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Il libro dei Cocktail IBA

Testi di Luigi Manzo

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Il libro dei Cocktail IBA di Luigi Manzo Copyright © 2010 - Biblos s.r.l. Chianciano Terme (SI) Progetto editoriale: Paola Rachini Grafica: Marco Manni Progetto Editoriale, Stampa Digitale e Legatoria by Biblos S.r.l.

Per contatti con l’autore: Prima edizione: marzo 2010 Biblos s.r.l. - Chianciano Terme (SI) Edizioni Argonautiche

Per contatti e commenti con l’Editore: biblos@gonlinet.com www.biblosdigitale.it


Prefazione Fare oggi un libro di cocktails, tanto più mettersi a parlare e proporre un mondo di bere alcolici non credo sia un momento della nostra storia alquanto propizio. Tuttavia, ritengo altresì importante “forse quanto mai più d’ora” parlarne in modo professionale e con chiari concetti e lungi da ogni suggerimento e invogliamento all’assunzione e al vizio dell’alcol come purtroppo potrebbe essere male interpretato oggi. L’itinerario che ha proposto in questo libro con delicata maestria il professor Luigi Manzo è un’indicazione per far conoscere meglio ed in modo semplice un mondo di buone regole e di buon costume che a sua volta, i nostri predecessori, ci hanno tramandato indicandoci in alcuni casi, sottili piaceri di godimento della vita, come nell’esplicito esempio di un buon bicchiere al momento giusto senza dimenticare naturalmente, tutti gli effetti collaterali che l’alcool ne potrebbe provocare. Al professore Luigi Manzo vadano sinceramente i miei apprezzamenti per come con meticolosa ricerca egli ha descritto la storia e la struttura di alcuni cocktails tra i più conosciuti del mondo evidenziandone eminenti curiosità che ci rimandano a volte, a curiosare in periodi storici ed a personaggi a noi memori che ci giungono famosi. Questo libro sarà una piacevole lettura sia per il profano che cerca di documentarsi in un piacevole mondo del saper “bere bene” anche miscelato, sia per il professionista che come promemoria gli sarà di facile consultazione. Ma soprattutto per quei principianti che vorranno cimentarsi in un percorso di esperienze per giungere poi all’acquisizione di una professione vera, bella ed affascinante come quella del “Barman” con la B maiuscola e tre stelle che lo distinguono. Quel barman che fa della sua professione una guida preziosa, che si è sempre astenuto da qualsiasi istigazione e che sarà comunque una guida preziosa per un mondo del “bere bene per stare bene” e continuerà ad affascinare con le sue opere di miscelazione. Presidente F.I.B. (Federazione. Italiana. Barman)

Roberto Giannelli

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Cos’è un cocktail Il cocktail è una bevanda composta da vari ingredienti che vengono miscelati tra di loro. Generalmente almeno uno di essi è alcolico. Nel 1930 si ha notizia di una pubblicazione, il Savoy Cocktail Book1, nella quale si stabilivano alcune regole generali per preparare un cocktail. L’arte di miscelare divenne talmente diffusa che nel corso degli anni nacquero associazioni di categoria specializzate come l’IBA (International Bartenders Association, nata nel 1951, www.iba-world.org) e, in Italia, l’AIBES (Associazione Italiana Barmen e Sostenitori, nata nel 1949, www.aibes.it) e la FIB (Federazione Italiana Barman, fondata da 3 barman, Massimo Speroni, Losavio Tommaso e Moschetti Andrea nel 2001, www. fib.cc). La storia dei cocktails va di pari passo con la storia di queste associazioni. Nel 1961 una commissione formata dai migliori barman di tutto il mondo (International Cocktail Committee) stabilì alcune regole per dosare i cocktail. Poi vennero scelti e codificati 50. Negli anni la lista si allungò fino a 60 cocktail regolamentari. Oggi invece i cocktail sono 66, divisi in 5 categorie dall’IBA: Pre-dinner, After-dinner, Long drink, Cocktails famosi (Popular) e Special cocktails.

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The Savoy cocktail book di Harry Craddock del Savoy Hotel London è stato ripubblicato in

italiano nel 2007 da Excelsior 1881.

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La suddivisione dei cocktail Molto spesso sui libri trovate una suddivisione generica dei cocktails, come cocktail aperitivi, cocktail digestivi, cocktail “any time” e così via… L’IBA ha deciso di suddividerli in 4 categorie: Pre-dinner, After-dinner, Long drinks e Popular cocktails. All'inizio del 2010 poi è stata aggiunta una nuova categoria Special cocktails, dove al momento è presente un solo cocktail. • Cocktails aperitivi (Pre-dinner): si tratta di miscele dal gusto pulito, secco o amabile. In essi sono presenti ingredienti che stimolano l’appetito (per esempio i vermouth). • Cocktails digestivi (After-dinner): sono miscele dal gusto secco o amabili. A volte contengono liquori alle erbe e hanno un’alcolicità medio-alta. Un tipico esempio è l’Apotheke (non più presente tra i cocktails dell'IBA). Tra quelli più famosi come after dinner vi è sicuramente il Brandy Alexander (conosciuto universalmente semplicemente come Alexander, 2 cl di Cognac, 2 cl di Crema di Cacao scura, 2 cl di Crema di latte). • Cocktail long drink: la funzione di questi cocktails è dissetare. Per questo motivo la loro alcolicità è medio bassa o addirittura assente. I ling drink vanno dai 25 ai 30 cl, ma quasi tutti quelli codificati dall'IBA si aggirano intorno ai 15 cl. • Popular cocktails: sono cocktails diventati famosi grazie ad un passaparola oppure perché consumati da qualche personaggio famoso (è il caso del Cosmopolitan preferito dalla cantante Madonna e divenuto ancora più celebre per essere comparso nella serie TV Sex and City). • Special cocktails: cocktail dedicati a personaggi speciali, come al fotografo Phil Coburn che ha perso l'uso delle gambe in un attentato in Afghanistan. Oltre a queste 5 suddivisioni più o meno nette, vi sono anche i cocktails “any time”: si tratta di bevande che grazie alle loro caratteristiche (alcolicità medio-bassa, gusto amabile, per esempio), si possono bere in qualsiasi ora del giorno e della notte. Un tipico esempio è il cocktail Grasshopper (2 cl di Crema di menta verde, 2 cl di Crema di Cacao bianca, 2 cl di Crema di latte).

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Cocktail tonici: sono energetici, alimentari, corroboranti, e i loro ingredienti variano dalle uova, al latte; dai succhi di frutta e verdura freschi, fino ad arrivare al brodo di manzo (Bull Shot). Possono essere bevuti in qualsiasi momento della giornata. I cocktail caldi vengono consumati in genere nel periodo invernale, viceversa in estate si prediligono miscele fredde. Un esempio è il cocktail Bloody Mary che presenta tra gli ingredienti il succo di pomodoro.

Quali strumenti si usano Per poter lavorare sin da subito e preparare gustosi cocktails, quello che occorre è una buona attrezzatura. Basilare per la preparazione dei cocktail è l’uso dello shaker e del mixing-glass. Vediamo come funzionano. È molto semplice ricordarsi l’uso dello shaker e l’uso del mixing-glass. Lo shaker viene utilizzato per i cocktails più “densi” (composti, per esempio, da sciroppi, succhi, ingredienti comunque più difficili da amalgamare) e quindi che necessitano di essere “sbattuti” in modo energico. Esistono due varianti dello shaker: quello “americano”, chiamato semplicemente Boston e formato da due pezzi, un bicchiere in vetro e uno in acciaio; e quello “continentale”, formato da 3 pezzi: tappo, filtro e bicchiere in acciaio Il mixing-glass invece è formato da un solo pezzo, in vetro e viene adoperato per miscele più liquide e facilmente amalgamabili. Ecco alcune norme da tenere a mente quando si usano questi due strumenti: a) lo shaker deve essere agitato in maniera decisa per almeno 5 secondi; b) lo shaker non va riempito più di quattro quinti per ottenere una miscelazione conveniente; c) i vari ingredienti vanno versati nello shaker in quest’ordine: ghiaccio, zucchero, uova, latte, alcolici, succhi; d) i cocktail chiari preparati con alcolici non liquorosi (esempio il vermouth dry) non vanno preparati con lo shaker; e) bicchieri e ghiaccio debbono essere perfettamente puliti e inodori; f) il contenuto dello shaker o del mixing-glass va versato nei bicchieri allineati riempiendoli prima tutti per metà e poi ricominciando dal primo per ottenere eguale distribuzione degli ingredienti per tutti gli ospiti,

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siano essi 2, 4 o più; g) nei cocktails decorati (bucce d’arance o di limone, ciliege, o altro) bisogna curare molto la presentazione perché salta subito agli occhi e deve soddisfare l’ospite; h) Champagne, spumanti o acqua soda non vanno mai introdotti nello shaker, ma versati direttamente nei bicchieri, sempre dopo gli altri eventuali ingredienti.

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metal pour spargicacao cucchiaio per ghiaccio mixing glass boston shaker pinza

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Oltre ai citati shaker e mixing-glass abbiamo altre attrezzature di “supporto”. Bottiglia contagocce: è necessaria per dosare alcuni bitter, curacao, essenze e salse. Boston: come accennavamo, è formato da due pezzi, uno in acciaio e l’altro in vetro che si incastrano uno nell’altro. Serve per agitare miscele con ingredienti densi (proprio come lo shaker “continentale”). Dopo la miscelazione, si apre e il contenuto resta solo nella parte in acciaio; si filtra con un passino (strainer). Il Boston è uno shaker a tutti gli effetti e viene anche chiamato “shaker americano”. È quello utilizzato da Tom Cruise nel film “Cocktails”. Cannucce: sono molto utilizzate, specialmente per i long drink. Per i bicchieri bassi sono adatte quelle corte. Cavatappi: per l’apertura delle bottiglie. Meglio averne di diversi tipi, quello utilizzato dai sommelier è il migliore, soprattutto se siamo davanti a bottiglie con tappo a sughero. Esistono anche modelli più semplici (quelli idonei per i tappi a corona). Coltellino: utilizzato principalmente per pulire la frutta e togliere la scorza degli agrumi. Si può utilizzare anche uno spelucchino. Cucchiai: per miscelare alcuni cocktail generalmente si usa un cucchiaio a manico lungo. Il cucchiaino da caffè si utilizza per misurare la quantità di alcuni ingredienti. Frullatore (blender): per frullare la frutta e miscelare alcuni ingredienti particolarmente densi. Può essere utilizzato anche per alcuni cocktail, come il Frozen Daiquiri e il Banana Daiquiri Frozen. Frullino: è una lunga asticciola che termina con una paletta adatta per miscelare alcuni tipi di cocktail. Grattugia : per grattugiare le scorze d’arancia, limone o noce moscata. Lime squeezer: per spremere i lime tagliati a metà. Difficilmente reperibile nei negozi, si trova facilmente su Internet, in particolare su Ebay.it. Esiste anche una variante “messicana”. Macinino : per macinare pepe, cannella o altre spezie. Mixing-glass : Recipiente in vetro tronco-conico in cui si realizzano alcune miscele. Il mixing-glass si usa per cocktail con ingredienti facilmente amalgamabili. Passino: detto anche strainer. E’ una specie di paletta - in acciaio inossidabile o argento - che ha intorno una spirale per evitare che i cubetti di ghiaccio o pezzi di frutta cadano nel bicchiere. Pinze: servono per prelevare i cubetti di ghiaccio.

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Secchiello da ghiaccio: per raffreddare le bottiglie. Sifone da seltz: per ottenere acqua con molta anidride carbonica. Spremiagrumi : per ottenere il succo da limoni o arance. Stopper: si tratta di una specie di tappo, ovvero di sistema di chiusura in metallo, che permette di richiudere ermeticamente le bottiglie di spumante o champagne senza dissipare il contenuto di anidride carbonica. Tritaghiaccio: apparecchio elettrico o manuale che serve per ottenere ghiaccio tritato.

Dove si servono: i vari tipi di bicchieri Anche i bicchieri hanno una parte importante nella preparazione dei cocktails. Ballon: bicchiere a palloncino, molto richiuso in alto, in cui si degustano le grandi acquaviti. Coppetta da cocktail o coppetta Martini: è il classico bicchiere a forma di cono molto svasato. Il gambo premette la tenuta del bicchiere senza influenzare la temperatura della bevanda. Una variante è rappresentata dal double martini glass (doppia coppetta da cocktail), più alto e più ampio nell’apertura, che può arrivare a contenere 200ml. Flûte: il nome è francese e letteralmente significa “flauto”. Si tratta di un bicchiere dal gambo sottile e dalla forma allungata: questo consente di non riscaldare troppo il contenuto tenendolo in mano. Viene utilizzato per la degustazione di vini spumanti e soprattutto Champagne. Dagli anni Trenta ha progressivamente soppiantato l’uso della tradizionale coppa. Il motivo non è solo estetico: infatti, anche se la coppa resta molto popolare, non permette di apprezzare al suo valore giusto la qualità di un vino Champagne. La coppa essendo ampia e relativamente instabile, non consente il salire delle bolle fino alla superficie (il cosidetto perlage). Invece la flûte à Champagne lascia ammirare la salita delle bollicine e concentra in uno spazio stretto tutti gli aromi liberati in occasione del loro scoppio, prolungando così la sensazione di freschezza e l’effervescenza dello Champagne.

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Highball: il bicchiere highball è un bicchiere a forma cilindrica di tipo tumbler di capacità variabile tra 240 e 350 millilitri, utilizzato per servire cocktail miscelati o Highball. Il bicchiere highball è più alto dell’old fashioned glass ma più basso del Collins glass. Old fashioned: bicchiere tondeggiante e panciuto, adatto per il whisky, ma anche per alcuni cocktail come l’omonimo Old fashioned. Viene chiamato anche rocks glass o “lowball”. Vi si possono servire anche liquori on the rocks. L’American “old fashioned” e il “rocks” glass possono contenere da 22 a 34 centilitri. Shot: lo Shot è un bicchiere molto piccolo e compatto atto a contenere solo distillati o liquori senza aggiunta di altro. La capacità in volume è approssimativamente da 1 a 3 once. Viene tipicamente utilizzato per bere distillati in un “solo colpo” (one shot). Tumbler: bicchiere cilindrico alto e stretto. Ne esistono di varia capacità, il tumbler medio, basso e alto. E’ chiamato anche Delmonico da un celebre locale di New York (il Delmonico’s, fondato da ristoratori italiani) che ne lanciò la moda.

Le decorazioni e le guarnizioni Le decorazioni sono un elemento importante nel servizio dei cocktail e delle bevande in genere, perché con pochi semplici ingredienti si può trasformare un drink e presentarlo in maniera eccezionale. Le decorazioni possono essere semplici e composte. Le prime si riferiscono a fette di arance, limoni, semplici olive, mentre le seconde sono composte (ad esempio) da spiedini di frutta o comunque composizioni dove vengono inseriti più ingredienti. Ci sono alcune regole da seguire per preparare e presentare decorazioni: - gli short drink generalmente devono essere accompagnate con ciliege al maraschino, olive verdi e nere, cipolline in agrodolce, bucce di agru-

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mi e ramoscelli di menta; - i long e medium drink invece si possono decorare con qualsiasi cosa purché si tratti di ingredienti commestibili ristretti nelle seguenti categorie: frutta, erbe e verdure; - si possono altresì usare stecchini di plastica, ombrellini ed altri oggetti. Occhio a non esagerare! - le decorazioni devono risultare ben salde sul bicchiere (per evitare spiacevoli incidenti) e non apparire come castelli in aria; - nei long drink è necessario utilizzare sempre le cannucce al fine agevolare il cliente (è consigliabile sempre mettere due cannucce); - bisogna tener presente i tempi di esecuzione: evitate quindi decorazioni molto elaborate che richiedono un tempo di preparazione eccessivo; - è conveniente usare sempre frutta non molto matura per impedire che si spappoli ed evitare che si ossidi velocemente. Essa dovrà essere sempre precedentemente lavata; - è sconsigliato l’utilizzo dei fiori (soprattutto se molto profumati). Se proprio è necessario abbiate l’accortezza non collocarli a contatto con la bevanda; - è obbligatorio utilizzare sempre l’apposita pinzetta per inserire le decorazioni nelle bevande. Mai toccare le decorazioni con le mani! - si possono ottenere effetti cromatici e visivi decorativi anche utilizzando il ghiaccio tritato o il cosiddetto “crushed”; potete anche usare sciroppi, liquori colorati o creme di latte, le quali, a causa del loro speso specifico, restano in superficie o vanno in profondità o, ancora, alterano il gusto del drink proposto; - vengono considerate decorazioni anche le spolverate di noce moscata, di cacao, di zucchero a velo, cannella, di biscotti o altri simili; - il sale e lo zucchero posti sul bordo del bicchiere sono detti “crustas” (un esempio lo troviamo nel Margarita cocktail) sono da considerarsi elementi decorativi.

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Alcune tecniche di preparazione Neat: tutti quei prodotti singoli che vengono versati dalla bottiglia al bicchiere di servizio e possono essere serviti lisci o con ghiaccio (whisky, amari, etc). Build: tutti quei drink composti da vari ingredienti, preparati direttamente nel bicchiere di servizio, con ghiaccio o senza (per esempio: Cuba Libre, Negroni, Americano, etc). Mix & Pour: drink preparati direttamente nel Boston senza ghiaccio, mixati e versati nel bicchiere di servizio con ghiaccio (per esempio: Daiquiri Rocks, L.I.T.). Shake & Strain: quei drink che contengono ingredienti di difficile emulsionamento (creme, panna, latte e così via). Sono preparati nel Boston, shakerati con ghiaccio e poi filtrati nel bicchiere di servizio senza ghiaccio. Shake & Strain with ice: come la tecnica precedente, ma serviti con ghiaccio. Shake & Pour: alternativa alla tecnica Shake & Strain e mix & pour, preparato nel Boston senza ghiaccio poi shakerato con lo stesso bicchiere di servizio con ghiaccio e versato nello stesso con il ghiaccio di shakerata. Oppure, preparati nel Boston senza ghiaccio. Stir & Strain: drink di facile emulsionamento, con liquori delicati. Vengono preparati nel mixing-glass e raffreddati con lo stirrer, filtrati infine nel bicchiere di servizio ben freddo (per esempio: Martini (Dry), Manhattan). Muddle: tutti quei drink che contengono frutta e zuccheri da pestare precedentemente alla preparazione alcolica (per esempio: Caipiroska, Caipirina, Caipiritaly, etc.). Blend: per la preparazione dei drink frozen. Si preparano direttamente nel blender frullati con ghiaccio e versati nel bicchiere di servizio (per esempio: Piña Colada, Margarita frozen, etc.). Build Layer: per la preparazione di drink a strati. Si preparano direttamente nel bicchiere di servizio senza ghiaccio, tenendo conto del peso specifico degli ingredienti per formare gli strati. In Italia sono conosciuti come Pousse-café; un tipico esempio è il B52.

