Halloween: I Misteri di una Notte Brava

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Ed eccoci di nuovo qui con voi… Vi presentiamo la nostra ultima fatica e il nostro primo racconto del mistero, frutto di un percorso di scrittura creativa iniziato in classe a fine Ottobre 2019 e ultimato in questi giorni. Siamo partiti dall’osservazione di un luogo ai margini della città di Firenze e lì sono nati i nostri personaggi i quali, a loro volta, ci hanno suggerito delle immagini. Il risultato è qualcosa che si avvicina ad una “rudimentale Graphic Novel senza pretese”. La chiusura della scuola non ha interrotto il nostro il lavoro, esso è proseguito sotto forma di didattica a distanza, e se è vero che ci siamo sentiti disorientati e inadeguati all’inizio della clausura, essa in qualche modo ci ha dato una nuova spinta propulsiva e creativa, per ognuno di noi e anche per i nostri prof. Oggi siamo tutti più bravi nel confrontarci con nuove modalità multimediali e digitali e questo ci rende più ottimisti nel pensare che non tutti i mali vengono per nuocere. “Le case abbandonate sono come gli uomini, alcuni tengono duro, altri crollano”. Questa frase dello scrittore Mauro Corona ci sembra appropriata per descrivere non solo, lo spirito con cui dobbiamo affrontare questo difficile momento ma anche per introdurre la nostra storia, che si svolge in uno dei tanti luoghi dell’abbandono rintracciabili nelle periferie delle città occidentali. Il titolo del nostro racconto è: Halloween:

i misteri di una notte brava

scritto e curato da Alessio, Carlotta, Viola, Ginevra, Jacopo, Niccolò, Radia, Samuel S., Riccardo M., Riccardo T., Samuele M., Giulia, Valentina. Buona Lettura!

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Halloween: i misteri di una notte brava

Della Polveriera di Signa ne aveva sentito parlare sin da bambino dai suoi nonni e dalla gente del paese. Sapeva ad esempio, che era stata la Fabbrica della Nobel; sì, proprio quella del premio Nobel, di quell’Alfred Nobel che oltre ad inventare il premio, aveva inventato la dinamite, polvere importante nelle guerre del XIX e del XX secolo. Quando tornava a Signa con i suoi genitori per andare a salutare i nonni, trovava sempre una scusa per allontanarsi e andare a vedere, seppur da lontano, la vecchia fabbrica che dal 1958 era stata definitivamente abbandonata. Solo che i nonni non c’erano più e le sue visite alla vecchia fabbrica erano sempre più rare. Per il suo aspetto, la prima volta che la vide, Gabriele l’aveva soprannominata “fabbrica stregata” e immaginava un covo di misteri inquietanti dentro a tutto il bosco intorno, ma il grande ingresso con la scalinata, i muri crepati e vinti dall’edera lo attraevano da sempre.

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In paese si vociferavano storie di fantasmi legate a quelle mura decadenti, di presenze oscure che l’abitavano. Qualcuno addirittura, aveva affermato di aver sentito voci e visto immagini spettrali passando da quelle parti, ad una certa ora della notte e persino il progetto della Sovrintendenza Dei Beni Culturali, che per qualche tempo aveva pensato ad una riqualificazione del luogo, per ragioni sconosciute era stato sospeso. Le palazzine erano quasi tutte ancora in piedi, anche se i tetti in legno dei capannoni erano tutti crollati.

Immersi nel folto bosco, numerosi edifici si nascondevano agli occhi dei curiosi. Gabriele lo sapeva, e ogni volta che era lì davanti, la curiosità di scavalcare i muri e i cancelli ben sigillati cresceva sempre di più e gli edifici che non riusciva a vedere, vivevano nella sua fantasia come un teatro d’ombre che guardava con timore.

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Il cancello di ferro battuto, imbrigliato dai rovi come catene di spine sembrava che lo chiudessero per sempre, sigillandone i segreti come in uno scrigno cui nessuno aveva più accesso. Non gli importava se quei luoghi erano infestati, non si trattava di questo. Non si trattava di spiriti o di fantasmi, a lui interessava l’abbandono, l’aspetto che assume un luogo quando viene abbandonato, l’eco che rimane del tempo passato, ed è proprio per questa eco che quella fabbrica assumeva per lui un fascino amplificato, il cui mistero apre numerose domande.

