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Anno 11 numero 88. Aprile 2011. € 4,00

valori VALENTINA RUGGIERO

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

C l’inocntinua h Ingr iesta edie mad in nti a rie sch Italy il vin io: o ap ag. 4 8

Dossier > Più democratica o d’élite? Internet travolge il mondo dei libri e dell’arte

Il bit muta la cultura Finanza > Il fattore incertezza pesa sul nucleare. Aumentano i rischi assicurativi Economia solidale > Ridurre l’impatto ambientale. La sfida per le fiere sostenibili Internazionale > La mappa dei muri nel mondo: costose barriere contro i disperati Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.R.


| editoriale |

®

M Mater-Bi ater-Bi: puro puro impegno impegno ambientale ambientale

Un’epoca sta per chiudersi

Transizione digitale Mater-Bi Mater-Bi® is a trademark of Novamont SpA

di Francesco M. Cataluccio

TA PER CHIUDERSI UN’EPOCA

cominciata più di cinque secoli fa, alla fine del 1400, solo una manciata di anni prima della scoperta dell’America, quando, a Magonza, Gutenberg ha stampato la Bibbia a 42 linee ed è iniziata l’epoca della riproducibilità rapida dei libri. Che fine farà il libro? Il suo futuro è digitale e, d’altronde, già ora la stampa di un libro è solo l’ultimo atto di un processo a monte tutto digitale. Si passerà attraverso un periodo di transizione in cui ci sarà spazio soprattutto per un’editoria cartacea di grande qualità, che rappresenterà una nicchia del mercato editoriale. Essa affiancherà il digitale come è successo alla pergamena, che ha continuato ad essere usata per i documenti notarili più importanti anche dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, perché garantiva una conservazione nel tempo più duratura, mentre veniva messa a punto l’altra invenzione industriale che è un portato della stampa: la fabbricazione della carta. Le ultime edizioni cartacee a scomparire saranno quelle bellissime, sulla carta più pregiata, nelle rilegature a regola d’arte, con le copertine più curate e le grafiche più raffinate. Ma il cambiamento è avviato e bisogna capire cosa succederà. Si aprono delle possibilità: con l’editoria digitale tutti possono diventare editori, senza dover sopportare i costi d’avvio di una casa editrice. Si abbatteranno le spese di distribuzione e commercializzazione, che ora consumano fino al 55% del prezzo di copertina e che impediscono alla maggior parte delle pubblicazioni di essere presenti nelle librerie: solo il 10% dei 61 mila nuovi titoli stampati annualmente in Italia arriva sui banconi dei negozi di libri. Le librerie, che sono importanti presidi per la cultura, rischiano di andare ancor più in crisi, con il rischio di un impoverimento dei rapporti umani, una perdita di rapporti umani. Subiranno una profonda trasformazione: si salverà chi saprà fornire servizi di qualità e rispondere a quelle esigenze di socialità che il mondo della Rete non riesce a soddisfare nemmeno con i social network. Esse potranno diventare nuove forme di ritrovo, dove discutere, incontrare gli scrittori che si ama leggere, con i quali discutere o mangiare. Già ora per gli autori sta prendendo piede una pratica quasi antica, quella delle letture a pagamento, che poi è quello che facevano i poeti e gli scrittori antiqui, quando non esistevano i diritti d’autore. Diventeranno dei cantastorie moderni, come già accade nei festival della letteratura, come quello di Mantova, o della filosofia o della scienza, dove le persone pagano un biglietto per sentir parlare gli autori. Con i libri digitali gli scrittori avranno la possibilità di rivedere il proprio testo, ripensarlo, aggiornarlo e riscriverlo anche più volte - senza che questo sia un costo o uno spreco di carta e sarà poi spesso il pubblico a decretare qual è la versione migliore. Questo è appunto un ritorno all’antico, grazie ai mezzi più moderni: anche la Divina Commedia ha avuto varie edizioni, un’instabilità che si è fermata quando Boccaccio ci ha consegnato la sua versione definitiva, divulgando la leggenda del ritrovamento misterioso degli ultimi tredici Canti del Paradiso, in seguito all’apparizione in sogno del poeta al figlio Iacopo, alcuni mesi dopo la sua morte.

S Campagna coordinata da: NOV NOVAMONT VAMONT A sarà presente a TERRAFUTURA Fortezza For tezza da Basso Firenze 20 - 22 maggio 2011

COMUNICAZIONE COMUNICAZIONE S T R AT E T I C A STRATETICA

numero verde 800 93 33 94

Mater-Bi®: dalla terra alla terra In poche settimane di compostaggio un sacchetto in Mater Mater-Bi r--Bi® si tr trasforma asforma in concime per la terr terra. a. Scegliere gliere Mater-Bi Materr-Bi - ®, in particolare per i produttori biologici, è un atto di coerenza e impegno ambientale ambientale..

Icea e Novamont insieme per l’ambiente

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ISTITUTO

EcoComunicazine.it

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Prodotto in gr grandi andi quantità e personalizzato per il settore biologico biologico, o, SA SACCHETICO CCHETICO® darà la possibilità ai produttori agricoli e agli oper operatori atori dei negozi specializzati, sacchetti che CERT di distribuire sensibilizzano la clientela, I FI veicolano una campagna di grande grande valore valore sociale e riducono l’inquinamento l’inquinamento..

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Maggiori informazioni su: www.sacchetico.it www w..sacchetico.it

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Icea e Nov Novamont amont propongono ai produttori biologici, a costi promozionali, il SA SACCHETICO CCHETICO®: sacchetto in Mater-Bi Materr--Bi® biodegr biodegradabile adabile e compostabile compostabile..

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Icea, l’Istituto per la certificazione etica e ambientale ambientale,, insieme a Novamont, Novamont, produttore della prima bioplastica italiana, hanno perfezionato un aaccordo ccordo p per er d diffondere iffondere i p prodotti rodotti iin nM Mater-Bi ater-Bi® tra tra i produttori biologici.

Cominciamo dai sacchetti sacchetti

E AMBIEN

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L’AUTORE Francesco M. Cataluccio (Firenze, 1955) ha lavorato per le case editrici Feltrinelli, Bruno Mondadori e Bollati Boringhieri. Attualmente si occupa dei programmi culturali di Frigoriferi Milanesi (Gruppo Bastogi). È autore, tra l’altro di: Immaturità. La malattia del nostro tempo (Einaudi, 2004); Che fine faranno i libri? (Nottetempo 2010); Vado a vedere se di là è meglio (Sellerio 2010); Chernobyl (Sellerio 2011).

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ANNO 11 N.88

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APRILE 2011

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| sommario |

valori aprile 2011 mensile

www.valori.it

È intitolata “Eagle” quest’opera della sezione “Digital art” del concorso “Donkey Art Price”. Un’idea dall’associazione culturale Blind Donkey per promuovere l’arte moderna e contemporanea. Tre le sezioni: pittura, digital art e fotografia. Sta per partire la seconda edizione del concorso. Le informazioni su www.donkeyartprize.com.

editore

Società Cooperativa Editoriale Etica Via Copernico, 1 - 20125 Milano promossa da Banca Etica soci

Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, FairTrade Italia, Mag 2, Editrice Monti, Fiba Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, Fiba Cisl Brianza, Federazione Autonoma Bancari Italiani, Publistampa, Federazione Trentina delle Cooperative, Rodrigo Vergara, Circom soc. coop., Donato Dall’Ava consiglio di amministrazione

Paolo Bellentani, Antonio Cossu, Donato Dall’Ava, Giuseppe Di Francesco, Marco Piccolo, Fabio Silva, Sergio Slavazza direzione generale

Giancarlo Roncaglioni (roncaglioni@valori.it) collegio dei sindaci

La borsa non è un

O C O I G

Giuseppe Chiacchio (presidente), Danilo Guberti, Mario Caizzone direttore editoriale

Mariateresa Ruggiero (ruggiero.fondazione@bancaetica.org) direttore responsabile

Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) caporedattore

Elisabetta Tramonto (tramonto@valori.it) redazione (redazione@valori.it)

Via Copernico, 1 - 20125 Milano Paola Baiocchi, Andrea Baranes, Andrea Barolini, Francesco Carcano, Matteo Cavallito, Corrado Fontana, Emanuele Isonio, Michele Mancino, Mauro Meggiolaro, Andrea Montella, Jason Nardi progetto grafico e impaginazione

Francesco Camagna, Simona Corvaia (info@mokadesign.org) fotografie

Yoav Fridlander, Valentina Ruggiero (Blindonkey) Roman Drits (Anzenberger) Roberto Caccuri, Alfredo Falvo, David Levene (Contrasto) Debbie Hill (Upi Photo - Eyevine) stampa

Fondi etici: l’investimento responsabile

Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 36, Pergine Valsugana (Trento) abbonamento annuale ˜ 10 numeri Euro 35,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 45,00 ˜ enti pubblici, aziende Euro 60,00 ˜ sostenitore abbonamento biennale ˜ 20 numeri Euro 65,00 ˜ scuole, enti non profit, privati Euro 85,00 ˜ enti pubblici, aziende come abbonarsi

I carta

ETICA SGR: VALORI IN CUI CREDERE, FINO IN FONDO. Etica Sgr è una società di gestione del risparmio che promuove esclusivamente investimenti finanziari in titoli di imprese e di Stati selezionati in base a criteri sociali e ambientali. L’investimento responsabile non comporta rinunce in termini di rendimento. È un investimento “paziente”, non ha carattere speculativo e quindi ben si coniuga con la filosofia di guadagno nel medio-lungo termine comune a tutti gli altri fondi di investimento. Parliamo di etica, contiamo i risultati. I fondi Valori Responsabili si possono sottoscrivere presso tutte le filiali e i promotori di Banca Popolare Etica, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio, Banca di Legnano, Simgest/Coop, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Casse Rurali Trentine, Banca Popolare dell’Alto Adige, Banca della Campania, Eurobanca del Trentino, Banca Popolare di Marostica, Eticredito, Cassa di Risparmio di Alessandria, Banca di Piacenza, Online Sim e presso alcune Banche di Credito Cooperativo. Per maggiori informazioni clicca su www.eticasgr.it o chiama lo 02.67071422. Etica Sgr è una società del Gruppo Banca Popolare Etica. Prima dell’adesione leggere il prospetto informativo. I prospetti informativi sono disponibili presso i collocatori e sul sito www.eticasgr.it

*LIPPER FUND AWARDS 2010

di credito sul sito www.valori.it sezione come abbonarsi Causale: abbonamento/Rinnovo Valori I bonifico bancario c/c n°108836 - Abi 05018 - Cab 01600 - Cin Z Iban: IT29Z 05018 01600 000000108836 della Banca Popolare Etica Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1 - 20125 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori + Cognome Nome e indirizzo dell’abbonato I bollettino postale c/c n° 28027324 Intestato a: Società Cooperativa Editoriale Etica, via Copernico 1 - 20125 Milano Causale: abbonamento/Rinnovo Valori È consentita la riproduzione totale o parziale dei soli articoli purché venga citata la fonte. Per le fotografie di cui, nonostante le ricerche eseguite, non è stato possibile rintracciare gli aventi diritto, l’Editore si dichiara pienamente disponibile ad adempiere ai propri doveri.

Premio Migliori Risultati Categoria Risparmio Gestito

Premio Migliori Risultati Categoria Risparmio Gestito

Valori Responsabili Monetario e Valori Responsabili Obbligazionario Misto Rendimenti a tre anni (2006-2008)

MILANO FINANZA

GLOBAL AWARDS

2009

Valori Responsabili Obbligazionario Misto - Rendimento a un anno (2008)

globalvision

7

fotonotizie

8

dossier Cultura digitale Bit culturali. La Rete connette il sapere Piccoli editori ai blocchi di partenza Se marea digitale sarà... E-ditoria accademica: atenei ottimisti Italia: la cultura digitale in un Paese analogico Chi ha paura dei linotipisti?

14 16 18 21 22 24 25

ipotesidicomplotto

27

finanzaetica Nucleare. I rischi finanziari e assicurativi Guerra monetaria. L’inflazione impone un “armistizio” Carry trade. Se a pagare sono gli emergenti Gli scheletri finanziari della banca pubblica europea

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consumiditerritorio + lavanderia

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economiasolidale Fiere. Alla ricerca della sostenibilità L’ombra delle lobby sui test del farmaco Valerio Gennaro: «Ma non va dimenticata la prevenzione primaria» Inchiesta Made in Italy a rischio: vino. Contro la speculazione la via della qualità Un nuovo ecovillaggio per ripopolare le valli umbre ormai disabitate Fsc risponde: le certificazioni non sono tutte uguali

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islamfinanzasocietà + euronote

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internazionale Muri, costose barriere contro i disperati La Nigeria al voto: buona fortuna Mr. Jonathan!

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altrevoci

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bancor

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action!

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LETTERE, CONTRIBUTI, ABBONAMENTI, PROMOZIONE COMUNICAZIONE, AMMINISTRAZIONE E PUBBLICITÀ Società Cooperativa Editoriale Etica

Valori Responsabili Monetario e Valori Responsabili Obbligazionario Misto Rendimenti a tre anni (2007-2009)

*LIPPER FUND AWARDS 2009

VALENTINA RUGGIERO

anno 11 numero 88 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005

Il Forest Stewardship Council (Fsc) garantisce tra l’altro che legno e derivati non provengano da foreste ad alto valore di conservazione, dal taglio illegale o a raso e da aree dove sono violati i diritti civili e le tradizioni locali.

Via Copernico 1, 20125 Milano tel. 02.67199099 fax 02.67491691 e-mail redazione@valori.it ˜ amministrazione@valori.it info@valori.it ˜abbonamenti@valori.it


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I nuovi mostri

valori

Riscrivere lo spartito dell’economia

per vedere

quello che altri non vedono di Alberto Berrini

’90 c’era chi prevedeva un’epoca di “aspettative deboli” (Paul Krugman, Il silenzio dell’economia, 1991). L’“età dell’oro”, che aveva riguardato i primi trent’anni del Secondo Dopoguerra, con i suoi alti livelli di crescita era ormai alle spalle. Ma in quegli anni inizia anche a essere evidente il fallimento della “risposta neo-liberista” a tale declino. Il “ritorno al mercato”, in qualche modo liberato dai vincoli fiscali e normativi imposti dallo Stato, per non parlare degli intralci sindacali nello specifico mercato del lavoro, non stava fornendo i risultati promessi (crescita della produttività e benessere per tutti), se non attraverso la formazione di bolle che scoppieranno nel decennio successivo (2000 – 2010).

G

Anno 11 numero 88. Aprile 2011. € 4,00

valori

valori Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

VALENTINA RUGGIERO

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

C l’inocntinua h Ingre iesta mad die in nti a rie sch Italy il vin io: o ap ag.4 8

Anno 10 numero 78. Aprile 2010. € 4,00

valori Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità

Supplemento > Lavori verdi ANTONIO SCATTOLON / CONTRASTO

Anno 7 numero 50. Giugno 2007. € 3,50

Fotoreportage > Tax Haven Club

MASSIMO SIRAGUSA / CONTRASTO

Fotoreportage > La mattanza

Dossier > I private equity scorrazzano incontrastati nell’economia globale

Dossier > Il problema non è alle Cayman ma in Europa, dove è prassi per il sistema

Finanza predatrice

Evasori in paradiso

Economia etica > Tutte le convenienze delle coltivazioni biologiche Decrescita > Gli imprenditori che credono nell’economia non dissipativa Lavanderia > Gli interrogativi sulla campagna all’Est delle Generali

Finanza > Una brutta sorpresa allo sportello: due fondi comuni su tre sono armati Economia solidale > Salpa Difesa Spa. Affari in arrivo e rischio di costi più alti Internazionale > Obama e non solo. La sanità globale passata ai raggi X

Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.P.

Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.P. e I.R.

IÀ DAI PRIMI ANNI

I modelli economici dominanti, secondo l’espressione usata in un recente Forum internazionale da Olivier Blanchard (capo economista del Fondo monetario internazionale) rappresentavano la realtà in un «quadro semplice ed elegante» dove, peraltro, la finanza era niente più di un semplice dettaglio. Purtroppo tale quadro era solo una caricatura dei concreti sistemi economici che nascondevano al proprio interno squilibri in attesa di esplodere. Eppure l’egemonia teorica di tali modelli era indiscutibile e lo slogan thatcheriano “T.I.N.A.” (There Is No Alternative) ci ha portato dritto alla crisi subprime (2007) e alle sue drammatiche conseguenze economiche e sociali che ancora oggi stiamo subendo. Ora, infatti, non si parla più di “aspettative deboli”, ma ben più concretamente di new normal, cioè di un futuro frugale fatto di aspettative al ribasso soprattutto per la parte “sviluppata” del Pianeta.

Dossier > Più democratica o d’élite? Internet travolge il mondo dei libri e dell’arte

Il bit muta la cultura Finanza > Il fattore incertezza pesa sul nucleare. Aumentano i rischi assicurativi Economia solidale > Ridurre l’impatto ambientale. La sfida per le fiere sostenibili Internazionale > La mappa dei muri nel mondo: costose barriere contro i disperati Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Trento - Contiene I.R.

Valori lo leggi solo nelle librerie Feltrinelli o nelle sedi di Banca Etica o abbonandosi. Basta scaricare l’apposito modulo dal sito di Valori, compilarlo e rispedirlo via e-mail a abbonamenti@valori.it o via fax alla Società Cooperativa Editoriale Etica (02 67491691), allegando la copia dell’avvenuto pagamento (a meno che si usi la carta di credito).

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I mostri da videogame...

crisi finanziaria, quella climatica e, ora, “le rivoluzioni africane”, con le relative conseguenze economiche, oltre che politiche, a livello internazionale. Una metafora che può essere accettata purché si sottolinei che i mostri non hanno un’origine casuale. Al contrario sono il frutto, più o meno consapevole, di chi ha progettato il videogioco o quanto meno non vuole correggerlo.

...non inaspettati

quanto riguarda i beni agricoli. Insomma sembra che ogni giorno appaiano nuovi mostri secondo l’immagine del videogame tanto cara al Ministro Tremonti. Dopo la

In questa stessa rubrica il mese scorso abbiamo parlato di cambiamenti epocali, in particolare ma non È il sistema ad essersi mostrato solo, di natura ambientale, che insostenibile. O si opereranno potrebbero tradursi in un’“era le necessarie riforme, oppure della scarsità”, soprattutto per ci attende un’era del “ribasso”

Secondo l’economista Franco Bruni (“La ripresa in balia dei mostri”, La Stampa, 1 marzo 2011) il videogioco sorprende, com’è successo in ambito finanziario, se non si opera la mappatura dei collegamenti fra i vari elementi di rischio del sistema, cioè se non si misura il rischio sistemico. Meglio sarebbe dire, con il già citato Blanchard, che si tratta di «riscrivere lo spartito della macroeconomia». Ma, da questo punto di vista, stiamo ancora aspettando la prima nota.

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Sbarchi Libia, Tunisia, Egitto: la fuga diventa un esodo biblico

ALFREDO FALVO / CONTRASTO

Non si ferma l’emergenza umanitaria a seguito della rivolta in Libia. Dopo la cacciata di Ben Ali in Tunisia e Hosni Mubarak in Egitto, a partire da metà febbraio sembrava fosse il turno di Muammar Gheddafi, alla guida del Paese da quarant’anni. La popolazione, di volta in volta più numerosa, è scesa in piazza da Bengasi a Tripoli; il dittatore ha risposto ordinando ai soldati di fare fuoco sulla folla anche con l’impiego di caccia militari, violando palesemente qualsiasi convenzione internazionale. Non si contano le defezioni all’interno dello stesso esercito. Si susseguono quasi quotidianamente le denunce delle associazioni umanitarie presenti nel Paese, che segnalano centinaia di morti ad ogni recrudescenza della repressione. Si tratta comunque di dati provvisori, diffusi in via non ufficiale con mezzi di fortuna come Twitter, per sopperire al quasi totale black out delle poche fonti d’informazione ancora presenti nello Stato libico. Ora Gheddafi è nascosto in una località segreta mentre prosegue la controffensiva delle sue truppe, che si contendono il territorio con i ribelli spostando di giorno in giorno la linea del fronte. Nel frattempo i migranti, esasperati da mesi di guerra civile, si riversano a migliaia sui barconi che ogni notte solcano il Mediterraneo in direzione di Lampedusa. Secondo i dati dell’Onu sarebbero fuggite almeno duecentomila persone: ottomila sarebbero solo quelle sbarcate sulle coste siciliane. Senza contare tutti quelli che non ce la fanno ad arrivare vivi alla fine della traversata. Mentre infuria la polemica politica su come sia opportuno soccorrere i migranti, il centro d’accoglienza dell’isola ormai è al collasso.

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ROMAN DRITS / ANZENBERGER

Giappone L’allarme nucleare tra referendum, proteste ed eroi

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Fukushima rischia di diventare un nome noto alla storia della follia umana, come è stato per Chernobyl. I richiami alla calma dei nuclearisti, la foga del governo italiano e dell’Enel nei ribadire di voler «andare avanti» nel programma atomico tricolore, basato su centrali di «ultima generazione» e dunque «sicure», e le osservazioni di chi ricorda come “solo” 3 dei 55 reattori del Giappone abbiano subito danni a causa del devastante terremoto dello scorso 11 marzo, dovrebbero tranquillizzarci. Impossibile. Mentre questo numero di Valori va in stampa si susseguono notizie frammentarie, preoccupanti, a volte apocalittiche. Non sappiamo ancora cosa ne sarà dei reattori 2, 3 e 4 della centrale di Fukushima. Cinquanta eroi (per una volta, è il caso di dirlo) sono al lavoro per cercare di salvare il salvabile. Sono ingegneri, tecnici, e alcuni semplici impiegati. Isolati da giorni in un’area evacuata. Al lavoro tra esplosioni, fughe radioattive, fiamme, sistemi di raffreddamento che funzionano a singhiozzo. Nelle loro mani c’è il destino di un Paese, e anche di più. Ecco, forse la loro storia vale - simbolicamente più di tanti discorsi. Più delle discussioni che si accavalleranno nel nostro Paese prima del prossimo referendum sul nucleare che si terrà nel mese di giugno. «Fukushima è ovunque», hanno scandito gli attivisti di Greenpeace nel corso di una serie di manifestazioni che si sono svolte in 450 città della Germania e che hanno coinvolto 110 mila persone. Fukushima è ovunque perché, qualcunque cosa ci diranno, un’eventuale massiccia fuga radioattiva in Giappone sarà trasportata dai venti in tutto il mondo. Perdonate la crudezza, ma sarà solo una questione di tempo. Al di là di ogni discussione tecnica, economica e persino morale, forse dovremmo cominciare a provare a rispondere ad una sola domanda: per quale assurda testardaggine insistiamo su una tecnologia che non è sicura al 100%, quando esistono alternative pronte, efficaci, ecologiche, rinnovabili e sostenibili?

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Microcredito Grameen Bank: Yunus, licenziato, non si arrende

DAVID LEVENE / CONTRASTO

Bisognerà attendere l’inizio di aprile per conoscere, forse, il destino di Muhammad Yunus, pioniere dei microprestiti e premio Nobel per la Pace nel 2006. Il 15 marzo la Corte Suprema del Bangladesh ha infatti rinviato di due settimane la decisione in merito al ricorso presentato dallo stesso Yunus contro la scelta del governo del suo Paese di rimuoverlo dal ruolo di direttore della Grameen Bank per raggiunti limiti di età. Per il “banchiere dei poveri” si tratta dell’ultima occasione per tornare in sella al vertice dell’istituto fondato nel 1976 con l’obiettivo di integrare nel sistema creditizio le fasce più deboli della popolazione garantendone, al tempo stesso, l’uscita dalla povertà. Il cambio alla presidenza della Grameen, avvenuto il 2 marzo scorso con la nomina del nuovo direttore Muzammel Huq, era giunto al termine di mesi di grande tensione tra Yunus e il governo del suo Paese. Una tensione di lungo corso (vedi Valori di marzo 2011), innescata dalle durissime accuse del premier Sheikh Hasina che aveva definito il Nobel “un succhia sangue” dei poveri in riferimento alla gestione dei prestiti. Il tabloid locale WeeklyBlitz accusa da tempo Yunus (che nega con decisione) di praticare interessi esorbitanti, ben al di sopra della quota massima (27%) consentita dalla legge locale. Ma a innescare il terremoto erano state soprattutto le rivelazioni del documentario “Fanget i Mikrogjeld” (Intrappolato nel microdebito), realizzato dal giornalista danese Tom Heinemann e trasmesso alla fine di novembre dalla televisione norvegese. Un’inchiesta che aveva portato alla luce presunte irregolarità nella gestione dei fondi internazionali erogati alla Grameen alla fine degli anni ‘90.

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dossier

YOAV FRIDLANDER

a cura di Andrea Barolini, Paola Baiocchi, Corrado Fontana, Emanuele Isonio

Bit culturali, la Rete connette il sapere >16 Piccoli editori ai blocchi di partenza >18 Se marea digitale sarà... >21 E-ditoria accademica: atenei ottimisti >22 Italia, la cultura digitale in un Paese analogico >24 Chi ha paura dei linotipisti? >25

Una delle immagini che nel 2010 hanno partecipato al concorso promosso dall’associazione culturale Blindonkey (www.donkeyartprize.com), che punta a fondere arte, musica e moda per creare un network mondiale, mostre, concerti, sfilate. Sarà possibile partecipare alla prossima edizione del premio a partire da giugno.

Cultura 2.0

Digito ergo sum Libri, musica, cinema, musei. La declinazione digitale della cultura sta già invadendo il mercato. Ma siamo pronti a questa rivoluzione? O rischiamo un “cultural divide”? Chi ci guadagnerà e chi no? | 14 | valori |

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| dossier | cultura digitale |

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Bit culturali la Rete connette il sapere

QUANTO DURERÀ IL MIO E-BOOK? AMMETTIAMO CHE GLI E-BOOK, un domani, soppiantino i libri cartacei. Come i cd hanno fatto con le musicassette. La domanda è: saranno in grado i nuovi formati di continuare a tramandare nel tempo il sapere, così come hanno fatti i vecchi libri per secoli? Difficile rispondere. Innanzitutto perché di formati, oggi, ce ne sono in commercio moltissimi. Ciascun produttore fino ad oggi ha puntato su un “formato proprietario”. Esistono così l’AZW di Amazon Kindle, il lettore attualmente più diffuso, il BBeB, sviluppato per Sony eReader, il Doc di Microsoft, il Mobi di Mobipocket Reader, il Prc per i palmari PalmOs, l’Rb utilizzato dai Rocket eBook, l’Lbr creato per Libris o l’Stk di proprietà di STAReBook. Ai quali si affiancano i più noti Rtf e Pdf, comuni già nei normali pc. E l’ePub, il formato indicato come quello che più facilmente potrebbe divenire lo standard universale. Alfonso Fuggetta, a.d. del Cefriel (Centro di ricerca e formazione nei settori Ict) è piuttosto ottimista: «I formati Pdf ed ePub sono ormai piuttosto diffusi e quindi dovrebbero garantire un punto di riferimento universale. Ma occorre fare attenzione ai meccanismi di controllo per l’accesso e la duplicazione: anche questi potrebbero essere diversi per ciascun produttore». Il che significa che potremmo avere difficoltà nelle “fotocopie” digitali dei nostri testi. E cosa accadrà qualora la “guerra” commerciale tra le major che vogliono aggiudicarsi le quote di mercato non dovesse invece cessare? Se un libro dovesse essere venduto, in sostanza, solamente in esclusiva ed in un formato “proprietario”, e poi l’azienda che ne produce il lettore dovesse fallire, che cosa ne sarebbe di quel testo? Non rischiamo di porre nelle mani del mercato un elemento fondamentale dell’evoluzione umana, ovvero la divulgazione della conoscenza? Tanto più che, mentre un libro cartaceo è alla portata economica di quasi tutto il mondo, un iPad, un Kindle o un palmare sono sì in forte calo di prezzo, ma ancora “roba da ricchi”.

la quota “informatica” dell’economia della cultura è in irresistibile ascesa. E le prospettive di crescita sono enormi. Lo studio The Connected Kingdom, redatto da The Boston Consulting Group, non lascia spazio a dubbi. La quota di Prodotto interno lordo del Regno Unito generata dalla internet economy nel 2009 è stata pari al 7,2%: 100 miliardi di sterline. E potrebbe crescere del 10% all’anno, arrivando al 10% del Pil entro il 2015. Un comparto ancora lontano dal real-estate (23%), ma vicino al manifatturiero (12%) e già più forte di sanità (7%), educazione (6%) e trasporti (5%).

gi, conserviamo l’ultimo disco della nostra band preferita in una chiavetta Usb o la nostra collezione di film nel computer di casa. È la rivoluzione digitale applicata alla cultura. Un processo ormai irreversibile. E potenzialmente sostenibile, in termini di risparmio di risorse ambientali. D’accordo: la poesia di un disco in vinile che gracchia sotto una testina, il profumo della carta di un libro appena comprato o i LIBRERIE DIGITALI IBS (INTERNET BOOK SHOP) possiede la maggior parte dei titoli digitali (5 mila su circa 500 mila cartacei), Book Republic ne ha 1.500, Simplicissimus 1.300, Biblet Store (di Telecom Italia) 3 mila, e-Books Italia 1.300, Google e-Books sbarcherà invece solo quest’anno nella Penisola.

lampi evocativi di una pellicola proiettata probabilmente non potranno mai essere “tradotti” in bit. È vero, inoltre, che non tutti possono permettersi le tecnologie necessarie per fruire della cultura “digitalizzata”, a causa del digital divide e della necessità di acquistare hardware sempre al passo coi tempi. Ma il futuro sembra ormai segnato:

COME CAMBIA LA CATENA DEL VALORE NELL’EDITORIA

25% - 32%

6% - 7%

Autore

Editore

Produzione

4% - 5%

8%

Marketing

Distribuzione

40%

Retail

Modello basato su e-book 20% - 30%

31% - 45%

1% - 2%

Autore

Editore

Produzione

| 16 | valori |

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5% - 7%

25% - 30%

Marketing

APRILE 2011

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Distribuzione

Retail

FONTE: CONFINDUSTRIA SERVIZI INNOVATIVI E TECNOLOGICI (2009)

Modello Tradizionale 10% - 15%

Stessa musica negli Usa. Secondo il rapporto The comScore 2010 U.S. Digital Year in Review, della americana comScore, “il 2010 è stato un anno particolarmente positivo per l’industria digitale” anche negli States. Il re-

610 15.238 tradizionale digitale valore in milioni di euro 3.829 142 6.263 330

825 7.690

5.100

44

Musica

News

Video

Pubblicità

Giochi

7,0%

miliardi di $

2004

2005

2006

port sottolinea il buon andamento dell’ecommerce e l’incremento della domanda di pubblicità on line. Ma, soprattutto, rivela una vera e propria “esplosione del consumo di contenuti digitali su varie tipologie di piattaforme”. Secondo un’analisi intitolata Costruire un’economia digitale, della società di ricerca francese TERA Consultants, “nel 2008, le industrie creative dell’Ue (anche quelle non digitali, ndr) hanno offerto un contributo del 6,9%, pari a circa 860 miliardi di euro, sul totale del Pil europeo. Occupando il 6,5% dei lavoratori, con 14 milioni di addetti”. Un vero e proprio boom. Che non si è arrestato neppure di fronte al dilagante fenomeno della contraffazione di film, serie Tv, musica e software (vedi ARTICOLO a pagina 21). Secondo il rapporto Creative Economy Report 2010 dell’Unctad (la Conferenza sul commercio e lo sviluppo delle Nazioni Unite), in tutto il mondo l’esportazio-

2007

2008

130-140%

USA

90-100%

EU

8% - 10%

9,0% 8,0%

La cultura digitale, il 2,6% del Pil Ue

COMPLESSIVAMENTE, l’industria dei contenuti è “dominata” dal comparto di giochi, che vale nel suo complesso quasi 16 miliardi di euro in Italia. Il segmento nel quale il digitale si è affermato con più forza è nettamente quello dei video, con quasi 3,3 miliardi di euro contro i 5,1 del mercato tradizionale.

