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Mensile. Numero 85, Settembre 2010

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THERE’S NO WRONG WAY TO DO IT.


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Foto di Sean Michael Beolchini

PIG Mag 85, Settembre 2010 PIG Mag is: Daniel Beckerman Publisher Simon Beckerman Publisher & Editor in Chief Sean Michael Beolchini Executive Editor Fashion & Photography Valentina Barzaghi Managing Editor, Cinema Editor Giacomo De Poli (Depolique) Managing Editor Music Ilaria Norsa Managing Editor Fashion Fabiana Fierotti Fashion Editor, Production Assistant Marco Velardi Managing Editor Books Maria Cristina Bastante Managing Editor Design Giovanni Cervi Managing Editor Art and New Media Janusz Daga Managing Editor Videogames Piotr Niepsuj Assistant Managing Editor Music, Photography Gaetano Scippa Contributing Music Editor Marco Lombardo Contributing Music Editor Graphic design dept Stefania Di Bello - Graphic design and layout

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Contributors Karin Piovan, Marco Braggion (musica), Ana Kras (foto), Yara De Nicola (foto), J (foto), Jacopo Moschin (foto), Chiara Capuzzi (foto), Renè Fietzek (foto), Federica Baldino, Francesco Paolo Catalano (make-up), Manfredi Trapolino (model), Ettore Passarelli (model), Andrea Palazzotto (model), Giorgio Randazzo (model), Coley Brown (foto), Emanuele Fontanesi (foto), Katherine Squier (foto), Kuba Dabrowski (foto), Linus Bill (foto), Maciek Pozoga (foto), Margaret Durow (foto), Mathias Sterner (foto), Michela Biasibetti, Nacho Alegre (foto), Patrick Tsai (foto), Quentin De Briey (foto), Roberta Ridolfi (foto), Sacha Maric (foto), Marco Lombardi, Nikolaj A. Holm Møller (foto).

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Special Thanks Bianca Beckerman, Caterina Napolitani, Caterina Panarello, Rebecca Caterina Elisabeth Larsson, Piera Mammini, Giancarlo Biagi, Laura Cocco e Victoria Ebner.

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PIG all’estero: Grecia, Finlandia, Singapore, Spagna, Inghilterra, Brasile, Hong Kong, Giappone, Turchia, Germania. PIG è presente anche nei DIESEL Store di: Berlino, Londra, Parigi, Tokyo, Milano, Roma e Treviso. PIG Magazine è edita da B-arts editore srl. Tutti i diritti sono riservati. Manoscritti, dattiloscritti, articoli, disegni non si restituiscono anche se non pubblicati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta in alcun modo, senza l’autorizzazione scritta preventiva da parte dell’Editore. Gli Autori e l’Editore non potranno in alcun caso essere responsabili per incidenti o conseguenti danni che derivino o siano causati dall’uso improprio delle informazioni contenute. Le immagini sono copyright © dei rispettivi proprietari. Prezzo del numero 5 Euro. L’Editore si riserva la facoltà di modificare il prezzo nel corso della pubblicazione, se costretto da mutate condizioni di mercato.


MINI e . Incontro al vertice della tecnologia. Consumi (litri/100 km) ciclo misto: da 4,4 (MINI One D Countryman con cambio manuale) a 7,7 (MINI Cooper S Countryman ALL4 con cambio automatico). Emissioni CO2 (g/km): da 115 (MINI One D Countryman con cambio manuale) a 180 (MINI Cooper S Countryman ALL4 con cambio automatico).

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Questa volta l’abbiamo fatta grossa. La nuova MINI Countryman è la prima MINI a 4 porte, lunga più di 4 metri, con 4 ruote motrici* e l’inconfondibile go-kart feeling di MINI. C’è vita là fuori, cosa aspetti a salire a bordo? Scopri subito la nuova MINI Countryman su GETAWAY.MINI.IT

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Sommario Interviste:

66: Delorean

54: Maxime Buechi

48: Pitti

86: Palermo 2 Foto di copertina di Sean Michael Beolchini

60: ceo

Report:

Photography:

Street Files:

80: Sonar 2010

102: Summer

40: Bread & Butter Berlin

Foto di Sean Michael Beolchini e Piotr Niepsuj

Servizio a cura di Sean Michael Beolchini

Foto di Renè Fietzek

Regulars 12: Bands Around 16: Fart 18: Shop: RA Antwerp 20: Publisher: Dorothee Perret 22: Design 24: PIG Files 30: Moda News 34: Moda: Dark side of the moon 36: Photographer of the Month: Li Hui 124: Musica 130: Cinema 134: Libri 136: PIG Waves 138: Videogames

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Inspired by a ballpoint pen and a bored student. Fast times everlasting.

P: Ane Jens

P: Gabe Morford

John Cardiel, a skateboarder’s mind over matter, rolling on.

The Vans Warped Tour, 16 years of punk rock.

From founder Paul Van Doren’s doodle came one of Vans’ most iconic emblems.


Š 2010 Vans, Inc.


Bands Around

Foto di Piotr Niepsuj

Ikonika Hyperdub showcase @ Club Mondo, Barcelona Nome? Ikonika. Età? 26. Da dove vieni? Londra. Cos’hai nelle tasche? Cellulare, sighe e torcia. Qual è il tuo vizio segreto? Madonna. Qual è l’artista-la band più sorprendente d’oggi? Nessuno e tutti. Di chi sei la reincarnazione? Qualche gatto. Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Deftones. Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? Non so, direi Prada.

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Bands Around

Foto di Piotr Niepsuj

Guido Hyperdub showcase @ Club Mondo, Barcelona Nome? Guy. Età? 22. Da dove vieni? Bristol. Cos'hai nelle tasche? Euro, carta (chiave) per l’hotel e Iphone. Qual è il tuo vizio segreto? Janelle Monae. Qual è l'artista-la band più sorprendente d'oggi? Vedi sopra. Di chi sei la reincarnazione? Dello spirito di un albero. Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Muhammad Ali. Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? Ludovico Einaudi.

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Fart uno spazio dedicato al sacro fuoco dell’arte

Di Giovanni Cervi (verbavolant@pigmag.com)

Mi sono sempre chiesto cosa muova le persone che stanno nel mondo dell’arte. Gli artisti è facile, si sa, è il sacro fuoco che li divora. Ma tutti quelli che ci stanno intorno? Galleristi, curatori, critici, agitatori… cosa li spinge? Fart questo mese intervista Nullsleep, agiatatore del mondo a 8Bit e organizzatore del Blip Festival.

Nullsleep Ciao Nullsleep, dove nasce il tuo amore per l’8bit? Sono stato esposto a questa estetica fin da piccolo, quando giocavo con Atari 2600 e NES. E poi io e mio fratello ci divertivamo a guardare demo dei giochi e a fare musica con QBasic. Questi suoni puri, digitali, mi sono sempre piaciuti, un po’ per nostalgia ma anche perché sono fatti completamente con la voce delle macchine. Che mi dici del Blip Festival? Nel 2006 ho fatto il mio primo tour in Giappone con Bit Shifter, insieme a musicisti locali che prima avevamo conosciuto solo via web. Conoscersi dal vivo e interagire rafforza i rapporti, così quando ci hanno detto che volevano venire negli USA a suonare abbiamo contattato Mike Rosenthal, che era direttore di un locale chiamato The Tank per organizzare la cosa. Alla fine parlando e parlando un semplice concerto è diventato un festival di più giorni con artisti da tutto

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Foto di Marjorie Becker

il mondo. Da allora abbiamo fatto girare il festival in America ed Europa e prossimamente a Tokyo e in Danimarca. Secondo te come mai c’è questo ritorno di vecchi stili estetici? Perché i primi computer erano unici. Poi c’è il fattore nostalgico e anche il fatto che allora c’erano molte aspettative. A una prima occhiata i primi videogames erano semplici, ma andando più in profondità erano decisamente eleganti. Rendevano molto con poco. C’era un livello di astrazione che ti forzava a riempire gli spazi vuoti, è questa la sfida. Riusciremo mai a uscire dagli anni 80? Molte cose che oggi ci affascinano arrivano da quella decade. PC, videogiochi, cellulari, la rete.. Probabilmente gli anni ottanta hanno segnato l’inizio di un rapporto più intimo tra tecnologia e uomo, che poi si è sviluppato su molti livelli. Perciò forse è naturale rifarsi a quelle estetiche e quei mood

e rivisitarli. Ci sono altre cose del passato che conquisteranno il futuro? I primi computer ci hanno spinto a semplificare, a capire e portare il loro linguaggio a un livello più basilare. Non si era semplici “user” ma creatori. Oggi questo si è un po’ perso, forse perché le macchine sono più complesse. In alcuni casi però si sta tornando a riprendere il controllo della tecnologia, a imparare come funziona per fare le cose che vogliamo in prima persona. Ad esempio la piattaforma tecnologica open source Arduino ha un po’ quello spirito. Anche l’estetica dell’era web anni 90, i giorni del puro html e dei gif animati, stanno tornando nel mondo dell’arte. Devo ammettere che a volte mi manca leggere in un sito “Under Construction”. www.blipfestival.org www.nullsleep.com


Shop

Intervista di Federica Baldino

RA Antwerp Anna e Romain, di ritorno dall’ITS di Trieste, ci danno qualche anticipazione su trend e new talent e ci introducono la loro “foresta”, un posto dove vale la pena avventurarsi. Ciao! Come state? A&R: Bene grazie. Siete di ritorno dall'ITS.Cos'ha catturato la vostra attenzione? A&R: Era tutto fantastico.Tutte quelle menti creative e giovani attorno, sembrava di essere di nuovo a scuola. Selezione stupenda, organizzazione non da meno. Niels Peeraer della Royal Academy of Fine Arts (che ha vinto il RA award alla ITS9 competition per nuovi fashion designer a Trieste) è stato premiato per la sua spiccata capacità espositiva. Venderemo i suoi pezzi solo sotto ordinazione. La data della sua installazione al RA è ancora da decidere. Tenete qualcuno in particolare sott'occhio? A&R: I diplomati di quest'anno: Paula Selby Avellanda, Pierre Antoine Vettorello, Johan

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Akesson. Ciò che li accomuna è il loro uso della moda come mezzo d'espressione, creando pezzi che trasformano chi l'indossa: una sorta di arte indossabile. Ma anche i laureati degli scorsi anni. Organizziamo con loro esibizioni durante le fashion week tra Parigi e NY. Torniamo ad Anversa ed inoltriamoci nel vostro store... A&R: La nostra è una vera e propria foresta nata nel 2009 come supporto a giovani artisti e fashion designers indipendenti, ristorante, libreria, spazi espositivi, sezione vintage, musica e due piani di fashion spaziando da Gareth Pugh al vintage più ricercato. Una vera location culturale tout court. Immagino i clienti... A&R: Amanti della moda, freaks, vecchie signore, giovani mostri (very GAGA).

Che musica possiamo ascoltare da RA? A&R: All'interno del nostro store abbiamo un vero e proprio maestro, Erik Vanberghen, Dj pop,electro. Sul nostro sito potete trovare delle sue playlist. Eventi futuri? A&R: L'8 Agosto la presentazione del giovane talento Narelle Dore. Nostra collaboratrice di origine australiana, anche lei ex studentessa della Royal Academy of Fine Arts che ha forgiato talenti come Ann Demeulemeester, Dries Van Noten, Martin Margiela. RA kloosterstraat 13 2000 antwerp Belgium. www.ra13.be


Publisher

Intervista di Marco Velardi

Dorothee Perret Dorothee Perret è un piccolo caso di eccellenza nel mondo dell’editoria indipendente. Da quando ha lasciato le sponde di Purple, tre anni fa, ha fondato una rivista e una casa editrice, passando per un blog, per raccontare il mondo che la circonda. Un mondo di creativi, tra due città, Parigi e Los Angeles, un’accoppiata strana, ma forse non troppo. Siamo andati a farci raccontare come è stato il viaggio? Da quanto esiste PARIS, LA? Quali sono state le motivazioni iniziali? Paris, LA è la naturale continuazione del blog Do.Pe. che ho iniziato quando ho lasciato la rivista Purple nel 2007. A quel tempo ero affascinata dalle possibilità che internet offriva, specialmente per quanto riguarda la libertà di parola. Ho lavorato per un anno intero a svilup-

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pare i contenuti, lavorando con fotografi, scrittori e musicisti che ammiro e amo, per raccontare delle storie sul loro lavoro. Internet a quel tempo era un po’ come il Wild West, un posto dove potevi costruire una comunità dal nulla. Mi sono divertita un sacco a farlo. Mi piacciono le grandi sfide come questa! Anche se naturalmente ho incominciato a sentire la mancanza

materiale che il formato cartaceo offre, come la qualità della carta, il formato della pagina, il layout delle storie e così via…cosi in un viaggio di ritorno da LA, ho avuto quest’idea di estendere il blog con la pubblicazione di una rivista. Ecco come Paris, LA è nato! Oggi, Do.Pe. non esiste più, l’ho chiuso quando ho lanciato il primo numero di Paris, LA nel 2008. In realtà ciò che è rimasto di Do.Pe. è stato pubblicato come un collage sul primo manifesto/poster di Paris, LA. Da qui a selezionare gli artisti e collaboratori con cui lavori, qual è il tuo criterio di scelta? Deriva dalla semplice idea di sostenere e mostrare il lavoro delle persone che amo e ammiro veramente. Devo ammettere che è processo molto soggettivo e del tutto personale. Sarebbe difficile dare una motivazione chiara e razionale sul motivo per cui scelgo di parlare di un artista piuttosto che di un altro, o quello scrittore, e non quell’altro! Come dice il nome Paris,LA è un luogo tra due città, tra scene, tra persone. Così l'idea è di riempire questo spazio vuoto con le opere di artisti, scrittori, fotografi, musicisti e designer che incrociano la mia strada, la mia mente e il mio cuore. Naturalmente il mio lavoro è quello di aggiungere una visione e legare il tutto con il mio amore. Ti occupi di altro oltre a PARIS, LA? Ho una casa editrice, cresciuta parallelamente allo sviluppo della rivista, che si chiama DoPe Press. In realtà abbiamo appena pubblicato il nostro primo libro durante Art Basel. Ho diversi altri progetti editoriali ma non sono ancora abbastanza maturi per parlarne. Lavoro anche come curatrice ogni tanto. Dal 2008, sono la responsabile del programma della Brachfeld Gallery, uno spazio creativo a Parigi dove esponiamo artisti e artigiani che lavorano attorno al mondo della moda. Se ti chiedo di darmi una definizione di editoria indipendente? Ti rispondo citando il rapper T.I. “It’s just a matter having your own company, running your own shit, cutting your own checks, counting your own money, and being your own boss.” Del futuro dell'editoria cosa ne pensi? Vivo nel mio tempo e non penso troppo al futuro. Lo trovo abbastanza divertente in questo modo. Tutto quello che posso dire è che non credo che stiamo vivendo in un mondo nuovo, perché significherebbe che il nostro mondo sarebbe morto. E ovviamente intorno a me non sembra ancora un mondo morto. Quindi, digitale o non digitale, per me è lo stesso, cambiano solo gli strumenti. Un libro che consiglieresti? Consiglierei I Can’t See di Oscar Tuazon, il primo libro che ho pubblicato con la mia casa editrice. É una bella monografia, molto completa ed esplicativa del lavoro di un grande scultore. E come tutti i progetti DoPe, è stata creata da una visione unica e personale. In questo senso, è il libro di un vero artista. www.paris-la.com


Intervista di Mariacristina Bastante (kikka@pigmag.com). Foto di Chiara Capuzzi

Sedia diabo e tavolo PVC

Design

Questioni pratiche Lui a fare il designer ci si è ritrovato per caso. Perchè all’inizio creava tavole da surf. E poi quando ha messo su casa ha deciso che inventare da solo i propri mobili era meglio che andarli a comprare già pronti. Così, alla fine, Niccolo Spirito ha capito di essere un designer. Che prende tubi e chiavi inglesi per costruire tavoli, sedute e lampade. Perchè il design è una questione molto pratica, dove etica ed estetica si fondono. Perchè il design deve piacere, divertire e servire a qualche cosa. A noi ha raccontato i suoi ultimi progetti, l’idea di un design interattivo e il sogno di fare cinema… Descriviti brevemente usando tre o quattro aggettivi. Autodescrivermi?…Meglio lasciare farlo ad altri! Allora andiamo con i dati anagrafici. Quanti anni hai? Dove vivi? Ho trent’anni. Vivo nel quartiere Isola a Milano, ma per poco. Sto pensando di trasferirmi.

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Quando hai deciso che avresti voluto lavorare come designer? E’ da quando sono piccolo che costruisco oggetti. Non ho la pretesa di essere un designer, non sono abbastanza cosciente! Quando ero adolescente la mia passione per il surf mi ha spinto a creare tavole da surf. Poi ho iniziato a pensare e ideare oggetti e mobili per casa mia.

Una cosa naturale, insomma. Da lì - grazie anche ai consigli di amici - ho deciso di provare a costruire qualcosa che andasse fuori dai miei spazi. Che cos’è il design per te? E’ gioco. Mi diverte vedere un progetto diventare qualcosa di reale. E per questo ci sono delle regole da seguire. Il design è una maniera di dare senso allo spazio e al


tempo. L’importante è rimanere con i piedi per terra! Pensi che il design debba essere utile? Adoro gli oggetti funzionali, che uso per il mio lavoro, chiavi inglesi, tubi edili. Per me il design è una questione molto pratica, è l’interesse di progettare qualcosa che serva a qualcuno. E che piaccia. A che cosa stai lavorando in questo momento? A delle nuove lampade con strumenti da carpentiere e sedute da interni con i tubi. E sto progettando un oggetto che si differenzia da tutti gli altri. Potrei dire sia una sintesi del lavoro fatto fino adesso. E’ un lavoro che comporta un rapporto creativo fra l’utente e l’oggetto. Egli stesso sarà in qualche modo designer. Quali sono le tue fonti d’ispirazione? I magazzini edili e i negozi di ferramenta stimolano il mio immaginario, ma anche i cantieri a cielo aperto sono spazi suggestivi. Faccio anche raccolta di oggetti trovati, mi piace dargli una nuova vita, o tenerli lì aspettando di trovar loro un utilizzo. Parliamo del riuso, allora. E’ una pratica

abbastanza diffusa nel design contemporaneo: penso a fratelli Campana o ad alcuni progetti firmati da Droog design. Qual è la tua visione ? Il riuso è essenziale in un momento di tale caos di consumi e merce. Direi che è un’attività sana! E’ una maniera di ricordare e non farsi trascinare nell’oblio dell’usa e getta. Modello ikea. Quali designer/artisti preferisci o trovi interessanti? Un grande classico, come solo i geni possono essere, è Achille Castiglioni. Di oggi ammiro il lavoro dei Big game, oppure Gregor Jenkin che lavora l’acciaio e lo salda in una maniera strabiliante. E poi c’è Paolo Sorrentino, per me un vero punto di riferimento. Com’è il design italiano? E Milano: è davvero la capitale del design? Milano è troppo modaiola. Tutto è ricoperto di quella patina fashion e in qualche modo inquietante che fa perdere il senso vero delle cose. Tra i progetti che hai già realizzato ce ne è uno che ami in modo particolare? Perchè?

La libreria Tubro. Ha avuto un processo più complicato dal punto di vista progettuale. Vederla opera finita è stato emozionante e divertente. Immagina di non essere un designer. che cosa staresti facendo adesso? Il mio grande amore rimane il cinema. E’ quello che desidero fare. Lavoro come freelance in pubblicità, ho realizzato un corto e un documetario sulla poster art. Ho da poco finito di scrivere il soggetto di un lungo, spero di trovare un produttore abbastanza matto da finanziarlo! Ho letto in un commento al tuo lavoro che non miri a stupire, ma che preferisci “accompagnare” il pubblico in maniera meno eclatante, ma coinvolgente, in modo più sottile nel “tuo” mondo. Ti rconosci in questa osservazione? Non lo so, l’ha scritta la mia ragazza. E’ lei la mente riflessiva! Sicuro non desidero sconvolgere niente e nessuno. Mi piacciono le linee essenziali, e l’eleganza intrinseca di una chiave inglese e la semplicità perfetta di un tubo. www.nsdesign.it

Niccolò Spirito con la lampada poligonale tavolo

Lampada poligonale cielo

Libreria Tubro

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PIG files

Di Giovanni Cervi

Invasori spaziali Che goduria più grande potrebbe esserci per un appassionato deli anni ‘80 che vedere lo spazio del proprio salotto invaso da questo divano? La parte estetica è meravigliosa, retrò e contemporanea allo stesso tempo. Fondamentale è la comodità, ma questa per ora mi è incognita, nel caso si mette in bella mostra in una sala d’aspetto. Onore a Igor Chack, il designer. www.igorchak.com

Il giorno dei minitrifidi Tanto tempo fa su queste pagine si parlò di Guerrilla Gardening, il cittadino che si riappropria degli spazi verdi trascurati dalle istituzioni. Poi sono arrivati i giardini verticali, gli architetti che si riappropriano dei giardini. Ora Abe fa un passo in più, ritornando alla guerriglia urbana green, con un pizzico di street art. vecchi contenitori del latte etc etc che diventano vasi da appendere ai muri della città. Il futuro viene sempre dal basso. www.crosshatchling.co.uk

Lo scivolo per gli inferi Sei in una metropolitana sovraffollata e ti trovi davanti uno scivolo. Che fai? Storci il naso pensando ai possibili germi o rischi o non ci pensi due volte e ti ci butti? Sono anche decisioni come queste che possono dare uno svolta alle nostre giornate. Iniziare la routine quotidiane in modo infantile potrebbe essere la chiave della felicità. Forse a questo ha pensato Volkswagen con questo progetto di comunicazione virale. www.youtube.com/watch?v=W4o0ZVeixYU

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Il robot che venne dagli abissi C.R.A.B. (Cybernetic Remote Autonomous Barricade) è il baluardo robot della polizia del futuro. Chi oserà manifestare trovandosi di fronte questo crostaceo gigante armato? Per ora non è ancora in produzione, ma la nuova frontiera della sicurezza sono gli abissi del mare? www.jamiemartindesign.co.uk


La casa da un mondo futuro 100% rinnovabile. Questo è l'obiettivo degli architetti dello studio C.F. Moller con questo progetto. Una casa che può sopravvivere letteralmente anche nel vuoto assoluto, che pesca l'energie da ciò che ha intorno e ricicla la propria aria. Mi casa es futura. www.cfmoller.com

Pulsazioni dallo spazio profondo

Photo a gogo Questa macchina fotografica non fa foto. E’ inutile quindi? No, è un’operazione tra il concettuale e il furbetto. Quando puntiamo l’obiettivo Nadia da i numeri, cioè le percentuali dell’estetica delle foto che abbiamo appena fatto. Ma la qualità della foto non è soggettiva? Questa è una lunga diatriba, certo è che in un mondo sempre più tecnologicizzato prima o poi dovevamo scontrarci con giudizio delle macchine. www.andrewkupresanin.com

La scuola di design svedese è sempre attenta alla qualità della vita. Il progetto di Johannes Tjernberg and Rasmus Malbert è ispirato al film Tempi Moderni e vuole essere una riflessione sulla frenesia della vita industrializzata, nel dettaglio sono una lampada, degli orologi e un lettore mp3 da tavolo. Tutti con classe minimale e stimolanti a prendersi i propri tempi. www.modern-times.se

Interstellar 666 La follia dei designer di questi tempi non può essere tenuta sotto controllo. Persi tra il cambiare il mondo e mandarlo a stelle filanti, non mancano di stupirci. Harrison Crix ha impiegato 17 mesi per fare questo elmetto Daft Punk, con risultati stupefacenti. Appunto.. www.volpinprops. blogspot.com

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Feature on Designer: Liesemarie Schulte www.liesamarieschulte.com - Intervista di Fabiana Fierotti

Liesamarie è stata una bellissima scoperta fatta mentre mi informavo sui nuovi designer che hanno debuttato durante la graduate fashion week di Londra. Tratti fondamentali: un'estetica assolutamente unica e un immaginario particolare. Ciao, come stai? Molto bene, grazie. Cosa ci racconti di bello? Ultimamente sto lavorando ad alcuni progetti nuovi e molto interessanti e sto cercando di buttarmi su nuove esperienze e sfide. Raccontaci un po' delle tue origini... Vengo da Colonia, in Germania. Però Londra è stata la mia casa negli ultimi otto anni. Ti sei appena laureata, giusto? Si, praticamente un mese fa.  Cosa vuoi dirci di questa esperienza? E’ stato surreale, dopo tre anni di sperimentazione per cercare di trovare il tuo linguaggio visivo, poter applicare tutto quello che hai imparato e vedere cosa effettivamente 26 PIG MAGAZINE

ne pensa la gente. Due anni fa hai vinto l'Isabella Blow Memorial...  Si, è stato un grande onore e mi ha aperto tante porte con gli sponsor. Mi ha dato maggiore stabilità finanziaria e mi ha consentito di spingere il mio lavoro al massimo. La tua estetica è davvero innovativa e particolare, mi ha subito colpita molto... Grazie. Direi che i miei campi d'interesse sono molto eclettici e con pochi limiti. Mi ispiro a tantissime cose in generale e amo esplorare mondi e realtà differenti.   Parliamo un po' della collezione aw10. Sai spiegarci il perchè del nome "Holy Land"? Con Holy Land, ho esplorato varie estetiche e diversi sistemi di linguaggi simbolici. Cri-

stianità, magia, rituali e paesaggi sperduti sono stati dei fili conduttori essenziali. Ho cercato di mischiarli insieme e creare una sorta di dinamica simbolica, qualcosa di completamente nuovo. Credo proprio tu ci sia riuscita. Una curiosità: come mai i volti coperti da un velo? Mi è sempre piaciuto il concetto del celarsi dietro qualcosa di trasparente come un velo. Sveglia una sorta di curiosità in me perchè non mostri tutto subito. Che piani hai per l'estate? Sto per fare un viaggio in Spagna, cammineremo attraverso montagne esotiche, cercando di trovare grotte e natura selvaggia... prima di tornare nella realtà eclettica di Londra.


