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Cooperativa Editoriale Etica

Anno 15 numero 132 ottobre 2015

€ 4,00

Mensile di economia sociale, finanza etica e sostenibilità MANIPOLAZIONI FINANZIARIE: INIZIANO LE GRANDI CAUSE MA NON IN ITALIA

finanza etica

ARMI TRICOLORE: L’EXPORT FUORI CONTROLLO

economia solidale

COSTA D’AVORIO: ELEZIONI CRUCIALI PER L’AFRICA OCCIDENTALE

La lobby dei corruttori

9 788899 095123

ISBN 978-88-99095-12-3

Poste Italiane S.p.A. Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, NE/VR.

internazionale

Prendersela con la politica è facile. Lo è meno svelare il ruolo di imprese, professionisti e multinazionali che usano la mazzetta come strategia aziendale. Un cancro economico e morale


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valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


editoriale

LE RAGIONI DI GIUGURTA di Luciano Canfora

L’AUTORE

LUCIANO CANFORA

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moto Sud-est asiatico, anche da parte di ditte europee: per esempio nel settore costosissimo che produce articoli di alta moda. Ciò consente a tali ditte guadagni immani, a fronte della elargizione di paghe che non sarebbe nemmeno lecito definire tali. Il profitto sale alle stelle e indisturbato prende la strada delle accoglienti e discrete banche euro-americane. Un profitto particolarmente vergognoso. Si può raccogliere tutto questo genere di fenomeni sotto la categoria “corruzione”? Certamente sì. Lo dimostra il fatto che, a fronte di tutto ciò, i poteri politici risultano o conniventi o impotenti. L’Unione europea guarda senza agire. Gli USA agiscono, ma unicamente per il loro utile. La corruzione che paralizza gli Stati ha da tempo attinto anche alcuni gangli della macchina amministrativa. Né si riesce a liquidare il fenomeno, pur tra tante proclamazioni verbali e cartacee. Verso la fine del II sec. a.C., il re nordafricano Giugurta ebbe a proclamare che a Roma «tutto è venale, non c’è nulla che non si possa comprare». Negli anni Sessanta del Novecento fece scalpore un celebre articolo su un importante settimanale che si intitolava: Capitale infetta, Paese malato. Giugurta aveva visto giusto. ✱

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Nato a Bari 73 anni fa, è filologo, storico, saggista. Profondo conoscitore della cultura classica, che affronta con un approccio multidisciplinare, è autore di importanti studi sulla storia antica e contemporanea. Membro del comitato scientifico della Society of Classical Tradition di Boston e della Fondazione Istituto Gramsci di Roma, è inoltre direttore della rivista “Quaderni di Storia”. Molti dei suoi libri sono stati tradotti e pubblicati negli Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Olanda, Brasile, Spagna, Repubblica Ceca.

U

n autorevole e coraggioso magistrato palermitano, Roberto Scarpinato, nel corso di un affollato seminario pubblico svoltosi nella Repubblica di San Marino, nell’ambito di un convegno di storici (ottobre 2014), rese noto un episodio sintomatico. Inviato, in rappresentanza dell’Italia, a un incontro operativo europeo a Strasburgo, mirante a coordinare tra i vari Paesi le strategie contro il riciclaggio del denaro sporco, egli si trovò di fronte al rigetto – da parte dei convenuti – della prevista assunzione di un formale impegno volto a denunciare e quindi interrompere tale devastante fenomeno. La massa di siffatto denaro circolante in banche europee e statunitensi è tale da far paventare pesantissimi scossoni, ove provvedimenti del genere venissero effettivamente adottati. Non è sporco soltanto il denaro che proviene dal fiorente e indisturbato narcotraffico ovvero dallo sfruttamento della prostituzione. C’è anche il capitale mobile prodotto dallo sfruttamento del lavoro schiavile e semischiavile. Tale fenomeno dilaga in alcuni redditizi settori agricoli, per esempio dell’Italia meridionale, né solo con la manodopera immigrata. Ci si avvale ormai del lavoro semischiavile sottopagato, reclutato in loco nel re-

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sommario

ottobre 2015 mensile www.valori.it anno 15 numero 132 Registro Stampa del Tribunale di Milano n. 304 del 15.04.2005 ROC. n° 13562 del 18/03/2006 editore Società Cooperativa Editoriale Etica Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano promossa da Banca Etica soci Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Arci, FairTrade Italia, Mag 2, Editrice Monti, Fiba Cisl Nazionale, Cooperativa Sermis, Ecor, Cnca, Fiba Cisl Brianza, Federazione Autonoma Bancari Italiani, Publistampa, Federazione Trentina della Cooperazione, Circom soc. coop. consiglio di amministrazione Antonio Cossu, Donato Dall’Ava, Maurizio Gemelli, Emanuele Patti, Marco Piccolo, Sergio Slavazza, Fabio Silva (presidente@valori.it). direzione generale Giancarlo Roncaglioni (roncaglioni@valori.it) collegio dei sindaci Mario Caizzone, Danilo Guberti, Giuseppe Chiacchio (presidente) direttore editoriale Mariateresa Ruggiero (ruggiero.fondazione@bancaetica.org) direttore responsabile Andrea Di Stefano (distefano@valori.it) caporedattore Elisabetta Tramonto (tramonto@valori.it) caporedattore vicario Emanuele Isonio (isonio@valori.it) redazione Via Napo Torriani, 29 - 20124 Milano (redazione@valori.it) hanno collaborato a questo numero Paola Baiocchi, Alberto Berrini, Matteo Cavallito, Marinella Correggia, Nicoletta Dentico, Corrado Fontana, Luca Martino, Mauro Meggiolaro, Andrea Vecci grafica, impaginazione e stampa Publistampa Arti grafiche Via Dolomiti 36, Pergine Valsugana (Trento) fotografie e illustrazioni Ibrahem Qasim (commons.wikimedia.org) distribuzione Press Di - Segrate (Milano)

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fotoracconto 01/04 “I boss del Senato” è una delle litografie di Joseph Keppler divenute più celebri. Fu disegnata per l’edizione del 23 gennaio 1889 del settimanale satirico Puck. Un duro atto d'accusa dei legami sordidi tra Parlamento degli Stati Uniti e grandi monopolisti, alle spalle della cittadinanza.

dossier

8 TUTTO SI COMPRA?

La corruzione costa ogni anno 2mila miliardi di dollari e mina quotidianamente l’etica pubblica e il benessere collettivo. I grandi gruppi industriali la usano come mezzo per imporre i propri interessi, anche a costo di favorire terrorismo e criminalità organizzata.

global vision la mappa del mese Pianeta sommerso finanza etica

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Manipolazioni: causa persa per l’Italia Olio di palma: reazione a catena? Social impact bond. Ecco quando servono

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Armi tricolore: l’export fuori controllo Quindici anni per disarmare le banche Call center. Crisi a carico nostro Il volto masochista della disuguaglianza

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economia solidale

social innovation internazionale

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L’Africa occidentale aspetta Ouattara Quelle complicità che rafforzano l’Isis Desaparecidos in nome del profitto

45 48 50

giganten bancor

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fotoracconto 02/04

Sarà pur vero che “l’arte nel suo mistero le diverse bellezze insiem confonde” ma non sono solo bellezza e virtù i soggetti immortalati dagli artisti. Anzi, litografie, affreschi, miniature e olii su tela sanno diventare uno strumento potente per riprodurre moniti morali ed episodi storici caratterizzati dalla presenza dei peggiori vizi umani. Ecco perché abbiamo deciso di ripercorrere le tante forme di corruzione, morale e spirituale, attraverso una breve selezione di opere. Rappresentazioni iconiche di piccoli e grandi storie di decadenza umana: come quella dell’incisore francese 6

Gustave Doré che rievoca la penosa punizione inflitta ai barattieri nella V Bolgia dell’VIII Cerchio dell’Inferno dantesco, condannati a essere immersi nel buio della pece bollente per non incappare negli uncini dei Malebranche, diavoli neri che ghermiscono e strappano le carni dei dannati. O quella del re berbero Giugurta che fu tratto in catene a Roma dall’integerrimo pretore Lucio Cassio Longino, dopo che per anni il suo celebre oro aveva letteralmente acquistato il consenso di buona parte del Senato (d’altronde, ricordava Giugurta, «a Roma tutto è in vendita»). Ma le accuse contro

corrotti e corruttori possono arrivare anche sulle ali dell’ironia: quella scelta ad esempio dai seguaci di Lutero che, attraverso alcune vignette, condannavano l’azione riprovevole del monaco benedettino Johannes Tetzel, venditore di indulgenze da Guinness dei Primati: «Appena una moneta risuona nella cassetta, un’anima vola in Paradiso», soleva dire al popolo per spingerlo a pagare l’obolo. Fu anche grazie all’efficacia di tali immagini che molti sposarono l’indignazione luterana che portò alle 95 tesi esposte a Wittemberg nel 1517.

A sinistra, il demone Alichino che insegue Ciampolo, incisione di Gustave Doré per il XXII canto dell’Inferno di Dante. In alto, la cattura di Giugurta.

Qui sopra, caricatura dell’inizio del XV secolo, raffigurante Johannes Tecelius Pirnensis intento nella vendita delle indulgenze.

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global vision

I pericoli del deficit democratico

Una ripresa senza politica di Alberto Berrini attuale scenario deflattivo mondiale (ossia una ripresa economica che non si consolida e che al contrario rischia di arretrare) è purtroppo la più chiara dimostrazione dell’incapacità della “politica” di gestire la crisi e, più in generale, l’odierna evoluzione dei sistemi economici. In fondo, i problemi della Cina, e di altri Paesi di nuovo sviluppo, sono quelli di economie emergenti che stanno vivendo una difficile fase di transizione verso l’auspicabile maturità. Ma il soft landing (l’atterraggio morbido) rischia di trasformarsi, se gestito male, in un hard landing (atterraggio duro) per l’intera economia mondiale. Il “caso Grecia”, come quasi tutte le questioni europee, è di natura politica, o almeno è in quell’ambito che si possono trovare le soluzioni. La stessa economia americana è al bivio tra crescita e rallentamento. Ma la direzione della svolta ha molto a che fare con la politica monetaria della Federal Reserve, a sua volta condizionata da fattori economici e politici internazionali e interni, che si intrecciano. In questi ultimi mesi, il rafforzamento del dollaro, provocato da svalutazioni competitive di altri Paesi, ha indotto la Banca centrale americana a ritardare il rialzo dei tassi di interesse. In definitiva il tasso di cambio è indirettamente sempre nelle mani della politica e la FED diviene un mero esecutore di ordini.

L’

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Il pericolo è quello di assistere a uno scontro, che normalmente assume la forma della “guerra valutaria”, per contendersi quote di una domanda globale strutturalmente deficitaria. Se si vuole davvero evitare che ogni Paese cerchi di risolvere i propri problemi a scapito degli altri, servirebbe una politica economica coordinata a livello internazionale. Al contrario siamo di fronte a un’economia senza guida. Così come il G20 di Londra (aprile 2009) modificò le aspettative degli operatori, un nuovo G20 dovrebbe introdurre stimoli ulteriori e coordinati per sostenere ed espandere la domanda privata. In definitiva è necessaria una riflessione sull’attuale politica economica mondiale. Il G20 di Londra fu un tentativo di governance globale dell’economia che diede fondamento politico alle manovre anti-recessive già attuate e da attuare per evitare il crollo dell’economia planetaria. Di quel tentativo non rimane nulla. Al contrario il “deficit democratico” segnalato dall’incapacità della politica di gestire i sistemi economici, oggi più di allora, rimane una ferita aperta sul futuro dell’economia mondiale. Soprattutto se si considera che è ormai evidente che stiamo vivendo una “transizione di fase” che rimanda a cambiamenti nell’evoluzione dell’economia e della società che sfidano il quadro concettuale a cui siamo soliti affidarci da decenni. Mai come in questo momento la ripresa economica, dopo la più grave crisi del dopoguerra, sembra fragile. Ma tutto è fragile se non è governato. E l’arretramento della capacità di governo dell’economia mondiale è sconcertante. ✱ 7


DOSSIER

fotoracconto 03/04 Descrivere in forma pittorica il lato deteriore del tardo Impero romano per denunciare la decadenza della Francia durante la Monarchia di Luglio, che Filippo d’Orleans instaurò tra il 1830 e il 1848 e la cui classe politica era screditata dagli scandali: “I Romani della decadenza” è l’imponente quadro (quasi 5 metri per 8) che Thomas Couture realizzò nel 1847. Lui, giacobino, repubblicano e anticlericale, decise di lanciare un messaggio morale più o meno velato ai suoi contemporanei. Talmente assuefatti ai vizi da non accorgersi della disapprovazione dei due visitatori stranieri che si ergono all’estrema destra del quadro.