I proventi dalla vendita, in tutto il mondo, di file mp3 e simili hanno raggiunto i 3,7 miliardi di dollari nel 2008, oltre 9 volte quelli registrati nel 2004 e in crescita di quasi un miliardo rispetto al 2007. 4,0 3,5 3,0 2,5 2,0 1,5 1,0 0,5 0

INDUSTRIA DEI CONTENUTI: IL MERCATO ITALIANO (2009)

IL MODELLO ECONOMICO del libro digitale (e-book) rispetto a quello tradizionale prevede una riallocazione degli introiti. Potendo risparmiare i costi della distribuzione (in toto), della vendita (in parte) e della produzione (quasi completamente), per autore ed editore le rispettive quote aumentano fortemente. E c’è anche spazio per maggiori risorse dedicate al marketing. Complessivamente, inoltre, si riduce il prezzo dei titoli, che passa da una media di 20 euro ad una di 9 euro, secondo i calcoli di Confindustria.

USA E UE I MERCATI CRESCERANNO A VELOCITÀ DIVERSE Penetrazione stimata degli e-book in Usa e Ue (%)

6% - 7%

6,0% 5,0%

Penetrazione

sa all’interno di un minischermo da nove pollici. Così come, già og-

ANDAMENTO DEI RICAVI DALLE VENDITE DI MUSICA DIGITALE

FONTE: IFPI, DIGITAL MUSIC REPORT, 2009

qualche anno, buona parte della nostra biblioteca sarà compres-

FONTE: CONFINDUSTRIA SERVIZI INNOVATIVI E TECNOLOGICI (2009)

I

più romantici forse storceranno il naso. Ma è probabile che, tra

4,4%

4,0% 2,7%

3,0%

3,3%

2,0%

1,5%

1,0% 0,6%

1,2%

0,6%

0,0% 1

2

US=2007 EU=2010

3

4

Anni di adozione

5 US=2010 EU=2014

La crescita in Europa sarà probabilmente meno veloce rispetto a quella americana, per ragioni strutturali e di domanda. Solo il Regno Unito potrebbe seguire il passo degli Stati Uniti, secondo le stime di AT Kearney.

FONTE: AT KEARNEY

di Andrea Barolini

Negli Usa anche i libri scolastici cominciano a essere pubblicati in formato elettronico.

Quello della cultura digitale è un mercato ancora di nicchia, ma in fortissima ascesa. Anche perché può contare sulla spinta della internet economy, che in Paesi come il Regno Unito vale già il 7,2% del Pil ne di beni e servizi legati alla cultura (anche non digitale) ha raggiunto un equivalente di 592 miliardi di dollari nel 2008, raddoppiando il proprio valore rispetto al 2002 (nonostante la crisi globale). In tale contesto di forte crescita, internet può costituire un eccezionale volano per la cultura. Raggiungendo, in altre forme rispetto a quelle tradizionali, anche fette di mercato che prima le sfuggivano. L’uso sempre più diffuso di internet, inoltre, sta spostando on line importanti quantità di capitali: una dinamica che non è sfuggita ai pubblicitari, che lo scorso anno hanno inserito in Rete ben 4.900 miliardi di euro in banner pubblicitari, in crescita del 23% ri-

spetto al 2009. E, insieme a giochi elettronici, social network e chat, anche libri, musica, film, informazione e tutto ciò che è fruibile on line sta trovando il proprio spazio. Il Libro Bianco dell’Ue Le industrie culturali e creative sottolinea come esista “un potenziale in gran parte inutilizzato di creazione di crescita e di occupazione” nel settore della cultura veicolata dal web, che già “contribuisce per il 2,6% al Pil dell’Ue e offre impieghi di qualità a circa 5 milioni di persone nei 27 Paesi membri”. “I contenuti culturali - aggiunge il documento - hanno anche un ruolo cruciale nello sviluppo della società dell'informazione, alimentando investimenti nelle infrastrutture e nei

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| dossier | cultura digitale |

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Piccoli editori ai blocchi di partenza Prove tecniche di e-boom I numeri del libro elettronico, nel mercato italiano, risultano ancora molto ridotti. Ma i piccoli editori si stanno muovendo velocemente e l’e-book potrebbe cambiare nel medio termine gli equilibri nel settore. di Corrado Fontana

D

NOVITÀ IN RETE VALORI RINNOVA LA SUA VESTE ON LINE. In arrivo il nuovo sito internet. Più informazione, più interattività, più partecipazione.

ICIAMOCELO PURE, LO

0,1% DEL MERCATO EDITORIA-

LE coperto a inizio 2010 non fa ancora del libro

elettronico una marea travolgente, tuttavia sono molti i segnali e le tendenze da interpretare. Del resto la lettura (e l’abitudine a leggere) su schermi digitali è in crescita: più o meno triplicata negli ultimi tre anni, riguarda oggi quasi due milioni di italiani tra i maggiori di 14 anni, i quali continuano a percepirsi come “lettori”, sebbene orfani della pagina tradizionale.

Democrazia digitale «Il problema dell’editoria di carta è che, per

L’E-BOOK IN VIAGGIO DALL’INDIA DAL PUNTO DI VISTA DEL PROCESSO PRODUTTIVO, l’editore digitale utilizza un formato standard chiamato ePub che si definisce “liquido”, nel senso che perde il concetto di pagina e di impaginato statico per adattarsi ai vari e-reader, cioè i supporti elettronici per la lettura, che possono avere differenti dimensioni e differenti font di scrittura, ovvero il tipo di carattere con il quale viene visualizzato il testo. Questo formato si produce in modo diverso dal tradizionale pdf utilizzato per mandare un libro alla stampa e non esiste un automatismo che effettui la conversione senza che il pdf vada re-impaginato e lavorato. E per farlo i piccoli editori si affidano spesso a società esterne. «La maggioranza di queste – spiega Marco Ghezzi, di BookRepublic – si trova in India e lavora per le case editrici di tutto il mondo: BookRepublic, ad esempio, sia affida a Impelsys, ma ne esistono tante. Un’altra assai attiva è Sun Tech, che lavora con editori di vari Paesi europei. Quanto costa? Se ipotizziamo il lavoro per un libro di narrativa, quindi relativamente semplice, senza immagini o tabelle, si possono spendere dai 20 ai 30 centesimi per pagina: non molto. Tuttavia bisogna considerare che ci sono editori che hanno centinaia di titoli a catalogo già pubblicati su carta e da convertire per e-book. I pochi euro possono diventare migliaia. Questo comparto si può considerare una commodity del settore editoriale, destinato a perdere peso man mano che gli editori diventeranno tecnologicamente indipendenti su questi aspetti o avranno convertito tutto il loro catalogo».

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avere un po’ di visibilità, sei costretto a stampare qualche migliaio di copie di un libro, perché possa trovarsi sugli scaffali. Con la consapevolezza che molto rimarrà invenduto e con il rischio di perdere notevoli investimenti finanziari», spiega Marco Ghezzi, tra i fondatori di BookRepublic, la piattaforma di distribuzione digitale per gli editori piccoli e indipendenti. «Ciò, ovviamente, non avviene con l’e-book: il margine di guadagno dell’editore digitale - continua Ghezzi - è maggiore e i vincoli minori. La barriera d’ingresso per i potenziali nuovi editori, così, si abbassa». L’e-book, insomma, potrebbe diventare un grimaldello democratico e a basso costo, in grado di ridurre il divario tra grandi e piccoli editori. Lungo la filiera del libro elettronico, infatti, si può abbattere la percentuale degli sconti applicati sia nei confronti della distribuzione che delle librerie, che oggi giungono fino al 60% del prezzo di vendita finale del libro. «Credo - conclude Ghezzi - che cambieranno gli equilibri grazie all’e-book. Grazie a internet, alle piattaforme digitali, ai social network e alle nuove tecnologie che hanno scardinato le logiche della comunicazione e ridotto il ruolo dell’intermediazione, il rapporto tra editore e lettore diventa più diretto. Si inserisce un elemento di democrazia e si riduce la distanza fra grandi e piccoli editori». Una conferma dell’attivismo dei “picco-

li” arriva da Cristina Mussinelli, consulente per l’editoria digitale dell’Associazione italiana editori (Aie): «Se va a vedere chi a fine 2010 pubblica e-book in Italia scoprirà che, dei 131 marchi, 37 sono grandi editori (mediamente offrono 149 titoli a catalogo), 94 sono piccoli editori (16 titoli a catalogo di media): il piccolo è spesso più innovativo e ha un struttura decisionale più agile».

Piccoli editori, piccole risorse Ma piattaforme digitali e tecnologia costano: «La produzione del file digitale, cioè la conversione in formato ePub, non ha costi importan-

ti. Quello che pesa - continua la dottoressa Mussinelli - è la gestione che ci sta dietro, la parte tecnologica, i metadati, la distribuzione, la promozione: i lavori tipici dell’editore». Ma è vero che un piccolo editore fa tutto da sé, produzione, promozione e commercializzazione? «È possibile - continua la dottoressa Mussinelli - se vende i libri sul suo sito: così fa Minimum Fax che, utilizzando l’infrastruttura tecnologica di BookRepublic, vende anche sul proprio sito web, oltre che nelle librerie su internet. Ma la gestione di un’infrastruttura tecnologica ha un costo. Così, ad esempio, in Francia un gruppo di editori di fumetti ha costituito un con-

FONTE: INTERNATIONAL DIGITAL PUBLISHING FORUM

88,7 II TRIMESTRE 2010

91,0 I TRIMESTRE 2010

55,8 IV TRIMESTRE 2009

46,5 III TRIMESTRE 2009

A sinistra, Cristina Mussinelli, consulente per l’editoria digitale dell’Aie. A destra, Marco Ghezzi, fondatore di BookRepublic.

37,6 II TRIMESTRE 2009

.

IL FATTURATO DELL’E-BOOK VENDITE TRIMESTRALI NEGLI USA, IN MILIONI DI DOLLARI

25,8 I TRIMESTRE 2009

Se la musica digitale (nel suo complesso, considerando anche i cd) vale 26 miliardi di dollari (dato del 2008) in tutto il mondo, i ricavi globali relativi alla vendita di fi-

vendite è calato dal 2004 al 2008 - in ragione soprattutto del mercato illegale e della crisi - del 26%. Ma è stata la musica registrata su supporto fisico a trascinare al ribasso il dato, con una flessione del 36% (e perdite pari a quasi 4 miliardi di euro in cinque anni). Al contrario il formato digitale ha registrato sensibili progressi, più che raddoppiando la propria quota di mercato in soli due anni.

16,8 IV TRIMESTRE 2008

Il 25% dei ricavi discografici proviene dal web

le musicali su internet sono cresciuti dai 400 milioni del 2004 ai 3,7 miliardi del 2008 e ai 4,2 miliardi del 2009, secondo l’International Federation of the Phonographic Industry. Il che significa che per le major discografiche il 25% degli introiti deriva ormai dalla musica venduta on line, grazie a 1,7 miliardi di tracce offerte da oltre 500 negozi digitali aperti sul web. Va detto che in Europa il livello assoluto di

13,9 III TRIMESTRE 2008

servizi a banda larga, nelle tecnologie digitali, nell’elettronica di consumo e nelle telecomunicazioni”.

sorzio per avere un’infrastruttura tecnologica efficiente e condivisa che permetta loro di ammortizzarne le spese». Il settore, del resto, si va rinnovando, aggiorna vecchie figure professionali e ne pensa di nuove, non solo per la produzione di e-book, ma anche per le funzioni di comunicazione e marketing, destinate a un mercato di persone che utilizzano social media, siti specializzati, che creano community di lettori sul web. E poi necessita di nuove competenze sui flussi produttivi digitali, sull’e-pub, sul cambiamento delle impostazioni delle interfacce grafiche.

.

Parola d’ordine: integrare, arricchire e non sostituire Mentre l’epopea dell’e-book, nuovo eroe del mercato editoriale, riempie pagine sui media culturali e non, i piccoli editori approcciano al digitale facendo di conto e ragionando sulle risorse. Ma sono i primi a fare innovazione. di attività e propone tredici novità di narrativa e un paio di poesie l’anno.

di Corrado Fontana

«Q

UELLA DIGITALE È UNA

tecnologia in più. Ma va utilizzata in modo adeguato, per valorizzarla al massimo. Non è uno strumento in competizione con le altre tecnologie, deve concorrere a sostenerle. L’e-book non deve essere un “libro impoverito”, ma un contenitore adatto ad altri contenuti, rispetto al libro. Gli si sovrappone, ma solo parzialmente». La pensano così Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, editori di Marcos y Marcos, casa editrice a vocazione artigianale che nel 2011 festeggia 30 anni

L’avvento della tecnologia digitale nell’editoria è un pericolo o un’opportunità? Il pericolo, forse, lo corrono alcune librerie. Quelle che non sfruttano appieno le potenzialità, la grande “biodiversità” del libro di carta. In futuro le librerie dovranno fare maggiormente leva sulla qualità dei libri che propongono, sul rapporto con i clienti, sul servizio. Non possono certo competere con la “vendita d’impulso” di cui è capace una proposta rapida, facile, immediata come l’e-book. Molti clas-

Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, editori di Marcos y Marcos, casa a vocazione artigianale attiva da un trentennio.

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| dossier | cultura digitale |

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Come sta affrontando Marcos y Marcos l’ingresso dell’e-book nel mercato? Nel 2010 abbiamo proposto quattro e-book e ancora non è possibile parlare seriamente di numeri: è passato troppo poco dal lancio. Quest’anno probabilmente ne proporremo altri quattro. Abbiamo deciso di procedere con calma, apprendere le tecniche, vedere cosa si può farne. Per ora proponiamo testi brevi, complementari ai libri di carta: tre racconti di Cechov tradotti da Paolo Nori, una piccola antologia di storie natalizie, qualche classico, qualche saggio. Avendo fatto un patto morale molto chiaro con i librai, nessun nostro titolo significativo di narrativa è disponibile in e-book. Stiamo studiando come incrociare i testi con suoni e immagini. Nel mondo anglosassone si affacciano i primi esperimenti, per ora la cross-medialità sembra puntare più verso il modello dei cartoni animati. Produrre e commercializzare libri di carta costa di più di quelli elettronici? Se si vuol realizzare un e-book alla buona, non ci vuol molto. Per farlo bene, occorre qualche piccolo investimento. Certamente stampare libri costa molto di più rispetto a produrre e-book. Costa distribuirli, e poi si rovinano. Ma sono splendidi e valgono tutti questi costi. Redazionalmente, invece, realizzare un libro o un e-book ha gli stessi costi. L’anticipo che si versa all’autore è un impegno che si presenta in entrambi i casi. Lo stesso vale per i costi ge-

CHISSÀ SE SARÀ E-BOOM L’ANDAMENTO DEL MERCATO EDITORIALE all’alba dell’e-book è oggetto di uno studio realizzato da A.T. Kearney (società di consulenza strategica) insieme a BookRepublic, che ha confrontato il panorama italiano ed europeo con quello Usa. «In un mercato che, attualmente, da noi corrisponde a circa un miliardo e mezzo di euro complessivi per il cosiddetto trade (cioè il commercio che esclude l’editoria professionale, ndr) - spiega Giovanni Bonfanti, Principal di A.T. Kearney che ha seguito lo studio a subire il maggior impatto, in termini di possibile calo di introiti, sarà il settore della logistica e della promozione, oltre a quello della distribuzione finale (in particolare le librerie). A guardare la catena del valore, il comparto retail passa a ricevere con l’e-book una quota stimata del 25% del prezzo di copertina contro il 39% recepito sulle vendite del libro-novità di carta; il settore promozione e la logistica/distribuzione (sales/distribution) scende da un valore intorno al 20% a circa il 10%. Di contro, per gli editori si sale dal 22 al 29% e per gli autori dal 15 al 20%. Se si analizza a valore (in euro per libro-novità tipo), per editori e autori si ha una sostanziale equivalenza tra carta e digitale, per Giovanni Bonfanti, distributori e retailer il ricavo diventa circa la metà (ammesso che principal il libraio/distributore abbia anche una piattaforma di vendita di e-book). della società Va inoltre considerato che parliamo di un mercato in cui stanno entrando di consulenza numerosi nuovi soggetti di grande peso, la cui presenza non potrà che strategica condizionare significativamente gli equilibri in gioco: Apple, Google, A.T. Kearney. Amazon prima di tutti, ma anche le cosiddette media companies, ovvero le società che attualmente producono contenuti multimediali e di informazione, e persino aziende di telecomunicazioni, sul successo delle quali in questo settore non si può ancora definire una valutazione attendibile». La ricerca di A.T. Kearney dice anche che solo il mercato britannico dei libri digitali potrebbe avere da qui al 2014 una crescita paragonabile ai ritmi mostrati sullo scenario statunitense: l’Europa, in particolare, oltre al vantaggio della lettura in inglese, sconta un ritardo nella diffusione delle grandi piattaforme elettroniche per la vendita di e-book on line (24 in Germania, 9 nel Regno Unito, 7 in Spagna, 6 in Italia, 2 in Svezia e in Francia) e la scarsa abitudine all’acquisto per corrispondenza.

destinato ad aumentare. Per questo, il core di Marcos y Marcos rimarrà lì.

nerali della casa editrice: affitto, telefono, ufficio stampa, ufficio commerciale, amministrazione. La rilevanza del costo industriale sul totale dei costi di una azienda editoriale non incide in modo così terribile. Per questo, vale la pena di continuare a produrre libri. Forse in futuro se ne produrranno meno: meno titoli, tirature più basse. Il valore dei libri di carta è

IL MERCATO EUROPEO DEGLI E-BOOK LA GRAN BRETAGNA IN POLE POSITION Penetrazione nel mercato (milioni di euro - 2010)

Suddivisione delle quote per Paese (% - 2010)

FRANCIA 5,3%

700-800

SVEZIA 0,5% ITALIA 2,6% SPAGNA 0,5%

GERMANIA 25,8%

FONTE: AT KEARNEY

REGNO UNITO 65,5% 70-80 US 8%-10%

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EU 0,5%-0,7%

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Si può parlare di ri-conversione tecnologica obbligata? Non si tratta di ri-conversione obbligata, ma di differenziazione in parte conservativa (far diverso per riproporre le stesse cose) in parte creativa. L’e-book può davvero aprire una strada verso nuovi contenuti, dimensioni, stili della narrazione del saggio, dell’incrocio fra i generi. “Il mezzo è il messaggio”, diceva un guru qualche decennio fa. Diversi mezzi, quindi, diversi messaggi. Nel mondo della produzione musicale il passaggio al digitale ha accelerato le concentrazioni. Ma c’è una differenza. I libri sono più “autoreggenti” del vinile - che aveva bisogno di un supporto, anche abbastanza complesso - per essere riprodotto. I libri sono più durevoli. Una corretta miscela di fisico e digitale può rendere i piccoli meno vulnerabili. La partita, come avrete capito, si gioca molto sulla capacità di mantenere vivo un “ecosistema” dei testi e dei loro supporti che non si sposti completamente sul digitale.

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Se marea digitale sarà... I distributori saranno protagonisti di una rivoluzione digitale dei contenuti editoriali, esposti ai rischi insieme a chi edita periodici. Messaggerie tiene un profilo basso, ma intanto stringe accordi e presidia il territorio. di Corrado Fontana LL’ALBA DELL’ERA DELL’E-BOOK anche i grandi distributori – che in Italia sono sostanzialmente Mondadori, Gems-Messaggerie, Feltrinelli ed Rcs – cominciano a occupare le posizioni, o, come ci dice Lorenzo Martelli, direttore della promozione di Messaggerie, «si scavano delle piccole trincee, per i bunker si vedrà in seguito: visto che per ora l’artiglieria si limita a qualche sassata, fare di più sarebbe un investimento spropositato. Da una parte abbiamo un accordo con Internet bookshop (Ibs) e presidiamo così il mercato dell’on line, dall’altra è prematuro fare delle previsioni per i prossimi 2-3 anni. Quello americano è in realtà un mercato mondiale e quindi ben diverso dal nostro, che ha come ambizioni Canton Ticino, Vaticano e San Marino». Profilo basso, quindi, ma intanto Ibs ha appena lanciato il suo e-reader Leggo Ibs e Messaggerie, con Feltrinelli e Rizzoli, ha costituito una società chiamata Edigita - Editoria digitale Italia che altri non è che una piattaforma web per la distribuzione dei contenuti, che conserva i prodotti digitalizzati dei suoi editori e li invia ai rivenditori al dettaglio, i retailers, comprese le librerie on line. Gli investimenti di Messaggerie sull’e-book sono per ora nell’ordine di «centinaia di migliaia di euro, ma non di milioni, per una percentuale sul totale dello 0,2-0,3, magari 0,4% quest’anno – prosegue Martelli – mentre le vendite on line coprono già il 5-6% del mercato, seppure abbiano rallentato il ritmo della loro crescita». Martelli, che si dichiara “di parte”: è pessimista sull’affermazione dell’e-book e ottimista sul libro di carta. Ma, a costo di sembrare luddisti, ci chiediamo chi rischi di più da un’evoluzione digitale massiva dei contenuti. Una soluzione come quella delle piattaforme digitali, in caso di “e-boom” a scapito della carta, potrebbe avere ripercussioni occupazionali non indifferenti: non ci sarà più alcun supporto fisi-

A

co che costringa a tenere ospitati i libri in enormi magazzini, né viavai di fattorini, muletti e furgoni attraverso il Paese per consegnarli. Al limite si cambierà un server con un altro per aumentare la capacità di memoria digitale. Tuttavia, secondo Martelli, «il rischio è semmai per le librerie fisiche, per gli edicolanti e i produttori di riviste. La rivoluzione dei tablet pc avrà su quei settori, periodici e

giornali, un impatto più significativo. Ciò che viene buttato più facilmente può trovare collocazione in una dimensione elettronica. Si ricordi che il settore delle cartine è stato devastato dai navigatori satellitari e quello delle guide turistiche è stato danneggiato dal web. È ben maggiore l’impatto di internet gratis di quanto potranno determinare gli e-book a pagamento».

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PIRATERIA SCARICARE GRATIS COSTA CARO SONO MILIONI LE PERSONE che quotidianamente, in tutto il mondo, scaricano da internet film, musica e prodotti informatici in modo illegale. Un fenomeno esploso alcuni anni fa, grazie all’ingresso della tecnologia peer-to-peer (P2P), che consiste nello scambio (sharing) di file tra gli utenti nella Rete, grazie ad alcuni semplici software scaricabili gratuitamente da internet. Si tratta di un “mercato” parallelo che coinvolge decine di milioni di persone, la cui maggior parte non ritiene di doversi sentire “colpevole” per tale comportamento. Al di là delle valutazioni etiche e personali (c’è anche chi ritiene lo scambio file un metodo di lotta contro i prezzi applicati dalle major discografiche e cinematografiche globali), ciò che è certo è che la pirateria audiovisiva ha un importante impatto economico. Lo confermano le cifre contenute in uno studio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), intitolata Il diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica. «La Federazione contro la Pirateria Musicale - si legge nel documento - ha evidenziato come il 23% degli utilizzatori della rete scarichi musica con il peer-to-peer. In media i brani musicali scaricati illegalmente da internet sarebbero circa 1.300 per ogni computer dotato di software P2P, per un totale di mancato fatturato per il settore pari a 300 milioni di euro all’anno». Ai quali vanno anche aggiunti tutti i mancati introiti, in termini di entrate fiscali, che lo Stato - e quindi la comunità perde, soprattutto come gettito Iva. Un danno che si ripercuote, dunque, direttamente sulle nostre tasche, dal momento che, come noto, gli aumenti dell’imposizione fiscale sono strettamente correlati ai mancati introiti (a cominciare dall’evasione e dall’elusione, fenomeni estremamente diffusi soprattutto in Italia). Secondo un’analisi di Tera Consultant, nei ventisette Paesi membri dell’Ue le industrie creative hanno perso quasi 10 miliardi di dollari nel 2008 a causa delle mancate vendite attribuibili alla pirateria, il che equivale a oltre 186 mila posti di lavoro in meno. E, considerando che il fenomeno cresce a un tasso del 18% annuo, la cifra potrebbe arrivare a 32 miliardi nel 2015, con oltre 600 mila impieghi in fumo. In Italia si calcola che le industrie del settore audio e audiovisivo abbiano perso circa 790 milioni di euro: 298 nel settore della musica, 388 sui film, 105 per le serie tv. Un fenomeno che vede, tra l’altro, attivissime le mafie. Un software illegale costa infatti a chi lo produce circa 20 centesimi, tutto compreso: costo del supporto materiale (il cd), ammortamento dello strumento utilizzato per produrlo (il masterizzatore), pagamento di chi va fisicamente in strada a venderlo (al quale spesso non viene concesso altro che una paga da semiPERDITE CAUSATE DALLA PIRATERIA IN EUROPA (2008) schiavitù). Ma viene venduto a prezzi che possono arrivare, in alcuni casi, PERDITE AL DETTAGLIO (MLD $) PERDITE POSTI LAVORO perfino a 45 euro. Un banale spinello TOTALE EU 27 9,9 186.400 a base di cannabis costa invece circa Regno Unito 1,4 39.000 1,52 euro e ne frutta “solo” 12. Senza Francia 1,7 31.400 contare che le pene previste dalla legge, Germania 1,2 34.000 in questo secondo caso, sono molto, Italia 1,4 22.400 Andrea Barolini molto più alte. Spagna

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1,7

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13.200

FONTE: TERA CONSULTANTS, COSTRUIRE UN’ECONOMIA DIGITALE, 2010

sici, molti saggi instant venderanno solo nella versione e-book.

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| dossier | cultura digitale |

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E-ditoria accademica: atenei ottimisti per il futuro

Cultura da archiviare La conservazione in versione digitale

Quanto hanno da guadagnare le University press dalla rivoluzione digitale? Molto: in diffusione e visibilità. I costi scenderanno, ma non subito. Il nodo cruciale: creare reti e infrastrutture che agevolino il passaggio all’elettronica.

L’esperienza di Magazzini digitali, che allarga il deposito legale all’editoria digitale, unisce conservazione ed estensione del diritto alla fruizione anche sui libri smaterializzati. Per i quali il copyright rappresenta un ostacolo per gli studi futuri.

stadio avanzato», aggiunge Aurelio Mottola, direttore di Vita e Pensiero, dell’università Cattolica di Milano (mille titoli e 17 riviste I APRONO NUOVE PROSPETTIVE PER LE in catalogo). «I supporti attualmente in case editrici dei nostri atenei. commercio, come Kindle, sono più adatti Quello delle University press è per i periodici piuttosto che per leggerci libri un settore che all’estero (soprattutto nell’averi e propri. Quello dei supporti sarà uno rea anglosassone) è radicato da decenni e in dei fattori da tenere a mente come possibili grado di pubblicare decine di migliaia di testi. Da noi è un fenomeno che coinvolge da ostacoli allo sviluppo del libro elettronico. Ma andrà anche considerato che, per passauna decina d’anni una quindicina di univerre al digitale, servono investimenti per cosità. Ma sulle pubblicazioni scientifiche itastruire piattaforme ad hoc. E il gioco vale la liane (6.500 finora) sta irrompendo la rivocandela solo se si ha una numero di titoli luzione digitale. E il suo apporto porterà più adeguato». vantaggi che rischi: almeno, di questo sono A proposito di costi: non è questo il magconvinti i maggiori editori accademici. gior vantaggio del passaggio dalla carta al digitale. «Si risparmiano senza dubbio i costi Un processo irreversibile di stampa, di immagazzinamento e anche «Il processo di digitalizzazione dell’editoria quelli di distribuzione», spiega Guatelli. scientifica – spiega Fulvio Guatelli, diretto«Ma l’Iva, che nei libri cartacei è al 4%, nei re editoriale della Firenze University Press libri elettronici segue quella dei prodotti di(550 monografie e 27 periodici) – è irrevergitali, ed è fissata al 20%. Inoltre, gli editori sibile. Abbiamo quindi deciso di produrre devono comunque versare una percentuale tutte le nostre edizioni sia in formato cardel prezzo di copertina (di solito attorno al taceo sia in digitale». 35%) ai distributori, come Amazon, Ibs o «Per le riviste questa evoluzione è già in Bol. In tal senso, sono loro ad avere i maggiori risparLa rivoluzione digitale sta mi». Ma se non è economiirrompendo anche nel settore co, qual è il vantaggio della delle pubblicazioni scientifiche. e-ditoria? «È importante perE porterà più vantaggi che rischi ché amplia la diffusione dei testi e ne facilita il reperimento. La rivoluLINK UTILI zione porta vantaggi se si pensa in termini di sistema. Se si creano infrastrutture adeFirenze University Press www.fupress.com guate alla fruizione dell’oggetto digitale e si cambiano stili di consumo». Poi starà agli Università Bocconi editore www.egeaonline.it editori immaginare nuovi metodi di vendiCasa editrice Cattolica di Milano ta (o di affitto) dei testi digitali: «A Firenze www.vitaepensiero.it diamo la possibilità di “noleggiare” i titoli Casa Editrice Università La Sapienza per una o due settimane, a costi di 2-5 euro».

di Paola Baiocchi

di Emanuele Isonio

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www.editricesapienza.it Pisa University Press www.edizioniplus.it

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Rischi, minori dei vantaggi Capitolo rischi: si sa, non ci sono rose sen-

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za spine. Ma in questo caso sembra che non sia impossibile evitarle. A partire dalla pirateria: «L’editoria universitaria cartacea è già oggi la più colpita dal fenomeno», ricorda Orsola Matrisciano, direttore operativo di Egea – Bocconi editore (mille titoli e 120 pubblicazioni elettroniche). «In questo senso, le tecnologie digitali ridurranno il fenomeno perché permettono di gestire e diffondere prodotti editoriali su misura, ai quali è applicato un Drm (Digital Risk Management, ndr. In pratica una sorta di lucchetto antifrode)». Ma le tecnologie digitali non rischiano di rendere marginale il ruolo dell’editore? «Gli editori hanno una funzione di intermediazione culturale che la digitalizzazione ha messo in discussione. Ora la gestione dei contenuti autoriali diventa un progetto più articolato, che richiederà, a maggior ragione, l’interfaccia dell’editore. Solo lui può conferire a tali contenuti ricchezza e qualità redazionale».