Blog of the Month: Robe Per Terra www.robeperterra.blogspot.com di Fabiana Fierotti

Violetta Gatti è stata una delle prime persone a rubarmi il cuore a Milano. Non solo perchè credo sia dannatamente geniale, ma anche perchè è davvero un essere unico nel suo genere. Ho voluto che fosse lei a raccontare la storia del suo folle blog e di come tutto è iniziato...

Questo blog è nato un giorno che avevo la febbre ed ero chiusa in casa ad annoiarmi e siccome avevo finito tutta la quarta serie di Una mamma per amica e nessuno mi scriveva su facebook, ho deciso di impegnarmi in qualcosa di costruttivo, tipo leggere le istruzioni della stampante e installare lo scanner. Così poi ho iniziato a scannerizzare la mia collezione. All’inizio non volevo fare proprio una collezione, io amo le collezioni ma ho avuto una brutta esperienza durante l’infanzia che mi ha segnato duramente. Avevo raccolto tantissime saponettine profumate e colorate, tutte piccine e con delle forme graziosissime, un giorno torno a casa e la donna delle pulizie le aveva sciolte. E’ stato un trauma, tutti quei cagnolini e cuoricini e fiorellini bellissimi sciolti in un'unica palla informe, ci sono rimasta malissimo e mi è passata la voglia di collezionare. I fogliettini sono più una cosa che ho iniziato a raccogliere per caso, tipo le attrici famose che dicono “non volevo fare l’attrice, ho accompagnato un’amica al provino e hanno scelto me”. Camminavo e mi è capitato di trovare delle fototessere o delle lettere d’amore strappate oppure le liste della spesa con gli errori di ortografia, poi quando ho trovato il numero 2, il biglietto di condoglianze, ho deciso che avrei dovuto raccoglierli tutti perché

sono estremamente affascinanti. Li ho messi tutti in una scatola che fra l’altro è appropriata perchè l’ho presa nel laboratorio di un falegname vecchio e morto che aveva lasciato tutte le sue carabattole a dei miei amici che erano gli unici che gli volevano bene. E’ una bella storia. Non è facile come potrebbe sembrare, ci sono dei rischi: per esempio una volta una moto in corsa ha perso un post it e io ho dovuto buttarmi in mezzo alla strada per prenderlo, ero troppo curiosa. E poi mia mamma dice che un giorno toccherò qualcosa di infetto, prenderò una malattia gravissima e morirò anzitempo in un letto d’ospedale e lei non verrà a curarmi perché me l’aveva detto. Mio padre invece dice che qualcuno mi farà causa per aver pubblicato i fatti suoi senza permesso, mi trascinerà in tribunale e verrò spogliata di tutti i miei averi. E’ un lavoro duro ma io continuo: il mio massimo obiettivo è un barbone che siede tutti i giorni in Piazza Cinque Giornate a scrivere fittissimo su un quaderno. Passo di lì spesso e mi piacerebbe chiedergli se me lo fa leggere, magari pensavo di comprarglielo, chissà che belle le follie di un barbone. Però un po’ mi vergogno e poi l’ultima volta che ho parlato con un barbone mi ha chiesto di fargli un pompino e lì altro che malattie.

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Brand highlight

Di Fabiana Fierotti. Foto di Yara De Nicola

Vivienne Westwood Anglomania ft. Lee Quando un brand che ha contribuito alla storia del punk si incontra con un brand che ha contribuito a quella dei jeans, non può che nascere qualcosa di bello. Per la stagione aw10 ,Vivienne Westwood Anglomania e Lee si mettono insieme per una collaborazione che si ispira agli anni ‘70 e ‘80, dal punk al pirate. Le influenze determinate da ciascuno sono del resto evidenti: i tagli dinamici tipici della Westwood vengono reinterpretati in versione denim. La collezione è disponibile nelle boutique Vivienne Westwood e in alcuni store selezionati nel mondo. www.lee.com www.viviennewestwood.com

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Micheal Sontag Tenevamo Michael Sontag sott’occhio già da un po’ di tempo e dopo il successo ottenuto durante la settimana della moda di Berlino, abbiamo avuto conferma che non ci sbagliavamo. Con una collezione controversa, per via dei pantaloni oversize che non hanno ricevuto molti consensi, il designer ha saputo tuttavia dimostrare il proprio talento nello sfruttare al meglio le forme della silhouette femminile, giocando con i tessuti e ottenendo fluenti geometrie. Vedremo cosa saprà regalarci in futuro... www.michaelsontag.de Di Fabiana Fierotti

10.55 Questo il numero di t shirt in serie limitata che saranno disponibili in tutto il mondo presso i rivenditori 55DSL. Si tratta di un progetto davvero interessante che vede la fotografia sposarsi con il mondo della moda in un sodalizio di tutto rispetto. Nell’immagine la t shirt realizzata da Gavin Watson, rinomato fotografo cresciuto a pane e punk britannico. Le altre due sono state realizzate da Diedlastnight e dal nostro Sean Michael Beolchini. www.55dsl.com F.F. 30 PIG MAGAZINE

Vans Zero Lo Il designer di Supreme NYC, Luke Meier e Vans si sono messi insieme per una nuova fortunata collaborazione che ha dato vita alla Zero Lo, una scarpa praticamente da gentleman. Tutto, dal più piccolo dettaglio, sembra infatti curato alla perfezione, innalzando un modello tipicamente da skate a qualcosa di ben più sofisticato. www.vans.eu F.F.


Jean Paul, you make me sweat. Qualcuno ha ascoltato le mie preghiere. Jean Paul Gaultier firmerà una collezione di lingerie per la Perla. La linea, ispirata alla storica corsetteria icona degli anni '90, si chiamerà Collection Createur e sarà composta da bustier, sottovesti e, naturalmente, dall'immancabile reggiseno con le coppe a punta, omaggio al corsetto disegnato per Madonna in occasione del Blonde Ambition Tour del 1990. Anche i colori sono giusti - si va dal rosa cipria al nero e bordeaux - peccato che il prezzo lo sia un po' meno (dai 500 a 1200 petecchioni), ma credo valga la pena di dissanguarsi (o almeno lo spero). Per risparmiare avrete fino a Novembre, poi dovrete rompere il salvadanaio e correre nei negozi La Perla, Jean Paul Gaultier o alla Rinascente. Di Ilaria Norsa

Il Sogno si avvicina Dopo ben 50 anni dall'ultima personale, Dalì torna a Milano con una mostra a Palazzo Reale, dal nome "Il sogno si avvicina". Dal 22 settembre al 30 gennaio 2011 sarà possibile ammirare i capolavori del visionario Dalì, insieme a un corto mai proiettato in Italia, girato insieme a Walt Disney, dal titolo "Destino". Sinceramente, non vediamo l'ora di andare. F.F.

Superlative Di là da Retrosuperfuture, insieme al brand WeSC, ci deliziano con una collaborazione che unisce gusto retrò e dettagli moderni, anima street e cuore classic. I due brand fondono i propri background in un design nuovo, che li rispecchia in ogni piccolo particolare. Gli occhiali saranno disponibili, oltre che nei selected stores, nei negozi WeSC e sul sito di SUPER. www.retrosuperfuture.com - www.wesc.com F.F. 31


Dress Up Non so se vi siete accorti che ultimamente l’Australia sembra partorire un designer al giorno. Dress Up è l’ennesimo, e bisogna ammettere che come al solito non si tratta certo di bruscolini. Merlbourne based, la designer Stephanie Doowney crea un womenswear dall’indiscutibile gusto. Per la stagione aw10 la collezione “Dovetailed” ha un’anima bambina, sembra opporsi alla crescita e al mondo degli adulti, in un’atmosfera da collegio di giovanette. www.dressup.net.au F.F.

Georgina Thomas

PUMA Dallas PUMA Archive ripropone il mitico modello Dallas, sneakers iconiche degli anni '80, simbolo del calcio europeo. Saranno disponibili presso i riventori PUMA e sullo shop online shop-eu.puma.com F.F.

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Ennesimo talento australiano (bisognerà intervistarli tutti come abbiamo fatto nel caso dello speciale su Londra), Georgina Thomas ha lanciato il suo brand dopo uno stage con Ann-Sofie Back. Elemento caratterizzante dell’estetica della designer è il contrasto duro/dolce, che la porta a ritrarre una donna giovanissima, un po’ una lolita dei nostri tempi. Siamo certi che sentiremo parlare di lei... www.georginathomas.com.au F.F.


Apiece Apart Molto “Nouvelle Vague” il nome e lo spirito di questo brand americano che per la stagione aw10 propone una collezione dal gusto ricercato da combinare a secondo del proprio estro e del mood del giorno. Quasi un’unifome componibile, tengono a precisare le due designer Starr Hout e Laura Cramer, che hanno partorito l’idea del brand durante un viaggio in Texas, ispirandosi ai suoi meravigliosi paesaggi sconfinati e austeri. Gli artisti Ruth Root, Agnes Barley e David Hockney sono stati fondamentali nella creazione di una collezione che si divide tra due anime: una cattura la vena romantica del viaggio, l’altra si rifà allo spirito bohemienne della Los Angeles degli anni ‘70. www.apieceapart.com F.F.

Kimberly Ovitz E’ alla sua seconda stagione Kimberly Ovitz, designer di 26 anni based in Los Angeles. Per la collezione aw10 la Ovitz si è ispirata ad alcuni annuali del XVIII secolo che l’hanno portata a rimodernare un tipo di silhouette tipicamente oldfashioned. www. kimberlyovitz. com F.F.

MY N98 Muse Nike Sportswear e Tank Magazine celebrano la N98 track jacket con una collaborazione che vede protagonisti alcuni dei designer londinesi più in vista al momento (e che noi abbiamo avuto il piacere di intervistare in passato). Felder Felder, Hannah Marshall, Julian J Smith, Katie Eary, Sibling e Tim Soar hanno dato la loro visione della giacca, creandone degli esemplari assolutamente unici, ognuno per un atleta diverso. www.nike.com F.F. Photography: Errol Rainy Styling: Chloe Kerman Courtesy of TANK Magazine

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Dark side of the moon Di Ilaria Norsa

1-2.Pringle Of Scotland 3.Viktor & Rolf 4.Heikki Salonen 5.Graeme Armour 6.Heikki Salonen 7.Richard Nicoll 8.Alexander Wang 9.Neil Barrett 10-11.Alexander Wang 12.Costume National 13.Yusuke Maegawa 14.Missoni 15. Alexander Wang 16.Viktor & Rolf 17.Alexander Wang 18.Maison Martin Margiela 19-20.Heikki Salonen 21.Costume National 22-23.Diesel Black Gold 24.Paris 68 25.Viktor & Rolf 26.Pringle Of Scotland 27.Graeme Armour 28.Costume National 29.Missoni 30.Heikki Salonen 31.Pringle Of Scotland 32.Albino 33-34.Heikki Salonen 35.Costume National

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Photographer of the Month: Li Hui www.huiuh.com - A cura di Sean Michael Beolchini

Trovare qualcosa di speciale nel mezzo di un oceano è sempre eccitante, e l’entusiasmo che questa cosa poi ti passa è la parte migliore. Non conosco molto di Li Hui, so che è molto giovane e che proviene da un paese di cui si legge e parla molto ultimamente, la Cina. Ma non erano queste le cose che m’interessava sapere su di lei. Catturato dalla delicata bellezza della sua fotografia e attraverso quelle immagini, l’ho immaginata e mi sono innamorato.

Come ti chiami? Li Hui Da dove vieni? Cina Ci campi con la fotografia? No :) E allora come fai? Vivo ancora con la mia famiglia. Quando hai iniziato a fotografare e perché? Ho iniziato a fare foto seriamente l'anno scorso perché ero stanca di starmene a casa tutto il tempo. Come descriveresti il tuo modo di fotografare? Il mio lavoro è incentrato molto sul mio mondo quindi è difficile da descrivere. Penso che "delicato" sia la parola esatta.

Qual è la tua "big picture"? Fino ad ora, la fotografia mi ha aiutata ad evadere ed esprimere quello che penso, ciò che vedo. Voglio solo continuare a creare qualcosa di nuovo, di diverso. Cosa altera le tue percezioni? Sono una persona un po' timida e ho realizzato che fare fotografie e scrivere è il miglior modo per esprimere ciò che succede nella mia testa. Segui qualche regola? Se sì quali? I giorni di sole, la musica strana e un umore sereno. Chi è il tuo fotografo preferito? Di solito mi tengo lontana dalla fotografia e da influenze provenienti da fonti esterne. Che tipo di macchina fotografica usi? Nikon FM2.

Che macchina vorresti usare? Una qualsiasi Polaroid. Cosa non ti piace della fotografa oggi? Sono una persona nostalgica, credo sia per questo che scatto in analogico e non digitale. Sono sempre entusiasta di vedere il risultato quando finisco un lavoro e così è più originale ed eccitante. Chi ti piacerebbe scattare? I miei piccoli cani che presto vedranno la luce del giorno. Chi dovrebbe essere il nostro prossimo fotografo del mese? Ugne Straigyte. Quale sarà il tuo prossimo scatto? Non ne ho idea. Sto semplicemente seguendo il mio spirito e vediamo dove mi porta.

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Nome? Kang, Hye Hyon. Età? 20. Da dove vieni? Berlino. Perchè sei al BBB? Lavoro. Che cosa indossi? H&M, Closed. Il tuo lavoro ideale? Giornalista di moda. Cosa fai stasera? Dormo (dopo aver visto la partita).

Bread & Butter Street Files - Berlin. Foto di Renè Fietzek. www.renefietzek.com

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Nome? AlizÊe Leroy. Età ? 21. Da dove vieni? Berlino. Perchè sei al BBB? Reporter per un' agenzia di design. Che cosa indossi? Maglietta Cacharel, pantaloni vintage, camicia Camobelt Berangere Claire, scarpe vintage, cappello Obey. Il tuo lavoro ideale? Motion Designer. Cosa fai stasera? Non so ancora.

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Nome? Robin St Porter. Età? 31. Da dove vieni? Berlino. Perchè sei al BBB? Per incontrare dei clienti. Che cosa indossi? Scarpe: Zig Zag, pantaloni: Cheap Monday, maglietta: AA, cappello: Anything. Quale è la tua sezione preferita al BBB? Foot. Il tuo lavoro ideale? Ce l'ho già. Cosa fai stasera? Guardo la partita, scopo la mia ragazza.

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Nome? Nina Bytterbier. Età ? 21. Da dove vieni? Belgio. Perchè sei al BBB? Lavoro per Vice Magazine Germany, vado a trovare i nostri clienti, mi godo il tempo. Che cosa indossi? Pantaloni con i papagalli, maglietta bianca, gioielli della nonna, borsa Chanel. Quale è la tua sezione preferita al BBB? Flea Market. Il tuo lavoro ideale? Il mio lavoro di adesso. Cosa fai stasera? Guardo la partita.

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Nome? Lary Says. Età? 24. Da dove vieni? Düsseldorf. Che cosa indossi? Stivali: Zara, vestito: mercatino vintage a Bangkok. Quale è la tua sezione preferita al BBB? Sport&Street. Il tuo lavoro ideale? Cantante www.larysays.com

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Nome? Lilija Meier. Età? 20. Da dove vieni? Germania. Perchè sei al BBB? Vetrinista G-Star. Che cosa indossi? Camicia e reggiseno American Apparel, pantaloni H&M, scarpe da qualche mercatino. Quale è la tua sezione preferita al BBB? G-Star. Il tuo lavoro ideale? Fashion designer. Cosa fai stasera? Dormo.

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Nome? Laura Lopez Castro. Età? 29. Da dove vieni? Berlino. Perchè sei al BBB? Lavoro per il BBB. Che cosa indossi? Wood Wood. Quale è la tua sezione preferita al BBB? Street & Sport. Il tuo lavoro ideale? Ce l'ho già, sono una cantante www.lauralopezcastro.com. Cosa fai stasera? Guardo la partita Spagna-Germania.

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Nome? Mark Guffre. Età? 30. Da dove vieni? Melbourne. Perchè sei al BBB? Bratwurst e birra. Che cosa indossi? Denim. Quale è la tua sezione preferita al BBB? Lock. Il tuo lavoro ideale? Possedere una bancarella con i bratwurst. Cosa fai stasera? Guardo la partita.

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Pitti S/S 2011 Scelti per voi all’ultima edizione di Pitti Immagine ecco un paio di brand under 30 come si deve.

Soulland Intervista a Silas Adler di Ilaria Norsa. Foto Nikolaj A. Holm Møller

Silas Adler ha solo 25 anni - (Questo vi farà magari sentire vecchi). Silas Adler ha fondato la sua società di abbigliamento maschile nel 2002, a soli 17 anni - (E questo vi farà sicuramente sentire inetti). Ma avete di che rallegrarvi perché quantomeno non è stato tutto in discesa, non proprio come si suol dire “una passeggiata di salute”: qualche scivolone l’ha tirato, eppure dopo essermi imbattuta nella sua prima collezione di streetwear danese tre anni fa a Stoccolma, lo ritrovo a Pitti con un progetto maturo ed equilibrato di tailoring scandinavo con un twist: un’accurata SS2011 ispirata al poema di Leonard Cohen “The suit”, completa di accessori. Sembra che anche Silas sia cresciuto e ora anche lui ha voglia di indossare un abito. Hey Silas che si dice? Niente di che. Passo l’estate a Copenhagen con la pioggia, ma la vita è bella come sempre! Cosa fai lì in Danimarca? Sono il fondatore e designer di Soulland, un’etichetta di abbigliamento maschile con a Copenhagen. Di che si tratta?

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Soulland è un brand che nasce per costruire un ponte tra il menswear classico e la moda maschile contemporanea scandinava. Per noi è molto importante ampliare gli orizzonti offerti dalla moda maschile; partiamo dalla tradizione ma non vogliamo attenerci rigorosamente ad essa perchè sarebbe un trend troppo facile da seguire. Soulland si ispira sì al passato, ma aggiunge sempre qualcosa

del futuro. Con questo progetto provo a oltrepassare i limiti canonici del menswear, ma in modo autentico. Non mi interessa solo vestire un modaiolo anticonformista, un hipster, io voglio vestire Joe, l’uomo qualunque, ma in un modo che lo faccia apparire e sentire speciale. Quando è nato il progetto... di vestire Joe? Ho creato il brand quando avevo 17 anni,


ormai 8 anni fa. Mi sono perso in sciocchezze solo per i primi due: sai ho dovuto imparare tutto da zero... non avevo idea di come funzionasse l’industria e di come si producessero gli abiti... Come sei entrato in questo business? Ho iniziato giovane e senza esperienza: non

avevo un piano o niente di simile all’inizio. Mi ci sono solo buttato dentro. Ho avviato l’azienda con alcuni amici di scuola (Andavamo in skate e non molto a scuola). Una mattina mi sono svegliato e ho pensato: “Perché cavolo andare a scuola quando posso avare un’azienda di abbigliamento?”. Così l’ho

fatto. All’inizio facevamo qualche t-shirt e la vendevamo ai nostri amici e a piccoli negozi di skateboard. I ragazzi con i quali ho iniziato, dopo un po’ si sono stufati e sono tornati a scuola ma io sono andato avanti. Ora quando mi guardo indietro non so perché ho fatto quello che ho fatto. All’inizio c’era così tanta

merda e ogni cosa andava a farsi fottere. Tutto era nuovo e io non avevo alcuna esperienza, ma ho imparato da ogni cosa. Mi sono creato la mia stessa scuola, da autodidatta. Immagino sia stata difficile cavarsela all’inizio... I primi due anni avevo diversi lavori secondari come quello in un ristorante di sushi, all’Ups e in un negozio di skateboard. Ho anche fatto uno stage e lavorato in uno dei negozi Wood Wood. A un certo punto ho pensato a me stesso: “Ok, se vuoi fare questa cosa devi farla al 100%”. Così ho mollato il resto e ho iniziato a lavorare a tempo pieno al mio progetto, dandomi da fare per creare una vera e propria collezione di ready-to-wear. Chi ti ha aiutato? Mia madre mi ha dato una mano a fondare l’attività, ma a un certo punto si è stressata

un po’ troppo... sono stato fortunato a trovare un socio e un direttore vendite. Noi tre abbiamo mandato avanti l’azienda da quattro anni ad oggi. Io ho scoperto Soulland qualcosa come tre anni fa in occasione della settimana della moda di Stoccolma. All’epoca mi ero innamorata delle tue tute dall’ispirazione nautica e avevo cantato le tue lodi su PIG. Sono felice di ritrovarti a Pitti con una collezione così “matura”. Cos’è cambiato da allora? Quella in effetti era la nostra primissima collezione di ready-to-wear... Mi ricordo di te in quell’occasione! Sembra ieri e 100 anni fa allo stesso tempo... Sono cambiate così tante cose, grazie a Dio! Da allora il direttore vendite e io abbiamo fatto ogni cosa da soli, ogni cosa! Ho scattato il primo catalogo da solo. E non sono proprio un buon fotografo.

Ma questo era il nostro stile e non avevamo i mezzi per far diversamente, così ci siamo arrangiati. Oggi abbiamo un buon team che lavora sodo, il che significa che posso focalizzarmi sulla direzione creativa, sul design e sulla produzione. Disegni tutto tu? Sì, ogni cosa. Quante persone lavorano con te? Circa 10 persone meravigliose… Il mio amico Nikolaj Holm Møller fotografa per i nostri lookbook e Marco Pedrollo degli Iron Flag, che è anche un mio caro amico, è art director e grafico. Lavoriamo a stretto contatto. Credo che ad oggi, avremo fatto 5 lookbook assieme. Marco è mezzo italiano, suo padre aveva un ristorante qui a Copenhagen chiamato Verona...

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Immagino che scattare il lookbook con questo team sia piuttosto divertente... Sì, tanto lavoro e altrettanto divertimento. Il lookbook per l’autunno/inverno2010 è stato scattato in Svezia, Norvegia e Danimarca nell’arco di tre giorni. C’erano dai -7 ai -15 gradi, una tonnellata di neve e noi dovevamo svegliarci alle 3 del mattino per essere pronti. Ah beh, divertentissimo... Uno spasso. In Scandinavia, durante l’inverno il sole sorge solo per qualche ora, per questo dovevamo essere pronti. Era così freddo e duro, ma è stata una delle esperienze più speciali che io abbia mai fatto. Pensa che un posto in Svezia era così freddo che l’oceano era ghiacciato. Abbiamo camminato per 1 chilometro tra le rocce per scattare. Le foto sono venute davvero carine. Sempre stati a Copenhagen? Il nostro studio è qui ma io sono stato a Parigi lo scorso autunno e quasi tutto l’inverno. Ora sono tornato per un po’: è più semplice stare qui... Abbiamo così tanto da fare! In autunno apriremo il nostro primo negozio a Copenhagen, quindi è utile esserci nella fase in cui vanno prese le decisioni. Mi ero trasferito a Parigi perché ero annoiato di Copenhagen, ma credo che inizi a piacermi il fatto di essere tornato per un po’. E voi ragazzi dovreste venire presto… Magari! Eravamo venuti tutti insieme a Copenhagen per il distortion festival qualche anno fa... mi piacerebbe tornare! Com’era andata invece la presentazione dell’uomo a Parigi lo scorso Giugno? Purtroppo non ce l’ho fatta a venire... E’ andata benissimo, grazie! E’ stato davvero eccitante far parte del programma ufficiale della fashion week! La presentazione ha portato un sacco di lavoro e adesso dobbiamo star dietro alla stampa e alle vendite. Così ogni cosa in studio è in ebollizione. Siete molto presi? Sì abbiamo un sacco da fare con la collezione autunno/inverno 2011 e già si avvicinano le prime scadenze. E’ pazzesco, in questa professione si è sempre sul pezzo. Lavoro duro, ma alla fine paga. Stiamo anche preparando la sfilata primavera/estate 2011 per la Copenhagen Fashion Week: sai, preparando la musica, trafficando con le luci e via dicendo. Fate tutto da soli quindi? Sì tutto noi, senza agenzie o cose simili! Però so che stai per partire per una vacanza... meritata! Sono due anni che non vado in vacanza, quindi non vedo l’ora! Dove sei diretto? Andrò a stare in una baita nel bosco appena fuori Stoccolma, solo io e la mia bellissima fidanzata. Wow, che romanticone...

