul Cementov, era un architetto che credeva di essere un demiurgo e si sarebbe schierato con chiunque pur di poter costruire la città da lui sognata. Tanto che ebbe contatti con l’Unione Sovietica, a partire dal progetto per il Palazzo dei Soviet, e fu per questo (e anche per essere un architetto moderno) tacciato di essere comunista e fi lobolscevico. Nel corso della sua vita cercherà affannosamente incarichi senza mai porsi troppo la questione del colore

del committente. E frasi imbarazzanti da lui scritte quali “Hitler può coronare la sua vita con un’operazione grandiosa: la pianificazione dell’Europa” sono da interpretarsi più come il riconoscimento di un’abilità del dittatore (pianificare l’Europa) che come un’esplicita adesione alle atrocità del nazismo. Queste obiezioni però non convincono. In ballo non è infatti un giudizio etico sul personaggio, sul suo arrivismo o sulla sua eventuale buona fede. Ma su come un’ideologia autoritaria abbia potuto influenzare idee architettoniche e urbanistiche che sono state a fondamento del Movimento Moderno. Già Guy Debord se n’era accorto negli anni Sessanta: dietro le idee urbane di Le Corbusier si cela un’ideologia contraria agli ideali di una società libera. Parole quali ‘macchina per abitare’ possono nascondere equivoci concettuali gravi. Così come poco convincente è l’idea di uno spazio schiacciato sul taylorismo e sulla bellezza della geometria cartesiana. La questione è complessa. Anche perché Le Corbusier è stato un artista a molte dimensioni in perenne mutazione, non schematizzabile in una formula. Ma scoprire questo lato oscuro dell’architettura moderna, questa dimensione maledetta, ridimensiona narrazioni ancora troppo centrate sul mito Le Corbusier/società ideale/ Movimento Moderno e, in particolare, quelle sul carattere progressista, se non socialista, della nuova architettura, facendo cadere tante letture ingenuamente politiche del fenomeno



› OPEN SOURCE

UNA CASA RITROVATA IN QUESTO NUMERO PRESENTIAMO UNA CASA UNIFAMILIARE DI LEONARDO RICCI REALIZZATA A MONTELUPO FIORENTINO NEL 1955 SU COMMISSIONE DEL CERAMISTA IVO MORI. RISCOPRIRE QUESTO PROGETTO OGGI, IN UN PERIODO CHE HA ACCENTUATO LE ATTENZIONI E LE ASPETTATIVE DELLA VITA DOMESTICA, CI CONSENTE DI MISURARE I VALORI DELL’ABITARE PROFUSI DAI MAESTRI NELLE LORO ARCHITETTURE di Giovanni Bartolozzi Casa Mori, oggi abitata e custodita da Luca Londi, è un progetto inedito, un prezioso oggetto di studio durante gli anni di ricerca su Ricci. Una ricerca fatta non solo di archivi, ma anche di indagini sul territorio e studio documentale presso gli uffici tecnici comunali, una fonte importante per comprendere l’evoluzione dei progetti e il coefficiente di trasposizione della ricerca di un progettista. Le immagini degli elaborati grafici, consumati dalla polvere e dal tempo, che qui riportiamo consentono di apprezzare le tecniche grafiche tipiche del linguaggio di Ricci, quella dimensione astratta del segno che coinvolge le linee e gli spessori in un progetto materico,

Casa Mori a Montelupo, 1955. La planimetria annessa alla pratica edilizia depositata presso il comune di Montelupo evidenzia l’impianto a croce asimmetrica della casa, che libera gli spigoli del lotto e li organizza in quattro giardini tematici collegati tra loro. Nella realizzazione l’intera casa è stata traslata verso l’alto (sud-est) per lasciare più spazio in corrispondenza dell’ingresso. A destra, l’aerea scala nell’atrio (ph. ©Vincenzo Fiore).

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carico di invenzioni spaziali. Oltre alla firma di Ricci, negli elaborati di progetto si riconoscono quelle degli storici collaboratori del periodo come l’architetto Aldo Pisani, e soprattutto l’architetto Ezio Bienaimè e l’ingegnere Gianfranco Petrelli che lo affiancarono in diverse altre imprese. Sono gli anni eroici di sperimentazione sull’abitare, in cui Ricci autocostruisce il suo villaggio nella collina scoscesa di Monterinaldi, dove le case si configurano come scrigni incassati nella roccia, con elementi lapidei svettanti in dialettica con il paesaggio. A Montelupo, in un lotto quadrangolare e leggermente inclinato, Ricci mette a punto


› OPEN SOURCE

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› OPEN SOURCE

un congegno assolutamente originale, organizzando i volumi su due livelli disposti tra loro perpendicolarmente a individuare uno schema a croce asimmetrica. Questa soluzione non convenzionale evita la consueta concentrazione del volume in favore di un impianto aperto e dinamico che libera gli spigoli del lotto e li trasforma in quattro differenti patii, come stanze a cielo aperto tra loro comunicanti grazie a un percorso perimetrale esterno. La casa risulta così circondata dal verde e sempre aperta verso l’esterno. Setti slanciati in pietra scattano da terra per sostenere il volume della zona notte e attivare il consueto energico intreccio tra pietra e intonaco. Il volume del primo livello, disposto lungo via Dante, ospita gli spazi destinati alla zona giorno e stabilisce un forte senso di appartenenza alla terra con la struttura in pietra locale. Il soggiorno, graffiato dalle ricorrenti feritoie verticali, ricerca luce e spazio verso l’alto, come visibile dalla sezione. Disposto in direzione ortogonale al primo, il volume del secondo livello ospita la zona notte, segnata da una lunga finestra a nastro. Il volume si sviluppa a ponte sul sottostante e, in prossimità di via Dante, genera la loggia dell’ingresso, al di sopra della quale troviamo la camera da letto con l’immancabile finestra a nastro ritagliata in alto per guardare le stelle e risvegliarsi coi primi raggi del sole. Nel punto di intersezione tra i due volumi, in

Casa Mori, l’ingresso su via Dante, con la scala realizzata con le pedate a sbalzo, dettaglio tipico dell’architettura di Ricci (ph. ©Vincenzo Fiore). Sotto, sezione longitudinale del volume zona giorno, che evidenzia la posizione baricentrica della scala e la spazialità del soggiorno.

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immovena, ute, uterum pra teropostie cone cricavo, es, cae meninequam. Olinum. Unihilium ac ocus confec vis sulut dit, nortum inum. Mar.


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› OPEN SOURCE

posizione baricentrica, si snoda la scala con una soluzione a pedate in legno e struttura in tubolari di acciaio, tipica delle architetture di Ricci di quegli anni, come nella casa comunitaria del Villaggio Monte degli Ulivi di Riesi o nella Chiesa Valdese di Pachino. Rispetto alla soluzione illustrata nei disegni, nel corso degli anni la casa ha subito alcune modifiche, come la chiusura della finestra a nastro nella camera da letto, lo spostamento della cucina e poche altre variazioni che tuttavia hanno confermato la forza della sua tipologia. Sono numerosi gli elementi linguistici dell’architettura di Ricci identificabili, ma il più autentico segno di riconoscibilità rimane la chiarezza e la forza decisa dell’impianto, che organizza gli ambienti in una sequenza tale da alternare angoli di intimità a conviviali spazi comuni in continuità con l’esterno. La sequenza degli spazi è subordinata al senso continuo del percorso e alle infinite possibilità di movimento tra l’esterno e l’interno. Oggi più di ieri risuonano attuali i pensieri di Ricci, che nel suo Anonimo del XX secolo scriveva: Volevo che lo spazio [...] potesse variare con il variare della luce e delle stagioni per non annoiarmi e non sentirmi prigioniero, volevo poterci vivere dentro con una tuta e sentirmi degno come un re, volevo che gli amici e i non amici potessero venire e sentircisi dentro bene, volevo poter ingrandire la casa secondo necessità, senza portare turbamento alla forma, cioè che la forma sia come nelle cose naturali, sempre compiuta e sempre con possibilità di mutazione, volevo che uscire ed entrare, passare dall’esterno all’interno e viceversa fosse cosa naturale e fluida. Una casa ritrovata, che si percorre in infiniti modi

■ Casa Mori, foto verso via Dante con il percorso esterno perimetrale che collega i patii in prossimità degli spigoli del lotto (ph. ©Vincenzo Fiore). Sotto, prospetto lungo via Dante che evidenzia la matericità delle parti.

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La fontana luminosa di piazza Dante è lo storico biglietto da visita di Imperia, che da più di sessant’anni accoglie i visitatori con i suoi giochi d’acqua e la dolcezza dei suoi putti. Realizzata nel 1956 ad opera dello scultore Virgilio Audagna, si erge maestosa nel cuore dell’ottocentesco centro storico di Oneglia.

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› FOCUS

Dekton per Waterfall

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Dekton, la superficie ultracompatta di Cosentino per il mondo dell’architettura e del design, è al centro di uno straordinario progetto di cascata urbana nel quartiere Waterloo di Sidney, il più grande mai realizzato nell’emisfero australe. Questa cascata artificiale di 22 metri è il risultato della collaborazione tra Cosentino e i designer australiani Waterforms International per il nuovo complesso residenziale Waterfall, di proprietà di Crown Group e firmato dall’architetto Koichi Tikada. Ispirata ai paesaggi tropicali dell’Indonesia, questa cascata unica nel suo genere arricchisce la facciata dell’edificio, scorrendo in mezzo a un rigoglioso giardino verticale di oltre cinquemila piante tropicali. Obiettivo di questa installazione quello di far sperimentare ai cittadini nuove possibilità di connessione tra natura e artificio, migliorando il benessere fisico e psicologico. [ 24 ]

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In termini di leggerezza, durabilità e facilità di manutenzione, Dekton si è rivelato la migliore alternativa al granito, previsto nel progetto iniziale. Le grandi dimensioni delle lastre Dekton hanno inoltre permesso di eliminare il ricorso a giunti che sarebbero apparsi antiestetici. «Tra i principali vantaggi di Dekton – afferma Dirk Slotboom, amministratore delegato di Waterforms International – c’è la grande dimensione delle lastre, il che si traduce in meno giunti. Dekton inoltre è leggero, non richiede particolare manutenzione, è impermeabile all’acqua e offre la consistenza che cercavamo. È un prodotto di qualità superiore e abbiamo già in programma di utilizzarlo in progetti futuri che richieda no materiali leggeri e di facile manutenzione». www.cosentino.com/it-it/dekton/

Dekton è la superficie ultracompatta di Cosentino, un materiale altamente tecnologico ottenuto da una miscela sofisticata di materie prime come vetro, materiali porcellanati di ultima generazione e quarzo. Offre la massima resistenza e versatilità per qualsiasi applicazione interna ed esterna ed è disponibile in lastre di grande formato e vari spessori per dare vita a infinite possibilità di personalizzazione.


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Sappiamo che i processi di riscaldamento e raffreddamento rappresentano l’80% del consumo energetico degli edifici residenziali. E siccome la Commissione UE si è impegnata a tagliare le emissioni di gas serra almeno del 55% entro il 2030, sappiamo che tra gli step c’è proprio la diminuzione del 18% del consumo di energia per il riscaldamento e il raffreddamento degli edifici. Un obiettivo raggiungibile, partendo da una semplice considerazione: se il 75% delle finestre fosse installato con schermatura solare dinamica, il risparmio energetico potrebbe ammontare al 19% in riscaldamento e raffreddamento (o 49,3 Mtep/ anno) con una riduzione delle emissioni di carbonio del 19%. Se il raffreddamento diventasse tanto importante quanto il riscaldamento, il risparmio potrebbe arrivare al 22%. www.griesser.it

Inspired by the Sun.

European Solar Shading Organization


LA SCHERMATURA SOLARE DINAMICA DELLE FINESTRE PUÒ MANTENERE OLTRE IL 90% DEL CALORE ALL’ESTERNO DELL’ABITAZIONE RIDUCENDO QUINDI SENSIBILMENTE IL CONSUMO PER IL RAFFRESCAMENTO CON ARIA CONDIZIONATA

I benefici delle schermature solari per il risparmio energetico e la riduzione dei gas serra La schermatura solare dinamica è una tecnologia di grande economicità dei costi e sostenibile, con soluzioni che generano molte meno emissioni di carbonio durante il loro processo di produzione e con un risparmio energetico di circa sessanta volte la sua impronta di CO2 durante i suoi 20 anni di vita. Si prevede che le ondate di calore raggiungeranno temperature più elevate per periodi di tempo prolungati in futuro e il surriscaldamento diventerà un problema diff uso. Risolvere il problema con il raff reddamento con l’aria condizionata aumenterà le emissioni di gas serra, che è necessario evitare in ogni modo possibile. Il rapporto 2018 dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) “Il futuro del raffreddamento” suggerisce che adattare gli edifici al riscaldamento globale e alle ondate di caldo debba diventare una priorità. Raff reddare un edificio significa prevenire in primo luogo che la radiazione solare diventi calore entrando. Questa è la difesa più naturale e dovrebbe essere sempre la prima opzione. La schermatura solare dinamica in posizione retrat-

ta consente il guadagno solare in inverno durante il giorno e la notte conferisce un ulteriore strato isolante alla finestra. Riduce la radiazione fredda proveniente dalla finestra migliorandone la resistenza termica. Contribuisce così a ridurre almeno del 14% i costi di riscaldamento e può essere applicata esternamente o internamente alle fi nestre con sistemi controllati in modo intelligente come tende, avvolgibili e veneziane. È una tecnologia altamente efficiente in termini di costi e sostenibile, rende l’obiettivo prioritario fissato dall’Ondata di ristrutturazioni dell’UE completamente realizzabile, in quanto risponde perfettamente al ‘Principio della priorità all’efficienza energetica’. Infine, incarna il principio della ‘transizione verde e digitale’, in quanto può essere automatizzata ed è quindi inclusa nella sezione DE-involucro edilizio dinamico del catalogo degli indicatori di predisposizione di edifici intelligenti.


› FOCUS

L’ex mulino è illuminato con le finestre da tetto Fakro.

Con Fakro

una riconversione funzionale che punta sulla luce Immerso nel verde della campagna polacca, un antico mulino ad acqua a Dmosin Drugi, vicino a Łódź, è stato recentemente riconvertito in una spaziosa abitazione associando materiali d’epoca a scelte contemporanee. La ristrutturazione ha trasformato l’intero edificio con l’obiettivo principale di rendere abitabile l’ampio spazio mansardato. A questo scopo le falde del tetto sono state rivestite con lamiere metalliche – le stesse utilizzate per l’involucro edilizio – e sfruttate per installare numerose finestre da tetto Fakro, scelte per assicurare il miglior apporto di luce naturale agli ambienti. Proprio per la loro centralità nel rendere confortevole la struttura, le finestre da tetto sono state selezionate con grande cura in diversi modelli, a seconda delle esigenze degli spazi. In tutta la zona notte sono state posizionate finestre proSky con legno di pino, in diverse versioni, ideali per consentire la massima fruibilità: grazie all’asse decentrato, infatti, questi serramenti permettono di avvicinarsi alle vetrate aperte e di godere della vista del panorama. Per il bagno è stato preferito il modello proSky Duet a doppio battente con profi li rivestiti di un triplo strato di vernice poliuretanica. All’esterno, la combinazione delle vetrate contemporanee e performanti con il gusto rustico del caseggiato rende interessante l’estetica complessiva della residenza composta dal mulino e dall’edificio adiacente. www.fakro.it [ 28 ]

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Le finestre proSky di Fakro hanno l’asse di rotazione decentrato posto nella parte superiore rispetto alla mezzeria del telaio. La parte inferiore del battente funge da vasistas, mentre quella superiore ha il compito di inondare di aria e luce i locali. La movimentazione del battente avviene con una maniglia dotata di due livelli di microapertura per il sistema di ventilazione V40P, che consente il ricambio dell’aria anche con la finestra chiusa. La rotazione del battente superiore è regolata fra 0 e 45°, permettendo di bloccarlo in qualsiasi posizione.



LE PORTE AUTOMATICHE GEZE POSSONO AIUTARE A RISPONDERE ALLE ESIGENZE DI ACCESSIBILITÀ PROTEZIONE ANTINCENDIO, SICUREZZA E IGIENE DELLE STRUTTURE DEL SETTORE SANITARIO. SOLUZIONI PERSONALIZZATE CHE SODDISFANO LE ESIGENZE DI SICUREZZA COMFORT E DESIGN DEI DIVERSI AMBIENTI DALL’INGRESSO FINO AI REPARTI DI TERAPIA INTENSIVA

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Ogni ingresso è accessibile comodamente e senza barriere anche in caso di traffico elevato. Gli automatismi soddisfano tutte le norme europee e i requisiti di legge, in termini di sicurezza, accessibilità e protezione. Tutte le superfici si possono pulire senza problemi e in modo efficace e sicuro.

Gli interruttori di prossimità come il GC 306 consentono il controllo delle porte automatiche senza nessun tipo di contatto con la porta stessa.


Igiene e sicurezza senza contatto soprattutto nel settore della Sanità con le porte automatiche Geze

Un accesso pratico, veloce e sicuro: le porte girevoli, a battente e scorrevoli automatiche Geze permettono a pazienti, visitatori e dipendenti di entrare in ogni ambiente in assenza di barriere e senza contatto, fattore molto importante in tempi di pandemia. Secondo l’OMS ad esempio, l’8% dei ricoverati ha almeno un’infezione contratta in ospedale – ICA, acronimo di Infezioni Correlate all’Assistenza – che può provocare un prolungamento della degenza. In Europa le ICA provocano ogni anno oltre 15 milioni di giornate di degenza aggiuntive, 37mila decessi e 110mila per i quali l’infezione rappresenta una concausa. I costi diretti legati a questa problematica sono stimati attorno ai 7 miliardi di euro. La presenza delle infezioni aumenta nei grandi ospedali e nei reparti di terapia intensiva, dove è colpito il 23% dei pazienti. Negli edifici pubblici, hotel e negozi, ma soprattutto nelle strutture ospedaliere come cliniche, istituti di assistenza e studi medici, gli automatismi rappresentano una soluzione igienica che consente di attraversare gli ingressi in sicurezza, in assenza di barriere, perché se le porte non si devono più aprire manualmente si evita anche la trasmis-

sione di germi, virus e batteri. Le soluzioni Geze permettono di affrontare esigenze come l’accessibilità, la protezione antincendio preventiva, la sicurezza e l’igiene degli edifici nel settore sanitario. Sono in grado di aprirsi completamente senza necessità di contatto grazie al rilevatore radar Geze GC 306, mantenendo pulite e igienizzate le mani dell’utente e riducendo di conseguenza le molteplici possibiltà di infezione che si possono contrarre in ambito ospedaliero. Questo dispositivo garantisce infatti che la porta sia già aperta prima che il medico la raggiunga, risultando di fondamentale importanza in situazioni critiche in termini di tempo. Un’altra possibilità in questo senso è data dagli speciali interruttori a gomito Geze, che possono anche essere attivati semplicemente con l’aiuto del gomito senza l’utilizzo delle mani. Dalle porte scorrevoli a chiusura ermetica Powerdrive HT per sale operatorie e reparti di terapia intensiva, alle porte a battente touchless con automazione TSA, le soluzioni Geze permettono di gestire in sicurezza anche grandi flussi di persone.

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› WORK IN PROGRESS

MANIFATTURA TABACCHI FIRENZE

TRASFORMAZIONE/CONSERVAZIONE ARTE CONTEMPORANEA, ARTIGIANATO, MODA E CONTROCULTURA GLI INGREDIENTI DEL PROGETTO DI RIGENERAZIONE DA 250 MILIONI DI EURO CHE MIRA A CREARE UN NUOVO DISTRETTO CITTADINO

Demolizioni ridotte al minimo, conservazione e riqualificazione degli edifici costruiti negli anni Trenta del Novecento, energia geotermica, gestione attiva della risorsa idrica, nuove piantumazioni: con il programma presentato lo scorso aprile il progetto di rigenerazione della ex-Manifattura Tabacchi di Firenze promosso da Manifattura Tabacchi Development Management Srl (joint venture costituita nel 2016 da Cdp e Aermont Capital) entra nel vivo. L’orizzonte è il 2026, quando nell’area di sei ettari adiacente al Parco delle Cascine saranno completati anche gli interventi residenziali, ma l’avvio risale al 2018, con la ristrutturazione dei primi spazi dove hanno trovato posto laboratori di makers e la Fabbrica dell’Aria, l’installazione di Stefano Mancuso che purifica l’aria indoor con un sistema di filtrazione vegetale. Nello stesso anno prese il via un intenso programma di attività temporanee, incentrate sull’arte [ 32 ]

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contemporanea e sulla controcultura, e nel 2020 Polimoda ha aperto qui la sua terza sede cittadina, frequentata da 800 studenti. Cresciuto progressivamente, oggi è di circa mille il numero di persone che frequentano e lavorano quotidianamente nel complesso in trasformazione, tra professionisti, studenti e maestranze. La Factory, dunque. Interessa 21mila dei 110mila metri quadrati totali di superficie costruita, con un investimento di 30 milioni di euro e riguarda tre dei sedici edifici del complesso: le due stecche speculari (B4 e B5 nel masterplan) in origine adibite alla produzione di sigari e sigarette e il più basso edificio B11, inserito tra i due, sulla cui copertura sorgerà l’elemento più identificativo dell’intero piano, l’Officina Botanica, un giardino pensile con più di cento alberi e 1.300 arbusti e piante perenni ed erbe aperto al pubblico. Al di sotto dell’Officina Botanica si apriranno gli spazi di NaM-Not a Museum, luogo di ricerca e sperimentazione per le arti

contemporanee, mentre gli altri due edifici ospiteranno spazi commerciali, ristoranti e atelier al piano terra e ambienti di coworking al livello superiore. Il carattere aperto del progetto, che configura un nuovo distretto della città, prenderà forma concreta con la realizzazione di un boulevard ciclo-pedonale che attraverserà l’intero complesso da nord a sud, collegando il quartiere universitario di Novoli col Parco delle Cascine in corrispondenza della fermata della nuova tramvia T4. Il progetto architettonico della Factory è firmato dallo studio fiorentino Q-bic di Luca e Marco Baldini, affiancati dal paesaggista Antonio Perazzi; l’esecuzione è stata affidata all’impresa Setten Genesio, specializzata nel recupero di edifici storici. Il progetto di sviluppo di Manifattura Tabacchi – basato su un masterplan sviluppato da Sanaa e Studio Mumbai (che ha meticolosamente messo a punto un piano funzionale inizialmente proposto da Concrete Architectural Associates)


› WORK IN PROGRESS

Dall’ingresso principale si accede alla piazza dell’Orologio (affisso sulla facciata dell’edificio oggi sede di Polimoda, ph. ©Alessandro Fibbi). Sotto, gli edifici interessati dai nuovi interventi.

A sinistra. Render dell’Officina Botanica, un nuovo spazio pubblico progettato dal paesaggista Antonio Perazzi sulla copertura dell’edificio B11. Sotto, render degli spazi di co-working che verranno realizzati nel sottotetto dell’edificio B4.

proseguirà poi con la riqualificazione dell’ex centrale termica, che diventerà un birrificio artigianale. L’edificio 12, a nord del nucleo centrale della Factory, proporrà invece il primo prodotto residenziale di Manifattura: il progetto di Q-bic prevede laboratori per artisti e designer al piano terra e loft d’ispirazione industriale al piano primo che reinterpretano con gusto contemporaneo il tradizionale concetto di “uscio e bottega”. Altro punto di riferimento per la collettività sarà la piazza dell’Orologio, uno spazio pubblico per eventi e installazioni contemporanee, dove si affacciano l’edificio 6 di Polimoda, l’edificio 7, che sarà riconvertito in loft residenziali progettati da Patricia Urquiola e l’edificio 8, che ospiterà uffici e residenze progettate da Quincoces-Dragò & Partners. Allo studio milanese Piuarch saranno affidate invece le nuove costruzioni e ai romani di Aut Aut Architettura la progettazione – a ovest del complesso – di un kindergarden.

B4 B12 B5

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› WORK IN PROGRESS

MILANO MASTERPLAN PER L’AREA DI PORTA ROMANA E IL VILLAGGIO OLIMPICO È del team Outcomist guidato da Chris Choa e formato da Diller Scofidio + Renfro, PLP Architecture, Carlo Ratti Associati con Gross Max landscape architects, Nigel Dunnett Studio, Arup, Portland Design, Systematica, Studio Zoppini, Aecom, Land e Artelia, il masterplan preliminare vincitore del concorso internazionale di progettazione per l’area di 187mila metri quadrati dell’ex-scalo ferroviario di Porta Romana a Milano che ospiterà il villaggio olimpico di Milano-Cortina 2026. Come sottolineato dalla giuria, mettendo al centro un grande prato aperto e privo di barriere architettoniche che fungerà anche da connessione nord-sud dell’area con il resto della città, il progetto inverte i paradigmi urbanistici tradizionali, che vedono il verde come ‘riempitivo’ di spazi urbani che il costruito ha lasciato vuoti. Una seconda caratteristica vegetale del piano sarà un percorso verde sospeso al di sopra dei binari ferroviari di transito – che risulteranno così parzialmente interrati – che percorrerà il lotto, esteso da est (corso [ 34 ]

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Lodi) a ovest (via Ripamonti). In questo quadrante sorgerà – concepito già oggi secondo criteri che ne permetteranno una agevole reversibilità d’uso – il villaggio olimpico Milano-Cortina 2026. Al termine della manifestazione olimpica gli edifici daranno vita al più grande studentato italiano, concepito come un nuovo distretto vivo e attivo, ricco di spazi pubblici e con ambienti di studio e lavoro collettivi. Lo sviluppo privato – uffici e residenze – occuperà invece la porzione est dell’area, quella più prossima a Corso Lodi e alla stazione ferroviaria di Porta Romana (i cui lavori di riqualificazione sono già stati avviati). Proclamato vincitore all’unanimità da una giuria presieduta da Gregg Jones (principal, Pelli Clarke Pelli Architects) e formata da Manfredi Catella (Coima), Simona Collarini (direttore Pianificazione Urbanistica Generale Comune di Milano), Alexei Dal Pastro (Covivio), Carlo Mazzi (consigliere delegato Prada Holding), Bruno Finzi (presidente Ordine degli Ingegneri di

Milano), Laura Montedoro (professore associato del Dastu – Politecnico di Milano) e il cui Ruc era l’architetto Leopoldo Freyrie, il progetto faceva parte di una rosa di sei finalisti – BIG; Cobe A/S; John McAslan + Partners; Skidmore, Owings & Merrill (Europe); Studio Paola Viganò gli altri cinque – scelti a loro volta tra 47 proposte sviluppate da altrettanti team a cui hanno partecipato un totale di 329 studi internazionali di progettazione.

Località Milano Committente Fondo Porta Romana , gestito da Coima Sgr (Covivio, Prada Holding, Coima Esg City Impact Fund) Team di progettazione Outcomist (Chris Choa), Diller Scofidio + Renfro, PLP Architecture, Carlo Ratti Associati con Gross Max landscape architects, Nigel Dunnett Studio, Arup, Portland Design, Systematica, Studio Zoppini, Aecom, Land e Artelia Superficie dell’area 187.000 mq Cronologia 2021-2026


Luna Style The new comfort zone


› WORK IN PROGRESS

MILANO SESTO CITTERIO VIEL, BARRECA & LA VARRA, PARK E SCANDURRA PER UNIONE ZERO Con il primo lotto di sviluppo privato, denominato ‘Unione Zero’, prende concreto avvio il grande intervento di rigenerazione urbana MilanoSesto sulle aree ex-Falck di Sesto San Giovanni. All’interno dell’area complessiva di 1,5 milioni di metri quadrati che caratterizza l’intero progetto, il lotto ‘Unione Zero’, dove è prevista la realizzazione di sette edifici, gode di una posizione strategica, adiacente alla nuova stazione ferroviaria e alla linea metropolitana, in prossimità anche del futuro polo sanitario di Regione Lombardia. Al termine di un concorso che ha visto la partecipazione di alcuni tra i più importanti studi di architettura italiani e internazionali Hines Italia, advisor strategico dell’intero progetto e development manager, ha scelto quattro studi di architettura italiani: Antonio Citterio Patricia Viel (ACPV), [ 36 ]

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che progetterà spazi direzionali e un hotel di circa 250 camere; lo studio Barreca & La Varra, incaricato per le residenze in edilizia convenzionata; Park Associati, che curerà lo studentato con circa 700 posti letto; Scandurra Studio Architettura che progetterà invece le residenze libere. Complessivamente, la superficie costruita di ‘Unione Zero’ sarà di circa 250mila metri quadrati, inclusiva di spazi fuori terra e interrati. Per favorire il coordinamento tra le varie discipline specialistiche, fin dalle prime fasi di progetto è previsto il ricorso alla metodologia Bim e alla modellazione 3D. Durante la fase di cantierizzazione è inoltre prevista la realizzazione di una prima porzione di 13 ettari di parco, progettati dallo studio Land, parte dei complessivi 45 ettari di verde previsti dal masterplan.

Località Sesto San Giovanni Committente MilanoSesto Spa Development manager Hines Italia Progetto architettonico Antonio Citterio Patricia Viel (ACPV), Barreca & La Varra, Park Associati, SSA Scandurra Studio Architettura Executive Architect Artelia Italia, Jacobs Italia, Sce Project Project manager Prelios Integra Strutture Studio Capè Ingegneria, Milan Ingegneria, Sce Project Impianti Deerns Italia, Esa Engineering, Moving Ingegneria Impiantistica Landscape Land Superficie edificata 250.000 mq Avvio dei lavori secondo semestre 2021


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VANTAGGI

Dallo studio delle composizioni materiche giunte sino a noi dal passato, intonaco minerale naturale con elevato potere deumidificante e termico adatto per il risanamento di vecchi edifici e nuove costruzioni in bioedilizia. MINERALE TRASPIRANTE ECOLOGICO SPECIFICO PER: realizzazione di intonaci di fondo deumidificanti e termoisolanti interni ed esterni, mediante applicazione manuale o con macchina intonacatrice, su muratura in pietra, laterizio, tufo o mista. n Interventi di riqualificazione e risanamento di vecchi edifici. n Interventi di recupero e restauro monumentale in totale compatibilità con i materiali originari utilizzati in passato. n Particolarmente adatto in bioedilizia per garantire igroscopicità e salubrità agli ambienti. n

Bio Edilizia

Restauro Edile

Restauro Artistico e Archeologico

ECONOMICO E DI FACILE APPLICAZIONE ALTAMENTE TRASPIRANTE n EVITA LA CONDENSAZIONE n COMPLETAMENTE MINERALE ED ECOLOGICO n MANTIENE I MURI ASCIUTTI n CORREGGE I PONTI TERMICI n REGOLAZIONE DELLE CONDIZIONI TERMO-IGROMETRICHE DEGLI AMBIENTI n ALTAMENTE RESISTENTE AL FUOCO n NATURALE DIFESA DALLA FORMAZIONE DI MUFFE E BATTERI n APPLICAZIONE INTERNA ED ESTERNA n PERFETTAMENTE COMPATIBILI CON LE STRUTTURE STORICHE D’OGNI TEMPO n RICICLABILE COME INERTE A FINE VITA n PRODOTTO NEL RISPETTO DELL’AMBIENTE E PER IL BENESSERE ABITATIVO n

Scuola d’Arte Muraria

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› WORK IN PROGRESS

Due rendering del futuro centro commerciale Merlata Bloom, viste verso sud (sopra) e verso nord. Sotto, concept strutturale delle coperture vetrate (courtesy Nhood).

MILANO MERLATA BLOOM DI CALLISONRTKL È di CallisonRTKL, multinazionale della progettazione parte del gruppo Arcadis, il progetto del centro commerciale Merlata Bloom che, come previsto dal masterplan sviluppato a suo tempo da Citterio Viel e Caputo Partnership, sorgerà sul bordo nord dell’area, proteggendo dall’arteria autostradale, con il proprio volume e un sistema di colline artificiali, i 30 ettari di parco e le residenze di Cascina Merlata e di UpTown. Promosso dalla holding Merlata Sviluppo, composta da Ceetrus Italy, Immobiliare Europea e SalService, la finalizzazione del progetto è seguita dall’italiana Rossetti Engineering. In posizione baricentrica tra lo spazio pubblico dell’antica cascina a sud e l’area di MIND (ex-Expo) a nord, Merlata Bloom [ 38 ]

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avrà caratteristiche innovative rispetto ai tradizionali centri commerciali. In particolare, il secondo livello, organizzato prevalentemente a terrazze, includerà 20.000 metri quadrati di ‘urban farm’, coperture verdi trasformate in orti urbani, mentre al piano terra una vasta area aperta ma coperta accoglierà un fresh market, evoluzione in stile americano dei tradizionali mercati di prossimità. L’obiettivo è fare del nuovo centro un punto di attrazione per molteplici attività nelle diverse ore della giornata: dalle pause dal lavoro delle persone che lavoreranno in MIND alle esigenze di spesa e di svago delle famiglie residenti nell’area. Un’architettura fluida e organica e un insieme di giardini interni, dehor, terrazze

Località Milano Cascina Merlata Committente Merlata Sviluppo (Ceetrus Italy, Immobiliare Europea, SalService) Progetto architettonico CallisonRTKL Progettazione esecutiva e definitiva Rossetti Engineering Srl General contractor Cantieri Commerciali Gla 70.000 mq Investimento 325 milioni di euro Consegna fine 2022

e tetti verdi minimizzerà la transizione dal parco agli ambienti costruiti. Al contrario dei big box commerciali, gli spazi sono organizzati in tre volumi distinti, tra loro collegati da spazi aperti e piazze. Gli ambienti interni saranno a diretto contatto con il cielo e ricchi di luce naturale grazie a grandi vetrate in copertura e ampie ‘asole’ aperte al centro della galleria commerciale. Complessivamente Merlata Bloom disporrà di 70.000 mq di Gla commerciale, 10.000 mq di spazi dedicati all’intrattenimento, tra cui un cinema multiplex, un museo 3D sperimentale e una palestra e cinque diverse aree destinate alla ristorazione. Due i livelli interrati, con 4.000 posti auto.



› WORK IN PROGRESS

Nelle immagini, fotoinserimento del nuovo impianto nell’area attualmente occupata dal vecchio termovalorizzatore, e render del progetto, con il parco pubblico previsto intorno alla biopiattaforma.