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L

E SCAFFALATURE DEI DEPOSITI LIBRARI

della Biblioteca nazionale di Firenze crescono ogni anno di 1 km e 475 metri. Sul sito della Biblioteca centrale di Roma non è riportato il dato chilometrico, ma possiamo immaginare che sia simile, visto che spetta alle Biblioteche nazionali centrali il compito di conservare almeno due copie di tutti i libri, gli opuscoli, le pubblicazioni periodiche, le carte geografiche, gli atlanti, i manifesti e la musica che vengono pubblicati ogni anno in Italia. Si tratta del deposito legale, presente in molti Stati, che garantisce la conservazione della produzione culturale nazionale e ne offre la fruizione a tutti. Le biblioteche sono un importante tassello dell’identità culturale e della memoria per un Paese.

Da Google Books ai Magazzini Dal marzo del 2010 è stato sottoscritto l’accordo con Google Books che digitalizzerà i li-

MUSEI PASSEGGIATE VIRTUALI

bri italiani fino alla fine dell’Ottocento, al ritmo di 5 mila volumi al mese, a partire dalla primavera del 2012. Un altro progetto è già stato attivato per i libri prima del 1700 ed entro una decina di anni, quindi, la digitalizzazione dovrebbe essere terminata. È in fase di sperimentazione dal 2006 il deposito legale per l’editoria che nasce già digitale: si tratta del progetto Magazzini digitali, attivato dalle Biblioteche centrali di Firenze e di Roma, con la Fondazione Rinascimento Digitale. La fase di ideazione è quasi terminata, l’architettura tecnologica è stata disegnata: le due Biblioteche conserveranno i testi in doppia copia su normali pc e la Biblioteca Marciana di Venezia sarà il dark archive, cioè conserverà senza fornire servizi al pubblico. All’interno di Magazzini digitali ciascun file fisico sarà replicato sei volte. «Poi l’hardware sarà collocato in tre centri di elaborazione dati esterni, al fine di ridurre il rischio di eventi catastrofici naturali e per essere certificati da un ente terzo», spiega Giovanni Bergamin della Biblioteca nazionale centrale di Firenze (Bncf), che nel 1966, ricordiamo, fu sommersa dalla piena dell’Arno e vide opere inestimabili distrutte dal fango.

GLOSSARIO DEPOSITO LEGALE: È regolato dalla Legge 15 aprile 2004, n 106 e dal successivo Regolamento di attuazione (Dpr 3 maggio 2006, n. 252) e riguarda libri, opuscoli, pubblicazioni periodiche, carte geografiche e topografiche, atlanti, manifesti e musica a stampa. Il decreto stabilisce che due copie vadano alle Biblioteche nazionali centrali di Firenze e di Roma, altre due copie alle biblioteche stabilite dalle regioni e dalle province autonome. BIBLIOTECA DIGITALE ITALIANA: storico programma quadro di avvio dei progetti di digitalizzazione in Italia (http://www.bibliotecadigitaleitaliana.it) MAGAZZINI DIGITALI: progetto che riguarda il deposito legale dell’editoria digitale. DRM: Digital rights management (gestione dei diritti digitali) i sistemi tecnologici che proteggono, identificano e rendono tracciabili per i detentori del diritto d’autore, le opere digitali.

LE STRATIFICAZIONI DI INTERNET DAL 1996 Internet Archive, la fondazione di Brewster Kahle, registra delle foto periodiche di Internet: se capitiamo su dei collegamenti non più attivi si può provare a scrivere www.archive.org prima di quell’indirizzo. Se la pagina è stata archiviata fotograficamente possiamo vederla riaffiorare dal passato.

Licenza di lettura

C’È UN MODO DIVERSO, per visitare un museo, rispetto a quello tradizionale. Grazie a internet e al digitale è possibile “camminare” tra le gallerie di numerosi luoghi storici della cultura mondiale. Dal Palazzo di Versailles al Museo Reina Sofia di Madrid; dagli Uffizi di Firenze alla National Gallery

di Londra; dal Van Gogh Museum di Amsterdam al Metropolitan Museum of Art di New York. Si tratta, è ovvio, di “passeggiate” diverse. Ma vale la pena di provare, cliccando su www.googleartproject.com o su www.adobemuseum.com o cercando su un qualsiasi motore di ricerca.

La parte tecnologica non è, forse, quella più complicata da risolvere per Magazzini digitali: «Ci siamo resi conto - continua Bergamin - della necessità di una licenza che dettagliasse meglio gli usi possibili dei file che gli editori ci rilasciano. La legge prevede che siano visualizzati dagli studiosi all’interno delle Bilioteche, ma non ne permette la copia su chiavi Usb, né la stampa. Stiamo cercando una soluzione che non leda i diritti degli editori e che ci dica quali usi sono possibili gratuitamente, quali a pagamento». Quello dei Drm, le protezioni del diritto d’autore sul digitale, è uno dei problemi ancora aperti, spiega Bergamin: «La legge prevede che la copia depositata non debba avere protezioni.

Se archiviamo una copia di cui non si conoscono tutti i metadati, la condanniamo a morte sicura, gli oggetti per essere archiviati devono essere controllabili e fruibili anche tra 50 anni». Al momento c’è grande disponibilità da parte degli editori, che credono che il deposito legale aumenti il valore dei prodotti. Ora occorre far passare il messaggio a chi copre di copyright i file da non volerne concedere nemmeno una copia non protetta alla Biblioteca nazionale: sappiano che sono destinati all’oblio.

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| dossier | cultura digitale |

| dossier | cultura digitale |

Italia, la cultura digitale in un Paese analogico

il rischio che chi abita in un paesino di montagna, non raggiunto dalle nuove tecnologie, possa trovarsi tagliato fuori? Una dinamica che potrebbe portare a un vero e proprio “cultural divide”. Il problema è lontano solo apparentemente: se infatti in

Le connessioni a banda larga coprono ancora soltanto una parte della nostra popolazione. Ciò implica il rischio di una spaccatura culturale dal momento che l’offerta si sposterà sempre più dai supporti tradizionali a quelli digitali.

Un popolo ancora legatissimo alla tv Conseguenza logica di tutto ciò - spiega uno studio dell’università di Urbino Carlo Bo, intitolato L’informazione da rito a puzzle - è che “nonostante l’enfasi sulla rete sono ancora i media tradizionali a dominare la scena in Italia. La tv è tuttora la piattaforma informativa privilegiata (90,8%) e quella considerata più influente nella formazione delle opinioni (62,1%)”. Se, infatti, negli Stati Uniti, il web ha di recente scavalcato, per utilizzo, radio e carta stampata, nel nostro Paese “la Rete è ultima fra i mezzi di comunicazione presi in esame tanto per utilizzo, quanto per influenza percepita”. Il 67% usa i quotidiani per informarsi, il 63,3% una tv locale, il 58,4% una radio, il 54,4% una emittente all news (SkyTg24 oppure RaiNews24). Solo il 51,1%, invece, sfrutta il web. Un peccato, perché chi utilizza internet per informarsi scopre che le notizie che passano attraverso i media tradizionali sono spesso di parte (ne è convinto l’84% degli internauti). Mentre la percentuale scende al 63,2% per i consumatori off line. Inoltre, la maggior parte degli internauti non si infor-

25%

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Svezia

Spagna

Slovenia

Slovacchia

Romania

Portogallo

Polonia

Paesi Bassi

Malta

Lussemburgo

Lituania

Lettonia

Italia

Irlanda

Ungheria

Grecia

Germania

Francia

Finlandia

Estonia

R. Ceca

Cipro

Bulgaria

0%

Belgio

05%

Danimarca

20%

Austria

PERCENTUALE SULLA POPOLAZIONE

30%

10%

di Paola Baiocchi L DIGITALE NON È UNO SCONOSCIUTO nell’editoria, anzi è una presenza che si è affermata - in modo sempre più capillare - a partire dagli anni Settanta, quando si è passati dalla stampa “a caldo” delle mitiche linotype che componevano i testi fondendo intere righe in piombo, alla stampa “a freddo” comandata dai computer. L’informatica nei giornali è stata letteralmente una rivoluzione che, silenziosa e rapidissima, è cominciata nei quotidiani e nel giro di un decennio ha ridotto le presenze in tipografia (ogni computer ha sostituito circa dieci tipografi) e ha fatto scomparire moltissime figure professionali. Oltre ai linotipisti, ricordati da una canzone di Lucio Dalla* e tra poco anche da un film**, sono scomparsi i correttori di bozze, alcuni di loro coltissimi e raffinati letterati, figure che resistono ormai solo nel mondo dei libri e per le edizioni più curate.

I

Il rischio del “cultural divide”

35%

15%

L’avvento del digitale rischia di provocare una nuova emorragia occupazionale nel settore dell’editoria. La ristrutturazione industriale degli anni ’70, attuata con la Cig e i prepensionamenti, dovrebbe far riflettere.

Ipotizziamo che la domanda di “vecchi” libri crolli a fronte di un incremento della richiesta di e-book, trainato dalla diffusione della banda larga e dei nuovi apparecchi (iPad, Kindle, ecc.) nelle grandi città e nelle regioni avanzate. E ammettiamo che, al contempo, gli editori si orientino decisamente verso il formato elettronico (che, tra l’altro, garantisce importanti vantaggi dal punto di vista ambientale, per evidenti ragioni di risparmio delle risorse, nonché enormi risparmi legati alla produzione e distribuzione). Non c’è

IN EUROPA LA BANDA LARGA è diffusa in modo estremamente disomogeneo. Si va da Paesi virtuosi come Olanda, Lussemburgo, Svezia, Finlandia, Francia e Danimarca a realtà arretrate come Bulgaria, Romania, Slovacchia e Polonia. Complessivamente, è la Dsl la tecnologia più diffusa (soprattutto in Italia, dove la fibra ottica e le altre possibili vie per connettersi coprono una quota di mercato irrisoria). Quanto agli investimenti pubblici pro-capite per lo sviluppo della broadband, nel biennio 2008-2009 la classifica degli Stati più virtuosi - stilata dalla società di ricerca americana Booz&Co.- vede al primo posto nel mondo la Nuova Zelanda, con 205 dollari per abitante. Seguono Australia (159), Singapore (154), Portogallo (100), Grecia (92) ed Estonia (69). In termini assoluti, invece, gli Usa investono di più (7,2 miliardi di dollari), seguiti da Australia (3,3 miliardi) e Francia (2,7). L’Italia ha stanziato invece 2.049 milioni: 34 dollari per cittadino. Africa e America Latina non risultano aver destinato nulla. Così come numerosi Paesi asiatici, inclusi gli emergenti Cina ed India.

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Chi ha paura dei linotipisti?

ma sui siti dei mezzi di informazione, bensì prevalentemente “attraverso portali che aggregano notizie come Google News, Msn e Libero notizie” o “da propri pari seguiti su Facebook”. A scapito della qualità. In un quadro del genere c’è da chiedersi se l’Italia sia pronta o meno ad affrontare il cambiamento nelle modalità di fruizione dei contenuti che si stanno prospettando in tutto il mondo industrializzato. C’è da domandarsi, in termini volutamente semplici, se un’ipotetica massiccia migrazione, ad esempio, dei libri da formato cartaceo a elettronico non possa tradursi nel relegare il primo a un mercato di nicchia, non sufficientemente controbilanciato dal secondo.

LA DIFFUSIONE DELLA BANDA LARGA IN EUROPA

nate”, infatti, il mondo di internet ci ha abituati. Per l’Italia potrebbe trattarsi di un conto alla rovescia. Serve un grande piano di diffusione di internet e della banda larga che possa colmare il digital divide di ampie aree del Paese. E serve subito.

Chi governa il cambiamento? La ristrutturazione industriale dei giornali, dovuta all’introduzione dei computer, è stata finanziata con l’espulsione di migliaia di lavoratori mandati in prepensionamento, con il ricorso allo stato di crisi e alla Cassa integrazione (Cig). Nella più tipica tradizione dell’imprenditoria italiana i costi dell’innovazione sono stati in larga parte pagati con il danaro pubblico degli aiuti di Stato. La smaterializzazione dei libri e dei giornali, che ora si preannuncia, è figlia di quella precedente rivoluzione tecnologica e potrebbe avere lo stesso tipo di aspetti negativi e positivi, se a governare il cambiamento si lasciano i soliti padroni del vapore. È sicuramente positivo

che non si lavori più a contatto con il piombo, che esponeva a malattie professionali gravi, ma per i lavoratori non è stato possibile coniugare il miglioramento delle condizioni con il mantenimento dei posti di lavoro. E tutte le categorie dell’editoria, anche quelle più forti come i giornalisti, hanno subìto un arretramento delle condizioni lavorative e una perdita di potere contrattuale, dopo la riduzione numerica dei lavoratori grafici e poligrafici. I giornalisti hanno impiegato quattro anni, dal 2005 al 2009, per riuscire a ottenere un rinnovo del contratto che non è certo stato un successo, come i numeri stanno a dimostrare: su circa centomila giornalisti iscritti all’Ordine solo il 50% lavora e, tra questi, solo il 26% ha un contratto a tempo indeterminato (20.087 giornalisti nel 2009). L’altra parte attiva è costituita da falsi autonomi, in realtà veri precari, che, nella maggior parte dei casi (il 55,25%), dichiarano un reddito annuo inferiore ai 5 mila euro. Ben venga quindi il digitale se porterà, assieme alla riduzione delle spese per la carta e la stampa, la riduzione dell’orario di lavoro giornaliero e se da questa diminuzione nasceranno più posti di lavoro. Se il passaggio al digitale non vedrà la partecipazione decisonale dei lavoratori, sarà solo l’ennesima occasione per migliorare i profitti, aumentando al contempo la precarizzazione di altre fasce di lavoratori. Cosa di cui non si sente proprio il bisogno.

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Com’è profondo il mare Siamo noi Siamo in tanti Ci nascondiamo di notte Per paura degli automobilisti Dei linotipisti Siamo i gatti neri Siamo i pessimisti Siamo i cattivi pensieri E non abbiamo da mangiare Com'è profondo il mare Com'è profondo il mare ** È in lavorazione un film sulla storia della linotype, la macchina inventata negli Stati Uniti nel 1881 dal tecnico tedesco Ottmar Mergenthaler. L’uscita è prevista nell’autunno del 2011. QUALI ATTIVITÀ SPARIRANNO GLI STAMPATORI: la conversione di un testo elettronico in un libro cartaceo si ridurrà sempre più per ragioni economiche, ecologiche e soprattutto per l’abitudine a leggere sullo schermo. Sopravviveranno alcune tipografie specializzate nella stampa di libri d’arte, di graphic novel, di libri pop-up per bambini. I PROMOTORI: destinata alla scomparsa anche la loro attività, perché la propaganda e la raccolta degli ordini avverrà in rete e non sarà più indirizzata a convincere il libraio. DISTRIBUTORI E MAGAZZINI: diventeranno tutti virtuali, con grandi risparmi di spazio e di tempi di movimentazione dei volumi. Non ci sarà più macero delle rese e delle eccedenze. GLI UFFICI STAMPA: dovranno affrontare la sfida della promozione del libro elettronico. L’acquisto del libro avverrà sempre più sulla base del passaparola, per obbligo (esame o aggiornamento professionale) e in base alle recensioni.

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FONTE: NOSTRA ELABORAZIONE DAL LIBRO CHE FINE FARANNO I LIBRI? DI F.M. CATALUCCIO

elettronici, tablet pc. La tecnologia avanza, e ci chiede di essere sempre aggiornati, al passo coi tempi. In una parola: informatizzati. Esattamente come non è ancora l’Italia. O almeno buona parte di essa. Nel nostro Paese la situazione cambia radicalmente da regione a regione e, in alcune aree, siamo ancora estremamente indietro rispetto agli obiettivi europei per la diffusione di internet. Agli antipodi il Lazio e la Basilicata: se il primo può vantare accessi in “banda larga” per il 75% delle linee, la seconda è lo specchio del digital divide del Paese, con solo il 34% di connessioni veloci. La fotografia dell’Italia digitale è stata scattata dal primo Rapporto sull’Innovazione nell’Italia delle regioni, promosso dal Cisis (Centro interregionale per i sistemi informatici, geografici e statistici). Insieme al Lazio, ottimi risultati sono stati registrati anche in Lombardia, nella provincia di Trento, in Campania e Liguria. Tra le peggiori, invece, Valle d’Aosta, Molise e Calabria. Un quadro a macchia di leopardo. E, a livello globale, il nostro Paese è al ventiseiesimo posto della classifica dei trenta Paesi considerati più avanzati, secondo uno studio realizzato per il terzo anno consecutivo dalla Said Business School dell’università di Oxford. Me-

R

IVOLUZIONE DIGITALE, LIBRI

glio di noi fanno Romania e Grecia; peggio solamente Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia.

FONTE: EUROPEAN COMPETITIVE TELECOMMUNICATIONS ASSOCIATION - BROADBAND SCORECARD 2009

di Andrea Barolini

termini di mercato «gli e-book valgono ancora solo circa l’1% dei 3,5 miliardi di euro dell’editoria tradizionale», come spiegato da Gianmarco Senatore, dell’Associazione Italiana Editori, la percentuale potrebbe schizzare in pochissimi anni. Alle “impen-

EDICOLE E LIBRERIE: continueranno a esistere per un periodo di transizione le grandi catene librarie; le piccole librerie dovranno attrezzarsi come poli di servizi multimediali, oppure trasformarsi in una sorta di preziosi antiquari di modernariato.

Per i dati sul giornalismo: Giornalismo, il lato emerso della professione, ottobre 2010. A cura del gruppo di lavoro Lsdi della Fnsi (Federazione nazionale della stampa, il sindacato unitario dei giornalisti italiani): www.lsdi.it/ebook/giornalismo-il-lato-emerso-dellaprofessione/

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| ipotesidicomplotto |

Coincidenze

Il potere distruttivo del Caimano di Luigi Grimaldi

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L DITTATORE KAZAKO NAZARBAYEV, quello della Bielorussia, Alexander Lukashenko e il nuo-

vo zar di tutte le Russie Vladimir Putin, grandi amici di Berlusconi, sono preoccupati. Pare che un rapporto dei servizi segreti russi* (Fsb), abbia dimostrato quello che Gianfranco Fini sembra aver subodorato da tempo: e cioè che l’amicizia di Silvio Berlusconi porta un sfiga tremenda. L’analisi dei “servizi” parte da lontano. Indiscrezioni di Wikileaks sul documento sostengono che tutto sia cominciato con la costruzione del mausoleo di Berlusconi a Villa San Martino. Colonne, sfere, sarcofago, svastiche. Opera dell’amico scultore Pietro Cascella. Ultimato il lavoro, nel maggio 2008, il Maestro è deceduto. Gianni Baget Bozzo, nel maggio del 2009, anche lui amico di Berlusconi, è deceduto dopo averlo definito “il vero leader morale dei cattolici”.

cuorebio e il cibo sano prendi una buona abitudine, per te e per la terra. Scegliere un negozio Cuorebio, significa essere certi di acquistare cibi biologici e biodinamici, selezionati e certificati. Ma vuol dire anche avere a cuore la salute della terra ed il rispetto delle risorse naturali. Una scelta sicura e positiva, che puoi fare negli oltre 250 negozi Cuorebio in tutta Italia.

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dario a condannato in via defiPrima di lui, stessa sorte per un amico nitiva ed escluso, ignominiosacomune: il Presidente Bettino Craxi spenmente, dal Parlamento. Grane tosi ad Hammamet da latitante, in Tunisia. e grane a non finire anche per A proposito, anche l’amico Ben Alì, presil’amico Don Piero Gelmini, per dente tunisino, sta in un mare di guai: neslui l’accusa è molestie sessuali suno sa dove sia, cacciato a furor di popolo, anche verso minorenni. i francesi lo danno per morto. Simile sorte Da Palazzo Chigi nessun per gli amici presidenti di Egitto e Libia. Il commento ufficiale al docuprimo, Mubarak, con una cui nipote semmento segreto dei servizi segrebra Berlusconi abbia avuto una relazione, ti russi, ma fonti incontrollate, dopo la rivolta, forse è in coma. Il secondo ben informate e poco attendibiè assediato dalla popolazione inferocita e, li, sostengono che il premier abpreda della sindrome di Sansone, sembra bia reagito alla nuova accusa intenzionato a sterminare tutti i libici. smentendo tutto con la frase: A gennaio poi si è messa male anche per un «Il popolo italiano sa bene che altro “grande vecchio amico”, il presidente la sfiga non esiste. Ho incaricaalbanese Berisha. Rivolta a Tirana contro di to l’avvocato Ghedini di seguilui. Sparatorie, morti e feriti. Sotto assedio il re il caso. Dobbiamo andare a palazzo del governo. Caceres (Spagna) 2002, foto ricordo al vertice dei ministri fondo!». A quest’ultima espresC’erano stati in passato altri segnali. degli Esteri della UE. Un gesto autoscaramantico? sione pare che parte del goverNegli ultimi tempi Marcello Dell’Utri, no abbia dato il via ad una serie di scongiudi Berlusconi, Lele Mora, che è stato, prigrande amico di Berlusconi, ha incassato ri mentre l’avvocato Ghedini ha detto: ma, dichiarato fallito dal Tribunale di Miun paio di sconfitte giudiziarie in procedi«Non credo alla iella. Non sarà che il Padrelano e, poi, è finito nella stessa inchiesta menti in cui viene accostato alla mafia. Se terno si è unito al complotto e alla persecuche ha coinvolto Emilio Fede. Per non parcontinua così lo aspetta il carcere. Pure il zione catto-comunista-mediatico-giudizialare di Cesare Previti: da avvocato miliar“fido” Emilio Fede è finito nel mirino delria contro Silvio Berlusconi? Nel caso ci la giustizia con poco esaltanti accuse per reati attinenti fatti di Fonti incontrollate, ben informate opporremo. La procura di Milano non è territorialmente competente». prostituzione. Dalle stelle alle e poco attendibili sostengono * naturalmente il rapporto esiste solo nella stalle anche il manager di molche il premier abbia detto: nostra immaginazione ti Vip della tv nostrana e amico «La sfiga non esiste»

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Guerra monetaria, l’inflazione impone un armistizio >31 Gli scheletri finanziari della banca pubblica europea >35

| scommessa atomo |

L’incertezza sui tempi e i costi di costruzione delle centrali rende il nucleare una scommessa. E il settore assicurativo non assume i rischi di eventuali danni di una centrale

in assenza di un tetto al risarcimento (l’Italia non l’ha ancora fissato), oltre il quale a pagare saranno i contribuenti.

Nucleare

I rischi finanziari e assicurativi

di Nicola Misani* L PROSSIMO REFERENDUM SUL NUCLEARE,

I

* Nicola Misani è ricercatore di Economia e Gestione delle imprese presso il dipartimento di Management & Technology dell’università Bocconi. Le sue pubblicazioni riguardano i temi della gestione di impresa, della responsabilità sociale e del risk management. Cura un blog economico, http://lateiera.blogspot.com. | 28 | valori |

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Trino Vercellese, dicembre 2003, centrale nucleare Enel, oggi proprietà della Sogin e dismessa dal 1987. Tecnici effettuano controlli sulla radioattività della piscina dove vengono conservate, sotto alcuni metri di acqua, le barre di uranio ad altissima radioattività.

ROBERTO CACCURI / CONTRASTO

nel quale i cittadini saranno chiamati a esprimersi sul ritorno di questa tecnologia nel nostro Paese, sarà anche un test della capacità del sistema politico e dei media di creare una discussione informata sulle scelte energetiche. Uno dei temi centrali è dato dai costi del nucleare. Da una parte, i sostenitori dell’atomo affermano che le nuove centrali permetterebbero di abbattere i costi dell’elettricità, attualmente penalizzati dal prezzo del petrolio. Dall’altra, gli oppositori ribattono che l’eolico e il solare possono garantire costi ancora inferiori, se non ora almeno nel medio termine, grazie al progressivo perfezionamento tecnico e al raggiungimento di economie di scala. Un aspetto poco discusso, da entrambe le parti, è l’incertezza dei costi del nucleare. È noto che questi si concentrano nella fase di costruzione dell’impianto, responsabile per circa il 60% delle uscite economiche che la centrale genera in tutto l’arco della sua vita. Il 40% restante si divide fra costi di gestione, di combustibile (uranio), di manutenzione, di trattamento delle scorie e di dismissione finale.

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| valute | finanzaetica |

I costi possono anche raddoppiare

TEMPI DI COSTRUZIONE DEI REATTORI NUCLEARI IN FRANCIA MESI

È proprio nella costruzione che sorgono i fattori di incertezza. L’esperienza storica indica che i costi di questa fase variano enormemente, in funzione di condizioni sito-specifiche che sono difficili da prevedere prima dell’inizio dei lavori. Se per una tradizionale centrale elettrica a gas naturale i costi di costruzione possono variare fino a circa il 30%, per una centrale nucleare la variazione può superare il 100% (ossia, il valore massimo può essere più del doppio di quello minimo). Pertanto è impossibile quantificare un costo “chiavi in mano” di una centrale nucleare. L’incertezza dei costi di costruzione non trova considerazione adeguata nei vari studi internazionali sui costi del nucleare, che sono spesso citati frettolosamente da una parte o dall’altra come prova definitiva della convenienza (o della non convenienza) dell’atomo. Questi studi attingono in genere a stime ingegneristiche dei costi di costruzione, preparate dai costruttori degli impianti. Stime che divergono sistematicamente dai dati storici. Per esempio il contratto del nuovo reattore di Flamanville-3, in Francia, stimava i tempi di costruzione in 54 mesi, nonostante nessun reattore francese sia stato costruito in meno di 84 mesi dal 1990 in poi. Gli ultimi quattro reattori francesi, terminati fra il 1995 e il 2000, hanno avuto tempi di realizzazione fra i 100 e i 150 mesi. Ad oggi i lavori di Flamanville-3, iniziati nel 2007, hanno già accumulato due anni di ritardo rispetto al preventivo e si ritiene che la consegna non avverrà prima del 2014. I costi previsti di costruzione, stimati inizialmente in 3,4 miliardi di euro, sono già stati portati a 5 miliardi.

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500 MW GCR 950 MW PWR 1350 MW PWR P4 1350 PWR P4 1550 MW PWR N4 SUPER-PHENIX 1650 MW EPR

144 132 120 108 96 84 72 60 48 0 1970

1975

1980

1985

Nicola Misani, ricercatore di Economia e gestione delle imprese presso il Dipartimento di Management & Technology dell’università Bocconi di Milano.

Date queste incertezze, il ritorno al nucleare in Italia ha più la natura di una scommessa che di un calcolo razionale. Se, smentendo la cattiva tradizione italiana riguardo le grandi opere, i costruttori realizzeranno le nuove centrali in tempi brevi e in modo efficiente, i promessi risparmi nei costi energetici si realizzeranno. Se invece dovessero insorgere ritardi costruttivi simili a quelli emersi a Flamanville o a Olkiluoto (in Finlandia), dove si stanno installando reattori Epr del tipo che Enel desidera adottare in Italia, il ritorno al nucleare si tradurrebbe in un progressivo esborso di denaro che, prima o poi, sarebbe recuperato dai produttori elettrici o dallo Stato nelle nostre bollette.

La “curva d’esperienza” non vale

Rischi di responsabilità

civile pagati da noi Fra l’altro il nucleare sembra fare eccezione al fenomeno quasi universale della “curva Inoltre il referendum si terrà in un contesto di esperienza”, per cui i costi di una tecnodi incertezza regolativa, in quanto il goverlogia diminuiscono nel tempo (come speno non ha ancora specificato le forme di rimentiamo nei prodotti informatici o nelcopertura finanziaria dei rischi delle cenle produzioni meccaniche). Le centrali nucleari hanno storicaI produttori nucleari Usa mente esibito il trend opposto, coprono fino a 375 milioni con una crescita progressiva dei di dollari di danni. In Italia il tetto costi e dei tempi di costruzione. (del ’62) è di 7,5 miliardi, di lire | 30 | valori |

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trali. Il nodo più ovvio è quello della responsabilità civile del produttore nucleare per i danni ai terzi che possono derivare da incidenti agli impianti o dagli effetti sulla salute di un eventuale innalzamento della radioattività di fondo nelle vicinanze delle centrali. Il decreto legislativo 31 del 15 febbraio 2010, oggetto del referendum, stabilisce che il produttore nucleare debba fornire una garanzia finanziaria a copertura del rischio. Tuttavia il settore assicurativo privato è da sempre non disponibile ad assumersi rischi nucleari in assenza di un tetto monetario ai danni risarcibili. Per esempio gli Stati Uniti limitano la responsabilità civile dei produttori nucleari a 375 milioni di dollari (coperti con polizze assicurative private), oltre i quali scatta un fondo di garanzia di settore, alimentato sempre dai produttori, che attualmente ammonta a 12,5 miliardi di dollari. Danni superiori sono a carico dal governo federale. In Italia la vecchia normativa nucleare (legge 1860 del 31.12.1962) prevedeva un limite di responsabilità di 7,5 miliardi delle vecchie lire, oggi equivalente a pochi milioni di euro. Il decreto legislativo 31, citato poco sopra, tace sul nuovo limite e, anzi, richiama espressamente la legge del 1962, “dove applicabile”, tanto che bisogna supporre che il vecchio limite sia tuttora in vigore. Quale sarà il nuovo? La questione è importante, dato che il limite determinerà quale quota del rischio di responsabilità civile dovrà essere sopportata dai produttori e quale, mediante un’assunzione pubblica, sarà scaricata di fatto sui contribuenti.

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FONTE: A. GRUBLER (2010), “THE COSTS OF THE FRENCH NUCLEAR SCALE-UP: A CASE OF NEGATIVE LEARNING BY DOING”. ENERGY POLICY 38, PP. 5174-5188

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Guerra monetaria l’inflazione impone un “armistizio”

Fino a pochi mesi fa, l’obiettivo principale delle autorità finanziarie di tutto il mondo era il sostegno alla crescita. Oggi la corsa dei prezzi fa riflettere ministri e banchieri centrali. Una moneta forte può aiutare a contenere l’inflazione. E scoppia la pace valutaria. Temporanea.

