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Mensile. Numero 80, Marzo 2010

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Clarchens Ballhaus - Berlino Gennaio 2010. Grazie ad Alessia, Ana, Carolin e Federico. Foto di Sean Michael Beolchini

PIG Mag 80, Marzo 2010 PIG Mag are: Daniel Beckerman Publisher

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Pig Magazine è edita da B-arts editore srl. Tutti i diritti sono riservati. Manoscritti, dattiloscritti, articoli, disegni non si restituiscono anche se non pubblicati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta in alcun modo, senza l’autorizzazione scritta preventiva da parte dell’Editore. Gli Autori e l’Editore non potranno in alcun caso essere responsabili per incidenti o conseguenti danni che derivino o siano causati dall’uso improprio delle informazioni contenute. Le immagini sono copyright © dei rispettivi proprietari. Prezzo del numero 5 Euro. L’Editore si riserva la facoltà di modificare il prezzo nel corso della pubblicazione, se costretto da mutate condizioni di mercato.


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Sommario 74: jj

Interviste:

Foto di copertina di Mathias Sterner

82: Lightspeed Champion

88: Two Door Cinema Club

92: Pitti & BBB 2010

Moda:

Street Files:

98: Sara

118: Lan

52: Bread & Butter Berlin

Servizio di Yara De Nicola

Servizio di Kuba DÄ…browski

Foto di Sean Michael Beolchini

Regulars 16: Bands Around 20: Fart 22: Shop: Little Shop of Horrors 24: Publisher: Jonathan, Danielle & Jack Leder 26: Design 28: PIG Files 34: Moda News 48: Photographer of the Month: Kuba DÄ…browski 132: Musica 137: Cinema 140: Libri 142: Whaleless 144: PIG Waves 146: Videogames

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Bands Around

Foto di Piotr Niepsuj

Rune Lindbæk Pink is Punk @ Magazzini Generali - Milano Nome? Rune Lindbæk Età? 39, sono nato in un villaggio di pescatori al confine norvegese con la Russia, ma sono cresciuto a Tromsø Da dove vieni? Vivo ad Oslo/ Tromsø/Berlin Cos'hai nelle tasche? Una fascetta per capelli stile Björn Borg, corone norvegesi, euro, le chiavi per mio studio ad Oslo, scalda-collo lavorato a maglia da mia madre. Qual è il tuo vizio segreto? Nessuno. Un vizio in pubblico = l'erba di alta qualità. Qual è l'artista-la band più sorprendente d'oggi? Sostengo da una vita Sir Brian Eno. Di chi sei la reincarnazione? Un persona molto, ma molto buona. Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Non avevo poster, solo 7" Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? Chaplin Band - Il Veliero

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Bands Around

Foto di Giulio Rojer Ghirardi

Good Shoes Loves @ Plastic - Milano Nome? William Church Età? 27 Da dove vieni? Dorset, Inghilterra. Cos’hai nelle tasche? Cellulare, guanti, tappi per le orecchie, portafoglio, fazzoletto e un pass. Qual è il tuo vizio segreto? Guardare X Factor. Qual è l’artista-la band più sorprendente d’oggi? I Liquid Liquid. Hanno fatto dei concerti incredibili da quando sono tornati in pista. Di chi sei la reincarnazione? Dell’Imperatore Adriano. Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Colin Jackson. Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? Mina - Se Telefonando

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Nome? Rhys Jones Età? 24 Da dove vieni? Da Morden a Sud di Londra Cos’hai nelle tasche? Una Contax T2, guanti, spazzolino, dentifricio, caricabatteria, iPhone, tappi per orecchie, Oyster Card... Qual è il tuo vizio segreto? Toffee crisp chocolate bars, Pepsi Max, sesso anale. Qual è l’artista-la band più sorprendente d’oggi? Phoenix, Radiohead, Good Shoes, Grizzly Bear, Take That... Di chi sei la reincarnazione? Qualcuno che è diventato famoso nonostante avesse poco talento, tipo Keanu Reeves. Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? OK Computer Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? L’ Inno nazionale

Nome? Stephen Età? 25 Da dove vieni? Londra Cos’hai nelle tasche? Capello, petardi , fiammiferi, corde per chitarra , soldi, francobolli... Qual è il tuo vizio segreto? Le Uova Fabergé Qual è l’artista-la band più sorprendente d’oggi? Radiohead, Ryuichi Sakamoto Di chi sei la reincarnazione? Oskar Matzerath Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Freddie Mercury Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? O mio babbino caro

Nome? Thomas Jones Età? 22 Da dove vieni? Londra Sud Cos'hai nelle tasche? Una chiavetta per la batteria, portafoglio, la scaletta di stasera e dei tappi per le orecchie Qual è il tuo vizio segreto? La carne sotto sale Che poster avevi nella tua camera quando eri un teenager? Daniel Johnston e quello di un pallone da basket Ci dici il nome di un artista o di una canzone italiana? Pavarotti


Fart uno spazio dedicato al sacro fuoco dell’arte

Di Giovanni Cervi (verbavolant@pigmag.com)

Annalisa Rosso

Foto di Piotr Niepsuj

Mi sono sempre chiesto cosa muova le persone che stanno nel mondo dell’arte. Gli artisti è facile, si sa, è il sacro fuoco che li divora. Ma tutti quelli che ci stanno intorno? Galleristi, curatori, critici, agitatori… cosa li spinge? Fart questo mese intervista Annalisa Rosso, giornalista persa tra arte e design. Ti ricordi come sei finita in questo mondo? Non sono precisa nei miei ricordi. E nemmeno nei passaggi di status. Mi restano più impresse le sensazioni. Ho studiato antropologia, prima, per arrivare alla letteratura con il poeta Edoardo Sanguineti, a Genova. Sono sempre stata interessata alla contemporaneità, voglio essere presente agli avvenimenti che mi sembrano importanti nel momento storico presente. Il G8 del 2001, per esempio. Voglio vivere e cercare di capire il mio tempo: nessun altro periodo mi sembra altrettanto rilevante. La letteratura e il teatro sono stati il mio primo terreno di caccia, in questo senso. Subito dopo, molto naturalmente, è arrivata l’arte e poi il design. Arte e design, che relazione ci trovi? Pensi possano andare d'accordo o hanno processi e fini creativi impossibile da in-

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crociare? Io passo da un settore all’altro senza fatica. E in certe occasioni il confine è davvero labile. Dipende dal soggetto – e dall’oggetto - in questione, dall’attitudine. Certi designer hanno un approccio artistico al loro lavoro e ci sono artisti che flirtano con il design. Fa parte della modernità liquida, credo. E mi infastidisce, comunque, dare definizioni troppo rigide, incasellare i processi mentali e creativi: sono un aquario. Secondo te cosa è "alto" e cosa è "basso" nell'arte? E nel design? Penso che dipenda da interpretazioni troppo personali per avere un senso a ampio spettro. Posso dirti che, per me, quello che è decorativo, nell’arte come nel design, non è interessate. Cerco pensieri complessi e costruzioni da indagare, da capire. Che altro c'è nella vita?

Nella mia vita confusa tutto si contamina. Lavoro e passioni, interessi e attività diverse. Gli amici, amatissimi, e un gatto spelacchiato. Una sorella. La famiglia (in questo mi sento molto italiana, troppo) e il mare. Tanto cinema, viaggi, l’opera. I libri, soprattutto se regalati, che rivelano qualcosa di chi li sceglie per te. E milioni di altre cose in ordine sparso. E nel tuo futuro cosa vorresti? Vorrei continuare a fare quello che mi piace, a muovermi con il fine ultimo di soddisfare la mia bulimica curiosità. Vorrei viaggiare di più, vivere a Parigi per un po’, incontrare artisti che mi facciano girare la testa. Cambiare idea e cambiare vita una volta alla settimana oppure mettere radici, non so. Anche in questo senso, il tempo a cui sono più legata è il presente. Il futuro e il passato stanno da un’altra parte e mi confondono.


Shop

Intervista a Mr. Wynd di Fabiana Fierotti

Little Shop of Horrors The Little Shop of Horrors di Viktor Wynd a Londra è davvero una chicca da non perdere. A parte le feci di Amy Winehouse e le ceneri della mamma della pr del negozio, potrete trovare ogni sorta di stranezza e curiosità. Scheletri, animali imbalsamati, zanne, oggetti voodoo, e per gli amanti del fetish, un pene in erezione da più di 2 secoli. Ciao Victor, mi chiamo Fabiana, è un piacere conoscerti. Prima di tutto il mio nome è Wynd o Mr Wynd non Viktor, secondo Fabiana è il nome più bello che esista al mondo e sono sicuro che anche tu sarai molto bella. Oh, dio, grazie! Certo che sei bravo ad adulare le donne... Dico solo la verità... Bene... come ti senti oggi? Mi fa male la schiena e sono stato in piedi tutto il giorno. Cos’è The Last Tuesday Society? È una società patafisica (corrente artistica definita come "la scienza delle soluzioni immaginarie”, ndr.) di grande antichità. Chi è il fondatore? William James. Quali sono le origini della tua passione per tutte queste cose... macabre? Mi sveglio con difficoltà al mattino e mi sento depresso, tutto intorno a me le cose svaniscono e muoiono e nessuno mi ama o ha qualcosa da dirmi. La vita è brutta, triste e breve. Quando hai deciso di aprire “The Little Shop of Hor22 PIG MAGAZINE

rors”? Volevo ricreare un wunderkabinet del XVII secolo; abbiamo collezionato curiosità per anni – tutto dalle teste rinsecchite e gli scheletri di elefanti, balene, topi, uccelli agli articoli erotici, religiosi – quindi aprire un negozio come questo è stato naturale. Qual è l’oggetto più unico che avete? Quasi tutto ciò che vendiamo è unico – è la natura di ciò che facciamo – ma ci vantiamo di avere l’erezione più lunga della storia, quella di un pene mummificato del XVIII secolo, per non menzionare la maschera della morte di Napoleone e un pezzo delle feci di Amy Winehouse! No, non posso crederci. La cacca di Wino, no! A questo punto mi aspetterei di tutto... Si, pensa che sono in vendita anche le ceneri della madre della nostra pr, Suzette. Ah, bene! E organizzate anche degli eventi all’interno del negozio? Abbiamo uno spazio dedicato alle mostre nel seminterrato. Ne organizziamo una nuova

ogni mese. Per i dettagli andate a visitare il sito www.viktorwyndfineart.co.uk Vuoi aggiungere qualcosa? Volevo cogliere questa opportunità per invitare i lettori a visitare il nostro negozietto, ma un piccolo avvertimento: non lasciamo entrare dentro gente povera, i brutti comunque sono i benvenuti (anche se non alle nostre feste), abbiamo anche costruito delle scale solo per magri, quindi i grassi devono stare alla larga. Le ragazze molto carine e le ragazze italiane che hanno l’abitudine di essere particolarmente belle sono le benvenute, anche se hanno anche l’abitudine di dire sempre di si, di arrivare in ritardo, di essere svampite... ma per favore venite a trovarci! Ok, verrò a trovarvi... ma ti avverto, non sono svampita nè ritardataria! The Little Shop of Horrors 11 Mare Street London E8 4rp Uk


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Publisher

Intervista di Marco Velardi

Jonathan, Danielle & Jack Leder A Jonathan e Danielle piacciono le belle donne, per questo hanno deciso di investire tutto in Jacques, il loro piccolo progetto editoriale semestrale che vuole cambiare il modo in cui la sensualità viene rappresentata dal resto delle riviste; perché a dirla tutta, chi ha voglia di appendersi in cameretta un poster con una pin-up tutta ossa e niente curve? Viva Jacques! Com’è nata l’idea di pubblicare Jacques? Jacques è nato dalla volontà di pubblicare una rivista che potesse essere allo stesso modo veramente sensuale ed elegante. Il nostro obiettivo è di rappresentare le donne nel modo migliore. Non siamo assolutamente una rivista modaiola, e stiamo facendo tutto il possibile per lavorare con ragazze che escono al di fuori dai canoni della bellezza imposti da tutte le riviste di moda. Partiamo dal presupposto che il nostro magazine sia per un pubblico vasto, non solo i soliti lettori tra Parigi e New York. Ci piace l’idea di poter portare un sorriso a lettori in tutto il mondo. Da qui a selezionare gli artisti con cui lavorate, qual è il criterio di scelta? Lavoriamo principalmente con un piccolo team di persone che raramente cambia, e siamo convinti che sia giusto mantenere un gruppo piccolo ma ben affiatato invece di correre dietro a nuovi collaboratori per ogni numero. Vorremmo fare in modo che il tutto rimanga coerente e Jacques diventi una rivista di prestigio per il prossimo decennio. Vi occupate di altro oltre a Jacques? Danielle faceva la Modella ed io il fotografo, ora ci dedichiamo molto a nostro figlio e alla rivista. Se vi chiedo di darmi una definizione di editoria indipendente? Se non fai parte dei gruppi come Conde Nast o Hearst allora sei quasi di sicuro un’indipendente. Non abbiamo nessuno a cui dover rendere conto e ciò significa che abbiamo molta libertà. Possiamo prenderci qualsiasi rischio vogliamo, e seguire i nostri cuori cercando di prendere le migliori decisioni possibili durante il percorso, sperando che anche i nostri lettori di divertano con noi. Del futuro dell’editoria indipendente cosa ne pensate? La situazione attuale è patetica, nel senso che non comprendo come grossi gruppi editoriali siano capaci di fornirci contenuti e riviste veramente imbarazzanti. Dovrebbero vergognarsi con la quantità di spazzatura che ci offrono e quanti soldi buttano per pubblicarla. Mentre per il resto dei piccoli editori, il nostro motto è di continuare a provarci e di non smettere di seguire il proprio cuore. Non ascoltate le idiozie che vi raccontano i distributori. Inoltre, nel

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nostro caso specifico, speriamo che le agenzie di modelle si accorgano che le riviste sembrano tutte uguali e che non ci sono solamente modelle anoressiche dell’Est Europa in giro ma bellezze di ogni tipo e taglia. Ecco, ho detto

la mia! Un libro che consigliereste? In Praise of Shadows di Junichiro Tanazaki. È incredibile! www.jacquesmag.com


Design is all around Questa volta parliamo italiano. Simone Simonelli lo abbiamo beccato per caso navigando in internet e ci è subito piaciuto. Perché disegna per tutti, aziende, amici e chiunque sia interessato. E perché crea oggetti semplici e simpatici, a cui è bello affezionarsi. Dalla casetta per uccellini (col tetto a megafono) alla libreria pieghevole, per chi è sempre in giro. Se la vita è design allora è proprio vero che il design è tutt’intorno… Intervista di Mariacristina Bastante (kikka@pigmag.com)

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Ciao Simone, descriviti brevissimamente in tre parole. Pigro, disordinato, ritardatario. Quanti anni hai? Dove vivi? 30. Vivo in Bovisa (Milano). Che cos’è il design per te? “It’s my life, it’s my wife.” Pensi che il design debba essere utile? Si. Quando hai deciso che volevi fare il designer da grande? Non sono ancora sicuro in effetti che farò il designer da grande. C’è ancora in ballo un progetto con mia mamma di riaprire la sua trattoria. Che cosa ti ispira? Immagini. Tipo: vedo una sella e immagino un tavolino, oppure la foto di uno scolapiatti (sai quelli fatti col tondino di ferro bianco?) e immagino un armadio! Hai dei designer / artisti preferiti? Designer… si italiani: il mio amico Matteo Cibic, in tre anni spaccherà vedrai. Artisti: pensavo che fosse una bufala, però da quando ho visto le sue cose nella mostra Barock, Damien Hirst mi piace! A che cosa stai lavorando adesso? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Sto lavorando ad un progetto abbastanza impegnativo per il prossimo Salone, sto iniziando a conoscere il marmo di Carrara e sto incontrando diversi agricoltori... perchè sto disegnando una collezione di vasi per verdure

casalinghe. In futuro c’è l’idea con altri designer qui di Milano di formare un collettivo, una cooperativa per poter rispondere a più progetti contemporaneamente. Qual è l’aspetto più difficile del lavoro di designer? Questa battaglia quotidiana per la grana. Tra i progetti che hai già realizzato, ce n’è uno che ami in maniera particolare? Si! È un progetto che ho fatto in Cile nel 2006. Manici per posate. In pratica ho vissuto per due settimane insieme al mio amico Leo a casa di un maestro vetraio Julio Fuentes, in mezzo alla campagna cilena. Casa piena di lastre di vetro e lui convinto di voler fare solo vetrate in stile Tiffany… Ma alla fine l’abbiamo convinto ad usare la sua abilità per realizzare una collezione di posate in vetro che abbiamo poi presentato ad una azienda di Brescia. Mi è piaciuto per la relazione che si è instaurata tra noi, stampi, forni per la cottura del vetro, barbecue e tagliatelle. Mi piace molto la tua ultima creazione, Nodo. Mi racconti qualcosa di questo progetto? Nodo fa parte di una ricerca che sto sviluppando in questo periodo su delle strutture leggere ed economiche. Nodo poi è un chiaro progetto per la crisi, è l’idea di togliere più che puoi senza rinunciare a qualcosa di “colorato”, è fatto per me e per i miei amici che oggi viviamo qui ma domani chi lo sa, e quindi una libreria facciamo prima a sganciarla ed avvolgerla sotto al

braccio tipo baguette piuttosto che prendere gli attrezzi e smontarla… Quanta ironia c’è nei tuoi progetti? Si… ironia o empatia, nel senso che magari la sorpresa aiuta a creare un’alchimia tra l’oggetto e chi lo usa. Allora ti ci affezioni, all’oggetto. E ti prendi cura di lui. Mi ha colpito molto il tavolo Sella. Me ne parli? Sella è come Parete, veloce. Nel senso: immagina la tua scrivania, piena di documenti di progetti diversi. Ne entra un altro? Metti tutto quello che non ti interessa nelle cartelle. E magari le cartelle le metti sullo scaffale, e nel tavolo ce ne metti di nuove, vuote. So che insegni a Bolzano. Com’è questa esperienza? Mi piace. L’università è giovane, si chiama “Libera” e da davvero tante opportunità agli studenti. Tanti laboratori e un approccio molto manuale al design, che in effetti oggi manca. Dal 2009 lavori da solo. E’ difficile relazionarsi con le aziende? Come funziona l’iter produttivo di un oggetto? Alla fine credo che le aziende ti ascoltano se hai un buon progetto. All’inizio come me devi essere il più propositivo possibile. A volte magari anche inventarti i progetti e poi spingere, spingere, spingere. Poi a volte sei fortunato e nasce una bella collaborazione con l’azienda e il progetto si evolve e matura attraverso il dialogo tra il designer e l’industria… … e se non avessi fatto il designer? Il maestro di sci! www.simonesimonelli.com

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PIG files

Di Giovanni Cervi

Lost in the sky Lusso e stile verticale. Guardare dall’alto al basso stando in piedi. Nuove tecnologie. Molto spazio e pochi ospiti. Questo sarà uno dei nuovi modi di viaggiare ideato dallo studio Seymourpowell, una sorta di grande hotel/resort viaggiante, come un grande prisma luminoso nel cielo. La magia del futuro. www.seymourpowell.com

Wash away Una lavatrice fai da te? Easy. Ci ha pensato Design Affairs. Swirl è un cestello rotondo e colorato, una grande palla che va riempita di acqua, abiti sporchi e detersivo. Poi la si può prendere a calci o la si può spingere o inventarsi nuovi giochi. Adatta a maniaci ecologici e del movimento. studioblog. designaffairs.com

New tribal In un primo momento mi sono sembrate degli auricolari di ultimissima generazione, in realtà è un prodotto per chi ha problemi di udito. L’invito è a non nascondere gli handicap ma di vivere e mostrare le nostre particolarità, anche attraverso le plug “Hearing Aid”, gioielleria estrema da piercing. Non aver paura di essere diverso. www.designaffairs.com

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Lean on me Cosy è una lampada in edizione limitata realizzata da Andreas Saxer. Produce una luce radiale, d’atmosfera intima e calda, e si appoggia ai muri grazie a una “gamba” in più rispetto alle solite piantane, che sono un po’ zoppe di solito. Si spegne tirando il filo, un po’ come fare un dispetto a un animale domestico. www.andreas-saxer.com


Di Giovanni Cervi Photo by Takumi Ota

PIG files

Cristal garden Per chi ha amato, come me, il romanzo di James G. Ballard “Foresta di cristallo” questi vasi di Jin Kuramoto sono una fissa. Si chiamano Rock e uniscono la tradizione giapponese dell’ikebana alla tecnologia modera fino ad arrivare a una visione mutante del mondo futuro. Combinabili in modi diversi, scenari possibili di un tempo lontano, passato o futuro che sia. www.jinkuramoto.com

Flock of lights

Crisi deluxe

Definirlo lampadario è poco. Quello che ha fatto lo studio Drift è un complesso sistema di luci e sensori che reagiscono ai movimenti e all’ambiente come farebbe un branco di pesci o uno stormo di uccelli. Possono essere programmate con differenti DNA virtuali per farle reagire in modi diversi agli stimoli esterni. Sembrano esseri degli abissi. O abitanti delle code di comete. Incantevoli. www.designdrift.nl

Di questi tempi molti manger son rimasti per strada. La provocazione di Kacey Wong è Famiglia Grande, una piccola casetta da homeless dotata di molti confort. Tra arte, attivismo e design sociale, Kasey punta il dito sullo sfacciato stile di vita che le metropoli ci costringono a fare. Un po’ di insana follia stillata in un bicchiere di Martini. www.kaceywong.com

Old school Stiller Gefahrte è un progetto del designer tedesco David Olschewski che riprende la grande storia del design italiano, quando si univano vecchi particolari (soprattutto del mondo contadino) e nuovi usi oricollocazioni, Castiglioni ad esempio. Tra omaggio e storia, non si dimentica da dove vediamo. Ma con cervello e gusto. www.davidolschewski.de

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Jeremy - Farmington, Utah - 1984 Photo by Bob Jones

You can accept the nightmare ...


Jeremy - Goppenstein, Switzerland - 2009

Photo by Blotto Photto

... or Live The Dream.

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Feature on Designer: Dora Abodi www.doraabodi.com - Intervista di Fabiana Fierotti

Ciao Dora, potresti presentarti per favore? Certo! Sono una giovane designer ungherese, alle prese con la sua terza collezione prêt-a-porter e in attesa di fama! Chi non la aspetta! Che programmi hai per oggi? Devo stampare delle foto della nuova collezione e aggiornare le news sul mio sito. Per ora mi sto preparando per il Design am Rhein fashion designer contest a Düsseldorf e per la presentazione alla New York Nolcha Fashion Week. Niente male no? Beh, complimenti... Ma parliamo un po’ delle tue origini. Dove sei nata? Sono di Kolozsvàr, ma adesso vivo a Budapest. Mio padre è ungherese con origini tedesco-olandesi, mia madre è rumena. Non conosco Kolozsvàr. Hai qualche ricordo che vuoi raccontarci legato a questa città? Kolozsvàr si trova nel cuore della Transilvania, è una città bellissima e affollata. Ricordo che da piccola passavo lì gli inverni più belli, tutto era coperto dalla neve e facevamo delle lunghe

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escursioni nella foresta attorno alla città, era come far parte di una favola. Wow. Magico. Tornando purtroppo al presente, cosa ci dici della tua carriera? Quando hai seriamente pensato alla possibilità di diventare fashion designer? Pensa che a 18 anni, avevo deciso di studiare Legge. Poi decisi di saltare alla moda e di studiare fashion design al MODART Art and Fashion Academy, per creare un mio brand. A volte ci vuole molto tempo per trovare la propria strada, ma penso che gli ostacoli nella vita non siano un vero problema. Anzi la rendono più divertente, avventurosa, no? Certo è un bel modo di vedere le cose... ma avere la strada spianata, senza curve, non è poi così male, eh! Beh, anche questo è vero... Parliamo della tua collezione pe10 (Adoro i colori!). A cosa ti sei ispirata? Qual è il tema principale? Oh, grazie! Si tratta di Amore, Amore, Amore. Quello euforico, ma anche quello amaro. Le parole chiave e

le ispirazioni sono: boundage, cambiare le forme della silhouette, i lavori di bodyart di Lucy e Bart, il mix di materiali morbidi (come la mussola) e più duri (come la pelle, nastri tecnici, materiali industriali). La collezione è ispirata anche alla bizzarra bellezza dei corsetti medici. Puoi darci un’anticipazione sui progetti per il tuo brand? A parte il Design am Rhein fashion show a Dusseldorf, e la presentazione della collezione ai10/11 a New York, durante la Nolcha Fashion Week, penso di andare a Parigi, Londra o Milano, ad ottobre, per coordinare il brand da lì. Mi piacerebbe anche continuare a produrre video di moda, che insieme ai blog su internet, sono il futuro. Dove possiamo comprare le tue creazioni? A Budapest, in America, in Inghilterra, e spero presto in Benelux, Francia e Spagna. E in Italia niente??? Eh, ovviamente mi piacerebbe avere dei punti vendita anche in Italia, che adoro, sono sicura ci sarà occasione anche per quello!


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Blog of the Month: The Impossible Cool theimpossiblecool.tumblr.com - Intervista a Sean Sullivan di Fabiana Fierotti

Ciao Sean, come stai? Ciao Fabiana, bene grazie, tu? Non c’è male, lavoro...lavoro... lavoro! Tu cosa stai facendo? Sto modificando il video di una campagna online che ho diretto recentemente. E dove ti trovi esattamente? Nel mio appartamento a New York City. Mi sono appena trasferito dall’East Village. Cosa fai nella vita? Attualmente è davvero una domandona. Me lo sono chiesto spesso in questo periodo. Ho appena lanciato un’agenzia creativa con un amico e ci stiamo occupando di un paio di progetti online. Video lookbook, pubblicità, cose così. Ci sono un sacco di collaborazione nel mondo della moda maschile, in cui mi sono trovato coinvolto, cosa molto divertente perchè non appartenevo a quel mondo originariamente. Di tanto in tanto scrivo anche per un paio di blog. Sono un fermo sostenitore del non pianificare tutto nella vita e lasciare che le cose succedano quando dovrebbero. È fantastico vedere come tutto arrivi quando hai appena mollato. Niente di più vero. So che è una domanda un po’ cafona, ma mi piace sempre farla...Quanti anni hai? Un gentleman non dice mai la sua età!... no dai, scherzo... Ah, mi pareva! Ho 31 anni... Dai! Sei giovanissimo... ma sei un newyorkese puro o come 36 PIG MAGAZINE

tanti altri ti sei trasferito lì per lavoro? Sono nato a Philadelphia, in Pennsylvania. Ho vissuto sia nella west che nella east coast a un certo punto della mia vita. Amo la California, ma il mio cuore sarà per sempre nell’East Coast. Quando hai deciso di creare “The Impossible Cool”?Un paio di anni fa, stavo lavorando per una regista molto conosciuta che aveva una collezione pazzesca di ritagli di giornale, nel suo ufficio. Adoravo l’idea di avere sempre questa fonte di ispirazione attorno, quindi ho iniziato la mia. Dopo un po’ di ritagli, sono passato alle immagini online. La collezione cominciò a strabordare nel mio computer, quindi decisi di scaricarne un po’ in un Tumblr. Poi è stato tutto in discesa: sono stato menzionato in un paio di blog popolari come “A Continuous Lean” e l’ormai defunto Menstyle.com, e la pagina è volata in alto. Adesso mi hai fatto venir voglia di cominciare a collezionare ritagli di giornale... cavolo. Ti ricordi come hai scelto il nome per il blog? Onestamente, mi è venuto in maniera naturale. Mi ricordo a fissare la prima foto che postai, Serge Gainsbourg & Jane Birkin. Anche solo pensare a persone come loro, non sembra esistere più come cosa. O almeno nei media più popolari. L’attitudine

che trasmettevano in tutto era così dannatamente cool. Impossibile da definire... impossibile da copiare. È così che The Impossible Cool è stato battezzato. Perchè pubblichi principalmente immagini in bianco e nero? In effetti, ora che mi ci fai pensare, ho pubblicato si e no tre foto a colori, perchè avevano bisogno di essere viste in tutto il loro splendore, come quella di Brigitte Bardot, per esempio. Il bianco e nero è dovuto alla persona ritratta. Non a ciò che indossa, al rossetto, o allo smalto. E poi il bianco e nero ti rende bellissimo... Ansel Adams ne è la prova. Come scegli chi pubblicare? Non c’è una formula precisa. È bello mettere insieme persone che non tutti conoscono... come Allen Ginsberg o Maxime de la Falaise. Anzi la gente mi scrive sempre di pubblicare persone che non conosce... Comunque ho iniziato col pubblicare star del mondo del cinema degli anni ’50 e ’60... Poi poeti, registi, pittori, scrittori... Chi è il Most Impossible Cool di sempre? Mmmm... questa è difficile. Forse direi Serge Gainsbourg e Jane Birkin o Marcello Mastroianni ne “La Dolce Vita”. Non dirlo a me, lo amo da sempre! Eh, Non ne nascono più come Mr. Mastroianni...