10 / Il male oscuro che divora l’etica 12 / Grandi imprese, grandi corruzioni 14 / Più che la legge, può la politica 16 / I professionisti della tangente


TUTTO SI COMPRA?

Ogni anno, piĂš di 2mila miliardi di dollari sono usati per corrompere. E portano via con sĂŠ benessere collettivo ed etica pubblica

I grandi gruppi industriali usano le tangenti come strumento per imporre i propri interessi. Anche se finiscono cosĂŹ per rafforzare crimine e terrorismo


DOSSIER TUTTO SI COMPRA?

Il male oscuro che divora l’etica di Paola Baiocchi

La vischiosa pratica delle mazzette è un male che danneggia tutti: incide sulla qualità della sanità e sulla salute dei cittadini, distrugge l’ambiente, cementifica il territorio e impedisce lo sviluppo. La “privatizzazione” dei beni pubblici nelle mani di pochissimi fa danni alla maggioranza

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A

ll’inizio di settembre solo i giornali italiani più attenti alla politica internazionale hanno riportato in qualche trafiletto una notizia proveniente dall’America centrale: il Guatemala, dopo mesi di proteste di piazza, è riuscito a mandare a casa l’ex generale Otto Perez Molina, presidente dal 2012. La causa per cui è stata revocata l’immunità del presidente, con l’unanimità del Parlamento, è stata la scoperta del suo coinvolgimento in un racket di tangenti di stampo mafioso. Dopo aver lasciato l’incarico Perez è finito agli arresti, accusato di aver incassato mazzette per 3,7 milioni di dollari. Dovrà rispondere di associazione per delinquere, corruzione e frode fiscale; con lui anche la sua vice che avrebbe intascato tangenti per altri 3,8 milioni. Forse non sarà l’arresto di Perez Molina a innescare il percorso virtuoso di uscita dalla corruzione che porterà ad affermare in Guatemala una vera democrazia. Ma è un risultato che si è realizzato in uno di quegli Stati che qualche anno fa venivano chiamati “Repubbliche delle banane”, un Paese prostrato dai golpe militari e da una guerra civile lunga 36 anni. Un risultato che ci deve far riflettere sulla situazione italiana e sul nostro ruolo di cittadini.

LA DEPENALIZZAZIONE DI FATTO «In Italia la corruzione è praticamente depenalizzata» spiega a Valori Alberto Vannucci, docente di Scienza politica all’Università di Pisa e autore de L’atlante della corruzione. «Dopo il picco di arresti di “Mani pulite” e la grande solidarietà manifestata dai cittadini nei confronti della magistratura, le condanne sono in caduta libera. Si sono moltiplicate norme pro corruzione con le quali maggioranze bipartisan hanno da un lato ostacolato l’attività giudiziaria anticorruzione e dall’altro reso più allettanti le occasioni per delinquere con l’estensione, per esempio, di criteri emergenziali o ad alta discrezionalità nell’assegnazione di contratti senza gara».

Il Gruppo di Stati contro la corruzione (Greco), l’organo di controllo del Consiglio d’Europa, ha più volte denunciato i punti deboli del nostro sistema repressivo, puntando il dito sul regime della prescrizione che rende pressoché inutili i processi, sulla mancanza del reato di corruzione privata e la depenalizzazione di fatto dei principali “reati sentinella” della corruzione: l’abuso d’ufficio e il falso in bilancio. Un contesto che, unito alla pochezza delle sanzioni, ha conferito al sistema delle mazzette una compiacente impunità e una semi-legalità da Repubblica delle banane. Ma perché al di là della percezione della corruzione, altissima per l’Italia negli indici che la rilevano (vedi BOX ), non c’è un allarme diffuso tra i cittadini per le sue conseguenze? Riprende Alberto Vannucci: «La corruzione dei migliori è la peggiore. La massima di Gregorio Magno spiega bene questo passaggio: se anche coloro a cui è affidata la cura degli interessi collettivi li tradiscono, le resistenze morali dei cittadini si adattano al clima prevalente e svapora lo stigma sociale». E il “così fan tutti” si estende vischiosamente in ogni ambito. Prosperando nell’ombra è poi difficile misurare l’incidenza economica della corruzione: la Corte dei conti quando deve svelare il costo della corruzione nel settore pubblico calcola un extracosto sugli appalti del 40-50% in più. Però è una stima ottimistica, se è vero che il passante ferroviario di Milano è costato il 100% in più di quello di Zurigo e il Mose è lievitato del triplo. «La corruzione sposta risorse della collettività a pochissimi beneficiari – spiega Vannucci – rappresentando di fatto una privatizzazione di beni pubblici. I suoi costi più importanti non sono quelli economici ma le ricadute sul sociale: sulla salute dei cittadini, sull’ambiente – con la cementificazione selvaggia e l’inquinamento – sulla selezione “demeritocratica” dei peggiori. Nel mancato sviluppo, perché esiste una correlazione tra la scarsa propensione all’investimento in ricerca e sviluppo e valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


TUTTO SI COMPRA? DOSSIER

fattori corruttivi: le imprese italiane restano piccole perché non si fidano dei propri dipendenti».

lA cOrruzIOnE AmbIEntAlE

FONTE: DOSSIER “CORRUZIONE” DI LIBERA, LEGAMBIENTE, AVVISO PUBBLICO

IL PARADOSSO SCANDINAVO Eppure la corruzione non è una malattia irreversibile: Singapore e Hong Kong rappresentano esempi di inversione di tendenza. La stessa Svezia, ora considerata un modello di governo virtuoso, non è sempre stata così: nella seconda metà dell’800, clientelismo e corruzione erano rampanti, ma sono riusciti ad avviare una “riconversione morale” introducendo nella pubblica amministrazione meccanismi imparziali di reclutamento, garantendo un livello minimo di istruzione popolare e assicurando piena libertà di stampa. Esempi diversi del fatto che, se esiste la volontà politica, il cambiamento è possibile e i rimedi sono noti. I Paesi scandinavi, dove è maggiore l’intervento regolatore dello Stato e allo stesso tempo sono i più immuni alla corruzione, rappresentano oggi il paradosso che smentisce il mantra del liberismo sulla necessità della deregolamentazione (anche attraverso la corruzione) per superare l’ipertrofia

della cosa pubblica: non è la quantità dello Stato a fare la differenza, ma la sua qualità. «Resta da dire che l’iniziativa in Italia può partire solo dal basso – conclude Vannucci, che è anche estensore della Carta di Avviso pubblico – perché non esiste questo impegno all’interno della maggioranza della nostra classe dirigente». ✱

lA gOlA nOn è AbbAstAnzA prOfOndA di Paola Baiocchi

Per farla decollare anche in Italia, la figura dell’informatore che dall’interno di entità private o pubbliche denuncia, va protetta da possibili ritorsioni sul posto di lavoro Whistleblower in inglese letteralmente vuol dire fischietto. In senso figurato si usa per definire l’informatore, la “gola profonda”, la “talpa” che dall’interno di un’organizzazione pubblica o privata ne denuncia la corruzione. Il più conosciuto whistleblower è sicuramente Hervé Falciani: l’ex dipendente della filiale ginevrina della banca britannica Hsbc, che nel 2009 ha consegnato all’allora ministro francese delle Finanze, Christine Lagarde, una lista con i nomi di 130mila titolari internazionali di conti di quella banca, indicando che molti degli intestatari se ne avvalevano per evadere il fisco o riciclare danaro. Per la sua denuncia, Falciani ha perso il lavoro, ha dovuto trasferirsi in Spagna e ha valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

passato una lunga serie di guai giudiziari, accusato di violazione del segreto bancario e spionaggio industriale (su Valori.it, la videointervista del giugno scorso). Solo lo scorso aprile la Cassazione ha dato il via libera al fisco per l’utilizzo dei dati degli italiani presenti nella lista, depotenziata comunque dal molto tempo trascorso e dallo scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero, varato nel 2009-2010 da Tremonti, che si stima abbia fatto perdere al nostro Stato qualcosa come 700 milioni di tasse. La vicenda dell’ingegnere informatico italo-francese fa capire bene l’insufficienza di regolamentazioni europee nei confronto dei whistelblower, che sono tutelati completamente solo in cinque Stati della Ue: Lussemburgo, Romania, Slovenia, Regno Unito e Irlanda. Negli Usa, invece, una commissione ad hoc istituita nel 2011 ai sensi della legge Dodd-Frank, che riconosce incentivi economici agli informatori, ha riportato un numero crescente di casi denunciati, passati dagli iniziali 334 ai 3.238 registrati nel 2013, provenienti anche da 55 Paesi esteri.

TACITO IL VEGGENTE «Moltissime sono le leggi quando lo Stato è corrotto», diceva Tacito nel I secolo d.C. L’affare Falciani, venti secoli dopo, la dice lunga sulle iniziative dei recenti governi italiani nei confronti della corruzione: interventi scarsamente incisivi, se non addirittura collusivi o pasticciati, come nel caso della legge Severino del 2012: ha introdotto i reati di corruzione privata e di traffico di influenze illecite, che la convenzione Ocse del 1997 richiedeva, ma con piccoli accorgimenti pratici (come una pena massima di soli tre anni) li ha resi di fatto inutilizzabili. La nostra prescrizione resta la più breve al mondo e i successivi interventi sul falso in bilancio, reato sentinella della corruzione, non ci hanno restituito le regole precedenti alla depenalizzazione berlusconiana, ma hanno ridotto ulteriormente i casi perseguibili. In più lo “spacchettamento” della concussione in due reati distinti, una delle quali è l’indebita induzione, toglie ogni incentivo a chi denuncia. L’esatto opposto di quanto richiedono sugli informatori le convenzioni internazionali. ✱ 11


DOSSIER TUTTO SI COMPRA?

