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8 OTTOBRE - 18 NOVEMBRE 2017 MOSTRA A CURA DI / EXHIBITION CURATED BY: ALESSANDRA REDAELLI CATALOGO A CURA DI / CATALOGUE CURATED BY: SOFIA MACCHI E GIULIA STABILINI TESTI / TEXTS: ALESSANDRA REDAELLI FOTO / PICTURES: ALBERTO BUZZANCA PROGETTO GRAFICO / GRAPHIC PROJECT: GRETA PALASTANGA UN RINGRAZIAMENTO PARTICOLARE A / SPECIAL THANKS TO: ALESSANDRA E NINO SINDONI, TONY PARISH Copyright © PUNTO SULL’ARTE E MATTEO MASSAGRANDE

P U N T O S U L L A R T E | V I A L E S A N T ’A N T O N I O 5 9 / 6 1 | 2 1 1 0 0 V A R E S E ( V A ) I TA LY | + 3 9 0 3 3 2 3 2 0 9 9 0 | I N F O @ P U N T O S U L L A R T E . I T


LE STANZE DELLE EMOZIONI Provo sempre una sorta di soggezione quando mi trovo a scrivere sulla pittura di Matteo Massagrande. Non perché alle sue stanze manchi una componente di narratività e di mistero che possano ispirare, anzi. Ma piuttosto perché la sensazione è che più di molti altri lavori artistici, quelli di Massagrande parlino da soli, abbiano, in realtà, tantissimo da raccontare, tocchino in ogni spettatore corde così diverse, uniche e personali da far correre il rischio, a chi si trovi a scriverne professionalmente, di “sporcare” la purezza di quella comunicazione. Se l’arte, qualunque essa sia, va fruita prima di tutto con il cuore e con la pancia, per la pittura di Massagrande questa indicazione diventa sostanziale. Subito, anche prima di sapere chi sia l’artista, a che epoca appartenga, da dove venga, cosa rappresenti sulle sue tele, bisogna mettersi lì, davanti al dipinto, con la disposizione d’animo che si dedicherebbe alla prima alba sul mare. Guardare. Riempire gli occhi. Inspirare profondamente per avvertire i profumi. Ascoltare i fruscii, le vibrazioni, i sussurri. Tendere la mano del pensiero e accarezzare quell’intonaco scabro, anche se si corre il rischio che se ne stacchi un pezzo e poi vada ad appoggiarsi – sbriciolandosi anche leggermente – su quelle piastrelle chiare decorate tantissimo tempo fa. Solo dopo qualche minuto si cominceranno a sentire risuonare degli echi sotterranei nella nostra memoria. Può essere un contrasto cromatico scolpito dalla luce

che ci rimanda alla grande tradizione della pittura veneta. Può essere l’intricato e seducente gioco di prospettiva che si rivela cangiante e misterioso, come quei volti di donna che appaiono bellissimi, che incatenano, ma dei quali non si riesce a decifrare la chiave. Oppure può essere proprio un dejà vu, il precipitare repentino in un momento che si credeva seppellito per sempre nella memoria e che invece era lì, in attesa di un appiglio, pronto a ghermirci alle spalle, a ricordarci quella casa, quella camera, quella luce con il sole che in quell’ora precisa cadeva proprio lì, quell’addio, mille anni fa. O forse no, forse era solo la stanza visitata in un sogno particolarmente vivido. Dei ricordi della sua infanzia lui, Matteo Massagrande, ha fatto tesoro. Prima di tutto delle stanze della grande villa in cui ha abitato da bambino, quelle porte chiuse che promettevano viaggi e scoperte e che poi si aprivano su un mondo immobile, denso di ricordi, orchestrato su misteriose armonie. E poi, a partire da lì, da quell’imprinting, ecco le sue fughe di giovanissimo flâneur, quel precoce vagabondare per i musei e le chiese della sua terra – da Padova, dove è nato, alla non lontana Venezia – per lasciarsi inondare gli occhi di storia, di bellezza e di colore. Emozioni sulle quali lui costruirà una tecnica ferrea, precisissima e personalissima. E il gioco di sponda tra emozione travolgente e tecnica impeccabile è proprio quello che oggi rende i suoi dipinti

