Olona e dintorni

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Olona e dintorni - anno 1 - numero 1 - Maggio 2012 - Real Arti Lego Editore - â‚Ź 2,50

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rivista dell’eccellenza della valle olona


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‘maestri di vita’ non fanno distinzione tra il lavoro ed il tempo libero, ma semplicemente e tenacemente perseguono una loro visione d’eccellenza, qualsiasi cosa stiano facendo. Con noncuranza, lasciano che siano gli altri a decidere se stanno lavorando, o semplicemente divertendosi.


In copertina, la costruzione che protegge la sorgente del fiume Olona in localitĂ La Rasa di Varese. (foto di Armando Bottelli)

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Tutti i diritti sono riservati. Ăˆ vietata la riproduzione non autorizzata, anche parziale, di testi e fotografie. Foto e materiali ricevuti non verranno restituiti.


olonaedintorni@gmail.com

Anno 1 n.1 Maggio 2012

Direttore responsabile

Franco Caminiti Vicedirettore

Raimondo Sabatino Responsabile redazione

Elena Capano Progetto grafico

Andrea Poles Fotografia

Armando Bottelli Raimondo Sabatino Testi

Giacomo Agrati - Franco Caminiti Carlo Gatti - Luigi Marinoni Marco Mazzuccato - Fulvio Miscione Franco Negri - Walter Porcelli Cristina Zocca Sales advertising

Davide Caminiti

Edizioni e stampa

REAL ARTI-LEGO sas via Pablo Picasso, 21 – 20011 Corbetta (MI) Italy Tel. +39 (0)297211221 - Fax +39 (0)297211280 www.ilguado.it - e-mail: olonaedintorni@gmail.com In attesa di registrazione al Tribunale di Milano Le immagini di cui non viene citato l’autore sono state fornite dalle aziende o scaricate dal web non coperte da copyright


Dopo il grande successo ottenuto con la rivista ‘Pleasure of luxury’, che tratta di eccellenza e di bellezza italiana e internazionale, sono stato stimolato a dar vita ad una nuova rivista, che avesse le stesse caratteristiche di qualità, sia nei contenuti che nella veste grafica, e che si occupasse del territorio della Valle Olona e zone limitrofe:

l’ho chiamata ‘Olona e dintorni’. Spero vivamente che anche questa nuova esperienza editoriale e giornalistica risulti piacevole e di vostro gradimento, e susciti lo stesso entusiasmo di ‘Pleasure of luxury’. Con affetto: grazie! Raimondo Sabatino editore


La nota del direttore

Cari lettori, sono fiero ed onorato, di presentarvi ‘Olona e dintorni’, una nuova rivista che, nella sua impostazione e nei suoi obiettivi, oserei definire ‘unica’ nel territorio. Non un nuovo giornale che si ponga in concorrenza con la stampa locale, tutt’altro, ci auguriamo di trovare nei colleghi delle testate che egregiamente operano sul territorio incoraggiamento, sostegno e, magari, collaborazione. ‘Olona e dintorni’, vuole essere una vetrina, sobria ed elegante, di tutto ciò che meglio esprime le eccellenze del territorio che va da Varese a Milano, quel territorio che viene definito ‘Valle Olona’ e che, discendendo, prende il nome di Altomilanese, anche qui comprendendo, per la maggior parte, Comuni che gravitano sul fiume, che ne sono attraversati, o che si sviluppano nelle sue immediate vicinanze, nei ‘dintorni’, appunto. L’Olona, quindi, come ‘pretesto’, verrebbe da supporre, ma ciò sarebbe riduttivo per un corso d’acqua che è da noi inteso, invece, come ‘protagonista’ di questo progetto editoriale. Perché l’Olona è parte integrante della vita sociale ed economica di questo territorio, ha creato le premesse per i suoi insediamenti in epoche remote, e per il suo sviluppo economico in decenni più recenti. Bisogna conoscerne bene la storia per rendersi conto che l’Olona è molto di più che un corso d’acqua giudicabile di ‘secondaria importanza’ al confronto con i ben più noti Po e Ticino; ebbene: noi racconteremo questa storia, affinché i nostri giovani prendano coscienza di quanto un fiume possa determinare l’esistenza dei popoli che gravitano attorno al suo alveo. Ma, più che la storia, vogliamo raccontare il presente di ciò che si sviluppa attorno al fiume, in termini di operatività, di vita sociale, di progetti, di speranze che diventano opportunità per il futuro. Lasceremo, quindi, che di cronaca e di politica con-

tinuino ad occuparsi i colleghi delle testate locali, che lo fanno con professionalità e passione, noi cercheremo con altrettanta passione di mettere in risalto gli aspetti positivi e qualificanti di un territorio fra i più prosperi d’Europa, che va man mano scoprendo una vocazione turistica che ben si coniuga con un inedito rispetto per l’ambiente, e che, in un periodo di diffuso declino industriale, conserva ancora importanti primati di imprenditorialità ed esprime eccellenze che ci fanno onore nel mondo. ‘Olona e dintorni’ sarà, quindi, un osservatorio e una vetrina per tutto ciò che emerge, per merito e qualità, nei più svariati settori: dal Made in Italy alla cultura, dall’imprenditoria all’arte, dall’artigianato alle idee. Ringrazio Fulvio Miscione, presidente del Consorzio Fiume Olona per la sua collaborazione; ringrazio i Comuni che hanno già concesso il loro patrocinio e quelli che lo faranno in futuro, i quali con le loro segnalazioni ci aiuteranno nella nostra ricerca di argomenti; ringrazio gli sponsor che sono il sostegno principale di una testata libera ed autonoma; ma in modo particolare ringrazio i lettori che vorranno esprimerci, di volta in volta, le loro critiche costruttive o il loro sincero apprezzamento. ‘Olona e dintorni’ è una rivista aperta ai suggerimenti migliorativi di tutti, ed a tutti i lettori chiediamo di segnalare le espressioni di eccellenza che avranno man mano modo di conoscere. Concludendo, tengo a sottolineare che ‘Olona e dintorni’ è una magazine ‘libero’, senza ‘padroni’, che riconosce e rispetta due soli orientamenti ideologici come imprescindibili ‘linee guida’: l’onestà intellettuale e la libertà. Questi princìpi sono come due ali, vigorose e schiette, con le quali, senza timore, siamo certi si può affrontare qualsiasi volo. Franco Caminiti direttore responsabile


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‘Olona e dintorni’ è un progetto editoriale che, ovviamente, nasce attorno al fiume Olona; un fiume poco noto, e per quel poco, purtroppo in senso negativo, addirittura considerato, sino a qualche decennio fa, uno dei fiumi più inquinati del mondo. Ma se, come abbiamo studiato da ragazzi, l’Egitto è un dono del Nilo, potremmo dire ugualmente che la Valle Olona è un dono di questo piccolo, quanto straordinario, fiume. Abbiamo, quindi, ritenuto giusto, ed interessante per i nostri lettori, aprire questa rivista raccontando la storia del fiume sin dalle origini, affinché si sappia cosa l’Olona ha rappresentato per il territorio e per le comunità che attorno alle sue rive si sono andate sviluppando.

Abbiamo scelto di farlo con un testo dello scrittore e storico Giacomo Agrati, che del fiume Olona e del suo territorio è grande studioso e conoscitore. Il testo, per forza di cose, è lungo, per cui sarà diviso in più numeri della rivista, ma siamo certi che i lettori troveranno interessante questa narrazione del loro fiume, e in tanti si renderanno conto di non conoscerlo abbastanza, anzi di non aver mai neppure immaginato che questo piccolo grande fiume abbia potuto giocare un ruolo così importante per la vita della Valle. F. Caminiti


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Olona Il piccolo grande fiume

foto di Armando Bottelli

raccontato da Giacomo Agrati


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Il percorso Il ramo principale dell’Olona inizia nel territorio della Rasa, un piccolo agglomerato situato nella valle esistente fra il gruppo del Campo dei Fiori - Sacro Monte e la piccola catena montana che la separa dalla Valganna, alla quota di metri 548, poco sotto al Passo della Motta Rossa, che si trova a quota 565 e che funziona da spartiacque tra la valle del Brinzio e la Valle Olona. In quel punto convergono le acque di altre sorgenti tre delle quali, di maggior

rilevanza, che provengono dai monti vicini. L’Olona, dopo aver attraversato in direzione pressoché longitudinale il pedemonte e la pianura lombarda per circa 120 chilometri, lambendo anche la città di Milano, si getta nel Po a circa una ventina di chilometri a sud-est di Pavia e precisamente nel territorio del comune di San Zenone Po. Parte del suo corso risulta artificiale ed è il risultato di lavori di canalizzazioni compiuti nel corso dei secoli.


L’Olona nasce nel territorio della Rasa, fra il gruppo del Campo dei Fiori Sacro Monte e la piccola catena montana che la separa dalla Valganna

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Una splendida veduta del Sacro Monte di Varese

In modo particolare la deviazione verso Milano, fu realizzata per ragioni di difesa militare dei suoi bastioni e per esigenze di navigazioni ricollegabili ai rifornimenti della città, in modo particolare per il materiale da costruzione come ghiaia e sabbia. Le varianti del percorso originario interessano soltanto il tratto di pianura e non quello che si snoda nel solco vallivo, stretto e profondo, nell’alta valle dell’Olona. La portata media del fiume, alimentato da un

bacino imbrifero di circa trecento chilometri quadrati, è abbastanza modesta, ma vi si accompagna una notevole attività torrentizia per cui le sua acque sono continue anche se nella stagione estiva può accadere di avere dei periodi di magra.


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Protetta da questa caratteristica costruzione in pietra, a pochi metri di profondità , sgorga la Sorgente dell’Olona


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Partendo dall’alto: l’Olona alla Rasa il fiore “Dente di cane” la prima cascatella


Chiesa di Santa Maria foris portas (foto di Armando Bottelli)

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Gli stanziamenti

Le popolazioni antiche, nella ricerca di un ambiente che consentisse loro una sopravvivenza migliore, erano soliti scegliere luoghi con acque abbondanti e con la possibilità di pescare e di cacciare. La Valle Olona consentiva tutto ciò, al punto da diventare luogo di riferimento per le popolazioni nomadi che, provenendo dal nord Europa, si avventuravano nella nostra penisola alla ricerca di una sistemazione più confortevole con un clima mite e con un terreno adatto allo sfruttamento delle risorse naturali. Le acque dell’Olona con la possibilità di pesca dal fiume, e quella di caccia nei fitti boschi e foreste che la coprivano, favorirono lo stanziamento di quelle genti. La prova di quegli antichi insediamenti sono rappresentate dai numerosi reperti ritrovati lungo il corso del fiume. Infatti a partire dal ponte di Vedano, sino a Milano, si sono avuti

ritrovamenti di punte di frecce di amigdale e reperti che documentano la vita primitiva. Quello più importante è avvenuto nell’attuale territorio del comune di Canegrate, La cultura di Canegrate fu una civiltà dell’Italia preistorica che si sviluppò nell’Età del bronzo (XIII secolo a. C.) fino ad arrivare all’Età del ferro, nella pianura padana in Lombardia occidentale, Piemonte e nel Canton Ticino prendendo la denominazione di Canegrate dove, nel 1926, presso il rione di Santa Colomba furono ritrovate circa cinquanta tombe con ceramiche e oggetti metallici. Quelle antiche popolazioni, probabilmente celtiche, provenienti dal nord delle Alpi, oltrepassati i valichi alpini si infiltrarono e si stabilirono nell’area padana occidentale. Portatori di una nuova ideologia funeraria soppiantarono il vecchio culto dell’inumazione introducendo quello del-


Vaso ad anatrelle, tomba X di Albate, fine VI inizio V sec. a.C.