Ecco Gabriele, un ragazzino di quattordici anni che, quando passava davanti alla Fabbrica della Nobel, aveva sempre quella voglia matta di andare a visitarla. Era stata però la prima raccomandazione dei 4


suoi genitori: ”non avvicinarti a quella vecchia fabbrica” ad impedirgli di farlo. Prima di trasferirsi vicino Lastra a Signa, Gabriele viveva con la sua famiglia in campagna, più vicino a Carmignano, in una casa colonica circondata da vitigni, dove poteva giocare e divertirsi senza pensarci troppo alla “NOBEL”. Ora però, l’attrazione era diventata sempre più forte e fu così che in occasione della sera del 31 ottobre, Gabriele si trovò a festeggiare Halloween con i suoi nuovi compagni di scuola. Tra questi c’era Tommaso: alto, coi capelli neri, folti e ricci come una criniera di leone. I suoi occhi verdi diventavano più intensi quando sorrideva. Gabriele invidiava quella sua aria misteriosa e avrebbe voluto assomigliargli ma Tommaso, però, quell’aria misteriosa ce l’aveva perché dentro di sé, nutriva delle paure e in modo particolare aveva paura del buio. Marco invece, era il miglior amico di Tommaso. Occhi color nocciola e capelli biondi, si diceva di lui che fosse un po’ strano e che avesse una fobia particolare legata ai ragni. Si raccontava infatti, che a scuola, in occasione di un laboratorio svolto in aula di scienze, ne avesse visto uno e che si fosse sentito male fino a svenire. Poi c’era Marco che era timido e scontroso; non era facile andare d’accordo con lui ma Tommaso sembrava metterlo a suo agio. Ivan invece, proveniva da un’altra scuola ed era stato Gabriele a farlo conoscere agli altri. Era timido e non parlava quasi mai ma a Gabriele piaceva lo stesso la sua compagnia e sperava che, all’interno di quel nuovo gruppo, potesse superare quella sua timidezza che lo bloccava un po’. Ospiti del gruppo, quella sera, erano due gemelle completamenti uguali. Di media statura, magre, con i capelli rosso fuoco ondulati come onde del mare e occhi grigio/azzurri come un cielo che annuncia la pioggia. Rossana e Verdiana erano sempre appariscenti e facevano tutte le cose insieme: si vestivano uguali, si truccavano uguali e si facevano perfino acconciature uguali. A volte facevano impressione, perché avevano gesti uguali e in certi momenti, facevano le stesse mosse. La loro paura più grande era dividersi l'una dall'altra. Gabriele infatti, invitò solo una delle due, ma a quell’insolito appuntamento ci andarono insieme, decidendo di cogliere immediatamente l'occasione. Così, quella sera, tutti travestiti e truccati iniziarono a bussare alle porte della piccola cittadina e tra un “ Dolcetto o Scherzetto!” arrivarono davanti alla Fabbrica della Nobel.

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Bisognava attraversare un mare di arbusti altissimi. La vegetazione era intricata. Nella fitta boscaglia, il disco della luna brillava di una luce insolitamente gialla e diffondeva nel cielo un magico alone dal pallido chiarore di madreperla che filtrava sotto il mantello sontuoso del sottobosco: era un labirinto vegetale creato dalla natura. Intorno a loro, c’erano piante di infinite fattezze e colori, con rami che sembravano braccia di alti scheletri. Il gruppetto di ragazzi, con un misto di paura e di curiosità , volle comunque sfidare la sorte.

Gli amici si addentrarono nel folto e inesplorato passaggio e pian piano, i loro occhi si abituarono all’oscurità . Nel percorso incontravano fitti alberi deformi sentendone il forte odore di foglie bagnate e funghi, mentre il vento fischiava tra le fronde degli alberi. 6


Man mano che andavano avanti, il silenzio si faceva sempre più forte. Udivano, di tanto in tanto, il fruscio di una lucertola o di un piccolo animaletto e il gufo che ripeteva ritmicamente il suo verso. Camminavano silenziosi, attenti a dove posavano i piedi perché cespugli pieni di rovi, avevano quasi nascosto il terreno. Nell’ombra, intravedevano tante forme che li circondavano. Dopo un lungo cammino, scavalcando rami e tronchi caduti, raggiunsero quel mostro di cemento armato ricoperto di edera, erbacce e piante rampicanti. Era un luogo tetro e abbandonato, con i muri rivestiti di crepe, vetri frantumati, porte rotte o ormai inesistenti.

