TRAKS MAGAZINE #37

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MAGAZINE

Numero 37 - ottobre 2020

MATTEO CARMIGNANI CELESTE CARAMANNA LONESOME HEROES

GIUSIPRE LEO BADIALI


sommario 4 Matteo Carmignani 12 GiusiPre 16 Leo Badiali 20 Celeste Caramanna 24 Lonesome Heroes

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MATTEO CARMIGNANI

“Le curve del buio” è il disco d’esordio del cantautore, toscano di origine, capace di infondere un po’ di energia 90s in testi autorali Hai scelto una data con molte X per la tua prima uscita ufficiale... Si potrebbe pensare, algebricamente, anche a molte incognite... Diciamo che in un periodo storico come questo le incognite per quanto riguarda il settore musica, spettacolo e cultura in generale, ci sono indipendentemente dal gioco grafico delle X, ma la scelta del giorno è avvenuta in coerenza con la data palindroma che ave-

vo pensato come prima uscita, lo 02022020. Mi piaceva trovare una data che potesse restare in testa e il 20.10.20, o meglio XX.X.XX mi piaceva. Le incognite poi, giochi di numeri e cifre a parte, ci sono sempre quando ti esponi e proponi qualcosa di tuo. Sei un esordiente un po’ atipico. Ci racconti che cos’hai fatto finora? Inizio il mio percorso nella musi-



Parallelamente al mio lavoro in architettura e nell’industria delle costruzioni, mi dedico a un progetto di musica elettronica che si concretizza in Diamonds, il primo CD di Fishdump, nome d’arte per questo progetto solista nel quale suono, compongo, e edito l’intera tracklist di brani cantati e strumentali tra ambient e trip hop. Il progetto lo avevo iniziato a Firenze e poi l’ho completato e mixato a Brooklyn, ma a oggi non è stato ancora pubblicato. Ho ricominciato a scrivere per la musica nel 2017 quando ho risentito il bisogno di tornare a scrivere canzoni ed è da quel momento che ho iniziato a gettare le basi per questo disco. Spiegaci il titolo dell’album, Le curve del buio Le curve del buio è un viaggio interiore che racconta l’introspezione dell’anima. Pur cercando di tenerci tutto dentro e nascosto, ho capito che arriva prima o poi il momento in cui dobbiamo confrontarci con noi stessi e metterci in gioco. Il percorso necessario per raggiungere quel luogo den-

ca come cantante chitarrista negli anni Novanta con gli Alkimia, una rock band dalle influenze new wave della provincia fiorentina, e che fin dagli esordi ha sempre proposto musica originale in italiano, e nella quale scrivevo sia testi che melodie. La band rimane attiva fino alla fine degli anni Novanta, quando poi cambia nome e direzione musicale diventando Oronero. In quegli anni abbiamo avuto una intensa attività live, era bellissimo e suonavamo le nostre canzoni ovunque, su tanti palchi di tutta la Toscana e spesso anche fuori regione. Questo ci ha permesso di essere tra le tracce di diverse compilation della scena indipendente italiana di allora, quando la parola “indipendente” aveva un significato decisamente diverso da oggi. Era un momento bellissimo per la musica, in quel periodo poi abbiamo preso parte a numerosi concorsi musicali nazionali e siamo entrati in contatto con le maggiori major discografiche del Paese. Per lavoro poi mi trasferisco a vivere a New York dove resto per circa nove anni. 6


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tro di noi che spesso preferiamo evitare per non trovarci ancora di fronte al nostro passato e a tutto ciò che di irrisolto ci portiamo dentro. Ogni canzone è una tappa di questo viaggio, del mio viaggio, un cammino musicale che attraversa tutti i nostri stati emotivi facendoci rivivere le relazioni e gli eventi che nel vivere ci hanno segnato. Sono canzoni che raccontano storie incompiute, della nostra immobilità o indecisione per scelte che non sempre abbiamo saputo fare, di amori che abbiamo vissuto e rapporti che forse abbiamo chiuso male o troppo in fretta. Tutto questo ci ha lasciato addosso tagli ancora vivi da dove emergono le nostre debolezze e le me-