Grandi imprese Grandi corruzioni di Paola Baiocchi

L’Ocse rivela: il 60% degli episodi avviene in quattro settori: idrocarburi, costruzioni, trasporti, informazione. La bustarella diventa così strategia aziendale

L

a Banca mondiale stima che ogni anno nel mondo 2mila miliardi di euro vadano in tangenti: 2,3 trilioni di euro si “intombano” e spariscono in un vortice di denaro che rappresenta circa il 3% del Pil mondiale. Chi muove questa ricchezza enorme e dove vanno queste risorse? Secondo i dati 2015 dell’organismo finanziario, la metà delle tangenti si muove nel settore pubblico e con modalità particolarmente odiose: mille miliardi di euro verrebbero sottratti dai fondi della cooperazione e dagli aiuti finanziari per i Paesi in via di sviluppo. Che così non arrivano ai soggetti finali, in aree dove ogni centesimo è prezioso, ma vengono deviati su conti di oligarchi e funzionari infedeli, in qualche paradiso fiscale. Perpetuando quel fenomeno che l’economista Vito Tanzi osservava già nel 1998 in un rapporto del Fmi: «La corruzione è un fattore di aumento della povertà, perché riduce il reddito potenziale che i poveri possono guadagnare». L’Ocse nel dicembre scorso ha pubblicato la sua prima re-

lazione sulla corruzione internazionale, Oecd Foreign Bribery Report, che fa il punto sull’andamento della repressione di questo fenomeno a cinque anni dall’entrata in vigore della Convenzione alla quale aderiscono 41 Stati, i 34 dell’Ocse più altri sette, tra cui Russia e Brasile. Secondo questo report due terzi degli episodi di corruzione transnazionale sono stati registrati in quattro settori: estrazione di idrocarburi e altre materie prime (19%), costruzioni (15,9%,), trasporti (15%), informazione e comunicazione (10%). Nel 53% dei casi è direttamente colpevole qualche dirigente dell’azienda corruttrice, nel 12% l’amministratore delegato. «Non vale quindi indicare “le mele marce” di un sistema, quando questo è corrotto dal vertice», scrive l’Ocse che fotografa anche il ruolo degli intermediari: tre affari “truccati” su quattro sono condotti attraverso figure di “facilitatori” che, nel 35% dei casi, sono “veicoli” della stessa impresa che corrompe i pubblici ufficiali. Si trat-

lA prOpOstA: WHIstlEblOWEr glObAlE AntIcrImInE di Andrea Di Stefano

Uno sportello utile ad accogliere segnalazioni e ad avviare inchieste sovranazionali potrebbe essere aperto all’interno dell’Ocse Whistleblower globale contro la corruzione. Non c’è alternativa se si vuole combattere seriamente un fenomeno che sottrae risorse ai cittadini, cambia profondamente le regole dell’economia e alimenta vaste attività di riciclaggio (con connesse relazioni con 12

la criminalità organizzata). Come raccontiamo nel dettaglio in questo dossier il fenomeno della corruzione ha diversi attori. Le imprese, soprattutto quelle multinazionali, che utilizzano le tangenti per conquistare posizioni di mercato aggirando regole, norme e trasparenza. I public servant a diverso titolo che chiedono o solamente accettano di ricevere prebende (non solo danaro in contante) per favorire quell’azienda o quel gruppo di imprese. Ma all’appello dobbiamo mettere anche manager e quadri delle aziende corruttrici che approfittano del sistema messo in campo per reperire la “provvista” per incassare ingenti somme a livello personale.

L’IMPORTANZA DELLA TRASPARENZA Molte delle inchieste giudiziarie che hanno coinvolto grandi gruppi internazionali hanno evidenziato che nella ripartizione del denaro riciclato nel sistema di corruzione spesso la fetta più grande viene intercettata proprio dai dirigenti e funzionari dell’azienda. Lampante in proposito la vicenda di Petrobras, il colosso brasiliano del settore energetico controllato dallo stato al 50,3%: il vasto sistema tangentizio, basato sul gonfiamento del valore di grandi appalti tra l’1 e il 3%, ha permesso a molti manager di intercettare parte del flusso di soldi. Se si vuole tentare di realizzare il mandato che è stato attribuito all’Ocse per valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


TUTTO SI COMPRA? DOSSIER

tuttI I nOmI dEllA tAngEntE CORRUZIONE SETTORE PUBBLICO

Avviene quando si realizza uno scambio occulto tra un corruttore e un agente pubblico, grazie al quale i due spartiscono tra loro risorse derivanti dal “tradimento” del mandato fiduciario che lega l’agente all’organizzazione pubblica, e dunque alla collettività.

SOVRAFATTURAZIONE

L'attività di gonfiare le fatture o i contratti per creare fondi neri utili alle tangenti. Il consulente di Finmeccanica, Lorenzo Cola, condannato assieme ad altri nell'ambito dell'inchiesta per l'acquisizione di Drs, chiamava il pagamento delle tangenti e la sovrafatturazione “fare i compiti”.

RETROCESSIONE

Dopo la sovrafatturazione, una parte della somma “va retrocessa” ai destinatari della tangente. Nella vicenda Mose, c’era un vero tariffario: il 5-6% dei lavori in sasso; il 50-60% degli importi per servizi.

FRODE VALUTATIVA

È l’attribuzione, palesemente fraudolenta, di un valore non verosimile (ovvero non corrispondente al suo probabile prezzo di mercato) a un asset illiquido iscritto a bilancio.

ELABORAZIONE PROPRIA DA ATLANTE DELLA CORRUZIONE DI ALBERTO VANNUCCI (EDIZIONI GRUPPO ABELE, 2012); CORRUPTION AROUND THE WORLD. CAUSES, CONSEQUENCES, SCOPE, AND CURES, DI VITO TANZI

ta cioè di società sorelle localizzate nei paradisi fiscali, broker in house oppure società di marketing in qualche modo collegate con la società madre, nel gioco delle scatole cinesi. All’Italia sono state tirate le orecchie anche in questa relazione dell’Ocse, perché su 207 casi di corruzione portati in giudizio e il cui iter si è concluso entro il giugno scorso, solo 6 riguardavano il nostro Paese. La maggiore efficienza nel perseguire questi crimini, invece, è stata riscontrata negli Stati Uniti, che hanno portato a sentenza 128 procedimenti.

L’ELEFANTE CHE SI CELA FACILMENTE «La corruzione, come un elefante, può essere difficile da descrivere, ma non da riconoscere. Peccato che non si lasci facilmente osservare», spiega Tanzi. Facilmente osservabile, invece, è che le grosse tangenti si trovano dove operano le grandi compagnie e che le privatizzazioni degli anni Ottanta, sempre secondo Tanzi, invece di risolvere il problema della corruzione come veniva prospettato, hanno generato fantastiche occasioni di trasferimenti incombattere i fenomeni di corruzione, uno dei passi principali è quello di creare uno sportello globale per i whistleblower in grado di raccogliere le segnalazioni e attivare inchieste sovranazionali soprattutto sui flussi finanziari, richiamando immediatamente i governi dei Paesi coinvolti nel sistema corruttivo. La pubblicizzazione dell’apertura stessa delle indagini permetterebbe, inoltre, di accendere i riflettori da parte del sistema dei media mettendo sotto pressione all’interno e all’estero del Paese i responsabili, più o meno collusi, del sistema. Un’operazione di trasparenza permetterebbe anche di chiarire che il destinatario ultimo delle somme non è solo il sistema politico, diversamente dalla frequente conclusione demagogica cui spesso arriva l’opinione pubblica. valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

debiti a beneficio di pochi: a questo proposito l’economista cita le privatizzazioni italiane e quella della russa Gazprom. L’unico che ci ha rimesso in quel caso è stato Mikhail Khodorkovsky che è finito in prigione perché nell’eseguire la privatizzazione della compagnia petrolifera, come Putin gli aveva ordinato, ha esagerato e se l’è intestata. Tanzi aggiunge poi il comparto delle armi, che, per le sue caratteristiche di segretezza e di grandi investimenti pubblici, può beneficiare della possibilità di “privatizzare” almeno il 15% del denaro speso. Nel Bribery Report, l’Ocse ha poi analizzato in dettaglio i 427 casi di corruzione internazionale arrivati a conclusione che si sono svolti nei Paesi aderenti all’organizzazione: nell’11% dei casi le tangenti sono andate a ministri o a capi di Stato, 1,8 miliardi di euro l’importo totale, offerte nel 57% dei casi per “ungere” l’assegnazione di appalti pubblici, nel 12% per accelerare procedure doganali e altre agevolazioni. I funzionari pubblici corrotti erano di 24 Stati dell’Ocse e 15 del G20. Grandi società, grandi Paesi, grandi corruzioni. ✱

UN AIUTO CONTRO IL TERRORISMO La gravità e l’ampiezza dei fenomeni va ben oltre il contesto del sistema delle tangenti: non ci sono dubbi che in alcuni casi i flussi di danaro sono all’origine della nascita di vecchi e recenti attori di primo piano del terrore internazionale, da Boko Haram all’Isis, dai narcos messicani agli Al Shabaab e altre milizie somale. Ci sono tanti esempi di questo modello: il rieletto presidente del Suriname, Desi Bouterse, accusato di aver permesso ad Hezbollah di insediarsi nel Paese e di aver coperto un traffico internazionale di cocaina; Charles Taylor, oggi sotto processo al Tribunale Penale Internazionale, protagonista in Liberia di un colossale traffico di diamanti insanguinati con la mafia russa e al Qaeda; il mercante d’armi Viktor Bout , che ha rifornito

 LIBRI

LA CORRUZIONE COSTA Effetti economici, istituzionali e sociali. di Eleni Iliopulos e Marco Arnone Vita e pensiero, 2005

OECD FOREIGN BRIBERY REPORT dicembre 2014

i talebani, le Farc, ogni tipo di milizia africana sotto la protezione di diversi governi. Una rete multinazionale della corruzione ha permesso di svolgere le loro attività, mentre cresceva il volume degli introiti finanziari anche grazie al ruolo compiacente di alcuni gruppi bancari e finanziari: basti per tutti ricordare l’inchiesta condotta negli Usa sul riciclaggio reso possibile dalla Hsbc. Solo tra il 2007 e il 2008 la filiale messicana ha spedito per esempio 7 miliardi di dollari in banconote negli Stati Uniti, una transazione immediatamente segnalata con sospetto dalle autorità americane e messicane. Altri 8 miliardi di dollari di depositi in contante sono stati inviati in Usa tra il 2006 e il 2009 da altri Paesi tra cui la Russia senza alcun accertamento sulla provenienza e la destinazione. ✱ 13


DOSSIER TUTTO SI COMPRA?

Più che la legge può la politica Fenomeno che non può essere realmente misurato, la corruzione non prospera dappertutto allo stesso modo. Dipende dalle istituzioni pubbliche, ma non si sposa con un’economia in salute

di Corrado Fontana % dEllA pOpOlAzIOnE cHE rItIEnE dIffusA lA cOrruzIOnE

FONTE: EUROBAROMETER SURVEYS 374 AND 397 (2013)

EU max.

99%

99% 97%

EU avg.

76%

68% 59% EU min.

20%

20%

% della popolazione che ritiene diffusa la corruzione

ASSET ILLIQUIDO

Un bene materiale o immateriale posto a bilancio con un valore teorico che corrisponde a un prezzo “nominale” (come il valore di un’obbligazione alla scadenza) o “di mercato” (la cifra presumibilmente ricavabile in un dato momento in caso di vendita dell’asset stesso). 14

A

marzo 2015 nelle carceri italiane si trovavano 226 detenuti reclusi in base all’articolo 319 del Codice penale (Corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio) e 216 per l’articolo 321 (Pene per il corruttore). Considerando che alcune di queste persone potrebbero essere presenti in entrambe le liste di reati, la cifra di tale pattuglia appare risibile. Di certo lo è rispetto a una popolazione carceraria composta da 60mila individui, ma soprattutto pensando a come si piazza l’Italia nelle varie classifiche di “corruzione percepita” (vedi GRAFICO ) stilate in sede europea, o da una ong accreditata sul tema come Transparency International, che ci pone al 69° posto su 175 Stati (ex aequo con Brasile, Bulgaria, Grecia, Romania, Senegal e Swaziland). Una discrepanza evidente che squarcia il velo su due problemi: l’incidenza della corruzione non è misurabile con dati certi e ciò non consente di valutare la reale efficacia delle leggi per contrastarla. Tuttavia c’è chi, come la società multinazionale di servizi di consulenza legale

SPEED MONEY La tangente che accelera i procedimenti, nel gergo degli investitori internazionali.