SESTO SAN GIOVANNI TBF PROGETTA LA BIOPIATTAFORMA DI GRUPPO CAP Spento definitivamente lo scorso 31 marzo, il vecchio termovalorizzatore di Sesto San Giovanni sarà sostituito da un impianto unico in Italia: una biopiattaforma che consentirà insieme la riconversione dei fanghi di depurazione in energia e fertilizzanti e il trattamento della frazione umida organica dei rifiuti urbani (la c.d. Forsu) per produrre biometano, biocombustibile a basso impatto ambientale che alimenterà i veicoli aziendali e che verrà inoltre immesso nella rete di distribuzione del gas naturale. I fanghi provenienti dai depuratori delle acque gestiti da Gruppo CAP (il gestore del servizio idrico integrato della città metropolitana di Milano), finora materia di scarto, serviranno a produrre ben 19.500 MWh/anno di calore per la rete di teleriscaldamento della città di Sesto, che fornisce calore a 60.000 abitanti, e [ 40 ]

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a recuperare fosforo che potrà essere utilizzato come fertilizzante in agricoltura. Progettato dalla società svizzera di progettazione TBF + Partner AG, attiva nel settore delle infrastrutture, dell’energia e dell’ambiente, il nuovo polo green sarà gestito in simbiosi industriale da Core Spa (Consorzio Recuperi Energetici) e da Gruppo CAP. Il nuovo impianto, per la cui realizzazione è previsto un investimento di 47 milioni di euro, aspira anche a diventare un hub di innovazione per tutti gli impianti di depurazione gestiti da CAP e un centro per la sperimentazione sulle acque reflue che consenta di implementare le innovazioni tecnologiche del settore, in sinergia con altri player nazionali e internazionali, condividendo le scelte tecnologiche col territorio. Il progetto definitivo infatti includerà anche le

istanze che gli stakeholder locali hanno avanzato durante il percorso partecipativo e di dibattito pubblico che porterà, tra le altre cose, alla costituzione di un RAB (Residential Advisory Board), comitato consultivo dei cittadini, organo di monitoraggio e di scambio di informazioni su tutte le scelte e le fasi del progetto.

Località Via Manin, Sesto San Giovanni (Milano) Committente CORE Spa e Gruppo CAP Progetto TBF + Partners AG Fanghi umidi valorizzati 65.000 ton/anno Rifiuti umidi trattati 30.000 ton/anno Conclusione lavori linea ‘umido’ 2022 Conclusione lavori linea ‘fanghi’ 2023 Investimento 47 milioni di euro


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› WORK IN PROGRESS

TREVISO STEFANO BOERI, LE RESIDENZE Nelle immediate vicinanze del centro storico di Treviso, su un lotto di circa 10mila metri quadrati lungo il fiume Sile un tempo a destinazione produttiva, sta sorgendo “Ca’ delle Alzaie”, un complesso di tre edifici residenziali in classe A progettati dallo studio Stefano Boeri Architetti. Alti sette piani e disposti ciascuno secondo una diversa rotazione per ottimizzare esposizione e privacy, i tre edifici formano un fronte discontinuo che consente a ogni piano, formato da due o tre appartamenti, di godere appieno della vista sul fiume e sul bosco ripariale sulla sponda opposta. Il progetto si pone come obiettivo primario quello di massimizzare la superficie destinata a verde con un tipo di paesaggio – composto di aree verdi private, condominiali e pubbliche – armonico con l’ambito del lungofiume e le pendenze naturali del lotto. Caratterizzati dalla presenza del verde sui due fronti principali, anche i tre edifici amplificano le qualità del paesaggio circostante, di cui assumono l’aspetto mutevole nelle stagioni. Il prospetto sud, verso il fiume, è definito da una serie di terrazze continue profonde tre metri e intervallate da elementi verticali, che ospitano le alberature. Ciascun appartamento gode di un affaccio sulla terrazza e della chioma di almeno un albero. La facciata nord presenta invece lungo tutto lo sviluppo una serie di vasi lineari in aggetto per arbusti di piccole e medie dimensioni, interrotti puntualmente da contenitori verticali, analoghi a quelli presenti sulla facciata sud, per arbusti di medie e grandi dimensioni. [ 42 ]

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Due render dei prospetti Sud, affacciati sul Sile, degli edifici di Ca’ delle Alzaie, il progetto residenziale di Stefano Boeri Architetti in costruzione a Treviso.

Località Treviso Committente Cazzaro Costruzioni Srl Progetto architettonico Stefano Boeri Architetti Gruppo di progetto Stefano Boeri (founding partner), Marco Giorgio (project director), Benedetta Cremaschi (project leader), Maddalena Maraffi, Moataz Faissal Farid, Daniele Barillari, Agostino Bucci, Esteban Marques, Emiliano Berni Consulenti Laura Gatti (paesaggio) Area di progetto 10.750 mq Slp 9.000 mq Cronologia 2017-2022


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› WORK IN PROGRESS

Il piano urbanistico del nuovo intervento e due dei quattro edifici previsti, cui le terrazze in aggetto conferiscono una forma sinuosa.

SAN LAZZARO DI SAVENA COMPLESSO RESIDENZIALE DI OPEN PROJECT Avviato da poco, su un’ex-area industriale di 18 mila metri quadrati inserita in un contesto misto lungo la via Emilia, il cantiere delle ‘Residenze San Lazzaro’, operazione di riqualificazione urbana intrapresa alcuni anni fa in sinergia tra Pubblica Amministrazione e promotore privato. Il Piano urbanistico prevede alcune dotazioni di particolare interesse pubblico, come una quota di residenza sotto forma di Ers (Edilizia a prezzi agevolati per giovani coppie e redditi contenuti), un tratto di ciclabile che implementerà la rete esistente e la realizzazione di un parco pubblico attrezzato con una superficie di circa 6.200 mq, pari a circa il 30% della superficie fondiaria iniziale. [ 44 ]

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Complessivamente l’intervento – a zero consumo di suolo – prevede la costruzione di circa 100 appartamenti per una superficie utile di 7.200 metri quadrati (il 20% dei quali come Ers) e superfici commerciali direzionali per circa 1.200 mq. Il progetto rappresenta anche una risposta alle nuove esigenze dell’abitare emerse durante la pandemia: le unità abitative sono concepite in stretta relazione con l’esterno attraverso logge-terrazzo, ampie vetrate di connessione interno/esterno e giardini. Ciascun edificio è dotato di un ambiente comune per il lavoro da remoto. L’inserimento delle residenze nel nuovo parco pubblico ha suggerito la genesi delle forme e dei materiali dei quattro edifici

residenziali previsti: colori caldi come le terre della zona per i rivestimenti, forme sinuose e organiche che si esprimono negli elementi aggettanti come le grandi terrazze, più ampie ai piani alti, che accoglieranno sia spazi conviviali sia il verde ornamentale che concorre ad aumentare la qualità degli ambienti. Tutti gli appartamenti al piano terra disporranno di ampi giardini schermati alla vista esterna da barriere vegetali. Località San Lazzaro di Savena (BO) Piano urbanistico, progetto architettonico e DL Open Project Cronologia 2019 (progetto), 2021 (avvio lavori), 2023 (consegna)


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› WORK IN PROGRESS

PARIGI LE TORRI DI ATELIERS JEAN NOUVEL Il piano della Grand Paris, destinato a modificare il concetto stesso di periferia mettendo in connessione Parigi con la sua banlieu, prende forma con realizzazioni come le Tours Duo, il progetto di Ateliers Jean Nouvel in costruzione su un lotto appena all’interno del Boulevard Périphérique, tra la Senna e il fascio di binari che parte dalla Gare d’Austerlitz. Non lontane dall’imponente Bibliotèque de France voluta da François Mitterand e Jacques Attali e progettata da Dominique Perrault, e dalla Station F, l’incubatore di start-up più grande del mondo inaugurato nel 2017 negli spazi della Halle Freyssinet, le due torri – di 180 e 122 metri di altezza – creano un continuum urbano tra la città di Parigi e il sobborgo di Ivrysur-Seine. L’inchino di 5 gradi verso la ferrovia di una delle torri e le forme scultoree confermano le intenzioni di un’architettura che, pur prevedendo spazi aperti e strategie tecnologiche per limitare l’impatto ambientale (è previsto tra l’altro il recupero e riutilizzo di più di 6.000 mc di acqua piovana all’anno), rifiuta la corsa all’integrazione – o peggio al mimetismo – con la ‘natura’ affermando invece con forza la propria identità di artificio, nel quadro di un paesaggio la cui bellezza deriva esattamente dal carattere fortemente infrastrutturato e non da prati e boschetti più o meno artificiali. Le torri, a destinazione mista, ospiteranno anche un albergo (gli ultimi dieci livelli della torre più bassa) composto da 139 camere e suite, un ristorante e un bar con terrazza con vista panoramica su Parigi immaginato e progettato da Philippe Starck, e gli uffici – attrezzati con sistemi e piattaforme di ultima generazione che favoriscono il lavoro agile e collaborativo – di Natixis/Groupe Bcpe. Previsti anche un auditorium, negozi, terrazze verdi e uno spazio aperto a tutti con un giardino belvedere affacciato sopra i binari della ferrovia. [ 46 ]

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Località Parigi XIII Arr. Sviluppo Ivanhoé Cambridge Responsabile del progetto Hines France Broker Cushman & Wakefield Progetto architettonico Ateliers Jean Nouvel Project manager Artelia General contractor Vinci Construction France/Bateg Certificazioni Well Platinum, Leed Platinum, HQE, Effinergie+, Wired Superficie utile 107.000 mq (di cui 97.300 a uso uffici) Altezza 180 m e 39 piani (Duo 1) e 122 m e 27 piani (Duo 2) Cronologia 2015 (progetto) fine 2021 (consegna). Apertura hotel 2022

Le Tours Duo in un render, courtesy Ateliers Jean Nouvel, e il cantiere ripreso dalla Périphérique pochi mesi fa.


22|25 NOVEMBRE 2021 fieramilano

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IL VARO, MONZA

RESIDENZA, UFFICIO, SPAZIO ESPOSITIVO, DEPOSITO. NEL PROGETTO DI ROCCATELIER ARCHITETTURA E INGEGNERIA STRUTTURALE CONVERGONO IN UN INVOLUCRO TECNOLOGICO CHE AVVOLGE MOLTEPLICI FUNZIONI

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MICROCOSMO MULTIFUNZIONALE “Casa e bottega” si diceva da queste parti a indicare l’attitudine verso il lavoro dei numerosi artigiani e piccoli imprenditori che hanno fatto la fortuna della Brianza e che si traduceva anche nelle caratteristiche degli edifici, insieme deposito, laboratorio e abitazione. Spazi che praticavano una ‘flessibilità’ ante litteram modificandosi secondo le fortune produttive o le mutate esigenze abitative. Piccoli e grandi compound che formano un caratteristico tessuto misto e diffuso, ricco di occasioni di rigenerazione come in questo progetto, che si potrebbe definire un ‘residenziale misto’ dal momento

che, se morfologicamente rappresenta una cesura netta con il passato, conserva invece, enfatizzandole, tutte le caratteristiche della storia insediativa e dell’articolazione di spazi e funzioni: è insieme abitazione, ufficio, spazio espositivo e deposito. Una piastra strutturale, realizzata con il sistema Cobiax e retta da pilastri in cemento armato a vista sostiene i piani superiori in acciaio e legno che si affacciano a sbalzo, come la tolda di comando di una nave, sul paesaggio abitato della semiperiferia di Monza. Su strada un accesso pedonale seminascosto conduce, attraverso un piccolo


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Roccatelier Associati Bruno Zevi dedicò undici pagine di ‘L’architettura cronache e storia’ a casa Terzoli, opera prima di Laura Rocca, oggi alla guida di Roccatelier Associati con Stefano Rocca. Inserito nel 2012 fra le eccellenze dell’architettura italiana in una pubblicazione con la prefazione dell’allora Presidente della Repubblica, nel corso dell’attività pluridecennale lo studio ha vinto diversi concorsi nazionali e internazionali di progettazione e ha ricevuto, tra gli altri, un premio Dedalo Minosse e un International Architecture Award del Chicago Athenaeum. Oggi lo studio si compone di due divisioni specialistiche – architettura e strutture/project management – che operano in maniera organica sui progetti e le direzioni lavori con collaboratori professionali e l’uso di software per lo sviluppo dei progetti in modalità Bim. Laura Rocca è presidente di Cobaty Italia e membro del CdA di Cobaty International. È stata relatore in congressi e conferenze, tra cui il XXIII Congresso Mondiale dell’Uia a Torino, e membro della giuria del Tecu Award. www.roccatelier.it

All’articolazione architettonica degli spazi corrispondono evolute scelte ingegneristiche, strutturali e di materiali, come lo zinco titanio che riveste pareti e coperture ventilate e la lamiera stirata – sopra una foto di dettaglio – del volume adibito a deposito. Sotto, i pilastri in cemento armato a vista a forma di albero delllo spazio showroom (foto ©Marco Introini).

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Il primo piano è dedicato agli uffici. Una porzione vetrata del pavimento (sopra) mostra lo showroom sottostante. A sinistra, la parete vetrata che si apre su un terrazzo in parte a verde. A destra, l’affaccio vetrato sull’esterno e la scala che conduce all’abitazione. L’involucro ventilato, foto in basso a destra, è rivestito in Rheinzink (foto ©Marco Introini).

giardino di sassi e cactus, alla porta di ingresso in acciaio corten dello spazio espositivo al piano terra dove, oltre lo spazio riunioni, una scala a blocchi di grès tipo acciaio accompagna al primo piano degli uffici. Gli ambienti degli uffici si aprono su una vetrata che mostra tutta l’ampiezza dello spazio espositivo e attira lo sguardo sui pilastri in cemento a vista a forma di albero. Accanto, l’ufficio master che consente di controllare l’operatività dell’ambiente sottostante. Sulla strada d’angolo invece, una recinzione in cemento che riproduce il logo della società e un cancello carrabile blu elettrico conducono al cortile in pavimentazione drenante e da lì al garage, all’ascensore che serve tutti i quattro piani del complesso fino al tetto e al corpo scale che conduce all’abitazione, pre[ 50 ]

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potentemente incastrata, con la sua struttura metallica e la copertura in zinco titanio su parete ventilata, sopra il volume intonacato dello spazio espositivo e uffici. L’abitazione ti accoglie con un ampio spazio soggiorno su due livelli che si apre verso i giardini pensili che in parte ricoprono il magazzino e gli uffici sottostanti. Un alto parapetto protegge la dimensione familiare dagli sguardi dei vicini. Le camere si snodano in maniera più celata e riservata perché la zona living potrebbe diventare anche spazio di lavoro, di intrattenimento e di ricevimento dei clienti. Verso la cascina che si trova su un lato dell’edificio una parte delle volumetrie esistenti doveva essere mantenuta e così è stato, anche evidenziandone la presenza con i volumi

e donandole una pelle traslucida in lamiera stirata. La presenza del magazzino è stata sottolineata lasciando le punte dei tetti che prima ne caratterizzavano la struttura. Il progetto della luce – sviluppato da Paola Bartoletti – segue l’articolazione degli ambienti con corpi illuminanti tecnici Opple e decorativi Barthelme (Castaldi per gli esterni). L’edificio ovviamente è stato costruito seguendo le più aggiornate indicazioni in materia di rispetto energetico e qualità dei materiali: tetti verdi, pannelli fotovoltaici, struttura in acciaio e legno a vista, recupero del muro in mattoni che dentro di sé c ontiene la storia del passato del magazzino


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ART COPERTURE Lattonerie e rivestimenti di facciata e di copertura del Varo sono stati messi in opera da Art Coperture, azienda con sede a Brugherio con una ventennale esperienza nel settore (tra le opere significative realizzate la palestra Antonietti di Iseo e la chiesa di Mariano al Brembo). Le lastre in Rheinzink – commercializzato in Italia da Alpewa – a doppia aggraffatura per il manto di copertura e ad aggraffatura angolare in facciata rivestono un articolato pacchetto coibentante che include un’intercapedine di ventilazione di 4 cm, con aperture al piede – protetto da una lamiera forata – e verso la copertura creando un ‘effetto camino’ che contribuisce all’isolamento termico. Art Coperture ha provveduto inoltre al rivestimento in lamiera stirata del volume adibito a deposito. info@artcoperture.it www.artcoperture.it

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Piante e sezioni dei quattro piani del complesso. A sinistra, la sequenza di volumi appare quasi, nei diversi materiali e finiture, come plastica rappresentazione di diverse epoche (foto ©Marco Introini).

CREDITI Località Monza Progetto architettonico Laura Rocca, Roccatelier Associati

Progetto strutturale Stefano Rocca, Roccatelier Associati; Diego Borroni Team di progetto Enrico Salcuni, Elisabetta Andreoni, Luca Pucciano, Marco Mantegazza, Alessio Pollini, Giacomo Nervi, Eleonora Lottaroli

Progetto impianti studio termotecnico associato Mandelli Riccardo ed Emanuele Lighting Design Paola Bertoletti Impianto elettrico Umberto De Pace Main Contractor Impresa Mi.Ri. srl Strutture metalliche Carpenteria Piccinini Luca Lattonerie e rivestimenti Art Coperture Rivestimenti in Rheinzink Alpewa Serramenti Aprire Srl Tetti verdi Daku Corpi illuminanti Opple Lighting, Barthelme, Tal, Castaldi Lighting, Ilti

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Foto Marco Introini

Oltre lo standard

Rivestiamo l’architettura Progetto IL VARO Studio di architettura Roccatelier Materiale RheInzInk PRePATInA ChIARO

www.alpewa.com


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Planimetria e prospetto evidenziano l’inserimento del nuovo volume tra gli edifici industriali esistenti. A destra, schemi isometrici concettuali (disegni courtesy FDG, ph. ©Mario Frusca).

ZAMASPORT HQ, NOVARA

QUALITÀ TOTALE IL TESSUTO, MATERIA PRIMA DELL’AZIENDA, ISPIRA LE GEOMETRIE CHE CARATTERIZZANO L’ARCHITETTURA DELL’EDIFICIO E NE DEFINISCONO LA PERSONALITÀ IN UN FLUIRE DI CREATIVITÀ E TECNOLOGIA

Frigerio Design Group È un gruppo di lavoro interdisciplinare, guidato da Enrico Frigerio, che considera il progetto di architettura come il punto d’incontro tra vari temi: il rapporto con la natura e la storia del luogo, la tecnica costruttiva e le esigenze del committente. Questo incontro genera la slow architecture, un’architettura progressiva che vive nel tempo e trae dal contesto le risorse per la sua definizione. Un’architettura lenta che per metodo, tempi e processi, si colloca al polo opposto della globalizzazione. Tra i progetti più recenti dello studio la stazione elettrica di Terna a Capri e Green Life, la sede di Crédit Agricole a Parma. Nel 2020 sono stati portati a termine gli uffici di Arcaplanet a Carasco e il complesso residenziale di Piazza Aviatori d’Italia a Saronno. Sono attualmente in cantiere il Ferrero Technical Center ad Alba e il refitting degli uffici Rosenthal a Selb in Germania. www.frigeriodesign.it [ 54 ]

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Frigerio Design Group ha progettato, all’interno del complesso industriale Zamasport di Novara, una nuova sede che si fa interprete di un concetto di benessere in grado di coniugare etica e rispetto per l’ambiente e per i lavoratori. La luce naturale, il verde, il comfort acustico e la definizione di microclimi interni concorrono a dare forma a spazi funzionali e accoglienti, nel nome di una qualità totale. Destinato ad accogliere gli uffici, le sale prova e una parte della produzione, il nuovo edificio, distribuito su una superficie di 3.700 metri quadrati, si pone come cerniera tra le costruzioni preesistenti, cui è collegato da passaggi trasparenti. L’involucro rievoca il tessuto e la combinazione di tecnica e creatività che contraddistingue Zamasport: marchio di moda fondato nel 1966 che ha collaborato con importanti nomi della moda, come Walter Albini, il padre del prêt-àporter, e un allora esordiente Gianni Versace.

La struttura è un volume semplice e compatto che nasconde al primo piano alcuni giardini sospesi su cui affacciano gli uffici e le sale prova degli atelier. L’architettura, sviluppata su una pianta quadrata di 46x46 metri, con un’altezza di circa 10, è prefabbricata in cemento armato. Il volume dell’edificio è chiuso su tre lati, realizzati con pannelli prefabbricati in calcestruzzo, a taglio termico e ventilati, con finitura in cemento colorato in pasta che riprende la cromia degli edifici esistenti. La loro texture, formata da numerose pieghe che vibrano con la luce naturale, è un richiamo alle geometrie libere dei tessuti. Realizzata con un cassero in lattice, la superficie riproduce il drappeggio del tessuto, donando alla durezza del calcestruzzo un tocco di apparente morbidezza. Lo studio di un giunto particolare che fa scorrere il cemento tra i casseri rende invisibili i giunti stessi, donando


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Volume di partenza

Eliminazione volumi

Inserimento nuovi elementi

Progetto

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› ARCHIWORKS Casseri in lattice e colorazione in pasta modellano il cemento come un tessuto; il progetto di ‘piegatura’ e combinatorio delle lame frangisole in Krion conferisce fluidità; il giardino interno in quota (arredi Arper) crea spazi inaspettati: questi i pregi dell’opera e il senso dell’idea di ‘slow architecture’ di Enrico Frigerio (ph ©Mario Frusca).

sinuosità all’insieme. Una sinuosità ancor più dichiarata sul prospetto principale, dove grandi frangisole a bandelle verticali curvilinee realizzati su disegno in Krion di Porcelanosa proteggono una facciata strutturale in alluminio Schüco SFC 85 completamente vetrata, contribuendo alla sensazione di leggerezza data dalle trasparenze. Il progetto di Zamasport riflette il concetto di slow architecture, che dal 1991 costituisce il modo di pensare e agire dello studio. Come spiega Enrico Frigerio «il termine slow non vuol dire fare le cose lentamente, ma con accuratezza. È necessario (in architettura, ma non solo), avviare un processo diverso nel fare le cose, dove gli elementi che sono presi in considerazione non possono essere più solo quelli dell’economia». L’uso consapevole dei materiali e delle risorse accompagna l’intero processo di progettazione dell’edificio: dalla definizione dei volumi alla selezione delle materie prime, fino alla gestione energetica dell’edificio e della sua manutenzione nel tempo

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PORCELANOSA GRUPO In un progetto innovativo e originale come questo il ruolo fondamentale di Krion è quello di mettere a disposizione materiali e competenze tecniche che permettano di raggiungere l’obiettivo. L’ufficio A&D Krion, con Frigerio Design Group e Gualini, ha ingegnerizzato il sistema di fissaggio delle bandelle simulando anche il comportamento in esterno, e 3MC di Varmo (Udine) le ha realizzate termoformando Krion in modo che rispettasse il design originale. Oltre al design evocativo dello studio Frigerio, il progetto assume una forte valenza ambientale per le proprietà di Krion K-Life la cui superficie è in grado di purificare l’aria da sostanze inquinanti, di autopulirsi e di eliminare virus e batteri che vengono a contatto con il materiale. Krion è un materiale non poroso che non cambia colore nel tempo e con una fortissima vocazione alla sostenibilità ambientale, termoformabile e facilmente lavorabile. www.porcelanosa.com

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CREDITI

La grande vetrata trasparente - sistema strutturale Schüco SFC 85 (Stick Frame Construction) - inonda di luce naturale il laboratorio. A sinistra, partizioni vetrate Tecno consentono di realizzare uffici chiusi conservando la luminosità dell’ambiente. A destra una vista della sala prove. Pavimentazione flottante di Nesite (ph. ©Mario Frusca).

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Località Novara Committente Zamasport Spa Cronologia 2017-2020 Superfici lotto 9000 mq; edifici 3700 mq Progetto architettonico Frigerio Design Group Strutture Ing. Silverio Tettamanti Impianti Engineering s.r.l Responsabile dei lavori Massimo Zugnino Geologia e geotecnica Giorgio Grassi Acustica Elena Bocca General Contractor Notarimpresa Involucro edilizio Gualini Sistema strutturale di facciata Schüco Frangisole Porcelanosa Grupo Arredi spazi informali Arper Pavimenti sopraelevati Nesite Partizioni vetrate Tecno Spa


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NESITE Gli interni della sede sono realizzati con finiture industriali, sostenibili e performanti, per garantire flessibilità e ridotta manutenzione. A questo proposito per gli uffici sono state scelte le pavimentazioni sopraelevate Nesite, con pannelli 60x60 cm con anima in solfato di calcio e fibre cellulosiche riciclate e struttura, regolabile in altezza, in acciaio galvanizzato anticorrosione. Ogni pannello, di 34 mm di spessore totale, è rifinito con bordo perimetrale in Abs ad alta resistenza e superficie in rovere; può essere facilmente rimosso per ispezioni. Le soluzioni Nesite offrono comfort al calpestio (UNI EN ISO 10848), elevata capacità di carico (EN 12825) e ottima resistenza al fuoco (EN 13501). Attribuiscono punteggio Leed o Breeam, e Nesite stessa è membro italiano del Green Building Council. www.nesite.com

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BLOCCO OPERATORIO E SERVIZI, OSPEDALE DI CASALE MONFERRATO

OPERAZIONI DI INNESTO SEPPURE NON CON LA RAPIDITÀ CHE ABBIAMO OSSERVATO NELL’ULTIMO ANNO, LE STRUTTURE SANITARIE SI MODIFICANO COSTANTEMENTE IN BASE A NUOVE ESIGENZE FUNZIONALI. COME IL BLOCCO OPERATORIO REALIZZATO ALCUNI ANNI FA SU PROGETTO DI G-STUDIO PER L’OSPEDALE SANTO SPIRITO DI CASALE MONFERRATO

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di Enrico Giacopelli

L’Ospedale di Casale Monferrato conserva ancora intatta la distribuzione a pettine con padiglioni allineati lungo un percorso centrale tipica di molte strutture sanitarie della prima parte del XX secolo. Il nuovo blocco operatorio – accettando le regole di questa superata organizzazione morfologica – si inserisce coerentemente nel vecchio impianto, ponendosi però, sul piano formale, in atteggiamento deliberatamente dissonante con il contesto. Questa scelta è frutto di una radicale revisione del progetto originale – vincitore di un concorso di appalto che imponeva una rigorosa adesione ai canoni architettonici originari – messa in cantiere dopo aver raggiunto un accordo con la committenza e la locale Soprintendenza sull’idea alternativa di realizzare un innesto moderno nel contesto tradizionale, che ha consentito oltretutto di rispettare

i tempi e i limiti di spesa imposti dal programma. La realizzazione del nuovo padiglione fa infatti ricorso a un sistema costruttivo prefabbricato basato su elementi portanti e autoportanti in calcestruzzo armato e precompresso che ha permesso di realizzare in tempi relativamente rapidi due piani liberi di oltre mille metri quadrati ciascuno. Abbandonata la maschera da finto edificio tardo-liberty, il nuovo corpo di fabbrica è caratterizzato da una composizione di facciata basata sull’uso di elementi utilizzati con qualche infrazione alle regole canoniche della costruzione prefabbricata, dando forma a quello che Robert Venturi avrebbe definito un decorated shed. Lunghezza, altezza e alcuni fili fissi rispettano quelli degli altri ‘denti’ del pettine tra cui il blocco è inserito; una sorta di cornicione in lamiera forata fa il verso


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In alto, il blocco delle scale di sicurezza conclude con una certa monumentalità un lato dell’edificio; sopra e accanto, il blocco inserito tra i padiglioni del complesso. Pagina di sinistra, particolare del prospetto laterale, con la cornice in lamiera forata che mitiga la presenza degli impianti, il sottile taglio della finestratura e il grigliato che ripara il piano inferiore (foto ©Paolo Mazzo).

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› ARCHIWORKS

Oltre ad assolvere a esigenze di budget e di tempi, i pannelli di cemento prefabbricato conferiscono al blocco un carattere ‘brutalista’ che in contrasto con lo stile neoclassico dei padiglioni segnala la modernità delle cure mediche dell’ospedale.

Nel nuovo blocco la presenza della luce naturale accresce la qualità ambientale delle superattrezzate sale operatorie (foto ©Paolo Mazzo).

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G-Studio G-Studio (Enrico Giacopelli, Mauro Falletti), con sede a Torino, opera dal 1995 nella progettazione architettonica, urbanistica e industriale. Da alcuni anni lo studio è impegnato nel recupero, restauro e valorizzazione delle architetture moderne olivettiane di Ivrea. Al restauro delle Officine ICO sono stati assegnati premi internazionali e nazionali tra cui la “Medaglia d’oro per il restauro del Moderno” della Triennale di Milano e il Premio In/Arch per la migliore ristrutturazione e riconversione di un edificio del Moderno. Lo studio ha maturato inoltre una particolare esperienza nella progettazione di edifici di alta montagna e di strutture ospedaliere. Parallelamente all’attività professionale G-Studio svolge attività di ricerca culminate in pubblicazioni scientifiche e seminari. G-Studio opera anche a livello internazionale, con interventi in Francia, Senegal, Costa d’Avorio, Pakistan. Attualmente Enrico Giacopelli è coordinatore del focus ‘Conservazione e Restauro’ dell’Ordine degli Architetti di Torino. www.g-studio.biz

CREDITI Località Casale Monferrato Committente ASL di Alessandria, Ospedale Santo Spirito, Casale Monferrato

Progetto architettonico, coordinamento e DL G-Studio: Enrico Giacopelli & Mauro Falletti

Progetto impianti Studio In.Pro. Progetto strutturale Studio In.Pro. Progetto proteximetrico dott. Danilo Santuari Impresa realizzatrice Techbau Spa Prefabbricazione esterna Gruppo Moretti Prefabbricazione interna Permasteelisa Superficie circa 2.000 mq Anno 2012

Nel disegno assonometrico, l’inserimento del blocco operatorio tra i padiglioni storici dell’ospedale e i collegamenti coperti. Sotto, sezione trasversale.

a quelli in calcestruzzo degli edifici vicini e mitiga la vista degli impianti sistemati in copertura. Un nuovo corridoio vetrato costruito sulla copertura del percorso originale a piano terra, crea un collegamento autonomo e riservato tra il nuovo blocco operatorio e il resto dell’ospedale; due parallelepipedi ciechi accostati al corridoio contengono scale di sicurezza e ascensori. In testa, sul lato opposto del corridoio vetrato, una scala di sicurezza in calcestruzzo chiude con una certa monumentalità l’edificio. Il nuovo blocco è composto da due livelli: in quello inferiore sono ricavati i depositi delle sale operatorie, i locali tecnici prin-

cipali, il magazzino della farmacia ospedaliera; in quello superiore un attrezzatissimo blocco operatorio costituito da sei sale (di cui due destinate al daysurgery) la cui caratteristica principale è la presenza della luce, anche qui utilizzata (come nei precedenti progetti del nostro studio per la terapia intensiva di Vercelli e il blocco operatorio dell’ospedale di Omegna) come elemento indispensabile a generare qualità ambientale per operatori e pazienti da insinuare anche nelle aree tradizionalmente sigillate degli ospedali

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› FOCUS

Shoin è un sistema di ante scorrevoli e pannelli fissi in vetro, a uno o due binari, progettato per comporre pareti. Le lastre vivono all’interno di un sottile telaio in alluminio a filo con il vetro sulla facciata esterna della composizione.

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› FOCUS

Le proposte Lualdi per questo intervento comprendono le porte di ingresso ad elevato comfort acustico e sistemi di porte e partizioni per un uso flessibile dello spazio interno. In alto, una delle 32 porte Entrance in rovere che si affacciano sui corridoi. Il colore varia a seconda del piano. A destra, una delle 100 RasoVetro inserite in questo contesto.

Porte e sistemi Lualdi sulla costa dalmata

La facciata del resort Dukley Residences a Budva in Montenegro.

Poco distante dalle Bocche di Cattaro, sulla costa settentrionale del Montenegro, fin dai tempi dell’Impero austriaco Budva era una rinomata località turistico-balneare. Repubblica indipendente dal 2006, in questi anni il Montenegro, da molti definito la Svizzera dei Balcani, sta assistendo a un notevole sviluppo immobiliare sostenuto da fondi privati, che vede all’opera imprese internazionali come la serba Projmetal, il cui ufficio di progettazione – project leader l’architetto Misa Dimitrijevic – ha recentemente portato a conclusione, su un promontorio poco a sud del centro storico di Budva, il Dukley Residences, con appartamenti da 60 a più di 200 mq, acquistabili anche in bitcoin. Le residenze sono state progettate pensando alla possibile diversità d’uso – stanziale o stagionale – degli appartamenti, con scelte

basate sulla massima flessibilità delle piante, sulla durabilità e, dal momento che l’offerta si rivolge in primo luogo a un facoltoso pubblico internazionale, su un’elevata qualità dei materiali. Tra le soluzioni scelte Lualdi, che ha partecipato alla realizzazione del progetto non solo con le porte di ingresso a elevato comfort acustico dei 32 appartamenti, tutte in rovere di colori diversi secondo il piano, e con 100 porte interne RasoVetro, ma anche, come da tradizione dell’azienda nata come falegnameria per la realizzazione di progetti bespoke su disegno dei grandi nomi dell’architettura della seconda metà del secolo scorso, a cominciare da Luigi Caccia Dominioni, con i sistemi divisori e le partizioni leggere interne in finiture rovere e noce americano. www.lualdi.com

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REGISTRARE NEL SILENZIO UNO STUDIO DI REGISTRAZIONE DALLE CARATTERISTICHE INSOLITE, CHE DIALOGA CON LO SPAZIO URBANO E LA LUCE NATURALE. PROGETTO DI P2A DESIGN

In un’area urbana in rigenerazione, all’interno di un edificio che un tempo ospitava un’industria meccanica, P2A Design ha realizzato uno spazio che accompagna il processo creativo con una spiccata riconoscibilità del disegno delle luci e dei volumi (ph. ©Alessandro Pasini).

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A Milano, tra il quartiere Bovisa e lo Scalo Farini, è nato Silenzio Studio, il nuovo progetto di P2A Design di Alessandro Pasini e Paola Renda. Lo studio di registrazione si trova al terzo piano di un edificio ex industriale: la scelta, inusuale per uno studio musicale, regala luce naturale e visuali sulla città in cambiamento. Gli assi visivi urbani e la luce in questo modo sono diventati gli elementi centrali del progetto, indirizzando la particolare disposizione delle stanze e delle porte a vetri. La suddivisione degli spazi è stata progettata per poter ricavare, oltre alla production room principale, anche una seconda sala in affaccio diretto sulla regia, una re-amp room e un’ampia e luminosa lounge room per l’accoglienza dei clienti.