morie che ci rincorrono sempre. Lo considero un concept album perché le canzoni sono legate l’una all’altra come le curve di una discesa senza fine, portandoci di nuovo a scontrarci con tutti quei quesiti lasciati senza risposta. In questo buio interiore vaghiamo alla ricerca di una luce che sia da guida per smettere di vivere seguendo credenze e le illusioni che ci hanno spesso condizionato. Non è un disco semplice per i contenuti, ma di sicuro rispecchia i miei stati d’animo e il mio bisogno di continuare a crescere guardandomi dentro. Si direbbe che tu abbia scelto suoni e parole dell’album un po’ allo stesso modo: con mol8


ta cura, quasi soppesandole una per una. Qual è stato il tuo metodo di lavoro? Quando scrivo uso quasi esclusivamente la chitarra e lavoro su voce e testo insieme. Non ho mai scisso le due fasi all’inizio, sono sempre andate di pari passo e solo successivamente lavoro su entrambe in maniera distinta. Voce, parola e melodia costituiscono la base sopra la quale immagino il mondo musicale che definisce il brano. Da qui, infatti, inizia il lavoro più complesso, la ricerca e la definizione degli spazi musicali. Le strutture delle canzoni variano perché non seguo schemi, ho diversi brani senza un vero e proprio ritornello o con ritornelli che ripetono la parte melodica ma cambiano le parole. Per questo disco il lavoro è stato estremamente lungo e pensato, anche perché all’inizio il progetto era nato con l’idea di registrare un ep, poi invece ho continuato a scrivere, trovando coerenza tra i brani e un filo conduttore che li legava e questo ha iniziato a convincermi che fosse un progetto che potes-

se completarsi come un disco. Il lavoro fatto in preproduzione sia sui testi che sulla atmosfera e sul mondo musicale, sulle melodie, la scelta degli strumenti e delle orchestrazioni è poi continuato prendendo forma in studio, con i musicisti che hanno dimostrato una disponibilità e sensibilità eccezionali sposando appieno l’idea sonora del progetto. Come si sono sedimentate le canzoni nell’album? Tutte insieme oppure una per volta, nel corso del tempo? E’ avvenuto tutto lentamente... La musica e lo scrivere per la musica hanno sempre fatto parte della mia vita, e dopo una lunga pausa ho sentito il bisogno di ricominciare a farlo, stimolato forse dal fatto che in quel periodo stavo lavorando alla scrittura del mio primo romanzo, Il momento di partire. È stata una sorpresa, dopo tanti anni mi sentivo fresco, distante dalle influenze del mio passato musicale. L’ho preso come un segno di maturità, di crescita. Dopo un po’ di giorni preso a girare intorno a parole e musica, 9


sono tornato in studio e la prima sera ho sentito che si era riaccesa la fiamma... Nel primo mese ho scritto tre pezzi e nei giorni successivi ho continuato a buttare giù idee per altri... Ho fatto tutto voce e chitarra ma quello che scrivevo e suonavo lo pensavo già con un vestito sonoro e ritmico ben definito, lontano dai riferimenti musicali a cui ero legato con la mia band. Riascoltando i brani a distanza di tempo, anche solo voce e chitarra, mi sono reso conto che erano tutti legati da un filo che li teneva tutti insieme, sia nella scrittura che nei temi e nelle soluzioni sonore che immaginavo e di cui ne descri-

vevo gli aspetti, e da qui ha preso forma il disco. Vorrei sapere qualcosa di più anche del video che accompagna l’uscita dell’album, Il posto al sole Il video è nato insieme al regista, Geremia Vinattieri e all’attrice Roberta Mattei. Roberta Mattei era la donna che ho sempre pensato perfetta per il video. Ci siamo dati appuntamento in studio a Prato durante le registrazioni e lei è venuta a trovarmi per ascoltare i brani del disco ed è rimasta entusiasta del progetto. Geremia Vinattieri l’ho conosciuto in studio quasi alla fine delle registrazioni 10


e abbiamo deciso di collaborare insieme sullo storyboard e sulle location. Gran parte del video è stato girato a gennaio 2020 prima delle chiusure legate al Covid sul Delta del Po, tra Scardovari e Porto Tolle, mentre gli interni sono stati girati a Padova e a Dolo, nell’Osteria dei Molini, dentro ai Mulini del ‘500. Hanno collaborato anche Francesco Giacomel Direttore della Fotografia, Matteo Basei Operatore Drone, Moreno Dorigo (Griff Parrucchieri, Dolo) Trucco a Acconciatura, Marco Rostellato e Francesco Furlanetto fotografi di scena. Immagino che anche per te la situazione live sia del tutto aleatoria. Hai in programma qualcosa, di più o meno certo? No, sono in standby come tutti gli altri artisti. Spero si riesca a far ripartire tutto il movimento cultura e spettacolo quanto prima, è un settore in difficoltà sia per gli artisti che per tutti i professionisti che muovono questa macchina bellissima. La manifestazione di “Bauli in Piazza” fatta a Milano ha mostrato ancora una volta, se ce ne