220 dollari in caso di blocco totale delle esportazioni dalla Libia e, contemporaneamente, dall’Algeria (Paese anch’esso a rischio di rivolte). Tutto ciò è bastato a convincere i governi dei Paesi emergenti a cambiare rotta: «Il modo più facile per contenere l’inflazione è rafforzare la propria moneta», ha sottolineato all’agenzia Bloomberg Jens Nordvig, managing director di Nomura. Via, dunque, a una raffica di ritocchi al rialzo dei tassi di interesse: in poche settimane Perù, Cina, Colombia, Indonesia, Russia, Brasile e Thailandia hanno deciso di aumentare il costo del denaro. Il problema, ora, non è di lasciar correre il recupero post-recessione, ma di contenere il boom dei prezzi, che erode pesantemente il potere d’acquisto dei cittadini. Per cui un eventuale calo delle esportazioni non sarà un problema, bensì un vantaggio.

di Andrea Barolini E LA COSIDDETTA “guerra valutaria” ha infiammato nei mesi scorsi la polemica tra Cina, Stati Uniti, Brasile, Russia e Sudafrica, la crescente inflazione ha costituito un buon motivo per un armistizio. Fin quando, infatti, le necessità dell’uscita dalla crisi hanno imposto la ricerca di una crescita il più possibile sostenuta (a costo di correre il rischio di far gonfiare bolle speculative), alcuni Stati hanno continuato a lamentarsi per l’eccessiva “forza” delle proprie valute, dettata da una serie di fattori contingenti e locali, ma che in tutte le realtà emergenti è stata abbondantemente sostenuta soprattutto dai capital flows. Secondo la Banca Mondiale la quantità di capitali affluiti verso le economie in via di sviluppo è cresciuta del 44% nel 2010, raggiungendo i 753 miliardi di dollari. Il che ha spinto al rialzo le valute dei Paesi coinvolti da tale fenomeno, colpendone soprattutto le esportazioni.

S

La crescita non è più la priorità Tutto ciò, appunto, fino a poco tempo fa. In pochi mesi la prospettiva sembra essere cambiata, diametralmente. Tanto da aver fatto dichiarare al ministro delle Finanze

del Brasile, Guido Mantega, uno dei principali sostenitori di un riequilibrio valutario globale, di essere ormai giunti ad una «pacificazione». Le rivolte nordafricane hanno, infatti, contribuito ad accelerare la corsa dei prezzi a livello globale. Da mesi i beni alimentari sono così sotto il chiaro effetto di pressioni speculative: basti pensare che in una città come Mosca i prezzi di grano, riso, zucchero e ortaggi sono cresciuti in pochi mesi con percentuali a doppia cifra. Dinamica confermata dall’andamento del paniere Onu (che comprende 55 cibi), cresciuto del 3,5% da dicembre a gennaio scorsi e del 2,2% a febbraio a livello globale; mentre secondo Barclays Capital nelle realtà emergenti il tasso arriva al 6% (contro il 2% del mondo occidentale). Inoltre il petrolio ha abbondantemente sfondato stabilmente i 100 dollari al barile, a causa delle preoccupazioni sulla possibile chiusura dei rubinetti libici. Una ricerca effettuata dagli analisti del colosso bancario giapponese Nomura Holdings, inoltre, ha ipotizzato il raggiungimento di

Tregua o pacificazione?

Sorgono due domande: cosa accadrà se ciò non dovesse bastare? La Svezia in questo senso è una realtà che vale la pena analizzare con attenzione. Si tratta di un’economia avanzata, la cui crescita è prevista oltre al 4% quest’anno. Eppure la corona si è apprezzata del 7,5%, negli ultimi sei mesi, sul dollaro. Segno che una moneta forte può non bastare a raffreddare la crescita. In secondo luogo: cosa succederà non appena le spinte inflazionistiche cesseranno? La “guerra monetaria” Da più parti si è richiamata potrebbe tornare di stretta atl’attenzione sulla necessità di una riforma dei Diritti speciali tualità. Il segretario al Tesoro americano Timothy Geithner di prelievo, in vigore dal 1969 |

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Fmi: «Serve una divisa globale» Il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, ha spiegato nelle scorse settimane che l’introduzione di una nuova moneta globale potrebbe costituire una soluzione per stabilizzare il sistema dei cambi. Non si tratta di una riedizione dell’euro su scala planetaria. Bensì di una valuta frutto di una riforma degli Special Drawing Rights (Sdr, Diritti speciali di prelievo), che sarebbe utilizzata per una quota di transazioni internazionali, nonché per offrire al-

L’INFLAZIONE SEGNALATA A DICEMBRE 2010 SU BASE ANNUA

INDICATORI PRINCIPALI DEI MAGGIORI MERCATI PAESE

TASSO DI INTERESSE

Brasile Cina India

le banche centrali un’alternativa al dollaro per le loro riserve. Parlando a Washington ad un convegno sul sistema monetario internazionale, il dirigente ha spiegato che «l’uso degli Sdr per stabilire il prezzo nominale degli asset finanziari e i prezzi commerciali potrebbe garantire una diminuzione della volatilità. L’emissione di obbligazioni in tale valuta potrebbe inoltre creare una nuova tipologia di asset per le riserve». Un progetto che prevederebbe anche l’allargamento allo yuan delle divise di riferimento degli stessi Sdr: in

ENERGIA 8,3

ALTRO 1,2

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TOP 10 DELL’INFLAZIONE PIU BASSA

TOP 10 DELL’INFLAZIONE PIU ALTA

PAESE

PAESE

INFLAZIONE

INFLAZIONE

Giappone

0,00%

Venezuela

26,80%

6,01%

-5.410

0,5591

0,6042

Svizzera

0,30%

Pakistan

14,19%

6,06%

4,90%

102.200

0,1465

0,1525

Slovacchia

1,00%

Nigeria

12,10%

Taiwan

1,25%

Argentina

10,60%

Slovenia

1,40%

Russia

9,50%

Usa

1,60%

India

9,30%

9,30%

-16

0,220

0,0222

9,50%

14.300

0,0336

0,0355

Eurolandia

1,00%

2,40%

-11.202

1,3626

1,3988

Irlanda

1,70%

Indonesia

6,84%

1,6215

Rep. Ceca

1,70%

Brasile

6,01%

Em. Arabi Uniti

1,73%

Singapore

5,50%

Francia

1,80%

Arabia Saudita

5,30%

0,50% 0,00% 0,25%

4,00% 0,00% 1,60%

-10 1.195

1,5149 0,0111

-127

0,0122

Fonte: Trading Economics 2010, www.tradingeconomics.com, Dati aggiornati a marzo 2011

Fonte: Trading Economics 2010, www.tradingeconomics.com Dati aggiornati a marzo 2011

Carry trade Se a pagare sono gli emergenti mercati. Inflazione interna e danni all’export. Gli effetti del quantitative easing attanagliano i nuovi ioxioxioxixoixoioox ixoxoxioxioxioxioxio

di Matteo Cavallito 1.000.000.000.000.000. Un quadrilione di dollari o se preferite un milione di miliardi cumula denaro dove i tassi sono basdi verdoni. 16 volte il Pil del mondo. si e lo si cambia in altre valute che possono essere prestate a interessi più elevati. Al momento della riconversione la Inflazione e danni all’export plusvalenza è assicurata. Si chiama carry traGli speculatori hanno acquisito valuta de, ed è un gioco che non smette di divertipregiata e hanno preso di mira i mercati re. La crisi sembrava averlo spazzato via e inemergenti spingendo al rialzo le monete vece è tornato prepotentemente sulla locali e danneggiando le esportazioni. Ma scena. Deprezzando le valute originarie e rigli effetti negativi non si sono esauriti servando il trattamento opposto a quelle qui. L’afflusso di capitali, infatti, ha anpiù “costose”, come il real brasiliano o la coche contribuito a gonfiare le borse nonrona norvegese. In passato la moneta prefeché a spingere verso l’alto l’altro obiettirita di ogni carry trader era stato lo yen giapvo principe della speculazione: le ponese nel quale, di fatto, ci si poteva materie prime, specialmente quelle aliindebitare a costo zero. Oggi, invece, c’è mentari. E siccome il peso di queste ultil’imbarazzo della scelta. La presenza simulme è particolarmente rilevante nel patanea di un costo del denaro minimo anche niere del consumatore medio indiano o negli Usa, in Eurolandia e in Gran Bretagna brasiliano ecco che la strategia si è traha rappresentato per gli speculatori un’ocdotta in inflazione. In sintesi prezzi in casione imperdibile. Tra il 2007 e il 2010, ascesa e bilancia commerciale in costanha ricordato la Banca dei regolamenti inte peggioramento. Se non ci fosse la beternazionali, il controvalore degli scambi nedetta crescita sarebbe un disastro. Negiornalieri sui mercati valutari ha toccato i gli ultimi anni, ha ricordato il ministro quattromila miliardi di dollari. In un anno il valore dei moviIl calo record dei tassi in Usa, menti corrisponde a un numeEurolandia e Gran Bretagna ro di biglietti verdi che, per costituisce un “tappeto rosso” esteso, potreste scrivere così: per gli speculatori globali

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C’è sempre più bisogno del tuo aiuto

CAMBIO DOLLARO MARZO 2011

Fonte: Trading Economics 2010, www.tradingeconomics.com, Yahoo Finance, dati rilevati a inizio marzo 2011 * Dati in milioni di dollari Usa

questo senso Strauss-Kahn ha accolto la proposta del presidente della Francia Nicolas Sarkozy, che a febbraio scorso aveva chiesto una revisione “inclusiva” dei Diritti speciali di prelievo, che furono creati nel 1969 al fine di supportare il sistema dei cambi di Bretton Woods. Di esso ad oggi fanno parte quattro valute internazionali: dollaro, euro, sterlina e yen. «Sono passati 42 anni dalla sua introduzione - aveva spiegato Sarkozy presentando l’agenda della presidenza francese del G20 - ed è tempo di pensare all’allargamento ad altre valute».

Con contributo a intero carico della Banca a favore di:

CAMBIO DOLLARO MARZO 2010

8,00%

Usa

CIBI 2,6

SURPLUS DI BILANCIO*

Russia

Giappone

INDICE MEDIO 2,1

INFLAZIONE

11,25%

5,50%

Regno Unito

Tutte le condizioni economiche praticate sono indicate nei fogli informativi a disposizione della Clientela presso le filiali della banca.

ha, infatti, già “ripreso” in più di un’occasione la Cina, tacciata di mantenere artatamente basso il valore dello yuan al fine di sostenere il proprio export. Per questo gli Usa hanno chiesto al Brasile di unirsi nel “conflitto” contro Pechino: è probabile che, non appena il problema dei prezzi sarà superato, lo Stato sudamericano si “ricorderà” del fatto che il real è cresciuto dal gennaio del 2009 del 38% sul dollaro (così come numerose altre valute: la rupia indonesiana del 22%, quella indiana dell’8% e il won coreano del 12%). Fattore che, per il Brasile, si traduce in un incremento del 17% sui prezzi dei prodotti esportati.

FONTE: OECD CONSUMER PRICE INDEX, FEBBRAIO 2011

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delle Finanze brasiliano Guido Mantega, la bilancia commerciale tra il suo Paese e Washington si è capovolta. Da 15 miliardi di surplus annuale registrati da Brasilia fino a pochi anni fa ai circa 6 di deficit rilevati oggi. A produrre l’inversione di tendenza è stato l’ormai famoso, ma per qualcuno famigerato, quantitative easing. Il processo con cui la Federal Reserve, al pari delle omologhe delle aree più sviluppate, ha garantito agli operatori nuova liquidità per trilioni di dollari. Carry trade e speculazioni varie sono state la logica conseguenza.

L SISTEMA È PALESEMENTE SEMPLICE. Si ac-

Mosse e contromosse Per arrestare il fenomeno Corea del Sud e Indonesia hanno annunciato restrizioni all’ingresso dei capitali. In pratica una politica simile a quella abitualmente condotta da Cina e India. Il Brasile, nel frattempo, ha imposto addirittura una tassa ad hoc sulle transazioni finanziare straniere. Il paradosso è che la forte instabilità che circonda le nuove economie sembra aver fatto cambiare idea a più di un investitore. Nella sola ultima settimana di gennaio gli operatori hanno ritirato dai mercati emergenti l’ammontare re|

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| Bei | finanzaetica | ropa e i tassi dovrebbero essere presto o tardi corretti al rialzo. Per i carry traders una buona occasione per rispolverare le vecchie abitudini. Con un gigantesco debito pubblico che impone un costo del denaro nullo, il Giappone Chi investe in valuta sembra non farà mancare i suoi pregiati voler abbandonare i Paesi yen agli speculatori. E la giostra emergenti e puntare dritto potrà continuare a girare. su Londra e Wall Street

ri abbiano deciso di puntare su Londra e Wall Street più che su Shanghai o San Paolo. E il futuro potrebbe dar loro ragione. L’inflazione sta salendo in Usa ed Eu-

cord di 7 miliardi di dollari. Meno di un mese dopo l’indice borsistico di Morgan Stanley (Msci) sui mercati emergenti (che comprende Brasile, Russia, India e Cina) ha segnato un ribasso del 2,7% in controtendenza sulla performance del medesimo indicatore su scala globale. È la seconda volta che accade in dieci anni. L’ipotesi, insomma, è che ora gli operato-

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Speculazioni, la giostra infinita. Oggi il Brasile, domani Usa ed Europa L’opinione di Andrea Fumagalli (università di Pavia): «Per il carry trade è un ambiente ideale». di Matteo Cavallito A SPECULAZIONE, È NOTO, si nutre di instabilità. Ma la speculazione, è altrettanto evidente, produce essenzialmente il suo stesso cibo. Non ha dubbi Andrea Fumagalli, docente di Economia Politica presso l’università di Pavia. Quando i cambi sono instabili e l’indebitamento costa poco, il carry trade trova il suo ambiente ideale. E, soprattutto nel contesto attuale, non fatica certo a mantenersi in vita.

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L’università di Pavia.

mercati finanziari. Se il costo del denaro è basso ci si attende che gli indici di Borsa salgano e viceversa.

Tutte le principali valute del mondo possono essere prese a prestito a costi minimi. Era dunque naturale Per i Paesi emergenti un doppio che il carry trade sulle valute torproblema: aumento dell’inflazione nasse di moda? e apprezzamento della valuta. Ma i due fenomeni non potrebbero Il carry trade si basa su due condizioni: tascompensarsi? si molto bassi e forte volatilità dei cambi. Era accaduto la prima volta negli anni ’70 L’apprezzamento valutario da carry trade dopo l’abolizione dei cambi fissi e il crollo non compensa la spinta all’inflazione prodegli interessi reali che lo shock petrolifedotta dalla speculazione sui titoli finanziaro e la conseguente inflazione avevano ri, tra cui i futures sulle materie prime. Dospinto sotto lo zero. Oggi la situazione è sivessi fare una proporzione direi, ad mile, ma c’è un elemento nuovo: l’enorme esempio, che nei Paesi del Maghreb il rapinterdipendenza tra i mercati. Trent’anni porto di forza tra inflazione interna e spinfa i tassi di interesse si muovevano in mo- ta alla rivalutazione della moneta è stato do poco omogeneo seguendo una strategia circa di 10 a 1. monetaria essenzialmente “nazionale”. Adesso, al contrario, Non appena i tassi torneranno le scelte delle banche centrali a crescere, le economie più sono dettate dalle diverse avanzate saranno terreno aspettative sull’andamento dei di nuove speculazioni

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In Brasile sono preoccupati per l’inflazione e attribuiscono la colpa di quest’ultima all’afflusso incontrollato dei capitali stranieri. La speculazione ha il suo ruolo, ma è anche vero che in Brasile c’è oggi una forte inflazione da domanda interna visto che l’economia continua a crescere e i consumi aumentano. Ora l’impennata del prezzo del petrolio dovrebbe favorire la richiesta dei biocarburanti di cui il Paese è leader mondiale. Questo, ovviamente, avrà una ricaduta positiva sull’export ma, al tempo stesso, favorirà la corsa al rialzo delle materie prime agricole. E con essa anche dell’inflazione. Adesso si parla di reverse carry trade. Un fenomeno reale? Le economie consolidate possono offrire nuovi spunti di speculazione se è vero, almeno questo si prevede, che Usa e Unione europea vedranno crescere in futuro l’inflazione con la conseguente spinta al rialzo dei tassi e, quindi, della redditività delle loro monete. Tanto si potranno sempre prendere in prestito yen low cost, non è così? Il Giappone presenta un rapporto debito/Pil senza eguali nel mondo. Ormai il Paese è in preda alla cosiddetta “trappola della liquidità”. In pratica dovrà mantenere sempre i tassi a un livello zero favorendo l’indebitamento nella sua valuta corrente.

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Gli scheletri finanziari della banca pubblica europea

Un rapporto firmato da Counterbalance accusa la Banca europea per gli investimenti. Finanza speculativa, scarsi controlli, opacità e, soprattutto, il finanziamento di progetti irresponsabili allungano una pesante ombra sull’istituto dell’Unione europea.

dalla mancanza di controlli, il che per una banca che lavora con denaro pubblico è particolarmente grave. Inoltre la trasparenza sembra spesso un vero e proprio optional: “La banca fornisce pochissime informazioni sulla fine che fa il denaro, riparandosi dietro la necessità di preservare la riservatezza dei propri clienti”, accusa il report.

di Andrea Barolini semburgo, oppure sono finiti nelle mani di soggetti poco raccomandabili. provenienti dalla Banca europea per gli investimenti (Bei) sono finiti nelle tasche di banche e Fondi che scompaiono fondi o hanno finanziato progetti socialSecondo il rapporto, ad esempio, un prestimente e ambientalmente irresponsabili. Il to da 50 milioni di euro fu concesso nel tutto passando anche attraverso noti pa2007 alla Intercontinental Bank of Nigeria, radisi fiscali. Proprio così: la “banca pubnonostante il suo managing director fosse sotblica” dell’Unione europea ha utilizzato to inchiesta per frode (e non è probabilnon di rado (nel 37% dei casi) società di mente un caso che la banca sia finita poi sulprivate equity e intermediari finanziari per l’orlo del fallimento). Un’altra linea di veicolare i propri capitali, rendendoli così credito da 15 milioni di euro fu annunciata difficilmente controllabili ed esponendoa favore della National Bank of Malawi sul si al rischio di corruzione e persino di evasito ufficiale della Bei. Il denaro, però, non sione fiscale. La denuncia è contenuta in fu mai erogato: finì “inspiegabilmente” nelun rapporto pubblicato da Counterbalanle casse di un altro istituto locale, la First ce, rete di Ong europee che monitora il Merchant Bank. Ancora, un investimento mondo della finanza internazionale, delin private equity da 4 milioni destinato alla quale fa parte anche l’italiana Crbm l’Angola è stato concesso a una compagnia (Campagna per la riforma della banca con sede nel Delaware e registrata nel Lusmondiale). Il documento prende in consisemburgo. Così come un’altra società del derazione, in particolare, l’uso di intermeparadiso fiscale europeo ha veicolato 5 midiari per l’erogazione di crediti verso i Paelioni di euro verso Camerun e Ciad. L’elenco si africani. Una scelta che, secondo gli è lungo. E, secondo la rete di Ong, dimostra autori dello studio, “va contro ogni logica come la politica della Bei sia caratterizzata di sviluppo del Sud del mondo”. In alcuni casi, infatti, i caLe scelte della Bei, per lo studio, pitali pubblici sono spariti in “vanno contro ogni logica di banche africane o negli angoli sviluppo del Sud del mondo”. finanziari più oscuri del LusE lo fanno con denaro pubblico

C

ENTINAIA DI MILIONI DI EURO

Il confine tra autonomia e assenza di controllo «La condotta della Bei - ha dichiarato Antonio Tricarico, coordinatore della Crbm si allontana sempre più dei canali tradizionali di finanziamento dello sviluppo, rivolgendosi a entità come i private equity, che invece hanno come unico obiettivo la massimizzazione dei profitti. Finanziare con soldi pubblici istituti altamente speculativi mina, inoltre, ogni sforzo di regolamentazione dei mercati. Ciò è semplicemente vergognoso». L’ampia libertà di cui gode la Bei è garantita in realtà dal suo stesso statuto: l’istituto fu fondato come un organismo indipendente, il che implica una notevole autonomia legale. Inoltre occorre considerare come spesso i beneficiari dei finanziamenti non abbiano sede entro i confini dall’Ue: ciò implica che nella gestione dei capitali, proprio perché effettuata in territori extracomunitari, l’istituto sia svincolato dal rispetto della legislazione europea. La Corte di Giustizia dell’Ue, anche per questo, in una sentenza del 2003 aveva ricordato che la Bei è stata «chiaramente concepita per contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità» e che perciò |

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| finanzaetica | merun, il Lesotho Highlands Water Project2, la diga Nam Theun II ed il West African Gas Pipeline3 (vedi ARTICOLO , ndr), rappresentano solo alcuni dei controversi progetti realizzati grazie ai suoi prestiti”. Si tratta di dighe, gasdotti e oleodotti che hanno provocato massicci spostamenti di sfollati, impoverimento delle popolazioni locali, danni ambientali e vantaggi minimi per i Paesi e le comunità locali, considerato che la maggior parL’istituto europeo ha finanziato te dei profitti è andata alle granalcuni tra i progetti più di imprese occidentali che hancontroversi, sia per ragioni no realizzato i progetti stessi. ambientali che economiche

«ha travalicato il margine di autonomia organizzativa propria». I suoi dirigenti, d’altra parte, si sono più volte richiamati apertamente al loro ruolo prettamente bancario. Sbagliando, secondo i giudici europei. Ma facendo certamente “cassa”: basti pensare che oggi la Bei ha superato il giro d’affari della Banca Mondiale, diventando il maggiore finanziatore pubblico al mondo. Il problema (e la ragione della sentenza della Corte) è che tali affari non sono stati gestiti nell’interesse dei cittadini europei (ovvero dei “proprietari” della banca), né risultano in linea con gli obiet-

tivi e i valori a cui si richiama l’Unione. Bastano pochi esempi per comprendere la decisione dei giudici e le critiche delle Ong. “Negli ultimi anni - si legge nella Guida critica del cittadino alla Banca Europea per gli Investimenti, pubblicata sempre da Counterbalance - la Bei è stata coinvolta in alcuni dei progetti infrastrutturali più distruttivi del Pianeta. L’oleodotto Ciad-Ca-

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I NUMERI DELLA BEI ATTIVITÀ NEL 2009

MILIONI DI €

Progetti approvati

103.898

Unione Europea

93.615

Paesi partner

10.283

Contratti firmati

79.102

Unione Europea

70.505

Paesi partner

8.507

Finanziamenti erogati

54.022

Unione Europea

48.898

Paesi partner

5.123

Risorse raccolte (ante-swaps)

79.386

Nelle divise principali (EUR, GBP, USD) In altre divise

Le “cattive pratiche” finanziate dalla Bei Gasdotti, miniere, dighe. Ecco dove finiscono i soldi dei cittadini europei. In nome delle logiche di mercato. è previsto nel 2027) con l’obiettivo di trasferire acqua dal fiume Senqu, che nasce negli altipiani del Lesotho, verso il confinante Sudafrica e, secondariamente, produrre energia elettrica per lo stesso Regno del Lesotho. Il risultato sarà che diversi affluenti del Senqu saranno sbarrati a causa della costruzione di sei dighe, quattro tunnel di trasferimento, due di interconnessione e due stazioni di pompaggio. Ma il danno ambientale non è tutto: da anni ormai il progetto è diventato celebre per un enorme caso di corruzione. L’ex direttore del progetto, Masupha Sole, è stato condannato a 18 anni di reclusione per aver accettato 2 milioni di dollari in tangenti per

di Alessia Vinci dalle Ong, purtroppo, non si contano sulle dita di una mano. Basta digitare qualche parola sui motori di ricerca di internet per rendersi conto del fatto che la Banca europea per gli investimenti ha davvero preso in parola il suo status di istituto di credito, nel senso più deteriore del termine che la crisi degli ultimi anni ci ha insegnato a conoscere. Una “cattiva pratica” finanziata dalla Bei è il Lesotho Highlands Water Project, che ha inizio negli anni Ottanta (il completamento

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E INIZIATIVE STIGMATIZZATE

COS’È LA BEI CREATA NEL 1958 DAL TRATTATO DI ROMA, che istituì la Comunità economica europea, la Banca europea per gli investimenti è la banca ufficiale della Comunità europea. Con oltre 54 miliardi di euro di finanziamenti erogati nel 2009 (vedi TABELLA ), è anche la principale istituzione finanziaria pubblica al mondo. La Bei ha la sua sede principale in Lussemburgo e, negli ultimi anni, ha aperto un crescente numero di uffici regionali. È finanziata dai suoi azionisti, ovvero i 27 Stati membri dell’Unione europea, che ne sottoscrivono il capitale, versando il proprio contributo in maniera proporzionale al loro peso economico all’interno dell’Unione. I contributi diretti degli Stati membri, che ammontano a circa 8 miliardi di euro, sono certamente notevoli, ma la maggior parte del sostegno pubblico di cui si avvale la Bei proviene da capitale sottoscritto (circa 160 miliardi di euro) a garanzia dei suoi investimenti. I nuovi mandati esterni conferiti dal Consiglio europeo nel dicembre del 2006 prevedono inoltre un incremento della capacità di prestito della Bei, che è autorizzata a concedere capitali fuori dall’Ue fino a 27,8 miliardi di euro (a fronte dei 20,7 miliardi dei precedenti mandati). Il che ha allarmato ancor di più le Ong.

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un periodo di otto anni da dodici delle più grandi multinazionali delle dighe e delle infrastrutture al mondo (tra cui l’Impregilo di Milano), ora tutte a processo. La Bei, con la Banca Mondiale, ha finanziato anche il consorzio costruttore del gasdotto West African Gas Pipeline. Lungo 690 km, dalla Nigeria attraversa il Benin e il Togo per poi arrivare in Ghana. I due istituti hanno fornito - riferisce il rapporto Paradisi perduti curato dalla Campagna per la riforma della banca mondiale - oltre 200 milioni di dollari per la sua realizzazione, portata avanti grazie alla partnership pubblico-privata voluta dai governi dei quattro Paesi interessati. “Il consorzio composto da ChevronTexaco, Nigerian National Petroleum Corporate, Shell Overseas Holdings Limited e Takoradi Power Company Limited è denominato Wapco (West African Gas Pipeline Company Limited) ed è registrato alle Bermuda. Può agire espressamente “come una compagnia off-shore”, con tutti i vantaggi fiscali e le “eccezioni” alle varie normative socio-ambientali del caso. Anche la Tenke Holding Limited, proprietaria dell’omonima miniera di rame e cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, è registrata alle Bermuda. La Banca europea per gli investimenti non ha avuto nulla da ridire al riguardo, provvedendo ad un finanziamento, datato luglio 2007, di circa 100 milioni di euro.

SITUAZIONE AL 31/12/2009

70.205 9.182

MILIONI DI €

Importi in essere Finanziamenti (importo erogato) Finanziamenti (importo da erogare) Finanziamenti su risorse del bilancio UE Prestiti Fondi propri Torale del bilancio Risultato netto dell’esercizio

324.150 81.843 1.416

37.954 361.871 1.877

Capitale sottoscritto

232.393

di cui richiamato

11.629

Fonti: BEI, Relazione annuale 2009

Il Lesotho è un piccolo Stato completamente circondato dalla Repubblica del Sudafrica.

305.758

In procinto di essere finanziati ci sono poi la miniera di rame Tenke Fungurume nella Repubblica Democratica del Congo, dove i lavoratori sono insorti e la cui concessione di sfruttamento minerario è stata firmata durante la guerra civile; gli impianti idroelettrici di Gilgel Gibe in Etiopia, ogget-

to di un’inchiesta della magistratura; la miniera di rame di Mopani nello Zambia, che ha recentemente avvelenato 800 persone inquinando le falde acquifere e violando costantemente le clausole ambientali. Il tutto in nome e per conto dell’Unione europea e dei suoi cittadini.

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| consumiditerritorio |

| lavanderia |

Yacht e sbarre

Gran Casinò Italia

La triste storia dei fratelli Tchenguiz

Dopo aver grattato il fondo si scava

di Mauro Meggiolaro

di Paola Baiocchi

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Caspita, che idee chiare! Faccio mezzo giro per guardare chi avanza in modo così esplicito una richiesta del genere accanto a chi, di prima mattina, sta comprando i giornali all’edicola. Non è una rampante adolescente pronta a tutto pur di realizzare il colpo grosso e nemmeno una laureata con 110 e lode che si è pagata gli studi da sola, così come le ultime cronache ci hanno raccontato. È una signora di mezza età, vestita in modo tranquillo. Ha l’aria di essere una persona che conosce bene la fatica e il lavoro, che è diventata presbite e ancora tira la carretta. Insomma una di quelle eroine che tutti i giorni combattono la guerra di far quadrare i conti. La signora sta comprando il biglietto di una lotteria gratta e vinci che si chiama “Maxi miliardario”, vincita massima cinque milioni di euro. Devo scusarmi con la signora per aver pensato che volesse seguire l’indicazione di Berlusconi a una giovane disoccupata che chiedeva posti di lavoro: «Signorina, sposi uno ricco». Ma, prima di presentare le mie scuse alla signora, mi accorgo che questa grattata costa venti euro, un prezzo che per un biglietto della lotteria è un’istigazione alla rovina, una sottrazione di risorse preoccupante, perché si parla di giocatore abituale quando si puntano 50 euro al mese e qui bastano “due miliardari e mezzo” per raggiungere una quota che può far scivolare rapidamente dall’abitudine alla dipendenza. Il gioco compulsivo è una dipendenza senza sostanze, una patologia, non un “vizio” e i giocatori compulsivi sono in aumento in Italia, proporzionalmente alla crescita dell’offerta di gioco d’azzardo. La crisi fa da volano all’azzardo e si gratta dappertutto: dalla cassa del supermercato al negozio di noleggio di Dvd che ,per resistere alla concorrenza del download di film, vende i biglietti della lotteria e ha anche installato una postazione per il videopoker. 60,8 miliardi di euro il fatturato da gioco nel 2010 secondo Agicos (Agenzia giornalistica concorsi e scommesse), mentre nel 2008 i miliardi giocati erano 42,2. Sono 30 milioni gli italiani che l’anno scorso hanno tentato la fortuna almeno una volta, 11 milioni i giocatori abituali. Parafrasando un personaggio del film “Il Caimano” si può dire gli italiani dopo aver “grattato” il fondo, cominciano a scavare.