Bright moments always come Back vivid. mos def and the trooper.

nixonnow.com


Brand highlight

Intervista a Jérémie Rozan di Fabiana Fierotti

Surface To Air ft. Kings of Leon Per saperne di più sulla capsule collection che vede la collaborazione tra Surface To Air e il gruppo rock americano Kings of Leon, siamo andati a intervistare Jérémy Rozan, general and creative director del brand francese. Ciao Jeremy! Come va? Che fai? Tra la recente inaugurazione del nuovo flagshop store a Parigi, alcuni progetti musicali e la nuova spring summer collection in arrivo, devo dire piuttosto impegnato! Come sta andando con la nuova collezione? La nuova collezione è molto fresca e divertente con un sacco di riferimenti agli anni ’90, specialmente nella donna. L’uomo ha tutto ciò che è necessario per l’estate. Cosa stai pianificando per i mesi a venire? Hai qualche anticipazione da darci?   In questo momento, ci stiamo occupando del flagship store, nel cuore del Marais. È un grande spazio con mostre e ospiti a sorpre-

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sa. Stiamo lavorando appunto su nuove mostre e collaborazioni con artisti e altri brand, tutto dovrebbe essere pronto per quest estate, ma non possiamo dirvi niente di più per il momento... Stiamo anche lavorando ai nuovi negozi che apriremo in Scandinavia e in America... Molto interessante, sarete davvero super impegnati! Cosa mi dici invece della collaborazione con i Kings of Leon, come vi siete conosciuti? I Kings of Leon sono venuti a trovarci in ufficio l’anno scorso e abbiamo scoperto di essere fan gli uni degli altri. Poi ci siamo beccati di nuovo a Londra e lì abbiamo deciso di collaborare per una capsule collec-

tion da 12 pezzi. E’ stato difficile trovare il giusto punto di incontro tra il vostro stile e il loro? Amiamo le giacche di pelle, le camicie a scacchi e i jeans che vestono bene. Quando abbiamo realizzato che questa era quasi un uniforme per i KOL, abbiamo capito che in quanto a stile ed estetica non avremmo avuto problemi. Indosseranno la collezione durante il loro tour? Credo di si, andiamo insieme a un loro concerto a scoprirlo! Perchè no... vuoi aggiungere qualcosa? Uccidi il presidente Malese! www.surfacetoair.com


Louise Goldin SS10 La bravura di Louise la conosciamo già da tempo, più volte ne abbiamo parlato durante gli scorsi numeri. Finalmente la sua creatività è stata riconosciuta anche a livello istituzionale: la giovane designer è stata infatti premiata dal British Fashion Council con il riconoscimento Fashion Forward, che le permetterà di essere finanziata interamente per le prossime due collezioni (AW10 – SS11). Del resto, la sua collezione estiva è davvero notevole: l’estetica barocca settecentesca si mischia a un tributo al lavoro di Gianni Versace, durante anni ’90. Il riferimento alla sua campagna del ’94, con Cindy Crawford e Claudia Schiffer, è infatti evidente nell’uso dei toni pastello - dal pistacchio, al rosa, all’azzurro – e nel richiamo ai vertiginosi babydoll. Brava Louise. F.F.

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You Must Create

Franzius SS10

Mi sono letteralmente innamorata vedendo le immagini lookbook ss10 di You Must Create. Tutto, dal modello, al concept, ai vestiti, è degno di nota. Tessuti di qualità e design funzionale sono il marchio di fabbrica del brand, fin dalle origini. Per questa stagione, i temi cardine richiamano 80’s band come gli Orange Juice, gruppo post-punk nato nei sobborghi di Glasgow, e movimenti musicali come il C86, nato in Gran Bretagna, dal nome di un audio cassetta che raccoglieva i successi delle band indipendenti di allora. L’estetica è influenzata anche da motivi tribali africani e indiani, così come l’uso dei materiali. www.youmustcreate.com F.F.

Colori caleidoscopici, stile seventies, linee pulite. Le parole chiave per l’estate che si spera arrivi al più presto. La collezione ss10 di Franzius, brand berlinese nato nel 2005, è chiaramente ispirata a forme geometriche molto definite. I colori accesi contrastano con i toni pastello e i dettagli in plexiglass e vetro rendono tutto più scintillante. www. franzius.eu F.F.


www.bluedistribution.com


Clouds, Rain, Air Eviana Hartman, editor per Nylon, Teen Vogue, Vogue e altri, da qualche anno ha lanciato il suo brand, Bodkin, inizialmente insieme alla designer Samantha Pleet. Per la stagione ss10, la Hartman ha pensato a una linea eco-friendly tutta concentrata sul concetto di vestibilità. “Sentivo di aver bisogno di qualcosa da indossare a un matrimonio, ma anche ogni giorno”, ha precisato durante un’intervista. Poi, quasi naturalmente, i temi sono diventati le nuvole, la pioggia, l’aria, come se fossero direttamente proporzionali alla comodità e alla leggerezza, che in effetti trasmettono. www.bodkin.us F.F.

Furla talent hub: Silvio Betterelli Il progetto Furla Talent Hub va ormai avanti da tre anni, proponendo giovani designer internazionali e dando loro la possibilità di farsi conoscere nel mondo. Per la stagione ss10, il brand ha proposto tre nuovi designer, tra cui Silvio Betterelli, talentuoso ventottenne con le mani in pasta in più di un paio di progetti interessanti, tra cui la cattedra di fashion design all’Università di Venezia, l’area Pitti Filati e Les Ateliers de Paris, progetto dedicato a giovani designer nel mondo. Della sua collezione, abbiamo selezionato queste due borse in nappa morbidissima, grigio fumo e rosa cipria, dal design strutturato e inusuale. www.furla.com F.F.

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Marc by Marc Jacobs: new shop in Milan! È arrivato il tempo anche per la linea Marc by Marc Jacobs di sbarcare a Milano. Un monomarca della linea giovane dello stilista americano, verrà inaugurato in piazza del Carmine 6, in zona Brera, questa primavera. Sono proprio curiosa di vedere se anche questa volta il designer vorrà fare le cose in grande come a Lisbona, dove ha acquistato uno spazio di 150 mq, per la sola linea giovane. Ci vediamo all’inaugurazione... www.marcjacobs.com F.F.


Lucas Nascimento Ciao Lucas, come stai? Tutto ok! Ho appena comprato un paio di guanti in un hardware store. Dove ti trovi? A casa, a Islington, nel nord di Londra. Dove sei nato? Raccontaci delle tue origini. Sono nato nel Brasile meridionale, in una piccola città chiamata Bonito, che letteralmente significa “Bello”, come è del resto. Cosa ti ha ispirato nella creazione della tua collezione ss10? Mi ispiro alle donne particolari. Le ho sempre osservante nel corso della mia vita. Lieve scorrettezza. Amiche a Londra. Volevo una complessiva semplicità, con i tessuti. E ovviamente vogliamo toccare, essere toccati. Quali sono i progetti futuri per il brand? La prossima collezione, trovare un equilibrio tra il tempo che trascorro in Brasile e a Londra. Certamente voglio una crescita, ma devo avere pazienza essendo un designer emergente. Un segreto che vuoi condividere con noi? Il giallo della mia collezione è lì per una precisa ragione. Qualcosa che ti rende davvero felice? In questo momento, qualcuno della Cornovaglia. Il tuo vizio? Sigarette e birra. Il tuo pregio più grande? Sono un ragazzo fedele. www.lucasnascimento.com F.F.

Billy & Lola Billy & Lola, brand based in Melbourne, ha una storia davvero carina alle spalle. La creatrice, Ruth Ziller, durante un viaggio nell’East Coast australiano, stufa dei soliti costumi da bagno super sexy e per niente personali, adocchia delle vecchie lenzuola della nonna e decide di utilizzarle per crearne dei nuovi, dal sapore vintage e molto femminili. Entrata nel vortice creativo, ha cominciato a collezionare tessuti vintage trovati nei mercatini, negli outlets, nei vecchi negozi dei paesini di campagna. Da questa piccola, preziosa raccolta è nata la sua prima, vera, collezione.Lo stile è molto ‘50s, adoro la vita alta dei bikini e le silhouettes dei costumi interi. Essendo un progetto eco-friendly, il brand donerà parte dei profitti alla società di conservazione dell’ecosistema marino australiano. www.billyandlola.com.au F.F.

It’s all about romance Alexandra Grecco, giovane designer e fotografa di 25 anni, produce la sua linea a Brooklyn. Si tratta di materiali di qualità, tutti prodotti a New York, dalla seta impalpabile, al raso, al pizzo. La silhouette ricorda molto le donne burrose degli anni ’40, molto sensuali e ammiccanti. Un piccolo burlesque casalingo, dai toni pastello. www.alexandragrecco.com F.F. 43


1970’s

Di Ilaria Norsa

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1.Chanel 2.Celine 3.Azzedine Alaia 4.Stuart Weitzman 5.Vintage 6.Bottega Veneta 7.Walter Steiger 8.Robert Clergerie 9.Vintage 10.Chanel 11.Miu Miu 12.Sebastian 13.Vintage 14.Miu Miu 15.Charles Anastase 16.Chanel 17.Fornarina 18.Michel Perry 19.Miu Miu 20.Bottega Veneta 21.Celine

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1.Miu Miu 2.Chanel 3.Charlotte Olympia 4.Miu Miu 5.Christian Dior 6.Robert Clergierie 7.Vintage 8.Casadei 9-10.Miu Miu 11.Vintage 12.Stuart Weitzman13.Fornarina 14.Vintage 15.Robert Clergierie 16.Celine 17-18.Miu Miu 19.Ralph Lauren 20.Miu Miu

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1.Motorcowboy.com 2.Salvatore Ferragamo Creations 3.Vivienne Westwood 4-5-6-7-8.Vintage 9.Casadei 10-11.Vintage 12.Salvatore Ferragamo Creations 13.Dressthatman.com 14-15-16-17.Vintage 18.Dressthatman.com19.Vintage x Elton John 20.Miu MIu 21.Dressthatman.com 22.Vintage 46 PIG MAGAZINE


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1-2.Vivienne Westwood 3.Casadei 4-5.Vintage 6.Miu Miu 7.Dressthatman.com 8.Vivienne Westwood 9-10-11-12.Vintage 13.Dressthatman.com 14-15.Vintage 16.Vintage Fiorucci 17.Vintage 18.Dressthatman.com 19.Vintage 20.Salvatore Ferragamo Creations 21.Vintage 47


Photographer of the Month: Kuba Dąbrowski

kubadabrowski.com - A cura di Sean Michael Beolchini

Kuba Dąbrowski è definitivamente uno dei fotografi giovani, o meglio ancora una delle persone, più interessanti che abbiamo avuto la possibilità di incontrare. Il suo aspetto semplice, timido e i suoi modi educati possono ingannare, ma fanno parte di quell’ego introspettivo, pronto a tuffarsi di testa in tutto ciò che incontra sulla sua strada, con il grande sorriso che gli riempie il viso. Tutto questo ovviamente emerge dalla sua fotografia cruda, diretta e sempre atta a raccontare una storia, che sia semplice o complessa. Kuba è affamato d’avventura: con la sua camera in mano, ha sorvolato le colline dell’Afghanistan, ha documentato la cultura giovanile dell’Est Europeo, ha camminato attraverso le desolate strade di Bangkok alla ricerca di complotti sotterranei... tutto questo è Kuba. Sotto, una selezione di fotografie scattate da Kuba durante il suo ultimo viaggio in Afghanistan questo inverno. Mentre a partire da pag. 118 di questo numero potrete vedere un curioso editoriale di moda che Kuba ha estratto dal suo ultimo libro, “113, 604 Stray Dogs” - di cui potrete scoprirne di più leggendo questa intervista. Come ti chiami? Kuba Dąbrowski Da dove vieni? Bialystok, Polonia nord orientale. A circa 40 km dal confine bielorusso Dove vivi? A Varsavia Ci campi con la fotografia? Sì. Paga anche la mia ipoteca. Quanti anni hai? 29 Quanti anni ti senti? Tra i 21 e i 38. Oggi direi 32. Quando hai iniziato a fotografare e perché? Mio padre è un ingegnere; quando avevo sei anni mi mostrò come lavorare con una macchina fotografica e ho avuto la mia prima Smena. 48 PIG MAGAZINE

Quando avevo 13 o 14 anni poi, mio nonno mi regalò circa 30 rotoli di pellicola scaduta russa. Ho cominciato a scattare in modo continuativo. La mia stanza, il mio quartiere, la mia bella città. E lo schermo di una tv. E' qui che ho davvero iniziato. Per il motivo più semplice possibile. In che modo pensi che l'essere cresciuto in Polonia abbia influenzato il tuo lavoro? Sono cresciuto con una fame di "conoscenza occidentale", vivendo una sorta di vita irreale. Vo-

lendo vedere film americani su VHS e sognando di essere in una parte migliore di mondo, da qualche parte lontano dalla mia tower block comunista. Goonies, Rocky, Coca Cola e la NBA... Questo meccanismo funziona ancora oggi. Nel mio lavoro sono più coinvolto dalle immagini che riguardano il mondo, solo dopo dalla realtà dei giorni nostri. La mia vita è come le riprese di un film. Negli anni '80 tutto ciò era una necessità, ora è qualcos'altro. Ho letto che


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sei prossimo alla pubblicazione di un libro (da cui abbiamo tratto un editoriale di moda per questo numero di PIG). Il concept è abbastanza interessante, ci racconti cos'è successo? Nel Marzo 2009 mi trovavo in Thailandia. Pensavo di documentare gli estremisti musulmani che stavano nel sud del paese in fiamme, ma la mia fissa si rivelò presto una bufala, per dirla senza mezzi termini e non sapevo come risolvere la cosa. Ero bloccato a Bangkok. Sono un grande fan della fotografia giapponese, di tutti i flussi di coscienza che provoca e soprattutto dei libri. Daido Moriyama è uno dei miei fotografi preferiti. Le grandi metropoli asiatiche sono un paradiso per me. Ragazze tristi che si muovono tra la folla dei pendolari, le terre haiku, le luci della città e il traffico, l'inquinamento... I cliché sulle grandi città portano alle estreme conseguenze. Insomma, sono tornato a Varsavia con qualche migliaio di bellissime immagini... Non perché fatte in Thailandia, quanto perché sono proprio lo stereotipo di una grande città asiatica. Credo di essere un tipo abbastanza concettuale. Secondo me le fotografie sono belle in quanto tali solo per ingenui e amatori. I fotografi seri sono qualcosa di più. Così ho trasformato le mie "immagini Thai" in un vero progetto. Ho deciso di produrre qualcosa di finto. Ho cercato una ragazza asiatica a Varsavia e ho creato una finta storia d'amore. Per non farla diventare la classica cosa dark, ho voluto dividerla. Così mi piace. Ho pensato che sarebbe stata come una sorta di psicoterapia fotografica. Ho conosciuto Lan durante lo shoot che ho fatto per Chanel. Ha accettato l'idea. La nostra finta love story ha preso vita tra casa mia e quella della mia ragazza. Per evitare che ci fosse qualsiasi tipo di misunderstanding riguardo lo shoot, Lan è venuta accompagnata dal suo ragazzo, Krzysiek. Krzysiek è stato un giovane filosofo. Lui mi chiese quale dei Beatnicks avrei voluto incontrare , se avessi avuto la possibilità di scegliere. Non sapevo cosa rispondere. La mia ragazza, Monika, ha fatto la pizza e lo styling. Per rendere il tutto ancora più assurdo, ha usato i vestiti di un giovane designer polacco. Quando usi queste immagini in un contesto come quello della Thailandia diventano una love story, mentre estrapolate da qui sono solo uno shoot fotografico... Il risultato è un libro intitolato "113, 604 Stray Dogs". E' un pastiche, una parodia di quei libri giapponesi che adoro. Mi ha aiutato abbastanza a capire le mie immagini, le cose intime che fotografo durante una seduta giornaliera: come è costruita la storia, qual è la forza di suggestione di una fotografia, cose così... Il libro è disponibile in un'edizione artistica alla ZPAFISKA Gallery di Cracovia. Venti copie realizzate a mano. Stiamo pensando di pubblicarlo anche come un libro normale da mettere in circolazione, ma non ne siamo ancora sicuri. Dopotutto, è una cosa concettuale. Prima di tutto questo però, alla fine di Marzo, uscirà un

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mio libro che si chiama "Western". E' sull'inverno a Varsavia, sulla mia ragazza e su quando guardiamo i film. In Polonia sarà disponibile nelle migliori librerie d'arte, in Italia mi dispiace ma se lo volete potete solo acquistarlo via web. La caratteristica migliore di questo concept è la assoluta spontaneità dell'argomento: pensi che questa giochi un ruolo importante nel tuo modo di fare fotografia? Qualunque cosa io faccia - che siano moda, ritratti, reportage - mi definisco un documentarista. Non pianifico le situazioni, non lavoro ad uno script. La mia mente non funziona così. Quando lavoro reagisco a quello che mi accade, non conosco altra strada. E' meglio reagire a tutte quelle cose che nascono spontaneamente. Ho lasciato che il mondo facesse da sé. Qualche volta lo provoco, qualche volta lo miglioro un po', ma pur sempre succede. Qual è la tua "big picture"? Non ce n'è una. Ci sono un sacco di piccole immagini. Migliaia di loro. Quali sono i tuoi soggetti preferiti? Le persone che conosco davvero bene e i perfetti sconosciuti. Non mi piacciono le vie di mezzo. Mi perdo, non saprei come muovermi. Cosa altera le tue percezioni? Sono molto acuto dalla seconda classe della scuola superiore. Sono un tipo con "una chiara visione". Direi l'amore. E' di cattivo gusto, ma ormai l'ho detto. Guardando i tuoi lavori, ho notato che hai avuto diversi incarichi socio-politici: dalla caccia ai movimenti terroristici in Asia alla visita ai soldati arruolati sul fronte afghano. Perché? Chiariamo subito: non c'è molto nell'attuale fronte in Afghanistan. E' guerriglia, quindi non c'è un fronte. Ci sono stato due volte - una volta mi sono focalizzato sui civili e l'altra sui militari - e ancora oggi non ho visto un reale scontro a fuoco. Rovine, IEDs, feriti, quello sì; fanatismo certo, combattimento no. Credo che non sarebbe una buona location per Robert Capa. Mi risulta che le guerre di oggi non assomiglino molto all'idea che ci siamo fatti dalla Seconda Guerra Mondiale o attraverso le immagini del Vietnam. Non è pittoresca come si potrebbe credere, anzi il tutto è piuttosto noioso. Perché ci sono andato? Potrei propinarvi tutte le stronzate sulla "missione", al posto di raccontare al mondo la verità , solo per provare a me stesso qualcosa, per afferrare il massimo, per giocare un ruolo sociale di fotografo di guerra, raccontando una dipendenza da adrenalina o affermando che non me frega nulla, oppure facendovi credere di appartenere ad una ristretta cerchia di persone che c'è stata (e non ci sono molti piccoli clubs come questo nel mondo oggigiorno). Nulla di tutto questo ci porterà vicino alla risposta. Allora perché ci sono andato? Avevo l'incarico da una rivista e quindi sono partito. Mi è piaciuto e volevo tornarci. Così è stato. Ci vorrei andare ancora. E' la domanda per una seduta di psicoterapia. Quando sei su questi incarichi, su cosa ti focalizzi? Cerco le cose più ovvie, quelle che magari per voi divente-

rebbero trasparenti dopo una settimana lì. Il banale di questi luoghi dilaniati dalla guerra. Le cose "normali" a cui solitamente un fotografo non è interessato. La tua prossima missione? Io e la mia ragazza abbiamo in programma di ristrutturare il nostro appartamento. Credo che possa essere considerata una missione. Quali sono le tre cose che hai preferito della Thailandia? Sentirsi come in un libro di Daido Moriyama. Dormire su un materasso molto duro e alzarsi con la schiena dritta. Apprendere che le scimmie non sono animali così amichevoli. Quali sono le tre cose che hai prefeito dell'Afghanistan? 1) Conoscere un ragazzo che ha abbandonato il paese durante il conflitto afghano-russo negli ani '80 e che dopo una serie di avventure è finito nella mia città, Bialystok. Ha trascorso alcuni anni come immigrato clandestino, al riparo dalla legge e lavorando per qualsiasi impresa senza trovare stabilità. E' stato il proprietario di uno strip club, per esempio. Un incontro bizzarro alla fine del mondo. 2) Non ci sono grosse industrie alimentari in Afghanistan. Tutto ciò che puoi mangiare sono: mandorle, riso, pomodori, pane. (Sto parlando dei civili afghani, perché nelle basi i militari consumano cibo importato dagli States). 3) Viste alla Star Wars dagli elicotteri. Quali sono le tre cose che preferisci di Varsavia? Guardare teenage movies scolatici (anni '60-'70) che ogni tanto proiettano in città. Avvistare un cervo al parco. Il fatto che abbia incontrato Monika. Qual è il tuo fotografo preferito? JacquesHenri Lartigue. Che tipo di macchina fotografica usi? Olympus Mju II, Ricoh GR1V e una Nikon F3 con lenti 35mm/2.0 sono il mio grande trio. Qualche volta una Rolleiflex. E una Canon D5 per gli incarichi professionali. Che macchina vorresti usare? Una combinazione che non esiste tra una Mju e una Ricoh. Cosa non ti piace della fotografia? Le persone pensano che fare belle fotografie sia semplice, e lo è davvero. Quello che non capiscono però è che delle belle fotografie non automaticamente rendano valido un fotografo. Non ci sono troppi fotografi ultimamente? E può solo peggiorare... Non è piacevole a dirsi, ma ognuno deve trovare se stesso in questo casino. Il ruolo sociale di un fotografo, definisce chi sia un fotografo e cosa non cambi con ogni rivoluzione a cui la fotografia è sottoposta. I fotografi si lamentavano quando è stata introdotta la Kodak Brownie... così come quando è successo con la Leica 35 mm... Poi hanno capito. Queste invenzioni hanno cambiato le regole del mercato. E' successo che molti ragazzi, che non erano in grado di adattarsi alla nuova realtà, sono andati in bancarotta e dimenticati. Ma la fotografia invece ha continuato a vivere. C'è una continua evoluzione in corso a cui ci si deve adattare. Chi dovrebbe essere il nostro prossimo Photographer of The Month? Martin Kollar Quale sarà il tuo prossimo scatto? Ian Brown!


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Street Files. Bread & Butter Berlin

Nome? Adrianna Glaviano. Età? 20 Da dove vieni? New York. A che ora ti sei alzata stamattina? Alle 11. Qual è la cosa migliore al BBB? Volta Footwear, sempre. Qual é la tua parola preferita? Bird. Qual è stata l’ultima volta che hai detto: “Questa è l’ultima volta”? Comprando un volo di una compagnia a basso costo. Cosa farai stanotte? Farò l’amore.

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Nome? Theophilus London. Età? 22 Da dove vieni? Brooklyn. A che ora ti sei alzato stamattina? Alle 9. Qual è la cosa migliore al BBB? Donne e business. Qual é la tua parola preferita? Camera. Qual è stata l’ultima volta che hai detto: “Questa è l’ultima volta”? L’altra notte quando ho portato sul palco una ragazza ubriaca decisamente “not hot”. Cosa farai stanotte? Feste e mischioni

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Nome? Jeffrey A. Carvalho. Età? 34 Da dove vieni? The US of A (e più nello specifico da Boston). A che ora ti sei alzato stamattina? Alle 10.34 (Circa due ore più tardi del previsto). Qual è la cosa migliore al BBB? 1) L’atteso ritorno del fashion tradeshow. Questo mi ha dato speranze che l’economia si stia riprendendo; 2) I Croissants al cioccolato della press room. Qual è stata l’ultima volta che hai detto: “Questa è l’ultima volta”? Alle 10.34 di stamattina (e circa due ore fa quando il mal di testa è tornato pian piano). Cosa farai stanotte? Probabilmente la stessa cosa dell’altra sera. Tenterò di organizzarmi in modo da riuscire ad alzarmi prima la mattina dopo.

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Nome? Rebecca. Età? 22 Da dove vieni? Italia/Svezia. A che ora ti sei alzata stamattina? Alle 8. Qual è la cosa migliore al BBB? Il mio team e le persone ubriache alle 4 del mattino. Qual é la tua parola preferita? Blogbloodyblog (il nome del mio blog). Qual è stata l’ultima volta che hai detto: “Questa è l’ultima volta”? Lo scorso weekend dopo aver esagerato con l’alcol. Cosa farai stanotte? Vado a mangiare vietnamita.

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Sinistra: Nome? Arun Markns. Età? 34 Da dove vieni? Berlino. A che ora ti sei alzato stamattina? Alle 8. Qual è la cosa migliore al BBB? Il primo piano. E le ragazze. Qual é la tua parola preferita? Offer. Qual è stata l'ultima volta che hai detto: "Questa è l'ultima volta"? Tre giorni fa, quando mi sono alzato tardi con un terribile mal di testa. Cosa farai stanotte? Partying my ass off! Destra: Nome? Fabian Johow. Età? 26 Da dove vieni? Gas. A che ora ti sei alzato stamattina? Alle 6!!! Qual è la cosa migliore al BBB? La crew. Qual é la tua parola preferita? Undplus. Qual è stata l’ultima volta che hai detto: “Questa è l’ultima volta”? A Dicembre 2009, facendo un lavoro solo per denaro. Cosa farai stanotte? Cercherò del buon cibo.

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Nome? Misla Tesfamariam. Età? 21 Da dove vieni? Stuttgart, Germania. A che ora ti sei alzata stamattina? Alle 9.30 Qual è la cosa migliore al BBB? Lo stand di Highsnobiety. Qual é la tua parola preferita? Love. Qual è stata l'ultima volta che hai detto: "Questa è l'ultima volta"? Il mese scorso (Dicembre), prendendo un volo molto presto. Cosa farai stanotte? Uscirò e mi farò vedere con gente cool.