fosse stato bisogno, che le migliaia di persone di questa industria soffrono per le non decisioni delle autorità competenti. Si meritano la solidarietà e il supporto di tutti, l’arte ha bisogno di loro e il mondo ha bisogno dell’arte, di tutte le arti. Che cosa succede adesso? Quali sono i tuoi programmi seguenti l’uscita dell’album? Sto completando l’artwork delle copertine del cd e del vinile e iniziando a lavorare a un video per il secondo estratto dell’album, aspettando che la situazione live si evolva. I supporti fisici usciranno tra pochi mesi, devo ancora decidere quando, ma presto. Sono positivo, ho sempre cercato di vivere seguendo le mie passioni, non quelle che impari ad apprezzare crescendo, ma quelle che sono venute a cercarti quando sei nato, e che ti sono sempre restate dentro, come la voglia di scrivere e di legare musica e melodia alle parole. Quindi continuerò a scrivere canzoni con l’idea di registrare un nuovo disco, magari a fine 2021… Vediamo cosa succederà. 11


GIUSIPRE “Canzoni indigeste” è un viaggio musicale caleidoscopico che va dal punk al post-punk, dal trip hop anni ’90 al pop contemporaneo


Ciao, ci puoi raccontare chi è GiusiPre? Un’idealista e una innamorata persa della vita con tutto ciò che comporta. Nella mia musica cerco l’equilibrio tra l’amarezza, l’ironia e la tenerezza che scaturisce dalle cose belle e gentili. Cerco storie


che mi meravigliano, cadenzandole con ritmi che io per prima amo ballare. Nel tuo ep si inseguono influenze sonore di varia natura. Quali sono state le tue fonti di ispirazione nel periodo? Senz’altro l’influenza della musica 14

ascoltata da bambina, con tutto ciò che ha rappresentato nel mio immaginario e che affonda le radici negli ’80 (Battiato, Nannini, Madonna, Blondie e molti, moltissimi altri). A queste influenze poi si sono sovrapposte le scoperte cantautorali e l’ascolto di tanta


musica rock, punk, incrociando qua e là influenze elettroniche. Venendo ai testi, ci sono riferimenti filosofici importanti ma anche un po’ di ironia. Qual è il tuo metodo di scrittura? Mi piace improvvisare, non so mai se verrà prima la musica o il testo. Di solito l’idea mi muove e suggerisce la costruzione del brano. Dipende anche dal mio umore, banalmente ispirato da circostanze e fatti che accadono. È difficile mantenere un distacco emotivo in musica, tutto il contrario di quanto avviene nella riflessione filosofica. Quali sono i musicisti contemporanei che ti influenzano di più? Ascoltando molta musica di generi diversi, mi viene difficile riassumere. Di certo ultimamente mi sta facendo molta compagnia Neko Case, che apprezzo non solo per la sua musica, così semplice e lineare, ma anche per la scrittura dei testi che sorprendono sempre ad ogni ascolto. Mi piacciono moltissimo anche Bat for lashes, Wilco, Loma, Black honey e Ron Gallo

per dirtene solo alcuni sempre sul piano internazionali. In italiano seguo con molta attenzione l’indie emergente, anche e soprattutto per rimanere costantemente aggiornata. Che cosa vedi nel tuo futuro prossimo di musicista? Tantissime nuove canzoni, con la promessa di spaziare e scoprire stili diversi, sperimentando il più possibile. E naturalmente qualche live come si deve: mi auguro al più presto possa esserci la possibilità di fare ascoltare live i miei pezzi.

