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Mensile. Numero 76, Ottobre 2009

Italia €5 - U.K. £6,50 - France €8 - Germany €9,30 Spain €8 - Greece €7,70 - Finland €8,50 - Malta €5,36 Japan ¥2.250 - Austria €8,90 - Portugal €6,30

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© 2009 Vans, Inc.


PIG Radio LIVE x Diesel U Music Radio @ Magnolia Parade MILANO. Foto di Meschina.

PIG magazine 76, Ottobre 2009 Questo numero di PIG è dedicato a Nanà. Direttore Editoriale: Daniel Beckerman Direttore Responsabile e Creativo: Simon Beckerman Senior Editor: Sean Beolchini Managing Editor: Valentina Barzaghi (valentinab@pigmag.com) Production Manager & Pr: Stefania Mapelli (stefania@pigmag.com) Fashion: Sean Beolchini (moda@pigmag.com) Ilaria Norsa (moda@pigmag.com) Music: Giacomo De Poli (musica@pigmag.com) Cinema: Valentina Barzaghi (cinema@pigmag.com) Art & Media: Giovanni Cervi (verbavolant@pigmag.com) Design: Maria Cristina Bastante (design@pigmag.com) Books: Marco Velardi (libri@pigmag.com) Videogames: Janusz Daga (jan@pigmag.com) Redazione Grafica: Stefania Di Bello (teffy@pigmag.com) Info: mail@pigmag.com Contributors Gaetano Scippa (musica), Marco Lombardo (musica), Piotr Niepsuj, Fabiana Fierotti (moda), Marina Pierri (musica), Nacho Alegre (foto), Karin Piovan, Mathias Sterner (foto), Elin Edlund (styling), Clara (model), Tony (model), Ana Kraš (foto e styling), Nina (model), Aleksandra (model), Mate (model), Marija (model), Jovan (model),

6 PIG MAGAZINE

Jovana (model), Radoš (model), Sara (model), Zorana (model), Marlene Marino (foto), Yasuko Hashimoto (styling), Hana (model), Sumi (model), Tony Hart (foto), Samantha Casolari, Saint-Beau (model), Aleksandar Dobric (model), Bruce Machado (model), Catriona Volwes (model), Manami Ishikawa (hair and make up), Santi Rodriguez (styling), Coke Bartrina (photo assistant), Davinia Arias (styling assistant) e Maria Martinez (hair and make up). Special Thanks Caterina Napolitani, Piera Mammini, Bianca Beckerman, Caterina Panarello, Georgia Taglietti, Marco Lombardi e Laura Mele. Marketing Director & Pubblicità: Daniel Beckerman adv@pigmagazine.it Pubblicità per la Spagna: SDI Barcelona Advertising & Graphic Design Tel +34 933 635 795 - Fax +34 935 542 100 Mov.+34 647 114 842 massi@sdibarcelona.com Gestione & Risorse Umane: Barbara Simonetti Edizioni B-arts S.r.l. www.b-arts.com Direzione, Redazione e Amministrazione: Via S. Giovanni sul Muro 12 - 20121 Milano. Tel: +39 02.86.99.69.71 - Fax: 02.86.99.32.26 Presidente: Daniel Beckerman Pig Magazine: Copyright ©2002 Edizioni B-Arts S.r.l. Autorizzazione del Tribunale di Milano n° 453 del 19.07.2001 Stampa: Officine Grafiche DeAgostini S.p.A. Corso della Vittoria 91 - 28100 Novara (Italy). Tel: +39 0321.42.21 Fax: +39 0321.42.22.46 Distribuzione per l’Italia: SO.DI.P. “Angelo Patuzzi” S.p.A.

Via Bettola 18 - 20092 Cinisello Balsamo (MI). Tel: +39 02.66.03.01 Fax: +39 02.66.03.03.20 Distribuzione per l’estero: S.I.E.S. Srl Via Bettola, 18 20092 Cinisello Balsamo (MI). Tel. 02.66.03.04.00 - Fax 02.66. 03.02.69 - sies@siesnet.it Abbonamenti: B-Arts S.r.l. Tel. +39 02.86.99.69.71 email: abbonamenti@pigmag.com I versamenti devono essere eseguiti sul CC Postale numero 38804795 intestato a B-Arts S.r.l Spedizione in abbonamento postale 45% art. 2 comma 20/B Legge 662/96 Milano. Contenuto pubblicitario non superiore al 45%. Per informazioni su distribuzione e abbonamenti internazionali: international@pigmag.com Pig all’estero: Grecia, Finlandia, Singapore, Spagna, Inghilterra, Brasile, Hong Kong, Giappone, Turchia, Germania. Pig è presente anche nei DIESEL Store di: Berlino, Londra, Parigi, Tokyo, Milano, Roma e Treviso. Pig Magazine è edita da B-arts editore srl. Tutti i diritti sono riservati. Manoscritti, dattiloscritti, articoli, disegni non si restituiscono anche se non pubblicati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta in alcun modo, senza l’autorizzazione scritta preventiva da parte dell’Editore. Gli Autori e l’Editore non potranno in alcun caso essere responsabili per incidenti o conseguenti danni che derivino o siano causati dall’uso improprio delle informazioni contenute. Le immagini sono copyright © dei rispettivi proprietari. Prezzo del numero 5 Euro. L’Editore si riserva la facoltà di modificare il prezzo nel corso della pubblicazione, se costretto da mutate condizioni di mercato. Errata Corrige PIG 75: Pag. 70 il nome della persona intervistata è JASON CASTRIOTA e non Catriota.


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Sommario

Interviste:

56: Sonar 2009 part 2

74: Jan Kounen

52: Gosha Rubchinskiy

66: Annie Foto di copertina di Nacho Alegre.

78: Bertone Details

Moda:

Street Files:

110: Clara + Tony

96: Welcome To Belgrade

84: Sumi & Hana

44: Las Vegas

Servizio di Mathias Sterner

Servizio di Ana Kraš

Servizio di Marlene Marino

Foto di Phil Oh

Regulars 12: Bands Around 14: Fart 16: Shop: Pixie Market 18: Libro: Audrey Fondecave e Yoshi Tsujimura 20: Design 22: Pig files 26: Moda 40: Flickr Buddy of the Month 124: Musica 128: Cinema 132: Libri 136: Whaleless 152: Pig Weves 138: Videogames 8 PIG MAGAZINE


nuova MINI Ray D. emissione impossibile.

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Bands Around

Foto di Meschina

Congorock Magnolia Parade 2009 - Milano Nome? Rocco Rampino Età: 26 Da dove vieni? Dal Messico e da una vacanza dai miei in Salento. Che cos'hai nelle tasche? Una chiavetta usb e delle vitamine. Qual è il tuo vizio segreto? Pratiche Voodoo. Chi è l'artista/ band più sorprendente di oggi? I Ducktails. Di chi sei la reincarnazione? Cagliostro. Che poster avevi nella tua cameretta quando eri piccolo? Metallica! Ci dici il nome di un artista o una canzone italiana? Come é profondo il mare - Lucio Dalla

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Bands Around

Foto di Meschina

Useless Wooden Toys Magnolia Parade 2009 - Milano Nome? Gilberto (sinistra) Età: 30 Da dove vieni? Cremona - Italy .Che cos'hai nelle tasche? Il mio I-pod con solo tracce funk antecedenti al 1976, le Upper deck del quintetto base dei Chicago Bulls stagione 93-94 Paxon - Jordan - Pippen - Grant - Cartwright .Qual è il tuo vizio segreto?  Tra quelli capitali? Sicuramente la Gola.... Quando il mio alter ego FAT-G si impossessa di me... altro che Homer Simpson... non posso farci niente non sono io!!!! Chi è l'artista/band più sorprendente di oggi?  Dj A-Trak. Di chi sei la reincarnazione? Buddha... mi piace stare in sua compagnia... e poi un po' di carattere ci troviamo... Che poster avevi nella tua cameretta quando eri piccolo? Micheal Jordan l'unico, l'inimitabile! Ci dici il nome di un artista o una canzone italiana? Titan!

Nome? Riccardo (destra) Età: 30 Da dove vieni? Cremona Italy. Che cos'hai nelle tasche? Il bottone della camicia che mi si è appena staccato. Qual è il tuo vizio segreto? Adoro I Birkenstock con le calze. Chi è l'artista/band più sorprendente di oggi?  N.A.S.A. Di chi sei la reincarnazione? Arnold. Che poster avevi nella tua cameretta quando eri piccolo? Il poster dell’ufficio di Fox Mulder “I want to believe”. Ci dici il nome di un artista o una canzone italiana? Sano Business ft Germano Mosconi - Macheooh!

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Fart uno spazio dedicato al sacro fuoco dell’arte

Kathy Grayson

Di Giovanni Cervi (verbavolant@pigmag.com)

Foto di Piotr Niepsuj

Mi sono sempre chiesto cosa muova le persone che stanno nel mondo dell’arte. Gli artisti è facile, si sa, è il sacro fuoco che li divora. Ma tutti quelli che ci stanno intorno? Galleristi, curatori, critici, agitatori… cosa li spinge? Fart prosegue con la sua indagine intervistando Kathy Grayson, a Roma per New York Minute, una mostra sulla scena artistica della grande mela, supportata da adidas. Come sei arrivata nel mondo dell'arte? Era il 2001 quando visto un disegno di Chris Johanson che ritraeva un tipo triste in completo da business con la scritta "how did i become a fucked up dog person" (www.artnet. com/Magazine/people/santoro/santoro7-10-4. asp), cambiai il mio corso di laurea e feci uno stage al Whitney Museum. In quel periodo non ero in sintonia con la mia vita così ne cambiai il percorso. Dopo la laurea al Dartmouth cominciai a lavorare alla Deitch Gallery perché rappresentavano Chris Johanson e io volevo conoscerlo! Sei piuttosto giovane tu, cosa vedi nel tuo futuro? Ho compiuto 29 anni ieri! ho ancora un anno per essere cattiva e poi so che dovrei diventare un po' più seria. Almeno per quello che riguarda i party. Forse arrivare in orario al lavoro. Probabilmente, non sicuramente. Dove trovi le energie per fare tutto?

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Se ti diverti non ti stanchi mai. Hai notato differenze tra il mercato dell'arte americano e quello europeo? In qualche modo sono diversi, ma le "vibrazioni" sono le stesse. Da un punto di vista di marketing penso che, ad esempio, le galleria newyorkesi siano più interdisciplinari nel promuovere gli artisti, sfruttando le compagnie di arte, design, fotografia, moda, internet e tutte le cose del genere. A New York ci sono artisti che hanno i piedi d'appertutto, le loro carriere sono multiformi e si fanno pubblicità in campi diversi: ad esempio Hanna Liden può aver attenzione perché scatta un servizio di moda per V Magazine o per una sua mostra o per la sua presenza nella vita notturna. AVAF può fare una borsa per un'industria di design, una carta da parati per il Moma, un video per il Burning Man Music Festival etc etc. E' dappertutto. Dove

ti piacerebbe vivere? Appena laureata mi sono trasferita a New York. Non conoscevo nessuno. Vivevo in uno studio e dormivo su un futon. Mi ci son voluti tre mesi per trovare un amico. Ora ne ho centinaia. Dopo tutta questa fatica e tutto il lavoro fatto per costruirmi un network di artisti e amici non credo potrei vivere in un altro posto. Con tutta l'arte che ti vedi passare davanti, c'è qualcosa che ancora ti stupisce? In questo show romano pensavo di sapere esattamente come sarebbe andato l'allestimento, ma oggi, a soli tre giorni dall'apertura, è sorto un nuovo pezzo fuori da museo, una eccitante collaborazione, non rovinerò l'attesa prima dell'inaugurazione. Succede quando hai dieci grandi artisti in un museo e molta birra e caffè. Sicuramente salterà fuori qualcosa di sorprendente!


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Shop

Intervista a Magda Pietrobelli di Fabiana Fierotti.

Pixie Market Pixie Market è il paradiso per tutti coloro che, come me, cercano vestiti carini che non costino un occhio della testa, per non dire tutto lo stipendio. Magda e Gaelle, rispettivamente da Londra e New York, si occupano di tenere lo shop sempre al passo con le esigenze e le richieste dei fashion addicted, facendo attenzione a non svendersi a brand troppo popolari. Il loro punto forte è dar voce agli indipendenti e agli emergenti, che di creatività ne hanno da vendere. In quanti vi occupate di Pixie Market? Io, Magda Pietrobelli e la mia amica e business partner Gaelle Drevet. Dove vivete? Io vivo a Londra e Gaelle a New York. Cerchiamo di portare da due parti diverse del mondo, il meglio dei trend sul nostro shop online. Quali brand vendete all’interno del vostro shop? Tendiamo a preferire i brand indipendenti e specialmente: Carin Wester (Svezia), Martin Lamothe (Barcellona), Shakuhachi (Australia), Stolen Girlfriends Club (Nuova Zelanda), White Trumpet (Londra), Blank (Giappone), Belle Sauvage (Lussemburgo), Marios, e molti altri… Cerchiamo di mantenere un buon mix di pezzi difficili da trovare (e molti sono anche economici) e pezzi dal design unico e particolare.

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Ma il vostro non è soltanto uno shop online, giusto? No! Abbiamo anche un negozio a New York, in 100 Stanton Street. È aperto dal lunedì alla domenica dalle 12.00 alle 20.00. Fate un salto al più presto, ne vale la pena! Qual è il leitmotiv dello shop? Cerchiamo di dare ai malati dello shopping pezzi super cool a prezzi non esagerati. Curiamo molto la nostra immagine, siamo molto attente allo styling e al modo in cui presentiamo gli abiti ai nostri clienti. Sembra stupido, ma lo styling è tutto in questo campo. Chi è il perfetto cliente per Pixie Market? I nostri clienti tendono ad essere piuttosto… agguerriti! Quindi credo che il nostro cliente perfetto debba essere abbastanza deciso e “feroce”? Si, perché ogni volta che mettiamo qualcosa di nuovo e veramente figo sul

sito, dovreste vedere la ressa! Tutte le scorte finiscono in un nano secondo. Una cosa incredibile. Collaborate spesso con i blogger? Abbiamo appena finito un servizio (nell’immagine, ndr.) con Fab Lulu del blog www. luluandyourmom.blogspot.com… è stato molto divertente. È sempre bello confrontarsi con chi, come noi, vive continuamente a stretto contatto con il web e con il mondo della moda. La collaborazione con Fab Lulu è stata molto stimolante, uno scambio di stile e idee interessante. Avete qualcosa che bolle in pentola per i prossimi giorni? Si, ma dobbiamo assolutamente tenere il segreto al momento. Se volete saperne di più fate un salto sul nostro sito nei giorni a venire… www.pixiemarket.com


Books

Intervista di Marco Velardi

Audrey Fondecave e Yoshi Tsujimura Yoshi, Giapponese, e Audrey, Francese, si incontrano a Tokyo, nasce un amore vero e duraturo che con il tempo diventa collaborazione sul lavoro. OK Fred è uno di questi frutti, sviluppatosi negli anni e sotto varie forme, rivista, podcast, mostre, libri e collaborazioni a non finire. Se capitate a Tokyo, non esitate a scrivergli per qualche consiglio sulla città e magari per conoscerli di persona. Come abbiamo fatto noi con Yoshi, che risponde alle nostre domande. Com’è nata l’idea di pubblicare OK Fred? Ho sempre avuto l’idea che fare una rivista non fosse poi tanto difficile, e così decisi di provare a farne una. Iniziai a 20 anni, e l’idea di diventare un editore mi sembrava azzeccata per ravvivare la mia carriera, un po’ noiosa fino a quel momento. OK Fred

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nacque dalla voglia di perseguire un nuovo punto di vista sulla cultura che mi circondava. Gli stimoli iniziali sono cambiati, non è solo la cultura che ci circonda a interessarci, ma la società in generale. Credo sia stato un cambiamento legato anche all’età. Da qui a selezionare gli artisti con cui la-

vorate, qual è il criterio di scelta? Non è una domanda semplice, potrei risponderti che per l’ultimo volume che abbiamo pubblicato Hitobito no ongaku ni tsuite, dove si racconta la vita del musicista Hiroshi Egaitsu, è stato un processo molto lungo. Partendo dal momento quando ero un ragazzino e ascoltavo la sua musica. Con il tempo ci siamo conosciuti, e sono orgoglioso di aver pubblicato un libro su di lui, e su come ha rivoluzionato il modo della musica Giapponese. In generale credo che sia importante lavorare e pubblicare artisti che rispettiamo. Vi occupate di altro oltre a OK Fred? A lato di OK Fred scriviamo per altre riviste e blog. OK Fred non è solo editoria, ci occupiamo di radio, negozi temporanei, e ogni tanto curiamo anche qualche mostra. Audrey è anche impegnata sul fronte artistico, con mostre personali, libri per bambini e non solo. Se vi chiedo di darmi una definizione di editoria indipendente? Poter fare le cose che vogliamo, senza compromettersi ma anche prendendosi le proprie responsabilità. Onestamente, è più facile a dirsi che a farsi, ma nell’ipotesi che un giorno si fallisca un progetto, avremo sempre la possibilità di cambiare e provare qualcosa di nuovo, grazie al fatto che siamo indipendenti e non sottostiamo a nessuno. Del futuro dell’editoria indipendente cosa ne pensate? Personalmente non abbiamo una visione contrastante tra carta stampata e mondo digitale. Ci piacciono entrambi e siamo interessati a pubblicare online in futuro, l’unica cosa che non ci piace è la gratuità della rete. Un libro che consigliereste? In Cold Blood di Truman Capote. Adoriamo Capote, e questo libro dimostra un nuovo approccio al giornalismo. okfred.com


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Design & zen Intervista di Mariacristina Bastante (kikka@pigmag.com)

Dici Giappone e pensi al sushi, ai cartoni animati e al design minimal ed elegante. Dici Kyouei design ed ecco una collezione di oggetti divertenti, semplici, belli e sorprendenti. Storia di un ex sound producer che voleva creare cose “visibili”. E lo ha fatto. Dai piatti scolpiti come un paesaggio di montagna, alle luci che si squagliano, alla poltrona fatta a mano, intrecciando e piegando chilometri di filo di alluminio. Non c’è ordine, ma un mirabolante equilibrio, una specie di saggezza surreale. Zen, insomma. Come ti chiami? Kouichi Okamoto. Quanti anni hai? 38. Dove vivi adesso? Vivo a Shizuoka. E’ nella parte centrale del Giappone. Che cos’è il design per te? E’ il lavoro della mia vita. Pensi che il design debba essere per forza utile? No, non credo. Dovrebbe dipendere dalla situazione. Quando progetto questo aspetto – l’utilità – non è poi così importante. Enfatizzo di più l’aspetto del divertimento.

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Quando hai deciso che saresti voluto diventare designer? Nel 2006 ho fondato il mio studio Kyouei design. Prima lavoravo come sound producer. E poi un giorno ho pensato che mi sarebbe piaciuto creare cose “visibili” Così è nata la BalloonLamp. Comunque quando ero piccolo mi piaceva creare robot. Mi ricordo perfettamente che la mia prima creazione originale è stata un robot fatto di automobiline di plastica. Che cosa ti ispira? Ci sono molte fonti di ispirazione nella mia vita: gli oggetti che preferisco, lo stile, i colori e i suoni… Molte cose magari le di-

mentico, allora cerco poi di ricordarle e di mescolarle con quello che mi interessa al momento. Metto assieme o taglio. Anche la musica mi influenza molto. Quando facevo il sound producer il mio motto era: “minimum of necessity”. Cos’è veramente necessario? E mi dà ancora una grande soddisfazione creare qualcosa di necessario, bello e equilibrato. Com’è il design in Giappone? Questa espressione – Japan design – è molto familiare, anche per noi Giapponesi. Penso che esistano due tipi di design giapponese. Uno è ricalcato dall’artigianato tradizionale e poi ci sono i prodotti realizzati


industrialmente. Si tratta, in ogni caso, di oggetti molto semplici, ma curati nei dettagli. Penso che sia stata la densità della popolazione ad influenzare lo sviluppo di queste caratteristiche. I Giapponesi hanno sempre vissuto in tanti e in uno spazio sviluppato: così hanno dovuto per forza sviluppare una maggiore sensibilità e delicatezza. Il Giappone è uno degli stati più avanzati dell’Asia: ci sono molte industrie, ma anche molte aziende medio piccole. Così noi designer indipendenti abbiamo degli interlocutori. Siamo nell’ambiente giusto per creare vari prodotti con facilità. E i cartoni animati? Sono importanti? I cartoni animati sono una vera e propria cultura in Giappone. Penso che la nostra produzione di robot sia stata davvero influenzata dall’animazione. Trovo molto interessanti i tuoi prototipi. In un certo modo stanno a metà tra il design e l’arte contemporanea. Mi fa piacere sentirtelo dire. I prototipi hanno più elementi “artistici” dei prodotti. Molti di loro sono stati fatti per qualche mostra o qualche concorso. Fanno vedere più di tutto quello che vorrei esprimere. L’ironia e gli elementi inaspettati hanno un ruolo importante nel tuo lavoro, vuoi

parlarmene? Grazie ancora per aver compreso bene i miei oggetti. Per la maggior parte sono semplici, minimali e ricchi di senso dell’umorismo, sebbene non mi piaccia “definirli” troppo. Mi da più soddisfazione vedere le persone interagire con il mio design liberamente. In questo senso mi sono piaciuti molto due progetti legati alla tavola e al cibo: “Topography plate” e “Frame Napkin”… Sono partito dal fatto che una scoperta accidentale possa diventare arte. Nel Frame Napkin non bisogna aver paura di sporcare la tovaglia: alla fine del pasto le macchie diventano arte. Il Topography Plate è stato creato per la mostra “Handled with care” dedicata alla ceramica contemporanea: in questo caso la zuppa nel piatto completa il paesaggio, diventando un laghetto tra le montagne. Quali sono i tuoi prossimi progetti? Sto pianificando una mostra personale. E anche alcune collaborazioni con brand del mondo della moda. Adesso stai lavorando come designer indipendente, con quale brand vorresti collaborare? Ce ne sono moltissimi, non saprei dirtene uno per tutti.