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Nome? Elisa Rohe. Età? 23 Da dove vieni? Germania, Aschaffenburg. A che ora ti sei alzata stamattina? Verso le 8, troppo presto... Qual è la cosa migliore al BBB? Le persone, l’atmosfera. Qual é la tua parola preferita? Fabulous - Krasse Scheibe. Qual è stata l’ultima volta che hai detto: “Questa è l’ultima volta”? Questa mattina: ho bevuto e fatto festa fino a mattina, quando mi dovevo alzare presto... Cosa farai stanotte? Party.

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SUNLENS BY


Pitti & BBB 2010 Interviste di Ilaria Norsa

Due manifestazioni diventate tappa fissa per noi di PIG che abbiamo scelto di raccontarvene l’edizione invernale intervistando quattro tra i più interessanti nomi, emergenti e non, che hanno eletto queste fiere a luogo ideale per il loro debutto - o ritorno. Direttamente dalla 77esima edizione di Pitti Immagine diamo il bentornato a Lars Nilsson e un caloroso benvenuto all’irriverente gang di Phonz Says Black; mentre dal Bread&Butter di Berlino, ecco il resoconto dell’edificante chiacchierata con il gotha del marketing Gilles Laumonier e quello del fortunato incontro col francese Hoon. 

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Mr. Nils 

Intervista a Lars Nilsson di Ilaria Norsa. Foto di Lars Nilsson

A volte ritornano, per fortuna. Lars Nilsson - il giovane designer svedese che dopo una nutrita serie di esperienze nei team creativi più prestigiosi del pianeta, si era fatto notare con le collezioni firmate per Nina Ricci e Gianfranco Ferrè - dopo un periodo di assenza dalla scena ha scelto Firenze, e gli spazi suggestivi del Museo Marino Marini, per il debutto internazionale della sua fatica da solista: “Mr. Nils”. Un progetto tutto al maschile, prodotto interamente in Italia e spontaneamente consacrato all’eleganza. Purché sia moderna, accessibile e trasversale. Bentornato Lars, Benvenuto Mr. Nils. Ciao Lars, come stai? Abbastanza bene ma un po' stanco! Sto provando a recuperare i ritmi quotidiani della mia vita... Dove ti trovi?  Attualmente mi trovo a Parigi dove ho un bell’appartamento da un po' di anni. Con cosa sei alle prese in questi giorni? Mi sto aggiornando velocemente su cosa sta accadendo nel mondo dell’arte e sto andando in giro per mostre. Ho sempre amato andare per musei e gallerie quando viaggio o quando ho del tempo libero a Parigi. A Gennaio hai debuttato in occasione di Pitti Immagine con il tuo nuovo progetto: "Mr. Nils". Di cosa si tratta? Dunque, è una collezione totalmente dedicata all’universo maschile e interamente realizzata in Italia. Spazia dallo sportswear a formalwear, un buon outerwear, knitwear, scarpe ed accessori. Volevo iniziare con qualcosa che fosse il più completo e trasversale possibile, sin dal principio. I vincoli che mi sono imposto per Mr. Nils sono stati semplici: disegnare una linea maschile che esistesse anche all’infuori del mondo della moda, qualcosa che fosse fresco e interessante ma che un uomo volesse avere per sempre. Quindi ho lavorato particolarmente sui dettagli, mi sono servito dei più abili artigiani e dei migliori tessuti mantenendo tutto il più sobrio possibile: l’abbigliamento non dovrebbe necessitare di un’enciclopedia per indossarlo! Un vestito ben riuscito è quello che ti dimentichi un minuto dopo averlo indossato. Penso che l’uomo per il quale ho disegnato cerchi proprio questo.  Che tipo di uomo hai immaginato? Metropolitano ed educato, creativo e curioso. Un uomo che abbia bisogno tanto del perfetto tuxedo per un'occasione chic che del cappotto adatto a una faticosa escursione sulla neve durante il fine settimana. Descrivi l’uomo Mr. Nils in tre parole: Urban, eclettico, intelligente. Descrivi Mr. Nilsson, l'uomo, in tre parole:  Curioso, motivato, perfezionista.  Dopo aver disegnato per anni linee da

donna (Lacroix, Dior, Nina Ricci e Ferrè), come ti è venuta l’idea di debuttare con una tua collezione tutta al maschile? In realtà mi ero già cimentato con l'abbigliamento maschile da Bill Blass e Gianfranco Ferrè; inoltre avevo supervisionato la linea uomo di Nina Ricci, quindi non si trattava di un territorio a me del tutto sconosciuto. E’ una cosa alla quale pensavo da un po' di tempo e quando sono stato contattato da Alessandro Giudice - CEO di Mabro - per lavorare ad un progetto in collaborazione con la loro azienda mi è sembrata l’opportunità perfetta: loro stavano cercando qualcuno che rispettasse il savoir-faire tradizionale dell'azienda ma che lo rivisitasse con nuove sfide e idee, io facevo a caso loro. Hai scelto Pitti per il debutto: perché?  Pitti rappresenta un ritrovo internazionale di produttori di linee per uomo, buyers e stampa. E’ una fiera poco improntata sull'effimero pettegolezzo e volta piuttosto a permettere ai creatori di presentare ad un pubblico informato i loro lavori. Poiché tutti i capi della collezione sono prodotti in Italia servendosi di abilità artigianali unite a tecnologie moderne, Pitti mi sembrava il posto perfetto per presentare il frutto di questo patrimonio.  E poi c'è da dire che Firenze offre delle location straordinarie: per la tua presentazione ha scelto la suggestiva cornice del Museo Marini... E' stato amore a prima vista. La semplicità e la purezza del lavoro di Marino Marini, la sua qualità grafica, sono davvero riflesse all’interno. C’è quasi una relazione con il design scandinavo quando guardi l’architettura dello spazio. Sono stato molto onorato di essere stato un ospite speciale del Pitti e di avere avuto l’opportunità di usufruire del Museo Marino Marini. Nel complesso hai ottenuto un buon riscontro? Sei soddisfatto della tua scelta? Molto felice! E’ stata la mia seconda partecipazione al Pitti Uomo, la mia prima sfilando, e ho trovato l'accoglienza incredibilemente calorosa e incoraggiante. E’ rassicurante

debuttare davanti al pubblico dell’industria della moda più informato, colto e curioso.  Cosa pensi del Made in Italy e del nostro sistema moda?  Oltre all'appoggio produttivo su larga scala che Mabro mi offre, il fatto di poter lavorare con un mucchio di eccezionali specialisti in sportwear, jersey, scarpe e accessori, tutti con sede tra Firenze e Milano, rende il concetto del Made in Italy unico e potente. Il fatto che questo potenziale esista e sia a portata di mano fa sì che la moda italiana sia unica – ma allo stesso tempo rende i designers nazionali viziati, cosa che non accade in nessun altro paese del mondo. Inoltre c'è da dire che gli italiani rispondono con entusiasmo a questa condizione: amano fare shopping e sono estremamente curiosi, cosa che ogni designer sogna! Cosa ti è piaciuto fare mentre ti trovavi a Firenze? Non ho avuto la possibilità di fare molto all’infuori del lavoro! Comunque sono riuscito ad andare in alcuni ristoranti fantastici e fare colazione con amici al GT Place Hotel. Normalmente quando sono in città e ho più tempo amo visitarne i luoghi di interesse artistico - ci sono dei veri capolavori - e anche la mia carta di credito ama fare visita alle profumate delizie dell'antica farmacia di Santa Maria Novella... Io l'adoro, è unica al mondo! Piatto italiano preferito? Sformatini – tutti i tipi. Parola italiana preferita? Cucitrice!  Qual è l’ultima cosa che hai visto che ti ha davvero inspirato? “Due studi di uomo con barba” di Van Dyck, venduto alla Sotheby’s a New York alla fine di Gennaio per $7.25 milioni. Sono triste di annunciare che io non sono il nuovo fortunato proprietario! self esteem Nemmeno io, ti assicuro! Cosa c'è nel tuo futuro? La Primavera/Estate 2011! 

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Phonz Says Black Una gang è una società umana. Gruppo, squadra, banda, combriccola, branco. Spesso la si identifica con un gruppo di individui che compiono attività illecite. Una gang è anche quella capitanata da Alessandro Fontanesi e Daniele Biancucci, che di illecito però non hanno niente - sempre che rock’n’roll, Jack Daniel’s e motociclette non siano diventati fuori legge.  Intervista a Daniele Biancucci e Alessandro Fontanesi di Ilaria Norsa. Foto Luca Campri

Da quanto vi conoscete?  Daniele: Ormai da da 6 anni... ci siamo incontrati una sera al Plastic e poi ci siamo rivisti in occasione dei vari Pitti e BBB. Come vi è venuta l’idea di creare un brand insieme? Alessandro: Il progetto è nato nel momento in cui ci siamo resi conto di vivere una realtà creativa che non ci rispecchiava, così - approfittando del fatto di essere ancora molto giovani - abbiamo deciso di creare qualcosa che fosse piu in linea con il nostro stile di vita e con la nostra visione del sistema moda. “Phonz says balck™”: in principio, dunque, fu il nero. Perché? D: E’ il colore che meglio rappresenta il nostro stile di vita, il simbolo della nostra coesione e delle nostre passioni: rock’n’roll e motori. Una pantera e un triangolo: perché avete scelto questi simboli? Che significato hanno? A: La scelta della pantera è dovuta all’eleganza con cui essa maschera la sua furia e impetuosità, tutte caratteristiche che si ritrovano nei

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blazer della nostra collezione: aggressivi e allo stesso tempo eleganti. Il triangolo richiama l’aspetto sacro: esso è il simbolo della trinità, elemento cardine della nostra religione. I due soggetti combinati tra loro diventano la rappresentazione visiva del nostro stile di vita e incarnano l’essenza simbolica di Phonz says black™. Il vostro è un progetto con una forte identità: non vendete solo un prodotto, ma un lifestyle...  D: Puntiamo molto sul concetto di identità: costruirla non è stato poi così difficile in quanto essa è la diretta conseguenza del nostro stile di vita - sfrontato, irriverente e frenetico: questo lo spirito che ha accompagnato la costruzione del progetto. Si coglie anche un forte senso di appartenenza e condivisione, quasi si trattasse di una sorta di setta, o meglio, di una gang. Quali sono gli elementi e le passioni che accomunano i membri di questa gang? A: I membri di quella che noi amiamo chiamare

“gang” condividono lo stesso background culturale e gli stessi motivi ispiratori che sono, appunto, le moto d’epoca ed il rock’n’roll. D: Inoltre quello umano è un aspetto fondamentale del progetto, col quale miriamo a costruire un’officina creativa in cui ci sia un costante confronto di idee, un lavoro organico che riesca a indirizzare i diversi slanci individuali verso un obiettivo comune: soddisfare le esigenze ed i gusti del mercato. Siete partiti da realtà piccole come Parma e Viareggio per conquistare il mondo... Parlateci di queste città e del loro lato “creativo”: D: Io provengo da una città di mare sicuramente interessante sotto molti punti di vista sopratutto a livello creativo: essa infatti è sede del secondo Carnevale più importante del mondo. Inoltre la maggior parte delle imbarcazioni navali vengono concepite e costruite proprio a Viareggio... che dire una piccola “O.C.” Italiana! A: Parma, antica capitale del Ducato di Parma e Piacenza, città dell’eccellenza e capitale


mondiale delle arti alla cui storia sono stati legati numerosi personaggi illustri, da Benedetto Antelami al Parmigianino, da Correggio a Verdi, Toscanini e molti altri. Io però ricordo con orgoglio le super star della mia terra ovvero Prociutto di Parma e Parmigiano Reggiano... Parma mi sta mancando molto in questi anni: non sono fatto per stare in mezzo al cemento e mi sento “old school” anche in queste piccole cose... Se Phonz says black™ fosse un film, quale sarebbe? D: Easy Rider A: Walk the line, quando l’amore brucia l’anima. Una canzone? D: Hello Mary Loue di Ricky Nelson A: Ring of fire di Johnny Cash Un’epoca? Dai ‘50 ai ‘70 Una moto? D: Thruxton A: Ph-onda!!! Un posto? D: California A: Deserto del Nevada. Un drink? La bevuta da noi battezzata “Giacca Daniel” Quanti tatuaggi avete sul vostro corpo? D: 12 A: Mmm...non lo so Qual è stato l’ultimo? E quale sarà il prossimo? D: L’ultimo è stato una pantera sul petto. Prossimamente vorrei tanto tatuarmi la gola... A: Il mio memento mori è stato l’ultimo, mentre il prossimo sarà il ritratto del mio fratello cagnolone Romeo, morto pochi mesi fa. Descrivete la collezione in tre parole: Colorata, Trasversale, Innovativa. Avete scelto di proporre un modello unico, adatto ad ogni occasione: di cosa si tratta?  D: La scelta del modello unico vuole contrapporsi alla mentalità dualistica “abito da lavoro/ abito della domenica” e mira a superare questa antitesi, fittizia ed obsoleta, proponendo un modello unico e sempre adatto.  Quali sono le caratteristiche del prodotto?  E’ un blazer a tre bottoni ma che può essere tranquillamente indossato a due; l’interno non ha fodera, sostituita invece da un foulard che può essere staccato mediante un meccanismo a bottoni e usato singolarmente. Il fondo manica è sagomato come le giacche da moto e abbiamo inserito un bottone personalizzato con il nostro logo. L’obiettivo era quello di traslare la nostra filosofia sul prodotto stesso e così abbiamo preso il blazer dal mondo del rock’n’roll e il foulard da quello delle moto ottenendo un modello unico.  In quali varianti lo proponete? La collezione è composta da 12 capi in 12 colori ed un unico tessuto: il cotone, che viene proposto in diverse grammature. Unica variante è il modello Gibson in cui la paramantura

interna ricorda il profilo della Gibson Sg. I foulard invece sono 15 e si combinano con i vari blazer. Come nasce l’idea del foulard? Rappresenta una sorta di simbolo di affiliazione alla gang? A: E’ un elemento “rubato” al mondo del motociclismo (tutti i motociclisti usavano metterlo sotto il casco come protezione). Non è un vero e proprio simbolo d’affiliazione ma sicuramente chi lo indossa in un certo modo rispecchia il nostro stile di vita. In che fantasie lo proponete? D: Abbiamo creato due varianti per poter essere il più trasversali possibile. Per la prima, la più “soft”, abbiamo sviluppato degli all-over molto classici: pois o piccoli motivi che riproducono il nostro logo. Ad essi abbiamo aggiunto due grafiche piu accattivanti: la pantera con borchie ed alcune stampe fotografiche. Il vostro prodotto richiama l’universo dei biker ma non utilizzate la pelle. Pensate di introdurre questo materiale in futuro? A: Abbiamo già preso in considerazione l’in-

troduzione di questo materiale per le prossime collezioni.. troverete presto qualche dettaglio interessante! Progetti per il futuro? D: Stiamo lavorando alla prossima collezione con l’obiettivo di alzare la qualità e migliorare alcuni dettagli, ma non ti nascondo che stiamo anche puntando a creare una vera e propria collezione che comprenda varie categorie di prodotto... C’è qualcos’altro che vorreste aggiungere? D: Sì vorrei ringraziare la mia famiglia, Marvin, Frankie, Chop, Simone, la mia fidanzata e Luca A: E io Babbo Phonz senior Cesar, Mamma Pitta, la mia sorellina Nanà, Romy, Dan, Simon, Chop, Bob, Luca Campri (il nostro fotografo di riferimento), Lollo (il nostro ingegnere di fiducia) e in modo particolare Armela, la mia ragazza, che ogni giorno mi aiuta/supporta/ sopporta e condivide con me ogni passo di questa grande scalata. www.phonzsaysblack.com

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Gilles Laumonier Ho incontrato il neo-presidente di Lee International a Berlino in occasione del Bread&Butter: non mi sono fatta ingannare dalla giovane età o da quell’aria da ragazzino e ho approfittato spudoratamente dell’occasione per scucirgli qualche perla di saggezza su marketing, crisi ed estremo Oriente, nonché per farmi raccontare una storia affascinante - quella di un brand dalla tradizione centenaria e dal patrimonio inestimabile. Lui, da bravo stratega, mi ha illustrato il suo piano segreto per risvegliare un “gigante addormentato”. Intervista di Ilaria Norsa. Foto Sean Michael Beolchini

Ciao Gilles, immagino che avrai fatto molte interviste ultimamente, vero? Sì, un bel po'... Il motivo di tanto interesse d'altra parte è sotto gli occhi di tutti: sei appena stato nominato presidente di Lee International... Sì, in carica dal primo Dicembre scorso. Come la vivi? Sono entusiasta ed emozionato. Tuttavia non è stata una decisione facile per me, ma amo questo marchio, ci sono molte cose da fare e non ne vedo l'ora! Prima di assumere questo incarico eri il presidente di Eastpak... Sono stato vice presidente internazionale di Eastpack, Jansport, Kipling&Kipling per un po'. Poi nel 2005 quando il gruppo è stato riorganizzato per brand mi hanno proposto di diventare presidente globale di Eastpak, e lo sono stato per 5 anni. Mi occupavo di tutto, dal design, al prodotto, marketing, qualsiasi cosa... Dove vivi attualmente?

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A Bressol, quando sono a casa... E immagino non ci sarai molto! Quali sono i tuoi piani per lo sviluppo di Lee dal punto di vista di marketing, strategia e immagine? Ho dei piani grandiosi! La mia prima missione è quella di ri-considerare Lee nell'ottica del suo DNA: analizzare i suoi punti di forza e poi renderli contemporanei, mantenendo comunque un profondo rispetto per le radici. Detto ciò bisogna impostare una direzione ferma per il futuro inteso come i prossimi 5-10 anni. L'obiettivo dunque è coniugare due aspetti importantissimi come tradizione e innovazione? Esattamente. Lee d'altra parte è sempre stata sinonimo d'innovazione: sapevi che sono stati i primi a mettere la zip sui jeans?  Wow, no in effetti! O i primi a realizzare un taglio slim-fit per i cowboy urbani? O ancora i primi  ad “uscirsene” con giacche jeans slim-fit? Ecco, ora vogliamo fare la stessa cosa ma con uno stile

contemporaneo, migliore, ed un fit più intelligente. E' proprio ciò su cui ci stiamo concentrando, rispettando naturalmente le tradizioni dei jeans a 5 tasche. E' un azienda con un grande potenziale... E' un gigante addormentato e noi lo stiamo svegliando! In cosa credi che Lee sia diverso dagli altri marchi di denim? Su cosa vuoi puntare per differenziarlo da suoi competitors?  Penso che il mercato voglia tornare alla vita reale, ai marchi più tradizionali, quelli che hanno una loro legittimità. E se cerchi un denim “puro”, non ci sono tanti brand che abbiano una storia come  la nostra. Naturalmente Levi's è il numero uno, ha tutto il mio rispetto, ma subito dopo c'è Lee. E' Lee che ha portato l'innovazione. Penso che il mercato stia andando in questa direzione, quindi non dobbiamo reinventare nulla, dobbiamo solo sfruttare il nostro enorme potenziale rendendolo contemporaneo! Non


sono in grado di leggere nella sfera di cristallo, ma credo che il mercato dopo 10 anni in cui è stato eccentrico, abbia voglia di tornare a ciò che considera reale perché è proprio quello che porta un valore aggiunto al denaro che viene speso. Io non vedo molti marchi con questo potenziale, siamo probabilmente 4-5, e noi siamo di certo i maggiori insieme a Levi's. I trend passano, noi non dobbiamo fare altro che rimanere fedeli a chi siamo. Quindi questo è anche il significato di una scelta come quella di partecipare a quest'edizione del Bread&Butter presentando solo due linee, tra l'altro le due più tradizionali?  Sì. Le due collezioni che abbiamo deciso di portare qui rappresentano il nostro patrimonio. Archives è una collezione di pezzi vintage presi dal nostro archivio storico e replicati in Giappone con la massima cura. La linea 101 invece è la trasfigurazione contemporanea di questi archivi, e ben rappresenta il vero volto di Lee. Vogliamo far rivivere lo spirito originale del marchio in tutte le collezioni adattandolo e rendendolo contemporaneo grazie all'utilizzo di materiali di qualità. Questo avviene anche per i modelli più basici e nel futuro di Lee tutto questo si accompagnerà a un fit migliore e più intelligente. Mi dicevi che state producendo i campionari di Lee Archives in Giappone. Perchè? Avremmo potuto produrre negli Stati Uniti, ma in Giappone il marchio è in licenza, e lì hanno comprato tutti i macchinari originali ed hanno già anche tutte le nozioni... Sai, questi giapponesi sono veramente ossessionati dai dettagli! Se vogliono cucire come si faceva negli anni '40, loro  trovano il macchinario degli anni '40, lo riparano e poi ci cuciono. Hanno tutte le attrezzature e le conoscenze per farlo, ecco perché stiamo producendo lì! In generale come vedi la situazione del mercato dopo la crisi che lo ha colpito? Abbiamo attraversato due anni di crisi, anni in cui tutti hanno giocato a fare i pompieri, estinguendo il fuoco ovunque. E' stato un disastro: abbiamo avuto dei partners che sono andati in bancarotta e anche noi abbiamo perso degli affari. E' stata dura e lo è tuttora, ma credo proprio sia il momento di tirarsi su. Con questa crisi si sono fermati tutti gli investimenti e perfino i consumatori si son chiesti se fosse meglio mettere i soldi in banca o meno... Beh, ora penso che dopo due anni il mondo non si sia fermato e che tutti vogliano andare avanti anche attraverso le difficoltà. Noi dobbiamo mostrarci ottimisti: la crisi c'è, è vero, non è ancora terminata ma se non agiamo non ne usciremo mai! Forse è solo una mia sensazione, ma se guardo indietro di sei mesi le cose sono già diverse... anche qui al BBB c'è una vibrazione migliore! Non sono venuta alla scorsa edizione, ma sono rimasta favorevolmente colpita dall'atmosfera che si respira a questa! Sai, sei mesi fa chiunque incontrassi mi diceva frasi come: “è troppo dura” o “ho troppi pensieri”, ora invece sento che è arrivato il

momento di buttarci tutto alle spalle. Sento una nuova energia e sono certo che anche il consumatore reagirà allo stesso modo.  Che ruolo ha per voi l'Asia col suo mercato? Hai in mente di espandere il vostro giro di affari anche lì?  Certo! E' un mercato che riteniamo particolarmente importante. Il marchio Lee è già conosciuto in tutta l'Asia, ma la Cina è un mercato fondamentale per noi. Pensa che Lee è stato uno dei primi marchi americani ad aprire in Cina circa 15 anni fa! Abbiamo ottime strategie per conquistare quel mercato, aprendo negozi monomarca o creando specifiche collezioni (sai le misure lì possono essere diverse...). L'Asia dunque è un nostro grande obiettivo! Al BBB avete scelto di posizionarvi all'interno della nuovissima area "L.O.C.K" (Labels Of Common Kin) invece che nella classica Denim Hall. Anche questa scelta sembra tutt'altro che casuale dal momento che si tratta di una sezione consacrata alla tradizione, qualità e autenticità... In effetti, volendo riconsiderare l'immagine di

Lee, inizialmente avevo pensato di non prendere parte a questa edizione della fiera per dare un vero "stacco" prima dell'inversione di tendenza. Tuttavia Karl-Heinz (Muller, presidente del Bread & Butter N.d.R.) mi ha chiamato e mi ha spiegato lo spirito di questa nuova iniziativa e poichè esso incarnava perfettamente quello della nuova linea 101, pronta proprio in quei giorni, nel giro di 24 ore abbiamo deciso di partecipare. Partecipare in questa nuova veste è stata dunque una decisione presa all'ultimo ma che è risultata vincente. Il BBB è un'ottima scusa per venire a Berlino di tanto in tanto... ti piace questa città? Cosa sei riuscito a fare in questi giorni, impegni permettendo? Mi piace molto Berlino ma il problema è che viaggio troppo, e purtroppo finisco per scordarmi i nomi dei posti in cui vado! Mi piace Kronemberg, che è esplosiva, e poi vado sempre al White Trash, uno dei miei bar preferiti qui! Sì, ci sono stata anch'io, è figo e fa hamburger da competizione! 

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Intervista a Adrien Haddad di Ilaria Norsa. Foto Sean Michael Beolchini

Nato cinque anni fa come marchio di gioielli-street, il brand di Adrien Haddad - professione “pioniere del nuovo lusso” -, ha cambiato pelle un paio di anni or sono con una sola missione: sfatare il mito per cui street wear e lusso sono incompatibili. Perché se il primo è al di sopra di qualsiasi cultura e pregiudizio, il secondo non è altro che un concetto legato alla qualità, lavorazione e scelta di materiali pregiati. Il ragionamento, in effetti, non fa una piega, ma sarebbe bastato molto meno per convincerci lo scorso gennaio quando - nel tempio dello street wear - ci siamo imbattuti in un giovanissimo ed entusiasta parigino e nella sua accattivante creatura: l’haute couture delle giacche di pelle.

Ciao Adrien, presentati e dicci perchè sei al Bread & Butter: Ho 26 anni, quasi 27, e vengo da Parigi. Sono qui per presentare la nuova collezione di HOON, il mio marchio.  Di cosa si tratta? Ho iniziato facendo bijoux con questo nome 5 anni fa. I bijoux hanno avuto un grande successo, ma io ho sempre sentito l’esigenza di fare anche qualcos’altro: desideravo creare un prodotto di lusso nell’ambito della pelletteria. Così un paio di anni fa ho cominciato a lavorare la pelle e ho creato una piccola linea di giacche che sta andando molto bene.  66 PIG MAGAZINE

Quali sono le caratteristiche di queste stupende giacche? La nostra è una produzione molto piccola a curata: le giacche sono fatte a mano a Parigi e sono prodotti unici che per lo più realizziamo su misura. Inoltre, fornitori, materiali e laboratori sono rigorosamente francesi. La vostra città dunque a molto a che fare con il marchio... rappresenta una sorta d’ispirazione? Sì, Parigi ha una grande tradizione per quanto riguarda la lavorazione della pelle (come avviene da voi con le scarpe) ed è la patria dell’Haute Couture: questo per noi rappresenta un importante valore aggiunto.