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LEO BADIALI

“E’ successo ancora” è il nuovo singolo e video del cantautore originario della Versilia, proveniente da una famiglia molto “musicale” Hai 19 anni ma hai già tante esperienze importanti alle spalle. Ci racconti qualcosa del tuo percorso fin qui? Mi sono avvicinato alla musica grazie a mio padre, cantautore, e a mio fratello, percussionista. Ho

iniziato a suonare la batteria molto presto e già in prima superiore facevo parte di alcuni gruppi, con i quali mi esibivo nei locali. Successivamente ho fatto molte esperienze nuove e importanti, come Umbria Jazz Clinics, dove



ho avuto l’onore e il piacere di vincere anche la borsa di studio per l’Accademia Berklee di Boston. Il mio percorso mi ha portato infine a volermi cimentare nella scrittura delle canzoni e ho deciso di intraprendere questa nuova avventura come cantautore. Come nasce “È successo ancora”? Ero nel letto in camera mia e ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa. Mi sono alzato, ho preso la chitarra e su un foglio di carta ho scritto i versi di “È successo ancora”, una canzone che parla di due ragazzi che si rincontrano a fine estate e tra loro rinasce l’amore. In genere quando scrivo parlo di me stesso e del mio vissuto, ma in questo caso si tratta di una storia immaginata, che è comunque filtrata attraverso le mie esperienze personali. C’è molto mare (e molti girasoli) nel tuo video: ci racconti com’è stato girarlo? È stata una bellissima esperienza. Il video è stato realizzato da Mindbox Studio e i girasoli sono stati immortalati vicino a Marina di

Pisa, mentre le riprese del mare sono state fatte a Forte dei Marmi. Nel video ci sono i luoghi a me cari, alcuni degli scorci più suggestivi della mia amata Toscana e della Versilia in particolare, la terra in cui sono nato e cresciuto. Chi sono i tuoi punti di riferimento musicali? Nascendo come batterista ho al18


cuni punti di riferimento che reputo fondamentali. Tra questi ci sono i TOTO, con il grandissimo Jeff Porcaro, e poi Steve Gadd, che è un altro batterista straordinario. Tra i cantautori che mi hanno maggiormente influenzato ci sono invece Vasco Rossi, Rino Gaetano e Ivan Graziani, ma anche artisti del panorama attuale come Coez,

Frah Quintale e Motta. E ora che succede? Quali saranno i tuoi prossimi passi? Ci saranno delle belle sorprese. C’è un album in preparazione e nuovi brani che non vedo l’ora di farvi ascoltare. Sono davvero felice di portare avanti questo progetto e ringrazio tutti quelli che mi stanno supportando. 19


CELESTE CARAMANNA

Italiana ma residente a Londra e con un certo fascino per il Sudamerica, ci spiega il suo cannibalismo culturale e il progetto “Antropofagico�


Ciao, ci racconti chi è Celeste Caramanna? Sono una ragazza che ha una voglia immensa di cantare, che vuole trasmettere sentimenti alle persone… ho piacere nel creare una melodia, nello scrivere qualcosa che per me ha senso e che può aver senso anche per altre persone…. Penso che questa mia passione è anche un mio modo di esprimere tutto quello che sono, non riuscirei mai a parlare di me stessa come quanto riesco ad essere io dentro ogni cosa che canto. Hai articolato il tuo progetto su tre ep (anziché su un disco “tradizionale”): ci spieghi perché? L’idea del trittico “Antropofagico” nasce per creare un percorso, per dare un senso a quello che succede in questa strada dove io protagonizzo le mie proprie esperienze, direzioni e destinazioni, e per raccontare in tappe queste influenze, quali sono, e che cosa hanno creato dentro di me. Ma non finisce in questi tre ep perché il progetto

Antropofagico si concluderà con la pubblicazione dell’album fisico in cd e in vinile, che conterrà qualche traccia in più ad aprile/maggio. Già che ci siamo, ci racconti qualcosa del titolo “cannibale”? “Antropofagico” è un termine antico che descrive perfettamente la mia attitudine verso la musica. Sin dal primo momento in cui mi sono avvicinata al mondo della musica brasiliana, il concetto dell’Antropofagia mi ha sempre affascinata. È stato usato nel movimento modernista degli anni venti in Brasile, con Tarsila Do Amaral, Oswald de Andrade, Mário de Andrade, Heitor Villa Lobos, e dopo è stato ripreso anche nel movimento Tropicalista negli anni sessanta. Una semplice parola formata da Anthropos e Fagei che nelle popolazioni indigene aveva il significato di cannibalismo. Per loro divorare il nemico significava incorporare la forza del nemico, appropriarsi di quella