A livello cromatico è stato sviluppato un disegno che contribuisce a generare uno “spazio silente” in cui suono e estetica si fondono per un’esperienza di ascolto nuova e stimolante. In particolare, nella production room tessuti nei colori grigio chiaro e scuro sono intervallati da pannelli di fibre di legno – colorate nell’impasto – Valchromat neri disegnati per accogliere il sistema illuminotecnico Led a temperatura variabile che permette di accordare l’atmosfera interna alle condizioni luminose esterne. La pavimentazione è in linoleum nero nei locali accessori e in legno di rovere per la production room: materiali scelti per differenziare gli ambienti mantenendo però una simile resa tattile e di riflessione della luce, morbida e naturale


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ph ©Umberto Coa

P2A Design Specializzato nella progettazione architettonica e d’interni di spazi non convenzionali come studi di registrazione e produzione musicale, installazioni e allestimenti museali, lo studio milanese P2A Design è stato fondato nel 2017 da Alessandro Pasini e Paola Renda. Caratteristica principale dello studio è l’offerta di un servizio integrato che segue l’intero processo, dal concept fino alla realizzazione e alla consegna dei lavori, tramite l’incarico di un project manager che coordini tutte le attività per l’intera durata del processo. www.p2adesign.com

Pianta e sezioni dello studio di registrazione.

CREDITI Località Milano Progetto P2A Design Realizzazione Arte acustica Srl Pavimento in linoleum Forbo Flooring System / Aplem srl

Pannelli in legno nero Valchromat - Gruppo Bonomi Pattini

Sistema audio Rasch Audio

GRUPPO BONOMI PATTINI Commercializzato in esclusiva per l’Italia dalle aziende del Gruppo Bonomi Pattini, Valchromat nasce nel cuore del Portogallo. Si tratta di un pannello di fibre di legno colorate singolarmente con coloranti organici e legate chimicamente con una resina speciale. La colorazione in pasta consente di realizzare lavori tridimensionali anche grazie alla facilità di lavorazione: «i pannelli si possono tagliare, forare e lavorare con i normali utensili utilizzati per la lavorazione del legno» spiega Antonio Bagnolati, responsabile prodotti speciali del Gruppo Bonomi Pattini. Adatto anche per realizzare arredi e per il rivestimento di pareti, Valchromat offre isolamento acustico e comfort termico. Atossico, è utilizzabile anche in ambienti come asili nido o studi medico-dentistici. Il suggerimento è quello di utilizzare pannelli di un singolo lotto per evitare possibili differenze di tonalità, un fenomeno normale quando si lavora con materiali realizzati con coloranti naturali. www.gruppobonomipattini.com

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› FOCUS

Nel giardino capovolto del Leon’s Place Hotel GLI ARREDI CONTRACT DI PEDRALI NEGLI SPAZI DALLA FORTE PERSONALITÀ DEL BOUTIQUE HOTEL NATO DALLA RICONVERSIONE DELL’ANTICO PALAZZO FABI ALTINI

Tribeca progetto di CMP Design, è la reinterpretazione in chiave moderna delle classiche sedute da terrazza degli anni Sessanta.

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Situato nel rione Sallustiano, a Roma, il nuovo Leon’s Place Hotel della catena alberghiera Planetaria Hotels vive del connubio di ambienti classici e contaminazioni moderne. Il suo stile sofisticato e sorprendente nasce da una tavolozza cromatica che valorizza l’armonia delle tinte pastello. Rappresentativo degli spazi dell’albergo è un giardino “dipinto a mano” arredato con i prodotti Pedrali. Un luogo visionario e disinvolto, letteralmente sopra le nuvole: in questo giardino capovolto, le nuvole rosa sono sul pavimento, mentre le piante di arance e limoni sono sospese nell’aria. Il giardino è racchiuso da mura colorate con archi scolpiti all’interno dei quali sono disposti divani custom che fronteggiano le sedute Tribeca. La collezione disegnata da CMP Design

reinterpreta in chiave moderna le classiche sedute da terrazza anni Sessanta attraverso nuovi materiali: un solido telaio tubolare unito all’elasticità di un profilo in materiale plastico ordito verticalmente. Utilizzata nel colore rosa, Tribeca si inserisce in modo armonico all’interno della palette cromatica che definisce lo spazio, in abbinamento ai toni neutri dei tavoli Ikon di Pio e Tito Toso e delle lampade wireless Giravolta di Basaglia Rota Nodari. Gli arredi Pedrali sono stati scelti anche per la zona colazione. Ad accogliere gli ospiti, in un’intima sala dal soffitto a volta, sono le poltrone Jazz, rivestite in velluto arancio, e le sedute imbottite modulari Modus, in velluto verde. www.pedrali.it


› FOCUS

Jazz è una seduta imbottita con schienale curvato e avvolgente sostenuto da una leggera struttura in acciaio.

Giravolta è la lampada wireless ricaricabile, adatta per l’outdoor, disegnata da Alberto Basaglia Natalia Rota Nodari. Due dischi in materiale plastico, la base e il diffusore a LED che ruota a 360° gradi e orienta la luce, costituiscono gli elementi principali della lampada ispirata alle lanterne.

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› I PROFILI DI LPP

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› I PROFILI DI LPP L’attività dello studio, fondato nel 2008 a Firenze da Andrea Ponsi (Viareggio, 1949, laurea in Architettura a Firenze e all’Architectural Association di Londra, master all’University of Pennsylvania) e Luca Ponsi (San Francisco, 1983, laurea in Architettura all’Accademia di Mendrisio), si propone di collegare le diverse scale del progetto in una relazione di mutue corrispondenze, dal piano urbano al disegno degli arredi e dei complementi. Interessati all’esplorazione delle relazioni analogiche tra forme e sensazioni, natura e artificio, passato e presente, i progetti si sviluppano seguendo una linea di pensiero allo stesso tempo rigorosa, fluida e aperta, che si riflette metaforicamente nella linearità delle composizioni. A sua volta, il design degli arredi e degli oggetti è il risultato dell’integrazione di ricerca e invenzione con i principi universali di proporzione, equilibrio e armonia, prestando particolare attenzione agli aspetti percettivi, sensoriali e materiali di ogni progetto. www.studioponsi.it

UNA VARIETÀ DI SUGGESTIONI CHE NASCE DALL’ESPERIENZA DIRETTA, IL GUSTO PER I MATERIALI E I DETTAGLI CHE INCROCIA LA TECNOLOGIA, L’ESPLORAZIONE DELLE DIVERSE SCALE INTEGRANDO RICERCA E INVENZIONE. E LA CONVINZIONE CHE IL DISEGNO A MANO SIA IL MIGLIORE STRUMENTO DI ANALISI PER LO SVILUPPO DELLE IDEE

ANDREA E LUCA PONSI di Luigi Prestinenza Puglisi

Studio Ponsi è stato fondato nel 2008 da Andrea e dal figlio Luca. I due si caratterizzano per un tratto comune: la predisposizione a viaggiare e la voglia di allargare i propri confini culturali oltre l’esperienza italiana. Andrea Ponsi si è laureato nel 1974 con Leonardo Savioli: nella Firenze delle esperienze radicali e della contestazione. Ha viaggiato in Sud America, poi in Europa per studiare all’Architectural Association e, infine, negli Stati Uniti con una borsa di studio della ITT. Negli USA, dove avrebbe dovuto passare un solo anno, resta per undici, prima in Pennsylvania e poi a San Francisco. Luca, nato a San Francisco e cresciuto a Firenze, ha studiato invece presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio con Elia Zenghelis. Zenghelis, lo ricordiamo, è stato un personaggio di punta dell’Architettural Association, maestro e partner di Rem Koolhaas. Laureatosi, Luca ha lavorato in Svizzera e Portogallo e a Los Angeles. Senza aver presente queste esperienze credo che si faccia fatica a capire il lavoro prodotto dallo studio. E, infatti, basta osservare le opere che qui presentiamo per rimanere colpiti dalla varietà dei riferimenti. Molti sono certamente ascrivibili alle esperienze italiane: il gusto per il materiale, l’attenzione al dettaglio costruttivo, la capacità di dialogare con il contesto ambientale. E anche un certo senso della misura che non facciamo fatica a vedere come un carattere nazionale. Tuttavia, per altri aspetti, ricordano l’architettura americana. A questa appartiene per esempio l’uso delle travi in ferro e dei solai prefabbricati in metallo. Non mancano, infine, altre suggestioni, a volte recenti, a volte riprese dalla storia: penso per esempio allo stile Googie di John Lautner, caratterizzato da forme filanti come si intravedono nel progetto per un padiglione espositivo ad Arezzo. Tiburon House, San Francisco, 2005-2008, sketch e vista dall’alto (ph. ©Richard Barnes).

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› I PROFILI DI LPP

Tiburon House, sketch del giardino interno delimitato, come un moderno chiostro, da una galleria dove sono esposte opere d’arte (ph ©Richard Barnes).

Eclettismo quindi. Ma senza il rischio di produrre architetture cariche di riferimenti e, alla fine, pasticciate. La casa che preferisco è a San Francisco per una coppia di americani appassionati di architettura conosciuti a Firenze in occasione di un programma di visite a studi di architettura. La costruzione a un solo piano permette di realizzare uno spazio insieme estroverso e introverso: che si affaccia su una grande terrazza che guarda verso l’oceano e, insieme, si avvolge intorno a un patio centrale. E consente anche di realizzare intorno al patio una galleria idonea a ospitare le opere d’arte. Non è difficile trovare riferimenti alle Usonian di Frank Lloyd Wright e alle realizzazioni residenziali angelene: da Rudolph Schindler alle Case Study Houses, il programma inventato da John Entenza e che coinvolse dal 1945 al 1966 i migliori architetti californiani quali Richard Neutra, Rafael Soriano, Charles e Ray Eames, Gray Ellwood, Pierre Koenig e Eero Saarineen. Non mancano riferimenti alla tradizione italiana, soprattutto Carlo Scarpa. A ricordarlo sono i pilastri ottenuti accoppiando due esili profili in ferro, rivestiti in legno ma in modo tale da lasciar intravedere l’anima sottostante. Profili che a loro volta sembrano flottare grazie all’espediente di non poggiare direttamente sul pavimento. Vi è, infine, il gioco dei chiaroscuri ottenuto utilizzando lamelle in legno e in alluminio e l’uso di grigliati, per esempio nella porta del garage. La particolare capacità di dialogo con il contesto ambientale emerge dalla casa in Maremma. Si articola su tre livelli secondo uno sviluppo a bande orizzontali. Richiama per forme e materiali i caratteri paesaggistici del luogo ma non rinuncia ad adottare un linguaggio moderno, se non modernista. È, infatti, una costruzione composta più sui vuoti che sui pieni, secondo la migliore tradizione del Novecento. La casa Trasimeno, più compatta, è adagiata sul declivio di un colle rivolto a meridione e affacciato sul lago. Questa volta le facciate sono rivestite in pietra grigia sbozzata. Sono segnate da strisce orizzontali in laterizio a immagine della facciata di una piccola chiesa posta nelle vicinanze

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› I PROFILI DI LPP

La casa dei quattro orizzonti

Tiburon House, parrticolare dell’ambiente di soggiorno aperto sulla baia. In alto, la piattaforma in legno che scende alla spiaggia (ph © Richard Barnes).

Al centro di una valletta nella baia di San Francisco, casa Tiburon si sviluppa su un solo piano, con quattro padiglioni che su livelli diversi, assecondando la conformità del terreno, si articolano intorno al vuoto centrale. Asse portante della casa è la galleria che dall’ingresso, alla convergenza di due padiglioni, inquadra in lontananza la vista della baia. Superato il vestibolo, sulla sinistra si apre il giardino interno, circondato come un chiostro moderno da una galleria vetrata che serve la distribuzione e accoglie una collezione di opere d’arte. La linearità è uno dei temi ricorrenti del progetto. Oltre che nel generale impianto architettonico si ritrova nel rivestimento ligneo delle pareti esterne, nei frangisole in rame e alluminio e negli arredi e negli oggetti disegnati su misura, prevalentemente in rame, fabbricati artigianalmente in Italia. Il rame è utilizzato anche per la copertura dei tetti. L’edificio, del 2009, è completamente autonomo dal punto di vista energetico. La corte interna facilita la ventilazione naturale e rende superfluo il ricorso all’aria condizionata. La casa è inoltre dotata di un sistema di ventilazione meccanica, di un impianto fotovoltaico in copertura e di ‘vetri solari’ – lamine fotovoltaiche inserite nelle vetrazioni delle finestre a sud e delle protezioni dei camminamenti esterni.

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› I PROFILI DI LPP

Anche l’articolazione dei volumi riprende motivi tipici dell’architettura senza architetti del luogo. Rivolto verso il lago Trasimeno, il fronte sud è più aperto. Lo spazio esterno si completa con una piscina a sfioro rivestita in grès color antracite (ph ©Ulisse Donnini).

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› I PROFILI DI LPP

Tufo in blocchi e strisce orizzontali in laterizio per il prospetto nord della casa, austero come l’architettura rurale del territorio. Sotto, scorcio dell’interno. I radiatori sono in rame su disegno dello studio (ph ©Ulisse Donnini).

Casa Trasimeno Adagiata sul declivio di un colle rivolto a meridione e affacciato sul lago Trasimeno, questa casa, completata nel 2020, si presenta da un lato severa e austera come l’architettura rurale del centro Italia, cui si richiama anche nella composizione dei volumi, e dall’altro aperta e solare con le finestre e le terrazze affacciate sul lago. L’intero paramento, in pietra grigia sbozzata, è percorso da strisce orizzontali in laterizio, a immagine della facciata di una piccola chiesa che si trova nel borghetto adiacente al sito. In pietra basaltina e laterizio anche le scalinate. L’entrata è ricavata in una nicchia sulla parete rivolta a nord in corrispondenza del piazzale di accesso e rivestita in acciaio Corten. La maniglia del portone e tutti gli elementi di illuminazione esterni e dei bagni interni sono progettati su misura. Sul lato orientale si estende un camminamento che collega il volume della casa alla piscina a sfioro, rivestita in grès colore antracite e circondata da muretti in pietra e da un pianale in legno Ipè. Il resto della pavimentazione esterna è in cotto locale. In cotto – grigio al piano mediano e giallo a quello superiore – anche la pavimentazione degli interni, mentre le pareti dei bagni e i piani cucina sono trattati in resina cementizia grigia. Tutti i radiatori per riscaldamento sono progettati su misura e costituiti da tubi di rame a vista, cosi come in tubi di rame e giunti in ottone sono le ringhiere delle scale di collegamento tra i piani.

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› I PROFILI DI LPP

Anche per Casa Maremma (2013) Studio Ponsi ha disegnato gran parte degli elementi di arredo e dei complementi, realizzati in modo artigianale privilegiando l’uso del rame (ph. ©Mario Ciampi, Ulisse Donnini).

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› I PROFILI DI LPP

Uno sketch a acquarello di Casa Maremma (2013) e una foto del livello intermedio, con la piscina e la scaletta metallica che conduce alla terrazza superiore, da cui la vista spazia sull’Argentario e le isole dell’arcipelago toscano (ph ©Mario Ciampi, Ulisse Donnini).

Vista sull’Argentario Su un poggio nella campagna della Maremma toscana, la casa si sviluppa come stratificazione di tre volumi estesi orizzontalmente secondo l’asse Nord-Sud. L’andamento lineare dei piani richiama la dominante orizzontalità del territorio. La disposizione dei volumi risponde alla distribuzione del programma abitativo e si fa metafora carica di significati: la tradizione costruttiva locale con i ricorsi in blocchi di tufo dell’unica facciata del livello inferiore; la luce e i colori del mediterraneo al livello intermedio, dove sui vuoti predomina la massa muraria intonacata in calce bianca e con la loggia aerea adiacente la piscina; le doghe di legno del volume superiore, più privato, che evocano un’architettura nautica. Una scalinata esterna in travertino conduce al livello intermedio e da qui una scaletta in metallo sale alla terrazza superiore, come la tolda di una nave. Scale, balaustre, travature e solai esterni sono in acciaio zincato. Per contrasto, tutti gli elementi in metallo utilizzati all’interno, quali complementi di arredo, lampade e battiscopa sono in ottone o rame. Sempre in rame sono tutti i radiatori per riscaldamento, disegnati su misura dall’autore.

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› I PROFILI DI LPP

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› I PROFILI DI LPP

Lavori in corso Voluto nel 2001 dal Comune di Arezzo per esporre al pubblico le opere in corso di realizzazione, il padiglione prendeva spunto dalle torri medievali che caratterizzano lo scenario di questa città toscana. Collocato in una delle piazze più frequentate del centro storico, il padiglione era concepito in modo da convogliare al suo interno il flusso dei passanti in una continuità ideale e fisica con il principale corso cittadino di cui costituisce l’esito finale. L’involucro esterno – in tubi di rame orizzontali come basamento, listelli in legno e pannelli di policarbonato – avvolgeva la struttura metallica visibile, all’interno, come le strutture provvisionali che caratterizzano i cantieri edili.

Il padiglione espositivo segnala la propria presenza mimando, con una leggera struttura aerea metallica, le torri medievali della città. In contrasto con questa, l’orizzontalità dei pannelli lignei e dei tubi di rame che dal portale di ingresso definiscono l’involucro.

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› DESIGNCAFÈ RACCONTO E PROGETTO CON ORIZZONTE IL 2040

CITTÀ E PANDEMIA UNA CONVERSAZIONE

Palermo è stata raccontata numerose volte: la storia, le evoluzioni culturali e le contorsioni urbanistiche sono state oggetto della passione e competenza di autorevoli studiosi, eppure manca una figura di indagine ibrida tra identità e progetto, un racconto di avvenimenti con lo sguardo rivolto al futuro e una proposta di progetti alimentati dalle sensibilità della storia, della memoria e delle identità plurali della città. Questo l’intento del libro, curato da Maurizio Carta, ordinario di urbanistica del Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo, insieme ai componenti e agli studenti della sua scuola urbanistica e con testi e immagini di alcuni protagonisti che negli ultimi vent’anni hanno raccontato, fotografato o trasformato la città. Costruito attraverso il doppio registro della biografia e del progetto, il libro ha l’ambizione di concorrere al dibattito pubblico cittadino nell’orizzonte delle scelte per il prossimo e più lontano futuro di Palermo proponendo scenari, strategie di sviluppo e progetti di rigenerazione che possano portare la città verso il 2040. Palermo è letta come meta-città composta di città diverse che si confrontano; un corposo Atlante che la analizza e interpreta come ‘città aumentata’ ne approfondisce alcuni aspetti. Viene presentato un ampio impianto propositivo di visioni e strategie e 51 azioni concrete, che compongono l’Agenda Palermo +20 per lo sviluppo sostenibile dei prossimi venti anni. Infine, vengono presentati 91 prototipi di futuro possibile: progetti di conservazione, innovazione e trasformazione di alcune parti di città che fungono da esemplificazioni di soluzioni su cui discutere e sperimentare.

L’emergenza sanitaria ha ribaltato funzioni consolidate come quelle che svolgevano la città da una parte e l’abitazione dall’altra: deserti gli spazi pubblici, connessioni digitali e lavoro da remoto hanno trasformato la casa in luogo quasi pubblico, di incontri e connessioni. Evidente è apparso inoltre il disequilibrio tra la città come luogo capace di venire incontro ai bisogni e ai desideri di tutti e la città della competizione sovranazionale per attrarre talenti: un modello subito entrato in crisi, con le scintillanti torri per uffici spopolate e il conseguente fallimento del micro-tessuto economico cresciuto intorno. Questo dialogo tra Alfonso Femia e Paul Ardenne non propone visioni utopiche o ricette miracolose: si limita a osservare l’inaspettato per trarne indicazioni di buon senso per progettare il futuro che verrà.

Alfonso Femia, Paul Ardenne La città buona Per un’architettura responsabile Marsilio, Venezia, 2021 96 pp, 15 euro ISBN 978-88-297-1089-8

REMO BUTI, L’ARCHIGIANO

Giovanni Bartolozzi, Pino Brugellis, Matteo Zambelli Varie-età Remo Buti 1982-2002 Quodlibet - Dida Press Macerata 2020 472 pp, 34 euro ISBN 978-88-229-0537-6

Varie-età, come il succedersi delle diverse ricerche progettuali proposte in vent’anni di attività didattica da Remo Buti (1932) al corso di Arredamento e architettura degli interni presso la Facoltà di Architettura di Firenze. Curato da tre architetti a lui vicini e denso di contributi critici che aiutano a conoscere un personaggio che Andrea Branzi definì “protagonista segreto della scenografia internazionale del progetto”, il volume raccoglie, in 470 fantasmagoriche pagine (ma sono tutti plastici, non troverete un render) la produzione di 6.360 studenti che hanno interpretato i temi da lui via via proposti nei suoi corsi, nonché esempi della sua produzione artigianale (insieme all’insegnamento l’altra sua grande passione, tanto da definirsi archigiano) come ‘Post-Marsiglia’, il mobile di otto metri per due che raccoglie 120 modelli di abitazioni prodotti da quasi 400 studenti durante il corso di laurea 1985/86.

GAIA È NEI DETTAGLI

Maurizio Carta (a cura di) Palermo Biografia progettuale di una città aumentata LetteraVentidue, Siracusa, 2021 816 pp, 75 euro ISBN 978-88-624-2521-6

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Kiel Moe Unless Actar Publishers New York, Barcelona, 2020 300 pp, EN, 30 euro ISBN 978-19-487-6539-8

Come Mies van der Rohe aveva messo in discussione l’idea ottocentesca dell’autonomia dell’arte collocando l’esperienza estetica della sua architettura nella materialità del mondo capitalistico, qui allo stesso modo Kiel Moe prende in esame il Seagram Building, l’edificio più iconico di Mies per comprendere l’impatto dell’architettura sulla sottile crosta terrestre su cui poggia. Un impatto molto maggiore di quanto il dibattito architettonico non sia disposto ad ammettere. In fondo non si tratta, non solo almeno, di una critica sociale e politica del ruolo dell’architettura nella società ma di rileggere, alle luce dell’odierna crisi ambientale, lo stesso Mies quando affermava che “non vi è possibile progetto finché i materiali di cui si compone non sono stati completamente compresi”. L’iconografia del libro include anche molti particolari inediti del Seagram.


› SPAZI IRREALI

ARCHITETTURA VIRTUALE IL PROGETTO DI SPAZI VIRTUALI INTERATTIVI COME NUOVO FONDAMENTALE TEMA PER L’ARCHITETTURA A PARTIRE DA UNA DISCUSSIONE CON PATRIK SCHUMACHER DI ZAHA HADID ARCHITECTS

Carlo Ezechieli

Zaha Hadid Architects, l’atrio della Leeza Soho Tower, Pechino, rendering by MIR.


› SPAZI IRREALI

Principal di Zaha Hadid Architects, dove entrò nel 1988, Patrik Schumacher ha studiato filosofia, matematica e architettura a Bonn, Stoccarda e Londra e ha completato il suo PhD nel 1999 all’Istituto per la Scienze Culturali dell’Università di Klagenfurt. Nel 1996 ha fondato il Design Research Laboratory all’Architectural Association di Londra, dove insegna tuttora. Nel 2010 ha vinto il RIBA Stirling Prize con Zaha Hadid. Nel 2008 ha coniato il termine Parametricismo come nuovo stile per l’architettura del 21° secolo. Nel 2010/2012 ha pubblicato la sua opera teorica in due volumi The Autopoiesis of Architecture.

Spazi irreali Se la natura fosse stata confortevole, l’umanità non avrebbe mai inventato l’architettura, diceva Oscar Wilde. Provate però a immaginare una dimensione dove la necessità di avere un tetto sulla testa, come del resto tutti i vincoli di natura statica e, aggiungo con grande sollievo, normativi, non esistano. Tutta l’attenzione finirà per rivolgersi al progetto di spazi che permettano di orientarsi, di trasferire un significato, di rappresentare contenuti. Era questo in estrema sintesi il discorso di Patrik Schumacher quando per la prima volta mi citò il progetto di spazi virtuali interattivi quale campo di innovazione principale per l’architettura nei prossimi anni. Non immaginavo che questo tema, emerso a livello teorico da almeno un ventennio e tuttora considerato radicale, fosse al centro dell’interesse di chi, con mentalità necessariamente pragmatica, è oggi alla guida di uno dei più famosi studi di architettura del mondo. Ma arrivavo in ritardo. Inutile ricordarlo: nell’ultimo anno tutto il mondo, come del resto buona parte delle attività di progetto nel settore delle costruzioni, è stato paracadutato online. La richiesta e l’offerta di digital twins e di contenuti 3D interattivi, che sta ormai dilagando dai prodotti all’architettura, è letteralmente esplosa, insieme all’interesse di aziende del calibro di Nvidia, Unreal Engine o Amazon Web Services. E il potenziale è enorme. Immaginatevi, ad esempio, di fare shopping online, non semplicemente sfogliando foto in internet, ma entrando in un negozio virtuale la cui architettura – dato che nel mondo digitale non esistono pioggia e vento – anziché un ovvio progetto di interni, potrebbe essere una meravigliosa, interattiva, architettura di un paesaggio irreale. Siamo di fronte a una svolta molto vicina, dove anche astrazioni impossibili, simili a quelle anticipate dalla cinematografia, potrebbero presto diventare, oltre all’ambientazione comune della nostra vita online, un magnifico tema di architettura. CE [ 82 ]

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PATRIK SCHUMACHER RIFLESSIONI SUL TEMA DELL’ARCHITETTURA VIRTUALE di Carlo Ezechieli

«Progetterei il mondo dopo il Covid-19 come uno spazio virtuale di navigazione e comunicazione quadridimensionale. Tutte le principali azioni e innovazioni architettoniche nei prossimi anni si svilupperanno qui». È questa la risposta di Patrik Schumacher a una domanda che gli posi l’anno scorso e che venne pubblicata su un numero speciale di IoArch. Da sempre a fianco di Zaha Hadid, Patrik ha saputo conservare, se non addirittura moltiplicare, l’attività e il prestigio di uno degli studi di architettura più celebri. Mettendo in evidenza l’importanza dell’Architettura Virtuale (o Virtual Architecture, VA) – intesa come un ambiente architettonico interattivo, presente in ambito digitale – Schumacher rivela la capacità di cogliere, con giusto anticipo, trasformazioni fondamentali la cui portata è già molto più presente di quanto si possa immaginare.

diverse aziende. Una compagnia dell’Europa dell’Est che si chiama Confer-O-Matic (www. conferomatic.com), ad esempio, ospita eventi e conferenze alle quali è possibile partecipare sotto forma di avatar, interagendo con gli altri partecipanti. Il vantaggio è che un evento online in versione di cyberspazio virtuale, a differenza di un evento in Zoom, dà l’opportunità di collegamento e di interazioni informali che rendono l’esperienza più complessa, produttiva e fedele a una conferenza nel mondo reale. È possibile entrare e uscire da un luogo di incontro in modo simile a un videogioco. L’idea iniziale di questo tipo di interfacce era solo di intrattenimento, ma oggi danno la possibilità di organizzare eventi aziendali. Ho l’ambizione di integrare questi spazi, puramente virtuali, con spazi urbani reali e credo che questo rappresenti una nuova importante area di mercato per gli architetti.

Covid-19 ha innescato uno spostamento massiccio verso il mondo digitale e, come hai sottolineato in più occasioni, questo ha reso l’architettura virtuale un soggetto particolarmente interessante. Quali le tue riflessioni su questo tema?

Qual è invece la tua esperienza personale nel campo dell’architettura virtuale?

Il fatto è che abbiamo già a disposizione spazi di comunicazione virtuale con capacità 3D evolute, e sul mercato sono già presenti

Di recente abbiamo creato un digital twin del nostro ufficio di Pechino, all’interno del quale è possibile incontrarsi e partecipare virtualmente. Abbiamo sviluppato questo sistema di comunicazione virtuale con un tipo di interazione simile alle piattaforme di gioco online.


› SPAZI IRREALI

Questo sarà un banco di prova per quello che stiamo cominciando a offrire ai clienti. Molti potranno beneficiare di un’anticipazione virtuale dei loro edifici in via di progettazione e la maggior parte di loro potrà godere di una forma di presenza virtuale congeniale alla loro presenza fisica e architettonica. Hai avuto l’opportunità di prendere parte ad altri progetti?

Un’esperienza affascinante alla quale sono collegato è un progetto chiamato Liberland (https:// liberland.org/en/). L’idea è quella di istituire una nazione indipendente, molto piccola, forse solo tre o quattro volte più grande di Monaco, in un luogo magnifico nella terra di nessuno tra Serbia e Croazia. Stanno sviluppando un sistema blockchain basato su un sistema di governo, un sistema monetario autonomo, e una Liberland virtuale, raccogliendo l’interesse di molte aziende operative nell’area blockchain. Quando presentate i progetti in Realtà Virtuale utilizzate interfacce particolari come visori 3D o altri dispositivi o forme più convenzionali?

Sì, a volte utilizziamo visori, ma più di frequente abbiamo modelli caricati su iPad, su smartphone, o modelli 3D che possono essere inviati o caricati da chiunque. Ci si può muo-

vere al loro interno. Sviluppiamo il progetto di ogni ambiente a un livello di dettaglio molto approfondito allo scopo di ottenere un’esperienza dello spazio completa e a 360°. Circa i visori, in verità non penso che potranno avere una grande diffusione in futuro. Esiste un tale livello di interazione tra spazi fisici e virtuali e una tale necessità di alternanza tra una modalità e l’altra, che non penso sia possibile restare isolati da ciò che ci circonda. Lo spazio virtuale dovrebbe sovrapporsi e interagire con lo spazio fisico attraverso grandi schermi e schermi touch, ad esempio. Bisogna anche considerare che, mentre le interfacce nel campo dei videogiochi e dell’intrattenimento sono ormai piuttosto evolute, nel mondo del lavoro continuiamo ad affidarci sulle stesse interfacce di decenni fa.

Questo sicuramente è vero, anche se credo che i tempi siano ormai maturi per un trasferimento di tecnologie. Del resto è del tutto normale, per tecnologie che sono a un livello sperimentale, venire sviluppate in un ambiente dove non è necessario che siano efficaci o affidabili al 100% dal punto di vista della produzione. Dopo che sono state messe alla prova, allora sarà possibile muoversi da un livello di svago a un utilizzo produttivo ad alte prestazioni.

ZHA, masterplan di Tencent Innovation City a Pechino.

Durante il primo blocco Covid-19, la primavera scorsa, anche voi di ZHA avete dovuto chiudere lo studio. Questo ha innescato nuovi modi di collaborazione?

Oh sì, assolutamente. Avevamo quasi 400 persone al lavoro, in parte da casa e in parte in due uffici. Sebbene il lavoro più di routine sia tuttora svolto da casa, è importante mantenere alcuni spazi di incontro fisico e sociale. Per questo motivo abbiamo pensato di ridurre i nostri spazi operativi per costruire invece spazi più finalizzati all’incontro e alla socialità. Senza contare che, come realtà che opera nel campo della creatività, abbiamo uno schema di lavoro che si basa sulla condivisione di informazioni ed esperienze e questo, quando viene a mancare una vita sociale in comune, diventa complicato. Penso infine che, come dicono molte ricerche, nel settore del terziario-servizi avremo un calo di almeno il 20% nell’utilizzo di spazi e uffici: che è davvero molto. Ci sarà un fortissimo fronte di lavoro in remoto e attualmente, mentre stiamo gradualmente abituandoci al lavoro da casa, ci troviamo di fronte alla sfida di conservare una cultura aziendale e allo stesso tempo innescare sviluppi interessanti in termini di rigenerazione urbana.

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› SPAZI IRREALI Come trasferite questa modalità all’interno dei vostri sistemi virtuali di comunicazione e di interazione?

Ho studiato a lungo il tema della semiotica in architettura e non dobbiamo dimenticarci che riguarda molti altri campi. Nella moda, ad esempio: come ci si veste per una riunione o per il lavoro, corrisponde alla proiezione di un’idea di se stessi, il che è piuttosto importante, perché autodefinisce un carattere. Quello che penso sia particolarmente interessante è che in un ambiente virtuale c’è molto da imparare dall’architettura tradizionale e dall’intero profilo semiologico legato a questioni progettuali come: che tipo di spazio? Che tipo di evento? Che genere di contesto? Un ambiente virtuale è un progetto al 100% fenomenologico e di segni, dove il compito essenziale di un architetto è organizzazione, connessione e cognizione. Questo coinvolge il significato sociale e i protocolli, invece dei convenzionali vincoli di ordine fisico e tecnico con i quali è necessario confrontarsi quando si costruisce. Hai affrontato la questione in ambito accademico con un corso chiamato Virtual College.

Nel corso Virtual College della TU Berlin i temi erano precisamente quelli che ho citato poco fa. Il progetto semiologico è molto importante in uno spazio virtuale. Corrisponde all’intera Gestalt dell’atmosfera di un edificio e a uno spazio che può veicolare un significato. Qui, è possibile orientarsi, purché tutto sia ordinato sistematicamente. Ogni cosa é indicizzata o già semiologica, ma i segni o le parole non sono il

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solo modo per farlo. Ciò che conta è la modalità di rappresentazione, progettata in modo che ognuno comprenda quale tipo di comportamento è appropriato in un dato contesto. Ogni zona incorpora un sistema di protocolli comportamentali inerenti. Pertanto è importante concentrarsi non solo sulla navigazione, ma anche orientare l’attitudine dei partecipanti. Questo approccio fa parte della mia teoria dell’architettura, ma comprende anche il design, la moda e perfino il progetto grafico. Il punto fondamentale è che, come architetti, dovremo pensare a un cyberspazio significativo in termini di potenziamento o dell’effetto sull’utente finale. In breve, ciò che serve è una user experience facile, bella e produttiva e questo significa che dobbiamo creare ambienti eloquenti, leggibili e ricchi di informazioni. Quali sono, dal tuo punto di vista, i progetti più interessanti nel campo dell’architettura virtuale?

In verità quello che si vede in architettura, almeno per il momento, è molto deludente. Penso tuttavia a iniziative come Decentraland (https://decentraland.org) che è uno spazio dove imprenditori, singoli individui o aziende possono acquistare terreni. Possono costruire i loro spazi per eventi, per pubblicità o gallerie d’arte e questo al punto che già esiste un mercato immobiliare virtuale, con il commercio di lotti di terreno e tutto quanto. Sono sul punto di diventare veri e propri siti per attività commerciali. Attualmente l’architettura di Decentraland non è molto interessante ma credo che se questo spazio commerciale acqui-

sterà valore e inizierà a produrre reddito, gli architetti verranno interpellati per aggiungere prestigio. Ad esempio, ci sono dei club dove è possibile incontrare altri avatar. Prova a immaginare che uno di questi abbia economicamente successo e che incarichi un architetto per rendere questo spazio più attraente rispetto ai vicini, suoi concorrenti. Nel film pluripremiato Parasite l’architettura è di indubbio livello. Sono rimasto impressionato scoprendo che è quasi completamente virtuale, costruita a partire da un banale garage. Anche i nostri spazi virtuali dovrebbero essere disegnati in questo modo?