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così irresistibilmente ipnotici. Anni di studio sui classici, una padronanza assoluta delle tecniche antiche, la minuziosa lezione del restauro, la faticosa disciplina dell’incisione. E poi, su quello, la gioia profonda della bellezza e dell’armonia, perché senza quelle due componenti nulla ha senso. E quella convinzione assoluta e imprescindibile della sua responsabilità – in quanto artista contemporaneo – di costruire sempre sopra le fondamenta del passato, perché non esiste vera arte, non esiste arte possibile, se non all’interno di quell’unico fiume che è la storia dell’arte. Il che non significa ripetere, ma reinventare, rielaborare, ripensare e mettere un altro mattone su quell’edificio complesso e multiforme. Anche le più grandi avanguardie, quelle poi che sono rimaste come pietre miliari, si sono mosse sempre all’interno di quel fiume, per deviarne il corso, magari, costruirvi dighe, inventare passaggi e ponti, ma senza mai abbandonarlo. E poi c’è l’apporto personale, quello che “fa” il grande artista e lo rende unico e inconfondibile. Nel caso di Massagrande si potrebbe definire un raffinatissimo gioco di seduzione. La seduzione dei luoghi che sceglie pescando nella sua memoria e poi ricostruendo immagini da dentro, senza nessun appiglio fotografico, procedendo per sinapsi e suggestioni. Ed è proprio per questo che le sue stanze non sono mai fredde come un luogo reale, ma calde ed evocative come un non-luogo, archetipiche, realistiche fino al dettaglio della luce che batte in quel punto preciso mettendo in risalto un bordo sbeccato e al tempo stesso oniriche. La seduzione del tempo che si legge in quegli spazi abbandonati, dove il punto in cui la tappezzeria sembra cominciare a scollarsi non è più difetto ma valore

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aggiunto, come uno splendido viso dove le rughe hanno scritto storie di passioni e di emozioni. E poi la seduzione di una prospettiva che decide di ingannarci, eludendo la precisione scientifica, diventando pura invenzione, irreale ma possibile, luogo fluido dove i punti di fuga sfuggono e dove le linee, anziché dritte, si rivelano talvolta vagamente curve, in un movimento sinuoso che intrappola lo sguardo e lo conquista per sempre. E – ancora – la seducente scelta di non nascondere i ripensamenti ma di farne un abbellimento, un valore aggiunto, una chiave regalata allo spettatore perché possa illudersi di penetrare i segreti dell’artista. Ecco, ora il dipinto è lì: l’edificio e la natura si fronteggiano. Da una parte la casa, una casa patrizia, un corrompersi sottile che si legge nel muro vagamente ammuffito sotto al davanzale, e tuttavia una decadenza sontuosa, dove la bellezza della piccola tettoia Liberty parla ancora di un passato glorioso; dall’altra parte il paesaggio, vita che si contrappone alla morte, la gloria di uno stormire di foglie che si oppone al silenzio. La prospettiva appare infinita, come se – al di là di ogni logica – quella terrazza di pietra fosse lunga chilometri. E poi qualcosa. Qualcosa che non riusciamo ad afferrare ma che ci fa accelerare il battito cardiaco. Finalmente, ecco la sinapsi. Lì sotto, da qualche parte, nella memoria labirintica dell’artista, pulsa Leonardo. La sua Annunciazione. Solo che la scansione degli spazi, qui, è speculare. Ma che davanti a quella facciata giocata sui bruni e sui grigi potrebbe starci seduta la Vergine non ci sono dubbi. E ancora meno dubbi ci sono sul fatto che quell’ulivo ritorto, squassato, modellato dal vento, altro non sia che l’Arcangelo Gabriele con le sue ali spiegate pronte al volo.

INTERVISTA CON MATTEO MASSAGRANDE Tu hai amato e studiato l’arte fin da piccolo. Ci racconti com’è nata questa passione? La prima manifestazione della mia fascinazione per l’estetica, secondo la memoria famigliare, risale a quando avevo tre anni. Nella nostra villa ogni stanza era di un colore diverso. Un giorno mia madre mise un copriletto nella stanza dei miei genitori che non era intonato alle meravigliose decorazioni damascate delle pareti: io lo vidi e scoppiai in singhiozzi. Nessuno capiva perché piangessi fino a quando io non ho tirato via il copriletto e non l’ho fatto cambiare. Mi ricordo ancora perfettamente la sensazione di armonia e di benessere, che durò l’intero pomeriggio. Osservavo le pareti e il copriletto e sentivo che era tutto perfetto. Poi il mio primo dipinto a olio risale ai 7 anni. Lo conservo ancora. E la mia prima mostra collettiva con i pittori trevigiani a 13 anni. A scuola dovevo sempre difendere l’autenticità dei miei lavori, perché i miei insegnanti li attribuivano a mio fratello di dieci anni maggiore. Quando ho cominciato il liceo dipingevo già da anni. Risalgono a quel periodo le mie fughe a Venezia per vedere dal vivo i dipinti nei musei, nelle chiese e nelle gallerie, ma non erano delle vere e proprie fughe, perché alcuni dei miei insegnanti – che ricordo con grande affetto – erano in realtà complici e chiudevano un occhio. Dietro il tuo lavoro c’è uno studio minuzioso, non solo delle tecniche del passato, ma proprio della storia dell’arte. Come vedi il ruolo dell’artista contemporaneo all’interno di quel processo immenso