Mi interessano collaborazioni non solo nel mio settore, ma anche nella musica, nella moda, nei video. Sono molto positivo verso le nuove esperienze. Qual è tra i progetti che hai già realizzato quello che ami in modo particolare? Direi la “Composition Chair”, che è uno dei miei ultimi progetti. È fatta di fili di alluminio, intrecciati uno per uno. Non ci sono nè chiodi, nè saldature o giunture: come unico attrezzo ho usato solo una pinza. Ci ho messo sei mesi per completarla!! Immagina di non essere un designer. Che cosa staresti facendo adesso? Forse il sound producer. Sto ancora facendo qualcosa con il suono, ma se non fossi un designer probabilmente mi concentrei totalmente su quello. Hai spesso lavorato con la luce e il lighting design. Puoi dirmi qualcosa in più circa questo aspetto del tuo lavoro? Il mio nome, Kouichi, si scrive utilizzando l’ideogramma cinese che vuol dire luce. Non sono certo che questa sia la ragione o no, ma penso che sia un bel regalo che mi hanno fatto i miei genitori! Come lo è per gli insetti, penso che la luce sia molto attraente anche per gli esseri umani. www.kyouei-ltd.co.jp

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PIG files

Di Giovanni Cervi

Vetro 3.0 Tessuto soffiato. Mi viene in mente qualcosa da mangiare, e anche a guardarlo bene lo sembra – tra il cavolfiore e lo zucchero filato. In realtà è un’invenzione del designer Oki Sato, Blown Fabric. Tessuto di poliestere che viene soffiato fino a creare delle specie di funghi indossabili. Non so se avrà mai un’applicazione industriale, ma il futuro è dalla sua parte. Sempre che non esplodano in mille pezzi! www.nendo.jp

La luce ti guarda

Sit down, drink up Scott Jarvie ama la plastica. E ama riutilizzare ciò che già esiste. Coniugando le due cose ha realizzato questa sedia fatta di cannucce. La forma è un classico del design e non so se sia comoda, ma sicuramente fa la sua figura. Sempre che le cannucce non siano usate.. www.scottjarvie.co.uk

Le telecamere di sorveglianza sono diventate ormai oggetti di uso comune, purtroppo. Dopo l’uso quasi smodato che ne ha fatto Banksy, arriva dalla Turchia Spoticam, creata dall’Antrepo Design Industry, con tanto di braccio snodabile e in versione bianca e alluminio. Tenetela d’occhio. www.a2591.com www.antrepo4.com

Un robot alla mia tavola Da sempre i robot sono stati pensati per servire l’uomo. Museum of Robots ha fatto un passo avanti: oggetti ispirati ai primi robot che letteralmente servono l’uomo, piatti, stoviglie e accessori per la casa. Il riferimento estetico sono gli intramontabili anni ’50, la pietra portante dell’immaginario fantascientifico mondiale e filosofia robotica è riassunta nel museo virtuale su Second life. Ma non dimenticate mai le 3 leggi di Asimov sui robot… museumofrobots.com

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PIG files

Di Giovanni Cervi

Creatore di mondi L’evoluzione dell’orto? Creare un mondo intero. Sembra un paradosso ma ci ha pensato la Philips a realizzarlo. Il progetto si chiama Biosphere ed è una sorta di fattoria da salotto. Produce cibo, vegetale e animale, ossigeno, calore e luce. Diventerà indispensabile nel salotto di tutti tra non molto tempo, spero. E spero anche che non costi una follia. Ah, funziona a spazzatura! www.design.philips.com

Beyond navigator In questo mondo girare senza una connessione wap o un navigatore sembra una cosa da secolo scorso. O ci si perde o si è visti come alieni che vengono però da sottoterra. Le mappe A la Carte fanno un passo indietro, che sono però due passi avanti. Immaginate un amico che vi disegna la cartina di una città, segnando le cosec he possono piacervi. Molto semplice come idea. Senza contare che il 10% del ricavato da ogni mappa è donato in beneficenza ad associazioni locali. No global. www.alacartemaps.com

Secret room Quando ero bambino avevo due sogni domestici: avere una casa sull’albero e avere una stanza segreta. Irrealizzati. Ora che sono cresciuto ho gli stessi due sogni, un po’ più in grande. Forse per questo che sono rimasto incantato dai passaggi segreti che costruistono i tipi di Creative Home Engineering. Quasi un sogno a portata di mano! Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le case. La magia non è poi così distante… hiddenpassageway.com

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A Band Apart PIG magazine for EASTPAK Photographer: SEAN MICHAEL BEOLCHINI Photo Asstnt: PIETRO MALACARNE Stylist: ILARIA NORSA Styling Asstnt: FABIANA FIEROTTI Hair and Make Up: SARA GERACI @ Orea Malià Models: SAINT-BEAU at I Love Models ALEKSANDAR DOBRIC at Future Model BRUCE MACHADO at Why Not CATRIONA VOLWES at Fashion

Aleksandar: felpa e cappellino EASTPAK

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Saint-Beau: felpa EASTPAK

Continua... 27


Bruce: giacca EASTPAK

Cat: tshirt e cappellino EASTPAK

Bruce: giacca EASTPAK, Saint-Beau: felpa EASTPAK, Aleksandar: felpa e cappellino EASTPAK

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Blog of the Month: Park & Cube Intervista a Shini Park di Fabiana Fierotti.

Ciao Shini, come va? Ehi! Benissimo, a parte il fatto che la mia disperata ricerca di una casa a Londra non sta andando molto bene… trovare un posto carino è diventato difficile, ho visto dei posti orribili. Ma è comunque bellissimo essere di nuovo in città dopo le prolungate vacanze estive! Da dove vieni esattamente? Quali sono le tue origini? Sono originaria della Korea del Sud, ma sono cresciuta a Varsavia e ora studio e vivo a Londra. Varsavia deve essere stupenda. Oltre a tenere un blog, di cosa ti occupi nella vita “reale”? Sono una studentessa di Graphic Design alla Central Saint Martins, quindi nella vita “reale” faccio di tutto per essere creativa e avere sempre buon gusto e nuove idee. Quando hai iniziato la tua attività di blogger? Ho iniziato a scrivere sul serio nel Novembre 2008, anche se già nell’estate 2008 facevo outfit blogging. Descrivi Park & Cube in 3 parole. Funzionale, fai-da-te, elettrizzante. Hai mai pensato di intraprendere la strada del fashion design? Ho visto che ti piace personalizzare vestiti e creare gioielli e devo dire che ci riesci molto bene… Oh, grazie! Ma credo che non potrei essere mai nemmeno lontanamente una fashion designer. Sono semplicemente una ragazza normale a cui piace divertirsi vestendosi con dei vestiti unici creati apposta per ogni situazione… Qualche suggerimento per il perfetto outfit invernale? Un outfit invernale perfetto per me comprenderebbe una giacca o un cappotto abbastanza originali e particolari, abbinati con delle calze di lana dal colore neutro, e infine degli stivali con plateau e tacco grosso. Che macchina fotografica usi? Uso una Canon 400D per tutte le foto del blog. Vuoi aggiungere qualcosa? Vorrei soltanto dire che le donne non dovrebbero mostrare la pelle o indossare minigonne per essere sexy. Oggi è un trend, ma credo sia importante per le donne trovare il loro modo per essere sexy, ma con carattere. Non si devono mostrare necessariamente le cosce; la classe e la decenza definiscono anche e soprattutto chi sei dentro, non soltanto cosa indossi. www.parkandcube.com

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Feature on Designer: David Koma Intervista di Fabiana Fierotti. Ciao David, puoi presentarti ai nostri lettori? Ciao! Mi chiamo David Koma e sono un fashion designer londinese. Quali sono I tuoi programmi per la giornata? Sono un po’ occupato, sto lavorando alla mia collezione ss10. Raccontaci della tua formazione. Sono stato fortunato abbastanza da avere un’educazione in due città completamente differenti. Il mio background artistico viene dalla capitale culturale della Russia, San Pietroburgo, dove ho studiato in diverse scuole d’arte dall’età di 10 anni. E non potrei

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pensare a un posto migliore dove studiare moda che Londra. Ho frequentato la Central Saint Martins. Avere un’insegnante come Louise Wilson, è qualcosa che ho sempre sognato. E ho davvero apprezzato poter avere questa chance! Descrivi la tua collezione aw10. Si tratta di abiti scultorei in lana, impreziositi con tubi di metallo. Ho anche usato catene metalliche per definire la forma di fianchi e spalle. Trovo il contrasto tra metallo e femminilità più che affascinante. Ricorda le sculture d’acqua di William Pye, il suo uso dell’acqua e del metallo. Mi sono ispirato anche al modo di usare i tessuti di Pierre

Cardin negli anni ’60. Molte persone trovano che il tuo senso estetico si avvicini molto a quello di Marios Schwab. Cosa ne pensi? Beh, in realtà non ci avevo pensato. Ma, forse, entrambi abbiamo dei riferimenti in comune. Per quanto mi riguarda, voglio solo che le donne si sentano affascinanti, forti e femminili, indossando i miei vestiti. Hai qualche progetto interessante nei mesi a venire? Sarò parte del Vauxhall Fashion Scout della settimana della moda londinese. Ci vediamo lì? www.davidkoma.com


Brand highlight

Intervista di Fabiana Fierotti. Foto di Sean Michael Beolchini.

Shubhankar Ray Questo mese abbiamo intervistato il Creative Director di GSTAR, Shubhankar Ray, che ci ha parlato del brand, del “raw denim” e della collaborazione con Anton Corbijn. Abbiamo conosciuto anche la fondazione GRSD, che aiuta i paesi in via di sviluppo a costruire strutture per l’educazione scolastica dei bambini e sostiene gli imprenditori locali. Come ti chiami? Shubhankar Ray. Da dove vieni? Sono nato a Calcutta, vivo a Londra. Cos’è il Raw Denim? Il Raw Denim è lo stato primo del denim (la forma cruda). Il suo carattere grezzo si abbina perfettamente a quello del nostro brand. Workwear o streetwear? Siamo influenzati dalla funzionalità del workwear ma le nostre radici affondano nello streetwear. Quali sono i 3 grandi aspetti negativi della crisi che stiamo vivendo? L’insicurezza delle persone. La paura del futuro. Situazione economica dura per paese e cittadini. E i 3 aspetti “positivi” ? Più prudenza e lungimiranza da parte dei governi, società e civili. Più soluzioni eco-sostenibili per l’ambiente. 32 PIG MAGAZINE

GSTAR è conosciuto per le sue sfilate/ esibizioni – per voi cosa è essenziale in questi show e perché? La componente essenziale è l’ “infotainment” ovvero un inaspettato mix di presentazione del prodotto ed intrattenimento. Un marchio ha bisogno di una ragione di vita. La passione di GSTAR per il denim artigianale e le nostre autentiche e profonde radici nel mondo dell’arte (Dennis Hopper), del cinema (Benicio Del Toro), della musica (Hypnotic Brass Ensemble, Black Eyed Peas ecc) e del design (Marc Newson) ci danno una forte motivazione. Avete scelto Anton Corbijn per una delle vostre ultime campagne, perché e cosa pensi che Anton Corbijn abbia in comune con GSTAR? Lo stile fotografico di Anton è rude, crudo e puro e questo combacia con il DNA del nostro brand. Inoltre da molto tempo siamo ammiratori dei suoi lavori e siamo cresciuti

con la sua fotografia di icone rock (U2, Depeche Mode, ecc) e di ritratti di artisti (Miles Davis, Clint Eastwood ecc.). Cosa è la fondazione GRSD? Con la fondazione GSRD vogliamo dare un valido contributo allo sviluppo e all’indipendenza economica delle persone dei paesi nei quali produciamo al fine di migliorare la loro situazione supportando progetti per l’educazione dei bambini e dei giovani e stimolando e sostenendo gli imprenditori. G-Star crede che supportando i bambini e gli imprenditori, possa aiutare a rendere la parte del mondo in via di sviluppo un posto migliore. Allo stesso tempo, facendo così, contribuiamo direttamente a due degli otto obiettivi del United Nation Millenium Development, ottenendo l’educazione primaria universale e sradicando le estreme povertà e fame. www.g-star.com


Fragments of yesterday Questo il primo tema di cui si compone la collezione aw09 di Sixpack. La prima parte del progetto, che mira a cogliere i tratti del presente attraverso un viaggio nel passato e nel futuro, è curata da Hajime Sorayama, artista giapponese contemporaneo rinomato per la sua passione folle per le donne-cyborg super sexy. La sua capsule collection è formata da 3 t shirt (una nell’immagine, ndr.) e una limited edition di poster, che potrete trovare nei punti vendita Sixpack in Italia. www.sixpack.fr F.F. Photographer: SEAN MICHAEL BEOLCHINI Stylist: ILARIA NORSA Styling Assistnt: FABIANA FIEROTTI Modella: MARTYNA at NEXT Occhiali by RETROSUPERFUTURE

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Teenage Riot Il tema principale della collezione aw09 di b Store mi sta veramente a cuore. Il tutto prende forma dallo stile e lo spirito dei movimenti di protesta degli studenti parigini negli anni ’60, fino al post-thatcherismo degli anni ’80. Da qui ovvi riferimenti al post punk dei Sonic Youth e a Teenage Riot. Era un mondo fantastico, come scrivo spesso nei miei articoli, pagherei per aver vissuto anche solo un secondo di quel momento storico; assolutamente non per i suoi aspetti violenti, ma perché qualcosa si muoveva e si sentiva nell’aria il cambiamento, quel cambiamento che ha condizionato tutti gli anni a venire. I ragazzi rubavano i vestiti ai genitori, usavano pantaloni a vita alta, roba di seconda mano e mega t shirt bianche. E la cultura, l’interesse, quelli veri, non erano nel coma sociale in cui si ritrovano adesso. Insomma, grande collezione, grande ispirazione. www.bstorelondon.com F.F.

Antti Asplund goes charity “Save Rudeboy 2009” è un progetto di beneficenza per raccogliere fondi che verranno adoperati per le cure mediche del gatto Rudeboy, saltato giù dal sesto piano di un palazzo. Antti Asplund per l’occasione metterà in vendita delle t shirts al costo di 50 euro. Per saperne di più visitate il sito: www.saverudeboy2009.tumblr. com F.F.

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Pendleton

Indiani d’America, vecchi pionieri dell’industria tessile, coperte colorate, camicie in flanella e Beach Boys. Questo e molto altro dietro lo storico marchio americano Pendleton, che si prepara ad una fantastica uscita sul mercato europeo. Per l’occasione abbiamo intervistato Magnus Carstensen, brand manager europe. Se dico Thomas Kay, cosa ti viene in mente? Un pioniere dell’industria tessile. E se dico indian trading blanket? Tessuti colorati in lana pregiata dei nativi americani, qualcosa che ti dà una sensazione di calore familiare. Cos’è Pendleton oggi? Le industrie di lana Pendleton sono un affare condotto al 100% a livello familiare da generazioni. State per lanciare il brand in Europa, come vi sentite? Per me questa è l’unica cosa giusta da fare, iniziare a diffondersi in Europa con un brand che contiene storia, qualità e originalità. È tutto ciò che posso chiedere. È la camicia di flanella più originale che puoi comprare sulla Terra. Come mai questa scelta? Per una compagnia come Pendleton, che vende centinaia di camicie ogni mese agli homies del sud di LA, ai surfisti di Long Beach LA. Per i Beach Boys che si chiamavano Pendletons prima che si chiamassero Beach Boys. Per tutti i film in cui Pendleton è indossato: Colors, No Country for Old Men, Goodfellas… persino i Presidenti hanno indossato Pendleton! State programmando qualche evento per l’occasione? Il più grande evento è portare la gente a cogliere l’essenza di Pendleton. www.pendleton-usa.com F.F.

Martyn Bal Aw09 La storia di Martyn Bal è davvero niente male: dopo essersi laureato in Menswear Design al Royal College of Art di Londra, diventa assistente di Hedi Slimane per Dior Homme ; nel 2005, dopo aver passato due anni da Creative Director di Verri Uomo, passa a essere Design Consultant per Gianni Versace. Come se non bastasse, prima di lanciare la propria linea, è anche Design Director di Burberry Prorsum. Della serie: che popò di curriculum signori… Bal rimprovera agli altri brand del menswear di fare “abiti che fanno l’uomo”, vantandosi che “il suo uomo non ha bisogno di un costume per definirsi”. E se lo dice lui voglio proprio vedere chi osa contraddirlo… La collezione aw09 vuole abbattere ogni convenzione con una visione architettonica delle forme e delle proporzioni, attraverso la giustapposizione di edonismo e romanticismo, di forza e fragilità. Che belle parole. www.martynbal.com F.F.

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Ellesse 50th anniversary Per celebrare il suo 50esimo anniversario Ellesse ha avviato una collaborazione con vari artisti, tra cui Kate Gibb, Babis Alexidis e Si Scott, illustratore conosciuto a livello mondiale. Sono stati coinvolti anche gli studenti del London College of Fashion e dell’Istituto di Design di Perugia. Nell’immagine potete vedere una delle serigrafie realizzate da Kate Gibb per l’occasione. Le sue grafiche per Ellesse sono state ispirate a quelle immagini un po’ vintage di tennisti che giocano, proprie dell’immaginario del brand fin dalle origini. www.ellesse.com F.F.


Icelandic! KRONbyKRONKRON è un brand molto giovane. Dopo essere stato presentato durante la settimana della moda di Londra a settembre, sarà a Parigi durante questo mese. Le scarpe sono frutto della creatività del duo islandese formato da Hugrún Árnadóttir e Magni Þorsteinsson, proprietari anche dei negozi KronKron in Islanda. La collezione è estremamente colorata e i materiali usati la dicono lunga sull’esperienza professionale del duo. Sono completamente fatte a mano nella città di Elda, in Spagna. La cosa che mi ha subito attratto, quando ho scovato il brand girovagando su internet, è stato il perfetto connubio tra immagini e scarpe. Le foto sono state scattate dalla fotografa Saga, anche lei islandese. Bellissime. www.kronbykronkron.com F.F.

Nike Air Max 1

Jeremy Laing

Per la stagione aw09, Nike Sportswear ripropone lo storico modello Air Max 1, del 1987, in due varianti: i colori originali rosso e blu e la Safari, dalla iconica stampa leopardata. Ci piace. www.nike.com F.F.

Jeremy Laing ha 29 anni ed è nato a Toronto. Dopo un’infanzia passata in un campo di addestramento militare in Germania e una formazione fai-da-te – ha imparato a cucire guardando la madre – Laing si è spostato a Londra dove ha collaborato con Alexander McQueen. I suoi punti forti sono l’uso dei tessuti per creare forme e pieghe particolari e la costruzione di strane fantasie e colori, partendo sempre da una base sartoriale e dall’haute couture. Non per altro questi pantaloni mi fanno letteralmente impazzire. www. jeremylaing.com F.F.

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Jolie madame 2

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Di Ilaria Norsa

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1.Chloe 2.Bally 3.Bottega Veneta 4-5-6-7-8.Chloe 9.Yves Saint Laurent 10-11.Chloe 12.Lanvin 13.Fornarina 14.Comme Des Garcons 15.Vintage 16.Chanel 17-18-19.Chloe 20.Lanvin 21.Chanel 22.Nicole Brundage 23.Chanel 24.H&M 25.Orciani

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1-2-3-4.Chloe 5.Furla 6.Chanel 7.H&M 8-9-10.Chloe 11.Balenciaga 12.Chanel 13.Nicole Brundage 14.Chanel 15.Benoit Missolin 16.Diesel 17.Chloe 18.Vintage Gianni Versace 19-20.Chloe 21.Vanessa Bruno 22.Louis Vuitton 23.Miu Miu 24.Chloe 25.Elisabetta Franchi Celyn B 26.Chloe 27.Azzaro 28.Diesel

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Flickr buddy of the month: Ériver Hijano www.flickr.com/photos/eriver A cura di Sean Michael Beolchini.

Come ormai avrete capito, ogni mese ci piace girovagare su flickr e dopo ore perse dietro foto di belle figliole, paesaggi mozzafiato e tanti maghi del photoshop si trovano anche delle piccole gemme di fotografia amatoriale, che non dovreste lasciarvi sfuggire!!! 41


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Come ti chiami? Ériver Hijano Da dove vieni? Vengo da una piccola città chiamata Americana, fuori Sao Paulo, Brasile. Dove vivi attualmente? Toronto, Canada. Che tipo di lavoro fai? Bè, “lavoro di notte”. Sono ancora all’università. Ci campi con la fotografia? A mala pena. È difficile entrare nel mercato nel Nord America. Come descriveresti le fotografie che pubblichi nella tua pagina di flickr? Sono istantanee della vita quotidiana, di solito di amici o di qualsiasi cosa ci succeda intorno. La maggior parte sono scattate con una economica macchina compatta. Direi che è una sorta di diario per me, carico un sacco di schifezze, foto di viaggi, scarti di shooting fotografici e così via. Prendo più seriamente i lavori riflessivi sul mio sito web www.eriverhijano.com, che utilizzo come una specie di portfolio e che tutti coloro che leggeranno questo articolo dovranno andare a vederlo (ride). Perché ti sei iscritto ad un fotoblog? Non ne sono proprio sicuro. Direi che all’inizio, quando ho cominciato ad interessarmi alla fotografia, era un buon modo per avere un riscontro e per chiedere a fotografi più esperti domande tecniche; ma questo è stato tempo fa. È molto interessante tornare indietro a guardare le foto che ho fatto, tipo 5 anni fa. Fai parte di qualche altra fotoblog/community di questo tipo? No, non ho quasi neanche tempo per Flickr. Qual è la miglior cosa che hai ottenuto attraverso il tuo spazio su Flickr? Ho avuto un sacco di pubblicazioni come questa. E anche qualche lavoro. Qual è il tuo fotografo preferito? È impossibile rispondere a questa domanda. Penso che ogni fotografo ti colpisca in diversi modi con il proprio lavoro. I miei preferiti di solito cambiano in base al mi stato d’animo. Ma va bene, se proprio devo sceglierne uno, ultimamente ho studiato molto i lavori di Bill Henson. Che tipo di macchina fotografia vorresti usare? Mmmm. Non saprei. Sono abbastanza soddisfatto con quella che ho. Forse una Contax T2?! Quale saranno i tuoi prossimi scatti? Ci penserò stasera.

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Nome? Astrid Quay Età? 32 Di dove sei? Los Angeles Cosa indossi oggi? Tuta vintage e stivali Qual è il tuo film preferito? Amadeus L’acquisto migliore del mese scorso? Questa tuta L’evento che non vorresti perdere nei prossimi mesi? Sto registrando il mio album!

Street Files. Las Vegas at Magic - Project - Capsule - Pool trade fairs di Phil Oh.

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Nome? Daniel Jackson Età? 34 Di dove sei? NYC Cosa indossi oggi? Giacca di Bblessing, maglietta di A to Z, pantaloni di Surface to Air Qual è la cosa più bella che hai visto qui? Chronicles of Never Qual è il tuo film preferito? Suburbia L’acquisto migliore del mese scorso? Il mio anello di fidanzamento L’evento che non vorresti perdere nei prossimi mesi? Il concerto di My Bloody Valentine, al mio compleanno.

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Nome? Alexandra Ben-Guerion Età? 21 Di dove sei? NYC Cosa indossi oggi? American Apparel tank top, cappotto Elie Tahari, pantaloni vintage a vita alta, scarpe Lanvin e bracciale YSL Qual è il tuo film preferito? Masculin/Feminin L’acquisto migliore del mese scorso? Stivali neri di Prada L’evento che non vorresti perdere nei prossimi mesi? NY fashion week

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Nome? Sara Forsberg Età? 22 Di dove sei? Svezia Cosa indossi oggi? Maglietta e jeans di Julian Red e scarpe di Marni Qual è la cosa più bella che hai visto qui? Cold Method Qual è il tuo film preferito? Paura e delirio a Las Vegas L’acquisto migliore del mese scorso? Una scultura di una pantera nera L’evento che non vorresti perdere nei prossimi mesi? Paris Fashion Week e a vedere i Massive Attack a Stoccolma!

