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Olona e dintorni - anno 1 - numero 2 - Giugno / Luglio 2012 - Real Arti Lego Editore - â‚Ź 3,50

rivista dell’eccellenza della valle olona


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L’abito dei tuoi sogni by

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e grandi aziende hanno a cuore l’estetica perché trasmette un messaggio su come l’azienda percepisce se stessa, sul senso di disciplina dei suoi progetti, e su come è gestita. Steve J bs


In copertina, la basilica di San Magno a Legnano vista dall’ingresso del municipio.

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(© foto: redazione Olona e dintorni)

Quiz per i lettori Scopri l’elemento mancante

Dall’immagine in copertina è stato eliminato un importante particolare. Ai primi 5 lettori che ci segnaleranno con esattezza l’elemento mancante, sarà dato in omaggio un abbonamento, per un intero anno, alla nostra rivista.

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Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione non autorizzata, anche parziale, di testi e fotografie. Foto e materiali ricevuti non verranno restituiti.


olonaedintorni@gmail.com

Anno 1 n.2 Giugno / Luglio 2012

Direttore responsabile

Franco Caminiti Vicedirettore

Raimondo Sabatino Responsabile redazione

Elena Capano Progetto grafico

Andrea Poles Fotografia

Armando Bottelli Testi

Giacomo Agrati - Giorgio Fedeli Franco Caminiti - Gigi Marinoni Fulvio Miscione - Franco Negri Alfredo Scarpa

Edizioni e stampa

REAL ARTI-LEGO sas via Pablo Picasso, 21 – 20011 Corbetta (MI) Italy Tel. +39 (0)297211221 - Fax +39 (0)297211280 www.ilguado.it - e-mail: olonaedintorni@gmail.com In attesa di registrazione al Tribunale di Milano Le immagini di cui non viene citato l’autore sono state fornite dalle aziende o scaricate dal web non coperte da copyright


“...ho acquistato in mattinata l’interessante rivista ‘Olona e dintorni’. (Finalmente!) essa colma l’assenza di una pregiata pubblicazione che si occupi delle realtà, peculiarità ed eccellenze del territorio della Valle Olona, apprezzandone il taglio editoriale, l’ampiezza di contenuti e la qualità fotografica. Da legnanese di nascita ed appassionato esploratore del territorio che mi circonda, non posso che plaudire alla vs. intenzione di dare vita ad un agile ma serio ed esaustivo magazine che si ponga come osservatorio del passato e presente intorno all’Olona, con un occhio attento alle maestrie e alle ricchezze artistiche, culturali ed ambientali che lo compongono...” (lettera firmata). Ringrazio il lettore che ci ha inviato questa gradita email, con la quale ci elogia per la nostra pubblicazione, sia per i contenuti che per l’impostazione grafica, e sono oltremodo soddisfatto perché email di questo tenore ne abbiamo ricevute parecchie. Vi sono grato per la fiducia che ponete nel nostro pro-

getto ricercando in edicola la rivista. Avete capito che il nostro obiettivo è di parlare del territorio, il nostro territorio, che non è da bistrattare ma da amare, da vivere giorno per giorno, perché è un territorio ricco di eccellenze e di bellezze spesso trascurate o, addirittura, misconosciute. Noi ci proviamo, a farvela conoscere, questa Valle Olona, presentandovela nel migliore dei modi: voi aiutateci a scoprirla segnalandoci i suoi tesori nascosti. Abbiamo pensato ad una rivista che per la qualità degli argomenti e il respiro con cui vengono esposti venga considerata una pubblicazione da conservare e consultare nel tempo. Amate questa Valle, ché ne vale la pena, viviamola tutti insieme: ‘Olona e dintorni’ è uno strumento di comunicazione ma al tempo stesso vuole essere una gradevole vetrina, sarete voi, con la vostra fiducia, e diffondendo il messaggio, a dare alla rivista sempre maggiore autorevolezza. Grazie. Raimondo Sabatino


La nota del direttore

Condominio Europa: coniglio al forno con patate.

Da un po’ di tempo si fa un gran parlare se restare nell’euro o tornare alla lira, l’argomento è diventato quasi da bar dello sport, da parlarne fra una briscola e una previsione per gli europei di calcio. Gli italiani ignari sono divisi a metà fra il restare o il tornare alla moneta nazionale, senza però saper documentare le ragioni di una scelta. Ed è normale, se fior di laureati alla Bocconi, con tanto di master in economia conseguito ad Harward o alla Stanford University, non sanno azzardare una previsione che vada al di là della settimana; se i ‘cervelloni’ plurilaureati, se i nostri stessi tecnici della Banca d’Italia, vergognosamente strapagati, non ci sanno dire in modo univoco, concorde, e autorevole, quale sarebbe il destino dell’economia italiana nell’uno o nell’altro caso. La realtà è che le sofisticate tecnologie di cui si serve il sistema occulto che muove l’economia internazionale, non solo reagiscono con tempestività agli andamenti di mercato ma, addirittura, in tempo reale ‘intuiscono’ i movimenti finanziari e merceologici, e si adattano, nello spazio di una frazione di secondo, ai mutamenti. Per fare un esempio è come se noi, movendoci in un negozio di elettrodomestici, nel momento in cui il nostro pensiero sta decidendo di acquistare un frigorifero, il suo prezzo si abbassasse o si alzasse, a seconda degli interessi strategici del venditore. In pratica i grandi speculatori possono scommettere sui movimenti economici sapendo già di poterli condizionare, con spietata noncuranza degli effetti devastanti che queste loro diaboliche scelte avranno sui popoli, sulle stabilità politiche degli stati, sulla stessa sopravvivenza della gente. Tutto nasce dall’idea geniale dei banchieri che le patate potessero essere moltiplicate senza una regolare semina, e poi un’attesa della naturale crescita della pianta e del normale sviluppo dei tuberi, ma semplicemente spostando i sacchi di patate da un magazzino all’altro. L’idea delle patate che germogliano e proliferano nei sacchi man mano che si spostano da un luogo all’altro è una mia banale metafora, ma rende l’idea, perché i geni della finanza si sono convinti che quella che essi hanno definito ‘finanza creativa’ possa far moltiplicare i soldi, non più investendoli sulla produzione di merci che, all’atto della vendita

produrrebbero utili costituendo un aumento del capitale d’investimento, ma semplicemente spostando i capitali, e giocandoci, come fanno gli apprendisti prestigiatori, convinti che il coniglio estratto dal cappello poi si possa anche mangiare, magari cotto al forno con le patate (quelle di cui parlavo prima). Tornando al discorso di apertura: l’Europa purtroppo è come un condominio in cui abitano famiglie di differente estrazione etnica, e altrettanto differente situazione economica, che parlano lingue diverse, ed hanno una diversa visione della vita. Magari si salutano sorridenti su per le scale, ma è un sorriso falso e di circostanza che nasconde invidie, gelosie, antagonismi, rivendicazioni di spazi; è una convivenza priva di qualsivoglia apparente solidarietà che non nasconda un secondo fine o un interesse. Ed allora: lira o euro? Personalmente penso che se mettiamo sullo stesso piano di un palazzo due famiglie, diciamo di 4 persone, che hanno entrate economiche identiche, sicuramente non troveremo in entrambe lo stesso livello di benessere, perché tutto dipende dal tipo di gestione che si fa delle entrate, dalla oculatezza delle spese, dalla parsimonia, dalla capacità di previsione, di programmazione, di atteggiamento morale ed etico, di credibilità ed autorevolezza. Insomma, che ci sia la lira o l’euro nel futuro dell’Italia, ciò che conterà davvero sarà la serietà, la capacità, l’onestà delle persone che gestiranno la nostra economia; perché la vittoria di una partita di calcio non dipende dal colore del pallone con cui si gioca, ma dall’impegno dei calciatori, dalla loro capacità di fare squadra, dalla loro sportiva serietà. Concludendo con una metafora: voglio sperare che i ‘calciatori’ che andremo a scegliere alle prossime elezioni di primavera 2013 siano veramente capaci e pronti all’impegno, che non sprechino i tempi regolamentari discutendo sulle dimensioni dell’aria di rigore o sulla larghezza delle porte, magari nel tentativo di allargare le maglie delle reti. E, innanzitutto, che non trucchino le partite per soddisfare i loro personali interessi! Franco Caminiti


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foto di Armando Bottelli

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Olona Il piccolo grande fiume raccontato da Giacomo Agrati

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Lo sfruttamento delle acque La storia di un fiume è inevitabilmente legata alla storia dell’utilizzo delle sue acque fatto dalle popolazioni rivierasche nel corso dei secoli. L’uso delle acque per i bisogni primari era abbastanzaa facile per i borghi sorti lungo le rive, bastava infatti raccogliere l’acqua dal letto del fiume e usarla per cuocere gli alimenti oppure per abbeverare gli animali. Mentre per altri borghi lontani dal corso d’acqua, vennero realizzati dei cavi (detti Riale) che, collegati fiume, entravano nell’abitato, lo attraversavano, e poi rientravano nell’alveo del fiume stesso. I più noti e antichi sono il Riale di Parabiago, (la rongia, nel dialetto locale) e quello di Rho, nati da concessioni, secondo la tradizione, dalla regina dei Longobardi

Teodolinda nel 625. Molto più realisticamente facciamo nostra la versione fornita dall’ingegnere capo del Consorzio del Fiume Olona, Luigi Mazzocchi, che nel suo “Dizionario del Fiume Olona”, pubblicato nel 1920, è giunto alla conclusione di attribuire la concessione del privilegio all’imperatore Venceslao. Così venne descritto dal Mazzocchi: “Il Riale di Parabiago è alimentato da un bocchello libero, aperto in sponda destra della molinara in Comune di Parabiago. Elencato al n. 227 e di luce M.O. 0,20. Il bocchello è ritagliato in una lastra di pietra ed ha forma rettangolare larga cm. 20 e alta cm. 8. L’originaria concessione risale all’Imperatore Venceslao e fu accordata a quel comune al solo intento di abbeverare le bestie. Ora invece


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Molino Gaio - Parabiago (© foto: redazione Olona e dintorni)

l’acqua così derivata serve solo alla irrigazione dei prati in catasto d’Olona. Secondo le Nuove Costituzioni i bocchelli di Parabiago e di Rho dovevano avere le dimensioni e la disposizione dettate da regole precise. La portata di un simile orifizio si presumeva di once 6 di acqua”. Un altro importante utilizzo della acque del fiume Olona iniziò nel 1043 con la costruzione di un mulino ad acqua di proprietà di Pietro Vismara in località Gogorezio, l’attuale Castellanza. Altri seguirono l’esempio e la costruzione di altri mulini conferì a tutta la zona situata lungo le rive dell’Olona una grande importanza soprattutto economica. Il possesso dei mulini significava in pratica il controllo di tutto ciò che veniva coltivato e raccolto. Le

famiglie nobili del tempo e le maggiori istituzioni religiose fecero costruire o diventarono proprietari di mulini. Il primo censimento delle bocche per l’irrigazione dei campi e dei mulini dell’Olona fu eseguito nel 1606 dall’ingegner Pietro Antonio Raggi, per conto della Regia Camera Ducale di Milano, ne risultarono in attività ben 106. Bisogna però attendere un paio di secoli per assistere alla grande importanza dei mulini. Infatti all’inizio del 1800, con lo sviluppo industriale molti pionieri dell’allora nascente industria tessile acquistarono i mulini composti di solito da una serie di ruote modificandoli introducendo un’unica ruota metallica (di tipo poncet) che permetteva un miglior sfruttamento dell’energia idraulica.


L’area Cantoni a Legnano prima e dopo l’opera di riqualificazione (© foto: redazione Olona e dintorni)

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Il distretto cotoniero di Legnano Lungo il corso del fiume Olona la località più importante per l’industria della lavorazione del cotone fu senza dubbio Legnano. Il borgo legnanese all’inizio del XIX secolo contava poco più di 5.000 abitanti, i mulini in attività erano 16, ed alcuni di questi vennero acquistati e inglobati nei nascenti opifici. Reca la data dell’8 aprile 1823 un documento conservato presso l’archivio comunale, diretto alla Deputazione del Comune di Legnano, firmato da Enrico Shock per conto della “Filatura del cotone a macchine idrauliche”, con il quale si fornivano le generalità di tre imprenditori esercenti l’attività tessile in Legnano: Enrico Shock d’anni 34, Giovanni Shock d’anni 24, Francesco Dappels d’anni 21, tutti di origine svizzera. L’importanza di questo documento è che unisce nella stessa avventura iniziale un ristretto numero di personaggi che negli anni successivi crearono alcune delle più grandi imprese industriali italiane dagli Shock a Eraldo Krumm, ad Agosti. Dopo qualche anno i Cantoni fecero la loro comparsa nell’industria tessile a Legnano. Costanzo Cantoni, nel 1829 acquistò il mulino Prata dando vita ad una piccola filatura in riva al fiume Olona. Una decina d’anni dopo operò un primo ampliamento con l’acquisizione della vicina

filatura Borgomaneri, Sperati e Bazzoli. Successivamente, alle due piccole filature, affiancò una tintoria per tessuti, un reparto per l’apprettatura e il finissaggio. Per circa trent’anni a Legnano un’euforica agitazione percorse molti giovani entrati nel mondo del tessile come semplici operai. Gli antichi mulini del fiume Olona si rivelarono una preziosa fonte di energia trasmessa dalle pale immerse nell’acqua. Nel 1868, Rodolfo Bernocchi decise di intraprendere un’attività collaterale alla tessitura del cotone e aprì con il cugino Giuseppe, in un mulino sull’Olona in località Gabinella, una “sbianca” (candeggio). Dopo qualche anno si divise dal cugino e cedette la conduzione al figlio Antonio che nel 1891 costituì con i fratelli Michele e Andrea la Società in nome collettivo “Flli Bernocchi di Rodolfo”. Il “Cotonificio F.lli Dell’Acqua”, fondato dai fratelli Faustino e Francesco Dell’Acqua, aprì i battenti nel 1871 nel luogo in cui sorgeva un mulino dei nobili Lampugnani ed uno di proprietà dell’Ospedale Maggiore di Milano. Inizialmente l’azienda si occupava della sola attività di tessitura, ma nel 1887 furono aggiunti i reparti di candeggio, tintoria e preparazione di tessuti. Al termine del primo decennio la


ditta impiegava 500 operai e in seguito arrivò ad averne più di tremila. Nel 1878 fece la sua comparsa la stamperia “De Angeli Frua”. Con l’avvento delle prime stamperie si completò il ciclo della lavorazione del cotone, la tintura delle cotonate prodotte delle numerose tessiture operanti in Legnano. Ernesto De Angeli, iniziò la propria carriera alle dipendenze di Eugenio Cantoni il quale, intuite le qualità del giovane, gli affidò la direzione della sua stamperia di Milano, dopo aver acquistato su suo consiglio, De Ange-

li, con l’aiuto del Cantoni, riscattò la stamperia che denominò “Ernesto De Angeli e Compagni”. In seguito al matrimonio con la sorella di De Angeli entrò nella ditta, come procuratore generale, Giuseppe Frua che, dopo aver anch’egli lavorato per il Cantoni, aveva a sua volta fondato a Legnano la “Società Frua e Banfi”. I Banfi, a loro volta, avevano impiantato nel 1879 la “Tessitura Fratelli Enea e Febo Banfi”. De Angeli e Frua inglobarono questa società e nel 1893 completarono i lavori di costruzione dell’imponente edificio detto “il Castallaccio”.

