Olona e dintorni N.3

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Olona e dintorni - anno 1 - numero 3 - Settembre / Ottobre 2012 - Real Arti Lego Editore - â‚Ź 3,50

rivista dell’eccellenza della valle olona


LA PERLA DELLO IONIO

Olio extra vergine di oliva prodotto da filiera garantita 100% italiano “Oro di Collura” è un olio extra vergine, prodotto con olive maturate su alberi secolari, non trattate con pesticidi e private di impurità e scarti di raccolta. L’estrazione a freddo dell’olio avviene con metodi assolutamente meccanici, che fanno tesoro delle più antiche tradizioni. “Oro di Collura” è un olio che non contiene additivi né conservanti ed è da considerare ‘biologico’ a tutti gli effetti. “Oro di Collura” è una vera prelibatezza per intenditori, ha un gusto deciso e, al tempo stesso, armonioso e delicato, caratteristiche che ne fanno il re della dieta mediterranea. L’olio extra vergine di oliva è raccomandato dai nutrizionisti: consumato regolarmente è un vero toccasana per il sistema circolatorio.

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nche negli annali universali dell’umanità vi sono addirittura molti secoli, che, si direbbe, andrebbero cancellati e annullati, come superflui. Molti errori si sono compiuti a questo mondo, tali che, si direbbe, ora non li farebbe neppure un bambino. Che strade tortuose, cieche, anguste, impraticabili, lontane dal giusto orientamento, ha scelto l’umanità nel suo conato di pervenire alla verità eterna, mentre pure aveva innanzi tutta aperta la retta via, simile a quella che conduce alle splendide stanze, destinate all’imperatore in una reggia! [...] Ora tutto appare chiaro alla generazione che passa, e si meraviglia degli errori, ride della semplicità dei suoi antenati, e non vede che un fuoco celeste irradia tutti questi annali, che grida da essi ogni lettera, e che di là, penetrante, un dito s’appunta proprio su essa, su essa, la generazione che passa. Ma ride la generazione che passa, e sicura di sé, orgogliosa, dà inizio a una nuova serie di errori, sui quali a loro volta rideranno i posteri. Nikolaj Vasil’evic Gogol’


In copertina, un momento del Palio di Castiglione Olona. (foto di Armando Bottelli)

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Anno 1 n.3 Settembre / Ottobre 2012

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Franco Caminiti Vicedirettore

Raimondo Sabatino Responsabile redazione

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Andrea Poles Fotografia

Armando Bottelli Emiliano Magugliani Testi

Giacomo Agrati - Marco Baroni Emanuela Cristina Bissoli Mons. Gianantonio Borgonovo Mons. Franco Buzzi - Franco Caminiti Ettore Ceriani - Carmen Cuturello Mons. Pierfrancesco Fumagalli Lorenzo Maffioli - Gigi Marinoni Fulvio Miscione - Franco Negri Fabio Pravettoni - Don Alberto Rocca Marco Vergottini

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Avrei voluto scrivere d’altro in questa mia nota ma il momento in cui ci troviamo mi induce a parlare di crisi. Negli ultimi anni ci hanno propinato insistentemente i concetti: ‘Attenzione, siamo in crisi profonda, c’è la recessione...!’ Certo, a sentire così, ci siamo spaventati tutti, abbiamo stretto la cinghia riducendo drasticamenti i consumi, anche quelli primari. La conseguenza: meno acquisti, le aziende soffrono, licenziano, riducendo gli organici sotto il limite fisiologico, e alla fine, inevitabilmente, chiudono per mancanza di ordini e di capacità produttiva. Quindi è inevitabile che arrivi la recessione: il Governo, per giunta, batte cassa impoverendoci di più e aggravando la situazione. Vorrei, però, con questa mia nota, andare in controtendenza: siamo un territorio di grandi tradizioni produttive, di grande coraggio imprenditoriale, di grandi peculiarità, ebbene, invece di ascoltare le cassandre del pessimismo, riprendiamo a spendere, per quanto si può, riprendiamo a credere nel made in Italy, solo così le aziende ritorneranno a produrre, l’economia a girare, il lavoro riprendereb-

be, non solo con una graduale diminuzione della disoccupazione, ma con una immancabile rimonta di entusiasmo, di fiducia, e di benessere. Oserei dire: non diamo ascolto ai nostri governanti, che hanno interesse a deprimerci per meglio controllarci e portarci ad una passiva accettazione delle loro scelte, facciamo di testa nostra, ritorniamo ad essere quelli di una volta, quelli che sapevano lavorare e creare, torniamo ad essere ottimisti, sfidando chi ci deride e dimostrando le nostre capacità, quelle che il mondo ci invidia, quelle che hanno fatto grande l’Italia, e il territorio della valle Olona uno dei più ricchi e produttivi d’Europa. ‘Yes we can’, si può fare, noi possiamo. Io ci credo! Raimondo Sabatino


La nota del direttore

Primarie: la rivoluzione gattopardesca

Non sarebbe male spiegare ai cittadini elettori i segreti della comunicazione politica, aiutarli a districarsi fra le situazioni proposte dai media ed i linguaggi che puntano al subliminale. Un po’ come si fa con gli anziani ai quali si raccomanda di non aprire agli sconosciuti, nemmeno se si presentano in divisa. In questi giorni, ad esempio, si fa un gran parlare di ‘primarie’: qualche partito le invoca, qualche altro le minaccia, i più seri ne evidenziano l’assoluta inutilità. Tutto questo agitarsi attorno alle primarie altro non è che una strategia preelettorale. I parlamentari, che sarebbero, in verità, pagati per legiferare, possono, così, giustificare una campagna lunga dieci mesi. I partiti riescono ad attirare l’attenzione dei media, normalmemente affamati di notizie. Ma la vera ragione è tanto subdola quanto il suo scopo è subliminale. In pratica si spacciano le primarie come una ‘prova di elezioni’, una specie di ‘primo turno’. Immaginiamo che uno vinca le primarie col 60% questo risultato viene proposto dandogli l’importanza di un sondaggio elettorale. È una sorta di investitura tendente a riaccreditare personaggi ormai privi di credibilità, logorati dalla lunga permanenza in politica.

Ed allora? Si facciano, ordunque, le primarie, ma non per riconfermare i soliti capi partito, si facciano, piuttosto, allo scopo di scegliere le candidature per le prossime elezioni, si facciano consentendo alla società civile di proporre persone nuove, espressione di eccellenze o di esigenze, persone distintesi nel territorio per atti concreti e non solo per cieca militanza. Invece, si continua a gettare fumo negli occhi alla gente, facendo credere che tutto all’improvviso possa cambiare, affinché tutto possa restare così com’è. “In principio furono i gattopardi, i leoni, poi arrivarono gli sciacalletti, le iene, i serpenti, e tutti insieme, comprese le pecore, vittime sacrificali del sistema, continueranno, ognuno a suo modo, a ritenersi il sale della terra!” (Frase liberamente adattata da ‘Il gattopardo’ di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Franco Caminiti


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Sebbene disti pochi chilometri da Milano, Lainate è riuscita a non farsi irretire dalla metropoli, pur trovandosi tra il Sempione e una delle autostrade più trafficate d’Italia. Defilata come una vecchia signora che sa conservare la propria bellezza tra le inevitabili rughe, la cittadina sfoggia un centro storico dove non sbiadisce un lignaggio di antica nobiltà, illuminata dalla magnifica villa che apre il portone d’onore sulla centrale piazza Vittorio Emanuele II. Villa Visconti Borromeo Litta è infatti un gioiello che

ha attraversato i secoli per regalarci un sogno di pietra e acqua, di alberi e fiori. Tra i tanti ospiti illustri, non poteva mancare il “milanese” Henri Beyle, più noto come Stendhal, che vi accenna in un suo diario di viaggio del 1817 a proposito di uno dei tanti scherzi idraulici nascosti nelle grotte del ninfeo (“Il giardino è pieno di getti d’acqua fatti apposta per inzuppare gli spettatori. Posando il piede sul primo gradino di una certa scala, sei getti d’acqua mi sono schizzati tra le gambe”).


v il l a l i t ta Le “maraviglie” della storica dimora di Gigi Marinoni

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Ma per narrarne in sintesi la storia, a noi fa più comodo lo storico brianzolo Cesare Cantù, che così la descrive, quarant’anni dopo il passaggio del francese, nella sua Storia di Milano e provincia riportando alla memoria corsi d’acqua ai più sconosciuti per quanto ancora serpeggianti nelle nostre pianure: “Per amena stradicciula, dopo due miglia, lasciando a destra Passirana presso il Lura, giungi a Lainate, situato fra il Lura e il Buzzente, e il cui territorio è attraversato dal cavo Diotti. Questo paese trae fama dalla principesca villa, cominciata dagli Arese, sul princi-

piare del 1600 a disegno di Francesco Brambilla, proseguita dai Visconti, poi dai loro eredi duchi Litta. Il palazzo, non compiuto, è ornato di pregevoli quadri, fra cui un S. Paolo di Daniele Crespi. Vastissimo è il giardino, diviso in quattro grandi scomparti: il primo, destinato alle stufe ed ai parterri, e al centro un bacino ornato di otto statue, e di altrettanti gruppi di puttini che gettano acqua. Delle stufe, quella degli ananas fu da alcuni anni costrutta con tutte le diligenze che richieggono così fatti edifici. Nel secondo, offre graziosa ombra un boschetto, donde si passa


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Sopra: Ninfeo - atrio dei quattro venti Sotto: Ninfeo - la gallina dalle uova d’oro

al frutteto, in mezzo a cui è un gruppo colossale di tritoni, che versano acqua nel sottoposto bacino, e sorreggono un Nettuno. Segue nel terzo un ricinto, consacrato alle feste villerecce, ové un Adone di Marcantonio Prestinari. Indi per una selvetta s’entra nel palazzo delle fontane, luogo fabbricato rettangolare, dimezzato da una rotonda, su cui s’innalza un maestoso terrazzo con due bracci sporgenti. Prestigioso è l’aspetto di questo palazzo, massime quando se ne veda zampillar l’acqua da ogni parte e in lunghi scrosci, o in minutissima pioggia. Statue di bronzo, di marmo, di plastica fra le quali ce n’è di colossali, bassorilievi, busti, puttini, ne fregiano le due fronti e le ale, ove in ampie sale, incrostate di mosaico, sono raccolte anticaglie, produzioni naturale e scolture. Ultime vengono le grotte, molteplici andirivieni tappezzati di tufo, che apprestano amabile frescura, e presentano effetti singolari d’ombre e di luci.”


Per fortuna non è cambiato molto, e dopo i ripetuti restauri praticamente tutti gli ambienti sono accessibili, e ancora si può sussultare al frizzo dell’acqua che sgorga a sorpresa dai giochi d’acqua del ninfeo, o restare estasiati di fronte alle fontane di Galatea e Nettuno. Per non dire della ‘carpinata’ più lunga d’Europa: ottocento metri di passaggio verde a guisa di ferro di cavallo pensati per le passeggiate della nobiltà accaldata e restituiti al pubblico grazie al lavoro di esperti agronomi. Sono il Comune di Lainate e l’Associazione degli Amici di Villa Litta a far vivere con passione il “sontuoso, & a meraviglia vago palazzo” – così lo definiva Galeazzo G. Priorato nella Milano del Seicento – con visite guidate, rievocazioni storiche e manifestazioni di ogni genere: dalla fiera cittadina all’esposizione florovivaistica, dal teatro alla danza, dalla musica all’arte.

Partendo dall’alto: Ninfeo - sala della Venere Grande mosaico (veduta di Massimo Giuntoli) Ninfeo - emiciclo grotte

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Ratto di Proserpina

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Sopra: Mosaico Sotto: Fontana di Galatea

foto di Andrea Poles

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Litta

Villa

Luci, colori e magia Fotografie di Andrea Poles

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Spettacolo pirotecnico in chiusura della serata conclusiva della rievocazione storica, 7 settembre 2012


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Fontana di Galatea


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intervista

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Intervista a cura di Franco Caminiti Foto di Raimondo Sabatino (le foto di repertorio sono state fornite dall’atleta)


Clicca sul simbolo per guardare il video di questa intervista

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L’arco d’oro di

intervista a Michele Frangilli

medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra 2012


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Incontro Michele Frangilli nella sua casa di Gallarate, una casa ‘normale’; gli arcieri, si sa, anche quando sono campioni olimpionici, non hanno i guadagni dei calciatori (e per fortuna, non soffrono dello stesso ‘divismo’). Facciamo una chiacchierata amichevole, più che un’intervista, poi seguiamo il campione sul terreno dove si allena. È qui che ammiriamo la classe! Riprendo con la telecamera qualche tiro: la freccia colpisce il bersaglio a 70 metri con incredibile precisione. È la distanza olimpica, quella della medaglia d’oro. Come ci fa notare Michele, anche se la vittoria è della squadra, in effetti il tiro con l’arco resta essenzialmente uno sport ‘individuale’. Ma Michele parla con entusiasmo ed affetto dei sui compagni Mauro Nespoli di Voghera, e Marco Galiazzo di Padova, un team che rappresenta con onore a livello internazionale i colori dell’Italia. Figlio di Vittorio, suo insostituibile allenatore, fratello di Carla, anche lei arciera, marito di Sandrine Vandionant arciera francese, Michele vive da sempre fra archi e frecce, cresciuto, come ama ripetere: ‘a pane ed arco’. È un’emozione vederlo tendere e scoccare, la freccia di carbonio e alluminio del peso di 25 g fende l’aria a 240 km all’ora. In questo angolo di verde a Gallarate, su un prato ben curato, sembra che il tempo rallenti i suoi ritmi, si arresti, quasi, sulla corda tesa. Immobile, Michele, diventa un tutt’uno col suo arco. Tratteniamo il fiato anche noi, poi il sibilo della freccia, il rumore sordo e liberatorio dell’impatto col bersaglio: 10 di riga, ottimo, medaglia d’oro per l’Italia.Grazie Michele!

Michele, ci racconti un po’ la sua avventura… Sono già nato con l’arco in mano; mia mamma gareggiava come mio padre; loro hanno iniziato nel ‘73, io sono nato nel ‘76, ecco perché dico che sono nato con l’arco in mano. I primi tempi seguivo i miei genitori ‘nel cestino’, poi seguivo le gare giocando dietro, e a cinque anni ho preso il mio primo archetto. All’inizio, chiaramente, bisogna giocare. A dieci anni ho fatto la mia prima gara, e da lì è iniziato tutto, dopo dieci anni di allenamenti, nel ’96, ho partecipato alle mie prime olimpiadi. Suo papà, che è il suo allenatore, ha fatto agonismo, ci sono dei titoli che possiamo menzionare di suo papà? No mio padre è rimasto a livello amatoriale, però è lui che mi ha insegnato a tirare, è lui che ancora adesso mi segue, è il mio allenatore. Che cosa le ha detto quando l’ha vista con la medaglia d’oro? Appena sceso dal podio lui era lì, perché era a Londra anche come allenatore della Costa D’avorio, mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘Grazie!’. Anch’io gli ho detto ‘grazie’, anche se la medaglia l’ho dedicata a mia mamma che è morta nel 2005, anche lei mi ha sempre seguito, o meglio ‘ci’ ha sempre seguiti e sostenuti.

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Ci spiega il rapporto di suo papà con la squadra della Costa D’Avorio?

A quel punto l’hanno voluto lì come allenatore del ragazzo della Costa D’avorio per le Olimpiadi di Londra.