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Un po’ di storia dei cocktails mondiali Correva il 2 novembre del 1960: i rappresentanti delle nozioni aderenti all’lba sono riuniti presso l’Hotel Scribe di Parigi per il tradizionale congresso annuale. L’agenda degli argomenti da dibattere comprende al sesto punto la voce “discussione della codifica delle bevande”. A prendere la parola è il compianto presidente Iba Angelo Zola: a fronte del numero sempre crescente di differenti bevande miscelate, egli propone la formazione di un comitato che riduca il vasto numero di cocktails e ricette. Richiede a ogni comitato nazionale di inviare le proprie preparazioni più tipiche al fine di stabilire una lista che comprenda tra i 50 e gli 80 cocktail che verranno classificati come “approvati dall’lba”. A un anno di distanza, a Oslo, si ha la definizione delle “prime cinquanta ricette di cocktail approvate dalla presidenza Iba”. Con ciò non si è inteso - come potrebbe apparire dalla traduzione letterale degli atti riportati sopra - limitare il numero delle preparazioni miscelate, bensì codificare un ricettario a livello internazionale in grado di definire con precisione i componenti dei drink prescelti tra i più noti e richiesti e le loro percentuali. Attraverso la loro diffusione ad ogni iscritto alle associazioni dei barmen delle nozioni aderenti all’lba, per il consumatore sarà possibile richiedere e ottenere, ad esempio, un Mai-Tai sempre uguale in quanto a componenti, proporzioni, preparazione e servizio. Prendeva così il via la storia dei “50 mondiali”, il vangelo di ogni barman la base da apprendere, ma non solo memorizzare, bensì studiare a fondo, analizzare poiché attraverso questo sarebbe stato poi possibile sì soddisfare al meglio ogni richiesta specifica, ma pure comprendere i parametri per la costruzione di quel patrimonio unico che è il “ricettario” proprio di ogni barman, composto di preparazioni personali e inedite, molte delle quali, grazie alla propria validità, si affermano e acquistano notorietà, una fama che spesso si spinge oltre i confini nazionali. Nel frattempo avviene anche che alcune preparazioni col passare del tempo non incontrino più il gusto del consumatore, pertanto vengano sempre meno richieste e cadano nel classico “dimenticatoio”. Oppure, qualche barman non ci crede più: qualche barman che conta a livello internazionale naturalmente. E così succede che nel novembre 1985 ad Amsterdam, nel corso del congresso mondiale dei barmen Iba, viene istituita una commissione a cui si

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affida il compito di esaminare la realtà del bere miscelato ed apportare le opportune modifiche. Variazioni che puntualmente vengono presentate l’anno dopo (sempre in novembre) nella caratteristica località normanna di Deauville: i “mondiali” passano da 50 a 73, non solo con numerosi nomi nuovi, ma anche con numerose “uscite”, cui si unisce un’appendice: i 25 cocktail vincitori degli “Iba’s World Challenge”, ovvero primi classificati ai campionati mondiali che si svolgono ogni tre anni. E’ facile capire quale sia stato l’impegno per ogni operatore per memorizzare e studiare a fondo le nuove ricette e soprattutto le modifiche di quelle rimaste, lasciando una coda di polemiche discussioni, e in alcuni casi di rifiuto che si è protratta per alcuni anni. Si arriva così al 1993 (sempre nel fatidico novembre) a Vienna: un’altra commissione che ha lavorato sull’onda delle critiche giunte dai bar di ogni parte del mondo (soprattutto i giovani non sapevano cosa fare: nelle scuole alberghiere gli avevano insegnato i mitici 50 cocktail in un dato modo, ora si trovavano a ribaltare dosi e ingredienti) presenta il nuovo abc del bere miscelato, i cocktail mondiali si riducono da 73 a 53 con l’aggiunta di 4 ricette analcoliche. Nel 1993 le proporzioni per la quasi totalità dei casi sono rimaste fissate in decimi (lo avevano deciso nel 1986), ma alcuni cocktails come l’Alexander, il Grasshopper e il celebre Negroni riconquistano i “terzi” con il sommo gaudio dei “beventi”. Ma anche la classificazione in decimi non va più bene (e giustamente, visto che se si parla di liquidi e capienza di bicchieri bisogna ragionare in litri, centilitri e millilitri). Oggi i cocktail sono tutti in centilitri e sono aumentati arrivando a 66 cocktails. Negli USA come entità di misura troviamo le once (abbreviate nei ricettare in oz).

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I cocktails codificati dall’IBA I cocktail codificati dall’IBA si dividono in cinque categorie: • Pre-dinner • After- Dinner • Long drinks • Cocktail famosi • Cocktails speciali (al momento vi è solo un cocktails). Questo è l’elenco completo.

Pre-dinner Martini (Dry) Martini (Perfect) Martini (Sweet) Martini (Vodka) Gibson Negroni Old fashioned Paradise Rob Roy Rose Whiskey Sour

Americano Bacardi cocktail Daiquiri Frozen Daiquiri Banana Daiquiri Bronx Kir Kir Royal Manhattan Manhattan Dry Manhattan Medium Margarita

after-dinner

Brandy Alexander Black Russian White Russian French Connection God Father God Mother

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Golden Cadillac Golden Dream Grasshopper Porto Flip Rusty Nail


long drink

Bellini Bloody Mary Brandy Egg Nog Buck’s Fizz Mimosa Bull Shot Champagne cocktail John Collins Gin Fizz

- collins type Harvey Wallbanger Horse’s Neck Irish Coffee Pina Colada Planter’s Punch Screwdriver Singapore Sling Tequila Sunrise

cocktail famosi (popular cocktails)

B52 Salty Dog Sea-Breeze Cuba Libre Sex On The Beach Apple Martini

Caipirinha Cosmopolitan Japanese Slipper Kamikaze Long Island Iced Tea Mai-Tai Mojito Orgasm

special cocktail

Ladyboy

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I PRE-DINNER

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Americano Ingredienti • 3.0 cl Bitter Campari • 3.0 Vermouth rosso Si prepara direttamente nel bicchiere old fashioned con ghiaccio. Si completa con soda water e si decora con mezza fetta d’arancia ed una scorza di limone.

Questo cocktail aperitivo è molto semplice da preparare: si versano gli ingredienti direttamente nell’old fashioned (in alternativa, in un tumbler basso), con alcuni cubetti di ghiaccio e si mescolano con lo stirrer. Si colma con soda water e si decora con la mezza fetta d’arancia e la scorza di limone. Diversi autori sostengono che si tratti di un cocktail creato in Italia negli anni Trenta. Il suo nome, forse dovuto alla moda di americanizzare tutto, è fuori luogo in quanto tra gli ingredienti non c’è nulla … di americano! Difatti il vermouth è piemontese, mentre il Bitter Campari è milanese; così anche la soda water (letteralmente acqua di soda) fu inventata a Milano: non parliamo poi delle arance e limoni, anche questi prodotti tipicamente mediterranei. Esiste anche un’altra versione che racconta che il primo Americano abbia fatto comparsa nel 1860, presso il Gaspare Campari’s bar a Milano. Nella cinematografia mondiale l’Americano diventa celebre anche perché è uno dei cocktail preferiti da James Bond (ed anche il primo ordinato nel film “James Bond 007 - Casino Royale” con David Niven).

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Un altro racconto invece fa risalire il cocktail al periodo del fascismo e collega il suo nome a quello di Primo Carnera, pugile italiano, detto “L’Americano”, dopo una vittoria conseguita a New York. Primo Carnera approda in America nel 1930. Qui è sotto contratto con il Madison Square Garden di New York e si ritrova poi in Italia a combattere contro il re-match Paulino Uzcudun, a Roma. Al match è presente anche Mussolini. Primo Carnera combatte rifiutando il compenso e indossando una camicia nera, al fine di esprimere la propria vicinanza al regime fascista. Il match ben combattuto da entrambi gli sportivi, vede il pugile italiano vincere ai punti. Il pubblico Primo Carnera, detto l’Americano esprime il proprio entusiasmo, ora più che mai. Le istituzioni, allora, lo accolgono e lo omaggiano. Carnera rappresenta un modello utile al regime. Benito Mussolini lo fa affacciare dal balcone di Piazza Venezia. Il Duce fa di Carnera un modello da imitare. Il Minculpop (ministero della cultura popolare) fa di lui un modello ideale dell’italiano. Attraverso lui, si invogliano i balilla, si rende più popolare l’ideologia fascista. E, alla fine, gli viene dedicato anche il cocktail. Il cocktail Americano è considerato il “padre” del Negroni e del Negroni Sbagliato (chiamato semplicemente “Sbagliato”): difatti il Negroni è una versione nettamente più alcolica rispetto le altre due e si presenta così: 3.0 cl Vermouth rosso, 3.0 cl Campari Bitter, 3.0 cl Gin (vecchia ricetta: 1/3 Vermouth rosso, 1/3 Campari bitter 1/3 Gin); mentre invece lo Sbagliato, è preparato nel seguente modo: 3.0 cl Vermouth rosso, 3.0 cl Campari bitter, 3.0 cl Spumante Brut o Prosecco.

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Bacardi Ingredienti • 4.5 cl Bacardi Rum Bianco • 2.0 cl Succo di limone o lime • 0.5 cl Sciroppo di granatina Si prepara nello shaker e si serve in una coppetta a cocktails ben raffreddata.

Il Bacardi è una variante del cocktail Daiquiri (che contiene come distillato base il Rum bianco, succo di lime o limone e sciroppo di zucchero, anziché lo sciroppo di granatina). La versione che conosciamo noi oggi è nata negli USA. Le prime ricette del Bacardi apparvero verso il 1917, in un ricettario di Tom Bullock, “Ideal Bartender”. Il Rum Bacardi invece è legato a un personaggio famoso nella storia dei distillati: Don Facundo Bacardi. Nato in Catalogna, si trasferì successivamente a Santiago di Cuba per avviare un’attività di commercio in vini. Nel 1862 acquistò un alambicco e cominciò la distillazione della melassa da canna da zucchero Don Facundo Bacardi delle piantagioni vicine. Il suo ron (rhum) diffusosi prima a L’Avana e poi in Florida, ebbe un grande successo. Ci fu una pausa solo durante il proibizionismo, quando furono interrotte le esportazioni verso gli USA. Tuttavia Facundo Bacardi continuò l’espansione anche grazie a numerosi “turisti” americani che vennero ad approvvigionarsi alla fonte. Nel 1960 Fidel Castro, con un colpo di mano, nazionalizzò le distillerie di Santiago, ma l’azienda fece in tempo a trasferirsi in Messico ed a Portorico. Oggi Bacardi è uno dei maggiori produttori di alcolici del mondo e possiede distillerie alle Bahamas, in Brasile, in Canada, in Venezuela e in Martinica, per un totale di oltre 200 milioni di bottiglie prodotte.

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Daiquiri Ingredienti • 4.5 cl Rum Bianco • 2.0 cl Succo di limone o lime • 0.5 cl Sciroppo di zucchero Si prepara nello shaker e si serve in una coppetta a cocktails raffreddata. Anche il Daiquiri, come il Bacardi, non prevede decorazione.

Il Daiquiri (o Daiquirì) è un cocktail di origini caraibiche. Già in voga negli USA ai primi del Novecento, si può bere anche come corroborante e dissetante. Le sue origini paiono risalire al 1898, in piena guerra tra Stati Uniti e Spagna e precisamente dopo l’affondamento della nave Maine, nel porto dell’Avana. Secondo gli storiografi, un marine sbarcò in un piccolo villaggio nei pressi di Santiago di Cuba, precisamente a Daiquiri. Qui per placare la sete entrò in una baracca che fungeva da mescita. Rifiutandosi sdegnosamente di bere rum liscio, lo fece allungare con succo di lime e poi lo corresse ulteriormente con un po’ di zucchero. Nacque così il Daiquiri. Da notare che nello stesso periodo nacque anche il Cuba Libre. Un’altra leggenda riportata dal sito Elfloridita.net, sposta la sua data di nascita pochi anni più tardi, nel 1905, quando alcuni ingegneri americani impegnati nei lavori in una miniera, lo inventarono e gli diedero il nome della spiaggia cubana Daiquiri. Andò così: l’ingegnere Pagliuchi visitò una miniera di ferro ad est di Cuba chiamata Daiquiri. Qui chiese al suo collega americano, tale Jennings S. Cox, il funzionamento della miniera per poterne esplorare altre. Alla fine della giornata, Pagliuchi propose di bere qualcosa. La leggenda narra che Cox aveva a disposizione solo rhum, dei lime e dello zucchero. Miscelarono gli ingredienti in uno shaker con ghiaccio e Pagliuchi chiese: “Come si chiama questo cocktail?”. “Non ha un nome...potrebbe essere un rhum sour”, rispose Cox. Pagliuchi concluse: “Questo nome non è degno di un cocktail così fine e delizioso come il nostro. Lo chiameremo Daiquiri”. Su Elfloridita.

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net è presente anche una versione molto simile a quella appena citata: http://www.elfloridita.net/pages/daiquiri.php Il Daiquiri fu uno dei cocktails preferiti dallo scrittore Ernest Hemingway, insieme al mojito. Egli amava ripetere: “My mojito at La Bodeguita, my daiquiri at El Floridita”.

Hemingway al Floridita (tratta da Elfloridita.net)

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Frozen Daiquiri Ingredienti • 4.5 cl Rum Bianco • 2.0 cl Succo di limone o lime • 0.5 cl Sciroppo di zucchero • una pallina di gelato Si versano gli ingredienti nel blender con ghiaccio tritato. Questo cocktail va servito in un bicchiere tipo Goblet, con due cannucce. Si può anche servire in una coppa tipo “Sombrero”.

Il Frozen Daiquiri non è altro che una versione del Daiquiri moderna. Ottimo d’estate, rinfrescante, adatto alle serate in discoteca. La ricetta internazionale dell’IBA riporta tra gli ingredienti anche la presenza di una pallina di gelato. Il bicchiere più adatto a servire il Frozen Daiquiri è il Goblet. Si tratta di un bicchiere simile ad una coppa, indoneo per long drink. Di versioni del Daiquiri ve ne sono diverse. Non a caso il classico Daiquiri è uno dei sei cocktails base stilati da David Augustus Embury nel suo “The Fine Art of Mixing Drinks”. Il Libro “The fine Art of Mixing Drinks, Già in questo libro, l’autore suggeriedito nel 1948 sce qualche variante sostituendo lo sciroppo di zucchero con la granatina (ovvero: il Bacardi). Per la cronaca, gli altri 5 cocktails sono: il Martini, il Manhattan, l’Old Fashioned, il Sidecar e il Jack Rose.

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Banana Daiquiri Ingredienti • 4.5 cl Rum Bianco • 2.0 cl Succo di limone o lime • 0.5 cl Sciroppo di zucchero • 1/2 banana Mettete nel blender del ghiaccio tritato, aggiungete gli ingredienti e frullate il tutto. Questo cocktail va servito in un bicchiere tipo Goblet oppure una coppa “Sombrero”.

Anche il Banana Daiquiri è una versione del Daiquiri moderna. La banana, ingrediente che caratterizza questo cocktail, è il frutto del banano (Musa sapientum). La parola banana deriva dall’arabo e significa dito. Questo frutto, che non era ancora stato scoperto ed importato in Europa, veniva descritto nel 1601 come il frutto che profuma di rosa. La banana è menzionata per la prima volta nella storia scritta in testi buddistici del 600 a.C. Alessandro Magno scoprì il sapore della banana nelle valli dell’India nel 327 a.C. Ma già nel 200 avanti Cristo esisteva una coltivazione organizzata di banane in Cina. Nel 650, i conquistatori islamici portarono la banana fino in Palestina. Poi i mercanti arabi diffusero successivamente le banane in quasi tutta l’Africa. Nel 1502, i coloni Portoghesi iniziarono a coltivare le prime piantagioni di banane nei Caraibi e in America Centrale. Oggi da questo frutto, si produce artigianalmente una crema di banana (circa 30°) con macerazione dei frutti in alcol. Generalmente vengono usati degli alcolati provenienti dai Caraibi e ottenuti dalla distillazione delle bucce di banana. La crema di banana è piuttosto dolce e piacevole e viene utilizzata per diversi cocktail; alcuni ricettari sostituiscono la mezza banana con la crema di banana.

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Bronx Ingredienti • 3.0 cl Gin • 1.5 cl Vermouth rosso • 1.0 cl Vermouth dry • 1.5 cl Succo d’arancia Si prepara nello shaker e si serve in una coppetta a cocktail (o una coppetta Martini) senza decorazione.

Il cocktail Bronx è un Martini Perfect, ma con l’aggiunta di succo d’arancia. Il Bronx nel 1934 diventa uno dei cocktail più famosi, menzionato in “The World’s 10 Most Famous Cocktails in 1934”: veniva subito dopo il Martini (al primo posto) ed il Manhattan (secondo classificato). Il Bronx si ispira senza dubbio ad uno dei cinque “borough” in cui è divisa la città di New York, posizionato a nord di Manhattan. La sua popolazione è di circa 1.300.000 abitanti. Il nome Bronx deriva da quello dello svedese Jonas Bronck, il quale fu tra i primi a insediarsi nell’area nel 1639. In origine il Bronx faceva parte della contea di Westchester County. Poi divenne un borough e non un’isola quando s’unì alla città di New York City nel 1898. Negli anni il Bronx ha continuato ad attirare immigranti ed attualmente è la dimora di diverse minoranze etniche. Tra gli edifici più famosi vi è la chiesa di St. Jerome (posta sulla 138a strada) e lo Yankee Stadium, sito sulla riva destra del fiume Harlem dal lato del Bronx. La sua fama purtroppo è legata al fatto di essere la zona più malfamata di tutta New York. In Harlem vissero, tra gli altri, anche Arturo Toscanini, Theodore Roosevelt e Mark Twain. Mark Twain visse ad Harlem

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kir Ingredienti • 9.0 cl Vino bianco secco • 1.0 cl Crema di Cassis Si prepara direttamente nella flûte, versando prima la Crème de Cassis e infine colmando con vino ben freddo. In alternativa si può usare un bicchiere a calice per vino.

Questo cocktail ha origini francesi e la leggenda narra che fu l’abate Kir di Digione a proporre questo cocktail agli ospiti. Naturalmente si usava del vino francese. La Crema di cassis (chiamata anche Cassis de Dijon o Crème de cassis de Dijon) è un liquore francese ottenuto dalla macerazione del ribes in alcol con l’aggiunta di sciroppo di zucchero. Ha ottenuto l’A.O.C. (ovvero Appellation d’Origine Contrôlée “Crème de Cassis de Bourgogne”). Deve avere una gradazione minima di 15° ed un contenuto di almeno 400 grammi di zucchero per litro. La produzione di questo liquore è consentita solo a Dijon con ribes (la varietà migliore è il Nero di Borgogna) raccolti nella Côte d’Or. Il ribes viene macerato in alcol per almeno tre mesi, con numerosi rimontaggi. Poi dalla spillatura si ottiene il jus vierge. Successivamente la massa del ribes viene ricoperta di alcol e acqua, spil-

Dijon - Francia

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lando si ottiene il secondo succo detto recharge. Si ripete l’operazione un’altra volta e si spilla un terzo succo detto lavasse. Ognuno di questi passaggi estrae una serie diversa di sostanze. Alla fine il ribes è pressato e distillato, l’alcol che si ricava servirà per macerare altro ribes. Il cassis di Dijon è ottenuto dalla miscela dei tre differenti succhi con aggiunta di acqua, zucchero e alcol puro. Si usa soprattutto negli aperitivi per il Kir ed il Kir Royal. Tuttavia può essere usato come digestivo con un terzo di cognac o grappa.

kir Royal Ingredienti • 9.0 cl Champagne • 1.0 cl Crema di Cassis Si prepara direttamente nella flûte, versando prima la Crème de Cassis e colmando infine con Champagne.

Tra tutti coloro che hanno apprezzato il Kir, vi sono anche De Gaulle e Giovanni Paolo XXIII, quando era nunzio apostolico di Parigi. La parola champagne deriva da “campo” o “campagna”. Per il vino identifica la grande regione a nord est di Parigi con i centri di Reims e Epernay, dove si produce appunto lo champagne, il più famoso vino spumante del mondo. Champagne (Grande e Petite) è anche il nome delle due zone del territorio del Cognac nelle quali si produce il distillato di qualità superiore. Tornando al Kir ed al Kir Royal, esistono diverse varianti. Eccone altre meno famose, ma altrettanto gustose: Kir on the Sky: si aggiunge Vodka e lime squeeze in sostituzione del vino o dello Champagne (cocktail di Marco Blasi, presentato al Barfestival 2007 a Kuala Lumpur); Kir Pétillant: con vino spumante; Kir Imperial: con lampone al posto del ribes e Champagne. Fino al 1987

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era nella classificazione dei cocktail IBA; Kir Normand: con sidro di Normandia in sostituzione del vino; Kir Breton: con sidro bretone in sostituzione del vino; Cidre Royal: con sidro e Calvados.

Manhattan Ingredienti • 5.0 cl Rye o Canadian whiskey • 2.0 cl Vermouth rosso • 2 gocce di Angostura Bitter Si prepara nel mixing-glass con ghiaccio e si serve nella coppetta a cocktail, con una ciliegina al maraschino.