Avete un negozio tutto vostro o vi appoggiate ad altri store? No, abbiamo uno showroom a Parigi e le persone vengono a trovarci lì per farsi fare una giacca su misura o per fare un ordine. Tuttavia abbiamo un sacco di clienti in giro per il mondo, soprattutto a Los Angeles dove abbiamo un agente. Per il resto ci appoggiamo ad alcuni negozi, ma è la prima volta che presentiamo la nostra collezione al pubblico... Solo recentemente infatti abbiamo deciso di espandere la nostra distribuzione e stiamo lavorando per questo. Come sta andando qui al Bread & Butter? Veramente bene! Il riscontro è ottimo,


abbiamo conosciuto un sacco di persone interessanti e incontrato quelle che desideravamo incontrare. Bene! Il vostro prodotto non è però leggermente più alto rispetto al target dei marchi esposti qui in fiera, che - fatta eccezione per quelli dell’area Lock - sono tutti molto “street”? Sì, in effetti il nostro è un prodotto davvero di lusso: come ti dicevo è prodotto a Parigi, nello stesso laboratorio che confeziona anche la pelletteria di Balmain, Azzedine Alaia e Jitrois...la qualità quindi è davvero molto alta! Tuttavia siamo riusciti a fissare degli appuntamenti qui prima di venire, così le cose stanno andando molto bene! Qual è il segreto del vostro successo? Non siamo un grosso marchio, non abbiamo la potenza di una maison come Luis Vuitton, ma non dovendo far pagare “il nome”cerchiamo di offrire una qualità altrettanto alta con un prezzo più contenuto. Ed è proprio l’ottimo rapporto qualità-prezzo dei nostri capi il nostro punto di forza. E poi mettiamo un’estrema attenzione nella produzione: la pelle ad esempio è scelta pezzo per pezzo con grande cura. In questo modo riusciamo a far felice i nostri clienti ed estimatori! Si vede che la qualità è straordinaria... Quanto costano più o meno? Hanno un prezzo che varia da 750 a 1800 euro al pubblico. Il prezzo medio diciamo che è di 1300 euro.  Cosa ti ha spinto a passare dalla gioielleria alla pelleteria? Il realtà l’obiettivo sin da principio era quello di creare qualcosa al di là della gioielleria, ma abbiamo deciso di partire così per creare il nostro posto all’interno del marcato: era più facile posizionarsi con un prodotto di lusso di questo tipo e, in generale, quando lanci un brand è più facile farlo proponendo qualcosa di molto speciale, come appunto erano i nostri gioielli. Sai, quando abbiamo cominciato, 5 anni fa, eravamo nel pieno del boom del bling bling: noi non abbiamo fatto altro che creare un prodotto che avesse i medesimi riferimenti ma con una qualità molto più alta. I gioielli erano realizzati da Arthus-Bertrand (un famoso e rinomato laboratorio parigino produttore dal 1801 a cui si appoggiano anche Dior, Vuitton e Chanel): erano veri e propri prodotti di lusso, ma allo stesso tempo avevano un tocco street e l’estetica tipica del bling bling. Tutto in uno! Quindi erano gioielli erano realizzati in oro e argento? Sì, sì. E prodotti sempre rigorosamente a Parigi. Come ti dicevo teniamo molto a quest’aspetto.

Continuate tuttora a produrre dei pezzi o avete interrotto del tutto la produzione? No, continuiamo, ma si tratta solo di una mezza collezione... E cosa mi puoi dire riguardo alle cuffie da dj che vedo esposte insieme alla collezione di giacche? Si tratta di un co-branding con un marchio francese chiamato “The Perfect Unison”: sono state realizzate in legno e pelle di pitone presso un famoso laboratorio parigino e sono un’edizione speciale per Colette (infatti noi qui non le vendiamo, le esponiamo solamente). Anche le giacche sono vendute da Colette a Parigi? Sì, alcuni pezzi sì. E poi a LA in un negozio che si chiama Maxfield. Hai avuto modo di dare un’occhiata in fiera in questi giorni? C’è qualcosa di interessante in giro dal tuo punto di vista? Mah, in realtà ci sono tanti marchi diversi ma niente di sorprendente... sono tutti marchi conosciuti.

L’area in cui vi hanno messi però è davvero fantastica! Sembra una casa abbandonata.... Sì è una figata, anche se i gli altri brand sono piuttosto diversi da noi, ma comunque interessanti. E a Berlino come ti trovi? E’ la prima volta che ci vieni?  Oh sì amo Berlino! E’ la prima volta che ci vengo ma già la amo! Cos’hai fatto di bello? Un sacco di cose e anche qualche party divertente! Ieri sono stato a quello per il lancio di un libro e non è stato niente male, mentre mercoledì a quello di Nike che era organizzato da gente che conoscevo, tra cui la Pigalle Crew, ed è stato super divertente! Progetti per il futuro? Espandere la nostra distribuzione e aprire un negozio a Parigi intorno a SettembreOttobre. In bocca al lupo! www.hoon-paris.com

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Kehinde Wiley PIG Magazine for PUMA

Intervista di Giovanni Cervi

Nel gelido inverno berlinese è quasi uno shock termico incontrare Kehinde Wiley e parlare di cultura afro, Nigeria e dei prossimi mondiali di calcio sudafricani. (diciannovesima edizione, dall’11 giugno all’11 luglio). Siamo al Bread & Butter e Kehinde è qui per presentare la collezione primavera/estate 2010 di PUMA, della quale ha curato i pattern grafici. L’artista americano è una delle giovani promesse dell’arte d’oltreoceano. Il suo stile è definito “urban”, nella sua pittura lega motivi grafici, colori forti e ritratti di persone quasi sempre scelte in strada, messe in pose che richiamano i capolavori dell’arte passata. Kehinde cerca di trasportare su tela la cultura afroamericana di oggi, un mondo complesso e per molti versi sconosciuto, che va ben oltre lo star system hip hop che tutti abbiamo ogni giorno sotto agli occhi. La convocazione di Kehinde nel team creativo PUMA è stata un modo semplice ed efficace per unire i mondi dello sport e dell’arte al continente Africano. PUMA infatti sponsorizza 12 nazionali di calico africane e, in vista dei prossimi mondiali, ha deciso di allargare il campo attraverso prodotti lifestyle, ecologia e arte. La nuova collezione PUMA Africa è incentrata sulle grafiche di Kehinde su prodotti di abbigliamento, accessori e calzature. L’Africa Unity Kit è invece la terza divisa delle nazionali vestite da PUMA, attraverso le sue vendite si sosterrà il programma Play for Life, teso a salvare la biodiversità in un continente che ha più specie a rischio che simulazioni nelle aree di rigore del nostro campionato. Il terzo passaggio sono i ritratti che Wiley ha fatto agli ambasciatori del calcio africano, Samuel Etò del Camerun, John Mensah del Ghana e Emmanuel Eboué della Costa d’Avorio, che saranno visibili al PUMA Lifestyle Showroom a Milano durante il Salone del Mobile, dal 14 al 19 aprile. Penso sia una scelta coraggiosa quella di PUMA, parlare di Africa oggi significa anche parlare, seppur di riflesso, di povertà, di guerre, di fame, di sfruttamento delle risorse ed ecologia. Al contempo è fare un tributo a un continente che è stato una delle culle della nostra civiltà, che ha una colorata vitalità e passionalità. Benvenga l’unione di mondi così apparentemente lontani, la scelta di unire moda e profondità sociale ed ecologica, l’uso di colori in un pianeta sempre più grigio. Prepariamoci a una primavera cromaticamente esplosiva nel segno di PUMA e Kehinde.

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Ciao Kehinde, ci puoi dire come è iniziata la tua collaborazione con PUMA? E' tutto nato tramite il dolore che emerge dalla black american street culture ed è al centro di quello che faccio come artista. Viaggiando per il mondo ho iniziato ad interessarmi di decorazioni. Ho fatto un progetto di decorazione di vasi cinesi quando ero a Pechino, poi ho fatto progetti in Africa, in Senegal, in Nigeria.. lì ho usato dei tessuti. Ero interessato al mondo tessile e a usarlo sulle mie cose, delle pellicce colorate ad esempio, mixate con un tocco africano. Era una cosa tra me e i miei amici più che altro. Alcuni brand mi hanno avvicinato interessati, ma ho scelto PUMA per la sua idea di fare questa celebrazione della coppa del mondo ci calcio che sarà in Sud Africa, incentrata sul continente africano, sui suoi colori, sulle decorazioni e sulla natura. E quindi? Questa collaborazione è stata come un labo70 PIG MAGAZINE

ratorio e si è sviluppata in modo naturale. E' stato bellissimo, anche perché ho avuto l'occasione di tornare in Nigeria, dove mio padre è nato, in Camerun, in Ghana in Costa d'Avorio.. è anche stato strano, ho incontrato tutte queste star del calcio, immerse nel loro mondo e io che immaginavo a cosa dipingere e a come usare le influenze della scultura della costa occidentale africana. Volevo allontanarmi dal dare la solita immagine negativa dell'Africa, la fame, la guerra... sono molto orgoglioso di avere il mio studio in Senegal in questo momento storico, tutto il mondo avrà gli occhi puntati sull'Africa per la prossima coppa del mondo. Che direzioni hai preso per questo progetto con PUMA? E' stato molto personale. Lavoravo con questo ragazzo di PUMA che è venuto nel mio studio, siamo stati in giro tutto un giorno scambiandoci idee, divertendoci. Ha visto le mie vecchie cose ed è stato un po' come "fai quello che

vuoi". Sono molto orgoglioso di questo lavoro. Abbiamo lavorato fianco a fianco, in modo molto rilassato. Non come alcuni artisti che fanno fare il lavoro ad altri e mettono solo la firma, a volte succede... Sì, succede, non mi piace quella situazione. Sai, io ho solo una carriera ed è stato cool. I designer erano veramente tranquilli e abbiamo fatto il lavoro serenamente. Addentriamoci di più nella tua arte, che tipo di gente preferisci ritrarre? Sono di Los Angeles e poi mi sono trasferito a New York, avevo il mio studio a Harlem. Sulla west coast vanno tutti in macchina, qui è molto più a portata d’uomo, pedonale. Ti capita una sera di vedere un video e il giorno dopo incontri quelli che l'hanno fatto. Da artista è molto più interessante qui, anche la temperatura e la pulsione che c'è in questa città. Cerco i modelli per strada, faccio street casting e non cerco dei modelli professionisti o di classe, cerco la personalità, anche eccessiva. E' come essere in uno stato di grazia ritrarli, hai risposte così diverse... quando ritraggo afroamericani nel mondo, come ho fatto in Brazile ad esempio, ho notato che non hanno l'aspetativa di diventare star che c'è qui. Le risposte, e i miei quadri, variano in base alle persone. Non so cosa sia, forse una questione di feeling. Forse è un fenomeno sociale qui. Non so. Mi piace ritrarre come si vestono, come si atteggiano, a volte con le luci e il lucidalabbra e il make up.. come fosse un gioco di ruolo. Quello che faccio con i miei quadri è ritrarre l'oggi, l'attualità. Che colore preferisci? Ogni colore ha il suo potenziale. Ricordo che quando studiavo Mel Bochner, il padre dell'arte concettuale, aveva una seria incentrara sul giallo, io non riesco a privilegiare un colore. Non ho mai fatto un quadro giallo, non funziona con me. Anche se in verità ci ho provato! Quindi vai a istinto puro? Penso proprio di sì. In questo progetto una delle cose che volevo fare è reagire alla terra africana, al suolo, che in alcune zone è rosso, sembra realmente una terra di sangue, profondo rosso. E' assurdo e nelle foto o nei video non si riesce a catturarlo perfettamete, ho cercato di svelarlo nei quadri. Dove hai il tuo studio? Ne ho uno a Dakar, uno a Pechino e uno a Brooklyn. Dove passi più tempo? Penso a New York, e poi divido il resto del tempo tra gli altri due. A Pechino è dura, è così lontano. Tre posti molto diversi. Sì, uno dei miei obiettivi è trovare qualche bel posto in Europa. Dove andresti? Non so, è dura. Mi attrae il calore del Sud Italia, ma non so se poi porterei a termine i lavori! Forse dovrei scegliere un altro posto. E il tuo studio di Brooklyn com'è?


Immagini di repertorio scattate dal team creativo PUMA Africa Lifestyle. Kehinde Wiley è tornato a respirare i sapori e a farsi trasportare dai colori della sua terra natia per la realizzazione della collezione.

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“Unity”, 2009. Work in progress.

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“Unity”. L’opera che Kehinde ha realizzato per il tour mondiale con PUMA. I calciatori raffigurati in questo quadro sono Samuel Etò del Camerun, John Mensah del Ghana ed Emmanuel Ebouè della Costa d’Avorio. L’opera sarà in mostra al PUMA Lifestyle showroom di Milano durante il salone del mobile dal 14 al 19 aprile.

Ho uno spazio veramente bello a Greenpoint, un vecchio seminario con grandi scalinate, archi sulle porte, una grande vista. Veramente bellissimo. Ora ti dico qualche keword, dimmi cosa ti fanno venire in mente: Dollari: Dimensione Arte: Uhm... punto interrogativo. Amore: Distruzione Universo: Figura Dio: (pensa a lungo) Rotto Morte: Separazione C'è un animale nel quale ti piacerebbe reincarnarti? (ride) Non me l'hanno mai chiesto prima! Voglio essere un unicorno! (applausi e risa)

Cosa fai quando ti manca l'ispirazione? In realtà ho più idee che tempo. Quello che faccio è prendere appunti su dei quaderni. sono zeppi di idee che a volte mi sorprendono e non mi fanno mai annoiare. Ascolti musica? Sì, lo faccio, dipingere nel mio studio mi dà l'occasione di creare la giusta atmosfera col giusto tappeto sonoro. Ascolto molto Hip Hop, musica elettronica... Fisherspooner, M.I.A., Santigold, che è la mia preferita e ha suonato anche a Miami Basel. Cosa conta di più nel mondo dell'arte: attitudine, talento, tecnica? Penso che ci siano molte persone che non sono in grado di navigare nel mondo dell'arte nel suo complesso, mancano dell'elemento fondamentale della comunicazione, della relazione interpersonale. In molti quando si apre una porta, quando hanno un'occasione non riescono a sfruttarla perché non sono pronti. Io ho sempre avuto l'attitudine a farmi il culo

nel lavoro nella speranza che qualcosa potesse accadere. Sei anche un collezionista? Sì, lo sono. Più che altro faccio scambi con altri artisti, è una delle cose belle nell'avere amici creativi. Chi segui ora nell'arte contemporanea? Ahm, mi piace molto Mickalene Thomas. E' di Brooklyn, bravissima. E cosa farai dopo Berlino? Ad esempio la prima cosa che farai quando tornerai a Pechino? Uhm, penso che ordinerò uno del loro folli drink freddi e poi ordinerò del cibo cinese, che mi piace molto, a caso. Se tu potessi lasciare un messaggio alla segreteria di Dio cosa diresti dopo il Bip? Questa è la segreteria di Dio e io dovrei lasciare un messaggio??? (ride) E' dura, veramente dura! Direi "a cosa stai pensando?" Richiama quando hai fatto! www.puma.com

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jj Intervista di Marco Lombardo. Foto di Mathias Sterner

I jj incarnano alla perfezione il misterioso passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Si muovono in quella terra di nessuno, tra malinconia e speranza, dove il tempo disegna le forme di ciò che saremo mentre stiamo facendo i conti con il passato. Hanno ventanni e vivono a Goteborg, Svezia. In pochi mesi sono passati dai loro letti stropicciati e carichi di umori giovanili alle pagine dei siti e delle riviste musicali più influenti. Sono bastati un singolo, “Nº 1”, e un album, “Nº 2”, di appena 27 minuti, per gridare al miracolo. Il 9 Marzo la Secretely Canadian pubblicherà l’attesissimo seguito, “Nº 3”. Allora la trasformazione di queste due giovani crisalidi sarà irreversibile. E numericamente sempre più quantificabile… Sfuggenti al punto di essere impalpabili, hanno scatenato nella blogosfera una curiosità quasi morbosa, riconducibile a una semplice, atavica, domanda: chi sono i jj? In esclusiva, forse per la prima volta in assoluto, Joakim e Elin, si sono messi a nudo. Siamo orgogliosi che lo abbiano fatto per PIG.

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Non riesco a crederci. Dopo tanti mesi, e numerosi tentativi andati a vuoto, sono in procinto di svelare i misteri legati a una delle band più sfuggenti che mi sia mai capitato d’incontrare. I jj sono il gruppo che ho ascoltato e seguito di più da Marzo 2009 quando, sul sito della Sincerely Yours, incrociai il video di My swag, my life: il primo, sorprendente, vagito di una creatura inafferrabile e dolcissima. Colto da un’emozione tutta nuova e cibernetica sono andato in fibrillazione la notte in cui ho ricevuto una mail senza oggetto ma dall’inequivocabile mittente, i jj appunto. Ho capito subito: l’attesa era finita. Il momento delle risposte a tutte le mie domande finalmente arrivato. E’ stato come trovarsi di fronte all’ultima puntata di Lost, prima di chiunque altro. Senza il temuto amaro in bocca di un finale deludente… Mi auguro sia la stessa cosa anche per la serie di JJ Abrams.. (Ecco che ritornano quelle iniziali). Domanda atavica e primordiale. Chi sono i jj? Joakim ed Elin. Siete un duo quindi, me lo confermi? J: Sì. La maggior parte del tempo. Quanti anni avete? J: 22 E: 21 Dove siete nati? In Svezia. Dove vivete? Svezia. Goteborg. Come vi siete conosciuti? J: Avevamo alcuni amici in comune. Ci siamo incontrati all’età di 15 anni a Vallentuna. (Piccola cittadina vicino a Stoccolma). Vi ricordate cosa avete pensato l’uno dell’altro la prima volta che vi siete incrociati? J: No. Credo che Elin odiasse il mio carattere spavaldo. Da quanto tempo siete una band? J: Quasi 4 anni. JJ. Perché questo nome? J: Sta per “Joakim och Jag”. Vuol dire Joakim ed io, in svedese. Cosa vi ha spinto a dare vita ai jj? J: Qualcosa dall’Alto. Credo. Anzi, ne sono sicuro. Sin dalla prima apparizione sul sito delle Sincerely Yours vi siete contraddistinti per la vostra enigmaticità. Avete alimentato un alone di mistero che nel corso dei mesi ha contagiato la blogosfera. Nessuna foto. Nessuna intervista. Nessuna informazione. Perché questa scelta? E’ stata una mossa di marketing per attirare ancora più attenzione? J: Non abbiamo deciso di nasconderci deliberatamente. Come potremmo? Al contrario. Abbiamo cercato, sin dall’inizio, di svelare tutto di noi. Abbiamo raccontato i nostri 76 PIG MAGAZINE

segreti più reconditi, cercato di realizzare pubblicamente i nostri sogni. Sono apparso praticamente nudo sulla copertina di Nº 1, il primo singolo dei jj. In video mi sono mostrato mentre bevevo, fumavo, infrangevo la legge. E’ difficile capire perché la gente ci consideri misteriosi. Forse perché non facciamo interviste? Sì che le facciamo. Forse perché non compariamo in fotografia? Facciamo anche quelle… Questa imperscrutabilità però si riverbera anche nella scelta dei titoli dei vostri lavori discografici, affidata ad una semplice numerazione progressiva. Non trovi? J: Le donne mentono. Gli uomini mentono. I numeri no. Cosa trovate di attraente nel mistero? J: Tutto. Cosa state cercando davvero? J: Una pace reale. Un amore reale. Una comprensione reale. Riuscite a vivere solo di musica? J: Ce la caviamo, grazie anche all’aiuto di qualche amico. I jj sono la sintesi di due menti indipendenti o l’incontro di due anime gemelle? J: I jj nascono dallo stesso istinto. Proveniente da due persone diversissime tra loro. Chi si occupa di tutti gli artwork? J: I ragazzi della Sincerely Yours. Perché una foglia di marijuana sulla cover del vostro album d’esordio Nº 2? J: “Cause we smoke that kush, and we ball like swoosh” (citazione dal brano Kush di Lil’ Wayne). Su tutte le copertine dei vostri dischi ci sono delle macchie di sangue. Perché? J: Volevo accostare alla musica un qualcosa di fisico, che appartenesse soltanto a me: il mio sangue. E’ vero che avete scritto entrambi gli album N º 2 e Nº 3 a Malaga? J: Non interamente. Solo sette di quei brani sono finiti su disco. Ne sono rimasti fuori una ventina. Le canzoni sono state composte tutte nello stesso arco di tempo? J: Sì. Tra Malaga e la Svezia. Cosa vi ha spinto sino in Spagna? J: Il mare, il sole, il socialismo. E la Liga ovviamente… In che modo avete deciso quale album e quali canzoni pubblicare prima? J: Siamo stati aiutati dalla Sincerely Yours. Quali sono le principali differenze tra il vostro disco d’esordio e quello nuovo (in uscita su Secretely Canadian il 9 marzo)? J: Non li ho mai analizzati da questa prospettiva. Non riuscirei mai. Quanto siete cambiati come artisti e come persone in tutti questi mesi? J: A volte penso di essere diventato meno emotivo… Anche se non lo credo davvero. Da quando ci sono i jj concedo pubblicamen-

te tutto me stesso. E’ uno sforzo enorme. Anzi probabilmente sono ancora più sensibile. Con il passare del tempo ho compreso la portata delle mie azioni, di ciò che scrivo. Mi sento ancora più vulnerabile. Continuo ad andare avanti però. Ho deciso di immolarmi per il bene del genere umano. Quanto è cambiata la vostra musica? J: Molto, credo sia inevitabile. D’altronde sono stato io il primo a cambiare. E’ un riflesso. Al momento la musica è tutto ciò che sono, la concepisco come l’ impronta dell’anima di una persona. Il mio spirito è rimasto puro. La musica avrà sempre questo significato per me. Indipendentemente da come si evolverà il suono. Quando avete iniziato a comporre Nº 3 avevate qualche obiettivo specifico in mente? J: Sì. Raccogliere dieci canzoni che fossero adattate a fare parte di quell’album. Poi registrarle e renderle reali. Mi descrivi una giornata tipo dei jj? J: Colazione, studio, dormire. Quanto della tua vita privata entra a far parte delle canzoni che scrivi? J: Troppo secondo la mia ragazza. Non abbastanza per me. Come siete finiti a pubblicare per la Sincerely Yours, l’etichetta dei The Tough Alliance? J: I TTA sanno essere molto convincenti. Come vi siete conosciuti? Quando? J: La prima volta attraverso la loro musica. Di persona: al party di lancio del disco A Master of Ceremonies di Joel Alme. Cosa significano per voi i The Tough Alliance? J: Tutto. A causa della scarsità d’informazioni su di voi, molti, me compreso, pensavano che i jj fossero un side-project dei TTA. Che tipo di relazione avete con loro? J: Strettamente di lavoro. Avete mai lavorato in studio tutti insieme? J: Sì. Li incontrate spesso? J: Più che possiamo. Siete amici con gli Air France (incidono per SY)? J: Sì. Vi capita mai di frequentarvi tutti insieme? J: Sì. Cosa ne pensate di loro e della loro musica? J: Sono persone molto tenere, visionarie, amabili. Lentissime nel comporre musica, anche se lo fanno in un modo unico e personalissimo. Un aspetto che tutti gli artisti della Sincerely Yours sembrano condividere è un’atmosfera riconducibile all’estate. Quale credi sia il motivo? J: Non ne ho idea. Anche perché non sono d’accordo. Vi sentite parte di una scena precisa, nata


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nella città di Goteborg? J: No. Siete legati a qualche altro gruppo di Goteborg, che non fa parte del rooster della Sincerely Yours? J: Non una band ma un artista. Si chiama Fredrik, scrive delle canzoni straordinarie. Adoro il suono della sua chitarra. Siete fan sfegatati di Zlatan Ibrahimovic. In Nº 3 gli avete dedicato due canzoni: Voi parlate io gioco e Into the light. Come mai? Cosa significa per voi? J: E’ difficile da descrivere. Devi provarlo sulla tua pelle per capire. Lui è al di là di questo mondo. Vederlo giocare mi spinge a fare cose straordinarie. Mi ispira a diventare un uomo migliore. Posso vivere con l’energia trasmessa da Zlatan per giorni interi. Lo amo con tutto il cuore. A volte sono confuso. Penso che questa adorazione nei suoi confronti sia esagerata, immotivata. Ma dentro di me so che è una delle passioni più pure di tutte la mia vita. Avete un vero e proprio studio? J: Cosa vuol dire “vero e proprio” per te? Quali sono gli equilibri tra te e Elin quando scrivete musica. Chi fa cosa? J: Spingiamo il tasto record e facciamo quello che ci sentiamo al momento. Elin canta, io schiaccio i bottoni giusti. Che tipo di software e apparecchiature usate? J: Molte chitarre, vari suoni di piano, Garage Band e del liquore. Da dove arrivano le vostre canzoni? J: Dall’Alto… Qual è lo stato d’animo che vi rende più creativi? J: Tutti e nessuno in particolare. Non puoi collegare i nostri brani a una singola emozione. Tutto ciò che proviamo in qualche modo diventa musica… Cosa ispira i testi delle tue canzoni? J: La vita in generale. Come descriveresti la tua musica a qualcuno che non l’ha mai ascoltata prima? J: Vita. Ti ricordi la prima traccia che avete scritto come jj? J: Certo. Il titolo? J: Si chiama Despise, mai pubblicata. Con che musica siete cresciuti? J: Ebba Grön, Rage Against the Machine, Backstreet Boys, Nirvana. Quale artista contemporaneo sentite particolarmente affine? J: Ceo, Lil’ Wayne. Cosa state ascoltando al momento? J: Tutti i brani su cui stiamo lavorando. Ai vostri genitori piace la musica dei jj? J: No. L’adorano. E ci amano. Quando è stata l’ultima volta che li hai sentiti? Di cosa avete parlato?

J: Stasera. Mi hanno raccontato di un pescatore italiano abituato a grigliare le anguille. Poi mi hanno ricordato di spalare la neve di fronte al mio porticato. Preferiresti la musica dei jj come colonna sonora di una rivoluzione sociale o una privata? J: Una rivoluzione privata è una rivoluzione sociale. La musica può davvero cambiare la vita di una persona? J: Sì. A me capita in continuazione. Quale canzone in particolare ha cambiato la tua? J: Troppe, difficile sceglierne una. Qual è il tuo album preferito del 2009? J: Tank me later di The Dream. Per quale traccia ti piacerebbe essere ricordato? J: Nessuna in particolare. Come vi è venuta l’idea di un brano come Ecstasy? J: Non saprei. Ho chiesto ad Elin di cantare la frase “When I’m in the club” sopra a Lollipop di Lil’ Wayne, ed ecco il miracolo. Per caso sapete cosa ne pensa Lil’ di quella rivisitazione? J: No, ma muoio dalla curiosità di scoprirlo. Gli avete mai parlato? J: No, solo in sogno. Ma alla fine muore sempre. Scary! In che modo l’Hip-Hop e il nuovo R&B americano vi hanno influenzato? J: Nello stesso modo in cui ci ha influenzato tutto il resto. La cover Troublemaker di Akon è semplicemente fantastica. La ascolto per ore senza mai stufarmene. Quando e come avete deciso di fare vostra quella canzone? J: Mi fa molto piacere sentirtelo dire. Capita anche a me la stessa cosa. Freedom è l’unico album che abbiamo ascoltato durante la nostra permanenza a Malaga, insieme a 808’s and Heatbreak di Kanye West. Ne adoriamo ogni singola parte. Un giorno, mentre cercavo alcuni campioni, ho trovato sul computer di Elin questa registrazione e me ne sono completamente innamorato. Non me la aveva mai fatta sentire. Non la convinceva del tutto. A quel punto ho fatto un video mentre la interpretava in studio e l’ho messo online per farglielo vedere, così è diventato una sorta di clip per Troublemaker. Qualche giorno dopo l’ho cancellato… Volevo condividere, anche solo per poco, quel momento. Il mondo ha bisogno di ascoltare una voce come quella di Elin. La vostra interpretazione di Intro degli xx sul teaser audio 5 minuter med jj è davvero impressionante. Quanto tempo avete speso su quel minimix promozionale? Come vi è venuta l’idea di coverizzare gli xx? J: E’ difficile quantificare le ore impiegate.