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Nome? Mort Età? Una trentina Di dove sei? NYC Cosa indossi oggi? Vestito di Dockers, maglietta di Brooks Brothers, cravatta di Mister Mort e cappello Vintage Qual è la cosa più bella che hai visto qui? Il tavolo da Ping Pong al Pool Tradeshow Qual è il tuo film preferito? Fiddler on the Roof L’acquisto migliore del mese scorso? Una canoa L’evento che non vorresti perdere nei prossimi mesi? La mia mostra fotografica all’Urban Outitters

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Nome? Louise Dutoit Età? 25 Di dove sei? NYC Cosa indossi oggi? Giacca in pelle dipinta, jeans e scarpe di ACNE Qual è la cosa più bella che hai visto qui? Pendelton alla cerimonia di apertura Qual è il tuo film preferito? American Psycho L’acquisto migliore del mese scorso? Bici a marce fisse Bianchi L’evento che non vorresti perdere nei prossimi mesi? L’Art Basel e l’Acne Paper Party a London

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Nome? Alice Kim Età? 24 Di dove sei? Atlanta Cosa indossi oggi? Vestito di Henrik Vibskov, scarpe e borsa vintage Qual è la cosa più bella che hai visto qui? I Vestiti di Homeroom

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Gosha Rubchinskiy Intervista di Ilaria Norsa. Foto di Ivan Kaydash e Gosha Rubchinskiy.

Gosha Rubchinskiy, ha venticinque anni ed è nato a Mosca. Un anno fa ha esordito con la sua prima collezione, “Evil Empire”, debutto stilistico dedicato ai figli degli anni Novanta, quelli nati in Russia dopo il collasso dell'Unione Sovietica e cresciuti in una società corrotta dal consumismo ma avida di rinnovamento. Con la sua seconda e più recente fatica, “Growing and Expanding”, ha realizzato un vero e proprio panegirico di quegli stessi teenager e della loro personalissima visione spirituale e religiosa. Per Gosha essi sono giovani uomini affascinati dall'ortodossia, dal satanismo e dallo sciamanismo; ragazzi appassionati di numerologia che alternano le letture della Bibbia a quelle delle novelle di Pelevin. Un'estetica severa ed essenziale quella di Rubchinskiy, che strizza l'occhio alle sottoculture giovanili (punk russi, skinheads e hooligans) e palesa una predilezione per lo sportswear che ricorda vagamente gli esordi di Raf Simons. Non dev'essere stato un caso che per presentare la sua collezione nel corso di "Cycles and Season" (l'alternativa cool alla più commerciale settimana della moda di Mosca) Gosha abbia scelto di trasformare una chiesa sconsacrata in palestra nella quale far "sfilare", o meglio allenare, i suoi modelli. Con un casting tutto di locals - tra skaters tatuati, giocatori di hockey, graffiti artists e street kids - qualche occhio nero e una compilation di cicatrici, il risultato era assicurato.

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Ciao Gosha, come stai oggi? Ciao Ilaria! Oggi sono felice. Che bello! Dove ti trovi? Sono le dieci di sera e sono sulla terrazza di uno dei grattacieli staliniani di Mosca, simbolo “dell’impero del male”. Sto rispondendo alle tue domande e intanto ammiro questo bellissimo skyline. Com’è l’atmosfera lì a Mosca? È estate, in giro si respira molta allegria e gioventù. Cosa stai facendo in questi giorni? Mi sto preparando per girare il video della nostra nuova collezione. E’ la prima volta che intervisto un designer russo. Parlami un po’ di te e delle tue origini: Ho venticinque anni e sono nato a Mosca. Mia madre è una dottoressa, mio padre è un ufficiale militare. Cosa fai nella vita? Sono un artista, disegno vestiti e faccio fotografie. Dove hai studiato? Ho fatto la scuola d’arte e poi design all’università. Per un po’ ho anche lavorato come stylist. Cosa hai imparato dalla tua esperienza di stylist? Lavorare con altri designer mi ha aiutato a capire l’attività dall’interno, come funzionano le cose. So che lo hai anche fatto per il cinema, come costumista… Anch’io lavoro come stylist, ma non l’ho mai fatto per il cinema e mi chiedo come sia… È totalmente differente. Le riviste hanno a che fare solo con l’immagine mentre quando fai da stylist per il cinema lavori con la personalità dei personaggi. Questa esperienza mi ha aiutato a capire meglio la psicologia delle persone. Lavori ancora come stylist? Raramente. Disegnare vestiti quindi adesso è il tuo lavoro principale? Sì. Diciamo che è parte di qualcosa di più grande che aspiro a fare… Quando hai cominciato? Più o meno dall’età adolescenziale. Perché? Per mostrare alle persone la mia visione personale. Descrivi te stesso con tre parole: giovane uomo russo. Descrivi il tuo brand in tre parole: giovane uomo russo. La tua label ha sede in Russia? Sì, in Russia Quante persone lavorano con te?

Nove persone. Come descriveresti l’estetica del tuo brand? Direi “Soviet skater chic” come l’ha apostrofata Emma Reeves nel suo articolo per la rivista Interview. Da dove viene l’ispirazione? Dalla strada, dalla gioventù e dall’ortodossia. Quanto importanti sono le tue radici in quello che fai? Le tradizioni del tuo paese t’influenzano nella concezione estetica del tuo brand? Sì, assolutamente. Al cento per cento! Come definiresti il costume e la tradizione russa? Un mix di tradizioni occidentali e orientali. Quale è il tema principale della tua collezione? La collezione si chiama “In crescita ed espansione”. Ha a che fare con l’ interconnessione tra la bellezza fisica e quella interiore. Il tuo lavoro è anche vagamente orientato verso il mondo dello sportswear ed è per questo stato paragonato a quello di Raf Simons. Cosa ne pensi? La cosa ti lusinga? Il paragone non mi dispiace. Stai avendo una buona risposta alla tua collezione? Sì, direi di sì! Come ti dicevo, tu sei il primo giovane designer di nazionalità russa che intervisto, il primo ed unico ad avere attirato la mia attenzione ultimamente. Mi chiedevo: è difficile per un designer emergente uscire con uno nuovo brand in Russia? Molto difficile. Non esiste industria di moda e non ci sono quasi schemi produttivi qui. Quindi non sapresti consigliarci altri giovani stilisti tuoi connazionali? No E tra quelli più affermati, c’è qualcuno di cui ammiri il lavoro? Valentin Yudashkin. Sì, lui lo conosco. La settimana della moda di Mosca per me è una realtà tanto sconosciuta quanto affascinante… Cosa puoi dirmi a riguardo? Non molto veramente… Ah. Però tu hai presentato la tua collezione all’interno di “Cycles and Seasons”, di questa iniziativa cosa mi dici? Che non ne farei parte se non ci avessi creduto. Immagino. La tua partecipazione ti ha garantito un ritorno d’immagine internazionale e meritato; d’altra parte per

la tua presentazione hai avuto l’idea di trasformare una chiesa sconsacrata in una palestra… Era un posto ideale dove presentare la collezione. Direi che il posto ha trovato noi e non il contrario. Hai mai pensato di spostarti per presentare la tua collezione da qualche altra parte? Sto pensando di presentarla a Sestroretsk, una città vicina a San Pietroburgo. Tu viaggi molto? No, non molto. C’è una città o un paese che ami particolarmente? Amo la Russia con tutto il mio cuore. E cosa ami di più del tuo paese? Mi piacciono la natura, la storia e la cultura. C’è qualcuno là fuori con cui vorresti davvero lavorare? Gus Van Sant. Sei coinvolto in qualche progetto al di là del mondo della moda? Sì. Sto lavorando ad un libro di fotografie... E poi a una fanzine, e mi piace moltissimo. Cos’altro ti appassiona in questo periodo? L’architettura Russa antica. Che musica stai ascoltando? Musica rock Russa - Boris Grebenshikov. Qual è stata l’ultima cosa che hai visto ad averti davvero ispirato? Il pacchetto delle sigarette russe “Bogatyri”. Cosa ti piace fare nel tuo tempo libero quando sei a casa? Dormire. La tua top 5 di Mosca: Solyanka Club, Hodynskoe Field, Poklonnaya Mountain, Victory Park. E qual è la tua più recente scoperta in città? Fare un’escursione in barca sul fiume d’estate. Qual è il tuo negozio preferito? “Mir Kino” un negozio di libri e cinema. Dove viene venduta la tua collezione a Mosca e in giro per il mondo? Per ora solo a Mosca da “Magazine Store” (Kuznetsky Most, 20) e “Twins Shop Store” (Solyanka, 11). Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Voglio realizzare un libro fotografico sulla gioventù sovietica. Devo anche lavorare al filmato sulla nuova collezione. Dimmi qualcosa che non ti ho chiesto e pensi che dobbiamo sapere: L’alba non è dietro le montagne. Grazie, buono a sapersi.

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“Le riviste hanno a che fare solo con l’immagine mentre quando fai da stylist per il cinema lavori con la personalità dei personaggi “. 55


Sonar 2009 part 2 Seconda parte della nostra tornata di interviste realizzate al Sonar 2009. Dulcis in fundo, abbiamo lasciato per questo numero le nostre chiacchierate con Little Boots, Fever Ray e i manipolatori dell’elettronica moderna nella sua forma più contaminata o scientificamente pura: Filastine, Mike Slott e Carsten Nicolai (Alva Noto).

Little Boots Intervista di Marco Lombardo. Foto di Samantha Casolari. Special thanks: Depolique

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La Bbc, lo scorso gennaio, l’ha indicata come il fenomeno musicale dell’anno e la stampa internazionale, a ruota, ne ha fatto uno dei casi della stagione. Victoria Christina Hesketh, in arte Little Boots, non ha deluso le attese e con il suo album d’esordio “Hands” ha conquistato le classifiche inglesi con un elettro pop non proprio originalissimo, ma sicuramente orecchiabile e coinvolgente. PIG, ovviamente, non si è fatto sfuggire l’opportunità di fare quattro chiacchiere con una delle reginette pop del 2009. Il tuo nome all’anagrafe? Victoria Christina Hesketh So che non dovrei chiederlo ad una fanciulla ma quanti anni hai? Venticinque Cosa sai di Caligola, l’imperatore Romano di cui porti il nome (Little Boots in inglese è il nickname con il quale viene identificato Caligola)? So che è stato assassinato e che era un imperatore bizzarro, fuori di testa. So che fece ammattire i membri del suo governo e che non era particolarmente amato dai suoi contemporanei. Perché hai scelto questo nome? In realtà non l’ho scelto io. Un mio amico ha iniziato a chiamarmi così dopo aver visto un film su di lui… Con il passare del tempo è diventato un soprannome che mi è rimasto appiccicato addosso… Hai solo 25 anni ma hai già avuto esperienze musicali molto diverse tra loro: hai partecipato a Pop Idol, hai fatto parte di un trio jazz e di una band di relativo successo nell’ambiente indie, i Dead Disco. Cosa puoi raccontarci di ognuna di queste esperienze? Ho partecipato a Pop Idol a sedici anni anche se il tutto in realtà si è limitato alla fase preliminare della trasmissione, non sono arrivata alle selezioni finali, non sono mai apparsa in televisione, sono stata eliminata prima. Evidentemente non ero adatta per quel tipo di programma… Il periodo con il trio jazz invece è stato formativo dal punto di vista “tecnico”, mi sono confrontata con stili molto diversi tra loro ed è stato davvero

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educativo… L’esperienza con i Dead Disco è stata divertente anche se alla fine ho deciso di perseguire la carriera solista… Sentivo che era la strada più adatta al mio carattere… Ed infatti eccomi qui… Non ti manca mai fare parte di una band? In realtà no, perché dal vivo sono sempre accompagnata dai miei musicisti, quindi, in un certo senso, è come se ancora facessi parte di un gruppo anche se, allo stesso tempo, il controllo della direzione artistica spetta solo a me… A volte può essere un pò stressante… La cosa può farti sentire sotto pressione ma è il giusto prezzo da pagare quando si rincorre la propria visione musicale… Farlo da solista è sicuramente più facile, senza doversi confrontare continuamente con altre persone… Visto un background musicale così ampio, quali sono gli artisti che ti senti di citare come i tuoi punti di riferimento del presente e del passato? Sicuramente sono stata maggiormente influenzata da artisti del passato come Kate Bush, David Bowie, gli Human League, i Depeche Mode, Gary Numan, New Order, Cindy Lauper, Giorgio Moroder, più che del presente… La stampa internazionale ti considera parte di una sorta di new wave di giovani artiste electro pop come ad esempio La Roux e Ladyhawke... Tu cosa ne pensi? Credi di aver qualcosa in comune con loro? Siamo tre artiste molto diverse tra loro, sia musicalmente che come attitudine… Credo che le differenze siano evidenti… Ognuna di noi ha la sua personalità, la sua visione… E’ eccitante comunque essere considerata parte di un gruppo di nuove artiste femminili che stanno rivoluzionando la scena pop contemporanea… E’ un ottimo periodo per le donne nel music business, davvero molto creativo… Credo che il pubblico comunque si renda conto di trovarsi di fronte a realtà profondamente diverse l’una dall’altra… Ti piace Lily Allen? Sì, mi piace molto. L’hai mai incontrata? No, non ancora… Avendo una formazione classica da musicista non ti dà fastidio essere accomunata a una scena electro pop un po’ facilona? Non ti dà fastidio essere accostata a ragazzine meteore, mezze nude, che cantano canzoni scritte da altri? Direi di no… Ogni artista ha la sua identità, la sua storia. E alla fine è la qualità delle canzoni la cosa più importante… Quando hai scoperto e iniziato a suonare il Tenorion?

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L’ho scoperto circa un anno fa in uno studio durante una delle prime session di registrazione dell’album… Sono rimasta subito affascinata da quella strana lavagnetta luminosa… Ho iniziato a giocarci un pò, come una bambina, e me ne sono invaghita… Dopo qualche giorno sono andata a comprarlo… Lo usi anche in fase di composizione? No, più che altro lo uso dal vivo, durante i concerti. Per scrivere mi metto al pianoforte… Quello è sempre il primo passo… E’ vero che Alexander Robotnick è uno dei tuoi eroi? Si è vero, sono una sua grande fan, ha scritto brani straordinari che mi hanno ispirato e fatto venire voglia di comporre canzoni altrettanto buone… Tra l’altro ha remixato la tua Stuck On Repeat. Com’è andata la faccenda? Se ne è occupato il mio manager. Lo ha incontrato e gli ha chiesto se era interessato a una collaborazione. Il brano gli è piaciuto moltissimo e ne ha fatto questa versione dancefloor di cui sono davvero orgogliosa… Cosa mi dici dei remix e dei remixer dei tuoi brani? Come vengono scelti? E’ un processo che può cambiare di volta in volta, a seconda delle situazioni. A volte sono io a proporre un produttore, altre è il mio manager a sottopormi tutta una serie di possibili opzioni, altre ancora sono miei amici a consigliarmi dei nomi che non conoscevo… Che cosa ti ispira quando scrivi musica? La vita in generale, le persone che mi circondano, i libri che leggo, i posti dove vado, le sensazioni che provo durante una giornata qualunque… Com’è nata questa passione per le cover? Suonare brani di altri artisti è una cosa che mi è sempre piaciuta fare sin dagli esordi ma è stato anche un modo per imparare a scrivere canzoni studiando il songwriting di altri autori, comprendendone la struttura e il processo di composizione… E’ stato molto istruttivo… Di recente ho iniziato registrarne un paio per conto mio e ho ricevuto ottimi responsi così ho pensato che fosse divertente continuare a farlo… Trovo le cover un’ottima fonte d’ispirazione… Puoi dirmi qualche pezzo del passato che ti piacerebbe interpretare ma non hai ancora affrontato? Sarebbe interessante rifare qualche pezzo dei Duran Duran o dei Fleetwood Mac… Cosa ti piace fare quando non sei impegnata in uno studio di registrazione o in giro per il mondo a promuovere la tua musica e a suonare dal vivo? In realtà in questi ultimi mesi ho avuto po-

chissimo tempo libero… E sia chiaro non me ne lamento affatto… Nei pochi momenti di riposo mi piace concedermi cose normalissime: uscire a cena con gli amici, andare a ballare, stare a casa a guardare un film… Nulla di particolarmente stravagante… Vivi a Londra giusto? Come ti trovi? Benissimo, è una città che adoro, che mi rende creativa e mi stimola continuamente… Cosa ti manca di più della capitale britannica quando sei all’estero? Le cose più scontate ma allo stesso tempo più importanti: il mio fidanzato e i miei amici… Hai costruito parte del tuo successo sfruttando nel modo migliore i nuovi media come youtube, twitter e in generale il mondo dei blog. E’ stata una scelta strategica? O si trattava della cosa più naturale da fare? E’ semplicemente il mondo in cui viviamo oggi, non ho fatto nulla di strategico… Mi sono limitata ad usare i canali che frequento regolarmente ogni giorno, nella mia vita privata, per promuovere il mio lavoro, la musica che faccio. Sono cresciuta con internet quindi usare la rete e le sue opportunità è stata una scelta spontanea… Sarebbe assurdo e innaturale non sfruttare la sue immense possibilità, non capisco perché un’artista dovrebbe ignorarle… Ho sempre tenuto dei blog prima di diventare popolare e ho semplicemente continuato a farlo… In questo modo sono in contatto diretto con i fan ed è una cosa che mi piace molto, senza troppi ragionamenti alle spalle… Come vanno le tue serate da DJ? Che musica ti piace suonare? Direi bene, lo spero. Almeno per la gente che viene a sentirmi… Mi piace spaziare il più possibile quando sono dietro ad una console… Disco music, electro, musica dagli anni ottanta, dai novanta… Cosa stai ascoltando in questo periodo? Qual è il tuo gruppo dell’estate? Gli Empire Of The Sun Come vedi la tua carriera, ti senti soddisfatta, sei contenta, sei sicura di te stessa? Sono molto contenta di come stanno andando le cose. Adoro suonare dal vivo e viaggiare in giro per il mondo. In futuro vorrei poter continuare su questi livelli, migliorando di album in album… Che progetti hai per il futuro? Nei prossimi mesi sarò impegnata in tour, festival e promozione varia e poi mi piacerebbe fermarmi un attimo per iniziare a scrivere i brani del nuovo album…


Mike Slott Intervista di Gaetano Scippa. Foto di Sean Michael Beolchini.

L’eredità di J Dilla fa proseliti ovunque, da Madlib a Dabrye fino all’esplosione di Flying Lotus. Ma nell’underground wonky-hop sono pronti ad emergere altri talenti, e Mike Slott è uno di questi. Quanti anni hai? 28. Da dove vieni? Harlem, NY, dopo aver vissuto a Glasgow, ma sono originario di Dublino. Perché ti sei trasferito a NY? Ne sono sempre stato affascinato per le opportunità musicali. Io stesso sono per metà americano, quindi per me è piuttosto semplice fare avanti e indietro tra gli Usa e l’Europa. Cosa ricordi delle città in cui sei vissuto? Sono soprattutto legato a Glasgow, dove sono cresciuto musicalmente insieme a un gruppo di persone dell’accademia di Arte. Con loro, dai primi anni del 2000 a oggi, ho condiviso idee e nottate memorabili. Puoi citarne qualcuno? Dom Sum (Dominic Flannigan, ndr), Hudson Mohawke e Rustie. Il collettivo LuckyMe, che dal 2007 è una label, è nato da questo gruppo di amici con l’idea di produrre dischi su varie etichette, fare progetti di design e organizzare party nei migliori club della

città. Com’è cominciata la tua carriera? A 10 anni smanettavo in casa con tastiera e computer. Mio cugino, che negli anni ‘90 era un producer hip hop famoso in Uk (usciva per la Talkin Loud), mi portava dischi da Londra e mi insegnava i trucchi del mestiere, appassionandomi all’hip hop e al djing. Ora ho preso una direzione un po’ diversa, ma il mio background è certamente hip hop. Cosa mi dici del jazz? Beh, anche quello. Mio padre era un musicista jazz ed è stato uno dei primi a pubblicare un disco di jazz moderno in Irlanda verso la fine degli anni ‘70. Com’è nata la collaborazione con Hudson Mohawke per Heralds of Change? Ci siamo conosciuti una sera a Glasgow e da allora abbiamo iniziato a scambiarci musica. Perché non fare un disco insieme? Così abbiamo pubblicato quattro EP e vari remix col nome HoC. Cosa pensi del fatto che Flying Lotus

abbia aperto la strada a molti produttori finora sconosciuti? E’ anche grazie a gente come lui, Hudson Mo e Rustie, che altri artisti stanno diventando popolari. Un producer molto valido sul fronte beat secondo me ora è Dorian Concept. Gente dall’approccio aperto, non rinchiusa solo nell’hip hop, nell’elettronica, nel jazz o nel dubstep. Che legami hai con la scena californiana? A parte FlyLo, conosco Gaslamp Killer, Samiyam e altri ragazzi di San Francisco, con cui ho suonato per vari show, da Brainfeeder a Low End Theory. La cosa più bella è l’amicizia che ci lega: ci siamo conosciuti 3 anni fa e anche se per lavoro viviamo in città lontane siamo felici di ritrovarci, come ieri qui a Barcellona. A cosa stai lavorando adesso? Un EP per LuckyMe e un 12” con Martyn per All City records, in uscita a settembre. Nei prossimi mesi vorrei pubblicare un altro HoC e terminare il mio primo album.

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Fever Ray Dopo tre album e sette anni di militanza nei The Knife, duo in condivisione con il fratello Olof, Karin Drejer intraprende l’avventura solista come Fever Ray. E’ così che la costola più cerebrale e magnetica della coppia svedese dà il via a un progetto che nulla ha da invidiare alle celebrate ultime gesta dei fratelli, quel “Silent Shout” considerato uno dei dischi fondamentali della stagione 2006, se non addirittura del decennio. Luci e macchine, l’ uomo e l’oscurità in un chiasmo impeccabile. E’ da qui che riparte Karin, a cavallo di un raggio di febbre che squarcia le tenebre, spogliando dei muscoli un congegno quasi perfetto per dare voce a sogni e incubi e levare il suo canto solenne all’alba di un nuovo giorno. Al suo fianco in questo nuovo e sorprendente progetto il fido Christoffer Berg, da sempre vicino ai The Knife, Van Rivers & The Subliminal Kid, visionari produttori svedesi in rampa di lancio, e i vari alter ego di Karin, ormai inseparabili compagni di viaggio a cui presta la voce. Personaggio misterioso e complesso Karin, bionda dallo sguardo penetrante e timoroso al tempo stesso. Non ama le interviste né tanto meno farsi fotografare, come dimostrano i “mostruosi” costumi di scena del suo più che suggestivo live. E’ con un misto di emozione e sincera ammirazione che la incontro a poche ore dalla sua esibizione sul palco del Sonar. Intervista di Depolique. Foto di Tony Hart (tony-hart.com). Ciao Karin, è la seconda volta al Sonar vero? Si, sono venuta già con i The Knife. Chi sono i tuoi preferiti tra gli altri artisti che suonano al Sonar? Mi sarebbe piaciuto arrivare ieri per vedere Grace Jones. Mi hanno detto tutti che è stato bellissimo. Come mai hai scelto questo nome? Penso che la scelta di un nome sia qualcosa di molto difficile. A dire il vero non ci ho pensato molto quando l'ho scelto. Volevo semplicemente un nome che potesse descrivere, rappresentare al meglio il tipo di musica che faccio. Così ho pensato ad un raggio di febbre, qualcosa che potesse essere caldo e freddo allo stesso tempo... Hai ascoltato qualcosa di interessante ultimamente? Di recente ho ascoltato tantissimo un album di un gruppo che si chiama Journey To Ixtlan. Fanno una musica lenta, metal-drone... Ti piace parlare della tua musica con altre persone? Penso che non sia una cosa facile, anzi a volte è molto difficile. Ma ci sono anche delle eccezioni. Non è semplice trovare le parole giuste per descrivere la musica. Questo è il motivo per cui la musica è musica e io non scrivo libri... (ride) Ok, se dovessi chiederti qualcosa di cui non hai voglia di parlare per favore dim-

melo che andiamo oltre Va bene Quando hai sentito per la prima volta il desiderio di cominciare questo progetto solista? Più o meno nel 2006. Era l'anno in cui abbiamo pubblicato Silent Shout come The Knife e l'abbiamo portato in tour. A quel punto io e mio fratello eravamo davvero stanchi. Venivamo da sette anni di lavoro insieme ed è sorta in entrambi in maniera molto naturale la voglia di "separarci" per fare qualcosa di differente. Hai cominciato in una band di cinque elementi, poi sono arrivati i The Knife, un duo, e Fever Ray, il tuo progetto solista. Cosa viene dopo? Un disco strumentale? Magari... (ride) O forse semplicemente un album "a cappella"... Ora non saprei. E' vero che ho scritto l'album da sola, ma ci sono altre persone che mi hanno aiutato nei passaggi successivi. Quando lo porto in giro dal vivo, sul palco siamo in cinque. A volte addirittura sei. Mi piace questo duplice aspetto: lavorare prima da sola, come in una sorta di isolamento, e poi condividere il tutto con altri, quindi passare ad un esperienza musicale sociale. Ti piace condividere la tua musica con loro? E' molto interessante ascoltare e sentire quello che succede sul palco.