L’Olona, fonte di vita e di benessere L’Olona con il suo passato millenario di elemento vitale, da sempre ha saputo dare alla sua valle e alla sua gente valevoli occasioni per uno sviluppo corretto dell’umano vivere e per una intensa crescita economica e sociale. Quell’incredibile processo di industrializzazione cambiò il volto dei paesi sorti lungo il percorso del fiume Olona. Grandi complessi industriali come filatoi, tessiture di cotone, officine meccaniche, cartiere e lavanderie pubbliche portarono lavoro sicuro, anche se a volte sottopagato, alla popolazione prevalentemente contadina della valle e dalla pianura legnanese. Come diretta conseguenza di quella

stagione positiva si ebbe inevitabilmente un incremento dell’inquinamento industriale, una massiccia urbanizzazione dei paesi rivieraschi che ha corroso gran parte delle campagne ed ha aumentato l’inquinamento del fiume. La sopravvivenza del fiume è ora nelle mani nostre ed in quelle dei nostri successori. Se saremo e saranno capaci di ridargli il suo importante e giusto ruolo, le generazioni future godranno dei frutti che Dio e la natura ci hanno messo a disposizione. Mentre nella preistoria era il fiume a garantire la sopravvivenza ai nostri progenitori, ora dobbiamo essere noi ad assicurargli il futuro.

Molino Gaio (© foto: redazione Olona e dintorni)

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il Punto del Consorzio del Fiume Olona di Fulvio Miscione*

Non bisogna disperdere le energie, né cercare sentieri nuovi quando è già tracciata la strada da percorrere

Angelo Giuseppe Roncalli 16

In questi giorni la Regione Lombardia sta ultimando gli approfondimenti che, verosimilmente, porteranno all’accreditamento, ufficiale ed ai sensi di legge, del Distretto Agricolo della Valle del Fiume Olona. Si chiude in questo modo un percorso che, iniziato nell’autunno del 2010, ha visto i vertici consortili impegnati in prima linea per soddisfare le esigenze dei propri consorziati. L’idea di chiedere l’accreditamento di un Distretto Agricolo che riunisca le energie presenti sui territori d’Olona nasce infatti dalla volontà di alcuni nostri consorziati che, da subito, identificano nel loro Consorzio l’organizzazione che, in maniera disinteressata e con autentico spirito di servizio, possa ricoprire il ruolo di Ente Promotore gestendo la complessa fase preparatoria. Tutto ciò sulla base dalla consapevolezza generalizzata secondo cui l’organizzazione in distretti può veramente rappresentare il modo migliore per cogliere le opportunità ed enfatizzare le potenzialità che la nuova PAC (Politica Agricola Comune nell’Unione Europea) potrà offrire al settore produttivo primario. Ciò che li ha spinti a valutare l’opportunità di cimentarsi con uno scenario del tutto nuovo per queste parti è, innanzitutto, la constatazione che il comparto agricolo si appresta a vivere, nei prossimi anni, momenti di profondo cambiamento e che ad una tale caratterizzazione non solo debba abbinarsi un profondo mutamento nella mentalità imprenditoriale ma, soprattutto, un diverso modo di or-

ganizzarsi sia rispetto al mercato che rispetto al contesto territoriale. In quest’ottica i distretti produttivi agricoli non solo rappresentano, ad un occhio attento, una modalità di organizzazione imprenditoriale che ben risponde all’esigenza di innovazione assai sentita nel mondo agricolo ma, d’altra parte ed in virtù della loro valenza territoriale, vengono giustamente letti come strumenti di sviluppo locale potenzialmente straordinari, in grado cioè di rafforzare la relazione già presente nell’attività agricola tra impresa e terra oltre che tra acqua e suolo di insediamento. Più in particolare, e per quanto riguarda l’ambito vallivo dell’Olona, la nascita di un Distretto rurale fluviale offre al territorio la possibilità di riproporre, su un piano ancor più nuovo, una modalità di governance duale pubblico-privata che, a motivo della presenza centenaria del Consorzio del Fiume Olona, da sempre appartiene alla tradizione della valle. L’identificazione del Consorzio del Fiume Olona come Ente Promotore per l’accreditamento regionale nasce quasi automaticamente e va ricercata nel fatto che gran parte degli imprenditori agricoli aderenti, ricoprendo anche lo status di “Consorziati d’Olona”, si sono abituati a vedere nel Consorzio, non solo l’organizzazione da loro creata che storicamente regolamenta l’attività irrigua, ma anche, diremmo soprattutto, un adeguato supporto alle loro iniziative sul territorio. Gestione dell’irrigazione ed attaccamento al territorio


Campi coltivati lungo l’Olona presso Parabiago (© foto: redazione Olona e dintorni)

rappresentano infatti le aree che tradizionalmente avvicinano il Consorzio del Fiume Olona al mondo dell’agricoltura locale. La storia del Consorzio del Fiume Olona ne è testimonianza straordinaria e costituisce parte integrante della sua originaria missione: per secoli gli agricoltori hanno coltivato le terre del fiume come proprietari, per centinaia d’anni sono stati utenti delle sue acque, nel futuro ne potranno essere i veri manutentori e potranno programmare, con la società civile e con le amministrazioni che la rappresentano, azioni di interesse comune in modo da far coincidere la crescita e lo sviluppo delle proprie attività con gli interessi della collettività. Consorzio del Fiume Olona e Distretto Agricolo della Valle del Fiume Olona trovano pertanto nella identica mission di governance dello sviluppo territoriale una tale “consanguineità” da far immaginare che il Distretto potrà affiancare, nella sua proiezione futura e con specificità del tutto originali, l’attività consortile recuperando in questo modo parte della sua eredità storica come di punto di riferimento per il contesto circostante. Il tutto con l’obiettivo comune di poter tracciare, man mano e in regime di partenariato con le amministrazioni locali, politiche condivise ed orientate ad uno sviluppo sostenibile e inclusivo rispetto alla tutela dei beni comuni di acque, di suolo e di biodiversità. In quest’ottica e soprattutto nella fase iniziale il contributo del Consorzio del Fiume Olona sarà determinante.

Infatti, da storico punto di riferimento per le amministrazioni rivierasche, il Consorzio potrà facilitare il percorso di avvicinamento della realtà distrettuale fatta di privati a quella ammnistrativa di matrice pubblica con ciò enfatizzando quella interazione pubblico – privato che, come detto, rappresenta l’ingrediente fondamentale per un’agricoltura rinnovata. Si spiega in questo modo la compatta adesione, per limitarci alla sola Provincia di Milano e trascurando per il momento le adesioni già pervenute per la Provincia di Varese, di tutte amministrazioni locali territorialmente interessate, delle associazioni datoriali maggiormente rappresentative e di tante organizzazioni e società sia pubbliche che private, che, in qualche maniera, in tutti questi anni hanno interagito con il territorio attraverso la mediazione consortile. Tutto questo per dire che Consorzio del Fiume Olona e Distretto Agricolo della Valle del Fiume Olona possono veramente rappresentare per il territorio della valle un punto di raccolta efficace delle energie positive presenti e ciò in maniera tale da inserire, nel piano strategico del distretto ed una volta accreditato, quelle politiche di rilettura territoriale già avviate in questi anni dal Consorzio stesso sia con la sottoscrizione dell’AQST Contratto di Fiume Olona che con l’organizzazione degli Stati Generali dell’Olona. * Fulvio Miscione, Presidente del Consorzio del Fiume Olona (CFO)


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Š foto: redazione Olona e dintorni


P ogliano M ilanese Beatificato Monsignor Paleari di Fulvio Miscione

Il 17 settembre 2011, presso la chiesa della “Piccola Casa” in Torino è stato beatificato Mons. Francesco Paleari, sacerdote del Cottolengo originario di Pogliano Milanese. L’evento ha una portata straordinaria, prima di tutto, perché, dopo la canonizzazione del fondatore San Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786 – 1842) avvenuta nel 1934 ad opera di Papa Pio XI, nessun altro sacerdote della “Piccola Casa”, prima di don Franceschino, era stato elevato agli onori degli altari. In secondo luogo, in quanto la sua beatificazione chiude una serie di importanti approfondimenti canonici che, a partire dall’11 giugno 1946 con l’apertura del processo informativo ordinario, hanno portato alla trasmissione degli atti alla Sacra Congregazione dei Riti (5 ottobre 1958) alla quale ha fatto seguito, dapprima, il parere positivo da parte dei Consultori Teologi (25 marzo 1997) e dei componenti la Congregazione delle Cause dei Santi (13 gennaio 1998) e poi la promulgazione, avvenuta in Roma con l’autorizzazione di Giovanni Paolo II, del Decreto sull’Eroicità delle Virtù (6 aprile 1998). La cerimonia è stata officiata dal Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi cardinale Angelo Amato e, nel suo significato più profondo, sottolinea, questa volta in maniera anche formale, un profilo di santità che la cittadinanza di Pogliano aveva già colto nel primo decennale della morte avvenuta a Torino il 7 maggio 1939. Porta infatti la data del 3 luglio 1949 la lapide che, apposta sulla facciata della casa natale di don Francesco,

lo definisce senza esitazioni “prete santo (…), amico dei poveri, educatore di anime sacerdotali”. In queste poche parole scritte con il cuore dai suoi concittadini e lasciate come dono a tutti quelli che, da poglianesi autentici, non l’hanno conosciuto in vita è racchiuso il senso dell’esistenza di questo piccolo prete che ha fatto del sorriso e dell’accoglienza senza condizioni le chiavi di una missione autentica al servizio degli altri. Nato il 22 ottobre 1863 da una famiglia di origini contadine (suo padre era comunque falegname) e dedita nel quotidiano alla testimonianza dei valori evangelici, il piccolo Francesco respira fin da giovane la gioia del donare un poco di sè a coloro i quali hanno maggiore bisogno di aiuto: spesso la sua casa, nonostante le loro difficoltà economiche e soprattutto di domenica, ospita infatti a pranzo un povero con ciò dando continuità, attraverso una testimonianza autentica, a quella ricerca della santità quotidiana che l’accostarsi di frequente all’eucarestia da parte dei propri genitori intendeva affermare sul piano più strettamente religioso. Segnalato dal Parroco di Pogliano Milanese alla “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, ormai quattordicenne e dopo un tentativo andato a vuoto per mancanza di posti disponibili, viene accolto nel piccolo seminario dei “Tommasini”. Qui, divenuto prete con dispensa papale per la sua giovane età e per consacrazione da parte dell’Arcivescovo di Torino cardinale Gaetano Alimonda (1818 – 1891), vi rimane per tutta la vita respirando, sin dagli inizi, la stes-

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Fonte battesimale all’interno del Santuario della Madonna dell’Aiuto

sa aria che respirano, in Piemonte e in quegli anni, don Giuseppe Cafasso (1811 – 1860) e don Giovanni Bosco (1815 – 1891). Innumerevoli sono gli incarichi da lui ricoperti: perdutamente innamorato della preghiera e, per questo, sempre in confidenza con Dio, è insegnante paziente e rigoroso e direttore spirituale del seminario diocesano per diversi lustri. La sua capacità di leggere nei cuori fa di lui un confessore instancabile dai modi sbrigativi ma mai superficiale e l’umiltà di tratto che lo contraddistingue ne fa, d’altra parte, un predicatore apprezzato per la chiarezza espositiva che abbina ad un tono sempre familiare che sa coinvolgere chi l’ascolta. Dopo esser stato per qualche tempo consigliere del cardinale Agostino Richelmy (1850 – 1923), inizia la

collaborazione con il cardinale Maurilio Fossati (1876 – 1965) e ricopre, in tempi diversi, l’incarico di Pro Vicario Generale, di Vicario Moniale ed infine anche quello di Promotore di Giustizia dell’Arcidiocesi di Torino. Tutto questo senza mai dimenticare l’originaria sua missione: vivere il proprio ministero sacerdotale al servizio degli ultimi (poveri, ammalati, disabili, bambini con difficoltà) senza mai apparire essendo, come ben ha detto il Cardinale Amato nella sua omelia, “straordinario (…) nell’ordinario”. Lavoratore instancabile e uomo del suo tempo, don Francesco vive le tensioni di quel periodo, si distingue, per rigore ma senza giustizialismi, nella battaglia contro il Modernismo, appoggia e diffonde, non senza difficoltà e critiche da parte dei settori più conservatori, i giornali cattolici che, in quel momento e sostituendosi alla stampa


Sono davvero convinto che proprio questi santi ‘piccoli’ siano un grande segno per il nostro tempo, che mi tocca tanto profondamente quanto più vivo con esso e in esso

Joseph Ratzinger - 1997

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Santuario della Madonna dell’Aiuto (già dedicato ai santi Pietro e Paolo) secolo XV

più datata, si presentano all’orizzonte, primo fra tutti “Il Momento” di Torino. La sua sensibilità verso la ricerca del benessere altrui anche qui sulla terra lo porta a nutrire grande attenzione e sostegno alla Società di Mutuo Soccorso per le giovani operaie e all’Istituto del “Pozzo di Sicar” in favore delle madri nubili, senza ovviamente mai tralasciare la cura appassionata all’Unione ex Allievi del Cottolengo che tanto gli sta a cuore. Amico sincero della Divina Provvidenza e affezionato per davvero al suo Angelo Custode, don Francesco vive la sua esistenza con equilibrio e serenità, animato dalla convinzione secondo cui nel cuore di ogni uomo esiste, pur sempre e per dirla con John Henry Newman, una “luce gentile” che va comunque ricercata e, una volta trovata, alimentata con la costanza che nasce solo dalla fede.