Sicuramente si. Non sono un fanatico dei videogiochi, ma molti ragazzini che sono cresciuti giocando oggi sono degli imprenditori. Sono del tutto abituati a incontrarsi in uno spazio virtuale, in ambienti come quello di Fortnite, ed è probabile che spingano il tutto molto oltre, trasformandolo in un’esperienza esteticamente ed emozionalmente appagante. Credo che anche lo shopping online possa diventare molto più interessante di quanto non sia attualmente. Sarà possibile non solo vedere i prodotti ma anche incontrare altra gente, come in un vero negozio. In Cina stiamo lavorando al campus tecnologico della Tencent, e penso faremo una simulazione digitale del progetto utilizzando automi che si muovono e vagano nell’area. Il lavoro è principalmente un’esperienza sociale, molto più della residenza, e questo rende l’ambiente di lavoro il settore di esplorazione principale nel campo dell’architettura virtuale


› SPAZI IRREALI

INSIGHTS ABOUT VIRTUAL ARCHITECTURE Covid-19 triggered a massive shift towards the digital realm and, as you pointed out, virtual architecture is a very interesting field of exploration. What are your thoughts about that? We already have virtual communication spaces featuring rather evolved 3D capabilities, and there also are some companies in the market. An Eastern European Company called Confer-O-Matic (www.conferomatic.com), for instance, hosts conferencing events where you can join as an avatar, take part, and interact with other participants. The advantage is that in a VR cyber-space version of an online event, compared with an event in Zoom, there are opportunities for informal exchanges and networking which makes the experience more complex, productive and faithful to a physically gathered conference. You can drop in and out of a meeting place, in a way similar to a gaming space. The initial idea of these interfaces was just entertainment, but now there is an opportunity to host corporate events. It is my ambition to integrate these purely virtual spaces with real urban spaces. I believe this is a whole new market for architects. What about your personal design experience in the field of virtual architecture? We have recently developed a virtual digital twin of our Beijing office where we can meet and engage virtually with work media and with each other. We implemented this virtual communication space with ‘gaming’ interaction as a test bed for what we are starting to offer our clients too. Many of our clients would benefit from a virtual anticipation of their coming building and most of them also have a virtual presence which should ideally be congenial to their physical architectural presence. Did you have the opportunity to take part to other projects? A fascinating experience I am connected with is a project called Liberland (https://liberland.org/en/). The idea is establishing an independent country, very small, maybe just three of four times as large as Mo-

naco, on a magnificent site in a no-man’s land between Serbia and Croatia. They started developing a blockchain based system of governance and their own currency system. There is also a brainstorming group about developing a virtual Liberland, which is gathering the interest of blockchain companies. You said you presented your projects in VR. Do you use special interfaces such as headsets or other kind of interfaces? Yes sometimes we do use headsets, but most frequently we have models uploaded on iPads, smartphones, or models that we can send out and can be uploaded by anyone. You can swivel around, move around and explore the qualities of the design. We develop the design of rooms into an accurate level of detail in order to have a 360° full experience of the space. Concerning the headsets, I actually do not think that they represent a pervasive the future. There is so much interaction between physical and virtual spaces and the need to switch from one mode to the other, rather than being isolated from one’s surroundings. The space is more important and it is a matter of its quality and details. The virtual space should overlap and interact with the physical space, through big screens and touch screens for instance. Augmented reality (AR) via google glasses or facebook glasses is another way of integrating cyber-space with real space. While interfaces in entertainment are rather advanced, it is strange that in the working environment we keep on relying on the same interfaces we used decades ago. That is certainly true, although I believe the time is ripe for a technology transfer. To some extent that is very normal for technologies, which are at an experimental level, to be implemented within an environment where they do not need to be 100% effective nor reliable productively. After you have tested them, then you can move from a leisure use to a high performance productive use. During the first lockdown, last Spring, in ZHA you had to lockdown as well. Did it trigger a new way of working and collaborating?

In questa pagina, ZHA, Murray Road 2 Tower, Hong Kong, render by Arqui9. Nella pagina a sinistra, uno stop frame del film Parasite (img. courtesy Academy Two).

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Oh yes sure, that was real. We had approximately 400 people working both from home and some 50 of them scattered around in two offices. Although we still have the more routinary work done from home, it is important to keep some social physical meeting places. For this reason, we thought about shrinking our spaces and building a space that is more ‘social’. As a creative company, we have a working pattern based on sharing information and experiences, and that becomes difficult without a shared social life. On the other hand, I also believe, as studies say, that in the tertiary-services sector we will have something like at least a 20% drop in office space: which is really a lot. There will be a strong home-working front and currently, while we are gradually getting used to home working, the challenge is preserving a corporate culture as well as triggering interesting developments in terms of urban regeneration. You were mentioning avatars. Are you already implementing that in your system? We have a basic system where you simply take your headshot with your smartphone and you place that on your avatar. Which is somewhat funny since when the avatar is walking away you still have its face looking at you. However, I think the avatar does not have to be just a photo realistic interpretation of one’s face. I have been investigating a lot in architecture semiology, which is also design semiology and we should not forget that this has to deal with many other fields. Fashion, for instance: how you dress up for a meeting, for business, which is how you self-project when you come to the office, which is quite important, since it is self-characterizing. What I thought intriguing is that also in a virtual environment there is a lot to learn from the old building design and from the full semiology related to design questions such as: what kind of space? What kind of event? What kind of surroundings? A virtual environment is a 100% phenomenology and semiology project. The essential task of an architect is organization, connection, and cognition, which invol-

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ves the social meaning and protocols instead of the conventional physical and technical constraints you have to deal with while building. You started investigating the topic of Virtual Architecture with the Virtual College studio. May you tell us more about that? In the Virtual College studio in TU Berlin we used to put all the questions I just mentioned. The semiological project is so important in a virtual space. It is the entire atmospheric gestalt of a building and a space that can carry the meaning. There, you can get oriented, but all must be systematically ordered. Everything is indexical or already semiological, but logos or words are not the only way. What matters is how you want to represent in order to make everyone aware of what kind of behavior is appropriate within a particular environment. Each zone embodies a set of inherent behavioral protocols. Therefore, it is important not to just focus on navigation, but also on orienting the participants’ attitude. This approach is part of my own theory of architecture, but it encompasses also design, fashion and even graphic design. The bottom line is that, as architects, we should think about a meaningful cyberspace in terms of the empowering effect on the end user. In short, we need an easy, beautiful and productive end-user experience. This means we need to create eloquent, legible, information-rich environments. What are in your view the most interesting projects in virtual architecture? If any. Well, architecturally what you see is actually very disappointing. Yet, there is a project called Decentraland (https://decentraland.org) which is a space where entrepreneurs, individuals or companies can purchase land and build. They can construct their own event spaces, advertising, art galleries and there is already a virtual land market, with trading of land parcels and so forth. They are on the verge to becoming proper sites for commercial activities. Currently, Decentraland’s architecture is not very interesting, but I believe as this virtual commercial

ZHA, Tower C in Shenzhen Bay Super Headquarters Base (render by Brick Visual).

space becomes more valuable and starts producing income, professional architects will be asked to add value to this environment. For instance, there are night clubs, where one meets other avatars. Imagine one of these having an economic success and then hiring an architect to make its place more attractive in comparison to its competitors just next door. The internationally renowned movie Parasite, features a quite remarkable architecture. I was quite impressed when I learned that was all virtual, build up starting from a garage. Should our virtual spaces be designed like that? Oh yes, absolutely. I am not a computer games fanatic, but many kids who grew up with games, now are entrepreneurs. They are very used to meeting virtually, within games such as Fortnite, and they are likely to push this thing forward, transforming that into an aesthetically and emotionally rewarding experience. I also believe that online shopping could become much more interesting than it currently is: you would not only see products but also meet other people, like in a real shop. We are currently working in China at the Tencent technology campus, and we are making a digital simulation of the project using automatons, moving and roaming around. Working is mainly a social experience, much more than residences, for instance, and this fact makes the working environment for us the primary research topic in the field of virtual architecture. Yet, virtual environment could be set up very effectively for shopping, where people may meet in a café and then go around shopping, making those places a potential trigger for social interactions. Last, just consider that, during the lockdown, we could not meet anyone, but people want to meet anyway. Here in London, for instance, when in the summer we were temporarily relieved from Covid-19 restrictions and still working from home, pubs and nightclubs were totally full!


› SPAZI IRREALI In questa pagina, modello stampato in 3D nella mostra Project Correll (ph. ©Julien Loalo) e due frame della progettazione in modalità AR (Augmented Reality).

PROJECT CORREL PROJECT CORREL CITTÀ DEL MESSICO, 2018 MUSEO UNIVERSITARIO ARTE CONTEMPORÁNEO (MUAC) ZHVR Group Helmut Kinzler,

Risa Tadauchi, Jose Pareja Gomez, Daria Zolotareva, Harry Varnavas

In Partnership with Unreal Studio, HP Virtual Reality Solutions, Nvidia and HTC VIVE

Special thanks to Marien El Alaoui,

Ken Pimentel, Simon Jones, Victoria Chang, Raymond Pao, Kurt Weng, Gregory Jones, Scott Rawlings, Linda Crawley, Aleksandra Mnich, Manon Janssens, Henry Virgin, Margarita Valova, Katherine Hayles

UN PROGETTO SPERIMENTALE NATO ALLO SCOPO DI ILLUSTRARE MODALITÀ COMPLESSE DI COLLABORAZIONE IN UN AMBIENTE DI REALTÀ VIRTUALE DI ZAHA HADID VIRTUAL REALITY GROUP

Zaha Hadid Virtual Reality Group (ZHVR) è un team di progetto e ricerca fondato nel 2014 per lo sviluppo di tecnologie di Realtà Virtuale (Virtual Reality VR) immersive per l’architettura, intendendo la VR come un vero e proprio strumento di progetto e di amplificazione del processo di progettazione architettonica. All’attività del gruppo partecipano aziende leader nel settore delle tecnologie software e hardware come Unreal Studio, HP Virtual Reality Solutions, Nvidia e Htc Vive. Presentato nel 2018 nella mostra ‘Design As Second Nature’ dedicata a 40 anni di lavoro di progetto e ricerca di Zaha Hadid Architects, e ospitata dal Museo Universitario Arte Contemporáneo (Muac) di Città del Messico, progetto del maestro messicano Teodoro Gonzáles de León, Project Correl è un esperimento collaborativo di presenza simultanea nella realtà virtuale (VR) nato allo scopo di illustrare lo sviluppo di riunioni e operazioni complesse in un ambiente virtuale. Si tratta di un’estensione digitale e condivisa

della realtà fisica che propone una relazione dinamica tra creatori umani e logica macchina. Alimentato da Unreal Engine, Project Correl dimostra le possibilità di tecnologie immersive emergenti in architettura. La mostra invitava i visitatori a collaborare in tempo reale, ad avere esperienza della scala e di modalità di progettazione aumentata digitalmente allo scopo di costruire insieme una struttura virtuale destinata a crescere entro un dato periodo di tempo. Entrando in uno spazio virtuale i visitatori potevano muoversi liberamente, dimensionare e spostare componenti per assemblarle secondo regole prefissate. Emulando sistemi di crescita ricorrenti nel mondo naturale, un ambito di ricerca molto presente nell’attività di Zaha Hadid Architects, ogni componente, per consolidarsi nel sistema, doveva avere una connessione e una logica di rapporto con altre parti, formando una sorta di accumulo e di memoria collettiva. CE

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› SPAZI IRREALI Eric de Broche des Combes (Marsiglia, 1971), architetto e designer con base a Parigi, è fondatore di Luxigon, studio di visualizzazione architettonica. Collabora regolarmente con gruppi di progettazione, contribuisce a pubblicazioni e dà lezioni sulla teoria, la pratica e la storia dell’immagine. La tecnologia nell’ambito del computer gaming e le sue possibili applicazioni al mondo dell’arte, come del resto l’architettura e l’urbanistica sono altre sue passioni, insieme all’attività di insegnamento presso la Harvard Graduate School of Design.

SPAZI FANTASMA ERIC DE BROCHE DES COMBES, FONDATORE DEL FAMOSO STUDIO DI VISUALIZZAZIONE LUXIGON E DOCENTE PRESSO IL DIPARTIMENTO DI ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO PRESSO HARVARD GSD, SUL TEMA DELL’ARCHITETTURA VIRTUALE di Carlo Ezechieli Per qualcuno che è cresciuto all’interno di un’opera-mito come la Cité Radieuse di Marsiglia di Le Corbusier, diventare un architetto sembra uno sbocco naturale. È il caso di Eric de Broche des Combes che, dopo la laurea in architettura nel 1997, ha trasferito il proprio estro di mago dei computer e di fan del punk rock nella produzione di immagini per l’architettura: prima con Auralab e, qualche anno dopo, con lo studio internazionale Luxigon, con il quale trasforma progetti in incredibili esperienze visuali per molti famosi studi di architettura come Oma, Mvrdv, Rex, Kpf, Som, per citarne solo alcuni. Oltre a Luxigon, il suo impegno come architetto professionista con Buro-BC, come autore di progetti di comunicazione con un gruppo di ricerca chiamato Nirvalab e come teoricoaccademico nella sua attività di docente presso la Harvard School of Design lo rende una figura poliedrica e un perfetto esploratore di un campo pionieristico come l’architettura virtuale. ….Bene, iniziamo. L’argomento, come sai, è l’architettura virtuale

Un momento, prima di iniziare avrei io una domanda: ci solo molti modi di intendere l’architettura virtuale, come inquadri questo termine? Intendo un ambiente architettonico dove le persone possono interagire. Non un rendering statico, ma qualcosa di simile a un contenuto interattivo in 3D (un Interactive 3D Content) che non esiste in un contesto fisico ma presente unicamente in un ambito digitale/virtuale.

Bene, è tutto chiaro. Possiamo cominciare.

Negli ultimi tempi vediamo una quantità crescente di visualizzazioni 3D di alta qualità e di [ 88 ]

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rendering semi-realistici, come del resto sempre più contenuti interattivi 3D di prodotti, ma ancora davvero poca architettura virtuale interattiva. Quali sono le tue riflessioni sul tema?

In verità il termine architettura virtuale non ha molto senso perché l’architettura è sempre qualcosa che ci circonda fisicamente. Sebbene al giorno d’oggi ci siano molte opportunità per simulare quel tipo di ambiente o di esperienza – e la maggior parte di queste simulazioni le vediamo nei videogames – tutto ciò che si può fare è semplicemente dare l’impressione di esserne circondati. Un aspetto comunque non trascurabile è che un ambiente virtuale rispetto ad uno fisico è governato da leggi ben differenti. Ad esempio: dal momento che non c’è nessuna necessità di controllo del clima, o di rispettare vincoli statici e strutturali, si apre un insieme di opportunità completamente nuovo. Un altro punto forse ancora più importante è la sfida rivolta alla comprensione: quale livello di significato si può ricavare dal progetto di questo tipo di spazi o di luoghi. Hai appena citato un aspetto che ritengo fondamentale, che è la capacità di dare forma a significato e contenuto. Per esempio, invece di essere in questo momento in contatto via Zoom, semplicemente vedendoci in faccia attraverso uno schermo, avremmo potuto incontrarci in una meeting room virtuale con un’architettura magnifica disegnata da qualche archistar.

Nella mia ricerca ho visto che c’è una componente fondamentale che perdiamo in ambienti virtuali, e si tratta di un contesto e di una storia. Viviamo in un mondo fisico dove ogni cosa ha una storia e una spiegazione mitologica. Ad

ogni montagna, ogni fiume, ogni albero corrisponde una leggenda. In un mondo virtuale, tutto questo, semplicemente, non l’abbiamo. Questo dipende anche dal fatto che tutto è così recente che non abbiamo ancora avuto il tempo di costruirlo, di nominarlo e di fissare i nostri riferimenti. Significa che mentre si ha l’opportunità di andare in ogni direzione, si perdono i riferimenti comuni. Per esempio: dove ti incontri? Quando? Quali sono le regole? Inoltre, non dimentichiamo che il proposito originario e fondamentale dell’architettura non era quello di costruire spazi dove la gente si incontra; era invece quello di costruire un riparo o un monumento. Ciononostante, questo nuovo mondo virtuale appartiene a tutti gli effetti allo specifico dell’architettura e questo significa che è sicuramente una forma di espressione dell’essere umano e della sua cultura. Circa l’insieme di regole che caratterizzano uno spazio architettonico, all’interno del quale normalmente si cammina, in uno spazio architettonico virtuale potrei perfino volare. In breve, quali potrebbero essere le modalità alternative di esperienza di questi tipi di spazi?

Lascia che ti faccia un esempio. World of Warcraft (WoW) è un gioco di ruolo online di tipo massive multiplayer, “massive” al punto che ormai ci sono circa nove milioni di giocatori in tutto il mondo, più o meno la dimensione di un’intera nazione come l’Austria. I giocatori hanno in comune lo stesso paesaggio, la stessa architettura e così via. Personalmente ho giocato a World of Warcraft per dieci anni (anche se forse non avrei dovuto), e per me i luoghi del gioco esistono veramente. Li ricordo; ne scopro di nuovi, proprio come andare in visita a Roma o Milano. Decisamente esistono. La parte interessante è però che, parlando in termini psicologici, esiste anche un coinvolgimento emotivo nei confronti di questi luoghi che è molto simile a ciò che è possibile provare nella realtà. Dal punto di vista cognitivo e (in una certa misura) psicologico, sono reali. Naturalmente non si ha nessuna esperienza di dolore, morte e cose di questo tipo, ma la maggior parte di ciò che si prova abitualmente, come l’empatia, l’amore o l’apprezzamento estetico, esistono e si riflettono sull’ambiente, anche se è virtuale. In relazione a tutto questo sicuramente entra in gioco il tema del rapporto tra reale e virtuale, che è una questione di strumenti ma anche di processi mentali.

Mi piace utilizzare la parola greca φάντασμα – o fantasma – che significa apparizione, un’immagine, uno spirito, ed è qualcosa in cui vuoi credere. È presente anche nell’iconografia religiosa e per le persone realmente credenti sicuramente esiste, e naturalmente ha una controparte nel mondo reale. E questo è ciò che più o meno succede nella realtà virtuale.


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REX, Shenzhen Opera House competition, 2020, render by Luxigon

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REX, Komische Oper Berlin expansion, render by Luxigon

Parlando di vita in un mondo virtuale, qual è stata la tua esperienza durante il primo blocco del Covid-19, quando tutto il mondo, improvvisamente, si è riversato online?

Ero abbastanza sorpreso, perché ho letto continuamente. È curioso. Mi piace il computer come estensione dell’immaginazione, ma non credo al computer come strumento. Penso che possiamo vivere felicemente senza essere online, come credo sia importante permettere alle nostre menti di essere libere dai computer.

Stai facendo, ormai da anni, un lavoro incredibile con Luxigon. Quando pensi che un tipo di architettura interattiva 3D possa diventare centrale nella vostra attività?

Ci stiamo già lavorando. Tuttavia si tratta della capacità di sviluppare idee, non solamente di utilizzare strumenti. Attualmente ciò che vedo intorno a me è una grande quantità di strumenti che servono per creare architetture, ma non vedo in tutto questo alcun buon metodo per comunicare. La gente fatica a interpretarlo correttamente, non esiste alcuna educazione in termini di spazi 3D, lasciamo perdere quando si tratta di spazi virtuali, ma allo stesso tempo ci sono i più giovani con una formazione estesa nel campo delle immagini 3D. Credo che questo sia un campo dove i ragazzi hanno un vantaggio [ 90 ]

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notevole, dato che giocano con i videogiochi fin dall’infanzia. Parlando con Patrik Schumacher di Zaha Hadid Architects, è emerso un riferimento al film Parasite, del quale ero abbastanza sorpreso di scoprire che l’elegante architettura delle ambientazioni era in realtà completamente virtuale. Pensi che questo genere di cose saranno presto presenti nella nostra vita di tutti i giorni?

Bene, c’è attualmente la possibilità di visitare virtualmente molti monumenti esistenti, come Stonehenge o il Partenone di Atene. Con un visore l’esperienza è molto coinvolgente, le uniche cose che si perdono sono gli odori, la temperatura, e forse l’acustica. Allo stesso modo sarebbe possibile visitare anche qualcosa che non esiste, come una cattedrale alta cinque chilometri o una rovina ricostruita. Il punto è che non stiamo facendo molta esplorazione in questo momento, mentre ci sarebbero opportunità incredibili per farla. Quali pensi siano attualmente le esperienze più interessanti? Forse non solamente nel campo dell’architettura, ma anche nei videogames, dove nonostante tutto l’architettura potrebbe giocare un ruolo magnifico

Il punto è che siamo solo all’inizio ma, allo stesso tempo, vedo videogiochi come “L.A.

noire” caratterizzati da una ricostruzione dettagliata dell’intera città di Los Angeles nel 1949. È una meraviglia archeologica. È possibile avere un tour virtuale della città com’era a quel tempo. Un’ultima domanda: come immagini il futuro, come comunicheremo in futuro, qual è la tua visione?

Dal mio punto di vista, il mondo del futuro sarà plasmato da due forze, una tecnologica, l’altra politica. Recentemente abbiamo assistito a un progresso molto promettente nel campo degli ologrammi. Per esempio, il MIT sta facendo un lavoro di ricerca e dei progressi incredibili in questo campo (https:// news.mit.edu/2021/3d-holograms-vr-0310). C’è effettivamente un esempio molto bello nel secondo film di Blade Runner, quello ambientato nel 2049, nelle scene in cui una ragazza in una specie di bolla è una fabbricante di memorie. È una parte molto interessante del film perché tecnologicamente non siano troppo distanti dal poter fare una cosa simile. L’altro aspetto è che il mondo politico non ha ancora ben compreso l’internet; il mondo sarà composto non tanto da nazioni ma da persone raggruppate per sfere di opinione, e tutto questo avrà luogo esattamente in un mondo virtuale


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PHANTOM SPACES Growing up in an architectural myth such as Le Corbusier’s Citée Radieuse in Marseilles, becoming an architect seems a natural outcome. This is the case of Eric de Broche des Combes who, after graduating in architecture in 1997, transferred his computerwizard and punk-rock fan attitude into architecture visualization: initially with Auralab, and a few years later with the renowned international workshop Luxigon, transforming projects into amazing visual experiences for famous architectural firms such as Oma, Mvrdv, Rex, Kpf, Som, to name just a few. His work also as a practicing architect through Buro-BC, in communication projects with a research group called Le Nirvalab, and his theoretical academic work teaching at the Harvard Graduate School of Design (Cambridge, Massachusetts), make him a multifaceted, perfect explorer of the new pioneering field of Virtual Architecture. ...So, let us start. The topic is virtual architecture. Just before we start, I have my own question to ask: there are many ways to understand virtual architecture, what is your understanding for the term? I see it as an architecturally designed environment where people can interact. Not a static rendering, but something more like interactive 3D content which does not exist within a physical environment but only present within a digital/virtual realm. All right, got it. Well, we are seeing many 3D high quality, semirealistic renderings, as well as a lot of interactive 3D content of product, but yet very little virtual interactive architecture. What are your feelings and insights on that? Virtual architecture makes no sense because architecture is something that is physically all around us. Although nowadays you have many opportunities to simulate that kind of environment or experience – and most of that we see in video games – you can just give the impression of being surrounded by it. Yet, a fundamental aspect is that in the virtual realm there are different sets of rules, for example: since there is no need for climate control or static requirements, it gives you a completely new set of opportunities. Another and maybe more fundamental point is the challenge to understand what meaning can be derived from designing these kinds of spaces or places. You mentioned a very important aspect, which is the capability of giving shape to meaning and content. For example instead of meeting now via Zoom, seeing our respective faces on screen, we could have met in a virtual meeting room, beautifully designed by a star architect. What is your dream about that? In my research, I learned that there is a fundamental component we are missing in these kinds of virtual environments: namely a context and a history. We live in a physical world where everything has a story, a mythological explanation. Every mountain, every river, every tree has a legend. In a virtual realm, we just do not have that. That is because everything is so recent that we just have not had time to build it, to name it and set our own references yet. That means while one has the opportunity to go in so many directions, he ends up missing common references. For instance, where do you meet? When? What are the rules? Also, remember that the first purpose of architecture was not to build places where people meet; it was instead building a shelter or a monument. Nevertheless, this brand new virtual world definitely belongs to the realm of architecture, which is certainly an expression of human being and culture. Concerning the set of rules within an architectural space, you normally walk through, in a virtual architectural space you may even fly through. In

short, what is potentially another mode of having an experience of that space? Let me give you another example. World of Warcraft (WoW) is a massive multiplayer online role-playing game, so massive that by now there are something like nine million players worldwide, basically the size of a whole nation like Austria. They have in common the same landscape, the same architecture and so forth. I personally have played World of Warcraft for ten years (although I should maybe not have), and for me these places really exist. I remember them; I discover new ones exactly like visiting Rome, or Milan. For me they do exist. The interesting part of the story is that, psychologically speaking, there is an emotional involvement with these places, which is similar to the one you commonly experience in reality. They are cognitively and (to a certain extent) physiologically real. Of course, you do not experience pain, death and things like that, but most of what you normally experience like empathy, love, aesthetic appreciation, do exist and are reflected in the environment, even though it is virtual. In relation to that, there is certainly the issue of the relationship between the physical and the virtual, which is a matter of tools but also of mental processes. How do you see this relationship? I like to use the Greek word φάντασμα – or fantasma – which means an appearance, an image, a ghost, (editor’s note: may be literally translated as ‘Phantom’) and it is something you want to believe in. It is present also in religious iconography and for the people who really believe in that, it certainly exists, and of course, it has a counterpart in the physical world. That is more or less what, triggered by technology, happens in virtual reality. How was your experience with the very first lockdown, when the whole world suddenly went online? I was rather surprised since I basically read all the time. That was funny. I like the computer as an extension of the imagination, but I do not believe in it as a tool. I think we can happily live not being online and it is necessary to allow our minds to be free from computers. You are currently doing amazing work with Luxigon, how soon do you think interactive 3D architecture will become central for you? We actually are doing that work right now. Yet the key is the capability to develop ideas, not just use the tools. Currently what I see a lot of around me is a good deal of tools to help create architecture, but I do

not see it as a good method for communication. People are not interpreting it well, they have no education in 3D space, even more so when they are virtual, while in the meantime we have already had a couple of millenaries training in 3D images. I believe that this is where kids will have a remarkable advantage, since they play with video games from a young age. Talking with Patrik Schumacher of ZHA, a reference to the movie Parasite came up, where I was rather impressed to learn that such an elegant architecture was actually completely virtual. Do you think those kinds of things will soon be present in our everyday lives? Well, there is currently the opportunity to virtually visit many existing monuments, like Stonehenge or the Parthenon in Athens. With VR headsets, the only things missing are smell, temperature, and maybe acoustics. However, you could also visit something that does not exist, like a cathedral five kilometers high or even a virtually reconstructed ruin. The point is that we are not doing much exploration these days, while there could be a tremendous opportunity for it. What do you think are currently the most interesting experiences? Maybe not only in the field of architecture, but in that of video games where, nevertheless, architecture could play a magnificent role. The thing is that we are at the very beginning, but at the same time I can see games like ‘L.A. noire’ featuring a detailed reconstruction of a whole city of Los Angeles in 1949. It is an archeological wonder. You can literally have a virtual tour of the city as it was back then. One last question: how do you imagine the future, how will we communicate in the future, what is you dream about that? In my view, the world in the future will be very much shaped by two forces, one technological, the other political. Recently there has been very promising progress in the field of holograms. For example, the MIT is doing incredible research and progress into that field (https://news.mit.edu/2021/3d-hologramsvr-0310). We do have an interesting example in the second Blade Runner movie, the one set in 2049, in the scenes where there is a girl in a bubble and the memory maker. That is a very interesting part of the movie since technologically we are not far off from being able to do that. The other point is that the political world does not understand much about the internet yet; the world will be made not of nations but of people who congregate by opinions, and that will also happen in a virtual world

Harvard GSD, Heliomorphic Seoul, model for traversing the Han, img by Erich de Broche

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VIVERE IN UN UNIVERSO IBRIDO LA STORIA DI BLOOMIMAGES, UNA REALTÀ AUTENTICAMENTE EUROPEA ATTIVA NEL CAMPO DELLA COMPUTER-GENERATED IMAGERY (CGI) E DELLA REALTÀ VIRTUALE di Carlo Ezechieli

In termini tecnici un metaverso è uno spazio virtuale collettivo e condiviso, prodotto dalla convergenza di una realtà fisica, virtualmente aumentata, e uno spazio virtuale persistente in ambito fisico. Tra le realtà che sembrano ben accomodarsi in questa definizione, Bloomimages è certamente un caso che merita considerazione. Fondato nel 2008 come un CGI (Computer-Generated Imagery) workshop, ora con due sedi fisiche ad Amburgo e Berlino, Bloomimages con il suo staff di 30 giovani provenienti da ogni parte d’Europa, molti di loro al lavoro in remoto, potrebbe essere un ottimo esempio di una realtà di lavoro propriamente europea, funzionante indipendentemente da barriere sia nazionali che fisiche. In questo contesto, parlando con Christian Zöllner, uno dei fondatori di Bloomimages, è emerso un insieme di temi correlati ed estremamente attuali. Il primo riguarda le opportunità, ma anche le sfide di gestire uno studio creativo il cui staff ha notevolmente intensificato il proprio affidamento sull’internet quale spazio di collaborazione. Durante l’ultimo anno, il lavoro da remoto ha acquisito un’importanza cruciale per molti settori, ma per Bloomimages è diventato la norma. Molti di noi, dice Christian, come Lisa Della Dora, italiana e Art Director presso il Master Architettura Digitale all’Università Iuav di Venezia, lavorano con un ottimo livello di efficien-

za e comunicazione da casa. Cosa che peraltro è semplificata da un’attitudine fondamentalmente introversa, dominante tra i colleghi del settore CGI. Tuttavia, come azienda creativa, lavorare sotto lo stesso tetto diventa cruciale per la forma fortuita e casuale di scambio di idee, ricorrente quando le persone si incontrano regolarmente, ma estremamente ridotto nel caso di comunicazioni online, ad alta efficienza, ma troppo specificamente incanalate. Rispetto a questa situazione l’azienda sta procedendo con progressivi adattamenti, e la fondazione di uno spin-off chiamato Bloomrealities – indirizzato al progetto di architetture, contesti e media virtuali per applicazioni molto differenziate – sicuramente rende le cose più semplici in termini di creazione di interfacce di collaborazione. Sebbene l’area della CGI per autorevoli studi di architettura rimanga un aspetto cruciale dell’attività dello studio, Zöllner sottolinea l’importanza di spostarsi dal puro utilizzo di strumenti per sviluppare una sovrapposizione creativa tra architettura, fotografia e marketing, tramite Realtà Virtuale (VR) e Realtà Aumentata (AR). Bloomimages e Bloomrealities sono due realtà che si inseriscono perfettamente nel mondo di oggi – che, mentre rafforza le barriere fisiche, sembra allentare quelle di un nuovo metaverso digitale – e sono probabilmente una buona anticipazione di uno sviluppo possibile dell’architettura in un futuro molto, molto vicino

Parte della squadra tutta europea di Bloomimages. A sinistra, visual di architetture create da Bloomrealities. Sotto, Hpp Architekten, progetto di gara (2° classificato) per una torre per uffici a Dusseldorf, render di Bloomimages.

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› SPAZI IRREALI MIR è stato fondato 20 anni fa a Bergen, Norvegia, da Mats Andersen e Trond Greve Andersen, dopo la loro comune frequentazione in una scuola d’arte. L’idea era quella di portare un cambiamento nel mondo dell’architettura attraverso un lavoro artistico autenticamente originale. Oggi sono ancor più convinti di questi principi. Credono che valga la pena di lottare per mantenere un’identità e che l’arte possa cambiare le cose in meglio.

RITRATTI DI ARCHITETTURA NON COSTRUITA LA STORIA DELLO STUDIO CAPOSCUOLA NELLA VISUALIZZAZIONE PER L’ARCHITETTURA MIR, ATTIVO ORMAI DA VENT’ANNI NELLA REALIZZAZIONE DI IMMAGINI INCREDIBILI DI ALCUNI DEI PIÙ CELEBRI PROGETTI E OPERE DI ARCHITETTURA DI QUESTI ANNI di Carlo Ezechieli

«Un piccolo studio di Bergen, in Norvegia, la città dove siamo cresciuti. Qui, nascosti tra le montagne e i fiordi, lontani dal trambusto del mondo, cerchiamo di immaginarci modi per ricordare alla gente che viviamo in un mondo fantastico». È questa la definizione che danno i fondatori Trond Greve Andersen e Mats Andersen del loro studio, MIR, che in vent’anni di attività, attraverso la Computer-Generated Imagery (CGI), ha prodotto immagini di architettura incredibili, tanto da poter definire un vero e proprio MIR style, identificando con questo anche il lavoro di molti celebri studi di architettura. Dalle collaborazioni iniziali con i compatrioti Jensen&Skodvin e Snøhetta, estendendo la propria attività a studi internazionali anche di grande calibro, come BIG e Zaha Hadid Architects, nel suo percorso alla conquista di un prestigio sempre maggiore, MIR ha saputo conservare il proprio carattere di boutique. Un piccolo studio “…lontano dal trambusto”, in una città non facile da raggiungere nel cuore della Norvegia – caratteristiche che potrebbero peraltro ricondurre al tema dei territori interni – ma che ha saputo dare una svolta notevole al lavoro di produzione di immagini per l’architettura, identificandolo come specificità tecnica e professionale. E questo a livello internazionale. Le loro visualizzazioni, vere e proprie promesse di opere non ancora realizzate, sono caratterizzate da una capacità di produrre atmosfere in modo sottile e misurato, portando il soggetto e il discorso ben oltre le acrobazie della visualizzazione tramite immagini generate al computer. In una realtà dove non solo le capacità di visualizzazione ma anche quelle di produrre ambienti virtuali interattivi sembrano ormai assumere un’importanza sempre maggiore, MIR rimane un riferimento e un’espressione significativa della forza delle immagini nella rappresentazione dei progetti di architettura

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Alcune visualizzazioni prodotte da MIR: sotto, JKMM, Guoshen Museum Shenzhen competition (3° classificato). A destra, Dorte Mandrup con Arup, progetto finalista per l’Anthony Timberlands Center for Design and Materials Innovation, 2020; sotto, render per un nuovo laboratorio del museo Follo di Akershus (Norvegia), visualizzazione autunnale.