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La baita è davvero sperduta e si trova sul lago, nel vero senso della parola. Andiamo là per goderci la pace e la quiete, l’erba e il vino rosso per un paio di giorni. Lì vicino c’è anche un famoso parco di animali e ho sentito che un tizio è stato mangiato da un orso un po’ di tempo fa, negli Anni ‘90... Spero di tornare tutto intero. Non sarebbe male in effetti... Quali sono i tuoi obiettivi futuri con il brand? Naturalmente, vorremmo crescere ed espanderci! Per Soulland è davvero importante crescere alla velocità giusta, rimanendo coi piedi per terra. Abbiamo provato a forzare le cose e a rincorrere il successo, ma non funziona così: ci vuole tempo, non puoi avere fretta. L’unica cosa che puoi fare è lavorare duro e mantenere uno spirito positivo. Com’è andata a Pitti? Come mai hai scelto questa fiera? E’ andata bene: era la prima volta per noi lì... Sembra sia una delle fiere più interessanti in Europa. Mi piace pensare a Pitti (e a Firenze) come il luogo in cui la moda italiana è nata e in cui importanti brand di menswear si sono sviluppati. Ma tu non c’eri? Hai bigiato! Sei matto!? Hai ragione... ho disertato! Non sono venuto perchè dovevo prepararmi per Parigi, ma prometto che verrò la prossima volta. Possiamo andare a bere qualcosa… Ci conto. Qual è la parte migliore del tuo lavoro (a parte andare a bere qualcosa con le giornaliste)? Lavorare con le persone del mio team, poter creare qualcosa, vedere un’idea diventare ciò che qualcuno un giorno comprerà, essere il capo di me stesso e fare ciò che amo. E la peggiore? Il fatto che occupi così tanto tempo, il lavoro d’ufficio, gli anni passati al verde... Ma fa tutto parte del gioco quindi non è male dopotutto. Raccontami Silas Adler in 10 punti: 1. Metà tanzano, 1/4 svedese, 1/4 polacco ebreo 2. Nato in Danimarca 3. Membro di una crew di dj di nome SunnyBeachHappySlapMardiGras 4. Non mangio carne 5. Amo leggere libri 6. Il padre della mia ragazza ha un bar davvero fantastico. Ora che ci penso potremmo fare le loro nuove magliette... 7. Amo i Wu-Tang Clan 8. Mi piace portare gli occhiali da sole 9. Amo la birra, i drink e ogni cosa tra le due 10. Tutti i pezzi che creo prendono il nome dai miei amici Dimmi una cosa inaspettata su di te:

Mangio molto tofu e avocado. Forse troppo… Ma insieme? Che schifooo! La tua Top5 del momento: Musica: 1. Matter by Kenton/Demond 2. Horny by Spieltrib 3. The Chain by Fleetwood Mac 4. Protect your neack by Wu Tang 5. Dinosaurs with guns by Teki Latex  Designers: 1. Stine Goya 2. Brooks Brothers 3. Karl L 4. Junya Watanabe 5. Adam and Thom Città: 1. Parigi 2. New York 3. Amager 4. Copenhagen 5. Braga Possiedi un I-pad? No. Ho un quaderno di Muji ed è tutto scarabocchi… Ho sentito che conosci Sean, il nostro Senior editor: frequenti cattive compagnie? Hahahaha... Ci siamo conosciuti a Berlino, o forse Stoccolma. Poi l’ho incontrato a Parigi non molto tempo fa. Devo assolutamente venire a Milano a conoscere tutti voi ragazzi. Vedi tu.. direi!! Anche la 24/7 Crew. No loro nooooo! ahha scherzo sono amici! Poi possiamo mangiare un po’ di MOZZZZARELLLLA! Allora va bene. A proposito di compagnie poco raccomandabili, so che il mio amico Philip ha venduto la tua collezione nel suo super negozio a Berlino, Soto... Philip è un vero uomo! Sa fare 60 piegamenti. Vero mollusco tedesco.. non scherzo! (Conosco Philip ed è un grande uomo ma non ho ancora capito la scelta dell’insolita metafora...la traduzione letterale non paga. NdR) Dove altro possiamo trovare Soulland? In posti come Azita a Francoforte, Storm a Copenhagen, Assembly a New York, Good Hood a Londra, Norse Projects a Copenhagen, Aplace a Stoccolma, Daily Projects a Soul, Beams a Tokyo. Ci sono altri clienti, ma non li ricordo tutti. C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che vuoi aggiungere? Un grande abbraccio a tutti gli italiani che fanno le cose in grande! E a ognuno là fuori dico di prendersi cura del prossimo e di ricordarsi di amare! Hip Hip Hurra! www.soulland.eu


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Il Sistema Degli Oggetti Intervista a Caterina Coccioli, Anna Lottersberger e Alessandro Manzi di Ilaria Norsa. Foto Jacopo Moschin

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“Il concetto di collezione (colligere, scegliere, raccogliere) si distingue da quello di accumulazione. Lo stadio inferiore è quello dell’accumulazione di materiali: ammasso di vecchie carte, stoccaggio di alimenti... La collezione vera si innalza verso la cultura. “ (Il Sistema degli Oggetti, 1968). Partiti da Baudrillard e arrivati a Pitti passando per il Politecnico di Milano, tre giovani designer milanesi con una passione per le uniformi mi hanno accompagnata in un sorprendente viaggio evolutivo all’insegna della ricerca. Un ritorno alle origini con uno sguardo al futuro quello di Anna, Caterina e Alessandro, tra Africa e Paleolitico, grafiche concettuali e tessuti ricercati; un percorso che in solo due stagioni ha ribaltato i canoni del vestire. Perché quando il primitivismo incontra il mondo tribale e il rigore militare lascia spazio alle sfumature naif dei colori pastello, anche il parka diventa elegante e uno zaino non è più solo uno zaino...

Dove vi siete conosciuti? Ci siamo conosciuti al Politecnico, frequentando Design di Moda. Correva il 2002: è stato allora che ci siamo accorti di avere affinità di progettualità e idee in comune, così, una volta finita l’università, ci siamo trovati a iniziare questo progetto... Praticamente un colpo di fulmine! Sì: finita l’università abbiamo fatto esperienze in campi diversi, ma l’idea di metterci insieme per realizzare un progetto tutto nostro è sempre stata lì. L’occasione ci è stata offerta da un concorso: esso ha rappresentato il modo migliore per concretizzare una serie di idee che avevamo in testa dandogli forma nella realtà. Da allora in realtà è passato pochissimo tempo eppure oggi vi trovo a Pitti... niente male! E’ inevitabile avere un po’ di fretta all’inizio... Fin dal principio avete anche catalizzato su di voi un discreto interesse da parte della stampa: anche PIG aveva parlato di voi già qualche mese fa... Il supporto di stampa e blog sono fondamentali per farsi conoscere, per questo abbiamo cercato di lavorare bene anche sugli aspetti della comunicazione. Come sono suddivisi i ruoli all’interno del progetto? La collezione è un po’ patrimonio comune, ma è inevitabile che i ruoli siano distribuiti a seconda di attitudini e competenze: Caterina si occupa dello stile, quindi del disegno e della modellistica visto che curiamo noi la produzione; io, Anna, mi occupo dei tessuti e della ricerca; Alessandro invece degli aspetti di comunicazione ed immagine del brand, nonché delle stampe. Immagino che passiate molto tempo insieme... Viviamo ormai insieme 24/24, sette giorni su sette! Tipo Factory! Litigate? Ovvio! Il Sistema degli Oggetti è la vostra unica occupazione o vi resta del tempo per seguire altri progetti? Ci occupiamo di questo a tempo pieno. Non potrebbe essere altrimenti!

Però so che il vostro progetto di per sé non ha a che fare solo con la moda ma sconfina anche nei territori dell’arte e della ricerca grafica: in che modo? Abbiamo curato una mostra per una galleria milanese dell’associazione culturale Serra, associazione di cui facciamo parte. Si trattava di una mostra di giovani artisti sviluppata intorno al tema della natura, che in quel caso era anche il tema della nostra collezione. Recentemente il giornale d’arte Cura Magazine ci ha chiesto di curare sei pagine del prossimo numero e così ci stiamo mettendo alla prova anche nei panni di artisti muovendoci anche nei territori della grafica ad un livello un po’ più concettuale. In quest’ottica è inevitabile che la storia degli oggetti sia un tema piuttosto interessante per noi. Non è un caso immagino che a Firenze, in fiera, abbiate portato con voi anche un insieme di oggetti piuttosto eterogenei (tavole anatomiche, maschere, modellini, ecc..). Vi rappresentano? Sì, si tratta dei nostri oggetti privati, quelli presenti anche nel nostro studio quando lavoriamo, quelli insomma di cui ci piace circondarci. Quindi essi rappresentano una fonte d’ispirazione e un riferimento iconografico costante, non circoscritto solo all’ispirazione di questa collezione? Esatto: sono loro a dare lo spunto per la scelta di un tema nella fase di brain storming che precede la creazione di una nuova collezione. Una volta scelto il tema ci lavoriamo singolarmente e in un secondo momento uniamo le nostre proposte, dando vita alla collezione vera e propria. Le stampe dello SS2011 non rappresentano altro che una parte di quello che è il nostro universo estetico, un universo che si basa sul concetto di attaccamento alle origini. Questo approccio si riflette anche nella scelta del nostro logo: una selce, una migdala. (che poi scopro essere il primo degli oggetti artefatti dall’uomo n.d.R) Lo Spring/Summer 2011 è piuttosto interessante, sia dal punto di vista delle forme che da quello dei materiali. Si percepisce la grande ricerca che gli sta dietro.. Il mood della collezione, e più in generale

del nostro progetto, ha a che fare con un ritorno alle origini: una via di mezzo tra primitivismo e mondo tribale, un po’ Africa e un po’ Paleolitico. Dalle popolazioni primitive è tratto tutto il discorso sulle maschere, che noi applicato alle stampe delle t-shirt e ai pattern delle camicie. Abbiamo addolcito un po’ i colori tipicamente militari di questo contesto servendoci di una palette di colori pastello, per dare un’idea un po’ naif. Qual è il pezzo forte della collezione? Abbiamo puntato molto sul parka, lavorando sullo storico M51, decostruendolo e ricostruendolo, prestando particolare attenzione ad alcuni dettagli delle maniche, alla tasca e al cappuccio, per dargli una forma che per quanto over, andasse a valorizzare il corpo. Come tutti gli oggetti da cui traiamo ispirazione, esso ha una storia ed è proprio da essa che partiamo: il parka d’altra parte è una costante delle nostre collezioni, e subisce modifiche e miglioramenti stagione dopo stagione - in questo caso l’aggiunta del colletto, per renderlo più “elegante”. I prodotti mutano nel tempo a a seconda del mercato e del nostro gusto: lo facciamo per non annoiarci e naturalmente per migliorare. I tessuti sono pazzeschi... Grazie: volevamo re-interpretare l’abbigliamento militare con colori e tessuti sofisticati, leggeri e con texture un po’ particolari, accostando mondi e riferimenti diversi: l’abaca ad esempio è un tessuto abbastanza strong, mentre per le camice abbiamo scelto il cotone seta che è super leggero. Mi piacciono moltissimo anche gli zaini... Grazie! Anche il loro drappeggio è ispirato alle maschere tribali. A Pitti avete - naturalmente - presentato solo la collezione maschile, ma Il Sistema degli Oggetti è anche womenswear: Sì, è così. Presenteremo la donna a settembre a Parigi. Siete già venduti anche all’estero? Sì, per ora ad Atene, Berlino, in Spagna e a New York.      Progetti e obiettivi per il futuro? Rafforzarci dal punto di vista commerciale. Ed essere più capillari come presenza. www.ilsistemadeglioggetti.it

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Maxime Buechi Contrariamente a quello che credono i più, Sang Bleu non è solo una rivista, bensì un progetto crossover che spazia dai tatuaggi alla letteratura, dall’antropologia alla moda, dalla sociologia all’arte contemporanea. Una famiglia, composta da persone che condividono lo stesso sentimento culturale e il medesimo approccio intuitivo nei confronti dell’attività umana. Maxime Buechi ne è il carismatico fondatore che - con il suo background eterogeneo, gli interessi poliedrici e una passione per i tatuaggi - sei anni fa ha dato vita a una delle pubblicazioni indipendenti più interessanti su scala mondiale. Un progetto versatile e in continua evoluzione che spazia ben oltre i campi dell’editoria: magazine di cultura contemporanea underground? Libro? Periodico di body art, bondage e feticismo? Casa editrice? Piattaforma artistica multiculturale? Blog? Le sfaccettature sono molteplici, troppe per etichettarlo: così, per capirne di più, l’ho incontrato a Milano in occasione dell’uscita del quinto numero del magazine e ho scoperto che quella dei tatuaggi è solo una copertura... Intervista di Ilaria Norsa. Foto Sean Michael Beolchini Come viene in mente a un ragazzo nato in un paesino svizzero di creare una rivista ispirata al mondo dei tatuaggi? C’è sempre stato un desiderio in me di mettere assieme le cose che mi piacciono, i miei interessi e tutto ciò che trovo importante per la mia identità. E’ difficile spiegare l’ordine in cui sono avvenute le cose, ma proverò a cominciare dal principio. Alla base di tutto sta il mio interesse per tutto ciò che caratterizza l’apparire, l’apparenza osservata in una prospettiva sociale... Parlami della tua infanzia: Sono cresciuto negli anni ‘80 ed ero un teenager nei ‘90, il periodo di boom per i grandi marchi; sono nato in un piccolo paese e provengo da una famiglia modesta, quindi non potevo permettermi quei vestiti: sono semplicemente cresciuto osservando i movimenti dall’esterno, senza farne parte. A dieci-undici anni passavo il tempo a chiedermi il significato delle diverse “divise” indossate dai membri di movimenti come i punk o i mod, ragionando sul senso di appartenenza che esse potevano offrire. Era come se tutti dovessero appartenere a qualcosa, in un modo o nell’altro... E tu non ti sentivi parte di niente? No... Presto però ho cominciato a fare skateboard e così finalmente ho inziato a sentirmi parte di qualcosa: della cultura americana, dello skate e dell’hip hop. Avevi modo di uscire dalla Svizzera, di viaggiare? No ero fisso lì. Cosa hai studiato? Ho fatto il liceo scientifico, all’università ho studiato psicologia e poi mi sono iscritto alla Scuola d’Arte per fare Graphic Design e Visual Communication.

Una formazione piuttosto eclettica... Sì, ho sempre risentito di diversi stimoli e influenze: per questo credo di essere così versatile, così libero. Nessuno mi ha mai detto che appartenevo a qualcosa o a un tipo di categoria. La questione per me era chi pensavi tu di essere, non cosa gli altri pensavano tu fossi. Tutto quello che ho studiato mi è servito per analizzare la realtà secondo diverse prospettive e punti di vista. In tutto questo pot pourri di influenze e riferimenti, quando è nato l’interesse per i tatuaggi? E’ una cosa che risale alla mia adolescienza. Per me non ci sono mai state cose vietate o sconvenienti: in Svizzera non sono diffusi i tatuaggi, ma non c’è nemmeno una “legge” contro di essi o un’opposizione morale. Da ragazzino non ho mai sentito nessuno scandalizzarsi per un tatuaggio o associarlo alla criminalità... per me farsi un tatuaggio era farsi un tatuaggio! Poteva essere inusuale, ma non sapevo davvero che cosa significasse: era ok, punto. Nel mio caso poi era semplicemente qualcosa che mi attirava per via dell’affinità al mondo dei writers e dell’hiphop. Anche oggi nei miei giudizi continuo a basarmi su questo criterio: per me esiste solo lo sbagliato ed il giusto, più che il vietato o il permesso... Se sento, in accordo con i miei valori, che posso fare qualcosa anche se illegale la farò; allo stesso modo ci sono molte cose che ritengo sbagliate, ma che sono permesse nella nostra società. E’ il mio senso critico a rendermi indipendente. Per i tatuaggi, dal momento che i miei non mi scoraggiarono in alcun modo, valse lo stesso discorso: in quella fase essi rappresentavano per me un aspetto importante nel processo di identificazione con le culture cui mi sentivo

vicino. Un giorno incontrai un fantastico tatuatore e pensai semplicemente che tatuarsi fosse bellissimo... Quando arrivò il momento di lasciare la Svizzera? Mi diplomai alla Scuola d’Arte nel 2004 ma capii subito che in Svizzera non esisteva una figura professionale che mettesse insieme tutti gli interessi che avevo coltivato e il fatto di dover scegliere un unico ruolo mi frustrava parecchio. Così mi trasferii a Parigi dove venni preso come designer e grafico, tuttavia ci volle poco perché realizzassi che anche quella francese era una società molto rigida: lavorativamente parlando se non facevi parte di una categoria definita non avevi possibilità... O almeno questo fu ciò che percepii allora. Decisi di partire per Londra e lì vi trovai una situazione completamente diversa... Cosa ti fece innamorare di Londra? Non fraintendere, amo Parigi e sono sempre felice di tornarci anche perchè ho un sacco di amici lì, ma alla fine credo che per me fosse giusto andare a Londra per capire chi fossi veramente e per scoprire molte cose su me stesso. Ora, ad esempio, quando torno a Parigi posso essere semplicemente quello che sono. A Londra trovai movimento, evoluzione, dinamicità e quella flessibilità che la rende “sperimentale”: quando si tratta di identità sociali e cose di quel tipo è una città meno rigida. Le persone giocano con la propria identità... Vero, in effetti parlando d’identità anche il modo di vestire ha il suo peso... Eccome! Non a caso sono affascinato e molto interessato al lavoro degli stylist... Ti piacerebbe fare questo mestiere? Sì, molto. Confesso che mi piacerebbe provare, anche se in realtà quando si tratta di me

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stesso non gioco con i vestiti e finisco sempre per usare le stesse cose. Ma ammiro il fatto che alle persone, a Londra in particolare, piaccia giocare con la propria apparenza, sperimentando: questo crea un rapporto più flessibile e rilassante tra l’apparenza e l’identificazione sociale. Trasferendoti a Londra avevi già in mente di creare la tua rivista? In realtà iniziai con un’osservazione molto semplice della società: a quel tempo avevo appena finito il mio tatuaggio ed ero molto appassionato del tema, così arrivai con l’obiettivo di scoprire quanto fosse profonda quella cultura lì. Conobbi subito moltissime persone con la mia stessa passione, negli ambienti più diversi - giornalisti, stylist, make up-artist ecc. - e notai che il mio background e i miei interessi variegati riscuotevano un certo interesse e curiosità. Ci volle poco perché realizzassi che non esisteva una pubblicazione che si occupasse di tatuaggi in modo esauriente ma eclettico: le poche riviste esistenti trattavano il tema in modo esclusivo. Così nacque l’idea di creare qualcosa che andasse “oltre” i tatuaggi pur partendo da essi, qualcosa che trattasse insomma i temi che interessavano me e le persone che mi circondavano... Nel frattempo il tuo lavoro di grafico e art director continuava? Sì: lavoravo per alcuni magazine di moda (Self Service e Arena) ma anche nell’editoria, il mondo che mi interessava di più, collaborando alla realizzazione di libri d’arte e costruendo un legame anche con questa dimensione. La moda era comunque qualcosa che volevi facesse parte della rivista fin dall’inizio, no? Sì assolutamente: proprio i tatuaggi mi permisero di collegarmi al mondo della moda perché in qualche modo interessavano quel settore. Tuttavia per me non si trattava di fare un magazine specifico su qualcosa, eccetto forse che sulla cultura contemporanea. I tatuaggi offrirono il punto di partenza e, insieme ad altri aspetti, confluirono in un quadro più grande. Nella rivista c’era e c’è davvero di tutto: nell’ultimo numero ad esempio c’è un testo storico, sulla guerra, che non è così usuale in una pubblicazione di moda e tatuaggi. Le persone magari non notano articoli di questo tipo perché non vi prestano attenzione, ma la nostra non è stata mai una pubblicazione “solo” di moda e neanche “solo” di tatuaggi. Non c’è mai stato un unico sentimento culturale...    Escludendo l’utilizzo di un criterio di “esclusività” legato alla dimensione dei tatuaggi, non si può nemmeno negare che essi abbiano giocato un ruolo di collante culturale nel progetto... Ho sempre ricercato un collegamento cultu56 PIG MAGAZINE

rale tra i contenuti, ma esso non doveva per forza essere rappresentato dai tatuaggi, seppur tutto sia effettivamente iniziato con essi... Secondo quali criteri hai selezionato i contenuti della rivista nel corso degli anni? Ho iniziato occupandomi di qualcosa che si era “perso”: ho preso dei bravi tatuatori, li ho fotografati e intervistati, creando articoli interessanti su persone altrettanto interessanti. Sembra banale ma in effetti non esisteva prima una pubblicazione che trattasse il tema in questo modo. Poi ho semplicemente pensato di aggiungere un po’ di moda che, come dicevo, per me non è altro che il modo in cui le persone manifestano la propria identità, attraverso l’apparenza. Mi sono semplicemente chiesto: “Che tipo di moda funziona con questo mondo?”. Nel primo numero gli shooting erano piuttosto “classici” e i collegamenti abbastanza ovvi: c’era un servizio con riferimenti fetish per il quale avevo creato un lay-out che non lo rendesse grottesco. Aveva funzionato, perché aveva un senso nella mente delle persone. Ora mi sento molto più libero e posso trovare relazioni più astratte, ma c’è sempre quel tipo di passaggio o collegamento: a volte due contenuti hanno due punti d’incontro diversi ma c’è sempre un collegamento. Come sono strutturati questi collegamenti? Le cose si collegano in base al modo in cui la sequenza è costruita: è una costruzione molto organica basata unicamente su quello che per noi è rilevante. L’unico criterio applicato è quello di mettere assieme alcune culture che sono percepite come underground. Anche il nome suggerisce un duplice significato: blu non è solo l’inchiostro ma anche il sangue che scorre nelle vene della nobiltà... Volevo affermare che qualcosa che viene percepito come popolare (i tatuaggi) può essere degno e stimabile quanto le belle arti; viceversa ritengo che molta arte contemporanea possa essere una schifezza perché vuota e senz’anima, a differenza di molta cultura underground, che può essere davvero forte. Un titolo che corrisponde a una dichiarazione d’intenti... Nel corso degli anni i contenuti si sono arricchiti ma i tatuaggi resteranno una costante del progetto? Sì, ci saranno sempre perchè rappresentano me stesso. Ciò che è cambiato dai primi numeri è che ora so come funziona, conosco le mie potenzialità e quelle del progetto, ho dei fotografi che sanno cosa voglio. Adesso mi sento a mio agio e questo mi rende più libero di investire in nuove aree, osando anche un pò. Fammi un esempio: Nell’ultimo numero c’è più testo e sono presenti anche temi scientifici sperimentali: era

tanto che desideravo trattare argomenti di questo tipo ma ho dovuto partire da altro e concentrarmi su altri aspetti prima di poterlo fare. Come mai alcuni testi sono in inglese ed altri non sono tradotti? E’ una scelta stilistica o puramente dettata dalla necessità? La seconda: non pago nessuno per tradurre così faccio quel che posso. Traduco da me e ho delle persone che mi aiutano, ma alcune cose sono troppo complicate se non paghi un professionista... Se non sbaglio Sang Bleu è nata come pubblicazione semestrale ma mi sembra che questo criterio sia stato abbandonato in corso d’opera in favore di una maggiore libertà... anche in questo caso “necessaria”? L’intenzione iniziale in effetti era di uscire due volte l’anno: sai, quando crei una rivista devi decidere che tipo di identità vuoi darle e lo fai associandola ad una sorta di formato esistente. Il tipo di formato con il quale mi identificavo di più io era quello di alcune pubblicazioni artistiche sperimentali, ma ho presto realizzato che non sarei stato in grado di far uscire due numeri l’anno. Il semestrale è un formato che segue le scadenze stagionali della moda ma con moda io intendo quella dimensione dell’apparire che include anche tatuaggi, feticismo o qualsiasi altra cosa: non mi rivolgo dunque solo alle persone del settore e non avevo dunque l’esigenza di seguirne il calendario. Così ho optato per una scadenza annuale: in questo modo le persone si relazionano alla rivista in modo più personale. Uscite una volta all’anno, ma con un numero doppio, diviso cioè in due fascicoli. Qual è la differenza tra essi in termini di contenuti? In realtà è doppio ma è come se fosse uno. Stai cercando di confondermi? La sequenza è stata disegnata come un unico grande magazine. Poi ho solamente pensato di dividerli nel mezzo. Per comodità? Più o meno. Si comincia con qualcosa di sperimentale che riguarda i tatuaggi nello specifico, poi un pò d’arte e letteratura e poi man mano c’è più moda, ma se ti soffermi sulla sequenza capisci che potrebbe anche essere tutto assieme. La mia è semplicemente stata una scelta logistica: ho realizzato che con i grandi giornali (l’ultimo Sang Bleu conta seicento pagine e Purple Fashion, per esempio, è di quattro o cinquecento) non parto mai dall’inizio e non arrivo alla fine: li leggo a pezzi e non riesco mai ad avere una percezione d’insieme. Ho capito che è più facilmente intuitivo per le persone avere due volumi e metterli assieme nella propria mente solo in un secondo momento per avere un quadro completo. Anche il penultimo numero aveva