Mio padre ha iniziato ad avere rapporti con gli arcieri novelli della Costa D’avorio nel 2007, quando abbiamo fatto la Coppa del Mondo a Varese, da lì è iniziato il rapporto e mia sorella ha tirato per la Costa D’avorio quest’anno, perché ha preso la doppia cittadinanza, per provare a venire a Londra. Mio papà, essendo andato alla gara continentale africana, ha aiutato e seguito l’arciere della Costa D’Avorio, che vive in Francia, ha anche lui il doppio passaporto, e che si è qualificato per le Olimpiadi.

E si è piazzata bene la Costa D’avorio in questa gare? Gareggiava solo come ‘individuale’, ha tirato bene e, diciamo, ha subìto l’inesperienza nella gara ad alto livello. Avrebbe potuto vincere il primo scontro però, purtroppo per lui, ha perso subito. Come si colloca il tiro con l’arco nel panorama sportivo di un paese che sembra veda solo il pallone? Come


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vi collocate? Una sorta di Cenerentola...? Sicuramente il tiro con l’arco in Italia è uno degli sport considerati da tutti ‘minore’, anche se non lo è perché, comunque, i sacrifici, gli allenamenti, li facciamo come tutti gli altri, come i calciatori, però chiaramente non c’è un interesse così alto da considerare il tiro con l’arco alla stregua del calcio o di altri sport. Possiamo dire che non c’è un business dietro? Non c’è un business come nel calcio. Gli sponsor sono

praticamente inesistenti, a parte quelli che ci danno il materiale arcieristico, lo sponsor principale, per quanto mi riguarda, è l’Aeronautica Militare, dove, come per altri sport, sono dentro i vari corpi delle forze armate. L’Aeronautica ci aiuta e ci sostiene, perché se no non si potrebbe andare avanti. Lei è militare? Sì, lo siamo tutti e tre (si riferisce alla squadra), siamo militari dell’ Aeronautica: io sono ‘aviere capo’.


Se volessimo dare un’idea della diffusione di questa disciplina in Italia, ad esempio: quante squadre ci sono? Il tiro con l’arco è distribuito su tutto il territorio nazionale, ci sono società in tutte le regioni ma la concentrazione più alta è al Nord e Centro Italia. Di arcieri iscritti alla Federazione ce ne sono circa ventiduemila, praticanti saranno sui sedici/diciottomila. A Gallarate, nella società dove mi alleno, dopo la mia medaglia molte persone hanno avuto più interesse e adesso stiamo facendo un po’ di corsi per vedere di tirare su un po’ di soci nuovi, quindi chi volesse venire a tirare è bene accetto. Prima della sua medaglia d’oro quale altro grande successo può vantare il tiro con l’arco in Italia? È dal ’96 che l’Italia comunque nel tiro con l’arco alle Olimpiadi porta a casa una medaglia, ci sono state le medaglie di Ferrari nel… non mi ricordo le date. Nel ’76 e nel ’80 due bronzi individuali, dal ’80 in poi c’è stato un po’ il vuoto fino al ’96 dove io ho vinto il bronzo a squadre. Nel 2000 a Sidney ho vinto l’argento a squadre, poi ad Atene nel 2004 Galiazzo, che era in squadra con me adesso a Londra, ha vinto l’oro individuale. A Pechino io purtroppo non mi sono qualificato, i miei compagni hanno vinto l’argento a squadre, e qua l’oro a squadre, quindi è il primo oro che vinco e ho chiuso la collezione …. bronzo, argento e oro.

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Se per un attimo diventasse poeta e dovesse descrivere l’attimo in cui lei tira con l’arco, cosa si prova in quel momento: si trattiene il fiato, si pensa a qualcosa di particolare…? Io insegno a pensare all’azione di tiro quando si tira, per estraniarsi da tutto quello che ti circonda, che ti può distrarre, per la buona riuscita della freccia, e quindi lì a Londra l’ultima freccia, che è stata anche quella decisiva con dieci di riga, però sufficiente, devo dire che ero abbastanza calmo, sicuramente il lavoro fatto, i corsi con la Federazione, i raduni durante gli stage, hanno portato i loro frutti. Quindi è uno sport mentale e fisico. Ecco, lei a detto ‘mentale e fisico’, dal punto di vista fisico quali sono le caratteristiche, diciamo ‘il metodo di vita’, a partire dall’alimentazione… cosa bisogna fare perché in quel momento non tradisca il cuore, l’ansia, insomma dal punto di vista fisico mi spieghi cosa serve. Io ho iniziato a fare un po’ di palestra di preparazione soprattutto d’inverno, dove il ritmo è un po’ più blando, diciamo, anche se poi abbiamo gare al chiuso per l’inverno. Ci sono cinque sei mesi dove mi preparo facendo in palestra un po’ di preparazione atletica, anche se comunque, come si è visto dalle immagini di Londra, non abbiamo diete particolari, possiamo tranquillamente mangiare un po’ di tutto senza problema, anzi un po’ di massa comunque aiuta, perché è uno sport abbastanza statico: sei fermo, può essere che sei fermo lì sotto l’acqua, al freddo,


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a zero gradi, e comunque devi tirare, quindi un po’ di massa grassa serve. Lei fuma? No. Che cosa comporta praticare questo sport a livello economico, cioè se qualcuno si vuole avvicinare a questo sport cosa deve fare? Le attrezzature sono costose? Per avvicinarsi al tiro con l’arco prima di tutto la cosa consigliabile è rivolgersi ad una società, ad una società vicino a casa chiaramente, dove si può iniziare facendo un corso, dove ti insegnano la tecnica di base di tiro, ti spiegano quali tipi di archi ci sono, le varie discipline, e da lì si decide se questo sport piace o non piace. Una volta dediso che piace, si deve comprare il proprio archetto. Le attrezzature complete, vanno dai 130 euro fino a 3000 euro, diciamo che in questo range c’è di tutto. Ci sono alcune parti dell’arco che è consigliabile, se uno è intenzionato ad andare avanti e a fare gare, prenderle già buone, e altre magari di basso livello per cominciare a crescere; l’importante è imparare bene la tecnica di tiro: per tirare con l’arco ci vuole un po’ di pazienza prima di tutto, perché non è uno sport facile, immediato, prendere il bersaglio a cinque metri non è un problema, per prenderlo a settanta, come a Londra, ci vogliono anni.

Non c’è un materiale di consumo? No, Il materiale di consumo in questo sport sono le frecce, che una volta all’anno ne compri una dozzina. Ci dica qualcosa della squadra: come vi siete incontrati, com’è nato questo sodalizio, il rapporto di amicizia che sicuramente c’è tra di voi… Il tiro con l’arco principalmente è uno sport individuale, e la gara a squadre è la gara dove tre persone tirano le frecce individualmente. Io, Marco e Mauro siamo in giro con la Nazionale, agli europei quest’anno abbiamo vinto l’argento, è un paio danni che siamo noi tre, diciamo, e quindi l’affiatamento è ottimo. Abbiamo fatto tante prove a squadre durante gli stage federali per arrivare al meglio a Londra, ci sono stati un po’ di problemi di tensioni di gare di selezione perché, comunque, il posto non è mai certo per nessuno, e come noi tre ce ne sono una decina che sono più o meno ai nostri livelli, quindi è due anni che facciamo gare di selezione sia per i mondiali dell’anno scorso a Torino e quest’anno per andare alle Olimpiadi. C’è un buon vivaio di ragazzi che incominciano a imparare? Di giovani ce ne sono sempre parecchi che incominciano, che possono fare bene, ma solo cinque o sei appena entreranno nel senior. Una volta che entri nel senior diventa più dura, perché qui quello che conta sono i punti!

Mauro Nespoli, Marco Galiazzo e Michele Frangilli


Michele Frangilli con papà Vittorio

La moglie di Michele, Sandrine Vandionant, arciera della nazionale francese

È chiaro che ci sono promesse, quindi speriamo bene per il futuro.

ho abbandonato un anno di scuola per poter andare ad Atlanta nel ’96, per poi finire comunque la scuola l’anno dopo, perché il diploma serve sicuramente e quindi bisogna comunque studiare. Certo bisogna vedere le priorità, personalmente aver perso un anno per fare le Olimpiadi non rimpiango di certo. Mi sono sposato nel 2007 con una arciera della nazionale francese che adesso non è qua, è dovuta andare in Francia per fare i campionati francesi, andiamo avanti con un rapporto ‘semi a distanza’. Ci siamo sposati dal 2004, ci siamo conosciuti in Corea a una gara. Il tiro con l’arco è un mondo molto amichevole, molto socievole, tutti sono tuoi rivali però alla fine sono tutti tuoi amici.

La nostra rivista tende a mettere in evidenza le eccellenze del territorio della Valle Olona, lei cosa può dirci sul fatto che possa essere ‘premiante’ la ricerca dell’eccellenza in qualsiasi disciplina, specialmente nello sport, cioè cosa dice ai giovani, suggerisce loro la ricerca dell’eccellenza in ciò che fanno? Ma, per i giovani io suggerisco comunque di fare qualcosa, cioè non far niente non porta da nessuna parte, quindi prima di tutto bisogna iniziare a trovare, se è nello sport, uno sport che piace e continuare a praticarlo; comunque si fanno amicizie, si sta sempre assieme e non si va in giro a bighellonare, come fanno tanti, a me hanno insegnato così e quindi dico questo. Chiaramente l’eccellenza arriva con tanto impegno e tanti sacrifici. Magari privarsi di uscire una volta alla sera e andare ad allenarsi, tornare stanchi dopo una giornata di allenamento…

Chiuda con un saluto al territorio della Valle Olona. Saluto tutti quanti, gli amici e le persone che mi hanno sostenuto e continuano a congratularsi con me qua di Gallarate e della Valle Olona, e ci vediamo sui campi di gara, spero di vedervi tutti quanti a venire a provare a tirare con l’arco. Grazie.

Qual è stato il ruolo della famiglia nella sua carriera? Io ho sempre mangiato pane ed arco, come dico sempre, quindi i miei mi hanno sempre aiutato e sostenuto,

Grazie a voi.


il

Castelli

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palio

Castiglione Olona

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Reportage fotografico di Armando Bottelli


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Raccontare in poche righe trent’anni di storia del Palio dei Castelli non è cosa facile, bisognerebbe scrivere pagine e pagine e pubblicare centinaia e centinaia di foto, forse migliaia, ma tutto questo non basterebbe comunque! Quante cose si potrebbero e si dovrebbero dire, non per nostalgica passione, ma per rendere partecipi tutti di situazioni e di momenti che solo chi vive “dentro” il Palio dei Castelli conosce. Il Palio dei Castelli nasce il 16 settembre del 1972 per conto di un “manipolo” d’innamorati di Castiglione, con

il Conte Lodovico Castiglioni in testa, che formano la Pro Loco, con il preciso intento di far conoscere e apprezzare la storia di Castiglione Olona, una storia unica, plurisecolare; una storia capace di far da trama alla manifestazione. Ed è proprio sulla storia di Castiglione Olona e sulle abilità di metterla in scena che il Palio dei Castelli ha giocato la carta vincente, una carta che nonostante una miriade di apparenti analoghe manifestazioni sorte un po’ ovunque, ha sempre distinto e mai confuso il nostro con gli altri palii.


Vari momenti della manifestazione

Il testo di questo articolo è tratto dal sito www.prolococastiglioneolona.it


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La felice intuizione di raccontare Castiglione attraverso il Palio al grande pubblico in maniera meno cattedratica e più divertente ha fatto la fortuna di questa manifestazione. Ripercorrere, se pur brevemente questi trent’anni, di Palio equivale a ripercorrere le tappe storiche della vita militare, politica, artistica e religiosa del nostro antico paese. Durante la rievocazione il corteo storico composto da oltre 250 figuranti in abiti d’epoca e gli esperti sbandieratori, sfilano per le vie del Borgo.


Abilissimi ‘bottari’, divisi tra gli otto Rioni, fanno rotolare le botti in un’emozionante gara tra le vie medioevali fino al Castello di Monteruzzo, per conquistare l’ambito drappo. In ogni edizione il Palio, dipinto da un artista diverso, rappresenta il tema storico dell’anno e gli otto rioni contendenti. Con la gara delle botti, la Pro Loco Castiglione Olona è associata alla Federazione Italiana Giochi Storici.

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Dall’Unità alla Comunità di Giacomo Agrati

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“Dall’Unità alla Comunità” è il titolo del volume che l’Amministrazione comunale di San Vittore Olona ha presentato la sera del 6 luglio 2012 ai cittadini sanvittoresi. L’opera, curata dallo storico, e attualmente assessore alla cultura Giacomo Agrati, che si è avvalso della collaborazione del personale dell’ufficio cultura, ripercorre la storia della comunità negli ultimi 150 anni, cioè dall’Unità dell’allora Regno d’Italia (17 marzo 1861) sino ai giorni nostri. La ricerca, divisa in tre capitoli, corrispondenti a 50 anni ciascuno, racconta come dagli iniziali 800 abitanti si è arrivati agli attuali 8.270 registrati alla fine dell’anno 2011. Come il sonnacchioso borgo contadino, a partire dalla seconda metà dell’ottocento con il succedersi delle varie amministrazioni, finì per diventare un piccolo ma importante centro artigianale e industriale. Sono stati infatti ben 21 i sindaci e 4 commissari prefettizi che si sono avvicendati nel corso degli anni e cinque i parroci che hanno retto la parrocchia dedicata a San Vittore Martire dal 1861 sino ad oggi. A rendere prezioso e interessante il volume sono le inedite fotografie, scattate alle fine del 1800, di Villa Adele ora biblioteca comunale, del palazzo dei nobili Paleari poi diventato palazzo comunale durante il ventennio fascista, della vecchia chiesa parrocchiale abbattuta nel 1923 e del centro cittadino privo di traffico, insomma un autentico borgo contadino lombardo del 1800. Primo capitolo: 1861 - 1911 In quegli anni la superficie di San Vittore (Olona fu aggiunto con Regio Decreto nel 1864) era poco più di quat-

tro chilometri quadrati e il Sindaco, eletto nel 1860, era Federico Luini conte e avvocato milanese che aveva una residenza per vacanze a San Vittore Olona. Gli abitanti, in gran parte contadini, erano circa 800 e alcuni di loro erano diventati mugnai, mentre altri erano occupati nelle numerose fornaci situate in prossimità delle rive del fiume Olona. Le giovani donne, poco più che bambine, andavano a lavorare in tessitura. Dopo vent’anni e l’avvicendamento di quattro sindaci, arrivò in paese una sconvolgente novità. Una società italo-belga ottenne l’autorizzazione per posare i binari della linea tranviaria Milano - Legnano - Gallarate. La vita tranquilla del borgo ne fu letteralmente sconvolta, l’infernale rumore della vaporiera teneva svegli tutti, uomini e animali. “Le galline non facevano più le uova” scrissero i più coraggiosi alla direzione della società costruttrice. Qualche anno dopo oltre cento sanvittoresi emigrarono in Messico aderendo alle promesse degli agenti inviati dalle agenzie genovesi al mercato di Legnano. L’esito della spedizione fu disastroso. Alcuni di loro, contagiati dalla “febbre gialla”, decedettero dopo pochi mesi, altri ritornarono al paese più poveri di prima. Alla fine dell’ottocento la costruzione dell’Asilo Infantile, voluto dal parroco del tempo don Giovanni Riva e finanziato dai sanvittoresi, aiutò a cancellare il dramma della morte dei neonati e dei bambini causato dall’abbandono “dei genitori occupati nel lavoro nei campi e negli opifici”. Un’altra importante novità fu l’arrivo in paese dell’energia elettrica all’inizio del 1900, quando la Società Tecnomasio chiese l’autorizzazione a posare i pali, sul territorio comunale, per sorreggere i fili con i quali dalla città di Milano, dove era stata costruita la prima centrale