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SE L’IMMAGINE VALE PIÙ DI MILLE PAROLE SONO SEMPRE PIÙ NUMEROSE LE AZIENDE CHE SI RIVOLGONO AGLI ARCHITETTI E AI CREATORI DI COMPUTER-GENERATED IMAGERY PER ILLUSTRARE LE PROPRIE SOLUZIONI. IL CASO DI VIMEC CON LO STUDIO ADRIANO DESIGN E TRUETOPIA Ben prima della fotografia c’erano i mosaici, gli affreschi e le grandi vetrate gotiche a raccontare storie per immagini a una popolazione che non sapeva leggere. Venne poi la rappresentazione su pellicola del reale, messa però in discussione prima dai ritocchi di Stalin e poi dagli strumenti di Photoshop. Oggi che la computer-grafica ha trasformato il mito platonico della caverna nella nuova ‘realtà’ – virtuale, appunto – il marketing dispone di un nuovo strumento, più agile e più ‘realistico’ del tradizionale set fotografico. E in alcuni casi, come quando si tratta di un elemento dell’architettura, il solo utilizzabile per illustrare le proprietà della soluzione proposta. È il caso di Vimec, azienda attiva nel settore dell’accessibilità, che per presentare il suo nuovo home lift ‘Ala’ si è affidata allo studio di architettura Adriano Design e a Truetopia, società italiana di visualizzazione 3D. Oltre alle elevate possibilità di personalizzazione, una delle caratteristiche di Ala è quella di inserirsi in maniera invisibile in architetture già esistenti: la meccanica scompare e la struttura dell’home lift è sottilissima. Architetture esistenti o virtuali: Vimec ha affidato agli architetti l’incarico di sviluppare un vero e proprio progetto, che Truetopia ha poi interpretato con visualizzazioni grafiche 3D. Il progetto della casa nella cava in Alta Murgia si aggrappa al morbido calcare pugliese. In un angolo, un elevatore color ocra

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consente di sorvolare con lo sguardo il mare lontano, la terra vicina. L’elevatore diventa una torre trasparente che reca in sé la possibilità di un movimento silenzioso e fluido in una casa che appare come una grande teca di vetro poggiata alla parete della cava. Passerelle vetrate collegano la verticalità dell’elevatore ai due piani di una residenza che non cerca protagonismo e invadenza. E che un giorno chissà, verrà costruita

Casa nella cava: un progetto del tutto virtuale immaginato da Adriano Design e renderizzato in CGI da Truetopia per illustrare funzionalità e trasparenza di un home lift di Vimec.


› SPAZI IRREALI

Al Drylayout tradizionale (a sinistra) oggi si aggiunge la parte digitale, gestita online.

LEGGERO COME IL MARMO L’USO DI STRUMENTI DIGITALI AZZERA LA FORZA DI GRAVITÀ FACILITANDO LA VISUALIZZAZIONE E LA PROGETTAZIONE DELLE SUPERFICI IN PIETRA. IL CASO DI LASA MARMO, PARTITA DALLA SCANSIONE DELLE LASTRE GREZZE PER APPRODARE AL SOFTWARE DIGITAL DRY LAYOUT, SPIN-OFF DELLA TEDESCA ARTEMOTIONAL GMBH Michelangelo sceglieva i suoi blocchi di marmo direttamente in cava. Più ordinariamente e malgrado la visita in cava sia un’esperienza affascinante, per realizzare progetti che prevedono l’uso del marmo generalmente ci si affida all’esperienza di cavatori e marmisti, nonché a valutazioni di ordine statico. Proprio per le caratteristiche naturali della pietra tuttavia, non sempre il risultato estetico finale corrisponde all’idea di partenza, costringendo a modifiche, faticosi riposizionamenti del layout, possibili rotture e sostituzioni di lastre, spreco di materiale grezzo. Il web aiuta, specie dopo l’introduzione di potenti scanner come quelli utilizzati da Lasa Marmo, che ha già digitalizzato più di 3.000 lastre grezze e che a medio termine, come spiega il Coo dell’azienda Erich Tscholl, avrà scannerizzato e digitalizzato l’intero magazzino di lastre, rendendolo disponibile nella ‘Stone Gallery’ (www.lasamarmo.it/slabs) ma la soluzione Digital Dry Layout (DDL) implementata da pochi mesi rappresenta un passo avanti fondamentale nella gestione del progetto e dell’ordine. Sviluppata dallo studio di progettazione tedesco ArtEmotional GmbH in collaborazione con Lasa Marmo, DDL 2.0 (www.drylayout.com) è stata rilasciata nel marzo scorso e Jan Keller, l’ingegnere che l’ha sviluppata, spiega che «architetti e progettisti possono caricare i propri progetti sulla

piattaforma in tempo reale per gestirli direttamente e individualmente: le lastre di marmo selezionate vengono inserite digitalmente e ritagliate in lastre sullo schermo secondo le dimensioni e l’estetica previste dal progetto». Testando il sistema ci siamo divertiti: dopo averle ritagliate, giocare con le singole lastre di un blocco per combinare le vene è come comporre un puzzle, visualizzando immediatamente l’effetto finale e modificando la composizione per ottenere un diverso impatto estetico. Una volta confermata la scelta, il software dà il via al processo commerciale e industriale: il rapporto è al contempo un preliminare strumento di calcolo dei costi, di elaborazione delle offerte e di lavorazione rapido e efficace. Rapporti estesi destinati al quality management consentono un controllo diretto della produzione per ogni pietra da tagliare. L’adozione della piattaforma digitale – fin qui utilizzata per la gestione del progetto di un banco reception in marmo Lasa Venato Vena d’Oro – fornisce anche un fondamentale vantaggio ambientale: il ‘ritaglio’ digitale consente di ottimizzare l’uso della lastra grezza, riducendo la quantità di scarti. Il che non è indifferente, considerato che stiamo parlando di un materiale naturale che la Terra ha prodotto in centinaia di milioni di anni

Digital Dry Layout (DDL 2.0), messo a punto da ArtEmotional GmbH con Lasa Marmo, è uno strumento di progettazione e di calcolo completo: da una partita di lastre digitalizzate una ad una consente di definire, visualizzare e ritagliare sullo schermo – anche su tablet – il marmo in funzione dell’aspetto estetico e delle dimensioni richieste. Una volta confermata la scelta, il progetto digitale si trasforma in un ordine di lavorazione, fornisce un calcolo del costo e consente di ottimizzare l’uso delle lastre stesse riducendo al minimo gli scarti.

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

COME L’ARCHITETTURA PUÒ RISPONDERE ALLA DOMANDA DI SPAZI RESIDENZIALI URBANI CHE NASCE DALLA NUOVA NORMALITÀ

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

NE PARLIAMO CON GUIDO CANALI PATRICIA VIEL PAOLO CAPUTO SONIA CALZONI BENEDETTO CAMERANA PAOLO SIMONETTI ANDRÉ STRAJA GIANMARIA BERETTA

VERSO UNA NUOVA QUALITÀ DELL’ ABITARE

Guido Canali

Patricia Viel

Gli architetti lo sanno, e la clausura da pandemia lo ha ulteriormente evidenziato: cosa può mai arricchire i risicati “minimi” degli appartamenti correnti per favorire la socializzazione urbana? A scala del singolo alloggio, l’aggiunta di spazi “polifunzionali”, dove poter integrare l’angustia e la schematicità delle stanze monofunzione. E dunque, pur con molta attenzione a non incrementare le superfici e i costi dell’alloggio, può aiutare uno slargo tuttofare, magari anche non tanto illuminato, cioè nella parte più interna del corpo di fabbrica. Dove i video dei computer non fanno specchio, dove si può fare ginnastica, o montare un tavolo da ping-pong, o fare bricolage. Naturalmente quel terrazzo spazioso che non dovrebbe mai mancare, possibilmente in parte coperto, potrebbe anch’esso costituire un jolly ideale. E alla più ampia scala del condominio o del quartiere, quali spazi integrativi favoriscono la socializzazione? Cioè aiutano i coabitanti a meglio sopportarsi vicendevolmente? Schematizzando, utilissimi sia gli spazi che fanno scoprire il piacere di stare assieme, sia quelli che più banalmente aiutano a scaricare le frustrazioni. Così sale feste e pranzi, biblioteca/emeroteca, gioco bimbi, studio, ritrovo anziani, bar. E ancora palestra, ballo e così via. Non si inventa nulla di nuovo, gli architetti lo sanno già benissimo da tempo. Dalle dotazioni collettive nei quartieri operai primi Novecento (Vaprio D’Adda, ...) alle mitiche Unité D’Habitation dove Le Corbusier piazzò un piano intero di negozi a metà altezza e asilo più giochi sul tetto. Ben oltre sessant’anni fa. Ma non basta che gli architetti abbiano le loro idee in fatto di sociologia urbana. Occorre che stiano al gioco anche i costruttori, cioè coloro che devono ammortizzare nel budget complessivo dell’edificio anche il costo, in più, di tali “spazi sociali”. E soprattutto chi ha potere sui regolamenti urbanistici, cioè amministratori pubblici e politici, a partire dai livelli governativi, fino a quelli comunali. Che potrebbero rimborsare i costruttori dei maggiori costi sostenuti per realizzare appunto gli spazi socializzanti, riducendo gli oneri urbanistici e premiando con incrementi volumetrici. È ciò che, appunto, gli architetti auspicano, anche a nome degli utenti finali, così da poter scatenare tutta la loro creatività nell’inventare i più efficienti spazi di socializzazione.

Credo che cambieremo i nostri stili di vita nella misura in cui cambierà il rapporto che abbiamo con il tempo. Non ritorneremo più prigionieri dei classici orari di ufficio e certamente ci stiamo accorgendo della necessità di luoghi del lavoro più flessibili e confortevoli dato che ormai si confrontano e competono con i luoghi dell’abitare (o viceversa). La progettazione deve sostenere il cambiamento, tanto a scala urbana quanto nella propria residenza: abbiamo innanzitutto bisogno di un disegno urbano capace di accogliere questo nuovo equilibrio che si sta creando tra lavoro e vita privata e che faccia propria l’idea di una città dove i centri si moltiplichino e i servizi al cittadino rimangano accessibili ai piedi dalla propria abitazione. Saranno poi gli edifici residenziali, ma anche quelli per il lavoro, a dover offrire servizi accessori e collettivi affinché si esca dal proprio perimetro privato verso spazi di condivisione come terrazze, giardini, corti. È irrinunciabile comprendere che la qualità della vita è strettamente legata e spesso coincide con la qualità dell’abitare inteso in senso integrato: abitare non significa vivere in casa, significa vivere un quotidiano fatto di molte esperienze e attività. La città e la casa offrono qualità della vita quando sono in grado di offrire questa complessità.

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

Paolo Caputo

Sonia Calzoni

Benedetto Camerana

Il tema della casa è complesso e coinvolge così tante sfere di carattere sentimentale, culturale, antropologico, sociale ed economico, che merita di essere affrontato da molteplici punti di vista. Coinvolge il senso della famiglia, le tradizioni culturali e sociali, il mondo del lavoro, le esperienze individuali, i legami generazionali, il grado di scolarità, il luogo, anche all’interno dello stesso Paese. Ciò in termini produttivi e anagrafici, climatici e inerenti la composizione sociale. La declinazione tipologica dell’abitazione dipende inoltre dal target: le attenzioni adottate nel social housing non sono paragonabili alla generosità di budget del segmento di mercato più esclusivo. Siamo lontani dai massimalismi espressi da slogan quali la casa è una “macchina per abitare” e/o dalle ottimizzazioni antropofunzionali della “cucina di Francoforte”. La pandemia, con la rivoluzione digitale, sta sovvertendo il sentimento del tempo e dello spazio, dei ritmi e luoghi di lavoro, delle distanze e delle prossimità e accelerando un processo di revisione: sul rapporto casaufficio, sulle dimensioni minime e sufficienti dell’abitare, sull’esigenza – soprattutto nei contesti metropolitani – di trovare nuovi modelli di socializzazione. Mi riferisco per esempio alle strutture di co-working e a quelle di co-living, che significano cessione di spazi dalla dimensione privata a quella comune con un fenomeno di progressiva somiglianza tra spazi abitativi e lavorativi. La casa si dota, in termini condominiali e/o di cluster, di spazi di lavoro, di intrattenimento, di relax e per le attività sportive: spazi in genere disposti ai piani bassi, alla base degli edifici, o sui tetti-giardino. Credo che tali fenomeni non necessitino di facili formule nè di schematiche formattazioni, ma che troveranno maturità di contenuti nell’arco del prossimo decennio, quando saranno i millenials a dettare necessità, aspirazioni, modelli comportamentali, dinamiche esistenziali, e quindi contenuti e significati utili alla progettazione dell’abitare futuro. La ricerca continua.

Per immaginare la residenza del futuro credo sarà necessario riflettere sui concetti di adattabilità e di velocità di trasformazione, ovvero riuscire a porre in discussione e abbandonare quei principi alla base del periodo storico pre-Covid o, come qualcuno lo ha già definito, novecentista. Non più culto della permanenza ma sistemi flessibili in grado di rispondere all’instabilità: lezione appresa in questo lungo periodo di pandemia e che dovrebbe guidare il nostro futuro lavoro. In un recente testo Alessandro Baricco ha scritto che “... la conoscenza è un gesto sempre instabile e morbido, coincide con l’arte dell’adattamento, e alla fine è riassumibile nella capacità animale e intuitiva di vedere figure provvisorie dove disponiamo solo di frammenti, che per di più non stanno fermi”. La casa, luogo antropologico per eccellenza e da sempre campo di sperimentazione e specchio della società, potrà essere nei prossimi anni un campo d’esplorazione importante volto all’innovazione tecnologica e alla flessibilità. Alcune tendenze sono già in atto: ricerca di nuovi spazi esterni laddove le abitazioni si dotano di logge e terrazzi, servizi centralizzati e comuni per una nuova socialità, unità immobiliari di dimensioni ridotte ma altamente tecnologiche per facilitare la temporaneità di soggiorno delle nuove generazioni, trasformazione di attività terziarie divenute obsolete per la diffusione del telelavoro in nuove residenze. Ora, vi sono grandi opportunità per incidere sul nostro futuro e per rispondere ai nuovi e rapidi cambiamenti: una strategia potrebbe essere quella di allentare la tendenza all’iperspecializzazione, di avere regole meno rigide per incrociare i diversi saperi o per usarne diversi contemporaneamente o, in altre parole, spostare un poco lo sguardo per vedere da nuove angolazioni.

Scrivere di nuovi stili di vita inevitabilmente ci porta a trattare della rivoluzione-accelerazione indotta nella cultura dell’abitare dal Covid. La spinta al cambiamento è quella della forzatura al lavoro (e a molte altre attività) da remoto, molto spesso da ambiente domestico. La forzatura porta l’abitudine, la comodità, la pigrizia. Da casa (ora molto più di prima) si studia, si discutono progetti, si acquista, si coltiva, si impara a cucinare, si seguono corsi di yoga o pilates, c’è chi compra prestazioni sessuali. Lasciando da parte le conseguenze di questa rivoluzione sulla mobilità (e sui sistemi, e sulle città tutte e in particolare su quelle polarizzanti), gli effetti sulla domanda nell’abitare si concentrano su due elementi: quantità e organizzazione dello spazio. Il primo aspetto è la mera dimensione: la maggiore permanenza, anche forzata, chiede più metri quadri per persona e più ambienti, dove trovare momenti di intimità e concentrazione, e possibilmente spazi esterni, o almeno interni molto apribili. Il secondo aspetto riguarda il disegno dello spazio e delle componenti di arredo, con un obiettivo di versatilità: le possibilità di divisione temporanea, di elementi a (s)comparsa rapida, di arredi davvero multiuso. Condivisione e privacy, universalità e specializzazione sono le antinomie che devono convivere nel progetto degli spazi, che devono trasformarsi rapidamente: da atelier a palestra, da show cooking a officina, da orto a set fotografico (ogni fantasia funzionale è attuale). Il mio progetto per la Torre Littoria presentato in questo numero di IoArch risponde(va) già, pur nato prima della pandemia, a molti di questi nuovi bisogni. Oggi tutto diventa irrinunciabile: il fattore critico principale è la disponibilità di spesa. La qualità di una nuova residenza sta proprio nella capacità di rispondere a questa accelerazione con un disegno a budget ridotto, capace di integrare le molte variabili funzionali in spazi ridotti e con componenti di costo industrializzato.

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COME L’ARCHITETTURA PUÒ RISPONDERE ALLA DOMANDA DI SPAZI RESIDENZIALI URBANI CHE NASCE DALLA NUOVA NORMALITÀ

Paolo Simonetti

André Straja

Gianmaria Beretta

Tullio Pericoli illustra La casa ideale di Robert Louis Stevenson con una finestra da cui escono pagine di libri e entrano frammenti di paesaggio. Nel breve testo che le elenca, le caratteristiche di questa casa contengono già gli ingredienti principali per un corretto approccio progettuale sull’abitare contemporaneo, a cominciare dall’unica “finestra della casa a godere della bella vista”. La stessa che troviamo nella casa sul lago che Le Corbusier costruì per i genitori nel 1923, che diviene luogo e mettendo in relazione l’interno con l’esterno si pone tra i due spazi come soglia fisica e concettuale, trasformando il muro in elemento tridimensionale da ‘abitare’, arricchito di significati ambientali e nuove funzionalità. La finestra è lo strumento che permette di uscire dal perimetro domestico: fisicamente, se si ha il privilegio di poter espandere in un terrazzo lo spazio dell’appartamento, o solo otticamente creando visuali inedite. Schermi verdi protettivi, sovrapposti alle aperture, anche a breve distanza dalla facciata, possono poi regalare alla vista dall’interno fondali sereni in perenne mutazione, a risarcimento dell’impossibilità di un contatto diretto con l’esterno. All’innegabile valenza di tale strategia sul piano psicologico si associano i vantaggi più tangibili del controllo microclimatico e ambientale. E facilmente si può superare l’ostacolo della critica in merito ai costi se si considera la ‘pelle’ vegetale una componente essenziale del fabbricato alla stregua di un materiale, o di un elemento strutturale, estesa anche alle parti opache delle facciate e, quando possibile, a divenire giardino sui terrazzi e sulla copertura. Se così concepito, il sistema può essere razionalizzato e avere costi contenuti; ed è forse questo, oggi, in ambito urbano, il modo per raccogliere l’altro suggerimento di Stevenson di “incassare la casa nel verde” e conferire dignità allo spazio domestico.

Tra i temi caldi c’è sicuramente quello della sostenibilità e quindi l’utilizzo, anche nel residenziale, di sistemi rispettosi dell’ecologia, che producano energia a basso consumo come, per esempio, la geotermia o i pannelli solari. Un altro tema particolarmente caldo è la disposizione e la dimensione di spazi esterni privati come per esempio le logge e i terrazzi. Ci sono operatori che propongono logge molto grandi perché la vita all’esterno è piacevole nella maggior parte d’Italia, Milano inclusa, dove da marzo a fine ottobre si può tranquillamente stare fuori, un valore aggiunto importante. Sempre riguardo a Milano c’è molta attenzione anche alla socialità dell’immobile. Il Comune permette di contabilizzare nella SL il 10% della superficie, fino a 500 mq, per servizi collettivi che vanno da sale condominiali a palestra, co-working, locker Amazon e altro. Sempre nell’area della socialità c’è il trattamento del verde comunale collettivo del progetto. I cortili e i giardini sono curati molto più di un tempo. Anche se sono tipicamente visti come spazi da guardare, ma non da vivere. Infine, la pandemia ci ha fatto sperimentare la vita in casa e credo che in ogni abitazione in futuro ci sarà più spazio per un’area home working, dunque deve essere prevista la possibilità di creare uno spazio per lavorare da casa che sia confortevole e gradevole. Queste sono le considerazioni attuali, ma ce ne sono altre ancora poco utilizzate in Italia, per esempio l’uso di spazi a doppia altezza è una rarità ed è una cosa che non ho mai capito soprattutto a Milano dove i conteggi si fanno in metri quadri non in metri cubi. Oppure concetti interessantissimi di zone ibride, penso ad esempio a un balcone dotato di serra bioclimatica. Sarebbe uno spazio esterno ma anche interno non condizionato. Altro punto. L’Italia è un Paese con un patrimonio di aree industriali e fabbriche dismesse ed è strano non vedere mai progetti ispirati a loft veri e “industrial chic”.

Fatico a immaginare la residenza come entità separata dal contesto, perché la vita non finisce tra quattro mura. Abitiamo un intorno che è fatto di servizi ma anche di qualità estetica dell’insieme ed è per questo che a un grattacielo preferisco un palazzo dell’Ottocento in Corso Magenta. Quello che si costruisce oggi raramente contribuisce a creare un contesto. Nell’edificio di residenza gli impianti sono sempre più importanti, forniscono comfort e efficienza energetica, ma per quanto indispensabili gli impianti dipendono solo in piccola parte dall’architetto, che è chiamato invece a dare qualità e bellezza allo spazio perché possa emozionare chi lo abita. Per esempio la luce: la luce naturale è una materia essenziale per dare vivibilità all’ambiente ma oggi la domanda è soprattutto di spazi aperti. Bene, se per rendere vivibile il balcone – perché scordiamoci di poter costruire grandi terrazzi e giardini sul tetto per tutti – passo dalla classica profondità di 1,20 metri a 3 metri avrò reso abitabile il terrazzo ma buio l’appartamento perché i soffitti rimangono alti due metri e settanta. Tanto che per lasciar entrare la luce all’interno io ricorro spesso alla soluzione del ‘piano e mezzo’, che dà respiro, vivibilità e qualità allo spazio abitativo.

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

MILANO, IL PORTELLO

RESIDENZE PARCO VITTORIA IL COMPLESSO RESIDENZIALE CHE CARATTERIZZA L’AREA MILANESE DEL PORTELLO È COSTITUITO DA 6 TORRI DA 11 PIANI ALLINEATE SUL PERIMETRO ESTERNO E DUE EDIFICI IN LINEA DI 5 PIANI CIASCUNO. PROGETTO DELL’ARCHITETTO GUIDO CANALI

A Milano un’importante riconversione urbana di area industriale dismessa di cui si è poco parlato. L’ex Alfa Romeo, fondata negli anni ’30 tra la vecchia Fiera e Viale Serra, è presente da un paio di decenni ormai come attraente quartiere residenziale, sulla base del masterplan promosso ai tempi da Ennio Brion e disegnato da Gino Valle, autore anche del progetto degli uffici. Il progetto architettonico delle residenze e del paesaggio urbano circostante è invece di Canali associati. Come modello di riferimento, può anche evocare l’archetipo dell’ampia corte ottocentesca, in quanto anche qui l’edificazione è addensata sul perimetro. Così da consentire il mantenimento di un vasto spazio centrale, interamente destinato a verde condominiale e urbano, grazie all’organizzazione a cortina dei fronti. Su Via Traiano, due edifici in linea di cinque piani, più il piano terreno [ 102 ]

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che ospita abitazioni con giardini privati. Sul lato opposto della Gattamelata, e ancora di viale Serra, si elevano sei torri di dodici piani fuori terra con visuale diagonale verso le colline del nuovo parco urbano. E all’orizzonte, nelle giornate limpide addirittura il Monte Rosa. Gli alloggi sono anche organizzati in modo da ottenere le migliori condizioni di illuminazione e soleggiamento, specie sui fronti più estesi verso sud e nord. L’offerta complessiva del comparto residenziale è di quasi cinquecentoquaranta appartamenti, di diverse tipologie: dal monolocale al bilocale con terrazza coperta, a metrature più ampie con tre o quattro camere da letto, per concludere con affascinanti attici disposti su due livelli e ampie terrazze panoramiche più serre, corredate di aiuole e fioriere. I percorsi pedonali, strisce di beola sui prati, si accentrano nella piazzetta affac-


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Sopra, in primo piano uno dei conoidi che dal parco portano luce ai due livelli interrati. A sinistra, fotoinserimento del masterplan. Il progetto degli edifici interni prevede grandi terrazzi abitabili, con profondità sino a 4 metri, mentre il progetto dell’esterno prevede alternanze di volumi a sviluppo verticale (ph. Canali associati).

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Grande attenzione è stata dedicata dallo studio Canali ai temi dell’isolamento termico e acustico e alla miglior vivibilità possibile per i residenti.

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Guido Canali Guido Canali (Sala Baganza, 1935) è accademico di San Luca e già docente universitario a Parma, all’Università Iuav di Venezia e a Ferrara. Per anni si è impegnato a restituire, attraverso un’attenta opera di restauro e di progettazione, straordinari complessi storici, tra cui il Palazzo della Pilotta a Parma e l’antico complesso ospedaliero di Santa Maria della Scala a Siena. Sempre sul versante del riuso si contano anche le riconversioni del quartiere ex Manifattura Tabacchi di Milano, del Palazzo del Capitano a Siena, dell’ex Convento San Domenico a Pesaro. Tra i recenti incarichi in campo museale e del restauro la conversione della Rocchetta Mattei a Riola (Bo), il Museo dell’Opera del Duomo a Milano e il museo delle statue-stele a Pontremoli. Altrettanto significativi sul piano dell’interpretazione dello spazio abitativo e di lavoro i complessi residenziali (a Parma, Reggio Emilia, Sassuolo, Noceto, ecc.), le sedi aziendali (Smeg a Guastalla; Hipo-Vereinsbank a Monaco di Baviera, in collaborazione con G. Botti; headquarters Prada a Valvigna) e gli uffici-laboratorio (Prada a Montevarchi e a Montegranaro; Gran Sasso in provincia di Teramo). Numerosi i riconoscimenti, tra cui i Premi Inarch 1989/1990, 1991/92 e 2007, Constructa Preis Hannover ’92, Fritz Schumacher Preis 2004, Compasso D’oro 2004, menzione d’onore alla Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana nel 2003, 2006 e 2009, Premio Dedalo-Minosse 2007/2008, Brick Award 2008 e premio S. Ilario del Comune di Parma, 2008.

Gli alloggi sono organizzati in modo da ottenere le migliori condizioni di illuminazione e soleggiamento, specie sui fronti sud e nord (ph. Canali associati).

ciata verso Via Traiano, appunto baricentro dell’intero sistema. Dove un pergolato corona una grande vasca d’acqua e dà accesso al parco baricentrico, in parte condominiale in parte pubblico, a profi lo variato da argini inerbiti e piacevoli fi lari di pioppi. Percorrendo il lungo giardino interno, o i sentieri pedonali, o il porticato continuo degli atrii delle torri, si raggiungono anche – sempre al coperto – tutti i blocchi scaleascensori, cui a grappolo sono collegati gli alloggi privati. Canali associati evidentemente non si lascia sedurre dalla moda dell’involucro ipertecnologico, fantasmagorico e luccicante, oggi tanto in voga. La sua è ricerca paziente, l’articolazione visuale degli esterni consegue ad un’organizzazione planimetrica rigorosa e misurata, sempre attenta ai bisogni (e alle piacevolezze) dell’abitare. Il blocco edilizio su Via Traiano sembra

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Le eleganti torri si sollevano sopra il piano terra a portico per 11 piani destinati a molteplici tipologie di appartamenti diversi per taglio e metratura (ph. Canali associati).

CREDITI Località Milano Committenti Nuovo Portello, Acacia 2000 Progetto architettonico Guido Canali, Canali Associati, con Paolo Simonetti (dal 2008), Francesco Canali

Collaborazione Moreno Pivetti Claudio Bernardi, Mimma Caldarola e Alberto Ferraresi, Luca Roti, Valentina Tavella Andrea Mariotti, Franco Del Sole

Progetto strutturale Studio Gallinaro Progetto impianti Simtec Ingegneria Direzione lavori Andrea Ferraresi Main contractor Costruzioni Generali Gilardi Serramenti esterni in alluminio Cns Parapetti esterni prefabbricati Birondi Group Rivestimenti facciate ventilate Cembrit Sistema di isolamento a cappotto Ivas Pavimenti in legno Itlas (interni), Base Legno (esterni)

Porte interne Dierre (blindate), Bertolotto Porte Superficie lorda costruita 43.000 mq circa Cronologia di progettazione 2002-2013 Cronologia di costruzione 2007-2014 [ 106 ]

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Duces Marivir actur ades consil hores vitam te hocchum, que eorum inatum is. Rum senius teritam.

rapportarsi più al rispetto dei fili stradali del centro storico che non all’individualismo delle periferie. Quasi assemblaggio compatto di lotti gotici, tutti gli alloggi sono a doppio affaccio, salvo i tagli piccoli di mono e bilocali. A piano terra una sequenza di piccole ‘ville’ affacciate su giardini segreti (complice l’abbraccio di muri inverditi), all’ultimo piano ancora ‘ville’ con sontuosi terrazzi a duplex, in più arricchiti di pergole, portici, profonde fioriere per alberi anche di prima grandezza. Di fronte agli slanci verticali e all’asciuttezza di tale architettura non si può evitare il rimando alle pagine eroiche del razionalismo italiano e in particolare lombardo. Citare Terragni è quasi d’obbligo. Ma lo è, in modo più pertinente, nel caso del Portello, forse più per quanto riguarda il metodo del progettare che non gli esiti formali. Infatti l’impegno quasi etico di Canali nella valorizzazione delle opportunità ambientali, e cioè i vantaggi basici dell’esposizione solare ottimale, del proteggersi rispetto al calore estivo, dell’aprirsi alla luce sono temi tenacemente indagati, con attenzione anche alla sensibilità odierna per il risparmio energetico e per il raffrescamento estivo naturale, cioè a consumo energetico ridotto, se non nullo. E declinati poeticamente pur con grande rigore espressivo. Non rutilanti materiali di facciata, ma quelli della tradizione del moderno. Così cemento, intonaco, acciaio. Lavorio paziente di scavo, di lima, lo stesso metodo di lavoro, appunto, del razionalismo storico, teso ad una classica compostezza del moderno. E, fondamentale, il rispetto per l’investimento dei committenti: l’edificio non deve invecchiare oltre la naturale obsolescenza dei materiali, il concept deve rimanere sempre fresco e vivace. Anzitutto grazie all’attenzione costante per la miglior vivibilità possibile dei residenti, anche nell’indagare puntiglioso sul rapporto luce-psiche. La luce, infatti, è requisito primario per il benessere degli abitanti. E luce massima addirittura fin dal primo accesso all’immobile, entro le scale comuni, dove vetrate totali scavano i fronti contrapposti. Ma soprattutto luce agli alloggi. Da vetrate continue, solo pausate per il corretto ingombro degli arredi. Ampie vetrate scorrevoli immettono ai terrazzi, interpretati come requisiti essenziali all’abitare, e dunque assai ampi, vere stanze all’aperto, anche da arredare con tavoli, poltrone e così via.

In più, per quanto riguarda il microclima, utilissimi filtri rispetto all’esterno a mitigare smog, inquinamento acustico od eventuali eccessi di irraggiamento solare. E per quanto riguarda i parchetti pertinenziali, quasi ovunque a box individuali, calati entro due livelli sotterranei, c’è da sottolineare che sono anch’essi caratterizzati da un’abbondante illuminazione zenitale che si diffonde verso il basso grazie a cavedi lineari sul perimetro. Ma soprattutto grazie ad ampi conoidi anche di otto

metri di diametro che bucano il manto erboso del parco centrale per aerare naturalmente le autorimesse. E grazie alla luce che inonda il buio degli interrati conferiscono dignità architettonica anche a luoghi come le autorimesse, appunto, solitamente considerate subalterni e perciò sciattamente caratterizzate sotto il profilo formale ed architettonico. Mentre, alle residenze del Portello, anche scendere sottoterra o salire dai garage è un’esperienza stimolante

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Il complesso di 33.000 mq crea una nuova comunità residenziale con 168 appartamenti nella città taiwanese di Taichung (ph. ©Yuchen Zao; a sinistra ©Studio Millspace).

TAICHUNG, TAIWAN

CITTERIO VIEL LA BELLA VITA COSÌ È STATO BATTEZZATO DAL COMMITTENTE, IN OMAGGIO ALL’ITALIANITÀ, UN NUOVO COMPLESSO CON UNA FORTE ATTENZIONE ALLE AREE COMUNI E ALLA QUALITÀ DELLA VITA

La firma dell’architettura e degli interni è dello studio milanese Antonio Citterio Patricia Viel (ACPV), già attivo a Taichung, terza città per numero di abitanti dell’isola di Taiwan, con il progetto di Treasure Garden. L’identità del complesso di 33 mila metri quadrati si esprime attraverso quattro volumi dalle tonalità chiare che circondano quello principale, una torre color ambra di 37 piani caratterizzata da unafacciata a cellule che richiamano il disegno di un alveare. Dedicata agli spazi pubblici e condivisi, la torre centrale alta 128 metri, grazie al particolare involucro, spezza la luce riflettendola sulla strada e sugli edifici circostanti, creando un particolare gioco di luci e ombre. Il volume, inoltre, fun-

ge da collegamento fra gli altri quattro che lo circondano e che sono destinati al residenziale, per un totale di 168 unità abitative. Fra i principali obiettivi dello studio milanese, incaricato della progettazione dalla Continental Development Corporation, vi è stato quello di adottare un impianto costruttivo strutturato attorno al benessere dei futuri residenti. Gli interni sono stati progettati per collegare le residenze attraverso aree di condivisione, quasi piazze private dove mangiare, rilassarsi, incontrarsi, leggere o fare attività sportiva, prendendosi cura del corpo e dello spirito. Facendo propri i concetti della sostenibilità sociale, le aree condivise sono concepite come una cornice all’interno della quale gli

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ACPV Antonio Citterio Patricia Viel Antonio Citterio aprì il proprio studio nel 1972. Nel 2000, con Patricia Viel, ha fondato a Milano Antonio Citterio Patricia Viel, società di progettazione multidisciplinare per l’architettura e l’interior design. 130 professionisti coordinati da 8 partner che lavorano al fianco dei co-fondatori operano a livello internazionale su programmi progettuali complessi, su ogni scala e in sinergia con un network di consulenti specializzati. Antonio Citterio Patricia Viel condivide il desiderio di stimolare un modo nuovo e diverso di vivere lo spazio, oltre la struttura: un’architettura che evoca emozioni, stimola la mente, riflette le qualità della vita, in dialogo con il contesto e in grado di coinvolgere le persone. L’approccio olistico dello studio riunisce discipline diverse per creare una visione integrata che resista alla prova del tempo con interventi che promuovono la sostenibilità sociale e ambientale. www.citterio-viel.com

I numerosi servizi condivisi che caratterizzano il complesso si trovano nella torre alta 128 metri racchiusa dai quattro volumi residenziali. il core centrale si eleva rispetto alle quattro torri che collega, definendo nella sua pelle architettonica esagonale di color miele, ambrato con i riflessi della luce, una sorta di alveare (ph. ©Studio Millspace).

abitanti e i visitatori possono interagire fra loro. Il design del complesso incoraggia le pratiche del vivere in comunità attraverso una serie di biosfere distribuite lungo l’intera altezza del volume principale. Ad esempio, ai piani inferiori sono collocati la biblioteca, la palestra, la spa e la piscina, oltre a sale ristorante e altre adatte a riunioni di lavoro. Allo stesso modo, le biosfere si raccolgono attorno a grandi alberi che idealmente promuovono la connessione fra gruppi diversi di residenti. L’architettura è quindi pensata per rafforzare il senso della condivisione e della comunità nei residenti. La possibilità di avere nello stesso luogo dell’abitazione degli spazi di qualità per lo sport e il wellness, per lo studio e per ricevere ospiti crea l’idea di piccolo villaggio, dove il senso di appartenenza e di identità diventa molto forte. Per certi aspetti si tratta della traslazione del valore dello spazio pubblico di un grande hotel all’interno di un building residenziale. Altro elemento pensato per massimizzare la vivibilità del complesso è la luminosità degli interni che assieme all’ampiez-

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

Tutti gli elementi del progetto di interni sono stati progettati pensando al benessere dei residenti. Le ampie aree comuni sono concepite come una cornice per l’interazione tra residenti e visitatori (ph. ©Studio Millspace).