Tra i ragazzi si percepiva un po’ di paura e tensione. Il gioco “Charlie, Charlie” stava per iniziare e Gabriele chiese ad alta voce: ”Possiamo entrare?” Un leggero soffio di vento, spostò la matita sul Sì e, in un attimo, Gabriele fu dentro. Gli altri, titubanti e spaventati, per qualche istante furono incerti, poi tutti dentro. Dentro la fabbrica, i ragazzi impressionati dalle condizioni dell'interno, sentirono forte l’odore del muschio e dell’abbandono mentre i vetri rotti, i muri crepati e le piante rampicanti aggrappate alle pareti, suggerivano immagini di scheletri… magari proprio quelle degli ex lavoratori del dinamificio.

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Davanti a loro, l’ingresso si aprÏ su un grande spazio adibito a un magazzino pieno di casse rotte e sfondate, altre intere con delle etichette scritte in lingue sconosciute. Oltre questo grande spazio, in fondo si intravedevano altri locali: uffici, depositi e stanze piene di macchinari. Tutto era pieno di polvere. Dai buchi sul tetto filtrava una luce lunare lattiginosa, il silenzio quasi innaturale era spezzato solo dal rumore di qualche topo che scorrazzava sul pavimento.

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I ragazzi erano intimoriti dall’atmosfera spettrale di quel luogo ma incuriositi dalla fatiscenza dell’ambiente, si spinsero oltre, nel desiderio di esplorare la Nobel.

- Attraversiamo questo stanzone e andiamo a vedere da vicino i macchinari!- propose Gabriele e le ragazze per prima accettarono l'idea con entusiasmo. - Noi non vogliamo venire... Dai, torniamo indietro! - esclamarono Marco e Ivan. Tommaso invece avrebbe voluto scappare, ma armato di spavaldo coraggio si incamminò per primo attraverso il magazzino e con aria canzonatoria disse: -Forza! Non avrete mica paura?! Andiamo, fifoni!In giro trovarono solo altre casse polverose, ragnatele e topi, ma ormai ci avevano fatto l'abitudine e si lasciarono andare nell’esplorazione di quel luogo rischioso, mentre si creava un’atmosfera magica, fatta di ignota paura, divertimento e suspance. 9


-Perché non facciamo una sfida?- proposero Verdiana e Rossana-. Ognuno di noi affronterà la sua più grande paura... Che ne dite?Trovato un vecchio deposito totalmente privo di illuminazione, i ragazzi decisero che la sfida consisteva nel fare entrare uno solo di loro e di farlo restare dentro per almeno 15 minuti. Tutti furono d'accordo così, tirando a sorte, il primo ad uscire fu Tommaso, proprio lui che del buio aveva una paura tale da restarne pietrificato. Tommaso sentì di doversi mostrare coraggioso ed entrò nel deposito ma gli vennero le lacrime agli occhi perché quella sensazione di terrore che conosceva sin da bambino, stava per ripresentarsi. Si girò di spalle per non farsi vedere, mentre gli altri chiudevano la porta senza accorgersi di quello che stava provando. Dall'interno non si sentiva più nessun rumore e tutti si guardarono incerti mentre Marco teneva il tempo col suo orologio. Una volta trovatosi nel capannone, la paura e l'agitazione presero il sopravvento e Tommaso, non riuscendo quasi a muoversi sentì che le 10


sue gambe si paralizzavano.

Solo con se stesso, in silenzio, per lunghi minuti, Tommaso sapeva che se si fosse messo ad urlare non sarebbe servito a niente. Si mise a terra con le gambe rannicchiate al suo petto. Vagando con la mente sulle orribili cose che avrebbero potuto succedergli, sentì che le lacrime scendevano e pensò a i suoi amici, a come avessero potuto prendersi gioco delle sue paure in quel modo. Arrabbiato, spaventato, non riusciva a calmarsi. Il pensiero delle loro risate non smetteva di tormentarlo. Sentì il suo cuore battere forte, come se avesse appena finito una lunga corsa. Prima che riuscisse e ad accorgersene, i suoi occhi iniziarono ad abituarsi al buio. Vide meglio le pareti ormai distrutte e riuscì ad intravedere i resti di quello che era stato l’arredamento di quel posto.