Il Manhattan oggi è uno dei più famosi cocktail a base di whiskey. Grazie ai suoi ingredienti è un ottimo aperitivo. Secondo una tradizione popolare, pare che questo cocktail sia nato presso il Manhattan Club di New York City nel 1870: qui si svolgeva un ricevimento organizzato da Jennie Jerome (madre del Primo Ministro Winston Churchill) in onore del candidato presidenziale Samuel J. Tilden. Il successo del ricevimento si riflettè anche sul cocktail Manhattan, che divenne alla moda. Le cronache dell’epoca parlano del “Manhattan cocktail” come un mix di “American Whiskey, Italian Vermouth and Angostura bitters”. Sulla scia del successo nacquero numerosi varianti di cocktail chiamati “Manhattan” e serviti nella zona di Manhattan. Infatti ancora oggi esistono innumerevoli versioni di questo cocktail. Per esempio The Savoy Cocktail book di Harry Craddock presenta una versione definita dolce, dove gli ingredienti si equivalgono: ½ di Rye o Canadian Whiskey ed ½ di Vermouth italiano (sinonimo di vermouth rosso). Nel 1948 David A. Embury nel suo The Fine Art of Mixing Drinks così presenta il cocktail:

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“The Manhattan 5 parts American whiskey 1 part Italian (sweet) vermouth dash of Angostura bitters to each drink Stir with ice, strain into a cocktail glass and serve garnish with a maraschino cherry.” Curiosità: il Manhattan è uno dei cocktail più citati nei programmi televisivi. Nella serie Sex and the City risulta uno dei più consumati (insieme al Cosmopolitan). Nella scena finale dell’episodio numero 90 è descritto nei minimi dettagli e in questa puntata si approfitta per parlare anche dell’amore verso la loro città: Manhattan, appunto. Ne “I Simpsons”, nell’episodio intitolato “Bart l’assassino”, Bart Simpson viene risparmiato da Tony Ciccione (Anthony D’Amico), capobastone della mafia di Springfield solo se riuscirà a preparare un superbo Manhattan. Ci riesce e diventa barman della mafia. “Eddie lo svelto”, il protagonista principale de “Il colore dei soldi” di Scorsese, interpretato da Paul Newman, sceglie il Manhattan come suo cocktail preferito. Nel film “A qualcuno piace caldo”, con Marilyn Monroe e Jack Lemmon (diretto da Billy Wilder) le ragazze improvvisano un party sul treno e scelgono di preparare un Manhattan usando Bourbon whiskey anziché il Canadian e miscelano il tutto in una bottiglia.

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Manhattan Dry Ingredienti • 5.0 cl Rye o Canadian whiskey • 2.0 cl Vermouth dry • 2 gocce di Angostura Bitter Si prepara nel mixing-glass con ghiaccio e si serve nella coppetta a cocktail; si guarnisce infine con un lemon twist.

Si tratta di una variante del Manhattan, più secco del precedente. Infatti al posto del vermouth rosso (dolce), viene utilizzato il Vermouth dry. Un ingrediente caratterizzante, come il precedente, è l’Angostura. L’Angostura è il nome commerciale di un bitter alcolizzato a base di rhum e scorze di arancia amara. Fu ideato da J.G. Siegert, medico e generale dell’armata di Bolivar, nel 1824, quando inventò questo bitter aromatico dal colore rosso-bruno dal gusto pronunciato di genziana, dandogli il nome di Angostura, città dove si trovava l’attuale Ciudad Bolivar. Successivamente venne commercializzato in Venezuela dal 1830 e fabbricato a La Trinité secondo la ricetta originale di Siegert. Una goccia di Angostura entra nella composizione di molti cocktail e in molte ricette di cucina. Viene utilizzato anche in pasticceria.

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M anhattan Medium (o Perfect) Ingredienti • 5.0 cl Rye o Canadian whiskey • 2.0 cl Vermouth dry • 1.0 cl Vermouth rosso Si prepara nel mixing-glass con ghiaccio e si serve nella coppetta a cocktail, guarnendo con una ciliegina al maraschino e un lemon twist.

Nella versione Medium (o Perfect) non troviamo più l’Angostura, ma sono presenti due tipi di vermouth: il dry ed il rosso. In italiano si può dire indifferentemente vermut o vermouth (la seconda dizione è di origine francese). La parola proviene dal termine Wermuth, nome tedesco dell’assenzio (Artemisia absinthium), usata anche per designare i vini con aggiunta di assenzio. La produzione di vini aromatizzati con fiori, erbe, resina e spezie ha origini assai antiche. Infatti risale all’antica Grecia, dove Ippocrate usava preparare un vino aromatizzato a base di artemisia e dittamo con virtù digestive e tonificanti, oltre che curative. Per tutto il Medioevo questo tipo di vino sarà chiamato vino ippocratico o vino d’assenzio. I veneziani, detentori del monopolio del commercio con l’Oriente, introdussero in Italia un gran numero di piante aromatiche e spezie che entrarono nella composizione di molti vini ippocratici. La descrizione di uno di questi vini la troviamo in “De notevoli et utilissimi ammaestramenti dell’agricoltura”, stampata a Venezia nel 1542 e che rappresenta la traduzione dal greco al volgare da parte di un certo Pietro Lauro Modenese di un’opera appunto di Costantino del 300 d.C. Leonardo Fioravanti, medico bolognese, nel 1678 così descriveva le virtù del vermut: «Facilita la digestione, pulisce il sangue, dà un buon sonno e un colore sano alla pelle. Il suo amaro eccita le funzioni biliari, riconforta il fegato, fa lavorare meglio le reni e rallegra il cuore». Nel Rinascimento i centri di maggiore produzione dei vini aromatizzati furono Torino, Venezia e Firenze. Proprio nel Piemonte (oggi patria del

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vermouth) vi erano condizioni particolarmente favorevoli: infatti abbiamo da una parte la pianura che produceva vini bianchi secchi e dall’altra la montagna dove crescevano una grande quantità di erbe. Il vermut è sostanzialmente una miscela di vino, alcol, zucchero e sostanze aromatiche senza l’aggiunta di coloranti. Soltanto per il tipo rosso, la colorazione è data dall’aggiunta di caramello. I vini impiegati nella preparazione sono vini neutri senza profumi e senza gusto spiccato, come alcuni trebbiano romagnoli oppure vini dell’Italia meridionale. Gli aromi utilizzati sono molteplici ed ogni casa nasconde la propria ricetta segreta. Vi sono tuttavia ingredienti che ricorrono spesso come: scorze di china, artemisia, iris, coriandolo, genziana, zenzero, cannella, origano, garofano, camomilla, arancia amara, timo, vaniglia, ecc. Gli aromi un tempo erano essiccati, triturati e messi in un sacco di tela immerso a macerare nel vino. Oggi invece l’estrazione avviene per infusione o macerazione con eventuale distillazione del prodotto macerato. L’estratto, prima di essere aggiunto al vino, è invecchiato per qualche mese in botte. La gradazione alcolica varia da 15,5° a 19°. A seconda del contenuto di zucchero, abbiamo due tipi di vermut. Il vermut dolce contiene da 14 a 260 grammi di zucchero per litro: è prodotto bianco, rosso e rosé. Il tipo classico è il vermut di Torino rosso. Esistono anche vermut chinati, alla vaniglia o amari. Il vermut secco o dry è di colore bianco e contiene meno di 40 grammi di zucchero per litro. In Francia si produce un vermut tipo Chambery che si discosta da quelli italiani per colore e gusto più ossidati. Il vermut si beve generalmente come aperitivo, puro e ben freddo. A volte si aggiunge ghiaccio e si decora con una scorza di limone o arancia. Molti sono i cocktail dove è presente il vermouth (tra i più celebri, il Negroni ed il Martini Dry).

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Margarita Ingredienti • 3.5 cl Tequila • 2.0 cl Cointreau • 1.5 cl Succo di limone o lime Si prepara nello shaker e si serve in una coppetta a cocktail. Si “orla” tutta la coppetta con del sale. In Italia vi è l’abitudine di orlare solo una parte del bordo: questo secondo il gusto del cliente

Si tratta di un cocktail rinfrescante, tipicamente estivo. Sono numerose le leggende sulla sua nascita ma sembra che la sua origine risalga agli anni Quaranta e si debba ad un certo Danny Herrera, proprietario del Rancho La Gloria tra Rosarito Beach e Tijuana. Danny Herrera fu costretto ad inventarsi una serie di miscele a base di tequila per una sua ospite che poteva bere solo cocktail di questo tipo; la più riuscita fu senza dubbio la ricetta del Margarita e da quel momento il cocktail divenne celebre. La tequila è un’acquavite messicana ricavata dalla distillazione del succo del frutto dell’agave coltivata in una regione delimitata. La distillazione non era conosciuta in Messico fino a quando arrivarono i conquistadores spagnoli, portando con sé i primi alambicchi. In mancanza di altre materie si iniziò a produrre la pulque, una bevanda fermentata ricavata dall’agave. La tequila nasce agli inizi del secolo; il nome deriva dall’omonima città nella provincia di Jalisco nel cuore del Messico. Oggi si coltiva una varietà di agave, nota come “agave tequilana”, che ha bisogno di un periodo di dodici-quindici anni prima di produrre i primi frutti. I frutti vengono bolliti, macinati e pressati. Il succo che si ricava è messo a fermentare con l’aggiunta di lieviti. Il liquido fermentato è distillato in alambicco discontinuo di tipo charentais. La prima distillazione produce un liquido alcolico a 20° circa, chiamata mescal, che a volte può essere

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messo in commercio tal quale. La seconda distillazione produce un’acquavite chiara e forte: la tequila. L’anejo è una qualità di tequila, dal colore bruno chiaro, invecchiata in fusti di rovere bianco. La tequila si beve pura oppure mangiando immediatamente prima un pizzico di sale ed una fetta di limone.

Tommy guns tequila

Martini (Dry) Ingredienti • 5.5 cl Gin • 1.5 cl Vermouth Dry Si prepara nel mixing-glass e si serve nella coppetta da cocktail, aggiungendo uno sprizzo di scorza di limone oppure un’oliva verde servita preferibilmente a parte.

Pare che questo cocktail sia stato ideato da un tale Martini, italiano nativo di Arma di Taggia, intorno al 1910 presso il Knickerbocker Hotel di New York in onore di John D. Rockefeller. Questa versione è la più accreditata ed è stata documentata da John Doxan in “Stirred - Not Shaken”. Altri autori sostengono invece che sia un

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Martinez, operante in un grande bar a Boston. Esistono diverse varianti del Martini, come lo Sweet Martini ed il Medium Martini, oltre al Vodkatini, quello preferito da James Bond che chiedeva: “Vodka Martini agitato, non mescolato”. Il Martini Dry faceva parte delle 6 ricette fondamentali del “The Fine Art of Mixing Drinks” di David A. Embury, del 1948. La ricetta proposta da Embury era la seguente: 7 parts English gin 1 part French (dry) vermouth Come si diceva, le tesi riguardanti le origini di questo cocktail sono numerose e, in gran parte, vicine alla leggenda. Altre versioni vedono il cocktail nascere in una cittadina della California di nome Martinez. Qui è presente una targa in bronzo che recita: “In questo luogo, nel 1874 Julio Richelieu, barista, ha servito il primo Martini a un minatore che, entrato nel suo saloon... aveva chiesto qualcosa di speciale. Gli venne servito un ‘Martinez Special’. Dopo tre o quattro bicchieri la ‘z’ si era persa per strada.” Andando a ritroso nel tempo, intorno al 1860, pare che Jerry Thomas, titolare di un bar a San Francisco presso l’Occidental Hotel sulla Montgomery Street nonché celebre barman, avesse servito un cocktail di nome Martinez ad un cliente in viaggio appunto per Martinez. L’Oxford English Dictionary invece associa erroneamente l’origine del nome del cocktail a quello del vermouth dry della Martini & Rossi, ma la ditta sarebbe nata più tardi del cocktail stesso. Andrea Moschetti, nel suo libro “Barman. Il mondo in una goccia”, spiega che sono tre i modi per servire il Martini: il Dry Martini, appunto, il Martini Montgomery e Martini all’americana. I tre diversi modi di preparare la bevanda la caratterizzano nel gusto, dal secco del dry al very dry del Montgomery all’extra dry di quello all’americana dove il vermouth partecipa solo a livello di profumazione. Il nome Bernard Law Montgomery Montgomery al Martini fu dato da Hemin-

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gway, il quale sosteneva che il Generale Montgomery era solito attaccare il nemico solo quando le sue forze erano in rapporto di quindici a uno, così anche il suo Martini doveva essere di 15 parti di gin e una di vermouth. Nella versione all’americana invece il vermouth viene solamente usato per profumare il ghiaccio e poi viene eliminato. Il Martini resta oggi il re dei cocktail.

Martini (Perfect) Ingredienti • 5.5 cl Gin • 1.0 cl Vermouth Dry • 1.0 cl Vermouth rosso Si prepara nel mixing-glass e si serve nella coppetta a cocktail; si può guarnire con una ciliegina rossa oppure con una scorzetta di limone.

Il Perfect Martini (chiamato anche Medium Martini) è una variante del celebre Martini cocktail. Il suo sapore tende decisamente verso il dolce, vista la presenza del vermouth rosso e della ciliegina. Il suo nome richiama l’azienda Martini e Rossi, che pur essendo nata nel 1863 (qualche anno dopo la prima menzione del Martini cocktail ad opera di Jerry Thomas) gioverà sicuramente del successo del drink, tanto che Martini rosso o Martini dry spesso sono sinonimi di vermouth rosso e vermouth dry. L’azienda, inizialmente chiamata Martini, Sola e C., venne fondata da Luigi Rossi, geniale erborista, in società con Alessandro Martini e Teofilo Sola rilevando un’avviata distilleria. Dalla sua fondazione ha conosciuto una costante espansione. Nel 1993 è stata acquistata dal gruppo Bacardi ed è nato un nuovo gruppo denominato Bacardi-Martini. Gli stabilimenti più importanti di produzione sono a Pessione vicino Chieri per vermut e liquori, a Santo Stefano Belbo per l’Asti Spumante. Altri stabilimenti sono dislocati nelle varie filiali sparse in tutto il mondo. I prodotti Martini e Rossi sono principalmente i vermut: Martini Bian-

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co, Martini Rosso, Martini Dry e Martini Rosè (soprattutto i primi due sono internazionalmente conosciuti, tanto che si chiamano semplicemente “Bianco” e “Rosso”), e sono bevuti sia come aperitivi sia utilizzati per la realizzazione di un grande numero di cocktail, tra i quali appunto la celebre serie dei Martini cocktails. Gli altri prodotti sono la China Martini, la Menta Sacco, gli spumanti e l’Asti Spumante.

Martini (Sweet) Ingredienti • 5.5 cl Gin • 1.5 cl Vermouth rosso Si prepara nel mixing-glass e si serve nella coppetta a cocktail, aggiungendo una ciliegina al maraschino come guarnizione. Si può anche servire con ghiaccio, ma in questo caso va servito in un bicchiere old fashioned.

Sweet sta per dolce. Infatti dei quattro Martini “mondiali”, questo è sicuramente il più dolce, per via del vermouth rosso e della ciliegina.

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L’altro ingrediente, fondamentale, è il Gin. Verso la fine del XVI secolo gli olandesi vendevano in Inghilterra la loro acquavite a base di ginepro chiamata genever. Le navi provenienti da Schiedam sbarcavano i barili di acquaviti nei porti di Bristol, Portsmouth e Londra. In quel periodo per distillare in Inghilterra occorreva una autorizzazione reale. Nel 1688 al trono d’Inghilterra sale Guglielmo d’Orange, che proibisce l’importazione delle acquaviti straniere, per favorire la produzione di acquaviti di grano inglesi. Approfitta del conflitto di interesse dei parlamentari, i quali, essendo quasi tutti grandi proprietari terrieri, approvarono la legge, aumentando così le vendite dei cereali prodotti sulle loro terre. Nacquero molte distillerie che cominciarono la produzione di un’acquavite simile al genever e che, ben presto, per contrazione, venne chiamata gin. Per aumentare la produzione di cereali e incrementare il consumo di gin, la distilleria è liberalizzata e le tasse sugli alcolici sono notevolmente ridotte. Fu questo l’inizio dell’ “era del gin” (1690-1751). Il gin si distilla un po’ dappertutto, in qualsiasi modo e con qualsiasi materia prima. Tutti lo vendono: il bottigliere, il tabaccaio, il farmacista, il barbiere. Il gin costa ormai meno della birra, inebria più velocemente e fa dimenticare la povertà, la miseria. Il consumo cresce in maniera impressionante: da due milioni di litri nel 1690 si arriva a venti milioni di litri nel 1729. La situazione inizia a precipitare: il gin diventa fonte di numerosi disordini sociali nei quartieri poveri, dove vivono persone in costante stato d’ubriachezza. Il Parlamento cerca di porre rimedio imponendo con il Gin Act un’imposta molto alta sulle licenze di vendita e per ogni gallone di acquavite. Come risultato proliferano le distillerie clandestine che producono alcol che molto spesso si rivela tossico. In seguito a rivolte e pressioni, il Parlamento recede e le imposte sono ridotte. Risale a quell’epoca una celebre incisione di William Hogarth titolata Gin Lane che ritrae una taverna con questa insegna: «Drunk for a penny, dead drunk for two pennies, clean straw for nothing» (ubriaco per un penny, ubriaco morto per due penny, paglia pulita per niente). Successivamente nel 1751 una nuova legge del Parlamento ripropone provvedimenti necessari ad arginare il problema e cerca di indirizzare i produttori verso una migliore qualità. All’inizio del secolo scorso di sviluppa un nuovo fenomeno quello del gin palaces. Le taverne luride vengono rimpiazzate poco per volta da locali ben arredati ed eleganti dove si beve il gin. Il gin palaces sono frequentati da quella classe sociale che

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trae i primi benefici dall’industrializzazione e diventano uno dei simboli dell’epoca vittoriana. Si instaura l’abitudine di bere il gin allungato con acqua, con soda e limone. I coloni inglesi lo bevono invece miscelato con acqua e china come eccellente tonico.

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Con il passare degli anni e dei gusti, il gin diviene meno dolce e più leggero. Il tipo più “classico” di gin è il London dry gin. Come gli altri gin, è prodotto anche in altri paesi, ma con ricetta dei distillatori londinesi. Gli stessi produttori londinesi non possono effettuare la prima distillazione: una legge del 1929 li obbliga ad utilizzare dell’alcol puro che essi possono ridistillare. Oltre all’alcol puro, un altro ingrediente fondamentale è l’aroma. L’aroma è dato dalle piante, dalle scorze e dai frutti. I principali sono: ginepro, coriandolo, liquirizia, angelica, ginestra, in percentuali diversi per ogni produttore. Il metodo di produzione più diffuso consiste nel ridistillare l’alcol di base con immersi gli aromi. La distillazione si effettua con alambicco di tipo tradizionale (caldaia, collo di cigno, serpentina) ma di grandi dimensioni, separando il cuore del distillato dalle code e teste. Il gin che risulta è di forte gradazione, ridotta con l’aggiunta di acqua demineralizzata. Un altro metodo utilizza un concentrato di aromi che viene miscelato all’alcol puro. I gin prodotti con i due metodi sono molto simili tra di loro. Il gin raramente si beve puro: di solito si aggiunge ghiaccio, acqua tonica e una scorza di limone. È la base fondamentale per innumerevoli cocktails, tra cui, appunto, i celebri Martini.

Martini (Vodka) Ingredienti • 5.5 cl Vodka • 1.5 cl Vermouth Dry Si prepara nel mixing-glass e si serve in una coppetta Martini. Si aggiunge uno sprizzo di scorza di limone e, a piacere, un’oliva verde.

