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CUORI DA CAMPIONI
Luca Pagliari è giornalista professionista, storyteller e documentarista. Il suo giornalismo si lega a temi etici, con particolare riferimento alle principali problematiche giovanili. Si è sempre occupato di sport, ed in particolare di calcio, cercando di cogliere e promuovere i valori che sono alla base di qualsiasi disciplina sportiva. Ama raccontare storie in quanto, come dice lui stesso, “nulla come una storia è in grado di insegnarci l’arte di vivere”.
Una squadra unica, “pazza” e amatissima, narrata nelle gesta dei suoi più titolati giocatori: dai grandi Mazzola e Facchetti ai “panzer” tedeschi Rummenigge e Matthäus; dal fenomeno Ronaldo all’icona Zanetti, fino ad arrivare ai campioni dei giorni nostri Handanovic e Lukaku. Oltre al racconto di gol mitici e di partite memorabili, troverai episodi inediti e curiosità, per scoprire anche i lati umani di vere leggende del calcio. Con le storie di Meazza, Mazzola, Facchetti, Suarez, Bellugi, Oriali, Beccalossi, Altobelli, Zenga, Bergomi, Rummenigge, Matthäus, Kanu, Ronaldo, Vieri, Mourinho, Zanetti, Materazzi, Handanovic, Lukaku.
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O BECC T S I R A V E il libro continua online su daileggiamo.it
I grandi calciatori raccontati da Luca Pagliari
I grandi calciatori raccontati da Luca Pagliari
LUCA PAGLIARI
INTER
Le storie mitiche di grandi calciatori che hanno brillato in campo e nella vita, raccontate dalla penna prestigiosa di un famoso giornalista.
Inter
CUORI DA CAMPIONI
INTER Ci sono giorni in cui essere interista è facile, altri in cui è doveroso e giorni in cui esserlo è un onore. GIACINTO FACCHETTI Ritaglia il tuo segnalibro
€ 8,90
daileggiamo.it/cuoridacampioni
CUORI DA CAMPIONI
Inter I grandi calciatori raccontati da Luca Pagliari
illustrazioni di Francesco Morici
A Franco, amico fraterno, perché la fede è la più alta passione di un uomo. E la sua si chiama Inter.
Editor: Patrizia Ceccarelli Autore: Luca Pagliari Coordinamento redazionale: Emanuele Ramini Progetto grafico e copertina: Mauro Aquilanti Illustrazioni: Francesco Morici Ia Edizione 2021 Ristampa 7 6 5 4 3 2 1 0
2027 2026 2025 2024 2023 2022 2021
Tutti i diritti sono riservati © 2021 Raffaello Libri S.p.A. Via dell’Industria, 21 60037 - Monte San Vito (AN) www.grupporaffaello.it e-mail: info@grupporaffaello.it www.raffaelloragazzi.it e-mail: info@raffaelloragazzi.it Printed in Italy È assolutamente vietata la riproduzione totale o parziale di q uesto libro senza il permesso scritto dei titolari del copyright. L’Editore è a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti.
La parola a... Scrivere la prefazione di un libro che parla della nostra Inter è innanzitutto un grande onore e questo mi riempie di orgoglio vero perché il senso di appartenenza a quei colori è sempre vivo e fortissimo. Non è semplice spiegare cosa rappresenti per me l’Inter, perché è un insieme di valori, di emozioni e di ricordi. Ritrovo l’Inter tutti i giorni nei tifosi che continuano ad abbracciarmi come se non fossi mai uscito dal campo. L’Inter è l’emozione di uscire dal tunnel di San Siro e godersi con lo sguardo ottantamila persone unite da una passione che li rende una cosa sola. L’Inter sono i volti, le parole e le azioni di tanti calciatori che ne hanno disegnato e scritto la storia. Poi c’è lei, la maglia nerazzurra. Il 19 agosto del 1978 avevo ventidue anni e quella sera giocai la mia prima partita vera con l’Inter, torneo estivo in Versilia, l’avversario era l’Herta di Berlino e il cielo era stellato. Vincemmo 1 a 0 con un mio gol e fu come sognare. Mi ritrovai più tardi da solo nella camera d’albergo ma non riuscivo a prendere sonno, troppe emozioni. Allora scesi dal letto e aprii il borsone che conteneva la maglia nerazzurra sporca di terra e di erba con il numero 10. La indossai e rimasi per un tempo infinito di fronte allo specchio per capire se fosse tutto vero. Sopraggiunse la stanchezza e con quella maglia ancora bagnata di sudore mi sdraiai sul letto e finalmente mi addormentai. Buona lettura.