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– e ancora in divenire – che è l’intera storia dell’arte? La storia dell’arte non è una cosa passata: viene scritta anche oggi, giorno per giorno. Ogni opera terminata, più o meno importante, in qualche modo appartiene già alla storia dell’arte. L’errore che spesse volte fanno gli artisti contemporanei è di considerare la storia dell’arte come qualcosa che non ci appartiene più. Come un abito passato di moda. Invece nemmeno i più grandi creativi delle avanguardie – Picasso, Klee, Kandinskij – hanno mai commesso questo errore. Sia oggi che nel passato, i più grandi innovatori hanno sempre considerato la storia dell’arte un pozzo inesauribile di nuove idee. Basti pensare a quali influenze hanno avuto la cultura africana e greca sulle avanguardie del Novecento. Se inventi una nuova lingua che puoi parlare solo tu, perché il significato delle parole lo conosci solo tu, a chi parli? E se l’arte non parla, non serve a niente. Si rintraccia all’interno dei tuoi quadri – osservandoli con attenzione ma soprattutto lasciandosi trasportare dal cuore e dalle suggestioni – una serie di riferimenti, omaggi, allusioni a opere del passato. Non si tratta tanto in citazioni puntuali, quanto di rimandi, di atmosfere. Che cosa ti colpisce e che cosa trattieni nella tua opera del passato? La grande pittura italiana e fiamminga del Rinascimento si ritrova spesso nelle mie opere. L’armonia dei colori, l’equilibrio degli spazi e la perfezione delle proporzioni compositive e cromatiche sono elementi che secondo me dovrebbero sempre far parte di un’opera d’arte. Queste caratteristiche, infatti, le troviamo nei capolavori di tutte le epoche, di qualsiasi stile e di qualsiasi tendenza. Un esempio: nei lavori di Paul

Klee o di Jackson Pollock c’è la stessa armonia, proporzione e colore che in un dipinto di Antonello da Messina, ovviamente concepito nella propria contemporaneità. Un vero artista non può rinunciare a questo. L’artista contemporaneo che si dimentica della storia dell’arte, non vuol farne parte. La sensazione immediata che si prova davanti a un tuo lavoro è fortemente emotiva, ma al solo guardarlo con attenzione si legge chiaramente tutta la costruzione logica e razionale che vi sta alla base. Ecco, delle tue fonti d’ispirazione (ricordi d’infanzia, esperienze vissute, colpi d’occhio, una precisissima visione architettonica d’insieme e una cultura ferrea sull’arte del passato) che cosa prevale? Come le “misuri” all’interno dei tuoi dipinti? Non misuro niente, l’armonia non la puoi misurare prima di averla creata. La mia pittura è molto istintiva, la cultura mi dà i mezzi per esprimerla. So che non ti basi su fotografie e che non dipingi direttamente davanti al soggetto. Puoi spiegarci come procedi? Il mio essere flâneur fin da piccolo mi ha insegnato ad osservare il mondo nei minimi particolari, ho una memoria visiva fuori dal comune. La fotografia è un aiuto molto importante per gli artisti di oggi, ma è sempre molto pericoloso usarla, perché l’arte della fotografia è troppo potente per non incatenare la fantasia del pittore. Può servire per osservare i dettagli, o come promemoria, ma non per dipingere. Una volta visto o individuato un luogo, quasi mai mi accontento di com’è, quindi lo modifico, perché riesca ad emanare quella sensazione che ho provato io nel vederlo, che deve essere