CREDITI Località Taichung, Taiwan Committente Continental Development Corporation

Progetto architettonico Antonio Citterio Patricia Viel - ACPV

ACPV team Antonio Citterio, Patricia Viel Claudio Raviolo, Chung Yi-Yang, Paolo Aranci Massimo Frigerio, Slavko Milanovic Antonio Paciolla

General contractor Continental Engineering Corporation

Superficie costruita 33.000 mq Appartamenti 168 Completamento 2020

Valorizzando gli ambienti ad uso pubblico è stata applicata una logica di solito riservata ai progetti alberghieri (ph. ©Studio Millspace).

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za delle visuali restituisce la sensazione di trovarsi all’aria aperta. La coerenza tra interni ed esterni, architettura e interior design, unita alla dimensione pragmatica e atemporale del progetto Bella Vita fanno parte del modus operandi e dell’approccio e olistico dello studio, come recentemente formalizzato dalla società Antonio Citterio Patricia Viel (ACPV) che ha unificato le due realtà Citterio-Viel & Partners Interiors e Citterio-Viel & Partners prima dedicato esclusivamente all’architettura


ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

Tra gli ambienti comuni la piscina coperta e uno spazio dove incontrare gli ospiti. La grande luminosità degli ambienti dà la sensazione di trovarsi all’aperto, tra la vegetazione sub-tropicale dell’isola (ph. ©Studio Millspace).

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

Rimozione muri esistenti

Enfatizzazione vista panoramica sulla città

Miglioramento prestazioni energetiche

Zona giorno

Zona servizi (bagni e cucina)

Zone notte separate

Schemi e risultati delle trasformazioni operate da Benedetto Camerana (courtesy Camerana&Partners, ph. ©Fabio Oggero e, sotto, ©Marco Schiavone).

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CAMERANA&PARTNERS FIRMA UNA SERIE DI APPARTAMENTI IN CUI LE ARCHITETTURE BAROCCHE DI TORINO DIVENTANO LA SCENOGRAFIA DI INTERNI RESI LUMINOSI DA PARTIZIONI VETRATE E SUPERFICI RIFLETTENTI

APPARTAMENTI IN TORRE LITTORIA, TORINO

DIALOGHI TRA RAZIONALISMO E BAROCCO Completata nel 1934 su progetto dell’architetto Armando Melis e dell’ingegnere Giovanni Bernocco, Torre Littoria, a pochi passi da Piazza Castello e dal Palazzo Reale, è il più alto edificio residenziale di Torino e il primo edificio italiano costruito con struttura portante metallica elettrosaldata. La riprogettazione degli interni per creare residenze uniche con accesso esclusivo al piano prende il via nel dicembre 2017 come esito di un concorso indetto da Reale Immobili, società di Reale Group, vinto da Camerana&Partners. Dieci appartamenti sono stati consegnati alla fine del 2019 mentre per altri due i lavori sono in corso. «Il nostro progetto – spiega Benedetto Camerana – rielabora temi che avevano già ispirato la ristrutturazione del piano 13 che nel 2003 avevo trasformato nella mia abitazione. Tra le suggestioni molte mie memorie personali, come il primo volo aereo a New York, il sorvolo di Piazza Castello nel ritorno su Torino, la

scala elicoidale del Jumbo jet, le sinuosità del terminal Twa di Saarinen, ma anche il passato, con le vedute di Torino a volo d’uccello del Theatrum Sabaudiae, un progetto di marketing urbano antelitteram voluto da Carlo Emanuele II nel 1682 per presentare alle corti europee la consistenza dei possedimenti dei Savoia». Il progetto valorizza l’affaccio sul centro barocco di Torino e porta il paesaggio urbano e la corona alpina all’interno degli appartamenti attraverso l’utilizzo di superfici vetrate e riflettenti, l’eliminazione delle pareti interne e l’apertura di una grande zona giorno openspace. Gli interni luminosi sono animati da un gioco di riflessioni su superfici interne vetrate, lucide o specchianti, che moltiplicano le vedute del centro cittadino. Un gioco che ha il suo apice scenico nella bolla vetrata che, ispirata alle installazioni riflettenti di Dan Graham, trasforma la cucina nell’epicentro funzionale e scenografico intorno al

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PIANO 8

PIANO 7

PIANO 7

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PIANO 8

Pianta dell’appartamento disposto sui livelli 7 e 8 e, sotto, sutdio delle curve (courtesy Canerana&Partners). Sotto, la bolla vetrata che trasforma la cucina nell’epicentro funzionale e scenografico della zona giorno. Alla pagina di destra in alto il terrazzo privato al 20° piano: la cucina è accessibile anche dall’esterno (ph. ©Fabio Oggero).

B

quale ruota la zona giorno, con pareti trasparenti scorrevoli che consentono massima apertura o chiusura funzionale. Per le partizioni opache è stata invece scelta la neutralità del grigio, che funge da sfondo per la successione di finestre-quadro sulla città. Le caratteristiche fisiche dell’edificio hanno consentito di creare proposte abitative differenziate, anche con appartamenti su due livelli collegati da scale elicoidali in acciaio e rovere. Alla sommità della torre, tra il piano 19 e il nuovo piano 20 si sviluppa un duplex dotato di terrazzo con vista spettacolare sul quale si affacciano una camera con bagno e una mini cucina accessibile anche dall’esterno. Gli appartamenti presentano una dotazione tecnico-impiantistica di alto livello che garantisce l’isolamento acustico dall’esterno e un elevato comfort termo-igrometrico, attrezzature avanzate di domotica e un progetto illuminotecnico con led multicolor programmabili. Gli impianti tecnologici sono a scomparsa e gli arredi realizzati su misura coinvolgendo artigiani del territorio e affermate aziende italiane

CREDITI Località Torino Committente Reale Immobili Progetto architettonico e interior design Benedetto Camerana

Team Benedetto Camerana, Mattia Greco, Francesca Griotti, Giulia Mondino, Shinobu Hashimoto

Strutture Studio Piretta Impianti meccanici EQ ingegneria, Andrea Cagni Impianti elettrici EL, Renzo Zorzi Progetto acustico Studio Pignatta Project management e DL rNO.T Architetti General contractor e opere edili Pozzebon Pavimenti in legno Woodco Rivestimenti GranitiFiandre Porte Garofoli Scale interne Fontanot Illuminazione Ilti Superficie complessiva interventi 1.700 mq Cronologia 2017 - 2019 / in corso [ 116 ]

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Benedetto Camerana Benedetto Camerana (1963), architetto, paesaggista, PhD in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica, nel 1997 avvia a Torino Camerana&Partners, con cui porta avanti una ricerca progettuale di chiara matrice ambientale, incentrata sull’integrazione tra architettura e paesaggio anche con l’adozione di tecnologie innovative. Numerose le opere realizzate, tra cui Tecnocity Environment Park di Torino (1999), il Villaggio Olimpico di Torino 2006, premiato con la Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana; la ristrutturazione dell’Auditorium Rai di Carlo Mollino a Torino (2006); il restauro critico del residence Du Parc a Torino (2007), centri commerciali e allestimenti espositivi e museali. Ad essi si aggiungono diversi concorsi internazionali. Tra i progetti in corso, il Parco pubblico sulla pista di prova del Lingotto, un complesso commerciale con residenza universitaria a Mirafiori, una residenza privata a Barbania, la riqualificazione dell’area De Agostini a Novara, la riqualificazione del palazzo Maria Vittoria di Torino, lo Space Center/Museo dello Spazio, il Centro Espositivo e Centro Stile Stone Island. In corso di adozione il masterplan per il waterfront di Messina (con Ufo e FM Ingegneria). www.camerana.com

WOODCO I pavimenti in legno dei nuovi appartamenti di Torre Littoria sono in Rovere Naturale della collezione Dream di Woodco. Le tavole con superficie spazzolata, utilizzate sia per gli ambienti principali sia per rivestire la scenografica scala elicoidale, sono rifinite con olio-cera, che nutre e protegge la fibra del legno mantenendone intatto l’aspetto naturale e conferisce al pavimento un’elevata resistenza all’usura. Con questa particolare finitura il parquet in rovere rilascia solo un residuo secco di componenti naturali, garantendo i più elevati standard di benessere abitativo. La collezione di pavimenti in legno Dream di Woodco offre elevate possibilità di personalizzazione: dall’essenza al colore, dal formato alla lavorazione, con Dream è possibile ottenere superfici uniche e in grado di esprimere al meglio l’essenza del progetto e la personalità del committente. www.woodco.it

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

Il complesso residenziale milanese dei Giardini d’Inverno visto da via Pirelli. A sinistra e in alto, due viste dell’area reception. Qui il progetto di interni è di Flaviano Capriotti Architetti (ph. ©Mauro Pirovano).

I GIARDINI D’INVERNO, MILANO

IL TERZO SPAZIO TRA NATURA E ARTIFICIO LE SERRE DEI GIARDINI D’INVERNO PROTEGGONO UNA VEGETAZIONE DIFFICILMENTE COLTIVABILE ALL’APERTO, DIVENTANO UNO SPAZIO DI BENESSERE IBRIDO TRA INDOOR E OUTDOOR E CONTRIBUISCONO ALL’EQUILIBRIO ENERGETICO DELL’EDIFICIO. PROGETTO ARCHITETTONICO DI CAPUTO PARTNERSHIP INTERNATIONAL

Meno appariscente del vicino Bosco Verticale, dove però le specie vegetali sono quelle più adatte al clima di Milano, in questo progetto il verde assume una dimensione più domestica e altrettanto decisiva per il benessere dell’abitare. Da diversi anni le serre sono centrali nella ricerca di Paolo Caputo sullo spazio abitativo in quanto significativo punto di sintesi della relazione tra lo spazio aperto e lo spazio chiuso, che nella storia hanno sempre rappresentato un’antinomia, una condizione fisica e semantica difficilmente conciliabile. Se nel corso della storia l’architettura ha progressivamente e di fatto sostituito la natura mentre oggi la tendenza è quella di invertire

questo processo, Caputo procede alla ricerca di uno spazio intermedio, un ‘terzo spazio’ come ambiente ibrido tra natura e artificio. Artificio inteso perciò quale arte-fatto, ovvero fatto ad arte, come sempre dovrebbe esprimersi l’architettura. La serra, come il giardino protetto dal deserto nell’antica Persia o come il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, diventa allora una ‘rappresentazione’ del paradiso per mano dell’uomo e come tale è microcosmo del ben-essere, fatto per pensare, leggere, giocare, conversare, godere di piante e fiori anche difficilmente coltivabili all’aperto. Infatti quelle dei Giardini d’Inverno sono essenze mediterranee selezionate da Peve-

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

Paolo Caputo Paolo Caputo è professore ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana al Politecnico di Milano e fondatore e principal di Caputo Partnership International. Ha realizzato la nuova sede di Regione Lombardia (con Pei, Cobb, Freed & Partners) e, tra gli altri progetti, torre Solea a Milano Porta Nuova e il recupero di palazzo Malvinni-Malvezzi a Matera. Con il suo studio ha lavorato a numerosi progetti a scala urbana tra cui il masterplan di Santa Giulia e il piano di urbanizzazione di Cascina Merlata-UpTown a Milano. In ambito internazionale, tra gli altri lavori il Palazzo del Governo della Provincia del Bengo in Angola, il progetto della smart city Renaissance City ad Abu Dhabi, un blocco di social housing nell’Ensance di Vallecas a Madrid e il nuovo Abdali Park di Amman, comprendente una moschea e una biblioteca. www.caputopartnership.it

Le serre protette in una foto di Mauro Pirovano e, sotto, il progetto del verde sviluppato da Peverelli Giardini e Paesaggi d’Autore per una delle serre esposte a Sud.

Citrus limon

Pittosporum tobira nonun

Gardenia jasminoides

Campanula poscharskiana

260 130

130 Variabile

Citrus limon

470

40

5

20

variabile

Essenze vegetali Substrato topsoil intensivo Strato filtro-dreno-protettore

5 3

5 3

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Gardenia jasminoides

Campanula posharskinana

Pittosporum tobira nanum/Abelia rupestris

SEZIONE serra L


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Sopra, le serre sono delimitate sui tre lati da un involucro costituito da lamelle in vetro autoportanti apribili e orientabili. Una luce proveniente da un cielino fornisce un’illuminazione che diventa anche un motivo di facciata (ph. ©Mauro Pirovano).

EFFEBI ARREDAMENTI Nei Giardini d’Inverno il concetto di ‘fatto ad arte’ comincia dall’ingresso, con il grande spazio dell’area reception dove spicca Il bancone, realizzato su misura – come anche la boiserie sullo sfondo – da effebi arredamenti snc di Cantù su progetto dell’architetto Flaviano Capriotti. La parte esterna del bancone, la cui forma ellittica ricorda lo scafo di una nave, è rivestita con sagome semitonde in massello di Noce Canaletto, come anche le cornici con sezione a ogiva dei pannelli imbottiti della boiserie, rivestiti in tessuto di seta ricamata di Rubelli. Il top del bancone e l’alzata sono stati realizzati in lamiera d’ottone con finitura satinata anticata. La sensazione di sospensione, accentuata dall’illuminazione serale, è stata ottenuta con un piedistallo in plexiglass. www.effebiarredamenti.it

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CREDITI 50 250

150 250

SEZ BB

A4.2

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SEZ AA

A3.5 200 250

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200 250

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A1

100 250

A2

A1.2

150 250

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A1

100 250

A2

A2

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A1

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A1.2

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50 250

A1.2 100 250

A4

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50 250

A2

A4.2

A1.2 100 250

A3

100 250

A1.2

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A2

200 250

A3

150 250

A2

200 250

A3

200 250

A3.8

150 250

A2

200 250

A3

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A1

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A1

150 250

A2

100 250

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Località Milano Committente China Investment Spa Progetto architettonico

150 250

Caputo Partnership International

200 250

A3

200 250

A3

200 250

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150 250

200 250

200 250

200 250

A1.3

A1.3

A2.3

A3.3

A3.3

A3.3

A1.3

100 250

100 250

A2.2

A3.9

150 250

150 250

200 250

100 A1.4 250

100 A1.2 250

A2.5

Progetto area reception Flaviano Capriotti Architetti

200 250

Progetto strutture Redesco Progetti Progetto impianti Ariatta Ingegneria dei Sistemi Progetto illuminotecnico Metis Lighting Progetto acustico Acustica Studio Progetto del verde

A3.6

A2.2

150 250

A2

150 250

150 250

A2.2

200 250

A3.3

A3.4

200 250

A5

300 250

SEZ NN

SEZ NN

C.F.

C.F.

Peverelli Giardini e Paesaggi d’autore

150 250 200 250

A3.3

150 250

A2.3

100 250

A2.4

150 250

50 250 A4.2

Level 2

200 250

50 250 A4.2

50 250 A4.2

50 250 A4.2

SEZ BB

SEZ SEZ AA AA

A3.4

SEZ MM

SEZ MM

A1

C.F.

C.F.

A2

Geologo Studio Idrogeotecnico General contractor Colombo Costruzioni Project and construction management China Investment Spa

Ascensori Otis Rivestimenti di facciata Synthesis, Novowood, Albond, Caneva

Pavimentazioni Rigo Marmi (pietra), Kerakoll (resine), Piastrellando (legno) Il complesso si compone di 91 appartamenti di diversi tagli (sopra, piano secondo) e di una serie di amenities, tra cui una piscina panoramica in quota (a destra), palestra e Spa (ph. ©Mauro Pirovano).

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Serramenti e serre Model System, Caneva Serramenti (con profili e facciate continue FWS 50+ Schüco)

Serramenti interni (standard e filomuro) Garofoli Arredi parti comuni Effebi Arredamenti Slp 10.340 mq (di cui circa 8.200 mq a residenza e 2.100 mq a terziario)

Piani 16 f.t. + 6 interrati Cronologia 2015-2020


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relli in funzione delle differenti esposizioni: limoni e kumquat o corbezzoli e melograni dove l’esposizione è meno favorevole, accompagnati da arbusti e tappezzanti quali pitosforo nano, rosmarino prostrato, santolina, gardenia, abelia, campanula. Nell’area compresa tra le vie Pirelli, Adda, Cornalia e Bordoni e prossimo alla stazione ‘Gioia’ della metropolitana, l’edificio dei Giardini d’Inverno si innesta su una precedente iniziativa – che aveva lasciato in eredità sei livelli interrati – come ricostruzione del preesistente isolato urbano in grado però, con un attacco a terra trasparente ed elevato due piani denso di funzioni commerciali e di servizi alle persone, di generare una ricca osmosi con lo spazio pubblico. L’articolazione morfologica dei volumi in elevazione esplicita il ridisegno dell’isolato urbano operato dal progetto e definito dal nuovo edificio. Di differenti altezze, i volumi sono modulati dal rapporto che si instaura con gli edifici all’intorno, e il complesso si pone in relazione e continuità con il tessuto urbano esistente, sviluppatosi con stratificazioni tra Ottocento e Novecento. L’uso dei materiali di facciata evidenzia tali relazioni. Fino all’ottavo piano l’edificio è rivestito da doghe di legno che, per matericità e cromaticità, si legano ai materiali storici tradizionali – ad esempio i mattoni – che connotano le preesistenze. Al contrario, dal nono piano in su la relazione diventa quella con il contesto a più ampia scala del nuovo sviluppo di Porta Nuova. Il rivestimento in legno lascia spazio a quello luminoso e riflettente costituito da lastre di grande formato di alluminio coniugate con il vetro dei serramenti, dei parapetti e delle serre

GLI ASCENSORI OTIS Il sistema di trasporto verticale all’interno dei Giardini d’Inverno è affidato a 18 ascensori Otis Gen2 Life. La loro tecnologia è volta a garantire il massimo comfort e sicurezza per i passeggeri e il minor consumo energetico. Certificati in classe energetica A (la migliore nel campo degli ascensori), i Gen2 Life consentono di ottenere il punteggio previsto dal protocollo energetico degli edifici Leed. Sono dotati di un sistema rigenerativo, che recupera energia. La trazione è affidata a cinghie piatte in poliuretano, brevetto di Otis, che consentono un’elevata silenziosità di marcia. Le cabine appartengono all’esclusiva Collezione Reflecta, con le pareti interamente in cristallo opalino bianco, e sono dotate del display multimediale eView. www.otis.com

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RESIDENZE IN VIA MONTECATINI, MILANO

METABOLISMO URBANO UN INTERVENTO DI SOSTITUZIONE QUASI NASCOSTO E DI DIMENSIONI CONTENUTE CHE PIÙ DELLE GRANDI TRASFORMAZIONI DÀ LA MISURA DEL RITMO A CUI SI MUOVE QUELL’ORGANISMO VIVENTE CHE CHIAMIAMO CITTÀ. IL PROGETTO DI CALZONI ARCHITETTI IN UN’AREA EMBLEMATICA DELLE MUTAZIONI DI MILANO

A breve il quadrante sud-occidentale di Milano dove sorge questo intervento sarà servito dalla nuova linea 4 della metropolitana. Si tratta di un’area che nel Novecento era fortemente produttiva, a cominciare dall’ex-Ansaldo dove oggi è insediato il Mudec, e che è stata una delle prime ad essere trasformata, con i primi spazi industriali che già trent’anni fa venivano occupati da imprese della moda e del design. A sud delle industrie sorgevano edifici di abitazione, spesso popolari, cui dal dopoguerra si aggiunsero, a occupare i vuoti [ 124 ]

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lasciati dai bombardamenti alleati, edifici pluripiano per soddisfare la crescente domanda abitativa delle nuove classi lavoratrici, operaie e impiegatizie. Un’area percorsa da strade perlopiù a senso unico e, con l’eccezione di poche settimane all’anno, con scarso traffico, e caratterizzata dalla presenza di diverse aree verdi, grazie all’arretramento di alcuni edifici rispetto alla cortina stradale. Lungo una di queste vie interne, che funge da collegamento tra assi stradali più frequentati, il progetto di Calzoni Architetti

interviene su un lotto di forma irregolare, quasi nascosto (tanto da confinare a sud con una strada privata occupata da parcheggi) con un edificio disposto a cortina lungo via Montecatini, concepito come un volume unitario di forte carattere urbano ma scomposto in due blocchi di differenti altezze che riprendono gli allineamenti con gli edifici esistenti a cui si affiancano, in grado di risolvere i problemi posti da una cortina frastagliata e incoerente. Se rende evidente la volontà di raccordo con le preesistenze, l’intervallo spaziale tra


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i due blocchi crea al contempo una maggiore permeabilità verso l’interno del lotto e il suo ampio giardino. I fronti, sia su strada che verso l’interno, assumono impaginati differenti conferendo variazioni e dinamicità anche grazie alle differenti tipologie di unità abitative adottate. All’interno del lotto sono disposte inoltre due unità residenziali (ville unifamiliari) a un unico livello e con patio; tipologie introverse e riparate rispetto al giardino condominiale che le circonda.

via Montecatini

In alto, l’edificio su strada e verso il giardino interno. Rientrante rispetto al fronte stradale, l’atrio di ingresso pedonale è un ampio spazio vetrato che apre il giardino interno alla vista dalla strada (ph. ©Michele Nastasi).

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

L’accesso carraio, posto all’inizio del fabbricato, conduce a un piano interrato con autorimessa, cantine, impianti e corpi scala per entrambi i blocchi edilizi e verso le ville unifamiliari. L’accesso pedonale principale avviene da via Montecatini, ma viene mantenuto anche un secondo ingresso da via Cola di Rienzo. I piani terra sono occupati dai servizi condominiali quali atrii, portineria, sosta biciclette, locale fitness e piscina, oltre a un’unità abitativa in duplex con giardino ad uso esclusivo. Il piano terra si arretra dal fronte stradale per favorire e segnalare gli accessi e per consentire un allargamento dello spazio antistante l’edificio; è caratterizzato da ampie vetrate che permettono di traguardare verso lo spazio a verde interno. La parte superiore si riallinea invece alla cortina, a eccezione dei volumi in copertura, dove le unità abitative si arretrano e sono circondate da terrazzi. Nei materiali e nello schema compositivo, con finestre a tutt’altezza su strada e logge abitabili aperte verso il giardino interno, il progetto riprende la tradizione architettonica del Moderno milanese, con piccoli – 5 x 40 – listelli color grigio antracite che rivestono tutte le facciate (al di sopra di un ‘cappotto’ in Eps). Per la copertura, le facciate dei corpi sugli attici e il rivestimento interno delle logge è stata scelta una lamiera di alluminio verniciata in colore marrone bruciato. Dello stesso colore anche i serramenti, sempre in alluminio, i parapetti e le recinzioni in rete stirata romboidale. Il tessuto delle protezioni solari è in colore terra bruciata. Il giardino interno è prevalentemente condominiale a esclusione di poche porzioni a uso esclusivo delle residenze poste a piano terra, ed è attraversato da percorsi in calcestruzzo colorato con ghiaia a vista colore rosso e ruggine, sistema stabilizzante in polvere in accordo cromatico e ancora legno ricomposto essenza teak per esterni. Il giardino si completa con un patio realizzato con pali in acciaio verniciati con i colori della vite americana e fili plastificati e con un’area giochi per i bambini

La planimetria con le piante dei piani terra. I due blocchi dell’edificio a cortina su via Montecatini sono uniti al piede da un ampio spazio vetrato che permette di traguardare il giardino.

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A destra, vista dal giardino dell’area fitness e della piscina condominiale; in basso, altre viste dell’edificio. La parete in pirmo piano delimita lo spazio introverso delle due abitazioni unifamiliari, di cui nell’altra foto si intravede il tetto verde (ph. ©Michele Nastasi).

CREDITI Località Via Montecatini 5-7, Milano Committente Costruttori Milanesi Srl Progetto architettonico e DL Calzoni Architetti Sonia Calzoni

Collaboratori Maurizio Bocola, Vincenzo Incardona, Patrizia Rossi

Calzoni Architetti Sonia Calzoni si laurea nel 1987 a Milano e l’anno successivo fonda lo studio Calzoni Architetti – uno dei primi in Italia ad adottare Revit come strumento di progettazione 3D – che ha fin qui prodotto centinaia di progetti e decine di realizzazioni in ambito residenziale, terziario, dello spazio pubblico e espositivo. Tra gli altri interventi realizzati o in corso, il Centro Comunità Nuova di don Gino Rigoldi a Milano; la ristrutturazione di una palazzina a Morbegno; la trasformazione in residenza di un complesso agricolo nel Piacentino; l’allestimento espositivo della XXI Triennale di Milano negli spazi di Expo; il complesso residenziale di via Silva a Milano (con Pierluigi Nicolin). All’attività professionale Sonia Calzoni affianca l’insegnamento, come docente di Progettazione Architettonica e Urbana al Politecnico di Milano, e l’impegno associativo in qualità di presidente di In/Arch Lombardia. www.calzoniarchitetti.it

Progetto impiantistico Coprat Spa Progetto strutturale Domenico Insinga Sicurezza Romeo Safety Impresa edile Borio Mangiarotti SpA Coperture e rivestimenti metallici di facciata Caliber Srl

Pavimentazioni cementizie So.co.pav. Serramenti esterni Ponzi Recinzioni / parapetti / opere in metallo Quintostudio

Tende da sole Resstende Rivestimenti spazi comuni Marazzi Group Illuminazione spazi comuni Flos Cappotto facciata Caparol Italiana Sistemazioni esterne Studio del Verde Sistemazioni e finiture interne Milano Contract District

Superficie fondiaria 4.100 mq Anno di costruzione 2019


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CASE DI RINGHIERA, MILANO

CORTILI INASPETTATI di Carlo Ezechieli

L’intervento di trasformazione residenziale ha riguardato il livello interrato lasciando intatta la conformazione di una tipica abitazione di ringhiera milanese (foto ©Andrea Martiradonna).

NELLA ZONA DI PORTA ROMANA A MILANO, OGGI INTERESSATA DA IMPORTANTI INTERVENTI DI TRASFORMAZIONE, LA CONVERSIONE DI UN EX SEMINTERRATO INDUSTRIALE IN ABBANDONO IN UN’INASPETTATA OASI VERDE. PROGETTO DI MARCO BOZZOLA ARCHITETTI

Malgrado le incertezze legate agli avvenimenti dell’ultimo anno, il panorama degli interventi nel settore immobiliare in molte città sta manifestando un dinamismo e un’inventiva di portata notevole. A Milano, in particolare, l’esito del concorso per il recupero dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana – grande intervento che sembra dare forza alle già importanti operazioni di recupero di aree industriali dismesse come Fondazione Prada, Nexxt, Telnet Garden e molti altri – apre un ulteriore scenario di eccezionale rinnovamento. È in questo contesto che si inserisce il progetto di Marco Bozzola MBA architetti, per uno spazio direttamente prospiciente lo scalo di Porta Romana, in parte semin-

terrato e precedentemente occupato da magazzini e laboratori affacciati su un disordinato cortile interno. Una vera e propria sfida che si è rivelata capace di proporre un ripensamento di uno dei molti frammenti interni, celati allo sguardo del pubblico, ma che caratterizza così profondamente gli isolati storici di questa parte della città. I laboratori, che si sviluppavano su due livelli illuminati dal cortile centrale e da una stretta intercapedine di distanziamento dalle proprietà confinanti, sono stati trasformati in sette loft a doppia altezza e tre monolocali realizzati secondo uno schema razionale ed efficiente. Di fronte alla convenzionale aspettativa di

un cortile relegato, e di conseguenza trattato come un malcelato e caotico retro, è incredibile la sorpresa di un’oasi verde capace invece di restituire dignità e qualità abitativa attraverso la qualità architettonica dell’intervento. Quest’opera interviene in una situazione non convenzionale e apre una possibilità fondamentale: quella di recuperare, riverberando valore e qualità su una scala molto estesa e di mettere in luce il potenziale, di fatto incredibile, di situazioni di ritaglio, nascoste e inaspettate, fortemente legate all’identità storica della città e in attesa di essere nuovamente vissute

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

Marco Bozzola - MBA Laureato in Architettura al Politecnico di Milano. dottore di ricerca e docente di Progettazione Architettonica e Urbana presso il Politecnico di Milano. Coordinatore dal 1996 al 2004 del laboratorio internazionale di Progettazione Architettonica e Urbana di Bergamo e dal 2011 al 2016 assessore all’Urbanistica del Comune di Novara. Fonda nel 2010 lo studio MBA, con sedi a Novara e Milano. Ha partecipato a numerosi concorsi ottenendo riconoscimenti e premi, tra cui il primo premio al concorso per il Parco Tecnologico Sogin (la società nazionale per il decommissioning degli impianti nucleari) con 2BEarchitects, e il primo premio al concorso internazionale per il West Sport Park a Chengdu, Cina, con CE-A studio e Gala A&E Ltd. www.mbarchitettura.it PIANTA +120

A destra: nata dalla volontà di risolvere in modo poetico un tema di drenaggio, questa fontana di pietra (disegno di CE-A studio, consulente di progetto) trattiene e infiltra le acque piovane nel sottosuolo, riportando metaforicamente in superficie la vena di ghiaia presente sotto il sito di progetto (foto ©Andrea Martiradonna).

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ABITARE IN CITTÀ / TENDENZE

L’interno soppalcato di uno dei sette loft ricavati negli ambienti in precedenza utilizzati come laboratori artigiani (foto ©Andrea Martiradonna).

CREDITI Località Milano Committente SI.GI. Progetto architettonico Marco Bozzola, MBA Architetti

Collaboratori Andrea Dameno, Paolo Sigalini, Daniele Esposito

Direzione Lavori Andrea Vasapolli Progetto strutture Alberto Crippa Geologo Giorgio D’Onofrio Acustica Rosario Bellone Progettazione Impianti GTE Installazioni artistiche Florine Offergelt Impresa Edilbra Carpenteria metallica Luciano Sbarra Serramenti in alluminio Alca Strutture in acciaio e grigliati Carpenteria Piacciaccia

Luci iGuzzini Tende per esterni Brianzatende

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› SPAZI PUBBLICI / LUCE LA CONNESSIONE TRA LUCE E CONTESTO URBANO TROVA UN’INTERESSANTE DECLINAZIONE GRAZIE A UN CONCETTO AFFASCINANTE E COMPLESSO CHE È QUELLO DEL SEGNO: SEGNI URBANI LUMINOSI CHE POSSONO ASSUMERE DIFFERENTI INTERPRETAZIONI E LETTURE, DIVENTANDO PUNTI DI RIFERIMENTO DELLA CITTÀ. IL RAPPORTO TRA LUCE, ARCHITETTURA E SPAZIO TROVA QUINDI NELLA SEMANTICA LUMINOSA UN INTERPRETE ESPRESSIVO E COINVOLGENTE. LA LUCE INFATTI HA UN RUOLO DIRETTO NELL’INDIVIDUAZIONE DI UN SEGNO, SIA ATTRAVERSO LA SEMPLICE EMISSIONE DELLA SORGENTE STESSA, SIA ATTRAVERSO LA LUMINOSITÀ CHE LA SORGENTE RIESCE A CONFERIRE A UN ELEMENTO, UNO SPAZIO UN VOLUME O UN COMPLESSO ARCHITETTONICO. ALL’INTERNO DI QUESTA DUALITÀ ILLUMINOTECNICA SI POSSONO DECLINARE UN’INFINITÀ DI SOLUZIONI CHE RENDONO LO STRUMENTO LUCE UN VEICOLO CREATIVO, EFFICACE E TRASVERSALE.

IL SEGNO LUMINOSO PER LEGGERE LA CITTÀ di Jacopo Acciaro

Jacopo Acciaro Jacopo Acciaro si laurea in architettura al Politecnico di Milano e sviluppa da subito un forte interesse per il mondo della luce. Si forma nello studio di Piero Castiglioni con il quale collabora per alcuni anni prima di fondare Voltaire Lighting Design, una struttura professionale che si occupa di progetti di illuminazione per l’architettura, l’interior e l’urbanistica, oltre a progettare corpi illuminanti custom made. Acciaro ha svolto attività di docenza e tiene regolarmente corsi di illuminotecnica. www.voltairedesign.it

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I CONTESTI URBANI, DURANTE LE ORE NOTTURNE, SPESSO VENGONO CARATTERIZZATI DA SEGNI LUMINOSI CHE PORTANO A IDENTIFICARE UN LUOGO, UN’AREA O UNO SCORCIO GRAZIE AD UNA PARTICOLARE LUMINOSITÀ O A SOLUZIONI FORTI, VISIBILI E IDENTIFICATIVE. UTILIZZARE SORGENTI LUMINOSE PER COMUNICARE UN LUOGO O UNO SPAZIO È UN APPROCCIO CHE DEVE ESSERE SVILUPPATO ATTRAVERSO LA PROFONDA CONOSCENZA DEL CONTESTO URBANO E DELLE SUE PARTICOLARITÀ SPAZIALI E SOCIOLOGICHE

Il progetto di Studio Voltaire per Piazza Monumento a Legnano: puntali luminosi a Led di colore blu collocati a 10 metri di altezza (produzione Aubrilam e Comiluce) disegnano la circonferenza dello spazio pubblico rendendolo riconoscibile da grande distanza.