Palazzo comunale di San Vittore Olona

elettrica, si potesse trasportare la nuova fonte energetica. Ciò contribuì alla realizzazione di laboratori artigianali per la confezione delle scarpe lontano dal fiume Olona dove, sino ad allora, le attività produttive, soprattutto le tessiture si erano insediate per poter attingere forza motrice dalle pale dei mulini inglobati negli opifici. Nel 1906 venne fondato il Club Ciclistico San Vittore Olona per riunire gli appassionati della bicicletta che si recavano ai raduni. La bicicletta ebbe il potere di cancellare ogni classe sociale e diventò in breve il mezzo di locomozione più diffuso nella penisola. Secondo capitolo: 1911 - 1961 In questo capitolo, caratterizzato da due guerre mondiali con in mezzo il ventennio fascista, si narrano le vicende drammatiche vissute dai sanvittoresi inviati a combattere sul fronte. Il primo conflitto 1914/1918 costò la vita a circa quaranta giovani sanvittoresi. Anche il giovane coadiutore, poi parroco, don Giuseppe Magni fu chiamato alle armi. Nel 1923 fu abbattuta la cinquecentesca chiesa parrocchiale e realizzata la nuova progettata dall’ingegnere sanvittorese Roberto Dell’Acqua Bellavitis. La nuova costruzione, la prima realizzata in Italia con la tecnica del calcestruzzo, fu al centro delle attenzioni degli studenti del Politecnico di Milano che vennero in visita durante i lavori di costruzione. Nel 1924 fu approvato il progetto per la costruzione dell’acquedotto comunale che portava in tutti i cortili, ed in alcune abitazioni private, l’acqua potabile migliorando le condizioni di salubrità dei cittadini. L’importante opera fu terminata, dalla ditta Badoni di Lecco, nel 1929. Nel 1925 fu deciso l’allargamento della

strada del Sempione che, in un punto aveva una strettoia di appena quattro metri e ciò causava un notevole impedimento per il traffico veicolare decisamente in aumento. Nel 1926 il sindaco in carica, il dott. Giovanni Rosa, diventò “Podestà”, in ottemperanza alla legge fascista del 27 novembre 1925, con la quale si decretava che “nei comuni con popolazione inferiore ai cinquemila abitanti, l’istituzione del Podestà di nomina prefettizia e non più elettiva”. Nel 1933 fu disputata la prima edizione della Cinque Mulini, una corsa attraverso campi e gli antichi mulini ad acqua del fiume Olona. La corsa sanvittorese diventò ben presto molto importante, e fu una delle poche manifestazioni sportive che non si interruppe neanche durante gli anni della seconda guerra mondiale quando l’Italia si trovò divisa in due dalle forze tedesche e italiane contrapposte. Il 10 giugno 1940 l’Italia, alleata con la Germania di Hitler, dichiarò la guerra all’Inghilterra e alla Francia. Il conflitto durò cinque anni e fu contrassegnato da drammatiche campagne: quelle del fronte greco-albanese e quella di Russia. Alla fine del conflitto si contarono circa cinquanta morti. Il giorno più doloroso per la comunità sanvittorese fu il 25 aprile 1945 quando, dalle dieci del mattino sino alle 19.00, si contarono ben nove morti causati da una rabbiosa caccia all’uomo per le vie cittadine da parte di una camionetta nazifascista uscita da una colonna ferma alle porte del paese. La strada statale del Sempione era, con l’autostrada Milano - Laghi, una delle due vie usate dai tedeschi in fuga da Milano e diretti in Svizzera. Ed infine nel 1953 la Giunta municipale e il sindaco Pietro Negretti furono incaricati dal Consiglio comunale

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per iniziare la pratiche per la costruzione del nuovo palazzo comunale ed il conseguente abbattimento del palazzo dei nobili Paleari che da alcuni anni fungeva da Municipio. Ma non tutti erano d’accordo sulla “bellezza” della nuova costruzione. Il parroco del tempo, don Giuseppe Magni scrisse sul Bollettino parrocchiale: “Noi di San Vittore eravamo abituati a vedere affacciarsi sulla nostra piazza il palazzo dei signori Paleari passato poi ai Pozzi di Gallarate. Il palazzo con il suo colonnato, la vasta corte antistante ed il magnifico scalone interno appariva e faceva gradita cornice alla piazza. Per la costruzione del nuovo palazzo comunale, l’edificio plurisecolare fu abbattuto e lasciò un grande vuoto. Il nuovo palazzo comunale che si presenta in stile moderno dalla linea semplice risulta magnifico più che nella apparenza esteriore nella sua pratica utilità. Non ha potuto però riempire un grande vuoto”.

Capitolo terzo: 1961 – 2011 L’ultimo capitolo dal titolo “Dagli anni sessanta ai giorni nostri” narra come la nostra comunità fu coinvolta nel boom economico nazionale con la conseguente diffusione di un certo benessere anche per il ceto meno abbiente. Gli abitanti, nel 1961, erano 4.490 ed iniziavano a circolare sulla Strada Statale del Sempione le utilitarie della FIAT, la Cinquecento e la Seicento. Gran parte dei sanvittoresi, soprattutto i giovani lavoravano nelle industrie locali, prevalentemente calzaturifici, attività che verrà praticata sino ai giorni nostri. Notizie relative alla confezione delle scarpe a San Vittore Olona se ne hanno già nello “Stato delle Anime” redatto nel 1583 dal parroco del tempo, il sacerdote don Antonio De Gatti. Fra le professioni, annotate accanto ai nomi dei capofamiglia, c’erano molti massari, quattro


Sopra: Giacomo Agrati A lato: Mulino Meraviglia a San Vittore Olona

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molinari, un tessitore de panno de lino, un sartore, un legnamaro e mastro Jacomo Becini calzolaro, ma è soltanto negli anni a cavallo fra il 1800 e il 1900 che vennero aperti i primi calzaturifici dove si lavorava ancora completamente a mano. Negli anni cinquanta i calzaturifici a San Vittore Olona erano più di un centinaio, ai più antichi se ne affiancarono altri a carattere famigliare. Uno dei più dinamici fu il calzaturificio Davos di Luigi Grassi che creò il marchio “Barrow’s” diventato in breve tempo la calzature dei vip. Persino il Presidente degli Stati Uniti d’America J. F. Kennedy, nel 1963, ordinò al Grassi: “un paio di mocassini come quelli acquistati qualche anno prima a Parigi”. In quegli anni furono costruite la nuova Scuole Elementari “G: Carducci”, la Scuola Medie “G. Leopardi” con le relative palestre, le prime abitazioni popolari in via Roma e alcuni complessi residenziali nelle zone periferi-

che e il centro industriale di via Puccini Importante fu, nel 1968 il recupero della quattrocentesca chiesetta di Santo Stefano contenente tre cicli di affreschi. Il primo ciclo attribuito al pittore legnanese Gian Giacomo Lampugnani, eseguito nel 1487, gli altri, di autori sconosciuti, risalgono al 1577 e al 1700. Fra le nuove costruzioni, nel 1987, fu inaugurato il centro sportivo intitolato a Giovanni Malerba l’ideatore della Cinque Mulini. Negli ultimi anni sono sorte, lungo la strada statale del Sempione, nuove strutture per la ricezione alberghiera che si inseriranno nel quadro ricettivo in occasione dell’Expo 2015. Tutto ciò rappresenta la nuova San Vittore Olona.


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Fagnano Olona

l’alba il fascino della poesia di Franco Negri


Tutti hanno diritto al mattino, alla notte solo alcuni. Alla luce dell’aurora pochi eccelsi privilegiati.

Così si esprimeva in una sua famosa poesia Emily Dickinson (1830-1886). Non è da escludere che siano stati questi versi (che coniugano poesia e speranza) a spingere soci e amici del Circolo Culturale “l’Alba” a costituire nel luglio 2008 il sodalizio, scegliendone il nome e presentandolo ufficialmente a Fagnano Olona, presso la biblioteca di piazza Matteotti. Già, perché poesia e letteratura sono i capisaldi dell’attività dell’Associazione che si propone di promuovere l’arte letteraria e fare cultura sul territorio, rammentandone le tradizioni tipiche, attraverso la comunicazione di quei sentimenti, oggi in gran parte smarriti, che sono gli elementi comuni e unificanti della natura umana. L’attività letteraria del Circolo avviene dunque sia attraverso modalità espressive tradizionali (lingua italiana) sia ricorrendo al vernacolo (dialetto locale, o meglio, dialetti locali, poiché il territorio della Valle Olona si caratterizza linguisticamente come contenitore di ‘parlate’ diverse). Considerando la ‘vena poetica’ degli associati e la particolarità di contenuti e modalità espressive, il Cir-

colo Culturale “l’Alba” ha le caratteristiche per diventare un serio punto di riferimento non solo locale ma per tutti i paesi della Valle Olona e, realisticamente, vista la tipicità, ottenere un posto di riguardo nel panorama culturale nazionale. Narrativa, poesia e musica trovano casa L’idea di racchiudere in un Circolo Culturale le importanti risorse artistiche presenti sul territorio è nata qualche anno fa dal successo dell’attività dell’Associazione “Il Ponte” e dal successivo concorso “Una poesia per…” promosso dalla Scuola ‘Salvatore Orrù’ di Fagnano Olona. L’idea è stata accolta da più persone che mettendo in comune le proprie esperienze sia in campo culturale-letterario sia in campo sociale hanno dato vita ad una associazione, il Circolo Culturale “L’Alba”. Un gruppo di amici che si ritrovano a discutere su tematiche di attualità e non solo, e insieme intraprendere

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Pinuccia Bossi

un cammino comune: la promozione della scrittura dei propri sentimenti, delle sensazioni e degli stati d’animo. Poesia, come espressione dell’animo e nostalgia del proprio paese

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Narrativa, letteratura, poesia: un patrimonio umano da riscoprire, nell’ottica della tradizione del territorio; una tradizione espressiva - figlia del carattere della gente “della valle Olona”, terra di lavoro, tenacia e solidarietà - che concedendosi anche a forme gustose di satira bonaria e di gossip locale, costituisce un modo per conoscere l’altro nella sua tipicità e, nel contempo, per tenere coesa una comunità; una presenza che, nei momenti più duri, all’occorrenza, crea la ‘maglia’ per un aiuto spontaneo e reciproco. Una modalità espressiva dunque che è anche recupero di una condizione di vita vissuta, ‘raccontata’ quasi nostalgicamente per rivivere, almeno nell’animo, una tradizione che va allontanandosi sempre più, o richiamare affetti ed esperienze che il tempo non può cancellare. “Scrivere una poesia - si legge in una delle raccolte pubblicate - significa rivelare emozioni attraverso un linguaggio ricercato, col quale trasmettere la sensibilità che è racchiusa in ognuno di noi”. Le attività del Circolo, i “Quaderni dell’Alba” e i libri di poesie degli associati “La vena poetica - afferma Antonio Vaccaro, presidente - bisogna continuamente coltivarla, raffinarla, rendendo più fluida l’espressione e la capacità di trasmettere emozioni e sensazioni di un momento particolare anche alla platea che ascolta”. Ormai numerosi sono infatti gli eventi e le serate sull’intero territorio, organizzati ed offerti dall’Associazione con il patrocinio delle Pubbliche Amministrazioni. Eventi dunque che sono anche occasione per la presentazione (spesso in collaborazione con C.R.T. Centro Ricerche Teatrali) de “I Quaderni dell’Alba”, antologie di poesie che sono espressione del lavoro creativo dei poeti appartenenti al Circolo Culturale fagnanese ma provenienti da tutto il territorio, da Varese a Milano. Le composizioni sono sia in lingua che in versione dialettale. L’anno in corso 2012 ha visto l’uscita del volume n. 4 dei “Quaderni”, dopo la presentazione il 16 maggio 2009 del volume n. 1, al quale è subito seguito il volume n. 2 e nel 2010 il n. 3. Ad esprimere bene la gioia per tali lavori e la convinzione che essi vengono realizzati per la felicità anche del

lettore e del pubblico è la citazione riportata sulla prima pagina del volume n. 3: “La felicità è una merce favolosa: più se ne dà e più se ne ha” (Blaise Pascal). Ma non solo i “Quaderni”: vengono realizzate, da parte di alcuni associati, raccolte poetiche personali; il Circolo è occasione per la presentazione dei relativi ‘libretti’. Tra questi poeti che compongono in ‘lingua’ (italiana) citiamo Alfredo Maestroni, le cui liriche figurano in riviste varie e sono state selezionate e incluse in molte pubblicazioni antologiche; inoltre Pier Mario Tognoli, Annitta Di Mineo, Rosa Anna Rigo Bo, Carmelo Caldone, Fabrizio Moroni. Proprio perché l’intento è quello di valorizzare la vena poetica e favorire lo sviluppo di quest’arte, senza limitazione di accesso al Circolo stesso, quest’ultimo promuove incontri e concorsi di poesia rivolti anche alle giovani generazioni. La poesia dialettale Si parla spesso dell’esigenza di valorizzare i dialetti, ma non sono poi tanti coloro che osano servirsene per un’operazione culturale. Eppure il dialetto è percorso da una carica di espressività spesso ignota alla lingua ufficiale. Dice Luigi Mascheroni: “Ha il sapore della terra, il dialetto, come il vino: il sapore irripetibile di quella terra, di quella gente, e cattura le categorie di tempo e spazio, sottraendole all’astrattezza e fissandole in un preciso momento storico e in una inconfondibile collocazione geografica”. Tra i poeti dialettali citiamo Giuseppina Bossi, che nella raccolta “Nustalgia da ricordi” (i Ricordi Fagnanesi) parte dal recupero veristico di una condizione di vita vissuta, ma sosta anche nella contemplazione di spettacoli naturali, si sofferma su affettuose scene di intimità domestica, ricrea paesaggi non ancora contaminati, si appassiona alla problematica ecologica, vagheggia la presenza di segni di devozione come testimonianza di fede profonda.

A fianco una foto della “Burséla”, dolce rotondo ottenuto dall’avanzo dell’impasto rimasto attaccato alla madia.


Pangiàldu e burséla

Panegiallo e burséla

Incoeu g’hô quàsi vargôgna ul pán andà a cumprà e al prastínee dumandà: 2 modenesi 1 mantovana 1 ciabatta francese 1 Italia 3 buttalá 1 tartaruga al latte 3 sfilatini 2 senza sale 2 senza lievito 1 pan patata 4 mignon all’olio, all’avena e al mais. Quánti, quánti qualità!

Oggi ho quasi vergogna il pane andare a comperare e al prestinaio chiedere: 2 modenesi 1 mantovana 1 ciabatta francese 1 Italia 3 buttalà 1 tartaruga al latte 3 sfilatini 2 senza sale 2 senza lievito 1 pan patata 4 mignon all’olio, all’avena e al mais. Quante, quante qualità!

Ma tì però té mai pruà daa roeua dul pangiàldu frescu, crucanti, dô féti taià e àj dasùa sfregà e in mezu pugià lardu o panscéta e ul pévar sü spulverà? Che buntà, nanca té pôdi immaginà!

Ma tu però non hai mai provato dalla ruota del panegiallo fresco, croccante, due fette tagliare e l’aglio sopra sfregare e nel mezzo appoggiare lardo o pancetta ed il pepe su spolverare? Che bontà, neanche puoi immaginare!