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più vera del reale. Una volta costruito un disegno e trasferito sulla tavola preparata secondo un rigoroso metodo ideale per la mia pittura (ogni artista dovrebbe avere il proprio, anche a costo di anni di ricerca faticosa), inizio a dipingerlo immaginandolo quasi come un affresco e lavorandolo “a giornate.” Spesso decido di lasciare visibili le giunture tra una giornata e l’altra, poiché esse stesse possono far parte della composizione. Parte fondamentale della creazione dei miei lavori è la costante ricerca della mia tavolozza, che negli anni non è mai rimasta la stessa, ma ha subito un’evoluzione per adeguarsi al mio linguaggio. Tu trascorri molto tempo in Ungheria, terra che ti è evidentemente cara per motivi affettivi (la moglie di Matteo Massagrande è ungherese, n.d.r.). Puoi spiegarci perché hai deciso di farne il soggetto privilegiato in particolare per i tuoi paesaggi? Il paesaggio ungherese è molto particolare, io lo leggo come un volto. E come ogni volto espressivo anch’esso muta a seconda dell’umore. Mi piace captarne i cambiamenti, le piccole trasformazioni di cui ti accorgi solo vivendoli. È molto stimolante. Ci racconti qualcosa della serie recente di lavori nei quali affianchi paesaggio ed edificio? Come sono nati? Che cosa ti danno in più, in questo momento, rispetto ai lavori delle serie precedenti? Dipingo da quasi cinquant’anni e amo ogni periodo del mio percorso artistico, perché ogni periodo rappresenta sempre ciò che vivo in un preciso momento. La mia pittura è la mia quotidianità: nei diversi periodi rendevo protagoniste

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sempre le cose che mi interessavano in quel momento, una sorta di approfondimento estremo. Oggi non è diverso, semplicemente ho messo insieme gli elementi da me studiati ed amati in questi decenni e ho ricomposto le mie esperienze. La mia pittura è in continua evoluzione, è un’esigenza molto naturale. Non è forzata: è una simbiosi tra la pittura e me, che – appunto – ascolto “di volta in volta”. Tu sei uno strenuo sostenitore della tradizione, della bellezza e dell’armonia. Come vedi il futuro dell’arte contemporanea? Credi che oggi stia maturando un nuovo diffuso bisogno di bellezza e di tradizione? Io sono sostenitore della bella pittura, indipendentemente dal fatto che sia astratta o figurativa. Io mi esprimo con la figurazione, ma non la considero ovviamente l’unica possibilità. Sono felice che stiano finendo i tempi arroganti, durati anche troppo a lungo, in cui la figurazione veniva considerata senza valore. Il termine tradizione, però, è molto ambiguo, perché non significa molto nella pittura. La pittura astratta ha più di cento anni ormai, quindi anche nel suo caso si può parlare benissimo di tradizione pittorica. Quindi preferisco riferire le parole di Vuillard: “È ora che la pittura torni ad essere un mestiere difficile”. Astratta o figurativa che sia, non m’importa. Basta che faccia il suo dovere: emozionare. Non scandalizzare, non provocare in maniera sterile, ma emozionare. Sul mio cavalletto mia moglie ha inchiodato una tavola con una frase di Renard: “Sii interessante! Nessun concetto artistico dà il diritto di annoiare gli uomini!”

ALESSANDRA REDAELLI


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T H E R O O M S O F E M OT I O N S I always feel a sort of apprehension when I write about Matteo Massagrande’s painting. Surely not for the lack of narrative and mystery conveyed by his rooms, but for the sensation that, more than other pieces of art, his works speak by themselves, have a lot to communicate, touch such different, unique and inner chords for each viewer that, by describing them, one could almost “sully” that pure interaction. The rule that Art, no matter the type, should be enjoyed through heart and belly, becomes even more fundamental for Massagrande’s painting. At once, even before knowing the artist, his era, his origin, his canvases, one should stand in front of the painting, with the same inclination for the first dawn on the sea. Observing. Filling the eyes. Deeply breathing to seize the aromas. Listening to the swishes, the vibrations, the whispers. Projecting the hand of thought and caressing that rough plaster, even by risking to break one piece and make it crumble on those light anciently decorated tiles. Only after a few minutes, distant echoes can be heard resound from our memory. They could be born from a chromatic clash carved by light, recalling the great Venetian painting tradition. Otherwise, they could be originated by the tangled and seductive game of perspective which reveals to be iridescent and enigmatic, like those feminine visages which appear ravishing and mesmerizing, but cannot be deciphered. They could as well be a dejà-vu, the instant plummeting within a moment which seemed to be forever forgotten, while it was there, waiting for a handhold, ready to grasp us from behind, to recall that house, that room, the sunlight which fell on a specific spot at a specific time, that farewell, a thousand years ago. Alternatively, they could just be a room explored within a vivid dream. Matteo Massagrande treasured his childhood memories. First of all, the huge rooms of the vil-