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Ormai più tranquillo, si convinse che dietro quell'oscurità non si nascondeva nient'altro che una semplice stanza piena di polvere. Iniziò a vedere quella orribile e spaventosa situazione come un opportunità per dimostrare a sé stesso che poteva vincere la sua fragilità, che le paure doveva affrontarle. Con le mani gelide, quasi pietrificate, Tommaso si asciugò le lacrime e cercò di alzarsi. Il suo scopo era uno, uscire da quella stanza umida e polverosa. Così, camminando con il cuore in gola e non riuscendo a vedere bene per il buio, spinto dalla curiosità decise di esplorare quel capannone.

Percepì tutto il fascino e il mistero di quella fabbrica abbandonata e sentì che in fondo, anche la sua paura faceva parte dell’attrazione di quel posto. I suoi piedi sul pavimento sconnesso, le mura traballanti, le vecchie crepe, le ragnatele, le piante che avevano preso il sopravvento fecero da sfondo all’introspezione di sé stesso e sentì una 12


specie di deserto, di abbandono.

Allungando una mano nell’oscurità , improvvisamente, sentÏ un qualcosa di non ben definito, liscio e freddo, senza riuscire a capire che cosa fosse realmente. Guardando meglio, grazie ad una piccola luce proveniente da una finestra in alto alla sua destra, Tommaso si rese conto di cosa stesse toccando: uno scheletro.

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Gli venne spontaneo di urlare a squarcia gola facendo rimbombare tutto il capannone ma poi facendosi coraggio, decise di avvicinarsi molto lentamente. Prestando più attenzione, Tommaso riconobbe un'uniforme da soldato di guerra, grazie allo stemma cucito sulla divisa verde militare. - Probabilmente, si tratta di un soldato tedesco che utilizzò la polveriera per rifornire di esplosivi le sue truppe - pensò Tommaso. Gli venne in mente che lo stabilimento infatti, entrò in funzione poco prima della Grande Guerra, e fornì esplosivi per le munizioni di artiglieria. Osservando meglio, notò varie armi e munizioni, e i suoi pensieri si fermarono su quello scheletro. Si domandò del perché si trovasse ancora lì, nonostante fossero passati tanti anni e come mai nessuno delle autorità si fosse mai accorto dell’esistenza del soldato e di quel piccolo arsenale. Fuori da lì, il tempo intanto passava anche per i ragazzi rimasti fuori ad aspettare e ognuno di loro si domandava come mai dal capannone non provenisse nessun rumore o la voce di Tommaso .

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Marco, con l’orologio in mano aspettava che passassero quei 15 minuti. Preoccupato, camminava avanti e indietro senza fermarsi. Immaginava che per Tommaso quell’esperienza fosse terribile. Mentre Gabriele appoggiava l’orecchio alla porta chiusa nella speranza di sentire qualche rumore, Ivan silenzioso si era immerso nei suoi pensieri. Rossana e Verdiana ebbero paura che qualcosa stesse andando storto e che la loro sfida, lanciata solo per gioco e per divertirsi ad Halloween, si rivelasse un brutto scherzo. Il vento soffiava sulla pelle dei ragazzi, e l’odore delle cose si spandeva intorno e Gabriele che cominciava a preoccuparsi, tentò di aprire la porta del deposito dove avevano rinchiuso Tommaso, ma la porta misteriosamente non si apriva. – Ragazzi, questa maledetta porta è bloccata, non si apre – Tutti si avvicinarono alla grossa porta del deposito e insieme provarono a forzarla ma non riuscirono ad aprirla.

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Dall'interno, Tommaso che nel frattempo era tornato indietro in cerca dell’uscita, spingeva con tutte le sue forze, urlando disperato, ma niente, la porta non si apriva ma Ivan, che fino ad allora era rimasto silenzioso guardando l’edificio, si accorse che, coperta dai rovi, c’era un’apertura. -Ma non è una finestra quella lassù a destra della porta? - Sì, è vero- riprese Gabriele. - Cerchiamo un sasso e rompiamo i vetri di quella finestra. Marco, aiutami! –

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Marco si mise subito alla ricerca del sasso. Uscì dalla zona di quel cemento armato e corse alla ricerca. Si guardò intorno, e avvertì come se qualcuno lo seguisse da lontano,

come se qualcuno lo stesse osservando di nascosto ma proseguì senza paura cercando un bel sasso appuntito in modo da spaccare subito quella finestra e permettere all’amico di uscire da quell’incubo.