Mi sembra che il tempo non esista neanche quando siamo in studio. Adoriamo gli xx, in particolare quella canzone. Ero convinto che con la voce di Elin sopra l’avrei amata ancora di più… Come si chiama il brano di apertura di quel mixtape per il web? J: I’m so paid. E’ un inedito che non abbiamo ancora pubblicato. Dobbiamo aspettarci qualche nuova cover in futuro? Qualche anticipazione? J: Ne abbiamo registrate almeno una decina. Non ricordo i titoli in questo momento. Sono tutte molto semplici, minimali, ma allo stesso tempo tremendamente significative. Il brano My way, apparso di recente in rete come appetizer di Nº 3, è di nuovo una cover di Lil’ Wayne? Perché non è finito sul disco? J: No, non è una cover. Ho semplicemente rubato uno dei suoi versi. La versione originale senza i campioni di Lil’ verrà pubblicata al più presto. Vi siete anche cimentati nell’arte del remix. Ne avete realizzato uno fantastico per Bed for mig di Avner, un artista di casa Sincerely Yours. C’è qualcuno in particolare da cui vorreste farvi remixare? J: Eric dei The Tough Alliance mi ha fatto la stessa domanda qualche giorno fa. Ma non ho saputo rispondere. Qualche suggerimento? Chi sceglieresti? Panda Bear? Scott Torch? Basshunter? C’è qualche artista in particolare con cui ti piacerebbe collaborare? J: Sì e lo faremo, ma non posso rivelarti nulla. Qual è stato sinora il momento più importante della tua carriera? J: La mia nascita. Twee, afro-pop, c-86, hip-hop, nuovo R&B. Come avete fatto a trovare un equilibrio così perfetto tra generi tanto diversi? J: Non ho idea di cosa siano l’afro-pop, il twee e il c-86. Penso che il segreto sia quello di non pensare alla musica in termini di genere. Ci limitiamo a suonare e ad ascoltare ciò che ci piace di più. Quanto è importante la malinconia nel processo creativo dei jj? J: Non so quantificarla, ma è sempre lì in qualche modo. E’ una costante, non possiamo negarlo. Presto inizierete un tour americano con gli xx. Siete agitati? J: Sì. Faccio degli incubi incredibili e dei sogni dolcissimi a proposito. Siete già stati in America? J: Sì. E’ una figata. Qual è il concerto che aspettate con maggiore trepidazione? J: Quello con il miglior sound. Come siete entrati in contatto con gli xx? J: Ci hanno chiesto se eravamo interessati a

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seguirli in tour in America. Per un po’ abbiamo esitato, poi il loro disco ci ha conquistato e abbiamo accettato. Cosa ne pensate di loro e della loro musica? Come la definireste? J: Reale irreale. Per qualche data sarete in tour anche con i Delorean. Vi piacciono? J: L’unica cosa che conosco di loro è un remix che hanno fatto per Big Weekend di Lemonade... Una bomba. Avete già pianificato un tour europeo? Quando? J: Sì ma non c’è ancora nulla di deciso. Accadrà presto comunque. L’Europa è il meglio… Mi manca in ogni istante quando sono in un altro continente. Chi si prenderà cura della distribuzione europea di Nº 3? J: Non lo sappiamo ancora. Come cambia la vostra musica quando suonate dal vivo? J: Non è mai cambiata molto, ma lo farà. Abbiamo delle visioni. Purtroppo però la tecnologia per realizzarle non è ancora stata inventata. Quali sono le principali differenze tra i jj in studio e quelli live? J: Elin canta ancora meglio dal vivo. Libero di crederci. Per non parlare di me… Ci sarà qualche musicista in più ad accompagnarvi in concerto? J: Ci stiamo pensando ma non sappiamo a chi chiedere. Vorremmo avere più gente possibile, basta che condividano il nostro amore per la musica. Hai mai pensato al sentimento che provi di più durante una giornata qualunque? J: Amore. Se i jj fossero un animale, che animale sarebbero? J: Un sacco di animali diversi che si divertono tutti insieme. Nuotando, arrampicandosi sugli alberi, saltellando, giocando insieme come una famiglia. Io sarei una volpe artica svedese. Ognuno può scegliere il suo animale. Vedo i jj come un’ Arca di Noè: pronta a navigare tra le onde, in direzione di un nuovo mondo sconosciuto. Qual è la cosa più preziosa che hai? J: Le cuffie My Beats di Dr. Dre. Siete mai stati in Italia? Cosa ne pensate del nostro paese? Apprezzate qualche artista in particolare? J: Amo l’Italia per tantissimi motivi diversi. Allo stesso tempo però mi spaventa… Sì ci sono già stato e ci tornerò tra un paio di mesi… Mi piacciono Pietro Mascagni, Nino Rota, Ennio Morricone, Giorgio Moroder… Se dovessi intervistare qualcuno per PIG, chi sceglieresti? J: Federico Fellini, perché è morto e vorrei che non lo fosse. Potremmo tirarne fuori un

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film. Con la nostra colonna sonora. Lo chiameremmo “FF vs jj”. Cosa vi spaventa di più come gruppo? J: Non essere in grado di fare ciò che vogliamo. Cosa ti spaventa di più come persona? J: Perdere qualcuno di importante. Sei religioso? J: Sì. Chi è la persona più importante nella tua vita? J: Me stesso. Senza di me e i miei sentimenti non me ne fregherebbe di nessun altro. Hai qualche fobia? J: Sì Credi che in qualche modo possano essere un veicolo per la creatività? J: Sì. Tutto genera creatività… Cosa ti fa ridere? J: Ciò che è divertente. Se potessi viaggiare indietro nel tempo, in quale periodo ti piacerebbe vivere? J: Quando c’era Gesù sulla terra. Cosa fai di solito prima di andare a dormire? J: Desidero che arrivi il giorno successivo. Qual è stata la prima cosa che hai pensato questa mattina quando ti sei svegliato? J: Ho ripercorso un sogno che ho fatto. Te lo racconto… Ci siamo io e il mio gruppo di amici ad un festival, nei boschi. Due stage. Un delirio, con tutti presi benissimo. Immersi in un’atmosfera di libertà assoluta… Accompagno Eric (metà dei The Tough Alliance) ad uno dei due palchi, quello dove sta per mettere i dischi. Poi decido di dare un’occhiata in giro. Non appena raggiungo l’altra postazione sento in lontananza le note della canzone che apre il nuovo disco dei The Tough Alliance. E’ la prima volta in assoluto che quel brano viene suonato in pubblico. La gente smette di chiacchierare e si ferma ad ascoltarlo, immobile, come se fosse qualcun altro a chiedere di farlo. Invece è la musica ad incantare tutti, con un qualcosa di trascendentale. Non appena parte la voce di Eric la folla si scatena e inizia a saltare, in maniera selvaggia ma positiva… Si genera un piccolo terremoto: tutti si sentono a casa, ma in un posto nuovo e sconosciuto… In quale film ti piacerebbe recitare? J: The Jungle Book. (Il libro della giungla). Scapperei dal villaggio degli uomini per andare a vivere con gli animali. Inizierei a parlare la loro lingua… Qual è la tua serie tv preferita? J: Non guardo le serie tv. Mi dici in tre parole come ti senti in questo momento? J: Esausto, curioso, al sicuro. Sono a casa con la mia famiglia. Come ti immagini i jj tra dieci anni?

J: Non riesco. Cosa ti manca di più di Goteborg quando non ci sei? J: La routine al quartier generale della Sincerely Yours. Cosa ti piace di meno di Goteborg? J: Il traffico. Qual è il tuo posto preferito? J: Ovunque ci sia amore reale. L’ultimo disco che hai comprato? J: Un vinile di Gilbert Bécaud. Non sono riuscito a trovare il titolo sulla copertina. Se i jj fossero un film, chi sarebbe il regista? J: Noi stessi. Qual è l’ultimo film che avete visto? Lo avete visto al cinema, in Dvd o lo avete scaricato? J: Ryan di Chris Landreth, del 2004, in Dvd. Girerete dei video per promuovere il nuovo album? Per quale brano? Avete già qualche idea? J: Sì. Il brano scelto è Let Go. Sarà tutto concentrato sul nero, il bianco e il sangue. Avete una macchina? J: No Mi suggerisci il nome di tre nuove band? J: Babyshambles, Team Rockit, E. Tre band del passato? J: Ebba Grön, The Beatles, Monsieur 100 000 volt. Quanto è grande il tuo appartamento? J: E’ immenso. Quante stanze hai? J: Non riesco neanche a contarle. Qual è la tua stanza preferita? J: Sono troppe, difficile sceglierne una sola. Quanto paghi di affitto? J: E’ decisamente alto. Se fondassi una nuova band domani, come la chiameresti? J: Blanc de blancs. Cosa non manca mai nel tuo frigo? J: Il vuoto. Qual è il miglior concerto che hai visto di recente? J: Gli xx, qui a Goteborg. Se avessi solo 24 ore di vita, cosa faresti? J: Risponderei alle domande di un magazine italiano, farei un bagno, berrei una birra, preparerei da mangiare e cenerei con la mia famiglia. Guarderei il Barcellona contro lo Sporting. Ascolterei e suonerei le mie canzoni preferite con i miei amici. Andrei a dormire con O, la mia ragazza. Mi addormenterei con le sue braccia intorno al petto. Mi sveglierei. Prenderei un caffè e guarderei Federer contro Murray nella finale degli Australian Open del 2010. Festeggerei con i miei cari, berrei champagne. Per concludere farei una bella camminata sul lago ghiacciato di Vallentuna. Quale di queste domande hai odiato di più? J: Nessuna, anzi grazie per averci dedicato tutto questo spazio.


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Lightspeed Champion C’è stato un tempo in cui ogni volta che andavo a Londra finivo per incontrare Dev; nei club, nei ristoranti, alla fermata del bus nel cuore della notte. Mi chiedevo se fossi io nel posto giusto o fosse lui ad essere ovunque. Poi non l’ho più visto, probabilmente perché si era trasferito a New York, e non mi sono più posto il problema. Soltanto ora, dopo averlo conosciuto, ho capito che si tratta di una delle persone più iperattive e prolifiche al mondo e che probabilmente possiede anche il dono dell’ubiquità. Ventiquattro anni appena e tantissime cose per la testa, buona parte delle quali messe in pratica - non solo musica ma anche fumetti, racconti, foto e chissà quant’altro - Dev nasce negli States ma viene adottato da Londra. Comincia a suonare giovanissimo: piano, violoncello, chitarra, basso, batteria e via; come per altri il primo amore è il punk ed è proprio con il punk che si fa notare. I suoi Test Icicles infatti arrivano, gettano scompiglio e scompaiono lasciando una bella traccia prima dell’arrivo del Nu Rave. Da quel momento in poi il nostro decide di correre da solo, imbraccia una chitarra e si rinomina Lightspeed Champion. Vola a Omaha negli States e registra a casa Bright Eyes Falling Off the Lavender Bridge il suo primo album, un’intima raccolta di canzonette in chiave acustica. A due anni e una miriade di progetti differenti di distanza Dev torna con Life Is Sweet! Nice To Meet You, nuova inversione di rotta, un disco maestoso, arrangiato e a tratti quasi eccessivo, ennesima prova di un talento fuori dal comune. Intervista di Depolique. Foto di Piotr Niepsuj

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Ciao Dev come stai? Sto bene, davvero bene. Cosa hai combinato in questi due anni? Tantissime cose, Vediamo di fare un po' d'ordine. Ho ascoltato tanta musica, ho cominciato a scrivere canzoni per altri… Ad esempio? Florence & The Machine, Diana Vicars - una cantante pop che arriva da X-Factor -, Solange Knowles (la sorella di Beyoncé)... Poi ho lavorato anche su altri generi musicali, soprattutto materiale classico: ho suonato la colonna sonora di Harold & Maude di Cat Stevens durante una proiezione al British Film Institute, ho lavorato con la Britten Sinfonia e ho cantato alcune canzoni al Barbican Centre con la London Saxophonic per la riproposizione di Sax Pax for a Sax in occasione del decennale della morte di Moondog. E poi ho scritto alcune cose con il mitico Van Dyke Parks, ma non so se e quando usciranno, è materiale abbastanza strano per il grande pubblico... Immagino tu abbia anche fatto qualche concerto... Ho smesso di suonare dal vivo circa un anno e mezzo fa. Non è che sia una cosa che mi piaccia molto: andare in tour e proporre ogni sera una versione povera di qualcosa che ho scritto chissà quanto tempo prima, la trovo una cosa assolutamente improduttiva. Addirittura? Cosa vorresti suonare dal vivo? Qualcos'altro, qualcosa che non sia Lighstpeed Champion, a meno che non riesca a riprodurlo nel modo in cui si trova sull'album. Credo che la gente vada ai concerti per divertirsi e per essere intrattenuta; sinceramente non penso che la mia musica abbia questi requisiti. Probabilmente può intrattenere nel momento in cui te la ascolti per i fatti tuoi. Dal vivo mi sembra che non funzioni per niente. Mmm... Ora sto lavorando anche ad un nuovo progetto, si chiama Blood Orange; ho registrato un pezzo e adesso sto preparando l'intero album che dovrebbe uscire l'anno prossimo. Ho sentito un brano in rete, sei sempre tu da solo? Si Come mai un altro nome? Vorrei che la gente lo ascoltasse senza collegarlo a Lighstpeed Champion. Non vorrei mai che qualcuno ci arrivasse da lì, pensando che gli possa piacere anche il mio nuovo progetto, e che magari gli assomiglia. Viceversa, forse c'è gente a cui non interessa Lightspeed a cui potrebbe piacere Blood Orange. Tutti comunque ne parleranno come di un tuo side project... Ho provato in ogni modo a spiegare questa cosa, ma è inevitabile che vada così.

Molto probabilmente resterà un disco isolato, come d'altra parte è successo per i Test Icicles, che erano nati attorno ad un preciso nucleo di canzoni. Anche in questo caso sarà molto difficile che possa esserci un secondo album. Considero questi progetti come esperimenti. Mi piace l'idea di provare, suonare, vedere cosa succede e registrare. E se poi quello che viene fuori non è il massimo non mi interessa, l'importante è che la cosa mi prenda e mi diverta. Mi piace usare una metafora calcistica per descrivere il mio rapporto con la musica. Mi sento un po' come un calciatore. Un calciatore non dimenticherà mai come si calcia un pallone e non avrà mai particolari difficoltà a farlo. Poi però potrà segnare in tanti modi diversi, così come fare un goal più bello dell’altro… Quanto tempo passi al giorno a fare musica? Praticamente tutto il tempo che passo a casa. Che è tanto. Magari anche se sto mangiando qualcosa o guardando la tv… Mi siedo dietro al pianoforte e comincio a strimpellare. E' una specie di continuum che non si interrompe quasi mai. Non ti stanchi mai? Fisicamente si che mi stanco, ma il mio cervello continua a lavorare: è come se non si fermasse mai. Ma dormi? Più o meno tre ore a notte. Come mai da Londra ti sei trasferito a NYC? Ad un certo punto ho sentito il bisogno di cambiare. Inizialmente pensavo di trasferirmi a Parigi, ma mi ha frenato il problema della lingua: non volevo vivere in un posto dove non fossi in grado di esprimermi correttamente. Così ho pensato a New York, una delle città che conosco meglio. Sinceramente non mi aspettavo andasse in questo modo, ma mi sono detto: "proviamo". Oggi posso dire che mi trovo davvero bene, mi sono sistemato e mi sento finalmente a casa. E' il primo posto, la prima volta, che mi sento così. Ma a Londra non ti sentivi a casa? Io amo Londra, sono orgoglioso di questa città. Ma nonostante mi trovassi bene non sono mai riuscito ad essere completamente rilassato qui, ero sempre un po' teso e avevo un pochino di ansia. Trasferirmi a NYC però mi ha fatto apprezzare Londra ancora di più. Adesso sono molto felice quando torno, mi piace rivedere gli amici e andare nei i miei "posti preferiti". Finché ho vissuto qui non mi ero mai reso conto di avere dei posti preferiti.

Mi piace South Bank, mi piace andare a visitare la Cattedrale di Saint Paul… Qui a Londra hai suonato praticamente con tutti gli artisti in circolazione, intendo quelli con cui hai diverse affinità, ma non solo; spostandoti a New York ti è capitata la stessa cosa? C'è qualche musicista "locale" con cui ti trovi a suonare o semplicemente collabori? Il mio migliore amico si chiama Keith e suona in una band che si chiama We Are Scientists. Stando a NYC lo vedo praticamente tutti i giorni. Poi sono molto amico di Alex Turner (Arctic Monkeys), anche perché vive a due minuti da casa mia. Ho conosciuto prima la sua fidanzata e poi lui. Non sapevo vivesse anche lui a New York... Si, sta anche lui a Brooklyn. Lei e lui si sono trasferiti insieme. Io, Keith e Alex siamo una specie di trio di inglesi all'estero ("brits abroad"). La gente lì ha delle abitudini strane; forse è per quello che ci siamo trovati talmente bene insieme. Sono praticamente gli unici che frequento… (ride) Non c'è qualche artista americano con cui vorresti collaborare? Ho registrato qualcosa con Aaron dei Chairlift, ma non è che "voglia collaborare con qualcuno"… Ho conosciuto praticamente tutti quelli che stanno a Brooklyn, anche perché è abitata prevalentemente da musicisti. Mi sembra di capire che tu preferisca lavorare e registrare da solo. Invece quando si tratta di salire sul palco ti piace farlo in compagnia. E’ proprio così. Lo so, può sembrare strano. E' che proprio non mi diverto a suonare da solo. Ma soprattutto registro davvero in fretta. Entro in studio, registro ed esco. Così posso cominciare a scrivere qualcos'altro. Questo disco l'ho registrato in nove giorni a marzo. Invece capita spesso che altri artisti mi invitino a partecipare ai loro concerti. A volte addirittura mi succede di essere ad un concerto come spettatore e poi dal palco mi vedono e mi chiamano... "Hey Dev! Vieni su!" Non ho problemi a suonare se me lo chiedono. Piano, chitarra, batteria, basso, violoncello… L'unica cosa che mi dà fastidio è cantare.. Non perdo l'occasione di ricordare a Keith che mi piacerebbe essere il loro chitarrista nel nuovo tour. Amo andare in tour come membro di un'altra band. Così sei tranquillo… Senza pressioni... Esattamente. Vado lì, suono, mi diverto… Ti piace andare in tour? Non saprei. L'ultimo grande periodo in tour non è stato un granché, non mi sono diverti-

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to. Però ce ne sono anche stati alcuni che mi sono piaciuti. Non amo particolarmente viaggiare, ma se si fanno le cose nel modo giusto mi diverto. E' un aspetto che devo valutare per il futuro. Il punto è che una volta che hai passato tanto tempo in studio per registrare dei brani in un certo modo, trovo assurdo doverli portare per forza in giro dal vivo, in una versione scadente. Mi sembra di svalutare tutto il lavoro che ho fatto: cambiare le canzoni solo per esibirmi. Credo che dovrebbe essere una cosa più naturale. Per me oltretutto è ancora più difficile perché sono un artista solista; se fossi una band che ripropone pari pari dal vivo quello che suona in studio non ci sarebbero problemi. Io però non posso farlo. Ma perché non te ne freghi, vai sul palco e suoni i tuoi brani come vuoi tu a seconda di come ti gira? Ma no, non posso: non ho una grande presenza scenica! Mi racconti qualcosa di questo nuovo disco, così classico, così ricco, così grandioso…? Le canzoni erano pronte da un po'. Originariamente erano ventidue perché avrei voluto che uscisse così. A un certo punto mi chiama la mia casa discografica e mi dice che è ora di

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registrare il disco nuovo, così fissiamo le date, prenotiamo lo studio e decidiamo un po' tutti i dettagli e le tempistiche. Avevo due mesi a disposizione per registrare, un periodo che ad altri potrebbe andare benissimo. Solo che io in due mesi ne registro tre di dischi… Così ho deciso di lavorare sulle canzoni, di arrangiarle, di metterci dentro più cose possibili e fare qualcosa sopra le righe. Mi piaceva l'idea d’introdurre qualcosa di classico all'interno del pop. Portare arrangiamenti complessi in semplici canzoni pop da tre minuti. Pensavo anche ai dischi di quei cantanti solisti degli anni '70, con alle spalle quelle band enormi e loro soli sul palco a cantare. Avevo in testa quest'immagine. Non volevo fare un disco seventies, ma ho paura che il risultato si avvicini un po'... Insomma, ho voluto fare un esperimento per vedere cosa veniva fuori a strafare. Beh, ma sei contento? C'è voluto un po' di tempo per riuscire a farlo mio, ma ora mi piace molto. Mi viene spontaneo chiederti come sarebbe stato il disco se non avessi avuto tutto questo tempo a disposizione? Sarebbe stato completamente diverso. Stesso discorso se mi avessero fatto registrare sei

mesi prima. Io ho sempre un album pronto, diverso a seconda di quando me lo chiedono. Se questo lp l'avessi registrato due mesi dopo sarebbe stato totalmente diverso. Tornando al live, adesso sarà un bel casino portarlo in giro dal vivo… Certo che anche tu ti sei complicato la vita: cosa pensi di fare? Avevo messo insieme una band proprio per questo. Abbiamo cominciato a provare circa due mesi fa e devo dire che, per la prima volta, ero molto soddisfatto di come la mia musica suonasse live. Avremmo dovuto venire in Europa in tour attorno a febbraio - marzo, ma mi hanno detto che di far volare tutti in Europa non se ne parlava neanche per sogno. Così adesso mi trovo nella situazione disperata di dover cercare in fretta e furia qualcuno che mi accompagni dal vivo. Per ora ne ho trovati due, penso che gli altri li cercherò tornato in Inghilterra, anche se a quel punto avrò solo tre, quattro giorni di tempo. Non so come andrà a finire... Si potrebbe sempre pensare a un tour di cover… (ride) Che pezzi faresti? Comincerei con un brano dei The Nazz, Forget All About It.


Poi farei It Won't Be Long dei Beatles e subito dopo la canzone seguente dallo stesso album (With The Beatles), un pezzo scritto da Paul McCartney, All I've Got To Do. Dopo…. Una degli Zombies, Hung Up On A Dream... Quella l'hanno rifatta anche i Tough Alliance… Ah si? Oh mio Dio! E com'è? Mi piace, ma vorrei sentire la tua per un confronto.. E poi vorrei fare un brano degli Yardbirds di cui non ricordo mai il titolo, uno dei loro grandi successi comunque, e Nazi Rock di Serge Gainsbourg in una versione molto più rock. Insomma, questa è la mia scaletta. E per il bis? (ride)… Mmm… Ah si, ce l'ho. La prima parte di A Wizard, A True Star di Todd Rundgreen. Anche perché ho appena rifatto tutto l'album. Mi hai detto che hai lavorato con sua sorella Solange prima, ma Beyoncè l'hai mai conosciuta? No, ed è un peccato, perché una delle poche volte quest'anno che sono venuto a Londra lei è uscita con tutti i miei amici… Stavano andando al concerto dei Grizzly Bear con Solange - sarà stato più o meno una settimana dopo che io e lei avevamo lavorato insieme - quando Beyoncé la chiama per

chiederle cosa faceva. E così sia lei che Jay-Z li hanno raggiunti e hanno passato la serata insieme. Mentre io ero qui che mi mangiavo le mani... L'ho vista suonare dal vivo una volta, forse due. Ma quella al Madison Square Garden è stata grandiosa. I primi dieci minuti sono stati incredibili, la miglior performance live che abbia mai visto. Il resto dello show è stato buono, ma quei primi dieci minuti… Uno spettacolo davvero assurdo, il più assurdo. E ne ho visti di concerti. Mai mi sarei aspettato così tanto. Amo i grandi spettacoli perché sai che non ti deludono mai. Sono destinati ad un pubblico così numeroso che devono per forza essere belli e colpirti. E poi c'è tanto lavoro dietro, tante prove; ogni sera lo stesso show in un palazzetto diverso. Insomma, non possono non essere belli. Cosa mi dici del video del tuo primo singolo, Marlene, ho visto la preview e mi è piaciuto molto… Mi è sembrato un mix tra Lynch e i Coen di Non E' Un Paese Per Vecchi… (Ride) Ci siamo ispirati a diversi autori tra cui loro, ma anche Antonioni, tra l'altro alcune scene sono girate proprio a Zabriskie Point, nella Death Valley. L'idea l'avevo buttata giù circa sei mesi fa e

l'avevo mandata al mio amico Ferry un po' per scherzo dicendogli: "se dovessi fare un video per questa canzone lo farei così". Poi viene il giorno in cui la Domino mi chiede se per caso ho qualche idea per il video di Marlene perché era stato scelto come singolo che avrebbe anticipato l'album. Gli dico di questa idea assurda che avrebbe comportato delle riprese in un deserto, ma anche che non sapevo se saremmo stati in grado di realizzarla… Così io e Ferry ci siamo messi a lavorare duramente per farcela, investendo anche una bella somma di tasca nostra, coinvolgendo amici e conoscenti che potessero partecipare e darci una mano. Abbiamo passato un paio di giorni a girovagare e girare nella Death Valley, ci siamo diverti molto. E' stata una cosa folle, dall'inizio alla fine. Figurati che il trailer del video che hai visto tu l'abbiamo messo online neanche un giorno dopo la fine delle riprese, non avevamo ancora montato niente, anzi eravamo ancora nel deserto… Ho visto sul sito di Kanye West anche quello dei Basement Jaxx in cui hai cantato tu… Ti piace Kanye? Si! Il primo album mi è piaciuto davvero tanto. Così come altre canzoni come Flashing Lights e Can't Tell Me Nothing. Ha talento, nono-

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stante non lo conosca personalmente abbiamo diversi amici in comune e sono convinto che mi piacerebbe anche come persona. Credo che ultimamente non se la stia passando benissimo per via dell'ultimo disco, 808s & Heartbreak. A me non ha fatto impazzire, ma credo che non ci siano in giro artisti di quel livello che hanno il coraggio di prendersi un rischio simile. Soltanto i grandi fanno una cosa del genere, e per grandi intendo artisti che amo come Neil Young - che dopo un grand disco acustico fece uscire un live terribile e poi un disco elettronico -, Todd Rundgren, oppure Serge Gainsbourg, che dopo un concept pubblicò un disco reggae… Non me li vedo i Coldplay o altri big a comportarsi così: a registrare quello che gli passa per la mente. Lui invece, uno dei più famosi rapper al mondo, se n'è fregato e ha fatto un disco cantato… Probabilmente tra qualche anno, nonostante non sia andato male, la gente rivaluterà quel disco e capirà che era molto più figo di quello che pensavano. Tra le tue molteplici attività ho visto che curi anche un blog di cinema in cui recensisci i cento peggiori film secondo IMDB (Internet Movies Data Base)… (ride) Nota dolente. Ne ho messi quattro per ora. Ma altre recensioni sono in dirittura d'arrivo: è un lavoraccio. L'idea mi è venuta perché normalmente guardo una marea di film, quel genere che la gente solitamente considera pessimo. Ad esempio Troll 2 l'hai visto? Dovrebbe essere di un regista italiano tra l'altro (ride come un matto), che è venuto in America e ha girato questo horror terribile, stile anni '80, con attori pessimi, una sceneggiatura pessima, costumi ed "effetti speciali" pietosi (i mostri hanno delle maschere improponibili). Il titolo originale doveva essere tipo Goblin Town, anche perché la storia parla di goblin, solo che la casa di produzione si è resa conto che non sarebbe andato nessuno a vederlo e così, approfittando del fatto che qualche anno prima avevano prodotto un film che si chiamava Troll, hanno deciso di rinominarlo Troll 2, nonostante non ci fosse l'ombra di un troll! E’ ritenuto uno dei peggiori film della storia e così ho deciso di guardarlo. Vero, è terribile ma di sicuro non è tra i peggiori, ne ho visti a centinaia di peggio. E' così che mi sono appassionato e ho cominciato ad esplorare IMDB alla ricerca degli altri… Qual è il peggiore? Beh la classifica cambia di continuo perché è stilata sulla base dei voti degli utenti. Tra i primi comunque c'è Daniel, o qualcosa del genere, un film tedesco che racconta la storia di questa popstar tedesca che viene minacciata da un fan... Comunque nella top five ci sono dei titoli davvero interessanti che

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non vedo l'ora di vedere… Questa ricerca mi ha fatto capire che i peggiori film del mondo non sono questi, ma quelli noiosi, soporiferi che durano oltre tre ore... Invece i tuoi preferiti? Il Pianeta Selvaggio, un film animato degli anni '70, The Room - che è presente anche nella top 100 dei peggiori, ma io l'ho visto già quaranta o cinquanta volte - , il Rocky Horror Picture Show… Solo per citarne alcuni. E come sei messo a serie tv? Le amo. Guarda qui (estrae tutto eccitato dallo zaino un dvd con una stagione intera di una serie che non conosco)…Tra l'altro sono contentissimo di tornare a New York domani per poter essere lì domenica, giorno in cui trasmettono il nuovo episodio di Dexter… Ti piace mangiare? A New York vivo nel quartiere italiano, la mia via è famosa perché ci stanno le migliori pizzerie della città. Non faccio altro che mangiare… Ecco, la prima cosa che faccio domani quando torno a casa sarà andare da Tony e ordinare una pizza gigante. E' il tuo piatto preferito? No, sono diventato un mangiatore di pizze soltanto di recente. A dire il vero sono anche un gran mangiatore di carne… Sai che non ho idea di quale sia il mio piatto preferito? Devo assolutamente scoprirlo. Quando l'hai scoperto scrivilo sul tuo blog… A proposito, come fai a tenerlo così aggiornato? Non lo so, in effetti ci sono tantissime cose… Diciamo che appena ho un po' di tempo libero cerco di mettere su tutto quello che ho raccolto col tempo. Il fatto è che ci sarebbe molto altro, ma spesso le cose mi passano di mente. Hai anche un twitter? Si, in realtà l'ho aperto un anno fa, ma l'ho abbandonato per otto mesi, lo usavo solo per leggere quello che facevano gli altri. L'ho ripreso in mano da circa due settimane, ma le cose che scrivo sembrano senza senso. In realtà per me ce l'hanno un senso, sono gli altri che fanno un po' fatica a coglierlo. A volte scrivo come se fossi il personaggio di un film, raccontando quello che mi succede, a volte invece uso qualche lingua straniera. Mi piace scrivere stupidate perché trovo che la gente lo prenda troppo sul serio e lo usi come un modo per attirare l'attenzione. A dire il vero non ho neanche detto in giro di avere un account su twitter, potrei farlo, forse, però ho un po' paura che la gente possa considerarmi uno stupido, visti i contenuti. Cosa dobbiamo aspettarci musicalmente da te in futuro, considerando quanto mi hai raccontato?