Evaristo Beccalossi
Centrocampista dell’Inter dal 1978 al 1984
Peppino Meazza e la fondazione dell’Inter
Nascere in quanto dissidenti del Milan: non avrebbe potuto esserci soddisfazione più grande! Era il 9 marzo del 1908 quando i quarantaquattro soci voltarono le spalle al Diavolo rossonero e decisero di fondare la “vera squadra di Milano”. Per essere precisi erano esattamente le 23 e 30 di quella giornata di fine inverno, e presso il ristorante L’Orologio, situato al numero civico 22 di piazza del Duomo, nacque il FootBall Club Internazionale. Il termine “internazionale” si legava alla volontà di poter inserire nella formazione anche dei calciatori stranieri, idea che era stata completamente boicottata dalla fazione rossonera. Possiamo dunque affermare che l’Inter è nata da una visione moderna del calcio.
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Quegli eleganti signori riuniti al ristorante non potevano immaginare di aver anticipato di parecchi decenni quello che sarebbe stato il futuro del gioco più bello del mondo. Rimanendo in tema di visioni, fu un pittore futurista, Giorgio Muggiani, ad avere l’intuizione del colore nerazzurro per la divisa. Anche lui ovviamente faceva parte del gruppo degli scissionisti dal Milan. Nulla da obiettare sulla striscia nera, ma l’azzurro avrebbe fatto la differenza, era con quel colore, che assomiglia tanto al cielo, che la società si sarebbe elevata al di sopra del rosso milanista. Per distaccarsi ancora di più dagli odiati cugini, tutti avrebbero chiamato la squadra Internazionale, evitando qualsiasi possibile malinteso! La parola “internazionale” per definizione era anche già proiettata verso traguardi e orizzonti di levatura mondiale. Da quel momento, nel corso di oltre un secolo, la storia dell’Inter è un romanzo senza fine. Una storia di passione e d’amore che alterna gioie e dolori e intreccia drammi della vita a vicende sportive. Come quella che vede protagonista Arpad Weisz, allenatore ungherese di origine ebrea, che nel 1930 condusse i Nerazzurri verso la conquista del primo scudetto a girone unico e terzo della storia interista. Weisz morì ad Auschwitz nel 1944. Quella era l’Inter del più grande in assoluto, per certi versi irraggiungibile: Peppino Meazza.
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Con i suoi 288 gol e forte di ben 408 presenze, il grande Peppino vinse per tre volte la classifica di capocannoniere e resta il miglior marcatore della storia interista. Un mito. Del resto, se a lui è stato dedicato lo stadio milanese, significa che questo ragazzo con il sorriso buono e i capelli perennemente in ordine, qualcosa di grande doveva proprio averlo fatto. Peppìn, per dirla alla milanese, nell’Inter ha trascorso ben 14 stagioni e per lui, che a Milano era nato in un’afosa giornata di fine agosto del 1910, quella maglia nerazzurra era una sorta di marchio impresso sulla pelle. Questo il pensiero del giornalista Gianni Brera in merito a Meazza:
“Grandi giocatori esistevano già al mondo, magari più tosti e continui di lui, però a noi non pareva che si potesse andar oltre le sue invenzioni improvvise, gli scatti geniali, i dribbling perentori e tuttavia mai irridenti, le fughe solitarie verso la sua smarrita vittima di sempre, il portiere avversario”.