«V

ORREI UN MILIARDARIO».

hanno sempre fatto sul serio. Scappati a Londra dalla Persia nel 1979, negli anni d’oro del boom immobiliare sono riusciti ad accumulare un patrimonio di quattro miliardi di sterline, diventando il simbolo del boom britannico del mattone. Ai primi di marzo erano attesi a Cannes, a bordo dei loro yacht, per l’apertura del Mipim, il mercato internazionale della proprietà immobiliare. 18 mila professionisti li aspettavano per sentirsi dire che finalmente si poteva tornare a ballare. Robert e Vincent però non ce l’hanno fatta. Il Veni Vedi Vici e il My Little Violet, i loro due yacht, sono rimasti a luci spente, dondolando tra le acque irrequiete della Costa Azzurra. Alle 5,30 del mattino del 9 marzo i due fratelli sono stati presi in consegna dalla polizia inglese, accusati di aver contribuito al fallimento di Kaupthing, la più grande banca islandese e la maggiore responsabile del tracollo finanziario dell’isola, nel 2008. I Tchenguiz avrebbero ottenuto dalla banca - di cui Robert era un azionista di rilievo - prestiti per quasi due miliardi di euro nel 2007, nonostante le loro imprese stessero fallendo. Da azionisti avrebbero spremuto la banca per coprire altri buchi, trascinando nel baratro la piccola nazione tra i ghiacci. Ricorda un po’ la storia del finanziere Romain Zaleski. Ai tempi d’oro, con i soldi delle banche, era diventato il secondo azionista di Intesa. Nel dicembre del 2008 le banche italiane (Unicredit, Intesa, Ubi, Mps e Bpm) l’hanno salvato - temporaneamente - dal baratro e ora sono esposte nei suoi confronti per oltre tre miliardi di euro. L’accordo scade alla fine del 2011. Poi potrebbero iniziare i dolori. Per le banche. Zalesky, a differenza dei Tchenguiz, potrà continuare a giocare indisturbato a bridge, la sua passione di sempre.

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Venti euro il costo di un biglietto della lotteria Maxi miliardario. 60,8 miliardi di euro il fatturato da gioco nel 2010. Nel 2008 era 42,2 miliardi | 38 | valori |

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L’ombra delle lobby sui test del farmaco >44 Nel mondo del vino. Contro la speculazione la via della qualità >48

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Terra Futura, Fa’ la cosa giusta, Salone del Gusto, Forum Buy Green: per essere coerenti con la loro visione del mondo, gli organizzatori di eventi del Terzo settore si stanno impegnando per ridurne l’impatto. Ma fino a che punto è possibile? E quanto aumentano i costi?

Fiere

Alla ricerca della sostenibilità

di Emanuele Isonio ONFERENZE, FIERE, CONVEGNI,

C

concerti. Migliaia di persone come pubblico, centinaia di stand da allestire e smontare, tonnellate di carta per i cataloghi, gli accrediti, le cartelle stampa, quintali di cibo per sfamare i visitatori, ettolitri di bevande e migliaia di bottigliette d’acqua per dissetarli. E poi bollette astronomiche per l’energia elettrica, condizionatori d’aria per riscaldare e raffreddare i locali. Spesso chi partecipa a un evento pubblico sottovaluta l’impatto che produce a livello ambientale. Chi non può fare questo errore sono gli organizzatori delle maggiori fiere del Terzo settore. La battaglia per minimizzare emissioni, rifiuti, spreco di cibo, carta e altri materiali è ufficialmente iniziata. Ma è davvero possibile (ed economicamente compatibile) costruire una fiera a basso impatto?

Le sette tappe della virtù COMPENSARE LA CO2 GREEN WASHING IN AGGUATO CHI PREFERISCE LE SCORCIATOIE all’impegnativo lavoro di costruzione di un evento sostenibile, la indica come la panacea di ogni male. Ma anche gli organizzatori più responsabili la utilizzano. La pratica del carbon offset (compensare le emissioni prodotte, finanziando programmi di riforestazione o impianti di energia pulita) è sempre più usata. Non mancano tuttavia le critiche e i sospetti che dietro di essa si nasconda il rischio

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green washing. Che sia, cioè, solo un enorme spot pubblicitario. «Se si pensa di usarla senza preoccuparsi di ridurre prima le emissioni, allora sì: è puro marketing», commenta Giovanni Petrini di Fa’ la cosa giusta. «Va invece usata solo come ciliegina sulla torta», aggiunge Giuseppe De Boni di Adescoop. «Nonostante i nostri sforzi, per alcune voci non si può ridurne l’impatto: la CO2 emessa dai voli aerei di relatori

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provenienti dall’estero, dai pc usati in sala stampa, dalla produzione dei pannelli per gli stand, dalla carta non si può eliminare. In questo caso, dobbiamo ricorrere alle compensazioni». «Purtroppo le società che offrono programmi di compensazione nascono come funghi», rivela Simone Molteni, direttore scientifico di Lifegate. «Noi li proponiamo solo come il momento finale di un percorso di tagli delle emissioni. Altrimenti perdono il loro significato».

Fa’ la cosa giusta a Milano, Forum Acquisti verdi-Buy Green a Cremona, Terra Futura a Firenze, Salone del Gusto a Torino. Cambiano latitudini e temi trattati, ma i promotori dei vari eventi su due punti concordano in pieno: una fiera può essere resa più sostenibile, ma non a impatto zero. E comunque il cambiamento non si costruisce da un giorno all’altro. «Le scelte improvvisate - spiega Maria Luisa Capellino, responsabile Eventi di Slow Food - non danno risultati e fanno lievitare i costi. Ser-

L’enoteca del Salone del Gusto 2010: l’illuminazione a fluorescenza e fibre ottiche ha permesso un risparmio energetico dell’11%.

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SALONE DEL GUSTO 2010: EMISSIONI GIÙ DEL 60% ALLESTIMENTO Delle 641 tonnellate di emissioni evitate rispetto al Salone 2006 (da 1.600 a 959 tonnellate), 279 sono state risparmiate non usando la moquette, bensì unità di Greenpallet certificato Pefc, al posto del più impattante Celenit, tra l’altro recuperato e destinato al riuso in altri eventi. È poi aumentata la parte di allestimenti gestita direttamente dagli espositori, perché vincolati da linee guida imposte dagli organizzatori.

ENERGIA Dai 4.641 Kwh usati nel 2008, si è scesi a 4.151 Kwh. A fare la differenza l’introduzione di lampade a risparmio energetico (1.200 a fluorescenza e 259 a led e fibra ottica). Per conservare il vino della Sala Slow Wine, sono state usate 43 cantine a basso consumo. Le iniziative hanno evitato 5,4 tonnellate di CO2.

vono invece anni di preparazione e un at- nali si fa grande uso di moquettes e di teli tento monitoraggio dei settori su cui inter- in pvc. «Si può ridurre molto l’impatto imvenire. Per raggiungere risultati ottimali al ponendo agli espositori di usare materiali Salone del Gusto abbiamo iniziato con l’e- ecosostenibili (come il pallet), scegliendo dizione 2006 e centreremo l’obiettivo solo stand riutilizzabili di anno in anno e riducendo imballaggi e scarti in fase di allestil’anno prossimo». In ballo, come dimostra il lavoro di Slow Food, c’è un possibile ab- mento», prosegue Capellino. C’è poi la questione del materiale cartabattimento delle emissioni del 60% (vedi SCHEDE ). Ma gli ambiti d’intervento sono nuceo. Numeri da far tremare i polsi: 90 mila merosi: la scelta della location, i trasporti, cataloghi stampati per il Salone del Gusto l’allestimento e il disallestimento degli 2006, 40 mila a Fa’ la cosa giusta, 5 mila a stand, la raccolta dei rifiuti, il catering, l’e- Terrafutura, 3.500 a BuyGreen. E poi, comunicati per i giornalisti, schede di reginergia elettrica e la comunicazione. Individuare il posto migliore nel quale strazione per gli standisti, opuscoli per i vitenere un evento è il primo passo: «L’ideale sitatori. La soluzione ottimale, in questo sarebbe trovarne uno facilmente raggiungi- caso, viene dalle nuove tecnologie: «Possono dare un contributo enorme», bile. La voce “trasporti” è una delle spiega Giovanni Petrini, responpiù impattanti», spiega Andrea sabile del progetto a Fa’ la cosa Vernengo, amministratore delegiusta. «Stiamo tagliando drastigato di Gvst, società specializzacamente il numero di stampati, ta nell’organizzazione di eventi incentivando le preregistrazioni “verdi”. «E poi dovrebbe essere on line, il download di opuscoli, cataautosufficiente dal punto di vista loghi e press kit. Abbiamo introenergetico. Ma in Italia di luoghi dotto anche i codici QR per far così, in grado di ospitare decine scaricare il materiale attraverso di migliaia di persone per vari gli smartphone». I migliori risulgiorni, ce ne sono pochissimi». tati, osserva Gabriele De Boni, reAgli organizzatori non rimasponsabile Sostenibilità di Adene che tamponare il problema. Sul scoop (la società che realizza Terra fronte trasporti, ad esempio, la via migliore è quella di fare convenzioni con l’a- Futura e il Forum Acquisti Verdi), «si ottenzienda locale di mobilità (magari offrendo gono sensibilizzando gli espositori, ricoruno sconto sul biglietto d’ingresso), spin- dando loro che un file ha molta più probagendola a usare navette elettriche. Molto bilità di essere conservato di un opuscolo». Capitolo cibo: ogni fiera che si rispetti utile anche il car pooling (la condivisione di automobili), soprattutto se supportato da non può non avere assaggi, degustazioni e software che aiutano la conoscenza tra vi- ristoranti. Occorre quindi scegliere il catesitatori provenienti dalla stessa città. A li- ring giusto. Utilizzare stoviglie lavabili e vello energetico, invece, ricorrendo a lam- riutilizzabili è praticamente impossibile: la pade e ad altre apparecchiature a basso consumo, si possono Trasporti, allestimento, rifiuti, tagliare le emissioni di un 10%. comunicazione, illuminazione, Altra voce cruciale è quella cibo: si può intervenire su ogni degli stand: nelle fiere tradiziovoce per ridurne l’impatto | 42 | valori |

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CIBO E BEVANDE Il dato più rilevante è legato all’uso di stoviglie compostabili che, insieme al rifiuto organico, hanno permesso di ottenere 7 tonnellate di compost puro al 93,3%. Per i prodotti dei Presìdi, sono stati usati materiali innovativi: cassette in legno certificato, vasetti in vetro di spessore ridotto, lattine in acciaio riciclato e retine in Mater Bi. A questo si aggiungono le 6 tonnellate di derrate alimentari recuperate grazie al progetto “Buon Samaritano”.

RIFIUTI Rispetto alle 235 tonnellate del 2008 sono calati a 156 tonnellate. Di questi il 58% sono stati differenziati. Mosse vincenti: il pet evitato usando acqua sfusa, la drastica riduzione dei materiali per gli stand (da 138 a 21 tonnellate), l’uso del greenpallet certificato, che, una volta finito il Salone, è stato ricomprato da Lavazza e Mapei per altri usi (-62 tonnellate di CO2).

COMUNICAZIONE La carta utilizzata era certificata Fsc. Ma è stata ridotta comunque del 27% (da 626 mila metri quadri a 458 mila). Ai giornalisti sono state distribuite 3 mila chiavette Usb. Grazie al codice QR per i download via cellulare sono stati risparmiati 76 metri quadri di carta plastificata. Le emissioni del settore sono quindi scese da 121 tonnellate del 2008 a 66 tonnellate.

TRASPORTI È la parte sulla quale è più difficile intervenire. Gli aerei che hanno trasportato i delegati di Terra Madre a Torino hanno prodotto 1.840 tonnellate di emissioni. Saranno compensate dalla costruzione di un impianto eolico vicino Pechino in Cina. Per i trasporti locali, le linee Gtt hanno offerto navette gratuite a metano per i volontari e potenziato le linee urbane dirette al Lingotto. In questo caso le emissioni sono scese da 241 a 193 tonnellate.

LONDRA 2012: UN ESEMPIO DA IMITARE? L’EDIZIONE NUMERO 30 dei Giochi olimpici potrebbe passare alla storia per aver sdoganato l’obbligo di pensare alla sostenibilità degli eventi pubblici: gli organizzatori di Londra 2012 hanno infatti imposto a tutte i soggetti coinvolti nell’allestimento delle gare e degli eventi di contorno di rispettare rigorosamente il Bs8901, uno standard sviluppato nel 2007 dal Bsi (British Standard Institute). Il modello su cui si basa è spiegato da un acronimo: PDCA. Plan (pianifica il progetto), Do (applica i cambiamenti), Check (misura i progressi) e Act (intervieni di conseguenza). Lo standard fissa obblighi per le fasi chiave della costruzione di un evento “verde”: scelta del luogo, procedure operative, gestione della catena logistica, approvvigionamento, comunicazioni, trasporti. Su ogni procedura, il British Standard chiede dati per monitorare il rispetto degli obblighi. «Il Bs8901 è la certificazione più avanzata per chi organizza eventi pubblici sostenibili. Ma a livello internazionale ancora non esistono standard condivisi», spiega Giovanni Petrini di Fa’ la cosa giusta. La scelta di Londra 2012 potrebbe però dare un’accelerazione in tal senso: l’International Organization for Standardization sta scrivendo una norma internazionale che prenda le mosse dal Bs8901. Si chiamerà ISO 20121 e sarà presentata l’anno prossimo, mentre a Londra il braciere olimpico avrà iniziato ad ardere.

Gli stand del Salone del Gusto di Torino sono stati realizzati in greenpallet Palm, prodotti con legno certificato Pefc.

ricetta migliore è puntare sui materiali compostabili (piatti, bicchieri e posate in Mater Bi). Altro must è l’uso di acqua della rete idrica urbana e bevande alla spina. Per il cibo, è d’obbligo il chilometro zero, prediligendo prodotti non facilmente deperibili per donare le eccedenze. Tutte queste scelte hanno tra l’altro il vantaggio di permettere una drastica riduzione dei rifiuti e agevolare la raccolta differenziata: «La strategia sul fronte rifiuti si basa su tre “erre”: ridurre, riusare, riciclare», osserva Petrini. «In questo modo si possono ridurre di un terzo. E la differenziata si può attestare oltre il 50%».

I costi lievitano davvero? evitare il lavoro nero ha un costo. Ma questi aumenti vengono bilanciati da sinergie Ma quanto costano tutti questi accorgicon le aziende che sono interessate a farsi menti? La paura di veder lievitare i budget coinvolgere in questi eventi», spiega Petrinecessari per l’evento è infatti usata spesni di Fa’ la cosa giusta. E Capellino di Slow so per giustificare la mancata adozione di Food arriva a dire che «con le giuste scelte politiche virtuose. I più pessimisti, tra chi progettuali, i costi non crescono. Al Saloha scelto la via della sostenibilità, parlano ne, ad esempio, l’azienda che ha fornito di un +20% di spesa. Eppure, a sorpresa, gli stand in greenpallet (la Palm, ndr) li ha molti ammettono che pianificazione e poi rivenduti ad altre aziende e per noi i monitoraggio permettono di ridurre (e di molto) gli aumenti di prezzo. «Usare carta certificata, inchioLa spesa per rendere un evento stri ecologici, stand riutilizzapiù sostenibile cresce se bili, coinvolgere le cooperative non c’è un attento monitoraggio sociali per gli allestimenti ed e non si pianificano gli interventi

costi di allestimento sono diminuiti». Un aiuto potrebbe però venire dalle istituzioni pubbliche: «Spesso gli enti locali controllano le società di gestione delle fiere o possiedono le strutture dove si svolgono», spiega Simone Siliani, responsabile culturale di Terra Futura per conto della Fondazione responsabilità etica. «Possono quindi intervenire suggerendo scelte più virtuose. Inoltre, se venissero studiati dei disincentivi contro chi organizza eventi pubblici senza pensare all’impatto ambientale, il mercato si orienterebbe naturalmente verso la sostenibilità». E i circoli virtuosi si attiverebbero prima.

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EFFICACIA LIMITATA, MA CAMPIONE D’INCASSI L’EMBLEMATICA ASCESA DEL TAMIFLU

L’ombra delle lobby sui test del farmaco una cura su un paziente porterà benefici o se al contrario sarà del tutto inutile, di un medicinale su ogni paziente. Grandi i vantaggi sanitari ed economici. quando non addirittura pericolosa. «Molti farmaci – spiega il professore GiuMa iniziano i primi allarmi sul rischio di conflitto d’interessi tra chi produce seppe Toffoli, direttore dell’unità di Farle pillole e chi crea il test. In gioco, una torta da miliardi di dollari. macologia sperimentale e clinica del Centro di riferimento oncologico di di Emanuele Isonio Aviano (Cro) – sono somministrati in modo empirico e così non si conoscono RA LE MANI abbiamo uno strulogie, potrebbe finire per essere spuntata i loro effetti in termini di tossicità. Atmento potenzialmente in dalla sete di profitto. tualmente meno del 50% dei pazienti rigrado di aumentare – e di In termine tecnico si chiamano test sponde positivamente alle terapie farmamolto – l’efficacia delle cure mediche. farmacogenetici. Il metodo di funzionacologiche, mentre le reazioni avverse a Ma quest’arma, che biologi e medici rimento è alquanto complesso, ma il loro un farmaco costituiscono la quarta causa tengono essenziale per curare gravi patoobiettivo è semplice: verificare se l’uso di di morte nei Paesi occidentali. La farmacogenetica potenI RISCHI DELLA MEDICINA PREVENTIVA PERSONE SANE, PAZIENTI CRONICI zialmente rappresenta uno strumento innovativo per PER I PROFANI, TEST FARMACOGENETICI E TEST GENETICI sembrano la stessa cosa. In comune personalizzare la terapia». c’è l’indagine sul nostro Dna. Ma, mentre i primi si limitano a rivelare la reazione di un paziente a una cura Ma al di là del vantaggio per una patologia già conclamata e in fase avanzata, i secondi sono test predittivi che dovrebbero calcolare la probabilità che una persona contragga una malattia nel corso della sua vita. «Il fatto grave per i pazienti, anche l’impatè che per questo tipo di test non è prevista l’autorizzazione di un’agenzia del farmaco e si prestano quindi to economico per le casse di a gravi speculazioni, mistificazioni e a cattiva comunicazione», spiega Giuseppe Novelli dell’Agenzia europea ospedali e servizi sanitari non del farmaco. «Su internet fioccano laboratori di analisi genetiche che offrono questi test. Basta leccare è da sottovalutare: la Gran un francobollo, spedirlo a questi centri e si riceve la risposta via mail. Ci sono test per le cose più disparate. Bretagna, rivela il Cro di AviaAnche per verificare se un soggetto sia più o meno idoneo a seguire un corso per smettere di fumare». Due i rischi di questi test: discriminare le persone per le proprie caratteristiche genetiche e trasformare no, spende ogni anno 706 michi è sano in paziente cronico. Un esempio del paradosso lo ha dato, sulla rivista Lancet, Stephen Quake, lioni di euro, solo per il probioingegnere alla Stanford School of Medicine in California: dopo un test genetico (da 50 mila dollari), lungamento dei ricoveri Quake ha iniziato a prendere medicine anticolesterolo pur essendo in perfetta salute, perché, secondo causato da reazioni avverse ai l’analisi del suo Dna, aveva buone probabilità di subire attacchi di cuore in età avanzata. “Medicina farmaci. Negli Usa, degenze e preventiva”, la chiamano gli addetti ai lavori. Quanto di più vicino al (controverso) sogno dell’ex direttore della casa farmaceutica Merck, Henry Gadsen: «Sognamo di produrre farmaci per le persone sane». decessi hanno un costo sociale di 136 miliardi di dollari.

La farmacogenetica permette di predire l’effetto

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Il caso Tamiflu, più di altri, mostra l’intreccio tra marketing, conflitti d’interesse e reticenze delle case farmaceutiche: farmaco dai limitati benefici e del quale poco si conoscono gli effetti collaterali, presentato invece come una panacea contro l’influenza. A svelarlo, la tv pubblica Svizzera Rsi, nel documentario “L’influenza degli affari”. L’inchiesta di Harry Häner e Serena Tinari ha svelato le tappe che hanno trasformato questo farmaco della Roche in un campione d’incassi (12 miliardi di franchi svizzeri in pochi anni): la bufala mediatica del rischio pandemia legato all’influenza suina; esperti che davano consulenze sia all’Organizzazione mondiale della sanità, sia alle case farmaceutiche; la letteratura scientifica addomesticata da Roche. Alla base dell’inchiesta vi è la prima relazione scientifica sugli effetti del Tamiflu, accettata senza ulteriori verifiche: i dati su cui era basata provenivano da esperti apparentemente super partes, le cui ricerche erano in realtà finanziate proprio da Roche che infatti è la sola a detenere i dati completi delle ricerche. Ma al cortocircuito scientifico e mediatico che ha prodotto il dilagare degli acquisti di Tamiflu ha preso parte anche un gruppo di scienziati indipendenti, riuniti nella Cochrane Collaboration. Gruppo solitamente molto rigoroso, che però aveva pubblicato sulla rivista Lancet una ricerca, basata su dati parziali, secondo cui il Tamiflu era realmente efficace contro le complicanze dell’influenza. Solo in un secondo momento, dopo essersi resi conto delle lacune dei primi dati, i ricercatori del Cochrane hanno ammesso che l’analisi meritava revisioni e approfondimenti. Sulla stessa linea anche il British Medical Journal. Tanto da far dire alla caporedattrice della rivista, Fiona Godlee: «il modo in cui valutiamo l’efficacia e la sicurezza dei farmaci, e pubblichiamo ricerche sui giornali scientifici, è compromesso. Non possiamo continuare a ignorarlo. La vicenda del Tamiflu è emblematica. È stato speso un sacco di denaro per un’estrema mancanza di trasparenza».

Nelle foto in alto, quattro sequenze del documentario-inchiesta “L’influenza degli affari” dedicato al caso Tamiflu e trasmesso dalla tv pubblica della Svizzera italiana, Rsi.

Se usati bene, questi test possono ridurre drasticamente le spese per curare le reazioni avverse ai medicinali. Ma questo potrebbe andare contro gli interessi delle case farmaceutiche Per rimanere fra i confini nazionali, nella sola Lombardia si sono spesi nel 2007 cinque milioni per interventi di pronto soccorso e altri quindici per ricoverare pazienti vittime di “effetti collaterali” delle medicine.

farmaceutiche. «I produttori di farmaci – continua De Luca – non dovrebbero coincidere con i produttori di diagnostici. Invece stanno investendo molto per iniziare a produrre sia il farmaco sia il test che ne verifica l’efficacia sul singolo paziente». Il rischio-conflitto nasce dal fatto che per sequenziare il Dna esistono metodiche diverse e non tutti i test sono quindi ugualmente “sensibili”. Un esempio: il Cetuximab è un farmaco molto usato per curare il tumore al colon retto in stadio avanzato. In commercio esistono due tipi di test, basati su due metodiche diverse: il primo va a controllare la mutazione di due “codoni” (degli “interruttori molecolari” presenti nel codice genetico di ciascuno di noi). Il secondo ne controlla invece quattro. «Le ricerche dimostrano che, nel primo caso, il farmaco risulterebbe efficace sul 60% dei pazienti. Il secondo test abbassa tale percentuale al 50%». In pratica, un paziente su dieci avrebbe assunto il farmaco senza riceverne benefici. Se pensiamo che un ciclo di trattamento di Cetuximab costa tra i 20 e i 30 mila euro, si capisce quanto sia alta la tentazione di diffondere test meno sensibili. «È chiaro che, quando un’industria sviluppa un farmaco, ha tutto l’interesse che sia rivolto al maggior numero di persone possibile”, ammette Enrico Garattini, re-

Un boom che fa gola È facile capire quante (giustificate) speranze si ripongano su questi test, sviluppati da meno di un decennio e oggi disponibili per un numero limitato di farmaci (l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, ha riconosciuto e validato appena un centinaio di test, soprattutto per antitumorali, antidepressivi e anticoagulanti). Niente di strano quindi che il volume d’affari della farmacogenetica cresca al ritmo del 25-30% l’anno. Margini di crescita e di guadagno che fanno gola alle lobby del farmaco. Almeno questa è la preoccupazione di chi lancia l’allarme su possibili conflitti d’interesse. «Negli ultimi anni il mercato della diagnostica è in fermento: le case farmaceutiche acquistano aziende diagnostiche per prenderne il know-how e conquistare fette di mercato relative ai test diagnostici», spiega Davide De Luca, biologo della Diatech, azienda italiana impegnata nel settore, a totale capitale proprio e indipendente da finanziamenti pubblici o delle case |

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Grandezza di un tumore che provoca sintomi VE LO CE

DIMENSIONE

Grandezza di un tumore che causa la morte

Cellula anomala A TA LENT LEN MOLTO

EVOLUZIONE INESISTENTE TEMPO

«Ma non va dimenticata la prevenzione primaria» L’epidemiologo Valerio Gennaro: «Perché per indagare le cause delle malattie si spende quasi zero?». di Emanuele Isonio

E oggi queste risorse sono troppo scarse? Sono una miseria: gli investimenti per la ricerca in prevenzione primaria non arrivano allo 0,8% della spesa sanitaria. Una scelta assurda: un rapporto della Unione europea, già 11 anni fa, rivelò che ogni euro speso per abbattere i fattori esterni delle malattie ne fa risparmiare dieci: sei di spesa sanitaria e quattro di spesa previdenziale. Sul fronte della ricerca di nuove diagnosi per le malattie, al contrario, siamo arrivati al paradosso che ormai gli screening sono addirittura troppo precoci.

E CONTINUIAMO COSÌ, finiremo per investire tutte le risorse nella ricerca di nuovi farmaci e perderemo di vista che la vera sfida è intervenire sulle cause ambientali, sociali, lavorative delle malattie». Valerio Gennaro è medico epidemiologo dell’Istituto tumori di Genova e da molto tempo va ricordando che «la cura più efficace è nella prevenzione primaria».

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Investire denaro per scoprire farmaci più mirati ed efficaci è tempo perso? Se la diagnosi di una malattia è precoce, non è un bene per il paziente? Assolutamente no. Ma fa spendere soldi quando i buoi sono già scappati. Credo che È un bene solo per le malattie per le quali ansarebbe più lungimirante concentrarci per ticipare la diagnosi produce un beneficio evitare che fuggano. Fuor di metafora: la via reale per il paziente. Per le altre abbiamo orgiusta non è correre dietro ai malati, veri o mai un eccesso di diagnosi, o “sovradiagnopresunti, e far aumentare ancor più la spesa si”, per cui vengono diagnosticate ancor prisanitaria. Da anni ormai ci chiediamo solo ma che si manifestino i sintomi. E così si come si cura una malattia, mentre non c’è alfinisce per trattare come malati veri persone cuna voglia di indagare le cause che ne sono alla base. Ecco perLa sfida è studiare i fattori ché servono investimenti per inambientali, lavorativi e sociali dagare i fattori esterni che fanno delle patologie. Investire solo aumentare il numero di malati. sui nuovi farmaci è inutile

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DOPO IL SUCCESSO DI

CAPIRE LA FINANZA E LA FINANZA ETICA

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EVOLUZIONE DELLE MALATTIE E RISCHI DI SOVRADIAGNOSI

ISDE: RACCOLTE FONDI PER DAR VOCE AI MEDICI PER L’AMBIENTE DA OLTRE VENT’ANNI L’ISDE (International Society of Doctors for the Environment) è impegnata nella prevenzione primaria. Ma la scarsa attenzione nei confronti del settore si ripercuote anche sui fondi a disposizione di chi combatte le cause alla base delle malattie. Per questo, la sezione italiana dell’Isde ha lanciato un appello per raccogliere le risorse necessarie, attraverso il 5 per mille e una campagna associativa aperta anche a chi non è medico, ma sostiene le loro battaglie. «Dobbiamo diventare una immensa famiglia che ha a cuore la salute, soprattutto quella delle future generazioni», spiegano i vertici italiani. Tutte le informazioni sono reperibili sul sito www.isde.it.

resse», spiega. «Ci sarebbe, se non ci fossero l’Ema e la Food and Drug administration, che verificano attentamente ogni medicinale e test messo in commercio». Semmai, sostiene Novelli, le preoccupazioni andrebbero concentrate su un’altra categoria di test, quelli genetici (vedi BOX a pag. 44). Nome quasi uguale. «Lì i rischi e le implicazioni etiche sono decisamente maggiori». FONTE: GILBERT WELCH, SOVRADIAGNOSI CREARE MALATTIE INSEGUENDO LA SALUTE, 2009

permetta di validare i test, chiunque sia a produrli. Ed è necessario che i risultati e le metodologie usate siano a disposizione della comunità scientifica per verificare eventuali lacune nel processo di validazione». Analisi condivisa da Giuseppe Novelli, membro italiano nel board del gruppo di lavoro sulla farmacogenetica dell’Ema. «Io non vedo alcun possibile conflitto d’inte-

sponsabile del laboratorio di Biologia molecolare dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. «Questi test finiscono per restringere il numero di pazienti e, quindi, le aziende, producendoli, compenserebbero eventuali svantaggi economici». Contro il rischio di conflitto d’interesse comunque, la via maestra, secondo Garattini, «è fare un’adeguata ricerca clinica, che

che stanno bene e che magari non avrebbero avuto problemi anche in futuro. Non è meglio andare sul sicuro? È quello che vorrebbero le case farmaceutiche: trasformare tutti in malati. Ma esistono malattie con decorsi molto lenti o che addirittura non si sviluppano (vedi GRAFIC0 ). In quei casi, le cure sono inutili. Prendiamo l’analisi della proteina Psa, molto usata per diagnosticare il cancro alla prostata. Ormai molti studi hanno dimostrato che almeno la metà dei soggetti in cui tale proteina è elevata sono del tutto asintomatici rispetto al tumore prostatico. Quindi, il messaggio è: accanto alle nuove cure, studiamo le cause delle malattie. La ricetta diagnosi-cura seguita da molti anni ha fallito. Il numero di dosi di farmaco e il numero di malattie continuano ad aumentare. Bisogna cambiare strada. Io mi chiedo il perché di questo sbilanciamento in favore dei nuovi farmaci. Oggi abbiamo due urgenze: curare i pazienti attuali e fare in modo di evitare nuovi ammalati domani. Questo secondo obiettivo si raggiunge solo con interventi a monte.