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Trovò il sasso che cercava: bello, grande, con i bordi affilati. Il sasso, circondato da erbacce e da fiori azzurri era piazzato lì in mezzo. A poco a poco lo staccò liberandolo dal terreno, lo prese e corse come se non ci fosse stato un domani. Non vide nulla, non si accorse che sotto di esso c’era un piccolo pezzo di carta stropicciato, con accanto un gioiellino, probabilmente d’oro, piccolo quanto una mosca, ma di grande valore. - Ho trovato il sasso perfetto! - disse Marco ansimando nella corsa. - Grande! – disse Gabriele. - Scaglialo alla finestra ! -.

Il braccio si preparò a scagliare il sasso, teso in posizione con ‘altra mano dietro la schiena, le gambe piegate pronte a scattare per il lancio. Tirò il sasso con tutta la sua forza e la finestra si ruppe. CRASH!

Frantumandosi, il vetro precipitò sul pavimento sconnesso dove Tommaso era intrappolato e vide finalmente la finestra aperta che un cielo lattiginoso. 18


Così Tommaso saltò fuori da quella dannata oscurità, dopo aver trovato il modo di arrampicarsi fino alla finestra e scavalcare. Piangeva ed era arrabbiato con tutti e con sé stesso, perché anche stavolta il buio aveva finito per prevalere su di lui. -Accidenti a voi e alla vostra ideona d'inventare questo stupido gioco!!! - Eddai! Quanto la fai lunga! È Halloween, no? – disse Verdiana spingendo Tommaso leggermente. - Siamo qui per divertici e non siamo di certo dentro ad un Luna Park, siamo nella Nobel: la fabbrica abitata dai fantasmi! – commentò Rossana per dare man forte alla sorella. In realtà, le due ragazze così come gli altri amici, cercavano di nascondere preoccupazione e paura facendo le “grosse” e Tommaso, arrabbiato soprattutto con loro, iniziò a litigare. Gabriele cercò di riportare la calma: - Ora basta litigare, finitela! Preso dalla rabbia, Tommaso rincorse Verdiana e Rossana che si andarono a nascondere in un corridoio senza via d’uscita.

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Arrivate in fondo, le due si strinsero forte e vedendo Tommaso avvicinarsi tentarono di fermarlo: - Tommaso calmati! Noi, volevamo soltanto divertirci un po’. Ma fortunatamente, Tommaso si fermò grazie ad Ivan e Gabriele che lo braccarono da dietro. Lì vicino, Marco avvertì di nuovo la presenza di prima e scorse un’ombra che finì per paralizzarlo. Mezzo pietrificato urlò a squarcia gola: - Ragazzi correte subito qui! - . Il resto del gruppo lo raggiunse subito: - Cosa c’è che non va ? – chiese Gabriele terrorizzato. Marco indicò una delle pareti della stanza, e tutti urlarono agghiacciati, come quando qualcuno arriva di soppiatto e ti fa paura… - Un ragno enorme! – urlò Marco. - Non è un ragno, è un’ ombra, ed è comunque mostruosa! – replicò Ivan. I cinque scapparono a gambe levate e si ritrovarono nello stanzone dove erano prima. Grazie a questo episodio che unì alla paura anche tanta voglia di ridere, tra i ragazzi sembrò ristabilirsi la calma. Così pensarono di riprendere a giocare a “Charlie Charlie” e a continuare l’esplorazione del luogo, ma Tommaso si mostrò di nuovo agitato e deciso a mettere in atto la sua vendetta: - Ora vi faccio vedere io! Prima che Rossana potesse rendersene conto, Tommaso l'afferrò per un braccio portandola in un altro dei locali abbandonati.

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Sembrava una zona adibita ad uffici perché la stanza aveva una porta dotata ancora di chiave che il ragazzo decide di girare rinchiudendo Rossana. Poi fu il turno di Verdiana che venne rinchiusa in un bagno da tutti gli altri. Verdiana prese a pugni e a calci la porta: -Aiutooooo! Fatemi uscire! - Aspettate che esca fuori e poi saranno guai !!- urlò la gemella dall’altra stanza. In fondo Rossana si stava divertendo e appena i suoi occhi si abituarono all’oscurità, la sua attenzione fu catturata da alcuni cassetti semiaperti da cui sbucarono dei fogli ingialliti.