Dice ogni messa come fosse la prima messa e vive il momento centrale dell’elevazione con un sorriso di gioia all’Ostia santa mentre, ci tramanda un suo confratello, “il suo volto e il suo sguardo assumevano un’espressione indicibile (e) si sarebbe detto che vedesse il Signore (…) certo che si godeva il Paradiso” Se il cardinale Angelo Amato ha affermato con convinzione che “le virtù furono in lui praticate in modo così costante e puntuale da diventare una seconda natura” qualcun altro ha scritto che in don Francesco coesistono, assemblate con cura dalla lungimiranza del Creatore, la dolcezza di San Francesco di Sales, l’umiltà di San Francesco d’Assisi e lo spirito missionario di San Francesco Saverio. Per parte mia, dopo aver avvicinato i tanti particolari della sua vita che ho desunto direttamente dalle biografie


22 La casa natale del Beato Paleari, a Pogliano

Il Beato Francesco Paleari

disponibili, mi sono convinto che la figura di don Franceschino possa richiamare in molti suoi importanti tratti la bella figura del mai dimenticato Curato d’Ars (1786 – 1859). Entrambi, pur in epoche e contesti diversi, sono stati amici sinceri della Divina Provvidenza ed innamorati sinceramente di Dio e della sua Chiesa, praticando un’obbedienza assoluta in un momento storico sicuramente non facile. Entrambi sono stati amici sinceri degli ultimi, ad entrambi stava a cuore la crescita spirituale dei giovani e la sconfitta della loro ignoranza, soprattutto quando questa era l’effetto della loro emarginazione sociale. In don Franceschino ho trovato lo stesso trasporto eucaristico che ha reso famoso San Giovanni Maria Vianney così come non ho faticato a rintracciare, tra le pieghe del suo carattere, quella ruvida schiettezza che, arricchita dall’umiltà di un sorriso, ha reso entrambi punti di riferimento per tutti coloro che, durante la propria esistenza, hanno sentito la necessità di riconciliarsi con Dio. Tutto ciò, non tanto e non solo, perché entrambi hanno fatto del confessionale uno dei propri principali impegni di vita sacerdotale ma soprattutto perchè ad entrambi non ha mai difettato la comprensione umana nei confronti dei fratelli in difficoltà e ciò sicuramente non per propria esclusiva predisposizione ma, soprattutto, come espressione autentica della misericordia di Dio nei confronti dei propri figli.


Affezionati da sempre alla “fertilità del dubbio” come momento necessario per muoversi alla ricerca della verità, entrambi hanno provato sulla propria pelle anche la tentazione di lasciare mettendo in dubbio, in questo modo, sia la ponderatezza della propria scelta di vita che l’idoneità alla funzione svolta. Se infatti, in più di un’occasione, la fuga di San Giovanni Maria era stata motivata dalla constatazione, tutta personale, della propria inadeguatezza a ricoprire la funzione di Parroco di Ars, quella del beato Francesco appare motivata, soprattutto, dall’emergere, nei primi tempi del suo soggiorno torinese, di un sentimento di nostalgia nei confronti degli affetti familiari e, successivamente, dal desiderio di lasciare la “Piccola Casa” per andare sacerdote in missione. Le spoglie mortali di Mons. Francesco Paleari sono oggi conservate nel pronao della chiesa della “Piccola Casa” in Torino e riposano in pace lontano da Pogliano. Tutto ciò non impedisce al mio cuore di constatare, sulla eco di quanto riferisce Mons. Attilio Vaudagnotti nella sua ricca biografia, che, anche qui da noi e da una parte, “la dolce immagine del piccolo Prete del Cottolengo (…) con il passare del tempo stranamente si fa più nitida e fulgente” e, dall’altra e forse proprio per questo, che il ricordo del suo viso sempre sorridente “giganteggia al nostro sguardo in una dimensione che non ha nulla di terreno”.

La nuova chiesa di Pogliano, con un busto del Beato Paleari eseguito dallo scultore Nicola Gagliardi

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C airate

Il Monastero di S. Maria Assunta nel circuito storico-turistico del Seprio di Gigi Marinoni foto di Armando Bottelli

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Una storia lunga quella di Cairate, a partire dai primi insediamenti celti, che subiranno come tante altre località vicine la colonizzazione dei romani, per arrivare infine ai longobardi (permetteteci il triplo salto temporale, è lo spazio a imporcelo!), che si stabilirono a Peveranza e nell’area dove tuttora sorge il Monastero di Santa Maria Assunta, come confermano gli scavi effettuati nel 1981. E ci fermiamo qui perché proprio del Monastero che si estende oltre il maestoso arco settecentesco vogliamo parlare, dopo l’inaugurazione – lo scorso 28 aprile – della prima parte ora visitabile, costituita dalle due chiese contigue, vien da dire abbracciate l’una all’altra, prima la nuova e poi la vecchia, nel percorso in cui ci accompagnano le guide volontarie della Pro Loco. Il monastero benedettino è stato fondato nel 737 da Manigunda, nobile longobarda legata alla corte regia di Pavia, per sciogliere il voto della sua guarigione, avvenuta grazie all’acqua della miracolosa fonte di Bergoro, oggi frazione di Fagnano Olona. Il primo documento che attesta però la sua esistenza, è la bolla di papa Giovanni VIII dell’877 che conferma al vescovo di Pavia i monasteri di Cairate e Sesto Calende, nonostante si trovassero fuori dal territorio di quella diocesi. Per quasi mille anni Santa Maria Assunta è stata il fulcro, non solo a livello religioso, ma anche sociale ed economico, della vita cairatese e si dice (non vi sono conferme documentali ma pare più che plausibile) che lo stesso Federico Barbarossa vi abbia passato la notte prima della storica, e per lui fatale, Battaglia di Legnano.


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Altare di Santa Maria Assunta


Il complesso monastico resterà attivo sino ai tempi delle invasioni napoleoniche, quando sarà soppresso e i suoi beni venduti all’asta. Rimarrà nelle mani di privati fino al 1975, anno dell’acquisizione da parte del Comune della parte orientale del chiostro, mentre per quella occidentale ci vorrà qualche anno ancora, grazie all’intervento della Provincia di Varese. Da anni Comune e Provincia stanno lavorando alla restituzione della struttura alla città e ai visitatori, che già cominciano ad arrivare in numero considerevole dopo l’apertura di una prima parte resa accessibile al pubblico: si tratta della chiesa monastica sul lato meridionale del chiostro (ora nota come “chiesa vecchia”) nella veste acquisita seguendo i dettami del Concilio di Trento, affrescata dall’artista milanese Aurelio Luini, figlio del più celebre Bernardino, nel 1560. Il restauro conservativo della sua maestosa “Natività” è stato portato a termine nell’ottobre del 2009 dall’arch. Giovanni Rossi di Milano. Come dicevamo, le chiese sono però due, perché all’ingresso ci accoglie la “chiesa nuova”, spoglia per quanto architettonicamente degna di nota, che fa quasi da anticamera a quella più antica e sicuramente più interessante e carica di fascino, oltre che legata a un altro fatto importante nella storia del Monastero. Durante i lavori di adeguamento dell’edificio alle nuove norme conciliari, la chiesa monastica viene infatti ad assumere un nuovo aspetto architettonico e si arricchisce degli affreschi di Aurelio Luini. Nella stessa occasione vie-

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Interni del Monastero


Partendo da sinistra: Paolo Mazzucchelli (Sindaco di Cairate), Francesca Brianza (Assessore Turismo e Cultura), Aldo Simeoni (Assessore alla ViabilitĂ ), Dario Galli (Presidente della provincia di Varese) Nuova sede comunale


ne trovato un sarcofago, che ancora oggi possiamo vedere, contenente le spoglie di una donna “riccamente abbigliata”, che si dice fosse appunto Manigunda, la fondatrice. Nella giornata dell’inaugurazione, il sindaco Paolo Mazzucchelli e il presidente della Provincia di Varese Dario Galli hanno sottolineato l’importanza dei lavori svolti e rinnovato l’impegno per quelli ancora da effettuare. Il ruolino di marcia prevede la chiusura dei lavori nel chiostro medievale, per il 2013. Gli interventi relativi al parcheggio e all’area recuperata del cortile di San Pancrazio sono in corso di esecuzione e verranno ultimati entro la prima decade del prossimo agosto. In questo cortile troveranno posto, già nell’estate di quest’anno, la nuova sede del Comune di Cairate e la Biblioteca Civica, con accesso al parcheggio e al parco pubblico. Per ultimo, ma non in ordine di importanza, l’incantevole chiostro medievale: il completamento degli interventi di restauro e recupero funzionale degli ambienti in chiave espositiva-museale è previsto per la fine dell’anno. Ma l’ambizioso programma messo in campo da Comune e Provincia non termina qui, l’impegno continua per fare dell’intera area una tappa d’eccellenza nel circuito del Seprio e delle sue meraviglie già “attrezzate” e visitabili, come Torba e Castelseprio. È già stato redatto un progetto preliminare finalizzato alla messa in sicurezza degli immobili degradati e la sistemazione delle aree esterne al chiostro stesso, proprio per permetterne la completa fruizione.

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▶▶ sabato 14,00 - 18,00 ▶▶ domenica 10,00 - 12,00 e  14,00 - 18,00   ▶▶ giorni festivi 10,00 - 12,00 e  14,00 - 18,00 (escluso 25 dicembre e 1 gennaio) Maggiori informazioni sul sito della pro Loco di Cairate www.prolococairate.it


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Armando Bottelli, fotografo naturalista, nato a Cassano Magnago (VA) nel 1963. La sua attenzione è rivolta particolarmente all’ambiente, ai suoi aspetti estetici ed artistici. Predilige la fotografia d’appostamento, la macrofotografia ed il paesaggio, sempre alla ricerca di una luce migliore, ritenendola l’elemento fondamentale per le fotografie di natura. Impegnato attivamente nel “Parco Rile, Tenore, Olona”, cerca di avvicinare alla natura i più giovani, con la fotografia e progetti ambientali, volti a valorizzare il territorio. Volumi fotografici pubblicati: “Luino” (ed. Comune di Luino); “Guida alla Palude Brabbia” e “Dove parla il silenzio” (Edizioni Negri). Hanno pubblicato le sue foto: “Natura”, “Bell’Italia”, “Touring”, “Touring junior”, “Ali Natura”, “Clio”, “Parchi e riserve”e innumerevoli altre testate. Collabora attivamente con l’Università dell’Insubria. www.armandobottelli.net


Reportage fotografico

pedalando sul nostro fiume

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Ciclabile Olona a Castelseprio


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Ciclabile Olona a Fagnano Olona


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Partendo dall’alto: Ciclabile Olona; Ciclabile Olona a Cairate presso la cartiera; Ciclabile Olona a Torba


Ciclabile Olona a Lonate Ceppino

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Fagnano Olona, inaugurazione Ciclabile Olona


Castiglione Olona, qualche anno fa, in occasione dell’iniziativa del gruppo “Naturalmente Seprio”, prima della sistemazione della ciclabile


eventi attività ed

dei Comuni

M arnate

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I canterini della scuola Gabelli al Conservatorio Domenica 13 maggio scorso, i bambini del coro della scuola Gabelli, diretto e coordinato da Milena Moroni, e Mario Lodoletti che li accompagna al pianoforte, si sono esibiti nella prestigiosa Sala Verdi del Conservatorio di Milano, nell’ambito della manifestazione ‘Cori di classe’ organizzata dall’USCI (Unione Società Corali Italiane). Indescrivibile l’agitazione dei bambini dietro le quinte in attesa che la presentatrice desse l’annuncio del loro turno, la stessa che si percepisce nei loro maestri. Poi il coro entra sul palco e l’ansia si stempera nell’applauso di benvenuto. E quando Mario Lodoletti accenna le prime note tutto diventa quasi normale, i bambini d’improvviso si trovano a loro agio, come se stessero provando in uno

dei tanti mercoledì pomeriggio a scuola. L’applauso scrosciante a fine esibizione è di quelli che gratificano per l’attesa e le innumerevoli prove, i bambini sono soddisfatti ed emozionatissimi. Ricevono l’attestato di partecipazione ed una medaglia che tutti sfoggiano al collo come un vero e meritato trofeo.