CMS, pubblica una guida (CMS Guide to Anti-Bribery and Corruption Laws) che almeno censisce le regole principali che 44 nazioni si sono date nel perseguirla. Un strumento per tecnici che però evidenzia le diverse priorità istituzionali su questi reati, mostrando ad esempio l’occhio di riguardo della Cina verso le società cinesi, i loro fornitori e dipendenti (non perseguibili in caso di coinvolgimento in illeciti commessi all’estero), o bacchettando apertamente il Brasile, in cui la legge non consentiva fino all’anno scorso di incriminare direttamente le compagnie per reati commessi dai lavoratori. Tornando all’Europa, la recente ansia degli Stati sull’argomento, alimentata da una crisi economica che non permette più loro di concedere quei 120 miliardi di euro l’anno ai fenomeni corruttivi, ha prodotto nel 2012 un interessante documento (The Good, the Bad and the Ugly: Controlling Corruption in the European Union, Hertie School of governance), dove si suggeriscono relazioni tra i livelli di corruzione percepita e certi meccanismi di scelta della politica. Ad esempio il fatto che gli Stati maggiormente affetti da corruzione indirizzino i soldi pubblici non solo sulla base di clientele ma preferibilmente su grandi progetti di spesa e meno in campo sanitario. Una teoria confermata in parte da un gra-

BARATTIERI

Dante manda all'Inferno i governanti che «arraffarono nascostamente». Dopo Mani pulite, a far da tramite con i politici oggi ci sono mediatori e faccendieri.

TANGENTE

Dal latino tangere, toccare. Il denaro, il bene o il servizio che rappresenta il prezzo per la corruzione (se viene offerto) o per la concussione se invece si pretende. Ha una serie infinita di sinonimi gergali e di eufemismi che ne spiegano le tecnicalità. valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


TUTTO SI COMPRA? DOSSIER

ItAlIA tItubAntE E OpAcA

CONTROLLO DELLA CORRUZIONE

40 0

DK SE FI NL LU DE UK BE IE FR AT CY ES EE MT PT SI PL LT HU CZ LV SK IT HR BG EL RO

20

58

60

57 52 51 51

80

100 99 98 97 96 94 92 91 90 90 89 85 82 80 80 78 75 72 66 65 64 63 60

[in %] 100

FONTE: WORLD BANK GOVERNANCE INDICATORS (2012 DATA) (215 COUNTRIES)

EUROPE 2020 COMPETITIVENESS INDEX 2012

4.30

4.13 4.08 4.06 4.01 3.95 3.79 3.76

SE FI DK NL AT DE UK LU BE FR EE IE SI PT ES CZ CY MT LV LT IT SK PL HU HR EL RO BG

6 5 4 3 2 1 0

5.77 5.71 5.60 5.46 5.33 5.28 5.23 5.13 5.04 4.98 4.74 4.66 4.59 4.59 4.52 4.49 4.40 4.39 4.36 4.31

[punteggio]

FONTE: WORLD ECONOMIC FORUM

fico elaborato da Eurostat, che pone al minimo dei livelli di spesa sanitaria e allo stesso tempo in cima a quella delle “nazioni più corrotte” Romania, Bulgaria, Lituania, Ungheria e Polonia. Mentre Italia e Grecia si trovano sugli scudi sia per l’alta percentuale di finanziamenti destinati alla salute sia per un basso controllo della corruzione. Ma c’è di più. Pur tenendo conto che le disponibilità di spesa di un Paese dipendono soprattutto dal livello di sviluppo della sua economia, l’indagine del 2012 mostrava altri indicatori significativi. La corruzione va infatti a braccetto con un peggiore bilancio fiscale, con la difficoltà nel riscuotere le tasse, con la presenza di un’occupazione fragile, con la scarsa affermazione della parità di genere, con fenomeni di “fuga di cervelli” (in tutte e tre le ultime voci, l’Italia nel 2012 spiccava insieme ai peggiori). E quindi, se proprio non si può misurare né sapere quanto certe leggi siano ben studiate per contrastarla, la corruzione può però intuirsi, attivando meccanismi trasparenti di gestione e controllo per prevenirla. A corroborare questa lettura, una serie di dati della Banca mondiale, secondo cui esiste una relazione diretta e progressiva tra livelli di controllo dei fenomeni corruttivi, efficacia del governo, competitività economica e facilità di fare impresa (vedi GRAFICO ). I numeri di Danimarca e Paesi Balcanici, ai due antipodi, e le posizioni delle altre nazioni lo dimostrano. ✱

GARA PILOTATA

L'appalto in cui il vincitore è designato in base ad accordi precedenti l'apertura delle buste. valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

“LE PRESENTO UN AMICO”

La frase topica nei subappalti. Le imprese vincitrici di una gara, che “non vogliono avere problemi”, devono accettare chi gli viene imposto per i subappalti.

di Corrado Fontana

Franco La Torre, responsabile di Libera Europa, conferma: molte spie mostrano un Paese timido contro la corruzione, sia a livello internazionale sia con le leggi nazionali L’Europa è attiva contro la corruzione almeno dal maggio 1999, dando vita a un organismo specifico chiamato GRECO (Group of States against corruption), che si prefigge di migliorare la capacità dei suoi membri nel combattere il fenomeno, verificando il rispetto delle norme del Consiglio d’Europa in materia. La stragrande maggioranza dei Paesi europei vi aderì subito. L’Italia preferì accomunarsi ad altri Paesi, note stazioni di riciclaggio o transito dei flussi finanziari più opachi: per farne parte ha atteso il 2007 (governo Prodi II), nello stesso anno del Principato di Monaco e della Russia, e prima solo di Liechtenstein, San Marino e Bielorussia. Un atteggiamento timido, che trova corrispondenza a livello nazionale: «Dal punto di vista legislativo la normativa italiana è stata rafforzata. Ma, per quanto attiene alle aspettative di una normativa stringente, l’introduzione di alcuni avverbi nel testo approvato (ad esempio “consapevolmente” e “concretamente” negli articoli sull’accertamento del falso in bilancio reintrodotto con la legge 69/2015, ndr) fa sì che ancora una volta la maglia si sia allargata», spiega Franco La Torre, responsabile di Libera Europa (spin-off dell’associazione antimafia guidata da don Luigi Ciotti) e figlio di Pio La Torre, politico ucciso anche per aver proposto la legge che introdusse il reato di associazione mafiosa e la norma che prevede la confisca dei beni ai mafiosi (la legge 646/82 meglio nota come “Rognoni - La Torre”). Ma leggi adeguate non bastano a battere corrotti e corruttori. «Come contro la mafia non basta il solo 416 bis», commenta La Torre. «La corruzione è la risposta di una società a uno Stato non organizzato a rispondere alla domanda dei cittadini in modo civile. Quando in calce a una mia richiesta si devono apporre dieci timbri diversi, questo determina che io possa essere ricattato e a mia volta diventare corruttore di ciascun titolare di questi dieci timbri. E questo può accadere tanto più quando non si effettuano attività di monitoraggio e controllo sull’efficienza della pubblica amministrazione, quando non sono chiare le responsabilità degli atti o il dirigente sceglie di non esercitare il suo ruolo di verifica perché scomodo». In realtà, una proposta di legge avrebbe potuto migliorare le cose: nel 1996, Libera raccolse un milione di firme per introdurre il riutilizzo sociale dei beni confiscati ai mafiosi. E il Parlamento lo approvò (legge 109). Ma nelle intenzioni dei promotori, le norme sulla confisca dei beni mafiosi dovevano essere estese anche a chi si macchiava di reati di corruzione. Nella conversione, questa ipotesi venne però esclusa dal Parlamento. «Su questa partita, il confronto è aperto da anni...». ✱

GAVETTA

Il duro apprendistato del corruttore. «Bisogna fare la gavetta anche per pagare le tangenti. Non è che uno arriva e toh, molla i soldi ed è fatta». Intervista all’imprenditore Piero Di Caterina. Corriere della Sera, 3 agosto 2011.

ESCORT E DROGA

Utilizzate come strumento corruttivo da Gianpaolo Tarantini. Anche i soldi delle tangenti sono una droga. Afferma un imprenditore: «Una volta che li accetti non ne puoi più fare a meno. La prima volta è difficile. Poi ti servono come l'eroina e li vai a chiedere». [Pa.Bai. e M.Cav.] 15


DOSSIER TUTTO SI COMPRA?

I professionisti della tangente di Matteo Cavallito

Polo (Bocconi): «La frequenza delle operazioni cementa la corruzione endemica». Tra falso in bilancio, veicoli ad hoc, intermediari e riciclatori

A

lla fine basta mettersi d’accordo. E poco importa che a motivare l’intesa sia il consenso esplicito o la forza dei deterrenti in gioco. Nella complessità del mondo contemporaneo i fenomeni corruttivi chiamano in causa molte variabili. Ma la base teorica si conferma relativamente semplice. Due soggetti, il corrotto e il corruttore, un profitto (materiale o immateriale) e una variabile decisiva (la frequenza delle azioni). Tutto si muove con un unico obiettivo: la spartizione. Ma le modalità per raggiungere il traguardo si adeguano al contesto. Cambiando a seconda delle necessità.

IL FATTORE TEMPO Lo evidenzia, ad esempio, il tipico confronto micromacro. Come dire, catena di favori da un lato, maxi tangente dall’altro. Due grandi classici. «Nei fenomeni di corruzione internazionale, legati ad esempio al rilascio delle concessioni per lo sfruttamento

IPSE DICETTE. IL TESORO LINGUISTICO DELLE INTERCETTAZIONI

Finanzieri d’assalto, politici, dirigenti sportivi e imprenditori votati al cinismo. E con loro stallieri e sodali d’ogni sorta. In mezzo il linguaggio. Volgare, precario, criptico o addirittura immaginifico. Codice interpretativo di un mondo che si svela per la sua pochezza. Se le intercettazioni avessero dignità di letteratura, l’universo rappresentato potrebbe spaziare tra generi multiformi. Dal realismo magico delle metafore di Bancopoli – quelle dei “furbetti”, per intenderci – al verismo impietoso dello scandalo P3. Un mondo sospeso tra cinismo (Il terremoto dell’Aquila? «Abbiamo avuto culo», dice l’assessore che pregusta il business della ricostruzione) e irridente prepotenza (qualsiasi stralcio di Calciopoli, c’è solo da scegliere) e dove lo stesso degrado morale tende a trasformarsi in degrado linguistico, come osservava Denise Pardo in una eccezionale riflessione condotta nel 2010 sulle colonne de L’Espresso. Sotto la lente, «il lessico micidiale e scalcagnato» della P3 e del suo mondo un po’ sgarrupato. Un mondo di nemici che sembrano fatti con lo stampo (da «chillu cess’e Nicola» a «quell’altro cesso») e di coniugazioni verbali opinabili («io ce lo dicette»), cui si contrappone, tuttavia, la rassicurante oggettività dell’aritmetica: «Amn’ fa nu poc’ na conta a vedè quanto sonn’ i nostri e quanti songo i loro». Non fa una piega. L’ilarità regna sovrana ma non cancella l’inquietudine. [M.Cav.]

16

delle risorse, abbiamo tipicamente a che fare con operazioni distanziate nel tempo e con l’impiego di cifre particolarmente elevate» spiega a Valori Michele Polo, professore ordinario di Economia politica presso l’università Bocconi di Milano. «Nei contesti di corruzione endemica, al contrario, si instaura tipicamente un rapporto continuativo tra atti corruttivi verificatisi in passato e nuovi atti destinati a manifestarsi in futuro con forme di compensazione che diventano più articolate». Una distinzione fondamentale che chiama in causa il fattore “tempo”. «La frequenza diventa la variabile decisiva», aggiunge Polo. «Quanto più le azioni corruttive diventano ravvicinate, tanto maggiore è la convenienza dello stare ai patti: la frequenza cementa il diffondersi di una struttura corrotta e, con essa, un fenomeno di corruzione endemica». È proprio in questo contesto che la prassi assume le forme più variabili per assicurare la persistenza stessa del fenomeno. Dal modello base “corrottocorruttore-denaro contante” si passa così a forme di compensazione più articolate e a meccanismi flessibili, come ricorda ancora il docente: «Spesso, per lo meno nel caso italiano, abbiamo osservato come l’amministratore possa costruire veicoli ad hoc, fondazioni o sistemi di consulenza per garantire la persistenza di una catena di atti corrotti. E, di conseguenza, una continuità temporale del fenomeno».