Perchè succedono delle cose quando siamo tutti insieme. Cosa provi a sentirla suonata da altri? Ne sono molto felice, è una cosa grandiosa. In realtà poi non sei sembri proprio "sola" in questo progetto, perchè il tuo modo di cantare, gli effetti che usi creano un gioco delle voci che di fatto mette in scena diversi personaggi, diverse Karin giusto? Potrebbe essere un modo per non sentirsi sola? Non mi sento sola, non penso di aver bisogno di nessuno quando scrivo o quando comincio a registrare. Dopo tutto questo tempo passato con i The Knife, in compagnia di queste "voci" per me è come se si trattasse di alcuni amici. Come se mi al momento di registrare non fossi stata sola ma con una serie di amici che conosco bene. Cosa pensa tuo fratello del progetto Fever Ray? Penso che gli piaccia, anche se non ne abbiamo parlato molto. Lui fa le sue cose e io le mie. Il suo progetto è ancora top secret, nessuno ha ancora scoperto di cosa si tratta. Ultimamente però abbiamo lavorato molto insieme, siamo stati presissimi dalla colonna sonora di un'opera teatrale ispirata a L'Origine Delle Specie di Darwin. Si chiama Tomorrow In A Year. Sono novanta minuti di musica, con suoni di

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ogni tipo. La prima è prevista a settembre. Ci abbiamo dedicato più di un anno ma ad oggi non è ancora completamente finita, abbiamo appena cominciato a provare il tutto con attori e ballerini, quindi non sappiamo ancora come verrà. Comunque sono soddisfatta del nostro lavoro. Mi è piaciuto molto lavorare a questo progetto e con questa gente. Cosa vi ha spinto a lavorare ad un'opera teatrale? Sicuramente la possibilità di lavorare con gli autori, si tratta di una compagnia danese che si chiama Hotel ProForma. E' famosa per il suo modo di lavorare: un mix di recitazione, performance, immagini e musica. Poi quando abbiamo cominciato a leggere L'Origine Delle Specie di Darwin e tutti i suoi vari scritti e appunti siamo rimasti colpiti da una miriade di aspetti molto interessanti. Mi sembra che il tuo modo di concepire e fare musica sia estremamente intimo, personale e serio, suppongo che per lavorare con altre persone quindi tu debba avere un legame se non importante quantomeno di grande fiducia o stima giusto? Giusto.. Come scegli i tuoi collaboratori? Per me è molto importante lavorare con persone interessanti, per bene, persone che abbiano un'idea molto forte di sé e del loro rapporto con la musica e con un gusto e una direzione molto chiara. E' qualcosa che cerco sempre negli altri. Mi è capitato di sentire alcune cose di Van Rivers & The Subliminal Kid che ho trovato subito molto buone. Così ci siamo incontrati, visto che anche loro vivono a Stoccolma, e tutto è andato da subito nel migliore dei modi. Sono loro che suonano con me dal vivo, insieme a Christoffer Berg. Anche lui ha partecipato alla produzione del mio disco. E' la persona che ha mixato tutti i dischi dei The Knife. In pratica mi hanno affiancato delle persone nuove e qualcuno che conoscevo da tempo. E come concili questa tuo approccio (personale, intimo, serio) con tutto ciò che va oltre il momento prettamente musicale ma coinvolge gli altri aspetti della vita di un disco? Intendo concerti, interviste, video ecc... Ci sono cose che mi sento in grado di fare, in cui mi trovo a mio agio, che trovo più divertenti, e altre meno. Sono in questo ambiente ormai da anni, quindi sono in grado di prepararmi una schedule che mi vada bene. Non dedico molto tempo alla promozione e

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neanche ai tour, anche se mi piace suonare dal vivo. Preferisco concentrarmi sul lavoro, sull'aspetto visivo della mia musica. Mi interessano i video e il lavoro con le immagini. Comunque è molto diverso cominciare a pensare ad un progetto per un video e mettersi all'opera, dal rispondere al telefono e sentire dall'altra parte del filo la tua casa discografica che ti dice: "Dai sbrigati, abbiamo bisogno del video! Il prima possibile!". Fortunatamente ormai non succede più. D'altra parte non posso esimermi da certi compiti Il video di When I Grow Up è uno dei miei preferiti di quest'anno... Davvero? Grazie. L'ha girato un regista danese, Martin de Thurah. Lo stesso che ha fatto What Else Is There dei Royksopp. Come mai hai scelto If I Had Heart come primo singolo? Ho pensato che fosse un ottima introduzione all'album. E' anche il brano con cui cominciamo i nostri show. Credo che sia il modo migliore per cominciare, per abbassare i toni. Quando iniziamo il nostro desiderio è quello di cancellare tutto ciò che c'è stato prima. E quel brano è perfetto. Sei stata tu a scegliere chi si sarebbe occupato dei remix dei tuoi brani? Non tutti, soltanto alcuni. Gli altri li ha scelti l'etichetta. Oppure gente che mi ha scritto chiedendomi la possibilità di fare dei remix. Tu chi hai scelto? I Fuck Buttons. Amo i loro remix. Poi mi piace molto il remix di Triangle Walks di Rex The Dog. Quando ho scritto quel brano volevo che suonasse un po' a la Miami Sound Machine, cercavo un suono eighties. Poi ho sentito il suo remix e ho capito che lui era riuscito a mettere in pratica quello che avevo in testa di fare. Ovviamente la mia versione è molto più calma. E il remix di Dan Lissvik di When I Grow Up? A me piace molto... Dan è un amico, mi piacciono molto gli Studio così come quel remix. Lui usa molti strumenti analogici. Ho letto che stimi molto Aki Kaurismaki come regista... Vero? Quale altro regista ti piace? David Lynch, Julio Medem, Kim Ki Duk e Jim Jarmusch. Ho saputo che Jarmusch sta uscendo con un altro fim. Dev'essere come al solito molto interessante. Ti piacerebbe lavorare ancora ad una colonna sonora? Sì certo. Come The Knife abbiamo fatto una colonna sonora alcuni anni fa (di un film svedese chiamato Hannah Med H), quindi non

penso sarebbe tanto diverso. Sicuramente da sola avrei più autonomia. Restando sul cinema, ho letto che Dead Man di Jarmusch e Miami Vice sono due film che ti hanno influenzato in qualche modo per Fever Ray. Ho cercato di immaginarmi il perchè, e se per Miami Vice ho ipotizzato qualche similitudine musicale (come poi mi hai confermato), pensando a Dead Man mi sono immaginato dei punti di contatto con il viaggio del protagonista nel tempo e nello spazio, la sua "solitudine", i suoi incubi, i suoi sogni e i suoi compagni di viaggio... Diciamo che hai detto delle cose vere, ma sicuramente c'è dell'altro, a cominciare dalla componente temporale del film di Jarmusch. Poi, sembrerò forse un po' all'antica al giorno d'oggi, ma io amo lavorare con il vecchio formato dell'album. Mi piace pensare all'aspetto drammaturgo della musica. E questo nella colonna sonora di Neil Young è ben evidente. Ci sono così tante cose che mi hanno influenzato di Dead Man... Anche solo il fatto che sia in bianco e nero. Dato il modo in cui sono nati i brani (il periodo dopo la nascita del tuo secondo figlio, lo stato psico-fisico in cui hai composto i brani) e la straordinarietà del progetto pensi che ci potrà essere un seguito per il progetto Fever Ray? Non lo so proprio. E' possibile. Ma ora come ora non saprei dirtelo. So solo che sarò occupata fino a metà ottobre. Quello che succederà dopo non mi è ancora bene chiaro. Cosa pensi della crescente attenzione dedicata dai media alla musica del tuo paese negli ultimi anni? Non sono molto informata sulla scena musicale svedese. Cerco di farlo ma ci sono diverse cose che non mi piacciono. Mi piacciono molto Frida Hyvonen e Jenny Wilson. Poi c'è una band con cui ho lavorato, First Aid Kit, stanno per uscire su Wichita. Negli anni precedenti c'è stato un forte sviluppo probabilmente dovuto anche ai sostegni del governo alle etichette indipendenti e ad altre forme di supporto. Adesso però da qualche anno il nuovo governo di destra ha fermato queste sovvenzioni. Non so cosa succederà ora. Quando sono cambiate le cose? Tre anni fa ci sono state le elezioni. Le prossime saranno l'anno che viene, ma temo che il Governo sarà riconfermato. I Verdi però stanno crescendo molto e magari in una coalizione con il Partito Socialista potrebbero avere la meglio. Stiamo a vedere...


Filastine Intervista di Gaetano Scippa. Foto di Piotr Niepsuj.

Grey Filastine è un attivista no global e artista girovago che, dalla strada, è diventato in pochi anni uno dei più interessanti esploratori di ritmi etnici e suoni elettronici. Non perdiamolo di vista. Cosa hai fatto negli ultimi mesi? Da fine 2008 sono in tour per Dirty Bomb. Giacarta, Giava, Borneo, il Natale a Balikpapan con un gruppo di anarchici hip-hop, poi due tappe in Australia e Tanzania, quindi Spagna, Germania, Francia, Montreal, New Orleans, la West Coast, il Giappone e ancora Europa. Hai registrato qualcosa durante il tour? Ho avuto solo il tempo di stabilire nuove collaborazioni, ma ho comunque raccolto rumori di fondo e suoni delle strade con piccoli microfoni e col cellulare. In cosa differisce Dirty Bomb dal precedente Burn It? Dirty Bomb è più elettronico e aggressivo come riflesso dei suoni europei (oltre che asiatici e nordafricani), mentre Burn It era influenzato da hip-hop nordamericano e musica latina. Come nascono le tue collaborazioni? Spesso per caso. Subzero Permafrost (la mc che canta con me qui al Sonar) mi fu suggerita come ballerina tra i performer

degli Infernal Noise Brigade per una marcia di protesta a NY contro Bush. Scoprii che era anche un’ottima mc e inoltre aveva un dente d’oro come me per cui registrammo la traccia Boca de Ouro. Cos’è per te un network? Non ho amici famosi o potenti, ma ne ho molti ovunque. Viaggiare mi consente di creare connessioni nell’underground artistico, far conoscere un anarchico di Tokyo a un hippy di Kyoto, gli intellettuali di New York agli hippy della West Coast e così via. Da no-global ambientalista come puoi viaggiare senza consumare petrolio o inquinare? Me lo domando sempre, mi arrabbio con me stesso, mi sento un ipocrita. Cerco di prendere il treno ogni volta che posso, anche se costa più di un volo, e attraverso un oceano solo per lunghi tour e non per singole date. Cosa pensi della crescita sostenibile? Sono favorevole alla decrescita.

Mi dispiace per i lavoratori delle fabbriche d’auto e per le loro famiglie, ma devono trovare un lavoro sostenibile. La crisi sta portando a una contrazione delle capacità di consumo, ma anche a una svalutazione della proprietà che tra dieci anni sarà alla portata di molte più persone. La diminuzione della produzione mondiale di petrolio e altri beni di consumo è positiva. Una vita in viaggio… da quando? A 17 anni presi una nave da Los Angeles per l’Alaska, senza pagare il biglietto, in cerca di lavoro. A 18 ero in Marocco, poi in Europa, senza sosta fino a oggi. Con quali percussioni hai cominciato a suonare? Con quelle afro-cubane e con le tablas indiane. Dove hai visto i migliori percussionisti? Sono rimasto impressionato dai darbuka turchi e dai ritmi creati in nordafrica, non per la tecnica del singolo quanto per il complesso sistema creato da due o tre di loro insieme.

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Carsten Nicolai Precoce avanguardista visuale e oggi massimo esponente del minimalismo elettronico che insegue allo stato piÚ puro con la sua Raster-Noton (attraverso il moniker Alva Noto e non solo), Carsten Nicolai è una mente brillante alla continua ricerca della perfezione estetica, capace di manipolare suoni e immagini fino all’unione quasi impossibile dello spazio che separa arte e scienza. Intervista di Gaetano Scippa. Foto di Piotr Niepsuj.

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Quando hai cominciato a pensare all’arte e alla musica? Ho iniziato studiando architettura, ma ho sempre avuto un interesse per le belle arti e l’arte visuale. Ho fatto la mia prima esibizione a 15 anni e solo molto più tardi, circa dieci anni fa, ho cominciato a creare suoni. E la scienza? Mi sono sempre piaciute le scienze naturali, per cui come ramo di studi ho scelto landscape architecture. La scienza e la matematica influenzano tuttora molti miei lavori. Quanto conta l’estetica? L’estetica è fondamentale per definire le cose. Significa crescere al di fuori dai contenuti, ma talvolta è essa stessa parte del contenuto. Ho studiato per anni questioni di tipo estetico e sono sempre attento alle proporzioni, ai tipi di materiali da cui dedurre funzioni. Come si fa a bilanciare precisione estetica ed emozione nella musica elettronica? La musica elettronica può regalare emozioni forti a discapito dei pregiudizi che la vogliono fredda e poco accessibile. Se qualche anno fa poteva essere considerata tale, adesso non è più così. Benché la maggior parte delle persone siano legate alla techno, ormai la musica elettronica è ovunque, anche nelle grandi produzioni pop. Ritieni che la tua musica, al di là del progetto “pop” Alva Noto, sia accessibile? Non voglio comunicare tutto il mio pensiero in modo olistico, cioè ogni cosa con un unico progetto, e non pretendo che la gente comprenda subito. All’inizio è più importante capire se piace o meno ciò che si ascolta. Ogni progetto si focalizza su un argomento specifico, quindi se l’ascoltatore si fa incuriosire dalla personalità di quel pezzo e riesce a coglierne un frammento può capire che c’è dell’altro, entrare nei dettagli e spingersi ad ascoltare nuove cose. In effetti con Alva Noto mi occupo della trasformazione di suoni astratti in strutture musicali della cultura pop più che in altri progetti. La Raster-Noton ha favorito questo processo di sensibilizzazione? La Raster-Noton è la nostra piattaforma (sua, di Frank Bretschneider e Olaf Bender, ndr) per pubblicare album e attirare l’attenzione pubblica. Siamo partiti lentamente 13 anni fa, tutti con un background sperimentale, ma senza il timore di utilizzare strutture pop. Ora i progetti coinvolti sono molto diversi, anche se siamo ancora legati all’idea più pura dell’elettronica. Cerchiamo di evolvere, di guardare avanti, producendo dischi che magari la gente non associa immediatamente alla nostra etichetta. Non siamo le stesse persone, cresciamo, cambiano i nostri gusti

e interessi, quindi anche la musica. Ci piace affrontare nuove sfide e mettere alla prova i nostri ascoltatori, che speriamo apprezzino. Si può dire che Signal è la sintesi degli altri progetti? Non deve essere considerato un “supergruppo” perché formato dai fondatori della Raster-Noton, io, Frank e Olaf. E’ un progetto che nasce da lunghe session insieme dal vivo e si autoalimenta, il cui risultato è autonomo da ciò che ognuno di noi porta avanti singolarmente. Ne siamo sorpresi noi stessi, per cui speriamo vada avanti. E’ qualcosa di diverso dal resto in quanto sintesi live congiunta, mentre di solito ci rinchiudiamo in studio e poi suoniamo dal vivo. A proposito di auto-alimentazione, cosa pensi del concetto di Stockhausen sui processi auto-generativi? Non sono un grande esperto in tema a livello di produzione musicale, perché a me interessa il controllo assoluto su ogni parte del suono. Quando consenti a elementi casuali di entrare nel tuo suono, come avviene nei processi auto-generativi, devi saper accettare e tollerare anche cose che non avresti mai contemplato in quel caso. Alcuni risultati possono sorprenderti, altri entusiasmarti, altri ancora non piacerti per niente. Se mi capita di usarli, quindi, accade dal vivo dove le situazioni random sono naturali, mentre in studio seleziono solo quello che mi piace. Qual è il margine di errore per te accettabile? Mi piace fare errori, ma ovviamente devono funzionare o servire a qualcosa. Voler controllare gli errori può sembrare una contraddizione, ma mi diverto quando qualcosa va storto, così posso agire in modo creativo per riportarmi nella giusta direzione o trovare nuove idee. Nel tuo ultimo album, Xerrox vol.2, sembra esserci meno controllo. E’ un lavoro più dedicato all’idea del processing rispetto a Unitxt, che è molto controllato. In Xerrox suono vari strumenti dal vivo, li registro e li trasformo seguendo un approccio orizzontale e di ambiente piuttosto che ritmico. Utilizzi anche campionamenti di altri artisti… Prendo in prestito alcuni elementi melodici di Ryuichi Sakamoto, Michael Nyman e Stephen O’Malley (Sunn O))), ndr), così come loro usano i miei. Hai collaborato con molti artisti, dallo stesso Sakamoto a Ryoji Ikeda (Cyclo) e Mika Vainio (Pan Sonic). Con chi ti sei trovato meglio? Ogni collaborazione ha un suo fascino. Con

Sakamoto, all’inizio eravamo distanti ma poi ci siamo avvicinati. La scorsa settimana a New York abbiamo deciso di preparare un nuovo album e uno show. Abbiamo già fatto quattro dischi insieme seguendo un concept preciso: mantenere musica elettronica e acustica sullo stesso livello di purezza, senza far interferire eccessivamente le sensazioni dell’una con quelle dell’altra. Il pianoforte non deve suonare come uno strumento elettronico e quest’ultimo non deve suonare come uno strumento acustico. Con Ryoji il feeling è diverso. E’ della mia generazione, abbiamo interessi simili, ci sentiamo quasi fratelli. E’ bellissimo lavorare con lui. Per capirci non abbiamo bisogno di parlare, siamo sulla stessa linea di pensiero. La scorsa settimana, invece, ho registrato dei brani con Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten. C’era tensione, perché a me interessa esplorare gli albori del movimento industrial, mentre lui ora preferisce gli aspetti più teatrali e sperimentali con la voce. Ne è venuto fuori uno strano miscuglio di musica folk, industrial e sperimentazione. Ti preoccupa la tendenza politica in Europa, sempre più orientata a destra, i cui partiti notoriamente non favoriscono iniziative culturali e artistiche? Penso soprattutto all’Italia, dove anche tu hai vissuto un anno… Sono molto preoccupato. Non so come mai in Italia non si riesca a costruire un’alternativa valida a Berlusconi. Gli italiani stessi non lo sanno. Purtroppo se l’Europa diventa sempre più conservatrice, la causa è la mancanza o debolezza di idee da parte degli intellettuali di sinistra, che dovrebbero rivederle. Almeno viviamo in un sistema democratico, per cui le cose possono cambiare. La gente ha bisogno di rafforzare il proprio pensiero politico ed essere motivata per andare a votare. Se pensiamo all’elezione di Obama negli Usa, però, possiamo tornare a sperare. Meglio la vita di artista oggi o vent’anni fa in Germania Est? Sono contento del cambiamento politico. Il crollo del muro era necessario. Se il sistema non fosse collassato sarei scappato. Certo, se prima le pressioni erano politiche, ora sono economiche. Abbiamo guadagnato soldi, libertà e diritti, ma ci siamo ritrovati con i problemi etici del capitalismo. Ieri il crollo del sistema socialista-comunista, oggi la crisi di quello capitalista. E’ importante riflettere sul concetto di società utopica, perché solo così arriveranno le idee. E’ ora di pensare a una società diversa.

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Annie

Anne Lilia Berge Strand nasce a Trondheim, in Norvegia, ma presto si trasferisce a Bergen, la cittadina che all'inizio del nuovo millennio finisce sotto i riflettori per via del suo intenso fervore artistico e del successo di nomi come Royksopp e Kings Of Convenience. A Bergen Anne alimenta il fuoco cittadino con una one night. E' lì che incontra Erot, giovane e talentuosissimo produttore, DJ e grafico che diventa il suo compagno. E' con lui che nasce Annie, siamo nel 1999; è lui che produce il suo primo brano, “The Greatest Hit”. Nonostante la prematura e dolorosa scomparsa del compagno, Annie riesce a portare avanti il suo progetto che si concretizza in “Anniemal”, il suo disco d'esordio. Era il 2004, anno in cui blog e siti internet musicali cominciavano ad essere realmente influenti. La musica in rete, gratis, è ormai una realtà consolidata: tutto si raggiunge con un click. Basta sapere cosa cercare. “Anniemal”, finito sul web appena dopo l'uscita in Norvegia su Telle Records, diventa uno dei file più ambiti e scambiati dell'anno all'interno di una certa cerchia. Il disco viene accolto in maniera entusiasta dalla critica. Pitchfork su tutti, che elegge “Heartbeat” canzone dell'anno. Considerando che la mutazione electro pop di Goldfrapp non era ancora stata metabolizzata, che Roisin Murphy era ancora incastrata nei Moloko, che Robyn non si era ancora rimaterializzata e Lily Allen, La Roux e Little Boots probabilmente andavano ancora al Liceo: Annie suonava come qualcosa di nuovo e inatteso. Fresco e furbo come il pop d'alta quota, ma al tempo stesso vero, malinconico e prodotto in maniera esemplare da un team di amici che includeva, tra gli altri, i connazionali Royksopp e il britannico Richard X. Tutto lasciava pensare all'inizio di una carriera luminosa per l'allora venticinquenne bella, bionda e intraprendente fanciulla. Un po' come era successo per i suoi concittadini. Ma la 679 Recordings, che sull'onda del passaparola e dell'entusiasmo globale si fa carico della distribuzione, invece che sfruttare le potenzialità di un album già "famoso" e in grado di sposare in maniera esemplare dance e pop, incespica non sapendo in che casella posizionarlo. Nonostante tutto Annie finisce per firmare con la Island e si mette al lavoro sul secondo lp. Le cose non vanno meglio. Nell'autunno dell'anno scorso, con il disco praticamente pronto ed un buon singolo apripista com “I Know UR Girlfriend Hates Me”, Annie sparisce dalla circolazione mentre esce un altro 12", “Two Hearts”, rilettura di un hit di Stacey Q. Intanto di “Don't Stop”, posticipato ad oltranza e poi finito in rete, si perdono ufficialmente le tracce. La ritroviamo alle porte dell'estate con un nuovo e agrodolce singolo killer. Prodotto da Richard X, “Anthonio”, perfetto anthem balneare narra di una fugace love story estiva con un misterioso ragazzo brasiliano che la protagonista ricorda malinconicamente indicandolo come il padre della suo neonata creatura.