Non saprei, credo che il prossimo disco a nome Lightspeed Champion, visto quello che sto facendo ora, potrebbe essere più tranquillo, più soul, magari con influenze jazz. Però è tutto da vedere. Non sono neanche sicuro di quanto cantato potrebbe esserci, probabilmente poco. Adesso voglio concentrarmi e finire il progetto Blood Orange e poi riprendere a scrivere per Lightspeed in modo da avere tutto pronto quando sarà il momento di registrare. Se non ricordo male il nome Lightspeed Champion deriva da quello del protagonista di un fumetto che disegnavi quando eri più piccolo giusto? Si, avevo circa quattordici anni al tempo di Lightspeed Champion. Il protagonista era uno bravissimo con le formule, abilissimo a risolvere equazioni. Una specie di nerd, un personaggio davvero strano. Ruotava tutto attorno alla scienza e alla matematica. Il fatto è che trovo i nomi dei progetti a cui lavoro diversi anni prima della nascita effettiva del progetto. Il titolo del mio nuovo disco (Life Is Sweet! Nice To Meet You) per esempio l'ho scelto tre anni fa. Il nome Blood Orange ha già due anni, mentre l'album si chiamerà Crystal Grooves e risale a quattro anni fa. E' una cosa che mi facilita molto al momento della decisioni, perché ho già una lunga lista di titoli pronti all’uso. Passando alle altre e molteplici tue attività: ho letto il racconto che hai scritto per la raccolta Punk Fiction, hai in programma di scrivere qualcos'altro? In verità ho già scritto altre cose e sto pensando di pubblicare una raccolta di racconti brevi, dovrebbero essere sei. Immagino avrai già un nome per questo libro... Ovviamente. Si chiamerà Bad Error Of Me, un titolo che ha trovato la fidanzata di Alex Turner, quattro anni fa. Avrebbe dovuto dare il nome al mio primo disco, ma poi all'ultimo ho scelto Lavender Bridge. Fumetti invece? (Ride) In verità ho appena pubblicato due fumetti nuovi, il mese scorso. Nel libro ce n'è anche uno del mio amico Ferry, quello del video di Marlene. Li ho appena presentati in una galleria qui a Londra, a Soho. Devo aver letto qualcosa… Tipo due giorni fa? (Scoppia a ridere) Ah no, quella è la mia mostra fotografica… Ma come fai a seguire e gestire tutte queste cose: hai un manager? Eh no… Seguo tutto io, anche perché un manager non riuscirebbe, impazzirebbe a stare dietro a tutto! Adesso capisco perché dormi solo tre ore al giorno...


“Il punto è che una volta che hai passato tanto tempo in studio per registrare dei brani in un certo modo, trovo assurdo doverli portare per forza in giro dal vivo, in una versione scadenteâ€?. 87


Two Door Cinema Club Segnalati dall’autorevolissima BBC Radio come uno dei gruppi da tenere d’occhio nel 2010 i Two Door Cinema Club stanno per pubblicare un delizioso album d’esordio, “Tourist History”. Sono sponsorizzati dalla Kitsuné e adorati dal popolo di internet. Li abbiamo incontrati allo Spazio 211 di Torino lo scorso febbraio, prima di un concerto fulminante, davvero sorprendente. Che siano destinati a diventare le nuove star dell’indie-rock britannico? Intervista di Marco Lombardo. Foto di Piotr Niepsuj.

Chi sono i Two Door Cinema Club? Alex Trimble, voce, chitarra e sintetizzatori, Kevin Baird, basso e cori, Sam Halliday, chitarra e cori. Quanti anni avete? Kevin: Tutti e tre ventanni. Cosa vi ha spinto a formare la band?

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Alex: Abbiamo iniziato a suonare insieme all’età di 15 anni. La musica è sempre stata un’ossessione . Mentre i nostri coetanei passavano il tempo a ubriacarsi a casa dei loro amici più grandi, noi trascorrevamo le serate in sala prove. La band è nata semplicemente grazie a questa passione comune. Volevamo

scrivere le nostre canzoni e proporle dal vivo. Come vi siete conosciuti? K: Ci siamo incrociati in momenti diversi della nostra adolescenza anche se non abbiamo fatto subito amicizia. A: Io e Sam eravamo in classe insieme a 11 anni ma non ci siamo mai piaciuti.


S: Soltanto più tardi, durante le ore di musica a scuola, abbiamo iniziato a legare. K: Io e Alex ci siamo conosciuti a un concerto di fine anno. Seguivamo entrambi i corsi di chitarra classica. A: In realtà sino a quando non abbiamo iniziato a suonare insieme ognuno di noi pensava

che gli altri due fossero degli sfigati. K: Non ci piacevamo esteticamente. Da quanto tempo esistono i Two Door Cinema Club? K: Abbiamo iniziato a quindici anni ma la cosa non ha funzionato subito. Ci chiamavamo in un altro modo. C’erano altri ragazzi che gra-

vitavano intorno alla band. A diciassette anni, dopo vari cambi di formazione, ci siamo resi conto che l’amalgama vera era solo tra di noi. A: Così abbiamo deciso di continuare in tre e di cercare un nuovo nome. S: A quel punto eravamo diventati migliori amici. Quindi è nata prima la band che la vostra amicizia? A: Sono cresciute parallelamente. K: Trascorrevamo tutto il tempo insieme. Suonavamo in sala prove, cazzeggiavamo, giocavamo all’X-box, suonavamo ancora, spettegolavamo. Registravamo un paio di canzoni. Andavamo a dormire. Avanti così all’infinito. Sino a quando il legame tra le due cose è diventato indissolubile. Perché il nome Two Door Cinema Club? S: A Bangor c’è un cinema che si chiama Tudor. Ho preso ispirazione da lì. Lo pronunciavo come Two Door. Gli altri mi prendevano in giro per questo. K: Ci siamo affezionati alla cosa e lo abbiamo trasformato nel nostro moniker. Siete originari di Bangor, una piccola cittadina dell’Irlanda del Nord. Quanto vi ha influenzato crescere in quel tipo di dimensione? Lontani dal cuore dell’industria discografica del Regno Unito… K: Crediamo abbia avuto i suoi lati positivi. A Bangor non c’è molto da fare per dei ragazzini di quindici anni. Non ci restava che passare il tempo a suonare, dato che nei bar non potevamo ancora entrare. S: Vivere in una cittadina tranquilla ci ha permesso di sviluppare un nostro gusto senza essere troppo influenzati dalle mode passeggere della grande città. E anche di non farci ascoltare dai discografici quando ancora non eravamo pronti (ridono)… Dove vivete al momento? A: Le nostre famiglie abitano ancora a Bangor. Noi ci siamo trasferiti a Londra lo scorso giugno, in concomitanza con l’inizio delle registrazioni del disco. Abitate tutti insieme? S: Sì, con il nostro manager. K: Puoi immaginarti il delirio… In quale parte di Londra? A: East London. La considerate come casa vostra? A: Non proprio. E’ il posto dove facciamo base ogni volta che abbiamo una pausa. Spesso però sono dei break molto brevi. K: Se abbiamo qualche settimana libera torniamo a Bangor dalle nostre famiglie. Cosa ne pensate di Londra? A: E’ una città straordinaria. Accade di tutto a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ci sono un mare di possibilità. K: Anche se ancora non l’abbiamo vissuta a pieno. In questi mesi ci siamo focalizzati principalmente sulle registrazioni del disco e sui

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concerti. Non siamo usciti moltissimo. Vi siete fatti molti amici? Frequentate altre band? S: Non direi. Siamo quasi sempre tra di noi. Nessuno amico londinese. Non abbiamo avuto il tempo di ambientarci del tutto. A volte frequentiamo una band di Belfast. Anche loro si sono trasferiti da poco. Facevamo parte della stessa scena, si chiamano Six Star Hotel. Quanto tempo avete impiegato a dare vita al vostro album d’esordio? K: Quasi tre anni. Sin da quando abbiamo iniziato a chiamarci Two Door Cinema Club. S: L’obiettivo è sempre stato quello di pubblicare un disco tutto nostro. A: Essendo il nostro primo lavoro abbiamo scelto tra una selezione di canzoni molto ampia. In Tourist History trovi alcuni dei primissimi brani che abbiamo composto accanto all’ultimo in assoluto, scritto qualche giorno prima di andare in studio. S: Abbiamo lavorato molto per rendere tutto il più omogeneo possibile. A: Crediamo di esserci riusciti. Avete iniziato a suonare in giro senza batterista, accompagnati per la parte ritmica soltanto da un computer. Questa sera però vi esibirete con un musicista vero e proprio. Perché questo cambio di rotta? K: La decisione di utilizzare dei beat programmati è stata presa quando il nostro ultimo batterista ha deciso di lasciare la band e dedicarsi ad un altro progetto. Non trovammo nessuno che potesse sostituirlo così abbiamo optato per il laptop. A quel punto eravamo una squadra a tutti gli effetti. Non ce la siamo sentita di fare entrare qualcuno di nuovo. A: A settembre dell’anno scorso però, quando le cose hanno iniziato a farsi serie, ci siamo resi conto che avere un batterista, almeno dal vivo, era indispensabile. S: L’impatto da un punto di vista visivo, per non parlare del suono, è diverso rispetto ad avere una macchina inanimata alle tue spalle. K: Così abbiamo deciso di ingaggiare un turnista per i concerti. Anche se i Two Door Cinema Club rimangono ufficialmente in tre. Da dove prendete ispirazione per le vostre canzoni? A: Da qualunque situazione. I brani parlano delle nostre vite. Dei nostri sentimenti. Dei nostri incontri. Ciò che ci rende felice, ciò che ci fa incazzare. Trattano temi molto diversi e vengono fuori da sentimenti spesso anche contrastanti. Il vostro album d’esordio uscirà a breve (l’8 Marzo). Quali sono le sensazioni al riguardo? S: Non vediamo l’ora di averlo fisicamente tra le mani. A: Non lo abbiamo ancora visto stampato! S: Siamo impazienti di sapere come reagirà la gente. K: Abbiamo realizzato un sogno. Se la cosa 90 PIG MAGAZINE

non dovesse funzionare saremmo comunque felici di avere avuto la possibilità di arrivare sino a questo punto. Non ci spaventa l’eventualità di un fallimento. Perché il titolo Tourist History? K: E’ legato alla nostra città di provenienza. Bangor è sul mare e negli anni cinquanta e sessanta è stata uno dei principali poli turistici irlandesi. Non l’abbiamo mai vissuta in prima persona come un posto legato al turismo, ma ci ha sempre incuriosito come potesse essere percepita arrivandoci da forestieri. Poi ci siamo trasferiti a Londra e per la prima volta nella nostra vita abbiamo vissuto lontano da casa. Inizialmente quando tornavamo dalle nostre famiglie la sensazione che provavamo era proprio quella di essere dei turisti. La città ci sembrava diversa. La osservavamo con occhi nuovi. Tourist History è un omaggio al posto dove siamo cresciuti. Quali sono le influenze che hanno contribuito a dare una forma al vostro suono? S: Ascoltiamo ogni genere di musica senza porci dei paletti. E’ una delle caratteristiche che ci accomuna. La curiosità di esplorare cose molto diverse, dall’elettronica al folk passando per il rock. K: I nostri gusti sono molto variegati. Ok, mettiamola in questi termini, quali sono i vostri gruppi preferiti? A: Siamo cresciuti con un sacco di roba postpunk, gente tipo gli At the drive-in, per intenderci. Negli anni poi gli ascolti si sono evoluti e diversificati. K: Abbiamo cominciato ad apprezzare artisti come i Death Cab For Cutie o i Bloc Party. A proposito, cosa ne pensate dei paragoni con i Bloc Party? Vi infastidiscono? K: No, anzi, per noi è un complimento. E’ una band che amiamo, ci fa piacere essere paragonati a loro. A: E’ diverso quando ci accostano a dei gruppi che odiamo. Quello sì che ci da fastidio. Fatemi i nomi! A: No. Scordatelo. Non vogliamo problemi… (ridono). Avete scoperto qualche nuova band che vi piace particolarmente? K: Sam navigando su Myspace ha trovato questi Citadels. Sono di Londra e abbiamo deciso di portarli in tour con noi. A: Adoriamo i Delphic, incidono anche loro per Kitsuné, abbiamo suonato insieme un paio di mesi fa. Dal vivo sono impressionanti. K: Siamo ancora molto legati ai gruppi della scena di Belfast. Band praticamente sconosciute : i Six Star Hotel, Kowalski, Watching from a fall. A: Poi stiamo ascoltando parecchio una cantautrice inglese, si chiama Ellie Goulding. Tourist History è stato prodotto da Philip Zdar dei Cassius, l’artefice di uno degli album più importanti degli ultimi anni, Wolfgang Amadeus Phoenix dei Phoenix, e da

Eliot James, ingegnere del suono di gente come Bloc Party, Kaiser Chiefs e Mystery Jets. Come siete entrati in contatto con professionisti di tale caratura? K: L’idea di chiamare Philip Zdar è stata del nostro manager. Non pensavamo di riuscire a convincerlo. Invece ha sentito alcuni brani, gli sono piaciuti e ci ha invitati a Parigi. Grazie all’amicizia che lo lega ai ragazzi della Kitsuné è stato tutto più semplice. L’intenzione iniziale era quella di produrre solo un paio di singoli, alla fine invece ha seguito tutta la fase di post produzione e missaggio del disco. Eliot ci ha aiutato a registrare le tracce a Londra, prima di andare da Philip per il tocco finale, nel suo studio nuovo di zecca. Siamo in assoluto la seconda band dopo i Phoenix ad aver lavorato in quella sala di registrazione. Li avete mai incontrati di persona? A: Sì ma non in studio. Siamo andati a vederli dal vivo durante uno dei pochi giorni liberi che abbiamo avuto in questo periodo. Ci siamo fatti 6 ore di macchina sino a Glasgow insieme al nostro manager. Una volta arrivati lì ci siamo presentati al loro ingegnere del suono. Gli abbiamo raccontato di Lasso, il brano del loro ultimo disco che abbiamo remixato per l’edizione deluxe di Wolfgang Amadeus Phoenix, e ci ha fatto assistere al concerto a bordo palco, poi li abbiamo conosciuti. Come è andata la storia del remix di Lasso? K: In Inghilterra abbiamo la stessa etichetta discografica dei Phoenix, la Coop. Cercavano artisti giovani per un rework di Wolfgang Amadeus Phoenix. Ci hanno contattati e ci siamo messi al lavoro. Il remix è piaciuto molto ed è finito sul disco. Come siete entrati in contatto con la Kitsuné? A: Siamo stati invitati a suonare a Parigi per un Kistuné party. Il concerto è andato al di là di ogni aspettativa e ci hanno chiesto di fare un paio di singoli per loro. Alla fine abbiamo pubblicato un album intero. Con chi vi piacerebbe collaborare sul prossimo disco? K: Vorremmo continuare a lavorare con Philip Zdar e Eliot James. S: Eliot è stata la figura chiave per la realizzazione di Tourist History. Ci ha seguito per un mese intero, ha tradotto alla perfezione cosa avevamo in mente. E’ tecnicamente impressionante. E’ andato al cuore dei nostri brani, rendendoli al meglio. Mi descrivete una vostra giornata tipo quando non siete in tour? A: Nell’ultimo anno non ne abbiamo avute molte. K: Di solito sono sempre collegate al lavoro. Se non siamo in giro a suonare ci vediamo comunque per provare, registrare nuove idee, rispondere a interviste via mail o al telefono. S: Se per caso non facciamo una di queste cose – capita raramente - ci dedichiamo final-


mente a lavare i vestiti, dormire un po’, uscire fuori a cena con gli amici, leggere qualche libro, giocare ai videogiochi. K: Siamo degli sfigati… (ridono). Qual è stato sinora il momento più importante della vostra carriera? S: Continuiamo ad averne sempre di nuovi. L’ultimo probabilmente è stato registrare per un mese intero in uno studio professionale. Di solito trascorrevamo al massimo due giorni in sala d’incisione. Lavorare con Philip Zdar è stato un momento da ricordare come partecipare al festival di Glastonbury. Suonare al party della Kitsuné a Parigi è stato grandioso. In Francia hanno votato quel concerto come uno dei migliori in assoluto del 2009. Ai vostri genitori piacciono i TDCC? Ridono sorpresi… K: Assolutamente. I miei sono venuti a tutti i concerti che abbiamo fatto in Irlanda. Spesso ci è capitato di suonare davanti a 5-6 persone. Loro erano tra questi. A: Le nostre famiglie ci hanno sempre supportato. Mia madre ci lasciava suonare nel garage di casa, spesso ci accompagnava ai concerti. S: Si sono preoccupati solo quando non ci siamo iscritti all’università. A: Anche se li abbiamo presto rasserenati gra-

zie ai primi successi ottenuti. Che musica ascoltavano i vostri genitori quando eravate piccoli? A: Bruce Springsteen, i Beatles, Stevie Wonder. S: I Simply Red. K: Mia mamma ascoltava i Take That! Il cinema è una fonte di ispirazione per voi? K: Sì, soprattutto le commedie. S: Quando siamo in tour i film diventano un rituale per rilassarsi e staccare la mente. La vostra serie tv preferita? K: Io e Alex siamo ossessionati da 24. S: Io sono un grande fan della HBO e di programmi come Curb your enthusiasm e Arrested Development. Nessuno di voi guarda Lost? S: Ci abbiamo provato ma non ha funzionato. K: Ho resistito solo due stagioni. A: E’ troppo complicato seguire le vicende su quella cazzo di isola! C’è qualcuno in particolare che vi piacerebbe intervistare? A: Gesù. Vorrei fargli qualche domanda… Se poteste rinascere donna chi vi piacerebbe essere? K: Audrey Tatu, l’adoro. A: Io vorrei essere Zooey Deschanel, così potrei scoparmi da sola!

K: Vorrei vedere la Casa Bianca dall’interno, scoprirne i segreti. Quale modo migliore di farlo se non essere la moglie del presidente, Michelle Obama. S: Whitney Houston (esplodiamo tutti a ridere)… E’ una diva… Da chi vi piacerebbe essere remixati? K: I Daft Punk! S: I Chromeo. K: Lady Gaga non sarebbe male. A: Nel prossimo singolo per Kitsuné ci sarà un remix dei Passion Pit, ne andiamo molto fieri. Siamo stati in tour con loro in Francia e siamo diventati buoni amici. Fate mai i dj? Cosa vi piace suonare? K: Ci è capitato qualche volta. Mischiamo pezzi electro con varie gemme del passato e qualche brano di band nord irlandesi. Se foste un animale, che animale sareste? K: Io sarei un gatto. S: Che animale da sfigati. Con tutti quelli che ci sono! K: E’ perfetto: si fa i fatti suoi, dorme tutto il giorno, prende il sole… S: Un leone. A: Io andrei indietro nel tempo per essere un Velociraptor… Anzi no. Ho detto una cazzata. Sarei destinato a estinguermi. Meglio di no…

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25 Days

PIG Magazine for GAS

Interviste di Ilaria Norsa

Per festeggiare il suo primo quarto di secolo e ripercorrere in un libro-manifesto i momenti più significativi di 25 anni di onorata attività, GAS ha messo in piedi un vero e proprio incubatore di giovani talenti, ponendosi come attivatore culturale e dando il via a un dialogo attivo tra consumatore e brand. 25 giorni di convivenza. 1 residenza creativa, appositamente studiata e realizzata nel cuore dell’Azienda stessa. 1 team, composto da professionisti e talenti emergenti. 15 creativi, tra designer, grafici, videomaker, redattori e fotografi che hanno vissuto e lavorato insieme (24/7). 1 manifesto di creatività applicata come risultato e testimonianza di una sfida coraggiosa che ha segnato un nuovo punto di partenza per il futuro del brand. Nell’attesa della presentazione del volume, che si terrà il 25 di questo mese a Milano, noi di PIG abbiamo incontrato 6 di questi professionisti della creatività e ci siamo fatti raccontare i loro 25 Days.

Makoto Nakashima Foto di Sean Michael Beolchini

Presentati: Makoto Nakashima, 34 anni, fotografo. Parlaci del progetto “25 days”: E’ sicuramente un progetto singolare: con esso GAS ha scommesso su 15 creativi adottandoli in azienda per 25 giorni. Oltre all’aspetto lavorativo, in cui il processo creativo era continuamente condiviso, la dimensione più interessante è stata quella della convivenza. Hai accettato questa sfida perché... Ho accettato di partecipare come fotografo senior per imparare a conoscere meglio gli italiani e per fare nuovi amici. Cosa ha rappresentato per te? Una lunga astinenza dalla salsa di soia. E cosa

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secondo te ha rappresentato per GAS? Sono stati coraggiosi e furbi. Qual è stato il tuo contributo?  Ho lavorato come fotografo senior e ho realizzato un divertente servizio sui capi storici. Come modelli mi sono servito dei ragazzi del team, che hanno indossato vestiti GAS di collezioni passate.  25 giorni: qual è stato il momento più significativo? Quando mi sono perso allo stadio di San Siro durante la partita di rugby Italia-All Blacks. Quello più divertente? Quando ho guidato una vecchia automobile da corsa. 1 residenza creativa: com’è stata la convivenza? La casa era

molto bella, ma gli italiani a tavola parlano troppo. 15 creativi: con chi hai legato di più? Con Sara, la videomaker. Qualche inciucio? Con la mia macchina fotografica. Ti mancano? No. Con chi continuerai a lavorare?Lavorerò come attore comico per Sara Tirelli. 25 giorni, 1 manifesto: parlacene.. Io parlo poco. Per fare le fotografie ci vuole concentrazione. Dov’eri 25 anni fa? In Giappone Progetti per il futuro? Fare l’hippy. E nel futuro di GAS cosa vedi? Un servizio di moda realizzato da me. www. makoton.com


Lorella Pierdicca Foto di Sean Michael Beolchini Presentati: Lorella Pierdicca, 34 anni, illustratrice. Cosa fai nella vita? Porto avanti la mia ricerca sulla relazione tra parola e immagine e cerco di applicarla al lavoro di comunicazione visiva per eventi culturali, identità per istituzioni, prodotti editoriali, packaging, installazioni. Come mezzi formali preferisco la tipografia e l’illustrazione, privilegiando gli aspetti gestuali, la materia, il mixed-media, il bianco e il nero, e mettendo in stretta relazione la forma al contenuto. Qual è stato il tuo contributo a “25 days”? Ho seguito l’impostazione della struttura e della “forma” del libro, la prima impaginazione di parte dei contenuti e curato parte delle illustrazioni. Hai accettato la sfida perché... Principalmente per mettermi alla prova: lavoro come freelance e vivo da sola, non succede spesso di potermi/dovermi confrontare con una

nutrita schiera di colleghi come questa. 1 residenza creativa: com’era? Estraniante e surreale: dopo pochi giorni ho perso il senso della realtà e del trascorrere del tempo. Considera che siamo stati praticamente 24 ore al giorno in azienda: vedevamo i dipendenti che entravano al mattino e uscivano la sera, e noi rimanevamo lì. Anche il rapporto con gli altri è stato unico: il tempo serrato del lavoro si è trasposto anche nella sfera personale, abbiamo saltato la fase preliminare a piè pari, messo da parte formalità e convenevoli di ogni sorta e abbiamo vissuto in maniera sincera e spontanea. 1 team... Devo fare i complimenti a Lele che ha fatto una selezione straordinaria, non solo dal punto di vista professionale ma da quello umano. Non è facile mettere in una scatola chiusa 15 sconosciuti, agitare un po’, togliere il coperchio e tirar fuori un pro-

getto editoriale di questa complessità in 25 giorni. Senza contusioni e traumi, oltretutto. A tratti c’è stato del miracoloso. Tra i tuoi compagni c’è qualcuno che farà strada secondo te? Erika per il suo grande cuore e la pazienza. Sara Kind per la determinazione. Tirex per l’entusiasmo. Elena per l’energia (anche quando balla). Alessandro per la delicatezza. Marco per lo sprint. Cosimo perchè ha portato Eros. Giacomo perchè è leggero e concreto allo stesso tempo. Eugenio per la freschezza. Michele per la sincerità. Makoto per le posizioni che riesce ad assumere con la schiena. Lele per la giocoleria sul terrazzo. Fabio per il suo essere scuro ma col sole dentro. Cos’hai imparato da questa esperienza? Andare sempre alla sostanza delle cose, evitando i fronzoli, il superfluo e le inutili perdite di tempo. Parlare col cuore. www.ildesign.it