Urna e spada Moncucco

la cremazione. La popolazione di Canegrate si mantenne omogenea per circa un secolo per poi fondersi con le popolazioni indigene liguri dando origine, con questa unione, ad una nuova fase chiamata ‘cultura di Golasecca’. Poi, quei primi abitatori provenienti dal centro Europa, vista l’amenità dei luoghi, il clima mite e le possibilità che la natura offriva loro per sopravvivere, formarono degli stanziamenti definitivi. Con la coltivazione della terra ed il disboscamento di ampie zone vennero create delle ampie radure adatte all’allevamento del bestiame e di animali usati per il sostegno del lavoro umano. Utilizzando massi, ciottoli e sabbia, di cui la zona era ricca, vennero costruite abitazioni, ricoveri e sistemi di difesa. In seguito

fu realizzata una intricata rete di sentieri per collegare fra di loro i villaggi e furono sviluppati i trasporti con l’ausilio degli animali. Il miglioramento dei transiti stradali portò a un’evoluzione della società e allo scambio delle tecniche di costruzione di ciò che serviva alla vita domestica. Così, oltre al miglioramento delle condizioni di vita umana, si aggiunsero altre conoscenze come quelle relative all’utilizzo delle acque non solo per uso personale, ma anche per lo sviluppo di altre attività come l’irrigazione dei prati, la formazione di peschiere e fabbriche per produrre mattoni e tegole.

Costumi celti in una recente ricostruzione storica a Milano

Camillo Procaccini - Ambrogio ferma Teodosio

(http://doveviaggi.corriere.it)

(http://museicivici.comune.como.it)

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(Foto di Giovanni Dall’Orto)


C islago

Un itinerario turistico dell’Italia minore di Walter Porcelli

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Castello Visconti Castelbarco (XVII sec). Sui ruderi del vecchio castello medioevale abbattuto dai Lanzichenecchi si ricostruì nel 1620, in stile barocco, un palazzo signorile dalle forme più consone a una residenza di campagna. Il castello ha pianta rettangolare con due importanti torri a merlatura ghibellina a ricordo dell’ antico potere militare che esercitava; mentre sul lato opposto la struttura diventa villa di campagna e si apre sul grande cortile d’onore. Intorno il grande giardino chiuso da murature e da un’artistica cancellata in ferro battuto del XVIII sec. Attorno al castello sorgono le vecchie corti rurali che recano ancora lo stemma in pietra dei Visconti. Il castello è tuttora abitato dai conti Castelbarco che succedettero ai Visconti. S. Maria della Neve (XV sec) in località S. Maria Inziata – santuario restaurato dalla Pro Loco, ricco di affreschi devozionali. Le prime fonti ne citano l’esistenza già nel 1256 come col nome di S. Maria del Siate. L’altare ligneo barocco presenta la rara immagine della Madonna del Parto. La festa della Madonna della Neve, patrona delle chiesa, si celebra la prima domenica di agosto.

È noto che secondo le fonti dell’UNESCO l’Italia detiene una quota assai consistente di tutto quello che si definisce patrimonio culturale dell’umanità; le percentuali variano a seconda delle fonti consultate, ma si può considerare che una quota superiore al 30% sia assai vicina alla realtà. La storia e l’arte hanno impregnato talmente il nostro territorio che non esiste angolo del nostro paese che non conservi qualche elemento che ci parli della nostra civiltà millenaria. Infatti c’è un’Italia “minore” per consistenza dei suoi monumenti e delle sue opere d’arte, ma non certo per bellezza del suo patrimonio, che noi italiani e tutti gli estimatori del nostro paese possiamo scoprire e valorizzare. Cislago è uno dei tanti comuni della provincia di Varese, il suo territorio, non particolarmente esteso, difatti supera di poco i dieci chilometri quadrati, contiene però un discreto repertorio di monumenti, opere d’arte sia sacre che profane, aree boschive e naturalistiche che ne fanno

un tassello composito e sicuramente degno di interesse di questa parte del territorio lombardo. La presenza del castello, prima di proprietà dei Visconti, successivamente passato ai conti Castelbarco, che ancora lo abitano, evidenzia un polo storico-architettonico di grande valore monumentale. Anche il patrimonio di edifici religiosi e decorazioni sacre trova a Cislago un nutrito numero di esempi di sicuro interesse: dalla cappella dell’Annunciata, tardo gotica, alla preziosissima perla della chiesa campestre di S. Maria Inziata, restaurata di recente con i suoi ritrovamenti di insospettata bellezza decorativa, alla piccola edicola della Madonna dell’aiuto, non ultima la parrocchiale dell’Assunta, il tutto contornato da zone di bosco e campagna che compendiano come cornice naturalistica un abitato che ha saputo mantenere intatta la sua dignità urbanistica. Cislago merita davvero una visita non distratta e frettolosa, ma ponderata e capace di svelare per intero tutte le sue bellezze.

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Chiesa parrocchiale S. Maria Assunta (XVII sec) Ricostruita nel 1608 e ampliata nel 1931 presenta notevoli affreschi del 1642 ad opera di Giovan Francesco Lampugnani ed enormi tele di pregevole fattura. Dell’epoca antica è il dipinto trecentesco della Veronica; un antico dipinto quattrocentesco di Madonna con bambino e sull’architrave della porticina del campanile è presente scolpita su una pietra la data 1492. Dietro l’altare maggiore è visibile l’imponente organo seicentesco con un prospetto di 29 canne suddivise in 5 campate a

cuspide inserito in una cassa ottocentesca con splendidi lavori d’intaglio e statue di angeli musicanti che esaltano la Madonna Assunta patrona della chiesa. Compatrono è il martire Abbondanzio il cui corpo santo venne estratto nelle catacombe di Roma e arrivò a Cislago come reliquia personale dei Visconti che in seguito lo donarono alla parrocchia. Il suo corpo è conservato in un’artistica urna di fine ottocento. Il giorno della sua festa che si celebra il Lunedì in Albis si esegue l’antico rito dell’incendio del pallone di ovatta da cui si traevano gli auspici per il raccolto.


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Cislago - grandangolo su Piazza Enrico Toti


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Casa del Beato Luigi Monza – tipico cortile lombardo ottocentesco.

Luigi Monza nasce a Cislago il 22 giugno 1898 da famiglia contadina. Entra in seminario a 18 anni dopo aver conosciuto la fatica del lavoro dei campi, le veglie nella notte per proseguire gli studi e la lotta per la sopravvivenza quotidiana della povera gente. Viene ordinato sacerdote il 19 settembre 1925. Il suo primo impegno pastorale è tra i giovani della parrocchia di Vedano Olona. L’inizio della sua vita sacerdotale viene contrassegnato da prove di ogni genere fino all’ingiustizia del carcere sotto il regime fascista. Nel 1929 è al santuario di Saronno dove è animatore di numerose iniziative giovanili. Nel 1936 viene nominato parroco di San Giovanni di Lecco. Nel 1937 trova la strada che il Signore aveva deciso per lui e crea l’Istituto Secolare delle “Piccole Apostole della Carità” e, in seguito, l’Associazione ‘La nostra famiglia’, presente oggi in 8 regioni ita-

liane e in 4 Paesi del mondo. Muore il 29 settembre 1954. Il 30 aprile 2006 in Duomo a Milano viene proclamato Beato.

Tutelare la dignità e migliorare la qualità della vita - attraverso specifici interventi di riabilitazione - delle persone con disabilità, specie in età evolutiva.


eventi attivitĂ ed

dei Comuni

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Una scuola nel rispetto dell’ambiente di Carlo Gatti


Progettati con l’obiettivo di risolvere il problema della carenza e adeguatezza degli spazi esistenti sul territorio, la nuova scuola materna e l’asilo nido di Gorla Minore formano una struttura in grado di ospitare circa trecento bambini su una superficie coperta di 2300 mq. I principali obiettivi che ci si è posti nella realizzazione della scuola sono stati: ▶▶ creare un edificio scolastico con dimensioni proporzionate alla previsione di crescita demografica; ▶▶ limitare l’impatto visivo della struttura per preservare le valenze paesistiche; ▶▶ realizzare un edificio a basso impatto ambientale, utilizzando materiali rinnovabili e tecnologie adatte a garantire nulle emissioni in atmosfera di gas, un ridotto consumo energetico e un elevato comfort dei fruitori; ▶▶ creare una coscienza ecologica nei bambini e nei cittadini relativamente all’aspetto delle costruzioni attraverso la dimostrazione delle qualità di edifici a basso impatto ambientale.


La scuola materna è collocata in posizione centrale nelle immediate vicinanze del parco storico di Villa Durini, sede della Scuola Elementare, nel contesto di una zona esclusivamente residenziale, si affaccia su un ampio spazio verde piantumato. L’area è collocata nell’ambito di un Piano di Intervento Integrato, che ha previsito tra l’altro la realizzazione della nuova strada a nord del lotto, di un parcheggio a diretto servizio della scuola, oltre che di marciapiedi e piste ciclabili. La progettazione architettonica è del sottoscritto, Responsabile del servizio Lavori Pubblici del Comune di Gorla Minore. La scuola materna ha una superficie di 1920 mq e si caratterizza di 9 sezioni di 56 mq, ognuna delle quali potrà ospitare 25 bambini, massimo affollamento previsto dalla legge. Ciascuna aula è collocata a sud-est ed è caratterizzata da un’ampia vetrata, schermata da una pensilina


esterna che crea un percorso ombreggiato da est ad ovest. Ogni sezione, inoltre, è caratterizzata da uno spazio per le attività a tavolino ed uno per quelle speciali, divisibili con delle pareti mobili. Oltre a questi spazi, per le attività speciali sono state previste due aule che necessitano di materiali o superfici particolari, una utilizzabile come laboratorio (pittura, modellazione, ecc.), e l’altra adibita alla pulizia dei bambini con docce. I locali destinati ai lavabi e ai servizi igienici sono tre, tutti caratterizzati da una diversa scelta cromatica dei rivestiementi, dislocati a servizio di massimo tre aule, per un totale di 152 mq. Sono stati realizzati inoltre altri due locali per il personale addetto alla mensa e per gli insegnanti. Gli spazi per la mensa, per la direzione e per gli insegnanti, meno utilizzati, sono posizionati a nord, allo scopo di costituire filtro termico per le aule. Questi locali prendono luce ed aria anche dai patii verdi collocati all’interno dell’edificio. La cucina, concepita come locale di preparazione e porzionatura dei cibi, prevede spazi per i carrelli termici, per lo stoccaggio delle bevande oltre che per il lavaggio dei contenitori. L’asilo nido, con ingresso indipendente, ha una superficie di 380 mq ed è costituito da un’aula unica di 125 mq, orientata a sud-ovest, a cui è annesso un giardino d’inverno, che funziona come captatore misto delle radiazioni solari, mitigando il microclima interno nel periodo invernale. A nord ed ovest sono poi collocati i servizi, gli spazi per la direzione e per le maestre, e uno piccolo spazio per riscaldare i cibi, mentre la cucina è utilizzabile in comune con la scuola materna. 28