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Nel mondo del vino Contro la speculazione la via della qualità

UNA CLASSIFICA DI QUALITÀ LEGGERE L’ETICHETTA di un vino non è certo sufficiente per comprenderne la qualità. Ma la tipologia (con o senza denominazione) stabilisce una graduatoria di tipo qualitativo. DOCG - Denominazione di origine controllata e garantita È il riconoscimento più prestigioso. Come per le Doc, il vino è legato a un territorio e deve essere prodotto in quantità limitata (diversa per ogni vitigno), ma in questo caso è sottoposto a norme più severe sulla qualità produttiva.

CREDIT ARCHIVIO RARE RICCARTO FORTINA

DOC - Denominazione di origine controllata È un riconoscimento dei vini di qualità superiore, prodotti in zone limitate di piccole o medie dimensioni. In Italia ce ne sono oltre 300. Il disciplinare di ogni Doc stabilisce zona di produzione, varietà di uve autorizzate, resa per ettaro, resa uva/vino, periodo di invecchiamento, caratteristiche chimico-fisiche e organolettiche. IGT - Indicazione geografica tipica Rappresenta un gradino intermedio tra i vini da tavola e le Doc. In etichetta viene indicata la zona di provenienza delle uve, la cui delimitazione è più ampia rispetto alle Doc.

CONSUMO PROCAPITE DI VINO IN ITALIA

il vino costoso. In realtà quella affermata da Petrini era un’evidente verità: se si produce in eccesso i prezzi calano. “Il fatto che la vendemmia sia ricca non mi conforta più di tanto se questa abbondanza non fa che aumentare il processo di svendita del vino sfuso che è già in corso da più di un anno”, scriveva Petrini. Purtroppo è quello che sta accadendo. L’indice dei prezzi allo sfuso in Italia nel 2010 è rimasto stabile rispetto al 2009, cioè molto basso, in netto calo rispetto a 5 anni prima (vedi GRAFICO pag. 51).

(LITRI)

110

1975 100

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Difficile coprire i costi 80

Da un lato bottiglie da decine o centinaia di euro, dall’altro vino sfuso a poco prezzo. I piccoli produttori faticano a far tornare i conti. Con le cantine ancora piene dagli anni passati. Alla quantità meglio scegliere la qualità. di Elisabetta Tramonto AJA, ANTINORI, BIONDI SANTI. dei costi di produzione», spiega Tiziana Nomi celebri del vino italiaSarnari, responsabile del settore vino delno. Una bottiglia può tocl’Ismea (Istituto studi sul mercato agricocare prezzi di centinaia di euro. Dall’altra lo). Quando si viaggia a due o tre cifre (20, parte, fermandosi in un autogrill, tra una 50, 100 euro) vincono elementi intanginoce pepata e un pacco di pasta multicobili come il marchio, la percezione, l’imlore, si trovano in offerta un Inzolia, un magine associata a un nome o a un vitiNero D’Avola o un Chianti a meno di 1 gno. Ma quando si scende sotto una soglia euro. Al supermercato, scorrendo le etiminima (a seconda dei vini 2 come 5 euchette, si vedono prezzi dai 2 ai 20 euro. ro), siamo nel campo della speculazione. Come si spiega una tale gamma di possibilità? «Nella defiNel 2010 prodotti 45 milioni nizione del prezzo del vino endi ettolitri di vino, che si sommano trano in gioco fattori che ai 41 rimasti dagli anni passati. vanno al di là della qualità e Forte il rischio speculazione

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E il guadagno dei produttori spesso non riesce a coprire i costi.

Troppo vino in cantina «C’è una sovrapproduzione importante a livello mondiale, di fronte a consumi in calo in tutti i principali Paesi produttori di vino: Italia, Francia e Spagna», commenta Giancarlo Gariglio, curatore della guida Slow Wine di Slow Food. «I mercati emergenti - spiega Gariglio - stanno crescendo come acquirenti di vino e le esportazioni italiane sono in aumento (+7,5% dal 2009 al 2010, ndr). Ma questo non basta ad assorbire tutta la produzione». «Il problema - continua Tiziana Sarnari - restano i consumi interni, che in trent’anni sono crollati. Oggi in Italia beviamo in media poco più di 40 litri di vino all’anno a testa, rispetto ai 90 degli anni Ottanta. E l’eccesso di produzione resta in cantina, rischiando di essere venduto sottoprezzo».

All’inizio degli anni Novanta le giacenze oscillavano intorno a 27 milioni di ettolitri. Nel 2010 erano 41,4 milioni di ettolitri (in leggero calo dai 44 milioni di ettolitri del 2009, dati Ismea). Poco meno dell’intera produzione italiana del 2010, che ha segnato quota 45 milioni di ettolitri (45.170.000 ettolitri secondo le stime Ismea, -0,6% rispetto al 2009), che si è aggiunta alle rimanenze. Una situazione ideale per la speculazione. Perché intermediari e acquirenti all’ingrosso possono approfittare dell’esigenza dei produttori di smaltire le eccedenze per imporre prezzi stracciati. In questo modo però si riducono le quotazioni all’ingrosso di tutto il vino in circolazione, anche di quello della nuova vendemmia. Ad agosto dell’anno scorso un articolo di Carlo Petrini su Repubblica aveva scatenato una polemica e il fondatore di Slow Food era stato tacciato di difendere

A settembre dell’anno scorso 19 cantine sociali dell’Astigiano e dell’Alessandrino hanno lanciato un Sos per il “vigneto che non rende più” e organizzato una grande manifestazione di protesta ad Asti il 2 settembre scorso. “La Barbera e il Monferrato Dolcetto rischiano di scomparire dalle colline del Piemonte. Il vigneto non rende più e molti viticoltori abbandonano. 12 mila famiglie non hanno più alcuna certezza economica per il loro futuro”, si leggeva nell’appello diffuso dall’associazione Vignaioli piemontesi. Il problema è lo stesso: produzione in eccesso e prezzi troppo bassi. «Avevamo 100 mila ettolitri di Barbera invenduti delle precedenti vendemmie, 200 mila in tutto con gli altri vini prodotti nella zona», spiega Giulio Porzio, presidente dell’associazione Vignaioli piemontesi. Oggi quest’emergenza è in parte rientrata, “grazie” alla distillazione agevolata: fondi per la trasformazione delle rimanenze del vino in alcol a uso industria-

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MADE IN ITALY A RISCHIO/TERZA PUNTATA E ORA TOCCA AL VINO. Dopo l’olio e latte e formaggi, il viaggio di Valori nei prodotti agroalimentari made in Italy a rischio continua. Un mondo variegato e complesso, per lo più composto da piccoli produttori, che difendono la cultura del territorio. Sul prossimo numero parleremo di pesce.

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| economiasolidale | zi», aggiunge Francesco Pavanello, presidente dell’Unione italiana vini. «Negli ultimi anni l’interesse per il vino di alta qualità è aumentato», testimonia Stefano Sarfatti, commerciante di vino che ha da pochi mesi aperto una vineria a Milano. Lo dimostrano le vendite nella grande distribuzione (dati Symphony Iri

Group): nel 2010 il vino in bottiglia e brick ha segnato un calo dello 0,9% a volume. In crescita invece l’alta qualità: +2,3% per le bottiglie Docg, Doc e Igt. «L’unico modo per sopravvivere alla concorrenza, all’invasione dell’industria, ai prezzi stracciati è comunicare al consumatore il valore del vino e rispecchiare il

ROSSI

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DUE ANNI DI ESTIRPAZIONI CON PREMIO SONO STATE ACCETTATE DOMANDE PER 22.312 ETTARI, IL 3% DELLA SUPERFICIE DA INVENTARIO LA PERDITA PRODUTTIVA È STIMATA IN 2,4 MILIONI DI ETTOLITRI

INDICE DEI PREZZI ALL’ORIGINE DEI VINI COMUNI E IGT (2000=100) BIANCHI

ché in grado di valorizzare la qualità». Arianna Occhipinti, giovanissima viticoltrice siciliana (28 anni oggi, 21 quando ha avviato la sua azienda agricola a Vittoria, in Sicilia, www.agricolaocchipinti.it) vende il 70% del suo vino - 65 mila bottiglie di Frappato e Nero d’Avola - negli Stati Uniti, in Giappone e in Australia.

territorio». Costantino Charrére, dell’azienda vinicola Les Crêtes ad Aymavilles, in Valle d’Aosta, ha dato lustro alla regione con il suo vino di montagna. 220 mila bottiglie all’anno, che vende in tutto il mondo: Australia, Giappone, Nord Europa. «Il mercato estero è garanzia di sopravvivenza per i piccoli produttori, per-

TOTALI

150

ETTARI 8.640,53

PUGLIA

5.032,89

SICILIA

2.285,59

EMILIA ROMAGNA

1.899,06

ABRUZZO

1.318,49

LAZIO

1.253,76

MARCHE

130

La strada dell’alta qualità

110

«Il mondo dei produttori di vino si divide nettamente in due», spiega Giancarlo Gariglio. «C’è chi alimenta l’industria enologica, vendendo uva o vino sfuso agli imbottigliatori, direttamente o attraverso le cantine sociali. I grandi marchi comprano vino sfuso all’ingrosso, creano i blend e vendono soprattutto alla grande distribuzione. Ci sono poi i piccoli produttori che si occupano di tutte le fasi, dalla coltivazione del vitigno alla vendita delle botti-

90

50

Sopra Arianna Occhipinti, 28 anni, a 21 ha aperto la sua azienda vitivinicola a Vittoria, in Sicilia. A destra, l’azienda e i vigneti.

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II III TRIMESTRE 2008

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II III TRIMESTRE 2009

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II III TRIMESTRE 2010

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FONTE: ISMEA

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INDICE DEI PREZZI ALL’ORIGINE DEI VINI DOC E DOCG (2000=100) BIANCHI

695,57

MOLISE

379,94

VENETO

178,78

ROSSI

TOTALI

TOSCANA

130

161,90

UMBRIA

120

128,83

PIEMONTE

102,74

BASILICATA

101,64

SARDEGNA

110

VINO IN FIERA VINITALY 7-11 aprile, Verona www.vinitaly.com La più grande fiera dedicata al settore vinicolo. Ogni anno 4 mila espositori, provenienti da tutto il mondo, e 153 mila professionisti del settore.

100

Metodi naturali e bio dall’uva al bicchiere ho portati in vigna e, camminando, ho raccolto tra le viti 27 fiori diversi. Ho regalato il bouquet alla signora e le ho detto: questo è un vitigno biologico». Descrive così il succo della viticoltura bio Sandro Barosi, produttore di Barbera e Nebbiolo a Dogliani (Cuneo). Una spiegazione semplificata e fi-

di Elisabetta Tramonto ESTATE SCORSA una coppia di danesi è venuta a visitare la mia azienda vinicola. Volevano sapere che cosa significasse coltivare uva con metodi biologici. Li

«L’

I VINI DOC PIU VENDUTI NELLA GDO PER LE BOTTIGLIE DA 0,75 NEL 2010 RAZZE

Lambrusco (Emilia Romagna) Chianti (Toscana) Nero D’Avola (Sicilia) Montepulciano d'A. (Abruzzo) Barbera (Piemonte, Lombardia) Sangiovese (Toscana, Emilia Romagna) Chardonnay (Triveneto) Bonarda (Lombardia) Trebbiano (Abruzzo, Emilia Romagna) Merlot (Triveneto)

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VENDITE IN VOLUME (LITRI)

VAR. % DELLE VENDITE IN VOLUMI (LITRI) RISPETTO AL 2009

VENDITE IN VALORE (EURO)

14.573.925 12.009.413 8.867.295 8.833.157 8.185.812 7.779.964 7.272.796 7.024.358 5.740.155 4.922.776

6,1 15,6 6,6 -2,2 -2,2 -1,8 2,2 2,7 -6,0 -9,0

42.719.436 54.728.408 27.875.900 25.243.442 30.607.068 22.995.122 27.850.640 24.858.936 14.117.823 15.914.098

APRILE 2011

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gurativa, ma che rende bene l’idea: mostra come nei vitigni coltivati con metodi biologici - cioè senza l’aiuto di sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi in genere) e senza l’impiego di organismi geneticamente modificati - le erbacce si tolgono a mano e non vengono “sterminate” con del diserbante che, sparso ovunque per risparmiare tempo e fatica, uccide anche le altre forme di vita vegetali attorno alla vite. L’immagine del bouquet mostra come una delle tecniche principali per fertilizzare i vigneti bio sia l’inerbimento: cioè mantenere un manto erboso sotto le viti, che cattura acqua e sostanze nutritive come l’azoto, rilasciate poi nel terreno. E il bouquet significa biodiversità, che i vigneti bio mantengono e che permette di avere fiori e profumi che insaporiranno il vino.

72,78

FRIULI V. GIULIA

80

26,66

70 60

I

II III TRIMESTRE 2008

IV

I

II III TRIMESTRE 2009

IV

I costi della cura della vite L’Istat ha da poco pubblicato un rapporto su “L’utilizzo dei prodotti fitosanitari nella coltivazione della vite”, da cui è emerso che, rispetto al 2004-2005 (periodo della precedente rilevazione), nell’annata 20092010 il numero dei trattamenti a cui sono stati sottoposti i vigneti in Italia è aumentato del 25,9%, da 2,2 a 2,7 milioni, su una superficie trattata rimasta quasi invariata. «Chi usa trattamenti chimici in vigna cerca una scorciatoia per risparmiare tempo e fatica, ma è una soluzione apparente. Se, per eliminare un parassita getto diserbante su tutto il vigneto, distruggo la vita e rovino il terreno». Andrea Kihlgren produce vino con metodi naturali a Sarzana (La Spezia), soprattutto Vermentino, nella sua azienda vinicola Santa Caterina. «Produrre vino con metodi

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II III TRIMESTRE 2010

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FONTE: ISMEA

La chimica può entrare nel vino, dalla vite alla vinificazione. Il bio tutela la natura e la diversità dei sapori.

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LOMBARDIA

20,60

CALABRIA

12,28

CAMPANIA

VINOVINOVINO2011 7-9 aprile Cerea (Vr), Area Exp www.viniveri.net VIN NATUR 2011 10-11 aprile Villa Favorita, Monticello di Fara, Sarego (Vc) www.vinnatur.it

rispetto a un vino tradizionale. Ma per chi produce vino di qualità, nelle zone delle Doc, non c’è molta differenza da un punto di vista economico tra bio e non bio». In più c’è il costo della certificazione. «Tra marchio e controlli, la certificazione della coltivazione bio ci costa circa 500-600 euro all’anno», racconta Corrado Dottori produttore di vino dell’azienda agricola La Distesa a Cupramontana: tre ettari di vigneto in provincia di Ancona, nelle Marche.

naturali - continua Andrea Kihlgren comporta certamente più fatica e maggiori costi: innanzitutto per la manodopera, perché tutte le fasi della coltivazione della vite devono essere svolte manualmente. Ma anche per la parte di uva che quasi certamente andrà persa. La condizione necessaria per vinificare in modo naturale è aver lavorato molto bene in vigneto e aver selezionato attentamente l’uva». Ma quanto costa produrre uva e vino con metodi biologici? «I costi variano da zona a zona - spiega Cristina Micheloni, del comitato scientifico di Aiab (Associazione italiana agricoltura biologica) - a seconda della temperatura (se fa più caldo servono meno trattamenti) e della disposizione del vigneto (in collina i trattamenti manuali richiedono più tempo). Possono aggirarsi attorno a un 10% in più

Dall’uva al vino In Italia a dicembre 2009 (ultimo dato ufficiale) c’erano 43.600 ettari di vigneti coltivati con metodi bio, nel 2006 erano 34 mila. «Una crescita continuata nel 2010 - spiega Cristina Micheloni - grazie a un mercato che chiede sempre più vino |

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FONTE: REPORT PROFUNDO ECONOMIC RESEARCH PER BANKTRACK

glie e che puntano su vini di qualità elevata, con un forte legame territoriale. I primi stanno patendo molto più dei secondi, perché sottoposti alle logiche della grande distribuzione e perché sono l’ultimo anello della catena del valore». «La crisi del 2008 ha aumentato il potere delle catene distributive di imporre i loro prez-

le. «Ci ha permesso di recuperare circa 40 centesimi al litro e smaltire una parte dell’extra produzione, scesa a oggi 50 mila ettolitri. In Italia è la prima volta che viene concessa la distillazione per una Doc». Un primato che accende molte preoccupazioni. E il problema dei prezzi bassi, dell’uva e del vino sfuso, rimane, seppure in leggero miglioramento. «30 centesimi al chilo per l’uva - continua Giulio Porzio - 50 centesimi per la Barbera sfusa a stento permettono ai produttori di coprire i costi della vendemmia».


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| economiasolidale | il vino sia un prodotto della terra - spiega Giancarlo Gariglio di Slow Food - ma non è così. La normativa italiana ed europea consente di introdurre circa 400 additivi chimici durante la vinificazione. Quindi il vino può essere un prodotto della terra, ma con un importante utilizzo della chimica». Molti produttori che hanno scelto il biologico seguono metodi naturali anche durante la vinificazione, seppure non esista ancora una normativa che possa certificarlo. Per ovviare al vuoto legislativo in ogni Paese sono nati marchi privati di certificazione del vino biologico, ciascuno con un suo disciplinare, ma che rispettano principi minimi comuni scritti nella “Car-

di qualità e biologico. Lo dimostrano anche i dati di altri Paesi europei come la Francia, passata dai 19 mila ettari di vigneti bio del 2006 a 40 mila nel 2009, o la Spagna, che ha segnato un balzo da 16 mila a 54 mila ettari». Per il momento la normativa europea, e italiana, certifica solo la coltivazione dell’uva con metodi bio, non l’intero processo di vinificazione. Quindi sulle bottiglie è corretto leggere “vino prodotto da uva coltivata con metodi biologici”. Per definire un vino “bio” a tutti gli effetti è necessario che non vengano usate sostanze chimiche in alcuna fase di lavorazione (o che vengano rispettati i limiti stabiliti). «Si pensa che

ta europea del vino biologico” (www.organic-wine-carta.eu e www.orwine.org). In Italia ci sono Aiab (Associazione italiana agricoltura biologica), Ccpb (Certificazione e controllo prodotti biologici) e Amab (Associazione mediterranea agricoltura biologica), marchi privati, appunto, legati ad associazioni di produttori di vino bio, certificati da enti di controllo.

e simulando l’invecchiamento in barrique. «Non esistono più vini cattivi - spiega Andrea Kihlgren - perché vengono tutti aggiustati. Sono costruiti. Ma il consumatore medio non li sa riconoscere. Talvolta non li saprei riconoscere neanch’io. Ma è una qualità falsata, con sapori standardizzati. I vini naturali hanno un’imperfezione vitale». «Il vino prodotto dalle grandi aziende

moderne, attente alla qualità e alla sicurezza è più buono di molti vini bio», replica Francesco Pavanello, presidente dell’Unione italiana vini. «I trattamenti in fase di vinificazione - continua Pavanello - non arrecano danni alla salute di chi lo beve, né alla qualità del vino, anzi. Permettono di migliorarne la conservabilità e migliorano la parte aromatica». Ma in

Gusti omologati I prodotti enologici, non necessariamente chimici, aggiunti durante la vinificazione servono ad “aggiustare” il vino: correggere l’acidità, la gradazione alcolica, ma anche il gusto. Magari aggiungendo sapori di legno

questo modo si annulla la caratterizzazione del vino, legata al territorio, che varia da un luogo a un altro, da una stagione all’altra. «È vero - risponde Pavanello perchè cerchiamo di andare incontro alle richieste e ai gusti del mercato. Se si producono 100 mila ettolitri di vino, non possono certo avere sapori diversi a seconda dell’appezzamento da cui proviene l’uva. Si fa una selezione del vitigno, quindi si crea un blend e lo si riproduce sempre uguale. È quello che chiede la Gdo e il mercato». Che dire, due mondi che più lontani di così non si può.

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Da sinistra, una vigna dell’azienda agricola Santa Caterina a Sarzana (La Spezia) di Andrea Kihlgren e un trattore dell’azienda La Distesa sui castelli di Jesi (Ancona) di Corrado Dottori. A fianco, la guida Slow wine 2011 di Slow Food.

Ridurre la produzione ma senza distruggere Due metodi “premiati” dall’Unione europea per ridurre gli eccessi produttivi: eliminare uva o vigneti. europea per ridurre le eccedenze produttive, “premiati” con una parte dei fondi a “sostegno” del settore vitivinicolo. La vendemmia verde consiste nella “completa distruzione o eliminazione dei grappoli non ancora giunti a maturazione”. Un’attività per cui i produttori ricevono “un aiuto forfettario ad ettaro, non superiore al 50% della somma tra i costi di eliminazione dei grappoli e la perdita di reddito conseguente”. Ogni Regione (o Provincia autonoma) può de-

di Elisabetta Tramonto PRODUTTORI DI VINO (almeno in teoria) dovrebbero guadagnare - lo dice il nome - dalla produzione di uva e di vino. Negli ultimi anni, invece, possono trarre profitto anche dalla distruzione dei grappoli o addirittura di interi vigneti. Questi paradossi si chiamano “vendemmia verde”, nel primo caso, ed “estirpazione con premio”, nel secondo. Soni i due metodi “inventati” dall’Unione

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SUPERFICIE AD UVA DA VINO IN ITALIA (MIGLIAIA DI ETTARI) 894

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cidere se adottarla o meno, in che misura, se escludere alcune aree o vigneti e il metodo di eliminazione dei grappoli: manuale, meccanico o chimico (!). Nel 2010, primo anno di applicazione della vendemmia verde, in Italia sono stati assegnati 16 milioni di euro. Ma ancora più incredibili sono i premi per chi estirpa interi vigneti, distruggendo così ettari ed ettari di patrimonio agricolo e culturale italiano (in due anni sono state accettate domande per 22.312 ettari dati Ismea - il 3% della superficie vitata nazionale, con una perdita produttiva stimata in 2,4 milioni di ettolitri di vino, vedi GRAFICO a pag. 51). Oltre al danno alla natura, il rischio paventato da alcune associazioni di agricoltori è che vengano mantenuti i vigneti più produttivi, meccanizzati e funzionali all’industria e siano estirpati quelli in aree marginali e difficili da coltivare, ma che rappresentano il tessuto più tipico della nostra viticoltura. Un rischio verosimile se si considerano le difficoltà dei piccoli produttori. Per estirpare un vigneto “in palio” ci sono da un minimo di 1.760 euro a ettaro (per rese inferiori a 20 ettolitri a ettaro) a un massimo di 14.760 euro a ettaro (per vigneto con una resa sopra i 160 ettolitri a ettaro).

Qualità e quantità Che l’eccesso di produzione di vino e le eccedenze in cantina siano un problema per il settore è una realtà. Ma l’unica soluzione non può essere distruggere uva o

vigneti. C’è sempre la distillazione industriale, che fino a tre anni fa era l’unico intervento “premiato” per ridurre la produzione in eccesso. Ma perché non pensare, semplicemente, a ridurre la produ-

zione? Con il gradevole effetto collaterale di migliorare la qualità del vino, che dipende strettamente dalla quantità di uva prodotta dalla vite e quindi dalla resa per ettaro.

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La corruzione minaccia il prestigio e la credibilità delle istituzioni, inquina e distorce gravemente l’economia, sottrae risorse destinate al bene della comunità, corrode il senso civico e la stessa cultura democratica. Chiediamo al Presidente della Repubblica, quale garante della Costituzione e massimo rappresentante delle istituzioni, di inter venire affinché il governo e il Parlamento attuino quanto prima le direttive comunitarie in materia di lotta alla corruzione e le norme, introdotte con la legge Finanziaria del 2007, per la confisca e l’uso sociale dei beni sottratti ai corrotti. In questo modo anche l’Italia potrà finalmente fare ricorso a norme chiare, strumenti e sanzioni efficaci per contrastare davvero il diffondersi di questa autentica piaga sociale, economica e morale.


| economiasolidale | abitare sostenibilie |

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Un nuovo ecovillaggio per ripopolare le vallate umbre ormai disabitate Tra Perugia e Gubbio sorgerà l’ecovillaggio solare promosso da Jacopo Fo e da Banca Etica. 56 abitazioni realizzate secondo i criteri di sostenibilità ambientale ed efficienza energetica, gestite in modo mutualistico. di Chiara Bannella L PANORAMA È BELLISSIMO,

un verde intenso, interrotto qua e là da laghetti e da antichi casolari in pietra diA destra, una delle case che sorgeranno smessi. Sembra di essere lontani dalla cinell’Ecovillaggio. viltà, ma il territorio è coperto da ripetitori che garantiscono la connessione zione turistica - sarà “governato” secondo internet ad alta velocità, mentre Perugia, criteri cooperativi e mutualistici e proprio con la sua università internazionale, l’ouna cooperativa - costituita da tutti coloro spedale ad alta specializzazione, cinema e che vorranno abitare e investire in questo teatri è a soli 45 chilometri (tutti di superprogetto all’avanguardia - ne assumerà la strada a quattro corsie, scorrevole più di gestione. Il costo delle abitazioni varierà qualunque tragitto in città). I servizi di batra i 2.000 e i 2.800 euro al metro quadrase (scuole primarie e secondarie, farmacia, to, a seconda della tipologia di abitazione ambulatori, ecc.) sono a soli 15 chilometri. prescelta. Il costo comprende anche i panÈ qui, nelle valli tra Perugia e Gubbio, nelli solari, 2.000 metri quadrati di terreno che sta per nascere l’Ecovillaggio solare e le proprietà condominiali (strade, parpromosso da Jacopo Fo (attivo da 25 anni cheggi, una quota della sala feste, la lavansul territorio umbro con la Libera Univerderia comune, la piscina riscaldata e cosità di Alcatraz) e da Banca Etica. Un vero e perta e l’impianto fotovoltaico collettivo proprio borgo che prenderà vita in parte che si aggiunge a quelli individuali). Il cograzie alla ristrutturazione di edifici antichi sto complessivo – che potrà essere finan(tra cui una fattoria e un mulino), in parte ziato con mutui agevolati erogati da Bangrazie alla realizzazione di nuovi fabbricati, ca Etica - varierà sensibilmente a seconda per un totale di 56 unità abitative tutte rease si tratti dell’acquisto di una prima o di lizzate secondo i più rigorosi criteri di sostenibilità ambienBiggeri: «Costruire abitazioni tale e di efficienza energetica. al di fuori dei circuiti dell’edilizia Il villaggio - che ospiterà speculativa, coinvolgendo gli abitazioni e strutture di receabitanti, rispettando l’ambiente»

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FSC FOREST STEWARDSHIP COUNCIL

PEFC PROGRAMME FOR ENDORSEMENT OF FOREST CERTIFICATION SCHEMES

CREATO NEL 1993 da gruppi ambientalisti (tra cui Greenpeace e Wwf), professionisti forestali, imprese di distribuzione di prodotti legnosi, enti di certificazione forestale. Scopo del Fsc è definire su scala mondiale principi di gestione forestale sostenibile. La superficie forestale certificata Fsc è di 134,4 milioni di ettari in 81 Paesi, il numero complessivo di certificazioni è salito a oltre 19.600 unità. La superficie forestale certificata Fsc in Italia (al 31 dicembre 2010), era di 58.054 ettari. La Regione con la maggiore superficie certificata Fsc è la Campania (44% del totale). www.fsc-italia.it

Un sistema di certificazione per la gestione sostenibile delle foreste e della tracciabilità dei prodotti legnosi, nato nel 1999 in Europa su iniziativa di produttori di legnami ed enti gestori di foreste, come alternativa al sistema Fsc, ritenuto inadeguato dai promotori soprattutto per proprietà forestali di piccole dimensioni, tipiche in Europa. Lo schema Pefc è criticato da gruppi ambientalisti. Al momento è il maggior sistema di certificazione mondiale (231 milioni di ettari certificati). In Italia, sono certificati Pefc 744.538 ettari, il 69% in Trentino Alto Adige. www.pefc.it

Fsc risponde: «Le certificazioni non sono tutte uguali» una seconda casa, di acquisto individuale o da parte di una società. L’obiettivo degli eco villaggi, infatti, non è cerare insediamenti turistici, ma ripopolare valli ormai disabitate, creando comunità capaci di sperimentare stili di vita sostenibili e di offrire ai propri membri l’opportunità di lavorare nel villaggio, attraverso una rete di relazioni e di attività. «Oggi in tutto il mondo - spiega Jacopo Fo - centinaia di migliaia di persone vivono negli ecovillaggi e sperimentano da decenni una qualità della vita che è decisamente superiore a quella offerta dalle città inquinate. L’Ecovillaggio Solare di Alcatraz sarà uno dei più innovativi dal punto di vista delle eco-tecnologie, grazie al coinvolgimento di partner tecnici qualificati. E ci impegneremo perché diventi anche uno degli ecovillaggi più belli e culturalmente vivaci». E Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica, aggiunge: «La possibilità di realizzare abitazioni al di fuori dei circuiti dell’edilizia speculativa, coinvolgendo in prima persona gli abitanti e nel pieno rispetto dell’ambiente è una delle sfide che da sempre appassiona Banca Etica e più in generale la finanza etica europea. La banca si propone di accompagnare con adeguati strumenti finanziari tutte le iniziative che mirano a costruire un modello economico più equo e attento ai diritti di tutti, inclusi quelli delle generazioni future. Per questo è per noi importante partecipare alla nascita dell’ecovillaggio solare di Gubbio».

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Mauro Masiero, segretario generale del sistema di certificazione

grande successo. Ma c’era o no un certificato Fsc in possesso di App? Non erano le piantagioni ad essere certificate, ma uno stabilimento App per il trattamento della fibra di cellulosa. Dopo le polemiche abbiamo revocato il certificato e questa è una prova della nostra credibilità.

sostenuto dalle associazioni ambientaliste, interviene nella polemica che vede contrapposti lo schema concorrente, Pefc Italia e Greenpeace. di Emanuele Isonio ELL’ANNO CONSACRATO dall’Onu alle foreste, una contesa oppone, almeno in Italia, due organismi impegnati nella certificazione forestale. Galeotto fu, suo malgrado, un articolo pubblicato su Valori di febbraio (“La strana battaglia tra i paladini dei boschi”), che ha suscitato le ire dei vertici italiani dell’Fsc, schema di certificazione sostenuto dalle maggiori associazioni ambientaliste, irritati per non essere stati interpellati nella diatriba tra il loro concorrente diretto Pefc, lo schema di certificazione più diffuso al mondo, e Greenpeace a causa della classifica “Foreste a rotoli” nella quale l’associazione ambientalista dava voti alle aziende produttrici di carta igienica e da cucina. Diamo quindi la parola a Mauro Masiero, segretario generale di Fsc Italia.

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zione e si trasmette un messaggio sbagliato perché i livelli di garanzia sono diversi.