Ogni stella brilla di luce propria, ma tutte insieme formano il firmamento che illumina la notte. Ogni voce ha un proprio timbro, ma tutte insieme formano un coro che allieta i cuori. Grazie a tutti e a ciascuno di voi per essere parte del nostro coro.

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intervista

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foto di Riccardo Harlock Burgsthaler e Luciano Malcangi


danza rientale

o

Incontro con la coreografa Fatima Zahra

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Da qualche decina d’anni si è andata diffondendo in Italia la moda della danza orientale, o danza del ventre, come in molti amano definirla. Non c’è scuola di ballo che si rispetti che non abbia i propri corsi di danza del ventre, tenuti da insegnanti dai nomi arabi come Jamila, Kadija, Aisha, sino agli impronunciabili Isdihar o Kawthar, ma dietro il nome esotico, quasi sempre, c’è una insegnante italianissima. Fra le tante abbiamo trovato, però, una vera insegnante di madrelingua araba, diplomata presso l’Accademia Reale degli Artisti di Fes in Marocco in danza orientale egiziana ritmica, e percussionistica tradizionale. Si chiama Fatima Zahra Boudars, ed insegna ormai da quasi 20 anni in varie scuole dell’Altomilanese, le sue allieve hanno superato il numero di 500, alcune di esse potrebbero tenere esse stesse dei corsi, altre si esibiscono nei teatri. Ogni anno nel mese di giugno presenta un saggio, ogni anno con musiche, coreografie e costumi rinnovati integralmente, per cui gli appassionati che la seguono sanno che assisteranno ad uno spettacolo totalmente nuovo. Abbiamo incontrato la maestra Fatima Zahra, durante una pausa delle prove del suo ultimo spettacolo: Come mai ha scelto di dedicarsi alla danza orientale? Danzo sin da bambina, ed ho conseguito anche il diploma di rok and roll acrobatico, una specialità lontana dalle mie tradizioni, ma poi ho scelto di specializzarmi nella danza che è più consona per una donna di origini e tradizioni arabe. 48

Quando la danza orientale è diventata per lei una professione? Insegno da giovanissima, appena conseguito il diploma sono rimasta nella stessa Accademia in qualità di assistente del mio maestro. Poi ho tenuto corsi in varie scuole di danza di Casablanca (Cleopatra, Club Tazi, Saphari, ecc.). Avrei dovuto fare la hostess, avevo vinto un concorso nella Kuwait Airwais, ma ciò mi avrebbe costretta a lasciare la danza, ed allora ho rinunciato ad una professione molto ambita per dedicarmi alla danza orientale. Ma poi ha lasciato il suo paese per venire a vivere in Italia. Eh sì, come dite voi? Va’ dove ti porta il cuore.


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Parliamo della danza orientale. Beh, ormai di questa disciplina si conosce quasi tutto, ma io desidero fare una distinzione fra ‘danza orientale’ e ‘danza del ventre’… Cioè? La differenza è la stessa che c’è fra la vostra danza classica e le danze folcloristiche. Spesso la stessa danza classica si muove su ritmi desunti dal folclore, ma li interpreta in un modo diverso. La danza orientale presuppone un metodo di studio ben preciso, la danza del ventre è costruita soprattutto su movenze sensuali e talvolta ammiccanti, la danzatrice può esibirsi anche senza avere una tecnica di base rigorosa: la musica e i vestiti esotici sono sufficienti a creare un’atmosfera gradevole.

Come giudica le tantissime insegnanti italiane di danza del ventre? Le giudico in modo molto positivo e per tante ragioni. Innanzitutto avvicinano il pubblico italiano verso la mia cultura araba e lo fanno con ammirevole apertura di idee. Secondo: i movimenti morbidi comunque fanno bene all’organismo e rilassano lo spirito creando uno stato di benessere personale. Credo che sia un’ottima cosa che delle giovani danzatrici italiane decidano di dedicarsi all’insegnamento della danza del ventre. In un secondo tempo possono specializzarsi frequentando dei corsi di danza orientale in un paese arabo come l’Egitto, o in centri specializzati (ce ne sono negli Stati Uniti), o con insegnanti diplomati presso una Accademia, io stessa tengo degli stages per insegnanti di danza del ventre particolarmente portate.


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È difficile il passaggio da una disciplina all’altra? No, dipende l’impostazione della persona. Spesso le insegnanti di danza del ventre hanno una buona e corretta preparazione, altre volte danzano ‘d’istinto’, allora si rende necessario rivedere molte cose nell’impostazione, ma comunque, non è come partire da zero. Come nasce la danza orientale? Nasce come danza sacra, con capacità propiziatorie legate al rito della fertilità, qualcosa di religioso e di esoterico insieme. Si è sviluppata principalmente nei paesi del Maghreb, nei paesi arabi, ma alcune movenze le ritroviamo in danze praticate in paesi molto più ad Est, a partire dalle danzatrici di Bali.

È una danza praticata solo da donne? No, nei paesi arabi ritroviamo nelle coreografie anche figure maschili, ma si è andata sempre più consolidando l’idea che la danza orientale sia una cosa da donne: io, in tanti anni di insegnamento in Italia non ho mai avuto allievi maschi. Ma quando insegnavo a Casablanca avevo vari allievi maschi. Ad esempio lo stile ‘baladi’ o ‘danza del bastone’, è una danza tipicamente maschile, anche se le danzatrici se ne sono appropriate adattandone le movenze. Si dice che questa danza faccia particolarmente bene al corpo della donna. La donna che fa danza orientale è come se scoprisse il suo corpo e ne stabilisse un nuovo rapporto, prende coscienza di se stessa e della sua femminilità, tende mag-


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giormente a valorizzarsi, in poche parole si sente più bella, più piacente. Ma anche dal punto di vista strettamente fisico la danza orientale tonifica in generale tutto il corpo, ma in particolare il seno, le braccia, le gambe, le spalle e, ovviamente, il bacino e i glutei che sono chiamati a vibrare spesso velocemente. Anche gli addominali sono interessati tantissimo nei movimenti, mettendo in gioco tutti gli organi interni. Le allieve mi fanno notare con grande soddisfazione e gioia come il frequentare i corsi le porti ad ottenere una linea più bella, gambe più tonificate, correggono addirittura la loro abituale postura, si muovono con maggiore agilità. Ma ciò che più conta, si sentono più belle anche se riconoscono di avere …qualche chilo in più. Per fare danza orientale non è necessario essere magre, e in generale per essere belle non è necessario essere magre, basta stare bene con se stesse, accettandosi per come si è, essere felici: la danza orientale riesce a fare questo.

C’è un’età per cominciare a praticare questa disciplina? Ho una allieva che ha appena 4 anni e già riesce a fare le vibrazioni, ed ho allieve che sono ben oltre gli ‘anta’ eppure sono giovani, belle, si muovono con grazia, e si esibiscono nei saggi con lo stesso spirito delle ragazzine: ho provato ad avere madre, figlia e nipotina che danzavano nello stesso saggio. Non ci sono controindicazioni per la pratica della danza orientale? Assolutamente no, una mia allieva è rimasta incinta ed ha continuato a frequentare i corsi, sino all’ottavo mese di gravidanza! La sua intelligente ginecologa le ha detto di continuare a danzare finché ne ha voglia quei movimenti


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non possono che far bene al bambino.

Molta cura anche nella scelta dei costumi…

Chi ha assistito ai vostri saggi ha notato che voi non vi fermate alla danza del ventre per come l’abbiamo sempre concepita…

Sì, certamente, i nostri costumi sono confezionati in Egitto da artigiani di straordinaria manualità e con utilizzo di tessuti preziosi, e la differenza sul palco si vede.

La danza orientale, se si conoscono i vari stili: sharqi, baladi, saidi, consente di affrontare un po’ tutti i ritmi, io organizzo i miei spettacoli spaziando dal tribal fusion alla hula polinesiana, al country americano, per tornare alla danza orientale più classica che prevede l’utilizzo di accessori simbolici come spade, bastoni, candelabri, veli, ‘ali di Iside’, fan veil, cimbali, tutto di straordinario impatto scenografico.

Bene, signora Fatima Zahra, la lasciamo alle sue prove con l’ultima domanda: se qualcuna delle nostre lettrici volesse avvicinarsi alla danza orientale ed iscriversi ai suoi corsi, cosa deve fare? Semplice, la scuola è ad Arconate (Milano), presso il Soul Theatre, chi è interessata può chiamare anche la vostra redazione, vi autorizzo a dare tutti i miei contatti.

Intervista a cura del nostro direttore


Il

Derbydella adunina

M

quando il calcio diventa arte e gioia di stare insieme

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Coreografia Curva Nord Inter


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Reportage fotografico di Armando Bottelli


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Coreografia Curva Sud Milan


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La vigna a fine maggio 2012


T radate

La vigna della tradizione di Franco Negri

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“Il mio paese si trova in una posizione bella e ridente perché posto ai piedi di colline e perché è all’altezza di circa 350 metri sul livello del mare …. Le colline sono ricoperte da boschi di pini i quali purificano l’aria e rendono il nostro paese centro di villeggiatura”: così si esprimeva un alunno delle ‘scuole di stato dell’ordine elementare’ di Tradate il 1° dicembre 1942. “Non vi è dubbio - riporta Edoardo Colombo nel volume Tradate. Tra storia e ricordi (1958 – 2008) - che

l’ambiente tradatese, almeno in passato, dall’aria al suolo e suoi prodotti, l’amenità dei dolci declivi erano fonte di vita felice e attraente per signori e signorotti del milanese”. Diversi scrittori, tra cui Cesare Cantù, riportano la fama goduta dai vini del varesotto e Nicola Sormani di Brusimpiano, Prefetto dell’Ambrosiana, nel 1751 scriveva: “… a mille e cento passi da Abià la amplissima via Ducale ci porta nel regio Borgo di Tradate, quivi a premere


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Giorgio Nicora, Pietro Vuolo, Fabio Sorgiacomo, Pierangelo Boselli, Vittorio Piccolo

In alto: l’agronomo Fabio Sorgiacomo supervisiona la vigna. In basso: vendemmia 2011


La vigna a fine maggio 2012

Preparazione della vigna

tutta in una delle sue lodi, niente manca di ciò che vale per far biada quanto può essere quaggiù l’umana votar … dove generano e biada e dovizia e frutta di squisito sapore massimamente vini fragranti e generosi … nissuna l’altra stessa spira coavità e delizia”.

come risulta dall’Archivio Araldico “A. Vallardi”, potrebbe essere anche un riferimento alla fazione guelfa cui appartenne la Repubblica Milanese, sotto la cui signoria il territorio di Tradate si mantenne fino all’avvento del dominio ducale dei Visconti e degli Sforza. Sull’azzurro spiccano due colline verdi su cui sono poste due piante di viti fruttate di grappoli di uva nera e pampinate di verde. Questa parte dello stemma fu ripresa dal vecchio stemma araldico del Comune di Abbiate Guazzone, in quanto nel vecchio stemma del Comune di Tradate in questa po-

La storia

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Tradate e il suo territorio nel passato sono stati caratterizzati dalla coltura della vite. Fino al XIX secolo erano numerosi i vigneti presenti nei campi e nei ronchi cittadini. Veniva infatti prodotto un vino nero ottenuto da uva ‘americana’ e ‘clinton’ che le cronache descrivevano come “vino leggero e asprigno” chiamato Grimell o ‘pisarela’, a bassa gradazione, fresco e beverino. Le uve dei vigneti (dal monte Oliveto, alla Vigna Lunga, al prà lung - Madonna delle Vigne) erano trasportate con la ‘brenta’ per la pigiatura nei torchi più o meno grandi, il mosto posto a fermentare ‘denter la tinna’ veniva conservato ‘denter el vasell’. Nella seconda parte dell’Ottocento, purtroppo, le piante di vite furono gravemente colpite dalla filossera, un micidiale parassita giunto in Europa dall’America: la conseguente parassitosi (malattia della peronospera) ed altri fattori contribuirono al graduale abbandono di questa coltivazione, come delle altre. Abbandono favorito anche dal passaggio progressivo, dall’inizio del ‘900, dall’attività contadina a quella di tipo industriale (ambiente da ‘contadino’ a ‘operaio’), col fenomeno dei terreni oggetto ormai di un più remunerativo riuso a scopo edilizio o industriale. Di questo passato ormai andato perduto sono dunque testimonianza sia la toponomastica della città, quali la zona della Vignalunga, o quella della chiesetta della Madonna delle Vigne, quanto lo stemma araldico. Stemma araldico Nello stemma araldico dell’ex Comune di Abbiate Guazzone, ripreso poi in quello della Città di Tradate il campo superiore dello stemma raffigura due colline verdeggianti, sulla sommità spiccano due piante di vite cariche di grappoli di uva rossa. Il campo superiore dello scudo è di colore azzurro che,