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la he used to live as a child, those locked doors which suggested travels and discoveries and then opened onto a static world, filled with memories and built upon mysterious harmonies. Then, starting from that kind of imprinting, his escapes as a young flâneur, that premature meandering in the museums and churches of his native land – from Padua, where he was born, to the close Venice – to be overwhelmed by history, beauty and colours. A wholeness of emotions upon which he built an iron, accurate and personal technique. The balance between compelling emotions and faultless technique is the secret of his spellbinding paintings. Years spent studying the classics, an absolute mastery of ancient techniques, the meticulous lesson learnt from restoration, the hard discipline of engraving. Together with the deep joy aroused from beauty and harmony, since they instill sense to everything. As well as the essential certainty of the commitment – being a contemporary artist – of building upon the foundations of the past, since no true nor possible Art can exist aside from that unique stream of Art history. It does not mean to repeat, but to reinvent, re-elaborate, reimagine by adding one more brick to that complex and multiform building. Even the most important avant-gardes, the ones which became milestones, always moved within that stream, be it to detour it, build dykes, invent landscapes and bridges, yet never abandoning it. Furthermore, there is the personal share, the one which ‘creates’ a great artist, by making him unique and unmistakable. For Massagrande, it could be identified as a refined seductive game. The appeal of the places chosen from his remembrances and rebuilt through inner images, with no photographical support, being only led by synapses and suggestions. This is why his rooms are never as cold as a real place, but warm and evocative like a non-lieu, archetypes, so realistic to be centered

upon the light that emphasizes a chipped edge, yet oneiric. The seduction of time which can be read within those abandoned places, where the unglued tapestry becomes an added value rather than a flaw, like a beautiful face whose wrinkles tell stories of passion and emotions. Moreover, the charm of a perspective which fools the audience by avoiding scientific precision, thus becoming pure invention, unreal yet possible, a fluid place whose vanishing points slip away and the lines, rather than being straight, bow, within a sinuous movement which forever snares the glance. Besides, the enticing choice of unveiling reconsiderations, by turning them into an ornament, an added value, a key gifted to the audience so that it can fancy to fathom the artist’s secrets. Finally, the painting: the building and nature face themselves. On one side, the house, a patrician villa, a subtle deterioration shown by the vaguely molded wall under the windowsill, nonetheless a sumptuous decay, testified by the beauty of the small Liberty canopy still recalling a glorious past; on the other side, the landscape, life facing death, the pride of rustling leaves against silence. Perspective seems endless, as if – against any logic – that stone terrace ran for kilometers. Then, suddenly, something. Something which cannot be seized, but hastens our heartbeat. Finally, the synapse. Somewhere, underneath the labyrinthine memory of the artist, Leonardo palpitates. His Annunciazione. Except from the scanning of spaces which, in this case, is symmetrical. However, it is undeniable that the Virgin could seat upon that façade built through dark and grey hues. Furthermore, that bend, shaken, carved by the wind, olive tree could represent nothing but Archangel Gabriel, whose spread wings are ready to fly.


INTERVIEW WITH MATTEO MASSAGRANDE You loved and studied Art since you were a child. Could you tell how this passion was born? The first manifestation of my fascination for aesthetics, according to my familial recollection, dates back when I was three years old. In our villa, each room had a different colour. One day, my mother put a bedcover in my parents’ room which was not matched with the wonderful damasked decorations of the walls: I saw it and burst into tears. No one could understand the reason of my crying until I pulled away the bedcover and have it changed. I perfectly recall the sensation of harmony and well-being which lasted throughout the afternoon. I observed the walls and the bedcovers and felt that everything was perfect. Furthermore, I painted my first oil painting at the age of 7. I still save it. Then, I held my first group exhibition with painters from Treviso at the age of 13. At school, I always had to defend the authenticity of my works, since my teachers attributed them to my brother, who was ten years older. When I started high school, I had already been painting for years. During that period, I also began my getaways to Venice, to observe in person the paintings in the museums, churches and galleries, although they were not real escapes since some of my teachers – who I recall with great fondness – were accomplices and turned a blind eye. Your work is based upon a meticulous study, not just of ancient techniques, but of Art history as a whole. How do you consider the role of a contemporary artist within this huge – constantly evolving – process of Art history? Art history is not a passed issue: it keeps on being written, day by day. Each finished piece of art, more or less fundamental, somehow already belongs to Art history. The common mistake made by contemporary artists is to consider Art history as something not belonging to ourselves. Like a vintage dress. On the contrary, not even the biggest talents of the avant-gardes – Picasso, Klee, Kandinskij – made this mistake. Nowadays as in the past, the most important innovators always