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Il quarto d’ora di penitenza e di prigionia passò per entrambe anche per le gemelle, così, i compagni le fecero uscire dalle loro prigioni. Rossana e Verdiana in fondo si erano divertite e presero la vendetta degli amici come parte del gioco di quella sera. La paura che anche loro avevano provato, venne accolta come parte del divertimento e quando le acque si furono calmate, Tommaso raccontò agli amici di quello che aveva visto nel capannone: dello scheletro e delle munizioni. Nessuno però volle credergli e per convincerli decise di portarli a vedere quello che aveva visto. I compagni, lo presero in giro e gli dissero che aveva le allucinazioni ma alla fine, decisero di seguirlo.

I cinque tornarono nel capannone dove poco prima avevano rinchiuso Tommaso, quando Marco, ad un certo punto, notò i vecchi macchinari impolverati, usati per produrre la dinamite. Tutti, incuriositi da quelle machine impolverate che richiamavano il passato, le toccavano con un po’ di timore. Mano nella mano, Rossana e Verdiana all’ improvviso inciamparono in una scatola metallica piena di dinamite. Rialzandosi dalla caduta, videro che lo scheletro che aveva visto Tommaso non era un’allucinazione. Se ne stava seduto su una sedia, e con un braccio teso e l’indice dritto, sembrava indicasse qualcosa. - Ragazzi, guardate, ecco lo scheletro- dissero tutti mentre gli tremavano le gambe. - Visto che non me lo sono sognato! Guardate bene, indossa l’uniforme tedesca. Era un soldato! Come diavolo sia possibile che sia qui e in quella posizione!?! 22


Ivan, con un sorrisino spavaldo si fece sempre più vicino allo strano essere, - Via ragazzi, è solo uno scheletro che non si può muovere - . Preso un oggetto di metallo dalla farma allungata, lo avvicinò fino allo scheletro che, non appena sfiorato, si ruppe in mille ossicini, finchè si polverizzò fino a sparire senza lasciare tracce.

Questo fatto turbò tanto i ragazzi. Tutti rimasero confusi e frastornati da ciò che era accaduto. Era sparito tutto: il soldato, le munizioni, tutto. Nessuno sapeva trovare una risposta razionale a quello di cui erano stati spettatori. Eppure, chissà perché, decisero di non indagare, quasi di fare finta di niente, come se niente fosse accaduto. Senza nemmeno dirselo, in silenzio, insieme uscirono da quel capannone. Fuori, la luna sembrava di latte e non c’era freddo; sembrava una serata di inzio autunno, quando l’estate, pigra, non ha voglia di andar via. Di nuovo, decisero di continuare il gioco “Charlie Charlie”. Si sedettero a terra, in cerchio, quando ad un tratto, Rossana tirò fuori i fogli che aveva trovato nel cassetto e lesse il contenuto: “Se state leggendo questa lettera, significa che per me le cose non sono andate a finire bene. Visto il precipitare degli eventi, ho deciso di raccontare in queste poche righe, ciò che mi è accaduto e se qualcuno dovesse trovare questa mia lettera, potrà forse, raccontare la verità. Sono sposato con Francesca. Avevamo un bambino di 8 anni, il nostro piccolo Davide. Da circa 10 anni lavoro nella fabbrica Nobel e durante questo periodo di guerra e di miseria ho trovato rifugio con la mia famiglia all'interno della fabbrica, dopo che una 23