STRUMENTI E PROFESSIONISTI Ad assicurare la persistenza della corruzione, insomma, è una struttura consolidata. Ma la stessa struttura, è ovvio, non può prescindere dall’apporto dei professionisti, veri e propri attori decisivi in un ambiente necessariamente opaco e, va da sé, regolamentato da norme non scritte. «Nella corruzione emergono spesso due figure chiave» spiega ancora Polo. «La prima è costituita dal facilitatore, che può essere ad esempio l’intermediario tra l’impresa e il pubblico ufficiale e che, in sintesi, garantisce almevalori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


TUTTO SI COMPRA? DOSSIER

Carta di Avviso pubblico

Composta da 23 articoli la Carta è un codice etico di comportamento che mostra come un buon amministratore possa declinare nella quotidianità i principi di trasparenza, imparzialità, disciplina e onore previsti dagli artt. 54 e 97 della Costituzione. Già sottoscritta da decine di Comuni e di amministratori, la Carta non è un'elencazione di intenti, ma è vincolante per chi la sottoscrive e ci sono già casi di assessori che si sono dovuti dimettere per inottemperanza.

no due cose: da un lato la disponibilità del corrotto a farsi corrompere e, dall’altro, la sanzione di chi non sta ai patti tramite l’esclusione di quest’ultimo da corruzioni future. L’altra figura decisiva è il riciclatore che assicura le operazioni di riciclaggio del denaro attraverso la creazione di fondi neri. È qui che il mondo della corruzione incontra un comparto ben più grande: quello del crimine organizzato». Tra gli strumenti chiave nei fenomeni di corruzione, il falso in bilancio mantiene ovviamente un ruolo di primo piano. Le leggi per contrastarlo non mancano. Ma la loro efficacia, per lo meno nel caso italiano, rischia di essere particolarmente limitata. Tredici anni fa, il decreto legislativo n. 61/2002 (Disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali) aveva fortemente depotenziato la normativa sul falso in bilancio conducendo, di fatto, alla sostanziale depenalizzazione di quest’ultimo. La riforma approvata nell’aprile scorso ha ricondotto il reato nella sfera penale determinando, almeno sulla carta, un giro di vite assai significativo (a partire dalla previsione di una pena massima di otto anni di carcere). Ma la realtà si è dimostrata da subito particolarmente problematica di fronte all’assenza di qualsiasi riferimento alla cosiddetta “frode valutativa” (vedi GLOSSARIO TUTTI I NOMI DELLA TANGENTE ), lo strumento che consente di falsificare i conti alterando la valutazione degli asset illiquidi. Il 16 giugno scorso, due gior-

AMERICA LATINA E CORRUZIONE. LA MALEDIZIONE DEL PETROLIO

3 miliardi di dollari di tangenti, 117 denunce, 5 arresti, 13 imprese sotto accusa. È il conto dello scandalo corruzione che ha investito Petróleo Brasileiro S.A, per tutti Petrobras, il colosso petrolifero di Rio de Janeiro a partecipazione pubblica (al 50,3%) che da decenni siede stabilmente nell’élite globale dell’estrazione. Una vicenda da manuale fatta di corruzione, fondi pubblici, contratti gonfiati e appalti truccati, capace, come noto, di generare un vero e proprio terremoto nel mondo politico brasiliano. Ma che, in ogni caso, non rappresenta certo un fenomeno isolato nel tormentato panorama del settore petrolifero latinoamericano che, ad oggi, è ancora profondamente scosso da altri due enormi scandali che coinvolgono altrettante compagnie: la messicana Pemex e la venezuelana PDVSA. Memorabile l’inchiesta condotta dalla giornalista Ana Lilia Pérez (poi raccolta nel libro El cártel negro, novembre 2011) che svelò l’incredibile rapina compiuta dai cartelli della droga messicani attraverso una miriade di pompe clandestine. Un affare reso possibile dalla corruzione su vasta scala che caratterizzava l’impresa e le autorità locali e che, si stimava qualche tempo fa, genererebbe profitti illeciti per quasi mezzo miliardo di dollari all’anno (vedi “Mex, drugs and rock ’n’ roll. L’assalto dei narco-petrolieri”, Valori n. 104, novembre 2012). Gli scandali, come noto, non hanno risparmiato nemmeno PDVSA, l’impresa di Stato di Caracas. Già accusata da Transparency di “svariate irregolarità” nella conduzione del programma alimentare nazionale tra il 2007 e il 2008 (gestito sul fronte dell’approvvigionamento dalla sua controllata Bariven), nonché di riciclaggio di denaro da parte delle autorità Usa, PDVSA è stata raggiunta di recente da nuove accuse di corruzione. Il presidente del partito Redes (sinistra, coalizione di governo) Juan Barreto, in particolare, ha accusato l’attuale dirigenza della compagnia di collusione con le imprese private: «Si danneggia un dispositivo, lo si vende al prezzo di una gallina magra (sic) a un’impresa privata spesso legata a un altro dirigente [di PDVSA, ndr] per poi dipingerlo, ripararlo e affittarlo, con pagamento in dollari, a PDVSA» ha sintetizzato ad aprile il quotidiano El Tiempo riprendendo le parole di Barreto. All’interno della compagnia statale, ha affermato pubblicamente il presidente di Redes, sarebbe attualmente in atto un vero e proprio “saccheggio”. [M.Cav.]

ni dopo l’entrata in vigore della legge, la Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d’Appello di Milano del settembre 2013 (la bancarotta della società HDC), che aveva condannato a sei anni e nove mesi l’ex sondaggista Luigi Crespi, giudicando non più punibili le valutazioni false che costituivano il reato riconosciuto in secondo grado. Quella decisione, notano ora in molti, avrebbe evidenziato i limiti dell’attuale legislazione in materia. ✱

glI IndIcI dEllA cOrruzIOnE

1

RATING OF CONTROL OF CORRUPTION (RCC)

della Banca mondiale e il Corruption perception index (Cpi) elaborato dal 1998 dalla Ong Transparency International: sono indagini svolte intervistando esperti di vario genere, uomini d’affari (sia del Paese in questione sia stranieri) e persone comuni. Ma le percezioni possono mutare rapidamente e senza alcuna base oggettiva. valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

2

EXCESS PERCEIVED CORRUPTION INDEX (EPCI): corregge il Cpi che considera

tutti gli Stati come se fossero allo stesso livello di sviluppo umano. L’Epci calcola quanto il livello di corruzione percepita in un Paese si discosta da quello che ci si potrebbe aspettare in base al suo livello di sviluppo umano. Così riparametrati i risultati sono molto diversi dal Cpi.

3

GLOBAL CORRUPTION BAROMETER (GCB):

elaborato da Transparency si basa sull’utilizzo di indici che rilevano l’esperienza diretta degli intervistati (e non la percezione) di episodi di corruzione: si riferisce alla corruzione in un’accezione ampia e misura l’esperienza diretta anche nella sua dimensione latente. 17


numeri della terra

TUTTO IL MONDO È TANGENTE

Pianeta sommerso MESSICO 2004

Wal-Mart de Mexico: espansione con aiutino Un redditizio supermercato con vista sulle piramidi precolombiane del sito archeologico di Teotihuacán (e su folle di turisti da tutto il mondo) sarebbe stato frutto di una modifica del piano regolatore locale e della corruzione di funzionari pubblici da parte di Wal-Mart de Mexico. Il Dipartimento di Stato Usa starebbe indagando per presunti 24 milioni di dollari di tangenti, alla base del successo della multinazionale in Messico (dove si trova un quinto dei negozi della catena).

GRAN BRETAGNA 1989

“olio” britannico per far volare gli aerei da guerra Mazzette a funzionari tramite alcuni intermediari per agevolare l'avanzamento di una commessa di aerei da combattimento proposti dalla compagnia britannica del settore aerospaziale BAE Systems all'Arabia Saudita: questo lo scenario prefigurato da un'indagine condotta dalle autorità del Regno Unito nel 1989, e però interrotta con l’imposizione del segreto di Stato. L’indagine, ripresa nel 2007 dalle autorità americane, avrebbe portato a 400 milioni di dollari di multa per BAE Systems.

FRANCIA 2003-2014

la Mazzetta corre sul treno L'indagine sulle tangenti del gruppo francese Alstom era partita nel 2003 dall'Argentina, dove Alstom avrebbe dovuto realizzare un ambizioso progetto di treni superveloci. Si era poi sviluppata tra Brasile, Polonia, Lettonia, Gran Bretagna, Stati Uniti. Sono stati proprio gli Usa a condannare Alstom nel 2013 al pagamento della multa record di 772.290.000 dollari. Alstom ha ammesso che suoi intermediari avevano corrotto funzionari pubblici a Taiwan, Indonesia, Egitto, Bahamas, Arabia Saudita.

ALGERIA 2007-2010

di Emanuele Isonio C’è un fiume di denaro e malaffare che scorre sotto i nostri occhi. Il più delle volte nascosto come un torrente carsico. Altre, facilmente visibile se non addirittura osannato e celebrato, in barba al più elementare senso del pudore: come lo Stadio Ficht di Sochi che ha ospitato le ultime Olimpiadi invernali. Per costruirlo, la somma pagata è lievitata venti volte. Ma questo non ha impedito alla macchina mediatica di esaltarne bellezza e funzionalità. In realtà, quell’opera è solo una briciola rispetto ai soldi investiti in tutto il mondo per opere e servizi di dubbia utilità collettiva. E la sua importanza è ancora minore se lo sguardo si allarga ai comportamenti delle grandi imprese. Possono cambiare manager, Stati, continenti, filiere industriali, ma le mazzette hanno cittadinanza ovunque. Un mero strumento di attività imprenditoriale che raccontiamo per “episodi”: imprese francesi di trasporti che corrompono funzionari in Medio Oriente, colossi petroliferi italiani che comprano concessioni sull’altra sponda del Mediterraneo, ditte britanniche che oliano la sanità cinese. Nessuno o quasi è immune. Ma per una volta, di fronte a un mal comune, è difficile godere. Seppure a metà. 18

Quando eni si prese l'ex colonia francese Chiusa l’indagine il 14 gennaio scorso, la procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex ad di Eni Paolo Scaroni e sette manager del gruppo. Le accuse riguardano sospette tangenti per 197 milioni di euro mascherate da apparenti commissioni per contratti petroliferi in Algeria. Soldi che, nel periodo 2007-2010, da Saipem (società controllata di Eni) sarebbero finiti, tramite un mediatore di Hong Kong, al ministro dell’energia Chekib Khelil e al suo entourage in cambio di appalti per circa 10 miliardi di euro.

BRASILE 2014

petrobras, un terreMoto politico Un clamoroso giro di tangenti, una vera e propria bufera sul mondo politico brasiliano. Ammonterebbe ad almeno 3 miliardi di dollari, secondo il New York Times, il controvalore delle mazzette che hanno caratterizzato la gestione di Petróleo Brasileiro S.A, Petrobras, colosso energetico a controllo statale. L’inchiesta è tuttora in corso.

valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


best practice corruzione

ITALIA 1979

lenzuola d’oro, condanne di ferro Nel 1979 l'imprenditore avellinese Elio Graziano e la sua impresa Idaff si accaparrano da Ferrovie dello Stato (allora interamente pubblica) un appalto da 150 miliardi di lire (circa 77 milioni di euro) per la biancheria in dotazione sui vagoni letto. Una cifra abnorme sotto la quale si nascondevano tangenti e corruzione di esponenti politici e dei vertici di Ferrovie (arrestati e condotti in carcere). L’inchiesta parte nel 1988 e si conclude con circa 50 anni di carcere comminati.