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Calcio e poesia, parole che ci riportano in mondi lontani, dove storie e leggende si mescolano tra loro regalando sogni infiniti al popolo nerazzurro, quello che non molla mai e che nel cuore ha una sola cosa che si chiama Inter. I tifosi, loro non hanno un nome, una maglia, un contratto e non hanno segnato neppure un gol, ma sono l’unica componente destinata a non tramontare mai. Li trovi in trasferta o fuori dallo stadio Meazza in attesa che aprano i cancelli, li scopri di fronte alla tv di un bar o riuniti nel salotto di una casa, oppure con la sciarpa attorno al collo mentre camminano in pellegrinaggio verso lo stadio. I primi tifosi nerazzurri erano in quarantaquattro e mai avrebbero immaginato che la loro idea utopica si sarebbe trasformata in una storia senza fine. E poi a San Siro quando giocava l’Inter c’era il signor Rinaldo Bianchini, un simbolo tra i tifosi e forse anche qualcosa in più. Per decenni, quando l’Inter tutta cuore e muscoli ripartiva all’assalto dell’area avversaria, veniva sempre accompagnata dal suono della tromba che lui suonava a perdifiato dagli spalti. Con la pioggia o con il sole, il signor Rinaldo Bianchini, trombettiere dai polmoni d’acciaio, ha per migliaia di volte suonato la carica con tutta la passione possibile, e lo sentivano i giocatori dal campo, i Presidenti dalla tribuna e tutti gli ottantamila innamorati del nerazzurro.
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In casa o in trasferta, in coppa o in campionato, lui era sempre lì, accanto alla sua amata. Ha seguito l’Inter in ogni angolo del mondo, fu il primo negli anni ’60 a fondare un Inter Club e ad appoggiare uno striscione nerazzurro sulla balaustra di San Siro. Sì, la favola dell’Inter non è fatta solo da campioni, ma soprattutto da un popolo, quello nerazzurro. Se si vince si è felici e se si perde l’amore per quei colori si decuplica. Per quale motivo? Non esiste una risposta sensata, però esiste l’Inter. Inutile aggiungere altro.
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Sandro Mazzola, il baffo che conquista
Quando suo papà Valentino il 4 maggio del 1949 perse la vita nel disastro aereo di Superga, Sandro aveva appena sette anni. Tutti i padri sono speciali, ma lui forse lo era un po’ di più, capitano del Grande Torino e della Nazionale, Valentino Mazzola viene tuttora considerato tra i calciatori italiani più forti di sempre. Quella squadra granata che divenne leggenda, fu capace di vincere ben cinque scudetti consecutivi e una Coppa Italia. Il Grande Torino era osservato con rispetto e ammirazione dagli amanti del calcio di tutto il mondo, perché il suo gioco armonioso e divertente, fatto di classe e potenza, era un riferimento per l’intero universo calcistico. Lui, Valentino, ne rappresentava lo spirito e l’essenza.
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Per Sandro non fu semplice avvicinarsi al calcio evitando di rimanere etichettato per sempre come “il figlio di Valentino Mazzola”. Mamma Emilia tentò vanamente di tenerlo lontano dal pallone, il suo intento era quello di proteggerlo da impietosi paragoni, ma quel ragazzino magro non difettava in tenacia e, nascondendo gli scarpini nella cartella, si andava ad allenare di nascosto. Tra l’altro, per rendere ancora più delicata la questione, Sandrino amava giocare a centrocampo, muovendosi in quello che era stato l’indiscusso regno di suo papà. Fu così che superò il provino all’Inter e si ritrovò a giocare nelle giovanili di questa prestigiosa società.
Una cosa era certa: la classe non mancava a quel ragazzino dai capelli ricci e dalle buone maniere! Era veloce, aveva fiuto del gol e un dribbling ubriacante, nello stesso tempo era capace di ricoprire con enorme disinvoltura diversi ruoli. Insomma, anche Sandrino era nato per inseguire un pallone. Giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, allenatori, compagni di squadra e tifosi smisero di considerarlo il figlio del grande Valentino. Sandro brillava di luce propria.