Si tratta di una delle più famose varianti del cocktail Martini. Questo cocktail è stato reso celebre da James Bond che lo desiderava shakerato e non mescolato. Tra gli estimatori dobbiamo annoverare Winston Churchill, Truman Capote, J. Robert Oppenheimer, F. Scott Fitzgerald, Ernest

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Hemingway, Cary Grant, l’ex Presidente Franklin Delano Roosevelt e naturalmente James Bond. Solo in uno tra gli ultimi film (Casinò Royale), alla domanda del barman se desidera il cocktail shakerato o miscelato, Bond (impersonato dall’attore Daniel Craig), risponde “ma chi se ne importa!”. Si dice vodka in russo e wodka in polacco. La vodka è nata in Polonia e poi si è diffusa in Russia. Wodka viene da woda che in polacco significa acqua. All’inizio del Cinquecento il nome lo ritroviamo nell’Herbier di Falimirz del 1534 e designava preparazioni medicinali a base di erbe, di basso contenuto alcolico, e ciò che intendiamo per vodka oggi veniva chiamato acquavite, gorzalka (nome che oggi, in Polonia, designa l’acquavite) o in latino vinum crematum. Solo nel secolo dopo, sotto il regno di Sigismondo III Vasa, il nome wodka è dato alle bevande alcoliche. In

Una suggestiva immagine di uno dei palazzi della Piazza Rossa a Mosca

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quell’epoca i centri di maggior produzione sono Poznam, Cracovia e Danzica. Nel 1620, nella sola Danzica (considerato luogo natio della wodka) operavano 65 distillerie ufficiali, senza contare quelle clandestine. In Russia nel 1649, lo Zar Alessio promulgò un codice imperiale per la produzione dell’alcol e all’inizio del XVIII secolo i nobili proprietari terrieri avevano l’autorizzazione per detenere un alambicco per piccole produzioni. Nel secolo scorso gli alambicchi discontinui artigianali sono stati sostituiti con alambicchi a colonna a distillazione continua. La vodka è un distillato che si produce con materie prime molto povere, cereali (segale, frumento, mais), melassa di barbabietola o patate, ma alcune volte anche prugne o addirittura ortiche. Non esiste nessuna regolamentazione per quanto riguarda le materie prime, che si possono utilizzare in purezza o miscelate. La materia prima è triturata e fermentata. La distillazione avviene generalmente in tre tempi. Dalla prima si ottiene la brantowka (wodka bruciata) un liquido di gradazione intorno ai 15°; dalla seconda distillazione si ottiene la prostka (wodka rustica) e dalla terza l’okovita (acquavite) a circa 70°. La vodka è un distillato molto puro e per questo piuttosto povero di profumi, ma con molte impurità che vengono eliminate con un trattamento di carbone attivo. Per la commercializzazione, si riduce la gradazione a 40° con aggiunta d’acqua purissima. Una vodka di maggiore qualità e con più profumi è ottenuta da una quarta distillazione dell’acquavite a 40°, in cui sono stati macerati frutti, bacche, erbe o fiori. In mancanza di una legislazione protettiva, la vodka è prodotta anche al di fuori della Polonia e Russia, laddove sono localizzati i principali mercati: in USA (prodotta inizialmente da una famiglia di emigranti russi, è uno degli alcolici più venduti), Inghilterra, Svizzera e Francia. La vodka si beve generalmente ghiacciata in caratteristici piccoli bicchieri, anch’essi conservati in congelatore o comunque nel ghiaccio, come forte aperitivo, come digestivo o secondo l’usanza russa, con caviale o salmone affumicato. Si utilizza anche nella composizione di numerosi cocktail.

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Gibson Ingredienti • 6.0 cl Gin • 1.0 cl Vermouth Dry Versate il gin e il vermouth nel mixingglass con ghiaccio, agitate e servitelo in una coppetta a cocktail ben fredda. La sua guarnizione è una cipollina dolce.

Il Gibson è una variante del Martini cocktail. Il suo autore pare che sia tale Charles Dana Gibson, un disegnatore americano, autore delle Gibson Girls, coloro che dovevano rappresentare le ragazze americane del Ventesimo secolo. Al posto dell’oliva verde si utilizza per guarnire una cipollina dolce per cocktail. Le origini di questo short drink sono ancora confuse: secondo Wikipedia, l’enciclopedia online, fu un’idea di Charley Connolly, il bartender del Players Club di New York City che modificò la ricetta originale del Martini, inserendo la cipollina al posto dell’oliva e dandogli il nome. Un’altra storia narra ancora che fu un diplomatico americano a ideare questa variante del Martini durante il Proibizionismo. Essendo astemio, ma non potendo rifiutare i drink nei ricevimenti ufficiali presso le ambasciate, chiedeva di versare dell’acqua nella coppetta e guarniva l’analcolico drink con una cipollina. Una storia simile parla di un banchiere di nome Gibson che amava concludere i suoi affari a pranzo: mentre gli ospiti bevevano il classico Martini, lui per restare sobrio si faceva servire acqua fredCopertina del Time Magazine: Dana Gibson

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da nella coppetta e una cipollina. Quest’ultima doveva servire a distinguere i Martini alcolici (guarniti con l’oliva) dal suo finto Martini... Un’altra versione narra che il drink è stato creato a San Francisco da Walter DK Gibson (1864-1938), presso il Club Bohemian circa 1898 o 1900.

Negroni Ingredienti • 3.0 cl Bitter Campari • 3.0 cl Vermouth rosso • 3.0 cl Gin Si prepara direttamente in un old fashioned con ghiaccio. Si mescola e si guarnisce, infine, con mezza fetta d’arancia. È facoltativa una spruzzata di soda water.

Il Negroni è un cocktail molto alcolico e secondo la leggenda fu ideato a Firenze nel 1919-20 dal Conte Camillo Negroni. Il nobile Negroni era solito ordinare al barman del Caffè Casoni (un certo Angelo Tesauro, secondo altri autori però pare che fosse Fosco Scarselli) di Via de’ Tornabuoni un cocktail “Americano con un’aggiunta di gin”. In onore di questo Conte, gli fu dato il nome di Negroni: ovvero un Americano “alla maniera del Conte Negroni”. È uno dei cocktail aperitivi più famosi. Ci sono anche delle varianti di questo cocktail: • Il Negroni “sbagliato”, con lo spumante brut che sostituisce il Gin. È stato inventato al Bar Basso a Milano; • Il Negrosky, con la vodka al posto del Gin; • Il Redhuvber, una variante diffusa soprattutto nel torinese (si sostituisce il Campari Soda al Bitter Campari); • Con Punt e mes al posto del vermouth rosso, che gli dona un sapore ancora più amaro.

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Per approfondire: Sulle tracce del conte. La vera storia del cocktail Negroni, di Luca Picchi, Plan edizioni. Luca Picchi, barman fiorentino, scrittore per vocazione, racconta “La vera storia del cocktail Negroni”. Il volume rievoca con graziosi aneddoti immersi nelle atmosfere dell’epoca un tratto leggero di vita quotidiana; nel libro c’è molto di più di una storia di un aperitivo. Quella della nascita del Negroni è una pagina di costume che l’autore disegna, raccontando la vita e la personalità dei due protagonisti: il conte Camillo Negroni e il barman Fosco Scarselli, che ci sono restituiti come personaggi a tutto tondo; tratteggiando il clima sociale, politico e culturale della Firenze che va dal 1865 (anno della sua investitura a capitale del Regno) a fin dopo la prima guerra mondiale. Ripercorrendo la storia e tracciando una mappa dei Caffè storici della città, ritrovi di poeti e intellettuali, luoghi di elaborazione politica e letteraria e di tutti i quegli esercizi storici, (hotel, trattorie e fiaschetterie) ancora esistenti, dove nacque il famoso cocktail Negroni. Il tutto è integrato da una serie di fotografie, illustrazioni e documenti d’epoca. Non mancano, per finire, ricette e consigli e varianti per preparare in maniera filologica “l’americano alla maniera del conte Negroni”.

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Old Fashioned Ingredienti • 4.0 cl.Bourbon, Scotch o Rye whiskey • 1 zolletta di zucchero • 2 gocce di Angostura Bitter • 1 spruzzata di Soda Water Si adagia la zolletta di zucchero nel fondo di un bicchiere tipo old fashioned e si bagna con due gocce di Angostura. Si spruzza con soda water e si aggiunge qualche cubetto di ghiaccio. Si aggiunge il whiskey e si mescola. Alla fine si decora con mezza fetta d’arancia, una piccola scorza di limone e due ciliegine al maraschino.

Il primo riferimento al cocktail “old fashioned” lo troviamo nel lontano 1880, al Pendennis Club, un club per gentiluomini situato in Louisville, nel Kentucky. La ricetta sicuramente è stata ideata dal barman del club e resa popolare da uno dei membri del club, il Colonnello James E. Pepper, che lo ha diffuso al bar del Waldorf-Astoria Hotel di New York. Pepper era anche un distillatore di whiskey e la sua distilleria oggi prende il nome di Labrot & Graham. Il Whisky (che come tutti o quasi i distillati è tradotto con “acqua di vita”) è un distillato di cereali di diverso tipo. Generalmente sono due grandi gruppi di whisky: il whisky scozzese e il whiskey americano e canadese. Tuttavia è da menzionare anche il whisky giapponese. Tornando ai gruppi “tradizionali”, il primo, prodotto a partire dal XV secolo, si ottiene distillando orzo maltato (Malt Scotch Whisky) oppure una miscela di cereali

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(Grains Whisky). Se il Whisky proviene da un’unica distillazione e sulla bottiglia è riportata la scritta “Single”, allora si parla di Single Malt, ovvero un whisky prodotto da una sola distilleria e da una sola qualità di malto. La stragrande maggioranza dei prodotti in commercio è tuttavia “Blended”, ovvero una miscela di diversi tipi di Whisky, di varia provenienza e grado di invecchiamento. Il Whisky scozzese può essere messo in vendita dopo tre anni di stagionatura, anche se il periodo ottimale di invecchiamento è di almeno cinque anni. Tra i cocktail internazionali a base di Scotch Whisky ricordiamo il Rob Roy e il Rusty Nail. Il Bourbon è il Whiskey statunitense più diffuso al mondo ed è prodotto principalmente nella zona del Kentucky. Ricavato da una miscela di cereali, con prevalenza di mais (almeno il 51%), viene successivamente invecchiato in botti di rovere affumicato. A difUna bottiglia di whiskey prodotta dalla Labrot&Graham ferenza del precedente, il Bourbon dispone di un gusto ed un aroma particolarmente accentuati ed è il Whiskey che si presta maggiormente alla preparazione di cocktail, in abbinamento con Vermouth e succhi di frutta. Lo ritroviamo in cocktails come il citato Old Fashioned, il Whiskey Sour e il Manhattan.

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Paradise Ingredienti • 3.5 cl Gin • 2.0 cl Apricot Brandy • 1.5 cl Succo d’arancia Si prepara nello shaker e si serve in una coppetta da cocktail ben fredda.

L’ingrediente che caratterizza questo cocktail “paradisiaco” è sicuramente l’Apricot Brandy shakerato con il succo d’arancia. Si tratta di un cocktail digestivo, che va bene anche bevuto a tutte le ore. L’albicocca, elemento che spicca in questo cocktail, seppur usata con un distillato, è un ottimo frutto. È ricca di vitamina B, C, PP, ma soprattutto di carotenoidi, precursori della vitamina A. Due etti di albicocche fresche forniscono il 100% del fabbisogno di vitamina A di un adulto. La vitamina A protegge le superfici dell’organismo, interne ed esterne. La sua carenza provoca secchezza della pelle e delle mucose respiratorie, digerenti e urinarie. Inoltre può portare alla facile rottura delle unghie, alla presenza di capelli fragili e opachi, a certe difficoltà nella cicatrizzazione delle ferite, addirittura a un arresto nella crescita ed a un’aumentata fragilità ossea. L’albicocca è apprezzata sia per la preparazione di liquori sia per ricavarne acquavite di frutta. Si ottiene un alcolato dalla distillazione effettuata generalmente in alambicco discontinuo del frutto o da un’infusione per macerazione del frutto in alcol. L’apricot brandy è elaborato da un’infusione del frutto con il suo nocciolo in alcol (alcol neutro oppure brandy); il liquido risultante è edulcorato e portato ad una gradazione tra i 20 e i 30°. L’Ungheria produce Le albicocche sono la base di diversi liquori un distillato di albicocca

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denominato barack pàlinka. In Francia Marie Brizard commercializza l’Apry, ma molte altre case offrono nella loro di prodotti un liquore a base di albicocca. In Italia è prodotto al Nord, soprattutto in Alto Adige.

Rob Roy Ingredienti • 4.5 cl Scotch Whisky • 2.5 cl Vermouth rosso • 1 goccia di Angostura Bitter Si prepara in un mixing-glass e si serve in una coppetta a cocktail ben fredda. Si decora con una ciliegina al maraschino.

Una statua dell’eroe scozzese Robert Roy MacGregor

Il Rob Roy è un cocktail molto simile al Manhattan. Il suo nome ricorda quello di un eroe scozzese, Robert Roy MacGregor. Il Manhattan cambia solo per la base alcolica: si usa il Rye Wiskey al posto dello Scotch Wisky. Anche qui sono presenti delle varianti, come il Dry Rob Roy (con vermouth dry) e Perfect Rob Roy (composto con eguali parti di vermouth rosso e vermouth dry). Curiosità: in un episodio dei Simpson (“One fish, two fish, blowfish, Blue fish”), Moe Syzlak, proprietario del malfamato bar dove Homer Simpson ed i suoi amici si ritrovano (la taverna di Moe), risponde al telefono dicendo: “Salve. Questa è la taverna di Moe, il posto dove è

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nato il Rob Roy”. Compare anche in altre produzioni, come in Sbucato dal passato (Blast from the past, 1999, di Hugh Wilson) e in una puntata di Friends, dove l’attore Chandler Bing (interpretato da Matthew Perry) chiede un Rob Roy, aggiungendo che l’avrebbe sempre voluto conoscere.

Rose Ingredienti • 4.5 cl Dry Vermouth • 1.5 cl Kirsch • 1.0 cl Cherry Brandy Si prepara nel mixing-glass e si serve nella coppetta a cocktail, guarnendo con una ciliegina al maraschino.

Il Rose è un cocktail risalente agli anni Venti. Nel Savoy Cocktail Book trovano posto diverse ricette (alcuni definite “francesi” ed una “inglese”). Al posto del Cherry Brandy, si utilizzava lo sciroppo di fragole. Così an-

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che la ciliegina al maraschino è stata aggiunta in un secondo momento. Lo Cherry Brandy è un liquore molto dolce che si ottiene per macerazione di ciliegie intere in brandy e in alcol etilico buon gusto. Le ciliegie, con nocciolo, sono macerate in alcol per alcuni mesi per trasmettere aroma e colore. Il liquido alcolico che si ottiene è edulcorato, filtrato ed imbottigliato. Altro ingrediente caratterizzante è il Kirsch: si tratta di un’ acquavite con una gradazione alcolica intorno al 45%, che si ricava dalle ciliegie. Prodotta prevalentemente nel Nord Europa ed in Svizzera: in quest’ultimo Paese esiste anche un consorzio a tutela e garanzia del prodotto. Il disciplinare di produzione prevede che le ciliegie mature vengano fatte fermentare insieme ai noccioli spezzettati. Una volta cominciata la fermentazione, di distilla il prodotto (due volte). Per aumentare il grado alcolico è possibile anche aggiungere dello zucchero. Il prodotto finito ottenuto può essere invecchiato in botti di frassino oppure in recipienti di terra cotta.

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W hiskey Sour Ingredienti • 4.5 cl Bourbon whiskey • 3.0 cl Succo di limone • 1.5 cl Sciroppo di zucchero • 1 goccia di bianco d’uovo Si prepara nello shaker, agitandolo vigorosamente per far amalgamare bene anche il bianco d’uovo. Si può servire sia in un bicchiere tipo cobbler, sia in un old fashioned riempito di ghiaccio e guarnendo, infine, con mezza fetta d’arancia e una ciliegina al maraschino.

Questo cocktail fa parte della famiglia dei sours, i quali sono caratterizzati dal gusto acidulo del limone che si fonda con un distillato come il whiskey. Il whiskey non è l’unico distillato che si può usare: vi sono infatti anche i brandy sour, i Gin sour, Apricot sour, etc). Anche il Margarita ed il Sidecar (cocktail internazionale fino a poco tempo addietro) si presentano con una ricetta molto simile. I sours fanno la prima comparsa nel lontano 1862, in un libro di Jerry Thomas, dal titolo How to mix drinks. I sours di solito sono formati da una base di distillato (in questo caso il whiskey) succo di limone (o lime) ed un componente dolcificante (liquori come il triple sec o anche succhi). I sours più conosciuti non sono tanti: • Kamikaze • Daiquiri • Sidecar • Margarita • Amaretto sour

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Jerry Thomas fu un famoso barman all’Hotel Metropolitan di New York e alla Planter’s House di Saint Louis. Nel 1862 pubblicò un libro dedicato ai cocktail. Nel 2007 è stato edito anche in Italia (da Feltrinelli) con il titolo: Il manuale del vero gaudente, ovvero il grande libro dei drink (330 pagine, 16,00 Euro).

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GLI AFTER-DINNER

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Brandy Alexander Ingredienti • 2.0 cl Cognac • 2.0 cl Crema di cacao (scura) • 2.0 cl Crema di latte Si prepara in uno shaker con ghiaccio e si serve in una coppetta a cocktails. Si aggiunge, alla fine, una spolverata di noce moscata, grattugiandola.

Pare che il primo nome di questo cocktail fosse Panamà: al posto del Cognac si usava il Gin. Il Brandy Alexander (meglio conosciuto semplicemente come Alexander) è un cocktail storico, il più studiato nelle scuole alberghiere poiché era il primo della lista nei cocktail internazionali. La miscela, profumata, è rimasta quasi alterata. Oltre al Gin si è preferito la crema di cacao scura al posto di quella chiara. Due sono le ipotesi sulla sua origine: Alexander ricorda Alessandro Magno, il grande condottiero dell’antica Grecia. La seconda leggenda è

Alessandro Magno alla battaglia di Isso - Particolare tratto da un affresco di Pompei Museo Archeologico Nazionale di Napoli

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riferita al maresciallo Alexander, che divenne conte di Tunisi dopo la vittoria ad El Alamein sulle truppe dell’Asse, nel 1943. Per chi ama la storia italiana, la disfatta di El Alamein, seppur disastrosa vista dagli esiti della Seconda Guerra mondiale, regalò una delle pagine più eroiche dei soldati italiani, in particolare della Folgore. É stato creato a Londra nel 1922 da Henry Mc.Elhone al “Ciro’s Club” in onore di una sposa famosa.

Black Russian Ingredienti • 5.0 cl Vodka • 2.0 cl Liquore al caffè Si prepara direttamente in un bicchiere tipo old fashioned riempito di ghiaccio. Si mescola delicatamente e si serve.

Le origini di questo cocktails, formato da vodka e liquore al caffè, risalgono al 1949, grazie al barman Gustave Tops, impiegato presso l’hotel Metropole di Bruxelles. Il cocktail, secondo la leggenda, fu preparato per l’ambasciatore americano in Lussemburgo Pearl Mesta. Una Russia “nera” poteva essere concepita, in quel momento, come una nazione dominata dal Male: non a caso ci troviamo in piena Guerra Fredda. La Guerra Fredda fu la contrapposizione che si creò alla fine della Seconda Guerra mondiale tra due blocchi internazionali, generalmente categorizzati come Ovest (con gli Stati Uniti d’America, gli alleati della NATO e i Paesi amici) e il blocco dell’Est (l’Unione Sovietica, gli alleati del Patto di Varsavia e i Paesi amici). Tale tensione durò circa mezzo secolo e, per fortuna, non si concretizzò mai in un conflitto militare diretto (la disponibilità di armi nucleari per

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entrambe le parti avrebbe irreparabilmente distrutto l’intero pianeta). Nel frattempo la tensione diede sviluppo ad una corsa in vari campi: militare, spaziale, ideologico, psicologico, tecnologico, sportivo. Il termine fu introdotto nel 1947 dal consigliere presidenziale Bernard Baruch e dal giornalista Walter Lippmann per descrivere l’emergere delle tensioni tra due alleati della seconda guerra mondiale. Gli storici sono concordi nel definire che la Guerra Fredda terminò con la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), seppur molti segnali della fine ci furono già in precedenza. La Russia “nera” è stata protagonista di numerosi romanzi, tra cui anche Icon di Frederick Forsyth, famoso scrittore britannico di spy story.

L’Hotel Ukraina, a Mosca, uno dei più importanti alberghi moscoviti e teatro di guerre di spie

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W hite Russian Ingredienti • 5.0 cl Vodka • 2.0 cl Liquore al caffè • 3.0 cl Crema di latte Si prepara direttamente in un bicchiere tipo old fashioned riempito di ghiaccio. Si aggiunge alla fine la crema di latte (non prima di averla shakerata) mescolando il tutto delicatamente.

Si tratta di una variante del Black Russian. Un riferimento ad una “Russia bianca” esiste e si rifà alla Guerra civile russa che scoppiò subito dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi (novembre 1917), tra questi ultimi, detti “Rossi”, e vari gruppi che si opponevano ai risultati della Rivoluzione d’Ottobre, detti appunto “Bianchi”. La guerra civile arrivò fino al 1921 con la vittoria dei “Rossi”.

Propaganda bolscevica del 1918 che mostra Trockij nei panni di San Giorgio che sconfigge il drago capitalista

Grazie a questo successo, i comunisti russi decisero di stipulare la pace separata con la Germania con il

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Trattato di Brest-Litovsk che venne ratificato il 6 marzo 1918. Questa decisione, oltre a rispecchiare il programma propagandato dai bolscevichi dal febbraio del 1917, avrebbe garantito, secondo il parere di Lenin e Trockij, maggiori possibilità di estendere la rivoluzione comunista nel cuore dell’Europa (ed in particolare in Germania) e di garantire più tempo al giovane potere comunista all’interno del paese. La presa di potere dei comunisti portò di conseguenza anche al rafforzarsi dei gruppi anti-comunisti, sia all’interno che all’esterno della Russia, che intrapresero azioni contro il nuovo regime. Winston Churchill dichiarò che il Bolscevismo doveva essere “strangolato nella culla”.