La forma e l’esposizione dell’edificio sono il risultato dell’ottimizazione del “rapporto di forma”, vale a dire tra la superficie utile e il volume della costruzione, così da ridurre notevolmente la dipersione di calore. I giardini interni foniscono illuminazione, ventilazione e aereazione naturale agli ambienti, e percettivamnte costituisco un’estensione degli spazi adiacenti. La struttura portante è realizzata interamente in legno. La struttura di pareti e tetto è costituita da pannelli prefabbricati in multistrato di abete rosso. I solai hanno lunghezza sufficiente per coprire la luce


di un’aula (7.60 mt). Le pareti divisorie sono isolate acusticamente sui due lati con pannelli di lana di roccia e doppio strato di cartongesso. I pannelli della copertura, nelle aule, e nel corridoio, sono piallati per essere lasciati a vista. Le pareti esterne sono altresì isolate termicamente con pannelli in fibra di legno da 120 mm, lato esterno, e lana di roccia e cartongesso (interno). Il rivestimento esterno è in doghe di abete lasciate a vista senza impregnante (termowood). L’isolamento della struttura è dato inoltre dalle proprietà stesse del legno oltre che dai 160 mm di pannelli in fibra minerale utilizzati in copertura. Tutte le superfici trasparenti sono basso emissive. L’esterno si contraddistingue inoltre sui lati sud ed ovest per l’amplio porticato, sempre rivestito in legno, sovrastato da un frangisole a lamelle orientate obliquamente, strutturate in modo da lasciar penetrare i raggi solari nelle aule durante i mesi invernali ed ombreggiare durante la stagione estiva (da aprile a settembre). Il riscaldamento degli ambienti è assicurato da pannelli radianti a pavimento alimentati tramite una pompa di calore che sfrutta l’acqua di un pozzo di prima falda. Oltre alla geotermia, il sistema utilizza per il riscaldamento dell’acqua per uso sanitario i collettori solari posti in copertura. L’energia elettrica necessaria al funzionamento del sistema è garantita da 33 kW forniti dai pannelli fotovoltaici policristallini posizionati in copertura con un’inclinazione di circa 43° rispetto al piano orizzontale. La produzione attesa è di circa 40.000 Kwh anno, in grado di coprire circa l’80% del fabbisogno termico dell’edificio, ovvero il 50% del totale dei consumi elettrici. Tuttavia con l’incentivo previsto dalla legge per l’energia pulita, dal punto di vista del bilancio economico, l’intervento dovrebbe dare un attivo di circa 8/9.000 €/anno. Parte dell’acqua utilizzata per la pompa di calore viene accumulata in una cisterna per l’irrigazione dei prati. Per ridurre il consumo energetico si sono utilizzati sistemi illuminanti dotati di dimmer che regolano la luminosità in base a quella che giunge per via naturale dalle ampie vetrate e dai pozzi luce. Il ricambio d’aria degli ambienti ed il controllo dell’umidità relativa è assicurato da un’UTA (Unità Trattamento Aria) posta in copertura. Le sonde di CO2 regolano le mandate dell’aria secondo le percentuiali registrate al fine di garantire costantemente la qualità dell’aria respirata. Quanto sopra fa sì che questo edificio rientri nella classe energetica A+, con un fabbisogno di 2.97 kWh/mq anno. Gli spazi esterni di pertinenza della scuola materna ed asilo si sviluppano prevalentemente sul lato sud per una superficie di circa 7000 mq, lasciata interamente a verde con l’inserimento di spazi per attività ludiche ricreative e didattiche. La ratio profonda di questa costruzione è stata quella di inserire in un ambiente accogliente e il più possibile naturale i bambini in modo tale che essi, fin dalla loro infanzia, non solo possano godere di tutti i benefici ambientali, ma anche possano essere educati alla naturalità.


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A rluno Fontana della Luna

di Cristina Zocca


tata da un bordo alto 50 centimetri, finito superiormente con una larga lastra di pietra chiara, con il bordo arrotondato, che funge anche da sedile. Su di esso sono poste otto sfere più piccole, in corrispondenza dei punti cardinali della rosa dei venti, sottolineati da una raggiera di diverso colore sul pavimento della vasca. Sono le otto lune del lunario mensile, rappresentate con i colori canonici della pagina del calendario: marmo bianco per la luna piena e marmo nero per la luna nuova, metà e quarti bianchi e neri per le fasi intermedie, con la “gobba” a levante o a ponente, se calante o crescente, come ricordato dal detto popolare. Sul bordo della vasca, attorno alle sfere, sono incise le denominazioni della luna corrispondente: luna nuova/ novilunio, luna crescente/falce, primo quarto di luna, luna crescente, luna piena/plenilunio, luna calante, ultimo quarto di luna, luna calante/falce. I giochi d’acqua sono di tre tipi: ▶▶ 16 spumoni creano attorno alla base della sfera un moto ascendente d’acqua bianca spumeggiante; ▶▶ 8 lame d’acqua trasparente partono dal bordo della vasca e convergono verso la sfera centrale; ▶▶ una campana d’acqua trasparente fuoriesce dalla sommità della sfera ed avvolge la “luna”, sino ad incontrare i getti che provengono dal bordo e gli spumoni.

La Fontana della Luna è stata inaugurata il 23 dicembre 2000 e si inserisce nel completo rifacimento architettonico di Piazza del Popolo. La fontana, realizzata su progetto dall’architetto Andrea Milella, si ispira alla luna, scelta in quanto ad essa ed al suo antico mito è quasi certamente legata l’origine del nome di Arluno, cioè “Ara Lunae” (Altare della luna). La luna è rappresentata da una sfera di marmo bianco di Carrara venato, del diametro di un metro e mezzo, posta al centro della vasca; appoggia su di un tronco di cono schiacciato che simboleggia l’altare etimologico e che “sostiene” la sfera a pelo d’acqua. La vasca ha il diametro di circa nove metri ed è delimi-

I giochi d’acqua possono essere abbinati, incrociati e temporizzati; vengono regolati con un programmatore elettronico, collegato anche ad un anemometro che interrompe i getti d’acqua quando il vento eccessivo li spinge al di fuori della vasca. Il moto dell’acqua e l’altezza dei getti sono sincronizzati con le fasi lunari, a simboleggiare l’influenza della luna sulle maree che è massima (marea sigiziale) in corrispondenza del novilunio e plenilunio e minima (marea di quadratura) in corrispondenza del primo e dell’ultimo quarto La fontana ha una illuminazione d’effetto, realizzata con fari subacquei: otto collocati a corona attorno alla base della “luna” e otto lungo il bordo, anch’essi programmabili elettronicamente per farli corrispondere all’intensità luminosa delle diverse fasi lunari. Le apparecchiature necessarie a gestire gli impianti idrico ed elettrico hanno richiesto idonei locali per la loro installazione e manutenzione, perciò si è prevista un’apposita stanza accessibile interrata, posta sotto alla vasca, che consente di intervenire sugli impianti, in caso di necessità, dall’esterno, senza dover intervenire sulle parti in pietra.

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il Punto del Consorzio del Fiume Olona

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O lona:

un fiume, un territorio, una storia di Fulvio Miscione*

Da oltre 400 anni Il Consorzio del Fiume Olona accompagna con discrezione la vita degli abitanti della valle che si sono abituati a trovare nell’esistenza del fiume qualcosa di importante che si è adattato nel tempo al trascorrere degli anni. Il Consorzio del Fiume Olona nasce infatti formalmente il 7 maggio 1610 come consorzio irriguo privato di interesse pubblico con atto stipulato tra i padri fondatori ed il Governo del Re di Spagna avanti il notaio Giuseppe Grassi in Milano. Costituisce, in buona sostanza, l’erede legittimo delle antiche associazioni di utenti nate in epoche ancor più lontane con l’obiettivo primario di distribuire fra la popolazione del luogo, in maniera equanime e per i vari scopi, l’acqua del fiume.

Da quel momento e fino al 1982 la città di Milano ospitò la sede consortile fino a che, con una valutazione più attenta da parte degli organismi direttivi di allora, si ritenne più opportuno fissarne l’ubicazione nella parte mediana del fiume e in una località a cavaliere tra le Provincia di Milano e quella di Varese. In questo modo il Consorzio conserva nei suoi archivi tracce importanti della dominazione spagnola, di quella austriaca e di quella francese, ha visto nascere la Repubblica Cisalpina e ha assistito a tutti gli avvenimenti che hanno fatto da apripista alla nascita del Regno d’Italia. Infatti, se da una parte e a partire dal 1806, ebbe inizio nella storia preunitaria consortile un percorso piuttosto articolato che, attraverso la redazione e la pubblicazione del suo primo regolamento avvenuta nel 1812, ha con-


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Filippo III Re di Spagna dall’ aprile 1598 al marzo 1621, qui in un dipinto del Velázquez.

dotto all’individuazione dell’attuale configurazione (Regio Decreto del 16 Luglio 1816), dall’altra e a partire dal 1877, un analogo percorso condusse il Consorzio ad acquisire quelle caratteristiche speciali che, a metà strada tra il pubblico ed il privato, caratterizzano ancor oggi la sua organizzazione (Atto di Transazione sottoscritta in data 28 febbraio 1923 presso il Notaio Tito Rosnati di Milano tra il Ministero dei Lavori Pubblici del Regno di Italia ed il Consorzio del Fiume Olona). Secondo lo Statuto Consortile oggi in vigore “ il Consorzio non ha finalità di lucro e persegue esclusivamente lo scopo di provvedere alla conservazione, alla riqualificazione nonché, per quanto di competenza, alla difesa delle sue ragioni” senza dimenticare ovviamente la sua missione originaria che consiste nel “regolare l’uso ed il

godimento delle acque per irrigazione, forza motrice ed altri usi, nell’ambito delle vigenti disposizioni di legge per le acque pubbliche”. L’estratto statutario mette bene in evidenza il percorso operativo che il Consorzio ha seguito negli anni, sottolinea quelli che sono al giorno d’oggi gli impegni che il Consorzio si sta assumendo rispetto al territorio di fatto sottoposto alla sua giurisdizione e ci fa comprendere quanto la tutela del fiume non possa prescindere dalla tutela del territorio circostante. È proprio per questi motivi che il Consorzio del giorno d’oggi ha scelto di rappresentare la propria missione prendendo a prestito da Joseph Ratzinger una bella frase che, scritta dall’attuale Pontefice circa quarant’anni fa, sembra sussurrare, con la delicatezza d’animo che abita


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Vincenzo Magistrelli, sindaco di Pogliano Milanese con Fulvio Miscione

“ L’acqua personifica

la preziosità della terra Joseph Ratzinger – 1974

la sua persona, che “l’acqua personifica la preziosità della terra”. A partire da questo bel pensiero si comprende con facilità il motivo per cui il Consorzio lavora oggi, in maniera intensa e ad ogni livello, per costituire, nell’ambito del “Contratto di Fiume” di cui fa parte ormai da diversi anni, un punto di riferimento per gli enti locali che condividono con lui la presenza del fiume. Vanno letti in questo senso, innanzitutto, i contributi di fattiva collaborazione offerti, in regime di sostanziale gratuità, a tutti gli organismi regionali e provinciali che

governano il territorio e l’aiuto costante fornito, questa volta in regime di convenzione, alla maggior parte delle amministrazioni rivierasche. Allo stesso modo va interpretata la determinazione con cui, da un paio d’anni, sono stati organizzati numerosi convegni su tematiche territoriali e l’efficacia con cui, di recente, sono state indette ben due sessioni degli “Stati Generali d’Olona” con l’obiettivo, ampiamente riuscito, di mettere attorno ad un tavolo di un ente privato, comunque nella logica condivisa del “Contratto di Fiume”, tutti gli attori d’Olona.


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Aironi sul fiume Olona nei pressi di Castiglione (foto di Armando Bottelli)

Un primo risultato di questa attenzione concreta ad una dimensione collaborativa di livello sovracomunale ed interprovinciale è rappresentato dall’introduzione di soluzioni innovative di ingegneria naturalistica sulle sponde del comune di Nerviano, dalla partecipazione con altri sei attori al bando regionale “Asse 4 – Expo 2015” finalizzato alla riqualificazione del territorio compreso tra Pogliano M.se e Rho, dall’idea di costituire, mettendo insieme, in qualità di ente promotore, 30 imprenditori agricoli e con l’adesione di numerosi soggetti a valenza istituzionale, il primo distretto agricolo fluviale d’Italia con di “Distretto

Agricolo della Valle del Fiume Olona”. Tutto questo per dire che se la storia del Consorzio del Fiume Olona è qualcosa di veramente importante nella storia delle nostre parti e nell’esistenza della nostra gente, il suo presente e, soprattutto, il suo futuro meritano di essere scritti non solo da noi con la stessa passione e la medesima competenza che ci hanno lasciato in eredità coloro che ci hanno preceduto senza mai dimenticare che “l’acqua personifica la preziosità della terra”.