Se poeu a pénsu a burséla rutónda, in mezu scüscià cún i fighi, pômm, üga, zücar e bütér dislénguà e a crôsta da parti un pô brüsà, ga né ménga incoeu da dulzi ca pô parégià; dumà a ricùrdà ma vegn voeuia ancamô i dii da sciüscià!

Se poi penso alla “burséla”* rotonda, nel mezzo schiacciata con i fichi, mele, uva, zucchero e burro liquefatto e la crosta ai lati un po’ bruciata, non esiste oggi un dolce che può pareggiare; solo a ricordare mi vien voglia ancora le dita di succhiare.

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Mario Silvio Q u a n d o

l ’ a r t e

d i v e n t a

e m o z i o n e


Una della formelle in terracotta create dall’artista, raffigurante il Monastero di Torba, nel comune di Gornate Olona.

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Mario Luise nel suo studio.

Luise di Ettore Ceriani


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Un celebrato poeta ha lasciato scritto che l’uomo è come un’isola circondata da acque profonde che nascondono avvincenti misteri. Bisogna calarsi in queste acque e riemergere riportando ogni volta alla luce nuovi segreti. I segreti che l’uomo è chiamato a recuperare sono quelli della nostra interiorità, vasta e inesplorata come l’Universo che ci circonda. Questa testimonianza mi è tornata in mente pensando a Mario Luise, persona coerente ed onesta che ha saputo, con fatica e sacrificio, crearsi nel tempo una sua precisa identità artistica. Una identità che appare solida in quanto Mario l’ha costruita con equilibrio e progressivamente, attingendo alle fonti giuste. Il suo cammino è iniziato nel confronto continuo con la realtà e con altri artisti che avevano maturato maggior esperienza. Giustamente, Leonardo faceva osservare che ‘la sapienza è figliola della sperienza’. Non una sapienza retorica, fine a se stessa, ma una sapienza viva, compiuta, che permette di fare dell’opera d’arte un momento concreto di comunicazione. Orbene, con molto senso autocritico, Luise ha costruito il suo linguaggio, non solo come espressione, ma anche come contenuti, affinando nel contempo gli esiti e la mente. Ha quindi portato a termine un articolato percorso teso a rendere espliciti i valori portanti del suo ‘fare arte’ con una adeguata caratterizzazione in termini di narrazione. Una maturazione che ha comportato pure qualche necessario sacrificio: la riduzione all’essenziale del segno, una maggior propensione a giocare sulle tonalità del colore, la ricerca di simbolismi semplici, un modo di esprimersi più personale, la ricerca di soggetti che, per quanto legati alla quotidianità ed alla tradizione, offrissero immagini non convenzionali. Passaggi che gli sono stati consentiti dalla coerenza intellettuale che ha guidato la sua ricerca e dalla genuinità

Nelle formelle sono raffigurati luoghi della Valle Olona.

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delle relative motivazioni. Una delle motivazioni fondanti della sua opera è senz’altro il convincente naturalismo che lo guida. Inizialmente, l’artista si è affidato agli aspetti più suggestivi, poi la sua azione l’ha portato a cercare, attraverso l’immagine apparente, le variazioni d’atmosfera e i cambiamenti dovuti all’immanentismo del Creato. Infine, continuando nella logica dell’approfondimento, Luise ha lasciato perdere il precedente modo analitico di osservare per focalizzarsi sulle forze che governano la natura e sui rapporti che l’uomo intrattiene con la stessa. Gli aspetti caratteristici di alcuni centri urbani del territorio varesino hanno rappresentato per lui, grazie alle loro presenze storiche ed al particolare inserimento nel ricco contesto naturalistico dei luoghi, un fruttuoso e felice momento interpretativo della sua arte, sia pittorica che ceramica. Mario, da sempre molto sensibile al Presepe, che interpreta attenendosi alla colorita tradizione napoletana, ha voluto chiamare tali presenze storiche ‘Presepi della memoria’ poiché rappresentano la storia dei luoghi ed i valori che l’hanno accompagnata. Le immagini che crea di volta in volta derivano da una scrupolosa osservazione della realtà, ma anche da una indagine approfondita, che effettua direttamente sul territorio, delle condizioni, della civiltà e dei precedenti che hanno portato all’insediamento ed alla crescita urbana e umana. È per questi contenuti, che traspaiono in modo cristallino dai suoi lavori, che a volte le tonalità di colore e l’uso leggero del segno che determina le forme, accennano ad una visione poetica che sollecita in me una piena adesione emotiva. Ci sono tante maniere di affrontare la pittura, ma – come diceva un noto critico – quella legata all’emozione è l’unica che resiste al tempo.


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Con il patrocinio di

T radate

Comune di

TRADATE

Evento letterario

La Humana Istoria

Nell’ambito della rassegna “Incontro con l’autore 2012”, dedicata alla letteratura e alla poesia, sarà presentato il suggestivo libro ‘La humana istoria’ di Franco Caminiti.

Un immaginario viaggio nell’Aldilà, in 53 un’atmosfera onirica, è il pretesto per dialogare con i grandi personaggi della storia e riflettere sulle miserie umane. Un affresco spietatamente realistico degli aspetti negativi della società moderna e contemporanea, che si sviluppa lungo i secoli, dalle crociate ai nostri giorni. Un’opera alla ricerca della verità e della giustizia esaltando i valori morali. Un forte atto di fede da parte di un credente laico. ‘La humana istoria’ è stata definita ‘la Divina Commedia’ del XXI secolo. La ricerca della verità in un grande poema di 7.000 versi racchiusi in 335 pagine.

Relatore Monsignor Franco Buzzi Rettore della Biblioteca Ambrosiana di Milano

Parteciperanno: Franco Caminiti autore dell’opera Laura Cavalotti Sindaco di Tradate Dario Galli Presidente della Provincia di Varese Alessandro Baldanzi illustratore Brani dell’opera saranno declamati dagli attori della Compagnia del piccolo Teatro Cinema Nuovo di Abbiate Guazzone, coordinati dal prof. Gaetano Oliva, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Organizzatore dell’evento: dott. Franco Negri

Comune di Tradate

Villa Truffini corso Bernacchi

martedì

23 ottobre 2012

ore 21


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Mons. Franco Buzzi, Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e Presidente dell’Accademia

B iblioteca A mbrosiana Quattro secoli di cultura nel cuore di Milano di Monsignor Franco Buzzi

La grande istituzione milanese, articolata in Biblioteca, Pinacoteca e Accademia, fu voluta dal Cardinal Federico Borromeo con la posa della prima pietra nel 1603. L’Ambrosiana continua oggi la sua missione aprendosi non solo agli specialisti della ricerca, ma anche ai doveri di formazione nei confronti delle giovani generazioni. Le scuole secondarie milanesi, di ogni ordine e grado, possono usufruire di visite e corsi riservati ai loro alunni che qui imparano la storia della scrittura e del libro mano-

scritto e a stampa. In questo modo i giovani, accompagnati dai propri docenti, vengono introdotti alla conoscenza di quella tradizione testuale che rende possibile le edizioni dei classici italiani, latini e greci da loro studiati sui banchi di scuola. Ciò suscita nel loro animo un’affezione per l’Ambrosiana che li accompagnerà per il resto dei loro giorni. Visite analoghe con intento didattico, mirate a particolari percorsi figurativi, sono organizzate anche all’interno della Pinacoteca.


di Monsignor Gianantonio Borgonovo

Secondo l’Atto di fondazione, stilato nel 1607 e confermato dal Breve papale del 1608, il cardinale Federico Borromeo, arcivescovo di Milano, sin dalla prima pietra aveva pensato a una grande biblioteca che fosse «per un servizio universale». L’amore per i libri, e soprattutto per i manoscritti, gli era stato instillato quando, in giovane età, aveva sperimentato a Roma l’importanza della scienza e dell’arte, per una nuova evangelizzazione mediante il dialogo e lo studio della cultura. A Federico, il cardinale Agostino Valier scriveva nel 1587: «I buoni libri non ci portano via il tempo come la gran parte delle persone che ci vengono a trovare: i libri sono amici che ci possono arricchire quanto ne abbiamo voglia. Tu, quindi, o cardinale Federico, dovrai raccogliere una grande quantità di libri, dovrai costruire una biblioteca degna del tuo nobile animo, spendendovi senza risparmio tutto il danaro che sarà necessario». Il pezzo più celebre è il Codice Atlantico, che abbraccia la vita intellettuale di Leonardo da Vinci per un periodo di oltre quarant’anni, dal 1478 al 1519. Dono fatto all’Ambrosiana dal conte Galeazzo Arconati nel 1637, insieme ad altri 10 manoscritti vinciani, il Codice rimase sempre in Ambrosiana, eccetto il breve periodo in cui fu sottratto

da Napoleone e portato a Parigi con gli altri 10 manoscritti vinciani, finché il Congresso di Vienna del 1815 impose la restituzione. La Biblioteca Ambrosiana si presenta come una delle più importanti a livello mondiale. È ricca di circa 36.000 manoscritti, in italiano, latino, greco, ebraico, arabo, siriaco, etiopico, persiano e altre lingue orientali. Tra i manoscritti, impossibile non ricordare il cosiddetto Virgilio di Petrarca, con una stupenda miniatura di Simone Martini sul verso della prima pagina (1340), e il Chronicon di Orosio, un codice miniato proveniente dallo scriptorium del monastero di Bobbio. La Biblioteca ha poi quasi 1.000.000 di stampati, di cui 2.455 incunaboli e 15.000 cinquecentine, 12.000 disegni (di Raffaello, Pisanello, Leonardo...), 22.500 incisioni avulse e altre rarità uniche, come mappe antiche, manoscritti musicali, pergamene e papiri. Il Cardinal Federico sin dagli inizi le diede un’impronta multiculturale, orientata al dialogo, giacché scriveva che anche i libri appartenenti a culture e fedi diverse dalla cristiana possono «a noi recare diversi giovamenti e farci venire in cognizione di molte cose belle e giovevoli molto».

I buoni libri sono amici che ci possono “arricchire quanto ne abbiamo voglia ”

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Un’Accademia milanese per la bellezza e la scienza di Monsignor Pier Francesco Fumagalli

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Particolare di Leonardo, Vite d’Archimede e ruote d’acqua, Veneranda Biblioteca Ambrosiana

Milano, crocevia naturale tra Europa e Mediterraneo, offre un clima particolarmente adatto agli incontri di civiltà. Se a Milano cerchiamo un luogo dove dare forma sistematica e scientifica al desiderio umano di poesia, verità e bellezza, l’Accademia Ambrosiana ci apre le sue porte verso affascinanti percorsi intellettuali e artistici, in un intreccio di saperi che vanno da Atene a Pechino, da Mosca a Istanbul, da Gerusalemme a Roma. Il sogno di un’Accademia universale di scienza e bellezza, dove si uniscono i migliori ingegni dell’umanità senza confini di ideologie o religioni, è mirabilmente espresso da Raffaello nel 1510, quando per le Stanze del Vaticano concepì l’af-

fresco della Scuola di Atene, il cui cartone è oggi alla Pinacoteca Ambrosiana istituita da Federico Borromeo. L’ideale rinascimentale di armonia cosmica tra Dio, la natura e l’uomo, ispirò nel 1609 a Milano la fondazione dell’Ambrosiana, cui si unì nel 1620 un’Accademia di Pittura, Scultura e Disegno. L’Accademia, prima del genere a Milano se non in tutta Europa, operò fino al 1776, avendo tra i suoi direttori lo scultore Dionigi Bussola, che nel 1670 scolpì otto statue in terrecotte bronzo-dorate, raffiguranti la Grammatica, Medicina, Matematica, Astronomia, Filosofia, Retorica, Teologia e Giurisprudenza, simboli degli ideali ambrosiani.


Milano ha svolto un ruolo fondamentale nello scambio tra correnti artistiche italiane e avanguardie d’oltralpe, mentre il suo sviluppo come polo industriale e finanziario ha favorito la ricerca scientifica in molte aree di ricerca. In questo clima cittadino fervente di operosità, iniziative di carattere umanistico si collocano in un disegno di integrazione e bilanciamento sapiente con le altre di carattere industriale e economico che contrassegnano la tradizionale intraprendenza ambrosiana. In sintonia con l’odierna epoca di globalizzazione e d’incontro tra le più varie civiltà e religioni del mondo, è stata istituita nel 2008 la nuova Accademia Ambrosiana, strutturata secondo Classi di ricerca aperte sia a studi arabi, armeni, cinesi, ebraici, giapponesi, indiani, siriaci e slavi, sia a discipline tradizionali della cultura europea, con studi classici greci e latini e di letteratura italiana, di storia borromaica e di patristica. Nell’atmosfera serena e operosa dell’Accademia s’incontrano oggi in amicizia oltre 400 studiosi di tutti i continenti, che scambiandosi reciprocamente i frutti dei loro studi contribuiscono alla formazione di una scienza sostenuta dall’amore per la bellezza e la verità, e di una cultura universale di pace e di fraternità.

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Immagini di alcuni disegni appartenenti al Codice Atlantico di Leonardo da Vinci.


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L’Ambrosiana, custode e culla d’arte di Don Alberto Rocca


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Raffaello Sanzio, Scuola di Atene (Stanza della Segnatura, Vaticano, Roma). Il cartone preparatorio si trova alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano


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Sandro Filipepi (Botticelli), Madonna del Padiglione (Pinacoteca Ambrosiana)

La Pinacoteca Ambrosiana vide la luce nel 1618, a seguito della generosa donazione fatta dal cardinale Federico Borromeo alla Biblioteca omonima, da lui fondata nove anni prima. Il progetto integrato dell’Eminentissimo Fondatore prevedeva che, in seno alla magnifica biblioteca, via all’incontro con il Vero, la collezione d’arte aiutasse ad incontrare il Bello, secondo uno schema filosofico molto preciso e raffinato. Nel corso del suo soggiorno romano, Federico ebbe modo di entrare in contatto con i migliori pittori del suo tempo, anche in qualità di patrono della nuova Accademia di San Luca, che radunava numerosi artisti di fama. Fu proprio a Roma che ebbe modo di iniziare una campagna di acquisti e di commissioni che sono motivo della presenza nella Pinacoteca Ambrosiana di opere di Tiziano, Caravaggio, Raffaello, Brueghel e Brill. Il 25 giugno 1620, il geniale presule accostò alla galleria anche l’Accademia di Pittura, origine dell’attuale Accademia di Brera.

Col tempo, la collezione federiciana ebbe modo di accrescersi in modo assai significativo, basti pensare alla donazione del Marchese Galeazzo Arconati che, oltre alla vastissima collezione di autografi vinciani, donò anche il Ritratto di Musico di Leonardo, oggi l’unico dipinto su tavola del grande maestro rimasto a Milano, o alla donazione del 1837, che impreziosì la collezione con la Madonna del Padiglione di Sandro Botticelli. Tuttavia, non è solo la qualità della collezione ambrosiana a ripagare il visitatore. Il percorso espositivo si snoda attorno al centro geometrico della città, vero cuore di Milano, nel susseguirsi di sale sapientemente decorate negli anni ’30 dalla maestria estetica del grande prefetto Giovanni Galbiati, che impreziosì pavimenti, mura, soffitti e finestre con mosaici, marmi, stucchi e vetrate che rendono il contenitore stesso della collezione un’autentica opera d’arte.

Si ringraziano Monsignor Franco Buzzi e I suoi colleghi per la cortese disponibilità dimostrata nella stesura di questo articolo.