Intervista di Depolique.

Photography: NACHO ALEGRE Styling: SANTI RODRIGUEZ Photo Assistant: COKE BARTRINA Styling Assistant: DAVINIA ARIAS Hair and Make Up: MARIA MARTINEZ using Sebastian and Giorgio Armani Cosmetics 66 PIG MAGAZINE


Maglione by ASHISH

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Incontriamo e conosciamo Annie a Barcellona più o meno in quel periodo. E’ il giorno seguente la fine del Sonar e siamo nello studio di Nacho. E’ qui che comincia quest’intervista proseguita poi su una linea telefonica Milano - Berlino. Ciao Annie... Hey! Come stai? Bene, benissimo! Ieri sera ho passato una bella serata, qui a Berlino. Ho messo i dischi in questo nuovo club che si chiama Dice, a Mitte. Quindi ormai sei fissa a Berlino... Si, mi sono trasferita a febbraio. Mi piace molto qui. Riesci anche a lavorare sulla tua musica lì a Berlino o fai solo la DJ di tanto in tanto? Non tanto. Il fatto è che la maggior parte dei produttori con cui lavoro stanno in Inghilterra o in Finlandia, quindi sono io a spostarmi. Non ho ancora collaborato molto con produttori tedeschi. Però mi sono costruita un piccolo studio qui in casa dove riesco a lavorare un po’: scrivo e registro un po’ di demo e di idee. Com’è andata l’estate? Bene! A dire il vero di vacanze non ne ho fatte molte. Sono stata molto impegnata nel lancio della mia etichetta. Non sono certo la migliore business woman in circolazione quindi ho dovuto darmi da fare. A parte questo ho passato dei giorni molto piacevoli a Barcellona, dove sono andata a suonare, quando ci siamo conosciuti, poi sono stata in Finlandia e dopo in Norvegia, a casa da mia mamma. Lì mi sono davvero riposata. Come si chiama la tua nuova etichetta? Totally Records! E adesso cosa stai facendo? E’ tutto pronto per l’uscita del mio secondo album, che dovrebbe vedere finalmente la luce, dopo mille peripezie, il sedici di ottobre in Europa su Smalltwon Supersound (e negli States il 9 di novembre). Nell’ultimo periodo ho fatto migliaia di incontri per organizzare il tutto e anche per capire chi distribuirà il disco nei vari paesi. Poi ho fatto un po’ di promozione e interviste in UK e Norvegia. Insomma... Le cose stanno incominciando a muoversi... Avevi firmato un contratto con la Island (Universal), avevi un disco pronto - Don’t Stop - che doveva uscire, non è mai uscito ma è finito in rete; mi racconti cosa diavolo è successo? Credo si sia trattato della classica situazione major... Ho firmato per la Universal grazie a Nick Gatfield, che era il boss della Island. Una persona davvero interessata a me e a quello che facevo. Avevamo fatto mille programmi per il futuro e stavamo lavorando bene insieme. Siamo andati avanti per oltre quattro mesi.

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Poi all’improvviso lui è passato alla EMI... La persona che è arrivata al suo posto sapeva poco o niente di me e del progetto... Più che altro non aveva idea di cosa farne. Tutto è diventato terribilmente complicato. Lui ha cominciato a chiedermi di mandargli musica e io gliela mandavo... Poi ci siamo incontrati ma poi niente, la situazione è precipitata e stop. Se poi ci mettiamo anche che l’album è finito in rete... Un incubo! Adesso ho rimesso a posto tutto il disco, cambiato alcune canzoni e sono riuscita a recuperare tutti i diritti sui brani. Sono contenta di come sono finite le cose. Peccato averci messo così tanto tempo. Cosa cambia dal Don’t Stop originario? Ce lo racconti? Ci sono dei nuovi brani che ho registrato a Londra con Paul Epworth. Una bellissima esperienza. Credo che il disco sia molto meglio ora di com’era prima. Ci sono ancora i pezzi che ho fatto con Richard X, con cui ho un ottimo rapporto e un’intesa incredibile in studio. Poi ci sono le canzoni che ho fatto con Xenomania, un team di produttori inglese. Ho lavorato in particolare con uno di loro, Brian Higgins. Loro di solito producono artisti pop giganti... Hanno fatto anche l’ultimo Pet Shop Boys se non sbaglio no? Si, esatto. Brian sta lavorando con i Saint Etienne, Kylie Minogue, Girls Aloud... Ha diverse cose in ballo. E’ stato fondamentale lavorare con lui perchè per me la melodia viene prima di tutto, è la cosa più importante del progetto Annie. Comincio sempre da lì. Avere una persona così capace di dare un suono e una forma alle tue canzoni è stato davvero di grande ispirazione. Diverso da tutti i produttori con cui ho lavorato fino ad oggi. Ah e poi nel disco c’è anche il finlandese Timo Kaukolampi. Si chiamerà ancora Don’t Stop...? Si, così. Anche se è abbastanza curioso che un disco che è stato fermo per tanto tempo esca con questo nome.. All’indomani della sua comparsa in rete Popjustice lo definì “a complete modern masterpiece”... (Ride) Perchè no... A parte gli scherzi. Penso che sia un buon disco e sono contenta di com’è venuto. Se poi mi chiedi se cambierei qualcosa non posso che dirti di si. Riesco sempre a trovare qualcosa che non va e che rifarei. D’altra parte sono una tale perfezionista che avrei potuto andare avanti a lavorarci fino al 2069... Allora è per quello che abbiamo aspettato cinque anni... Non è solo colpa mia... Hai sentito tutti i casini che sono successi! Puoi raccontarmi come e quando hai iniziato a fare musica? Ho sempre avuto una grande passione per la

musica, sin dai primi anni di vita. Ho cominciato a canticchiare quando avevo più o meno sei anni se non sbaglio, poi ho iniziato a suonare il pianoforte. Attorno ai quattordici o quindici anni facevo parte di questa band chiamata Suitcase, un gruppo indie rock. Eravamo molto ambiziosi, ma a posteriori direi che eravamo più belli che bravi... Comunque ci siamo divertiti molto. La mia prima buona canzone l’ho scritta quando avevo sedici anni, si chiama The Crush. Pensa che è stato pubblicata solamente tre anni fa, su Dim Mak... Insomma, è una vita che scrivo canzoni. Che strumenti suoni? Suono abbastanza bene il piano. Un po’ il basso, la chitarra, qualche synth... Diciamo che riesco a familiarizzare abbastanza facilmente con i vari strumenti, ma senza eccellere... A parte forse il didjeridoo (ride)... Sicuramente me la cavo meglio a cantare. Qual è il tuo background musicale? I dischi che ti hanno cambiato la vita o i gruppi che ti hanno influenzato... Ho sempre ascoltato tantissima musica, difficile fare un elenco perchè sono passata attraverso così tante fasi... Proviamo. Ovviamente essendo norvegese ho avuto pure io un periodo A-ha... I primi dischi, Take On Me... Poi molto synth pop. Cose tipo Human League e più avanti Pet Shop Boys... Da lì sono arrivata all’hip hop: NWA, Dr. Dre e cose del genere... Come vedi ho avuto momenti diversi, non c’è mai stato qualcosa che mi abbia ossessionato. Ci sono ovviamente cose che proprio non mi sono piaciute. Crescendo, attorno ai diciott’anni ho cominiciato a frequentare rave e club, quindi la musica che ascoltavo era su quelle coordinate. Poi mi sono appassionata anche alla disco di New York: Larry Levan, Arthur Russel... Fine settanta primi ottanta. E forse è proprio quello che mi ha colpito, influenzato, che mi ha fatto prendere coscienza di quello che poteva essere il mio sound una volta arrivati al momento di produrre. Ma sono così tante le cose che mi ispirano e mi hanno ispirato che è difficile elencarle tutte... Anche i primi dischi di Madonna! Invece ultimamente cosa stai ascoltando? Sto comprando tantissimi vinili ultimamente; Berlino è un posto incredibile per questo. Mi sento come una nerd in giro per negozietti! Ultimamente mi ha colpito molto questo gruppo che si chiama Parallel Dance Ensamble. Hanno un brano che si chiama Turtle Pizza Cadillac. Poi c’è l’ultimo dei Pet Shop Boys. Non saprei, sto ascoltando così tanta musica... C’è invece qualcuno oggi che senti particolarmente affine a te? Mmm... E’ difficile dirti qualcuno che sento davvero vicino. Un’artista che mi piace molto, anche se non per forza vicina a me, come modo di lavorare e produzione è sicuramente Roisin Murphy. Ha fatto cose davvero


Vintage top, gonna TOPSHOP

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Vestito by PREEN

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interessanti. Anche Goldfrapp mi piace. In passato il tuo nome è stato accostato a quello dei Saint Etienne... Si, vero. Sono incredibili, bravissimi. Sicuramente abbiamo qualcosa in comune, e in un modo o nell’altro mi hanno influenzato. E’ sempre difficile capire come... Abbiamo già suonato insieme e lo faremo di nuovo a ottobre, aprirò per loro a Londra. A Barcellona hai diviso la consolle con Marflow della Diskokaine; chi sono i tuoi amici all’interno della scena musicale? Chi sono? Ieri ero in giro con Freeform Five, un amico e un bravissimo ragazzo. Ho così tanti amici che fanno musica che non saprei elencarteli tutti. Ovviamente ci sono Paul Epworth e tutti i miei produttori, specialmente quelli finlandesi. Ho tanti amici in Finlandia. Hai un manager? Ho dei manager. Un management di Bergen, la mia città in Norvegia. Si chiama Made. Sono con loro da dicembre, da quando ho cambiato. Mi trovo molto bene perché li conoscevo già un po’ prima di persona. Sanno come sono, cosa penso, cosa mi piace e tutto il resto. E poi sono anche degli ottimi business man. Continuiamo su Bergen... Sono passati diversi anni da quando tu, Royksopp e Kings Of Convenience avete attirato l’attenzione mondiale sulla Norvegia e più in generale sulla scena scandinava... Ti senti in qualche modo insieme ai tuoi colleghi di aver aperto una strada? Non è che mi senta responsabile in maniera diretta. Non ero certo sola, eravamo un po’ di artisti che gravitavamo tutti attorno alla Telle Records. Io, i Royksopp, Kings Of Convenience, Ralph Myerz & Jack Herren Band... Tutti nomi di talento che avevano il desiderio di emergere anche al di fuori dai nostri confini. E così è stato. Abbiamo capito che si poteva fare e abbiamo indicato, tracciato la strada probabilmente. Questo ha fatto capire a tanti musicisti che c’erano le possibilità e che bisognava provarci. Poi ovviamente come nella maggior parte dei casi è stata la stampa a montare il “caso Bergen”. Com’era Bergen in quei giorni? Era fantastica e lo è ancora. Nonostante sia una piccola cittadina era piena di entusiasmo. Proprio perchè la gente ha capito che se vuoi che succedano le cose devi fare il possibile, non basta aspettare che accadano. C’era un grande fervore artistico, musica, parties... E poi si riusciva a coinvolgere tutti. Magari c’era un rave e ci trovavi pure i metallari... C’era la voglia di aprirsi ad altri stimoli. Ad esempio a Berlino che è una città gigantesca e cosmopolita non è così: sono tutti presi dalla minimal e appena sentono un synth storcono il naso.

E’ vero che gestivi un club a Bergen? Non gestivo un club, organizzavo una serata. Si chiamava Pop Till You Drop. Eravamo io e un’altra ragazza che faceva la DJ. Era sempre una festa, la gente era entusiasta. Abbiamo portato molti guest a suonare in città. Peaches due volte, Adam X e molti altri. Hai sentito gli ultimi dischi di Royksopp e Kings Of Convenience? Si ho sentito quello dei Royksopp, dei Kings Of Convenience no, mi sembra sia un po’ che non pubblicano niente... Il disco nuovo sta per uscire... Ecco perchè non l’ho sentito. Quello dei Royksopp mi piace, alcuni brani. Loro sono d’altronde sono talmente bravi. E non ho dubbi che anche quello dei KOC sarà interessante: Erlend ha un talento enorme. In qualche modo la Svezia grazie ai lavori di gruppi come Peter, Bjorn & John, The Knife/ Fever Ray, Studio, Tough Alliance ha un po’ preso il posto della Norvegia al centro dell’attenzione ultimamente, cosa pensi di questi artisti?.... Beh, Peter, Bjorn e... Come si chiama l’altro?? John.. (scoppia a ridere) Ah si John! Si, hanno scritto un super hit (Young Folks ndr), molto carino, ma tutto l’album per me era un po’ noioso. Mi piacciono molto invece i The Knife, sono una loro grande fan. Li suono spessissimo anche nei club quando faccio la DJ. Gli altri non è che li conosca un granchè. E invece cosa mi dici dell’esplosione della scena disco del tuo paese? Intendo Lindstrøm, Prins Thomas, Todd Terje e compagnia bella... E’ una cosa molto curiosa. Perchè in Norvegia non è che siano sconosciuti... Ma quasi. Non sono certo delle star. Suonano pochissimo dalle nostre parti, pur essendo molto rispettati. E’ soprattutto all’estero che riscuotono un buon successo e una discreta visibilità. A me piacciono soprattutto Lindstrøm e Prins Thomas. Thomas è un DJ favoloso. Restiamo in tema di DJ... Come dimenticare il tuo DJ Kicks? Iniziava proprio con un brano italiano... Si! I Wanna Be Your Lover di La Bionda, un gran bel brano. Amo la italo disco, mi piace molto anche Valerie Dore... Usciranno altri tuoi mix in futuro? Ne faccio un paio al mese quando sono a casa. Magari in futuro potrei pubblicarne un altro. Vediamo... Hai già pensato ai remix dei tuoi nuovi brani? Si, certo! Un paio sono già pronti. Per My Love Is Better ci sono dei remix di Emperor Machine e uno di Justin Robertson davvero bello. Arriveranno anche remix di altri brani, per ora ci stiamo ancora lavorando. Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica? Ultimamente sto leggendo tantissimo. Letture impegnate. Al momento Pyrrhus et Cinéas di Simone De Beauvoir. Tra gli utlimi anche un

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libro su Mao e The Book Thief di Marksu Zusak. Poi adoro la moda e adoro comprare vestiti. E questa è la nota dolente del fatto di vivere a Berlino: è pieno di mercatini e negozietti... Beh sicuramente è più economico che a Milano... E’ quello che mi ripeto sempre quando compro quel paio di scarpe in più che non dovrei... Ah! Mi piace tantissimo correre, faccio jogging regolarmente e saltuariamente anche un po’ di karate. Sei mai stata in Italia? Si! A Napoli, a Torino e a Roma. Anche a Capri una volta. Per “lavoro”? Sono venuta a fare qualche data come DJ. Voglio tornarci, adoro il vostro paese. Mi piacerebbe venirvi a trovare a Milano. Spero di farlo presto. E cosa ti piace del nostro paese a parte ovviamente il cibo? Beh, il cibo è di un livello superiore. Non ci sono paragoni. Mi sono sempre divertita in Italia. Il vostro paese è bellissimo anche solo da guardare, avete una storia e una cultura millenaria. E poi è un paese rilassante popolato di persone affascinanti e interessanti. Torniamo alla musica, qual è la tua definizione di musica pop? Bella domanda. Vedi, per me gli Hot Chip sono pop, li vedo così. Poi però penso a Britney Spears e non riesco a non considerarla pop. Solitamente la gente considera pop i dischi che vendono di più. Per me è un discorso che ha a che fare con la musica. Se una canzone ha delle melodie accattivanti, è leggermente noiosa ma non veramente noiosa... Allora è pop. Insomma qualcosa che ti fa sentire veramente bene o che ti annoia. Oppure qualcosa che ti fa semplicemente provare un bel sentimento. E la tua musica? La consideri pop? Si. Per lo meno dal punto di vista compositivo. Le parti melodiche sono pop. Dal punto di vista produttivo, invece, come dicevamo prima, sono stata influenzata da quello che ho ascoltato nel corso della mia vita. Ed è molto di più che semplicemente pop. Potremmo definirla pop elettronico ma sarebbe sbagliato; è il mio stile. Forse è per quello che il tuo disco d’esordio ha dato il via ad un certo modo di fare pop, una sorta di “pop intelligente”. Oggi, per esempio, abbiamo gente come La Roux e Little Boots... Beh questo per me è un grandissimo complimento. Però non saprei dirti. Tocca a qualcun altro dirlo... Little Boots mi sembra una musicista molto preparata, invece trovo che La Roux abbia dei brani davvero forti e contagiosi. Non mi sembra di avere molto in comune con loro ma penso che siano davvero brave. E Robyn? Non è che sia una sua grande fan, ma devo ammettere che è una gran lavoratrice, ho

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visto come lavora, quello che fa anche con la sua etichetta. With Every Heartbeat è un gran pezzo, l’album perà non mi piaceva tutto. Hai iniziato la tua carriera negli anni dell’esplosione di Napster, mentre il tuo esordio è uscito proprio nel periodo in cui siti e blog musicali hanno cominciato ad affermarsi e a diventare determinanti nel successo, per lo meno mediatico, di un artista; Anniemal infatti è stato un caso esemplare. Cosa pensi di questo e del rapporto tra nuovi media e musica? Per me è una gran cosa. Trovo fantastico il fatto che un artista possa fare un disco e dopo tre secondi qualcuno dall’altra parte del mondo sia in grado di scoprirlo. L’idea che qualcuno seduto su un’isoletta al largo della Nuova Zelanda possa ascoltare Annie è meravigliosa. Per me è stato importantissimo che siti come Pitchfork parlassero di me. La prima volta che ha scritto di me neanche lo conoscevo, soltanto dopo mi sono resa conto dell’importanza e dell’autorevolezza che aveva tra i media e nel music business. Ovviamente scoprire che il tuo disco è finito in rete, magari prima della release ufficiale, ti da’ un grande dispiacere. Ma cosa vuoi farci? Ormai è così. Bisogna cominciare a vedere e a pensare la situazione in un modo nuovo. Io per esempio ho sempre amato il vinile, continuo a comprarlo e spero di poterlo fare sempre; non importa quanto mi costa. Non c’è paragone con una canzone in formato digitale, il suono è migliore. Questi cambiamenti influenzano in qualche modo il tuo fare musica? No, direi di no. Magari mi danno molte più possibilità nel mio lavoro come DJ. Capita di scoprire molta più musica, di sentire un pezzo che mi piacerebbe suonare e di conseguenza mi viene voglia di andarlo a cercare in vinile. Restando su Pitchfork.. Hai visto che ha incluso Heartbeat nella lista delle top 20 canzoni del decennio? Prima di 7 Nation Army dei White Stripes... Ma soprattutto davanti a quella che viene considerata una delle canzoni pop più famose della storia come Can’t Get You Out Of My Head di Kylie... Si, ho visto! E’ stata davvero una sorpresa. Mi ha fatto piacere soprattutto perchè come dicevamo si tratta di un sito autorevole, con una vera passione per la musica e che vanta tra le sue file ottimi giornalisti. Vedere una canzone che ho scritto all’interno di una lista di brani presumibilmente considerati dei classici mi ha riempito di orgoglio. Ho sempre voluto scrivere un classico, una canzone che potesse durare nel tempo e non essere dimenticata dopo due tre giorni. Considerando che una bella fetta della critica ti adora (abbiamo citato alcuni esempi come Pitchfork e Popjustice ma potremmo farne altri), perchè secondo te a tante

attenzioni non è corrisposto un pari successo commerciale? Le carte in regola le hai tutte... Non lo so, non saprei spiegarlo. E’ una cosa che può dipendere da vari fattori. Per esempio quando lavoravo con quelli della 679 Records mi dicevano sempre che era difficile lavorare con Annie perchè non sapevano bene se definirmi come artista pop o underground... Facevano fatica a catalogarmi... Davvero una cosa stupida perchè dev’essere interessante e anche una bella sfida lavorare con un artista che ti offre diverse possibilità. Poi io non me ne intendo di vendite... A me interessa la musica. E poi ormai gli artisti che vendono sono davvero pochi. Prendi La Roux: avrà venduto un bel po’ di dischi, ma se fosse uscita anche solo cinque anni fa chissà quanti ne avrebbe venduti di più. Ormai si guadagna con i live e sforzandosi di trovare sempre qualche buona idea da affiancare alla musica. Abbiamo letto su internet la storia di Anthonio e ne siamo rimasti affascinati; puoi dirmi, se non sono indiscreto, se è vera? (ride) Si... Guarda, io penso che nella vita di ognuno ad un certo punto arriva un Anthonio oppure un’Antonia... C’è qualcosa di vero in quella storia. Non so se il suo nome fosse veramente Anthonio. Pensa che sto ricevendo tantissime lettere da amici, conoscenti, sconosciuti che mi dicono che hanno sentito la canzone e che la storia li ha colpiti, che anche loro hanno vissuto un’esperienza del genere. ...Quindi quella tua foto con quel bambino in braccio... E’ vera? E’ tuo figlio? ... Si, è lui. E adesso? Sei single? Si... Qual è la tua canzone dell’estate? Sicuramente la mia Anthonio, il brano che ho scritto con Richard X. Poi... One Day di Juan Maclean. Come ti vedi nel giro di dieci anni? Vorrei continuare a lavorare con la musica. Il che non vuol dire necessariamente continuare a fare album, anche se ne farò sicuramente ancora. Al momento sono già proiettata sul prossimo: ho scritto diverse nuove canzoni e ho lavorato un po’ con Fred Falke. Oltre a questo sto scrivendo brani per altri. Tipo chi? In questi giorni esce un brano che ho scritto con Xenomania a Londra. Per un girl group che si chiama Mini Viva. La canzone si chiama I Left My Heart In Tokyo. Scrivo così tanta musica che non posso usarla tutta per me... Hai qualche rimpianto? No, mai. Non ho nulla da rimproverarmi. Magari solo quel paio di scarpe in più di cui non avevo bisogno... (ride) Ciao Annie... Ciao..


Vestito McQ

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Jan Kounen Intervista di Valentina Barzaghi. Foto di Sean Michael Beolchini.