A proposito del rapporto Greenpeace “Foreste a rotoli”, condivide la scelta di equiparare di fatto le aziende che si certificano con Pefc a quelle che si disinteressano della sostenibilità ambientale? Tutti dicono di volere la gestione sostenibile delle foreste. Bisogna capire cosa s’intende. I meccanismi di funzionamento degli schemi sono essenziali.

Il tema dell’articolo era un altro: la polemica Pefc-Greenpeace. Al di là di questo, non crede che le diatribe tra soggetti certificatori producano un effetto boomerang tra i cittadini? I consumatori devono sapere che i livelli di tutela cambiano. Chi acquista prodotti certificati da noi ha la garanzia di ciò che acquista. Quelli certificati da altri hanno un’attendibilità minore. Nell’articolo, inoltre, avete scritto che Fsc ha certificato le piantagioni della controversa multinazionale App. È assolutamente falso.

Autorevoli documenti di governi e organismi comunitari, come il Parlamento europeo, non vedono grandi differenze tra i due schemi di certificazione... Non è vero, come avete scritto a febbraio, che “tutti” i governi equiparano i due schemi. Olanda e Gran Bretagna non riconoscono l’Mtcc, uno dei 26 schemi riconosciuti da Pefc. Per quanto riguarda la risoluzione dell’Europarlamento, non si basa su verifiche tecniche, basta un’azione di lobby per farla approvare.

Eppure le associazioni ambientaliste presentano la dissociazione di Fsc dall’App nel 2007 come un loro NOTA

Il 90% delle foreste nel mondo non è certificato. Su Valori di febbraio ci domandavamo: hanno senso i contrasti tra schemi di certificazione? Pefc e Fsc sono basati su standard diversi. Se non si vanno a indagare le specifiche tecniche di ognuno, si fa un errore di comunica-

VALORI STAMPA su carta certificata Fsc: giusto per fugare sospetti di tifare per uno o per l’altro schema di certificazione e per ribadire, casomai ce ne fosse bisogno, che l’indipendenza di una testata si dimostra anche sollevando domande e riflessioni scomode.

In pratica, non ha valore? Non ho detto questo. È legittima, ma ribadisco che i due schemi non sono equivalenti.

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Competitività

Dittatori in caduta

Il Patto inaccettabile delle anatre zoppe

Il risveglio non sia più amaro della nottata

Dall’ombelico dell’Europa Roberto Ferrigno

di Federica Miglietta*

il mondo arabo è cambiato, in modo traumatico, rapido, inaspettato. Lo avevamo ripetuto più volte: è un puzzle multicolore, una realtà composita, a tratti granitica, a tratti con slanci futuristici e rivoluzionari. È caduto il dittatore Ben Alì, forse è morto, forse è ancora vivo e nascosto; lo stesso dicasi per Mubarak: tutti ci chiediamo “who’s next”? La risposta possibile alla domanda è più un auspicio che una realtà consolidata: se fosse Gheddafi? Se cadesse Gheddafi che ne sarebbe degli investimenti della Lia (Libyan Investment Authority), azionista, tra l’altro, in Italia, di Finmeccanica, Eni, Unicredit? E delle partecipazioni dei fondi sovrani libici, azionisti di BP, Standard Chartered, Bnp Paribas, Royal Dutch Shell? I quotidiani riportano una notizia importante quanto clamorosa: l’Europa e gli Usa hanno bloccato i beni del Rais e delle sue società. Gheddafi e la cricca non potranno più disporne, incassare i dividendi, entrare nei Consigli di amministrazione. È una notizia di importanza storica, nuova sugli scenari economici e che apre possibilità inesplorate. I beni saranno “congelati”, sino a quando, ovviamente, non si sa. È interessante chiedersi, da cittadino e da economista, che succederà dopo lo “scongelamento”. I diritti e i dividendi non incassati a chi saranno restituiti? Di chi sono, in effetti questi beni? Della famiglia, che ha depredato per quarant’anni il popolo libico, del Paese? E il Paese di chi è e, soprattutto, di chi sarà da qui a pochi mesi? I rischi non sono da poco: una volta esautorato Gheddafi e il suo entourage, chi siederà al tavolo con le potenze occidentali? I qaedisti che hanno proclamato un emirato islamico nell’Est del Paese o nuovi governanti graditi ai Paesi europei e agli Usa? Il popolo libico sarà mai ricompensato, con i dividendi provenienti dai miliardi di dollari degli investimenti, di anni di rapine? Domande alle quali non possiamo dare, oggi, una risposta: proprio dalla risposta, però, dipenderà l’efficacia e la credibilità dell’azione stessa. Sembra che, per una volta, finanza, mercati, diritto e democrazia marcino a braccetto. Rimaniamo in attesa e speriamo che il risveglio non sia più amaro della nottata.

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A QUANDO ABBIAMO SCRITTO L’ULTIMA RUBRICA,

A PROPOSTA FRANCO-TEDESCA di un nuovo “Patto” sulla competitività, presentata a sorpresa lo scorso febbraio, ha aggiunto sale sulla ferita rappresentata dall’assenza di una politica economica e fiscale unica dell’Ue. Per l’ennesima volta la coppia Merkel-Sarkozy ha preso di sorpresa sia la Commissione che molti governi europei. L’elenco di condizioni da rispettare da parte dei Paesi che, dopo Irlanda, Grecia, Ungheria, Romania e Lettonia, dovessero chiedere supporto finanziario all’Ue è stato definito “inaccettabile” dai più. Eliminare l’indicizzazione salariale, aumentare l’età pensionabile a 68 anni, armonizzare la tassazione delle imprese, sono temi ritenuti troppo delicati anche da altri governi, riluttanti a vederli fissati una volta per tutte nei trattati Ue e preoccupati delle ripercussioni sociali di tali misure. Il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, e il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, hanno entrambi annunciato un “loro” piano per il futuro economico e sociale comunitario, seguiti dai gruppi politici socialista e liberale del Parlamento europeo. Una cacofonia che mette a nudo la realtà dei fatti: l’attuale struttura comunitaria non permette un’armonizzazione delle politiche economiche e fiscali nazionali. La crisi economica e finanziaria è globale, ma la risposta europea è nazionale. Senza contare che, in diverse capitali, Merkel e Sarkozy sono visti come “anatre zoppe”, leader in caduta libera presso i loro elettori, come dimostrato dalla recente disfatta del partito democristiano tedesco nelle elezioni di Amburgo. Negli ultimi giorni i funzionari governativi tedeschi hanno incominciato addirittura a negare che il “Patto” presentato in febbraio fosse ufficiale, definendolo come un “non-paper”, una semplice idea piuttosto che un piano. Molti a Bruxelles rimpiangono i tempi dell’asse Kohl-Mitterand.

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* Ricercatrice di Economia degli intermediari finanziari presso la facoltà di Economia all’Università di Bari e presso l’Università Bocconi di Milano

Cosa succederà dopo lo “scongelamento” dei beni di Gheddafi? I diritti e i dividendi non incassati, a chi saranno restituiti?

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Muri

Costose barriere contro i disperati

Il Muro che divideva l’Europa è venuto giù, ma non ha significato la fine delle barriere che, invece, si sono moltiplicate e sono diventate sempre più sofisticate. Dotate di sensori elettronici, di radar e perfino di droni, le frontiere rappresentano l’affare del momento.

La barriera di separazione israeliana: 700 km di muri, trincee e porte elettroniche. | 58 | valori |

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di Paola Baiocchi URANTE GLI ANNI DELLA GUERRA

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fredda, quando Usa e Urss si combattevano anche a colpi di conquiste spaziali, ci avevano raccontato che la Grande muraglia cinese era l’unica opera umana visibile dalla Luna. Era una fola, una leggenda metropolitana di cui non si rintraccia l’autore: a quella distanza la Terra, ha detto Alan Bean astronauta dell’Apollo12, appare come una «meravigliosa sfera, principalmente bianca, con un po’ di blu e qualche zona gialla e, occasionalmente, un po’ di vegetazione verde». Anche se la Grande muraglia cinese è lunga più di 8.851 chilometri, dallo spazio è indistinguibile. Anche quella “narrazione” era funzionale alla guerra psicologica basata sulla contrapposizione dei blocchi, sul pericolo “rosso”, sull’equilibrio del ter|

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rore e contribuiva a giustificaI muri invisibili vengono prima re il Muro che divideva l’Eurocostruiti nella nostra mente: pa. Poi il Muro di Berlino è veavviando sui media dei “cicli nuto giù e – silenziosamente di attenzione” sugli stranieri se ne sono eretti molti altri, in maniera esponenziale i muri invisibili, per “proteggerci” da nuovi nemici minacsoprattutto nei confronti dell’immigraziociosamente pervasivi: il terrorismo islamine, che è sempre definita “il problema delco, gli sbarchi degli immigrati, la minacl’immigrazione”. I muri invisibili vengono cia al nostro tenore di vita... prima costruiti nella nostra mente: partono allora dei “cicli di attenzione” sui meMuri visibili e muri invisibili dia, nota Marcello Maneri nella rivista Crescono muri tangibili, di cemento, acConflitti Globali, nel numero dal titolo Razciaio e filo spinato, come quello che cirzismo democratico, “che prendono l’avvio conda i territori palestinesi. Il Muro della da fatti di cronaca nera che vedono coinvergogna tra il confine Usa e il Messico è volti (e solo se vedono coinvolti) cittadini una barriera fisica, alla quale con un ultestranieri”. Con exploit anche da 176 artiriore stanziamento di 1.500 uomini e 600 coli in un mese, su La Repubblica, per le milioni di dollari, l’amministrazione Obaviolenze di Guidonia e del Parco della Cafma lo scorso agosto ha deciso di aggiunfarella nel 2009. Un nuovo ciclo di attengere dei droni Predator B, dei dispositivi zione si è innescato in occasione della criarmati telecomandati, adducendo la mosi politica nordafricana sulle cifre dei tivazione di ridurre i costi (!) per la sorveprobabili fuggitivi da quei Paesi infuocati, glianza del confine Sud. naturalmente descritti come un’invasioAccanto a queste fortificazioni, in cui il ne, un esodo biblico: 80 mila prima, 350 benessere si rinchiude, stanno crescendo

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mila poi, infine da 500 mila a 1 milione e mezzo, secondo Frontex.

Fortezza Europa A soffiare sul fuoco della nuova minacciosa ondata di sbarchi è proprio Frontex, l’ipertrofica Agenzia europea istituita nel 2005 con sede a Varsavia, per il controllo delle frontiere esterne dell’Europa, che sta assumendo negli anni funzioni sempre più vaste e correlate con Polizie locali, internazionali, con le Forze armate dei Paesi europei ed extraeuropei, con le Agenzie internazionali, le intelligence e molte società private strategiche.

Chiudere per essere più aperti. Difficile da credere Frontex è un vero muro militarizzato che circonda tutta l’Europa, del quale non ci rendiamo conto, ma che ha a disposizione un bilancio cresciuto in modo esponenziale negli anni: erano 6,2 milioni di euro al suo debutto nel 2005, sono diventati 88,8 nel 2009 con un aumento del 360%. Un aumento così rapido che - dice la Relazione generale Frontex 2010 - “ha provocato conseguenti problemi di utilizzo, in quanto il ciclo finanziario annuale è diverso da quello operativo”. Il 55% del bilancio operativo 2009 è stato utilizzato per “attrezzature con elevati costi di esercizio, come le navi off shore o gli aerei da pattugliamento”. “Sono stati impiegati più di 20 tipi diversi di mezzi marittimi di superficie (4 unità navali da pattugliamento in mare aperto, 6 unità

navali da pattugliamento costiero e 13 pattugliatori marittimi) di 5 Stati membri, che hanno effettuato più di 11 mila ore di pattugliamento, cui se ne aggiungono altre 802 effettuate con 6 aerei e 4 elicotteri”. “L’efficace gestione delle frontiere esterne è parte integrante della strategia intesa a rendere l’Europa più sicura, ma al tempo stesso più aperta”, continua la relazione. Come? Per esempio con l’utilizzo delle tecnologie biometriche o con l’applicazione alle frontiere di apparecchiature per la visione notturna, cani addestrati e rilevatori del battito cardiaco. (Ma, forse, il cuore di una donna o di un uomo che stanno per attraversare un confine di notte, cercando condizioni di vita migliori, batte così forte che non c’è bisogno di strumenti sofisticati per sentirlo). Questo spiegamento di forze nei confronti di flussi migratori, che da sempre, pur con caratteristiche diverse, attraversano il Mediterraneo, sposta risorse da politiche di integrazione verso tecnologie sempre più sofisticate e con una forte caratterizzazione militare: è il caso del muro elettronico tra la Libia e i Paesi che formano la sua frontiera sahariana, per realizzare il quale Selex S.I. - società del Gruppo Finmeccanica, i cui vertici sono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Roma con l’ipotesi di reato fiscale - ha ricevuto nel 2009 la prima tranche di 150 milioni di euro su 300. Ma non è il solo muro elettronico nell’area: «Potenti radar a microonde prodotti in Israele stanno per essere installa-

DAVID HUNER

IL BUDGET DI FRONTEX

LIBRI

IN MILIONI DI EURO 100 mln 90 mln 80 mln 70 mln 60 mln 50 mln 40 mln 30 mln 20 mln 10 mln 0

6.280.202

19.166.300

41.980.000

71.246.771

88.815.071

87.917.000

2005

2006

2007

2008

2009

2010

Da sinistra a destra: il muro tra gli Stati Uniti e il Messico (prima e seconda foto). Qui sopra, un tratto del Muro di Berlino rimasto in piedi.

ti all’interno di parchi e riserve naturali del Sud Italia per contrastare gli sbarchi», spiega Antonio Mazzeo, peace-researcher e giornalista. Che continua: «Una nuova rete di sensori radar di profondità integrata al sistema di controllo della Guardia di finanza è stata realizzata da Elta Systems, società controllata dalla Israel Aerospace Industries Ltd., e finanziata dal Fondo europeo per le frontiere esterne».

FONTE: FRONTEX, RELAZIONE GENERALE 2010

EDMOND MEINFELDER

PHOTO BY WONDERLANE

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Fortezza Europa Il blog di Gabriele Del Grande documenta la morte di almeno 15.656 persone, scomparse dal 1988 nel viaggio lungo le frontiere della fortezza Europa. fortresseurope. blogspot.com/p/ fortezza-europa. html

trebbe saldarsi: a Niscemi la Marina militare degli Stati Uniti sta installando il Muos (Mobile User Objective System) che dovrebbe essere operativo dal 2012. Tre miliardi di dollari che potrebbero diventare sei per le difficoltà incontrate per realizzare un sistema di trasmissione e controllo delle telecomunicazioni che rappresenta uno dei più lucrosi affari per i colossi dell’industria militare: la Lockheed Martin e la Boeing, che si occupano della costruzione e messa in orbita dei satelliti; la General Dynamics, che sta realizzando i quattro terminal terrestri; la Harris Corporation, che invece fornirà le potentissime antenne ad altissima frequenza (Uhf), la cui incompatibilità con l’uomo e l’ambiente è cosa ormai accertata».

Mare monstruo «Il profitto è una delle ragioni di queste installazioni - continua Antonio Mazzeo - unito alla soluzione repressiva di fenomeni sociali. Ma sta avanzando anche una militarizzazione del Mediterraneo che ci preoccupa molto, in cui tutto po-

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FRONTEX-FORTEZZA EUROPA Agenzia europea nata nel 2005 con sede a Varsavia, 9 Frontex attua misure operative di controllo sulle frontiere degli Stati europei in coordinamento con le polizie locali, internazionali e dei Paesi terzi. Controlla le frontiere all’interno e all’esterno degli Stati membro, rendendo di fatto la Comunità una gigantesca Fortezza munita di bastioni.

QUEI MALEDETTI MURI a cura di Paola Baiocchi

BELFAST IN IRLANDA Chiamate con dubbio umorismo Muro della Pace, sono una serie di barriere che separano la parte cattolica da quella protestante, per circa 5 km.

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TRA RUSSIA E CECENIA proposto un muro attorno alla Repubblica autonoma 10 della federazione russa

TRA TURCHIA E CIPRO Edificato da Ankara nel 1974 per delimitare 11 i territori che rivendica a Cipro.

TRA TURKMENISTAN E UZBEKISTAN Dal 2001 il Turkmenistan ha eretto una barriera 23 di separazione di 1.700 km dall’Uzbekistan.

TRA GRECIA E TURCHIA Il muro, annunciato lo scorso gennaio sarà dotato 12 di sofisticati sensori elettronici e strumenti per la visione notturna. Uomini armati di tutto punto presidieranno 24 ore al giorno il muro di lamiere e filo spinato con l’ausilio di veicoli terrestri ed elicotteri.

TRA UZBEKISTAN E AFGHANISTAN 24 209 km dal 2001. TRA UZBEKISTAN E IL KYRGYZSTAN 25 870 km dal 1999 in area di conflitto

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TRA SPAGNA E MAROCCO La Spagna ha alzato una barriera elettrificata 4 per fermare il passo agli immigrati marocchini o subsahariani: si tratta di una barriera doppia, alta da 4 a 6 metri e lunga 9,7 km intorno alla città di Ceuta, e di 8,2 km intorno alla città autonoma spagnola di Melilla, un porto franco situato sulla costa orientale del Marocco.

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TRA MESSICO (CHIAPAS) E GUATEMALA Annunciato nell’agosto 2010 un muro di 114 km nella regione del Chiapas.

TRA ZIMBAWE E BOTSWANA Dal 2003 uno sbarramento elettrificato di 480 km impedisce il passaggio dallo Zimbawe al Botswana, una piccola nazione con uno dei redditi più alti dell’Africa

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TRA COREA DEL SUD E COREA DEL NORD Korean Border: striscia militarizzata larga 4 km, 27 eretta dai Sudcoreani a partire dal 1953, con la supervisione statunitense. Si estende per 240 km, la larghezza totale della Corea meno una trentina di km intorno a Panmunjom.

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TRA GAZA E ISRAELE Il muro, costruito nel 1994, chiude completamente 13 la Striscia di Gaza, ed è costituito da recinzioni di filo con pali, sensori e zone cuscinetto. TRA GAZA E L’EGITTO Muro rinforzato da sistemi elettronici, iniziato il 22 novembre 2010. Durata prevista dei lavori un anno, costo annunciato 272 milioni di euro.

TRA LIBIA E I CONFINANTI PAESI SAHARIANI (Niger, Chad, Sudan): previsto dal Trattato di 6 amicizia italo-libico del 2009, un muro con sensori elettronici anti immigranti. Realizzato da Selex sistemi integrati, azienda di Finmeccanica. 300 milioni di euro il costo totale, stanziata la prima tranche di 150 milioni di euro.

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26 1.640 km, in costruzione. 22

TRA MAROCCO E SAHARA Iniziato nel 1981 e concluso nel 1987 è un grande 5 bastione, detto anche “cintura di sicurezza”, lungo 2.700 km e dotato di radar e allarmi elettronici, attorno alla regione Saharawi e alle aree controllate dal Fronte Polisario.

NEL SUDAN TRA NORD E SUD La frontiera tra i due Stati appena nati è segnata 7 da un muro elettronico: il satellite Sentinel Project, lanciato in orbita il 30 dicembre 2010, che fotograferà la zona di confine tra Nord e Sud Sudan, con una collaborazione tra satelliti privati, le Nazioni Unite (Unosat) società private come Google, la statunitense Trellon, DigitalGlobe, l’Università di Harvard e l’organizzazione Enough Project di John Prendergast, Not on our Watch (Non sotto i nostri occhi) l’associazione di cui fanno parte George Clooney, Matt Damon e Brad Pitt.

TRA CINA E NORD COREA

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TRA USA E MESSICO Il Muro della vergogna è stato costruito a partire 1 dal 1994: è una barriera di lamiera sagomata, alta dai due ai quattro metri, che segue per 3.140 km tutta la frontiera. Il muro è dotato di illuminazione ad altissima intensità, di una rete di sensori elettronici e di strumentazione per la visione notturna, connessi via radio alla polizia di frontiera statunitense, oltre ad un sistema di vigilanza permanente, effettuato con veicoli ed elicotteri armati. L’amministrazione Obama nell’agosto 2010 ha destinato 600 milioni di dollari per dotarlo di 1.500 guardie in più e di droni Predator B, aerei senza pilota telecomandati da terra prodotti dalla General Atomics, in dotazione anche all’Aeronautica Militare italiana dallo scorso anno. Dal 1998 al 2004, secondo i dati ufficiali, lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, sono morte in totale 1.954 persone.

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TRA THAILANDIA E MALESIA In costruzione uno sbarramento lungo il confine 28 dei due Paesi.

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TRA KUWAIT E IRAQ Il Kuwait ha rinforzato il muro, già esistente, 15 lungo 215 km. di frontiera con l’Iraq 8

TRA ARABIA SAUDITA E YEMEN Dal 2004 tra i due Paesi si erge una cinta di 75 km 16 in cemento munita di telecamere e di sensori di controllo elettronico. TRA ARABIA SAUDITA E IRAQ Un’altra barriera ultramoderna lunga 900 km è stata creata dall’Arabia Saudita nel 2006 sulla frontiera con l’Iraq.

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TRA EMIRATI ARABI UNITI E OMAN Gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito una recinzione 18 con check point lungo il sultanato di Oman. Fino al 2005 i confini tra i due Paesi erano inesistenti.

TRA IRAN E PAKISTAN Un muro di cemento armato, trincee e punti 19 di osservazione taglia in due il territorio conteso del Belucistan. TRA PAKISTAN E AFGHANISTAN La linea Durand: confine negoziato nel 1893 tra 20 l’Amir dell’Afghanistan e Sir Henry Mortimer Durand, rappresentante del Regno Unito, che ha separato i due territori senza tener conto della realtà demografica. Sono 2.400 km “incandescenti” che dal 2005 il Pakistan ha annunciato di voler chiudere e minare. TRA INDIA E PAKISTAN Circa metà dei 2.900 km di frontiera tra i due Paesi 21 è munita di barriere. Dal 1994 un muro di 550 km divide il Kashmir indiano da quello controllato dal Pakistan. Aperti dei varchi dopo il sisma del 2005. TRA INDIA E BANGLADESH Dopo sei anni di lavoro terminati 2 mila km di recinzione nella regione che una volta, da un lato e dall’altro, era il Bengala.

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| internazionale | Il mercato di Abavo, nella Regione del Delta del Niger, ricca di giacimenti di petrolio.

ROBERT F. PRANTHER

Capitale: Abuja Popolazione: 152,2 milioni Indipendenza: 1960, dal Regno Unito Religioni: islam (50%), cristianesimo (40%), altri culti (10%) Pil pro capite: 2.400 $ Tasso di crescita: 6,8% Alfabetizzazione: 68% Popolazione sotto la soglia della povertà: 70% (stime 2007) Contagio da Hiv: 2,6 milioni di persone (stime 2007) Mortalità infantile: 92,99 per mille

Il Paese è al 6° posto nella classifica mondiale degli esportatori di petrolio, deve importare benzina

Il presidente Goodluck Ebele Jonathan mentre parla alla sessantacinquesima assemblea generale delle Nazioni Unite nell’ottobre 2010 a New York.

La Nigeria al voto: buona fortuna Mr. Jonathan! Goodluck Ebele Jonathan ha stravinto le primarie del People’s Democratic Party ed è il vincitore annunciato delle prossime elezioni presidenziali. Lotta alla corruzione e crescita economica gli obiettivi dichiarati.

A BATTUTA È SCONTATA, OVVIA, per-

mente irraggiungibile. La poltrona presidenziale messa in palio alle elezioni del prossimo 9 aprile.

sino stucchevole. Però funziona e non potrebbe essere altrimenti. Già, perché Goodluck Ebele Jonathan, ironia a parte, è davvero un uomo fortunato. Lo dice quel nome che era fin dall’inizio un destino. Ma lo dice soprattutto la storia recente del suo Paese che, in un rapido vortice di eventi, lo ha portato ad un passo da quel traguardo che fino a un anno fa appariva semplice-

Un passo indietro. La Nigeria ha oltre 150 milioni di abitanti (che ne fanno il Paese più popolato del Continente africano), i musulmani sono la metà, i cristiani poco meno (40%). Una potenziale bomba ad orologeria che, però, non è mai esplosa. Merito, di fatto, della strategia di quello che dalla fine dell’ultima dittatura milita-

di Matteo Cavallito

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Elezioni segnate

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re (1998) si è consolidato come il gruppo politico egemone della nazione: il People’s Democratic Party (Pdp), Partito di riferimento per oltre due terzi degli elettori. La regola aurea ha imposto l’alternanza religiosa ogni doppio mandato garantendo così la successione tra il cristiano Olusegun Obasanjo (1999-2007) e il musulmano Umaru Yar’Adua. Fatti i conti, il cattolico Jonathan, eletto vicepresidente quattro anni fa, avrebbe dovuto attendere fino al 2015 prima di ottenere l’ambita poltrona. Sempre che qualcuno, nel

frattempo, non si mettesse di mezzo per scavalcarlo. Poi, improvvisamente, il clamoroso colpo di fortuna politico. Yar’Adua è morto il 5 maggio dello scorso anno spianando così la strada al suo vice. Un mandato a termine, certo, ma anche un’occasione irripetibile per mettersi in luce e sollevare dall’incarico gli avversari politici insidiosi come il ministro della Giustizia, Michael Aondoakaa, e il consigliere per la Sicurezza nazionale, Abdullahi Sarki Muktar. L’impegno ha dato i suoi frutti. Messa da parte la consuetudine, il 13 gennaio di quest’anno il Partito ha fatto confluire i voti su Jonathan permettendogli di stravincere le primarie con il 77% dei consensi. Di fatto un’elezione presidenziale anticipata. Non sono mancate le accuse di brogli, ovviamente, ma da quelle parti, si sa, non è certo una notizia.

Tangentopoli nigeriana Nel suo rapporto 2010, l’Ong Transparency International ha collocato la Nigeria al 134esimo posto (su 178) nella classifica mondiale dei Paesi meno corrotti del mondo (in testa Danimarca, Nuova Zelanda e Singapore, ultima la Somalia) fornendo un ulteriore argomento alla campagna elettorale. Da qui al 9 aprile (il 2 si vota per il Parlamento) Jonathan punterà molto sulle promesse di rinnovamento di una classe politica arricchitasi per anni con il consolidato sistema delle tangenti (memorabile in tal senso il fa-

LA STORIA: ECONOMIA IN CRESCITA E RICHIESTA DI DIRITTI TRAVOLTA DA UNA COSTANTE serie di colpi di Stato cui hanno fatto seguito altrettante dittature di stampo militare, la Nigeria ha instaurato un regime democratico stabile solo nel 1999 con l’elezione del presidente Olusegun Obasanjo (già al vertice di un governo autoritario dal 1976 al 1979). Da allora la vita politica del Paese è stata dominata dal People’s Democratic Party che, ad oggi, occupa circa i due terzi dei seggi parlamentari. L’Assemblea nazionale si compone di un Senato eletto su base federale (il Paese è diviso in 36 Stati cui si aggiunge il territorio della capitale Abuja, nei territori a maggioranza islamica è in vigore la Sharia) composto da 109 seggi e da una Camera dei deputati che ospita 360 rappresentanti. La presenza femminile in Parlamento è bassissima, appena l’8% dei posti disponibili contro una media mondiale del 19,2%. Di recente esponenti della società civile nigeriana hanno promosso un manifesto comune per chiedere l’introduzione di un emendamento costituzionale che garantisca alle donne una quota minima del 35%. Tra le altre richieste, la crescita degli stanziamenti per la tutela della salute delle donne e dei loro figli (il Paese registra il decimo tasso di mortalità infantile del mondo e la terza più bassa aspettativa di vita), la lotta alla violenza domestica e alla diffusa pratica delle mutilazioni genitali, il sostegno ai programmi di istruzione.

Un esempio per tutti. Nonostante i 2,3 milioni di barili di petrolio esportati ogni giorno (6° posto nella classifica mondiale) la Nigeria è costretta a importare dall’estero la benzina. Il motivo? L’incredibile mancanza di raffinerie. Può sembrare un disastro ma per chi, a cominciare dai generali dell’esercito, controlla quel mercato nero che rifioriAccuse di brogli il 13 gennaio scorso, alle primarie sce regolarmente ogni volta del Partito democratico nigeriano. che il prodotto scarseggia, questa clamorosa carenza strutturale è la migerato scandalo Tskj – vedi BOX ) e gli base di un business strepitoso. scambi di accuse con gli altri candidati – tra cui Muhammadu Buhari del Congress for Progressive Change, Patrick Utomi Petrolio e affari (Social Democratic Mega Party) e Mallam Ma i traffici sui carburanti rappresentano Nuhu Ribadu (Action Congress of Nigesolo la punta dell’iceberg di un sistema ria) – non mancheranno di certo. Il fenoche ha fatto del petrolio il nodo cruciale meno, del resto, condiziona tanto la podi ogni questione. Tra il 1970 e il 2007, le litica quanto l’economia e, con esse, la esportazioni del greggio hanno fruttato vita quotidiana di ciascuno. al Paese qualcosa come 1.200 miliardi di |

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FONTE: CIA, WORLD FACTBOOK 2011

SCHEDA NIGERIA


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TSKJ-NIGERIA LA MADRE DI TUTTE LE TANGENTI UNO SCANDALO DI PROPORZIONI EPICHE. È quello che coinvolge tuttora il consorzio Tskj (formato dalla francese Technip, dall’americana Kbr - una sussidiaria della Halliburton - dalla giapponese Jgc e da Snamprogetti, appartenente al Gruppo Eni e oggi incorporata nella Saipem), accusato dagli inquirenti di aver pagato oltre 180 milioni di dollari a politici locali per ottenere la commessa per il maxi progetto di realizzazione degli impianti di liquefazione del gas presso Bonny Island, nel Sud della Nigeria. Un affare da oltre 6 miliardi di dollari. Dopo le accuse mosse dalla giustizia americana lo scorso anno Halliburton e Kbr avevano patteggiato, accettando di pagare una multa record da 579 milioni di dollari. Stessa scelta per Snamprogetti Netherlands (365 milioni) e Technip (338). Discorso chiuso? Niente affatto. All’inizio di dicembre le autorità nigeriane hanno spiccato addirittura un mandato d’arresto per l’ex numero due della Casa Bianca, Dick Cheney, al vertice della stessa compagnia fino al 2000. Nello stesso periodo, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale per cinque ex manager della Snamprogetti. Il processo prenderà il via il 5 aprile. Secondo la ricostruzione del tribunale di Houston, le tangenti sarebbero state pagate da Lng-Servicos e Gestão De Projectos, una società legata al consorzio e partecipata al 25% dall’Eni. Da lì le tangenti sarebbero arrivate in Nigeria per mezzo di Jeffrey Tesler, un avvocato inglese, e della sua società Tri-Star Investments Ltd. A causa dell’intervenuta prescrizione, le accuse della Procura italiana fanno riferimento alle tangenti versate da Snamprogetti a partire dal 2002 per un totale di 65 milioni di dollari. A febbraio Snamprogetti Netherlands ha messo a disposizione della Procura di Milano 24,5 milioni di euro in cambio della rinuncia da parte del Pm Fabio De Pasquale di ricorrere al Tribunale del riesame con l’obiettivo di imporre alla Saipem il divieto di contrattare con la Pubblica amministrazione nigeriana.

dollari arrivando a compensare il 95% delle entrate statali. Nell’estate del 2008, con il barile al record storico di 147 dollari, il governo ipotizzò persino la costituzione di un fondo sovrano, il primo del Continente.