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Nella sua vita calcistica esistono solo due colori: il nero e l’azzurro dell’Inter, con cui ha giocato per ben diciassette anni. Il suo esordio in serie A fu veramente strano! Era il giugno del 1961 e il Presidente dell’Inter, Angelo Moratti, papà di quel Massimo che quasi dopo mezzo secolo tornerà a portare i Nerazzurri sul tetto d’Europa, per protesta fece scendere in campo contro la Juventus la formazione giovanile. I bianconeri vinsero facilmente per nove a uno ma quel ragazzino veloce e talentuoso, segnò su rigore il gol della bandiera per la sua Inter. L’allenatore Helenio Herrera, detto “il Mago”, intravide le grandi potenzialità di Sandro, che l’anno successivo trovò stabilmente un posto da titolare in prima squadra. Assieme a lui, “il Mago” puntò su un giovane difensore dai modi gentili e dalla classe sopraffina, si chiamava Giacinto Facchetti. Come Sandro anche Giacinto diverrà un simbolo della società milanese, fu tra l’altro il primo difensore capace di trasformarsi in attaccante, sfruttando gli inserimenti sulla fascia e segnando numerosi gol. Un vero e proprio precursore del calcio totale. Sandro e Giacinto, due campioni in campo e un perfetto esempio di impegno, di lealtà e di tutti quei valori che dovrebbero rappresentare l’emblema di qualsiasi atleta.
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Sandro è il simbolo della Grande Inter, quella capace di vincere tutto, compresa una finale di Coppa dei Campioni disputata a Vienna contro il Real Madrid. In quella magica notte Sandro segnò una doppietta portandosi a spasso la difesa della formazione spagnola. Il grande campione del Real Ferenc Puskàs, al termine della partita, nonostante la delusione, si avvicinò a Sandro regalandogli una frase indimenticabile: “Io una volta ho giocato contro tuo padre. Complimenti perché hai onorato la sua memoria”. E dire che mai, sino a oggi, Sandro ha voluto accostarsi alla classe del padre, ritenuto irraggiungibile. Meravigliosa e vincente quell’Inter degli anni ‘60, capace di conquistare ben due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e quattro scudetti. Lui, il figlio di Valentino, adesso poteva essere annoverato tra i più grandi del calcio in assoluto. Una volta Gianni Agnelli gli chiese di passare dall’Inter alla Juventus, l’offerta era allettante: molti soldi e un futuro garantito. La tentazione fu prepotente ma ci pensò mamma Emilia a spazzare via ogni dubbio: “Sandrino, il figlio primogenito del capitano del Grande Torino non può giocare nella Juve”. Il suo non fu un consiglio ma un ordine. E lui le diede retta senza battere ciglio.
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Luca Pagliari è giornalista professionista, storyteller e documentarista. Il suo giornalismo si lega a temi etici, con particolare riferimento alle principali problematiche giovanili. Si è sempre occupato di sport, ed in particolare di calcio, cercando di cogliere e promuovere i valori che sono alla base di qualsiasi disciplina sportiva. Ama raccontare storie in quanto, come dice lui stesso, “nulla come una storia è in grado di insegnarci l’arte di vivere”.
Una squadra unica, “pazza” e amatissima, narrata nelle gesta dei suoi più titolati giocatori: dai grandi Mazzola e Facchetti ai “panzer” tedeschi Rummenigge e Matthäus; dal fenomeno Ronaldo all’icona Zanetti, fino ad arrivare ai campioni dei giorni nostri Handanovic e Lukaku. Oltre al racconto di gol mitici e di partite memorabili, troverai episodi inediti e curiosità, per scoprire anche i lati umani di vere leggende del calcio. Con le storie di Meazza, Mazzola, Facchetti, Suarez, Bellugi, Oriali, Beccalossi, Altobelli, Zenga, Bergomi, Rummenigge, Matthäus, Kanu, Ronaldo, Vieri, Mourinho, Zanetti, Materazzi, Handanovic, Lukaku.
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LUCA PAGLIARI
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Le storie mitiche di grandi calciatori che hanno brillato in campo e nella vita, raccontate dalla penna prestigiosa di un famoso giornalista.
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