Pagina di un volume del KitÄ b al-HayawÄ n che fa parte del fondo arabo della biblioteca ambrosiana

Leonardo da Vinci, Ritratto di Musico (Pinacoteca Ambrosiana)

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l a m a t i t a

rossoblù riflessioni sulla lingua italiana a cura di Franco Caminiti

Datemi del ‘lei’

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’Stamattina ho ascoltato in radio, alla fine di una intervista telefonica su RAI 1: “Grazie…” “Grazie a loro.” In un eccesso di formalismo l’intervistato ha voluto ringraziare dando del ‘lei’ a tutta la redazione: ‘loro’ in quanto plurale di ‘lei’. Non sarebbe stato più bello ‘grazie a voi’? Allora ho fatto una riflessione sul ‘dare del lei’ che è un vezzo esclusivamente italiano. Immaginiamo un dialogo fra l’imperatore di Roma ed un suo centurione: “Ti porto cattive notizie, Cesare!” direbbe il soldato, fiero nel portamento, dando del tu al suo imperatore; e non gli mancherebbe certo di rispetto. Col passare dei secoli si sono volute inventare forme più eleganti per rivolgersi a persone di rango superiore, utilizzando un linguaggio più distaccato. Si sa che, tra io e tu, lui è più lontano, un po’ defilato. Quindi, volendo stabilire un rispettoso distacco tra chi parla e la persona a cui si rivolge, invece di dire “io ti do ragione” dovremmo dire “io gli do ragione” (do ragione a lui); ma, chissà perché, si è pensato non solo di allontanare la persona ma anche di cambiarle sesso: per cui diciamo, anche trattandosi di un uomo, “io le do ragione”. Ormai è andata, e il dare del lei è d’uso comune. Ma quando qualcuno dice “…mi dia del lei! “, ammettiamolo, è come se dicesse “mi stia lontano, non mi tocchi! “ La forma è nata, presumibilmente, quando s’incominciò a parlare di ‘vostra signoria’, ‘vostra eccellenza’: si parlava ai potenti rivolgendosi non a loro, bensì alla loro eccellenza, quasi fosse un’entità separata ed astratta. Essendo le parole maestà, signoria, eccellenza, tutte

femminili, è nata l’abitudine di rivolgersi in terza persona ed al femminile. Insomma, quando diamo del lei a qualcuno è come se non parlassimo a lui ma alla sua eccellenza: “Venga e porti anche la sua signora” (cioè: la moglie dell’eccellenza). Per questo ci torna difficile dare del lei a chi ci ha tamponato distruggendoci l’auto: non riusciamo proprio a vederne l’eccellenza. Il voler a tutti i costi rispettare il lei porta qualcuno ad errori paradossali: “Sono andata dal direttore e le ho dato la lettera” (al posto di: gli ho dato). Altri pensano, addirittura, che le al posto di gli sia la sola forma corretta, certamente la più elegante. Io proporrei di ripristinare il tu, al quale si ricorre sempre più spesso anche tra persone che si sono conosciute da poco. Pensate alla frase liberatoria: “diamoci del tu” che sempre precede rapporti più cordiali, più intimi, e spesso prelude ad un’amicizia. Avrebbe un senso logico il voi quando la persona a cui ci si rivolge rappresenta altri e, qualche volta, molti altri. Si dice, infatti, vostra maestà, che sarebbe il cosiddetto plurale di maestà: la persona diventa plurale perché, appunto, rappresenta una pluralità; ma il lei, suvvia, è illogico, errato dal punto di vista grammaticale, serve solo a creare distacco e non esprime rispetto anzi, spesso, tutt’altro. Gli inglesi, che forse in senso pratico ci battono, hanno una sola forma you, appunto. Personalmente do del lei a chi mi è indifferente, del voi a chi stimo, del tu alle persone per le quali nutro affetto. Quindi, se mi incontrate, vi prego, datemi del ‘tu’.


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© foto: redazione Olona e dintorni

Nuovo

Ospedale

L egnano

di

I primari dell’Ospedale di Legnano ci illustrano lo “stato dell’arte” della sanità. 64

In questo numero parliamo di: Medicina nucleare

di Lorenzo Maffioli

Quando si parla di nucleare, una sensazione di paura e sospetto nasce in ciascuno di noi, memori delle bombe di Hiroshima e Nagasaki e, più recentemente, degli incidenti nucleari, Fukushima in testa. Tuttavia, esiste anche un nucleare “buono”, quello che si trova nelle strutture ospedaliere, nei reparti di Medicina Nucleare, in particolare. E l’ospedale di Legnano lo aveva capito già negli anni settanta quando, tra i primi nosocomi in Italia, aveva deciso di inserire tra le proprie specialità anche quella di Medicina Nucleare. Dopo i primi scanner e sonde lineari, la struttura si è dotata di strumenti sempre più sofisticati e la qualità delle prestazioni erogate è cresciuta negli anni. Ora, nella nuova struttura legnanese esiste un’unità Operativa all’assoluta avanguardia, che permette di erogare prestazioni di eccellenza per un ampio bacino di utenza (sicuramente superiore al milione di abitanti) rappresentando anche un punto di attrattività sanitaria per

cittadini di altre regioni che qui vengono per essere sottoposti ad esami ad alto contenuto tecnologico. La qualità prima di tutto Nell’U.O. di Medicina Nucleare di Legnano la qualità è sentita come un “must”: non solo il reparto è certificato ISO-9000, secondo gli standard internazionali, ma è stato anche accreditato dal Board di medicina nucleare dell’unione dei medici specialisti europei (UEMS-EBNM). Questo significa che il centro è in linea con i requisiti di qualità richiesti a livello europeo. La sezione di medicina nucleare della UEMS (organismo internazionale della Commissione Europea) si prefigge si rendere uniforme il livello della qualità delle prestazioni di Medicina Nucleare fra gli Stati Membri dell’Unione Europea, cercando di superare i gap culturali esistenti fra le diverse culture transnazionali


e suggerendo ai Governi adeguamenti normativi per consentire il libero scambio di persone (specialisti e pazienti) nel territorio europeo. Il Comitato Esecutivo ha posto in essere una serie di attività volte appunto a verificare che la Medicina Nucleare sia svolta in tutta Europa secondo standard di qualità sia nell’ambito della valutazione della professionalità erogata dagli specialisti, sia nella verifica del miglioramento continuo delle strutture cliniche e dei centri di formazione specialistica (rilasciando certificati di fellowship professionale, diplomi di accreditamento di struttura o di “training centre”). Questa tendenza è così sentita a livello internazionale che viene condivisa anche dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA (Agenzia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite – ONU): sono infatti in atto processi di collaborazione tecnica di verifica dei livelli qualitativi delle strutture di medicina nucleare in ambito internazionale. E, in tutto ciò, sempre

più spesso, il logo dell’ospedale di Legnano si trova a campeggiare in diapositive proiettate durante letture e corsi organizzati negli ambiti culturali più significativi: Associazione Italiana di Medicina Nucleare (AIMN), Associazione Europea di Medicina Nucleare (EANM), Società Americana di Medicina Nucleare (SNM), UEMS, IAEA, ecc. Un’ampia dotazione tecnologica Le metodiche medico-nucleari (scintigrafie, SPECT e PET) forniscono immagini diagnostiche basate su un principio peculiare: rispetto alla maggior parte delle apparecchiature radiologiche di imaging (es. telecomandati, TAC, mammografi, ecc.) che, per ottenere informazioni del corpo umano, emettono fasci di radiazioni che attraversano il corpo del paziente, le apparecchiature di medicina nucleare registrano le radiazioni emesse da farmaci

Lorenzo Maffioli Direttore dell’U.O. di Medicina Nucleare e coordinatore dell’ambulatorio delle tireopatie dell’A.O. di Legnano. Professore a contratto per la scuola di Specializzazione in Medicina Nucleare dell’Università degli Studi di Milano. Membro dell’Executive Committee della sezione di Medicina Nucleare della UEMS (Unione Européenne des Médecins Spécialistes). Chairman del Comitato per l’accreditamento dei centri di formazione in Medicina Nucleare della UEMS/EBNM. Collaboratore esterno dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA).

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radioattivi (radiofarmaci) somministrati (spesso per via endovenosa) al paziente (che diventa per breve tempo una sorgente radioattiva) e le utilizzano per generare una serie di immagini del corpo umano. Le immagini ottenute forniscono informazioni morfo-funzionali degli organi esaminati. La peculiarità di questi studi sta nell’individuare il radiofarmaco in grado di tracciare quelle funzioni del corpo umano delle quali si vuole analizzare gli aspetti fisio-patologici (alterazioni della funzionalità renale, alterazioni della funzione tiroidea, alterazioni della perfusione miocardica indotti da patologia delle coronarie, studio dei tumori, valutazioni delle varie patologie cerebrali, ecc.). Per ottenere questo tipo di informazioni, nell’ospedale di Legnano sono presenti apparecchiature tecnologicamente all’avanguardia, tra cui il tomografo PET-CT che ha un rilevante impatto in ambito oncologico. Per la produzione dei radiofarmaci che vengono somministrati quotidianamente ai pazienti che devono essere sottoposti a studi scintigrafici e PET, nel reparto esiste un laboratorio di radiofarmacia dotato di attrezzature moderne e sicure sia per il paziente che per l’operatore che manipola i radioisotopi. Tutto l’ambiente è mantenuto in condizioni di temperatura, ricambi d’aria, pressione atmosferica, livelli di radioattività idonei per l’esecuzione di tutte le procedure previste. Si tratta in pratica di uno dei

primi centri ad aver adottato tutte le misure previste dalle norme nazionali ed europee di buona preparazione dei radiofarmaci. Per questo, ogni fase del processo è sotto controllo e tutti i parametri delle varie fasi di produzione sono monitorati e registrati. Infatti il manuale della qualità e le procedure che qui vengono applicate, vengono usate come modello da altri reparti di medicina nucleare in Italia. Per questo motivo il personale della struttura si trova spesso a tenere corsi e lezioni sulla materia, in convegni a livello nazionale e internazionale. Appropriatezza Si tratta, dunque, di un reparto hi-tech, ma, quello che più conta è che le prestazioni erogate rispondono a principi di appropriatezza che si applicano sia alla patologia che alla tipologia del paziente. Tra le principali aree di interesse della medicina nucleare l’area oncologica è quella che ha tratto maggior beneficio, dall’introduzione della PET, con una ventata di innovazione che ha determinato un salto qualitativo importante. La metodica consente infatti, di migliorare la diagnosi e la caratterizzazione di vari tumori, oltre che di valutare la risposta alle terapie. Oltre alla PET, la medicina nucleare tradizionale, pur con le sue punte di avanguardia (come ad esempio, la SPECT-CT)


continua ad avere un ruolo rilevante non solo in campo oncologico, ma anche in quello cardiologico (si pensi ad esempio allo studio della cardiopatia ischemica), neurologico, ortopedico ed infettivologico. Un altro campo di applicazione nell’uso pacifico delle radiazioni ionizzanti è poi quello terapeutico. In questo ambito è stato recentemente introdotto il trattamento radiometabolico con anticorpi monoclonali nel trattamento di alcune forme di linfoma, in collaborazione con le U.O. di Medicina e di Oncologia. Ma l’aspetto terapeutico qui accennato non è una novità per l’ospedale di Legnano, poiché da molti anni viene effettuato di routine il trattamento radiometabolico dell’ipertiroidismo, mediante l’adozione di protocolli che prevedono una personalizzazione della dose.

occupano della tiroide: specialisti in medicina nucleare, endocrinologia, otorinolaringoiatria, chirurgia, anatomia patologica. Presso l’ambulatorio, il paziente viene seguito in tutto il percorso clinico: dalla diagnosi (visita, imaging, agoaspirato, esame citologico), alla terapia (farmacologica, ormonale, radiometabolica, chirurgica) e per tutto il follow-up (che può essere, in funzione della patologia, di qualche mese o di molti anni). Un particolare occhio di riguardo è rivolto alle donne in età fertile che presentano disturbi alla tiroide. Vengono forniti consigli (ed eventualmente prescritte terapie personalizzate) per un adeguato approccio alla gravidanza, in modo tale da assicurare al nascituro un ottimale livello ormonale durante i mesi di gestazione e un follow-up alla madre dopo il parto. Dove si trova

L’ambulatorio della patologia tiroidea Il trattamento dell’ipertiroidismo rappresenta l’ultimo step di un percorso diagnostico terapeutico di un organo che da anni è al centro dell’attenzione della Medicina Nucleare: la tiroide. Infatti, l’ambulatorio della patologia tiroidea esiste nella medicina nucleare di Legnano fin dalla sua nascita e rappresenta una tradizione consolidata. Il centro si è sviluppato, nel tempo come ambulatorio interdisciplinare e coinvolge tutte le figure che si

Per poter accedere alla Medicina Nucleare ci si deve recare al nuovo Ospedale di Legnano (via Papa Giovanni Paolo II) e dirigersi verso l’area C al primo piano. Lì si trova la segreteria dell’U.O. di Medicina Nucleare, che è anche raggiungibile telefonicamente al numero 0331449311 negli orari di ufficio.


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il Punto del Consorzio del Fiume Olona di Fulvio Miscione*

Fammi godere il miracolo della luce e quello dell’acqua viva che sgorga dalle pietre

David Maria Turoldo

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A distanza di quattro anni dalla pubblicazione del “Dizionario del Fiume Olona” e grazie all’interessamento di Regione Lombardia - Contratto di Fiume il nostro Consorzio offre agli appassionati del Fiume un altro scritto di Luigi Mazzocchi che, concepito in epoca successiva rispetto al suo dizionario, è dedicato questa volta alle “Fontane Tributarie del Fiume Olona” che, sono parole sue, “hanno per il Consorzio grandissima importanza”. Non sappiamo oggi se anche questo contributo, come il precedente, poteva rientrare nella manualistica ad uso interno che il Mazzocchi, ormai pensionato, si era impegnato in quegli anni a redigere a tutto beneficio di coloro i quali, da ingegneri idraulici o da semplici guardiani del Fiume, erano destinati a raccoglierne l’eredità conoscitiva. Ciò che possiamo invece constatare oggi con certezza è il fatto che anche questa nuova testimonianza si presta assai bene a fungere da maestra discreta e silenziosa per coloro i quali la sanno ascoltare e a far in modo che la competenza dei padri, arricchita dall’esperienza della loro

trincea, non si smarrisca per i figli lungo il sentiero del tempo. Il testo ha ricevuto il patrocinio autorevole della Società Storica Varesina, viene pubblicato nella collana “Monografie e Manoscritti del Consorzio del Fiume Olona” ed è stato dato alle stampe in data 7 maggio 2012 proprio per ricordare che nella stessa giornata di 402 anni fa il nostro Consorzio nasceva formalmente come aggregazione di utenti e si apprestava a diventare, in buona sostanza e in un certo senso, proprietario del fiume, mantenendo tale sua caratteristica fino all’inizio del secolo scorso. In effetti in data 7 maggio 1610 i rappresentanti del Consorzio e quelli del Regno di Spagna sottoscrissero presso il notaio Giuseppe Grassi di Milano uno storico accordo con il quale, a fronte del versamento da parte del Consorzio di una somma “una tantum” piuttosto consistente e pur dovendo rispettare le Nuove Costituzioni del 1541, si provvedeva a svincolare l’utenza consortile dagli interventi governativi sul piano soprattutto fiscale. Ad ogni buon conto lo scritto del Mazzocchi riporta nel


Immagine autunnale della natura intorno al fiume Olona (foto di Armando Bottelli)

dettaglio la storia delle sorgenti d’Olona, ne descrive l’ubicazione esatta e ne esalta, in più di un’occasione, le caratteristiche costruttive senza tralasciare di offrirci, da una parte, uno spaccato esauriente delle problematiche che, all’inizio del secolo scorso, potevano interessare i territori del comprensorio e, dall’altra, di gettare uno sguardo interessato sulle funzioni anche di carattere sociale che il nostro Consorzio era chiamato ad assolvere. In questo senso va letto il richiamo dell’autore alle iniziative che, attraverso i vertici consortili, vennero indirizzate, prima di tutto, ad “ampliare, sistemare e mantenere le sorgenti perenni” e, in seconda battuta, “ad acquistarne di nuove e a renderle meglio attive infiggendo in esse molti tubi acquiferi”. Rispetto al “Dizionario” l’informazione è senz’altro più specifica e, forse anche per questo, meno interessante ad una prima lettura. Tuttavia ciò che il lettore è portato a perdere nella particolarità di un approccio immediato lo può senz’altro ricuperare gustando la sensibilità grafica con cui il no-

stro ingegnere sa arricchire la presentazione di ciascuna fontana: non mancano infatti vere e proprie cartine che, tracciate a mano libera e colorate di fresco, riescono ad alimentare anche in chi non conosce i luoghi descritti la sensazione tutta nuova non solo di riuscire a dominare visivamente la scena ma anche, forse soprattutto, di poterne attualizzare le caratteristiche rendendole funzionali all’esperienza quotidiana. Con la pubblicazione di queste note scritte in bella calligrafia da Luigi Mazzocchi il Consorzio del Fiume Olona intende contribuire, ancora una volta e nel suo piccolo, a rafforzare, soprattutto nei giovani, la consapevolezza che legge ogni traccia che la storia dell’ uomo riesce a conservare come un elemento necessario ad una migliore comprensione del loro presente ed ad una maggiore fiducia nel tempo che li attende.

