Deserto/Alta Marea

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Alta Marea

pierfabrizio paradiso


Deserto/Alta Marea

Pierfabrizio Paradiso

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Un incastro che funziona e che finisce con l’azzerarci tutti.


Vuoto. Completamente vuoto.

Ad eccezione della ragazza che traffica freneticamente con il suo telefono dietro la rientranza della parete. Per il resto, ogni singolo tavolo è vuoto. E’ la prima volta che entra in questo bar e può scegliere un posto qualsiasi per sedersi. Entra cauto. Osserva uno ad uno i tavoli: non sa dove sedersi. Si affaccia alla vetrinetta delle “Delikatessen”, per rubare del tempo. Anche poche manciate di secondi magari gli bastano, pensa.

Un mini-croissant di sfoglia ripieno, molto probabilmente alla crema di nocciola. E un espresso. Ha almeno ordinato. Gli resta solo da scegliere dove sedersi, ora.

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I tavoli sono piccoli e quadrati, ognuno accompagnato da due o quattro sgabelli. Solo pari. Solo coppie o multipli di coppie, dunque. Un tavolone di legno, tipo quelli da mensa ma molto più bello, è situato sulla sinistra. Intorno dodici sedie nere rette da un intreccio di gambe tese come un dedalo di barre metalliche filamentose, che quasi per miracolo sembrano sorreggere il sedile.

E’ solo equilibrio di forze, pensa.

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Per chi è solo, oltre questo tavolo, c’è una serie di sgabelli di fronte alla balaustra che poggia alla vetrina che si affaccia sulla strada. L’unica ragazza nel caffè è seduta là, nell’angolo. Girata con il busto verso il muro , dando le spalle al viavai incessante dei passanti all’esterno, che scorrono sull’asfalto come trenini giocattolo. Lei preferisce perdersi con lo sguardo tra le pagine del quotidiano e il ticchettio dei tasti del suo telefono. Una coppia intanto entra. Quando osservano le torte in vetrina prima inclinano la testa leggermente verso sinistra, poi si alzano in punta di piedi per ispezionarne la superficie. E si dimenticano di tutto ciò che avviene alle loro spalle. Probabilmente per loro, il mondo alle loro spalle non esiste. Come il caso che fino ad ora ci ha minacciato. Fino a qui.

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Lui opta infine per una delle sedie del tavolo da mensa. Un oggetto che si basa su una sinergia di forze non potrà che sostenerlo.

Si fida.

Il caffè e il mini-croissant sono arrivati. Dopo aver fatto vorticare con due giri e mezzo il caffè nella tazzina per sciogliere lo zucchero, lo beve tutto di colpo.

Non rimane che un arido paesaggio di deserti che si inseguono dentro la sua tazzina. Uno è color ocra chiaro, sono le dune probabilmente, o qualcosa di più sfocato, lontano. L’altro è di un marrone più intenso.

E’ la terra che può pestare, soffice e delicata da pestare. O sono i colori di una castagna.

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E’ un deserto in rivoli che scende sempre di più, verso il fondo della tazzina. E’ un deserto che, poco a poco, diventa una pozzanghera.

E senza che se ne accorga, ci si perde dentro. 7



Il primo morso al mini-croissant ha prodotto invece una pioggia di scaglie giallastre sul tavolo ed alcune si sporcano dentro la pozzanghera, ora nerastra, del deserto di caffè. Sono piccole canoe che non gli permettono di perdersi proprio del tutto, in quel tumulto nerastro. Come si fa a perdersi, non lo sa nemmeno lui, in effetti. Eppure è qua, che conta solo ed esclusivamente sulle proprie forze, per non perdere la linea esatta del diametro di questo deserto che gli sta intorno. E’ chiaro che è solo una questione di tempo, non può sperare di avere il controllo perpetuo su una misera briciola di sfoglia, anche se è tutto ciò che gli fa da appiglio ora.

Tutto intorno, niente. O così tanto, che sembra niente, che non conta niente. Non gli interessa. Non sembra doversene preoccupare, in realtà.

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Quanti espressi vengono bevuti, in fondo, ogni giorno, in questo bar? Eppure, ognuno alla fine lo beve tutto d’un fiato, salda il suo conto e se ne va.

Nel frattempo la ragazza di spalle è sparita. Al suo posto è rimasto un bicchiere vuoto, dove ha bevuto il suo latte macchiato. Ci sono ancora i resti di schiuma sui lati.

Nuvole.

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Il vortice, creato dal cucchiaino nel bicchiere del suo latte macchiato, per far scendere lo zucchero al di sotto della coltre spumosa che lo sovrastava, lo ha fatto straboccare tutto dal bicchiere. Ora, il posto che occupava alla balaustra è tutto uno schifo: ci sono tante piccole isole dai bordi marroni che a loro volta ne contengono altre color sabbia, e si susseguono una dopo l’altra, fino a raccogliersi in piccole cascate, che si gettano dal bordo della mensola.

Il continuo posare il bicchiere sul tavolo, ritmicamente dopo ogni sorso, ha disegnato dei cerchi concentrici, sempre secanti tra loro.

Insieme alle isole, non c’è altro che rassomigli di più alla realtà su quel tavolino.

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La cameriera solerte, con un gesto veloce della mano, quasi fosse una preda, afferra il bicchiere, lo carica sul vassoio, e senza farlo oscillare di un millimetro, lo porta via.

Dopo pochi secondi, torna con una pezza e non rimane altro che una lucida superficie legnosa, laccata di nero.

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Non tutti forse ce la fanno, per qualcuno è più dura probabilmente, e bisogna farsene una ragione. 15



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