la stessa divisione, quella di un libro con la stessa struttura ripetuta due volte. Le persone non l’hanno mai davvero capito, perché non hanno mai prestato attenzione al fatto che fossero due giornali ben strutturati all’interno di uno. Parlami del team: come hai scelto i tuoi collaboratori? Tutto è avvenuto in maniera molto organica: all’inizio tutto ciò che avevo era un’idea, la mia capacità nel disegnare, il fatto che avessi studiato fotografia e che sapessi scrivere. Quanto basta... In effetti allora scrivevo molto e facevo molte foto. Ero giovane ed entusiasta. Quanti anni avevi? Ventisei, forse venticinque. A Londra incontravo persone fantastiche in ogni momento e parlavo loro della mia idea: ero tipo: “Wow cool, facciamolo e basta”. Poi ho approciato alcuni tatuatori importanti che erano nella scena, ho menzionato questo progetto per sentire il loro parere e ho ricevuto feedback positivi. Ho poi avvicinato alcuni fotografi e loro mi hanno detto che mi avrebbero supportato... Com’era strutturato il primo numero? Piuttosto piccolo, centoquaranta o centosessanta pagine. C’erano quattro o cinque

articoli su tatuatori, persone da cui mi recavo con la mia macchina fotografica facendo tutto da me. A volte mi aiutavano amici e altre volte le persone conosciute tramite myspace. Myspace era una bomba in quel periodo, ti ha aiutato molto? Tutto questo non sarebbe potuto succedere senza quel media perché mi garantì un feedback incredibile in giro per il mondo, dalla Svezia, all’America. Il primo numero uscì nel 2004... Sì: andò molto bene e iniziai a ricevere più attenzioni. Al secondo lavorò anche un’examica, una ragazza che aveva lavorato da Purple Fashion e che quindi aveva molti contatti nella moda... Ex-amica?! Perché? Perché dopo un po’ questa simpatica ragazza decise con il suo nuovo boy di rubare il nome per farne un suo progetto. Che miserabile infame! Non parlo di questo molto spesso e non faccio nomi, non sono il tipo di persona che deve pubblicizzare questo tipo di cose. Ma io sì! Ahaha. Sono curiosa. In pratica costituirono letteralmente una compagnia con il nome Sang Bleu senza informarmi e poi dissero “Ehi abbiamo iniziato questa compagnia senza di te”. Molto sem-

plicemente. E io, basito: “Siete fottutamente pazzi? Voglio dire, voi non conoscete niente di tutto il progetto!!!”. Questo accadde alla fine del secondo numero. Un vero patatrac.. Sì, un casino. Non prestavo abbastanza attenzione perché mi fidavo e mi hanno fregato. Mi è costato molti soldi ma per fortuna ho avuto una ventina di persone che spontaneamente hanno scritto dicendo “Ehi cos’è quella roba? Sei tu che hai iniziato tutto questo, noi siamo con te”. Avevo molti appoggi, ma allo stesso tempo avevo paura perché lei era quella in grado di inserire dei veri contenuti di moda perché aveva i contatti necessari per farlo e la moda, si sa, in una rivista rappresenta una fonte di entrata di denaro: se hai la pubblicità hai i soldi per tirare avanti la baracca. Questa però non era la filosofia di Sang Bleu, una rivista che è sempre stata autofinanziata con le vendite... Non ci sono stati soldi nel progetto fino ad oggi! Puoi spiegarmi meglio il ruolo della moda nel tuo progetto? La moda c’è sempre stata ma solo perché pensavo dovesse far parte di quella visione culturale: moda come cultura e non moda sottoposta alle leggi dei mercati e delle stagioni. A me interessa l’energia che le persone

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mettono nel modo in cui si vestono e nel significato che attribuiscono a ciò che indossano. Per gli umani vestirsi è importante quanto mangiare ed è la prima cosa che li identifica nell’appartenere a un gruppo piuttosto che ad un altro. E’ qualcosa di realmente importante per l’identità umana e lo è sempre stato, assumendo significati diversi a seconda delle fasi storiche. Chiaramente ci sono alcuni designer contemporanei che trovo interessanti, ma ci sono anche molte cose che trovo non abbiano un significato. Quando è avvenuto il vero “salto”? Senza pubblicità e senza recensioni sono riuscito a vendere tre numeri e poi ho iniziato a ricevere attenzioni con il quarto. Molte persone interessate al progetto hanno cominciato a lavorarci per supportarlo: oggi ho parecchi collaboratori straordinari, fotografi famosi e persone qualificate. Sono stato fortunato ad incontrare persone che ci hanno creduto davvero fin dall’inizio e che sono diventati amici e collaboratori fissi, come Adrian Wilson o Ben Perdue: senza di loro non ce l’avrei fatta! Ora sto lavorando anche con la mia ragazza, Jeanne-Salomé: lei viene dal mondo delle belle arti ed è molto coinvolta in quella direzione. Adesso siamo una vera famiglia che cresce: è fantastico ma non voglio cresca troppo, sto pensando di restringerla perché penso che ci siano più persone di quelle che servono. Ci sono quattro-cinque collaboratori davvero attivi e non penso ce ne dovrebbero essere di più; voglio lavorare con persone così coinvolte che possano portare avanti il progetto per conto loro: io gli ho dato vita, ma esso appartiene anche a coloro che vi hanno preso parte e sono felice di vedere come alcuni lo conoscano così bene da portarlo avanti da sé. Questa è la mia ricompensa principale. Persone come Jason Farrer, con cui sto lavorando ultimamente, capiscono l’anima del progetto e riescono a far evolvere le cose in un modo a cui io magari non avrei pensato. Io sarò sempre lì a guardare come evolve e non importa se si lo farà in un modo che non avevo calcolato all’inizio perché le cose muoiono quando hanno una formula rigida, specialmente un progetto artistico. Chi si occupa del sito e del blog? Io. Come sta andando? Sta andando bene: sento che alcuni contenuti sono più appropriati per il sito che per la rivista, come i portfolio per esempio (trovo interessante promuovere cose che appartengono a questo mondo). Sito e magazine sono due cose ben separate: per Sang Bleu è importante rimanere sperimentale nella forma focalizzandoci sul significato e sull’attuale contenuto.

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Cosa pensi del processo di crescente digitalizzazione delle riviste e della crescita di internet nel settore dell’editoria? Qualcuno afferma che il mercato delle riviste è destinato ad esaurirsi: tu come vedi il futuro? Io la penso così: quando la televisione è apparsa non ha ucciso la radio, l’ha solo cambiata. Alcuni show radiofonici erano versioni “costrette” a causa delle limitazioni del media e con l’arrivo della televisione questi show non hanno più avuto motivo di esistere in radio; è altrettanto vero che per molte cose il mezzo ideale restava e resta tutt’ora la radio: la musica ad esempio è più interessante senza immagini! La musica alla televisione non sarà mai forte come quella alla radio, perché c’è un legame tra la mente e l’udito. Lo stesso secondo me, con le dovute differenze, vale per internet. In molti casi è solo cambiato il modo in cui si percepiscono le cose: internet sta sicuramente cambiando le carte in tavola, per esempio quando si tratta d’informazione (si basa sull’informazione immediata e non ci sono quotidiani nemmeno approssimativamente vicini ad esso). Questo media permette di avere informazioni in tempo reale e io sto sfruttando proprio questa potenzialità: non c’è ragione di mettere certe notizie su carta perché sarebbe solo una versione limitata di quello che puoi avere da internet. Allo stesso tempo ci sono molte cose che non funzionano sul web. Non ci sono dubbi sul fatto che la carta e i media fisici sopravviveranno, ma cambieranno.. Cosa rende il web così potente secondo te oltre all’immediatezza? Il fatto che sia un media accessibile a tutti: questa sua caratteristica offre una grande libertà espressiva rispetto a quella su carta... Ma è anche uno svantaggio perché molte persone ricercano le cose difficili da trovare e con internet non potrai mai raggiungere l’esclusività di quando sei fisicamente con una persona o hai davvero un oggetto tra le mani. Tu come selezioni i contenuti riservati al web rispetto a quelli adatti alla rivista? Il criterio è sempre temporale? Sì, è solo una questione di contenuto: i pezzi riguardanti la quotidianità, quelli più attuali ed immediati, devono andare su internet mentre alcuni tipi di articoli hanno bisogno di tempo per essere realizzati, ed è qualcosa che non può essere fatto in un giorno, ma magari in un mese. Ciò che si basa su pubblicazioni mensili non è adatto a internet, perché se ci pensi, non vai su un sito che viene aggiornato una volta al mese! Vai su un sito che viene aggiornato ogni giorno, ogni due giorni massimo. Al di là dell’immediatezza, guardando il sito/blog noto che c’è una selezione accu-

rata, dettata dalla scelta consapevole di mettere solo alcune cose. E’ un punto di vista forte rispetto al proporre ogni giorno quello che più o meno ti capita sotto mano... Assolutamente. E questa è anche la ragione per cui preferisco che Sang Bleu sia stampato in numero limitato. Il mio scopo non è aumentare la tiratura: ho il sito web per questo, esso non pone limiti e se decido di spingerlo e metterci più materiale può proliferare all’infinito. Per me non c’è ragione di incrementare la tiratura del magazine, quello che voglio, piuttosto, è incrementare è l’impatto. Quante persone creative-influenti-interessanti a livello professionale ci sono in giro per il mondo? Trenta milioni di artisti e designer di moda e fotografi e stylist... Ce ne sono tanti, ma non mi aspetto che tutti capiscano di cosa sto parlando, quindi non c’è ragione di aumentare le stampe. Piuttosto mi interessa che le persone che hanno un reale interesse e un background fatto di referenze vicine a quelle della rivista la guardino. Voglio essere sicuro che loro abbiano accesso a questa pubblicazione. Cosa c’è nel futuro di Sang Bleu e in generale nel tuo? E’ un momento cruciale e piuttosto confuso ma molto eccitante. Ad essere onesto non ne ho la più pallida idea. So solo che qualcosa succederà. Spero che qualcosa sopravviva. Ottimista. Adesso è tempo di pagare le bollette. Realista, direi pragmatico. Devo trovare un modo per mantenermi: ho sempre avuto altri lavori che mi aiutavano a farlo. Per fortuna posso fare cose diverse: il consulente per i brand, organizzare mostre... Negli anni passati abbiamo intrapreso anche qualche nuova avventura, come la casa editrice... L’avete chiamata come la rivista? Sì, per adesso si chiama Sang Bleu Editor. Avete già pubblicato qualcosa? Sì, qualche libro di artisti contemporanei. Inoltre abbiamo iniziato a lavorare a qualche film con alcuni artisti. Li avete già girati? Sì, ma non sono ancora usciti. Devi trovare del tempo per farlo, per occupartene.. E poi c’è il sito web che sta crescendo: hai visto la nuova pagina che abbiamo aperto, gli online feautures? Di che si tratta? Oltre al blog c’è un’altra pagina con contenuti editoriali: una sorta di estensione dei contenuti del giornale. E’ qualcosa sul quale vogliamo lavorare molto... In bocca al lupo e grazie! Grazie a te! www.sangbleu.com


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ceo

Intervista di Marco Lombardo. Foto di J

ceo è il nuovo progetto di Eric Berglund, metà dei The Tough Alliance, duo svedese ormai da tempo in cima alle nostre preferenze. Qualche mese fa il gruppo di Goteborg, che non ha mai superato lo status di band di culto, ha annunciato a sorpresa lo scioglimento, nonostante le voci di un disco imminente. Poi un paio di settimane più tardi è arrivata una notizia altrettanto inattesa: niente più TTA ma un disco solista di Eric, intitolato “White Magic”. La naturale evoluzione di un percorso di vita che Berglund fa addirittura risalire all’infanzia. Un album prezioso, sofferto e molto personale, frutto di dolore e trascendenza. Un sacco di carne al fuoco insomma. Così lo abbiamo raggiunto via mail per farci raccontare di tutti questi stravolgimenti e lui si è messo a nudo, chiedendoci però di non tagliare o editare nulla delle sue parole. L’onestà prima di tutto.

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Eravamo in attesa di un nuovo album dei The Tough Alliance. Poi improvvisamente è arrivata la notizia del vostro scioglimento e del tuo album solista a nome ceo. Cosa è successo? ceo è il nuovo capitolo di un’avventura che ho intrapreso da giovane, e che per un po’ hai conosciuto con il nome The Tough Alliance. E’ un’evoluzione naturale di quella storia. Un viaggio, lontano dalla paura, dall’incompletezza e dell’alienazione, verso un luogo in cui tutto ha un senso, dove si può finalmente vivere e non sopravvivere. Un viaggio verso la vita reale. All’inizio avevo solo un vago sentore di cosa si trattasse: la sensazione di un qualcosa di promettente e stupendo. Non importa quanto fossero brevi quegli istanti di lucidità, quelle intuizioni mi hanno permesso di superare anche i periodi più bui. Soprattutto quando ero un ragazzino, e nessuno intorno a me sembrava percepirlo o preoccuparsene. Erano dei momenti magici, che mi toglievano il fiato, facendomi andare avanti. Ceo è tutto questo, come prima i TTA: il tentativo di capire, almeno in parte, il mio legame con questa esistenza, con la sua realtà, lasciandomi accarezzare da essa. Per raggiungere quella posizione ho smesso di sognare a occhi aperti, di respingere le mie paure e ho deciso di affrontare finalmente me stesso, rimanendo da solo. Durante questa fase ho capito che la mia relazione con Henning doveva cambiare radicalmente, perché ormai era troppo infetta e complicata. Quel tipo di trascendenza sembrava impossibile da condividere con un'altra persona, così abbiamo deciso di separarci e prendere strade diverse, almeno per il momento. Era la scelta più sana e costruttiva, l’unica via d’uscita. Quindi vi siete separati? Non ascolteremo più un nuovo album dei The Tough Alliance. Quell’esperienza è definitivamente conclusa? Sono domande che io stesso non mi sono ancora fatto, non dovresti fartele neanche tu. L’unica cosa che conta è ora. Dovevamo cambiare per andare avanti. Chissà cosa accadrà domani? Non abbiamo sentito il bisogno di prendere una decisione definitiva. Perché avremmo dovuto? Come potremmo? I TTA vivranno per sempre. Se io e Henning faremo di nuovo qualcosa insieme non potrà più essere legata ai The Tough Alliance, dovrà essere un progetto del tutto nuovo, da sviluppare come individui separati e non un’illusoria unità. E’ vero che molte delle canzoni di White Magic erano destinate al disco dei TTA? Sì, le ho scritte per un gruppo che allora chiamavo TTA 3.0. E’ un argomento molto 61


delicato. Non mi è mai importato con chi avrei collaborato o che nome avrebbe avuto il progetto, White Magic era nella mia testa già da molti anni. Ho fatto qualunque cosa per inseguire quella visione e realizzarla. Dentro di me era già tutto chiaro. Questo disco rappresenta l’inizio di una nuova fase, sia nella mia vita privata che in quella pubblica, iniziata con il primo disco dei TTA. White Magic è un passo importante, sotto moltissimi aspetti. Hai composto tutti i brani da solo quindi? Sì, tranne White Magic, che ho scritto con Henning, e Oh God Oh Dear, con Kendal Johansson, che ha anche co-prodotto il disco. Perché hai deciso di chiamarlo White Magic? E’ tutto ciò che provo e ho sempre desiderato provare, dove voglio essere. La vita reale. Mi racconti come sono nate le canzoni da un punto di vista più tecnico. Che tipo di equipaggiamento e software hai usato? Quali sono state le differenze in studio rispetto agli album con Henning? Potrà sembrarti presuntuoso o snob ma ho bisogno di risponderti nella maniera più

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onesta possibile: la mia arte è un’emozione a tutto tondo, non mi va di parlarne in termini tecnici, di frammentarla, banalizzandola, perché gran parte del senso andrebbe perduto. In più mi annoia tremendamente parlare di queste cose. E non voglio incoraggiare il desiderio distruttivo della gente di analizzare ciò che considero un’opera d’arte come si trattasse semplicemente di musica, di cui poter conversare superficialmente. Invece di sentirla nel profondo, per davvero, come l’espressione di una vita, di un’anima, della natura peculiare di un individuo. Non sono solo suoni, immagini e qualsiasi altra nozione che la mente può facilmente afferrare. Il pubblico vuole rendere le cose semplici, limitarle, per comprenderle senza mettersi in gioco, perché è stato abituato così. E’ decisamente più facile fare delle domande a cui dare risposte tangibili, piuttosto che accettare la vita per ciò che è. C’è qualcosa al di là della nostra mente, della nostra percezione. Dobbiamo accettarlo e superare il concetto di realtà come una semplice concatenazione di fatti. Ci sono così tante cose interessanti di cui parlare invece che di software.

Hai collaborato con qualcuno in White Magic? No, a parte Elin dei jj che canta qualche strofa su una canzone. Chi e che cosa ha influenzato il processo di scrittura e registrazione del disco? Lilacs, Charlotte Casiraghi, Lil’ Wayne, l’oceano, Mourinho, il canto degli uccelli, camminare al mattino, il mio amico Joakim, ascoltare Kendal al pianoforte, giocare a tennis, i caprioli, Armand De Brignac, Loro Piana, gli assolo di Slash, la Traviata. Più di ogni altra cosa però un senso di assenza e di purezza. Perché hai scelto il nome ceo. Qual è il suo significato? ceo sta per Chief Executive Officer, un termine che ha molti significati diversi per me, su piani differenti. Fondamentalmente suona bene e mi piace la sua resa dal punto di vista grafico. Il nome mi è apparso in un momento che definirei epico della mia vita. Un giorno ero confuso e sono andato su una scogliera, di fronte all’oceano. C’era una tempesta e le onde erano alte e minacciose. Ricordo vividamente la sensazione di paura. Poi all’improvviso una parte del cielo si è schiarita, le nuvole si sono dissolte, e sono


apparsi degli angelici raggi di sole. Stavo ascoltando Lakmé di Léo Delibes. E tutto è diventato chiaro. Ero ceo. Quali credi siano le principali differenze tra White Magic e i tuoi album precedenti con i The Tough Alliance? White Magic è più organico, più sensibile e ricco di sfumature. Che traguardo volevi raggiungere con questo lavoro? Come sempre, attraversare ed esprimere ciò che sento, quello che ho dentro. E’ un processo estenuante ma credo di non esserci mai andato così vicino. Cosa ascoltavi durante le registrazioni? I Cocteau Twins, Young Money e un sacco di musica classica. Anche in questo disco ci sono moltissimi sample ritmici e vocali, li troviamo in Illuminata, Oh God, Oh Dear, No mercy e Come With Me. Mi aiuti a riconoscerne qualcuno? Ah, ah, ah… Perché essere ossessionati da queste cose? Mettiamole da parte. Balliamo invece, lasciamoci trasportare dal turbinio della vita, trascuriamo i fatti che la mente può facilmente riconoscere. Come decidi se un sample vale la pena di

essere “rubato”? Un sample non può essere rubato perché niente appartiene a nessuno. Tutto è di tutti. Senza capire questo semplice concetto non si può vivere appieno, non c’è alcuna gioia. Den blomstertid nu kommer è una canzone in svedese, una novità per quanto ti riguarda. Perché questa decisione? Di cosa parla? E’ un inno tradizionale che si canta l’ultimo giorno di scuola prima dell’estate. Quella canzone significa tutto per me, lo dico davvero. Ogni suo atomo è perfetto. Esprime esattamente dove si trova ceo in questo momento. “Il tempo della fioritura è arrivato, bambina…” (ndr. Citazione del titolo del brano). Dovevo registrarla, lo sentivo nel profondo. Non potevo fare altrimenti. Quei versi sono i più belli che abbia mai sentito. Non avrei saputo tradurli in inglese senza perdere tutte le sfumature, in più avrei distorto la metrica e le sue rime. Dovevo cantarlo in svedese. Cosa accadrà alla Sincerely Yours, l’etichetta creata da te e Henning, adesso che avete preso strade diverse? Continuerà a evolversi. Credo di averla praticamente gestita sempre da solo. Non

ho notato alcuna differenza sinora. Adesso mi danno una mano i miei genitori e Joakim (ndr. Joakim Benon dei jj). Rimanendo in tema, hai in testa qualche casa discografica come modello di riferimento? No, non so niente di case discografiche e non considero la Sincerely Yours una di queste. Spesso però viene accostata alla Factory Records, non tanto per la proposta musicale, quanto per la forte personalità estetica. Cosa ne pensi del paragone? L’ho già sentito almeno 22 volte, quindi immagino abbia una sua rilevanza. E’ vero che Henning era il responsabile dei suoni nei TTA? Sì, ed è molto bravo in ciò che fa. Il più delle volte però ero io ad avere la visione iniziale. Sapevo esattamente il tipo di suono da ottenere ma non ero capace di realizzarlo tecnicamente. Imparerò, anche se ci vuole così tanto tempo. Non voglio stare seduto al chiuso, davanti a un computer, tutto il tempo, quando si può essere in mezzo alla natura o con i tuoi amici, o tutte due le cose insieme. White Magic però suona ancora come un

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album dei TTA… Forse perché l’ho scritto io? Quante canzoni tu e Henning avete composto e mai pubblicato? Nessuna. Vi parlate ancora? Quando è stata l’ultima volta che lo hai incontrato? L’ultima volta che ho visto Henning è stata durante una partita di calcio, abbiamo solo parlato di tattica, ah ah ah. La nostra amicizia è a rischio da molto tempo, è stato tutto così frustrante. Oggi si è molto affievolita ma va bene così, sono molto più felice e spero lo sia anche lui. Siamo rimasti compagni di squadra quando giochiamo. Non siamo nemici, ci siamo solo allontanati. E’ tutto più sano. Con che musica sei cresciuto? C’è qualche band o artista che ha cambiato la tua vita? Quando ero bambino ascoltavo qualsiasi cosa mia sorella ascoltasse, varie hit da classifica e i The Cure. E adoravo la colonna sonora di Top Gun. Più tardi invece, tra i dodici e i sedici anni, chi ha davvero scosso il mio mondo sono stati i Wu Tang Clan, i Guns n’Roses, Broder Daniel, i Daft Punk, gli NWA e i Manic Street Preachers. Avevi qualche poster nella tua cameretta quando eri un teenager? Sì, quelli di Kurt Cobain e Michael Jordan. Erano i miei eroi. Come si chiama la tua prima ragazza? Parlate ancora? Ah, ah, ah. Ma che domanda è? Il suo nome è Stéphanie di Monaco, avevo cinque anni e un sacco di sogni. E lì che è nata la mia ossessione per la bellezza. Non parliamo più. A un certo punto si è persa e io ho proseguito per la mia strada. Guardala ora: rappresenta ciò che questa società è in grado di fare quando non ti guardi le spalle e non metti in discussione il mondo intorno a te. Qualche mese fa sei stato in tour in Italia con i jj. Come è andata? E’ stata una corsa sulle montagne russe ma, proprio per questo, un’esperienza fantastica. A Roma mi hanno lasciato indietro e mi sono perso. Abbiamo tutti smarrito i cellulari e Elin, come me, anche il passaporto. Io e Joakim abbiamo comprato quei raggi laser dalla luce verde ed eravamo eccitatissimi. Il momento più bello del tour? Io e Joakim a nuotare, mangiare ciliegie e bere Prosecco sul Lago Di Garda. Ti è piaciuto suonare a Milano? Moltissimo. In cabina dj ho avuto a fianco una delle più belle ragazze che abbia mai visto, ma non ho osato parlarle, ero troppo timido per dirle qualcosa. E Torino invece? Tutto molto bello ma ero troppo preoccupa64 PIG MAGAZINE

to per la storia del passaporto. Cosa ti piace suonare quando fai il dj? La musica che amo: qualunque cosa, dagli Abba a Gucci Mane, passando per Jorge Ben, Benni Benassi e i Guns N’ Roses. Che musica ascolti invece in questi giorni? Più che altro hip-hop, le canzoni che mi passano i miei amici e qualche vecchio disco. Non leggo i giornali, non guardo la tv, non vado su internet. Tutto quello che ascolto arriva attraverso i miei amici. Se sono loro a suggerirmi qualcosa vuol dire che vale la pena ascoltarla, altrimenti no. Cosa pensi degli Studio e della loro etichetta, la Information? Sono di Goteborg come te, siete amici? Avete mai pensato di collaborare? Dan (ndr. Lissvik, metà degli Studio) è uno dei miei migliori amici. Ne abbiamo parlato per un po’, soprattutto quando abbiamo iniziato le nostre rispettive etichette, ma non è mai successo. Forse è meglio così, siamo due visionari e le nostre visioni sono troppo forti e molto diverse. E’ una cosa bellissima ma non avrebbe funzionato. Siete in competizione? Nell’arte non c’è competizione. Anche se siamo entrambi molto competitivi. Quando facciamo sport insieme le cose si fanno sempre un po’ spiacevoli. Hai ascoltato il nuovo disco di Robyn? Cosa ne pensi? Nessuno dei miei amici me lo ha ancora passato, quindi… Ti è piaciuto l’ultimo album di Taken By Trees. Tu e Victoria eravate fidanzati. Siete ancora in contatto? Me lo ha spedito Victoria. E’ prodotto molto bene, ma melodicamente lo trovo noioso. No, non parliamo più. Forse un giorno ci riavvicineremo… Sei innamorato? Sempre, sono innamorato della vita e di tutto ciò che essa comporta. Ragazze, ragazzi, fiori, musica… Sebbene non credo in quella cosa che la gente normalmente definisce amore. E’ un’illusione prodotta da noi stessi per non fare in conti con la paura e un profondo senso d’incompletezza. C’è qualche artista in particolare con cui senti di condividere la stessa visione? No, anche se Joakim dei jj è molto vicino. Qualcuno con cui ti piacerebbe collaborare? No, non direi, mi piace fare le cose da solo. Dovessi proprio fare dei nomi: Benni Benassi o Dr.Dre. Con quale artista femminile vorresti duettare? Soltanto una persona, Rihanna. Qual è l’idea dietro al video di Come with

me? Parla di una guerra interiore che mi affligge da quando sono bambino e della sua fine. Una guerra che è iniziata per colpa di alcune cose terribili che mi sono capitate da piccolo e che non sono stato in grado di fare emergere nella realtà che mi circondava. Così le ho seppellite profondamente nel subconscio sino a quando non sono riemerse poco tempo fa. Questo da un lato mi ha trasformato in un bambino terrorizzato, timido, solitario e sensibile, in cerca di purezza e amore. Dall’altro invece si è scatenata una forza altrettanto potente e disperata per gestire e rilasciare quella paura, una forza che non chiedeva altro che caos e che mi ha fatto fare un sacco di cose malate, mettendo me stesso e le persone che mi circondavano in pericolo. La paura, a volte, produce un desiderio di autodistruzione così forte che tutto intorno si fa sfocato, limitandoti ad agire per sopravvivere. Sono convinto comunque che questa guerra stia finendo da quando ho imparato a riconoscere quegli impeti. Ora si presentano sempre più di rado. Anche se quando si riaffacciano sono incontrollabili e violenti ma durano meno. Sono fermamente convinto che spariranno, prima o poi. Ho toccato con mano il significato della vita. Sono stato nel tunnel e visto oltre. So cosa mi aspetta, non ho più paura, non ci sono demoni che mi faranno dubitare di nuovo. Era fondamentale esprimere tutto questo in quel video, soprattutto dopo il crollo di tutti i sogni che avevo con i The Tough Alliance. Quei sogni mi tenevano in vita, erano come un’ossatura per affrontare la realtà ma sono svaniti. Oggi sono da solo e non devo più sognare per affrontare la realtà, è sufficiente viverla. Lo so che posso sembrare il più grande stronzo, presuntuoso, fuori di testa del pianeta dicendo queste cose. Ma penso che sia indispensabile mettersi in discussione e interrogare se stessi per vivere appieno questa esistenza e superare ogni sofferenza. Non avevo alternative. O seguivo questa strada o mi sarei ucciso. Per raggiungere le altre persone e comunicare qualcosa di importante bisogna essere il più onesti possibili, non importa quanto siano personali le cose che raccontiamo o facciamo, non bisogna vergognarsi. Anche se un po’ lo sto facendo ora… Hai in programma di girare altri video? Con chi lavorerai? Sì continuerò a lavorare con il mio carissimo amico Marcus Soderlund, come sempre. Ha così tanto talento e ogni volta è in grado di comprendere e rispettare le mie visioni.