* Fulvio Miscione, Presidente del Consorzio del Fiume Olona (CFO)

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Nostalgie - Rhein Express 2010


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Importante opportunitĂ per il turismo in Valle Olona di Emanuela Cristina Bissoli e Marco Baroni Foto di Marco Baroni

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Atmosfere del passato - Dixie Express 9.9.2012

La ferrovia Internazionale della Valmorea (chiamata in ambito locale “Ferrovia della Valle Olona”), lunga 38 chilometri e 697 metri, si distende prima lungo il corso del fiume Olona fino a Folla di Malnate in provincia di Varese, quindi percorre la Valle del Lanza per entrare nel territorio comasco poco prima del comune di Valmorea, ed infine, prima del confine di Stato a sinistra del torrente Lanza, giunge a Mendrisio. La storia La Valle Olona, alla fine dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, era una della realtà industriali più importanti del Nord Italia e gli imprenditori della zona, al fine di incrementare la produzione e rendere veloci i

collegamenti con i mercati d’oltralpe, erano propensi alla realizzazione di una ferrovia attraverso l’asse del San Gottardo. Nel 1904 venne inaugurata la ferrovia a vapore da Castellanza a Cairate-Lonate Ceppino di proprietà della Società Novara-Seregno e delle Ferrovie Nord Milano. Successivamente, nel 1915, venne prolungata la tratta ferroviaria fino a Valmorea, che darà poi il nome all’intera ferrovia; solo nel 1926, con la costituita “Società Anonima per la Ferrovia a scartamento ordinario MendrisioStabio”, la ferrovia diverrà internazionale raggiungendo Mendrisio. Il governo italiano in carica, però, cercava in ogni modo di bloccare il passaggio di merci attraverso un valico gestito dalle Ferrovie Nord Milano, società privata e


con capitali stranieri, provocando dei seri problemi economici agli industriali che usufruivano della ferrovia, che non potevano beneficiare delle tariffe doganali agevolate, come ad esempio avveniva per i transiti ferroviari italosvizzeri di Chiasso e Luino. Dopo un anno e undici mesi, il transito oltre confine verrà soppresso interrompendo definitivamente la tratta elvetica: lento ed inesorabile sarà il declino della ferrovia. I viaggiatori che utilizzavano la ferrovia erano pochissimi, soprattutto oltre Cairate, per cui nel 1938, Cairate, diverrà nuovamente il capolinea ed il traffico merci nella tratta Malnate-Valmorea sarà sospeso; l’anno successivo, infine, sarà bloccato ogni servizio merci oltre Castiglione Olona. Durante la seconda guerra mondiale, la ferrovia sarà utilizzata prevalentemente per il trasporto del personale

alla manutenzione del materiale ferroviario proveniente dalle officine di riparazione delle Nord di Saronno, diventate bersaglio da parte dell’aviazione alleata. In seguito all’esondazione del fiume Olona e dopo la consegna delle ultime merci, il 16 luglio 1977 la ferrovia non verrà più utilizzata. Ora non rimane che tanta desolazione nel vedere ruderi di vecchie stazioni e caselli e rotaie coperte dalla vegetazione che inesorabile ed imperterrita continua il suo corso, coprendo quello che rimane di un’importante ferrovia che, per stupide questioni di potere, lo Stato Italiano non ha valorizzato e sfruttato appieno e non ha saputo, o voluto, cogliere la reale utilità, ricchezza e fortuna. Mancherà poco meno di un anno al festeggiamento dei primi vent’anni di turismo sulla Ferrovia della Valmorea


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che, traversina dopo traversina, rotaia dopo rotaia, ha consentito il recupero di circa 7,5 Km di linea ferroviaria dal confine di stato fino alla stazione di Malnate Olona (mancano però pochi chilometri per raggiungere Castiglione Olona nel Contado del Seprio). Innumerevoli sono stati, in questi anni, i convogli trainati da una sbuffante locomotiva storica del 1910 lungo il corso del torrente Lanza. Numerosi sono stati i treni speciali, fra questi il “Valmorea Express”, organizzati dall’Associazione Amici della Ferrovia Valmorea, per interessanti e suggestive mete turistiche all’interno della Svizzera, che hanno avuto grande successo e riscontro e che ci inducono a credere ed insistere nel recupero della ferrovia. L’associazione “Amici della Ferrovia Valmorea” L’associazione, nata nel settembre 2003 ma ufficialmente 2 gennaio del 2004 per festeggiare il centenario dell’inaugurazione del primo tratto della ferrovia, è com-

posta da un gruppo di volontari uniti dalla passione per la storica linea Castellanza-Mendrisio. Lo scopo dell’Associazione è di ripristinare la ferrovia per riqualificare il territorio, di promuovere il recupero funzionale e l’esercizio turistico della linea, divulgare la storia e le tradizioni, valorizzare il paesaggio e la natura, rendere fruibili i beni storico-artistici e culturali che la provincia offre ed incentivare il turismo. Gli impegni dei volontari in questi anni sono stati la manutenzione e la pulizia dei binari, in più punti del territorio della Valle Olona, e del magazzino merci di Castiglione Olona e del Casello n.5 a Castelseprio, la realizzazione della Draisina presente al Casello n.5, il restauro della Pesa Carri collocata a Castiglione Olona ed il recupero della piattaforma girevole presente a Cairate-Lonate Ceppino. Grazie all’aiuto del Comune di Jerago con Orago, quest’anno è stato possibile salvare una carrozza del 1936, prossima alla demolizione, trasportata e collocata presso l’area dell’ex magazzino merci a Castiglione Olona.


Foto sopra: Gornate Torba nei primi anni del 900 (Collez. Marco Baroni) Foto sotto: Stabio (CH) - treno storico 2004

Foto a lato: Valmorea 2011

Durante l’anno vengono programmate attività culturali e per conoscere le nostre iniziative è possibile visitare il sito www.amicidellaferroviavalmorea.it. I progetti Le idee sono molteplici, purtroppo la realizzazione è piuttosto contenuta a causa dei pochi fondi che l’Associazione possiede. Il prossimo progetto che i volontari vogliono concretizzare è il restauro dell’ex magazzino merci presso Castiglione Olona: il recupero dell’edificio consentirebbe all’Associazione di creare un museo storico-didattico che unisca tutto il materiale ferroviario raccolto e un ambiente per allestire una mostra fotografica permanente. Tra i progetti che si stanno attuando ricordiamo quello promosso dal CERMEC (Centro di Ricerca sul Management e l’Economia della Cultura) dell’Università Cattaneo-LIUC di Castellanza, ovvero di “Riqualificazione

paesaggistico-culturale della Valmorea” con obiettivo di interesse turistico attraverso la realizzazione di un percorso su rotaia. Sono progetti fattibili e concreti, è necessario solo l’impegno comune di voler costruire qualcosa di innovativo utilizzando ciò che abbiamo già a disposizione, ovvero la Ferrovia della Valmorea e tutto ciò che ad essa è collegata per un rilancio economico, culturale, sociale e turistico. Associazione AMICI DELLA FERROVIA VALMOREA Sede: Via Diaz. n°2, 21043 - Castiglione Olona (VA) Tel. 347 1153089 E-mail: Amicidellavalmorea@hotmail.it Sito web: www.amicidellaferroviavalmorea.it

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L’avvocato amico a cura di avv. Carmen Cuturello

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La signora E.C. conveniva in giudizio il signor A. B. per sentir dichiarare dal Tribunale adito la separazione giudiziale dei coniugi con addebito al marito, ritenendolo unico responsabile del fallimento del vincolo matrimoniale per l’instaurata relazione extraconiugale. Il signor B. si costituiva in Giudizio e, seppur associandosi alla domanda di separazione personale dei coniugi, contestava tuttavia l’addebito mosso a suo carico, chiedendo conseguentemente il rigetto della domanda in tal senso formulata da E. C., essendo ormai da tempo la loro unione trasformatasi in un legame “fratello-sorella”: rimanevano solo l’affetto e le buone intenzioni, venendo meno momenti di intima condivisione. La soluzione della questione giuridica in esame impone l’analisi dell’istituto della separazione con addebito, ovvero di quel particolare tipo di separazione caratterizzato dal riscontro, in una delle parti, di comportamenti contrari ai doveri nascenti dal matrimonio. In merito, l’orientamento della Corte Suprema ha stabilito che affinché la violazione di uno degli obblighi nascenti dal matrimonio (nella fattispecie l’obbligo di fedeltà) possa condurre il giudice ad addebitare la separazione al presunto “coniuge trasgressore” è necessario che alla violazione sia riconducibile la crisi dell’unione. Ciò significa che ai fini dell’addebitabilità della separazione non è sufficiente che uno dei coniugi o entrambi abbiano tenuto comportamenti contrari ai doveri nascenti dal matrimonio, ma è necessario dimostrare un nesso di causalità fra tali comportamenti (nella fattispecie, l’infedeltà) e la sopraggiunta intollerabilità della convivenza, sempre che non si constati la mancanza di tale nesso causale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale. In sintesi, l’addebito può essere pronunciato solo se la violazione dell’obbligo di fedeltà è causa diretta della crisi tra i coniugi. Nel caso in esame, il Tribunale adito rigettava la domanda di addebito mossa dalla moglie in quanto la difesa di quest’ultima nulla provava in ordine alla paventata violazione del dovere di fedeltà da parte del signor B. e del collegamento tra la suddetta pretesa violazione e l’intolle-

rabilità della prosecuzione della convivenza. Per completezza, si ritiene di dover completare l’argomento, dando breve cenno alle conseguenze che possono derivare da una dichiarazione di addebito a carico di un coniuge. Infatti, il coniuge al quale la separazione è stata addebitata non ha diritto a nessun assegno di mantenimento, così come disciplinato dall’art. 156 c.c., pur restando fermo l’obbligo di prestare gli alimenti ex artt. 433 e seguenti del codice civile. Inoltre, il coniuge cui è stata addebitata la separazione perde ogni aspettativa sotto il profilo successorio. Infatti, mentre nel caso di separazione senza addebito, spettano al coniuge separato gli stessi diritti successori del coniuge non separato, al contrario, il coniuge separato con addebito perde i diritti successori inerenti allo stato coniugale. Potrà, tuttavia, avere diritto allo speciale assegno successorio (assegno vitalizio), qualora, al momento dell’apertura della successione, egli fosse titolare dell’assegno alimentare. Recentemente, si è giunti a riconoscere il diritto agli alimenti anche ove manchi un provvedimento formale di riconoscimento del diritto agli alimenti qualora, al momento dell’apertura della successione, egli dimostri il suo stato di effettivo bisogno, in considerazione dello spirito della legge tendente a tutelare il coniuge bisognoso in virtù del principio di solidarietà familiare. Spetta, infine, al coniuge separato, senza addebito, il diritto alle prestazioni previdenziali che competono al coniuge del defunto assicurato, come ad esempio il diritto alla pensione di reversibilità ed altre indennità prevista dalla legge. Benché in passato, nell’ambito di una separazione pronunciata con addebito, si riteneva escluso il diritto del coniuge superstite a tali prestazioni previdenziali, oggi, la Corte Costituzionale, con alcune pronunce, ha dichiarato illegittime le norme, contenute in varie leggi speciali, che escludevano il coniuge superstite, cui è stata addebitata la separazione, dalla pensione di reversibilità, per violazione del principio di uguaglianza. Pertanto, iI coniuge separato con addebito mantiene il diritto a percepire a pensione di reversibilità ed altresì l’indennità di fine rapporto, maturata a favore del coniuge defunto, purché sempre sia titolare dell’assegno alimentare.


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Archeologia urbana

L’oratorio dei santi Biagio e Francesco a Garbatola di Fabio Pravettoni

Il sistema cascina-villa fu per secoli il principale elemento insediativo del territorio milanese. Le cascine-ville erano concepite come complessi dove gli edifici del lavoro, costituiti dai fienili, dai granai, dai portici, dalle stalle e dalle colombaje, erano pensati e progettati in stretto rapporto con le abitazioni, sia quelle dei contadini che quelle dei nobili. Una delle caratteristiche delle cascine-ville, comunemente chiamate Cassine, oltre alla continuità tra le dimore signorili e le abitazioni coloniche, era la presenza

di una piccola chiesina. Tra ‘500 e ‘600’, in epoca borromaica, in ogni insediamento abitativo furono sistemati o fondati ex novo tutta una serie di oratori*, cioè di piccole chiese, al servizio della comunità contadina che lavorava per le famiglie nobili. Questi oratori a volte erano interni alle grandi corti agricole, altre volte erano addossati alla casa da nobile. Garbatola, sarebbe meglio dire la Cassina Garbatola, è una piccola frazione a est di Nerviano. Fu Comune autonomo sino al 1869 e per quello, probabilmente, i suoi abi-


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La 106a Brigata Garibaldi in piazza don Musazzi. 1 maggio 1945, archivio Pravettoni, Garbatola. Si noti sul fondo a destra la sagoma dell’antico oratorio, con la sua finestra termale ancora ben visibile.