› SPAZI PUBBLICI / LUCE

L’inserimento di soluzioni luminose sotto forma di elementi geometrici bidimensionali o tridimensionali, all’interno o meno di strutture architettoniche, consente di trasmettere identità ai luoghi, marcando e in alcuni casi delimitando perimetri e campi di fruibilità. La fisiologia del nostro occhio, che lo rende molto sensibile alla luce nei momenti notturni, consente inoltre di ottenere ottimi risultati percettivi anche con soluzioni illuminotecniche di scarsa intensità; questo aspetto aiuta a mantenere l’equilibrio tra efficacia della soluzione e rispetto del contesto urbano senza eccedere nell’inquinamento luminoso. Infine, con le attuali sorgenti a Led si possono facilmente concepire soluzioni che prevedono l’utilizzo del colore o della variazione di intensità luminosa aumentando notevolmente il potere espressivo del ‘segno’. Possiamo ritrovare un esempio molto interessante dell’utilizzo della luce come elemento identificativo di un luogo nel progetto sviluppato dal nostro studio per Piazza Monumento a Legnano, in provincia di Milano. La dislocazione della piazza su uno dei principali

assi viari della città e ad una quota leggermente rialzata e la presenza di un monumento simbolico per la città, hanno portato a sviluppare un concept decisamente ardito. L’intento progettuale era quello di consentire di identificare la piazza al calar del sole da notevole distanza, facendola diventare un punto di riferimento visivo e nello stesso tempo simbolico, nonché di connetterla in maniera figurata alla statua di Alberto da Giussano, simbolo della città. Sono stati quindi previsti dei puntali luminosi a Led di colore blu di altezza 1.5 metri posizionati sulla sommità degli otto pali che garantiscono l’illuminazione della piazza. L’altezza dei pali e il loro colore scuro consentono, nei momenti di assenza di luce naturale, la visualizzazione dei soli puntali luminosi a 10 metri di altezza, dando la sensazione che fluttuino sospesi nell’aria, disegnando la circonferenza dello spazio pubblico e rendendolo riconoscibile da grande distanza. Oggi la piazza è identificata e riconosciuta sia per la presenza del monumento che per i puntali luminosi di colore blu sospesi.

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› SPAZI PUBBLICI / LUCE

Un esempio simile a Piazza Monumento di Legnano ma con una soluzione illuminotecnica più “strutturata” si può trovare nel grande cerchio luminoso The Glowing Circle, installato nel quartiere nord-occidentale di Copenaghen. Progettato dallo studio MOE Denmark (gruppo Artelia) è stato realizzato per identificare l’area come spazio di aggregazione dove poter ballare e sostare. L’obiettivo del progetto era principalmente quello di attrarre i giovani residenti della comunità locale e offrire loro la possibilità di identificarsi e riconoscersi in un luogo dove poter socializzare liberamente e in piena sicurezza. Il cerchio, collocato a circa 4 metri di altezza, è stato creato con moduli Led RGBW dotati di diffusori semicircolari in grado di diffondere la luminosità per un diametro di 70 metri, demarcando in maniera significativa la sua presenza nel quartiere. L’installazione è stata programmata per effetti di cambio colore e la sera si attenua lentamente fino al 2 per cento per imitare la progressione del crepuscolo. Un altro progetto che rappresenta una perfetta integrazione tra luce e contesto urbano, con declinazioni vicine alla poesia, è la pista ciclabile Van Gogh Path, sempre a Copenaghen, ideata da Studio Roosegaarde. Un’interessantissima idea che coniuga in maniera perfetta le potenzialità della luce all’interno del territorio, trasformando un percorso ciclabile in un’esperienza sensoriale di altissimo livello. La pista è composta infatti da migliaia di pietre scintillanti, si ricarica di giorno e si illumina di notte, con una modalità ispirata alla “Notte stellata” di Vincent Van Gogh. Questo progetto è riuscito a creare un luogo magico, valorizzando anche la sicurezza pubblica e il turismo locale.

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Ut vidis. M. Portem norum ori imuniu inatrius, que nostiaedium pubitam mus; nonem tus, unc forum ment grarbitius efernih ilicatis et; C. Simoenatis. Enatiam interum fita nin audampl iissis. Ahac inam publis


› SPAZI PUBBLICI / LUCE

Accanto e sotto, Copenhagen, The Glowing Circle: lighting designer Merete Madsen (MOE Denmark); landscape architect Jacob Kamp (1:1 Landskab); prodotti Highlighter Rgbw Led di GVA Lighting; drone photographer ©Birkvad Sørensen. A sinistra il percorso ciclabile luminoso ‘Van Gogh path’, sempre a Copenhagen, di Daan Roosegaarde (courtesy Studio Roosegaarde www.studioroosegaarde.net).

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› SPAZI PUBBLICI / LUCE Render della media facade del riqualificato Palazzo di Fuoco a Milano (architectural design GBPA Architects).

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› SPAZI PUBBLICI / LUCE

Sopra, l’uso del blu, tradizionalmente associato a Brescia Mobilità, facilita l’associazione visiva tra luogo e funzione nelle stazioni della metropolitana di Brescia (architectural design Crew - Cremonesi Workshop; Interior design Studio Aegis - Team Brescia Mobilità; ph. ©Beppe Raso).

Ritroviamo invece un approccio più orientato al riconoscimento di un luogo grazie alla tipologia di luce prevista per la sua fruibilità nel progetto di illuminazione delle stazioni della Metropolitana della città di Brescia, curato dal nostro studio qualche anno fa. L’attenzione nell’uso della luce al fine di identificare in maniera chiara la presenza dell’architettura sul territorio è stato il tema di un’approfondita discussione con la committenza. Brescia Mobilità, infatti, era consapevole dell’importanza da attribuire alla luce per trasmettere un chiaro segnale di presenza dell’infrastruttura e renderla attrattiva nei confronti dei cittadini, che dovevano identificare le stazioni da punti prospettici molto lontani. L’utilizzo del colore tradizionalmente associato all’azienda, il blu, ha dato ulteriore impulso allo scopo, facilitando l’associazione visiva tra il luogo e la sua funzione. Un altro esempio di forte integrazione tra luce ed architettura in grado di evolversi in un segno iconico dello spazio è il nostro progetto per l’illuminazione di un complesso residenziale realizzato a Milano dallo studio Sergio Festini architetti. Per il lighting design della facciata sono state utilizzate sorgenti luminose lineari in abbinamento alle persiane scorrevoli delle finestre. La volontà di creare questa combinazione è nata dall’idea di realizzare uno scenario luminoso sempre differente in funzione della gestione delle persiane oscuranti da parte degli utenti. Un’illuminazione dinamica, che rende i segni luminosi lineari della facciata composti in maniera sempre differente e la lettura del prospetto, quindi, sempre nuova. Questa soluzione innovativa ha permesso all’edificio di aumentare la sua riconoscibilità e attrattività in un quartiere, quello dell’Ortica, fortemente ancorato alla tradizione popolare milanese.

Un differente modo di concepire e progettare il segno luminoso all’interno di uno spazio urbano è infine rappresentato dal tema della comunicazione, del media facade, il segno che si tramuta in messaggio comunicativo. Spesso si è abituati ad associare questo tema a situazioni contemporanee e fortemente tecnologiche ma in realtà è un argomento che ha trovato il suo boom negli anni ‘50 negli Stati Uniti con la diffusione dell’uso delle sorgenti al Neon. Anche Milano ne ha avuto le sue testimonianze come l’allestimento delle facciate degli edifici di piazza del Duomo, divenute simbolo della comunicazione notturna, addirittura con applicazioni dinamiche come la silhouette della signorina che batteva a macchina per la pubblicità dalla carta carbone Kores. L’occasione per riprendere il tema della comunicazione tramite segni luminosi è ora in elaborazione nel progetto seguito dal nostro studio per la ristrutturazione del ‘Palazzo di Fuoco’ in piazzale Loreto insieme a GBPA Architects. Proprio dalla storia di questo edificio e dalla volontà di ripristinare gli intenti che furono dell’architetto Minoletti nasce il tema dell’utilizzo della luce integrata negli infissi per costituire una mesh luminosa predisposta per la comunicazione. Le barre lineari a Led RGBW alloggiate all’interno degli infissi verranno gestite attraverso un’interfaccia software e comunicheranno contenuti sviluppando un dialogo con gli spettatori. Di piccole o grandi dimensioni, borghi o metropoli, le città sono una somma complessa di edifici, luoghi pubblici, monumenti: elementi primari e secondari, come avrebbe detto Aldo Rossi nella sua “Architettura della Città”, che per definire la loro posizione e ruolo nel tracciato urbano hanno necessità di trovare spesso nella luce un motivo di enfasi e valorizzazione

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› DESIGNCAFÈ DOPO IL DILUVIO Il racconto biblico del diluvio universale descrive bene l’ambivalenza del rapporto dell’umanità con l’acqua e in fondo l’arca di Noè è stata la prima tecnologia messa a punto dall’uomo per affrontare la minaccia e le insidie rappresentate dall’acqua. Tecnologie che nei millenni si sono evolute sia per proteggerci – l’architettura infine nasce per questo – sia per trarre vantaggio dall’acqua, con l’ingegneria idraulica che ha reso fertili terre aride, costruito porti, strappato lembi di terra al mare, prodotto energia. Creando i paesaggi d’acqua che conosciamo e che puntuali inondazioni trasformano nei floodscapes del titolo, fangosi veli uniformi stesi sopra terreni e città ripresi dagli elicotteri dei vigili del fuoco e trasmessi dai telegiornali. Eventi, spesso classificati come ‘calamità naturali’,

resi più frequenti dalla pressione demografica e abitativa da una parte e dal riscaldamento climatico che causa fenomeni estremi dall’altra. La consapevolezza dei limiti dello sviluppo dagli anni Novanta ha portato allo sviluppo di progetti idraulici e di paesaggio adeguati ai tempi, dai bacini di espansione naturale che si rivelano più efficaci dei tradizionali argini in cemento per contenere le piene improvvise, ai tetti verdi e all’uso di pavimentazioni drenanti che non sigillano il suolo. Preceduti da un superinteressante excursus storico, Il libro esamina e approfondisce cinque progetti europei alla scala territoriale che rappresentano altrettanti esempi di successo in un processo di adattamento evolutivo, per trarne, nella parte finale, considerazioni utili a fronteggiare le mutate condizioni planetarie.

Frédéric L. M. Rossano Floodscapes Contemporary landscape strategies in times of climate change nai010 publishers, Rotterdam, 2021 270 pp, EN, 39,95 euro ISBN 978-94-6208-525-1

vita che viene condotta nelle città. Ma perché l’architettura diventi realmente ecologica e non semplicemente ‘green’ anche il progetto più visionario deve saper tenere in conto le ragioni della gravità e considerare l’impatto ambientale complessivo delle soluzioni immaginate: l’edificio sosterrà il peso della terra e degli alberi? Le piante resisteranno alla forza del vento? Quali infrastrutture aggiuntive occorreranno e qual è il loro ‘costo’ ambientale? Le descrizioni brevi, le grandi immagini a piena o a doppia pagina, progetti visionari e opere realizzate in luoghi dove il clima e la vegetazione (ma anche la fauna) rendono inevitabile instaurare una relazione con il costruito fanno di Evergreen un volume che non dovrebbe mancare, non nella libreria ma nella sala riunioni di ogni studio di architettura: oltre agli spunti progettuali che è in grado di fornire, riuscirà a convincere i potenziali clienti di avere scelto proprio lo studio che fa per loro.

Robert Klanten e Elli Stuhler (a cura di) Evergreen Architecture Overgrown Buildings and Greener Living Gestalten, Berlino, 2021 288 pp, EN, 37,29 euro ISBN 978-39-670-4010-4

SI FA PRESTO A DIRE GREEN “L’architettura dovrebbe diventare un’arma nella lotta contro il cambiamento climatico” dice Koichi Takada parlando della sua Urban Forest di prossima costruzione – dovrebbe essere completata nel 2024 – a Brisbane, uno dei quarantaquattro progetti brillantemente illustrati in questo volume, che prende in esame opere già realizzate, come il Bosco Verticale di Stefano Boeri, e concept visionari come la Farmhouse di Fei e Chris Precht. Forse Takada trascura il fatto che per quanti sforzi si facciano l’architettura costruita sarà sempre una fonte di emissioni clima-alteranti ma tant’è, il movimento è ben avviato e sono molte le ragioni che suggeriscono di progettare edifici e ambienti a diretto contatto con la natura, a cominciare dal nuovo valore che stanno assumendo gli spazi aperti in diretto collegamento con l’outdoor. Niente di nuovo per carità, potremmo risalire ai giardini pensili di Babilonia, ma si tratta di una domanda tanto più sentita quanto più è artificiale la [ 138 ]

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C 2020

l’anno in cui gli italiani scoprirono di avere una casa Antonio Morlacchi

Scuole e uffici chiusi, piazze deserte, bar e ristoranti non se ne parla. Il lockdown di aprile e le conseguenti misure restrittive hanno trasformato le abitazioni in luoghi multifunzione: ambienti pubblici dove, attraverso Zoom, arrivavano dall’altro capo del mondo relatori di seminari virtuali; sofisticate cucine dove sfornare pane artigianale con farine mai viste prima; aule scolastiche per la didattica a distanza; sedi di interminabili riunioni di lavoro a cui, causa malfunzionamento microfono, partecipavano anche i vicini. E sopra tutto, la paura del virus che veleggiava sull’onda dei famigerati droplets emessi dai figli, colpevoli dell’irruenza e della voglia di socialità della loro giovane età. Nell’anno in cui tutto è cambiato ci siamo così accorti di abitare in case inadeguate, negli spazi e nelle dotazioni tecnologiche. Altro che machine á habiter. Se la nuova realtà impone un ripensamento profondo nella progettazione della residenza, almeno dal punto di vista degli impianti e della salubrità degli ambienti, a cominciare dall’aria, le soluzioni ci sono, si possono implementare facilmente e con gli incentivi fiscali le paga lo Stato. Una breve rassegna alle pagine che seguono.

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IMPIANTI, PREVISIONI IN CRESCITA IL 7° RAPPORTO CONGIUNTURALE E PREVISIONALE DEL CRESME PRESENTATO IL MESE SCORSO A MCE LIVE+DIGITAL PREVEDE PER IL 2021 UNA CRESCITA DEL SETTORE IMPIANTI DEL 12%

Massimiliano Pierini, managing director di Reed Exhibitions Italia

Innovazione fattore trainante Come managing director di Reed Exhibitions Italia, la società che organizza MCE, Massimiliano Pierini ha un punto di osservazione privilegiato sull’evoluzione del mercato dell’impiantistica. A lui rivolgiamo qualche domanda, a cominciare dall’ultima edizione di MCE, che si è svolta in modalità online. Dottor Pierini, la pandemia ha costretto anche le fiere a rinnovarsi Sì ed è un fatto positivo. MCE Live+Digital quest’anno ha organizzato 160 incontri online con dati di partecipazione in alcuni casi straordinari, più di 5.000 iscritti. L’online inoltre presenta il vantaggio di rimanere disponibile ben oltre i classici tre giorni di fiera. È un’esperienza destinata a rimanere, evolvendosi in format ibridi, parte in presenza fisica e parte online cogliendo gli aspetti positivi delle due modalità. Rimane però fondamentale la qualità degli incontri. Come sta andando il mercato? Andiamo incontro a un triennio molto positivo. A fine 2020 era già stato recuperato l’intero valore perso nei mesi del lockdown e nel primo bimestre del 2021 la vendita di caldaie è cresciuta addirittura del 30% rispetto all’analogo bimestre 2020, quando la pandemia non c’era ancora. Sull’intero 2021 il rapporto congiunturale che il Cresme ha presentato a MCE Live+Digital prevede una crescita di tutto il comparto del 12%. Soprattutto grazie agli incentivi fiscali ma in generale è un fenomeno che riguarda tutto il Sud Europa, che sta performando meglio del resto dell’Eu. Senza la fiera fisica non siamo riusciti a vedere le proposte innovative. Ce ne parli lei In sintesi ritengo che il futuro sia dei sistemi ibridi che integrano caldaia e pompa di calore Ma è anche una questione di mercato: il mondo degli installatori è più preparato per affrontare la maggiore complessità degli ibridi. Dall’altra parte, la caldaia per il riscaldamento autonomo è ormai in via di estinzione. Tra il pubblico è cresciuta l’attenzione verso la qualità dell’aria Sicuramente. Da questo punto di vista credo che le risposte possano venire da una maggiore diffusione della domotica: sensori per monitorare la qualità dell’aria e automatismi utili per assicurare il necessario ricambio, specie in ambienti che per effetto di interventi di efficientamento energetico sono più ‘sigillati’ di un tempo ma non necessariamente privi di ponti termici. [ 140 ]

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Dopo l’inevitabile calo del 2020 – comunque inferiore a quello registrato dall’intero comparto delle costruzioni – a partire da quest’anno e per i due successivi la ripresa del settore impianti sarà molto intensa, grazie alla spinta propulsiva impressa dagli incentivi fiscali. Ma già negli anni precedenti la domanda nel settore degli impianti era cresciuta – in media del 2,7% ogni anno – per effetto dell’innovazione tecnologica e del crescente orientamento verso il full electric. Se il gas naturale rimane la fonte energetica prevalente (65,2% delle abitazioni servite, pari a quasi 20,3 milioni su un parco residenziale complessivo di 31,1 milioni) sono già 2,3 milioni le abitazioni servite da impianti alimentati esclusivamente da energia elettrica. Nel settore non residenziale, rispetto a uno

stock complessivo di circa 4,8 milioni di unità immobiliari, oltre 3,7 milioni sono servite da impianti di riscaldamento e circa 2,5 milioni di unità con impianto di raffrescamento, e quasi 800 mila sono dotate di un impianto che assolve a entrambe le funzioni. Il rapporto congiunturale del Cresme analizza anche l’effettivo consumo di energia imputabile all’edilizia, dando dimensione concreta alle affermazioni generiche sull’impatto ambientale dell’ambiente costruito: il consumo complessivo degli edifici in Italia è di circa 388 Terawattora, di cui 317,5 TWh (più dell’80%) termici, con un consumo specifico medio, fortemente correlato alle zone climatiche, di 120 kWh/ mq/anno nel residenziale, 181 kWh/mq/anno negli edifici ad uso ufficio e 105 kWh/mq/ anno nelle scuole. Molto lavoro rimane da fare.


C

VIESSMANN

VERSO LA TRANSIZIONE ENERGETICA

PRODUTTORE LEADER DI CALDAIE A GAS, GASOLIO E BIOMASSA, FIN DAGLI ANNI SETTANTA VIESSMANN SVILUPPA SOLUZIONI PER LO SFRUTTAMENTO DELLE FONTI RINNOVABILI

Applicata alla tecnologia impiantistica e con lo sguardo rivolto al futuro, la responsabilità ambientale di Viessmann si traduce in un sistema completo che ruota intorno all’autoproduzione – tramite la gamma di pannelli fotovoltaici Vitovolt – di energia elettrica per l’intera abitazione: riscaldamento e climatizzazione, ma anche gli elettrodomestici e le colonnine per la ricarica di veicoli elettrici di cui è facile prevedere una rapida diffusione. Per ottimizzare la disponibilità di energia (l’irraggiamento solare è variabile e intermittente) la soluzione è abbinare al pannello fotovoltaico un accumulo elettrico. Vitocharge è il nuovissimo sistema all-in di Viessmann costituito da un inverter ibrido monofase e una batteria modulare, ampliabile in funzione del fabbisogno elettrico dell’edificio e integrato esteticamente con gli altri prodotti del sistema. In questo modo si apre uno scenario di abitazioni connesse tra loro che dotate di sistemi di gestione dei flussi possono scambiare energia; edifici e quartieri che diventano centrali a zero emissioni di produzione delocalizzata di energia in

grado di affiancarsi alla rete pubblica per contribuire al fabbisogno collettivo. Ma il cambiamento procede più lentamente e ad oggi la stragrande maggioranza degli impianti di riscaldamento funziona ancora con energia da fonti fossili. Da qui il successo che in questa fase di transizione stanno registrando i sistemi ibridi, costituiti da caldaia e pompa di calore. Viessmann propone sia sistemi compatti (Vitocaldens 222-F) sia con modulo pompa di calore e modulo caldaia a condensazione separati (serie Hybridcell). Applicabili praticamente in tutti i contesti climatici e impiantistici, oltre a ridurre consumi e emissioni inquinanti i sistemi ibridi Viessmann presentano il vantaggio di fornire comfort adeguato in tutte le stagioni: il generatore principale sarà la pompa di calore elettrica, mentre la caldaia entrerà in esercizio soltanto con temperature esterne particolarmente basse. Trattandosi di sistemi ibridi certificati, la loro installazione è riconosciuta come intervento trainante e consente pertanto di accedere al “superbonus 110%”. www.viessmann.it

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MITSUBISHI ELECTRIC

COMFORT CLIMATICO TOTALE UNA CONVERSAZIONE CON MATTEO REFOSCO, BUSINESS DEVELOPER DELLA MULTINAZIONALE GIAPPONESE

Matteo Refosco, Business developer manager heating and mini chiller di Mitsubishi Electric

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È un dato sorprendente quello che emerge dal settimo rapporto congiunturale del Cresme sul mercato degli impianti. Confermo. La positività del mercato è sicuramente un effetto degli incentivi fiscali e del superbonus. Intervenendo anche sull’involucro i sistemi in pompa di calore diventano competitivi in tutte le zone climatiche del Paese: migliorando la coibentazione dell’edificio il liquido riscaldante può circolare a una temperatura più bassa assicurando comunque un comfort ottimale nelle stagioni fredde. In più, i nostri sistemi offrono una triplice generazione: caldo, freddo e acqua calda sanitaria. E infatti, pur rappresentando ancora una quota minima rispetto ai generatori a gas, le soluzioni elettriche stanno registrando incrementi ancora maggiori, nel primo bimestre 2021 fino al 50% in più rispetto all’analogo periodo dello scorso anno. Gli impianti in pompa di calore sono adatti anche per i grandi condomini? Mitsubishi Electric, con il suo brand Climaveneta, arriva anche a potenze superiori ai 1.000 kW. Consideri che nel Nord Europa ormai si stanno avviando impianti di teleriscaldamento di quartiere alimentati da pompe di calore acqua/acqua o terra/acqua (con sonde geotermiche). Ma si tratta di impianti che devono essere progettati e realizzati

ad hoc. Per il residenziale Mitsubishi Electric propone la family line Ecodan, con potenze da 4 a 25 kW, quindi per abitazioni che possono andare dal bilocale alla villa da 500 metri quadrati. Tenga conto comunque che quando parliamo di casa siamo abituati a pensare alle città ma in Italia, a fronte di 8 milioni di appartamenti in condominio ci sono 11 milioni di abitazioni mono-, bi- o trifamiliari. Sono impianti che sottraggono spazio all’abitazione? Ecodan ha la base di ingombro di un elettrodomestico ma è alto 170 cm. In caso di nuova abitazione o di ristrutturazione non è difficile prevederne lo spazio. Può diventare problematico nel caso un’abitazione già arredata e per questo abbiamo a catalogo una soluzione da collocare all’esterno. Con la pandemia è cresciuta la preoccupazione riguardo alla qualità dell’aria indoor. Il ricambio d’aria è indispensabile e finalmente tutti se ne rendono conto. Indispensabile per il benessere delle persone e per il benessere della casa. Con involucri sempre più coibentati, senza ventilazione la formazione di condensa e di conseguenza di muffe è inevitabile, anche in abitazioni nuove. La soluzione di Mitsubishi Electric per il residenziale – dai 50 ai 2.500 metri cubi – è ‘Lossnay’ (niente perdite): una ventilazione meccanica che garantisce un corretto ricambio d’aria recuperando quasi tutto il calore interno (e quindi riducendo i consumi), mantiene un’umidità ottimale intorno al 50% e garantisce aria pulita con un sistema di filtrazione efficiente che trattiene anche i pollini. https://climatizzazione.mitsubishielectric.it


BAXI

SISTEMI A INCASSO IBRIDI E IN POMPA DI CALORE L’ampia offerta Baxi di soluzioni ibride e in pompa di calore comprende i sistemi a incasso in pompa di calore con integrazione solo elettrica CSI IN E WI-FI, pensati per nuove abitazioni dove l’efficienza e l’uso di fonti rinnovabili devono coniugarsi con spazi limitati, e i sistemi ibridi a incasso con integrazione pompa di calore e caldaia CSI IN H WI-FI, ideali per le abitazioni in fase di riqualificazione dove il vecchio generatore va sostituito per migliorare l’efficienza e ridurre i consumi. Entrambi i sistemi, ciascuno disponibile in tre tipologie secondo il tipo di pompa di calore utilizzata, sono in grado di fornire riscaldamento, raffrescamento e produzione di acqua calda sanitaria. L’apporto energetico è regolato da una gestione elettronica evoluta e dal costante

monitoraggio dei fattori climatici esterni: in condizioni critiche, per garantire un comfort ottimale e la continuità del servizio, intervengono – a seconda del tipo di sistema installato – le resistenze elettriche o la caldaia a condensazione. Inoltre, con Baxi Hybrid App è possibile gestire l’impianto da remoto. Le pompe di calore aria/ acqua, disponibili nelle versioni splittate (AWHP MR o HPS) o monoblocco (Auriga), raggiungono rapidamente la massima potenza e possono modularla (dal 30% al 130%) adeguandosi all’effettivo carico richiesto, limitando al minimo le fasi di accensione e spegnimento e funzionando principalmente in regime di carico parziale, modalità particolarmente utile nelle mezze stagioni, quando la domanda di climatizzazione è ridotta.

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www.baxi.it

AERMEC SISTEMA CASA Coniugare estetica, comfort e risparmio energetico: la soluzione di Aermec si avvale del sistema di gestione VMF per integrare i diversi elementi dell’impianto: pompa di calore aria/acqua, ventilconvettori ed eventuali sistemi di integrazione termica. L’unità interna può essere collocata a parete o, con serbatoi di accumulo fino a 300 litri, a basamento. Il compressore inverter esterno, a ridotte emissioni sonore, utilizza il fluido refrigerante R32 ed ha un’elevata efficienza energetica. Un pannello di controllo touch screen – dotato di modulo Wi-Fi per agire da remoto – consente di accedere a tutte le funzioni, incluso il riscaldamento rapido dell’Acs e la regolazione climatica per il risparmio energetico. I ventilconvettori Omnia Slim, profondi solo 129 mm, completano il sistema. global.aermec.com

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L’importanza della qualità dell’aria IL CONTRIBUTO DI AICARR

di Filippo Busato e Luca A. Piterà

Filippo Busato Presidente AiCARR

Luca A. Piterà Segretario tecnico AiCARR

La pandemia da SARS-CoV-2 ha acceso un dibattito su questioni che esistono da sempre. Si è evidenziato come la ventilazione sia uno strumento fondamentale per la prevenzione e la riduzione del rischio di contagio per tutte quelle infezioni che si propagano per via aerea, compresa la normale influenza stagionale. Tutti gli edifici con destinazione d’uso non esclusivamente residenziale dovrebbero obbligatoriamente implementare impianti di ventilazione meccanica, non essendo in grado la ventilazione naturale di assicurare la quantità e qualità necessaria, né di poter filtrare efficacemente polveri e inquinanti presenti nell’aria esterna. Allo stesso tempo devono, però, rispondere alle esigenze del contenimento dei consumi energetici e della decarbonizzazione. Occorre ripensare le modalità di progettazione dei sistemi impiantistici ed energetici degli edifici, così da bilanciare in modo sostenibile le esigenze di salute e sostenibilità ambientale. Un errore da evitare è quello di cadere nel vizio logico secondo cui l’aria esterna è migliore di quella interna; l’introduzione di aria esterna “diluisce” i contaminanti prodotti all’interno, ma è altrettanto importante l’immissione di aria pulita attraverso la “rimozione” dei contaminanti dalla presa d’aria esterna o a valle del ricircolo. Il problema di base è che mentre il mondo dell’Hvac si è dotato di strumenti atti a commisurare l’azione (e il consumo) degli impianti alle effettive prestazioni attraverso il rilevamento in campo di grandezze note, nel caso del SARS-CoV-2 non esistono metodi di rilevamento in tempo reale e di conseguenza il principio di cautela impone di agire sempre come se un soggetto infettivo fosse effettivamente presente. Ne segue che in nome della riduzione del rischio gli impianti devono essere utilizzati sempre al massimo della portata d’aria.

Per quanto riguarda la progettazione di nuovi impianti l’estensione alla valutazione di un rischio pandemico porta a un inevitabile ripensamento dei criteri generali. In particolare è ragionevole immaginare che l’impiantistica possa essere ripensata in un’ottica di maggiore flessibilità funzionale e di ottimizzazione dal punto di vista dell’efficienza di ogni aspetto, in considerazione del fatto che un impianto potrebbe essere chiamato a regimi di funzionamento differenti nell’arco della sua vita utile. Per concludere, gli obiettivi perseguibili sin d’ora dalla progettazione possono essere di seguito sintetizzati: 1. L’utilizzo del ricircolo risulta critico unicamente se utilizzato in impianti multi-zona. Tuttavia, nel caso di adozione di sistemi di abbattimento nella condotta il ricircolo può consentire una progressiva rimozione di aerosol infetto. 2. Negli impianti civili il trasferimento di aria tra ambienti differenti risulta accettabile se l’aria in ingresso proviene da ambienti a uguale o migliore qualità dell’aria. Tale strategia è molto frequente nel terziario ove il corridoio e i servizi rappresentano ambienti di occupazione comune anche se non permanente e questo può aumentare le probabilità di contagio. Tale situazione può essere evitata dal progettista tramite l’introduzione di una rete di ripresa distribuita che elimina i presupposti per un trasferimento. 3. Le modalità di immissione dell’aria possono avere effetti molto diversi dal punto di vista della diluizione e della rimozione dell’aerosol e di conseguenza possono essere caratterizzati da valori di efficienza di ventilazione molto diversi. Nei sistemi a miscelazione l’effetto primario è la diluizione dell’aria ambiente con aria immessa, e questo comporta una certa omogeneizzazione dei contaminanti in genere che può portare l’ambiente a un ripristino delle condizioni di salubrità prima che sia passato il tempo critico dell’ordine di 15 minuti. Nei sistemi a dislocamento invece l’obiettivo è quello di garantire un significativo “lavaggio” con immissione di aria dal basso. Questa strategia consente l’adozione di valori di portata che possono essere molto inferiori, con tutte le considerazioni energetiche che ne conseguono.

DAIKIN

IL BINOMIO DEL BENESSERE Il climatizzatore Stylish e il purificatore MC55W di Daikin hanno funzioni complementari: se il primo provvede al comfort e al risparmio – anche con l‘Intelligent Thermal Sensor, che rileva la presenza di persone e la temperatura nelle diverse zone del locale – il purificatore MC55W si occupa della purezza dell’aria con la tecnologia Flash StreamerTM, un flusso di elettroni con forte potere ossidante che decompone virus, batteri, allergeni, odori e sostanze chimiche pericolose. MC55W cattura anche le particelle sottili di polvere e le sostanze inquinanti grazie al filtro Hepa elettrostatico. Un ruolo importante è svolto dallo ionizzatore al plasma: gli ioni si combinano con le particelle presenti in aria per generare elementi attivi in grado di decomporre funghi e allergeni. Il processo si conclude con una ciclica pulizia e rigenerazione dei filtri che non richiedono manutenzione e durano fino a 10 anni. www.daikin.eu

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C ALPAC INGENIUS

VENTILAZIONE INTEGRATA AL MONOBLOCCO Ingenius VMC di Alpac rivoluziona il concetto di Ventilazione Meccanica Controllata integrandola a scomparsa all’interno di un performante monoblocco finestra. Si tratta di una tecnologia invisibile di grande impatto sulla salubrità e sul comfort indoor: un doppio filtro di serie F7+G4 in entrata purifica l’aria esterna prima di immetterla nei locali, bloccando pollini, batteri e polveri sottili PM10 e PM2,5, mentre il costante ricambio d’aria condotto in autonomia dalla macchina espelle gli inquinanti quotidianamente prodotti all’interno e l’umidità in eccesso. Uno scambiatore di calore entalpico a doppio flusso incrociato controcorrente consente un recupero continuo dell’energia termica fino al 91%. Installato a scomparsa nella muratura, Ingenius VMC è adattabile ad ogni contesto architettonico e lascia a vista solo la cover che, attraverso una pulsantiera o un display touch

screen – o da remoto via app – permette di controllare le funzioni della ventilazione e dell’oscurante. Minimo è anche l’assorbimento elettrico e l’attività di manutenzione: questa soluzione non richiede, infatti, interventi periodici di sanificazione dei tubi o trattamenti antimicrobici, ma è dotata di un segnale led che avvisa quando è necessario cambiare il filtro, sostituibile in autonomia dall’utente. Trattandosi di un sistema decentralizzato, Ingenius VMC semplifica il lavoro di progettazione, in quanto non richiede la presenza di canalizzazioni né di locali dedicati e non presenta alcun vincolo progettuale. Consente inoltre di realizzare soluzioni su misura rispondenti alle specifiche necessità. All’interno del monoblocco è possibile installare qualsiasi unità di ventilazione Alpac in funzione della dimensione degli ambienti. www.alpac.it

Dettaglio del monoblocco Alpac Ingenius con il sistema di VMC integrato.

LG

TECNOLOGIA HVAC CERTIFICATA

Doppie alette su ogni lato delle Cassette LG Dual Vane consentono di personalizzare direzione e potenza del flusso.

Il sistema a cassetta LG Dual Vane per il terziario di LG Electronics ha ottenuto una serie di riconoscimenti che ne confermano l’efficacia nel fornire aria pulita. In particolare, il sistema ha ottenuto, prima soluzione Hvac al mondo, la certificazione Greenguard Gold di UL per le basse emissioni di composti organici volatili (Voc), un riconoscimento di Intertek per la ridotta presenza di particelle nocive nell’aria di ambienti interni e la certificazione di TÜV Rheinland sull’efficacia delle 5 fasi di purificazione dell’aria nella rimozione di polveri ultra-sottili, allergeni e batteri nocivi, tra cui lo Staphylococcus aureus. Le Cassette LG Dual Vane sono dotate di doppie alette su ogni lato. Con sei diverse modalità, è possibile personalizzare la direzione e la potenza del flusso. www.lg.com/it/business

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GEZE

SCHÜCO

AUTOMAZIONE PER FINESTRE A TUTT’ALTEZZA

ISOLAMENTO ACUSTICO E QUALITÀ DELL’ARIA

L’attuatore Geze F 1200+ è stato progettato per finestre con ante a vasistas, con attacco F 1200 e un peso fino a 200 kg per anta. Un motore potente e silenzioso è in grado di portare la finestra nella posizione di inclinazione desiderata mentre il meccanismo di bloccaggio può essere rilasciato per portare manualmente la finestra in posizione di rotazione. Può essere montato facilmente anche a posteriori, è collegabile in rete tramite Geze IQ box KNX. Inoltre, l’apertura delle finestre dell’intero edificio può essere gestita in maniera automatizzata tramite Geze Cockpit. Allo stesso tempo, Geze F 1200+ consente a un utente all’interno del locale di gestire l’apertura delle finestre in maniera autonoma tramite un pannello di controllo integrato. Durante il funzionamento manuale la centralina viene attivata tramite un sensore di prossimità. Grazie allo status visivo e alle notifiche di sicurezza, il display Led integrato garantisce una maggiore sicurezza del prodotto.