* Fulvio Miscione, Presidente del Consorzio del Fiume Olona (CFO)


V arese 36


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Palazzo Estense un gioiello architettonico del ‘700 nel cuore della cittĂ


Il bell’edificio settecentesco, con l’ingresso principale sulla strada per Laveno, è, dal 1882, sede del Municipio di Varese, dopo essere stato l’abitazione del commerciante Orrigoni sino al 1765. Prima ancora fu la residenza del Duca Francesco III d’Este Duca di Modena, Capitano Generale e amministratore del Ducato di Milano al posto di Pietro Leopoldo d’Asburgo, secondogenito di Maria Teresa e dal 1776 feudatario di Varese e della sua signoria. A partire dal 1766, su progetto dell’ing. Camerale di Milano Giuseppe Bianchi, la villa venne ristrutturata e ampliata e fu realizzato il giardino alla francese con l’elegante parterre posto fra il palazzo e la collina. Al centro dell’altura venne poi collocato un ninfeo ancora oggi presente nelle sue forme fondamentali con tre nicchie rivestite da concrezioni in tufo e statue. Per soddisfare la passione del Duca per la caccia, si adattò una parte del parco a roccolo con querce, olmi e castagni. Nel 1837 la proprietà passò dagli Estensi al dott. Carlo Pellegrini Robbioni, il quale ridisegnò parzialmente il par-

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Salone Estense

co, modificandolo secondo i canoni del “giardino romantico” mediante la creazione di nuovi percorsi e la messa a dimora di numerose specie di conifere. Adiacenti all’ala ovest del palazzo furono costruiti una filanda e un opificio per la lavorazione della seta, mentre al confine con la proprietà di Villa Mirabello fu realizzata nel 1846 da Carlo Pellegrini Robbioni la Torre Belvedere, nel luogo dov’era stato eretto dal Duca il teatrino all’aperto; tale torre fu in seguito ceduta alla marchesa Giulia Litta Modignani Taccioli, entrando a far parte del parco della villa Mirabello. Nel 1850 la proprietà passò a Cesare Veratti, nipote del Robbioni, il quale proseguì la trasformazione del parco sino a quando, nel 1882, il complesso venne acquistato dal Comune di Varese. Sebbene il parco aprì per la prima volta al pubblico il 25 Marzo 1883, solo alla fine del XIX secolo, dopo una serie di lunghi e accesi dibattiti, venne dato all’agronomo Luigi Cremona il compito di eseguire uno studio dettagliato circa le sorti del parco e le modalità di fruizione


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dello stesso. Egli suggerì, oltre alla realizzazione di alcune opere di sicurezza legate alla nuova funzione pubblica, di ricondurre il giardino entro gli schemi del primitivo impianto formale, ormai parzialmente cancellato dagli interventi ottocenteschi. Fa parte del complesso anche la villa Mirabello, di stile inglese, edificata nel ’700 dal Conte Gaetano Stampa di Soncino, in seguito divenuta proprietà di Luigi Taccioli, che nel 1839 modificò notevolmente il fabbricato e fece costruire una nuova scuderia, con annessi luoghi di servizio nei pressi dell’ingresso e fu poi acquistata dai marchesi Litta Modignani. Nel 1948, la Villa Litta Modignani e il relativo parco divennero parte del patrimonio comunale, con atto del 30 agosto 1948, e nel febbraio dell’anno successivo l’intero possedimento fu definitivamente consegnato al Comune. Le motivazioni che fecero propendere il Comune per tale importante acquisto furono l’acquisizione di una grande proprietà sita nel cuore della città e confinante con i giardini comunali, la sicura tutela di una delle zone

più interessanti dal punto di vista panoramico ed arboreo e il possibile utilizzo della Villa Mirabello per ospitare alcuni enti culturali cittadini. L’acquisizione fu ritenuta altresì opportuna in quanto integrava, con ampia superficie stupendamente alberata, il giardino comunale già presente e per l’utilizzazione dei locali rustici siti presso la piazza Sant’Antonio per diversi servizi comunali. Il bellissimo parco, che contiene alberi ultra centenari fra i quali il magnifico cedro del Libano, alcune magnolie, camelie, tuje, lecci, mostra l’esigenza di un rinnovamento deciso che da anni il Comune sta attuando con la piantagione di essenze diverse quali il gingko biloba, l’albero dei tulipani, la sequoia della California, platani, ippocastani, etc. La villa è ora adibita a sede dei musei civici ed è stata oggetto recentemente di importanti lavori di ristrutturazione mentre le rimesse per le carrozze sono state per decenni sede del Civico Liceo musicale, ormai trasferitosi a Biumo Inferiore.

Il testo è tratto da “Piccole guide ai parchi cittadini - Giardini Estensi e Parco di Villa Mirabello” a cura dell’Assessorato alla Tutela ambientale e Agenda 21 del comune di Varese. Le immagini sono state fornite dall’ufficio stampa del comune di Varese, Maria Elena Catelli, che ringraziamo per la cortese collaborazione.


eventi attività ed

dei Comuni

C astanoP rimo

Nella splendida cornice di Villa Rusconi, il Comune di Castano Primo, nell’ambito della rassegna “Incontro con l’autore 2012”, dedicata alla letteratura e alla poesia, presenterà il suggestivo libro ‘La humana istoria’ di Franco Caminiti. 40

Un immaginario viaggio nell’Aldilà, in un’atmosfera onirica, è il pretesto per dialogare con i grandi personaggi della storia e riflettere sulle miserie umane. Un affresco spietatamente realistico degli aspetti negativi della società moderna e contemporanea, che si sviluppa lungo i secoli, dalle crociate ai nostri giorni. Un’opera alla ricerca della verità e della giustizia esaltando i valori morali. Un forte atto di fede da parte di un credente laico. ‘La humana istoria’ è stato definito ‘la Divina Commedia’ del XXI secolo. La ricerca della verità in un grande poema di 7.000 versi racchiusi in 335 pagine.

Il libro avrà come relatore d’eccezione Monsignor Franco Buzzi, Rettore della Biblioteca Ambrosiana di Milano.

Comune di Castano Primo Assessorato alla Cultura

Evento letterario giovedì 24 maggio 2012 - ore 21 Villa Rusconi Presentazione del libro ‘La humana istoria’ Relatore: Monsignor Franco Buzzi Rettore Biblioteca Ambrosiana Milano A fine serata è previsto un brindisi con l’autore.


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Fotografie di Raimondo Sabatino

D affi

pasticceria

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Una vita intera dedicata alla pasticceria


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La

Dolce vita di Franco Caminiti


44 Scopro la pasticceria Daffi a Legnano, una tarda mattinata di domenica. Invitato a pranzo da amici avevo pensato di portare dei pasticcini. Non conoscendo la zona chiedo ad una signora per strada di indicarmi una pasticceria nei dintorni e lei, con una gentilezza inverosimile, comincia a spiegarmi di stradine e sensi vietati, una roba complicata quasi da scoraggiarmi. Ma la mia informatrice improvvisata è perentoria: ‘Se vuole dei buoni pasticcini, se vuole fare bella figura, vada da Daffi!’. In questi casi mi piace seguire i consigli e così, imbocco via Bonvicino, una viuzza a senso unico, quasi anonima, dove t’aspetti di trovare più un laboratorio da artigiano che una sfavillante vetrina da pasticcere. Ed è quello

che trovo, infatti, una pasticceria artigianale, dove ancora i dolci si fanno come si facevano una volta, con i prodotti genuini e l’amore per il ‘mestiere’, pensando a chi li mangerà piuttosto che al bilancio di fine anno. La signora Daniela, la titolare, mi sorprende con una gentilezza che non è la solita, staccata e anonima, del venditore nei confronti del cliente, ma è una cortesia autentica, quasi da amico. Mi fa assaggiare un piccolo babà, davvero delizioso, e mi osserva come se godesse nel vedere la mia espressione, estasiato da tanta bontà (solo a Napoli ed in Sicilia ne avevo mangiati di così buoni). Immagino che l’unico modo per ringraziare questa bella signora, delicata nei gesti, sia di complimentarmi con lei. E siccome i giornalisti, si sa, sono curiosi per deformazione professionale, le chiedo da quanto tempo si occupa di pasticceria. Lei, quasi si attendesse la domanda, con semplicità mi risponde: ‘Potrei dire da tutta la vita’. Sono quasi le 13, l’ultima cliente ritardataria trafelata ritira la sua torta di compleanno. Daniela sembra percepire la mia curiosità. ‘Le va di vedere il nostro laboratorio?’ ‘Certo che sì’, dico, ‘non sono mai entrato nel retrobottega di una pasticceria’. Così, avviso gli amici che tardo qualche minuto, prendo la Canon e chiedo il permesso di scattare delle foto. ‘Permesso ac-


cordato ma, la prego, non fotografi me!’ mi dice Daniela. Così passo in rassegna cannoncini e bigné, pan di Spagna, torte con la panna... chi ama i dolci anche solo un decimo di come li amo io, capirà cosa vuol dire il supplizio di interi vassoi colorati di rossofragola, verdekiwi, e poi assortiti frutti di bosco, ananas, mandarini, tutto avviluppato in un dolce aroma di vaniglia. Il laboratorio mi sembra troppo spazioso per una semplice rivendita così la signora Daniela mi spiega che dalla pasticceria Daffi, ogni mattina all’alba, partono dei furgoni che distribuiscono i loro prodotti in giro per la Lombardia, fino anche in Piemonte. Sono punti vendita, ormai diventati amici, che da decine d’anni consumano i pasticcini Daffi. Ingoio tutto intero un bigné traboccante di crema freschissima e poi, senza ritegno, senza pudore, addento un cannoncino. La signora Daniela osserva compiaciuta e divertita questo ‘assaggiatore domenicale’, come un bambino dallo sguardo deliziato, e quasi ‘perso’, in cotanta bontà. Nel ritirare il vassoio da portare agli amici chiedo alla signora Daniela di mettere in conto anche tutti gli ‘assaggi’. Lei mi sorride come per dire: ‘Non ci pensi nemmeno!’ Ecco, io credo che sia proprio questo rapporto umano l’ingrediente che man mano è andato perdendosi nella no-

stra quotidianità. Credo che il sorriso, la cordialità, renda più dolce anche lo zucchero a velo, faccia più fresche le fragole, renda luminosa anche una uggiosa giornata di dicembre. Ho deciso di parlare di questa pasticceria, perché ho sentito in quei dolci un sapore nuovo, anzi antico, diverso: il sapore della genuinità degli ingredienti che si sposa con i valori di ospitale accoglienza e con il grande amore per il proprio lavoro; quell’amore che spinge a fare la stessa cosa, tutti i giorni, in una continua ricerca dell’eccellenza, per tutta la vita.