GERMANIA 2007

sieMens regina delle bustarelle 600 milioni di euro di multa dai tribunali nazionali, oltre a 800 milioni dalle autorità americane: tanto è costata al colosso tedesco Siemens la strategia di ricorrere, con sistematicità teutonica, al pagamento di tangenti in tutto il mondo per ottenere contratti pubblici. I suoi manager avevano creato un fondo nero alimentato con centinaia di milioni di euro ogni anno.

1990

la Maxitangente che fa storia Simbolo di Tangentopoli e dell’inchiesta Mani Pulite che scosse l’Italia di fine secolo, la “maxitangente Enimont” nacque da fondi neri per circa 140 miliardi di lire (72,3 milioni di euro). In buona parte transitata su conti dello Ior, servì a finanziare illegalmente i partiti e ottenere una legge per la defiscalizzazione della quota di Enimont venduta dal gruppo Ferruzzi all’Eni a prezzi gonfiati.

RUSSIA 2014

stadio oliMpico. bello Ma caro I 34 miliardi spesi per le opere della 22ª Olimpiade invernale fanno dell'edizione di Sochi la più costosa della storia. Trenta volte più di Vancouver, dieci più di Torino. Di quei 34, stando ai calcoli dell'ex vice primo ministro, Boris Nemtsov (arcinemico di Putin), oltre 22 sono finiti in tangenti. Esemplare il caso dello stadio olimpico Ficht: i 36,2 milioni inizialmente stimati sono saliti, alla fine, a 517.

SVIZZERA 2015

scandalo fifa: blatter non si Muove (fino al 2016) 14 membri del Comitato esecutivo della Fifa, organo supremo del calcio internazionale, indagati e 47 capi di imputazione. Fbi e magistrati elvetici sospettano 150 milioni di dollari di tangenti per “oliare” l’assegnazione dei Mondiali di calcio di Russia 2018 e Qatar 2022. Il presidente della Fifa – da 5 mandati – Joseph Blatter è tuttora in carica.

NIGERIA 2003

180 Milioni per il gas di bonny island Oltre 180 milioni di dollari finiti direttamente nelle tasche dei più influenti politici locali in cambio dell’appalto per la realizzazione degli impianti di liquefazione del gas presso Bonny Island, nel sud della Nigeria. A versarli, tra il 1994 e il 2004, il consorzio TSKJ del quale facevano parte la francese Technip, l’italiana Snamprogetti (gruppo Eni), la giapponese JGC e l’americana KBR, una sussidiaria del colosso Halliburton.

GRECIA 2001

Quando la gerMania voleva bene ad atene Nel 2001 Antonis Kantas, ex ufficiale militare e poi funzionario al Ministero della Difesa, si oppose all’acquisto di 170 costosi carri armati made in Germany. Poco dopo si trovò sul divano dell’ufficio, misteriosamente, una cartellina con 600mila euro e l’affare andò in porto per 2,3 miliardi di dollari. Un caso testimoniato dallo stesso Kantas; arrestato di recente per riciclaggio, sostiene di aver accumulato quasi 19 milioni di dollari illeciti in soli cinque anni di lavoro.

[testi a cura di corrado fontana, Matteo cavallito, emanuele isonio e paola baiocchi] valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

CINA 2004-2010

glaxo a pechino la paga cara Nel 2014 è arrivata la sentenza per la compagnia farmaceutica britannica Glaxo Smith Kline da parte del tribunale cinese di Changsha: 490 milioni di dollari di multa, e pene carcerarie ad alcuni suoi dipendenti, per un giro di tangenti vicino ai 360 milioni di euro che, transitando anche da 700 agenzie di viaggio compiacenti, GSK avrebbe elargito a medici e strutture ospedaliere locali per favorire la prescrizione dei suoi farmaci. 19


FINANZA ETICA

MANIPOLAZIONI: CAUSA PERSA PER L’ITALIA

U

di Matteo Cavallito

Nel prossimo biennio, i processi per alterazione del mercato potrebbero costare alle banche europee 50 miliardi di dollari. Gli istituti del nostro Paese sembrano al riparo. Ma non è una buona notizia valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

na tempesta si aggira da tempo nel settore bancario. E non sembra avere alcuna intenzione di placarsi. È la bufera delle multe. Costose, implacabili e sempre più diffuse. Soprattutto a fronte alle persistenti inchieste internazionali sui fenomeni di manipolazione del mercato (vedi Valori n. 129, giugno 2015). L’ultimo bilancio lo ha tracciato ad agosto Morgan Stanley, in un’analisi ripresa dal Financial Times. Dallo scoppio della crisi (2007-08) ad oggi, rileva la banca americana, i cinque maggiori istituti Usa e i primi 20 europei, hanno affrontato spese legali (avvocati, patteggiamenti e condanne) per oltre un quarto di trilione di dollari. Un conto da 260 miliardi, per la precisione, al quale hanno contribuito in larga parte le Big 5 statunitensi – Bank of America, Morgan Stanley, JP Morgan, Citi e Goldman – che di miliardi, ad oggi, ne hanno già sborsati 137. Come dire un dato medio di oltre 27 miliardi per ogni istituto contro i poco più di 6 “pro banca” registrati nel 21


finanza etica truffe in borsa

Vecchio Continente. Il primato a stelle e strisce, insomma, è palese. Ma il futuro potrebbe riservare, almeno in parte, una certa inversione di tendenza. Nel prossimo biennio, segnalano le stesse stime di

Morgan Stanley, le cinque grandi banche americane potrebbero fronteggiare ulteriori spese per 15 miliardi. Nel medesimo periodo, l’esborso degli istituti europei dovrebbe toccare quota 50.

UK, VIA LIBERA ALLE CLASS ACTION “AMERICANE”

Azioni legali collettive per ottenere un risarcimento danni a seguito delle manipolazioni di mercato sul fronte del Libor, dell’Euribor e del Forex (il mercato dei cambi). È ciò che promette di introdurre il Consumer Rights Act 2015 che entra in vigore in questo mese nel Regno Unito. Una normativa, quella britannica, che dovrebbe ricalcare il modello statunitense introducendo, per i querelanti residenti nel Paese, il cosiddetto sistema Opt-out (che permette di aggregare in un’unica causa istanze assimilabili con costi inferiori rispetto a quelli associati a singole azioni individuali) e consentendo così l’avvio dei procedimenti nei casi in cui si configurino alterazioni illecite della concorrenza. “Gli scandali legati al Libor e al Forex potrebbero ricadere in questa definizione aprendo così la strada, potenzialmente, a una pioggia di azioni collettive nelle corti britanniche” rilevava a settembre un’analisi del portale specializzato Professional Pensions. Come dire, una massa di querele che potrebbe dare il via a sua volta a un’ondata di risarcimenti. Al centro delle contese, infatti, ci sono i danni che sarebbero stati causati dai cartelli bancari già sanzionati da diverse authorities nazionali. Nello scorso mese di aprile, Deutsche Bank ha patteggiato una multa record da 2,5 miliardi di dollari con i regolatori di Usa e Regno Unito per chiudere le pendenze sulle manipolazioni dei tassi (vedi Valori n. 129, giugno 2015); a maggio Barclays, Citigroup, JP Morgan e Rbs hanno subito una sanzione da 5 miliardi di dollari ad opera della giustizia Usa per il caso Forex (costato a queste e alle altre banche coinvolte nello scandalo una cifra complessiva di circa 10 miliardi). Quello delle manipolazioni sui cambi, in particolare, sta diventando col tempo un tema sempre più caldo. “Si parla già di un interesse da parte dei fondi pensione nell’avviare cause contro le banche accusate di manipolazione del mercato dei cambi” ha scritto ancora Professional Pensions. Per le banche coinvolte, in ogni caso, le conseguenze sul fronte pensioni potrebbero non esaurirsi con i semplici risarcimenti. A luglio, ha riferito nelle scorse settimane Bloomberg, il dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha inviato una lettera alle direzioni di Deutsche Bank, Ubs e Rbs per informare queste ultime di aver provvisoriamente respinto, in attesa di ulteriori informazioni, la loro richiesta di nulla osta per il proseguimento delle attività di management del risparmio previdenziale negli Usa. I tre istituti, già coinvolti nei procedimenti legali sui tassi di interesse e il mercato valutario, potrebbero perdere in futuro la licenza per la gestione dei fondi pensione americani. [M.Cav.]

IL NODO MANIPOLAZIONE All’attenzione dei regolatori ci sono almeno un paio di temi. I vecchi e irrisolti (specialmente per le banche europee) contenziosi sui mutui e la prevista epopea delle cause per manipolazione del mercato (Libor, Euribor, Forex) che, nota il quotidiano economico inglese, potrebbe generare multe per decine di miliardi creando un discreto sconquasso nel comparto del Vecchio Continente. Un’onda destinata a travolgere anche l’Italia? Probabilmente no, verrebbe da dire. Almeno a giudicare dai segnali emersi negli ultimi anni. «Negli Usa e nel Regno Unito ci sono buone leggi in materia e giudici intenzionati ad applicarle, non c’è da stupirsi se molte cause sulla manipolazione del Libor e dell’Euribor sono già arrivate alla conclusione con tanto di patteggiamento e risarcimenti» afferma Antonio Tanza, avvocato del Foro di Lecce e vicepresidente nazionale di Adusbef. «Nella giurisprudenza di questi Paesi, quella della manipolazione finanziaria rappresenta una materia consolidata, non certo un “tema di nicchia” come nel caso dell’Italia. L’Australia – prosegue – ha già condannato Standard & Poor’s, da noi, al contrario, le cause contro le banche e le stesse agenzie di rating vengono regolarmente cassate». Un sintomo di un clima difficile e di una scarsa reattività della giurisprudenza, come spiega a Valori lo stesso Tanza. Emblematico, in questo senso, il caso

Consumatori in lotta «ma stato e authorities Ci lasCiano soli» di Matteo Cavallito

Tanza (Adusbef): «Da noi poche cause e procedimenti spesso bloccati. Ma perché Consob e Bankitalia non si costituiscono mai parte civile?» 22

«C’è un clima particolarmente avverso». Così Antonio Tanza, avvocato del Foro di Lecce e vicepresidente nazionale Adusbef, descrive l’atmosfera che si respira dentro e fuori le aule dei tribunali italiani dove le cause sono effettivamente partite, anche se, per il momento, «non ci sono casi eclatanti». Tutto complicato, «tutto molto faticoso» insomma. Perché gli ostacoli, sottolinea a col-

loquio con Valori, non mancano di certo. A partire dallo scarso impegno delle autorità di controllo. «Ogni 15 giorni, la Consob rende pubbliche tutte le minime sanzioni comminate agli operatori per comportamenti irregolari nel mercato che, va da sé, implicano l’esistenza di parti lese che avrebbero tutto il diritto di avviare cause di risarcimento» spiega. «Eppure, nonostante questo, i procedivalori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


truffe in borsa finanza etica

ANATOCISMO, UN CASO ANCORA ApERTO

L’anatocismo consiste nell’applicazione di un interesse su un capitale che è già stato sottoposto a interesse a sua volta attraverso la scomposizione della base temporale. Quando un tasso (ad es. il 5%) su un prestito (ad es. 1.000 euro) ad un anno viene applicato su base semestrale invece che annuale, diventando così parte del capitale nei secondi sei mesi, si generano interessi composti che determinano una somma superiore da restituire (vedi TABELLA ). Ecco un esempio: Calcolo ordinario Periodo Anno ANATOCISMO Periodo 1° semestre 2° semestre Aggravio totale

Capitale 1.000

Tasso 5%

Interessi 1.050

Capitale 1.000 1.050

Tasso 5% 5%

Interessi 1.050 1.052,5 2,5

L’articolo 120 comma 2 del Testo Unico Bancario (TUB) approvato nel dicembre 2013 stabilisce l’obbligo di contabilizzazione annuale (vietando apparentemente l’anatocismo). La bozza regolamentare presentata di recente da Bankitalia, tuttavia, impone un periodo di 60 giorni per l’esigibilità degli interessi nel caso in cui il conto corrente vada in rosso. Consentendo, una volta trascorso a vuoto tale periodo, la capitalizzazione degli stessi e creando così le condizioni per l’anatocismo.

l’attività delle authorities (2013-14)

FONTI: BANCA D’ITALIA (HTTPS://WWW.BANCADITALIA.IT): RELAZIONE SULLA GESTIONE E SULLE ATTIVITÀ DELLA BANCA D’ITALIA SUL 2013, MAGGIO 2014; RELAZIONE SULLA GESTIONE E SULLE ATTIVITÀ DELLA BANCA D’ITALIA SUL 2014, MAGGIO 2015; CONSOB (HTTP://WWW.CONSOB.IT): RELAZIONE PER L’ANNO 2014, MARZO 2015. NOSTRE ELABORAZIONI.