Stemma città di Tradate


sizione era raffigurato un fascio di spighe di grano. Passato e presente Oggi nel Varesotto si cerca di ricreare la tradizione della viticoltura: a questo proposito si citano i vini (ITG) di Angera e di Morazzone, mentre il “vino di Tradate” è da poco ‘ritornato’, in quanto prodotto della nuova vigna voluta dalla Amministrazione Comunale come esperimento inizialmente con fini specialmente didattici e culturali, recuperando quindi la memoria storica di questa antica tradizione locale, perché “le radici e le virtù contadine non vadano completamente dimenticate”. Il Comune si è dunque recentemente attivato acquisendo e impiantando un vigneto sperimentale finalizzato all’ottenimento di una piccola produzione vinicola in Tradate, dando così testimonianza anche alle giovani generazioni della tradizione viticoltrice che nel passato ha caratterizzato usi, costumi ed economia del nostro territorio. Una realtà (‘vigneto alla memoria viticola’) che tuttavia si sta dimostrando apportatrice anche di buoni risultati in termini di qualità produttiva.

mq che, previo dissodamento, è stato preparato per ospitarvi appunto una nuova vigna. Le barbarelle di Merlot sono state messe a dimora e la prima produzione è avvenuta nell’autunno 2011, quando è stata effettuata la prima vendemmia con l’obiettivo di dare vita al vino comunale dal nome “Madonna delle Vigne Merlot”. La raccolta ha prodotto circa 16 quintali di uva. Il vino, dopo i ‘tempi di maturazione in acciaio’ in Franciacorta, sarà pronto e disponibile nella prossima primavera 2013: un ‘vino fermo’ di 13 gradi. Imbottigliamento presso l’azienda “Terre Moretti” in Franciacorta ed etichettatura a cura dell’associazione “Il Bacco” di Tradate: l’etichetta del vino è stata realizzata da Noemi Di Gaetano, vincitrice di apposito concorso. Il vigneto è gestito dall’Associazione Culturale ‘Il Bacco’ attraverso una convenzione con il Comune di Tradate. La supervisione sulla gestione della vigna viene effettuata gratuitamente dalla “Cantine Terre Moretti”, produttore del Bellavista in Franciacorta (Erbusco, provincia di Brescia): agronomo è il dott. Fabio Sorgiacomo, dell’Azienda medesima.

Il vigneto di Tradate

La prima vendemmia della nuova vigna

Il vigneto è situato nelle immediate vicinanze della chiesetta della Madonna delle Vigne sul territorio di Abbiate Guazzone e si estende su un terreno di circa 4500

Il 28 settembre 2011 quasi 50 volontari hanno raccolto l’appello del Comune e dell’Associazione ‘Il Bacco’ per effettuare la vendemmia nel vigneto in via Madonna delle

La vigna con la chiesa e il cartellone didattico

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Grappoli (vendemmia 2011)

Vendemmia 2011

Vigne. I volontari, tra cui anche il sindaco (Candiani) e il presidente della provincia (Galli), hanno effettuato la raccolta dell’uva che è stata poi portata con un camion-frigo in Franciacorta per la pigiatura: obiettivo, creare il primo vino comunale, chiamato “Madonna delle Vigne Merlot”. Anche i bambini delle scuole si sono presentati puntuali all’appuntamento con la vendemmia: alcune classi delle terze e delle quinte elementari delle scuole Dante e

Battisti hanno potuto provare l’emozione di partecipare all’evento. L’obiettivo infatti è far rivivere la vocazione vitivinicola del tradatese; infatti con l’ausilio di esperti è stato possibile far conoscere ai ragazzi le varie fasi del processo produttivo, dalla potatura alla cura delle viti, fino alla vendemmia.

Vendemmia 2011 e gli alunni delle scuole elementari


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Partendo dall’alto: Cappelletta presso la chiesa di Madonna delle Vigne, in località Abbiate Guazzone, nel Comune di Tradate; Vendemmia 2011 e gli alunni delle scuole elementari; L’agronomo Fabio Sorgiacomo al lavoro con alcuni componenti dell’associazione ‘Il Bacco’ A lato: Bottiglia di vino ‘Madonna delle Vigne Merlot’

Le immagini di questo articolo sono state cortesemente fornite da Franco Negri


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Associazione Culturale

il bacco Il fascino discreto delle cose buone di Franco Negri


In questa pagina: Il Bacco di Michelangelo, gruppo scultoreo terminato nella primavera del 1497; opera giovanile conservata al Museo Nazionale del Bargello di Firenze. Nella pagina a fianco: un salone del Castello Melzi di Tradate

Nascita di un’idea Nel 2001 a Tradate nasce, per volontà di 11 soci fondatori, un’associazione denominata “Il Bacco”. Scopo prioritario di essa è la promozione dell’enogastronomia, dei valori culturali legati al vino, al cibo e alla salute. Tutto ciò attraverso l’organizzazione di concorsi e di premi, degustazioni, visite culturali, convegni ed incontri a tema, manifestazioni scientifiche e culturali di formazione. Il progetto è ambizioso e la missione appare importante, visto che la cucina ed il vino in particolare, oltre ad essere parte integrante della storia di un popolo, sono anche frutto del clima, della fantasia e delle risorse economiche di una terra. L’associazione, che ha sede presso la Pasticceria Enoteca del Corso, in corso Matteotti 78, prende il nome da Bacco, il dio del vino e della vigna. Bacco, divinità della mitologia romana, è sempre accompagnato da Fauni e Baccanti e spesso rappresentato nell’atto di suonare due flauti. Con la fronte adornata di due piccole corna, è avvenente e di bell’aspetto. Nell’antica Roma, il culto di Bacco raggiunse tali entusiasmi che il Senato si vide costretto a prendere delle severe misure al fine di contenere gli eccessi degli adepti. Attività dell’Associazione Grazie all’impegno volontario di un gruppo di amici, l’associazione tradatese è diventata un punto di riferimento per tutti coloro che amano l’arte enogastronomica. Molte e diversificate sono le iniziative proposte ed organizzate da Il Bacco, molto spesso in collaborazione con realtà d’eccellenza, cittadine e non solo. Vogliamo qui rammentare alcune di tali iniziative, che hanno riscosso

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successo ed hanno rappresentato e tuttora rappresentano un volano di valori culturali, proprio perché il mondo della enogastronomia è espressione di civiltà, di storia, di tradizioni, di creatività e di apertura alla novità, ed un fattore di sviluppo di un tipo di socialità che supera ogni divisione e provincialismo. E … non da ultimo, perbacco!, è apprezzare le cose buone della vita, stando in compagnia di tanti, animati da ‘ugual sentore’. Le iniziative, dunque, riguardano anzitutto la ‘cultura del vino’: a tal proposito ricordiamo la serie di “Vino & Cultura - incontri con l’Enologo” organizzati da Il Bacco in collaborazione con la Pasticceria Enoteca del Corso (Pierino, Giorgio e Paolo Nicora), occasioni preziose per fare la conoscenza di grandi vini italiani e contestuale degustazione. Od anche le “Serate Top Wine - incontri con l’Azienda”. Gli amanti delle cose buone possono così prendere contatto diretto con i titolari od i responsabili delle grandi Case produttrici e ‘approfittare’ della degustazione guidata. Ricordiamo, tra gli incontri già organizzati, quelli con Nino Negri, Chiuro (So) e degustazione di grandi vini valtellinesi; oppure i grandi vini friulani Gian Paolo Colutta di Manzano, Udine; quelli di Antinori e zona del Chianti Classico Gallo Nero; oppure la degustazione di grandi distillati in abbinamento al cioccolato della Pasticceria del Corso, guidata da Giovanni Bocchino e Giovanni Chiodetto.

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Giorgio Nicora, segretario (Pasticceria Enoteca del Corso) e Pietro Vuolo, presidente (Pizzeria ‘Da Vincenzo’)


Caravaggio, Bacco Olio su tela, cm 95 x 85 Firenze, Galleria degli Uffizi Anno di esecuzione 1596-1597

Salone delle Feste del Castello Melzi nell’ambito di una serata di gala patrocinata dall’Assessorato al Commercio e Attività Produttive del Comune di Tradate (ottobre 2007)

Altre iniziative sono relative alle visite guidate alle più famose cantine oppure i tour gastronomici: presso la cantina Bellavista in Franciacorta del Gruppo Terra Moretti; il Giro colline Oltrepò Pavese; la visita alle Langhe Piemontesi; il Tour enogastronomico dell’AltoAdige. Visite guidate, con degustazione di vini e prodotti tipici locali, che assumono una particolare importanza quando effettuate in occasione della vendemmia, come la visita fatta presso l’azienda Torti di Montecalvo Versiggia (PV). Vino e buona tavola, unita a piatti tipici della tradizione locale: è il caso della serata della ‘casoeula’, organizzata in collaborazione con la Pasticceria Enoteca del Corso e la Premiata Salumeria Mascheroni. Senza dimenticare la “Giornata del parmigiano reggiano e del prosciutto crudo di Parma”. A proposito di ‘serate’ Il Bacco, quale presenza significativa nel contesto cittadino e territoriale, si fa portavoce di iniziative che vanno al di là del solo piacere per il palato: come la serata intitolata “Gocce di … solidarietà”, rientrante nell’ambito del Progetto “Bacco Help” dell’associazione stessa. “Musica Arte e Sapori” sono inoltre le serate Culturali Tradatesi, organizzate invitando artisti nel campo musi-


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Bacco d’oro 2007 - i premiati: Tony Capuozzo (giornalista di Canale 5), Marcello Masi (direttore di Rai 2), Vittorio Moretti (Azienda Terra Moretti, Erbusco)

cale ed artistico. Legame positivo con le istituzioni sono le ‘serate di gala’ (ricordiamo quelle nello splendido scenario del Salone delle Feste del Castello Melzi o in altre location prestigiose) patrocinate dall’Assessorato al Commercio e Attività Produttive del Comune di Tradate, occasioni per la proclamazione dei riconoscimenti assegnati annualmente ad alcuni tra i più prestigiosi nomi dell’enogastronomia italiana (in particolare, premi all’Azienda, all’Enologo, alla Cultura) Il Premio Bacco d’Oro Oltre a diverse degustazioni enogastronomiche guidate e a visite a rinomate cantine, l’evento più prestigioso dell’anno è il Premio Bacco d’Oro. L’evento, realizzato in collaborazione con altre Associazioni, con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Tradate, la Pasticceria Eno-

teca del Corso ed alcuni noti ristoranti del territorio, ha portato negli anni a Tradate alcuni tra i più prestigiosi nomi dell’enogastronomia italiana. Alcuni nomi: riconoscimenti alle ‘Aziende’ ‘Bellavista’ di Erbusco (Bs) nel 2000, fino ad arrivare a Emilio Mionetto, Azienda ‘Col Saliz’ di Refrontolo (Tv) nel 2011, passando per ‘Castello Banfi’ di Montalcino (Si) nel 2003, ‘Les Crètes’ di Aymavilles (Ao) nel 2004, ‘Cascina Piano’ di Angera (Va) e ‘Distilleria Rossi D’Angera’ nel 2005, Vittorio Moretti della ‘Terra Moretti’ nel 2007, Carlo Bottinelli di Varese nel 2008, ‘Donnafugata’ Contessa Entellina (Trapani) nel 2010, ecc. Riconoscimenti ad ‘Enologi’, tra cui Mattia Vezzola (2000), Casimiro Maule (2004), l’agronomo Fabio Sorgiacomo della ‘Azienda Terra Moretti’ di Erbusco (2011). Per la ‘Cultura’: Silvio Peron nel 2000, e, tra gli altri, Oliviero Toscani, Tony Capuozzo, Fernando Mezzetti, Gino Restelli, ecc.


Il ‘vino di Tradate’ L’Associazione, il cui presidente è Pietro Vuolo, e segretario Giorgio Nicora, ha portato avanti assieme all’amministrazione Comunale il progetto ‘Madonna delle Vigne’: tale iniziativa, concretizzatasi a partire dal 2009, ha consentito la realizzazione della coltivazione della vite su un appezzamento di terreno (sito in località Madonna delle Vigne ad Abbiate Guazzone) di proprietà del Comune, coltura che a Tradate ha sempre rappresentato una tradizione (leggibile persino sullo stemma della Città), purtroppo abbandonata nel corso del secolo scorso. L’associazione il Bacco ha ottenuto la concessione per la gestione della vigna stessa. La produzione 2011 (vendemmia di fine settembre) di Merlot è ora in affinamento presso la Cantina Contadi Castaldi di Adro, Franciacorta, di proprietà del Gruppo Terra Moretti. Il titolare, Vittorio Moretti, ha messo a disposizione per il progetto l’agronomo Fabio Sorgiacomo, il quale segue passo passo, da direttore dei lavori, la vigna di Tradate. Il vino, che si imbottiglierà ad inizio 2013, è denominato “ Madonna delle Vigne Merlot”.

Lo staff dell’Associazione Culturale ‘Il Bacco’ presso la vigna di Tradate: Giorgio Nicora (segretario), Pietro Vuolo (presidente), Fabio Sorgiacomo (agronomo - Azienda Terra Moretti di Erbusco), Pierangelo Boselli (presidente onorario), Vittorio Piccolo (tesoriere)

Premio Bacco d’oro 2011 Bacco d’oro al viticultore di successo Emilio Mionetto - Azienda Col Saliz, Refrontolo (Tv), all’Agronomo Fabio Sorgiacomo - Azienda Bellavista, Erbusco (Bs) e all’imprenditore di successo Gino Restelli - Azienda RE-FLEX, Tradate (Va)

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Le immagini di questo articolo sono state cortesemente fornite da Franco Negri


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l a d i v i n a c o m m e d i a d e l X X I s e c ol o un poema di Franco Caminiti illustrato da Alessandro Baldanzi prefazione di Monsignor Franco Buzzi Rettore della Biblioteca Ambrosiana di Milano

Il maestro Alessandro Baldanzi, illustratore e disegnatore fra i più rinomati del panorama artistico italiano e mondiale, docente di Anatomia artistica presso l’Accademia di Brera a Milano, affronta un’impresa ‘titanica’: illustrare il poema ‘La humana istoria’ di Franco Caminiti. L’opera, divisa in 45 canti, per circa settemila versi endecasillabi disposti in terzine dantesche, è stata definita la Divina Commedia del 21° secolo. Il maestro Baldanzi, dalla lettura dell’opera, ha maturato un travolgente entusiasmo per cui ha, di getto, realizzato alcune tavole per quella che già viene considerata ‘una delle più impegnative realizzazioni editoriali degli ultimi tempi’.