Ma il successivo crollo del prezzo sui mercati mondiali contribuì ad accelerare una crisi economica che traeva le sue origini dai guai degli istituti di credito locali cui il crunch mondiale e il panico degli investitori stranieri avevano sot-

tratto la liquidità necessaria. Il sistema faceva i conti con almeno 10 miliardi di dollari di asset tossici e la Banca centrale, ultimo garante della finanza locale, era costretta a iniettare liquidità. Nel 2005 il Club di Parigi approvò la cancellazione di 18 dei 37 miliardi di debito che il Paese aveva contratto con l’estero. L’attuale risalita del petrolio potrebbe garantire nuove prospettive all’economia nazionale che, secondo le previsioni di Standard Bank, dovrebbe crescere del 6,9% nel 2011. Ma i problemi da affrontare sono almeno due. Prima di tutto l’inflazione (superiore al 12%) che brucia progressivamente i redditi reali. In secondo luogo i costanti tumulti del Sud del Paese, dove la lotta armata del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) minaccia le attività dell’industria petrolifera straniera. La speranza degli investitori esteri (europei, americani e cinesi) è che lo stesso Jonathan, originario proprio di quella zona, possa risolvere la situazione senza nulla togliere ai profitti delle compagnie. Un’impresa particolarmente difficile per la quale serviranno soldi e molto impegno. Oltre a una buona dose di fortuna.

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Diritti Valori Innovazione Sostenibilità ONLUS

mostra-convegno internazionale

terrafutura

abitare

buone pratiche di vita, di governo e d’impresa verso un futuro equo e sostenibile

produrre

firenze - fortezza da basso

20-22 maggio 2011 VIII edizione ingresso libero

coltivare

• appuntamenti culturali • aree espositive • laboratori • animazioni e spettacoli

agire

governare

Terra Futura 2011 è promossa e organizzata da Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus per il sistema Banca Etica, Regione Toscana e Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale. È realizzata in partnership con Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete, Legambiente. In collaborazione e con il patrocinio di Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Firenze Fiera SpA e numerose altre realtà nazionali e internazionali. Relazioni istituzionali e Programmazione culturale Fondazione Culturale Responsabilità Etica Onlus tel. +39 049 7399726 - email fondazione@bancaetica.org

Organizzazione evento Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c. tel. +39 049 8726599 - email info@terrafutura.it

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altrevoci

GREENPEACE SPAGNA

ANDALUSIA, GREENPEACE DENUNCIA L’ENNESIMA BONIFICA LOMBARDA CARICA DI INTERROGATIVI Greenpeace Italia ha depositato presso l’ufficio del pm di Milano, Laura Pedio, un dettagliato esposto che adombra un’incredibile serie di violazioni della normativa ambientale che, oltre a disattendere gli impegni assunti con l’Ue, potrebbe produrre un indebito guadagno alle imprese che stanno lavorando per conto del commissario straordinario del Governo alla bonifica delle discariche illegali dell’area ex Sisas di Pioltello. La denuncia della Ong segnala il rischio ambientale, in Lombardia e a Nerva, in Andalusia, dove ha sede la discarica (che secondo l’Ong non avrebbe i prerequisiti indispensabili per accogliere i rifiuti pericolosi provenienti dall’ex Sisas e quelli della bonifica della Stoppani di Genova Cogoleto e dell’ex Ilva di Genova Cornigliano). Ma non solo. Secondo Greenpeace lo smaltimento scorretto delle scorie di Pioltello avverrebbe al costo di circa 300 euro a tonnellata contro i 120 applicati dalla discarica andalusa. La pratica messa in atto dalla Daneco, con il benestare del commissario di Governo, produrrebbe un risparmio di 9 milioni di euro o un illecito profitto, se si verificasse la violazione della normativa sullo smaltimento di rifiuti pericolosi. | 68 | valori |

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MORBILLO E INQUINANTI NELLA BALENA “PISANA”

NON SOLO MERIDIONE LE MAFIE SONO AL NORD

Erano stati alcuni pescatori di Viareggio a vederla agonizzare in mare aperto. Poi nella notte tra il 26 e il 27 di gennaio il cetaceo si era arenato sulla costa del Parco di San Rossore (Pisa). Le analisi necroscopiche hanno stabilito che la balena era affetta da infezioni da morbillivirus (morbillo) e toxoplasma, e che lo stato di salute dell’esemplare era compromesso da una ridotta funzionalità renale e da un digiuno prolungato. I risultati preliminari delle indagini tossicologiche svolte dall’università di Siena hanno evidenziato anche alti livelli di contaminanti chimici nel sangue: le minacce per i cetacei restano molte. C’è però una la buona notizia: a febbraio il Giappone ha sospeso la caccia alle balene nell’Antartico.

«Se gli effetti sociali e politici del crimine organizzato sono riconosciuti e studiati, quelli economici lo sono meno. Ma non sono meno pericolosi. […] Nelle economie a forte presenza criminale le imprese pagano più caro il credito. […] Le denuncie per associazione di stampo mafioso si sono concentrate fra il 2004 e il 2009 per l’80% nelle province di Milano, Bergamo e Brescia». A spiegarlo è stato il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, in un incontro organizzato a Milano dall’associazione Libera. Una pietra tombale per chi pensa che la piaga mafiosa sia una questione meridionale. L’incontro con Draghi è solo il primo di una serie di otto, che si concluderà a novembre. Parteciperanno tra gli altri Antonio Ingroia, Ilda Boccassini, Nando Dalla Chiesa, il regista Pasquale Scimeca, Giovanni Puglisi. www.libera.it.

WALL STREET HA VOGLIA DI SPAZZATURA SINTETICA

UE, DAGLI EURODEPUTATI VIA LIBERA ALLA TTF

Li chiamano Collateralised bond obligations (CBOs), oppure, per rendere meglio l’idea, synthetic junk bonds. Sono strumenti derivati, costruiti sulle obbligazioni spazzatura, e consentono agli speculatori di ottenere grandi rendimenti in un momento di tassi ridotti e relativa calma sul mercato. Gli hedge funds riferisce il Financial Times ne stanno facendo incetta da almeno un mese, ipotizzando importanti guadagni a patto di saperne gestire il rischio (elevato) rivendendoli al momento opportuno. Il controvalore, per il momento, è difficile da stimare ma l’allarme è già suonato. Le loro caratteristiche, infatti, ricordano chiaramente quelle delle famigerate collateralised debt obligations (CDOs), le obbligazioni costruite sui mutui che mandarono in rovina banche e investitori facendo però la fortuna dei fondi hedge. I quali, evidentemente, sperano presto di poter replicare i giorni di gloria di quel tempo non troppo lontano.

Il parlamento europeo ha dato una doppia accelerazione verso una finanza più sostenibile. Nei primi giorni di marzo si è espresso, dapprima, a favore di una regolamentazione più rigida, se non di una vera e propria interdizione, delle pratiche finanziarie attraverso le quali si può speculare sul debito pubblico. Poi ha chiesto all’Ue di “promuovere l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello mondiale”. Una notizia, quest’ultima, che premia lo sforzo dei sostenitori del prelievo fiscale, a cominciare dalla Campagna 005, nella quale Valori è impegnato attivamente. Di fondamentale importanza è stato, soprattutto, il via libera all’emendamento che invita i Paesi membri dell’Ue ad “applicare come primo passo la tassa nel Vecchio Continente” se risultasse impossibile farlo, immediatamente, a livello globale. Sul tema delle speculazioni, invece, la Commissione parlamentare Affari economici si è pronunciata a favore di un giro di vite che era stato proposto nello scorso mese di settembre dalla stessa Commissione europea. «In questo modo - ha spiegato l’eurodeputato francese dei Verdi, Pascal Canfin abbiamo posto nel mirino i due sistemi maggiormente utilizzati dagli speculatori ovvero i credit-default swap e le vendite allo scoperto». Ora la parola passa ai governi.

IL PAESE AL CONTRARIO: MULTE AI BIMBI BUONI A Corchiano i vigili urbani vengano inseguiti dai bambini buoni. Nel comune viterbese, vincitore del Premio Comune a 5 Stelle 2010, l’amministrazione si è inventata un concorso per diffondere buone pratiche tra gli studenti e le loro famiglie. Obiettivo: raccogliere quanti più “ecoeuro” possibili, una speciale cartamoneta pensata per premiare i comportamenti virtuosi con l’acquisto di prodotti del commercio equo e solidale. Pratiche quotidiane sane come leggere libri presi in prestito dalla biblioteca pubblica, richiedere le compostiere domestiche per la gestione dei rifiuti umidi, usare le chiavette ricaricabili per le fontanelle dell’acqua, portare gli oli usati in cucina nel contenitore cittadino, consegnare le pile esauste alla Bottega delle buone pratiche, acquistare prodotti ecologici ai negozi aderenti all’iniziativa. I vigili, in particolare, premieranno i bambini che saranno scoperti a raccogliere bottiglie di plastica o cartacce buttate in terra. Ogni bambino porterà i propri ecoeuro in classe e li sommerà a quelli dei compagni. Le classi più brave (una per l’infanzia, una per le elementari e una per le medie) vinceranno duemila euro da spendere in materiale didattico.

news

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GESTORI SPECULATIVI TRA I RICCHI DI FORBES È un vero e proprio momento d’oro per gli hedge fund. Strumenti principe di quella finanza slegata dall’economia reale, realizzano operazioni speculative alla costante ricerca del massimo profitto nel minor tempo possibile, generando così una forte instabilità sul mercato. La crisi sembrerebbe del tutto archiviata almeno per questo settore, che entro la fine del 2011 potrebbe raggiungere il proprio record storico, arrivando a gestire capitali pari a 2.250 miliardi di dollari. Non stupisce, dunque, ritrovare parecchi gestori di fondi speculativi nell’annuale classifica di Forbes sui più ricchi al mondo. Al terzo posto figura, infatti, “l’oracolo di Omaha”, Warren Buffett, che nel 2010 ha registrato un patrimonio netto di 47 miliardi di dollari, saliti a 50 nel 2011. Lo segue John Paulson, alla 39ma posizione con 16 miliardi di dollari per il 2011; al 46mo si trova George Soros (14,5 miliardi) e al 61mo Carl Icahn (12,5). E così via; secondo Forbes, sono ben 22 i manager che possiedono almeno 2 miliardi di dollari.

L’AGRICOLTURA SOSTENIBILE FA BENE ANCHE AL PORTAFOGLI PAROLA DELL’ONU A dirlo, una volta tanto, non sono solo le associazioni ambientaliste, ma addirittura l’Onu: l’agricoltura ecosostenibile può essere il vero motore dello sviluppo. Un motore talmente efficace da raddoppiare la produzione alimentare mondiale nel giro di un decennio. Inutile ricordare l’impatto devastante dell’agricoltura industrializzata sulla qualità dei prodotti e sulla biodiversità, oltre ai rischi per la salute che ne derivano. Ma anche a voler considerare soltanto il portafogli, l’assioma è semplice. Se le coltivazioni sono altamente meccanizzate, il prezzo del petrolio – estremamente variabile e ora alle stelle per via della rivolta in Nordafrica – non può che trascinare con sé anche il costo dei prodotti alimentari. In uno scenario del genere, come mantenere stabilmente ai livelli di sopravvivenza gli attuali 7 miliardi di persone sul Pianeta, che diventeranno 9 entro il 2050? Uno studio dell’Onu mostra una possibile soluzione: i progetti di agricoltura ecosostenibile portati avanti in 57 nazioni hanno incrementato dell’80% il raccolto medio, sfruttando metodi naturali per valorizzare il suolo e proteggerlo dagli insetti nocivi. Metodi come l’impiego di piante carnivore in Kenya, le anatre che si nutrono di erbacce nelle risaie del Bangladesh, o ancora gli alberi a larga chioma in posizione strategica per fare ombra alle piantagioni di caffè. Svincolarsi dal modello industrializzato è difficile, ma possibile: per una volta, insomma, sono i Paesi occidentali a dover imparare dai “più piccoli”.

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ITALIANI SEMPRE PIÙ POVERI E CATTIVI L’Italia è in declino. Il Pil (prodotto interno lordo) cresce poco. In compenso crescono vertiginosamente invidia, rancori e intolleranze che si insinuano in un benessere sempre più presunto. L’impoverimento del ceto medio è ormai un dato statistico consolidato mentre la forbice della disuguaglianza taglia la società italiana. Tutto questo, però, sembra non trovare ospitalità nelle parole di chi racconta il Bel Paese: l’economia tiene, il nostro sistema è diverso, le banche italiane non sono esposte come le altre. Il racconto di Revelli, partendo dalle statistiche e approdando alla cronaca, ci rimanda l’immagine di un’Italia fragile, dove la società gioca al ribasso sulla spinta di una politica irresponsabile che cavalca il rancore senza scrupoli. La speranza della classe media di migliorare le proprie condizioni è finita in una guerra tra poveri, dove gli ultimi vengono spinti sempre più giù.

MARCO REVELLI POVERI, NOI

A CURA DI MICHELE MANCINO | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A REDAZIONE@VALORI.IT

PER CAPIRE L’ECONOMIA AFFIDATEVI ALLA PSICOLOGIA Quando si ha a che fare con i soldi, spesso ci si comporta in modo poco logico e non sempre dipende dal grado di istruzione. Il vero problema è che non ci si fida abbastanza di una scienza come l’economia, che ha qualche secolo sulle spalle, ma anche poca confidenza con le emozioni e l’irrazionalità delle persone. Per questo, al momento di investire i nostri risparmi o di capire se fare un mutuo e comprare una casa, finiamo sempre per rivolgerci a un esperto, a un consulente finanziario, a qualcuno che pensiamo ne sappia più di noi. Mentre per gestire gli aspetti economici della nostra vita quotidiana, sarebbe opportuno prendere confidenza con la materia. Occorre cioè avere un atteggiamento psicologico diverso. Perciò ricorrere a un breviario di educazione finanziaria, quando pensiamo a investimenti, perdite e guadagni, non è poi una scelta così strana.

PAOLO LEGRENZI I SOLDI IN TESTA

Einaudi, 2010

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UN DECALOGO PER IL RISPARMIO ENERGETICO Una manciata di trucchi essenziali per risparmiare mille euro all’anno e condurre uno stile di vita ecosostenibile. Un ricettario di consigli utili per ottenere un risparmio energetico dai gesti quotidiani: dal bucato alle spie luminose, dalla pressione delle gomme dell’automobile al riscaldamento. La scelta delle soluzioni proposte è frutto di una ricerca, da parte dell’autore, di tutti i consigli che internet ci propone, successivamente sottoposte al giudizio degli esperti nei diversi settori. Bolletta bioraria, solare termico, pannelli fotovoltaici, lampadine, compostiere, batterie ricaricabili, apparecchi in stand-by, forni solari, elettrici e a microonde sono alcuni dei punti trattati dal libro. Una proposta che arriva da una casa editrice scientifica indipendente appena nata con un’idea fissa: pubblicare libri agili, a pochi euro e a portata di click per permettere a tutti di informarsi su temi scientifici e tecnologici. ANDREA MAMELI MANUALE DI SOPRAVVIVENZA ENERGETICA

Scienza Express edizioni, 2011

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LO SVILUPPO DELL’ESSERE FA BENE ALL’ECONOMIA

CIAO ALL’ESCLUSIONE DAL MONDO DEL LAVORO

Latouche è lo studioso che più di altri ha riflettuto sulla necessità di abbandonare la via della crescita illimitata in un Pianeta dalle risorse limitate. La sua non è una visione manichea che contrappone uno sviluppo buono a uno cattivo. Piuttosto è la teorizzazione dell’abbandono del concetto di sviluppo e dalla sua logica. Anche l’ultima crisi economica può essere vista, secondo Latouche, come una “buona notizia”, se servirà ad aprire gli occhi sulla insostenibilità del “progresso” realizzato dall’Occidente. Per lo studioso, infatti, la via della decrescita serena passa in primo luogo per una presa di coscienza del fatto che lo sviluppo è un’invenzione dell’uomo, e che il rapporto tra uomo e natura può essere rimodellato in una dimensione “conviviale”, nel rispetto della legge dell’entropia e all’insegna di quella che egli chiama “opulenza frugale”, meno consumi materiali e più ricchezza interiore, meno “ben essere” e più “ben vivere”.

A Firenze, ormai da vent’anni, “Ciao” significa anche Centro Informazione Ascolto Orientamento. È un’associazione che offre servizi di accoglienza e inserimento nel mondo del lavoro, rivolgendosi a soggetti a rischio di emarginazione sociale, soprattutto ex detenuti. «Nel tempo ci siamo fatti conoscere, quindi a volte ci viene a cercare direttamente chi ne ha bisogno; in altre occasioni ci affidiamo alle segnalazioni da parte dei servizi sociali», spiega il presidente Giancarlo Parissi. Una persona appena uscita dall’esperienza del carcere, magari senza alcuna specializzazione, nella maggior parte dei casi si trova subito di fronte a un ostacolo che può sembrare insormontabile: trovare qualcuno che sia disposto a darle fiducia. Ma la mediazione dell’Associazione Ciao ha fatto sì che un nucleo stabile di aziende fiorentine, soprattutto nei settori dell’edilizia e della ristorazione, abbia deciso di riservare un occhio di riguardo per questi soggetti in difficoltà, offrendogli un’opportunità attraverso la formula del tirocinio formativo.

SERGE LATOUCHE COME SI ESCE DALLA SOCIETÀ DEI CONSUMI

Laterza, 2011

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Bollati Boringhieri, 2011

A CURA DI CORRADO FONTANA | PER SEGNALAZIONI SCRIVETE A FONTANA@VALORI.IT

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SOLETERRA: ECO-CASE E SPAZI VERDI

BIOLOGICO TRENTINO: INTERNET E PORTA A PORTA

«Soleterra è una realtà a metà fra figure tecniche e professionali, basti pensare che nasce da due giardinieri, due muratori e un impiantista di pannelli solari», racconta l’amministratore Ivan Calaminici. Questa piccola cooperativa, fondata nel 2008, ha l’ambizioso obiettivo di diventare un riferimento a 360° per chi vuole costruire una casa ecocompatibile, magari circondata da un’area verde ben progettata e curata. «Si tratta di figure molto richieste nel panorama milanese in cui operiamo; insomma, la gente ne è a conoscenza e ci tiene ad avere una casa che rispetti l’ambiente e il territorio. Proprio per questo c’è una grande concorrenza e vorremmo riuscire a differenziarci, relazionandoci con altri soggetti in modo da non restare fermi su un unico servizio, ma riuscire a spaziare», continua. Per ora la cooperativa si concentra sulla progettazione e manutenzione di aree verdi e sulla bioedilizia; in futuro, magari trovando altri soci, aprirà anche alla costruzione e installazione di impianti fotovoltaici.

Bicchieri, lenzuola, detergenti, pentole, scarpe. Sono alcuni degli oltre ottocento prodotti offerti da BioSiPuò, nata in Trentino nel 2006. È il titolare, Fausto Nicolussi, a selezionare i singoli fornitori, scandagliando i loro siti internet, seguendo le segnalazioni dei clienti o incontrandoli alle fiere: il requisito fondamentale è che utilizzino materiali biologici o ecocompatibili. BioSiPuò, quindi, rende disponibile on line un listino aggiornato di prodotti fra cui scegliere; a quel punto entra in gioco un meccanismo quasi “d’altri tempi”, dal momento che è il venditore a recapitarli personalmente, casa per casa, in tutta la regione. «Non mi limito a fare le consegne, ma ci tengo a conoscere il cliente di persona, mostrare il prodotto, spiegare come funziona, evidenziandone i punti di forza e quelli di debolezza. Certo - ammette il titolare è un meccanismo a cui non siamo più abituati. Ma così si crea un rapporto di fiducia e la sincerità di norma viene apprezzata».

www.soleterra.org Segnalata da

www.associazioneciao.it

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DALL’ITALIA AI BALCANI: TURISMO LENTO E RESPONSABILE Da meno di un anno l’associazione Slow Tourism - nata grazie al sostegno europeo per il turismo sostenibile tra l’Italia e gli Stati balcanici - è passata a lavorare a livello trasversale in molte regioni italiane, per promuovere il suo ideale di turismo “lento”, ovvero consapevole e responsabile. Il turismo, secondo il presidente Luciano Lauteri, è uno dei tanti attori che concorrono, ciascuno a suo modo, allo sviluppo e alla riqualificazione del territorio. È per questo che Slow Tourism si interfaccia tanto con le imprese, quanto con gli enti pubblici e con i turisti stessi. Gli operatori delle strutture ricettive, nell’associarsi, vengono segnalati sul portale in internet e possono frequentare corsi di formazione e aggiornamento; da parte loro, si impegnano a seguire un codice etico e comportamentale che comprende, fra le altre cose, un occhio di riguardo per il risparmio energetico e il rispetto di determinati standard qualitativi. «Siamo abituati - spiega Lauteri a viaggiatori acculturati, esigenti, che si informano sul web. Il nostro obiettivo è che un turista di questo tipo, entrando in albergo, venga accolto da qualcuno che gli dia consigli sulla città in cui si trova e, magari, gli metta anche a disposizione una bicicletta per muoversi in autonomia». Ma il turismo, si diceva, è un sistema integrato: quindi fra gli associati ci sono anche negozianti e artigiani, che certamente beneficiano di questo flusso di viaggiatori consapevoli. A coordinare il tutto i delegati regionali, rigorosamente volontari.

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Valute & rivolte

Se il sangue del Nordafrica resuscita l’euro

dal cuore della finanza londinese Luca Martino

poco meno di tre anni fa, la moneta unica europea viaggiava ai massimi storici sul dollaro scambiata a 1,6, un valore oggettivamente spropositato non solo a giudizio di chi, come la Germania, auspica da sempre un euro relativamente debole, al fine di supportare il proprio export. Poi è sopraggiunta quella tempesta epocale, nella finanza e nell’economia mondiale, che ha costretto le banche centrali, sia in Europa che negli Stati Uniti, ad azzerare il costo del denaro: originatasi nei bilanci delle banche d’affari americane, la crisi ha finito con il colpire, forse anche più duramente, i bilanci pubblici degli Stati europei, aggravando storiche e nuove fragilità del vecchio

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GLI ALBORI DELLA CRISI,

di riforme che l’Europa non conosce dai tempi del piano Marshall (anche se oggi gli Stati Uniti non possono certo permettersi di trasferire all’Europa 2,5 punti di Pil l’anno come fecero durante il famoso Piano di Ricostruzione Europea).

Una crisi “attesa” Ebbene quella crisi, che alcuni informalmente auspicavano, è scoppiata ad inizio anno nei deserti che coprono la metà delle riserve petrolifere mondiali, bagnati oggi dal sangue di quel risorgimento berbero che ha invaso tutto il Maghreb e parte del Medio Oriente: non a caso, solo nel primo trimestre dell’anno, l’euro ha segnato un’altro significativo apprezzamento nei confronti del dollaro tanto che la Banca Centrale Europea ha inaspettatamente preannunciato un possibile rialzo del costo del denaro per Aprile, mentre il mercato scontava almeno un altro trimestre di attesa e soprattutto che fossero gli Stati Uniti a muoversi per primi nel riordino post-crisi dei criteri di politica monetaria. La mossa di Trichet ha peraltro una valenza straordinaria: indica la volontà della Bce di rafforzarsi, anche rispetto alla Commissione, come unico organismo davvero in grado di guidare l’Europa tutta in un così complesso scenario politico, dimostra che l’organismo di Francoforte perseguirà una politica monetaria rigorosa anche se il successore di Trichet sarà, come sembra ormai certo, un “non tedesco” e soprattutto segnala ai mercati un probabile e duraturo rafforzamento dell’euro sul dollaro, almeno finché saranno alti i rischi di inflazione energetica legati alla crisi maghrebina.

Continente. Tra queste, le difficoltà legate a quel processo di integrazione che nei prossimi anni vedrà altri otto Paesi dell’ex blocco orientale adottare l’euro come moneta nazionale. Così, nel giro di due anni, l’euro è scivolato al suo minimo storico, addirittura sotto il valore di 1,2 rispetto al dollaro, svalutandosi cioè di oltre un quarto: erano i mesi nei quali metà dei Paesi aderenti al trattato di Lisbona rischiavano il default, Atene bruciava, Reykjavík e Dublino erano al collasso, Roma e Madrid barcollavano. Nel secondo semestre del 2010, il cambio euro-dollaro ha vissuto un quasi scontato ancorché fragile rimbalzo al rialzo, traiLa Libia da settimane è teatro di scontri tra le truppe lealiste e i ribelli anti-Gheddafi. nato, dal punto di vista dei fondamentali il 16 dicembre dello scorso anno si sono macro-economici, quasi esclusivamente detti pronti a «fare tutto quanto necessario dalla ripresa della locomotiva tedesca, e si è per proteggere l’euro», sapevano (e sanno) riposizionato a 1,3, valore che a molti, non della complessità dello scenario economisolo a Berlino, appariva ancora fin troppo co prossimo futuro: qualcuno prospettava forte, ma che rappresentava pur sempre anzi l’esigenza di una nuova crisi per scuouna svalutazione di circa un quinto rispettere a tal punto i mercati tanto da rendere to ai livelli pre-crisi. D’altra parte, al di là dei finalmente inevitabile un piano strategico buoni dati macroeconomici tedeschi, da tutti gli altri Paesi dell’area euro continuavano, e continuano La Banca centrale europea tuttora, ad arrivare notizie ha annunciato un rialzo dei tassi: tutt’altro che incoraggianti. una mossa utile anche per I capi di Stato della Ue, che rafforzarsi come guida europea | 72 | valori |

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L’AZIONE IN VETRINA TOYOTA

FONTE: THOMSON REUTERS

Il rendimento in borsa di Toyota Motor negli ultimi dodici mesi, confrontato con l’indice Dow Jones Industrial

A UN PO’ IMPRESSIONE parlare di Toyota in questi giorni. Il colosso delle automobili sta infatti sospendendo la produzione in tutti i suoi stabilimenti giapponesi a causa dei danni subiti dal terremoto. Il titolo sta crollando in Borsa (a marzo, perdeva quasi il 6%) e le prospettive non sono certo rosee. Quella che vogliamo raccontarvi è però una storia a lieto fine, che dimostra la tenacia degli azionisti attivi e la responsabilità sociale di Toyota. Da anni ai primi posti tra le imprese più rispettose dell’ambiente e dei diritti umani, nel 2006 Toyota ha iniziato ad essere oggetto di campagne di pressione da parte di un gruppo di azionisti responsabili americani, che erano riusciti a dimostrare l’esistenza di accordi commerciali molto stretti tra una controllata di Toyota (Toyota Tsusho) e il regime birmano. Dopo aver a lungo negato la collaborazione con la dittatura asiatica, Toyota ha deciso di uscire allo scoperto. Confermando le accuse e chiedendo scusa. Dalla fine del 2010 i rapporti con la giunta militare birmana, accusata di crimini contro l’umanità, sono stati definitivamente interrotti.

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UN’IMPRESA AL MESE

a cura di Mauro Meggiolaro

L’AZIONISTA DEL MESE

Toyota: una storia a lieto fine Domini Social Investments

www.domini.com

Sede New York – Stati Uniti Tipo di società Società di gestione del risparmio che promuove solo fondi di investimento etici. È controllata da Amy Domini, ex broker di Wall Street diventata pioniere degli investimenti responsabili. Asset gestiti ca. 1,5 miliardi di euro L’azione su Toyota Nel 2006, mentre stava completando una ricerca su Toyota Motors, Shin Furuya, analista di Domini, scoprì che la controllata Toyota Tsusho aveva stipulato un accordo con il regime dittatoriale birmano per vendere moto, auto e camion destinati ai cittadini più ricchi e con contatti nell’esercito. Pur decidendo di non investire in Toyota, Domini iniziò a fare pressione sulla società con l’aiuto di altri azionisti responsabili. Fino a quando, alla fine del 2010, Toyota ha ceduto e ha chiuso ogni rapporto con il regime birmano. Altre iniziative Domini Social Investments partecipa come azionista responsabile alle assemblee delle società nelle quali investe. Nel 2010 ha presentato una mozione alle assemblee di Bank of America (BofA) e American Express per fare pressione contro gli elevati interessi applicati alle carte di credito negli USA. La mozione presentata a BofA ha ottenuto il 33% dei voti a favore.

Toyota

www.toyota.it

Sede Toyota – Giappone (centrale) Borsa TSE – Tokyo Stock Exchange Rendimento negli ultimi 12 mesi + 2,69% Attività Toyota è una delle più grandi società automobilistiche del mondo con circa nove milioni di veicoli prodotti all’anno. È leader nella produzione di veicoli ibridi elettricità/benzina. Azionisti Azionariato diffuso Perché interessa agli azionisti responsabili? Toyota è un’impresa con un punteggio sociale e ambientale elevato. Compare spesso all’interno dei fondi comuni di investimento etici perché viene considerata tra i produttori di automobili più socialmente responsabili. La scoperta, nel 2006, da parte di Domini Social Investments, dei legami di Toyota (attraverso Totyota Tsusho) con il regime birmano, ha richiamato l’attenzione di decine di investitori responsabili. Dopo una lunga campagna di pressione, Toyota ha deciso di chiudere tutte le relazioni con la dittatura birmana. Numeri

Ricavi (Miliardi di Yen) Utile (Miliardi di Yen) Numero dipendenti

2009 20.529 2010 18.950 - 437 209 320.808 in tutto il Gruppo

I valori, quando si fondano sulla fiducia e sulla credibilità di chi li possiede e li coltiva, si possono riassumere in una parola, in un segno, in un colore. Dire è comunicazione d’intenti e di progettualità, trasmissione di idee, di conoscenza, d’esperienza. Fare è la sintesi dell’attività, energia verso nuove imprese, capacità di ascolto e di offrire risposte. Ai nostri clienti e a quelli che lo diventeranno è dedicato il nostro lavoro quotidiano: un lavoro dove il dire e il fare sono tutt’uno e sintesi di una filosofia dell���operare.



Mensile Valori n. 88 2011