rispettata e riconosciuta in ogni momento in cui ho sviluppato il mio lavoro… una grande soddisfazione… In realtà qui sembra che siamo tutti emigrati, anche gli inglesi, sembra essere un territorio e un’atmosfera pronti a condividere e a mischiarsi… spero che la Brexit non riesca a cambiare questo, credo molto nella forza delle persone che vogliono unirsi. Mi preoccupa di più questo massacro creato dalla pandemia, prima mi riferiscono a quelli che ammazzano e distruggono la salute fisica delle persone, e poi il massacro della paura, dell’allontanamento e il distanziamento tra le persone, un rischio veramente grande di non riuscire più a recuperare l’affetto, la spontaneità e la meraviglia di avere le persone vicine a te, di un grande abbraccio e di un grande bacio da un amico. Quali saranno i tuoi prossimi passi? Altre trilogie in arrivo? Continuiamo a lavorare sul lancio di Antropofagico III fino ad aprile/ maggio, quando uscirà il trittico Antropofagico fisico in cd e vinile con delle tracce in più.

forza. Con Oswald de Andrade (poeta brasiliano e fondatore del movimento modernista in Brasile) nel 1928 assume un significato molto più complesso, si basava sul desiderio di divorare ciò che veniva da fuori e assimilarlo… non negare la cultura straniera ma assorbirla, deglutirla, processarla e mischiarla per dare origine a quello che può diventare unico e proprio. Portare l’esterno dentro di noi. Come dice Oswald de Andrade nel “Manifesto Antropofagico” del 1928: “Só a antropofagia nos une. Socialmente. Economicamente. Filosoficamente.” “Solo l’antropofagia ci unisce. Socialmente. Economicamente. Filosoficamente.” Io voglio prendere e deglutire tutte le influenze e gli stili mi affascinano, per poi buttarli fuori, rimescolati con la mia personalità e gusto. Se italiana ma vivi a Londra. Com’è l’accoglienza lì per un’artista emigrata, visti i molteplici problemi del periodo, Brexit e Covid compresi? Io vivo a Londra dal 2018 e sono stata accolta veramente… sempre 23


LONESOME HEROES

Apprezzata dalle comunità di bikers, ma non solo, la band ha pubblicato “On Fire”, completato nonostante il lockdown A parte gli idoli della comunità dei motociclisti, ci raccontate meglio chi sono i Lonesome Heroes? Abbiamo molti amici bikers che



fanno parte di diverse club house ma non crediamo di essere i loro idoli, però sicuramente la nostra musica si sposa bene con quel contesto... I Lonesome Hero-

es sono cinque persone che hanno indubbiamente trovato l’uno nell’altro il compagno di avventure, siamo prima amici che componenti della stessa band, credo 26


che questo si senta nei nostri lavori e si veda sul palco. Ci raccontate qualcosa delle lavorazioni del vostro nuovo album, On Fire? E chi è quel minaccioso cagnolino in copertina? La lavorazione di On Fire è iniziata a dicembre 2019 in studio, ed ha attraversato anche i mesi del lockdown, abbiamo fatto il possibile e l’impossibile in quel periodo per continuare a lavorare al disco, ma credo questo sia un valore aggiunto al risultato finale. Il cagnolino è tutto meno che minaccioso, è uno dei tanti cani del nostro chitarrista Massimiliano, è piccolissimo ha paura di tutto e nella foto in realtà stava sbadigliando... però rende perfettamente il senso del disco... Non importa quanto sei piccolo, importa quanto sei incazzato. Immagino che per una band come la vostra essere privati o comunque limitati nei live sia un disastro. Come la state vivendo? Il live è la parte più bella per una band è sempre come una festa, è vero ci pesa non poter suonare live ma è nulla in confronto ai

problemi che sta affrontando chi di questo lavoro deve vivere e tutte le persone di questo settore, speriamo si risolva presto, tutti hanno bisogno della musica più di quanto si pensi. Quali sono le band italiane che vi piacciono di più oggi? So che può sembrare esterofila com è dichiarazione, ma non seguendo molto la musica italiana non saprei rispondere alla domanda, ma ovviamente ci sono moltissimi musicisti validi in Italia. Quali sono i vostri programmi futuri? In attesa di nuovi live per promuovere On Fire probabilmente ricominceremo subito a comporre, non ci prendiamo pause, e poi perché prendersi una pausa da ciò che ti rende felice?

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