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Lele Villari Foto di Sean Michael Beolchini Presentati: Lele Villari, 33 anni, art director. Mi chiamo Daniele, ma pochi lo sanno. Cosa fai nella vita? Osservo, ascolto e ricerco... Molto. Poi ri-elaboro, de-strutturo, metto assieme le parti, scrivo, disegno, faccio lunghi elenchi di cose da fare. Progetto. Qualche volta gioco. Orchestra Mimisma è lo studio che condivido con Erika Sartori, ma collaboro con diverse realtà, tra le quali Golab. Qual è stato il tuo contributo a "25 days"? Ho scritto e sviluppato il concept in collaborazione con Golab, seguendo la direzione artistica ed il coordinamento del progetto in tutte le sue fasi: dalla selezione dei senior, al recruitment dei giovani talenti, fino alla residenza creativa e la realizzazione del libro. Parlaci di questo progetto: Ci lavoro da giugno. Un'esperienza unica, intensa, faticosa e gratificante allo stesso tempo. Bisognava ricordare i 25 anni di GAS attraverso un prodotto editoriale. Abbiamo portato

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avanti l'idea che fosse necessario dare forma al libro "da dentro" l'azienda, in sinergia e a diretto contatto con i suoi collaboratori. Era fondamentale anche il supporto di un team allargato di creativi che potesse, attraverso uno sguardo esterno, re-interpretare la storia ed i valori del brand, cogliendone gli aspetti di eccellenza. Convincere le alte cariche di GAS che 15 creativi avrebbero abitato la loro azienda per 25 giorni, non è stata cosa immediata. Cosa ha rappresentato per te? Un esempio concreto di progettualità partecipata e condivisa con altre 14 figure di valore. Cos'ha rappresentato per il brand? In un periodo come questo è buona cosa investire in progetti strategici che tentano di scardinare i consueti meccanismi della comunicazione. 25 giorni: il momento più significativo? Sai, lavori per un brand che ha per logo un doppio arcobaleno. Poi ti svegli una mattina e fuori dalla

vetrata della residenza vedi due arcobaleni. Non so quale, ma una coincidenza così precisa deve pur avere un significato, no? 1 residenza creativa: com'era? Un'area lavoro, un'area relax con splendida vista sui monti circostanti ed una zona notte. 15 letti, 15 armadi, 15 comodini, 15 lampade, 15 tazze, 15 piatti, 15 sedie... Il tavolo era solo uno, ma molto molto lungo. Qualche inciucio? Marco e Cosimo in effetti passavano molto tempo insieme... 25 giorni, 1 manifesto: di cosa si tratta? Sono 9 affermazioni che esplicitano la "rotta" che il brand dovrebbe mantenere per proiettarsi verso il futuro. Dire che "la spontaneità è un concetto radicale", penso sia un'indicazione davvero inestimabile. Progetti personali per il futuro? Per il momento penso all'evento lancio del libro per il 25 marzo. Segnatevi la data! www.golabdecoding.com - www.orchestramimisma.it


Marco Mucig Presentati: Marco Mucig, quasi 31 anni. Contento di essere nato l'ultimo giorno dell'acquario. Cosa fai nella vita? Mi piace svegliarmi al mattino con la voglia di mettere un piede giù dal letto per fare quello che mi rende felice. E mi piace ritornare a letto la sera con la soddisfazione di aver pensato almeno una buona idea ogni giorno: per uno scatto fotografico, un video o un libro. Cos'ha rappresentato per te "25 Days"? Ho il difetto di ritrovarmi sempre con dieci progetti aperti contemporaneamente. Per questo quando mi hanno presentato l'idea della residenza creativa ho pensato subito che fosse una buona occasione per prendermi una pausa e concentrarmi su un solo obiettivo. Ne sono uscito con tante nuove energie ed idee, da applicare anche agli

Foto di Sean Michael Beolchini

altri dieci progetti aperti che avevo. E cosa secondo te ha rappresentato per il brand? Mettersi in discussione non è mai una cosa facile. GAS ha avuto la forza di accettare la sfida, dimostrando coraggio e voglia di cambiare. Il presupposto mi sembra vincente. Qual è stato il tuo personale contributo? Sono il photo director del progetto, il che significa che ho lavorato al fianco di Makoto e Sara per realizzare gli scatti. Ho anche diretto il lavoro di ricerca sull'archivio storico di GAS, cercando immagini inedite che potessero ispirare il lavoro di tutti. 15 creativi: conoscevi già qualcuno? Conoscevo Cosimo (siamo stati a Fabrica insieme) ed Elena. Li ho pure invitati a fare una mostra nel salotto di casa mia. 25 giorni: qual è stato il momento più divertente? La-

voravamo a ritmi molto intensi e verso sera tutti sentivamo il bisogno di staccare. Un giorno, poco prima di andare a cena, io ed Ale ci siamo messi a improvvisare delle YouTube battles: una canzone a testa, un botta e risposta che in dieci minuti faceva ballare tutti seduti sulla sedia, con tanto di teste ciondolanti e coretti improvvisati. 1 Residenza creativa: com'è stata la convivenza? Non pensare ad altro che al progetto senza dover fare la spesa, cucinare e lavare i piatti per me è stato davvero uno spasso! Vivere tutti insieme non mi è pesato per niente, alla fine eravamo una grande famiglia, anche se non so quanto a lungo possa durare un'esperienza del genere. Dov'eri 25 anni fa? Probabilmente 25 anni fa stavo correndo nudo nei prati. www.snowgroup.net

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Cosimo Bizzarri Presentati: Cosimo Bizzarri, 29 anni, consulente. Cosa fai nella vita? Il mio lavoro principale è scrivere: pubblicità, articoli, blog, siti, racconti. Ma ho cominciato anche ad occuparmi di strategie di comunicazione e faccio pure il tutor all'università. Come hai vissuto il progetto "25 days"? E' stata un'esperienza positiva. Davvero. Produrre un libro "aziendale" in 25 giorni, insieme a un'altra dozzina di professionisti, senza che nessuno dell'ufficio comunicazione si azzardi mai a venire a dirti: "Questo sì. Questo no" è un fatto abbastanza eccezionale, che di per sé ti fa venire voglia di tuffarti a bomba nel progetto. Se a questo aggiungi il fatto che ogni sera, quando hai finito di lavorare, sali le scale e ti aspettano il risotto pronto, una bottiglia di vino e i tuoi colleghi che ballano sdraiati sul pavimento, allora l'esperienza si avvicina pericolosamente al paradiso del creativo. Non so se l'idillio sarebbe durato oltre il venticinquesimo

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Foto di Marco Mucig

giorno, ma questo in fondo non è che l'ennesimo complimento che faccio agli ideatori del progetto. Pensi che per GAS sia stata una mossa coraggiosa? GAS si trovava in tangenziale davanti a un semaforo arancione. Tutto attorno, un ingorgo di brand. Poteva aspettare il prossimo verde. Invece ha deciso di attraversare lo stesso. Magari arriva un tir e GAS finisce spiattellato o in testacoda. Ma se riesce a raggiungere l'altro lato dell'incrocio troverà la strada libera. Qual è stato il tuo contributo? Insieme a Giacomo, l'altro redattore, mi sono preso cura di tutti i testi del libro, dall'introduzione ai ringraziamenti finali. Questo ha significato fare molta ricerca, intervistare molte persone, controllare che tutti i testi fossero corretti e naturalmente scrivere, solitamente di notte. 25 giorni: il momento più divertente? Una sera, ritornando dalla partita di rugby, ci siamo fermati in autogrill. Avevamo bevuto qualche cocktail. Io e Eugenio abbiamo adocchiato

un maialino parlante tra gli scaffali del reparto giochi. Era orrendo, irresistibile. L'abbiamo subito comprato e ribattezzato Eros, come l'autista del pullman, che era incazzatissimo perché facevamo un casino pazzesco e fumavamo dentro. E' diventato la mascotte del progetto. 1 residenza creativa: com'era?  Temevo molto per la privacy all'inizio - dormivamo in un'enorme camerata con solo tre separé a dividerci - ma in realtà ci ho fatto l'abitudine quasi subito. Persino ad aprire gli occhi ogni mattina e a vedere il faccione di Marco. 25 anni: di storia... Cosa rappresenta per te GAS con la sua tradizione? Prima del progetto il mio rapporto con GAS si limitava a un paio di pantaloni verdi, molto basic, a cavallo basso. Li ho portati per tre o quattro anni di fila, mi ci sentivo a mio agio dentro. Forse GAS è quella cosa lì: semplicità, durata, spontaneità.  www.cosimobizzarri.com


Alessandro Maffioletti Foto di Marina Rosso Presentati: Alessandro Maffioletti, aka alvvino, 29 anni, grafico. Cosa fai nella vita? Sto tentando di sopravvivere al rigido inverno berlinese. Durante gli altri mesi alterno lavori di grafica a lavori di illustrazione, non riuscendo a capire cosa preferisco fare. Parlaci del progetto “25 days”: Awesome! Qual è stato il tuo contributo? Insieme a Elena, Lorella ed Eugenio mi sono occupato del layout del libro, smanacciando giorno e notte su indesign. 25 giorni: il momento più divertente? Ogni volta che il signor Braulio bussava alla nostra porta. 1 residenza creativa: com’era?  Ehehehehe. Un ostello con

le comodità di un albergo di lusso. 15 creativi: conoscevi già qualcuno? Lele e Sara, di altri conoscevo il lavoro. Ti mancano? Sì, sic! Con chi continuerai a lavorare? Sto già collaborando con Elena e spero con altri nell’immediato futuro. 25 anni: di storia... Cosa rappresenta per te GAS con la sua tradizione? GAS è il denim, almeno per un ragazzo della mia età. Trovi che quella dell’azienda sia stata una mossa coraggiosa? GAS ha accettato la sfida, si è messa a nudo raccontandoci le gioie e i dolori di questi 25 anni di vita. É stato onesto da parte loro.  Dov’eri 25 anni fa? A Finale Ligure,

probabilmente mangiando focaccia e trofie al pesto. 25 giorni, 1 manifesto: di cosa si tratta? E’ un manifesto di intenti, una dichiarazione di cosa è stata GAS e di come potrà essere nel futuro. Cosa ti sei portato a casa da questa esperienza? Diverse paia di jeans e maglie. E poi molti ricordi di tutte le belle persone incontrate durante quel mese a Chiuppano. Progetti per il futuro? Continuare a disegnare e sviluppare il progetto di “Picnic in the Dolomites”, un blog aperto un paio di mesi fa. E nel futuro di GAS cosa vedi? Keep it simple, once again! www.alvvino.org

Oltre alle interviste dei seniors del progetto, troverete anche quelle dei juniors sul nostro sito: www.pigmag.com. Il Team completo: Lele Villari, Erika Sartori, Cosimo Bizzarri, Alessandro Maffioletti, Lorella Pierdicca, Makoto Nakashima, Marco Mucig, Sara Tirelli, Michele Polico, Giacomo Cosua, Eugenio Ormas, Elena Xausa, Sara Gentile, Fabio Borgia.

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Corpetto D&G, collana model’s own, cintura stylist’s own

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Sara Photographer: yARA DE NICOLA Styling: FABIANA FIEROTTI Assnt styling: LEDA LI PIRA Model: SARA RANDI Special thanks to: PALERMO, SOFIA LI PIRA

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Abito D&G

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Abito MODERN AMUSEMENT

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Abito FORNARINA, bracciali stylist’s own

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T-shirt DIESEL

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Top stylist’s own, shorts LEE


Tutina SEE BY CHLOE

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Top stylist’s own, jeans RVCA

Abito MODERN AMUSEMENT

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Abito FORNARINA

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Abito SEE BY CHLOE, foulard HERMES vintage

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Shorts LEE, body MILA SCHÖN

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Abito MODERN AMUSEMENT

Abito VIVIENNE WESTWOOD RED LABEL, occhiali LAURA BIAGIOTTI vintage

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Sulla strada PIG magazine for NIKE Sportswear Photographer: PIOTR NIEPSUJ Stylist: FABIANA FIEROTTI Make Up: ANTONIO TROVISI at Orea Malia’ Models: SIDNEY GEUBELLE @ Fashion, COURTNEY FALLOW @ Fashion, FRANCESCO PORTA @ Indipendent Men, PASCAL AUGUSTIN MOSCHENI, EMANUELE MARCUCCIO, MATILDE CARUSO Special thanks to: LEANDRO FAVALORO

Tutti i ragazzi indossano felpe N98 di NIKE Sportswear

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La N98, capo chiave di questa stagione, la dice lunga sul lavoro che Nike ha fatto in questi anni nella ricerca di nuovi trends. Specialmente ideata per la nazionale di calcio brasiliana, in occasione dei mondiali del 1998, oggi la giacca entra a far parte del guardaroba di ogni giorno, diventando capo “off-court”, dal design 70’s. Ricordando alcune immagini di repertorio risalenti proprio a quel periodo - ragazzi in giro per la strada con indosso giacca, camicia, foulard e jeans abbiamo deciso di riproporre, attraverso i nostri scatti, quello stesso spirito, fresco e street. 

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Lan

Questo shoot farà parte di “113, 604 Stray Dogs”, ultima pubblicazione di Kuba Dąbrowski. Potete capire qualcosa di più sulla sua mente strana e contorta a pag. 48. Photographer: KUBA DĄBROWSKI Stylist: MONIKA KUCEL Model: LAN TRAN HAI

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T-shirt vintage

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Felpa TOPSHOP, shorts bianchi JUSTYNA CHRABELSKA, shorts grigi TEZENIS

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Maglione vintage PRINGLE OF SCOTLAND, gonna JUSTYNA CHRABELSKA, calze CALZEDONIA

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Top MARIOS DIK, shorts JUSTYNA CHRABELSKA

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Top KASIA MARSZEWSKI for VINTAGE HUNTERS

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Maglia AMERICAN APPAREL

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Vestito PARADECKA

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Top vintage, calze MARKS & SPENCER

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Felpa MARIOS DIK, fuseaux JUSTYNA CHRABELSKA

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Foto di Piotr Niepsuj

Piglist:

Questo mese la nostra PIGlist è affidata a due degli artisti italiani che abbiamo apprezzato maggiormente nel corso dell’edizione invernale del MI AMI. Pan Del Diavolo e  Crimea X, side project di DJ Rocca (Ajello, Maffia Sound System) e Jukka Reverberi (Giardini di Mirò).

Crimea X Brian Eno - No One Receiving, Four tet - Angel Echoes, Schaltkreis Wassermann - Lux, Arthur Russel - That’s Us/ Wild Combination, Ajello feat. Fred Ventura - My Rhythm (Crimea X Remix), El Perro Del Mar - Change Of Heart, Goblin - Buio Omega, Washed Out - Belong, Balearic Gabba is Dead - advanced copy, Magical Ring - Black Safari

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Pan del Diavolo Neil Young - A Man Needs Maid, Ghigo Agosti - Tredici Vermi Col Filtro, Clem Sacco - Oh Mama, Voglio L'Uovo A La Coque, Fred Buscaglione - Che Notte, Luigi Tenco Amore Amore, Bob Dylan - In My Time Of Dyin', Adriano Celentano - Torno Sui Miei Passi, The Stooges - No Fun, Dead Boys - Sonic Reducer, The Seeds - Pushin' To Hard


Musica Album del mese

Di Depolique e Gaetano Scippa

Gonjasufi - A Sufi And A Killer (Warp) Sumach Ecks è un insegnante di yoga che vive di canto e misticismo nel deserto del Nevada. Scovato e prodotto a LA da Gaslamp Killer, Flying Lotus e Mainframe, Gonjasufi è appena arrivato in casa Warp e il suo primo album è già roba che scotta. Artefice irresponsabile di una musica vintage contemporanea che mischia rock psichedelico e hip hop occidentale con la poetica sufi, questo menestrello (in)canta in modo impressionante, al tempo stesso malinconico, sghembo e distorto, a colpire la sfera mentale ed emotiva più profonda dove persino un cinico perderebbe una lacrima o accennerebbe un sorriso amaro (She Gone, Holidays, Ageing). Le registrazioni, sporcate a dovere per il massimo rumore analogico, sembrano pescate da un banco di audiocassette in un mercatino asiatico. Sheep ci porta in viaggio nel candore hindu anni Sessanta, SuzieQ è la discesa agli inferi dei P.I.L., Kowboyz&Indians un western girato a Bollywood da M.I.A., Candylane un felice anfratto funky e I’ve Given il prossimo anthem pulp tarantiniano. Nello splendore delle sue volute imperfezioni, ASAAK è il primo album killer dell’anno. G.S.

Il Pan Del Diavolo Sono All’Osso (La Tempesta) Sono in due ma picchiano come un esercito, come Leonida e i suoi alle Termopili: pronti a vendere cara la pelle. Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo, menestrelli indemoniati non spartani ma siciliani, brandiscono un paio di chitarre e una gran cassa ma paiono armati fino ai denti, anzi alle gengive. Niente elettronica (grazie a Dio) ma tanta elettricità, un vero e proprio tsunami. Canzoni che ruggiscono, che pungono come calabroni ed entrano in circolo come il veleno. Al bando rime e smancerie, questi sono inni furiosi da cantare, recitare a squarciagola ed imparare a memoria. Uno spottone per un paese che ultimamente non è più poi tanto “bel”, che risponde al pre war folk con la canzone della nostra, nuova, Grande Depressione. Un lavoro fiero e vero, di quelli da esportazione, fatto come si deve, una volta tanto, registrato alle Officine Meccaniche, ben prodotto da Fabio Rizzo e mixato da JD Foster (già a fianco di Calexico, Ribot e Vinicio Capossela) e si sente. Facciamoci riconoscere. D.

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Musica Album del mese

Di Depolique, Marco Lombardo, Gaetano Scippa e Marina Pierri

jj - Nº3 (Secretely Canadian-Sincerely Yours)

The Time And Space Machine - s/t (Tirk) Discografico e giornalista, poi musicista e produttore con una passione innata per la pischedelia Richard Norris firma alla tenera età di 45 anni il suo primo vero lp solista. Nato all’alba della Summer Of Love, affermatosi con i The Grid durante la seconda estate calda (quella segnata dall’avvento dell’acid house) e resuscitato - in coppia con Erol Alkan nel progetto Beyond The Wizard Sleeve - in contemporanea della terza (secondo la formula a lui cara 67-8809), “Norra” racconta un viaggio lungo quattro decadi: dalla West Coast alle Baleari passando per il krautrock e l’acid house. D.

Serena Maneesh - No 2: Abyss In B Minor (4AD) Secondo vero e proprio lp a ben 5 anni dall’esordio per i norvegesi Serena Maneesh, da tempo nella lunga lista dei nostri preferiti. Accelerazioni kraut-soniche e rumorose sfuriate

Scuba - Triangulation (Hotflush)

The Ruby Suns - Fight Softly (Sub Pop)

Rob Swift - The Architect (Ipecac)

Da quando si è trasferito a Berlino, Paul Rose

Si riaffaccia sul mercato la variopinta creatura

Di lui si è accorto anche Mike Patton, che dopo

ha allargato gli assi della musica propria e di

neozelandese di Ryan Mcphun. Lasciato da

averci collaborato benedice l’opera prima di

altri artisti (Distance, Joy Orbison) dal dubstep

parte per il momento il folk psichedelico e

Rob Swift sulla sua etichetta. Il dj del Queens,

alla techno, alla house e ad altri territori elettro-

ipertrofico venato di world music che ce li

acrobata dei piatti, si è aperto alla musica

nici. Come da numerologia, la triangolazione

aveva fatti conoscere, Fight Softly mostra una

europea fino a integrarla nelle produzioni con

tra generi risulta perfetta ed è particolarmente

band impegnata a sperimentare un territo-

X-Men e X-Ecutioners. La curiosità nei confronti

piacevole in Three Sided Shape, così pure l’ori-

rio decisamente più beat-centrico. Il cuore

del jazz e della classica lo ha portato a riscrive-

ginalità percussiva di Minerals, l’aggressività

dell’ispirazione rimangono Brian Wilson e i suoi

re le pagine del turntablism. “Interactive sym-

electro di On Deck e l’urgenza espressiva di

ragazzi da spiaggia teletrasportati però in uno

phonic music”, recita The Architect. E proprio

So You Think You’re Special. Triangulation è

studio televisivo impazzito arredato con sup-

come un architetto dei piatti, Swift incastra ad

un disco che esplora nuovi ambiti dei bassi e

pellettili proto-digitali. Al centro della scena un

arte e con estrema originalità loop drammatici

può essere goduto in cuffia o in pista, senza un

gruppo alieno impegnato ad interpretare can-

di Bach e Mozart, scratch e beat strumentali

minuto di noia. G.S.

zoni popolari provenienti da un’altra galassia.

hip hop. Magia. G.S.

Non è passato neanche un anno da quando i jj hanno incantato tutti con il loro album d’esordio Nº2. Uscito in sordina per l’etichetta dei The Tough Alliance, si è poi rivelato uno dei vertici musicali del 2009. Con Nº3 il giovanissimo duo di Goteborg torna sulle scene a tempo di record, alzando la posta in gioco: distribuzione internazionale grazie all’americana Secretely Canadian e tour negli States con gli xx. Rimane immutata la straordinaria qualità della proposta: pop pastorale e balearico condito di ritmiche caraibiche e incursioni narcolettiche in territori R&B. Smells like teen spirit. M.L.

Weird-pop. M.L.

134 PIG MAGAZINE

elettriche alternate ad improvvisi vuoti d’aria tribali mozzafiato e parentesi angeliche marchiate dalla voce spiritata della bionda Elvira, vicinissima alle atmosfere di casa 4AD (Lush, Cocteau Twins…) guarda caso, la label britannica presso cui si sono accasati. Nonostante la costante impressione di vivere un deja-vu di Loveless-iana memoria, la band capitanata da Emil Nikolaisen si conferma il nome più credibile tra tutti quelli associati ai periodici revival shoegaze. D.


Strange Boys - Be Brave (Rough Trade) Con una flemma che neanche Pete Doherty con il suo lamentoso miagolare e un’ etichetta come la Rough Trade, verrebbe immediatamente da pensare alla nuova sensazione indie made in England. Gli Strange Boys invece arrivano da Austin, Texas, e di nuovo hanno ben poco. Persino parlare di revival rende poco l’idea di un gruppo che suona più sixties dei sixties, barcamenandosi tra R&B primordiale, rustiche ballate per chitarre arrugginite condite da armoniche di dylaniana memoria e slanci di garage rock sbilenco a la Black Lips. D.

Marina & the Diamonds - The Family

Shout Out Louds - Work (Merge)

Jewels (679/Warner Music)

Nuovo disco per il quintetto di Stoccolma, il

Essere discretamente gnocca e avere una carrier(in)a da cantautrice paga parecchio in Inghilterra, di questi tempi. Il trio dell’apocalisse

terzo, questa volta in compagnia di Philip Ek,

- Florence & The Machine, La Roux e Little Boots – diventa un quartetto con Marina & The Diamonds. Due rosse, una bionda e una bruna che però (almeno secondo me) le frega tutte: The Family Jewels è un disco stupendo, che non cade mai. L’esordio naviga nei mari della produzione perfetta e della confezione certificata – “popqualcosa” – ma la voce di Marina, vera Siouxsie pop, si sposa con pezzi che, per irriverenza e fascino, ricordano i migliori Blur. Spettacolo. M.P.

produttore di Fleet Foxes e The Shins. Work, l’album della maturità, ci presenta Adam Olenius e i suoi compagni alle prese con l’età adulta. Rimangono inconfondibili le melodie nasali alla Robert Smith, accompagnate però da un impianto sonoro ripulito di ogni urgenza e turbolenza espressiva. Le dieci canzoni in questione scorrono omogenee ed eleganti, incastrate tra raffinati arrangiamenti di fiati e controllate accelerazioni ritmiche. Una nuova veste dai toni dimessi che non manca di affascinare. M.L.

Two Door Cinema Club - Tourist History

Ceephax Acid Crew - United Acid Emirates

Yellow Swans - Going Places (Type)

(Kitsuné)

(Planet Mu)

Dopo anni di tour incessanti e decine di cas-

Se ascoltando i Two Door Cinema Club non vi

Passa alla cronache più come fratello di Tom

sette, Cd-r e vinili distribuiti ai loro concerti, nel

viene voglia di tornare adolescenti e formare

Jenkinson che come artista da una propria

2008 Pete Swanson e Gabriel Mindel decidono

una band che conquisterà il mondo proba-

personalità. In realtà Andy ha una predilezione

di fermarsi per sempre. I fan del leggendario

bilmente siete diventati dei trentenni cinici e

per la musica a 8 bit da implementare con

duo noise dell’Oregon sono a lutto, ma ricevo-

disillusi. Tourist History è l’esordio fulminante di

gli effetti acidi della sua 303, di cui però non

no in eredità quest’ultimo album in studio. Un

questo giovane terzetto di Bangor, Irlanda del

abusa. Anzi, qui il valore aggiunto si trova

lavoro che non rinuncia agli elementi rumoristi-

Nord. Un concentrato di brani killer e melodie

nell’eterogeneità della proposta, variazione

ci viscerali, ai droni, ma che gode di maggior

da capogiro, veloci ed immediate. Prodotti in

multicolore di electro, italo (Cedric’s sonnet),

respiro ed è quindi più ambientale e introspet-

modo superbo da Philip Zdar i TDCC non in-

reminiscenze rave anni ‘90 (Life Funk), sfilettate

tivo rispetto alle schizofrenie del passato. So-

ventano nulla di nuovo ma riescono comunque

uptempo tra Afx, Zomby e lo stesso Squarepu-

stenuti a sorpresa da lente pulsazioni ritmiche,

ad entusiasmare. Ricordando Phoenix e Bloc

sher (Castilian). Non mancano interludi sintetici

gli strati di suoni si sovrappongono e si dirama-

Party, Vampire Weekend e Mystery Jets, Jack

d’atmosfera, ma il mood è solare e festaiolo.

no in più dimensioni, finché è catarsi. G.S.

Penate e Passion Pit. Sensazionali. M.L.

Enjoy! G.S.

135


Musica

Di Depolique, Marco Lombardo e Gaetano Scippa

Joy Orbison - The Shrew Would Have

Breakbot - Baby Im Yours (Ed Banger Records)

Shine 2009 - New Rules

Cushioned The Blow EP (Aus)

Esordio su Ed Banger del nuovo acquisto Break-

Anthem pop retrò dal piglio pigro, echi di piano

Dopo ottimi singoli e remix (Four Tet) il wonder-

bot. Un gioiellino di sfavillante funky disco music

house e atmosfere baleariche. New Rules, primo

kid sforna altri 3 pezzi - di cui uno svestito da

cantato da Irfane (Outlines). Remix DOC firmati

parto i finlandesi Mikko Pykäri (già parte del pro-

Actress - con bassi corposi, fusioni 2step-house e

Siriusmo e La Funk Mob (per chi non lo sapesse la

getto Regina) & Sami Suova, evoca spiagge deser-

voci soulful. Ora vogliamo l’album. G.S.

prima incarnazione di Cassius). D.

te e tramonti da cartolina più che gelidi paesaggi scandinavi. D.

The Drums - Summertime Ep (Moshi Moshi)

Tanlines - Settings Ep (True Panther Sounds)

AAVV - Work It Baby 10th Anniversary 2 CD(WIB)

Finalmente viene distribuito anche in Italia

Ecco la nuova sensazione newyorchese in bilico

Un doppio per celebrare i 10 anni dell’etichetta fon-

questo piccolo capolavoro di jangle pop che sa

tra elettro-pop sperimentale e divagazioni afro.

data da Kris Menace. 35 brani di cui più della metà

di malinconia estiva. Sulle tracce della Factory,

Segnatevi questo nome. Ne sentiremo parlare

inediti. Un trionfo di french house firmato Menace,

della Sarah records e degli Smiths. M.L.

parecchio. M.L.