French Connection Ingredienti • 3.5 cl Cognac • 3.5 cl Liquore Amaretto Si prepara direttamente in un bicchiere tipo old fashioned riempito di ghiaccio. Si mescola delicatamente e si serve.

Il French Connection è un cocktail che fa parte di una trilogia di cocktails “criminali”: il Godfather (il padrino), Godmother (la madrina) e, appunto, French Connection. Questi cocktails hanno un unico denominatore: il collegamento con la mafia e la criminalità organizzata. La French Connection è stata un’organizzazione francese specializzata nel traffico di eroina dalla regione di Marsiglia agli Stati Uniti, la cui attività è culminata negli anni Cinquanta e Sessanta. Tale commercio si è sviluppato con un’allenza con la mafia italo-americana. I suoi leader furono due figure corse del Milieu François Spirito e Antoine Guérini associati al brasiliano Auguste Ricord, al corso Paul Mondoloni e al siciliano Salvatore Greco.

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I Soprano è uno degli ultimi lavori televisivi incentrati su una famiglia di mafiosi italo-americana

God Father Ingredienti • 3.5 cl Scotch Whisky • 3.5 cl Liquore Amaretto Si prepara direttamente in un bicchiere tipo old fashioned ricolmo di ghiaccio.

Il God Father è un cocktail composto da un ingrediente scozzese ed uno italiano, tutti e due in parti uguali. L’Amaretto è stato negli anni passati l’emblema della liquoristica italiana. L’origine di questo liquore pare affondare addirittura nel 1500. Avvenne che nella città di Saronno (in provincia di Varese) al pittore Bernardino Luini fu commissionato un affresco ritraente la Madonna e l’Adorazione dei magi. Ancora oggi questo affresco è visibile nel Santuario della Beata

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Vergine dei Miracoli. La leggenda narra anche che nel periodo del soggiorno del pittore, quesi alloggiasse presso una locandiera di particolare bellezza, di cui si innamorò al punto da usarla come modella per la sua Madonna (pratica abbastanza diffusa all’epoca, anche per soggetti religiosi, Caravaggio docet). Per ringraziarlo delle attenzioni, lei gli offrì un elisir di erbe, zucchero tostato, mandorle amare e brandy che venne immediatamente apprezzato e si diffuse in pochissimo tempo. Per cui il liquore mantenne nel tempo un significato di affetto ed amicizia ed è oggi uno dei prodotti italiani più diffusi all’estero. A differenza di altri prodotti, il suo nome non viene tradotto e resta invariato in tutte le lingue. Nella città di Saronno ha sede lo storico stabilimento dell’azienda Illva Saronno S.p.a., produttrice del liquore con il marchio “Disaronno”. Il liquore Amaretto può anche venire preparato in modo casalingo e molte famiglie hanno una loro ricetta: non è, infatti, un liquore distillato, ma un preparato per infusione in base alcolica, come il Nocino o il Limoncello.

Marlon Brando in una scena de “il Padrino”, tratto dal romanzo dell’italo-americano Mario Puzo

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God Mother Ingredienti • 3.5 cl Vodka • 3.5 cl Liquore Amaretto Questo drink, simile al precedente, si prepara direttamente in un bicchiere tipo old fashioned riempito di ghiaccio.

L’ultima variante della serie dei cocktails “criminali” è il God Mother. Anche qui gli ingredienti sono due e cambia solo il distillato: la vodka al posto dello Scotch e del Cognac. Il liquore Amaretto completa il cocktail. La “madrina” ricorda quelle sinistre donne che hanno accompagnato la fama di mariti, fratelli, parenti, nella gestione del patrimonio criminale. Pupetta Maresca fu la prima donna in Italia ad avere questa fama. Aspettava un bambino ed era appena ventenne quando uccise Totonno ‘e Pumigliano. Gli sparò semplicemente perché pensava fosse l’assassino di suo marito, il camorrista Pascalone ‘e Nola. La sua storia venne raccontata raccontata in un film (La sfida, di Francesco Rosi) e destò scalpore perché nel 1955 di donne d’onore nessuno ne parlava. Molti anni più tardi, nel 1993, quando al termine di una lunghissima latitanza si costituì Rosetta Cutolo, sorella di Raffaele, il boss di Ottaviano, le cose erano parecchio cambiate. Le donne di camorra, a differenza di quella della mafia, stavano diventando Il manifesto de “iIl Camorrista” una realtà. Rosetta era accusata di Giuseppe Tornatore

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di 9 omicidi (venne sempre assolta), oltre che perfettamente in grado di gestire la «Nuova camorra organizzata» mentre il fratello era in carcere. Non fu l’ultima: nel corso dello stesso anno, infatti, finì in prigione anche Patrizia Ferriero, moglie del camorrista Raffaele Stolder. Ancora oggi le donne dei boss gestiscono il potere quando i loro mariti sono assenti, o latitanti o rinchiusi in un carcere. Sono molto amate dal popolino, tanto che spesso si prestano a dispensare consigli e ricevere persone per ascoltare i loro problemi, questo soprattutto in Campania.

Golden Cadillac Ingredienti • 2.0 cl Liquore Galliano • 2.0 cl Crema di cacao bianca • 2.0 cl Crema di latte Si prepara in uno shaker con ghiaccio e si serve in una coppetta a cocktail.

Le origini del Golden Cadillac si fanno risalire agli anni Cinquanta, quanto fece la sua comparsa sui grandi schermi il film Una cadillac tutta d’oro (The Solid Gold Cadillac, il titolo originale). Nel film una donna piccola e graziosa, Laura Partridge (interpretata da Judy Holliday) è un’azionista che mette a soqquadro i corrotti dirigenti di una grossa società. Si tratta di una commedia girata da Richard Quine, con Paul Douglas e Judy Holliday. Il manifesto del film “The solid gold cadillac”

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Poco prima dell’uscita del film, nel 1953 entrava in produzione la prima


Cadillac Eldorado, considerata il massimo di una Personal Luxury Car, con un prezzo che superava i 7000 dollari, una cifra esorbitante per l’epoca, paragonabile a quella di una Rolls-Royce. Grazie anche al film le vendite di quest’auto aumentarono.

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Golden Dream Ingredienti • 2.0 cl Liquore Galliano • 2.0 cl Cointreau • 2.0 cl Succo d’arancia • 1.0 cl Crema di latte Si prepara in uno shaker con ghiaccio, agitando energicamente e si serve in una coppetta a cocktail.

Il Golden Dream fu ideato negli anni Sessanta dal barman Raimundo Alvarez, in servizio presso l’Old King Bar di Miami (Florida). Dedicato all’attrice Joan Crawford, questo cocktail diventò popolare alla fine degli anni Sessanta nella costa orientale degli USA. Joan Crawford, all’anagrafe Lucille Fay LeSueur (San Antonio, 23 marzo 1904 – New York, 10 maggio 1977), è stata un’attrice statunitense, vincitrice di un Premio Oscar. Si sposò ben quattro volte; adottò quattro figli ma morì in solitudine. Tra i film più famosi ricordiamo Grand Hotel e Johnny Guitar. Curiosità: pare che il suo volto abbia ispirato quello della strega Grimilde nel film della Disney Biancaneve e i sette nani. L’attrice Joan Crawford

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Grasshopper Ingredienti • 2.0 cl Crema di menta verde • 2.0 cl Crema di cacao bianco • 2.0 cl Crema di latte Si prepara in uno shaker con ghiaccio, si agita con energia e si serve in una coppetta a cocktail.

Il suo nome significa cavalletta e il colore verde brillante, donato dalla crema di cacao verde, vuole ricordare il prato dove le cavallette scorazzano. Pare che questo cocktail sia stato inventato al Tujague’s, un bar situato nel quartiere francese di New Orleans (in Louisiana) ed abbia raggiunto la sua popolarita tra gli anni Cinquanta e Sessanta in tutta l’America del sud. Esistono anche delle varianti: la prima è il “Vodka Grasshopper”, dove si sostituisce la crema di latte con la vodka. Viene anche chiamato “Flying Grasshopper”. Poi vi è il “Brown Grasshopper”, nel quale si aggiunge una spolverata di caffè macinato. Nel Nord America, specialmente nel Wisconsin, nel Grasshopper si usa il gelato al posto della crema di latte, miscelandolo nel blender. Curiosità: nel film “Ronin”, del 1998, Sam (interpretato da Robert De Niro) scherza sui metoIl manifesto del film “Ronin”, di degli interrogatori con “Larry” con Robert De Niro

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(interpretato da Skipp Sudduth) e “Spencer” (Sean Bean). Ad un certo punto Robert De Niro scherza sui metodi di e afferma che durante un interrogatorio aveva resistito a lungo, ma i suoi aguzzini gli avevano dato un “Grillo parlante”. Larry chiede: “Come è fatto?” e egli: “Vediamo due parti di gin, una di brandy parte, una parte Crème de Menthe ...” Il Grasshoper è anche uno dei cocktails più citati nelle trasmissioni televisive e radiofoniche. John Cleese, attore, racconta di una barzelletta sul cocktail nel suo programma sulla CBC radio: Una cavalletta entra in un bar e salta sul bancone. Il bartender gli fa: “Abbiamo un cocktail con il tuo nome”. La cavalletta replica: “Avete un cocktail chiamato Brian?”

Porto Flip Ingredienti • 1.5 cl Brandy • 4.5 cl Porto rosso • 1.0 cl Rosso d’uovo Si prepara in uno shaker con ghiaccio, agitando energicamente e si serve in una coppetta a cocktail. Alla fine si aggiunge una grattugiata di noce moscata.

L’ingrediente caratteristico di questo cocktail è il Porto. Il Porto, o vino di Porto, è un vino liquoroso portoghese che viene prodotto esclusivamente da uve provenienti dalla regione del Douro, nel nord del Portogallo, situata a circa 100 chilometri a est della città di Porto. La caratteristica principale del Porto, oltre al clima particolare in cui maturano le uve, è la sua fermentazione incompleta, che viene fermata ad uno stadio iniziale tramite l’aggiunta di alcol vinico, ottenuto da distillazione del vino contenente circa il 77% di alcol. In questo modo il vino risulta naturalmente dolce, a causa del residuo zuccherino derivante dall’uva che i lieviti non hanno potuto trasformare interamente in

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alcool poiché inibiti dalla concentrazione elevata di etanolo che può raggiungere livelli compresi tra il 18 e il 22%. I principali tipi di Porto sono sette: le categorie base, bianco, ruby e tawny, poi i tipi più pregiati, Tawny invecchiato (aged tawny può essere commercializzato dopo 10 anni di invecchiamento, fino ad arrivare 40), Colheita, LBV (Late Bottled Vintage), e Vintage, che risulta il più pregiato.

Il paesaggio caratteristico delle coste portoghesi

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Rusty Nail Ingredienti • 4.5 cl Scotch whisky • 2.5 cl Drambuie Si prepara direttamente un bicchiere tipo old fashioned con ghiaccio. Agitare delicatamente e guarnire con un twist di limone.

Entrambi gli ingredienti di questo cocktali sono legati a doppio filo con la Scozia. Lo Scotch Whisky da una parte, mentre dall’altra si utilizza il Drambuie che è un liquore la cui ricetta è un mix di whisky, miele... segreti e leggende. L’unica cosa certa di questo liquore è il suo collegamento alla figura del Principe Charles Edward Stuart che nel 1745, all’età di 25 anni arrivò sull’isola di Eriskay, in Scozia, per partecipare alla ribellione contro George I. Un anno dopo, la ribellione fallì e Charles, accompagnato suo malgrado da un imponente taglia sulla testa, fu costretto alla fuga, aiutato dai clan scozzesi che avevano partecipato alla guerra. Il principe sfuggì alla cattura a lungo, aiutato soprattutto dal clan dei MacKinnon. Per sdebitarsi, il principe Stuart volle donare a John MacKinnon la ricetta del suo elisir segreto. Si dice infatti che il principe bevesse ogni giorno un sorso di una bevanda speciale che gli conferiva forza e buona salute, creata su commissione dal suo farmacista personale anni prima. Il clan MacKinnon accettò la custodia della ricetta, ma nello stesso tempo diffuse la bevanda in Scozia dove diventò molto popolare. Agli inizi del ‘900, un discendente della famiglia, Malcolm, si trasferì a Edinburgo dove, insieme ad Eleanor Ross, decise che era giunto il momento di sfruttare commercialmente la ricetta del Drambuie. Nel 1909 uscirono dalla fabbrica le prime bottiglie e nel 1914 fondarono, ormai avviati, la Drambuie Liqueur Company (www.drambuie.com). Ancora oggi l’azienda è gestita dalla stessa famiglia e mantiene segreto il contenuto della ricetta.

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Incerto è anche il significato del nome che deriva dal gaelico. Secondo alcuni deriva da “dram buidhe”, che significa “bevanda gialla” mentre altri sostengono che derivi da “dram buidheach”, ovvero “bevanda che soddisfa”.

Ritratto del principe Charles Edward Stuart

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I LO N G D R I N K

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Bellini Ingredienti • 10.0 cl Vino spumante secco • 5.0 cl Nettare di pesca bianca Per prima cosa si sbuccia la pesca, si frulla e si versa il succo in un piccolo bricco di vetro, dopo averlo filtrato con un passino. Poi si versa nella flûte (o nel bicchiere da spumante) e si aggiunge lo spumante freddo, mescolando delicatamente alla fine.

Il cocktail Bellini fu ideato a Venezia negli anni Cinquanta da Giuseppe Cipriani, titolare del celebre Harry’s Bar di Venezia. Cipriani volle dedicare questo cocktail a Giovanni Bellini (1432-1516), pittore italiano morto a Venezia ed autore di opere come la Pala di san Zaccaria (Chiesa di San Zaccaria, Venezia) e la Sacra allegoria (Galleria degli Uffizi, Firenze). La nascita del Bellini ebbe luogo durante una mostra a Venezia dedicata al famoso artista. Il Bellini ha come caratteristica principale la pesca, che viene frullata al momento. La pesca è un frutto originario della Cina (qui viene considerato simbolo d’immortalità) ed i fiori dei suoi alberi sono stati decantati da poeti, pittori e cantanti. L’albero arrivò dall’oriente al La Pala di San Zaccaria di Giovanni Bellini seguito delle caroChiesa di San Zaccaria, Venezia

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vane sino in Persia e poi grazie ad Alessandro Magno si diffuse in tutto il bacino del Mar Mediterraneo. In Egitto, la pesca era sacra ad Arpocrate, che veniva raffigurato come un fanciullo con un dito sulle labbra, ad indicare il silenzio interiore ed esteriore. La stagione delle pesche va da giugno a settembre, ed è questo il periodo migliore per degustare il Bellini. In mancanza di pesche fresche, si può ricorrere a succhi in bottigliette... ma non è la stessa cosa!

Bloody Mary Ingredienti • 4.5 cl Vodka • 9.0 cl Succo di pomodoro • 1.5 cl Succo di limone In un bicchere tipo highball versare due gocce di Worchestershire Sauce, Tabasco, sale e pepe e gli altri ingredienti. Girare delicatamente con uno stirrer. Si può anche guarnire con sale di sedano e una fettina di limone.

Il nome Bloody Mary, tradotto letteralmente, sta per “Maria la Sanguinaria”, sinistro personaggio realmente vissuto nella persona di Maria I d’Inghilterra, nata Maria Tudor. È stata una sovrana britannica, regina d’Inghilterra e Irlanda dal 6 luglio 1553 fino alla morte. Figlia di Enrico VIII e Caterina di Aragona, Maria è ricordata nella storia appunto come la “sanguinaria”: infatti fece giustiziare all’epoca almeno trecento oppositori religiosi di fede protestante. Comunque su Wikipedia, l’origine del Bloody Mary è oggetto di disputa. Infatti vi è una versione che dichiara che la prima creazione avvenne grazie all’attore George Jessel, intorno al 1939. Lucius Beebe, nella sua colonna scandalistica “This New York” (New York Herald Tribune, 2 dicembre 1939, pagina 9), pubblicò quello che si ritiene sia il primo riferimento a questo cocktail, insieme alla ricetta originale: “Il nuovo tonico

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di George Jessel, che sta ricevendo attenzione dagli editorialisti della città, è chiamato Bloody Mary: metà succo di pomodoro, metà vodka.” Il francese Fernand Petiot diede forza alla tesi per cui George Jessel inventò per primo il drink e il nome, e che egli (Petiot) aggiunse semplicemente le spezie alla semplice bevanda composta da vodka e succo di pomodoro. Infatti così scrive sul New Yorker Magazine del luglio 1964: Maria I d’Inghilterra - Ritratto di Anthonis Mor “Io ho dato il via al Bloody El Museo Nacional del Prado, Madrid Mary odierno,” racconta. “George Jessel disse di averlo creato, ma non era altro che vodka e succo di pomodoro quando lo rilevai. Io copro il fondo dello shaker con quattro grosse prese di sale, due di pepe nero, due di pepe di cayenna e uno strato di salsa Worcestershire; quindi aggiungo una spruzzata di succo di limone e del ghiaccio tritato, verso due once di vodka e due di spesso succo di pomodoro, scuoto, filtro e verso. Noi serviamo da cento a centocinquanta Bloody Marys al giorno, qui nella King Cole Room e negli altri ristoranti e sale per banchetti.” L’epiteto “Bloody Mary” viene associato anche a diversi personaggi femminili, storici o fittizi: oltre alla regina Maria I d’Inghilterra, si ritiene anche che l’ispirazione per il cocktail fu la star Hollywoodiana Mary Pickford, che in precedenza ebbe un cocktail simile, consistente di rum, granatina e maraschino che portava il suo nome. Nel 1934 il cocktail venne chiamato “Red Snapper” al St. Regis Hotel, dove all’epoca lavorava come barman Petiot. Fu qui che al drink venne aggiunto il tabasco e il nome “Bloody Mary” divenne popolare. Negli anni 1960 al Bloody Mary si aggiunse il sedano, richiesto da un ospite della “Pump Room” dell’Ambassador East Hotel di Chicago.

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Curiosità (tratte da Wikipedia): Nel film South Pacific, del 1958, la canzone “Bloody Mary” si riferisce al personaggio di Bloody Mary, una commerciante del luogo. Nel film I Tenenbaum, Richie Tenenbaum (interpretato da Luke Cunningham Wilson) beve frequentemente il Bloody Mary. Nella sitcom I Jefferson, la mamma beve regolarmente il Bloody Mary. Nel romanzo Il diario di Bridget Jones, Bridget e le sue amiche hanno un’insana ossessione per il Bloody Mary pomeridiano.

Brandy Egg Nogg Ingredienti • 4.0 cl Brandy • 5.0 cl Latte • 1.0 cl Sciroppo di zucchero • 1 Rosso d’uovo Si prepara nello shaker e si versa in un bicchiere highball, riempito di ghiaccio. Si grattugia un po’ di noce moscata alla fine.

L’egg-nog è una categoria di cocktails dove vi sono sempre due elementi fondamentali: latte e uova. A questi si aggiungono vini ad alta gradazione, oppure liquori. Dato che si tratta di ingredienti che vanno bene amalgamati è previsto l’uso dello shaker con ghiaccio, tranne quando si servono caldi, durante la stagione invernale in alta montagna. Nel Brandy Egg Nogg il distillato utilizzato è il Brandy. Le origini del Brandy sono collegate al Brandewijn: questo, in olandese, significa “vin brulé, vino bruciato”, ed era, una volta, l’acquavite di vino. Nella lingua inglese il suo nome è divenuto semplicemente brandy. Il brandy oggi è prodotto in Russia, in America Latina, in Francia, in Sudafrica ed in Italia. In Spagna, dove il brandy vanta una tradizione

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antichissima, dal 1987 è stata varata una denominazione d’origine per il brandy di Jerez de la Frontera. Generalmente il brandy (escluso quello spagnolo) riporta dizioni come “V.S.O.P.” o “Napoléon” o “Tre Stelle”, le quali tuttavia sono solo parole di fantasia e non indicano un periodo di invecchiamento, come invece accade per le acquaviti di vino ad A.O.C. francesi. In Italia la produzione di acquavite di vino ha origini rinascimentali. Infatti tra i primi documenti ritrovati vi è un’autorizzazione concessa nel 1583 da Emanuele I di Savoia a tale Orazio Senese per la produzione di acquavite di vino. Inoltre nel 1601 a Venezia esisteva la Congrega della Università degli Acquavitai. Anche in Italia si decise di usare il nome internazionale di “brandy” (anche perché commercialmente era già conosciuto). Tuttavia Gabriele d’Annunzio propose il nome “arzente”, ma l’idea non ebbe seguito. Negli anni Cinquanta divenne di moda brandy e in Italia diviene molto popolare. Fino a pochi anni addietro il brandy italiano veniva consumato per il 90% entro i confini nazionali. Il 7 dicembre 1951, con la legge n. 1559, viene adottato il termine “brandy italiano”: questo deve derivare dalla distillazione di uve di tutto il territorio nazionale che vengono distillate per due volte in alambicchi. Alla distillazione seguirà un invecchiamento in botti di rovere per un periodo minimo di due anni.