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intervista

© foto: redazione Olona e dintorni Clicca sul simbolo per guardare il video di questa intervista

Un polo di eccellenza nella sanità lombarda

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Se c’è una cosa di cui l’Italia può andar fiera, è la sanità pubblica. Dietro i rari casi di ‘malasanità’ amplificati dalla stampa, c’è una realtà di eccellenza che il mondo ci invidia, di strutture, di professionalità, di rispetto verso l’ammalato, di passione per questo difficile lavoro. E in una situazione generale già encomiabile, vi sono Regioni,

come la nostra Lombardia, nelle quali la sanità pubblica ha raggiunto livelli altissimi, al punto da essere divenuta polo attrattivo per pazienti che affluiscono da altre regioni, seppur ben servite. E in Lombardia, l’Ospedale di Legnano è sempre stato un punto di riferimento. Oggi, con una struttura edificata ex novo, Legnano si pone, nel


Nuovo

Ospedale

L egnano

di

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Veduta del nuovo ospedale di Legnano dalla strada di accesso

panorama della sanità pubblica, come un indiscusso polo di eccellenza a livello nazionale e direi mondiale. Gli ampi spazi, la solarità, di questa nuova struttura, fanno sì che il malato senta meno ‘pesante’ la sua perrmanenza in ospedale. Le sofisticate attrezzature e l’alta specializzazione che si riscontrano nei vari reparti sono motivo rassicuran-

te di garanzia per chi si trova ad affidare alle mani dei medici la propria salute, e spesso la propria stessa vita. Una bella ed importante realtà quella del nuovo ospedale di Legnano che ‘Olona e dintorni’ ha il piacere di presentare attraverso una intervista al Direttore Generale, dottoressa Carla Dotti.


Il Direttore generale, dott.ssa Carla Dotti

La dottoressa Dotti, direttore generale dell’Ospedale di Legnano, ci riceve nel suo ufficio accompagnata dal suo ufficio stampa, Silvia Vignati. Inizia a parlare dell’ospedale senza bisogno di attendere le domande, trascinata dall’entusiasmo e dalla competenza che animano il suo intervento. “Allora: per ciò che riguarda i dati dell’ospedale, le caratteristiche costruttive... vi lasciamo la scheda, e secondo me, quella può già dare un’idea della novità di questo ospedale rispetto a quello che abbiamo lasciato. Rispetto al concetto dell’ospedale ‘vecchio’, solo osservando i dati, si vede che si tratta di un ospedale che ha una concezione diversa, è un ospedale che ha delle spe-

Veduta del nuovo ospedale di Legnano dal parcheggio visitatori

cializzazioni molto approfondite, molto ‘di grido’, molto up-to-date, diciamo, ed ha un numero di posti letto notevole rispetto a quelle che erano le abitudini un tempo, rispetto all’offerta che veniva proposta ai pazienti. Questo va verso la tendenza mondiale, non solo europea: quella di riservare nel ricovero ospedaliero ampio spazio ai casi di grandi acuzie, casi che richiedono una grande tecnologia e una grande competenza professionale. Io penso che la maggior parte della vita delle persone ammalate si debba svolgere lontano dall’ospedale, restando sul territorio, nelle famiglie. Il nostro ospedale ha una grande apertura sul territorio, cioè è facilmente raggiungibile da tutte le patologie, e per tutte le patologie ci sono ambulatori, per tutte le


Vista della didascalia sala bar

patologie ci sono delle specialità dedicate, anche di base, anche in aiuto ai medici di medicina generale. C’è, inoltre, un grande pronto soccorso, e anche una grande area di accoglienza. Una grande area di accoglienza non solo per i pazienti, ma anche per coloro che accompagnano i pazienti, perché a parte i pazienti acutissimi, che hanno età diverse, perché l’acuzie non guarda in faccia a nessuno, e non è una questione di età o di sesso, c’è un’altra grossa schiera di pazienti, che un tempo non c’era, che sono i pazienti cronici; questi pazienti cronici hanno delle caratteristiche molto diverse dalle persone che frequentavano gli ospedali un tempo: sono persone fragili, che hanno bisogno di un’accoglienza particolare, di un comfort anche di tipo alberghiero, un comfort di supporto, quindi è importante anche la presenza di un bar. Infatti, l’apertura del bar in questo nuovo ospedale, ha fatto la differenza, non solo per i pazienti ma anche per i dipendenti. Questo è un ospedale che deve essere facilmente raggiungibile, non solo dai legnanesi, ma da un bacino d’utenza molto vasto, almeno di 2 milioni di persone; è un ospedale che è collocato al di fuori della città di Legnano, dispone di un grosso parcheggio, e quindi ha la possibilità di essere raggiunto non lo solo dalla Lombardia, ma anche da chi giunge da fuori della Lombardia. Bisogna dire che siamo anche in una zona dotata di infrastrutture importanti come Malpensa, grandi autostrade.

Gonfalone dell’ospedale di Legnano


Dotazione di assistenza di un posto letto di TIPO (Terapia Intensiva Post Operatoria)

Noi stiamo puntando molto su questo nuovo ruolo dell’ospedale, cercando di dare un’accoglienza diversa da quella tradizionale, stiamo cercando di dare accoglienza ai pazienti anziani ma anche alle loro famiglie, che spesso sono parimenti anziane; molto spesso il paziente è accompagnato da persone che non hanno una connotazione patologica tanto diversa dal paziente, che magari in quel momento si è acutizzato. Si tratta di una popolazione di cronici che avanza e che è destinata, se noi operatori sanitari siamo bravi nel curarla, ad aumentare sempre di più; quindi è una conquista, non è il ‘tarlo’ della nostra società, è la nostra società che si è guadagnata più anni: vediamo di renderli migliori.” Sappiamo che Legnano è un ospedale che si è sempre distinto per varie eccellenze: se lei dovesse elencarcene qualcuna, in quali reparti Legnano può considerasi una vera eccellenza in campo nazionale? Io sono una grande sostenitrice in generale della bontà della sanità della nostra Nazione. L’Italia è classificata da organismi internazionali, come l’OMS, al secondo posto dopo la Francia per la qualità delle sue prestazioni sanitarie. La regione Lombardia, e credo di non dire nulla di non provato, è sicuramente un buon luogo, una buona aggregazione per la sanità, quindi credo che possiamo andare fieri, sia della nostra Nazione che della nostra Regione,

perché il livello è uniformemente buono. Quello per cui io consiglierei Legnano, piuttosto che altri ospedali? Senza togliere nessun merito a nessuno, beh, una delle buone avventure della nostra situazione sanitaria è sicuramente quella cardiovascolare, perché abbiamo avuto la fortuna di avere delle équipe estremamente integrate di cardiochirurghi, cardiologi interventisti, e chirurghi cardiovascolari; con un’ammirevole armonia, una vera integrazione di soggetti, oltre che di macchine (perchè prima vengono i medici e poi le macchine...). Quindi: sicuramente il cardiovascolare, sicuramente la neurochirurgia, che è stata dotata di apparecchiature e di attrezzature assolutamente d’avanguardia. Abbiamo, a Legnano, una eccellente sala operatoria neurochirurgica con imaging integrato TC - RMN, vale a dire un posto in cui la patologia cerebrale viene aggredita da più specialisti, lo stesso vale per la cardiovascolare. Altro reparto sicuramente di eccellenza è l’otorino, noi abbiamo una perizia nell’affrontare la casistica direi forse unica a livello nazionale. Altro esempio, la chirurgia della mano, che un tempo aveva reso rinomato il nostro ospedale, oggi ha approcci molto diversi, approcci di équipe, di tecnologie, non più legati ad una persona sola, ad un gruppo solo, ma molto più complessi. Oggi in Lombardia abbiamo delle ottime chirurgie della mano, e una di queste resta sicuramente Legnano, ma c’è anche quella di Monza, quella di Milano,


ce ne sono parecchie. Direi che la partita da giocare di più sia proprio quella di integrare queste nostre capacità, di coniugarle bene con il territorio, valorizzando tutte le risorse che stanno crescendo, sempre più numerose: parlo, ad esempio, dell’assistenza domiciliare, che è parto di una tradizione storica della nostra Lombardia, quella delle RAS, le residenze sanitario assistenziali, che un tempo si chiamavano ‘case di riposo’, ebbene: dobbiamo fare in modo che possano dialogare fra loro in maniera fluida e senza intoppi. Se lei dovesse immaginare qualche cosa che ‘manca’, so che è una brutta parola, perché in un ospedale non dovrebbe mancare nulla, ma immaginiamo qualche cosa che lei vorrebbe aggiungere o assolutamente migliorare per andare verso un’idea di perfezione della struttura...? Io credo che quello che manca in questa struttura sia un auditorium, per fare in modo che la gente si possa veramente incontrare e godere di tutti i saperi e le possibilità che ci sono. Perché non c’è un auditorium? L’auditorium c’è, solo che è ancora a rustico perché, invece di finire l’auditorium, abbiamo pensato di acquistare delle strumentazioni di cui avevamo bisogno. Però, ecco, io credo che questo ospedale sarà completato quando avrà il suo auditorium, e potrà veramente realizzare quell’incontro col territorio di cui parlavo.

Lei è una dottoressa, quindi immagino che da ragazza abbia pensato di fare il medico, con tutto ciò che ne consegue: il piacere di fare del bene agli altri operando con le proprie mani, qual è lo stato d’animo che percepisce adesso invece che è la direttrice, cosa cambia nella mente di un medico? Io credo che per fare il direttore generale non sia assolutamente necessario avere un’esperienza di medico, si possono avere tante altre esperienze che sono altrettanto preziose; le posso dire quello che ti dà il fatto di avere un’esperienza di medico, quello che io dico ‘saper mettere le mani sulla pancia delle persone’, ecco: saper mettere le mani sulla pancia delle persone ti insegna moltissimo nel rapporto col paziente, e ti aiuta a capire meglio ciò che il paziente si aspetta dall’ospedale, e questo credo sia un ‘dono’ che la professione mi ha dato. C’è un saluto o una raccomandazione che lei vuole dare a chi viene nell’ospedale di Legnano? Un saluto, e un augurio: che si trovi bene, che trovi quello che si aspettava di trovare in un ospedale, e magari qualcosina di più. La raccomandazione? Se questo non avviene, per piacere ce lo dica, ché siamo qui apposta per ascoltare.

Veduta di insieme della TIPO


Medicina nucleare - apparecchiatura diagnostica SPECT TC

Questo mi suggerisce un’altra domanda: mi pare che abbiate predisposto degli stampati sui quali...

più importante, e comunque credo che riusciamo a intenderci di più oggi che non quattro anni fa.

Sì, certo, noi abbiamo tutta una serie di rilevazioni dello stato di soddisfazione dei pazienti e delle loro famiglie, e anche per quanto concerne i nostri dipendenti, ma credo che lo strumento migliore sia quello di una comunicazione diretta, abbiamo un ufficio di relazioni col pubblico che raccoglie le lamentele, e anche gli elogi, gli encomi, che riceviamo; noi rispondiamo sempre, credo che questo dialogo che si instaura, queste domande e queste nostre risposte... a volte è un po’ difficile il dialogo, però è la cosa

E lei prende visione delle suggestioni che arrivano dai questionari? Sì, sicuramente, e se le perone scrivono a me rispondo sempre io, personalmente. Il nostro giornale tende ad esaltare le eccellenze delle territorio, qual è il motivo di maggiore soddisfazione che emerge da queste rilevazioni? Di maggiore soddisfazione del paziente o di maggiore soddisfazione nostra? Del paziente... Il paziente, cosa che è stata difficile, forse adesso comincia ad apprezzare il cambio di ospedale, il cambio di ambiente, comincia a prevalere la soddisfazione su una struttura nuova, su una struttura moderna, piuttosto che il sospetto e il rimpianto per aver lasciato una struttura vecchia, quindi dal punto di vista affettivo, posso dire che il nuovo ospedale di Legnano comincia ad essere ‘amato’.

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I numeri del nuovo ospedale di Legnano

Nuove attività e nuove tecnologie

▶▶ 550 posti letto;

▶▶ U.O.C. medicina d’urgenza con 20 posti letto;

▶▶ 21 sale operatorie di cui 2 emodinamiche ed 1 sala ibrida;

▶▶ sala ibrida (cardiologia, cardiochirurgia, chirurgia vascolare);

▶▶ 4 sale parto; ▶▶ 3 postazioni di PS di terapia intensiva per trattamento codici rossi; ▶▶ 9 postazioni in PS di terapia sub-intensiva/osservazione per trattamento codici gialli e verdi; ▶▶ 20 postazioni di terapia intensiva post operatoria e rianimazione; ▶▶ 7 postazioni di terapia intensiva coronarica; ▶▶ 21 posti tecnici per dialisi; ▶▶ 84 ambulatori; ▶▶ 1900 dipendenti.