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dei Comuni

S anV ittoreO lona

80^ edizione della Cinque Mulini di Giacomo Agrati

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Continua dal lontano 1986, quando vinse il pluricampione del mondo e olimpico Alberto Cova, il dominio incontrastato degli atleti stranieri nella “più bella corsa di cross del mondo”, la Cinque Mulini, arrivata ormai all’ottantesima edizione . La manifestazione ha avuto inizio sabato 17 marzo, con la “studentesca” riservata agli istituti scolastici della zona, e si è conclusa domenica 18 con un ricco programma che ha visto oltre cinquecento atleti distribuiti nella varie categorie. Nonostante si fosse alle porte della primavera, il tempo incerto ha tenuto lontani gli spettatori, complice anche la diretta televisiva che ha consentito di seguire da casa il tradizionale e particolarissimo percorso che vede gli atleti transitare all’interno delle sale di macinatura dei quattrocenteschi mulini del fiume Olona. Il terreno di gara, malgrado un po’ di pioggia in matti-

nata, è risultato asciutto e compatto, certamente un po’ di fango avrebbe reso più spettacolare il cross sanvittorese. La vittoria della gara più importante, la senior maschile, è andata al keniano Thomas Longosiwa che dopo un duello durato tutta la gara ha prevalso nel finale sul connazionale Bernard Rothic; terzo classificato William Kibor davanti a Solomon Yego, Daudi Makalla, Adibi Bashir e a Gabriele De Nard, primo degli atleti italiani. Anche tra le donne si è registrata la vittoria di un’atleta keniota Priscak Cherono, seguita, al secondo posto, da una eccellente Elena Romagnolo, al terzo, la marocchina Btissam Lakouad seguita da Valentina Bellotti e dalla portoghese Ines Monteiro. Le atlete italiane hanno fatto certamente una bella figura e la Romagnolo (seconda classificata) ha commentato: “Arrivo da un anno difficile a causa di un infortunio e quindi portare a casa un simile risultato è molto bello”.

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Palio

Il

L egnano

di

Legnano per un giorno ritorna al Medioevo di Luigi Marinoni

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Se chiedete dove si corre il Palio più importante d’Italia, sicuramente tutti vi risponderanno Siena, verità inoppugnabile. Dopodiché è probabile che siano in molti a indicare Legnano per la seconda posizione, che diventa indubbiamente la prima per quanto riguarda la sfilata, un corteo storico che impegna più di mille figuranti abbigliati rigorosamente (e con altrettanto rigore filologico sono ricostruiti tutti gli oggetti di corredo, dalle spade agli scudi, dalle corone agli strumenti musicali) secondo i canoni dell’epoca che si vuole rievocare, ovvero gli anni della Battaglia di Legnano combattuta nel 1176 tra gli armati della Lega Lombarda e la retroguardia dell’esercito imperiale di Federico Barbarossa, venuto in Italia per porre fine alle insubordinazioni comunali. Uno scontro che già significava molto a quei tempi, quando per la prima volta un esercito di “cittadini” metteva in fuga non solo le schiere dell’impero ma addirittura lo stesso imperatore, che nei campi legnanesi perdette le insegne del potere e rischiò la vita, tanto che lo credettero morto per qualche giorno, prima del suo riapparire nella fedele Pavia. E l’eco dello scontro continuò a riverberare nei secoli, entrando da subito nella leggenda con tanto di mistero intorno alla figura di Alberto da Giussano, mitico condottiero della “Compagnia della Morte” la cui esistenza, così come quella della terribile schiera, non troveranno mai conferma in documenti ufficiali. Il Risorgimento ne fece una bandiera contro gli occupanti austriaci, e il grande Verdi compose l’opera La Battaglia di Legnano, la cui prima ebbe luogo il 27 gennaio 1849 al Teatro Argentina di Roma, ottenendo un ampio successo proprio grazie alle sue forti venature patriottiche. Legnano è, oltre a Roma, l’unica città nominata nell’inno nazionale, in quel “dall’Alpe a Sicilia ovunque è Legnano” eletto a simbolo di libertà per tutto il paese. Ogni anno, l’ultima domenica di maggio, vi si tiene il carosello storico che scorre per le vie della città prima di entrare allo stadio, introducendo il Palio vero e proprio, che è una corsa a pelo per purosangue disputata in due batterie e finale cui accedono primo e secondo arrivato delle eliminatorie. Ma andiamo con ordine, immaginando di essere comodamente seduti allo stadio Giovanni Mari di via Pisacane, tra torme di contradaioli inneggianti ai propri colori con sorprendenti coreografie che prendono spunto tanto dall’orgoglio per le amate insegne quanto dall’irriverenza per quelle avversarie. Apre la sfilata una banda musicale, che introduce i

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gonfaloni dei comuni che fecero parte della Lega Lombarda, formata a Pontida (con un giuramento immortalato nella poesia di Giosuè Carducci, La Canzone di Legnano) da Milano, Ferrara, Piacenza e Parma e poi allargatasi con l’ingresso di una trentina di comuni tra cui Crema, Cremona, Mantova, Bergamo, Brescia, Genova, Bologna, Padova, Modena, Reggio Emilia, Treviso, Vercelli, Vicenza, Verona, Lodi. Seguono le otto contrade, ognuna delle quali “rappresenta” un tema preciso. L’ordine è ben definito sulla base delle vittorie acquisite negli anni (in coda la vincitrice dell’ultima edizione): San Martino (bianco e blu con croce latina – danza, musica, arte e simboli), San Domenico (bianco e verde con cane che ha in bocca una torcia – popolani e giocolieri), Sant’Ambrogio (giallo e verde con staffile del santo – i cortigiani), La Flora (rosso con banda verticale blu e due fiori – gli armati), Legnarello (giallo e rosso con sole crociato – la forza e il lavoro), San Bernardino (bianco e rosso con monogramma NBS Nostro Bernardino Santo - il trionfo delle armi), Sant’Erasmo (bianco e blu con corvo nero – l’astrologia e la caccia) e San Magno (Rosso, bianco e rosso con simboli pastorali della basilica – la nobiltà e il clero). Fa poi la sua entrata trionfale il Carroccio, intorno a cui si riunì il manipolo di guerrieri che sostennero gli assalti nemici al suono della Martinella (la mitica campanella posta sopra l’altare da campo) in attesa dell’arrivo, da Milano, della cavalleria che sbaragliò le milizie tedesche. Ed è proprio la carica dei cavalieri della “Compagnia della morte” a chiudere il corteo storico prima di dare il via – dopo gli onori al Carroccio - all’emozionante Palio. Agli ordini di un autorevole mossiere, quest’anno nuovamente al canapo il toscano Bircolotti dopo la parentesi dello scorso anno con Costantini, i fantini migliori della piazza paliesca si disputano “il Crocione” ovvero la riproduzione della storica croce di Ariberto di Intimiano (il cui originale è ora al Museo del Duomo di Milano) che verrà custodita per l’anno successivo nella chiesa della contrada vincitrice. Per quanto attivi tutto l’anno, è in primavera che i manieri di contrada si animano di frenetica attività, per preparare costumi e accessori (il tutto sotto l’attenta supervisione della Commissione Costumi con la consulenza tecnica della professoressa Sara Piccolo Paci) mentre la “commissione corse” si dà da fare per portare a casa focosi destrieri che possano almeno far sognare di tagliare per primi il traguardo nell’anello costruito all’interno del campo di calcio secondo criteri improntati alla massima sicurezza (dallo steccato alla speciale sabbia che ricopre la pista), così come accade per i cavalli, seguiti da uno staff di veterinari che verificano l’osservanza delle rigorose regole. Anche la centrale piazza San Magno accoglie una serie di manifestazioni di rito, dalla traslazione della Croce dalla contrada vincitrice in Basilica alla messa sul Carroccio celebrata da Monsignore la mattina del prossimo 27 maggio. La sera prima, ogni contrada organizza la propria “cena della vigilia” che mette in tavola centinaia di contradaioli nelle vie e piazze del rione.


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di

un po’

storia


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Il Palio di Legnano ha le sue radici più antiche in una prima “Festa del Carroccio” che si tenne a Legnano nel 1932 all’interno di una specie di sagra popolare. Nel 1935 Mussolini afferma che solo Siena ha il diritto di chiamare Palio la propria disputa, costringendo la lombarda a qualificarsi come “Sagra del Carroccio”, sospesa negli anni del-

la guerra per non fare cosa sgradita agli alleati tedeschi. Nel 1951 si costituisce la Famiglia Legnanese, nei cui scopi sociali vi è il ripristino della Sagra del Carroccio, che riparte nel 1952 e nel 1954 viene iscritta tra le manifestazioni storiche italiane. Nel 1976 si celebra l’Ottavo Centenario della Battaglia


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di Legnano, con parole di elogio da parte del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, che concede l’alto patronato. Il 26 maggio del 1985 sfila un Carroccio completamente rinnovato e l’organizzazione della complessa “macchina” della manifestazione passa dal 1986 al Comune di

Legnano. Dal 1996 a ogni contrada viene affidato un “tema” cui improntare la propria sfilata. Dal 2005 la Sagra torna finalmente ad assumere la denominazione originaria di “Palio di Legnano”.

Immagini fornite dalla redazione de ‘Il Carroccio’. Tutte le informazioni, i numeri del periodico Il Carroccio edito dal Collegio dei Capitani delle Contrade, e un vastissimo archivio storico sono online su www.collegiodeicapitani.it. Sito istituzionale www.paliodilegnano.it


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Armando Bottelli, fotografo naturalista, nato a Cassano Magnago (VA) nel 1963. La sua attenzione è rivolta particolarmente all’ambiente, ai suoi aspetti estetici ed artistici. Predilige la fotografia d’appostamento, la macrofotografia ed il paesaggio, sempre alla ricerca di una luce migliore, ritenendola l’elemento fondamentale per le fotografie di natura. Impegnato attivamente nel “Parco Rile, Tenore, Olona”, cerca di avvicinare alla natura i più giovani, con la fotografia e progetti ambientali, volti a valorizzare il territorio. Volumi fotografici pubblicati: “Luino” (ed. Comune di Luino); “Guida alla Palude Brabbia” e “Dove parla il silenzio” (Edizioni Negri). Hanno pubblicato le sue foto: “Natura”, “Bell’Italia”, “Touring”, “Touring junior”, “Ali Natura”, “Clio”, “Parchi e riserve”e innumerevoli altre testate. Collabora attivamente con l’Università dell’Insubria. www.armandobottelli.net


Reportage

A rmando B ottelli l a voce del silenzio

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Reflex Nikon F90 - obiettivo 20 mm - f 11 - 1/125 sec. Fuji Velvia


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Fiori di loto in Palude Brabbia, Riserva naturale della provincia di Varese. Sullo sfondo in alto a destra si scorge il Campo dei fiori, dove nasce l’Olona.


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Garzaia Palude Brabbia (Varese) Reflex Nikon F90 - obiettivo 600 mm - f 5,6 - 1/250 sec. Fuji Velvia (doppia esposizione)

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Scorci caratteristici ai piedi del Campo dei Fiori (Varese)


Il “Poeta” (Ernesto Giorgetti) a pesca sul lago di Varese.

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C anegrate

eventi attività ed

dei Comuni

Nuovi spazi nel CSE ‘Città del sole’

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Il Centro Socio Educativo ‘Città del Sole’ di Canegrate ha aperto le porte alla cittadinanza sabato 11 febbraio 2012 in occasione dell’inaugurazione dei suoi locali recentemente ristrutturati. Alla presenza di alcuni rappresentanti dei comuni limitrofi l’assessore alle Politiche Sociali, Barbara Delfini, ha spiegato che: “...tra i diversi progetti realizzati, quello relativo alla ristrutturazione e all’ampliamento del Centro

Socio Educativo ‘La Città del Sole’ assume un particolare significato, perché avrà sicuramente un effetto benefico sulle condizioni di vita dei cittadini con disabilità e sull’insieme del tessuto sociale”. Per l’occasione è stata allestita una mostra fotografica illustrante la profonda trasformazione che ha caratterizzato la struttura.