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Circuito Off – Isola di San Servolo, Venezia. In un’assolata mattina io e Sean ci avviamo piuttosto timorosi ad incontrare Jan Kounen, regista olandese trapiantato in Francia, artista eclettico che spazia da film violenti e controversi quali “Dobermann”, fino al più recente e classico “Coco Chanel e Igor Stravinsky”. Noi immaginavamo già di trovarci di fronte un iracondo che avremmo dovuto stare attenti a non far arrabbiare, ma poi eccolo… seduto al baretto, coppola e libro in mano, che ci sorride e ci dice che ci aspettava. Cosa è successo? E così inizia a raccontarsi, dai vecchi film che ora sente ancora suoi, ma troppo lontani dalla sua nuova filosofia di vita, stravolta completamente dopo le riprese del film “Blueberry” (2004), grazie al quale è venuto a contatto con la medicina indigena su cui non si è risparmiato spiegazioni meticolose. Una sorpresa. Ciao Jan, come stai? Bene grazie È la prima volta che vieni a Venezia? Si e ne sono felice. E che cosa ne pensi di Circuito Off? Ti sei riuscito a fare un’idea nonostante tu sia arrivato da poco? Guarda, sono arrivato ieri e mi sembra che il luogo sia magnifico, è davvero molto bello e c’è una buona energia. Sembra un film festival dall’atmosfera rilassata e creativa. Qual è stato il tuo primo pensiero quando ti sei svegliato stamattina? La prima cosa? La prima cosa, vediamo … Ho sentito bussare alla porta e ho pensato “merda, forse sono così in ritardo, talmente in ritardo, che chi mi stanno aspettando per le interviste e gli organizzatori del festival sono venuti a svegliarmi”. Invece no, era solo il mio compagno di stanza. Puoi descriverti usando solo tre aggettivi? Uh. E’ difficile… Posso usare una frase? Dai, facciamo uno strappo alla regola, ok… On the journey. E se ti chiedessi di descrivere il tuo modo di fare cinema-il tuo lavoro in poche parole? Sono un viaggiatore (del cinema). Faccio film molto diversi tra loro. Si va dai documentari sui santi indù ai thriller, dai film storici ai cartoni animati. Perciò direi che viaggio è il termine più appropriato per accomunarli. E’ un’immagine che dà l’idea di eclettismo. Ho sempre cercato di essere creativo e questo per me significa fare qualcosa di diverso dal resto. Mi interesso solo ai progetti filmici che abbiano sfumature ancora sconosciute. Questo è il mio lavoro, cerco di fare film che la gente non ha ancora visto. Sono curioso e questa è una parte del mio lavoro. E, si, sono un cantastorie. Il tuo film più celebre rimane comunque Dobermann. Quando ti è venuta l’idea di girarlo? In realtà, era un periodo in cui stavo sviluppando diversi progetti, cortometraggi, film francesi, film di fantascienza dal budget altissimo, ma niente di veramente “cinematografico”. E poi, nulla, mi sono trovato davanti molte porte chiuse. Dopodichè un mio amico mi ha prestato il libro The Dobermann. Nelle prigioni francesi è un best-seller, sai che intendo? Alla fine lo lessi. Pensai che aveva allo stesso tempo qualcosa di molto francese oltre che quell’at-

mosfera dark, trash, provocatoria e fuori dagli schemi che si trova nei fumetti – sai, vengo dalla scuola d’arte e quando ero più giovane volevo diventare disegnatore. Considerato l‘umore che avevo e la ripetitività tipica del cinema francese, ho pensato “al diavolo! Vengo da una formazione che si radica nell’heavy metal e nei cartoni animati, devo fare un film del genere”. Così andai con il romanzo originale ed una sceneggiatura dai miei produttori. Ci furono reazioni negative, ma alla fine uno disse “ok, facciamolo”. Finora non avevo mai avuto l’occasione di intervistare un regista che utilizza armi nei propri film. Come si scelgono le pistole da usare in scena? Come si scelgono? Nessuno me lo aveva chiesto (ride). E’ molto semplice, ci sono dei preparatori per il cinema, ad esempio uno molto famoso in Francia è Christopher Maratie, di cui se vuoi ti do il contatto se ti interessano le pistole, lui è il numero uno (ride). Poi si legge il copione e si va in un’armeria specializzata per il cinema, con pistole e fucili previamente messi in sicurezza in modo che non vi si possano inserire proiettili. Puoi chiedere ogni modello: armi da guerra, artiglieria pesante, armi della polizia, armi automatiche, e così via. Vai dal tipo e gli dici quello di cui hai bisogno. Per esempio, per il mio personaggio in Dobermann la pistola è come il cazzo, perciò chiesi di usare la più grande che avesse a disposizione. Sembra stupido, ma in realtà hai un’idea precisa dei personaggi e delle armi che meglio si abbinano al loro carattere. E’ come fare un casting, non con gli attori, ma con le pistole. Fantastico. Decisamente. Se ti piacciono le armi lo è. Mah, non è che amo le armi, ma sai… tutto ciò che ti è sconosciuto un po’ ti affascina. Ma tanto per non smentirmi… Potresti menzionarmi i nomi di cinque pistole? Si mi ricordo la Desert Eagle, una delle pistole più grandi usate in Dobermann. Mi sembra che James Bond avesse una Beretta e che nei film western si usassero le Colt. Colt? Esatto, è un tipo di (pistola) revolver. Mi chiedevi cinque nomi giusto? Quindi… Beretta, Colt, Desert Eagle…la Mauser, che è una pistola tedesca. E poi ci sono quelle stranissime

armi israeliane fabbricate in plastica, che non vengono rilevate dai metal detector e le puoi portare in aereo, ma… non mi ricordo il nome, perciò, mettiamoci una pistola francese va, facciamo i francesi in fondo, una Manurhin. Conosco le armi solo per via del film. È da quando ho girato Dobermann, più di dieci anni fa… anzi, è da quando ho girato Blueberry (2004) che non maneggio un’arma. Ok, direi che ti ho spremuto abbastanza con le armi, cambiamo discorso. Possiamo parlare del tuo ultimo film Coco Chanel & Igor Stravinsky? Cosa ti ha affascinato? Pubblicherete questa domanda e la risposta che sto per dare, vero? Non la censurate, ok? Non preoccuparti. Ok. Ciò che mi ha affascinato di più è stato il personaggio di Igor. Penso che non avrei mai girato un film basato esclusivamente sulla figura di Coco Chanel. In questo caso ero molto attratto da Igor e dal suo lavoro di compositore. Igor è una figura storicizzata, rifugiato a Parigi, in seguito alla Rivoluzione Russa. Mi ha affascinato il fatto che da una parte c’era un uomo che, nonostante fosse dotato di una creatività smisurata, era legato a un’idea molto tradizionale del rapporto tra uomo e donna. Dall’altra parte, invece, c’era una donna troppo avanti per il suo tempo. Quasi una donna di oggi spostata negli Anni Venti. Davvero. E poi c’è la storia d’amore e il dramma psicologico innescato dal grande ego di entrambi. Entrambi i personaggi hanno una personalità molto forte. Inoltre, quasi tutto si svolge all’interno di una casa. Il che mi ha permesso di catapultarmi negli Anni Venti, approfondire la relazione tra maschio e femmina, la relazione che si instaura tra due artisti, che esiste tra sesso e arte. L’arte di Coco è più d’avanguardia e gioca con l’elemento sesso, mentre quella di Igor Stravinsky è il contrario. Questo film mi ha permesso di riflettere su aspetti che riguardano la mia vita di uomo e di regista. Mi ha fatto esplorare gli Anni Venti, che sono stati uno dei periodi più vitali per l’arte, l’architettura e la moda. Sai, paragonati a quel periodo, noi adesso siamo nel Medioevo. Tutto ciò mi ha eccitato. Non sapevo niente di Coco e Igor, invece di fare un film incentrato su un personaggio moderno e anonimo (che si può girare in ogni momento), perché non fare un film su due persone conosciute per la qualità del loro

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lavoro? È un film molto speciale, perciò ne ho amato il progetto. E poi c’è anche il balletto russo, Nižinskij e Djagilev, la prima de La sagra della primavera (“Le Sacre du printemps”) nel 1913, una delle più grandi composizioni di sempre. Cosa mi dici di Anna Mouglalis? Com’è stato lavorare con lei? Anna è stata una buona interprete di Coco perché ha forza, sia come attrice che come donna. Quando ti misuri con l’interpretazione di persone che esistono nell’immaginario collettivo, da un lato c’è l’icona, dall’altro c’è la realtà del personaggio. A me piace entrare nella vera psicologia del personaggio e giocare con l’immagine collettiva. Ho scelto attori che affrontassero l’interpretazione in modo psicologico, ma che fossero anche icone, e credo che Anna sia più bella di quanto lo fosse Coco e che lo stesso valga per Mads rispetto a Igor. Volevo che la grazia del lavoro di Coco Chanel trasparisse dall’eleganza di Anna perché trovo che Anna sia una donna molto elegante. Anche la sua voce è grandiosa. Sai, quando scegli un attore, la cosa migliore è metterlo davanti a una macchina da presa e fare una scena. E’ così che ho scelto Anna. Quale preferisci tra i tuoi lavori? Penso che il contributo artisticamente più importante che finora ho dato sia stato con Blueberry, nella sua parte visionaria. La gente non lo capisce, ma più uno va avanti più ci si appassiona. Dopodichè ritengo che i miei film, sai… mi piace anche l’apertura di 99 francs e penso che la scena più grande che abbia mai fatto sia proprio l’apertura di Coco Chanel & Igor Stravinsky. Ne sono molto fiero. Ma il film che preferisco, su tutti, è l’ultimo cortometraggio che ho realizzato. Come lavoro, lo trovo perfetto. È inserito nel film 8 e si intitola The story of Panshin Beka. È un film in bianco e nero, ambientato nella giungla. So che durante lo shooting di Blueberry ti sei avvicinato allo sciamanesimo. Sono curiosa… Di cosa si tratta e come questo avvicinamento ha cambiato il tuo modo di lavorare e di pensare? Si. Lo sciamanesimo è un concetto ampio che si basa sulla medicina indigena tradizionale. In pratica è l’uso di piante allucinogene a scopi curativi. Permette di conoscere se stessi e l’universo. Gli sciamani sono curatori tradizionali. Io ne ho conosciuto uno in una tribù e, si, è stato un incontro importante che ha cambiato la mia relazione con il lavoro, con le persone… Precisiamo, non è una religione, è solo medicina. Allo stesso modo, è cambiata la mia relazione con la natura. In che modo? L’Animismo è un insieme di credenze e rituali che attribuisce qualità divine o soprannaturali a cose, luoghi o esseri materiali. Gli animisti credono che le piante, l’acqua e il vento posseggano uno spirito, un’anima, una specie di intelligenza. Ok? Questo mi ha cambiato,

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perché ora non penso più di essere parte di qualcosa di vasto… penso solo a ciò che è importante. Ti rapporti con ciò che gli indiani chiamano “spiriti”. Sono ormai dieci anni che mi incontro con lo sciamano e questo mi fa sentire bene e rende più bilanciate le mie emozioni. Penso che possediamo molta conoscenza, per esempio, sappiamo come rimuovere chirurgicamente un tumore al cervello, ma ci sono anche conoscenze relative al riequilibrio psicologico che sono rimaste legate alla terra e alla natura. Anche questa è medicina. All’inizio può sembrare mistico, in effetti lo è, perché si hanno esperienze profondamente diverse, come la morte virtuale (sembra di morire psicologicamente per poi rinascere). Questi particolari processi permettono di confrontarsi con le paure più profonde (incontri gente morta). La cosa difficile è parlarne con chi non conosce culture alternative alla nostra. Pensano: “ok, questo tizio va in mezzo agli indiani e sta andando fuori di testa!”. Sai, vengo da un ambiente in cui si attribuisce valore alla scienza, sono realistico e penso che la ragione e la logica siano strumenti essenziali, però le cose si possono anche “sentire” in modo diverso. Sai, i giochi non finiscono con la morte, cioè quando muori, muori, ma la partita è ancora aperta, il viaggio non è ancora finito, questo è ciò di cui do testimonianza e che mi dà responsabilità. Ho ancora un paio di domande per te. Come ti vedi tra dieci anni? Tra dieci anni, sarò un cinquantacinquenne. È un’età piuttosto bella e spero di vivere ancora con te su questo pianeta. Però non lo so, non riesco a proiettarmi nel futuro. Ma vuoi che esprima un desiderio? Ok, spero di poter proseguire nel viaggio, immergermi nella cultura indigena, continuare a fare cinema e avere il piacere di fare film diversi e avere la possibilità di vedere crescere la mia famiglia. Questi sono i miei desideri. Ma non ne ho altri e questo per me è fondamentale perché quando inizi la carriera di regista sei spinto dalla voglia di successo. Ne ho avuto un po’ al botteghino con i miei film, ma i miei film non hanno mai avuto incassi milionari. Faccio film di frontiera. Ma da questo punto di vista, mi va bene così, sono felice di fare quel che faccio. Mi piace fare film che abbiano appeal su pochi, sai che intendo? Stai lavorando a qualche progetto ora? Si, ora sto lavorando a un progetto con la ragazza con cui vivo. Dirigeremo un documentario sulla storia dei quattordici Dalai Lama. Si tratta di un documentario-fiction. Sto anche lavorando al progetto di un cartone animato e, di base, il progetto più importante in corso è un film sperimentale per il quale sono andato in un I.R.M (Indagini Ricerche Mediche).…. Potrei avere una fotografia, aspetta, fammi controllare…sono immagini di me, dall’interno. Quella è la mia gamba e questa la spina dorsale. Magari in alcune foto mi si può riconoscere. Mi riconosci qui? (mi mostra delle

foto in cui è come fotografato al suo interno attraverso l’uso, credo, di una sorta di sondino). Sono le mie ossa. Praticamente sto facendo un film che sarà come un autoritratto… di quello che ho dentro. Il progetto è parte di una ricerca. Infine, sto anche terminando un libro a fumetti. Di che tipo? Parla di medicina tradizionale. E’ per tutti, per diffondere la medicina tradizionale in modo nuovo. E poi quando ero più giovane volevo diventare un fumettista. È un piacere poter tornare a fare cartoni. Voglio spingermi sempre oltre e poter raccontare storie in maniera sempre diversa. Ultima... Voglio domandarti se c’è qualcosa che nessuno ti ha mai chiesto, ma a cui ti piacerebbe rispondere. Wow! Non saprei. Te l’ho detto, non ho desideri. Quando parlo con qualcuno non spero mai che mi chieda quella cosa nello specifico. Mai. Sicuro? Si. A volte, durante un’intervista mi dico “oh, c’è quell’ aspetto del mio lavoro che interessa agli altri, ma che però ha poco a che vedere con quello che preferisco io”. Per esempio, mi hai parlato di Dobermann e di pistole, ma ora queste cose non mi interessano più. Dobermann è un film vecchio che mi piace ancora e sono felice di rispondere, ma ora mi piace di più la medicina tradizionale e di questo mi hai dato modo di parlarne. A volte è interessante accorgersi che esistono domande a cui non avevi mai pensato perché è aumentano la tua conoscenza mentre è in atto il processo stesso della risposta. Sono domande nuove che ti costringono a pensare in modo alternativo. Ma non ho desideri. E’ che sono molto curioso. Per esempio ora sto iniziando la promozione di Coco Chanel & Igor Stravinsky e sarà interessante scoprire le domande che mi verranno poste perché potrò individuare la domanda che mi faranno per i prossimi dieci anni. Sai, in un’ora uno concentra quelle che ritiene essere le domande fondamentali. Allo stesso modo, però succede che vengano fuori domande diverse da quelle che ti aspettavi. Forse però una domanda che nessuno mi ha chiesto, se lo vuoi sapere, te la dico, ma non risponderò. Ok La domanda che vorrei che la gente mi ponesse è: che relazione esiste tra Vibroboy e Darshan? Quest’ultimo è un santo indù che simboleggia amore, purezza e grazia. Lo so che avevo promesso, ma dai… ripondi per favore che poi rimaniamo tutti a bocca asciutta e qualche altro giornalista leggerà qui, ti farà la domanda e io rimarrò fregata… Ok (ride). La relazione tra questi due film, ciò che rende possibile legarli, sono le pellicole che stanno tra uno e l’altro. Ovvero, ciò che mi ha permesso di muovermi da una tappa all’altra.


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Bertone Details Durante la nostra visita presso la sede di Stile Bertone, dove siamo stati ad intervistare Jason Castriota (pubblicata il mese scorso e disponibile anche online), abbiamo fatto un giro al piano di sotto, presso il museo, dove sono conservate alcune tra le più belle e significative automobili realizzate dallo studio negli ultimi 40’anni. Di seguito una galleria fotografica, con dettagli di alcune auto, realizzati da Sean mentre Jason ci raccontava alcune storielle interessanti. Foto di Sean Michael Beolchini.

*Errata Corrige: nel PIG precedente abbiamo erroneamente scritto male il nome di JASON CASTRIOTA senza “S”. Sorry Jason!

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01/07 Lamborghini Athon (1980) Concept Car presentata al salone dell’automobile di Torino del 1980 sulla base di una Lamborghini Urraco, la Athon fu disegnata da Marc Deschamps, il successore di Marcello Gandini. Nonostante abbia avuto un ottimo successo, per certi versi l’auto fu considerata da molti un po’ troppo all’avanguardia. Poco dopo, nello stesso anno, l’azienda di Ferruccio Lamborghini dichiarò bancarotta e questo modello finì nel museo di Bertone.

02/03 Lamborghini Miura (1966) Disegnata da Marcello Gandini la Miura non rappresenta al 100% lo stile del suo designer, che invece può essere riconosciuto per le sue forme più spigolose, come quelle della Lamborghini Countach o della Lancia Stratos. La Miura è però considerata una delle più belle auto mai realizzate e quando fu presentata nel 1966 al salone di Ginevra lasciò tutti allibiti per le sue forme innovative e inedite. 850 auto vennero costruite, ma purtroppo la tendenza di queste a prendere spontaneamente fuoco ne distrusse una buona parte degli esemplari in circolazione.

04 Lamborghini Marzal (1967) Disegnata da Gandini per dare a Lamborghini una vera gran turismo a 4 posti. Elemento caratterizzante di quest’auto erano le 2 porte ad ali di gabbiano, una sola per lato, unica sia per i passeggeri anteriori che posteriori. Curiosità: quando quest’auto venne presentata al salone, per darle un effetto più futuristico, i suoi sedili furono dipinti di color argento, ma al momento della presentazione la vernice era ancora fresca e quando i managers dell’azienda si sedettero i loro abiti si macchiarono inevitabilmente del color argento!

05 Alfa Romeo Montreal (1970) Presentata come prototipo nel 1968 all’Expo di Montreal l’omonima auto doveva rappresentare nelle parole di Nuccio Bertone “la massima aspirazione raggiungibile da un uomo in fatto di automobili”. A causa di motivi tecnici però la vettura finale che uscì nel ‘70 era molto diversa dal prototipo del ‘66 e non ebbe molto successo. Solamente 3925 di queste auto sono state prodotte, fino al 1977.

06 Iso Grifo (1964) Realizzata da Giotto Bizzarrini e disegnata da Bertone, l’idea della Grifo era di offrire un’auto dalle dimensioni e tecnica “europee” ma con uno stile americano. Quest’auto fu prodotta in circa 400 esemplari e quando fu presentata divenne subito la GT più desiderata del momento, anche a causa del suo esorbitante prezzo. Oggi quest’auto è preda dei più grandi collezionisti, sia perchè è molto rara sia perchè pare esistano molti falsi in circolazione.

08 Alfa Romeo 2600 Sprint (1961) Evoluzione della 2000 Sprint che fu la prima auto disegnata da Giugiaro presso Bertone. Giugiaro era infatti un promettente giovane designer, scoperto proprio da Nuccio Bertone qualche anno prima. Le sprint erano versioni coupè della berlina tradizionale, disegnate e realizzate da Bertone per Alfa Romeo, ed ebbero un grande successo superando di più del doppio le vendite della berlina e della cabriolet.

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Sumi & Hana Photography: MARLENE MARINO Styling: YASUKO HASHIMOTO Hair and Make up: MANAMI ISHIKAWA Models: SUMI and HANA

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Sumi: top in cotone EKO-LAB by MEILING CHEN from Optitude, Hana: vestito in cotone EKO-LAB by MEILING CHEN from Optitude

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Sumi: top DIESEL, gonna MAGDA BERLINER from Optitude

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Hana: salopette da uomo in velluto by MY D’ARTAGNAN from Shinzone

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Sumi: Top in seta by BRUCE from Optitude, scarpe MAISON MARTIN MARGIELA, Hana: Maglioncino scollato MAISON MARTIN MARGIELA, intimo DIESEL

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Hana: Top di tulle MAISON MARTIN MARGIELA, pantaloni RED CLOVER from B.M.D.I, Sumi: Maglia con frange MAISON MARTIN MARGIELA

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Hana: Intimo di raso DIESEL, Sumi: intimo con pizzo DIESEL

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Sumi: Camicia by DIESEL, Hana: salopette in velluto by MY D’ARTAGNAN from Shinzone

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Sumi: top DIESEL, gonna MAGDAÂ BERLINER from Optitude, Hana: top e intimo by DIESEL

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Welcome To Belgrade Photographer: ANA KRAŠ Styling: ANA KRAŠ Models: NINA, ALEKSANDRA, MATE, MARIJA, JOVAN, STAŠA, JOVANA, RADOŠ, SARA e ZORANA

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Maglietta by pharmacy unicorn

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Top by stine goya, pantaloncini american appAREL

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Pantaloni diesel

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Maglia by american appAREL, gonna sessun

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Jeans LEE

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Camicia DIESEL

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Collant by stine goya

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Collant by stine goya

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Top sessun

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Collant PAM, giacca by nike, scarpe tretorn

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Clara +Tony Photographer: Mathias Sterner Stylist: Elin Edlund Models: CLARA @ kidoftomorrow.com & TONY

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Clara: giacca in jeans by ANN-SOFIE BACK


Clara: maglietta by The local firm, pantaloncini by Lovisa Burfitt

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Tony: occhiali model own, Clara: Cardigan by Acne, gonna Minimarket

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Milano via Marghera 18 (int.) tel 024694976 - via P. Castaldi 42, tel 02


ph. Livio Bez

2046584 - Bologna via U. Bassi 15, tel 051223790, www.oreamalia.it


Sono tra i produttori che più stiamo apprezzando quest'anno. Dopo aver messo le mani sul disco di Fever Ray e aver riletto tra le altre cose Vevet dei The Big Pink sono stati adocchiati dai Massive Attack per cui hanno remixato una traccia del loro nuovissimo EP. Da tenere sotto strettissima osservazione. www.myspace.com/vanriversandthesubliminalkid

Van Rivers & The Subliminal Kid Fever Ray - Seven ( Marcel Dettman¥s Voice In My Head Remix) Gregg Kowalsky - Vi-Vii Millie & Andrea - Black Hammer Journey To Ixtlan - Spiritual Delousing Ingenting - Dina H‰nder ƒr Fulla Av blommor Johannes Brahms Allegro Giocoso, Ma Non Troppo Vivace (Viloin Concerto) Infiniti - Game One DVS1 - Running Pansonic - Koilinen Neurosis - Origin

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Foto di Erik Skodvin

Piglist:


Musica Album del mese Di Marco Lombardo e Gaetano Scippa.