Il nuovo sistema per finestre in alluminio Schüco AWS 90 AC.SI (Super Insulation) mantiene eccellenti prestazioni fonoisolanti anche a ribalta aperta: il passaggio dell’aria avviene attraverso specifici cassetti in materiale fonoassorbente integrati nel profilo di telaio superiore, che abbattono il rumore percepito all’interno degli ambienti (fino a 31 dB con finestra aperta in ribalta). Allo stesso tempo è garantita un’ottimale ventilazione, con un ricambio d’aria che può arrivare fino a quasi 30 mc/h. L’aerazione, il raffrescamento e la qualità dell’aria saranno dunque ottimali anche in ambienti particolarmente sensibili, come le camere da letto o i locali esposti sul lato strada. La posizione con anta completamente aperta permette l’utilizzo classico della finestra e agevola la pulizia delle componenti esterne del serramento. Il sistema presenta anche eccellenti prestazioni di isolamento termico con valori Uf a partire da 0,9 W/m²K e con una profondità di base di 90 mm. www.schueco.it

www.geze.it

Schüco AWS 90 AC Super Insulation: dettaglio del cassetto superiore in materiale fonoassorbente

FYBRA

IL SENSORE INTELLIGENTE Il brevetto è stato depositato a gennaio 2020 e lo stesso anno ha vinto il Green Tech Challenge del Politecnico di Milano: Fybra, premio Klimahouse Award 2021 nella categoria Innovation, è l’unico dispositivo al mondo in grado di calcolare il punto di equilibrio tra qualità dell’aria indoor e efficienza energetica: un sistema di intelligenza artificiale ‘impara’ in breve tempo l’andamento dei parametri fisici dell’ambiente monitorato e fornisce un’indicazione di stato immediata in base alla quale l’utente sa quando e per quanto tempo aprire le finestre (azzurro, comfort e sicurezza, finestra chiusa; rosso, inquinanti e microdroplets, aprire la finestra; fucsia, la qualità sta migliorando, tra poco si può richiudere). Già disponibile sul mercato per uffici e scuole, dal prossimo autunno sarà in vendita online, a 199 euro, la versione domestica Fybra Home. www.fybra.co

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C Il radiatore Ottolungo di Caleido, design Gabriele e Oscar Buratti, nella versione free standing elettrica con accessorio appendiabiti.

CALEIDO

OTTOLUNGO NELL’INTERPRETAZIONE DI GABRIELE E OSCAR BURATTI IL RADIATORE DIVENTA COLONNA ARCHITETTONICA DELLO SPAZIO ABITATIVO Dalla nuova collaborazione che Caleido ha avviato con Oscar e Gabriele Buratti (studio Buratti Architetti) sono nati tre nuovi radiatori di design: 1000 righe, 100 righe e Ottolungo. «Per dimensione e presenza fisica nell’ambiente – spiegano gli architetti – il radiatore rimane uno degli elementi fondamentali dello spazio e del suo arredo. La nostra riflessione è stata quella di pensarlo come un dettaglio di design e carattere, un oggetto da far dialogare con quinte, aperture e luce, materia e colore». Come nel caso di Ottolungo, una sorta di colonna binata in alluminio verniciato a polvere fusa in un solo elemento, che misura l’ambiente in altezza e lo caratterizza con

il gioco di ombre che la sua forma genera sulla parete di fondo. Un oggetto morbido, essenziale ed elegante; un’originale interpretazione del radiatore che diventa colonna architettonica dello spazio abitativo. Le diverse misure in altezza (fino a 2.400 mm), la possibilità di essere fissato sia a parete sia free standing, il funzionamento idraulico o elettrico, consentono un uso diversificato del prodotto; un sistema di aggancio a scorrimento sul retro consente l’inserimento di vari accessori, come portasciugamani e appendiabiti, posizionati a diverse altezze. www.caleido.it

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› ARCHIWORKS

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› ARCHIWORKS

Cino Zucchi Laureato al MIT di Cambridge in Arte e Design e in Architettura presso il Politecnico di Milano (1979), dove è docente di Progettazione Architettonica e Urbana, Cino Zucchi (1955) è particolarmente attivo sul piano teorico e su quello didattico. Membro di molti gruppi di ricerca internazionali, come ARE_Living sull’innovazione abitativa, curatore del Padiglione Italia della 14. Biennale di Architettura (Rem Koolhaas, 2014) Zucchi è stato presidente della giuria del Premio dell’Unione europea per l’architettura contemporanea - Mies van der Rohe Award 2015. Con il suo studio, Cino Zucchi Architetti (CZA), ha progettato headquarter aziendali, edifici residenziali e pubblici; musei privati e spazi commerciali con l’obiettivo di ricercare nuove soluzioni spaziali per la vita contemporanea nel complesso e delicato contesto del paesaggio europeo. www.zucchiarchitetti.com

SHOWROOM DE CASTELLI, MILANO

L’ARCHITETTO E L’ARTE DEL METALLO CON UN PROGETTO DI INEDITA ELEGANZA FORMALE, CINO ZUCCHI REALIZZA IL NUOVO SPAZIO DI DE CASTELLI A MILANO

È l’ingresso il segno più significativo del nuovo spazio di De Castelli inaugurato lo scorso aprile in un palazzo storico del centro di Milano: due grandi pale asimmetriche in ottone DeLabré orbitale in cui convergono da una parte la maestria dell’azienda nella lavorazione del metallo e dall’altra il segno dell’architetto che le trasforma in una quinta scenica e sorprendente. Com’era stato con l’Imbuto, il nuovo ingresso voluto da Cino Zucchi, e realizzato proprio da De Castelli, per l’ingresso delle Tese delle Vergini nel

2014, quando l’architetto milanese era il curatore del Padiglione Italia. Il sodalizio, che prosegue da allora, si rinnova adesso con il progetto di questi ambienti, che Cino Zucchi trasforma in un’ideale quinta espositiva di arredi, complementi e superfici dove il trattamento del metallo e le finiture trovano la loro massima espressione. La porta dunque, anzi i portali. Ampie superfici lisce e del tutto planari che un meccanismo tecnicamente sofisticato permette di muovere durante il giorno,

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› ARCHIWORKS Gli arredi dell’interior, grandi cabinet arcati in ottone DeLabré orbitale, sono progettati per assolvere a una funzionalità di contenimento e alloggio. Qui accanto, lo spazio dell’accoglienza, con il grande tavolo rotondo.

passando da una posizione completamente aperta a una semichiusa, che lasci soltanto intravedere l’interno e da cui filtri una lama di luce. Varcata questa soglia simbolica si incontra l’ingresso vero e proprio, in vetro e ottone, con una grande maniglia forgiata utilizzando tondini che si intrecciano in una doppia spirale. Un altro esempio della maestria dell’azienda. L’androne L’ingresso è composto da due grandi absidi in ottone DeLabré orbitale a doppia curvatura, che rappresentano il pezzo più sofisticato della metodologia di De Castelli: sono realizzate secondo l’antica tecnica della martellatura che deriva dalla tradizione del car design ed è tuttora in uso per la modelleria delle auto. In questo primo ambiente s’incontrano anche alcuni elementi cilindrici con funzione di appoggio, disegnati per documentare con un prodotto l’affinità tra De Castelli e Laboratorio Morseletto, che ha portato a numerose collaborazioni e importanti realizzazioni: i cilindri sono un pastellone di polveri di pietre, pigmenti e grassello di calce applicato a una struttura cilindrica in metallo. L’accoglienza Lo spazio destinato agli incontri ruota attorno a un grande tavolo rotondo. Gli [ 150 ]

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arredi dell’interior sono progettati per assolvere a una funzionalità quotidiana, sempre con l’obiettivo di esprimere gli straordinari materiali e le competenze tecniche dell’azienda.

entità minima che viene declinata diversamente nelle varie stanze, dimostra come è possibile ottenere infinite variazioni partendo da una forma semplice e anonima, come in una melodia.

La materioteca È l’ambiente che custodisce tutti i campioni dei metalli con le loro incredibili finiture, le ossidazioni, le tonalità policrome, la molteplicità di texture e pattern. La grande scaffalatura, che corre lungo tutta la parete, è schermata da una sorta di caneté di tondini verticali in alluminio brunito: l’idea del tondino,

La galleria La stanza per presentare le collezioni De Castelli è scandita da una successione di archi incompleti in un cui l’elemento frontale assomiglia a una T in rame DeMaistral brunito, che crea delle nicchie con sfondo neutro per valorizzare esposizioni e mostre tematiche con i diversi prodotti dell’azienda


elements Abitare a cura di Elena Riolo

Residenza a Morbegno - Sonia Calzoni

NON NECESSARIAMENTE PIÙ AMPIE, SICURAMENTE PIÙ APERTE FLESSIBILI, ACCOGLIENTI, LE ABITAZIONI HANNO RITROVATO LA LORO CENTRALITÀ NELLA VITA DI NOI TUTTI. VANNO IMMAGINATI SPAZI FLUIDI DOVE LAVORARE, STUDIARE E INCONTRARSI. SARANNO AMBIENTI SEMPRE PIÙ CONNESSI, DOVE TROVERANNO

POSTO ARREDI

BEN PROGETTATI E REALIZZATI A REGOLA D’ARTE, DOVE LA QUALITÀ, LA FUNZIONALITÀ E L’ESTETICA POSSANO TORNARE AD ESSERE VALORI IRRINUNCIABILI.


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NARDI FOLIO. Poltrona relax per l’outdoor disegnata da Raffaello Galiotto è realizzata in resina fiberglass e proposta su base fissa oppure nella versione a dondolo. La scocca è costituita da un foglio (da cui il nome) in resina traforato decorato con motivo a quadri, curvato in modo da bilanciare rigidità ed elasticità di seduta e schienale. È possibile reclinare lo schienale senza forzature o scatti: i braccioli cavi nascondono un meccanismo manuale brevettato in grado di azionare lo scorrimento dei tiranti per permettere i due cambi di posizione.

www.nardioutdoor.com

GERVASONI LOLL. È un vero e proprio invito al relax, il nuovo divano modulare disegnato da Paola Navone. Il profilo dei divani è sottolineato dalla caratteristica taglia/cuci che, come un tratto leggero disegnato a mano libera, segue le geometrie essenziali di Loll. La linea è composta da divani in tre misure, da poltrona e poltroncina imbottita e da chaise-longue destra e sinistra che abbinate creano un grande daybed. Struttura in legno massello, scocca in poliuretano espanso rivestita con una speciale fibra elastica, anallergica e antibatterica.

www.gervasoni1882.it

PORRO ROMBY. Il design astratto di ispirazione vintage di GamFratesi (Stine Gam ed Enrico Fratesi) dà vita alla nuova poltroncina girevole imbottita formata da due diversi elementi in equilibrio tra loro: la seduta realizzata con uno stampo a iniezione, imbottita e rivestita in pelle o tessuto e la base a cono in legno massello di frassino, naturale o tinto nero. La forma svasata della base viene realizzata a spicchi attraverso un esercizio di ebanisteria complesso e artigianale.

www.porro.com

CAPPELLINI HIROI. Nata dalla collaborazione tra due dei più promettenti designer dell’Europa dell’Est – Cyril Dunděra & Matěj Janský – la poltroncina Hiroi (che in giapponese significa ampio) presenta una struttura in massello di frassino tinto nero abbinata a sedile e schienale dalla forma arcuata, entrambi rivestiti in cuoio in 5 diverse colorazioni, con cuciture tono su tono.

www.cappellini.com

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PEDRALI BLUME. Nata dalla inedita collaborazione tra l’azienda e il designer tedesco Sebastian Herkner, la collezione è composta di una sedia e una seduta lounge dal profilo in estruso di alluminio con una silhouette a forma di fiore. Un elemento strutturale in acciaio posto sotto il sedile dà resistenza e fissa le gambe, rendendo possibile il disassemblaggio e il corretto smaltimento dei componenti del prodotto a fine vita. Completa la collezione un set di tavolini, con ripiani in stratificato, Fenix, in agglomerato o in marmo, che riprende il medesimo profilo a forma di fiore delle sedute.

www.pedrali.it

DE CASTELLI BARISTA. Si apre a libro il mobile bar compatto e dal volume scultoreo, progettato da Adriano Design, definito da un canneté di tondini in rame naturale, di diversi diametri, che creano una texture irregolare. Il piano superiore, in posizione leggermente ribassata rispetto ai fianchi, è funzionale all’appoggio e al servizio. L’interno è completamente in acciaio inox con finitura a specchio.

www.decastelli.com

MIDJ AREA. Disegnata dallo Studio Pastina, la nuova collezione di divani, poltrone e pouf disponibile in diverse dimensioni, combina una soffice imbottitura a un design essenziale e pulito. La forma dei cuscini si ripete nella costruzione della seduta, dello schienale e dei braccioli dando origine a volumi morbidi e accoglienti. A supporto della seduta, il basamento è costituito da quattro sottili gambe in metallo verniciato. Tutte le componenti sono unite tra loro con un sistema di fissaggio nascosto, a beneficio di un’estetica minimale. Il rivestimento è disponibile in tessuto e pelle sintetica.

www.midj.com

foto ©Alberto Parise

MOLTENI PIROSCAFO. Il mobile progettato agli inizi degli anni Novanta da Luca Meda e Aldo Rossi in legno, ferro, vetro è da sempre utilizzato come libreria, vetrina, madia o dispensa. Tutto è a vista, facilmente usufruibile, protetto da ante a prova di polvere grazie alle sue guarnizioni perimetrali in gomma. La nuova versione a 30 anni di distanza dal primo Piroscafo mantiene intatte le sue caratteristiche fondative, a cambiare sono la facciata laccata nel colore Spice e gli interni in eucalipto.

www.molteni.it

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ZANOTTA AMBROSIANO. Mist-o (Tommaso Nani e Noa Ikeuchi) hanno progettato i nuovi tavoli componibili interpretando la tipologia del tavolo a cavalletto. Solo quattro componenti si uniscono a formare la struttura architettonica del tavolo. Piano in rovere naturale o tinto nero, cristallo fumè, Fenix, marmo bianco di Carrara o granito grigio di Orsenone.

MOROSO HIMALAYAN RUGS, MATRIX e SAMA. Sono tre le nuove collezioni di tappeti di Golran per Moroso, diverse per lavorazione e materiali, realizzate tra India e Nepal. Himalayan rugs è la linea composta da tappeti annodati a mano con la tecnica kilim, presenta un’inedita combinazione di materiali: Allo, una fibra naturale che deriva dall’ortica himalayana, banana e juta. Sempre realizzata a mano, in viscosa e lana, con l’effetto lucido-opaco dei due materiali per la linea Matrix. La collezione Sama (nella foto) introduce infine per la prima volta un tappeto rotondo nella proposta di Moroso. Anche in questo caso i materiali utilizzati sono la lana e la viscosa, rispettivamente impiegati per l’interno e per conferire lucentezza alla cornice.

www.zanotta.it

www.moroso.it

LEMA ORTIS. Lo scrittoio disegnato da Gabriele e Oscar Buratti è pensato per le nuove dinamiche dello spazio domestico, per lo studio e il lavoro a casa. Il piano ovale ospita due cassetti ed è sorretto da una leggera struttura a tubi metallici ancorati a piatti semicircolari di base. Il piano è proposto in laccato lucido o opaco, oppure in legno, mentre le sottili gambe dello scrittoio sono in metallo verniciato bronzo.

www.lemamobili.com

foto ©Alessandro Paderni

ZANETTE MONTGOMERY. La particolare presa maniglia, realizzata con un’apposita scanalatura, è l’elemento caratterizzante e decorativo della collezione di madie, proposta nelle due versioni orizzontale e verticale, con finitura in laccato lucido o opaco. La versione orizzontale è sospesa con quattro piedini metallici nella stessa nuance del mobile. Quella verticale, ha un basamento pieno che ne consente l’appoggio diretto a pavimento.

www.zanette.it

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LUXY CRONO. Scrivania universale per ufficio, hotel e casa, Crono risponde alla nuova necessità di uno scrittoio compatto e versatile. Disegnato da Favaretto & Partners in tre diverse finiture e sei colori, è un foglio di metallo tagliato al laser e piegato per creare la scrivania, lo schermo e il canale per riporre i componenti elettrici. Ulteriori scomparti sono pensati per riporre libri, penne e accessori.

www.luxy.com

foto ©Laura Pozzi

ARPER KATA. Prima sedia lounge di Arper in legno massello, Kata evoca la sedia della tradizione, in legno e paglia intrecciati, reinterpreta da Altherr Désile Park con soluzioni contemporanee e sostenibili. La struttura, disponibile in rovere per uso indoor o robinia adatto anche per l’outdoor, certificati Fsc, sostiene la scocca realizzata in tessuto 3D disegnato appositamente e realizzato con filati di poliestere post consumo trasformato in fibre leggere e durevoli.

www.arper.com foto ©Salva Lopez

BROSS

LIVING DIVANI

BELEOS 3212. Espressione del valore decorativo del legno, sapientemente abbinato a materiali pregiati, la collezione di tavoli Beleos disegnata da Giulio Iacchetti è ideale per ambienti residenziali e per sale meeting. La base in massello di noce cataletto o rovere naturale, tinto o laccato opaco, sostiene il piano ovale in rovere, noce Canaletto o cristallo extra chiaro. Le gambe sono infine unite tra loro da un traverso in metallo bronzo opaco.

MOON COFFEE TABLE. La serie di tre tavolini in diversi diametri e altezze progettata da Mist-o è costituita da cilindri e semi-cilindri, fissi e apribili, in multistrato curvato impiallacciato in rovere naturale o tinto carbone e finitura con vernice acrilica ad acqua. Nella foto, Full Moon un volume basso ed ampio, con apertura battente superiore che, grazie ad un inserto girevole ed estraibile, offre uno spazio di contenimento nascosto e organizzato su diversi livelli, estremamente capiente.

www.bross-italy.com

www.livingdivani.it

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LAPITEC ESSENZA. Due diverse declinazioni di nero rappresentano alcune delle nuance disponibili della collezione Essenza e sono proposte con varie texture superficiali, da irregolari a lucide. Perfetta sia come top cucina, sia come rivestimento di bagni e pavimentazione indoor o outdoor, la nuova finitura Nero Assoluto Velluto ha una trama lievemente strutturata e morbida al tatto. Conserva tutte le caratteristiche della pietra sinterizzata, come la superficie priva di pori, quindi inassorbente e igienica, e la resistenza alle temperature anche estreme, a graffi, urti, raggi UV e prodotti chimici o acidi.

www.lapitec.com

ARAN CUCINE TALENTI TIKAL. La linea di cucine da esterno disegnata dall’architetto bellunese Nicola De Pellegrini, Studio Anidride Design, si ispira alla maestosità delle architetture cultuali mesoamericane, con la loro fisionomia severa e razionale, ed è caratterizzata da strutture realizzate in zinco magnesio e alluminio, oltre a una speciale verniciatura in grado di resistere alle alte temperature. La collezione si è recentemente arricchita di due nuovi elementi con scaffali e moduli colonna, dotato di quattro ripiani.

www.talentisrl.com

MINOTTICUCINE TERRA. Solido, atemporale, astratto, il modello di cucina nato quasi vent’anni fa da Claudio Silvestrin proposto in porfido o cedro è ora presentato interamente in bronzo fuso grazie a uno speciale processo di finitura realizzato a mano dalle maestranze specializzate dell’azienda. Terra si presenta come opera scultorea con una superficie di geometrie regolari cadenzate, sia sul corpo cucina sia sulle colonne, e si caratterizza per l’accostamento a 45 gradi tra il piano di lavoro e i frontali, unitamente a piccole gole verticali e orizzontali.

www.minotticucine.it

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SIPARIO. Makio Hasuike ha collaborato con il team Ricerca e Sviluppo dell’azienda per progettare Sipario, cucina dall’immagine armonica, ordinata ed essenziale. Il modello si sviluppa in configurazioni lineari, minimal, funzionali. L’accostamento tra moduli e materiali diversi consente un ampio margine di personalizzazione, fino a un possibile connubio tra stile classico e contemporaneo. Ne è un esempio la versione con ante in noce canaletto chiaro e pensili in acciaio e cristallo.

www.arancucine.it


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MAISTRI K-TABLE. A metà tra tavolo e isola cucina, progettata per cucinare e per essere utilizzata come tavolo, la concept kitchen ha struttura in legno melaminico abbinata alla pietra sinterizzata di Neolith. I cassetti del tavolo e delle colonne sono realizzati nella stessa finitura della struttura. L’anima tecnica racchiusa sulle spalle del tavolo consente di portare l’elettricità al piano di lavoro: K-Table permette così l’inserimento di un piano cottura e delle prese elettriche, utili anche per caricare computer ed elettrodomestici.

www.maistri.it

FRANKE MYTHOS. La nuova collezione cottura, sintesi tra tecnologia avanzata e design minimalista, si compone di due modelli di piani a induzione con otto zone di cottura e di forni disponibili sia nella versione con dettagli in acciaio inox sia in quella total black, con maniglia e profili Black Steel.. La versatilità e l’efficienza della nuova gamma di forni si ritrovano anche nei microonde coordinati per un’ideale combinazione in allineamento verticale o orizzontale. Le nuove soluzioni completano il sistema cucina Mythos composto anche di vasche in acciaio inox, miscelatori, cappa e piani cottura gas in cristallo nero.

www.franke.it

COSENTINO SILESTONE LOFT. È l’ultima novità a marchio Silestone e primissima collezione di colori ottenuta impiegando l’esclusiva tecnologia HybriQ, un’innovazione che riconferma l’impegno nei confronti dell’ambiente, dell’economia circolare e della gestione sostenibile delle risorse; permette infatti di ridurre la presenza di silice cristallina che viene sostituita con una miscela ibrida di minerali e almeno il 20% di materie prime riciclate. Nella foto: un piano cucina realizzato con Silestone Corktown, una delle cinque linee della collezione.

www.cosentino.com

ELICA NIKOLATESLA FIT. Studiato per garantire tutti i vantaggi di un piano aspirante anche nelle cucine più compatte, grazie all’istallazione nelle basi da 60 cm con un ingombro di superficie di 60 o 72 cm. Il cuore aspirante è completamente nascosto all’interno del piano a induzione. Il nuovo prodotto, già insignito di prestigiosi premi a livello internazionale, completa la fortunata collezione di piani aspiranti NikolaTesla, da cui riprende le tecnologie e il design di Fabrizio Crisà.

www.elica.com

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CATELLANI & SMITH U. E CICLOITALIA FLEX. Nell’ambientazione domestica la nuova lampada con sorgente luminosa Cob Led a bassa tensione U. W Flex a parete è accostata a CicloItalia Flex, evoluzione di un progetto del 1989 quando Enzo Catellani recuperò da uno dei suoi viaggi in Oriente alcuni fanali da bicicletta per farne la lampada Ciclocina. Ora la filosofia è la stessa, il fanale continua a essere il tratto peculiare dei nuovi modelli da terra, a soffitto e da parete, che si arricchiscono di flex in ottone e di un nuovo snodo alla base del faro, per orientare la luce in molteplici direzioni. Styling e render di Truetopia.

www.catellanismith.com

GALLOTTI&RADICE BONFIRE (VERSIONE STRIPES). Studio Pepe amplia la proposta della lampada disegnata nel 2020 proponendo una versione cannettata del vetro fuso curvato. La lampada a Led da tavolo in vetro fuso cannettato e curvato trasparente 10 mm è disponibile, come nella precedente edizione, nei colori Cosmo, Calendula, Peonia, Mirto. La struttura metallica è in finitura cromo nero, il cavo elettrico in seta nera.

www.gallottiradice.it

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DELTA LIGHT

PRANDINA

NIME. Il lighting designer di origine croata Dean Skira ha dato vita a una soluzione illuminotecnica integrata nell’architettura: il corpo di Nime è completamente nascosto nel soffitto, lasciando visibile unicamente un foro di 10 mm di diametro che nasconde una ingegnerizzazione delle ottiche all’avanguardia e una tecnologia brevettata. È possibile regolare il fuoco, modificare l’angolazione, la rotazione e l’inclinazione della sorgente luminosa.

BLOOM. Nella lampada a sospensione la luce assume un duplice volto sottolineato dalle finiture e da una doppia emissione luminosa. Il paralume è assemblato attraverso due elementi di vetro ricongiunti in posizione contrapposta in modo da irradiare sia l’illuminazione indiretta sia quella diretta. La struttura e il rosone a soffitto sono in metallo verniciato bianco, mentre il diffusore è in vetro soffiato opalino bianco o verniciato all’interno.

www.deltalight.it

www.prandina.it

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FLOS WIRELINE. La lampada di Formafantasma è una fonte luminosa intangibile, tecnica ed emozionale sostenuta da un cavo di alimentazione che ne diventa caratteristica estetica essenziale: appiattito per sembrare una cinghia, realizzato in gomma e appeso al soffitto, sostiene una estrusione di vetro scanalato, che contiene e diffonde la sorgente luminosa Led. Disponibile nelle finiture pink e forest green, WireLine è pensata per essere installata come pezzo singolo o in una composizione di più elementi. La lunghezza del cavo è regolabile secondo le diverse preferenze e volumi dello spazio.

www.flos.com foto ©Tommaso Sartori

OLUCE MINI COUPÉ. Rinnovata contemporaneità per una delle lampade da tavolo più conosciute al mondo, disegnata nel 1967 da Joe Colombo. Oggi viene proposta nella variante mini (alta 34 cm) e in una nuova gamma colori – nero lucido, anodic bronze, giallo mustard e rosso scarlet – Mini Coupé, con stelo cromato e calotta semi cilindrica a fare da paralume, mantiene inalterato il profilo riconoscibile e il carattere deciso che identificano la storica collezione.

www.oluce.com

ITALAMP

MARTINELLI LUCE

ELLEPI. Progettata da Monica Graffeo, la lampada in metallo con finitura bronzo e diffusori in vetro soffiato satinato è disponibile nelle versioni a sospensione, da parete e da terra. Ellepi si presta a uno sviluppo orizzontale e offre la possibilità di essere composto liberamente da quattro a più luci dimmerabili.

LADY GALALA. L’ispirazione di Peluffo & Partners per la lampada a sospensione da interni o esterni arriva dal Monte Galala, in Egitto: una piccola montagna dai colori caldi che rappresentava il punto di connessione tra il mondo meridionale e quello orientale. Lady Galala è composta da un corpo interno in alluminio verniciato nel colore bianco opaco (o in resina in bianco per la versione outdoor) cui sono abbinati tre diffusori di forma conica in metacrilato bi-satinato disponibili in tre dimensioni e quattro colori: giallo, arancio, blu e bianco.

www.italamp.com

www.martinelliluce.it

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PAOLO CASTELLI GOLDEN E LABILIS WALL Firmate Paolo Castelli Golden Cloud e Golden Disc Wall sono preziose lampade a parete interamente realizzate a mano. L’elemento, realizzato in vetro di murano con un triplo passaggio di foglia d’oro 24Kt, è agganciato a un corpo metallico oro opaco che alloggia al suo interno la sorgente Led e il driver. Tre anelli in metallo di diverso diametro installabili a parete singolarmente o in composizione libera per Labilis Wall. Ogni anello è fissato a parete da un cilindro metallico in finitura bronzo ottone opaco e da due distanziatori in metallo nero opaco.

www.paolocastelli.com

HI MACS TULIP. La famiglia di lampade Tulip, del designer francese Pierre Cabrera, si amplia con un nuovo modello a sospensione. La particolarità della lampada risiede nel rivestimento in pelle torello a concia minerale, idrorepellente che abbraccia il diffusore in Hi-Macs. La traslucenza del materiale assicura una notevole diffusione luminosa verso il basso, senza risultare aggressiva. Disponibile in due dimensioni, Tulip30 e Tulip40, e nelle versioni con o senza rivestimento in pelle, Tulip è dotata di luci Led di ultima generazione.

www.himacs.eu foto ©Pierre Cabrera

FOSCARINI

AMBIENTEC

CABOCHE PLUS. Caboche è un best seller di Foscarini, che nasce dall’idea di un ‘braccialetto di perle’ pensato nel 2005 da Patricia Urquiola e Eliana Gerotto. La nuova versione, Caboche Plus, aggiunge al progetto ancora più trasparenza, luminosità e leggerezza. La famiglia comprende le varianti a sospensione, tavolo, parete e soffitto. Accanto alla tradizionale versione trasparente, viene proposta inoltre una nuova, raffinata sfumatura di grigio, che dona ai diversi modelli una personalità inedita e molto contemporanea.

TURN+. Disegnata dalla designer giapponese Nao Tamura, la lampada portatile ricaricabile Turn+ si ispira alle forme familiari di una lanterna. La struttura esterna è in alluminio, ottone o acciaio inossidabile. Per il diffusore è stato scelto il vetro pieno: intagliato, levigato e lucidato, dà una rifrazione naturale inusuale per i Led. Grazie al sensore a sfioramento integrato e a due tipologie di segmenti Led, basta un tocco per regolare la luce in quattro diverse gradazioni.

www.foscarini.com

www.ambientec.co.jp foto ©Massimo Gardone, Azimut

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PENTA GLIFO. L’applique aggettante con diffusore in metallo nero opaco è un progetto corale di Valerio Sommella e dello studio di lighting design Anonima Luci di Alberto Saggia e Stefania Kalogeropoulos. Due linee di metallo definiscono lo spazio intorno a Glifo: un elemento verticale, fulcro della rotazione, e un elemento obliquo che circoscrive l’angolo di apertura del diffusore offrendo un punto di presa, con finitura in legno ebano, per muovere la lampada e per dimmerarne la luce.

www.pentalight.com

PANZERI BELLA. Un disco di luce che offre alto rendimento in un minimo spazio, nato da un attento studio di miniaturizzazione della tecnologia. Bella, disponibile in versione a emissione diretta e indiretta, fa parte di una collezione che comprende le versioni a sospensione, da tavolo e da parete. Caratterizzata dalla testa in pressofusione di alluminio e dal diffusore in materiale acrilico con perimetro luminoso, la lampada è studiata in differenti finiture: bianco, nero, titanio, bronzo e ottone satinato e in tessuto color avorio disegnato da Matteo Thun nella versione Bella Vestita.

VISTOSI PUPPET RING. Elemento distintivo della collezione disegnata dallo studio Romani Saccani Architetti Associati sono gli anelli con diametro crescente, che possono essere accostati con sequenze differenti per costituire l’armatura su cui appoggiare le preziose sfere in vetro di tre dimensioni che si fondono con la struttura grazie a una preformatura interna al vetro soffiato. Disponibile nelle versioni a parete e sospensione, Puppet Ring è prodotta in vetro cristallo, fumé, ambra e bianco sfumato con finiture oro e nickel nero satinato.

www.panzeri.it

www.vistosi.it

RENZO SERAFINI PIANO SOLO MAXI. Quando l’elemento luminoso incontra la musica, una tenda di luce accompagna la mano sulla tastiera e illumina il viale di note sulla partitura. GUARDATI DENTRO. Una luce introspettiva, calda, che culla il riflesso della propria persona. Una collaborazione tra Renzo Serafini e Daniele Corbelli dà alla luce un arredo che riempie lo spazio e al tempo stesso, il cuore.

www.renzoserafini.it

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PISCINE LAGHETTO PLAYA LIVING. Con il rivestimento in fibra sintetica intrecciata a mano nelle varianti white, grey e coffee, la minipiscina fuoriterra disegnata da Luigi Spedini si presenta come un vero e proprio elemento d’arredo per giardini, terrazzi o interni. Facile da trasportare e installare, Playa Living si riempie in sole due ore. Disponibile in tre dimensioni (nel formato più piccolo misura 220x220cm) può essere accessoriata con riscaldatore, idromassaggio, lettino, cuscini.

www.piscinelaghetto.com

MARGRAF MARMO LIPICA FIORITO. Il rivestimento con finitura antiscivolo fiammata Lipica Fiorito è stato scelto per gli spazi esterni e le grandi terrazze di Epic Marbella, la prima villacampione del progetto di The One Atelier realizzato da Sierra Blanca Estates che comprende 56 residenze di lusso firmate Fendi Casa, sulla costa del Sol, a Marbella (Spagna). Altri marmi Margraf nelle tonalità chiare e sfumate del bianco e del griglio – il New Calacatta lucido e il Travertino Romano Classico rigato e levigato – sono stati utilizzati per gli interni.

www.margraf.it

FLUIDRA ASTRALPOOL. In un parco della Costa Azzurra, la tecnologia AstralPool è alla base di un complesso di cinque invasi con bordo a sfioro in cui è stata sfruttata la morfologia del terreno per realizzare una piscina e una vasca idromassaggio che seguono la conformazione naturale dell’area. La vasca principale in cemento armato è dotata di un sistema di nuoto controcorrente; la vasca secondaria dispone di sedute idromassaggio. La loro gestione avviene tramite il sistema Fluidra Connect del brand AstralPool, soluzione che permette di controllare da remoto e automatizzare tutti i componenti tecnologici della piscina. foto ©Stefan Randholm Photography

HDSURFACE GEOOUTDOOR. Per una villa a Desenzano l’architetto Peter Plattner ha scelto la malta pronta all’uso calpestabile e carrabile ideale per rivestire terrazzi, camminamenti e zone bordo piscina GeoOutdoor. Qui, in continuità cromatica con gli interni, riveste la terrazza vista lago, personalizzandola con il suo spiccato effetto materico. La soluzione unisce la facilità di utilizzo ad elevate resistenze meccaniche: è traspirante, resistente agli agenti atmosferici e agli sbalzi di temperatura, impermeabile e antiscivolo grazie a un forte grado di aderenza.

www.hdsurface.it

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www.astralpool.it


EUROAMBIENTE S.R.L. Via Pratese, 527 | 51100 Pistoia Tel. + 39 0573 4451 - Fax + 39 0573 445190 info@euroamb.it

www.euroamb.it