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valued Art history as an endless well of new ideas. One should simply bear in mind how African and Greek culture influenced the avant-gardes of the 20th century. Whether one should invent a new language to be talked only by himself, since the meaning of its words is unknown to others, who should he talk to? In the same way, whether Art does not communicate, it is useless. Within your paintings one – by observing them, but above all by letting emotions and suggestions take the lead – can seize various references, homages and allusions to works from the past. They are no precise quotes, rather references, atmospheres. What strikes you and what do you treasure from the past? The great Italian and Flemish Renaissance painting can be found within my works. The harmony of the colours, the balance of the spaces and the perfection of the compositional and chromatic proportions should always be part of a piece of art. As a matter of fact, we can find them within the masterpieces of any era, style and tendency. For example: within the pieces of art by Paul Klee or Jackson Pollock there is the same harmony, proportion and colours as in those by Antonello da Messina, which were conceived during his contemporaneity. A true artist cannot renounce all this. The contemporary artist who forgets about Art history, does not want to be part of it.

that you never paint in front of the subject. Can you explain which process do you follow? My being a flâneur since I was very young, taught me to observe the world until its smallest details, I have an unusual visual memory. Photography is a precious help for nowadays artists, although it could be dangerous, since it is too powerful to avert the locking of the artist’s fantasy. It might be useful to observe the details or as a reminder, yet not to paint. Once seen or identified a place, I never take it as it is, therefore I modify it, until it conveys the same emotion I felt seeing it, which must be more real than reality. After having built a painting and transferred it upon the canvas, structured according to a strict ideal method for my painting (each artist should have his own, even at the cost of years of hard research), I start painting by imagining it as a fresco and working upon it “day after day”. Sometimes, I decide to show the seams between one day and the other, since also they can be part of the composition. A fundamental part of the creation of my works is the constant search for the palette, which changed throughout the years, undergoing an evolution to reflect my own language. You spend a lot of time in Hungary, a land you must love for your family (Matteo Massagrande’s wife is Hungarian, ed.). Could you tell us why you chose it as the main subject of your works, in particular for landscapes?

The immediate sensation conveyed by your works is strongly emotional, even though by observing them it can be clearly perceived the logical and rational structure upon which they are built. Therefore, among your sources of inspiration (childhood memories, experiences, glance, an overall sharp architectural vision and an ironclad culture upon ancient Art) which one prevails? How do you “weigh” them within your paintings?

Hungarian landscape is very particular, I read it as a visage. And, like any expressive visage, it changes according to the mood. I love to seize its changes, the tiny transformations which can be perceived only by living them. It is really stimulating.

I do not weigh anything, harmony cannot be measured before having created it. My painting is deeply instinctive; culture allows me to express it.

I have been painting for almost fifty years and I love any period of my artistic path, since each of them represents what I am living. My painting is my daily life: throughout different periods, I always focused upon the things I was interested in during a speci-

I know you do not rely upon photography and

Could you tell us something of the recent works where you flank landscapes and buildings? How did they born? What are they offering, right now, in addition to your previous works?


fic moment, a sort of extreme deepening. Today it is not different, I simply put together the elements I studied and loved throughout these decades and reassembled my experiences. My painting is constantly evolving; it is a natural need. It is not forced: it is a symbiosis between painting and myself, which I listen “time after time”. You are a strenuous advocate of tradition, beauty and harmony. How do you consider the future of contemporary art? Do you think a new need for beauty and tradition is developing? I support beautiful painting, be it abstract or figurative. I express myself through representation, but I clearly do not consider it as the only option. I am happy that an end is coming for the arrogant times, which even lasted too long, when figuration was valued as nothing. However, the term tradition is very ambiguous, since it does not mean much for painting. Abstract painting was born more than 100 years ago, therefore it also has a pictorial tradition. Hence, I prefer to quote Vuillard: “It is time for painting to go back to being a difficult task”. Be it abstract or figurative, I do not care. It is enough for it to fulfil its duty: thrill. Not by scandalizing, nor by unproductively provoking, yet by exciting. My wife nailed a table on my easel reporting a sentence by Renard: “Be interesting! No artistic concept gives the right of boring mankind!”