The Big Pink - A Brief History Of Love (4AD) Milo Cordell e Robbie Furze s’incontrano la notte di capodanno del 2000. Immersi nello scenario di una Londra millenarista, tornando a casa ubriachi, si scoprono affini, grazie a una comune passione per la musica noise ed industrial, e non si lasciano più. Da quel fatidico giorno passano nove anni. I loro amori musicali si evolvono e la loro amicizia si sedimenta, trasformandosi in un sodalizio rock dalle marcate ascendenze british che li porta a firmare per la storica 4AD e a imporsi come la “next big thing” d’oltremanica. Un sodalizio che si nutre di distorsioni “storiche” e melodie epiche, che cita i New Order e i My Bloody Valentine, sforna anthem da stadio come Dominos e Velvet e si lascia trasportare da tentazioni lisergiche, che a volte richiamano gli Spiritualised e gli Spacemen 3, altre i Ride in veste digitale o i Verve degli esordi (soprattutto nei dettagli più acustici). A brief history of love è un’opera prima che straborda di sensualità elettrica, evoca i fantasmi di un glorioso passato e suggerisce nuove speranze albioniche. Brit-p(h) op(e) . M.L.

The Very Best - Warm Heart Of Africa (Moshi Moshi/ Cooperative Music) L’ odore inatteso di nuove frontiere linguistiche ci aveva inebriato alla fine del 2008 grazie all’illuminante mixtape Esau Mwamawaya and Radioclit are...The Very Best, un miracolo di pop meticcio e post-moderno che metteva in scena la splendida alchimia creata da Esau Mwamawaya, cantante del Malawi (considerato il Phil Collins africano), e i Radioclit, duo di produttori franco-svedese con base a Londra. A meno di un anno di distanza da quel primo guizzo l’allegra combriccola pubblica con il moniker The Very Best il suo primo album ufficiale. Un lavoro che giustifica ampiamente l’entusiasmo che li ha circondati in questi mesi d’attesa, complice la presenza del frontman dei Vampire Weekend, Ezra Koening, nell’inno afro-pop Warm Heart of Africa e di M.I.A. nella tribale Rain Dance. Un disco gioioso, corale, a tratti epico nel tracciare nuove e immaginarie linee di confine tra l’Africa e l’Occidente, che trasforma i rispettivi retaggi culturali in una sfrenata danza collettiva, liberatoria, universale e senza più radici. M.L.

Fuck Buttons - Tarot Sport (ATP) Se con il catartico Street Horrrsing Andrew Hung e Benjamin John Power hanno debuttato sull’onda del rumore, i due bristoliani virano ora verso una dimensione più melodica e dance. La svolta arriva grazie a Andrew Weatherall, che ha già dato prova del suo tocco con il remix di Sweet Love For Planet Earth. Il loro rock trainato da tastiere rimane ricco di droni e feedback estatici, che si sviluppano attraverso trame dal crescendo ipnotico e suggestivo. Ma in questo caso il beat si fa protagonista in ogni brano, smaltisce le scorie più dure in eccesso e cancella le urla primordiali del precedente album, sacrificando solo in parte le esaltazioni percussive che lo caratterizzano. Tarot Sport è un disco epico e pulsante: sette tracce che esplorano nuovi meandri di uno shoegazing cosmico. Riprendendo il ritmo di Bright Tomorrow, il singolo Surf Solar ci trascina in un vortice lisergico ad alta intensità emotiva. Il resto è un susseguirsi di cavalcate psych tra Tangerine Dream, Klaus Shulze e Spacemen 3. Benvenuti nella nuova era screamadelica.  G.S.

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Musica Album del mese

Di Depolique, Marco Lombardo, Marina Pierri e Gaetano Scippa.

Annie - Don’t Stop (Smalltown Supersound) Dopo un’attesa record torna Annie, e a questo punto ve ne sarete accorti. Don’t Stop vanta almeno cinque potenziali singoli, uno per ogni anno di gestazione e ha il difficile compito di restituirle il suo scettro di regina dell’electro pop e magari qualcosa in più.

Air - Love 2 (EMI) Si erano un po’ intestarditi i nostri, alla ricerca poi di non si sa bene cosa, rasentando come mai i confini della noia. Love 2 - fatto in casa (era ora) e senza ospiti - invece è vivo e vegeto, equilibrato e piacevole. E questa ritrovata voglia di quiete che avanza sta dalla loro.

Bloody Beetroots - Romborama (Dim Mak)

Vitalic - Flashmob (PIAS) Associato ai fasti dell’electroclash il più sottovalutato dei francesi riemerge dopo una assenza di 4 anni. Smessi i panni da forzuto eccolo trafficare con la disco music declinandola in varie forme: dall’8bit di Your Disco Song ai sapori Moroderiani di Poison Lips. Flashmob funziona.

Amari - Poweri (Riotmaker) Una spanna sopra tutte le altre indie band italiane gli Amari lo sono sempre stati, sin da quel Grand Master Mogol del 2005. Oggi Poweri li riconferma come la punta di diamante del pop nostrano. L’unico gruppo credibile nel mischiare hype internazionale e melodie di casa nostra. M.L.

Sally Shapiro - My guilty pleasure (Permanent Vacation) Sally Shapiro è ancora fragile e romantica anche se avvolta da una nuova consapevolezza. Uno sguardo maturo, dal quale non traspare più la naivitè del passato ma un fascino complesso che si riflette in un disco elegante e sofisticato. Profumo di donna. M.L.

Little Dragon - Machine Dream (Peacefrog) Per il sottoscritto il quartetto di Goteborg è una delle sorprese dell’anno, complice il fascino irregolare di Yukimi Nagato e un bagaglio di trovate elettroniche che sanno d’avanguardia, pop futuribile e stravaganza creativa. Un sogno meccanico. Ispiratissimo. M.L.

Music Go Music - Expressions (Secretly Canadian) Ci sarà una festa ma dovrete trovare una macchina del tempo per andarci. Si terrà a Stoccolma, a casa degli Abba, anche se vi sembrerà di essere a New York. O a San Francisco. Ci saranno anche gli ELO , i Carpenters e i Fleetwood Mac. Portate i brillantini. M.L.

Patrick Cowley & Jorge Socarras Catholic (Macro) Il Cowley disco è noto ai più, una specie di leggenda. Con o senza Sylvester e il mitico remix di I Feel Love. In questo prezioso lp inedito, rimasto in fondo a una cantina per tre decadi, c’è il lato sconosciuto di un artista in stato di grazia, capace di influenzare la musica della grande mela fino ai giorni nostri.

Bad Lieutenant - Never Cry Another Tear (Coop) Nuovo progetto e nuovo socio (tale

Volcano Choir - Unmap (Jagjaguwar) Il progetto di Bon Iver con i Col-

Jake Evans, clone del cantante dei Doves) per Bernard Sumner. Se vogliamo dirla tutta: davvero niente di che. Unica nota positiva - o forse no - la voce di Sumner che richiama i fasti dei New Order. Neanche per nostalgici.

lections of Colonies of Bees, dopo anni di gestazione, viene finalmente alla luce mettendo in risalto il lato più sperimentale di Justin Vernon. L’autunno ci sommergerà con la sua malinconia distratta, avvolta di loop e drone innevati. M.L.

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Concept XL che parte dal suono primordiale per rappresentare la complessità dell’essere umano attraverso mutevoli sfumature musicali, l’atteso esordio sulla lunga distanza di Sir Bob Cornelius Rifo è apice e chiude la seconda fase di quella che alcuni definirebbero blog house. Arrivano i nostri.

Atlas Sound - Logos (Kranky) Il secondo disco dello scheletrico Bradford Cox/Atlas Sound è molto influenzato dagli Animal Collective (Panda Bear appare anche in Walkabout) e suona più risolto, più arioso del suo album precedente. Anche Logos, insomma, è malinconico e intenso, ma assai meno drammatico. Buon per lui o per noi? M.P.


Wild Beasts - Two Dancers (Domino) Un tocco obliquo, inedito e straniante attraversa le dieci nuove tracce del gruppo di Leeds. Sarà quella tensione funk che sembra non cedere mai, il falsetto “improbabile” da prog-band disfunzionale, quella malinconia tremendamente contagiosa. Two Dancers entusiasma. Dolcemente. M.L.

Dinky - Anemik (Wagon Repair) Dinky produce elettroacustica usando strumenti analogici, in particolare percussioni, cui aggiunge loop sintetici, arpeggi melodici e voci ipnotiche. L’approccio sperimentale è morbido e colorato come la variegata gamma di suoni che offre con la sua impronta squisitamente femminile. G.S.

Luciano - Tribute To The Sun (Cadenza) Piaceri esotici e sensibilità ritmica di TTTS sono il frutto umorale di alti (Celestial) e bassi (Metodisma) nella vita privata di Luciano tra Cile e Svizzera. Tra i collaboratori, Martina Topley-Bird (Sun, Day and Night) e Bruno Bieri, inventore del tamburo d’acciaio Hang. G.S.

Amanda Blank - I Love You (Downtown) Debutto solista di Amanda Mallory (Sweatheart), MC che vanta collaborazioni eccellenti (Spank Rock, Major Lazer, M.I.A., Santigold, Ghostface Killah). Il disco, prodotto da Diplo, Switch e XXXChange, è un cocktail sexy di bassi hip-hop, suoni electro e melodie pop. Una garanzia. G.S.

Jimi Tenor/Tony Allen - Inspiration Information (Strut) Da session a base di musica, cibo africano e whisky tra l’eclettico Jimi Tenor e il leggendario batterista afrobeat Tony Allen (The Good, The Bad & The Queen) nasce una miscela esplosiva di improvvisazioni ritmiche e contaminazioni. Difficile resistere. G.S. .

Barbagallo - Floppy Disk (Barbie Noja) Il chitarrista Carlo Barbagallo (Albanopower), già apprezzato oltreoceano, è artefice di un carosello di suoni psych-pop, weirdo folk e acid blues d’annata (‘60-’70). Ogni pezzo dell’album è godibile e l’unico piccolo difetto, la pronuncia inglese, diventa trascurabile. G.S.

Port-Royal - Dying In Time (Sleeping Star) Evoluto senza cadere in facili cliché, il suono dei royals al terzo album è sempre in bilico tra atmosfere oniriche e paesaggi elettronici (dell’Est). Si apre al synth-pop con un uso ottimale di tastiere e voci, come sintetizza l’inno alla speranza Balding Generation. G.S.

AAVV - Cosmic Balearic Beats Vol.2 (Eskimo) Compilation poche ma ottime, questa è la regola. Sicuramente tra le preferite del 2009 CBB2 supera di slancio il volume uno. Un crescendo turbo-lento capace anche di ritagliare numerosi suggestivi scorci panoramici. E il cd unmixed è un sogno ad occhi aperti. Finalmente.

AAVV - Warp20 (Warp) La più influente etichetta di musica elettronica (e non solo) celebra i suoi primi vent’anni. Da Aphex ai Battles, passando per tanti altri giganti. Una fetta di storia divisa tra scelte (Chosen), cover (Recreated) e rarità (Unheard). Qui andava comprato il cofanetto...

Redshape - The Dance Paradox (Delsin) Un’aura di mistero avvolge questo producer di Berlino, la cui identità è oscura quanto la sua musica. Synth analogici, percussioni live ed elementi sci-fi carpenteriani in direzione Detroit: ogni traccia ha un suo motivo d’essere per le orecchie, ed è un gran bell’ascolto. G.S.

AAVV - 5 Years Of Low End Contagion (Hyperdub) La label UK underground più influen-

Calvin Harris - Ready For The Weekend (Columbia)

E’ un disco che probabilmente farà storcere il naso a molti (critica e fan) ma la seconda prova di Harris piace perché irriverente e leggera, a tratti cafona, nelle sue citazioni anni novanta. In una parola: divertente. Per le cose serie, cercate altrove. M.L.

te degli ultimi anni si autocelebra con un imprescindibile doppio CD che racchiude passato, presente e futuro del dubstep con hit, remix e inediti di Burial (Fostercare), Kode9, Zomby, Joker, fino ai nuovi Darkstar e Ikonika. G.S.

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Film del mese

Di Valentina Barzaghi

Where the wild things are Nel Paese delle Creature Selvagge (ITA), di Spike Jonze. Giusto giusto allo scoccare della fine del mese arriva nelle nostre sale, come le regine che entrano maestose in una sala da ballo dove tutti gli inviati già attendono trepidanti e curiosi, uno dei capolavori di questo 2009 che sta per volgere al termine. Spike Jonze, con il suo fare dinoccolato di chi non ama la ribalta e che sembra ancora avere la timidezza-modestia degli esordi, lo accompagna per mano. Noto è che la pellicola sia una trasposizione del celebre e omonimo libro illustrato per bambini dello scrittore americano Maurice Sendak (1963), già di per sé un capolavoro di cui l'autore, nonostante le molte richieste pervenutegli nel corso degli anni seguenti la pubblicazione, non ha mai accettato di cedere i diritti, fino a quando un giorno non ha bussato alla sua porta Spike. E a lui, come si fa a rifiutare un film? La pre-produzione ha richiesto parecchio tempo al regista e allo sceneggiatore Dave Eggers, che hanno dovuto portare le 338 parole originali a 111 pagine di script, in continua collaborazione con Sendak. Il risultato è un accrescimento e una costruzione, non più solo attraverso le immagini ma anche con il dialogo, della veste più intima

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e psicologica dei personaggi. Due talenti si sono uniti apportando ciascuno un aspetto fondamentale per la buona riuscita del progetto: da un lato abbiamo Eggers, non un esordiente per quanto concerne la scrittura per ragazzi (suo è What Is The What - Erano Solo Ragazzi in Cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng la storia vera di uno dei tanti lost boys che durante la guerra civile in Sudan dovettero migrare a piedi attraverso Etiopia e Kenya), mentre dall'altro il folle e visionario Jonze. Max ha otto anni ed è un bambino solitario. Con un padre assente e una madre per cui oltre il lavoro esiste solo il fidanzato del momento, Max cerca di attirare su di sé l'attenzione giocando continui scherzi ai suoi familiari. Una sera, la madre un po' logorata lo manda a letto senza cena, ma giunto nella sua camera, Max non ha problemi ad occupare il suo tempo e così inizia a fantasticare su avventure in luoghi immaginari, approdando sull'isola di Wild Things in cui ci sono enormi creature ad aspettarlo - tra cui Carol, Alexander, K.W. - che lo investono del titolo di re. La finisco qui... Vi racconterei tutta la storia, ma poi mi sentirei in colpa per avervi sottratto un po' di piacere. Vi basti però sapere che Spike si

è superato: il regista ha filmato in tutto con una tecnica mista di live action, suitmation (termine giapponese che indica quando un attore viene messo a recitare nel pupazzo costruito ad hoc. Sul web girano spettacolari immagini di backstage che dimostrano il mostruoso lavoro fatto sul set) - con quindi ovvi inserimenti animatronics (scusate per come vi sto esponendo il tutto, i miei docenti della scuola di cinema mi avrebbero espulso se fossi ancora lì. In questo caso comunque stiamo parlando della tecnica d'animazione di varie parti del corpo dei pupazzi, come ad esempio la bocca)- e, come evidente di computer graphic. Spike Jonze usa un'altra volta la fantasia come veicolo per indagare l'animo umano e non manca di fornire allo spettatore spunti di riflessione interessanti raccontando la storia di un bambino con una fervida immaginazione che lo aiuta a sopperire alla solitudine della vita vera. Beh, di storie con questa morale ne abbiamo già viste a bizzeffe, ma è sempre bello scoprire che esistono autori che sul "già visto-affrontato" riescono a costruire qualcosa di nuovo e spettacolare. Spike Jonze si conferma uno dei geni indiscussi del nostro tempo, un poeta del grande schermo.


Cinema

Inglourious Basterds

Bastardi Senza Gloria (ITA), di Quentin Tarantino. Una delle pellicole più attese dell'anno, oltre che una delle più chiacchierate, arriva finalmente in sala promettendo di fare il botto. Tarantino, che non ha mai nascosto la sua passione per il cinema italiano (tra i suoi preferiti Pontecorvo, Fulci e tutto lo scenario B-Movie anni '60-'70), prende - per poi rielaborarlo con il suo celebre marchio di fabbrica - il titolo da un film del 1977 di Castellari, Quel maledetto treno blindato (in americano diventato Inglourious Bastards). I "Bastardi" sono una squadra speciale di soldati americani ebrei capitanati dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt) che ha come obiettivo l'eliminazione nazista. Nel frattempo una giovane di nome Shosanna, la cui famiglia è stata sterminata il primo anno dell'occupazione tedesca in Francia durante una spedizione nelle campagne, diventa proprietaria di una sala cinematografica dove avverranno più tentativi d'eliminazione delle maggiori cariche della dittatura, compreso lo stesso Hitler. Quando le due forze confluiranno, daranno vita a un piano ancora più complesso. Tarantino è unico: riesce ad unire l'impeccabilità di un buon film, con l'originalità e il divertimento. Da buon cinefilo, prende le pellicole di genere che più lo divertono e le rielabora, arricchendole, ma lo fa dandoci sempre l'impressione che sia il gioco più bello del mondo. Anche quando racconta la storia, la rilegge con una chiave che svela la sua firma in ogni dettaglio: la giustizia dell'uomo che non essendoci stata nella vita vera viene fatta dal cinema. E proprio in un cinema si compie.

UP Di Pete Docter e Bob Peterson. Scelto come apertura dell'edizione di quest'anno del festival di Cannes, Up non smentisce la bravura di casa Pixar (anche se non raggiunge la magnificenza di Wall E). La straordinaria avventura di Carl lo accompagna per una vita intera. Lo vediamo seduto in un cinema, da piccolo, che guarda il documentario su un esploratore che parte per la seconda volta verso terre lontane per dimostrare la veridicità di una sua scoperta su uno scheletro d'uccello. Carl ne rimane folgorato. Ancora giovane poi incontra Ellie, che condivide la sua stessa passione per l'avventura: i due crescono insieme e poi si sposano. Ma ora che Ellie non c'è più, il sogno che Carl ha accantonato per far spazio alla vita di tutti i giorni prende sempre più piede nella sua testa: vuole raggiungere le cascate narrate dall'esploratore. Partito, si troverà senza volerlo a condividere la sua esperienza con un giovane e buffo esploratore che aveva appena bussato alla sua porta. Up non manca di avere una versione in 3D, che però non verrà di certo ricordata per la sua innovatività o complessità. Rispetto a tanti film proposti in terza dimensione quest'anno, Up si differenzia perché sopra tutto mette ancora una volta la storia-sceneggiatura. L'unica cosa che ci si chiede è se i bambini, a parte per le animazioni strepitose e i personaggi simpatici, si divertiranno davvero, visto che soprattutto nella parte iniziale è una bella storia d'amore lunga una vita (più per adulti).

The imaginarium of Doctor Parnassus Di Terry Gilliam. Ultima fatica del talento visionario di Terry Gilliam, nonché pellicola postuma di Heath Ledger, la cui morte è avvenuta proprio durante una pausa dalle riprese del film, terminato quindi con una soluzione registica improvvisata in work in progress. Ledger infatti riveste i panni di Anthony "Tony" Shepherd un giovane che si unisce alla compagnia teatrale "Imaginarium" capeggiata dallo strambo Doctor Parnassus (Christopher Plummer). Lo spettacolo offerto dal gruppo è surreale: attraverso uno specchio magico, gli spettatori riescono ad avere accesso a mondi fantastici che Parnassus può controllare, risultato di un patto che l'uomo ha stretto con il diavolo (Mr. Nick, interpretato da un credibilissimo Tom Waits). Questi in cambio vuole l'anima di sua figlia Valentine appena la ragazza avrà compiuto sedici anni. Per evitare di perderla però, Parnassus propone un nuovo patto al demonio: lei starà con chi dei due riuscirà per primo a sedurre cinque anime. Per aiutare il "dottore" il giovane Tony intraprenderà un viaggio nello specchio e in mondi tanto fantastici quanto mutabili, in cui lui stesso cambierà le sembianze (Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell... ed ecco la soluzione trovata). Tutti coloro che avevano amato un cult come Brazil non possono perdersi questa pellicola nata dalla collaborazione tra Gilliam e il suo sceneggiatore di allora, Charles McKeown. Un universo meraviglioso che però, a mio parere, non verrà amato proprio da tutti, perché Gilliam non è Burton e oltre alla spettacolarità ci infila sempre un "surrealismo morale" che non viene digerito dal grande pubblico. 129


Cinema

Taking Woodstock Di Ang Lee. Lo voglio dire... Lo voglio dire... Al di là che Woodstock ha rotto un po’ le palle alla stregua di Ang Lee, Taking Woodstock è una pellicola divertente. Niente di generazionale, memorabile e collezionabile, ma un film godibile realizzato (a mio avviso) a pennello per il 40° anniversario della famigerata tre giorni di peace, sex and rock. Su un tema noto e trito e ritrito come Woodstock, nonché intoccabile perché “cosa stai dicendo? Woodstock non rompe mai... reietta” (sì, sto finalmente impazzendo), il regista di Brokeback Mountain riesce a rileggere il tutto in una chiave molto particolare, che non tralascia di certo una critica all’istituzione famiglia. Elliot è un ragazzo che nella vita fa l’arredatore e si batte per i diritti degli omosessuali. La sua è una vita abbastanza tranquilla, fino a quando i i suoi genitori rischiano di perdere il piccolo motel che gestiscono a causa dei debiti. Non sembrano esserci via di fuga, ma poi viene a sapere che gli organizzatori di un festival si sono appena visti ritirare un permesso municipale. Elliot li contatta e propone il motel come sede e presenta loro il propietario del vicino terreno di 600 acri. Il resto è storia. Ang Lee non propone solo la chiave buonista e hippie dell’evento, ma ci sottopone anche quella più legata al business musicale, quella che offre davvero lo spettacolo. Di fianco a loro si muovono una serie di personaggi incredibili, le cui idee purtroppo oggi ci sembrano solo utipistiche e troppo folli, forse perché vicini ma ancora lontani dalla rivoluzione scientifica e tecnologica. Peccato, loro ci credevano davvero.

Funny people Di Jude Apatow. Lo sapete che io amo Adam Sandler e che quindi non potevo evitare di aggiungere questo film tra quelli in uscita questo mese. Inoltre, e non per minore importanza (come già accennavo sul sito un mesetto fa), questo sembra essere davvero l'anno di massima diffusione cinematografica del "bromance", genere di commedia hollywoodiana la cui etimologia nasce dall'unione di brother e romance che racconta l'amicizia tra due o più maschi. Che succede? I maschi sono sempre più schiacciati dalle donne tutte carriera e pochi sentimenti, che devono tornare al vecchio cameratismo? Ma quello che mi chiedo soprattutto è... parleranno? Va beh... la vita non è un film e viceversa quindi... Funny People ha come protagonista un cabarettista abbastanza famoso, George Simmons (A. Sandler), che non ha mai avuto problemi relazionali sia con le donne sia con gli uomini, a cui viene diagnosticata una malattia del sangue che gli lascia un anno di vita. Una sera, dopo uno show, George incontra Ira, un comico alle prime armi a cui insegna i trucchi del mestiere, ma che si rivelerà anche un ottimo amico. Regia e sceneggiatura sono di Jude Apatow, uno degli stand up comedian più famosi oltre oceano, autore tra le tante cose anche del Ben Stiller Show, oltre che di pellicole interessanti (anche se sono state stroncate dalla critica... forse le avranno viste doppiate in italiano!?!) come The 40 Year Old Virgin e Knocked Up. Non capolavori, ma una spanna sopra le altre pellicole di genere.