Articoli a cura dell’ufficio URP


Inaugurata la nuova sede del Gruppo di Protezione civile Domenica 19.02.2012, in occasione della manifestazione ‘Stazioni in Comune’, è stata inaugurata la nuova sede del Gruppo di Protezione Civile, che ha trovato ospitalità nei locali al primo piano della Stazione Ferroviaria. Durante la manifestazione i cittadini hanno potuto visionare oltre ai locali della sede, anche automezzi e at-

trezzature in dotazione. Durante la manifestazione, un gruppo di artisti locali, previa autorizzazione dei responsabili delle F.S., ha realizzato due murales lungo il sottopassaggio pedonale della stazione.

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T radate

La Frera, un patrimonio italiano di Franco Negri

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Immagine dello stabilimento “Frera 1” di Tradate (primo decennio del ‘900)

Il patrimonio culturale italiano è straordinario non perché sterminato, ma perché unico. L’identità artistica dell’Italia va di pari passo con la sua secolare e riconosciuta leadership nella produzione di qualità che si è radicata spesso nella vocazione industriale di intere aree del nostro Paese. La rete dei musei d’impresa che in questi anni si sta consolidando in Italia testimonia questa unicità del patrimonio italiano, consentendo di cogliere lo stretto intreccio tra arte e produzione che ha caratterizzato l’industria italiana. E sempre di più i musei si qualificano non come semplici depositari di beni, ma come espressione dell’identità di una comunità: certamente essi sempre di più si qualificano come occasioni per definire l’identità culturale di un luogo, colta in tutte le sue dimensioni, cul-

turali e sociali. Nel segno di quella tradizione che ha reso la Lombardia una realtà all’avanguardia in molti settori, la fabbrica Frera, con il suo ricco patrimonio di storia, di tecnologia, di lavoro, ma anche di entusiasmo, fantasia e volontà, rappresenta una prestigiosa testimonianza. “Frera” come ‘marchio’ di una città e di un territorio. Siamo a Tradate, provincia di Varese. Come molti marchi storici del motociclismo italiano, anche la Frera è stata, ed è tuttora fra gli appassionati, un mito. In soli vent’anni dalla nascita nel 1905, la casa raggiunse il massimo sviluppo produttivo e occupazionale, confermando la sua assoluta centralità nel panorama economico di una Tradate e di un territorio ancora so-


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stanzialmente agricoli, conquistò primati sui circuiti nazionali ed esteri e soprattutto contribuì a promuovere una piccola rivoluzione nelle abitudini di vita della società italiana che nel trasporto privato andava scoprendo le due ruote come mezzo ideale per lavoro e per svago. Ma a una crescita che fece della Frera una delle maggiori industrie motociclistiche d’Europa seguì, sullo scorcio del secondo decennio del ‘900, una crisi tanto repentina quanto inarrestabile, complice la congiuntura internazionale del 1929, che nel giro di alcuni anni, dopo chiusure, tentativi di rilancio e rinnovate gestioni, condusse l’azienda al definitivo tracollo. La storia della Società Anonima Frera si è chiusa poco più di settant’anni orsono. Rimangono, tuttavia, tracce

ancora molto vive di quell’esperienza; rimane altresì lo storico stabilimento di via Zara: un complesso che, dopo passaggi di proprietà e incerte destinazioni, grazie all’opera di recupero promossa dal Comune di Tradate, si è “rigenerato” nelle sue nuove destinazioni, diventando sede della Biblioteca Civica, la più vasta e tecnologicamente attrezzata della provincia di Varese, e del Museo della Motocicletta Frera, testimone con i suoi esemplari della tecnologia laboriosa che fece grande il marchio tradatese. Da luogo del lavoro ‘meccanico’ a ‘officina di cultura’ dunque, come Gianluigi Margutti sottolinea, commentando il bel volume di Ernesto Restelli “Storia e memoria di Tradate su due ruote”.


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Museo Frera: una delle sale espositive di motocicli Frera

Il Museo delle motociclette Frera In occasione dei festeggiamenti per il centenario della Frera, il 17 luglio 2005, è stato inaugurato il Museo della Motocicletta Frera, poi costituito in Fondazione il 7 settembre 2006. La ex fabbrica Frera rientra a pieno titolo tra le testimonianze della cosiddetta “archeologia industriale”, non solo per il fatto di risalire al 1905, ma anche per le modalità costruttive adottate: la facciata ha una veste ‘modernista liberty’ espressa qui in forme semplici e contenute. Gli immobili ristrutturati sono situati in via Zara, nel tratto compreso tra via Rismondo e via Garibaldi, in posizione quasi baricentrica tra i due nuclei storici di Tradate e Abbiate Guazzone. Saliamo le scale e addentriamoci in quelli che erano gli anni d’oro delle motociclette Frera. Il visitatore è immediatamente rapito dalla magica atmosfera. Intorno a sé solo la ‘storia’! L’arredamento, semplice e quasi minimalista, è finalizzato a non distrarre il visitatore dalla vera anima del luogo (la motocicletta). Nell’area a corridoio vetrato, destinata all’esposizione permanente, si trovano le

motociclette poste in fila. Tra gli elementi che contornano i pregiati motori troviamo le panche in pelle nera di Mies Van der Rohe, forse un invito a sedersi e contemplare i circa ottanta esemplari di moto d’epoca custoditi, di cui una trentina sono Frera (di proprietà del museo stesso o di privati): alcune sono datate 1906 fino ad arrivare a modelli datati 1936; il museo, disponibilità economiche permettendo, è sempre in fase di acquisizione. Per quanto riguarda la documentazione, ogni moto dispone di una scheda con dati del proprietario e caratteristiche tecniche. La gestione del Museo è affidata al Comune di Tradate (rappresentato dal sindaco) e dai presidenti dei tre Motoclub cittadini, cioè di Tradate, di Abbiate Guazzone, e Amatori Moto Frera: quest’ultimo è attualmente formato da appassionati che seguono ed organizzano manifestazioni di moto d’epoca, tra cui la “Rievocazione del circuito storico città di Tradate” per moto d’epoca sportive, valido, a partire dagli anni Trenta, come prova del Campionato nazionale di velocità, che come sappiamo si disputava in quegli anni su strade sterrate di paesi e città, poco avvalendosi di veri e propri circuiti asfaltati.


La creazione di una squadra corse voluta dall’azienda Frera con un gruppo di piloti tradatesi e il ‘fenomeno motocicletta’ come settore sicuramente significativo di espansione, hanno certamente favorito l’attività e la passione motociclistica presso i tradatesi di inizio secolo XX; una passione che ha contagiato le generazioni successive, dopo la costituzione di un Moto Club locale, occasione di incontro per tutti gli appassionati del nuovo mezzo. Dopo la seconda vicenda bellica mondiale il “Moto Club Tradate” fu rifondato grazie all’intraprendenza di alcuni vecchi dipendenti e corridori Frera. Le attività del sodalizio, affiliato alla F.M.I. (Federazione Motociclistica Italiana), sono continuate e continuano attualmente riscuotendo diversi riconoscimenti, sia in campo sportivo (con la partecipazione o l’organizzazione di eventi sportivi), sia in campo mototuristico (organizzazione di viaggi in moto sul territorio nazionale e all’estero).

l’architettura “…conserviamo per descrivere cosa eravamo e cosa siamo ora, dove eravamo e dove cerchiamo di arrivare…

Museo Frera: una delle sale espositive di cicli e motocicli Frera

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come polo culturale cittadino e provinciale si pone l’organizzazione di eventi culturali, incontri pubblici con autori, enti, associazioni, e di spettacolo. L’ambiente è dotato di proiettore e schermo in formato 16:9. Inoltre la Biblioteca si è dotata di un’ampia area multimediale, in cui gli utenti possono accedere a internet, ascoltare compact disk musicali o visionare dvd. In una zona adiacente alla Biblioteca è stata altresì adibita un’area che è il sogno di ogni esperto di musica ma anche di semplici amatori: è la sala eufonica, realizzata dopo accurati studi. Quattro mila watt, oltre 30 posti, per ascoltare il suono perfetto, senza disturbare (grazie all’insonorizzazione) i frequentatori della Biblioteca. Sono presenti due postazioni informatizzate dedicate all’utilizzo da parte di persone con handicap visivi. Alcuni locali della struttura sono stati destinati a ospitare il Museo della Stampa, dove è possibile ripercorrere la storia dall’invenzione della scrittura all’evoluzione della stampa. Si possono ammirare documenti e macchinari d’epoca che illustrano l’evoluzione di questa indispensabile arte. Un’altra parte della struttura dell’ex fabbrica Frera è stata ristrutturata come spazio espositivo, per ospitare l’allestimento di mostre di vario genere, eventi culturali per la città e permette esposizioni di pittura, scultura, fotografia, grafica e fumetto, modellismo, numismatica, filatelia e altro. La caffetteria, di cui la Biblioteca è dotata, supporta ulteriormente i momenti di socialità e di svago del suo pubblico.

Manifesto Frera, realizzato da Plinio Codognato (1878 - 1940)

La Biblioteca, una vera cittadella della cultura, collocata su 1700 mq e capace di 60 mila volumi Lo stabile che fino al secolo scorso ospitava una fabbrica di motociclette, è diventato fabbrica di cultura, di arte, di musica: una vera cittadella della cultura, che si propone come uno dei poli di maggior attrazione culturale per la provincia di Varese. Nella ristrutturazione del vecchio edificio l’interno per la nuova Biblioteca ha conservato e sfruttato gli spazi originari: le sette campate a shed, scandite da colonne in ghisa riportate all’aspetto originale, offrono una geometria dello spazio ideale per ospitare le scaffalature dei libri, ed anche una buona acustica grazie alla riflessione del suono sui soffitti inclinati. Anche nel recupero delle facciate esterne si sono riproposti colori e modanature originali, caratteristici dell’edificio di primo Novecento. La Biblioteca è una vera e propria public library, distribuita nei suoi spazi in base alla tipologia di utenti, dall’età prescolare fino all’età adulta. Dispone inoltre di un servizio di emeroteca (quotidiani, riviste, periodici, giornali stranieri) e un servizio di prestito librario e di supporti musicali (cd e dvd), oltre ad offrire, all’interno, un comodo spazio per la lettura ed anche un servizio stampa e fotocopie. Tra i servizi che la Biblioteca eroga e che la qualificano

Murale esterno del Complesso Frera


U boldo

eventi attività ed

dei Comuni

Una notte gialla per Luca di Marco Mazzuccato

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È stata una serata speciale quella vissuta lo scorso 17 marzo a Uboldo, una Notte gialla, una di quelle davvero indimenticabili perché ne passano una ogni tanto talmente è ricca di emozioni e ricordi, ma anche di speranza e di vita. Tutto è nato dalla scomparsa di un bambino, Luca Ciccioni, avvenuta lo scorso settembre, un piccolo angelo stappato alla vita da una malattia troppo grande anche per una persona come lui che mai aveva smesso di combattere e di sorridere, la leucemia. Da allora la forza immensa di papà Andrea e il desiderio di fare qualcosa affinché questa malattia possa essere combattuta con sempre migliori cure, hanno generato una serie di iniziative in ricordo del piccolo Luca e a sostegno della ricerca scientifica. Ed ecco la ‘Notte gialla’. Gialla come la maglietta della stagione 2012 dell’Official Fans Club di Valentino Rossi, grande amico del piccolo Luca, intervenuto a sostegno

dell’iniziativa che aveva come minimo comune denominatore quello di raccogliere fondi per un progetto europeo di ricerca su questa terribile malattia e che ha visto una folla di gente ritrovarsi per condividere un’emozione grande, grandissima, quella del buio che può diventare luce e speranza. E così è stato. Dopo l’inaugurazione di un parco giochi dedicato al piccolo “Ciccio” in cui una comunità intera si era spesa per realizzare quello che allora pareva essere solamente un sogno, ora una nuova vittoria altrettanto bella ed importante. L’associazione “Quelli che…con Luca” è ormai una realtà vera e ha avuto così l’occasione per dare un segnale forte a tutti i presenti e sostenitori, ossia che le battaglie, anche le più difficili e anche con la perdita di valorosi soldati, devono essere combattute sino in fondo e portate avanti, strenuamente, perché l’obiettivo da raggiungere è la salvezza e la vita. Grazie Luca, grazie piccolo grande eroe!