bomba ha distrutto la nostra casa. Ci siamo sistemati alla meno peggio nell'unico capannone chiuso e inutilizzato ormai da molti anni. E' freddo, cupo e umido. Filtra soltanto un po' di luce da una piccola finestrella in alto. Fino a poco tempo fa, di giorno svolgevo regolarmente il mio lavoro come addetto al dipartimento delle innovazioni tecnologiche e della sicurezza degli impianti. Per il ruolo che svolgo, termino il mio lavoro sempre dopo tutti gli altri. Questo mi ha dato la possibilità di rimanere qui senza che nessuno se ne accorga. Nessuno infatti, doveva scoprire che vivevo qui con la mia famiglia: ci avrebbero arrestati e io avrei perso la mia famiglia. Giorni fa per il compleanno di Francesca, con molti, moltissimi sacrifici sono riuscito a farle un piccolo regalo: un ciondolino a forma di "F", l'iniziale del suo nome e della parola "Fortuna"... che di questi tempi ce ne vuole parecchia! Qualche giorno dopo, però ho fatto una scoperta scioccante che non avrei dovuto fare mettendo in pericolo la mia vita e quella della mia famiglia! In seguito ho tentato di metterla in salvo nel minor tempo possibile. Ho tentato di salvare Francesca e Davide, quella notte stessa! Sapevo che se qualcuno si fosse accorto dei documenti segreti che avevo scoperto e fotografato, per noi sarebbe stata la fine. Mi sentivo stordito come se fossi stato ubriaco, ma dovevo rimanere lucido. La Nobel, la nota fabbrica di esplosivisi, da qualche mese ormai era nelle mani dei nazisti. Dovevamo scappare da qui, dovevamo andarcene e basta! A notte fonda, stavamo attraversando il corridoio che ci avrebbe portato all'uscita quando improvvisamente, nostro figlio Davide lasciò la mano di Francesca. Voleva tornare indietro a riprendere il pallone che aveva dimenticato. Non riuscimmo a fermare la sua corsa. In un attimo le luci si accesero e furono puntante su di noi. I guardiani ci vennero addosso! Presero Francesca mentre correva verso Davide. La tirarono, la strattonarono e poi la bloccarono. Vidi la sua collanina volare via mentre sentivo qualcuno che mi tratteneva con forza da dietro le spalle, impedendomi di muovermi. Urlai il nome di mio figlio che era già nelle mani di uno di quegli uomini e sentì strapparmi via il cuore quando li vidi trascinati via da me. Quella fu stata l'ultima volta che li vidi.Io non sono stato portato via, mi hanno costretto a rimanere qui nella Nobel perché la mia preparazione di ingegnere è utile, anzi necessaria per i nazisti. Da tempo infatti, sono una figura insostituibile perché come già ho scritto, lavoro al Dipartimento innovazioni tecnologiche e sono uno dei pochi che si occupa della sicurezza degli impianti. Una mattina grigia come tante però lungo il corridoio, in un angolo sul pavimento, vidi brillare qualcosa di molto piccolo, lo 24


raccolsi e il mio cuore cominciò a battere all'impazzata: era il gioiello che avevo regalato a mia moglie! Lo presi e lo nascosi in un posto sicuro, avvolto in un piccolo pezzo di carta dove scrissi il nome di chi ha scelto di servirsi della Nobel per i suoi sporchi affari. Sono riuscito a rubare una uniforme tedesca per tentare di scappare senza dare nell’occhio ma non sono sicuro di farcela. Questo è tutto. Lascio qui la mia lettera, la nascondo affinché non cada nelle mani dei nazisti, sperando che prima o poi finisca in mani amiche. Cercate il gioiello e capirete tutto!” Rossana era sconvolta ma voleva sapere come sarebbe andata a finire la storia. Dopo aver finito di leggere, rimise i fogli al loro posto. Avrebbe voluto tornare a cercare altre lettere, altri indizi che la aiutasse a capire meglio ma i suoi compagni la chiamavano e lei tornò da loro lasciando che i suoi pensieri tacessero. Si sentì come se si fosse svegliata da un lungo sonno e sorrise agli amici e a sua sorella come se niente fosse successo. Ma quella lettera aveva destato la curiosità anche di tutti gli altri amici che scattarono alla ricerca del gioiello, decisi di ritrovarlo a tutti i costi. Setacciarono i cortili da cima a fondo con le loro torce, mentre la luce spettrale della luna si rifletteva sulle foglie bagnate dall’umidità.

Dopo un’ora estenuante di ricerca, i cinque ragazzi pensarono che era inutile e sciocco continuare a cercare qualcosa che forse non avrebbero mai trovato.

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- E' inutile cercare questo misterioso gioiello - gridò con aria scocciata Tommaso. - Ma non arrendiamoci subito! - esclamò Rossana, non trovandosi d'accordo con ciò che diceva Tommaso. - infatti! Se hai intenzione di arrenderti fallo, ma noi continueremo a cercarlo - disse Verdiana . - Non mi sto arrendendo, cerco solo di essere realistico – rispose Tommaso con un tono piuttosto arrogante e con una leggera sghignazzata di sottofondo. - Non iniziamo a litigare – esclamò preoccupato e un po' scocciato Gabriele. A questa frase, tutti iniziarono ad alterarsi e a parlare uno sopra l'alto, creando una grande confusone. Erano tutti esausti. La stanchezza, la noia e la preoccupazione si facevano sentire, ormai. A un cerro punto, Ivan, preso dall'agitazione, fece cadere la torcia che rotolò lunga sul pavimento come una piccola ruota, e si fermò verso la fine di un lungo corridoio, vicino al capannone dove avevano rinchiuso Tommaso poche ore prima. - Cosa aspetti?! Vai a prenderla! - urlò Rossana. Ivan, molto lentamente andò a riprendere la torcia. Quando la alzò, notò a terra un piccolissimo oggetto che rifletteva alla luce della torcia e sembrava quasi brillare, un oggetto importante, di colore argentato, un argento ormai sbiadito come se fosse stato immerso nell'acqua a lungo o fosse stato usato per molti anni. Correte qui - urlò ai compagni.