Intervista a cura di Franco Caminiti

▶▶ sala ad alta tecnologia per la neurochirurgia integrata con neuronavigatore, risonanza magnetica; intraoperatoria 0,16 Tesla (per la chirurgia cerebrale) e TAC mobile intraoperatoria (per la chirurgia della colonna vertebrale); ▶▶ 1 PET-TAC; ▶▶ 1 TAC 256 strati in aggiunta a quella già esistente; ▶▶ 1 nuova RMN in aggiunta a quella esistente; ▶▶ 6 diagnostiche radiologiche di cui 1 dedicata al PS.

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Š foto: redazione Olona e dintorni


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NICOLA GAGLIARDI

Lo

scultore del

D uomo di Franco Caminiti


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Nicola Gagliardi accanto ad alcune sue opere

Quando, nel ’67, giunsi per la prima volta a Milano e, come tutti i forestieri, rimasi incantato davanti alla maestosità del Duomo, non potevo pensare che tutte quelle statue, posizionate in ardito equilibrio sulla cima delle centinaia di guglie, potessero ‘ammalarsi’. E non ci ho mai pensato nemmeno tutte le volte che, nei decenni, mi sono ritrovato a ripassare davanti al Duomo. Non ci ho pensato specialmente quando, grazie alla ripulitura, tutto è ritornato a splendere di una luce straordinaria e inimmaginabile. Le statue sembravano ‘esseri’ fantastici, immortali, intangibili, a guardia della Milano ‘da bere’, marmoreo contorno alla Madonnina.

Eppure le statue si ‘ammalano’ e si spezzano. Soffrono anch’esse delle aggressioni non solo del tempo e delle intemperie, quanto della modernità; pare, infatti che le piogge acide siano fra le cause principali del degrado del marmo. Non sapevo che il marmo delle statue del Duomo viene da sempre da un’unica cava che si trova a Candoglia, nel comune di Mergozzo, in Val d’Ossola. E che il signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti, concesse, nel 1387, alla Veneranda Fabbrica del Duomo di estrarre il famoso marmo rosa. Concessione che nel 1927, venne confermata da una legge Regionale del Piemonte che attribuisce alla Fab-


brica del Duomo il diritto esclusivo all’utilizzo del famoso marmo. All’epoca di Galeazzo Visconti non era facile estrarre il marmo di Candoglia, ma poi risultava più economico di altri materiali grazie al trasporto relativamente agevole, sulle acque del Ticino e poi dei Navigli che permettevano al marmo di raggiungere la Darsena ed essere scaricato direttamente proprio dietro al cantiere del Duomo. Tra l’altro il Visconti aveva concesso che il marmo utilizzato per il Duomo non pagasse il dazio. E da questa concessione nasce l’espressione ‘ad ufo’, mangiare ad ufo, viaggiare ad ufo, cioè gratis: infatti le imbarcazioni che trasportavano il marmo portavano una scritta “ad usum fabbricae operis” e spesso davano ‘un passaggio’, gratuitamente, a chi doveva recarsi a Milano. Invece le statue, anch’esse, si ammalano e si spezzano, qualche volta per impurità all’interno di esse. E allora che si fa? Le statue si possono riparare, ricostruendone le parti, con altro marmo di Candoglia. Ma se la statua non può più essere riparata? Allora si replica, si scolpisce un’altra statua in tutto simile a quella ‘malata’, ovviamente utilizzando lo stesso marmo. Ma a questo punto, come si suol dire, la domanda sorge spontanea: c’è oggi uno scultore così abile da replicare la maestosità delle statue del Duomo di Milano? Ebbene c’è: si chiama Nicola Gagliardi e, seppure di origini meridionali, è nato e vive a San Vittore Olona, nei pressi del Castello di Legnano. Un uomo semplice, Gagliardi, come tutti i grandi maestri d’arte che mantengono, nella loro essenza di artisti, quell’umiltà, tipica e impareggiabile, degli artigiani che, per loro natura, mettono al primo posto nell’elenco dei loro interessi, il loro lavoro, fatto con le mani e col cuore. Ho visitato il laboratorio del maestro Gagliardi (fare il giornalista concede questi privilegi), e qui potrei riprendere la serie dei ‘non sapevo’ con cui ho esordito in questo

Ceramiche smaltate e cotte a secondo fuoco 1. Impressioni mediterranee 2. Risiera 3. Colline 4. Odisseo 5. Impressioni mediterranee - Mare di Piscinas 6. Colline toscane

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La scultura originale, appoggiata sul blocco di marmo, da cui il maestro Gagliardi ha ricavato la nuova statua


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La statua originale e la replica eseguita dallo scultore con i punti (appuntatura) presi in precedenza come riferimento delle proporzioni

Varie fasi della lavorazione


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La replica dell’ “Angelo con le Sacre Tavole” pronta per essere consegnata alla Fabbrica del Duomo, e l’originale eseguito da Giuseppe Perego


articolo. Ad esempio non sapevo, e non avrei mai immaginato, che il marmo potesse ‘suonare’, al semplice tocco di uno scalpellino di ferro, un suono armonioso, quasi di campana, indescrivibile, quanto lo è stato il mio stupore. E che questo suono, man mano che il marmo invecchia, divenga sempre più cupo, sino a diventare quasi sordo, come la voce dell’essere umano che, invecchiando, perde man mano i toni acuti per fissarsi sui medi e poi, irrimediabilmente, sui bassi. È, anche questa, una testimonianza dell’inesorabile scorrere del tempo, e del fatto che è saggio rassegnarsi alle mutazioni che esso comporta. Mi aggiro fra le sculture del maestro Gagliardi men-

tre lui me le ‘spiega’ con generosa dovizia di particolari: un Re Davide che dopo essere stato rifatto, per un difetto naturale del marmo, si spezza all’altezza dell’anca e che Gagliardi ha dovuto rifare, per la seconda volta, ora è qui il ‘difettoso’, con il suo destino minore e sfortunato giacché le statue del Duomo, non possono essere esposte altrove. E poi cavalli, busti, e sculture con un vago sapore di astratto, ben lontane dall’idea di uno scultore che si immaginerebbe quasi ripiegato su una reinterpretazione neoclassica delle statue, quasi sempre di ispirazione religiosa. Invece no, Gagliardi ‘figlio e nipote d’arte’, giacché ha ereditato dal nonno, disegnatore e scultore, e dal pa-

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Omaggio a Michelangelo Buonarroti, raffigurante la Madonna col bambino e San Giovannino


La scultura del re Davide, dismessa per un cedimento del marmo, e che è stata rifatta per la seconda volta dal maestro Gagliardi. L’opera si trova tuttora nell’atelier dello scultore.

dre, un abile artigiano del marmo, la sua passione, non si ferma a quella che è la sua principale attività ormai da 25 anni, ma spazia fra gli stili ed i materiali, va dal marmo all’alabastro, al bronzo, con quella ‘curiosità’ d’artista che spinge alle sperimentazioni, a mettere alla prova se stesso. Diplomatosi nel 1967 all’Accademia di Brera, Gagliardi non può certo definirsi ‘incompreso’: con le sue oltre 150 mostre collettive e decine di esposizioni personali, una committenza di altissimo livello, una infinità di articoli a lui dedicati, può dirsi soddisfatto della meritata notorietà raggiunta. Ma non si ferma la sua smania di sperimentazione, la sua ricerca della perfezione nel dettaglio, la sua voglia di sapere ed apprendere ancora, quasi ricercasse un linguaggio arcano che gli consentisse un dialogo ancora più profondo, più intimo, con il materiale, quel marmo così freddo e impenetrabile, così duro ed ostile, per chi non gli si accosta con amore. Ecco, in quel suono che ho sentito scaturire dalla statua ormai pronta per essere ri-


messa al suo posto su una delle guglie del Duomo, in quel suono che, se ascoltato col cuore, risulta essere melodioso, c’è una voce che parla attraverso frequenze arcane, che solo il cuore dell’artista può captare e decifrare, e dice parole che solo l’artista può comprendere. Questa che sta appoggiata su un piedistallo di lavoro, affrancata ad un montacarichi, è la 114ma statua che Gagliardi fa per la Veneranda Fabbrica del Duomo; sarà posta lassù, con il fronte rivolto alla città, migliaia, forse milioni di sguardi si poseranno sul candore del suo marmo, pochi si chiederanno quale mano l’ha scolpita; così come guardando il mare o i monti, la perfezione di un fiore o il sorriso di un bambino non volgiamo mai un pensiero al ‘Creatore’ di tanta bellezza. La statua, di un candore abbagliante, risplenderà ancora di più lassù, quando

sarà lasciata al sole accecante, alla mancanza di rispetto di qualche piccione, alla ben più grave aggressione delle piogge acide. Ma tant’è, nulla è eterno fuor che Dio, pure la pietra ha un corso della vita, e constatare che ciò vale anche per le statue sulle guglie milanesi, credetemi, fa sì che il Duomo acquisti quasi un’aria di maggiore familiarità, come quando si apprende che un grand’uomo, un possente gigante, soffre anch’esso dei nostri stessi malanni. Noto che la statua è rifinita in ogni dettaglio anche sul retro e, pensando che tanto se ne vedrà solo il fronte, domando a Gagliardi il perché di questo spreco di fatica e di tempo; lui con un sorriso dalla straordinaria naturalezza mi risponde: “La gente non ne vede il retro, ma Dio lo vede!”.

Scultura omaggio a Canova, realizzata in bronzo e marmo, raffigurante Amore e Psiche

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L’altare maggiore con il polittico del Luini

La città di Legnano è principalmente nota sia a livello locale che in ambito nazionale per la famosa battaglia combattuta dalla Lega Lombarda nel 1176 contro l’invasore Federico Barbarossa e ricordata nel mese di maggio da una serie di eventi di festa e commemorazione che, riportando al Medioevo, culminano nell’importante celebrazione del Palio, con la medievale sfilata delle contrade e la corsa equestre seguite anche dalle reti televisive nazionali. Ma se la città gode in quel mese di una fama e seguito che ne fanno un polo d’eccellenza storica nel territorio della Valle Olona, offre nondimeno un’altra importante occasione di cultura che la può far assurgere a centro di turismo anche negli altri periodi dell’anno. Nell’ampia e luminosa piazza centrale fa infatti bella presenza la bramantesca basilica di San Magno, nella cui cappella centrale è custodito un capolavoro pittorico ricordato anche sui manuali di storia dell’arte e che ogni cultore o professionista del settore ha ben presente per la sua eccelsa qualità: il polittico di Bernardino Luini del 1523 raffigurante la Madonna col Bambino, cinque angeli musicanti e santi.

Il Luini è uno dei più quotati pittori riuniti sotto la denominazione di “leonardeschi” in quanto capaci di portare avanti le più significative innovazioni di Leonardo Da Vinci, combinando i caratteri stilistici tipici della pittura lombarda con gli insegnamenti del maestro toscano in un raffinato discorso di forme, colori ed atmosfere in grado di esprimere spesso una propria autonomia espressiva. In virtù di una tale maestria, Bernardino Luini è considerato uno dei più importanti artisti del Rinascimento italiano, in grado di far maturare le suggestioni pittoriche del secolo in un tessuto formale e cromatico originale e capace di unire la restituzione più veritiera dei soggetti ad un’impareggiabile atmosfera di grazia ed armonia, che non a caso gli valsero la definizione di “Raffaello di Lombardia”. E proprio il polittico legnanese esprime uno dei più alti raggiungimenti del pittore, che lo eseguì nel 1523 nella sua piena maturità artistica, oramai quarantenne, su incarico dei fabbriceri della basilica di San Magno: definita dagli stessi “lucente, eccelsa, egregiamente dipinta”, la pala continua ancora oggi ad affascinarci sia nella sua visione d’insieme che nell’analisi dei particolari, grazie


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Il campanile della basilica


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La facciata della basilica di San Magno

anche ad un eccellente stato di conservazione e ad un approfondito restauro del 2001/2002 che ne ha restituito gli originali, suadenti colori che paiono già quasi aprire alla esplosione cromatica della stagione manierista. Si tratta di un lavoro su tavola che rappresenta la Madonna con il Bambino, circondata da cinque angeli musicanti di squisita fattura e dolcezza e coronata dai santi simboli della Chiesa legnanese ed ambrosiana, ovvero San Magno, Sant’Ambrogio, San Giovanni Battista e San Pietro, ognuno efficacemente rappresentato a livello iconografico dai propri attributi e simboli, quali ad esempio

le chiavi del regno tipiche di San Pietro. Caratteristici i visi “alla Luini”, che superano l’evidente influsso dello sfumato leonardesco in una ben riconoscibile modalità di ritratto anatomico che subito identifica il pittore e lo isola da altri esponenti minori non così abili nell’esprimere una propria unicità. Altrettanto squisita è la resa dei panneggi a livello di esperienza cromatica e materica, così come la restituzione degli strumenti musicali. L’insieme è sormontato da una cornice triangolare con la figura del Padre Eterno che tutto abbraccia ed unifica ed è infine racchiuso inferiormente da una predella con


Alla base della cappella, dedicata ai Santi Patroni, è collocato il reliquiario a urna con reliquia di San Magno (radio del braccio destro)

nove riquadri monocromi raffiguranti altri personaggi sacri e scene della Passione: riispettivamente, da sinistra verso destra, San Luca, Gesù sulla Croce, San Giovanni Evangelista, la Deposizione, la Pietà, la Resurrezione, San Matteo, l’incontro ad Emmaus e San Marco. Il polittico di San Magno si offre in tutto il suo splendore al centro della basilica, impreziosito da una cornice architettonica dorata che contribuisce alla sinfonia di colori pittorici e poetici che la pala offre con generosità da oltre cinquecento anni, divenendo anche un simbolo della storia e della memoria collettiva di Legnano.