Brüno Di Larry Charles. Di questo film vi avevo accennato qualcosa mesi or sono ed eccomi qui a ripropinarvelo... Il mio cammino d'espiazione per tutta la merda che avevo lanciato tre anni circa or sono contro quella robaccia inguardabile di Borat (Oops! I did it again). Era il 1998 circa quando il personaggio di Brüno comparve per la prima volta in uno show tv, per poi essere riproposto anni dopo fino a quando la Universal non ne ha comperato i diritti per farci questo filmino costato più di quaranta mila dollari. Non è che ci sia molto da dire sulla qualità filmica del prodotto (abbastanza scarsa per dare quell'effetto docu-reality che piace tanto a Larry Charles), quanto sulla sua comicità situazionista (nel senso che non è la trama nel suo complesso a divertire, quanto le varie situazioni-gag prese singolarmente in cui Brüno si trova). Per chi sostiene che Brüno sia una povera ripetizione di Borat io dico no: Borat aveva la pretesa di una docufiction di bassa lega, ma rasentava il cattivo gusto non facendo nemmeno ridere quanto, semmai, vomitare. Brüno è certo irriverente, con la sua critica stereotipata al mondo della moda, ma quantomeno le risate arrivano. Certo, non sarà tra i film dell'anno, ma per una serata svago ci sta eccome. N.B. Ovviamente da vedere in lingua originale! Quindi al massimo aspettatelo in dvd.

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News

Di Valentina Barzaghi

Festival Internazionale del Film di Roma IV Edizione - 15/23 Ottobre. Anche quest'anno la Capitale si apre al pubblico internazionale per ospitare il festival che, arrivato al suo quarto anno di vita, inizia a dar del filo dal torcere al più famoso e sicuramente più vip Festival del Lido. Ormai la formazione è pressoché schierata al completo, guidata da un presidente di giuria d'eccezione come Milos Forman (regista americano di origine ceca, autore tra gli altri di cult come Amadeus e Hair) che sicuramente riuscirà a premiare ancora (come d'altronde successo nelle precedenti edizioni) opere che uniscono una buona dose di cultura popolare a un interessante profilo culturale-indipendente. Insomma, un festival per tutti che ci piace proprio-anche per questo. Ovviamente la cornice è una delle migliori del mondo: Roma, e nello specifico tutte le proiezione si terranno proprio nel centro cittadino presso l'Auditorium Parco della Musica (quello realizzato da Renzo Piano) e il Villaggio del Cinema. Le sezioni: Selezione Ufficiale - con 12 lungometraggi di rilevanza internazionale in concorso e 6 fuori concorso; L'Altro Cinema/Extra - una vetrina che permette al grande pubblico e alla stampa l'incontro con grandi interpreti del cinema contemporaneo; Alice nelle Città - la sezione "young" che quest'anno propone una parte dedicata al cinema per ragazzi, ma anche con opere realizzate da giovani talenti; e infine Focus - un trait d'union lungo tutto il festival che si concentrerà sul tema dell'ambiente con l'intervento di ospiti più o meno famosi. Tanta carne al fuoco, impossibile da riassumere in poche righe. Per il programma (durante la stesura di questo pezzo non è stato ancora reso noto quello definitivo), potete consultare il sito www.romacinemafest.it/romacinemafest

DVD

Stoned Di Stephen Woolley. Non troverete Stoned a noleggio, ma se vi interessa lo potrete solo comperare via internet. Esordio alla regia del produttore Stephen Woolley, la pellicola ha l'obiettivo di raccontare un breve tratto della vita di Brian Jones, dalla fondazione dei Rolling Stones alla morte prematura (aveva solo 27 anni), non per suicidio - non sto a raccontare tutto se no mi si dice che svelo i finali anche se in verità l'epilogo è storia e quindi non c'è molto da dire di diverso. Woolley propone un trip melodico che inizia dalla fine per poi ripercorrere la travagliata esperienza artistica di Brian Jones, con tanto di tormenti sentimentali e blackout compositivi, nel suo essere fondamentalmente un bambino cresciuto che non vuole responsabilità (il suo spirito fanciullesco si denota già da dove vive, la villa che originariamente era di A.A.Milne, creatore di Winnie Pooh) e che si approccia alla vita con ostinato capriccio. Una star insomma, che però viene colta in tutti i suoi assilli psicologici; un uomo solo e abbandonato a se stesso, che ha vissuto a metà tra sogno e videoclip. Soprattutto per fans, ma anche per cultori di biopic musicali non tradizionali.

Louise - Michel Louise - Michel è uno dei film più carini e particolari visti quest'anno, una di quelle pellicole nate in sordina, che muovono le fila da una buona idea più che da un ricco budget, che sono ancora in grado di sorprendere lo spettatore per la loro originalità. Siamo in Francia, in una desolata cittadina della Piccardia. Pochi mesi dopo una prima riduzione del personale, le operaie di una fabbrica tessile sono in allarme, ma vengono rinfrancate da una piccola sorpresa aziendale, che si rivela a breve una fregatura. La mattina seguente il fatto, la costernazione: la fabbrica è stata svuotata durante la notte e loro sono rimaste senza lavoro. Decidono quindi di unire i pochi soldi che spettano loro, di assoldare un killer e di uccidere il proprietario della ditta. E' Louise la più decisa tra le donne e sarà lei ad andare alla ricerca del sicario, optando per il più patetico della categoria: Michel. Louise - Michel è una commedia grottesca, spregiudicata e cinica, che non si limita a giocare con la morte, la dissacra, già dalla prima sequenza (quella che vi chiederete come si lega al resto del film...). Con un tono scanzonato e al limite del reale, mette in scena la lotta per la sopravvivenza che ogni essere umano si trova a sostenere nella sua quotidianità, anche solo per trovare un lavoro con cui vivere in uno stato di semi miseria, e per cui è disposto ad usare tutte le armi a sua disposizione (i malati terminali, tra cui sua cugina, che Michel convince ad agire al posto suo, tanto... cosa possono avere da perdere?). Un racconto divertente che unisce un senso di novità a uno stile da cinema d'autore navigato, da non perdere.

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Libri

Di Marco Velardi

Drawing Life Javier Mariscal è certamente uno dei nomi che viene subito in mente quando si pensa al design Spagnolo, ma sono sicuro che ancora in pochi sanno bene chi sia al di fuori della Spagna e di pochi circoli ristretti. E dire che il logo della città di Barcelona è opera sua come anche Cobi, mascotte delle Olimpiadi di Barcelona 1992, e Twipsy, mascotte dell’Expo 2000 di Hannover. Forse è proprio per questo che il Design Museum

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di Londra lo ha celebrato con una mostra personale, in corso fino al 1 Novembre, e Phaidon ha pubblicato un volume di 300 pagine interamente pensato e disegnato da Mariscal in persona. Il suo stile esuberante non si ferma solo al design, e questo volume ne è testamento con un percorso che segue l’evoluzione della carriera di Mariscal, dai fumetti all’animazione, dai lavori di branding e interior design alle copertine del

New Yorker. Drawing Life valorizza finalmente il lavoro di uno dei creativi Europei più importanteidegli ultimi 40 anni. www.phaidon.com Titolo: Drawing Life Autore: Javier Mariscal Casa editrice: Phaidon Press Limited Anno: 2009 Dimensioni: 29 x 25 cm Prezzo: 59.95 €


Titolo: Plates + Dishes Autore: Stephan Schacher Casa editrice: Princeton Architectural Pres Anno: 2005 Dimensioni: 24.8 x 20 cm - Prezzo: 16.95 $

Plates + Dishes Vi sarà capitato almeno una volta in un ristorante, o da un amico, di fotografare il piatto di cibo in fronte a voi come ricordo di un momento speciale. Stephan Schacher ne ha fatta una missione e armato di buona volontà e macchina fotografica ha girato gli Stati Uniti d’America e il Canada in tre momenti diversi, totalizzando più di 13,318 miglia di strada e visitando 70 stazioni di servizio e rispettivi ristoranti. Plates + Dishes è un racconto visivo di quest’avventura su strada, un mix affascinante di piatti e cameriere, donne di tutti i tipi, giovani e non, bionde e more, sorridenti e in divisa, o segnate dai troppi caffè e piatti serviti con una maglietta sbiadita, molte volte quasi a riflesso dei cibi in tavola. Il progetto di Schacher non è solo un puro viaggio voyeuristico, ma un tributo romantico ai vecchi dinner e roadway cafes che sono sempre più in via di estinzione, sotto l’attacco selvaggio delle grosse catene, pronte ad omologare: dal colore dell’ hamburger allo sguardo di chi lo serve. www.papress.com

And It Came to Pass - Not to Stay Spaceship Earth sembrerebbe una parola uscita da un film di fantascienza, pieno zeppo di alieni e incontri del terzo tipo. Invece ci troviamo di fronte ad un termine coniato da R. Buckminster Fuller, soprannominato Bucky per gli amici, uno dei pensatori e visionari dello scorso secolo, che ci ha lasciato con un’eredità importante, forse anche troppo vasta perché sia compresa del tutto, ma assolutamente attuale perché legata alla

sopravvivenza del nostro pianeta. Marshall McLuhan lo definì il Leonardo da Vinci dei nostri tempi, Buckminster Fuller pubblicò più di venti libri nei suoi 87 anni di vita, e grazie al lavoro di suo nipote Jamie Snyder l’anno scorso sono stati ri-pubblicati tre dei volumi più significativi: Operating Manual for Spaceship Earth, Utopia or Oblivion e And It Came to Pass - Not to Stay. Quest’ultimo, scritto nello stile inventato di “prosa

ventilata”, raccoglie sette saggi che probabilmente non vi cambieranno la vita ma vi apriranno gli occhi su una nuova visione di essa. www.lars-mueller-publishers.com Titolo: And It Came to Pass - Not to Stay Autore: R. Buckminster Fuller Casa editrice: Lars Müller Publishers Anno: 2008 Dimensioni: 18 x 12 cm - Prezzo: 14.90 € 133


Whaleless

A Cura di Giovanni Cervi. Contatti e info: verbavolant@pigmag.com

Un mondo senza balene. Inquinamento e pratiche di pesca insostenibili stanno mettendo a serio rischio la sopravvivenza dei grandi cetacei. Questo è uno spazio dedicato a chiunque voglia esprimere la propria indignazione, rabbia, vergogna, incredulità, preoccupazione… con ogni mezzo espressivo, dall’illustrazione alla canzone, dall’animazione alla fotografia e oltre. Visitate i siti internet www.whaleless.com e www.myspace.com/whaleless per ulteriori

Opera di Giada WoodenBoxes

informazioni e per visionare la gallery dei lavori giunti fino ad ora. Be creative, save a whale.

You can save The Queen Hai mai visto una balena? No, ma se vale ho un amico che è andato a vederle due volte nella stagione degli accoppiamenti... Comunque sono ottimista, dovrei avere abbastanza tempo per riuscire a incon-

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trarle anch’io. Non ho mai visto così tanta vita tutta insieme, una balena è un inno alla vita, un inno in movimento, fantastico! Che rapporto hai col mare? Bè io nasco montanara, ma ci ho vissuto poco,

ho girovagato parecchio seguendo le circostanze. L’unico posto in cui ho deciso deliberatamente di vivere è Roma; l’entroterra è troppo forte per me, troppo perentorio. Dove manca l’acqua mi manca l’aria, il moto marino tiene a cuccia le scimmie che ho nella testa. Se tu potessi scegliere di trasformarti in un abitante marino, quale sceglieresti? E perché? Se si parla di realtà non ho le idee molto chiare. All’oceanografico di Valencia ho visto i granchi giganti dell’arcipelago giapponese, che misurano una cinquantina di centimetri di diametro e mi sono piaciuti, davvero coriacei, ci potrei stare. Ma poi so che se fossi un granchio invidierei la spinta del polpo e se fossi un polpo le danze della manta e allora... non so davvero. Se si parla di mito invece vorrei essere un drago marino, in oriente il dio del mare. Non per essere dio perché quello credo che in fondo lo siamo tutti ma per essere in quel corpo, così carico, dinamico, flessibile, per essere puro movimento. Ci dici qualche parola da associare al tuo modo di fare arte? Innanzitutto non “faccio” ma “facciamo”, io e il pezzo di legno con cui lavoro. Il legno è vivo e se il lavoro non lo si fa in due il risultato è una piatta decorazione senza vita né storia. Anche se non sono buddista cerco di dipingere secondo i principi delle scuole di pittura zen, lascio lavorare in pace il cuore lasciando a riposo la mente. Come disciplina in quasi tutti i dipinti, per i contorni, uso i pennelli da calligrafia perché richiedono una concentrazione totale e se lo stato d’animo è alterato si vede, il contorno risulta tremulo o grezzo, spigoloso, ecc... E’ meglio che guardarsi allo specchio. Come hai realizzato questa balena? Ho usato l’acrilico come fosse acquerello, ho lavorato sul legno grezzo (un pezzo di tavola da carpenteria) ancora sporco di vernice e calce, ho fatto saltare le giunture tra le assi e ci ho avvitato delle cerniere di ferramenta vecchie di 50 anni. Volevo che la mia balena ricordasse un’icona sacra e credo di esserci riuscita. Adesso è possibile appenderla al muro o appoggiarla a un mobile perché si regge da sé, e magari usarla come sfondo per un altarino laico in onore alla vita da difendere anziché ai morti da commemorare.

www.myspace.com/woodenboxes


C.so di Porta Ticinese 80 - Milano - 02 89056350- WWW.THESPECIAL.IT


PIG Waves

A Cura di Giovanni Cervi. Contatti e info: verbavolant@pigmag.com

E’ un flusso di immagini e parole che segue una parola chiave: Zombie. Immagini e parole che ruotano intorno alla keyword, ogni volta diversa.

“Ritornerà...”

“Un attacco zombie sterminerebbe l’umanità”. 136 PIG MAGAZINE


twitter.com/Colin_Zombie - “Con 45 sterline di budget è arrivato a Cannes”.

www.archive.org/details/night_of_the_living_dead - “Chi è il vero mostro?”

www.boom-studios.net - “L’aldiquà è l’unica certezza. Poi muori, forse”.

www.livingdeaddolls.com - “Ama e sarai sbranato”.

www.zombiewalk.com - “Libera la mente. Libera il corpo. Libera le viscere”. 137


Videogames

Di Janusz Daga (jan@pigmag.com)

PIG’s Most Played. C’è ancora vita sul pianeta terra, parola di Cylone. Professor Layton e lo scrigno di Pandora _ DS Inutile dire che siamo tutti pazzi per questo titolo di Nintendo. Sarà che la grafica e le animazioni ci riportano ai tempi di BimBumBam, sarà che gli indovinelli piacciono a tutti, sarà che questo gioco ha sempre bilanciato perfettamente avventura e ambientazione. 150 nuovi enigmi e ogni settimana uno da scaricare su DSiWare. Meraviglia.

Colin McRae Dirt 2 _ PS3 Fango, polvere e olio bruciato. Gli ingredienti per un piccolo capolavoro ci sono tutti. Se vi piace guidare su sterrato, il rally e i circuiti cittadini, non potete mancarlo: Londra, Tokyo, Cina. Ma anche California e Utah con enormi canyon pieni zeppi di terra e sassi. L’atmosfera del gioco è notevole, tutto è studiato per immergerci nello sporco mondo dei rallysti. Una paccata di eventi, gare, categorie di veicoli e obiettivi da completare. Per farsi notare, i ragazzi  di Codemaster hanno anche sviluppato per noi il primo simulatore di tatuaggio su tette: http://dirtytats.com. Se lo vedesse Colin...

C64 emulator _ iPhone Primo -speriamo- di una lunga serie, l’emulatore di Commodore 64 esce su iPhone in tutto il suo splendore. Per ora non è

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ancora possibile smanettare con il Basic, ma ci sono un paio di giochi da provare. Joystick e sparo per Dragons Den, Le Mans, Jupiter Lander, Artci Shipwreck e Jack Attack. Schermata iniziale, caricamento, grafica e sonoro a 8 bit a regola d’arte. Aspettiamo nuovi titoli –magari più interessanti- e un bell’emulatore Nintendo NES con centinaia di ROM gratuite da scaricare.

Contra Rebirth _ Wii Ware Konami rimasterizza un classico del genere “run n’ gun”. Scorrimento orizzontale, esplosioni, proiettili e missili ovunque. I membri delle truppe di elite –Contra- dovranno devastare parecchi schermi per salvare il pianeta da Chief Salamander. Scaricabile con 1000 punti su Wii Ware, un classico anni ottanta (l’arcade è uscito nel 1987 e nell’88 su NES) rivisto e corretto, ampliato e reso ancora più super. Nella modalità due giocatori, si sente la mancanza di un bel cabinato e di una serie di bottoni da pestare furiosamente!

iPeePee _ iPhone Tutta italiana l’applicazione più assurda da caricare su iPhone. Il primo simulatore di orinatoio della storia. Il succo del gioco è tutto li: centrare un water con il getto di pipì senza spanderne una goccia. Fantastico il livello del treno in corsa dove tutto si muove pericolosamente! I ragazzi della Mobiguo sono pazzi.


Hai il senso del ritmo? Il gioco più contagioso e pazzo di quest’anno ti porterà nel paradiso del ritmo! Usa il pennino del tuo DS per toccare, colpire e scivolare a tempo attraversando 50 minigiochi musicali e giochi di ritmo. Dal perfettamente anormale all’assolutamente folle! Agli ordini di un pennuto in divisa diventerai ballerina di fila per una pop-star o dovrai esibirti nella danza della lucertola innamorata. Tutto nel nome del ritmo! Sarai abbastanza folle? Riuscirai a tenere il tempo? Tocca, colpisci, scivola. Trova il tuo senso del ritmo! Rhythm Paradise ti conquisterà.

www.nintendo.it


Videogames

Di Janusz Daga (jan@pigmag.com)

La rivoluzione non russa. PSPgo, la rivoluzione digitale di Sony cambierà il mondo? È notte. Alla televisione c’è Marzullo. C’è gente a caso che parla –male- di cinema, altri, sul 2, che cantano per diventare famosi. Sulla 7 le repliche in Photoshop di Star Trek mi fanno sperare nella quarta serie di Battlestar Galactica. La tivvì, ancora di salvezza tra una birra e l’altra, ma soprattutto schermo luminoso al quale attaccare le nostre console preferite. Questo grosso dinosauro di immagini e contenuti popolari sta lentamente morendo. Crepa per rinascere sotto altra forma, l’on-demand e le parabole lasceranno

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poco o niente al caso. Anche per i gamers è in arrivo un grosso cambiamento. I più svegli probabilmente se ne sono già accorti, alla cinquantesima applicazione scaricata dall’Apple Store, la carta di credito ti porta in rosso e qualche domanda te la fai per forza. Quando il cambiamento arriva, di solito lo fa in modo silenzioso, specialmente se la rivoluzione la porta avanti un colosso come Sony. Discreta, ma determinata. Un’azienda capace di cambiare gli standard della tecnologia a suo piacimento, un leader di mercato che

ha ridefinito la dislocazione nostri pomeriggi di cazzeggio. La rivoluzione oggi si chiama “contenuti digitali” e “PlayStationNetwork”. In una parola si chiama PSPgo. 160 grammi di circuiti che cambieranno il nostro modo di comprare videogames. Si, perché la nuova portatile non è solo più leggera, più piccola e più performante. E’ anche totalmente digitale. Per intenderci, non sarà più possibile andare in negozio a comprare i giochini con la nonna. Passa tutto su una flash memory da 16GB. I giochi li scarichi Wi-Fi dallo Store


proprio come già facciamo con iPhone e iPod e via! Sony insomma fa il grande passo. Nel 2009 decreta la fine dei supporti analogici per la sua portatile. Sparisce dai negozi, dagli scaffali natalizi, dalle grinfie dei commessi con la maglia di WOW. Fiori freschi e una bella lapide per i piccoli UMD che tanto non sono mai piaciuti a nessuno. Scelta radicale che, se dovesse funzionare, confermerebbe un trend già in grande espansione grazie al traino di Apple e dei canali Wii Ware di Nintendo e Xbox Live di Microsoft. Insomma, tutti ne parlavano, tutti ci giravano intorno da mesi, ma solo uno ha avuto il coraggio di muoversi per primo. Se hanno ragione loro lo scopriremo tra breve, non c’è da dubitare sul fatto che una scelta del genere sarà supportata da grandi titoli in uscita. E infatti arriva GT4 in boundle con la

console, un capitolo di Metal Gear e un favoloso capitolo di Little Big Planet. Anche il design non è stato trascurato: soluzione interessante quella dello schermo a scorrimento: quando la console è aperta i pulsanti direzionali e di controllo ci permettono di giocare e interagire con i contenuti, una volta chiusa, esattamente come un telefonino, apparirà l’orologio e il calendario. Chissà che altri non possano prendere spunto per una futura console portatile con schermi touch ancora più grandi e doppi… Più che una console per giocare, PSPgo è un contenitore, come sempre di più se ne vedono, con una vocazione ludica e un cuore multimediale. Musica, film e applicazioni da portare sempre in tasca. Per le novità non si dovrà più aspettare l’apertura dei negozi, basterà collegarsi. Ovunque nel mondo. Sempre disponibile e

sempre aggiornabile anche attraverso la PS3 o il PC. Siamo entrati definitivamente in una nuova era, da domani, che piaccia o no, tutti dovranno fare i conti con questa rivoluzione. Da provare e avere subito: maniacalmente sviluppato per PSP dai ragazzi della Polyphony, Gran Turismo è la risposta alle lunghe attese per tutti gli appassionati della serie. Per scusarsi hanno inserito 800 modelli di auto diversi tra cui scegliere, 4500 diversi tipi di verniciatura per la carrozzeria e oltre 35 circuiti compreso il mitico Nürburgring. Per darvi un’idea della portata del gioco, diciamo che solo NISSAN ha 150 modelli disponibili, tutti unici e perfettamente riprodotti. Engine fisica strepitosa, grafica incredibile a 60 frame al secondo. In assoluto il miglior gioco mai uscito su una console portatile! "Gentlemen, start your engines".

Il produttore e DJ Timberland e Sam Houser di Rockstar, hanno da poco lanciato il nuovo studio di registrazione su PSPgo: Beaterator. Vanilla Ice, sei avvisato.

Mentre noi stiamo qui a pettinare le bambole, succede che tale Phil Day di Braidwood diventi campione assoluto di Galaga (il seguito di Space Invaders). Dopo sei mesi di duro allenamento nel garage di casa sua, Phil ha polverizzato il record del mondo con un punteggio pauroso: 3,44 milioni di punti. Il precedente record era del 2007, segno che ci sono ancora dei pazzi in giro per il mondo. Per essere ufficiale, il punteggio deve essere raggiunto su un cabinato originale targato 1981 con scheda dell’epoca. A verificare il tutto, arrivano i Twin Galaxies, coppia di gemelli siamesi con tendenze suicide.

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Indirizzi Acne

David Koma

Lovisa Burfitt

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Press +33 1 47 70 10 23

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Jeremy Laing

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PAM

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KRONbyKRONKRON

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PIG Mag 76  

In copertina, Annie fotografata da Nacho Alegre e intervistata da Depolique. Sonar 2009 seconda parte, con interviste a Little Boots, Mike...

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