  CONSOB

BANCA D’ITALIA

TOTALE

2013 2014

PROCEDIMENTI 142 160 AVVIATI SANZIONI 135 140 MULTE TOTALI 32,6 20,6

MILIONI MILIONI

2013 2014

PROCEDIMENTI 93 105 AVVIATI SANZIONI 84 96 MULTE TOTALI 24,3 31,5

MILIONI MILIONI

PROCEDIMENTI 235 265 AVVIATI SANZIONI 219 236 MULTE TOTALI 56,9 52,1

MILIONI MILIONI

Euribor. Lo scorso mese di luglio, a margine di una sentenza di assoluzione di un istituto di credito in una causa relativa a un mutuo ipotecario, la terza sezione del Tribunale di Lecce ha addirittura negato l’esistenza di un cartello, definendo gli accordi tra le banche che partecipano al calcolo del tasso “mere congetture prive di valore”. Un giudizio che contrasta con le sentenze di condanna pronunciate, tra gli altri, negli Usa e nel Regno Unito nel corso degli ultimi anni, che hanno accertato, al contrario, la presenza dell’accordo illecito.

AUTHORITIES E NORMATIVA A prescindere dalle responsabilità delle banche – che in Italia devono ancora essere accertate – resta inevitabilmente viva la sensazione di un’inerzia negativa. Nel 2014, Consob e Bankitalia, le principali authorities di controllo, hanno inflitto multe complessive per circa 52 milioni di euro (una cifra lievemente inferiore rispetto all’anno precedente, vedi TABELLA ) soprattutto per irregolarità gestionali. Ma non si sono mai costituite come parte civile nei processi avviati dalle

procure contro gli stessi soggetti sanzionati. A destare perplessità, inoltre, è lo stesso fronte legislativo. Oltre alla controversa norma sull’anatocismo (vedi BOX ) resta aperto anche il tema della class action, una possibilità prevista dalla legge ma tuttora non facilmente percorribile tanto per la lunghezza e i costi dei procedimenti quanto per l’impossibilità della sentenza di fare giurisprudenza. «La decisione del tribunale – sottolinea Tanza – ha valore solo per coloro che hanno avanzato la causa. Un limite evidente». ✱

menti non partono e se partono vengono spesso cassati». L’autorità di vigilanza dei mercati va detto, è comunque in buona compagnia. Né la Banca d’Italia né lo stesso Stato italiano, ricorda Tanza, hanno voluto avvalersi della possibilità, prevista dall’articolo 187 del TUF, il Testo Unico della Finanza, di costituirsi parte civile nei procedimenti aperti nei confronti dei soggetti che essi stessi hanno sanzionato. Perché? La domanda resta in sospeso, e le critiche espresse dal numero due dell’Adusbef si allargano su più fronti. «C’è un indirizzo governativo chiaro» aggiunge Tanza. «L’esecutivo ha l’esigenza di abbassare il contenzioso, per questo mo-

tivo, secondo il mio parere, “suggerisce” alla magistratura di tagliare il numero di cause nei settori in cui queste ultime tendono a concentrarsi maggiormente, con l’intento di svilire le iniziative di tutela giudiziaria». Ne deriverebbe «un problema di sensibilità della magistratura», come evidenzierebbero, dichiara ancora Tanza, alcuni casi emblematici. «Il Giudice delle Esecuzioni del Tribunale di Lecce ha addirittura negato con un’ordinanza “demolitoria” in materia del 31 luglio 2015 l’esistenza di una manipolazione nel calcolo dell’Euribor, mentre nel processo sul caso Unipol-Fonsai, per fare un altro esempio, è già stata chiesta l’archiviazione (dalla

Procura di Milano, luglio 2015, ndr) per i procedimenti in corso. Sa quante cause contro Standard & Poor’s, già condannata in Australia per manipolazione del mercato (per le valutazioni eccessivamente favorevoli sul livello di rischio di alcuni prodotti derivati, novembre 2012, ndr) sono arrivate al dibattimento qui in Italia fino ad ora? Zero, nessuna». A muoversi contro l’agenzia di rating, per la nota vicenda del declassamento del debito italiano, ricorda ancora il vicepresidente Adusbef, è stata finora soltanto la Procura di Trani. «Le altre non hanno dato alcun seguito alle denunce». ✱ L’intervista completa è pubblicata su Valori.it

valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

23


finanza etica disinvestimenti etici

Olio di palma Reazione a catena? di Corrado Fontana

Gli ecologisti ne denunciano da tempo i danni. La Norvegia fa la voce grossa. E apre la strada che porta alla dismissione in massa dei pacchetti azionari

È

una bomba finanziaria quella sganciata ad agosto dal Norwegian Pension Fund. Destinatario: il comparto globale dell’olio di palma. Col suo capitale da 870 miliardi di dollari, il più potente fondo sovrano al mondo (potrebbe comprare l’1,3% di ogni titolo quotato sul Pianeta) ha infatti deciso di cedere le proprie partecipazioni azionarie di quattro società connesse a questa filiera. Via dal suo portafoglio le quote del gruppo industriale Daewoo – di cui deteneva uno 0,3% (pari a 9 milioni di dollari a fine 2014) – perché la compagnia sudcoreana è proprietaria della controversa compagnia indonesiana PT. Bio Inti Agrindo, che sta tagliando le foreste tropicali per estendere le piantagioni di palme da olio. Il fondo norvegese ha poi deciso di cedere anche le azioni della sua società madre, la multinazionale dell’acciaio Posco (0,9% di quote, pari a circa 198 milioni

di dollari), e di due gruppi malesiani: Genting (0,4% per 41 milioni) e IJM (1,6% per 46 milioni di dollari).

TERRENO SCIVOLOSO PER LA FINANZA Un sasso da ben 294 milioni di dollari gettato nel sempre più lucroso stagno dell’industria dell’olio di palma, dopo che, ad aprile 2013, il fondo aveva venduto altre 23 partecipazioni da aziende connesse con la produzione di olio di palma, giudicata non ecologicamente sostenibile neppure in caso di impegni precisi da parte delle imprese. Scelte politiche e finanziarie radicali, che hanno attratto l’attenzione, innanzitutto perché ancora poco imitate. Come sottolinea per esempio il Wwf, in un rapporto del maggio scorso sulla finanza sostenibile nel sudest asiatico (in particolare Singapore, Indonesia e Malesia), appena tre ban-

la toP ten dei Produttori di olio di Palma (dati 2012) [migliaia di tonnellate di olio prodotto] FONTE: FAO 2013

8 Honduras

435

7 Côte d’Ivoire

3 Thailand

461 9 Cameroon

1,764

10 Guatemala 2 Malaysia

342 (tie)

20,707

355

4 Colombia

1,066

10 Brazil

342 (tie)

5 Nigeria

1 Indonesia

1,036

26,094

6 Papua New Guinea

584

All Other Palm Oil-Producing Countries: 2,118

24

valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


disinvestimenti etici finanza etica esPansione olio di Palma 1990-2011

FONTE: FAO 2013; REPUBBLICA DELL’INDONESIA MINISTERO DELL’AGRICOLTURA 2013; MALAYSIAN PALM OIL BOARD 2012

45

Area of Oil Palm [Millions of Acres]

40 35 30 25 20 15 10

Ferite alla biodiversità, lavoro forzato e dubbi sanitari: è usato in molti settori ma sconta troppe controindicazioni L’olio di palma come i combustibili fossili? Forse non ancora. Ma tra i suoi produttori, raffinatori, esportatori e trasformatori, una certa inquietudine serpeggia. Aleggia lo spettro del disinvestimento come fra gli speculatori del settore idrocarburi, terrorizzati da politiche energetiche nazionali via via più votate alle fonti rinnovabili. E mentre la finanza etica e gli indici azionari (FTSE4Good e Dow Jones Sustainability) che selezionano i titoli di compagnie “sostenibili” guadagnano interesse, l’attenzione all’olio di palma entra nel nuovo codice di autodisciplina dedicato alla corporate governance del settore finanziario giapponese, imposto da giugno alle società quotate di Tokyo, tra cui le principali banche, nonché fonti di finanziamento per le imprese del comparto. valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

LINK 20 11

Indonesia

20 05

World

20 00

19 95

0

VERSATILE E A BUON MERCATO Del resto, l’olio di palma fa gola. Costa poco ed è sempre più richiesto per tante filiere: cosmesi, cibo e bevande, trasformazione in biocarburanti. Ma presenta costi collettivi ad oggi inaccettabili, a cominciare dal lavoro forzato e minorile spesso denunciato nelle piantagioni: per la sua produzione, vastissime aree di foresta pluviale e torbiere nel Sudest asiatico vengono rase al suolo con incendi controllati e disboscamento (generando così enormi quantità di CO2 in modo diretto, col fuoco, e indiretto, riducendo la vegetazione che possa assorbirla). L’Indonesia, principale area interessata (che nel 2012 ricavava 5,7 miliardi di dollari in tasse dalla sua esportazione), nel giro di pochi decenni avrebbe perso oltre 5 milioni di ettari di foreste primarie (oltre 1,2 milioni di ettari nel solo biennio 2009-2011), convertite in monocolture, e oltre 4 milioni la Malesia, con effetti devastanti per la biodiversità. Non solo. Il componente principale di questo olio, l’acido palmitico (acido grasso saturo a 16 atomi di carbonio), è associato

Rainforest Network www.ran.org Greenpeace www.greenpeace.org

Malaysia

partecipazioni in attività connesse al business dell’olio di palma in Indonesia, considerate non più strategiche. L’annuncio ha significato la fuoriuscita da sette società operanti su quasi 80mila ettari di territorio nel Kalimantan orientale (Borneo). ✱

il nemiCo delle foreste di Corrado Fontana

5

19 90

che, delle diciotto con interessi nelle materie prime forestali, hanno pubblicato informazioni sulla sostenibilità dei loro prestiti, e solo quattro includono criteri di gestione ambientale e sociale responsabile nel concedere credito ai propri clienti. Il tema, tuttavia, è all’ordine del giorno in molti salotti che contano, da Wall Street alle Borse di Tokyo e Pechino. E tra accuse di greenwashing e impegno effettivo, il mondo economico si vanta di essere in prima linea sull’argomento già dal 2004, cioè da quando è attiva la Tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile, che riunisce pochi investitori e banche (tra cui Abn Amro, Hsbc, Bnp Paribas, Ubs, Citigroup, Credit Suisse) ma migliaia di soggetti che operano nella produzione e lavorazione dell’olio di palma (inclusi molti trasformatori italiani: Balocco, Colussi, Sammontana). Un gruppo di peso i cui appartenenti coprirebbero il 20% della produzione mondiale (11,6 milioni di tonnellate d’olio). E qualcos’altro si muove proprio nel cuore delle regioni della palma da olio: a giugno scorso, la Ptt Pcl, principale compagnia energetica della Thailandia, annunciava di voler vendere le sue