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Buck’s Fizz Ingredienti • 10.0 cl Succo d’arancia • 5.0 cl Champagne o vino spumante Si versano gli ingredienti nella flûte mescolandoli delicatamente. Si può anche guarnire con un twist d’arancia

Il Buck’s Fizz è un cocktail alcolico preparato con succo d’arancia fresco (da evitare quindi quello confezionato) e champagne. Questo cocktail è nato nel 1921, ideato da uno dei barman del London’s Buck’s Club: Mr McGarry. Se lo Champagne non è disponibile, allora si può utilizzare al suo posto del vino bianco frizzante (oppure anche un prosecco). Lo champagne è un vino spumante famoso in tutto il mondo e comunemente associato ai concetti di lusso e festa; prende il nome dalla regione della Champagne, situata nel nord-est della Francia. Qui viene prodotto, in particolare la legge del 22 luglio 1927 stabilisce che le zone di produzione siano le seguenti: Montagne di Reims (dipartimento della Marna): le colline, principalmente esposte a Sud, sono caratterizzate da terreni gessosi che assicurano un ottimo drenaggio ed il cui colore chiaro riflette intensamente i raggi del sole. Il vitigno predominante in questo territorio è il pinot noir. Nelle cantine (caves) delle montagne di Reims riposano degli champagnes rinomati per la potenza, la struttura e la nobiltà. Valle della Marna (Marna ed Aisne): la caratteristica delle colline è il suo terreno argilloso e calcareo, a tendenza marnosa. Il vitigno principale è il pinot meunier. Gli champagnes della valle della Marne, grazie alla loro grande varietà, possiedono un seducente bouquet fruttato ed un’elevata morbidezza. Côte des blancs (Marna): il vitigno principale è lo chardonnay, l’unica uva a bacca bianca autorizzata per la produzione dello champagne. I terreni, gessosi, assicurano elevate riserve d’acqua e di calore del sottosuolo. La Côte des Blancs dà vita a champagnes pregiati, caratterizzati

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da vivacità e carattere, e dagli aromi leggeri e delicati, simboli di finezza ed eleganza. Vigne dell’Aube, Bar-sur-Aube, Bar-sur-Seine (dipartimento dell’Aube): il vitigno pinot noir si trova tra terreni gessosi a tendenza marnosa. Gli champagnes della Côte des Bar sono vini di carattere, rotondi e dagli aromi complessi. Con una superficie vitata di circa 24.000 ettari, il territorio viticolo dello Champagne è il meno esteso e il più settentrionale della Francia. Lo champagne è uno dei pochi vini ai quali sia stato attribuito un inventore, l’abate benedettino Dom Pérignon, anche se esistono varie versioni sulla sua origine.

Statua dell’abate benedettino Dom Perignon

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Mimosa Ingredienti • 7.5 cl Spumante • 7.5 cl Succo d’arancia Versare il succo d’arancia in una flûte insieme allo spumante (si può usare anche champagne). Mescolare delicatamente. Si può guarnire con un twist d’arancia (è facoltativa).

Il Mimosa è un cocktail di gran classe, notoriamente servito in hotel di lusso e nelle classi prime degli aerei. Gli ingredienti sono quelli del Buck Fizz, solo che si può utilizzare al posto dello champagne dello spumante. Quando viene aggiunto il Grand Marnier, allora prende il nome di Grand Mimosa. Le origini del Mimosa sono sconosciute. Si presume che sia stato inventato al Paris Ritz nel 1925, e somiglia molto al Buck’s Fizz, ideato in Inghilterra nei 1921, il cui nome rispecchia il locale dove è stato servito per primo. Inoltre nel Buck’s Fizz si utilizza tradizionalmente champagne e succo di arancia (a volte con aggiunta di sciroppo di granatina). Il nome “mimosa” comparso nel 1925 viene dai fiori della omonima pianta del mimosa, colore giallo brillante. Mentre la maggior parte dei barman sono concordi che il Mimosa dovrebbe essere servito in una flûte, le proporzioni esatte della bevanda sono dibattute spesso. Alcune ricette richiedono una misura di tre parti di champagne ad una parte di succo di arancia, mentre altre preferiscono metà e metà. Entrambi gli ingredienti dovrebbero essere raffreddati ed alcuni barman inoltre servono il cocktail con alcuni cubetti di ghiaccio. Altri contestano l’uso di ghiaccio poiché il suo sciogliersi diluisce la bevanda. I Mimosa sono serviti generalmente senza guarnizione, ma si può utilizzare un twist d’arancia.

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Curiosità: la mimosa, nel simbolismo massonico, è l’emblema della sicurezza. Essendo un fiore che appare agli inizi della primavera è associato al Sole, alla luce, all’oro, quindi simbolo di potenza e magnificenza2.

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Jules Boucher, La Simbologia massonica, Atanor Edizioni, Roma, pag. 279.

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Bull Shot Ingredienti • 3.0 cl Vodka • 6.0 cl Brodo di carne • 1.0 cl Succo di limone Si prepara direttamente in un bicchiere highball con ghiaccio, versando tutti gli ingredienti. Si guarnisce con una spolverata di sale di sedano. Nota: può essere servito caldo quando fuori è freddo

Nato negli Stati Uniti negli anni Sessanta, ma non si conosce l’inventore. Della stessa famiglia del Bloody Mary è un cocktail corroborante da bere in tarda mattinata dopo eventuali bagordi notturni. Composto da vodka, tabasco e/o salsa del worcestershire e consommé oppure brodo raffreddato di manzo. In realtà fa parte di quei cocktails che si bevono più per curiosità che altro. Merita una menzione anche il cosidetto sale di sedano (presente anche nel Bloody Mary). Si tratta di una miscela formata da semi di sedano e sale. Viene utilizzata in cucina sugli arrosti e le verdure grigliate. Si può anche brinare il bordo del tumbler con sale di sedano

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Champagne cocktail Ingredienti 9.0 cl Champagne o Spumante 1.0 cl Brandy Si prepara direttamente nella flûte, adagiando in fondo una zolletta di zucchero con due gocce di Angostura bitter, poi il brandy e lo Champagne. Si guarnisce con una fetta d’arancia e una ciliegina al maraschino.

Considerato che dello champagne ne abbiamo parlato diffusamente in precedenza, aggiungiamo due parole sulle differenze tra bottiglia e bottiglia. Gli champagne si possono differenziare per il colore, per il tipo di uve utilizzate, e per il dosaggio (quantità di residuo zuccherino). Lo champagne per esempio può essere bianco o rosé (meno diffuso). Lo champagne rosè può essere ottenuto mescolando vini bianchi e vini rossi o da una breve macerazione a contatto con le bucce delle uve a bacca rossa.

Reims è celebre anche per la cattedrale gotica. Questa è un dipinto di Domenico Quaglio (1787-1837)

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Lo champagne ottenuto da sole uve a bacca bianca si chiama blanc de blancs, mentre lo champagne ottenuto da sole uve a bacca nera si chiama blanc de noirs. Dosaggio Tecnicamente è l’aggiunta allo champagne, prima dell’imbottigliamento, di una piccola dose di sciroppo composto da zucchero di canna, vini vecchi e, a volte, cognac o altri distillati. Da un lato questo servirà ad “addolcire” un vino che non ha residuo zuccherino e, di conseguenza, si presenta con un’acidità molto elevata, dall’altro lato invece è fondamentale per fornire allo champagne (soprattutto se non millesimato) quelle sfumature di aroma e di gusto caratteristiche del produttore, cioè quello che in gergo viene definito goût maison.

John Collins Ingredienti • 4.5 cl Gin • 3.0 cl Succo di limone • 1.5 cl Sciroppo di zucchero • 6.0 cl Soda water Versare tutti gli ingredienti in un bicchiere tipo highball, riempito con ghiaccio. Mescolare delicatamente e guarnire con una fetta di limone e una ciliegia al maraschino. Aggiungere una goccia di Angostura bitter. (Nota: Usare “Old Tom” Gin per il Tom Collins).

Se vogliamo parlare del John Collins, prima bisognerà dire due parole sul suo “fratello” Tom. Il Tom Collins è un cocktail che fa parte della categoria Fizz, la cui base è “l’Old Tom Gin” (trattasi di una versione dolcificata precursore del London Dry Gin) e viene servito con ghiaccio in bicchieri grandi, tipo

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tumbler (i cosidetti highballs). Lo zucchero e il succo limone possono essere sostituiti da prodotti preconfezionati e già miscelati assieme. Fratelli di Tom Collins, sono John e Pierre il “francese”. Il primo è nativo di Londra dove già inizia a lavorare in un pub ben frequentato nel cuore della city. Ha un lieve accento straniero, probabilmente è un olandese come la genever, il gin che l’ha tenuto a battesimo, ma dichiara di essere “cockney” purosangue. Pare che il suo nome derivi da Old Tom Gin, sparito nel nulla pochi anni addietro. Dicono abbia lavorato anche sulla costa del Devonshire, con il Plymouth gin. Comunque ora è di nuovo in città, e va avanti solo a London Gin ormai da un pezzo. Nell’agosto 1891, si schierò a difesa del Tom Collins un medico britannico, sir Morell Mackenzie che scrisse un articolo e affermò che l’Inghilterra aveva dato i natali al cocktail Tom Collins e il suo ideatore era John Collins. Nell’articolo, Mackenzie citò una vecchia canzone, il cui titolo era appunto “John Collins”. Tuttavia poi si scoperse che il titolo era “Jim Collins”. La storia non finì lì: lo scrittore americano Charles Montgomery Skinner parlò del Tom Collins, prendendolo come esempio di cocktails da esportare in Europa. Agli inizi degli anni Venti, negli Stati Uniti, l’interesse per questo cocktails, complice il Proibizionismo, finì e si persero anche le tracce delle sue origini, divenute incerte... Curiosità: John Collins (5 Marzo 1625 – Londra, 10 Novembre 1683) è stato un matematico inglese. Fu membro della Royal Society di Londra, di cui fu bibliotecario. Il suo nome è associato alla vasta corrispondenza che ebbe con matematici di spicco, tra cui Giovanni Alfonso Borelli, Gottfried Leibniz, Isaac Newton, John Wallis, James Gregory e Christiaan Huygens. La sua corrispondenza ha fornito dettagli di molte scoperte e sviluppi del suo tempo.

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Gin Fizz Ingredienti • 4.5 cl Gin • 3.0 cl Succo di limone • 1.0 cl Sciroppo di zucchero • 8.0 cl Soda water Si prepara nello shaker con ghiaccio (tranne la soda). Si serve in un bicchiere tipo highball, colmando con soda.

Le origini del Gin Fizz si perdono lontane nei secoli: secondo alcuni la sua ricetta risale addirittura al 1750. Si tratta di una variante del Gin Tonic. Quest’ultimo pare sia stato inventato da alcuni ufficiali della Marina inglese, che nel 1750, dopo le campagne coloniali, presero l’abitudine di utilizzare il gin per combattere la febbre: da qui nacque il grande cocktail Gin tonic. Infatti a quei tempi le navigazioni erano lunghe e in stiva si consumavano prodotti non freschi, soprattutto senza una delle vitamine più importanti: la C, utile a prevenire lo scorbuto. Da qui l’idea di preparare un elixir dove ci fosse anche il limone. Fu l’ammiraglio Nelson ad avere l’idea di miscelare questi ingredienti (si aggiungeva all’epoca, nella ricetta originale, la pianta della china). In questo modo l’alcool riusciva a conservare la vitamina C. Il successo della bevanda tra le truppe fu totale, soprattutto nella lotta allo scorbuto. Ancora oggi i marinai britannici sono soprannominati Limey (probabilmente derivato da lime juicer (“succo di lime”) per l’usanza della Royal Navy di distribuire succo di lime per prevenire questa malattia. Al ritorno in patria, i marinai inglesi conservarono l’abitudine di consumare il gin in questo modo, ma modificarono la ricetta aumentando gli ingredienti e aggiungendo la soda water: ecco nato il Gin Fizz (fizz sta per frizzante). Vi sono alcune varianti del Gin Fizz: Silver Fizz: si aggiunge il bianco d’uovo;

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Golden Fizz: si aggiunge il rosso d’uovo; Diamond Fizz: con vino frizzante; Green Fizz: si aggiunge una spruzzata di crema di menta.

Horatio Nelson - Ritratto di Lemuel Francis Abbott National Portrait Gallery di Londra.

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Harvey Wallbanger Ingredienti • 4.5 cl Vodka • 1.5 cl Liquore Galliano • 9.0 cl Succo d’arancia Si prepara direttamente nel bicchiere highball, riempiendolo con cubetti di ghiaccio, miscelandolo delicatamente e completando con liquore Galliano. Si guarnisce con una fetta di arancia e ciliegina al maraschino.

L’origine dell’Harvey Wallbanger è attribuita a 3 personaggi: Donato ‘Duke’ Antone, cognato del senatore Carlo Lanzillotti dello Stato di New York. Il secondo è un surfista del Manhattan Beach. Il terzo personaggio è Bill Doner, bartender al The Office in Newport Beach, insieme a Robert Pratt, barman del Arlberg Chalet, presso il lago Mammoth. Il cocktail era poco conosciuto fuori della California fino al 1970, quando divenne improvvisamente popolare per essere servita sui voli della TWA. Il nome deriva dal coniglio gigante che nel film Harvey parlava a James Stewart quando sbatteva contro un muro, appunto wallbanger in inglese. Nel film Stewart veste i panni del gentile Elwood P. Dowd, il cui miglior amico è Harvey, un grosso coniglio bianco parlante che soltanto lui riesce a vedere. Per la sorella di Elwood, Veta Louise, l’ossessione del fratello per Un’immagine tratta dal film Harvey, diretto da Henry Costner Harvey rappresenta un grosso in-

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tralcio ai suoi piani per far sposare la figlia. Così Veta Louise decide di far ricoverare Elwood in una clinica psichiatrica, ma per un divertente malinteso finisce per essere ricoverata la stessa Veta Louise. Tocca proprio a Elwood, con la sua fresca ed ingenua psicologia e con il suo amico “immaginario”, risolvere il pasticcio.

Horse’ s Neck Ingredienti • 4.0 cl Brandy • 11.0 cl Ginger Ale • Spruzzata di Angostura bitter (facoltativa) Si prepara direttamente nel bicchiere highball con cubetti di ghiaccio. Si mescola delicatamente e si guarnisce con una spirale di limone. Se richiesto, alcune gocce di Angostura Bitter. ciliegina al maraschino.

Le origini di questo long drink risalgono al 1890 ed è nato come cocktail analcolico composto da ginger ale, ghiaccio e scorza di limone. Nel 1910 ci fu una variante dove venne aggiunto il brandy (ed a volte il Bourbon whiskey). L’ultima versione analcolica servita risale alla fine degli anni Cinquanta nell’Upstate di New York. Il suo nome significa “criniera di cavallo” ed è riferito alla forma del twist di limone a forma di spirale che viene aggiunta. Proprio nel twist di limone è contenuto l’olio essenziale: si tratta di un liquido etereo e volatile con un colore che va dal giallo a verde ed una volta estratto per pressione meccanica mantiene l’odore della scorza. Costituito prevalentemente da limonene e pineni (beta-pinene, alfa pinene, gamma terpinene), è quasi completamente solubile in alcool etilico a 96°. Viene impiegato principalmente nell’industria alimentare per il suo potere aromatizzante ed in quella profumiera. Nella farmacologia il

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succo viene usato come antiemorragico, disinfettante e ipoglicemizzante Era reputato indispensabile nella cura dello scorbuto: cosa ben nota tra i marinai che non mancavano di approvvigionarsi di limoni prima di ogni viaggio impegnativo.

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Irish Coffee Ingredienti • 4.0 cl Irish Whiskey • 8.0 cl Caffè • 3.0 cl Crema di latte • 1 cucchiaino da tè di zucchero di canna L’Irish coffee si prepara direttamente nel bicchiere apposito precedentemente riscaldato con acqua calda. Per prima cosa si raffredda lo shaker e si agita la crema di latte per almeno 2 minuti, lasciandola poi in frigo. Poi si versa lo zucchero di canna e il whiskey e si riscalda il tutto con il lanciavapore, aggiungendo il caffè espresso. Alla fine si unisce la panna semimontata aiutandosi con un cucchiaino. Infatti deve apparire con due strati: uno nero ed uno bianco. Alcuni usano ricette diverse, per esempio zuccherano prima il caffè e poi lo miscelano con il whiskey nel bicchiere.

La definizione che da Wikipedia dell’Irish coffee è la seguente: “L’Irish coffee, o caffè irlandese, è un caffè caldo, zuccherato, corretto con whisky e con uno strato di panna sulla superficie.” In effetti è così: in fondo si tratta di un caffè caldo con aggiunta di whiskey (attenzione utilizzare il whisky è errato, ci vuole whiskey irlandese) e panna semimontata. A volte in questo cocktail vengono aggiunte spezie come la noce moscata o la cannella. L’invenzione del cocktail viene attribuita alla cittadina irlandese di Foynes: qui i bar del porto e dell’aeroporto servivano la bevanda per riscaldare i passeggeri reduci dalle traversate trans-atlantiche.

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Un’altra tradizione parla di un certo Mr. Sheridan, capo dei barman nel bar dell’aeroporto di Shannon in Irlanda. Nel 1942 all’aeroporto giunsero in piena notte dei passeggeri stanchi e stizziti per la cancellazione del loro volo dovuta al maltempo. Allora Joe Sheridan pensò di servire loro qualcosa di robusto che potesse rinfrancare e, soprattutto, “riscaldare” i passeggeri. Preparò del caffe molto forte, aggiunse zucchero e whiskey, completando con una guarnizione di panna. Quando i passeggeri gli chiesero se si trattasse di caffè brasiliano, Mr. Sheridan divertito rispose: «No, è caffe irlandese!». Un giorno, un giornalista del “San Francisco Chronicle”, atterrato a Shannon, scoprì la bevanda e l’apprezzò molto, tanto che gli dedicò un articolo sul quotidiano a grande tiratura di cui era corrispondente. E fu così che l’idea della bevanda irlandese fu ripresa dai bar di San Francisco, tanto che la ricetta si diffuse in tutto il mondo.

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Piña Colada Ingredienti • 3.0 cl Rum bianco • 3.0 cl Latte di cocco • 9.0 cl Succo di ananas Si prepara in un blender con del ghiaccio tritato; si versano i prodotti (succo d’ananas, Rum bianco, latte di cocco), si frulla per alcuni secondi e si versa nel tubler (o anche old fashioned) senza filtrare. Si può decorare con una fettina di ananas, due ciliegine e due cannucce lunghe.

Sono diverse le versioni circa l’origine della Piña Colada. Già dagli anni Venti si parlava di una “bevanda a base di ananas e rum”, ma senza il latte di cocco. Nel 1950 compare un trafiletto sul New York Times: « Drinks in the West Indies range from Martinique’s famous rum punch to Cuba’s pina colada (rum, pineapple and coconut milk). Key West has a variety of lime swizzles and punches, and Granadians use nutmeg in their rum drinks. » (New York Times, 16 Aprile 1950)

La targa che ricorda dove è nata la Piña Colada situata presso la casa di Don Ramon Portas Mingot

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Un’altra versione invece riconosce il Piña Colada come bevanda tipica di Porto Rico, Paese dove si narra che l’autore sia stato tale Don Ramon Portas Mingot, che nel 1863 ideò un cocktail originale a base di frutta: il primo Piña


Colada, appunto. Nella Vecchia San Juan è possibile osservare una targhetta commemorativa in marmo che ricorda questo evento.