Il prossimo singolo? Non so, tu quale suggerisci? Cosa mi dici del trailer che hai fatto per lanciare il progetto ceo? Dove sono state scattate tutte quelle fotografie? “Sono stato dappertutto nel tuo mondo, sono rimbalzato su ogni orizzonte” (ndr. Un estratto del testo di White Magic). Volevo solo fotografare ciò che la mia vita è stata sinora. Sino a poco tempo fa. Correre, nascondersi, tremare, implodere, esplodere, pregare. Poi all’improvviso ho toccato con mano la realtà, capovolgendo tutto e affrontando di petto le situazioni che mi hanno fatto fuggire per tutto questo tempo. Quelle paure e quelle resistenze però mi hanno condotto alla verità. Ho la sensazione che ci siano così tante persone che stanno scappando nel mondo, senza nemmeno saperlo. La strada che porta alla gioia, alla calma e all’armonia si trova nella comprensione della fuga. Ci sono novità in casa Sincerely Yours? Nuovi progetti in uscita? Sì, ma ne verrai a conoscenza al momento opportuno. La gente vuole conoscere il futuro, in maniera maniacale, come se non ci fossero già abbastanza cose nel presente. Lo so perché ci sono già passato. E mi di-

struggeva. Ci si proietta in avanti perché si è incapaci di affrontare la realtà. E’ così doloroso. La tua anima forse può trovare un po’ di sollievo nel futuro ma il tuo cuore può solo vivere nel presente. Proviamo a rimanere qui, ora. Ci divertiremmo molto di più! Adoro il singolo di debutto di Kendal Johansson (Blue Moon, una cover dei Big Star) ma, come al solito, si sa pochissimo dei vostri nuovi artisti in catalogo. Mi dai qualche informazione in più? E’ la persona più sensibile che abbia mai visto o conosciuto, ha un talento immenso. Vive, come me, in un mondo tutto suo ed è straordinario farsi visita ogni tanto in questi luoghi immaginari. Ci siamo conosciuti grazie a un amico in comune, un paio di anni fa, anche se in realtà sembra di esserci già incontrati in un’altra dimensione, molto tempo fa. Quanto dovremo aspettare per una nuova release degli Air France? Probabilmente avrai loro notizie entro la fine dell’anno. Il miglior disco del 2010 che hai ascoltato sinora? White Magic Hai intenzione di portare il progetto ceo

dal vivo? Non ne ho idea. Sarebbe strano pianificare un tour senza sapere cosa provo a esibirmi. Devo capire se mi oso e se mi fa sentire qualcosa in cambio, se la gente è davvero pronta per tutto questo. Io sono ceo tutto il tempo, ogni istante della mia vita, diventa solo una performance quando mi trovo di fronte una folla. Ne vale la pena? Ho bisogno di avere la sensazione che la gente sia coinvolta quanto me. Nel caso, come porterai queste canzoni dal vivo? Avrai una band ad accompagnarti? Non lo so ancora, ci sto pensando. Ho bisogno di una pausa, per lasciare che sia il mio cuore a dirmi cosa fare. Sono stato troppo impegnato a pensare e a lavorare di recente. Devo fermarmi un attimo ad ascoltarlo. Sei felice? Oggi rispetto a gran parte della mia vita direi di sì. Anche se ci sono dei demoni testardi che mi trascinano giù di tanto in tanto. Me li scrollo di dosso più facilmente comunque. La mia fede è troppo forte per essere disturbata. Essere felice non è sufficiente, voglio essere tuttuno con la vita, senza avere più la necessità di domandarmi come sto. Voglio solo fluttuare, senza pensare.

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Delorean

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Ekhi, Igor, Guillermo e Unai. I Delorean nascono nei Paesi Baschi, a Zarautz, più o meno una decina di anni fa. E' passato così tanto tempo che sembrano non ricordarselo nemmeno. E' la classica band di amici che comincia giovanissima e continua a suonare insieme. Arrivati al momento in cui si decide se fare sul serio o meno, se continuare o lasciar perdere - mentre alla spicciolata si trasferiscono a Barcellona, per fuggire da un contesto che cominciava a stare loro troppo stretto - i nostri cambiano un pezzo, Guillermo prende il posto di Tomas. I Delorean di oggi, quelli di "Subiza" - disco tra quelli da ricordare di questo duemilaedieci, per le sue melodie, l'energia, i colori e le vibrazioni positive che è capace di sprigionare - , quelli che suonano da headliner al Sonar del Dia, nella "loro" Barcellona, di fronte ad un pubblico che mesi addietro avrebbero fatto fatica a immaginare di radunare, non sono quelli degli esordi che suonavano punk. Non sono nemmeno quelli che con il tempo hanno abbracciato sonorità new wave e poi sempre più elettroniche, che si sono rimboccati le maniche per provare a fare il grande salto e ci sono riusciti, arrivando a farsi conoscere ed amare anche all'estero, salutati ovunque come l'indie band spagnola più famosa nel mondo. Ho conosciuto Ekhi, leader del quartetto, grazie ad amici comuni poco più di un anno fa e oggi sediamo uno di fronte all'altro fuori da un tipico bar della città catalana. Allora non immaginavo assolutamente che avrei trovato "Seasun", punta di diamante del loro EP "Ayrton Senna", nella mia playlist dell'estate duemilanove né che "Subiza", avrebbe fatto la stessa fine dodici mesi dopo. Forse però loro quel disco l'avevano già in testa, era lì che aspettava solamente di prendere forma. A giudicare dai loro racconti c'è voluto un bel po'.

Intervista di Depolique. Foto di Sean Michael Beolchini Ciao Ekhi come stai? Non benissimo, ho passato un weekend terribile. Venerdì ho cominciato a sentirmi davvero male… Siete di ritorno dagli States giusto? Si, appena tornati. E’ lì che abbiamo cominciato a sentirci tutti un po’ male. Arrivati in Messico poi la situazione è peggiorata… Domenica ho passato tutto il giorno a letto, lunedì abbiamo preso l’aereo per tornare a casa e siamo arrivati martedì. Ho avuto la febbre fino a ieri. Oggi mi è passata ma mi sto imbottendo di medicine perché ho una tosse fortissima e non vorrei rovinare il concerto. Stasera suonate “in casa”… Si, spero vada tutto bene. Non riesco a controllare la tosse e se comincio non finisco più… Spero solo non mi succeda quando sono sul palco. Puoi raccontarmi brevemente la vostra storia? I Delorean siamo io (Ekhi), Igor, Guillermo e Unai. Abbiamo fondato la band nove o forse dieci anni fa a Zarautz, la nostra città natale, un paesino di surfisti nei Paesi Baschi. All’inizio il chitarrista era un ragazzo di nome Tomas, ma più o meno tre anni fa, quando io mi ero già trasferito a Barcellona ha lasciato la band. Così Guillermo, un ragazzo di qui che viene dalle nostre parti ha preso il suo posto. Lo conoscevamo da quando eravamo ra-

gazzi, andavamo ai concerti insieme e suonavamo in gruppi vicini; è stato abbastanza naturale il suo ingresso nella band. Adesso stiamo tutti qui a Barcellona e suoniamo insieme ormai da due o tre anni. Si è trattato di una specie di nuovo inizio. Quanti anni avete? Io ventisei, Guillermo e Igor ventotto e Unai se non sbaglio ha appena compiuto trent’anni. Come mai Tomas ha lasciato? Ha lasciato perché non riusciva a metterci l’impegno necessario. Il gruppo stava crescendo, cominciava a diventare il nostro impegno principale, il centro delle nostre vite e lui si è trovato a scegliere se continuare su questa strada o meno. Ha deciso di prenderne un’altra. Questo è quanto. Siete ancora in contatto? Non tanto. Però sappiamo come gli vanno le cose perché comunque vive ancora nei Paesi Baschi. Quindi adesso i Delorean sono il vostro unico impegno? Si, impegno e lavoro. Sono quello di cui viviamo. Come mai avete lasciato i Paesi Baschi? Vivo a Barcellona ormai da quando avevo diciassette, diciotto anni, sono venuto per studiare perché non avevo più voglia di stare a casa. La scelta si riduceva a Madrid o Barcellona e ho scelto qui per via del mare e

perché ho pensato che mi sarei trovato più a mio agio. A quel tempo la capitale mi sembrava meno accogliente, cosa che poi ho realizzato non essere vera… In Catalunya sto benissimo, ma devo dire che anche Madrid è una città davvero speciale una volta che riesci a “scoprirla”. A livello musicale qual è la migliore tra le due? Conosco delle ottime bande e ho tanti amici bravissimi che fanno musica a Madrid. Nonostante questo credo che tutta l’attenzione e il fermento maggiore sia a Barcellona. Non saprei giudicare quale delle due è meglio, se dicessi qui, probabilmente sarebbe perché mi sono affezionato e mi trovo molto bene. Quanto vi ha influenzato la città in questo “nuovo inizio” della band? Non so che importanza abbia Barcellona in questa nuova vita dei Delorean rispetto al fatto che dopo diversi anni ci siamo trovati tutti e quattro a vivere finalmente nella stessa città. Da quando siamo qui abbiamo preso le cose davvero sul serio, lavorando insieme ogni giorno; non era mai successo, non ci eravamo mai impegnati così tanto. Adesso possiamo dire di essere diventati una vera band. Quanto al legame tra il luogo e la nostra musica non saprei… Credo che le nostre in-

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fluenze siano di tipo più culturale e musicale piuttosto che socio-culturale. Non vedo un link particolare. Quali sono quindi queste influenze che citi? La musica pop e la tradizione indie rock da una parte e la musica dance dall’altra direi… In questo senso la maglietta dei New Order che indossi oggi ne rappresenta una sintesi perfetta… Si… A dire il vero ho comprato questa maglia a Portland durante l’utlimo tour perché avevo bisogno di una t-shirt visto che tutte le altre erano sporche. Quando l’ho vista ho pensato subito che avesse un senso comprarla, nonostante non ascolti più i New Order e nonostante non fosse particolarmente bella o trendy. Beh ma i New Order vanno ben oltre l’essere o meno trendy… …Appunto …E’ storia Si. Tra l’altro sono convinto che, fatti i debiti paragoni, Delorean e New Order abbiano qualcosa in comune nonostante le differenze. Penso che abbiano una visione simile. Se non altro perché i New Order sono stati tra i primi a unire musica pop e ritmi dance… Penso che siano stati loro a cominciare e siano stati l’esempio più nitido di questo genere, nonostante ci fossero anche altri gruppi. Hanno registrato Republic a Ibiza, cosa che nessuno si ricorda oggi mentre tutti parlano di influenze baleariche… Regret, il brano d’apertura, è una delle mie canzoni preferite di sempre.. Anche una delle mie. Comunque l’influenza della musica dance si sente in tutto quello che hanno fatto. Sono stati una grande fonte d’ispirazione. Tra l’altro anche loro venivano dal punk come noi: all’inizio suonavamo punk-hardcore… In un certo senso abbiamo seguito un percorso simile. C’è ancora qualcosa del punk nella vostra musica o nel vostro modo di essere? Musicalmente no, non c’è traccia dell’influenza del punk, tantomeno nei nostri programmi. Probabilmente c’è qualcosa nel nostro modo di suonare live. Me ne accorgo quando vado ai concerti di altre band che hanno lo stesso nostro background. Sarà il modo di suonare, come vediamo le cose e come lavoriamo; o forse una certa attitudine che ricorda i gruppi hardcore più che altro. Non intendo il punk inglese, ma quello europeo e americano, non solo quello californiano. Senza queste esperienze oggi non saremmo la band che siamo.

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Tra l’altro la nostra etichetta, la True Panther Sounds (che appartiene alla famiglia della Matador), nasce come una piccola label punk… E’ così che ci siamo trovati: persone della nostra generazione con tante cose in comune. Oggi comunque il punk è un ricordo legato al passato. D’altra parte chi di noi non ha cominciato ascoltando punk? Infatti. La scena di DC e San Francisco, la band hardcore svedesi… Hanno rappresentato il background di tantissime bandi di oggi. E’ per questo che quando ci chiedono com’è avvenuto il passaggio dal punk a questo nuovo genere non sappiamo bene cosa rispondere… Se non che è stato assolutamente naturale. Siete una band ormai da tantissimo tempo, avete dei fan che vi seguono dagli esordi? Immagino che ci sia qualcuno che ci segue dagli esordi, che prediliga un disco piuttosto che un altro e che presta ancora attenzione a quello che facciamo, soprattutto in Spagna. D’altro canto gli ultimi due anni hanno rappresentato un vero punto di svolta; siamo riusciti a raggiungere un pubblico che non ci conosceva e che non avevamo mai pensato di raggiungere. Lo scenario è decisamente cambiato. Come siete arrivati alla True Panther? Ho conosciuto Dean (Bein, fondatore dell’etichetta) a New york nell’ottobre del 2008. Ero là in vacanza e tramite amici di amici lo siamo diventi anche noi. E’ iniziato tutto così: aveva un’etichetta con delle band molto cool come Lemonade, Glasser, Girls e Magic Kids… Abbiamo cominciato a lavorare ad un paio di remix e così via fino a quando finito il disco e lui ci ha chiesto di pubblicarlo La sua è una storia davvero interessante. Pensa che lui lavorava alla Matador e si occupava del mail order; nel frattempo portava avanti la sua etichetta… Fino al giorno in cui la Matador se l’è comprata ed è diventata una sublabel. Anche l’incontro con i Lemonade è stato curioso. Conosciamo il batterista da molto tempo perchè suonò con noi durante il nostro primo concerto a Barcellona visto che al tempo viveva qui pure lui. Poi è tornato a vivere in California ma siamo sempre rimasti in contatto da allora. Tre anni fa è tornato con il cantante e abbiamo ripreso a frequentarci, adesso figurati che usciamo per la stessa etichetta, andiamo in tour insieme e abbiamo una sensibi-

lità, una visione della musica e delle idee davvero simili. C’è qualcosa di speciale che ci lega. Ho visto che metteranno i dischi prima del vostro concerto stasera? Si, faremo anche un paio di concerti insieme settimana prossima, uno anche nei Paesi Baschi. Delorean è un nome che non lascia spazio a tante interpretazioni… E’ ovviamente riferito alla macchina, ma l’abbiamo scelto in modo molto casuale. Eravamo giovanissimi e cercavamo un nome. Ad un certo punto è venuto fuori Delorean e abbiamo passato due mesi ad immaginarcelo addosso. Suonava bene e l’abbiamo tenuto. Non sapevo neanche fosse la macchina di Ritorno Al Futuro credo. Ancora oggi non ne so molto di quel film, non ricordo nemmeno di averlo visto. Davvero? Se l’ho visto è successo quando ero piccolo… Ma non è il genere di film che mi interessa. Quello che ho scoperto dopo e che mi ha incuriosito è stata la storia del suo inventore, John Delorean, quella è davvero interessante. Probabilmente sarebbe da fare un film sulla sua vita… Qual è il tuo film preferito? Non ne ho uno vero e proprio, ho dei registi preferiti. Mi piacciono John Cassavettes e soprattutto Werner Herzog. Probabilmente è quello che amiamo tutti maggiormente: i suoi film sono incredibile e le colonne sonore non sono da meno. Com’è nato Subiza? Ho letto che è stato una specie di parto… E’ stato un lavoro incredibile anche solo per il fatto che non avevamo mai lavorato così tanto. Non saprei dirti se altri lo considererebbero un lavoro lungo e faticoso, ma per noi è stato così. E’ stato un anno davvero impegnativo, perché mentre scrivevamo i pezzi nuovi abbiamo fatto tanti concerti e lavorato a vari remix. Sei mesi chiusi in studio tutto il giorno e poi anche dopo, a casa, ognuno al lavoro nel suo piccolo studiolo casalingo. Insieme e poi da soli, poi di nuovo insieme per mettere a posto i pezzi. Alla fine ci sono avanzati anche diversi brani che non sono finiti sul disco. Come mai? Alcune sono solo idee sepolte nei nostri computer, altri sono veri e proprio pezzi che abbiamo scelto di non inserire perché volevamo concentrarci su quello che ci convinceva di più.


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E poi? Il missaggio è stato ancora più folle. Avevamo deciso di lavorare con Chris Coady, ma non potendo permetterci di andare a New York lui ci ha proposto di missarlo via internet. L’idea era che lui ci mandasse un link con il segnale proveniente dal mixer che potessimo ascoltare in tempo reale dalle nostre case per lavorare insieme. Chris è uno che comincia a lavorare tardi, quindi le ore buone erano dalle sei di pomeriggio all’una di notte; se poi ci aggiungi il fuso orario… Abbiamo passato intere nottate in piedi a discutere e chattare con lui sul da farsi. “Così si, così no, alza qui, abbassa lì…” E’ stata una bella esperienza, anche se davvero sfiancante. La prossima volta, dovessimo lavorare ancora con Chris, mi piacerebbe essere al suo fianco: sarebbe molto più comodo... Come mai l’avete chiamato Subiza? Perché abbiamo passato l’estate in un paesino chiamato Subiza, nei Paesi Baschi. E lì che c’è lo studio dove l’abbiamo registrato. Lo gestisce un amico, si chiama Montreal Studios e si trova nella villa della sua famiglia. Un posto gigante pieno di alberi e giardini, c’è pure una piscina. Abbiamo passato un periodo fantastico là perché tutta la famiglia è stata davvero ospitale con noi. Pranzavamo e cenavamo tutti insieme e abbiamo instaurato un ottimo rapporto con sua madre. A fine estate per ringraziare abbiamo deciso di fare loro un regalo, così abbiamo comprato una quercia e l’abbiamo piantata in uno dei giardini della casa, per ricordare il tempo passato insieme. E per sottolineare ulteriormente la cosa abbiamo deciso di chiamare l’album Subiza. Quali sono stati i vostri ascolti in quel periodo? Abbiamo ascoltato prevalentemente musica house e dubstep. In generale dire musica da club, specialmente inglese: rave, funky, garage… Quella che poi si trova nell’album è sostanzialmente influenzata dalla piano house anni novanta e anche un po’ da quella che chiamano balearic. Oltre a ciò ascoltavamo diverse pop band di oggi. Uno dei gruppi che ci ha ispirato maggiormente sono stati gli svedesi Tough Alliance. Anche a noi piacciono molto… Sono stati davvero un esempio per noi, li ammiriamo molto, ci piace quello che riescono a esprimere con la loro musica. Siamo diventati anche buoni amici.