ALESSANDRA REDAELLI

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L’INGRESSO

2017 | Tecnica mista su tavola | 100 x 120 cm

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PORTICO

2017 | Tecnica mista su tavola | 80 x 80 cm

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MATTINO DI GIUGNO

2017 | Tecnica mista su tavola | 80 x 80 cm

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OTTOBRE

2017 | Tecnica mista su tavola | 40 x 60 cm

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MATTINO AL MARE

2017 | Tecnica mista su tavola | 40 x 60 cm

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LA BARCHESSA

2017 | Tecnica mista su tavola | 30 x 60 cm

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STANZE

2017 | Tecnica mista su tavola | 30 x 60 cm

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LA FINESTRA SUL GIARDINO

2017 | Tecnica mista su tavola | 40 x 40 cm

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VIAGGIO IN DALMAZIA

2017 | Tecnica mista su tavola | 30 x 30 cm

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LA TENDA A FIORI

2017 | Tecnica mista su tavola | 30 x 30 cm

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MERIGGIO DI GIUGNO

2017 | Tecnica mista su tavola | 23 x 33 cm

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TRIESTE

2017 | Tecnica mista su tavola | 23 x 33 cm

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LA TERRAZZA

2017 | Tecnica mista su tavola | 20 x 20 cm

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BALCONE

2016 | Tecnica mista su tavola | 20 x 20 cm

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ESTATE

2016 | Tecnica mista su tavola | 35 x 33 cm

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LA TERRAZZA

2016 | Tecnica mista su tavola | 23,5 x 30,5 cm

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GIARDINO

2016 | Tecnica mista su tavola | 25 x 25 cm

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LA STANZA D’ANGOLO

2016 | Tecnica mista su tavola | 20 x 20 cm

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INTERNO

2015 | Tecnica mista su tavola | 30 x 30 cm

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MATTEO MASSAGRANDE Padova, IT, 1959

È uno dei maggiori rappresentanti della nuova figurazione italiana. È pittore e incisore, un profondo conoscitore della storia dell’arte antica e contemporanea. Si interessa allo studio di antiche tecniche di pittura, di incisione e all’arte del restauro. La sua pittura viene definita realismo filosofico. Inizia a esporre nel 1973. Dal 1985 sono numerose le mostre personali in musei e sedi pubbliche in Italia e nel mondo, tra le più recenti si ricordano: l’importante mostra Massagrande, dalle voci di una conchiglia, al Museo al Santo di Padova e al Museo Le Carceri di Asiago a cura di Alberto Buffetto Arte (2006); Massagrande. Scene d’Ungheria in occasione della mostra dedicata agli impressionisti europei dal titolo L’età di Courbet e Monet (2009-2010); Attorno a Vermeer a Palazzo Fava a Bologna nell’ambito della straordinaria rassegna europea di capolavori Da Vermeer a Rembrandt (2014); la mostra al Museo Civico di Palazzo Chiericati a Vicenza come pittore contemporaneo nell’ambito della grande rassegna internazionale dedicata alla notte Tutankhamon Caravaggio Van Gogh (2014-2015) – rassegne a cura di Marco Goldin; la personale presso la Kovacs Gabor Art Foundation a Budapest in Ungheria (2016); Quattro pittori per Parise presso il Museo di Santa Caterina a Treviso in occasione della grande mostra Storia dell’Impressionismo (2016-2017) e Canto dolente d’amore (l’ultimo giorno di Van Gogh). Sette quadri per un monologo teatrale di Marco Goldin presso la Basilica Palladiana a Vicenza nell’ambito della grande mostra Van Gogh. Tra il grano e il cielo (2017-2018). Parallelamente a quella pittorica sviluppa l’attività grafica iniziata già nel 1974, scandita da numerose esposizioni in tutto il mon-