Quindi è molto probabile che in buona parte dei Caraibi, già dagli anni Cinquanta, si fosse a conoscenza di questo tipo di bevanda, chiamata semplicemente “ananas colata”. Ma solo nel 1963 che essa venne ufficializzata col nome di Piña Colada e assunta come bevanda nazionale portoricana. Curiosità: esiste anche una versione analcolica del Piña Colada ed è chiamata Vergine Piña Colada. Gli ingredienti sono: 7 oz Succo di ananas 2 oz Latte di cocco Un bicchiere di ghiaccio tritato Si versa il succo di ananas, il latte di cocco ed il ghiaccio tritato in un blender e si serve in un tumbler con la stessa decorazione usata nella versione internazionale del Piña Colada.

Un altro cocktail è il Chi Chi: la sua ricetta è uguale al Piña Colada, tranne per il rum che viene sostituito con la vodka.

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Planter’ s Punch Ingredienti • 6.0 cl Rum scuro • 3.0 cl Succo di limone • 1.0 cl Sciroppo di granatina Soda water Si prepara in uno shaker con ghiaccio e si serve in un bicchiere tipo highball, completando con soda water. Mescolare delicatamente e aggiungere uno spruzzo di Angostura bitter. Si guarnisce, infine, con fette di limone e arancia.

Il Planter’s Punch è un cocktail a base di rum. Tuttavia il suo nome non è legato ad un cocktail specifico, ma ad una serie di bevande che hanno come base sempre il rum, ma che si differenziano da altri ingredienti, come il succo di limone, il succo di lime, succo d’arancia, granatina, soda water e così via... La prima menzione di questo cocktail è apparsa 8 Agosto del 1908 in una edizione del New York Times: “PLANTER’S PUNCH” This recipe I give to thee, Dear brother in the heat. Take two of sour (lime let it be) To one and a half of sweet, Of Old Jamaica pour three strong, And add four parts of weak. Then mix and drink. I do no wrong-I know whereof I speak.

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Nel 1921 “The Gleaner” aggiunge: “A planters’ punch is made of pure Jamaica rum, a little cane syrup, cracked ice along with a slice of native pineopple and orange to make it more attractive.” Il Planter’s Punch è molto famoso in Giamaica, soprattutto a Kingston. La ricetta del luogo consiglia: 1 Tablespoon Sugar Syrup The Juice of a fresh Lime 1 Wineglass Bacardi Rum Shake well; strain into a tumbler, and grate Nutmeg and a pinch of Red Pepper on top. No Soda whatever. Esistono anche delle varianti, come il Golden Glow, che presenta l’aggiunta di Bourbon whiskey e sciroppo di granatina, che gli regalano una delicata sfumatura aranciata. Curiosità: nella puntata “La guerra dei Simpson” il vicino di casa di Homer Simpson, Ned Flanders, chiede a Homer se gli va di assaggiare il suo Flander’s punch delirante. Ned Flanders gli spiega come è fatto il suo cocktail e Homer gliene chiede un altro.

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Screwdriver Ingredienti • 5.0 cl Vodka • 10.0 cl Succo d’Arancia Si prepara direttamente in un bicchiere tipo highball. Si mescola delicatamente e si guarnisce con mezza fetta d’arancia.

Il suo nome significa cacciavite. Di sicuro si sa che è stato inventato prima del 24 Ottobre del 1949. Secondo il Time alcuni agenti dei servizi segreti turchi si incontrarono in un bar poco illuminato del Park Hotel con alcuni ingegneri americani e dei rifugiati balcanici, e bevvero insieme una bevanda denominata screwdriver, formata da vodka e succo d’arancia. Questo cocktail è anche conosciuto come “Vodka e arancia” e vi sono diverse varianti di questo cocktail. Il Povero cacciavite per esempio è composto da una parte di vodka e due parti di un drink tipo Gatorade. Sostituendo il succo d’arancia con un una bevanda gassata come l’Orangina abbiamo un altro cocktail conosciuto come Hi-Fi. Un’altra versione prevede l’aggiunta del soft drink Tang al posto del succo d’arancia ed è conosciuto come un Cosmonauta “fuzzy” o un “Banger Tang”. Alcuni barman aggiungono il liquore Amaretto, addolcendolo: prende il nome, in questo caso, di Samerreto. Il Critty Bo è nato in onore del primo campione di ghostride e si prepara con una parte di vodka e due parti di Sunnyd, quest’ultimo un drink a base di arancia. Il noto cocktail Harvey Wallbanger non è altro che una versione dello Screwdriver con una spruzzata di liquore Galliano in cima. In alcuni casi, dello Sloe gin viene aggiunto al drink: è conosciuto come Sloe screw, ma se preparato in un Tall glass (un highball più capiente) prende il nome di Long Sloe crew. Se si aggiunge del Southern Com-

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fort3 allora abbiamo uno Sloe Comfortable screw. Infine con il liquore Galliano prende il nome di Sloe screw against the wall (in riferimento all’Harvey Wallbanger). Ma la fantasia non ha limiti: Vodka, Peach Schnapps e succo d’arancia compongono il Fuzzy Screw. Se si sostiuisce succo di mela al posto del succo d’arancia, ecco l’Anita Bryant, in onore della cantante ed attivista americana nota soprattutto per le Il Doctor Who sue prese di posizione e in secondo piano il Tardis, il suo veicolo. contro l’omosessualità e protagonista negli anni Settanta di campagne politiche per impedire la parità di diritti ai gay. Quando misceliamo vodka con Jones Soda blue abbiamo il Sonic Screwdriver, uno dei cocktail favoriti da “il Dottore”, nella serie televisiva Doctor Who. Ed infine, per chiudere, vodka e succo di prugna formano il Piledriver.

Il Southern Comfort è un famoso liquore statunitense prodotto fai dal 1874. Consiste in un mix di whiskey, arancia, vaniglia e derivati di cannella. Ha un retrogusto mieloso. 3

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Singapore Sling Ingredienti • 4.0 cl Gin • 2.0 cl Cherry Brandy • 0.5 cl Cointreau • 0.5 cl DOM Benedictine • 1.0 cl Sciroppo di granatina • 8.0 cl Succo d’ananas • 3.0 cl Succo di limone • 1 goccia di Angostura Bitters Si prepara nello shaker e si serve in un bicchiere tipo highball. Si guarnisce infine una fettina di ananas e una ciliegia al maraschino.

Questo cocktail è stato inventato da Ngiam Tong Boon (嚴崇文) per il Long Bar nel Raffles Hotel, a Singapore, tra il 1910 e il 1915; si tratta di una versione del sing, un tipo di cocktail tradizionale. La prima ricetta pubblicata prima del 1970 è differente da quella che si usa oggi. Vi sono diverse varianti del Singapore Sling: la ricetta tradizionale ancora prevede gin, cherry brandy e liquore Benedictine (in eguale musura). Il drink deve essere shakerato e versato in un bicchiere da long drink. Il bel colore rosso è dato dalla granatina (meglio conosciuta come sciroppo di granatina): trattasi di uno sciroppo analcolico a base di melagrana, utilizzata per la preparazione di granite e cocktail. Il suo nome deriva dalla denominazione granato con cui è anche nota la melagrana. Tradizionalmente la granatina era preparata mediante bollitura del succo ricavato dai chicchi delle

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melagrane con il miele o lo zucchero, in parti pressapoco uguali. Oggi gli sciroppi industriali sono invece composti in massima parte da succo di altri frutti come agrumi, ribes, lampone addizionati ad aromi e solo raramente con vero succo di melagrano. CuriositĂ : un Singapore Sling gustato al Long Bar dentro il Raffles Hotel, naturalmente a Singapore, costa $25.90 (e include il 10% del servizio e 7% tasse).

Uno dei bar situati all’interno del Raffles Hotel (tratta da www.raffles.com)

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Tequila Sunrise Ingredienti • 4.5 cl Tequila • 9.0 cl Succo d’arancia • 1.5 cl Sciroppo di granatina Si prepara direttamente in un bicchiere tipo highball colmo di ghiaccio. Si versa il tequila, succo d’arancia ed infine la granatina per ottenere un effetto “aurora”. Si guarnisce con una fettina d’arancia e ciliegina al maraschino e due cannucce.

Esistono due tipi di Tequila Sunrise: uno con Tequila, Creme de cassis, succo di lime e soda e l’altro, il più conosciuto, con Tequila, succo d’arancia e sciroppo di granatina. Preparato per la prima volta presso l’Arizona Baltimore (un locale di Phoenix, Una delle sale dell’Arizona Baltimore in Arizona, www. (foto tratta da www.arizonabiltmore.com) arizonabiltmore. com), solo nel 1973 diventa famoso quando gli Eagles uscirono con un single chiamato “Tequila Sunrise”. Nel 1988 Mel Gibson e Michelle Pfeiffer intitolarono un film “Tequila Sunrise”. A seguire anche un gruppo hip hop (i Cypress Hill) intitolarono un single come “Tequila Sunrise”. Il Tequila Sunrise è un long drink e va

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servito nel bicchiere highball. È il cocktail che chiude la lista dei long drinks internazionali codificati dall’IBA. Esistono anche della varianti: Tequila Sunset: si sostituisce alla granatina il blackberry brandy; Vodka Sunrise: si usa la Vodka al posto del Tequila; Astronaut Sunrise: si usa il Tang al posto del succo d’arancia. Per chi voglia approfondire, tutta la storia del Tequila Sunrise è disponibile nel sito dell’Arizona Biltmore: h t t p : / / w w w. a r i z o n a b i l t m o r e . c o m / u p l o a d s / t h e _ w r i g h t _ b a r _ menu_100306_581.pdf

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I CO C K TA I L S P O P U L A R

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Caipirinha Ingredienti • 5.0 cl. Cachaça • 1/2 Lime tagliato in 4 pezzi • 2 cucchiaini da tè di zucchero di canna Tagliare il lime in 4 pezzi ed aggiungere lo zucchero in un bicchiere tipo old fashioned. Pestare delicatamente e colmare con ghiaccio e la cachaça.

La Caipirinha è il cocktail brasiliano per eccellenza, la cui base è la cachaça (il distillato più bevuto in Brasile). Infatti in questo Paese lo troviamo un po’ ovunque: ristoranti, bar e la sua popolarità è aumentata al di fuori dei confini nazionali solamente dopo che è stato inserito tra i cocktails popolari dell’IBA. La parola “caipirinha” è il diminuitivo di “caipira”, che sta per contadino. Vi sono numerose varianti di questo cocktails: • La Caipivodka: meglio conosciuta come Caipiroska, la vodka sostituisce la cachaça; • La Caipirissima: ovvero una variante con rum al posto della cachaça; • Caipirao: tipico drink portoghese, con il liquore Beirao al posto sempre della cachaça; • Caipirita: qui si utilizza il Tequila. • Caipiritaly: ideato da Beppe Castiello e Luigi Manzo, con al posto della cachaça, il Bitter Campari. Esistono anche delle versioni con frutta fresca, definite Caipifruta, dove al posto del lime vengono utilizzati altri tipi di frutta (singolarmente oppure insieme), come kiwi, ananas, limoni, mango... Il cocktail Caipiritaly

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Cosmopolitan Ingredienti • 4.0 cl. Vodka al limone • 1.5 cl. Cointreau • 1.5 cl. Succo di lime • 3.0 cl. Succo di mirtillo rosso Si prepara nello shaker riempito con ghiaccio e si serve in una doppia coppetta a cocktail, guarnito con una fettina di lime.

Il Cosmopolitan è una variante di un vecchio cocktail, il Gin Daisy. Le origini del Cosmopolitan sono controverse. Alcune case produttrici di vodka hanno confezionato delle storie ad hoc per il Cosmopolitan: così hanno fatto la stessa cosa delle Associazioni di categoria. L’unico dato certo è che il Cosmopolitan è stato inventato nel lontano 1958, quando molte persone ordinavano (e conoscevano) solo il classico Martini Dry... perché faceva trendy. Il Cosmopolitan appare per per la prima volta sotto il nome di Stealth Martini: il barman Barnaby Conrad III lancia questa variante in onore del “Re Martini”. Trascorre un decennio e si arriva al 1970, quando un altro barman, sempre nello stesso locale, cambia il nome di Stealth Martini in Cosmopolitan. Il colore, il sapore meno secco e più morbido, fa sì che il cocktail si diffonda tra le ragazze. Verso il 1985, John Caine, titolare del “Caffè Mars” di San Francisco, inserisce il Cosmopolitan tra le ricette servite nel suo bar. E da questo momento diventa uno dei cocktails più popolari sulla costa orientale degli Stati Uniti. Tra le citazioni celebri, va segnalata la menzione nel telefilm “Sex and the City”, che gli ha regalato una popolarità improvvisa. Allora gli autori per dimostrare che la TV aveva un’influenza devastante, si sono inventati il Cosmopolitan White e come per magia nei locali newyorkesi han-

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Un’immagine tratta da “Sex and City”

no iniziato a chiedere il Cosmopolitan White (oggi esistono almeno 9 varianti del Cosmopolitan, tutte presentate sul sito www.cocktailtimes. com). Curiosità: il Cosmopolitan è stato oggetto anche di un videogame dal titolo The Right Mix (http://www.liquidlight.co.uk/our-work/clients/landsecurities/the-right-mix/

Japanese Slipper Ingredienti • 3.0 cl. Midori • 3.0 cl. Cointreau • 3.0 cl. Succo di limone Si prepara nello shaker e si serve in una coppetta a cocktail. Si guarnisce con una fettina di melone.

Creato nel 1984 da Jean-Paul Bourguignon a Melbourne, oggi fa parte della categoria dei cocktails popolari dell’IBA.

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Midori, città giapponese della prefettura di Gunma

Gli ingredienti sono equilibrati: 3 cl di Midori (che prende il nome da una città giapponese della prefettura di Gunma); 3 cl di Cointreau e 3 cl di succo di limone. Il liquore Midori si presenta con un brillante colore verde. Prodotto oggi in Messico, è originario però del Giappone. Midori in giapponese vuole dire verde e la gradazione alcolica si aggira intorno ai 20°. La storia del Midori inizia nel 1978, quando viene lanciato negli USA dalla Suntory, produttrice del liquore. Nel 1984 arriva anche in Giappone ed in Italia arriverà solo nel 1991. Nel 2007 segna il record di 300.000 bottiglie vendute. Poiché si presenta come un liquore estremamente dolce, raramente viene consumato da solo, ma quasi sempre in bevande miscelate.

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Kamikaze Ingredienti • 3.0 cl. Vodka • 3.0 cl. Cointreau • 3.0 cl. Succo di limone Versare gli ingredienti nello shaker e si serve in una coppetta a cocktail. Si guarnisce con una fettina di lime.

Il Kamikaze è fatto con parti uguali di Vodka, Triple Sec e succo di limone. Il nome Kamikaze (神風) deriva da una parola giapponese, di solito tradotta come vento divino. Kaze sta per “vento”, ka significa inspirare e ze significa espirare e kami significa “divino”: questo termine entrò in uso per indicare il nome di un leggendario tifone che si dice abbia salvato il Giappone da una flotta di invasione Mongola inviata da Kublai Khan nel 1281. In Giappone la parola “kamikaze” viene utilizzata solo per riferirsi a questo tifone. Internazionalmente questa parola viene generalmente riferita agli attacchi suicidi eseguiti dai piloti giapponesi contro le navi alleate verso la fine della campagna del pacifico nella Seconda Guerra mondiale. Gli attacchi aerei furono l’aspetto predominante e meglio conosciuto di un uso più ampio di attacchi (o piani) suicidi da parte di personale giapponese, inclusi soldati che indossavano esplosivo ed equipaggi di navi cariche di bombe. In giapponese il termine usato per le unità che eseguivano questi attacchi è tokubetsu k geki tai (特別攻撃隊, letteralmente “unità d’attacco speciale”), solitamente abbreviato in tokk tai (特攻隊). Nella seconda guerra mondiale le squadre suicide provenienti dalla Marina Imperiale Giapponese furono chiamate shinp tokubetsu k geki tai ( 神風特別攻撃隊), dove shinp è la lettura (cinese) dei kanji che formano la parola “kamikaze”. Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, la parola kamikaze è stata applicata ad una varietà più ampia di attacchi suicidi, in altre parti del mondo ed in altre epoche. Da includere Selbstopfer (in tedesco selbst se stessi e opfer vittima) nella Germania nazista durante la seconda guerra

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mondiale ed attentati suicidi di natura terroristica come quelli dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti o dei palestinesi in Israele. Va sottolineato che (a differenza degli attacchi sferrati dai giapponesi contro le Forze Alleate nella Seconda Guerra mondiale) gli atti terroristici hanno obiettivi non combattenti. L’uso internazionale corrente del termine kamikaze per identificare attentati suicidi di natura terroristica - o di qualsiasi altra natura - non viene adottato dalla stampa nipponica, che invece gli preferisce jibaku tero (自爆テロ), abbreviazione della locuzione anglo-giapponese jibaku terorisuto (自爆テロリスト, “terroristi autoesplodenti”).

Attacco di un kamikaze ripreso un attimo prima di schiantarsi su una nave americana, durante la Seconda Guerra mondiale

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Long Island Ice Tea Ingredienti • 1.5 cl Vodka • 1.5 cl Tequila • 1.5 cl Rum bianco • 1.5 cl Cointreau • 1.5 cl Gin • 2.5 cl Succo di limone • 3.0 cl Sciroppo di zucchero • Spruzzata di Cola Si prepara direttamente in un bicchiere tipo highball, riempito di ghiaccio. Mescolare delicatamene e guarnire con una spirale di limone e due cannucce.

Il Long Island Iced Tea fu servito la prima volta nei tardi anni settanta da Robert (Rosebud) Butt, un barman dell’Oak Beach Inn, nella città di Babylon, LongIsland, New York. Nasce nel periodo del proibizionismo negli Stati Uniti e il suo colore è dato da poca cola, che fa apparire appunto il cocktail una bibita analcolica: tè per l’appunto. Da qui Long Island Iced Tea. In questo modo ci si prendeva beffa dei controlli. Long Island (appartenente allo stato di New York) è l’isola maggiore (3.566 km², 7.150.000 abitanti) della costa orientale degli USA di fronte agli stati di New York e Connecticut. È separata dal continente dallo stretto di Long Island Sound, lungo 175 km e largo da 5 a 32 km. L’isola è suddivisa in quattro contee: Kings, Queens, Nassau e Suffolk. Le prime due corrispondono rispettivamente ai distretti di Brooklyn e di Queens della città di New York. Comunque, quando ci si riferisce a “Long Island” nel linguaggio di tutti i giorni, di solito si intende parlare solo delle contee di Suffolk e Nassau, in quanto Brooklyn e Queens, pur facendo parte dell’isola a tutti gli effetti, nell’immaginario collettivo sono maggiormente legati alla città di New York.

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Long Island, soprattutto nel secondo senso sopra esplicitato, è nota per il suo benessere e per l’alta qualità della vita. Secondo i dati forniti dal censimento del 2000, la contea di Nassau è la seconda per reddito pro capite nello Stato di New York e la sesta più ricca degli Stati Uniti. Della Contea di Suffolk sono famose le numerose cittadine che si trovano sul mare, inclusi gli Hamptons. Secondo le statistiche dell’FBI, il complesso delle contee di Nassau e Suffolk ha il secondo più basso livello di criminalità negli Stati Uniti.

New York - Long Island

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Mai Tai Ingredienti • 3.0 cl Rum bianco • 3.0 cl Rum scuro • 1.5 cl Orange Curacao • 1.5 cl Sciroppo d’orzata (di mandorle) • 0.5 cl Sciroppo di cristalli di zucchero • 1.0 cl Succo di lime Si versano gli ingredienti in uno shaker, eccetto il rum scuro. Dopo aver shakerato, si versa il cocktail in un bicchiere tipo highball, aggiungendo il rum chiaro e guarnendo con uno spicchio di ananas ed una scorza di lime. Servire con cannuccia.

Il Mai Tai è un cocktail alcolico ideato presso Trader Vic’s, un ristorante in stile polinesiano in Oakland, California, nel 1944. Un rivale del ristorante, il Don the Beachcomber, diffuse poi una versione diversa di questo cocktail. “Maita’i” è una parola tailandese è sta per buono. Tuttavia il nome del drink è composto solo da due parole: Mai Tai, appunto. Secondo la storia, il barman del Trader’s Vic, Victor J. Bergeron, creò questo cocktail in un pomeriggio per alcuni amici di ritorno da un viaggio da Tahiti. Uno di questi assaggiò ed esclamò: “Maita’i roa!” (letteralmente “molto buono!”), e da qui ecco il nome. Il Mai Tai ha avuto anche enorme risalto grazie al film “Blue Hawaii” con Elvis Presley. Curiosità: il Mai Tai è bevuto da Stewart Gilligan Griffin, chiamato semplicemente Stewie ed uno dei principali personaggi dei cartoon I griffin. Figlio minore di Peter e Lois, geniale bambino diabolico, sempre impegnato a progettare piani per sbarazzarsi della madre. Il Mai Tai compare nell’episodio 14 della 3° stagione, nella puntata “Gli antenati”.