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Hai sentito il nuovo progetto di Eric, ceo? Io no, Igor si. Mi ha detto che non è al livello dei Tough Alliance, è un po’ troppo techno pop... Altri artisti che vengono in mente ascoltando la vostra musica sono sicuramente Phoenix e Cut Copy… Devo confessarti che non conosco bene i Cut Copy. Li ho sentiti un paio di volte in giro, probabilmente in qualche club in cui abbiamo suonato, giusto un paio di canzoni. I Phoenix invece sono una band che amo e rispetto tantissimo. Li considero un gruppo molto vicino a noi. Il mio album preferito è It’s Never Been Like That, è l’unico che ascolto dall’inizio alla fine. Cosa pensi del loro ultimo lp? Non l’ho ancora sentito per intero. Ma Lisztomania è grandiosa. Qual è il tuo anthem preferito degli anni novanta? Mmm.. Direi Surrender Your Love (Nightcrawlers) o Show Me Love di Robin S. Qualcosa del genere… C’è anche una canzone che mi piace molto di Transformer 2 chiamata Pacific Symphony. Quello potrebbe essere il mio anthem definitivo degli anni novanta. Considerando la vostra musica così estiva e allegra e magari anche certe armonie vocali presenti nelle vostre canzoni se qualcuno vi accostasse, con tutto il rispetto per i maestri, ai Beach Boys? Guillermo è un gran fan dei Beach Boys, io non lo sono mai stato, anche perché non li conosco molto bene. Ho ascoltato l’album Surf’s Up, un gran bel disco con una canzone incredibile come Feel Flows. Ovviamente se qualcuno mai dovesse paragonarci ai Beach Boys ne sarei davvero onorato. Sarebbe divertente, anche se io non faccio surf. Ma mi pare neanche loro. Un gruppo che oggi viene paragonato spesso ai Beach Boys sono gli Animal Collective… Cosa pensi di loro? Mi piacciono gli Animal Collective. Ho qualche disco loro a casa, ho ascoltato con l’ultimo, Merriweather Post Pavilion, e devo dire che mi piace. Abbiamo delle idee in comune, ma non li ritengo un gruppo simile a noi; d’altronde cioè che unisce noi, è tipico anche di altri gruppi. Mi riferisco al fatto di costruire canzoni molto stratificate, canzoni pop ricche di melodie ma al tempo stesso complesse per via dei vari livelli che si sovrappongono e delle differenti atmosfere presenti nei pezzi. Questo sostanzialmente è quello che ci ac-

comuna, un’idea e un modo di lavorare che piace molto anche a noi. Vi aspettavate tutta questa attenzione attorno al vostro nome e all’album? Sto ancora cercando di capire bene cosa stia succedendo e anche di misurarlo. Non siamo ancora riusciti a farlo, a quantificare il tutto, a capire come ci dovremmo sentire. Se si tratta di qualcosa di grande, destinato a crescere ancora o se la situazione rimarrà tale. Sarebbe interessante anche vedere cosa succederà negli States, quello è importante; la gente ha voglia di sentirci suonare dal vivo: a New York abbiamo fatto due soldout, a San Francisco uno. A Los Angeles, Portland, Seattle e Vancouver sono sempre state non meno di duecento persone a sera, mi sembra un’ottima partenza, che ci fa pensare che stia succedendo realmente qualcosa attorno a noi. Per la prima volta nella vita, dopo aver lavorato duramente per dare alla luce questo disco, ci sentiamo dei veri musicisti; per la prima volta abbiamo la sensazione di aver fatto qualcosa di speciale perché ci abbiamo messo tutto quello che avevamo. Vedere quanto sta succedendo, è davvero una sorpresa e una cosa bellissima che però non siamo in grado di afferrare o misurare. Dobbiamo semplicemente continuare su questa strada perché abbiamo qualcosa in mano che merita grande attenzione e ulteriori sacrifici. Beh, al momento credo siate la più famosa indie band spagnola all’estero… Dici? Probabilmente si, siamo tra le più conosciute… Ma c’è anche El Guincho; anche lui è abbastanza famoso all’estero. Ho controllato su Google: 550 mila risultati per Delorean - Subiza contro 104 mila per El Guincho - Alegranza… Perché è passato un po’ di tempo dall’uscita dell’album e ultimamente è stato impegnatissimo con il nuovo disco. Ha cancellato perfino il tour per concentrarsi. Adesso è finito, è uscito un EP, e ricomincerà a suonare dal vivo. Ha una nuova band composta da persone di Barcellona che conosciamo bene. Siete amici? Ci conosciamo, non è che siamo proprio amici. Ne abbiamo diversi in comune, tra cui gli Extraperlo, una delle nostre band spagnole preferite. A proposito di amicizie, Che rapporto avete con John Talabot? Anche lui è uno degli spagnoli più apprezzati all’estero.. Anche questa è una bella storia. Siamo diventati amici nel 2004 non mi ricordo bene


come, lui faceva il DJ… Una volta siamo stati insieme al Razzmatazz, più o meno nel periodo in cui lui ha cominciato a produrre musica. A noi piacevano le sue cose e a lui piaceva quello che facevamo con la band. Siamo coetanei e da allora siamo praticamente cresciuti insieme, parlando di musica, imparando a farla e a produrla in contemporanea, dandoci consigli a vicenda. E ora vedere che anche lui sta riscuotendo un grande successo, vedere quanto la gente lo apprezza in giro per il mondo, per noi è una grande gioia perché lo riteniamo un personaggio unico e incredibile. E’ fantastico poter condividere tutte queste esperienze insieme, anche lui è un gran lavoratore, perfino più grande di noi. Probabilmente andremo insieme in tour a New York… Nel frattempo stasera salirà sul palco con noi, suoneremo con lui il suo hit Sunshine alla fine del nostro show. Cosa si prova a suonare da protagonisti in uno dei festival più importanti del mondo, nella vostra città, praticamente in contemporanea con l’uscita del vostro album? Innanzitutto non dovremo fare grandi spostamenti o dormire in albergo… E questa è una gran cosa. In realtà si tratta di un giorno davvero speciale: suoneremo come ti ho detto con Talabot e ci saranno i nostri amici

Lemonade a mettere i dischi prima di noi. Sara una festa e sono sicuro ci divertiremo perché abbiamo davvero voglia di festeggiare. E’ così che mi sento. Dall’uscita di Seasun immagino che la vostra carriera sia stato in continua crescita; qual è stato il momento più felice che avete vissuto? Penso proprio ora, per via di tutte le cose che ti ho raccontato stanno succedendo intorno a noi e ai nostri amici: riuscire a fare bene la propria musica e ottenere dei risultati, unire le forze con le persone a noi più care, anche se siamo persone e artisti diversi ognuno con la propria vita e la propria carriera. Stiamo vivendo un momento davvero fantastico E il momento più folle? Sicuramente New York. Per noi è stata una rivelazione. Non ce lo aspettavamo: andare a NYC, fare due concerti sold out, andare alle feste, conoscere un sacco di gente… E’ stato folle. Quando eravamo là ci sentivamo nel mezzo di un tumulto, lo dico in senso positivo, perché l’entusiasmo era alle stelle e contagioso. Immagino che adesso non ne avrete il tempo, ma dove vi piacerebbe fare una lunga vacanza?

Non saprei. Vorrei solo poter andare in spiaggia, fare il bagno, prendere il sole, mangiare, leggere e rilassarmi. Questo è quello che sogno. Anche se è un po’ presto, visto che siete dei grandi lavoratori, avete già delle idee su come potrà essere il nuovo materiale? Non abbiamo la minima idea di come potrebbe essere il nuovo disco. L’ultima cosa a cui abbiamo lavorato è stato il remix per i Cold Cave. Dopodichè penso che non faremo remix per un po’ e ci concentreremo a suonare dal vivo. Poi riprenderemo il lavoro. Stiamo cercando di comprare nuovi strumenti per trovare nuove strade per la nostra musica. Non abbiamo alcuna intenzione di ripeterci perché con Subiza sappiamo di aver raggiunto qualcosa e ormai abbiamo imparato come ottenerlo. Con un nuovo equipaggiamento potremo sperimentare e cercare nuove soluzioni dal punto di vista produttivo. Abbiamo anche bisogno di staccare per un po’ e guardare a quanto fatto con un po’ di distacco. Non so dirti come sarà la nostra musica in futuro, ma sicuramente sarà diversa da quanto fatto fino ad oggi.

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Sonar 2010 part 1 Interviste di Depolique. Special thanks: Georgia Taglietti, Marco Lombardi, Red Bull Music Academy e Armela Jankova.

Diciassette le edizioni del Sonar di Barcellona, senza dubbio il nostro festival preferito, da anni un classico all'interno del panorama musicale internazionale. E' stata la nostra quarta edizione da partner e come al solito, nel corso della tre giorni, abbiamo assistito a decine di concerti e DJ set. Nelle pagine che seguono, la prima parte delle interviste realizzate ai vari artisti incontrati nel corso della tre giorni catalana. La seconda parte sul numero di ottobre. Bonus extra per questo numero, una gallery con le foto pi첫 significative. 72 PIG MAGAZINE


Uffie

Foto di Sean Michael Beolchini

La storia di Uffie siamo stati tra i primi a raccontarla e ad incorniciarla al tempo del suo esordio assoluto. Americana di Miami, Anna-Catherine Hartley si stabilisce a Parigi dopo un lungo girovagare; qui viene “adottata” da Pedro Winter e dalla famiglia Ed Banger. Sebastian, Feadz e Mr. Oizo la prendono per mano e la trasformano in un caso, a metà strada tra una baby MC e giovanissima indie popstar. Un singolo, poi un altro e tanta attenzione, tour ovunque, fino a far girar(le) la testa. Dopo un lungo silenzio ecco l’album atteso a lungo, costruito con gli amici di sempre e un big latitante come Mirwais. Col tempo Anna è diventata un’amica e intervistarla oggi dà una sensazione strana ad entrambi. Signorina Hartley come andiamo? Benissimo! Sono giorni veramente impegnativi… Ce ne hai messo di tempo prima di pubblicare quest'album. Sono passati ben quattro anni da Pop The Glock, cosa hai fatto durante tutto questo tempo? Pop The Glock è stato il primo brano che ho scritto e mi ci è voluto un po' di tempo per trovare lo stile che volevo veramente. Desideravo fare un album che si potesse ascoltare dall'inizio alla fine e non solo due o tre pezzi, mi ero detta che non l'avrei pubblicato fino a che non fossi stata soddisfatta. Questo ha richiesto tanto lavoro e diversi tentativi. Ho anche avuto una bambina e quello ha richiesto nove mesi… Se poi aggiungi tutto il tempo che ho passato in tour… Qual è la tua canzone preferita? Illusion Of Love, la prima che ho fatto con Mirwais; è quella che mi ha richiesto più impegno, perché più cupa rispetto a tutto il resto del disco. Come hai conosciuto Mirwais? In un club, a Parigi. Abbiamo passato tutta la sera a chiacchierare, parlando di tutto: dalla vita alla politica. Così abbiamo deciso di provare a lavorare insieme. E' un ragazzo meraviglioso e lavorare con lui ha cambiato totalmente il mio modo di vedere la musica. Sapevi già delle sue precedenti e note esperienze lavorative? Quando l'ho conosciuto sapevo che aveva lavorato con Madonna, ma non ho realizzato fino a quando non sono entrata nel suo studio e ho visto questo disco di platino appeso alla parete. Ho pensato: "Merda! In che pasticcio mi sono cacciata?". In principio ero piuttosto intimorita ma poi mi sono rilassata e abbiamo un ottimo rapporto: ogni mattina andavo da lui, ci bevevamo un caffè, scherzavamo, parlavamo di ragazzi e lui mi dava

consigli come se fosse la mia migliore amica. Dopodichè, cominciavamo a lavorare. E la collaborazione con Pharrel per A.D.D. S.U.V.? Pharrel è una delle persone più cool del mondo; è sempre stato uno dei mie artisti preferiti, sin da quando ero una teenager… Ho avuto la fortuna di conoscerlo durante una festa a Tokyo quando avevo diciannove anni. Quando ho avuto bisogno di cercare un rapper ho pensato subito a lui come la migliore soluzione possibile e non ho esitato a chiederglielo. Come mai una cover di Sioux? Mi piace molto la musica punk e rock e questa mi sembrava una buona occasione per dimostrarlo. Tra l'altro è sorprendente quante poche persone della mia generazione conoscano questa band, così ho pensato che sarebbe stato educativo oltre che divertente farlo. Com'è cambiata la tua vita da quando è nata tua figlia? Ora esco molto meno. Un bambino è l'unica cosa che puoi amare più di te stesso, quindi devi anteporre i suoi bisogni e la sua felicità ai tuoi. Mia figlia ha portato un equilibrio e normalità nella mia vita. Quando sei sempre in tour le cose possono diventare pazzesche, vivi così tante esperienze tutte insieme, per di più ad una velocità incredibile che rischi di perdere il controllo e la direzione. Un figlio ti mantiene con i piedi per terra. Tra l'altro ora sono molto più organizzata. Dove l'hai lasciata ora? E' a casa con la babysitter. Adesso che hai un album fuori, pieno di special guest e distribuito da una major non puoi più essere considerata indie… Quali potrebbero essere le tue rivali? A dire il vero io mi sento ancora indie. Non è perché ho le tette che puoi mettermi nella stessa categoria delle altre giovani artiste pop. Io, La Roux, Little Boots e M.I.A. abbiamo

poco o niente in comune. Allora ogni donna potrebbe essere una potenziale rivale. Ma sono sicura che tu volevi che dicessi Ke$ha… (scoppia a ridere) Hai ragione… Ma lei non arriva dalla strada come me! Eravamo con te sul palco al Sonar tre anni fa, cos'è cambiato da allora? La prima volta è stata più una cosa di gruppo, era come essere parte di una famiglia, quella della Ed Banger. Oggi ognuno di noi ha sviluppato una propria identità come artista. Tre anni fa era come se fossimo qui in vacanza, a divertirci, adesso le cose sono più serie, ho un album fuori e sento molta più pressione (indica la ragazza dell'ufficio stampa che siede ad una decina di metri da noi)… Come vanno le cose a Parigi? Parigi è noiosa. Mi voglio trasferire. E' vero che vuoi venire a vivere a Milano? Certo, vorrei. Cercate una stagista? Sempre. Cosa stai ascoltando ultimamente? Non so perchè ma ho ricominciato con gli Strokes; ascolto tanto anche Black Lips e Franz Ferdinand. Tra i nuovi mi piacciono molto i The Drums. Quindi il prossimo sarà un disco indie rock? Mi piacerebbe molto mettere in piedi un gruppo punk. Sarebbe divertente suonare con una band sul palco e non essere sempre da sola al centro dell'attenzione. Hai ancora paura quando devi andare in scena? Si, certo. Ti ricordi che paura avevo qualche anno fa? Ero terrorizzata e mi capitava anche di vomitare dalla tensione prima di un concerto. Ecco, adesso ne ho ancora un po' di paura, ma almeno non ho più voglia di togliermi la vita… Hai deciso cosa vuoi fare da grande? Non lo so… Qual è la tua canzone dell'estate? Let's Go Surfing dei The Drums. 73


Roska

Foto di Piotr Niepsuj

Wayne Goodlitt, per gli amici Roska, vive a South London e ha iniziato giovanissimo con MC prima di concentrarsi sulla produzione. Invitato da Mary Anne Hobbs a suonare sul “suo” palco come rappresentante del funky UK, ha condiviso la scena con colleghi come Flying Lotus, Joy Orbison e Hudson Mohawke. Roska ha l’aria del classico personaggio con cui non vorreste mai litigare, anche perché se non è in studio è in palestra, e si vede, ma si rivela una persona gentile e piacevolissima.

Ciao Roska, come stai? Bene.. Prima volta in Spagna? Prima volta a Barcellona, ma sono stato in Spagna in passato in vacanza. Comunque questa è la prima volta in cui sono qui per lavoro. Quanti anni hai? Ventisette Ieri sera hai suonato sul palco di Mary Anne Hobbs, com'è sei entrato in contatto con lei? L'ho incontrata un paio di volte all'inizio dell'anno. Mi ha subito detto che avrebbe voluto portarmi qui a Barcellona per farmi suonare sul suo palco perché le piace molto la mia musica e sarebbe stata davvero contenta di avermi come rappresentante del funky. Quindi ho detto subito si. Hai iniziato come MC garage e solo successivamente hai cominciato a fare musica; come mai? E' stato un processo naturale o una decisione particolare? Faccio musica da sempre, sin dagli inizi della mia carriera. Ho fatto l'MC per un po' di tempo insieme a mio cugino perché lui mi faceva da DJ. Lui però ad un certo punto ha lasciato e mi sono trovato senza qualcuno con cui suonare live, così ho continuato a fare musica fino a quando è diventata la mia unica attività, anche perché progressivamente ho smesso di cantare. Non ne senti la mancanza? In verità no. Preferisco fare musica. Puoi dirci qualcosa della tua etichetta, la Kicks & Snares? La Kick & Snares si occupa sostanzialmente di percussioni e bassi, del sound che mi rappresenta. Ogni cosa che pubblico è abbastanza simile a quello che farei io. Ci sono due uscite in questo momento in programma, anzi tre: Goosebumps di

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DJ Naughty (ho già pubblicato un suo EP chiamato Firepower), un altro ragazzo che si chiama J:Kenzo, con un disco che si chiama The Rockers, e poi anche dei remix di alcuni miei brani già noti. Insomma, ci sono un po' di cose in programma, tutte che riflettono

giati nel mio lavoro. Anche io appartengo ad alcune di queste scene e ho qualcosa in comune con altri artisti, ma non penso che la gente si considera parte di qualcosa di collettivo. L'altra sera al party della Hyperdub c'era-

bene lo stile che mi piace. Come mai il tuo lp l'hai fatto uscire su Rinse? Sono molto legato alla Rinse Recordings. Credo che un album sia un progetto di una certa importanza e che richiede un lavoro di un certo tipo. Sono poche le label con cui sarei uscito, cioè Rinse e Genius Era. Sono ragazzi che sanno bene quello che fanno e non avrei affidato ad altri il compito di spingere la mia musica. Uscire su Rinse mi ha aiutato molto a livello di connessioni, di PR e di visibilità rispetto a quanto avrei potuto fare con la K&S. Roska vs Uncle Bakongo… Di cosa si tratta? Uncle Bakongo è un side project tribale a base di conga e basso. Non so ancora se portarlo avanti, dipende da quello che succede e da come mi sento. Sembri una persona particolarmente impegnata, cosa fai quando non sei impegnato con la musica? Faccio sempre musica, dal lunedì al venerdì. Vado in studio ogni giorno, da lì in palestra, torno a casa e ricomincio a fare musica. Sono sempre davanti al computer insomma… Questo è quello che faccio. C'è anche da mandare avanti l'etichetta, fare si che tutto proceda nel modo giusto e da occuparsi di tutte le cose che stanno dietro le quinte. Dubstep, 2step, UK funky, grime… E' tutto mixato nelle tue canzoni. Cosa succede a Londra, possiamo parlare di un'unica scena musicale? Ci sono scene diverse, separate, io ho semplicemente preso alcuni degli elementi tipici dei vari stili e li ho messi insieme e riarran-

no King Midas Sound, Alex Nut della Rinse, Jackmaster dei Numbers… Sembrava una grande famiglia. Sai, ogni etichetta pubblica quello che le piace. La Hyperdub è abbastanza crossover: dubstep, funky, grime. Per forza di cose mette insieme un gruppo di persone anche tanto diverse tra loro. Lo stesso vale per la Planet Mu e per altre label… Io personalmente però non credo in una grande scena. Quale potrebbe essere il prossimo trend della musica dance londinese? Difficile dirne solo uno, immagino ce ne saranno diversi. Ultimamente però le cose stanno andando davvero bene e la gente fuori da Londra se ne accorge: ci sono il funky, il dubstep, la electro… Non credo ci sarà qualcosa di nuovo per un po', le cose si muovono abbastanza lentamente. Mi dici il nome di un paio di produttori bass che ti fanno ballare? ln questo momento c'è Redlight. Ha fatto una brano che si chiama Stupid e ha tanti altri pezzi pronti per uscire, roba forte, che viaggia fra 134 e 140 bpm. Ha anche prodotto una canzone per Mz Bratt chiamata Selecta che merita senz'altro di essere sentita. Lui è uno che mi fa davvero ballare. Un altro che mi sento di nominare è Zinc. I suoi al momento sono tra i miei prezzi preferiti. Il tuo pezzo dell'estate? Canzone dell'estate… La mia Wonderful Day. Ogni volta che sorge il sole e sento la gente dire che sarà una splendida giornata mi viene in mente. Quindi è la mia canzone dell'estate, per il secondo anno consecutivo.


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John Talabot

Foto di Piotr Niepsuj

Amico fraterno dei Delorean, con cui è cresciuto musicalmente, John Talabot, è insieme alla band di origine basca il nome spagnolo più caldo dell’ultima stagione musicale. Amante dei collage sonori, John ha cominciato ad assemblare musica mettendo insieme suoni rubati nel corso di lunghi anni di ascolti; un po’ per gioco, un po’ perché stufo di quello che si sentiva nel mondo dell’elettronica. E così il bravo ragazzo che non cercava attenzioni ha finito per conquistare nel giro di sei mesi con il suo suono cosmico tribale pubblico, critica e buona parte dei palati fini del circuito della nuova disco, da James Murphy alla Permanent Vacation.

Come mai hai deciso di nascondere la tua identità? In realtà la mia identità non è poi così nascosta... Volevo che chi mi ascoltasse, pensasse solo alla musica di John Talabot, che decidesse se gli piace o meno senza aver visto foto e senza sapere nulla del personaggio. Non mi piace quando i giornalisti vanno a curiosare nel passato piuttosto che concentrarsi su quello che stai facendo ora. Non ho fatto molte cose in passato, ma non mi va di parlarne. Oggi la gente ti etichetta e dice: questo ragazzo viene da qui, è fatto così, si veste in questo modo o nell'altro, sicuramente gli piace la musica x e chessò: è ghiottissimo di sushi. E nemmeno che influissero elementi estetici. Tra l'altro non sono nemmeno tanto fotogenico, quindi ho pensato che fosse la scelta migliore… (ride) Come mai questo nome? E' il nome della scuola che frequentavo quando ero bambino… Una scuola inglese e spagnola. Il nome deriva da quello di un famoso traduttore di libri dal catalano all'inglese. Cosa pensi dei dj mascherati? Non so, io non uso maschere. Se loro sono contenti così… Personalmente non mi piace avere la faccia coperta, credo sia pure una cosa terribilmente scomoda. Quando hai iniziato a fare musica? Da quando avevo più o meno diciotto vent'anni… ...Adesso quanti anni hai? Adesso ne ho ventisei. Ho iniziato con il pc, poi ho lasciato perdere per un po' di tempo. Sono cresciuto insieme ai Delorean, imparando da loro e loro da me. Le nostre strade sono andate avanti in parallelo. Abbiamo imparato insieme ad usare plug-in, hardware e a fare registrazioni. Non ho mai studiato musica e non ho mai studiato come produrre: ho imparato tutto da solo.

Quando ho cominciato questo progetto avevo dei riferimenti in testa. Ma fondamentalmente quello che mi interessava era essere diverso dalla maggior parte degli artisti di musica elettronica in circolazione. Non mi piace come sono prodotti oggi gli album: il tipo di compressione, i suoni chiari, la cassa digitale e tutta questa roba. Ero stanco ed annoiato così ho pensato a qualcosa di diverso, a produrre il tipo di musica che mi piacerebbe comprare. Ho iniziato a fare musica più distorta, a usare samples di percussioni e suoni provenienti da diversi album. Un po' per gioco, fino a quando per la prima volta in vita mia mi sono sentito soddisfatto dei miei pezzi. E' così che ho capito che si trattava del progetto giusto.. Poi è arrivata la Permanent Vacation e si è messo in moto un processo che non si è ancora fermato. Come nascono i tuoi pezzi? Negli ultimi anni ho ascoltato tantissima musica. Se trovo un elemento che mi piace lo salvo in una cartella e lo lascio lì. Quando è nato John Talabot ho pensato subito a tutto quello che mi piace e ho cercato di mettere tutto insieme e provare a vedere cosa succedeva. Una specie di gioco… Cerco di unire cose diverse e dare loro una nuova vita all'interno della traccia, in modo che non si riconosca la loro origine. Melodie, riff di chitarra, synth, batterie… In Africa per esempio ho preso in prestito il rullante da Be My Baby delle Ronettes perché lo amo da sempre. Amo quel tipo di produzione, purtroppo oggi è di difficile fare dei dischi così perché ci vuole uno studio, una strumentazione adeguata, vecchi nastri. E' qualcosa di molto costoso da realizzare… Così ho preso il loro. Puoi citare qualche nome di uno o piu artisti che ti hanno influenzato? Si. Molte persone mi accostano a Moodymann e Jay Dilla per via dei samples, è vero.. Ma non ho un'unica influenza. Mi piace molto il sound di Chicago, le cose della Dance Mania… Volevo fare qualcosa di simile ma in

maniera più lenta, più profonda... Ti aspettavi il successo di Sunshine? Assolutamente no. E' stata una grande sorpresa anche per me perché non ho mandato nessun promo, nessun link… Era una cosa che ho fatto più per me stesso, per dimostrare di essere in grado di fare musica che mi piace. Quando Pitchfork mi ha chiesto il permesso di mettere Sunshine sul sito… Wow! Mai avrei immaginato che potesse succedere una cosa del genere… Se l'avessi saputo l'avrei finita meglio, l'avrei fatta in modo diverso. E' basata su delle idee molto semplici, alcune batterie suonano live e non le ho doppiate, le ho lasciate così com'erano. Ma il tuo remix per gli xx uscirà mai? E' una vita che ne sentiamo parlare... Shelter, si ma solo in un'edizione speciale per il Giappone, che include anche un remix di Greg Wilson. È stato un lavoro molto impegnativo perchè dagli xx ho ricevuto sei tracce: voce, seconda voce, una chitarra, un riverbero e qualcos'altro. Non avevo tanto materiale a disposizione, ma l'essenza della canzone è talmente forte - anche solo le voci hanno così tanta presenza - che non sei libero di fare tutto quello che vuoi. Ho dovuto fare attenzione a non perdere totalmente il senso della canzone. E' stato molto difficile trovare una melodia che stesse bene con le voci e che fosse sia mia che vicina agli xx. A cosa stai lavorando in questo momento? Adesso sto terminando l'EP che ti dicevo, quello con la canzone dei Glasser, devo finire il missaggio e poi masterizzarlo; ho ancora una settimana di tempo, quindi mi devo mettere sotto. Dopodiché proverò a finire il mio album, che uscirà su Permanent Vacation. Spero sia pronto per settembre. Qual è la tua canzone dell'estate? Mi piace molto un pezzo di un ragazzo danese che si chiama Kenton Slash Demon, si chiama Sun. La suono veramente spesso. Un album che ho ascoltato tantissimo è l'ultimo di Caribou. Diverse canzoni Delorean tra l'altro sono perfette per l'estate! 77