Foto sopra: mappa del Comune di Garbatola, particolare del catasto detto Teresiano, anno 1722, conservata presso l’Archivio di Stato di Milano. Foto sotto: mappa di Garbatola modificata sulla base del catasto detto Lombardo Veneto, anno 1905 circa. Si noti la presenza delle due chiese, sia quella attuale dei S.ti Francesco e Sebastiano, sia quella antica dei santi Biagio e Francesco.

tanti ancora oggi si sentono orgogliosi del loro paese, della loro festa, che si celebra ogni anno tra agosto e settembre, e in generale delle loro tradizioni. E in questo piccolo paese, in anni in cui il rapporto tra monumenti, rovine e vita quotidiana sembra essere una questione improponibile e marginale, si sta conducendo da qualche tempo una ricerca su una vecchia chiesina, oggi quasi del tutto scomparsa: l’Oratorio dei santi Biagio e Francesco. La prima testimonianza relativa a un Oratorio in Gar-

batola risale al 1583, quando Monsignor Bernardino Taurisio, delegato dell’arcivescovo Carlo Borromeo, visitò la Pieve di Nerviano e descrisse un piccola e fatiscente cappella dedicata a S.Biagio, che secondo i nuovi dettami della Controriforma doveva essere restaurata. E così anche nelle visite successive, quella operata dallo stesso Carlo Borromeo, quelle degli altri delegati arcivescovili e quella del cugino Federico Borromeo, si ordinò di restaurare l’antica chiesina e di adeguarla ai nuovi canoni controriformisti.


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È certo che l’oratorio di cui si possono ancora oggi vedere le rovine nella piazza garbatolese fu costruito probabilmente attorno al 1615. Infatti, mentre nella visita pastorale del 1610 si parla ancora di un edificio vecchio e cadente, nella visita praticata nel 1621 viene descritto un nuovo e riformato oratorio dedicato ai santi Biagio, Francesco e inizialmente Carlo. Era composto da tre vani: il primo, più grande, era dedicato ai fedeli e misurava circa 9 metri per 6; il secondo era quadrato di 4,5 metri di lato e ospitava l’altare; il terzo era più piccolo, comunicava direttamente con l’altare, ed era utilizzato come sagrestia. La zona dei fedeli era rialzata rispetto l’aula principale di un gradino, ed era separata dalla stessa da una balaustra marmorea. L’altare maggiore era addossato alla parete di fondo, era in laterizio ed era rialzato, rispetto il pavimento, di altri due gradini. Sull’altare vi si trovava un’immagine dedicata a San Francesco. Il soffitto dell’aula dei fedeli era in legno, a cassettoni, e il pavimento in laterizio. La facciata dell’oratorio era semplice, completamente intonacata e tinteggiata, senza lesene, cornici, basamenti e senza le prescritte immagini dei Santi a cui l’oratorio stesso era dedicato – [...] In frontispicio huis Oratorij alioquin ad norma edificato non fuerunt depictae Imagines Sanctorum titularium –. Sopra la porta di accesso vi era una grande finestra termale (a semicerchio). Alla chiesina si accedeva per un portone in legno, a due battenti, dopo avere attraversato il piccolo cimitero del borgo che evidentemente era nello slargo antistante l’attuale edificio. Probabilmente in sommità della facciata vi era una piccola cella, o turricola, per l’unica campana, la cui fune pendeva libera all’ingresso dell’aula. Il nuovo oratorio, dedicato santi Biagio e Francesco e inizialmente Carlo, venne costruito, si legge negli atti della visita del Cardinal Pozzobonelli, per volere di Carlo Borromeo da un certo nobile Don Cesare Salvioni – [...] In hac Ecclesia, quae impensis Domino Caesaris Salvioni a fondamentis ferme’ extructa fuit in solo tamen ex ordinatione Sancti Caroli –, sacerdote, che faceva parte della nobile famiglia milanese dei Salvioni. Fu utilizzato dalla comunità di Garbatola fino al 1905, quando fu inaugurata la nuova parrocchiale dedicata ai santi Francesco e Sebastiano, e fu probabilmente ben riconoscibile per tutta la prima metà del XX secolo (vedi foto con i partigiani sulla piazza del borgo del 1945). Oggi dell’antica chiesina rimangono solo i resti della facciata, su piazza don Paolo Musazzi, e il fianco meridionale che si affacciava su un’antica corte nobile. Tutto il resto andò perduto nel primo dopoguerra. Dall’oratorio antico provengono, invece, la balaustra in marmi policromi che oggi separa, nella chiesa parrocchiale, la navata laterale sinistra dal battistero, e la grande tela, di autore ancora ignoto, che sta nella contro facciata sulla cantoria, che raffigura il Crocifisso con la Madonna, San Sebastiano e San Francesco adoranti.

* Gli oratori erano piccole chiese, spesso adiacenti a ville signorili, o interne a grandi corti agricole, che erano al servizio delle comunità di contadini che abitavano le cascine che strutturavano tutto il territorio a nord di Milano.

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Foto sopra: antica balaustra che un tempo divideva il vano dei fedeli dal vano dell’altare maggiore. Proviene dall’antica chiesina e oggi è conservata bella parrocchiale. Foto sotto: progetto di sistemazione della Piazza Don Musazzi, Arch.ti Pravettoni e Dalma, con Ing. Merlotti e S. Parini, anno 2010. Sullo sfondo a destra la ricostruzione della facciata dell’ex oratorio dei Santi Biagio e Francesco. Nella pagina a fianco: tela raffigurante i Santi Sebastiano e Francesco che con la Madonna adorano il Crocifisso. Di autore ignoto, proviene dall’antica chiesina, dove era utilizzata come pala d’altare, e oggi è conservata nella parrocchiale.


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l a d i v i n a c o m m e d i a d e l X X I s e c ol o un poema di Franco Caminiti illustrato da Alessandro Baldanzi prefazione di Monsignor Franco Buzzi Rettore della Biblioteca Ambrosiana di Milano

Il maestro Alessandro Baldanzi, illustratore e disegnatore fra i più rinomati del panorama artistico italiano e mondiale, docente di Anatomia artistica presso l’Accademia di Brera a Milano, affronta un’impresa ‘titanica’: illustrare il poema ‘La humana istoria’ di Franco Caminiti. L’opera, divisa in 45 canti, per circa settemila versi endecasillabi disposti in terzine dantesche, è stata definita la Divina Commedia del 21° secolo. Il maestro Baldanzi, dalla lettura dell’opera, ha maturato un travolgente entusiasmo per cui ha, di getto, realizzato alcune tavole per quella che già viene considerata ‘una delle più impegnative realizzazioni editoriali degli ultimi tempi’.

Una strettissima collaborazione artistica si è sviluppata fra l’autore del poema Franco Caminiti ed Alessandro Baldanzi, i due artisti si sono incontrati più volte presso la sede dell’editore Real Arti Lego che si occuperà della stampa del prezioso volume. Si tratterà di una tiratura limitata di 1999 esemplari numerati e personalizzati, con dedica autografata dal poeta, dal disegnatore e dall’editore. Il libro, di grande formato, sarà stampato su carta di finissima qualità, rilegato a regola d’arte, ed utilizzando materiali di grande pregio, tutto nell’obiettivo di realizzare un’opera destinata ai collezionisti, un oggetto da custodire gelosamente. 87

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C a r lo m a r i a M a rt i n i A p o s t o l o

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d e l l a

P a r o l a


Una testimonianza del teologo Marco Vergottini

Nel febbraio del 2008 mi recai a Gerusalemme dal cardinale Martini per dare realizzazione a una delle sue tante pubblicazioni di scritti e discorsi, frutto della sua instancabile attività di studioso e di pastore. La raccolta di una trentina di interventi metteva a fuoco il pensiero e l’opera di Paolo VI, documentando la stima e la devozione di Martini per la limpidità della testimonianza di fede del papa bresciano, unitamente alla scoperta di una congenialità nel leggere e dischiudere il segreto dell’esistenza umana. La circostanza di ritrovarsi suo successore sulla cattedra di Ambrogio aveva fatto scattare in lui il desiderio di mettersi «alla scuola di Paolo VI», per assimilarne il gusto della preghiera come scoperta dell’intimità con Dio, per imitarne il desiderio di lasciarsi vincere dalla «dolce violenza dell’amore di Cristo», per condividerne la tensione appassionata per la riforma della Chiesa, per sperimentarne l’interiore e criticamente sofferta assimilazione della cultura moderna. In quell’occasione, proprio nell’ultimo periodo del suo soggiorno in Terra Santa, il cardinale accettò di commentare il «Pensiero alla morte» di papa Montini. Ricordo che mi chiese di leggergli a voce alta il testo, mentre egli si concentrava con gli occhi chiusi ad ascoltare la struggente meditazione. Al termine della lettura dettò al registratore

una sua riflessione sulla morte come affidamento totale a Dio. Merita ricordarne un passaggio: «Mi impressiona la qualità della sua fede (di Paolo VI), tranquilla e abbandonata a Dio. Mi sento in questo senso assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire. Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morti potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito. Invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nell’oscurità, che fa sempre un po’ paura. Mi sono rappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle ‘uscite di sicurezza’. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Questa fiducia traspare da tutto il testo di Montini. Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero, che richiede da parte nostra un affidamento totale. Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani». Al termine della conversazione si trattò di trovare un titolo che rilegasse la raccolta di scritti e il Cardinale senza esitazione scelse Paolo VI «uomo spirituale». Ora noi, nel momento del dolore per la sua scomparsa, siamo chiamati a trovare per lui una cifra che possa rilegare la sua esistenza di cristiano. Non avrei dubbi nel formulare così: Carlo Maria Martini «uomo della Parola». A conforto di questa scelta, mi pare suggestivo richiamare una “perla del Concilio” ricamata dal Cardinale su una citazione di Dei Verbum 25 che recita: «Stare in contatto con le Scritture mediante un’assidua lettura spirituale e lo studio accurato». Così egli commentava: «La mia esperienza mi ha convinto che la Parola di Dio ha molto da dire alla gente di oggi e di domani. “Lampada per i miei passi è la tua parola – dice il Salmo – e luce sul mio cammino”. Sono parole che vorrei fossero scritte sulla mia tomba, alle quali credo profondamente, a cui ho dedicato la mia vita: e sono parole che valgono per tutti. Ciascuno può tro­vare nelle pagine della Scrittura una spiegazione profonda su di sé, sui suoi enigmi, sulle sue profondità, sui suoi desideri più intimi, sulla sua missione, sulla sua apertura al futuro, superan­do scetticismo, paura, diffidenza, amarezza, chiusura di cuore. Solo il continuo rinnovato ascolto del Verbo della vita, solo la contemplazione costante del suo volto, permetteranno ancora una volta alla Chiesa di comprendere chi è il Dio vivo e vero, ma anche chi è l’uomo». Padre Carlo Maria, uomo della Parola, ha avuto il merito di richiamarci il primato dell’evangelo e di divulgarne i suoi tesori, versando nel grembo della Chiesa «una misura buona, pigiata, scossa e traboccante» (Lc 6,38b). Il Signore lo accolga nella gloria dei suoi santi. Noi continueremo i dialoghi con lui come invitava a fare Jacques Maritain, nella certezza che i santi in cielo si interessano ancora di ciò di cui si erano incaricati sulla terra.

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A 50 anni di distanza, il concilio Vaticano II è un evento spirituale che a cura di continua a segnare la vita della comunità cristiana. Paolo VI invitò a porsi nel suo «cono di luce»; Giovanni Pao lo II ne parlò come di una «bussola» per la Chiesa entrata nel terzo millennio; per Benedetto XVI «è stato e rimane un autentico segno di Dio per il nostro tempo». In ascolto del magistero, occorre propiziare un ritorno alle fonti dell’ultimo Concilio, per recuperarne lo spirito e riassaporarne la lezione. L’esercizio di lettura personale e comunitaria dei 16 documenti del Vaticano II – le 4 costituzioni, i 9 decreti e le 3 dichiarazioni – non è tuttavia impresa agevole, a motivo del registro espressivo e della mole del corpus conciliare. Ecco allora la scelta operata in questa raccolta: estrarre dal tesoro conciliare un cospicuo numero di citazioni per farle commentare da autorevoli per sonalità del mondo ecclesiastico e della comunità dei teologi, da uomini e donne di cultura, affinché il lettore possa coltivare una memoria viva e carica di speranza. Le 365 «perle conciliari» – una al giorno per un interoanno – formano una preziosa collana che riempie gli occhi di fascino e bellezza, lasciando «a bocca aperta» per lo stile e l’attualità del messaggio del Vaticano II.

MarcoVergottini

Teologo laico, già vice-presidente dell’Associazione Teologica Italiana dal 2003 al 2011, è docente di Introduzione alla teologia e di Storia della teologia contemporanea alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano. Autore di saggi sul concilio Vaticano II, su Paolo VI e sulla teologia dei laici, è coordinatore del sito-web www.vivailconcilio.it


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Paul Harris, fondatore del Rotary


I valori del Rotary immutati nel tempo di Fulvio Miscione

“L’amicizia è stata la roccia sulla quale è stato costruito il Rotary, la tolleranza ciò che lo tiene unito”. Credo che non ci sia niente di meglio di questa frase, attribuita al suo fondatore e pronunciata più di cento anni fa, per descrivere la storia di questa associazione di service che, annoverando all’oggi oltre 1.200.000 associati, distribuiti in 34.000 Club e presenti in circa 200 paesi, ha per scopo principale quello di fornire aiuto a tutti quelli che vivono l’esistenza quotidiana al di sotto degli standard umanamente accettabili e ciò indipendentemente dalle situazioni che ne sono causa. Se infatti è importante sapere che il Rotary nasce in quel di Chicago nel 1905 da un’intuizione del giovane avvocato Paul Harris, credo sia molto più importante rendersi conto che ciò che ha contribuito, fin dai suoi inizi, a fare del Rotary ciò che oggi conosciamo, altro non è che l’assieme di quei valori non negoziabili che, rimasti immutati nel tempo, ne hanno ispirato la nascita ed accompagnato la crescita. È proprio partendo da questa constatazione che si può meglio comprendere come mai questi quattro amici di Chicago – di differente professione, di diversa fede religiosa e di diversa discendenza nazionale – abbiano non solo trovato la forza di mettersi assieme e di continuare ad esserlo per anni ma, soprattutto, siano stati capaci di costruire qualcosa che, una volta lasciata in eredità ai loro successori, ha saputo resistere all’inevitabile logorio del tempo e al variare delle mode e delle stagioni della vita. Che cosa c’è infatti di più duraturo per noi che su questa terra siamo solo di passaggio, del valore dell’amicizia, di quello, strettamente conseguente, della tolleranza nonché di quello, altrettanto corposo e senz’altro più visibile ad occhio nudo, della testimonianza, di quella testimonianza autentica che fa in modo che tutto ciò che esperimentiamo, attraverso un sentimento di gioia interiore nel

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Sakuji Tanaka, presidente Rotary Club Internazionale

nostro cuore, possa trovare espressione e concreta applicazione nella vita di tutti i giorni? «I valori – scrive il monaco benedettino Anselm Grun in una sua famosa pubblicazione – tutelano la dignità dell’uomo, danno senso alla nostra vita (…) sono come riserve di energia alla quale si può attingere per ottenere forza e benessere». Ognuno di noi è pertanto consapevole che la forza della nostra organizzazione nasce innanzitutto dall’impianto valoriale che da sempre l’ispira, dalle energie che ciascuno di noi sa e può mettere al servizio degli altri, dalla convinzione profonda che ogni nostra azione nei confronti dell’altro debba essere ispirata, senza mediazioni, dal piacere di “servire al di sopra di ogni interesse personale”.