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Nelle pagine del sito Tradervics.com è possibile leggere anche la storia del Mai Tai

Mojito Ingredienti • 4.0 cl Rum bianco • 3.0 cl Succo di lime • 3 foglioline di menta • 2 cucchiaini di tè di zucchero di canna • Soda Water Si adagia sul fondo al bicchiere la menta con zucchero e succo di lime e si pesta delicatamente per far sprigionare l’essenza alla menta. Si aggiunge il rum e si colma con soda water. Si guarnisce con foglioline di menta.

L’origine del Moijto è cubana e sarebbe stato ideato dal barman Angelo Martínez, un cubano che gestiva il famoso bar “La Bodeguita del Medio” a L’Avana, instancabile preparatore di cocktails. Il nome Mojito deriverebbe dalla parola voodoo “Mojo” che significa “Incantesimo”. Gli ingredienti del Mojito sono: foglie di menta (da preferire Hierba Buena), rum bianco, zucchero, succo di lime e soda (o, in alternativa, acqua

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frizzante). Viene servito freddo ed ha un gusto decisamente pungente dovuto alla combinazione della freschezza della menta e al gusto molto forte del rum. Secondo alcuni la menta va pestata, in realtà per far fuoriuscire le essenze basta semplicemente premerla con il muddler. Vi sono anche alcuni accorgimenti stagionali: per esempio il sapore del Mojito è diverso da stagione a stagione. Infatti in inverno può essere più amaro, mentre in estate è più gradevole, poiché la menta si Ernest Hemingway con il Daiquiri, presenta più matura e meno uno dei suoi cocktail preferiti aspra. Esiste anche una piccola variante, amata da Ernest Hemingway, che consiste nel mescolare due tipi di rum: il primo chiaro invecchiato da 1 a 3 anni ed il secondo ambrato invecchiato per un periodo che va dai 7 anni in su. Si presenta con un gusto più pungente e un tasso alcolico maggiore. Il Mojito era uno dei cocktail preferiti da Hernest Hemingway insieme al Daiquiri (“Mi mojito en La Bodeguita, mi daiquiri en El Floridita”).

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Orgasm Ingredienti • 3.0 cl Cointreau • 3.0 cl Bailey’s Irish Cream • 2.0 cl Grand Marnier Si versano gli ingredienti direttamente in un bicchiere tipo old fashioned (oppure in uno shot glass, uno di quei bicchieri che in Italia usiamo per la grappa). Si guarnisce con una ciliegina al maraschino.

Esistono molte varianti di questo cocktail. Una per esempio è ricordata con una frase a doppio senso: “being made on your B.A.C.K.”, dove l’acronimo B.A.C.K. sta per fatto con Bailey’s, Amaretto, half and half (dove la C sta per crema), e Kahlúa, dove ogni ingrediente è versato in parti uguali. Baileys Irish Cream (nel marchio depositato viene omesso l’apostrofo) è un liquore a base di whisky irlandese e di crema, realizzato dalla società R. A. Bailey & C. di Dublino in Irlanda. Ha un tasso alcolometrico del 17%. Questo prodotto venne lanciato in commercio il 26 novembre 1974, orientato per il mercato americano. In Baileys troviamo un profumo di crema e di caffè con aromi di mandorla e di nocciola ed un gusto morbido e zuccherato. Nel 2003, Bailey ha lanciato sul mercato Baileys Glide, una bevanda meno gustosa e più lunga con 4.0% ABV (Volume di alcool, una misura del contenuto di alcool

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delle bevande alcoliche), per puntare su nuovi mercati, ma la produzione è stata interrotto nel 2006. Nel 2005, Baileys ha lanciato anche una variante dell’Irish Cream, quella alla menta e cioccolata e quella al caramello, con la stessa quantità di alcool (17%, come l’originale).

B 52 Ingredienti • 2.0 cl Kahlua • 2.0 cl Bailey’s Irish Cream • 2.0 cl Grand Marnier Si versano gli ingredienti in uno shooter e si serve con uno stirrer. Normalmente viene servito nei bicchierini shot. Come primo ingrediente si versa il liquore al caffè, seguito dalla Crema Bailey’s molto lentamente facendola scorrere sul retro di un cucchiaio. Infine si versa il Grand Marnier.

Nato negli Stati Uniti, è composto da liquore al caffè, crema Baileys e Grand Marnier. Se si riesce a prepararlo correttamente, gli ingredienti (a causa della loro diversa densità) tendono a separarsi visibilmente in tre strati. Alcuni barman aggiungono un goccio di alcol e con un fiammifero danno fuoco (versione flambè). Il suo nome è riferito al bombardiere a lungo raggio B-52 “Fortezza Volante”, usato nella Guerra del Vietnam per sganciare le bombe incendiarie al napalm (da ciò probabilmente è nata una versione infiammabile). Secondo alcuni la prima versione del B52 compare nel ristorante “Alice’s” a Malibu, in California; secondo altri la sua origine è legata alla “Keg Steakhouse” a Calgary, in Canada, nel 1977. Terza, ma non ultima, versione accreditano il B52 a Adam Honigman, un bartender al Max-

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well’s Plum Bar di New York City, verso la fine degli anni ‘70 (oppure i primi anni ‘80). La sua popolarità alquanto diffusa ha creato molte varianti. Tutte insieme, questi cocktail sono considerati la Serie B-50

La versione fiammeggiante

Per un effetto più coreografico va bevuto infiammato: per fare questo basta dare fuoco al Grand Marnier, con un fiammifero ed in pochi secondi prenderà fuoco. Tuttavia questo non sempre riesce ed alcuni barman sostituiscono il Grand Marnier con altri distillati o liquori di gradazione superiore o aggiungono alcol etilico puro. Una volta acceso va bevuto con la cannuccia tutto d’un fiato, questo per evitare che la cannuccia prenda fuoco, in quanto aspirando, il liquido che passa dentro la cannuccia la raffredda. Anche lasciando il bicchiere acceso le fiamme non passeranno mai negli strati inferiori, dopo un po’ si spegnerà da solo, e anche lasciandolo bruciare fino alla fine gli strati di liquore sottostante al Grand Marnier rimarranno sempre freddi Le varianti del B52 B-52 con Bombay Doors: un B-52 con gin Bombay B-52 nel deserto: un B-52 con tequila al posto del Baileys B-52 con Cointreau B-53: un B-52 con Vodka B-54: un B-52 con Amaretto B-55: un B-52 con Assenzio B-57: un B-52 con Sambuca e Triple Sec al posto del Grand Marnier B-61: un B-52 con vaniglia e crema di cacao B-1: un B-52 con Vodka Ketel-One

121 Il bombardiere B52


Salty Dog Ingredienti • 4.0 cl Vodka • 10.0 cl Succo di pompelmo Si versano gli ingredienti in uno shaker. Si filtra poi in un bicchiere highball con il bordo orlato di sale e riempito con ghiaccio. Aggiungere 2 cannucce lunghe e servire.

Il Salty Dog è un cocktail a base di vodka (ma spesso si utilizza anche il gin) e succo di pompelmo, servito in un bicchiere tipo highball con il bordo orlato di sale. Vi è un cocktail simile, il Greyhound, dove l’unica differenza è il bicchiere senza sale. Il pompelmo, o meglio il suo succo, è l’elemento caratterizzante di questo drink. L’agrume probabilmente arriva dall’America Centrale. Si dice sia stato scoperto nel 1750, probabilmente a Barbados o alle Bahamas. In realtà è plausibile che da questi luoghi sia stato portato in Florida. Non ci sono però ancora alcune supposizioni valide su come abbia fatto ad arrivare dall’America al Mediterraneo. In Europa per tanto tempo è stato usato pianta ornamentale; poi nel XIX secolo è diventato popolare. Oggi il pompelmo si coltiva in tutto il mondo. Ne sono i maggiori produttori gli USA, con piantagioni in Florida e Texas. Per il Salty Dog è consigliabile usare il pompelmo rosa. Si tratta di un ibrido con l’arancio che ha sollevato molto interesse tra i compratori, tanto da favorire ulteriori ibridazioni soprattutto con l’arancio moro. Sono stati raggiunti buoni risultati: il frutto sta diventando sempre più colorato e sempre più dolce, mentre la buccia si sta assottigliando. Al momento il pompelmo rosa è

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solo una varietà del pompelmo giallo, ma potrebbe succedere che in breve diventi specie autonoma di citrus. È già successo con le clementine: quando una varietà raggiunge qualità peculiari facilmente ripetibili, mantenendo invariate le nuove caratteristiche, l’ibrido assume lo status di specie.

Sea Breeze Ingredienti • 4.0 cl Vodka • 12.0 cl Succo di mirtilli rosso • 3.0 cl Succo di pompelmo Si versano gli ingredienti in un bicchiere tipo highball, riempito con ghiaccio. Si guarnisce, infine, con una fettina di lime.

Cocktail tipicamente estivo (la brezza del vento), anche grazie alla disponibilità degli ingredienti stagionali. Alcol (vodka) e succo di frutta è un mix vincente presente in numerosi drink (Screwdriver docet). Esiste anche una variante hawaiana, il Bay breeze, con il succo di ananas al posto del succo di pompelmo. Il cocktail è nato negli anni Venti, ma la ricetta originale era differente da quella usata oggi: per esempio gin e granatina prendevano il posto della vodka e del succo di pompelmo. Nel 2005, con il film Red Eye, di Wes Creaven, Jackson Rippner (interpretato da Cillian Murphy) spinge contro il muro Lisa Reisert (Rachel McAdams) e urla: “Non sono sicuro che tu sia una una persona tanto sincera. Ti ho seguito e studiato per tante settimane, e neanche una volta che avessi ordinato qualcosa che non fosse un fottuto Sea Breeze!”. Il cocktail è citato anche in French Kiss (con Meg Ryan) e Scent of Woman con Al Pacino.

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Cuba Libre Ingredienti • 5.0 cl Rum bianco • 10.0 cl Cola Si versano gli ingredienti direttamente in un bicchiere tipo highball riempito con ghiaccio. Si aggiunge infine una fettina di lime.

Il Cuba libre deve il suo nome naturalmente all’isola di Cuba, ma in realtà sono tante le ipotesi sull’origine. Cuba Libre o Cuba libera, secondo alcuni è stato ideato per festeggiare l’indipendenza di Cuba dalla Spagna, verso la fine del 1800, ottenuta grazie all’aiuto degli Stati Uniti: un barman cubano unì la Coca Cola (prodotto tipico americano) al rum (prodotto tipico cubano) per unire simbolicamente le due nazioni. In origine pare che il Cuba libre fosse un Daiquiri allungato con Cola. Poi arrivò la versione più semplice. Vi è un’altra versione che ricorda invece il giornale rivoluzionario “Cuba Libre” fondato nel 1928 da Julio Antonio Mella. In Wikipedia la prima versione viene raccontata così: “ Il Cuba libre pare che fosse stato inventato durante una battaglia tra Spagna e Stati Uniti. È successo quando i soldati americani arrivarono in gran numero sull’isola di Cuba. Un pomeriggio, un gruppo di soldati americani si recarono in un bar dove di Havana. Fausto Rodriguez ricorda che un capitano entrò e ordinò Rum Bacardi e Coca-Cola con ghiaccio. Bevve con tanto piacere, che i soldati intorno a lui chiesero un drink identico. Al successivo giro, un soldato chiese di brindare “A Cuba libera!” e da qui nacque il cocktails”. Tuttavia vi sono alcune incongruenze: mentre la guerra si svolgeva nel 1898, la Coca-Cola arrivò a Cuba solo nel 1900. Ciò non ha impedito che il Cuba Libre avesse successo anche oltre ai confini cubani e americani. Per esempio in Nicaragua, il Rum Bacardi è sostituito dal Flor de Caña (la marca nazionale del rum nicaraguense): è chiamato Nica Libre. In Venezuela il Cuba Libre Preparado contiene

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una spruzzata di gin e una di Angostura bitters. In Spagna viene chiamato Ron-Cola e Cubata. In Australia è chiamato semplicemente Rum and Coke. In Inghilterra lo si ordina chiamandolo Bacardi and Coke. In Peru vi è una variante, il Peru Libre, preparato con il pisco anziché rum. In Olanda viene comunemente chiamato Baco, abbreviativo dei due ingredienti: Bacardi rum e Coca-Cola. In Puerto Rico è conosciuto come Qbalibre e si usa Ron Don Q, il rum preferito dai portoricani al posto del Bacardi. In Beverly Hills, in California, si miscela Captain Morgan’s Spiced Rum con Coca-Cola.

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Sex On The Beach Ingredienti • 4.0 cl Vodka • 2.0 cl Peach Schnapps • 4.0 cl Succo d’arancia • 4.0 cl Succo di mirtilli rosso Si versano gli ingredienti in uno shaker. Si versa il cocktail in un bicchiere tipo highball riempito di ghiaccio e si guarnisce con una fetta di arancia.

Il Sex On The Beach è stato creato sicuramente dopo gli anni Settanta, visto che fino a quel momento nessun cocktail poteva contenere la parola sex, in quanto ritenuto sconveniente nei locali statunitensi. Quindi nacquero dapprima il Fun on the beach e poi il Peach on the beach, quest’ultimo composto da 2 cl di vodka, 2 cl di midori, 2 cl di chambord, succo di ananas e di mirtillo rosso, che avevano l’effetto di scurire enormemente il cocktail e donargli un gusto molto dolce. Il Peach on the beach non ebbe successo in Europa, vista la difficile reperibilità del Midori, e fu il Fun on the beach ad affermarsi decisamente nel vecchio continente. Il cocktail venne poi approvato dall’IBA e inserito nella lista dei cocktails famosi. Oggi vi sono alcune varianti, come il “Modern Sex on the Beach”, dove il succo d’arancia viene sostituito dal succo di ananas. Altre varianti prevedono il rum al posto della vodka, mentre girano anche delle versioni analcoliche chiamate “Safe Sex on the Beach”, “Dry Humping on the Beach” oppure “Virgins on the Beach”, quest’ultimo analcolico.

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Apple Martini Ingredienti • 4.0 cl Vodka • 1.5 cl Apple Schnapps • 1.5 cl Cointreau Si versano gli ingredienti in un mixing glass con ghiaccio. Agitare bene con uno stirrer e versare in una coppetta da cocktails. Guarnire, infine, con una fettina di mela.

Chiamato anche Appletini o Melatini, è una combinazione di vodka, Apple Schnapps e Cointreau. L’Apple Schnapps è una grappa estratta dalla mela. Pare che questo drink comparve per la prima volta nel 1970, dalle mani di un bartender irlandese, Barry Lovern, presso l’Ardilaun Hotel, nella città di Glenard Crescent, Galway, in Irlanda. E’ stato il cocktail preferito dal dottor John Michael Dorian (Zach Braff), nella sitcom televisiva Scrubs. A volte però al Melatini, preferisce il Pescatini. Il Melatini compare anche in un’altra sitcom, Due uomini e mezzo (Two an a Half Men) con Alan Harper (interpretato da Jon Cryer).

I personaggi di Scrubs, la sitcom televisiva della ABC Studios

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Lady Boy Ingredienti • 3.5 cl Bailey’s Irish Cream • 3.5 cl Brandy Si versano gli ingredienti direttamente in un tumbler basso con ghiaccio. Guarnire con un bastoncino di cannella e spolverare con una grattugiata di noce moscata.

Questo cocktail di stato creato da un fotografo, Phil Coburn che stava lavorando per il Sunday Mirror. Una notte nel 2003, in Giordania, mentre infuriava la guerra, Phil ed un amico e collega giornalista Steve Boggan, corrompevano alcuni funzionari iracheni per ottenere un visto ed entrare nel paese, Phil ideò questo cocktail (che lui stesso definì terribile), chiamandolo Ladyboy. Phil e Steve convinsero il barman dell’Intercontinental di Amman, che si trattava di un cocktail conosciuto e risero di gusto all’idea del barman che si era bevuto l’intera storia (i ladyboys sono transessuali e Phil giocava sul doppio senso di cocktails).

Il fotografo Phil Coburn

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Nella seconda settimana di Gennaio 2010 in Afghanistan, Phil e il suo reporter, Rupert Hamer, rimasero vittime di un attentato terroristico. Rupert è stato ucciso, così anche due i due militari Usa e lo stesso attentatore. Phil ha perso le gambe, ma, grazie a Dio, è sopravvissuto. Nonostante ciò il suo buon umore non gli è passato e sarà padre al più presto. L’IBA ha voluto menzionare il suo cocktail nel ricettario internazionale, in una nuova categoria: gli speciali.

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Bibliografia I testi consultati sono i seguenti • Andrea Moschetti – Barman. Il mondo in una goccia – Plan edizioni, Firenze 2009. • Harry Craddock – The Savoy Cocktail Book – Excelsior 1881, Milano 2007. • Luciano Imbriani – E’ l’ora del cocktail – De Agostini, Novara 1995. • Jerry Thomas - Il manuale del vero gaudente, ovvero il grande libro dei drink – Feltrinelli, Milano 2007. • Sallé Jacques, Sallé Bernard - Dizionario degli alcolici – Gremese Editore, Roma 1990.

Internet • http://www.iba-world.com: il sito ufficiale dell’IBA (International Bartenders Association). • http://www.fib.cc: il sito della Federazione Italiana Barman, dove vengono proposti anche nuovi cocktails. • http://www.100cocktails.com: le ricette dei principali cocktails, con curiosità e approfondimenti (in italiano). • http://www.cocktailtimes.com/: notizie ed approfondimenti su cocktails (in inglese). • http://it.wikipedia.org: Enciclopedia ondine, ricca di approfondimenti e curiosità. Notizie approfondite sui cocktails le trovate però nella versione inglese: • http://en.wikipedia.org/wiki/IBA_Official_Cocktail

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INDICE

Prefazione

p.3

Cos’è un cocktail

p.4

La suddivisione dei cocktail

p.5

Quali strumenti si usano

p.6

Dove si servono: i vari tipi di bicchieri

p.9

Le decorazioni e le guarnizioni

p.10

Alcune tecniche di preparazione

p.12

Un po’ di storia dei cocktails mondiali

p.13

I cocktails codificati dall’IBA

p.16

I cocktails pre-dinner

p.18

Americano Bacardi cocktail Daiquiri Frozen Daiquiri Banana Daiquiri Bronx Kir Kir Royal Manhattan Manhattan Dry Manhattan Medium Margarita Martini (Dry) Martini (Perfect) Martini (Sweet) Martini (Vodka) Gibson

p.20 p.22 p.23 p.25 p.26 p.27 p.28 p.29 p.30 p.32 p.33 p.35 p.36 p.38 p.39 p.42 p.45

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Negroni Old fashioned Paradise Rob Roy Rose Whiskey Sour

p.46

I cocktails after dinner

p.56

Brandy Alexander Black Russian White Russian French Connection God Father God Mother Golden Cadillac Golden Dream Grasshopper Porto Flip Rusty Nail

p.58

I long drink - collins type

p.75

Bellini Bloody Mary Brandy Egg Nog Buck’s Fizz Mimosa Bull Shot Champagne cocktail John Collins Gin Fizz Harvey Wallbanger Horse’s Neck Irish Coffee Pina Colada Planter’s Punch Screwdriver Singapore Sling Tequila Sunrise

p.76

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p.48 p.50 p.51 p.52 p.54

p.59 p.61 p.62 p.63 p.65 p.66 p.68 p.69 p.70 p.72

p.77 p.79 p.81 p.83 p.85 p.86 p.87 p.89 p.91 p.92 p.94 p.96 p.98 p.100 p.102 p.104


I cocktails famosi (popular cocktails)

p.106

Caipirinha Cosmopolitan Japanese Slipper Kamikaze Long Island Iced Tea Mai-Tai Mojito Orgasm B52 Salty Dog Sea-Breeze Cuba Libre Sex On The Beach Apple Martini

p.108

Special cocktail

p.128

Ladyboy

p.128

Bibliografia

p.131

Indice

p.133

p.109 p.110 p.112 p.114 p.116 p.117 p.119 p.120 p.122 p.123 p.124 p.126 p.127

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biblos s.r.l.

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I.B.A. Cocktails