Jimi Tenor

Foto di Piotr Niepsuj

Sento parlare di Lassi Lehto, in arte Jimi Tenor, più o meno da quando consumo musica morbosamente. Attivo da oltre vent’anni questo musicista finlandese si è sempre mosso in un mondo tutto suo passando dall’industrial al jazz psichedelico fino ad abbracciare, di recente, la musica africana culminata con le collaborazioni con il grande Tony Allen e con il gruppo Kabu Kabu che lo accompagna di recente. Difficile paragonarlo ad altri e inserirlo in un determinato contesto o scena, anche per via dei suoi “hobbies” paralleli e del suo look retro, potremmo considerare il signor Tenor una specie di marziano, specie in mezzo al festoso pubblico del Sonar. Ho letto che tu hai vissuto tra New York, Londra, Berlino e Barcellona anche… Vivi ancora qui? No, sono tornato in Finlandia da circa cinque anni. Ma qui si vive davvero bene. A quante edizioni del Sonar hai partecipato? Questa dovrebbe essere la seconda. Ho anche suonato con mia moglie e la sua band, The Soul Investigators, tre o quattro anni fa. A che età hai cominciato a fare musica? Attorno ai diciotto anni. Che strumento suonavi allora? Ho iniziato con le tastiere, ma mi sono sempre servito anche di drum machines, vecchi sequencer e cose del genere. Non ho mai lavorato unicamente con strumenti acustici li ho sempre integrati con apparecchiature elettroniche. Ho letto che costruisci anche strumenti... Ne ho costruiti diversi. Sono ormai tre o quattro anni che lavoro a una specie di flauto. Uno strumento acustico che si serve dell'elettricità per la meccanica. Come mai? Sei alla ricerca di qualche suono particolare che nessuno strumento ti può garantire? Si… Persino con degli strumenti molto primitivi puoi scrivere delle canzoni. Sono semplici e con possibilità molto limitate ma a volte basta davvero poco. Pensa invece a quegli strumenti giapponesi super tecnologici e alla varietà di soluzioni che offrono. Alla fine è troppo. Hai cominciato a suonare negli anni ottanta, quindi sono quasi trent’anni che sei in giro; puoi indicarmi dei nomi rappresentativi di artisti che ti hanno influenzato per ognuna di queste tre decadi? Negli anni ottanta ero presissimo dai Talking Heads, negli anni novanta ho ascoltato molto soul, Isaac Hayes e cose del genere. Alla fine del decennio sono passato alla musica hippie jazz come Pharoah Sanders… Anche Sun Ra. Sono andato a vederlo un paio di volte a 78 PIG MAGAZINE

New York: una gran cosa... Ultimamente ho ascoltato molta musica africana, materiale abbastanza raro e interessante. Compilation trovate chissà dove: Africa anni cinquanta e sessanta, hi-life… Cose del genere. Fra gli artisti di oggi c'è qualcuno che trovi particolarmente innovativo? Direi DJ Crash. Sono andato a vederlo un paio di giorni fa in Grecia perché suonavamo la stessa sera. Mi piacciono anche molto i Boredoms. Sono entrambi artisti giapponesi ma non vuol dire che sia fissato coi Giappone… Com’è nata la collaborazione con Kabu Kabu? Stavo cercando qualcuno che potesse suonare la batteria in un mio pezzo, volevo qualcosa di latino o africano… Ho visto che c'era Tony Allen in Europa e ho provato a coinvolgere lui. Sfortunatamente era troppo impegnato, un amico mi ha suggerito questo gruppo, Kabu Kabu, che faceva musica afro a Berlino.. Ho letto che fai anche il fotografo, hai diretto un corto e anche disegnato vestiti… Oltre ovviamente all'invenzione di strumenti musicali… Sono tutte cose che faccio come hobby. Il documentario racconta la storia di una casa discografica finlandese, la Sähkö, è bello ma è vecchissimo, risale al 1995. Da allora non ho più fatto niente, sono stato troppo impegnato con la musica. Per i vestiti vale lo stesso discorso: ho dovuto smettere perché non avevo tempo. Avevo un paio di buone idee, ma a parte queste non avevo molto altro… Ed è stato meglio fermarsi! (ride) Se uno è creativo in una disciplina può esserlo anche in altre? Basta avere una buona idea, il giusto progetto… L'aspetto tecnico è facile, passa in secondo piano. Se qualcuno, ad esempio un architetto, vuole fare musica non ci vedo niente di male,

può fare qualcosa di interessante. Ciò non significa però che possa essere chiamato un musicista… Ti pice cucinare? Si, si. Tantissimo. Qual è il tuo piatto preferito? Ultimamente mi sto cimentando con il pane. Mi hanno regalato una radice centenaria davvero particolare che uso per fare del pane delizioso. Quest'idea della Strut di mettere insieme un artista moderno con qualcuno di classico (la serie Inspiration Information) è molto interessante… Tu hai partecipato proprio in coppia con Tony Allen… E' molto faticoso trovare due persone lontane, ma allo stesso tempo vicine. Credo che abbiano avuto qualche difficoltà con alcune collaborazioni perché persone diverse hanno metodi di lavoro diversi. Lavorare con Tony è stata un'esperienza grandiosa e non sarebbe stato possibile probabilmente senza la Strut. L’ultima volta che sono stato in Finlandia ho conosciuto dei ragazzi di Helsinki appassionati di Italo Disco, conosci questo genere? Ti piace? Ricordo dei nastri, alcuni samples… Brani con titoli come: "uno", "due"… Le cose che ho sentito io erano pessime. In Finlandia le persone si esaltano per qualsiasi tipo di idea o cosa... Ero a Shanghai e molti ragazzi impazzivano per il dubstep, quello mi piace, ma la italo disco proprio no. Hai una canzone dell'estate, qualcosa che stai ascoltando spesso negli ultimi giorni? Io no, ma mia moglie e i miei figli continuano a cantare la nuova canzone di Lady Gaga, Alejandro... "Ale Ale Ale Alejandrooo"…. (ride di gusto) Dio! Voglio dire, Lady Gaga fa una musica di merda, però è un'artista interessante, una grande performer. Ma la sua canzoni potrebbero essere benissimo dei successi disco dell'Europa dell'est …Terribile.


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Sonar 2010

Dopo le interviste, ecco un po’ di foto. Seguono le nostre immagini preferite del Sonar 2010, come raccolte da Sean e Piotr. Testi di Depolique. Foto di Sean Michael Beolchini e Piotr Niepsuj

Pedro Winter si nasconde dietro al sipario prima dell’inizio di Carte Blanche (il progetto di DJ Mehdi e Riton)

Mimi, Riton e Uffie: backstage. BFF forever.

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Stephen dei Soulwax nel backstage prima dello show

Roger Robinson, voce di King Midas Sound

Shake Aletti

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James Murphy - LCD Soundsystem dopo il live come dopo una partita a tennis lunga 5 set

Bryan Ferry si esibisce per la rentrĂŠe dei Roxy Music

Un membro del 2manydjs team che sistema Dave prima dello show

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Jonsi live. La voce dei Sigur Ros ci ha regalato uno dei migliori live di quest’edizione del Sonar

Moodymann

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Marco Passarani al Red Bull Music Academy BBQ Party

Il polistrumentista Caribou

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A fuoco: afro pick. Sullo sfondo (sfuocato): Jimi Tenor e Kabu Kabu


Prove di fumo sul palco dei 2manydjs

Una fotografa controlla la Polaroid che ha appena scattato ad Uffie

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Manfredi: canottiera vintage, jeans LEVIS

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Palermo 2

Photographer: SEAN MICHAEL BEOLCHINI Styling: ILARIA NORSA Assnt Styling: FABIANA FIEROTTI Assnt Photographer: YARA DE NICOLA Make-up: FRANCESCO PAOLO CATALANO Models: MANFREDI TRAPOLINO, ETTORE PASSARELLI, ANDREA PALAZZOTTO e GIORGIO RANDAZZO

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Ettore: maglia DOCKERS, pantaloni DIESEL, scarpe RAF BY RAF SIMONS Manfredi (dietro): completo ALESSANDRINI, scarpe RAF BY RAF SIMONS

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Andrea: canottiera AMERICAN APPAREL, pantaloni OBEY, scarpe RAF BY RAF SIMONS

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Andrea: camicia e giacca ALESSANDRINI

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Andrea: t-shirt VANS, occhiali SUPER

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Manfredi: giacca LEE Archives, jeans WRANGLER

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Ettore: canottiera DIESEL, cardigan FEBRUARY, jeans GAS, scarpe RAF BY RAF SIMONS

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Andrea: t-shirt VANS, jeans STUSSY, occhiali SUPER

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Manfredi: canottiera AMERICAN APPAREL, jeans POLO RALPH LAUREN

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Summer A cura di Sean Michael Beolchini

La selezione di fotografi è da sempre una delle componenti che ha creato e caratterizzato la nostra rivista, differenziandoci costantemente dagli altri. Abbiamo chiesto ai fotografi che collaborano con noi da sempre, quelli che ormai fanno parte della famiglia, d’interpretare uno dei nostri temi preferiti da sempre: l’estate. Ognuno ha portato un risultato differente, con un punto di vista intimo e personale.

102 PIG MAGAZINE


Emanuele Fontanesi, Reggio Emilia - www.larevolution.it

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Ana Kraš, Belgrado - www.anakras.com - www.ikebana-albums.com

104 PIG MAGAZINE


Sacha Maric, Copenhagen - www.sachamaric.com

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Margaret Durow, Wisconsin - www.margaretdurow.com

106 PIG MAGAZINE


Mathias Sterner, Svezia - www.mathiassterner.com

107


Quentin De Briey, Belgio - www.quentindebriey.com - quentindebriey.tumblr.com

108 PIG MAGAZINE


Piotr Niepsuj, Polonia - www.piotrniepsuj.com

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110 PIG MAGAZINE


Maciek Pozoga, Bordeaux - www.maciekpozoga.com

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Sean Michael Beolchini, Washington DC

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Roberta Ridolfi, Roma - www.robertaridolfi.com

114 PIG MAGAZINE


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Coley Brown, Louisiana - www.coleybrown.com

116 PIG MAGAZINE


Linus Bill, Svizzera - www.linusbill.com

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118 PIG MAGAZINE


Nacho Alegre, Spagna - www.nachoalegre.com

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Kuba Dabrowski, Polonia - www.kubadabrowski.com

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Patrick Tsai, California - www.hellopatpat.com

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Katherine Squier, Texas - www.katherinesquier.com

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Playlist: PIG Radio

1.Arcade Fire - Sprawl II (Mountains Beyond Mountains) 2.Tame Impala - Solitude Is Bliss (Mickey Moonlight Remix) 3.Lindstrøm & Christabelle - Lovesick (Four Tet Remix) 4.Shine 2009 - Naturally 5.Vampire Weekend - White Sky (Cécile remix) 6.The xx - Shelter (John Talabot’s “Feel it too” Remix) 7.Hard Mix - Memories 8.Azari & III - Reckless For Your Love (Tensnake Remix) 9.Gorillaz - On Melancholy Hill (She Is In Danger Remix) 10.Chemical Brothers - Another World

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Foto di Piotr Niepsuj

In occasione del quinto compleanno di PIGRadio - per cui sono previste diverse novità nei prossimi mesi - ecco una playlist con i suoi preferiti dell’estate e alcune new entries di settembre.


Musica Album del mese

Di Gaetano Scippa e Marco Lombardo

Skream - Outside The Box (Tempa) Sono passati quattro anni dal primo “urlo” di Ollie Jones, quello che ha aperto le nostre orecchie al mondo del dubstep. Da allora molto è cambiato: Skream è rimasto un po’ in sordina e chiassosi producer hanno trasformato il genere in qualcosa di irriconoscibile. Dopo aver rischiato di perdersi, Ollie rialza con orgoglio la testa e abbatte tutti con Outside The Box. Un disco vario e umorale, emotivamente epico. Il suono estremamente potente dei bassi e non solo, accompagna l’incedere atmosferico e progressivo delle composizioni. Pezzi come l’intro sognante Perferated, l’r’n’b rivisto di I Love The Way - con un sample di Jocelyn Brown - o il dub robotico di CPU fanno venire i brividi sulla pelle. Se How Real è il future pop che l’Hyperdub vorrebbe pubblicare, bisogna aspettare Wibbler per l’unica traccia d’assalto vecchia maniera, mentre Finally sancisce la collaborazione eccellente con La Roux. Il finale con dedica a un amico scomparso sarebbe degna chiusura, ma il ragazzo preferisce farci tornare al sorriso con The Epic Last Song al ritmo di jungle. Ed è un trionfo. G.S.

Blonde Redhead Penny Sparkle (4AD) Ottavo disco per Kazu Makino e i gemelli Pace. Messa da parte ogni irruenza no wave il trio newyorchese si lascia sprofondare in un nuovo universo sonoro, arredato di drum machine e sintetizzatori. Le melodie non sono mai state così limpide e malinconiche, le chitarre mai tanto languide e soffuse. Complice il capolavoro in fase di produzione del duo Van Rivers & The Subliminal Kid, già responsabile dell’esordio di Fever Ray, i Blonde Redhead raggiungono in Penny Sparkle una sintesi e una profondità di sfumature da lasciare esterrefatti, riuscendo a mutare definitivamente pelle pur rimanendo riconoscibilissimi. Il matrimonio tra la perizia elettronica del team di produttori svedesi e le canzoni ispirate del gruppo è esplosivo, quasi alchemico, mentre il tocco magico in fase di missaggio di Alan Moulder fa il resto. La voce di Kazu è costantemente in trance estatica, sensuale e distaccata, Amedeo invece ci regala uno dei brani più belli della band di New York: Will there be stars, armonica e spaziale. Un album gigantesco. M.L.

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Musica Album del mese

Di Depolique, Marco Lombardo, Gaetano Scippa e Marco Braggion

Zola Jesus - Stridulum II (Souterrain

!!! - Strange Weather Isnt’it (Warp)

Röyksopp - Senior (Pias)

Transmissions)

Sembra passato un secolo dall’ultimo Myth

A un anno e mezzo di distanza da Junior, l’ul-

Nika Roza Danilova ripubblica in versione estesa

Takes, figuriamoci dal 2004 di Me And

tima fatica discografica del duo norvegese,

l’EP che l’ha confermata come una delle più

Giuliani. Se pensiamo che Nick e la sua banda

viene alla luce, come ampiamente annunciato,

degne eredi della wave di Siouxie, passando per

hanno cominciato sul finire dei novanta, ci

la controparte artistica di quel disco. In Senior

le più recenti bombe indie-goth Bat For Lashes

rendiamo conto dei km fatti a portare in giro

i Royksopp raccolgono il materiale più intro-

e Fever Ray. Eliminando le scabrosità noise degli

il loro spumeggiante disco punk. Registrato

spettivo e umorale di quelle febbrili session di

esordi, la sua voce si accosta a sublimi tensioni

a Berlino, il nuovo lp poco aggiunge, forse

registrazione. Una raccolta di brani strumentali,

angeliche à la Cocteau Twins, proposte nel

toglie, pulisce, mette in ordine per lo più gli

bucolicamente interstellari, che evocano l’arti-

breve ma intenso intervallo di sole nove tracce.

elementi storici del suono della band: dal noise

gianalità elettronica di Vangelis e ci proiettano

Ritornare per un momento alle nebbie melò dei

bianco al nero del funk. Come una festa di

in una dimensione cosmica retrofuturista. Tra i

dark, dimenticando i wayfarers e le prosopopee

Capodanno, ma senza botti, che apre le porte

cinguettii di improbabili uccellini alieni e le me-

summery del glo-fi. Un bignami che ci spiega

a un nuovo anno. In fondo crescere, è anche

lodie malinconiche emesse da una astronave

invecchiare. D.

alla deriva. M.L.

Philip Selway - Familial (Nonesuch)

We Love - s/t (BPitch Control)

Prima uscita solista per il drummer dei Radio-

Sorpresa tutta italiana, seppur di casa berline-

head. Un disco di ballate fragili ed essenziali,

se, per questo duo costituito da Giorgia Angiu-

appena sussurrate da una voce che è rimasta

li (Metúo) e Piero Fragola. La coppia artistica,

in disparte per troppi anni e ora è pronta a

dai gusti musicali goticheggianti – black metal

prendersi il suo momento di gloria, con garbo

per lei, industrial per lui – è stata illuminata dal-

e pudore. Dieci inni intimisti che ricordano Nick

la madrina Ellen Allien che non ha perso tempo

Drake ed evocano stanze bianche e fiori alle

a scritturarli. Musica elettropop a tinte wave

finestre. La scrittura è di buon livello anche se a

davvero ben prodotta, che esalterebbe i Junior

tratti risulta un troppo monocorde e ripetitiva.

Boys come scandinavi del calibro di The Knife.

Phil non è Thom Yorke ovviamente, la distan-

I sospiri di Giorgia funzionano bene da soli, ma

za è abissale, ma la favola del gregario che

si intrecciano meglio con il timbro di Piero (Ice

sorprende con le sue doti nascoste è sempre

Lips, Hide Me), novello Brendan Perry. Gli xx

affascinante. M.L.

che ballano sul dancefloor? Provate No Train

come l’estate possa essere infinitamente malinconica. Cerone bianco “oblige”. M.B.

Matthew Dear - Black City (Ghostly) A tre anni da Asa Breed, Matthew Dear (aka Audion, Flase e Jabber Jaw), che si è sempre riservato il suo vero nome per il materiale più pop, torna con un lp di canzoni. Come prima, più di prima new wave, funk, electro pop e uno stagionato indie rock, tra synth e ammiccamenti tribali, mettono in opera le idee del producer canadese. Lo scenario però è più oscuro e malinconico, e mentre il nostro si staglia in controluce come fosse un David Byrne suonato che farfuglia in un night di Berlino, passiamo dagli Hot Chip ai Depeche Mode, tra una lunga odissea disco Little People (Black City) e ascensioni degne dei TV On The Radio (Gem). D.

126 PIG MAGAZINE

No Plane… G.S.


Solar Bears - She Was Coloured In (Planet MU) John e Rian arrivano dall’Irlanda, una volta tanto, sono grandi cinefili (il nome arriva da Solaris di Tarkovsky) e citano il lavoro di Morricone, Vangelis e John Barry. She Was Coloured unisce l’euforia psichedelica dei Chemical Brothers e il romanticismo degli Air; i My Bloody Valentine ieri e i Cut Copy silenziosi oggi. Un disco vario, ma che segue un’idea precisa, da immaginare e poi guardare come appunto un film, con una trama di minimaratone cosmiche, slanci policromatici e pause analogiche. Abbiamo la colonna sonora per la terza stagione di Twin Peaks. D.

Best Coast - Crazy For You (Wichita)

Thieves Like Us - Again and Again (Shelflife)

Bethany Cosentino e Bobb Bruno, dopo la

I Thieves Like Us sono un trio composto da

serie di ep e 7” dei mesi scorsi che ha creato

un americano e due svedesi. Incarnazione di

intorno al duo californiano un muro di aspetta-

un nomadismo chic contemporaneo, che li ha

tive, esordiscono sulla lunga distanza con dodi-

spinti a cercare fortuna a New York, Londra,

ci canzoni nuove di zecca. Frizzanti e leggere,

Parigi, Milano e Stoccolma, non hanno ancora

raccontano, tra riverberi e atmosfere fuzz-pop

raccolto l’attenzione che il debutto del 2008,

anni sessanta, le avventure amorose della

Play Music, lasciava presagire. Ci riprovano con

giovane Bethany. Dream-pop solare e appena

Again and Again. Un collage stropicciato di

distorto, sulla falsa riga di Dum Dum Girls e

pop colto e cerebrale, che gioca con il kraut-

Vivian Girls ma senza il piglio lo-fi punk. Un al-

rock, la kosmische-musik e la più oscura synth

bum piacevole come una Coca Cola ghiacciata

wave anni ottanta, senza mai mettere da parte

sotto il sole cocente. Ce ne dimenticheremo al

il gusto per melodie malinconiche alla New

primo cambio di stagione? M.L.

Order. Che sia la volta buona? M.L.

Jules Chaz - Toppings (Wagon Repair)

Gonzales - Ivory Tower (Arts & Crafts) Leggi Gonzales prodotto da Boyse Noize e pensi a Tellier prodotto da Guy-Man. Come nasce la collaborazione tra l’eclettico pianista, produttore e showman e il produttore e dj crucco? Probabilmente a Berlino, dove vivono entrambi. Magari via Erol Alkan, o viceversa; è stata la sua Phantasy ad anticipare il disco. Sicuramente di mezzo c’è Tiga (cameo nel disco e attore nel video e nel film omonimo - presente anche Peaches, a chiudere il trio di amiconi canadesi - che accompagna l’album). In questo vortice di parole, incontri, tasti bianchi e neri, a noi gira la testa; ad Aeroplane e Justice, probabilmente anche qualcos’altro a sentire Ivory Tower che spiega cosa fare per bene con piano e beats. D.

Oriol - Night And Day (Planet Mu)

Beat maker canadese apprezzato dalla comunità underground della West Coast e dj in tour coi Cobblestone Jazz (il cui tastierista suona in Yes I Do), Jules Chaz non è un appassionato di house né di techno. A sorpresa quindi, su un’etichetta che fa della cassa in quattro una fede, esce questo esordio di musica wonky. 21 tracce per un divertente patchwork di hip hop strumentale, condito di timbri folk indiani (The La, Say Sumthin), bonghi, cadenze giamaicane (Whipits), scorie SID e colonne sonore, di cui è testimone una fantastica revisione di Twin Peaks (Black Lodge). Ottimo lavoro, anche in combinata con l’Mc Ishkan. G.S.

Estate, tempo di vacanze. Cosa c’è di meglio di un disco d’ascolto disimpegnato e groovy al punto giusto per le onde più fresche del momento? Il catalano di stanza brit Oriol Singhji ne sa qualcosa: nonostante sia al debutto su Planet Mu, pare abbia assorbito come si deve memorabilia black anni ‘70 e tropicalia lascive anni ’80 dal synth comune denominatore, al ritmo di funk, fusion, electro, house e bass culture. Un pastone che incredibilmente suona fluido e mai banale, come dimostra l’emblematica titletrack. Tune in su Joy FM, notte e giorno, e il lungomare palmato di Miami Vice non è poi così lontano. G.S.

127


Musica Varie

Di Depolique, Marco Lombardo e Gaetano Scippa

Blondes - Touched (Merok) EP

Four Tet - Angel Echoes (Jon Hopkins Remix)

Totally Enormous Extinct Dinosaur - All In

EP d’esordio per il visionario duo di brooklyn.

12”

Two Sixty Dancehalls (Greco-Roman) EP

Tra spunti spazio balearici e stordimento da

In coppia con il Caribou remix, quello di Hopkins

Tutti i dancefloor di Londra in 4 tracce. Apici?

chillwave la testa si perde in voli pindarici, ma il

porta ancora più in alto la già celestiale traccia di

Garden, hit disco-dubstep, e Blood Pressure,

cuore batte dritto e forte in mezzo al petto. D.

Four Tet. Lievitate gente, lievitate. D.

bomba house-garage in veste rave. Una promessa. M.L.

Dntel - Early Works, Later Versions

Siriusmo - The Plasterer Of Love

Blamma! Blamma! - Beyond 17 (The Walls

(Phthalo) 12”

(Monkey Town Records) EP

Have Ears) 12”

Vari artisti influenzati da Early Works For Me…

Bassi electro-funk, astrazioni melodiche e beat

Re-editare Stevie Knicks non è più una novità,

di Dntel rivisitano a loro modo il disco seminale

compulsivi esaltano l’estro del producer berli-

Blamma! Blamma! comunque mette bene le

di Jimmy Tamburello (Postal Service). Tra i remix

nese. Visionario e straordinariamente efficace.

mani su Edge Of Seventeen “già” Bootylicious

M.L.

per farne un hit crepuscolare da fine estate. D.

Bryan Ferry - You Can Dance (EMI) EP

Echologist - Just A Ride (Steadfast) 12”

Terror Danjah - Power Grid (Planet Mu) EP

Singolo tutto sommato anonimo, risollevato in

Dopo Slow Burn esce un nuovo pezzo di tech-

Otto pezzi nuovi dell’eroe del grime che frul-

parte dai remix dei Padded Cell, Richard Sen,

no dub profondo e psichedelico. I riverberi

lano r’n’b e dubstep con innesti di strumenti

Tim Toe, Audiojack, Tim Roe e John Monkman.

sono esaltanti e ipnotici. JAR è una corsa del

atipici per il genere (la marimba di Space Tra-

Era lecito aspettarsi qualcosa di più. M.L.

TGV nel tunnel della Manica, esasperata dai

veller) e mostrano un impeto hardcore che ci

remix di Terence Fixmer e Anton Zap. G.S.

stende al tappeto (titletrack). G.S.

più riusciti, Serious di Robert Lippok e New Name di Chessie. G.S.

128 PIG MAGAZINE


DISARONNO OJ, EASY TO MAKE, EASY TO SHARE

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Film del mese

Di Valentina Barzaghi

Somewhere Di Sofia Coppola. Un film di Sofia Coppola viene generalmente atteso con lo stesso stato d'animo che un bambino prova davanti alla vetrina di una pasticceria prima di entrarci. Non conosci quello che ti aspetterà varcata la soglia, ma sai per certo che sarà una cosa meravigliosa, un posto magico in cui andarti a inebriare per qualche momento prima di tornare al tuo quotidiano. Non è mai stato un segreto che ami il lavoro di questa regista in maniera indiscussa (ma non acritica, d'altronde non ha mai fatto passi falsi) e diciamo che per quest'ultima sua pellicola l'attesa è stata ancora più difficile visto che era dal 2006, con Maria Antoinette, che la figlia d'arte non tornava dietro alla macchina da presa. Per non parlare del fatto che ormai un annetto fa, la Coppola sbarcò in Italia per girare delle scene ambientate durante una ricostruita notte dei Telegatti a cui il protagonista del film, un uomo di spettacolo dalla vita eccessiva e scapestrata che un giorno riceve la visita inaspettata della figlia undicenne, partecipa; al tempo andai in brodo di giuggiole nella speranza (vana) di incontrarla. Come in tutti i suoi lavori, anche in Somewhere Sofia mette in scena una storia semplice di affetti perduti e ritrovati, una seconda occasione che la vita ci offre e che bisogna sfruttare, analizzando pazientemente i suoi personaggi e accompagnandoli nella loro avventura con portamento delicato e sguardo attento.