È in questo modo che ogni rotariano esperimenta, piacevolmente e sulla propria pelle, il senso profondo di quella bella frase attribuita all’Abbè Pierre quando afferma: «sono utile perché so che qualcuno si aspetta qualcosa da me». Il senso dell’utilità per l’altro, quello altrettanto nobile della gratuità donata nonché quello di una disinteressata vicinanza a chi ha necessità d’aiuto fanno di ogni rotariano una goccia d’acqua preziosa che alimenta – per dirla ancora con Paul Harris – quel «(…) grande fiume (che) è la somma totale dei contributi di centinaia, fors’anche di migliaia, di piccoli ruscelli che vi affluiscono dalle colline e dai monti, mormorando dolcemente (…)».

“I valori tutelano la dignità dell’uomo e danno senso alla nostra vita”


“L’amicizia è stata la roccia sulla quale è stato costruito il Rotary, la tolleranza ciò che lo tiene unito” (Da sinistra a destra) Silvester Schiele, Montague “Monty” Bear, Paul Harris, Bernard E. “Barney” Arntzen, Rufus F. “Rough-house” Chapin, Harry L. Ruggles e Robert Fletcher alla riunione di alcuni dei primi membri del Rotary Club. Comely Bank, dicembre 1942. Apparso nel numero di febbraio 1943 e marzo 1947 del “The Rotarian”.


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L’Italia è il paese che, più di ogni altro, ha saputo imporre nel mondo la professionalità dei propri artigiani, il loro amore per il lavoro, la loro ricerca appassionata dell’eccellenza testimoniata nella cura anche dei più piccoli dettagli. È il ‘made in Italy’, quell’insieme di creatività e buongusto, di qualità dei materiali e di equilibrio, di arte e maestria. Ebbene, quando anche l’ultimo dei nostri maestri artigiani sarà messo a riposo dall’inesorabile scorrere del tempo, chi avrà preso il suo ‘testimone’, l’eredità del suo straordinario mestiere? Abbiamo livelli di disoccupazione giovanile preoccupanti, ragazzi che non studiano, non lavorano, scoraggiati non cercano lavoro, perché sono convinti che di lavoro non ce n’è. Ma, se ve ne fosse, loro sarebbero capaci di

farlo? No! Allora: la nostra rivista azzarda una proposta provocatoria, una legge che preveda una ‘Leva Obbligatoria di Preparazione al Lavoro’. I nostri giovani non sono più chiamati a fare il servizio militare, un impegno da molti non gradito, da altri però considerato utile per prepararli alla vita alla socialità, prepararli alla sopportazione di alcuni sacrifici, alla puntualità, al rispetto delle regole, ecc. Va bene, il servizio militare non c’è più, a scuola non si va, un mestiere non si impara, allora, cosa faranno questi nostri ragazzi, quale sarà la loro offerta sul mercato del lavoro? Quale la loro capacità di adattamento? Intanto si perde il patrimonio di artigianalità, le competenze acquisite nei decenni dai padri che vanno in pen-


un patrimonio da salvare

Artigianato

di Franco Caminiti

Proposta per una “Leva Obbligatoria di Preparazione al Lavoro”

sione. Ecco perché abbiamo pensato ad una ‘leva’ obbligatoria che spinga ogni giovane ad affiancarsi ad un operaio anziano ed apprendere un mestiere; ed obblighi, al tempo stesso, l’artigiano a dedicarsi, l’ultimo anno di lavoro, a trasferire al giovane che lo affianca i segreti del suo mestiere. È un’idea la nostra non assimilabile al concetto di ‘apprendistato’ in cui i giovani sottopagati vengono impiegati dalle aziende per i lavori più umili e non imparano nulla. La nostra proposta vede invece un anziano ed un giovane parlarsi e conoscersi, affiatarsi al punto che l’anziano trasferisce con soddisfazione il suo ‘sapere’ al giovane che apprende. Questo anno di leva lavorativa andrebbe a far parte del curriculum del giovane che potrebbe poi essere chiamato

a sostituire lo stesso suo maestro oppure, attraverso una banca dati, un altro operaio in un analogo posto di lavoro. Ed anche andando a fare dell’altro avrebbe, comunque, avuto una importante esperienza lavorativa. Lo Stato potrebbe farsi carico delle spese che affronterebbero questi ragazzi per il loro spostamento da casa all’azienda, basterebbero piccole cifre, poche centinaia di euro. Abbiamo ragione di supporre che questa legge darebbe un impulso nuovo al mondo del lavoro, e un messaggio di speranza ai giovani disoccupati. Salveremmo, così, un inestimabile patrimonio di competenze che altrimenti, anno dopo anno, finiremo con perdere definitivamente.

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L’articoloinfondo di Franco Caminiti

La furbizia è un reato. Il più ignobile.

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La libertà di associarsi è fra i diritti fondamentali di un popolo, uno dei cardini su cui ruota il concetto di democrazia. Associarsi per lo sviluppo di un progetto, per il sostegno di un’idea, dallo sport al volontariato, dalla religione alla politica. Infatti il radunarsi liberamente attorno a un’ideologia, diventando gruppo, e poi movimento, e poi partito, è ciò che caratterizza le civiltà da quando nella Grecia antica, per la prima volta, si parlò di ‘governo del popolo’; ed è proprio la libertà di costituire gruppi politici la prima facoltà che viene tolta nei regimi dittatoriali. Oggigiorno non sarebbe pensabile una democrazia diretta, col popolo che si esprime nell’agorà, per cui si è passati alla democrazia rappresentativa, nella quale persone ‘elette’ dal popolo, constatando le situazioni ed i bisogni del paese nella sua generalità, scrivono progetti di legge, li discutono, e li approvano a maggioranza nel luogo dove la democrazia trova la sua massima espressione: il Parlamento. E fin qua la teoria. Dov’è l’aberrazione? dove il concetto di democrazia si inceppa e si avvita su se stesso, sino a fagocitarsi? Tutto parte dalla smisurata ingordigia di alcune persone, che ne trascinano altre, che inquinano i sistemi, che corrompono gli animi, che sporcano con le loro azioni il senso stesso dell’associazionismo, e della politica. I partiti, che dovrebbero essere espressione di una pluralità di persone che condividono la stessa ideologia, sono, man mano, diventati dei mastodontici ‘centri di potere’, con un capo indiscusso, un gruppo dirigente di intoccabili, con delle figure chiave ‘inamovibili’ per decenni, con anime nere che si muovono nel fumoso bakstage, altrimenti dette ‘eminenze grigie’. I partiti si radicano sul territorio con sofisticate strategie di marketing, vendono le loro facce meglio presentabili come fossero prodotti da scaffali di supermercati, attivano perversi meccanismi di fidelizzazione che tutto coinvolgono, e travolgono: clientele, corruzione, ricatti, boicottaggi professionali, intimidazioni, ecc. Il potere, e non più l’ideologia, è il cardine, la sua conservazione diventa la preoccupazione primaria; il potere del partito, in Parlamento e nel paese, e poi il potere del gruppo di comando all’interno del partito, il potere del

capo del gruppo sul suo staff, e infine il potere personale, quello da non condividere con nessuno. Il potere, da acquisire ad ogni costo, da mantenere ad ogni prezzo. Quindi, se all’interno è necessario attivare una rigorosa repressione di idee divergenti o di nascenti ‘fronde’, mortificando il merito, denigrando l’intelligenza del dissidente, frenando le iniziative, seppur lodevoli, dei ‘traditori’, all’esterno si attua una strategia di vilipendio nei confronti degli avversari. E come tutte le stazioni sciistiche dispongono delle macchine che sparano la neve quando serve, così i partiti, nessuno escluso, hanno le macchine che sparano fango: la stampa asservita al loro volere, senza mezzi termini o sotterfugi, foraggiata con soldi pubblici, diventa impotente o sodale davanti alla richiesta di sottacere verità o di amplificare menzogne. Un potere, quindi, che poco ha a che vedere con la democrazia, e i privilegi che esso comporta poco hanno a che vedere con l’uguaglianza, con la equa ridistribuzione del benessere. La storia ci insegna, purtroppo, che la ricchezza di un paese tende ad accentrarsi nelle mani di pochi a discapito delle masse, ma ciò che è inammissibile è che nel nostro paese a questo ristretto gruppo di privilegiati appartengano anche i politici, proprio quelli che avrebbero dovuto evitare le discriminazioni, le ingiustizie sociali, proprio loro le concretizzano con disinvolta arroganza, continuando, con spudorato disprezzo nei confronti del popolo, a godere di ignobili vantaggi, e ad elargirne a parenti ed amici, sodali, fedeli, collusi, in una girandola di furbe situazioni che si perpetuano sotto il capiente e protettivo mantello di un consolidato andazzo di impunità totale per chi è ‘dei nostri’. “Sono uno di voi” recitava lo slogan di un candidato del territorio una decina di anni fa, frase di grande effetto ripresa poi da tanti altri: ma come fa un politico ad essere uno di noi, se soltanto un consigliere regionale ha a disposizione centinaia di migliaia di euro l’anno? Come fa un politico ad essere uno di noi, se non conosce nemmeno il prezzo del pane, se, come è successo in svariati casi, è entrato in politica senza transitare un solo giorno in un contesto lavorativo, preso e messo lì, nominato d’ufficio,


o acquisendo, come parte dell’eredità di famiglia, il titolo di parlamentare, magari ‘a vita’? Così muore un paese, nella misura in cui declina e si estingue la sua democrazia, nella misura in cui chi governa non sente più il dovere di rendere conto del suo operato, anzi sguazza nel vortice vizioso della convinzione che il potere altra incombenza non abbia che la conservazione del potere, la salvaguardia del suo status e della conseguente rendita da posizione, la preservazione dei suoi sempre più vergognosi privilegi. Così muore un paese, quando la sua classe politica perde credibilità e autorevolezza, perché i suoi esponenti non hanno più la misura della moralità, il senso del loro dovere di ‘servitori del popolo’. Si concretizza, così, una situazione di oligarchia, non nuova nella storia, ma che risulta essere, nella nostra epoca, una inaccettabile involuzione della civiltà, quasi un ‘novello Medioevo’, che trascina con sé, in questo suo inarrestabile e perverso processo, la cultura, l’informazione, l’arte, l’istruzione, e tutto tende all’appiattimento colpevole su uno standard di mediocrità di livello sempre più basso. Così muore un paese, il nostro Paese. I partiti, da associazioni di persone convergenti attorno a un programma, sono diventati non incubatori di nuove e più evolute idee ma, al contrario, mortificatori di idee. Gli stessi sindacati, che avrebbero dovuto difendere i diritti del popolo nelle sue varie espressioni lavorative, son finiti col diventare i difensori solo dei loro iscritti, facendo prevaricante incetta di tessere, ma innanzitutto difensori di loro stessi, anche qui, dei loro smisurati privilegi, in una corsa al potere senza remore morali o vergogna, in una collusione e commistione con la politica perseguita con spudorata trasversalità. Come si esce, allora, da questa situazione di empasse? Non si esce certo ‘rottamando’, ché tanto i rottamatori hanno storie molto simili a quelle dei rottamandi, utilizzano gli stessi sistemi, le stesse frasi a effetto. Non si esce cambiando le regole del gioco e adattandole ai propri interessi: nessuno oggi può considerarsi più saggio dei nostri padri costituenti, nessuno ha l’autorevolezza necessaria per mettere le mani nella nostra Carta Costituzionale. Non si esce con nuovi partiti, spesso sepolcri imbian-

cati, virgulti dello stesso albero, che hanno propositi vaghi e ingordigie palesi, programmi fumosi e nessuna ideologia certa. Non si esce con una ‘antipolitica’ covata nell’impotenza, o urlata e imbonitrice, che sfoga sul web la rabbia, il dissenso, la sfiducia e la condanna, o lo fa con insulse marce di protesta al suono di chitarre e tamburi fra odore di salamelle e strane sigarette, patetico retaggio del ’68. Non si esce con gli sproloqui televisivi dove fior di esperti, di opinionisti, di giornalisti, disquisiscono con i politici sui problemi e ne danno spiegazioni scientifiche ed esaurienti, ma nessuno propone mai uno straccio di soluzione. Non si esce cambiando le facce, se le nuove sono espressione delle vecchie, gli atteggiamenti restano gli stessi, e l’intento primario è quello di occupare poltrone ‘calde’, possibilmente ‘a tempo indeterminato’. Come si esce, allora, dal tunnel? Si esce cambiando mentalità. Rendendosi conto che la politica deve essere un servizio e non l’esercizio di un potere da conquistare con strategie di marketing e mantenere con metodi ‘mafiosi’. Sì, perché la mafia non è solo quella che ci vogliono far credere, nel paese dove quasi tutto è mafia, essa è, fondamentalmente, una filosofia di vita che accetta la prevaricazione come sistema, l’inganno come tattica, l’adattamento quotidiano ai propri sporchi interessi del machiavellico adagio: ‘il fine giustifica i mezzi’. Ecco: se ne esce cambiando il fine ed i mezzi, riconquistando la consapevolezza di dignità di popolo, un’idea di giustizia diffusa, di onestà intellettuale che diventa norma di vivere civile. Se ne uscirà, certamente, quando in una fila allo sportello, abituati a sentire la frase: ‘io ero prima di lei’, con sorpresa sentiremo invece dire: ‘lei era prima di me’. E questa forma di onestà intellettuale, per fortuna, io la percepisco in giro come una esigenza, e sento che fa parte del nostro dna, della nostra antica cultura, della nostra fierezza di popolo, basterà riprendere a considerarla un ‘valore’ invece che una debolezza, basterà cominciare con l’insegnare ai nostri figli, al posto di: ‘il mondo è dei furbi’, che, invece, ‘i furbi sono la feccia della società, la vera palla al piede del nostro straordinario Paese’.

foto di Diego Bonafè

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L a p o s ta dei L et tor i

Gentilissimo Direttore,

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ho acquistato in edicola la vostra preziosa rivista! Ritengo che sia un’ottima iniziativa dal punto di vista culturale e ambientale! Ottima la grafica e buona l’impostazione dei contenuti dei vari articoli! La rivista è un elemento importante per la diffusione della realtà storicosociale del nostro territorio! Lo scrivente è docente di Storia del teatro e dello Spettacolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Milano e Direttore Artistico del CRT “Teatro-Educazione” Scuola civica di teatro, musica, arti visive e animazione del Comune di Fagnano Olona. In questi anni in collaborazione con il Parco del MedioOlona stiamo organizzando un Festival “Valle Olona” che si occupa di diffondere cultura, spettacoli, laboratori tra educazione ambientale ed arte! In particolare quest’anno abbiamo organizzato un Premio Letterario Ambiente! Il bando è allegato alla presente! Hanno già risposto case editrici come, Mondadori, Einaudi, Marsilio, Corbaccio, Rizzoli ecc.. Inoltre nella sezione scuole stanno partecipando tutte le scuole primarie e secondarie della Valle! Ringraziandola ancora per la vostra iniziativa la saluto con gioia e stima! Sono a sua disposizione! Buon Lavoro!

Prof. Gaetano Oliva (Università Cattolica di Milano)

Caro Professore, la sua lettera è motivo di gratificazione per il nostro impegno editoriale. La ringraziamo con la speranza che lei continui ad essere nostro affezionato lettore e che da parte nostra i risultati siano tali da non deludere le sue aspettative.


gode dei patrocini non onerosi* di

Consorzio Fiume Olona (CFO)

Arluno

Canegrate

Cerro Maggiore

Cislago

Gorla Minore

Induno Olona

Marnate

Lonate Ceppino

Parabiago

Rescaldina

San Vittore Olona

Tradate

Uboldo * Olona e dintorni non beneficia di alcun sostegno o finanziamento pubblico. I patrocini non onerosi sono un attestato di fiducia che non comporta alcun esborso di denaro da parte delle istituzioni.

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