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do, tra cui la recente mostra Flying Dreams a cura di Stamperia d’Arte Albicocco all’Istituto Italiano di Cultura di Melbourne e di Sydney (2017). Recentemente alcune sue incisioni sono entrate a far parte del Gabinetto delle Stampe degli Uffizi di Firenze. Negli ultimi anni ha tenuto mostre personali sia di pittura che di grafica a Barcellona, Madrid, Londra, Budapest, Lubiana, New York, San Francisco, Beirut, Taiwan, Melbourne, Seoul, Hong Kong. Nel dicembre 2011 il New York Times gli dedica l’apertura dello speciale Arte ed è presente alla 54ma Biennale Internazionale d’Arte di Venezia presso il Padiglione Italia a cura di Vittorio Sgarbi. Su richiesta della Pontificia Basilica del Santo di Padova ha eseguito il dipinto Maria, Madre dei Giovani per il Sermig Arsenale della Pace di Torino. Su incarico dell’Ente Nazionale Francesco Petrarca ha eseguito il Ritratto di Laura. Nel 2015 ha eseguito il ritratto ufficiale del Patriarca di Gerusalemme. Tra i maggiori intellettuali e critici che hanno scritto sulla sua opera si ricordano: Paolo Crepet, Peter Fertöszögi, Marco Goldin, Bruce Helander, Milena Milani, Roderick Conway Morris, Ermanno Olmi, Enzo Siciliano, Edward Lucie-Smith, Mario Rigoni Stern, Anna Szinyei Merse, Dr. Pedro Tseng. Le sue opere sono ospitate in numerosi musei, chiese, collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Vive a Padova e divide la sua attività tra lo studio a Padova e quello di Hajòs (Ungheria). È pittore del tempo e della luce. Ama la pittura come pochi altri, la coltiva come si coltiva una lingua antica, che non muore mai.


He is one of the major exponents of the new Italian figuration art. He is both painter and engraver, as well being an expert of ancient and contemporary art. He is very interested in studying ancient painting, engraving and restoration techniques. His painting is defined as philosophical realism. He started exhibiting in 1973. Since 1985, he has been selected for several solo exhibitions in Italy and abroad, among the most recent we can recall: the important exhibition Massagrande, dalle voci di una conchiglia at Museo al Santo in Padua and Museo Le Carceri in Asiago curated by Alberto Buffetto Arte (2006); the big solo show Massagrande. Scene d’Ungheria, on the occasion of the European Impressionists exposition L’età di Courbet e Monet (2009-2010); Attorno a Vermeer at Palazzo Fava in Bologna, on the occasion of the wonderful European exposition Da Vermeer a Rembrandt (2014); the solo exhibition at the Museo Civico at Palazzo Chiericati in Vicenza as a contemporary painter, within the international exposition Tutankhamon Caravaggio Van Gogh (2014-2015) – exhibitions curated by Marco Goldin; the solo show at Kovacs Gabor Art Foundation in Budapest, Hungary (2016); the exhibition Quattro pittori per Parise at the Museo di Santa Caterina in Treviso, within the exposition Storia dell’Impressionismo (2016-2017) and the solo show at the Basilica Palladiana in Vicenza on the occasion of the prestigious Van Gogh exposition Tra il grano e il cielo (2017). He also developed his graphic activity, which began in 1974, and was characterized by various exhibitions all over the world, among which the recent exhibition Flying Dreams curated by Stamperia d’Arte Albicocco at the Italian Cultural Institution in Melbourne and Sydney. Recently, some of his etchings became part of the collection of the Gabinetto delle Stampe degli Uffizi in Florence. Recently, he held solo graphic and painting exhibitions in Barcelona, Madrid, London, Budapest, Ljubljana, New York, San

Francisco, Beirut, Taiwan, Melbourne, Seoul and Hong Kong. In December 2011 the New York Times dedicated to Massagrande the introduction of the Special Number of Art and he exhibited at the 54° International Venice Biennale of Art curated by Vittorio Sgarbi. Upon the request of the Basilica del Santo in Padua he painted Maria, Madre dei Giovani for the Sermig Arsenale della Pace in Turin. He painted the Portrait of Laura commissioned by the Francesco Petrarca National Institution. In 2015 he was asked to make the official portrait of the Patriarch of Jerusalem. Among the major intellectuals and art critics that wrote about his work we can recall: Paolo Cre-

pet, Peter Fertöszögi, Marco Goldin, Bruce Helander, Milena Milani, Roderick Conway Morris, Ermanno Olmi, Enzo Siciliano, Edward LucieSmith, Mario Rigoni Stern, Anna Szinyei Merse, Dr. Pedro Tseng. His artworks are hosted at several museums, as well as public and private collections, all over the world. He lives in Padua and works between his atelier in his native city and the one in Hajòs (Hungary). He is a painter of time and light. He loves painting like few others, he cultivates it as an ancient language, which never dies.

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31| MATTEO MASSAGRANDE | DI VOLTA IN VOLTA | PUNTO SULL'ARTE  

IT: A tre anni dalla sua prima mostra a Varese e in concomitanza con la mostra Canto dolente d'amore (l'ultimo giorno di Van Gogh) presso la...

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