Falke, Alavi, Lifelike, Charlie Fanclub e compagnia bella. D.

Bobmo - Falling From The Crescent Moon EP

Illum Sphere - Incoming EP (Fat City) 12”

Vaghe Stelle - Cicli 1 EP (Margot)

(Institubes)

Debutto bomba di Ryan Hunn da Manchester

Daniele Mana, già selezionato dalla RedBull

Come e forse più dei suoi amichetti Surkin e Strip

che, sotto l’effetto Low End Theory losange-

Music Academy, produce splendida musica

Steve, il giovane Bobmo, tira dritto per la sua

lino, regala 4 pezzi più un remix di Dozen tra

ambient infusa di IDM e kosmische anni ’70 a

strada, enciclopedia di Simon Harris alla mano, e

sperimentazioni wonky hop strumentali, dub-

suon di synth analogici. Questo è il suo primo

torna con un nuovo esplosivo tributo alla musica

step futuribile e schegge di Detroit. G.S.

ciclo. G.S.

house nineties. D. 136 PIG MAGAZINE


Film del mese

Di Valentina Barzaghi

Alice In Wonderland Di Tim Burton. Da quanto tempo state aspettando l'uscita di questo film? Io ormai me ne sono dimenticata, reduce da mesi in cui ho collezionato immagini inedite e primi frame del film. D'altronde chi meglio di Tim Burton avrebbe potuto cimentarsi nella trasposizione cinematografica di una figura letteraria come quella di Alice? L'Alice In Wonderland di Burton è un film di quelli che lascerà un segno nelle vostre fantasie, sostenitori come me del regista o meno. La favola pubblicata nel 1965 da Lewis Carroll e già portata sul grande schermo prima da Norman Z. McLeod nel 1933 e poi in versione animata nel 1951, raggiunge un ulteriore step sia di trama che di adattamento filmico. Burton infatti mette in scena una sorta di sequel (se così lo possiamo definire) del racconto noto pressoché a tutti: Alice è cresciuta e la storia inizia proprio durante quello che dovrebbe essere il suo party di fidanzamento, organizzatole a sua insaputa dalla madre e la sorella. Mentre il riccastro Hamish Ascot le sta facendo la fatidica domanda sotto un gazebo alla presenza di tutti gli ospiti della festa, Alice avvista il classico coniglio bianco con tanto di panciotto e orologio da taschino. In stato confusionale per tutto quello che sta accadendo lo segue, cade nel solito buco e

arriva in quel luogo magico che aveva visitato molti anni prima, ma di cui non si ricorda nulla. Peccato che gli abitanti di quel posto assurdo l'abbiano richiamata proprio perché pensano che lei li possa aiutare nella rivolta che stanno organizzando contro la Regina di Cuori, che durante la sua assenza ha assunto il controllo totale su Wonderland. Ma la ragazza sarà pronta ad accettare la missione se non si ricorda nemmeno chi siano? Come la tradizione lo richiede, il film segue un filone disneyano (è firmato appunto da Walt Disney Pictures - Disney Digital 3D insieme alla IMAX 3-D), soprattutto per la narrazione, tanto che la scrittura è stata affidata a Linda Woolverton, autrice di alcune delle migliori sceneggiature per l'animazione (La Bella e la Bestia, Il Re Leone, Mulan...), ma lo stile registico è marcatamente burtoniano. Realizzato con un misto tra live action e animazione (non con la motion capture, Burton ci tiene a ribadire), in soli quaranta giorni di riprese, Alice In Wonderland assume una tradizionale veste dark, soprattutto d'ambientazione e caratterizzazione dei personaggi. Personalmente non credo, anche se immagino che il target del pubblico sarà completamente diverso, che sia un film adatto ai bambini: atmosfere troppo cupe e rielaborazioni a tratti deformi e spaventose

dei protagonisti potrebbero diventare la causa di notti insonni per i più piccoli. L'Alice di Burton, come anche la vera interpretazione del libro di Carroll richiede, è una favola per adulti. Ovviamente il regista non si è certo potuto esimere dal reclutare il suo cast storico di amici, che però è sempre perfetto nei rispettivi ruoli: Johnny Depp - Il Cappelaio Matto e Helena Bonham Carter - La Regina di Cuori. Per non parlare delle new entry: Mia Wasikowska è Alice, Michael Sheen è il Bianconiglio, Anne Hathaway è La Regina Bianca, Stephen Fry è Lo Stregatto, Alan Rickman è Il Brucaliffo... di cui mantiene le caratteristiche fisiche che li contraddistinguono per la trasposizione video dei celebri personaggi della fiaba. Alice In Wonderland è un film che vi lascerà a bocca aperta per la bellezza delle immagini, uno spettacolo che vi coinvolgerà perché ne conoscete già i protagonisti, ma li troverete in una veste tanto nuova quanto calzante a pennello con le vostre fantasie più cupe. Lo guarderete dall'inizio alla fine con il cuore che batte e le palpebre spalancate, tornando per poche ore a quando eravate bambini e da questa favola eravate stati rapiti e spaventati.

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Cinema

Di Valentina Barzaghi

Shutter Island Di Martin Scorsese. L'uscita posticipata da Ottobre a Febbraio ha tagliato le gambe al povero Martin che non ha nemmeno potuto sperare di gareggiare per gli Oscar di quest'anno. Certo che, riconoscimenti a parte, il film non avrà problemi a trovare un altro tipo di soddisfazioni nel pubblico che spero correrà numeroso in sala. E' l'autunno del 1954 quando l'agente federale Teddy Daniels arriva sull'isola di Shutter, al largo di Boston, dove sono rinchiusi diversi criminali con urbe psichiche. Il suo compito è quello di trovare Rachel Solando, una detenuta scomparsa in circostanze misteriose, ma un uragano si abbatte sull'isola complicando le ricerche. Un thriller intenso e che vi terrà col fiato sospeso di uno dei più grandi registi contemporanei. E Di Caprio è superlativo come sempre...

Les Herbes Folles Di Alain Resnais (ITA. Gli Amori Folli). A quasi 90 anni Resnais si mette ancora dietro alla macchina da presa per stupire il grande pubblico, con una pellicola emozionante tratta dal romanzo di Christian Gailly "L'incident". Margurite sta uscendo da un negozio di scarpe quando subisce un furto. Il suo portafogli abbandonato viene trovato da Georges che comincia a fantasticare su di lei ancora prima di contattarla. Come tutto quello che ci succede Les Herbes Folles racconta una storia reale, prevedibile nella sua inarrestabilità che porta spesso all'errore, unico modo per poter dire però di averci provato, di esserci stato. Racconto di una passione smodata e irragionevole, che spunta come l'erba nei luoghi più impensabili, come l'asfalto. Un altro film esistenziale di Resnais, poetico e ben costruito quanto basta per non farcelo dimenticare.

I Love You Phillip Morris Di Glenn Ficarra e John Requa (ITA. Colpo di Fulmine - Il Mago della Truffa). Presentato al Sundance FF 2009, Il film racconta la storia di un poliziotto texano chiamato Steve Russell (Jim Carrey), sposato e alla ricerca della sua vera madre. Gli esiti non saranno buoni, ma durante il periodo avrà modo di capire di essere omosessuale. Trasferitosi a Miami e trovatosi un compagno, capisce presto che il tenore di vita che vuole tenere è al di sopra delle sue possibilità e quindi inizia a dedicarsi alla truffa. Finito in carcere, incontrerà Phillip Morris (Ewan Mc Gregor) di cui si innamora, ricambiato alla follia. Per l'ennesima volta un tentativo di accostamentoimitazione dei Coen (impareggiabili però), che ben si snoda tra drammacommedia-film romantico, ma che avremmo preferito essere semplicemente più cinico (cavolo, Glen Ficarra è stato sceneggiatore di Bad Santa).

Remember Me Di Allen Coulter. A prescindere da quel poverino, ma bono come pochi, di Robert Pattinson che ormai viene nominato solo come "Il bello di Twilight", il film gode di una firma come quella di Allen Coulter per renderlo davvero degno di nota. Se il nome non vi dice molto, vi citerei Sex & The City, I Soprano, Six Feet Under - Stagione 1, Damages... di cui è uno dei creatori. Remember Me è un dramma romantico (quindi altra bava per Pattinson) scritto Will Fetters e Jenny Lumet (sceneggiatrice di Rachel Getting Married, Jonathan Demme), che racconta la storia di un giovane newyorkese inquieto e ribelle di nome Tyler che ha rapporti tesi col padre da quando una tragedia aveva diviso la sua famiglia. Uno scherzo del destino gli fa incontrare Ally, ma una storia d'amore è l'ultima cosa che vorrebbero iniziare, ma il destino non si sa mai cosa ha intenzione di riservarci. Un bel film romantico. Punto. Ma ogni tanto ci vuole dai... 138 PIG MAGAZINE


News

Avatar 2? Se io fossi in James Cameron, sarei sdraiata in qualche spiaggia deserta dei Caraibi o probabilmente avrei cercato il posto più vicino possibile alle Colonne D'Ercole in cui andare a ripararmi da fans, critici, produttori, distributori... Insomma dal mondo intero, visto che dal successo avuto al botteghino credo che ormai persino gli alieni se lo siano visto. Lo sprovveduto Cameron invece, come uno che vince la lotteria e torna alla tabaccheria che gli ha venduto il biglietto, sarà andato a bere un bicchiere di spumantino alla Fox per festeggiare e come era ovvio, tra una lusinga e pugnetto ammiccante in pieno viso, hanno incominciato a metterlo sotto pressione per il sequel. Come noto Cameron ha già pronta la storia (che se però è come quella del primo consiglierei ai produttori A. Di prendersi del tempo per riguardarla bene; B. Di investire su uno sceneggiatore, perché se il primo lo si andava a vedere per la tecnica e quindi si è chiuso un occhio su certe brutture di trama e sceneggiatura, ora serve una storia altrimenti non c'è più motivo di perderci del tempo) per altri due sequel, andando quindi a creare una trilogia e tra tante supposizioni fatte a proposito una molto plausibile è offerta dal blog MarketSaw che sostiene, vista la battaglia con cui si chiudeva il primo episodio, che il secondo potrebbe essere "solo battaglia". Sempre la stessa fonte afferma inoltre (voce confermata da Cameron e Landau) che il pianeta Pandora verrà lasciato nel caso di un ancora ipotetico sequel. Che dire? Non ci rimane che vedere come si evolverà prossimamente la vicenda, anche perché non è vero che Cameron ha annunciato che questo sarà il suo prossimo film: Avatar 2 è semplicemente in preparazione, una storia abbozzata. E se per il primo ci ha messo 15 anni, sicuramente per questo ci vorrà meno vista l'esperienza acquisita, ma di acqua sotto i ponti farà tempo a passarne.

Buried "Spero che a voi questo film piaccia tanto quanto io ho odiato girarlo", così ha esordito l'attore (nonché invidiatissimo marito di Scarlett Johansson) Ryan Reynolds al Sundance FF di quest'anno, dove presenziava alla presentazione del film Buried di Rodrigo Cortes. E ora voi mi direte: "Ma che sbruffone!...", ma c'è un dettaglio non di poco da tener presente... La pellicola infatti è claustrofobicamente ambientata per 90 minuti circa in una bara dove il protagonista viene sepolto vivo da un gruppo di terroristi iracheni. Oltre alla mancanza di spazio, a complicare le cose è anche la mancanza di luce: infatti l'unica fonte a disposizione è solo l'accendino del protagonista. Ma perché fare una cosa così complessa, che però gode di una struttura narrativa solida e di una evoluzione che acquista significato con il procedere della vicenda? Semplice... Il regista Rodrigo Cortes aveva incominciato ad interrogarsi su come avrebbe potuto realizzare un film con il minor budget possibile, partendo quindi dall'utilizzo di un attore e una location, ma regalando al tutto anche una veste interessante. Certo è che Buried da pellicola super indipendente, è diventata un caso e non escludo un cult per cultori cinematografici, fondamentalmente perché è qualcosa di mai visto, ma soprattutto di riuscito.

I’m Here: a short film & a book by Spike Jonze I'm Here è un mediometraggio (30' ca.) scritto e diretto dal genio Spike Jonze. Come ogni suo lavoro anche I'm Here è intriso di originalità e candore (Spike comunque sembra che si stia sempre di più allontanando dalla follia dei suoi primi lavori e si stia invece avvicinando ad un'estetica "gondryniana") e racconta la storia di due robot che vivono ad L.A., in mezzo alla normale popolazione. Il maschio fa il bibliotecario e ha una vita solitaria e metodica, priva di gioia e passione, fino a quando non ne incontra uno più avventuroso e allegro di sesso femminile. I due protagonisti sono interpretati rispettivamente da Andrew Garfield e Sienna Guillory, mentre per le musiche hanno partecipato Sam Spiegel e Aska Matsumiya (musicista di L.A.). Il lavoro di Spike, proiettato in anteprima al Sundance FF, sarà visibile sul sito ufficiale (il link sotto) da questo mese, mentre è già acquistabile il libro con alcune delle più belle immagini tratte dal film lanciato in concomitanza con la prima proiezione dalla casa editrice indipendente di Zurigo, Nieves. La prima edizione conta 48 pagine e non ce n'è una da cui non vorrei fosse tratto un poster gigantesco (se volete acquistare il libro sotto trovate il link). www.imheremovie.com - nieves.ch/catalogue/spike2.html 139


Libri

Di Marco Velardi

The Buckshot Lexicon Si dice sempre che le certezze sono poche, ognuno ha le sue, acquisite durante i vari periodi della propria vita e diventate parte fondamentale di essa. Una delle mie certezze è lo scrittore Jeff Rian, scoperto grazie a Purple, quando ancora non c’era distinzione di parte, e la prosa si sposava in armonia con la moda più sperimentale. Mi ricordo ancora l’attesa nel ricevere The Buckshot Lexicon, comprato direttamente online, e della

140 PIG MAGAZINE

felicità con cui lo divorai lentamente, lettera dopo lettera, dalla A di Abstraction alla Z di Zero, assaporando la giustapposizione di parole raccontate da Jeff ad immagini di Anders Edstrom. Un insieme che ancora oggi, dopo 10 anni, trovo magico e senza tempo, e per cui avrei sperato in un seguito. Anche se forse quel seguito non verrà mai, e toccherà scriverci il nostro alfabeto da soli, o come Jeff aveva anticipato nella sua intro-

duzione, all’inizio di un nuovo decennio in cui Tumblr ha ormai preso il sopravvento, lo visualizzeremo e basta. www.purple.fr Titolo: The Buckshot Lexicon Autore: Jeff Rian Casa editrice: Purple Books Anno: 2000 Dimensioni: 13 x 18 cm - Prezzo: 15 €


Club Donny Club Donny non è un libro, e nemmeno una raccolta d’immagini di qualche locale notturno semi-sconosciuto, ma un vero è proprio club di appassionati della natura, e delle sue varie forme, che siano piante, verdure e fiori dentro spazi urbani, ma non solo. Club Donny è pubblicato ogni sei mesi in Olanda da Post Editions ed è diretto da Ben Laloua, Frank Bruggeman e Ernst van der Hoeven. Fin ora sono usciti quattro nu-

meri, e credo sia quasi impossibile trovarli se non direttamente dal loro sito, il che è un’ottima scusa per lasciarsi ispirare dalle immagini che ci accolgono in apertura, a cui ovviamente poter aggiungere anche le proprie, nel vero spirito di un club. A metà tra magazine per pollici verdi e newsletter dei soci della cooperativa dietro casa, con un pizzico di grafica azzeccata, Club Donny è proprio ciò che vorreste trovarvi nella buca

delle lettere ogni sei mesi. www. clubdonny.com Titolo: Club Donny Autore: Ben Laloua, Frank Bruggeman e Ernst van der Hoeven Casa editrice: Post Editions Anno: 2010 Dimensioni: 21 x 29,7 cm Prezzo: 10 €

Portraits from above - Hong Kong’s informal rooftop communities Ci sono luoghi sconosciuti alla gran parte della gente, luoghi che non si vedono, cresciuti autonomamente, senza una planimetria o un perché. Stefan Canham e Rufina Wu, rispettivamente fotografo e architetto, sono andati alla ricerca ed esplorazione delle comunità abusive che popolano i tetti di Hong Kong da quasi più di mezzo secolo. Labirinti di corridoi, lamiere e materiali di

fortuna che s’intrecciano con storie di vita quotidiana. Questo volume, già alla seconda ristampa, per la giovane casa editrice tedesca Peperoni Books, racchiude scatti da più di venti appartamenti e planimetrie, ridisegnate dalla stessa Rufina, che dimostrano la genialità di questi piccoli villaggi, ma ne riflettono anche la precarietà, con resoconti degli stessi abitanti, dove si parla di migra-

zioni e di preoccupazioni sul futuro che la città gli riserverà. www. peperoni-books.de Titolo: Portraits from above Autore: Rufina Wu e Stefan Canham Casa editrice: Peperoni Books Anno: 2009 Dimensioni: 22,5 x 24,8

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Whaleless

A Cura di Giovanni Cervi. Contatti e info: verbavolant@pigmag.com

Un mondo senza balene. Inquinamento e pratiche di pesca insostenibili stanno mettendo a serio rischio la sopravvivenza dei grandi cetacei. Questo è uno spazio dedicato a chiunque voglia esprimere la propria indignazione, rabbia, vergogna, incredulità, preoccupazione… con ogni mezzo espressivo, dall’illustrazione alla canzone, dall’animazione alla fotografia e oltre. Visitate i siti internet www.whaleless.com e www.myspace.com/whaleless per ulteriori informazioni e per visionare la gallery dei lavori giunti fino ad ora. Be creative, save a whale.

Frau Von Wal & Herr Von Wal Hai mai visto una balena? Sì, un’orca gigante che spuntava dall’acqua saltando. Purtroppo era in un acquazoo e non in libertà, e ricadendo nell’acqua ha inzuppato tutti gli spettatori. Che rapporto hai col mare? Mi piacciono i bagni notturni, perché fanno percepire il mare nella sua essenzialità. Se tu potessi scegliere di trasformarti in un abitante marino, quale sceglieresti? E perché? Nell’ipotesi di una trasformazione irreversibile sceglierei di diventare delfino. Se fosse invece possibile trasformarmi per poi tornare umana dopo un giorno, sceglierei una forma di vita totalmente diversa dall’uomo, magari una vongola… chissà com’è la vita da vongola… Qual è il tuo elemento preferito tra aria, acqua, terra e fuoco? Perché? L’aria… L’elemento più impalpabile, discreto e sfuggente. Pensi che l’arte sia fine a se stessa o che debba avere un messaggio o un riflesso su chi guarda? Per me sarebbe preferibile che l’arte comunichi qualcosa a chi guarda. Non necessariamente un messaggio specifico e concreto, trovo molto interessanti le opere che riescono a trasmettere un’insieme

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di idee o uno stato d’animo. Come descriveresti il mondo nel quale viviamo? Un organismo con molti parassiti. E come lo immagini tra 20 anni? Un organismo con moltissimi parassiti. Ci dici qualche parola da associare al tuo modo di fare arte? Sgrunt, miao, disegno, monitor, casalingo, esplorazione. Come hai realizzato queste balene? Ho incontrato per caso questi due signori alla Alte Pinakothek di Monaco di Baviera, stavamo tutti guardando il dipinto di Jan Brueghel in cui Giona esce dalla balena. Così abbiamo fatto conoscenza e gli ho chiesto se potevano posare una decina di minuti per me, affinché disegnassi un loro ritratto, lì per lì, a biro sull’opuscolo del museo. Successivamente ho trasferito il disegno nel computer e l’ho rifinito a colori. A cosa stai lavorando ora? Top secret… un nuovo tipo di alienino… Hai un sogno/incubo ricorrente? Il mio sogno-incubo ricorrente è una notte in cui non viene mai buio: mi accorgo che è mezzanotte e c’è ancora il sole, e così mi rendo conto che qualcosa non quadra. O forse è un déjà vu di una vita passata nell’estremo nord o sud del pianeta… www.karinandersen.com


www.pigradio.com


PIG Waves

A Cura di Giovanni Cervi. Contatti e info: verbavolant@pigmag.com

Pig Waves è un flusso di immagini e parole che segue una parola chiave: Nuvole. Chi ci sta dentro, chi sta sotto e chi le sogna.

“Tra terra e inferno, il cielo si capovolge”. 144 PIG MAGAZINE


www.veronfernanda.com - “Ma dai cieli lontani non scende mai la pioggia?”.

“Tian bian yi duo yun” - “Quando le nuvole vanno al contrario”.

www.blakegordon.com - “Il cielo è quadrato”.

www.thecloudproject.co.uk - “Nuvole da leccare”.

www.aniceideaeveryday.com - “Nuvole prefabbricate”. 145


Videogames

Di Janusz Daga (jan@pigmag.com)

PIG’s Most Played. In videogames, everybody will have sex with anything, anywhere. Mass Effect 2_Xbox 360 Non puoi avere una Xbox e non avere Mass Effect. E’ cinematico a tal punto che a volte gli amici si fermano a guardarti giocare come se fosse un serial in TV. La storia del comandante Shepard è la storia che ognuno di noi saprà costruire: esplorazione, conquista, tattiche, amori e sesso. Tanto sesso con tutti. Così tanto che sul web è pieno di siti e blog dedicati al sesso alieno e alle scene esplicite di Mass Effect 2. Noi ci siamo già portati a letto Jack e Kelly ma puntiamo a Tali!

PSP uno dei titoli più espliciti della storia dei videogames e sarà anche possibile fare amicizia con le ragazze per poi spogliarle ulteriormente…

Lots of Mothers!!_PC Di questo titolo vogliamo raccontare la “periferica” inclusa nella confezione. Basterà quella per intuire tutto il resto. Bene… è un “personal assistant” dedicato al pubblico maschile... A seconda della ragazza che sceglierai nel gioco, l’aggeggio si comporterà in maniera differente…

Love Plus_Nintendo DS

Tatsunoko Vs. Capcom_Nintendo Wii

Il 64% degli uomini giapponesi vorrebbe avere una relazione con un personaggio dei videogiochi. Da qui l’idea di Konami per questo capolavoro otaku. Potrete accarezzare, fotografare, baciare e parlare alla vostra amata digitale, tutto grazie alle meravigliose capacità del DS. Basta con la solitudine e l’isolamento! D’ora in avanti potrete correre nel parco, cenare insieme o andare al cinema in compagnia. Del vostro DS.

Ken L’Aquila che combatte contro Yattaman, Joe il Condor che scazzotta con Vietful Joe che molla un calcio a Mega Man che se la prende con Chun-Li. Se vi piacciono i picchia duro vecchio stile, questo è definitivamente imperdibile.

Dead or Alive Paradise_Sony PSP Bellissime ragazze in costume, una spiaggia bianca, palme sole e tanto mare. In realtà sarebbe un gioco di Beach Volley ma non ci crede nessuno –e nessuno lo compra per questo-. Finalmente su

146 PIG MAGAZINE

Doodle Jump_iPhone E’ IL platform che mancava su iPhone. Ha già battuto tutti i dati di download e il suo successo sta proprio nella sua semplicità. La grafica è pulita e carina: un mostriciattolo salta da una nuvoletta all’altra senza mai fermarsi, tra lui e il cielo alcuni impedimenti da superare con astuzia.


NovitĂ 

big view. big fun!


Videogames

Di Janusz Daga (jan@pigmag.com)

Schiacciare i nemici, inseguirli e ascoltare i lamenti delle femmine. Muscle March: The first game to offer a polar bear in tight swimwear! Arnold Schwarzenegger, Stallone, Bruce Willis, i film anni ’80 e i film anni ’90, il dito alzato di Hulk Hogan, le bandiere americane e i Manowar a petto nudo sul palco. Le palestre in casa, l’aggeggio per gli addominali in 5 minuti, Ivan Drago, gli Humungus e

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Den Harrow. Tutto questo più gli integratori alimentari hanno creato il mito e il culto del bicipite Over The Top. Ma in un epoca in cui sono gli Emo a battersi a cazzotti e Edward Norton diventa l’icona di Calvin Klein non poteva mancare il rovesciamento completo

della dinamica machista post-Rambo. Se prima il “grosso e forte” si portava a casa tutte le ragazze ora se le fa fregare da un branco di vampiri quindicenni, e non c’è sigaro che tenga. Niente più gare di braccio di ferro o toro scatenato al luna park. I muscoli non


servono più, o almeno, non così tanti. Le vecchie storie del fiume Mekong e del come si smonta un M60 sono morte con Jeffrey Lebowski. Ora serve il ciuffo sugli occhi, il capello lungo, la barba incolta. Bisogna saper cantare o ballare, bisogna saper piangere in diretta TV.  Dalle ceneri del super uomo nasce una nuova specie di macho. Sensibile, ironico, inutile e molto gonfiato. Si perché in più di trent’anni gli integratori sono diventati capaci di meraviglie e fanno crescere i muscoli come le piante di rosmarino, mentre l’uomo si è andato sensibilizzando. Il palestrato ha preso contatto con il suo lato femminile e esibisce senza paura la voglia di tenerezza. Succede così che dal Giappone arriva Muscle March e risolve in un batter d’occhio il moderno complesso di inferiorità maschile. La trama è semplicissima: una serie di super muscolosi alla caccia del ladro che ha rubato il Super Integratore Definitivo. Senza questo integratore, ricco

di sostanze dopanti, l’intero mondo del Body-YMCA-Building si scioglierebbe come neve al sole e la “crew” di Tony non può permetterlo. Molti i personaggi tra i quali scegliere: l’orso polare, il baffone spagnolo, la donna cannone, l’ex cestista degli Harlem Globetrotters e la formazione dei Village People. Tutti grossissimi, tutti scemi e –quasi tutti- vestiti con un tanga rosa. Tutti a correre dietro al ladro che scappa a tutta velocità anche attraverso i muri, distruggendoli e lasciando al suo passaggio la sua sagoma. A questo punto arriva il difficile: si dovrà passare attraverso lo stesso buco assumendo le tipiche pose da sollevamento pesi. Ricreare l’esatta sagoma lasciata dal ladro sarà fondamentale per non schiantarsi contro il muro e deludere i propri fan. Le pose sono la chiave per la vittoria e vanno ricreate utilizzando i controller del Wii per ottenere la  sagoma perfetta. Ma c’è pochissimo tempo per farlo e la corsa è folle. Sullo schermo

infatti appare di tutto: mucche volanti, galline, cuscini e rose rosse, gente a caso che passa di li. Lo stile giappo regna sovrano, niente è come dovrebbe essere e tutto è come abbiamo sempre sognato che fosse. Quelli della Namco, dopo Katamari Damacy non si sono più ripresi e hanno continuato a sniffare colla -con nostra somma gioia visti gli strepitosi risultati-. Un mix di spazzatura made in USA, pop giapponese e musica dance di pessima qualità. La grafica non è certo il massimo, ma fa il suo sporco lavoro e se avete allineato abbastanza lattine di birra e i vostri amici non si reggono in piedi questo gioco potrebbe essere l’esperienza più esilarante degli ultimi anni. Da oggi in avanti e per i secoli venturi, nessuno potrà più vantasi per un pettorale di marmo senza arrossire. Lo scaricate dal canale Wii Ware per 500 punti. Un prezzo ridicolo per un capolavoro del genere!

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