intervista

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La musica come compagna di vita Alberto Lodoletti si avvicina giovanissimo al pianoforte seguendo le orme della nonna paterna Nelly Schröder, pianista parigina. All’inizio studia pianoforte privatamente, prima con Massimo Cozzi, poi con Luca Sanna e Raimondo Campisi; in seguito, dopo aver conseguito la maturità classica presso il Liceo-Ginnasio “D. Crespi” di Busto Arsizio, frequenta il Conservatorio “G.Verdi” di Milano, presso il quale, sotto la guida di Vincenzo Balzani, ottiene il diploma accademico con il massimo dei voti. Si perfeziona in seguito con Walter Krafft, col quale studia presso il prestigioso Münchener Musikseminar di

Monaco di Baviera. Partecipa come allievo effettivo a diverse master classes e corsi di perfezionamento, tra gli altri con Oleg Marshev, Giovanni Umberto Battel, Mariana Sirbu, Boris Berman, Walter Krafft, Jean-Marc Luisada. Qualificatosi giovanissimo al Concorso Internazionale di Ispra, vince in seguito il primo premio al Concorso Internazionale “Paul Harris” di Verbania e al Concorso Internazionale di Camaiore, dove una giuria di prestigio gli conferisce il massimo dei voti con lode speciale per l’interpretazione di Debussy; al Concorso Nazionale di Follonica riceve, oltre al primo premio, anche il premio


A lberto

L odoletti speciale del pubblico. Nel 2005 ottiene il primo premio e il premio speciale al Concorso Internazionale “Jeunes Interpretes” di Beaulieau-sur-mer (Francia). In veste di solista tiene regolarmente concerti fin da giovane età in Italia, Austria, Germania, Francia, Principato di Monaco, Romania e Svizzera; si esibisce in sedi prestigiose come: in Italia Società del Giardino e Amici del Loggione del Teatro alla Scala di Milano, Palazzo Albrizzi di Venezia, Villa Francesca di Stresa, Villa Carlotta sul Lago di Como, Teatro Bibiena di Mantova; nel Principato di Monaco Théâtre des Variétés di Montecarlo;

in Romania Filarmonica de Stat (Sala Thalia) di SibiuHermannstadt; in Austria Europa-Haus di Meyrhofen; in Germania Gasteig di Monaco di Baviera, Dreikönigskirche - Haus der Kirche di Dresda. Dal 2008 è Direttore Artistico del Festival Internazionale di Musica Classica del Medio Olona. Per l’etichetta discografica Sipario Dischi, presso gli studi della RDS s.n.c., ha registrato CD con brani di Beethoven, Chopin, Liszt, Scarlatti, Bach, Rimsky-Korsakov e Moszkowski.

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Alberto, c’è un aneddoto della tua infanzia che spiega come è nata la passione per la musica? Posso dire che la mia passione per la musica deriva dal fatto che mia nonna era una grande pianista, mio papà è anche direttore di coro, quindi sin da bambino ho respirato musica in casa. Addirittura mio papà, prima di darmi un carillon, controllava bene che fosse intonato. Ah, un aneddoto: ricordo una volta, avrò avuto sì e no tre anni, mio padre dirigeva un concerto in teatro, prima dell’attacco, in un surreale silenzio, si udì la mia vocina che gridava: “Papà!” Ovviamente tutti voltarono lo sguardo verso di me, per la prima volta nella vita appresi cosa vuol dire essere al centro dell’attenzione, e per completare il mio desiderio, mi fecero salire sul palco accanto a papà. Il pubblico esplose in un calorosissimo applauso. Ecco, il mio destino fu scritto in quel momento. Cosa hai provato quando, facendo i primi esercizi difficili, le dita non obbedivano per come avresti voluto? Ricordo che, per riascoltare gli esercizi che eseguivo al

piano, mi registravo su una cassetta. Il fatto stesso di sapere che ciò che suonavo si sarebbe fissato su un nastro mi creava una certa tensione, ed allora sbagliavo. Avrei voluto punire le mani che non ‘obbedivano’ e lo feci alcune volte mettendole sotto l’acqua caldissima. Appresi, anni dopo, che un certo Muzio Scevola aveva avuto lo stesso mio istinto ‘punitivo’ nei confronti della sua mano, un gesto estremo non idoneo certo per un pianista. Per cui decisi di seguire un altro esempio di tenacia, ben sintetizzato dalla frase: ‘Volli, sempre volli, fortissimamente volli!’ L’emozione della prima volta in pubblico da protagonista...non accanto a papà. Avevo 14 anni, era il mio primo concerto in teatro: tutto esaurito, tensione altissima, iniziavo con la Ballata in Sol min. di Chopin, all’esposizione del primo tema, persi la concatenazione armonica ed il sincronismo fra le due mani, per cui il basso, per qualche battuta, non coincideva più con l’armonia della mano destra. Credo che nessuno se ne sia accorto, ma io ebbi la sensazione di sprofondare, dopodiché tutto procedette nel migliore dei modi, e


fu un successo. Quella sensazione la rivivo ogni volta che mi succede di avere un dubbio nel corso di un concerto. Ma credo che ciò derivi dal massimo rispetto che ho per il mio pubblico: l’emozione che si rinnova di volta in volta rende ogni esibizione ‘unica’. Il pensiero dominante mentre ti veniva attribuito il diploma al Conservatorio frutto di tanti sacrifici. Di solito dopo il diploma al Conservatorio si pensa alla carriera concertistica, ma io facevo concerti già da oltre dieci anni, per cui in quel momento mi sono detto: ‘Qual è il prossimo obiettivo?’ Mi sono dato la risposta poi, nel tempo: un pianista non raggiunge mai compiutamente il suo ‘obiettivo’ che è quello della perfezione. Ma il concetto di ‘perfezione’ è qualcosa di aleatorio e molto soggettivo dal punto di vista della valutazione tecnica. Allora tendo ad avvicinarmi quanto più è possibile allo stato d’animo del compositore nel momento in cui ha scritto quel brano. Mi aiuta in questo lo studio appassionato della sua vita, indispensabile per comprendere il perché ha scritto certe pagine, e in un certo modo. Ad esempio: il primo movi-

mento della Sonata Op. 35 in Si bemolle minore, Chopin lo scrisse a Palma di Maiorca dove viveva con la sua amante George Sand, gravemente malato di tubercolosi e con estrema difficoltà a respirare. Ebbene, se non si sa questo, quel brano rischia di essere eseguito in maniera troppo ‘percussiva’, mentre il ‘fortissimo’, molto presente in questo brano, esprime proprio un grido di sofferta energia inesplosa. Ci sono delle persone che ti senti di ringraziare per il sostegno che hanno dato alla tua carriera? Naturalmente i miei genitori che hanno creduto in me permettendomi di fare questo ‘mestiere’, ed i miei insegnanti che mi hanno dato delle buone basi sulle quali poi ho potuto costruire il mio stile. Ripensando ai genitori, ricordo che mi esercitavo su un pianoforte in salone, e per tutta la casa risuonavano per ore ed ore, anche a tarda notte, i miei esercizi, ebbene, non ricordo che i miei genitori mi abbiano mai fatto notare un gesto di insofferenza o di fastidio, era come se anche loro si esercitassero con me.

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Un ‘maestro’ in particolare? Se parliamo di ‘maestro’, nel senso di maestro di vita oltre che di musica, ebbene di certo è stato per me Walter Krafft. L’incontro con Walter ha significato una sorta di ‘quadratura del cerchio’ nel senso che, avendo già avuto un buon successo, e cosciente delle mie capacità, lui ha saputo darmi quei consigli, dal punto di vista pianistico, ma in particolar modo sotto il profilo umano, che devo dire, con molta umiltà, hanno cambiato il mio modo di vedere la vita, le cose, il pianoforte, e me stesso. Consigli, tra l’altro, che non avrei potuto comprendere, tanto meno accettare, se mi fossero giunti prima, o da persona meno autorevole. Quello con Krafft è stato un incontro straordinario, come si suol dire: la persona giusta al momento giusto, lui ha saputo tirar fuori da me delle potenzialità che io stesso non sapevo di avere. Fatta salva la scaramanzia, progetti per il futuro. Aumentare i concerti, che sono già numerosi: ad esempio non sono ancora stato a suonare in Giappone ed in America, ma ci sono già dei contatti. Un teatro in particolare in cui hai suonato e quello dove ti piacerebbe suonare. È stata unica l’emozione di suonare nel teatro Bibiena di Mantova, considerato anche dal grande pianista Richter ‘uno dei teatri con la migliore acustica al mondo’. Come per ogni pianista, anche per me, il sogno è di suonare alla Carnegie Hall di New York. In una frase, un suggerimento per un ragazzo che volesse intraprendere lo studio del pianoforte. Suonare il pianoforte è come giocare, se il desiderio di suonare il pianoforte è pari al desiderio di andare a giocare con gli amici allora vai avanti, e non arrenderti davanti alle difficoltà che naturalmente troverai. Ascolta più musica possibile, di qualsiasi genere, purché sia di buona qualità. E non fermarti se esercitandoti ti scoprirai a sbagliare, perché come in tutte le cose, anche in musica ‘sbagliando si impara’ se si sanno accettare con umiltà i propri errori. La musica sarà la tua compagna di vita che non ti tradirà mai!

Intervista a cura di Franco Caminiti

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T radate

di Franco Negri

L’emozione in sella: il primo raduno di primavera


Boom di bikers a Tradate per l’annuale cerimonia di benedizione delle moto a inizio primavera: il primo appuntamento della stagione per gli appassionati delle due ruote, un rito che richiama nella città di Jacopino anche tanti spettatori. È l’occasione per lasciare alle spalle la stagione dei freddi invernali in cui l’amata moto è messa a riposo e fatta oggetto delle attenzioni di messa a punto, pronta ad affrontare le dolci fatiche della calda stagione. È altresì occasione per salutare e riabbracciare vecchi e nuovi amici, compagni di avventura sulle strade nostrane e quelle ‘fuori porta’. Un momento per annunciare progetti e comunicare sogni, come ogni buon biker non può fare a meno di fare. È bello vedersi a fianco della propria moto, che è sempre la più bella, anche gravata di qualche anno in più, anche se ha perso lo smalto di un tempo ma si è fatta ricca di esperienPiazzale Paletti (Museo Frera): raduno motociclistico del 25 marzo 2012 per “Benedizione moto”

za e degna di rispetto per i servizi offerti al suo possessore. Una compagna che non si mostra gelosa se il suo cavaliere getta qua e là sguardi di desiderio verso altre ‘concorrenti’: lei sa che è inevitabile, c’est la vie! Quasi 600 (510 i gadget inizialmente consegnati) le moto intervenute al raduno presso la “Frera”: la giornata di domenica 25 marzo ha offerto una bella mattinata di sole che ha fatto da cornice, dopo l’obbligato rinvio della settimana precedente a causa del maltempo, alla manifestazione motoristica, promossa e organizzata dal Motoclub ‘Tradate’ in collaborazione con i Motoclub ‘Abbiate Guazzone’ e ‘Amatori moto Frera’, che hanno così salutato l’inizio delle loro attività associative 2012. I partecipanti si sono dunque ritrovati, a partire dalle ore 8,30, sul piazzale Paletti, antistante il Museo Frera, tempio del motociclismo “made in Tradate”

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84 e luogo significativo per la storia imprenditoriale italiana. La visita al museo, con libero accesso alle molte sale espositive di moto d’epoca (circa 80 di cui una trentina sono ‘Frera’ con data costruzione dal 1906 al 1936) è tappa ormai obbligata per i motoraduni organizzati a Tradate e dintorni. Ed è uno dei motivi che incentivano molti appassionati alla partecipazione a manifestazioni di questo tipo: si tratta infatti di un luogo di eccellenza nel panorama culturale, museale e sportivo del varesotto e non solo. Interessati a tale realtà, che è ormai storia consolidata, sono anche organi di informazione e studiosi che risiedono all’estero: è stata infatti recentemente realizzata in Inghilterra una pubblicazione contenente informazioni tec-

niche e documentarie su moto d’epoca, notizie rilasciate dal nostro museo e dai curatori di esso. Ma una bella manifestazione non è solo contemplazione della storia: esige anche spettacolo, conoscenza di nuovi luoghi, e perché no? ...un bel rombo di motori! Quando di parla di moto la musica è...una musica speciale, un suono inebriante, assordante, sì, ma coinvolgente! Come in tutti gli sport e i mestieri ‘difficili’ occorre crederci per apprezzare la gioia che segue ai sacrifici fatti. Anche per i bikers: la gioia ed il piacere sono motivati dal senso di libertà che offre la moto, proprio come nella filosofia di On the road (Sulla strada) del mitico Jack Kerouac, dove il tema del viaggio è metafora della libertà.