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Tutti si precipitarono rapidamente verso Ivan, Gabriele prese quel piccolo oggetto mentre gli altri si avvicinarono per vederlo. - E’ la collana di Francesca - urlò Rossana. Tutti erano emozionati e curiosi di scoprire quali affascinanti misteri nascondesse la collana. La esaminarono a lungo, controllarono ogni singolo diamantino, ogni segno inciso su di essa dal tempo e dall’abbandono ma non trovarono nulla. Quella che sembrava essere la chiave dei loro dubbi, non era nient'altro che una semplice collana usurata dal tempo, – Stiamo scherzando?! Tutto questo lavoro per una stupida collana commentò arrabbiato, Gabriele. Si sentivano tutti molto stanchi e delusi, avevano cercato a lungo quell'oggetto per via di quella lettera e ora cominciavano a credere che non fosse autentica, che fosse stata messa lì solo per uno scherzo da tendere a chiunque avesse avuto voglia di inoltrarsi, per un giro randagio, in un territorio abbandonato che prometteva misteri e storie di fantasmi ma si rivelava un contenitore di illusioni. Dopotutto per loro, quel luogo era stato scelto per festeggiare Halloween in modo diverso, immaginando presenze misteriose irrisolte in un luogo che effettivamente si era dimostrato adatto al loro gioco. - Ragazzi, siamo tutti molto stanchi. Magari non abbiamo trovato quello che ci aspettavamo ma ci siamo comunque divertiti. Perché non ci riposiamo un po'? - propose Rossana un po' stanca. - Ottima idea - rispose Ivan. Così, i cinque ragazzi si sedettero in un angolo che sembrava un po' meno impolverato e umido degli altri. Trascorsero dell’altro tempo seduti a pensare a quella lettera e quello strano gioiello, ma nessuno ebbe voglia di trovare una risposta realistica. 27


Fino a che, non venne in mente a Gabriele l’idea che magari, la lettera fosse stata scritta da qualche ragazzino, che era stato lì prima di loro e che voleva fare qualche scherzo. Questa strana ma non impossibile ipotesi la confermò Ivan, quando disse di aver intravisto una banda di ragazzini uscire dalla fabbrica pochi giorni prima che arrivassero loro. - Esatto!! altrimenti anche loro avrebbero trovato la lettera - aggiunse Verdiana. Così, sempre più convinti di ciò, iniziarono a pensare ed effettivamente tutto coincideva alla perfezione, che l'ultima versione doveva essere quella vera. Tommaso si accorse dell'ora che avevano fatto, quindi decisero di mettere da parte la loro curiosità, raggruppare le proprie cose, dare un'ultima occhiata alla fabbrica e tornare a casa.

I ragazzi si avviarono verso l'uscita, molto lentamente, con passi piccoli, continuando a pensare alle risate che avevano fatto poche ore prima, alle corse in cerca del gioiello, ai litigi, alle paure affrontate. Avvicinandosi sempre di più all'uscita e continuando a girarsi in cerca di qualche altro mistero o dettaglio, uscirono da quella fabbrica abbandonata. Chiusero il cancello alle loro spalle ed esso emise un grande rumore, quasi terrificante, come se qualcuno al suo interno lo avesse tirato violentemente. La collana cadde dallo zaino di Gabriele, che però non se ne accorse e continuò a camminare insieme ai suoi amici. Si sentivano felici per quell’avventura ricca di mistero, di paura e di agitazione.

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L’aria che colpiva i loro visi era fresca e li avvertiva che da lÏ a qualche ora avrebbe albeggiato. Lungo la strada, sentivano che il nuovo giorno stava arrivando, avrebbero dormito, avrebbero studiato. Tornarono a casa ma all’interno delle mura della fabbrica giacevano ancora grandi misteri e la collana di Francesca, come una delle chiavi che avrebbe potuto condurre a svelarli e a cui loro avevano rinunciato giaceva per terra. La polvere trasportata dal vento l’avrebbe nuovamente ricoperta.

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