Inception Di Christopher Nolan. Ecco un altro filmone che allieterà il vostro ritorno dalle vacanze, ma consigliato solo a chi non vuole una ripresa soft. Tenete conto che se dovessi raccontarvi la trama del film, probabilmente staremmo qui per un decennio e quindi mi limiterò ad accennare i tratti salienti. Iniziamo col dire che era da un po' che non vedevamo Nolan attivo su una sceneggiatura originale, ma che è tornato in grande stile. Il regista degli ultimi Batman ci immerge in un mondo in cui è possibile, attraverso un dispositivo, entrare nelle menti e nei sogni delle persone. Il team di Cobb (L. Di Caprio) utilizza la piattaforma onirica per reperire informazioni, ma ne scoprirà anche il lato oscuro una volta che questa diventerà un'inquietante scena del crimine. Come lo ha definito lo stesso Nolan, Inception è un intricatissimo sci -fi contemporaneo ambientato nell'architettura della mente, in un universo parallelo dove si riconosce tutta la sua vecchia estetica (The Prestige, Memento, Insomnia) e le tematiche di mistero care al regista. Inevitabile sottolineare che il cast sia una bomba: Di Caprio, GordonLevitt, Cotillard, Page. Un filmone pronto ad entrare nella mia top 10 annuale (ma si sapeva), prima di un nuovo ritorno a Batman.

130 PIG MAGAZINE


Recensioni

The American Di Anton Corbijn. Avevamo lasciato il gigante Anton due anni fa a Venezia, quando lo avevamo intervistato per il suo capolavoro Control (del 2007). Poi ne avevamo perso le tracce (nel senso che nel frattempo si era messo a lavorare ad un progetto chiamato Linear con Bono degli U2... che io non sopporto, quindi non me ne sono occupata), fino a quando ormai un anno fa, alla tv sentii che un regista voleva girare il suo nuovo film a L'Aquila (in verità nei pressi, a Castel del Monte). Ovviamente la tipa del tg non sapeva manco chi fosse Corbijn e quindi non lo citava, ma vidi il suo testino di fianco a George che con la Canalis rideva giulivo sul set. Ed eccoci qui finalmente... Adattamento cinematografico del romanzo di Martin Booth, A Very Private Gentleman, The American è la storia di un killer che "vuole andare in pensione", promettendosi che quello in Italia sarà il suo il suo ultimo incarico, ma proprio qui si innamorerà di una donna con cui non dovrebbe avere contatti e la storia lo trascinerà in una serie di eventi imprevisti. Corbijn si mette alla prova con un film diverso da quelli che lo hanno reso celebre durante la sua lunga e onorata carriera, ma dando un'altra buona prova dietro alla macchina da presa. Quello che ora ci si chiede è: perché Violante Placido? D'accordo che in Italia la scelta non è molto ampia, ma la Placido... latte alle ginocchia...

La solitudine dei Numeri Primi Di Saverio Costanzo. Credo che, chi prima e chi poi, ormai quasi tutti abbiano letto l'omonimo libro di Paolo Giordano, diventato best seller e che per me rimane una bella storia, ma un po' troppo pompata quando viene dichiarata caso letterario. Ripassiamo comunque la trama per chi non ne sa nulla: Mattia e Alice trascorrono le rispettive esistenze, con le loro storie difficili e drammatiche, senza mai incontrarsi. Dal 1984 al 2007: questo è il lasso di tempo che passa prima che si conoscano, tra amici, famiglia, scuola e lavoro, portando interiormente ed esteriormente le tracce di un passato che non li vuole abbandonare. Saverio Costanzo rientra in quella rosa di registi italiani che tenterei di salvare in caso in caso la barca "cinema italiano" stesse affondando, non tanto perché la sua estetica cinematografica mi faccia impazzire, quanto perché almeno propone un cinema intelligente. La Solitudine dei Numeri Primi si prepara a fare il botto al botteghino, supportato anche da un cast di successo che annovera tra i tanti Alba Rohrwacher e Isabella Rossellini (ma anche, onore al merito, volti meno noti come Luca Marinelli). Il più commerciale tra i film del regista, ma per fortuna, dietro alle opprimenti leggi di mercato, qualcuno riesce ancora a mantenere una veste autorale. 131


Foto di Giulio Boem (www.boemog.net)

News Di Valentina Barzaghi

11^ Edizione Circuito Off: 31 agosto - 4 settembre Il nostro di Settembre è un appuntamento ormai fisso da anni, anzi... diciamo che quest'anno la nostra relazione col Festival si è rafforzata ancora di più. Novità rispetto alle precedenti edizione è il cambio della location: di giorno Circuito Off sarà a Venezia e le proiezioni si svolgeranno presso l'Università Ca' Foscari (quelle pomeridiane presso l'Auditorium Santa Margherita e quelle serali tra le 21 e le 23 presso il Cortile dell'ateneo), per poi spostarsi al Lido ogni notte per le feste che si terranno alla spiaggia Blue Moon. Arriviamo ai contenuti: la retrospettiva di quest'anno è dedicata a uno dei registi più controversi di fama mondiale, Gaspar Noè, di cui verranno proiettati corti e video in attesa dell'uscita del suo nuovo film, Enter The Void, a fine anno. Il regista sarà ospite del Festival, pronto ad incontrare il pubblico. Come vi dicevo a inizio articolo, quest'anno uno zampino l'ho messo anch'io, curando una sezione dedicata alla Partizan. Oltre a due blocchi di proiezione con tutti i lavori migliori della casa di produzione, potrete venire ad incontrare personalmente Ace Norton e Max Hattler. Quest'ultimo si esibirà anche in un live set inisieme all'inseparabile compagna Noriko Okaku la sera del 4 settembre, in occasione del Closing Party, appena prima dell’imperdibile dj set di PIG Radio (che, non volete venire???) . Ma la sfilata di giovani creativi non finisce qui: l'animazione italiana verrà rappresentata da Emanuele Kabu, Ericailcane e Blu, insieme al prestigioso Festival Hors Pistes del Centre Pompidou di Parigi. Non sto nemmeno a dirvi che tutto questo ovviamente sarà il contorno del concorso internazionale che vedrà protagonisti una cinquantina di corti selezionati tra i tantissimi arrivati che verranno suddivisi nelle quattro ormai celebri sezioni: internazionale, nazionale, regionale e web. www.circuitooff.com

XV Milano FF: 10 -19 Settembre Arrivato alla sua quindicesima edizione, il Milano Film Festival ci riserva un cartellone davvero interessante. Imperdibile sopra ogni cosa la retrospettiva che quest'anno verrà dedicata ad uno degli registi contemporanei che più amo, Jim Jarmusch, di cui verrà anche proiettato in anteprima italiana il nuovo titolo The Limits of Control, oltre che film inediti e lavori che lo hanno visto protagonista anche non dietro alla macchina da presa. Immancabile ovviamente i due concorsi internazionali, quello dei cortometraggi e quello dei lungometraggi, con una giuria di prestigio e talento come quella dello studio di animazione Aardman (Galline in Fuga, Giù per il Tubo) capitanata dal suo fondatore Nick Park, che incontrerà anche il pubblico. Da mettere in evidenza inoltre: l'omaggio alla casa di produzione milanese MIR, di cui verranno proiettati alcuni lavori, e quello a Peter Watkins, papà della docufiction, che nel 1966 vinse l'oscar con The War Game per il Miglior Documentario.

132 PIG MAGAZINE


Cinema

LA Zombie di Bruce LaBruce

Tilva Roš di Nikola Ležaic

Rammbock di Marvin Kren

Rubber di Quentin Dupieux

Songs of Love and Hate di Katalin Gödrös

Rare Exports: A Christmas Tale di Jalmari Helander

Cartoline da Locarno Avremmo voluto fermarci di più in questa isola felice, ma il tempo è stato inclemente e in un batter di ciglio i giorni che avevo a disposizione sono finiti (e a posteriori posso dire che i miei occhi, affaticati e duri come sassi causa cinque/sei film al giorno, ringraziano). Ed eccoci quindi qui a tirare le somme, in un pressoché impossibile lavoro di sintesi, che finirà per essere una "rubrica consigli per gli acquisti", nel senso che vi dirò quello che a me è piaciuto. Inizierei col film che ho forse più apprezzato di quest'edizione (ricordandoci che non ho visto tutto-è impossibile), in concorso nella sezione Cineasti del presente: Tilva Rosh del giovane regista serbo Nikola Lezaic, una storia di amicizia-skateboards e imprese alla Jackass. Strepi-

toso. Grande slancio anche per il genere horror-fantasy con il film finlandese Rare Exports: A Christmas Tale, in cui Babbo Natale si scopre non essere proprio un affabile vecchietto, e per l'horror tradizionale capeggiato da Rammbock, primo esperimento tedesco di film con calamità naturali che trasformano comuni cittadini in zombie. Del Concorso internazionale ho amato Kongavegur (King's Road), seconda opera dell'islandese Valdis Oskardottir, celebre in ambiente cinematografico più che altro per la sua carriera di editor (Julien Donkey Boy, Eternal Sunshine of the Spotless Mind): commedia su un gruppo d'individui che finisce in un desolato posto dell'Islanda (dove tutti vivono in roulotte) e i motivi che li trattiene lì. Del tanto

discusso film di LaBruce, LA Zombie, possiamo solo dire che è una porcheria divertente, ma solo per amanti di genere e trash, mentre lanciamo pomodori marci a Cristophe Honoré e il suo inutile Homme au bain, che si vuole mascherare da film intellettuale e autorale su tematica gay, ma finisce per svelare di essere il classico prodotto costruito per far parlare di sé, ma con le armi con cui tutti son capaci di farlo. Il Pardo d’Oro quest’anno è andato al 34enne poeta e scrittore cinese Ll Hongqi per Han jia (Winter Vacation), storia delicata di un gruppo di adolescenti che trascorrono insieme l’ultimo giorno delle vacanze invernali, discutendo su vari problemi che riguardano la loro età e la loro vita in generale.

133


Libri

Di Marco Velardi

The Geometry of Pasta A volte ci vuole davvero poco per ridefinire il modo di vedere le cose, basta mettere insieme uno chef Inglese con la passione per la cucina Italiana, Jacob Kenedy, e una grafica con la passione per i libri di cucina, Caz Hildebrand. Il risultato? Un ricettario che, con precisione minimalista, mette a nudo le forme di uno degli ingredienti Italiani più apprezzati al mondo, la nostra amata pasta. The Geometry of Pasta gioca sulle dimensioni e le peculiarità di un cibo che se abbinato

134 PIG MAGAZINE

alla salsa corretta, facendo attenzione alla giusta cottura, può diventare un piatto prelibato senza confronto. Con l’impressione di trovarsi immersi in un dizionario, iniziando dagli Agnolotti fino ad arrivare agli Ziti, passando tra Dischi volanti, Gnocchi e Rigatoni, Jacob e Caz ci raccontano ricette, piccoli segreti, e argomenti da tavola che vanno oltre i suggerimenti preconfezionati che spesso si trovano sui pacchetti di pasta, di cui scommetto avrete la dispensa piena...

o magari anche no, e quindi quale occasione migliore per fare un po’ di scorta! www.geometryofpasta.co.uk Titolo: The Geometry of Pasta Autore: Jacob Kenedy, Caz Hildebrand Casa editrice: Boxtree Anno: 2010 Dimensioni: 16,2 x 22 cm Prezzo: 14.99 £


KIOSK Una libreria non è solo un contenitore di libri,

la propria libreria, a sconosciuti e conoscenti

con la voglia, o il dubbio, di iniziare una piccola

ma un modo di esprimere le proprie scelte,

senza distinzione, per dare spazio alla propria

casa editrice anche voi.

passioni e per nascondere anche i propri

ricerca, accumulando fino ad oggi quasi 7.000

www.jrp-ringier.com

dubbi. Christoph Keller, fondatore della casa

titoli, provenienti da ben oltre 500 case editrici,

editrice d’arte Revolver nel 1999, diventata

e dando vita ad un carosello di 27 mostre in

Titolo: Kiosk. Modes of Multiplication

immediatamente un fenomeno nel mondo

giro per il mondo. Oggi, questa esperienza è

Autore: Christoph Keller, Michael Lailach

dell’editoria indipendente, nacque circondato

riassunta in un bellissimo volume pubblicato da

Casa editrice: JRP-Ringier

dai libri del padre e continuò a collezionar-

JRP-Ringier, KIOSK, forse più appropriato chia-

Anno: 2010

ne di suoi negli anni, fino al momento in cui

marlo un quaderno di appunti e di riflessioni

Dimensioni: 15 x 21cm

nel 2001 decise coraggiosamente di aprire

di un percorso che vi lascerà a bocca aperta e

Prezzo: 38 €

Little Red Riding Hood Che siate fan o no di Madonna, gli orecchini con il crocefisso indossati nelle prime mise anni 80 non avrete certo mancato di notarli. Ovviamente non potevano essere finiti li per caso, e come per ogni star di quel calibro non poteva che essercene un’altra alle spalle, Maripol, uno dei volti più rappresentativi della New York degli anni 80. Stylist, musa di Elio Fiorucci, designer di gioielli, fotografa, nata in Marocco, cresciuta in Francia e

arrivata a New York alla fine degli anni 70. Il nuovo libro pubblicato da Damiani è più che un semplice viaggio nel passato, come lo erano stati i primi libri di polaroid, ma piuttosto una catapulta nel tunnel di ricordi, disegni e sogni dei suoi ultimi trent’anni. Inserti di dimensioni e carte diverse ci accompagnano tra gli alti e bassi di una carriera appena rilanciata da Marc Jacobs, che qui gioca al ruolo di intervistatore, e regala nuo-

va luce a un personaggio che merita di non essere dimenticato. www.damianieditore.it Titolo: Little Red Riding Hood Autore: Maripol Casa editrice: Damiani Editore Anno: 2010 Dimensioni: 24,5 x 29,7 cm Prezzo: 45 €

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PIG Waves

A Cura di Giovanni Cervi. Contatti e info: verbavolant@pigmag.com

Pig Waves è un flusso di immagini e parole che segue una parola chiave: Lips. Organo tattile infuocato e immaginari sconfinati.

Andy Warhol: Marilyn Monroe’s lips (1962)

“With your cherry lips and golden curls”. 136 PIG MAGAZINE


en.wikipedia.org/wiki/Margaret_Houlihan “Signore e signori, il mio consiglio, tira giù i pantaloni e far scivolare sul ghiaccio”.

www.flaminglips.com - “L’ultima battaglia della follia”.

www.imdb.com/title/tt0249731/ - “Comincia l’era del sex pop”.

www.myspace.com/lipservicetheband - “Sussurri e grida”.

www.rockyhorror.com - “Don’t dream it, be it”. 137


Videogames

Di Janusz Daga (jan@pigmag.com)

PIG’s Most Played. Quanto legno potrebbe rodere un roditore, se un roditore potesse rodere il legno? Epic Mickey: La leggendaria sfida di topolino (Nintendo Wii) E’ dal ’94 che aspettiamo un gioco decente con Topolino. Per quelli che ancora “Castle of Illusion” sul Megadrive era una figata, non potete perdervi questo platform/avventura su Wii. Uno stile grafico decisamente cupo e interessante si aggiunge ad un sistema di gioco curioso (si, sembra Mario Galaxy ma c’è di più) fatto di colpi di pennello e salti nel passato alla Steambot Willie.  Bello anche il passaggio da 3D a 2D con animazioni Disney che ricordano gli anni ’50 di Tim Burton. Bel colpo Warren Spector! The Secret of Monkey Island 2: LeChuck’s Revenge SE (iPhone – iPad) Il titolo non ha bisogno di presentazioni, dopo l’uscita del primo grandioso capitolo ecco spuntare il secondo in versione deluxe: tutto rivisto e corretto. Grafica e animazioni sono state migliorate e rese ancor più spettacolari (per chi volesse rimane sempre la possibilità di giocare con la vecchia versione del 1991). Anche il sistema di puntamento è stato corretto, dopo le numerose lamentele degli utenti sul sito di Apple finalmente l’interazione sarà a portata di dito, molto più intuitiva e divertente. Nuove funzioni e sonoro al top con l’itero cast delle voci originali riunite per l’occasione fanno di questo gioco il meglio che possiate chiedere al vostro iTunes Store. Söldner-X 2: Final Prototype  (Sony PS3)

138 PIG MAGAZINE

Dopo R-Type, Salamander, Gradius, Border Down, Ikaruga, 1942 (di cui trovate ora una versione iPad niente male) REZ, Parodius e altri trenta questo potrebbe essere il perfetto successore degli shooter 2D del passato. Grafica notevole, migliaia di nemici, esplosioni atomiche come se piovesse, armi e bonus che regalano il giusto godimento anche al giocatore più esperto. Se amate il genere o anche se solamente volete passare qualche ora a massacrare alieni non potete mancarlo. Fieldrunners (Nintendo DSi) Il miglior Tower Defense mai progettato (già campione di incassi su iPhone) arriva su DS per deliziare quelli che non hanno ancora avuto il piacere. Tutte le mappe presenti nel gioco originale e una nuova modalità “help” che farà apparire sullo schermo in alto i suggerimenti per la miglior strategia possibile. Imperdibile. Ace Combat Joint Assault (Sony PSP) Tirate fuori la PSP dal cassetto e preparatevi al decollo. Join Assault è uno dei migliori sparatutto in circolazione. Con una flotta di A-10, F-22 e ovviamente F-14 Tomcat non c’è spazio per i codardi. La grafica è a dir poco incredibile: fluida, dettagliatissima e realistica. Gli scenari sono stati ricostruiti maniacalmente utilizzando foto satellitari mentre gli aerei sono totalmente customizzbili. Possiamo cambiare livrea e colorazione e decidere armamento e carico bellico prima del decollo. Storia coinvolgente e missioni da affrontare in multiplayer consacrano Namco indiscussa regina dei cieli. 


a t i v i in i! t O o se I R A e tip M h R e c E e P r rito i e r U f S scop pre o t t e ER. g a P g U S oo l tu profilo i i l g Sce i il tuo g leg

A

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ti la he are c è nt ffro e reto seg devi a facile o u ù t i o l p I d . TO rio uan tutto HET aq ona re NG e b nerezz rende t. U F e r c L l e I a t a o TO sì d rd io K tua CEL upe dalla ata, co è Mar S s I e r A o e rn SE H caratte sportar lla gio o gioc e tu a n l r d I t u . o i ole pre ment Ha ntra cev o sem sci siasi m te pia inco pera n l ra d orano sta, qua lutame e a, ra d zios ici ti a una f ros. asso e r er p li am o c’è ario B A p T u E s M . G uand ON tura per iuta q LA M a crea conosc nte e New Su O T n te oè di u CEL iver olta AI S spetto una v re e d uo gioc H E a t o o l S lc sor sei so i sei. Il oa o te c Siam un ver pagnia è non sen h io, la esto b re e in com ia finc b u du er q iz chè no in nza asta ,p su è, se rtante a te, b 64. r nes e o o p è i r p u h s Ma erc de e im ORE e ti ren è per t nsigli, p gioco è I F o IL h da tuo rti c ac TO CEL a quell i circon chiede greto. Il S I t r A m se SE H te doti, sa che ara pe il tuo an gni co no a g esto è t i le Ha à. O qu stel i an it ue ici f uore, il s h m c ib e l s c a i oc on n il i gli o c ere gl rio. tutt are co n r e u s ott chiud desid pen lo n cie basta sso un l i A L e i TEL ti. T ice spre LA S ognatr rtimen già e è e TO s i L v r i s E C pe dei d ente AI S a su m o SE H person o parc lla tua ia e u . di v t n n y il u o e Galax rato idea. iè Sei t t d n n n e o io ce un’ ali, cad lo sec è Mar con sta ip so i un i in te princ co e un o S i a . e g h o h v o o ic si Il tu BA plo quand tterist a r es OM A B o supe rmarti ue car y. L t fe fil rt LTO pro ssibile no le rio Pa SCE I o un a o s A p o M r a SE H davve ia, è im grint ioco è a erg og ant oè Il tu ed en a e t ai. Il tu m le m à s t i i l r a r ta a, c nde Forz nasco non

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Videogames

Di Janusz Daga (jan@pigmag.com)

Should You Buy an iPad for Gaming? Essere giocatori o non essere giocatori, questa è la domanda che PIG fa a “Stevie”. Questa cosa ci frullava in testa già da parecchie settimane. Durante l’ennesimo meeting dove quasi tutti esibivano con orgoglio il nuovo iPad e le sue meravigliose potenzialità ci siamo chiesti come mai dopo le frasi rituali “che figo PIG su iPad”(lo è davvero) e “guarda le icone come scrollano fluide”, quasi tutti ti mostrano un bel giochino. E quasi tutti, mentre giocano si aspettano una reazione entusiasta da parte di amici e curiosi con la dentiera aperta. Abbiamo esaminato attentamente una folta schiera di iPad-maniaci per poter dunque rispondere ad una semplice domanda: comprare un iPad per giocare è una buona idea? E’ innegabile, la tavoletta ha un fascino tutto magico –e tutto nerd- al quale ben pochi maschietti possono resistere: è bellissimo sfogliare le riviste sullo schermo lucido e

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compatto, guardare film, ascoltare la musica e navigare su internet. Basta andare in giro per i negozi di elettronica e osservare la scena al banco Apple per rendersi conto che l’Odissea 2001 con il suo monolite è iniziata in maniera molto simile. Nata su marte tra gli alberi di mele è un tablet computer a tutti gli effetti e non c’è applicazione che non possa renderla utile. Per qualsiasi omino con cravatta o creativo con la barba è già uno status symbol come lo era la Vespa o il Moncler negli anni ’80. Andare alle presentazioni, fissare gli appuntamenti sul calendario e preparare uno showreel in 700 grammi la rende decisamente accattivante. Ma i giochi sono tutta un’altra storia baby.  Prima di tutto diciamo che iPad non ha ancora una sua Disneyland digitale, o almeno non delle dimensioni di quelle già presenti per iPhone

e iPod Touch. C’è qualche gioco carino ma non siamo ancora a regime, le prestazioni grafiche non sono male ma si sente che la macchina non è stata pensata per questo. Lo dicono anche Loro. Se poi, come qualcuno vuole farci immaginare, potete anche usare la tavoletta come volante nei giochi di guida, vi sfidiamo a farlo in pubblico. Non è proprio il massimo, a meno che non vogliate rimanere single per i prossimi cinque anni. Anche l’uso del touch screen in queste dimensioni, dopo un po’ di tempo stanca. Muovere pedine, spostare truppe o pilotare aerei risulta ipnotico e poco rilassante. Nella pubblicità ci fanno sempre vedere un “Giovane” che con la sua bici fissa naviga su internet comodamente seduto sull’erba di Central Park, ma se vi capita di salire su un treno giapponese date un’occhiata alle


decine di fulminati che in preda alla scimmia fanno saltare i polpastrelli da un lato all’altro dello schermo. Sembra un film dell’orrore e tanti saluti all’erba di Central Park. Certo, la linea rossa di Milano non è Shibuya ma non vogliamo nemmeno andarci vicini con la fantasia. Prendiamo invece un iPhone, a parte le centinaia di titoli da scegliere, proprio il fatto di avere uno schermo dalle dimensioni più contenute –cosa che potrebbe sembrare un limite- renderà l’esperienza di gioco meno faticosa. Gli sviluppatori lavorano già per ottimizzare i comandi a dispetto della sua dimensione ridotta e una volta finita la partita lo si potrà riporre comodamente

in tasca. Anche la portabilità nel gioco ha la sua importanza, non a caso Nintendo e Sony sviluppano da sempre console tascabili. Ultimo ma non meno importante problemino del nostro iPad –se pensato solo come console da gioco- è il prezzo. Non poco se pensiamo che con quasi la stessa cifra ci possiamo comprare DSi e PSP insieme. Ad oggi poi, Apple vende i suoi giochi solo tramite lo Store online e questo potrebbe togliere il piacere di avere un bel pacchetto di natale sotto l’albero. Se vi piace compratelo per le sue incredibili funzionalità, per le magiche applicazioni, per il design e perché alla fine è davvero difficile resistere

al richiamo di Kubrik. Se quello che volete è solo giocare e pensate che potrebbe essere una valida alternativa alla concorrenza allora forse è meglio aspettare.  Vogliamo anche ringraziare Steve per il suo contributo al mondo del retrogaming: grazie alle sue idee, sono tantissimi i vecchi titoli che stanno conoscendo una seconda giovinezza e molti altri che sono stati ridisegnati per tornare a splendere di luce propria. Di seguito la nostra personale classifica dei meglio titoli per iPad: Monkey Island 2, Plants Vs. Zombies HD, Carcassonne, Flight Control HD, N.O.V.A. , Asphalt 5, Pinball HD, Paper Toss HD. “Stay Hungry. Stay Foolish”

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Indirizzi 55DSL

Ecko

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WeSC

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