La manifestazione del 25 marzo non poteva perciò dimenticare la componente ‘turistica’: dopo la benedizione religiosa impartita a tutte le moto ed il saluto del sindaco di Tradate, accompagnato dalla presenza dei presidenti dei tre Motoclub cittadini, si è formato il lunghissimo corteo lungo un tracciato appositamente predisposto che vedeva dapprima le vie cittadine e poi alcuni luoghi e paesi limitrofi essere testimoni dell’entusiasmo di attori e spettatori. Un anticipo dei ‘giri’ che, bella stagione permettendo, sono già nelle agende di motoclub, appassionati, amici, amiche, che ancora sfogliano l’album dei ricordi e delle foto della stagione appena trascorsa. Dulcis in fundo non poteva mancare il momento di re-

lax. Proprio perché è meglio non esagerare ad inizio stagione coi chilometri da macinare. Dopo il giro in città ed il percorso in pineta meglio fermarsi a gustare un buon aperitivo, tanto più se accompagnato da qualche squisitezza ed il tutto è gentilmente offerto dall’organizzazione, come pure il piccolo ma speciale gadget. Sosta quindi a Pianbosco, al ristorante ‘Il Cenacolo’, come ormai tradizione da qualche anno. Coi calici alzati auguri, dunque, per la nuova stagione! E, arrivederci alla ‘Benedizione’ del 2013, raccontando di nuove avventure ed esaltanti viaggi ancora negli occhi e conservati nell’anima. 85


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L’articoloinfondo di Franco Caminiti

Ripartiamo dall’onestà intellettuale

Ci siamo ripromessi di non occuparci di politica in questa rivista. Ma non occuparsi di politica non vuol dire non parlare di idee. E cos’è la politica se non idee che si articolano in progetti di legge i quali, in meglio o in peggio, ci cambiano la vita quotidiana, agevolano o compromettono, il futuro nostro e dei nostri figli? Ed allora è doveroso che un giornale abbia una sua posizione ideologica, tanto meglio se questa non è ascrivibile ad una fazione. Perché le idee vivono anche senza coccarde di partito, anzi, come la storia degli ultimi decenni ci ha insegnato, i partiti tendono a sopprimere le idee, le imbrigliano, le adattano, asservendole spesso ad un interesse che non è, quasi mai, quello del popolo. Cercheremo di cogliere lo stato d’animo della gente, le manifestazioni di esigenze o di malessere, le riporteremo, senza timore, e sposeremo le battaglie di libertà e di progresso civile e sociale. Se ci guardiamo attorno, a pochi giorni dalla stampa di questo primo numero di ‘Olona e dintorni’, ciò che emerge è una sensazione di sconforto e di incertezza, di sfiducia e di sdegno nel confronti della classe politica. Come abbiamo fatto, si domandano tutti, ad arrivare a questo punto? Siamo fra i paesi più corrotti. Nella graduatoria delle 200 migliori università del mondo troviamo una sola università italiana, quella di Bologna, ma collocata al 183esimo posto!* Tullio De Mauro parla di ‘analfabetismo di ritorno’. Il tasso di disoccupazione giovanile è al 28%, le nostre tasse sono fra le più alte del mondo, gli stipendi fra i più bassi d’Europa ma, i compensi dei nostri dirigenti scandalosamente e spropositatamente eccessivi. Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto? Non serve riportare qui l’analisi di tutte le vicende degli ultimi 30 anni fatta da studiosi di vaglia e autorevoli istituti di ricerca. La spiegazione è unanime: tutto è co-

minciato quando i politici hanno messo da parte il concetto di onestà intellettuale. Ed è ciò che ho percepito per le strade, nei mercati rionali, chiacchierando ‘a microfoni spenti’. Domandando un parere sui politici italiani, tutte le risposte riconducono alla questione morale. Sui partiti il giudizio negativo è trasversale e il quadro desolante che si è delineato, e che tutti i giornali riportano quotidianamente, riteniamo debba spingere i nostri politici a fare al più presto una seria riflessione, un esame di coscienza. I politici italiani sono percepiti come una casta lontana dalla realtà quotidiana, che si comporta come un’entità magmatica autoreferenziale; essi sono convinti di essere superiori, più intelligenti, più furbi, privilegiati per merito di appartenenza, di nascita o di cieca militanza. Gli strapagati politici italiani non vivono fra la gente, e quindi non capiscono, i problemi dei cittadini, una classe considerata medio-bassa che, purtroppo, è sempre più numerosa e meno influente. Sono i nuovi poveri, gli emarginati per censo, gli ostacolati per cultura (ormai la cultura in Italia è considerata una colpa); sono i vessati senza speranza e senza difesa, davanti alla legge, davanti alle istituzioni, davanti alla burocrazia. I politici italiani hanno mortificato il desiderio del sapere, hanno ostacolato lo spirito di iniziativa, la creatività nell’arte, svilendo il merito e ponendo la mediocrità a standard qualitativo. Hanno soffocato la piccola e media imprenditoria, quella imprenditoria che ha fatto grande il Paese grazie all’entusiasmo ed al coraggio, alla maestria ed al sacrificio, quella imprenditoria che non beneficia di aiuti di Stato e che è, invece, il primo motore dell’economia. Perché i politici italiani disconoscono il significato del termine ‘onestà intellettuale’, o almeno se ne dimenticano non appena vengono a contatto con la realtà organizzativa del movimento, qualunque esso sia. Le logiche di partito

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diventano prioritarie su tutto, la vittoria elettorale (fine) giustifica qualunque mezzo, anche il più disonesto e lesivo delle libertà, anche il più prevaricatore dei diritti degli altri. La parola d’ordine è ‘Vincere!’, costi quel che costi, sfruttando e calpestando chiunque. I politici italiani, nella percezione generale dei cittadini, sono la ‘summa’ di tutto ciò che non si dovrebbe essere e di ciò che non si dovrebbe fare: bugiardi, falsi, corruttori e corrotti, egoisti, arrivisti, narcisisti, caratteriali ed a volte collerici, volgari, blasfemi, infedeli, privi di moralità e di ideali, pronti a saltare, con spudorata faccia tosta da un banco all’altro del Parlamento. I politici italiani non solo risultano essere per la maggior parte ignoranti, ma sono convinti che a loro sia consentito di esserlo. Così come sono convinti che a loro sia consentito di essere anche disonesti, e che la politica sia una sorta di zona franca, un rifugio per tutte le malefatte. I politici italiani sono convinti che la loro elezione (attualmente la loro ‘nomina’) sia un passaporto per tutti i privilegi, un lasciapassare per scavalcare tutte le ‘file’ del-

la vita, convinti che, se sbagliare è umano, nel loro caso ciò sia concesso e perdonato d’ufficio, come se le regole della decenza morale per i politici fossero sospese o, meglio, annullate, secondo la teoria istituzionalizzata del ‘tutto concesso’, della totale impunità, e tutto perpetrato in una omertà vergognosa e viscida, nella consapevolezza di far parte di una classe di ricattabili, e spesso di ricattati. I politici italiani sono l’unica ‘casta’ che non deve dar conto del proprio operato a chi li paga, cioè il popolo. Quasi nessun politico, ripresentandosi alle elezioni, produce i risultati del proprio mandato: proposte di leggi, interpellanze, battaglie vinte, o anche solo combattute, per rendere più vivibile per tutti questo nostro Paese. Basta che abbiano lavorato per il partito, per mantenere vivo il consenso, per vincere ancora e perpetuare i privilegi, sino a trasmetterli ai figli, come fossero titoli nobiliari. Una specie di intoccabili, per certi versi con inquietanti similitudini con le organizzazioni di natura mafiosa, voglio dire negli atteggiamenti, nel modo di difendere strenuamente se stessi e i confratelli, gli interessi personali e ‘della fami-


una rinascita ci sarà, “ Se e ci dovrà essere! perché questo Paese ne è capace, perché l’Italia lo merita, se una rinascita ci sarà, essa dovrà partire da una ritrovata dirittura morale.

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glia’, gestendo i partiti come fossero ‘cosa loro’. Questa è la percezione, in sintesi, che, per certi versi, condividiamo, e che riportiamo augurandoci, però, che non sia proprio così, confidando che ancora resistano sacche di buonsenso, di buonafede, di adeguato livello culturale, di sostanziale onestà. Eppure siamo un grande popolo, abbiamo dato al mondo il meglio dell’arte, della cultura, della scienza, dei brevetti; forse siamo i più intelligenti del mondo, com’è, allora, che ci siamo lasciati turlupinare, prendere in giro, offendere, da un branco di ignoranti egoisti. Queste persone indegnamente preposte, o immeritatamente nominate, non ci rappresentano. Allora noi auspichiamo che venga presto il giorno in cui il popolo italiano si sveglierà da questa sorta di torpore, reagirà con la forza dellla fierezza, di una ritrovata consapevolezza di dignità, con uno scatto di orgoglio. Spero di vedere quel giorno, di viverlo, di poter scendere in piazza, fra gente felice, consapevole, cosciente di sé e del proprio valore, delle proprie capacità e dei propri ricon-

quistati diritti. Intanto dalle colonne di questa rivista faremo ciò che è possibile: veicoleremo proposte, ci faremo portavoce di esigenze, saremo un’altra voce fra tante, ma una voce libera, imparziale, senza simpatie che per il merito, che per l’eccellenza, appunto, perché di ciò questa rivista si occuperà, a partire dalle idee, una voce che avrà l’autorevolezza dell’onestà e la forza che voi lettori vorrete darci. Se una rinascita ci sarà, e ci dovrà essere! perché questo Paese ne è capace, perché l’Italia lo merita, se una rinascita ci sarà, dicevo, essa dovrà partire da una ritrovata dirittura morale. La storia insegna: dopo mille anni di oscuro Medioevo l’Italia seppe produrre il Rinascimento, forse il momento più esaltante nella storia dell’umanità. Ebbene se questa Italia saprà dar vita ad un nuovo Rinascimento esso potrà solo trovare il proprio inizio nella cultura e nell’impegno, nel merito riconosciuto, nel rispetto delle idee, nella libertà che non prevarica, in due parole, ripeto, nell’onestà intellettuale! * Fonte: www.topuniversities.com


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