Grazie all’elogio e al sostegno di numerosi appassionati, a partire da Federico Borromeo che nel Seicento ben ne percepì l’alto valore artistico oltre che religioso, per arrivare alla legnanese Società Arte Storia che nel 2011 ha realizzato un pregevole DVD in grado di restituire la magia di musica ed arte propria del dipinto, il polittico di Bernardino Luini ha potuto attraversare i secoli pressochè inalterato fino ai giorni nostri: forse proprio in questi tempi inquieti vale la pena riscoprire questo gioiello pittorico ed il suo altissimo messaggio di fede e bellezza.

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A lbairate

Il museo agricolo “Angelo Masperi” di Alfredo Scarpa


foto di Maurizio Bianchi

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Il Naviglio Grande lambisce i confini sud-ovest del territorio di Albairate dividendolo da Abbiategrasso e le sue acque con quelle di alcuni fontanili hanno sempre assicurato una buona irrigazione della campagna favorendo, ancor oggi come nel passato, l’agricoltura. L’agricoltura, fondamenta della società attuale, ha infatti soddisfatto il bisogno di nutrirsi dell’uomo per secoli e secoli. Intorno ad essa si è evoluto negli anni passati un modus vivendi; senza andare troppo indietro nel tempo, basti pensare alle nostre cascine dove vi abitavano numerose famiglie i cui componenti di qualsiasi età e sesso erano dediti al lavoro della terra muniti di rudimentali attrezzi manuali o aiutati da animali per trainare carri e aratri. Con l’avvento della meccanizzazione, la manodopera non è stata più così indispensabile come nel passato e conseguentemente anche i vecchi e cari attrezzi.

Da qui, verso la fine degli anni ottanta, l’allora sindaco e vice sindaco sentirono la necessità di non disperdere questa cultura della civiltà contadina e soprattutto i valori umani e sociali costruiti con essa nel passato e misero a disposizione i locali del vecchio casone della Corte Salcano (una ex cascina della metà del ‘700): istituirono così una prima e semplice ricostruzione di alcuni “momenti” di vita contadina. Con la ristrutturazione dell’adiacente portico ed il conseguente aumento dell’area disponibile, fu possibile ricostruire gli ambienti della vecchia cascina ed allestire una esposizione inerente alla lavorazione agricola grazie soprattutto alla donazione da parte della popolazione albairatese di attrezzi, macchine da lavoro, mobili, suppellettili, biancheria e quant’altro che necessitava: nel 2011, dovendo rifare l’inventario, si sono contati circa 2000 pezzi senza considerare i doppioni.


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Siamo all’ottobre 2003 quando, con una grande cerimonia, fu inaugurato l’attuale Museo Agricolo e si decise di intitolarlo ad Angelo Masperi , ex sindaco che era scomparso qualche mese prima. La gestione del Museo è stata affidata all’associazione di volontariato denominata “Amici del Museo Agricolo” i quali fanno da cicerone, da restauratori, da giardinieri e, su richiesta, partecipano pure a fiere o sagre con attrezzi agricoli e trattori d’epoca. Passiamo quindi ad una virtuale visita del museo e qui, oltre alle spiegazioni date dai vari leggii, potrebbe essere utile il volume della Guida del Museo che al suo interno offre in dettaglio le funzioni dei vari pezzi esposti assieme a degli spaccati di storia e di vita albairatese. Iniziamo quindi entrando dall’ingresso principale che ci porta nella stàla, dove si possono vedere la mucca, il vitello ed il maiale e l’attiguo portichetto con seghe e picconi; poi si passa alla cà dove al centro troneggia il grande tavolo, un buffet contro una parete e, su un’altra, appese varie pentole e padelle in rame. La stànsa è il successivo ambiente con il letto matrimoniale ed il singolo, il piccolo armadio, il comò e vari accessori; successivamente si passa alla casàscia con il mastello e l’asse da lavare, vari oggetti tra cui tritacarne e spremi pomodoro ed, in un angolo, tutti gli attrezzi usati dal norcino per fare i salami. La casèra con tutte le attrezzature per la lavorazione del latte, la stagionadura con una rivettatrice e le varie provette per il controllo del latte ed altro, fanno da passaggio per poter infine entrare nell’ambiente dei lavori autonomi dove si possono ammirare una serie di attrezzature adoperate da diversi artigiani: il banco del falegname, del sellaio, dello stagnino, del calzolaio, dello zoccolaio, gli attrezzi dell’arrotino, del fabbro, del maniscalco, del sarto, dell’imbianchino e del muratore. Avendo terminato la visita dei vari locali, bisogna ritornare all’inizio, cioè alla stàla, e procedere nel senso opposto per entrare nell’ambiente agricolo: all’inizio, nel lungo e stretto locale, troviamo sulla sinistra gli orologi solari ideati e creati da un volontario del museo e, sulla destra, la prima isola (insieme di oggetti attinenti ad una preordinata fase di lavorazione) dedicata alla aratura, poi la seconda alla semina, indi la terza al foraggio ed all’irrigazione. Proseguendo sempre in questo locale abbiamo sulla sinistra l’isola della pesatura, dei trinciaforaggi, della pulitura e sgranatura, ed infine il mulino mentre, sul lato opposto, vari tipi di carri adibiti a diversi trasporti , due trattori (Landini Velite del ’38 e Orsi O-35 del ’58) e la trebbiatrice Marinoni del ’20. Per uscire si passa dall’ufficio dove anche qui ci sono due teche contenenti i giochi di un tempo e l’ esposizione, sul sopralzo, di oltre un centinaio di statue in legno scolpite da un contadino albairatese di nome Luigi Fasani. Indi si esce e si visita la cantina con botti, torchio ed altro; a sua volta la giassera dove venivano conservati gli alimenti deperibili e soprattutto il burro e l’ex orto botanico ora diventato parco. Il museo è visitato tutti gli anni da numerose scolaresche che giungono da diverse zone della Lombardia e da gruppi di turisti di diverse nazionalità (pure giapponesi). Il museo fa parte dell’itinerario turistico proposto dal Consorzio dei Navigli e, da un paio di anni, pure dal F.A.I.

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L’articoloinfondo di Franco Caminiti

Riprendiamoci l’onore

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La mafia ci danneggia in molte cose, dalla tranquillità d’impresa, al danno d’immagine, e sembrerebbe quasi fuori luogo, e a qualcuno suonerà forse banale, dire che ci ruba ‘le parole’; eppure, se ci pensiamo bene, il danno comincia proprio da lì, dalle parole, quelle che esprimono i concetti più alti. La mafia si è appropriata di parole come ‘famiglia’ ‘amici’ ‘fedeltà’ ‘rispetto’ ‘onore’. Chi se la sente oggi, in Italia, di dire: ‘Io sono un uomo d’onore’? Varrebbe come una chiara ammissione di appartenenza ad una associazione mafiosa. Eppure la parola onore è forse la più bella ed alta, la più carica di significati se pensiamo a nobiltà d’animo e di gesti, di intendimenti e di azioni. Ed all’estero, fortunatamente, è ancora così, la parola onore ha un senso, incute rispetto, stimola fiducia, nei rapporti personali e d’affari, nella politica come nelle transazioni. Quell’onore che si difendeva a qualunque costo, e che si esprimeva, a volte, con una semplice stretta di mano. Inimmaginabile oggi in Italia sancire un accordo sulla parola, si può, certo, ma che valore avrebbe? La ‘parola d’onore’, termine ormai in disuso, privo di peso, non comporta nessun impegno preciso per chi ha ancora l’ardire fuori moda di darla. Una volta l’espressione ‘ti do la mia parola’ voleva dire un impegno al di sopra di ogni contratto, un impegno d’onore ancora più integrale che lo stesso atto notarile. I nostri nonni dicevano ‘un contratto si può strappare ma la parola d’uomo no!’ L’onore! Il dizionario Zingarelli ne dà questa bellissima definizione: “Onore s.m. integrità di costumi, costante rispetto e pratica dei principi morali propri di una comunità, su cui si fonda la pubblica stima…” e tra gli esempi dei vari significati della parola dice: “Giurare, garantire sul proprio onore, dandolo come garanzia assoluta di quanto si promette o si afferma.” Ricordo che da ragazzo, un amico che ne sapeva più di me perché più di me frequentava saggi pastori, e che 40 anni dopo ha ancora da insegnarmi, mi fece una domanda di quelle che diventano poi i cardini della vita. Mi disse: “Secondo te, quanto pesa l’onore di un uomo?” Ed io, allora, cominciai a pensare in unità di misura: un quintale, una tonnellata, mille tonnellate… Ma lui mi spiegò:

“L’onore di un uomo pesa quanto una piuma d’uccello, è per questo che basta un soffio di vento per farlo volar via. Così l’uomo resta senza onore. Ed allora cosa fa? Deve radunare il suo coraggio, la sua onestà, e volare, volare, sino a trovare il luogo dove si è posato il suo onore, e riprenderselo, riconquistarselo”. Credo che questo sia oggi il principale problema degli italiani, riconquistare l’onore! Il nostro onore individuale e di Paese, di cittadini e di cultura, il nostro onore vilipeso e calpestato, deriso, ridicolizzato, da noi stessi, ancor prima che da politici inetti e corrotti, privi di ogni senso di moralità e di etica. Perché il problema è che gli altri possono toglierci il nostro onore, ma non possono ridarcelo. Come persone e come popolo solo noi possiamo riconquistare l’onore perduto e riappropriarci di tutto ciò che ne consegue: rispetto, credibilità, affidabilità, stima, fiducia, e quelle certezze che oggi mancano nella società perché mancano dentro di noi, perché dentro di noi manchiamo ‘noi’. Perché non siamo più degni del nostro stesso rispetto, perché (chi è senza peccato scagli, dunque, il primo sasso): dov’è l’integrità dei costumi, dov’è il rispetto dei principi morali? Di cosa stiamo parlando? Quando sento dire che un popolo ha i politici che si merita non sono d’accordo col senso letterale della frase, ma, in fondo, condivido il senso traslato: i nostri politici sono estrapolazione rappresentativa del nostro popolo e, in quanto tali, ne rappresentano tutti gli aspetti più gretti. Essi sono la punta dell’iceberg, quella punta che squarcia il fianco del Titanic e ne causa l’affondamento. I nostri politici rappresentano la sublimazione della nostra più evidente ‘qualità’: la furbizia. E poi sono l’espressione di una scuola che dà una preparazione approssimativa, di un diritto che si esprime attraverso una giustizia lenta e ingiusta, di una cupidigia esasperata e dilagante che a volte trova soddisfazione altre volte resta mera ambizione, di una disonestà intellettuale che pervade ogni livello della nostra vita civile, dei nostri rapporti interpersonali e sociali. Come se ne esce, allora? Non speriamo che la soluzione scenda dall’alto. L’atte-


sa di un politico onesto che dia l’esempio, di un politico ‘d’onore’ che spinga ad uno scatto d’orgoglio, questa attesa è rimasta delusa ormai da decenni. Il riscatto salirà dal basso. Scaturirà da ogni individuale coscienza. La città sarà pulita quando ognuno spazzerà davanti al proprio uscio. Dov’è il nostro onore? Chiediamocelo. Il nostro onore! leggero come una piuma d’uccello è volato via. Ed allora cerchiamolo, riprendiamocelo. Guardiamoci dentro, troviamo il coraggio di rimproverare a noi stessi tutti quei piccoli momenti di furbizia che ci hanno fatto sentire superiori agli altri; che forse ci hanno fatto uscire vincenti dalle piccole e futili battaglie quotidiane; riscopriamo la gioia che dà l’aver riconosciuto il diritto degli altri ancor prima che aver affermato il nostro; di aver riconosciuto e onorato i nostri impegni, piuttosto che trascurarli, rimandarli o addirittura negarli. Scopriamo la serenità di aver ripristinato dentro di noi il senso ‘alto’ di giustizia, l’affermazione del diritto, il rispetto delle libertà altrui da cui nasce il rispetto corale della nostra libertà.

Non so dove condurranno il nostro Paese ed il nostro popolo questioni di portata non circoscrivibile come lo spread o il Nuovo Ordine Mondiale, istituzioni europee di cui si sa poco o niente, enti sovranazionali avulsi da ogni regolamentazione e gestiti da personaggi sconosciuti che rispondono solo a loro stessi; non so dove ci porteranno gli equilibri sempre più instabili in uno scacchiere internazionale in continuo fermento; non so se andando in vacanza ad Atene in un prossimo futuro pagheremo ancora il caffè in euro, oppure lo pagheremo in lire e ci sarà dato il resto in dracme; di una cosa sono certo: sopravviveremo se sapremo ritrovare noi stessi, l’essenza più autentica della nostra coscienza, l’umiltà che spiana la strada all’orgoglio di un popolo, l’impegno e il merito che ci fa sentire degni dei nostri antenati, quell’onestà che ci farà rialzare la testa e guardare fieri al nostro futuro. In una parola: sopravviveremo, e saremo degni di un nuovo ‘Risorgimento’, se sapremo ritrovare il nostro onore!

Potete esprimere la vostra opinione su “L’articolo in fondo” scrivendo a Franco Caminiti: olonaedintorni@gmail.com

El duelo o enfrentamiento entre caballeros por una cuestión de honor Duello per questioni d’onore tra gentiluomini in un dipinto di fine ottocento

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