WWF – www.wwf.org Roundtable on Sustainable Palm Oil, RSPO – www.rspo.org Palm Oil Innovation Group, POIG www.poig.org

in diversi studi all’insorgenza di malattie cardiovascolari. Eppure, mentre qualche impresa (in Italia, Gentilini e Alce Nero) comincia a bandirne l’impiego, l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiani (Aidepi) ha pensato di acquistare pagine pubblicitarie sui quotidiani nazionali, in difesa della produzione e del consumo di olio di palma indicato come rispettoso “della salute e dell’ambiente”. Ma la domanda rimane: questo olio può essere prodotto in modo davvero sostenibile? Greenpeace, che a giugno 2013 pubblicava il rapporto Certifying Destruction, crede di sì, purché si superino gli standard attuali della Tavola rotonda sull'olio di palma sostenibile (Rspo), piuttosto blandi su deforestazione, diritti umani ed efficacia delle verifiche. Un passo avanti necessario che la Ong ha avviato, insieme ad altre sigle ambientaliste internazionali, dando vita al Palm Oil Innovation Group, che prevede criteri assai più stringenti e controlli indipendenti sulle imprese. Certo milioni di ettari di foresta primaria sono ormai perduti per sempre, ma alcune compagnie Rspo (Ferrero, Tesco) hanno già aderito a questo nuovo gruppo, e la speranza è che si possa almeno invertire la tendenza. ✱ 25


finanza etica fondi per il sociale

Social impact bond ecco quando servono di Emanuele Isonio

Un’agenzia federale Usa ha analizzato i sei progetti resi possibili dal nuovo strumento finanziario. Tra i consigli: processi omogenei, cooperazione tra i diversi soggetti e molta pazienza per chi investe

G

randi speranze, dubbi altrettanto profondi ma finalmente anche qualche iniziale certezza. I social impact bond (noti anche come “Sib” o come “Pfs”, “pay for success bond”) sono nati, nell’alveo anglosassone, come strumenti fiun esemPio di Piano di rimBorso: il Progetto ABLE di new York FONTE: NEW YORK CITY OFFICE OF THE MAYOR, 2012

Percentuale di riduzione del tasso di recidiva

>20,0% >16,0% >13,0% >12,5% >12,0% >11,0% >10,0% (livello di pareggio) >8,5%

Pagamento del Comune in favore di MDRC (in US$) 11.712.000 10.944.000 10.368.000 10.272.000 10.176.000 10.080.000 9.600.000 4.800.000

Risparmio netto per il Comune (in US$)*

* Risparmi al netto dei rimborsi e dei fondi per lo sviluppo del programma

20.500.000 11.700.000 7.200.000 6.400.000 5.600.000 1.700.000 >1.000.000 >1.000.000

nanziari pensati per ampliare le risorse dei programmi sociali, far guadagnare gli investitori e far risparmiare il settore pubblico (vedi INFOGRAFICA ). Un modello in cui tutti (almeno apparentemente) vincono ma che, fin da subito, ha diviso il Terzo settore tra chi ne vede le opportunità e chi, al contrario, teme sia solo un orpello che porta vantaggi unicamente alla lobby finanziaria (vedi il dossier di Valori 121, settembre 2014). La loro giovane età (il primo, sviluppato nel carcere inglese di Perterborough, è datato 2010) rende lecite tutt’oggi entrambe le posizioni. Ma qualche elemento in più per valutarli c’è: negli Stati Uniti, l’agenzia federale Cncs (Corporation for National and Community Service) ha infatti pubblicato il primo report dedicato ai Sib attivati in territorio statunitense. Sotto la lente d’ingrandimento, sei programmi d’intervento avviati negli anni scorsi in vari ambiti del sociale: dal recu-

Pay for success: i SEI esemPi targati usa Progetto ABLE per minori in carcere

Ideatore: Città di New York Nel 2012, Goldman Sachs propose all’ufficio dell’allora sindaco di New York, Bloomberg, un programma per ridurre il tasso di recidiva tra gli adolescenti. La banca d’affari offrì una cifra iniziale di 9,6 milioni di dollari (coperti da una garanzia del 75% dalla Bloomberg Philantropies) per un progetto della durata di quattro anni. ABLE offre assistenza educativa, formativa e psicologica a 3400 giovani neri e latini di età compresa tra 16 e 18 anni, detenuti nel carcere di Rikers Island. In caso di massimo successo, gli investitori otterranno 11,7 milioni di dollari. New York in quel caso ne avrà risparmiati 20,5.

26

UTAH PRE-K

Ideatore: Stato dello Utah È il primo programma di Pay for Success negli Usa focalizzato sulla prima educazione infantile. Tutto nasce da un’analisi secondo cui un bambino povero su tre ha bisogno di speciale assistenza durante la scuola primaria. Anche in questo caso, Goldman Sachs ha fornito 4,6 milioni di dollari di finanziamento coperti per poco più della metà da una garanzia della Pritzker Family Foundation. In caso di successo, lo Stato pagherà il 95% dei suoi risparmi netti per il primo anno di assistenza speciale evitata. E la cifra calerà al 40% per gli anni successivi (circa 1040 dollari).

Progetto per l’impiego e la sicurezza pubblica

Ideatore: Dipartimento del Lavoro Stato di New York Oggetto del programma, partito nel dicembre 2013, sono 2mila ex detenuti appena rilasciati, a maggiore rischio di recidiva: studi calcolano che 41 persone su 100 tornano a delinquere entro i primi tre anni di libertà. E i costi di detenzione si aggirano sui 60mila dollari l’anno pro capite. La Social Finance Inc. è stata incaricata dallo Stato di rintracciare possibili investitori. Ne sono stati trovati 40, tra privati, istituzioni e realtà filantropiche per un totale di 13,5 milioni. Se il programma otterrà i risultati sperati (5% di tasso d’impiego e -8% di recidiva), l’investimento garantirà un ritorno annuo del 12,5%. valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


fondi per il sociale finanza etica

FONTE: “I SOCIAL IMPACT BOND”. OSSERVATORIO FONDAZIONE CARIPLO

Restituzione Capitale + Rendimento Bond

investitori

Pagamento pattuito - % risparmio

intermediario

Capitale Fondi per i servizi

pero degli ex detenuti adulti e adolescenti, all’assistenza educativa prescolare, alla tutela dei figli dei senzatetto (vedi SCHEDE ). Per ciascuno sono presentati tempi, obiettivi, soggetti coinvolti e previsioni di rendimento. Casi ancora troppo esigui per stilare un documento con statistiche solide ma già sufficienti a capire quali accortezze avere per garantire un futuro a tale strumento.

LO ZAMPINO DI GOLDMAN SACHS Interessante ad esempio notare che Goldman Sachs, gigante fra le banca d’affari Usa, abbia messo propri “gettoni” in quattro dei sei progetti, per un totale di 30 milioni di dollari. Che sia gioco d’azzardo o lungimiranza lo dirà il tempo. Certo, come fa notare Pictet Asset Management, uno dei nomi più noti del risparmio gestito mondiale, “al momento quella dell’impact investing è a tutti gli effetti terra di nessuno: mancano investimenti statali e delle imprese private. Proprio per il molto spazio di manovra, questo territorio significa potenziale alta redditività per chi vuole puntare qualche fiches”. Ma al di là della fotografia, il rapporto offre consigli a chi intende avvicinarsi al mondo Sib. A parti-

Iniziativa per la Giustizia minorile

Ideatore: Ufficio delle Finanze del Massachusetts Nel 2011 il governo del Massachusetts calcolò che il 64% dei ragazzi rilasciati sulla parola rientrava in carcere entro 5 anni. Il programma quindi coinvolge dal gennaio 2014 tra 929 e 1320 adolescenti ex condannati che per due anni vengono inseriti in un programma intensivo di formazione professionale e analisi delle capacità personali per farli lavorare in aziende partner. Nel successivo biennio sono seguiti per verificare i risultati raggiunti. Il piano ha ottenuto finanziamenti per 21,3 milioni (il maggiore, di 9 milioni, è ancora una volta di Goldman Sachs) e prevede un rimborso fino a un pagamento massimo di 27 milioni, nel caso i giorni di reincarcerazione calino di più del 40%.

valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

amministrazione PuBBliCa

Bonus

onP imPresa soCiale

re dall’ammissione che “non tutti gli interventi sociali sono adatti” si legge nel documento. “I progetti fattibili offriranno una programmazione costi-efficacia in grado di produrre risparmi fiscali per il governo e risultati misurabili”. Una scure su quelle proposte che non garantiscono credibili sistemi di controllo. E al tempo stesso un monito agli operatori del Terzo settore affinché studino iniziative i cui esiti siano effettivamente calcolabili: un requisito non sempre ben compreso in Italia. Altro elemento caldeggiato dalla Cncs e strettamente connesso con tale esigenza è la standardizzazione dei processi d’intervento, dei modelli d’analisi, addirittura dei termini usati per i programmi. C’è poi un altro fattore da non sottovalutare: l’esigenza di una fitta collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti. Un triangolo composto da istituzioni pubbliche, realtà sociali e finanziatori. Proprio da quest’ultimi – ammonisce il rapporto – serve un cambio di rotta rispetto agli approcci della finanza speculativa: per evidenziare i propri risultati, un progetto Pfs ha bisogno di tempo. E senza investitori sufficientemente pazienti tale obiettivo è impossibile da raggiungere. ✱

Centro genitori-figli di Chicago

Ideatore: Comune di Chicago 400mila studenti in 664 scuole pubbliche fanno del sistema scolastico di Chicago il terzo più grande degli Usa. Il Pfs attivato a novembre 2014 è uno dei più grandi per l’educazione primaria. Obiettivo: finanziare asili per 2.620 bambini inferiori ai quattro anni e per iniziative che coinvolgano i genitori nelle attività educative. Uno studio del 2002 calcolò infatti che per ogni dollaro speso in educazione prescolare, ne ritornano 11 alla società nel corso della vita del bambino. Gli investitori, guidati da Goldman Sachs e Northern Trust hanno garantito fondi per 16.6 milioni e otterranno 9.100 dollari per studente se diminuirà il ricorso a servizi educativi speciali.

valutatore Risultati

la struttura di un siB

 GLOSSARIO SOCIAL IMPACT BOND Meccanismo finanziario attraverso il quale investitori privati mettono a disposizione capitale per un programma sociale i cui risultati sono empiricamente verificabili. L’investimento remunera chi lo offre se, nel periodo pattuito, il programma offre i risultati sperati, risolvendo almeno in parte il problema per cui è nato. In tal caso, gli investitori ricevono il capitale investito e un guadagno calcolato in base al risparmio ottenuto dalle casse pubbliche.

PFS Patto per famiglie

Ideatore: Contea di Cuyahoga (Ohio) L’assistenza ai senzatetto è un problema serio per questa contea nell’area sudorientale di Cleveland (Ohio). E i tutor hanno difficoltà a fornire ambienti sicuri che possano far mantenere i figli nella famiglia d’origine. Come risultato, la contea spende 35 milioni l’anno per pagare gli affidamenti temporanei. Per avviare un programma triennale che coinvolge 135 famiglie, sono stati raccolti 4 milioni. Se i giorni fuori casa dei bambini dei senzatetto diminuiranno di almeno il 10%, gli investitori rivedranno parte del loro investimento fino a un massimo di 5 milioni nel caso di riduzione del 50%: i risparmi per la contea, si aggireranno tra i 130mila dollari (riduzione del 25% dei giorni fuoricasa) e i 3,5 milioni (dimezzamento dei giorni fuoricasa). 27


FONTE: *SYSTEMIC BANKING CRISES DATABASE: AN UPDATE, *BY LUC LAEVEN AND FABIAN VALENCIA. IMF WORKING PAPER WP/12/163

la bacheca di valori ?? finanza etica

CRISI BANCARIE SISTEMICHE, 1970-2011

I MIGLIORI TWEET DEL MESE

26 US firms accumulated more than $20bln in untaxed overseas earnings

Numero di crisi bancarie per anno e regione

[26 aziende Usa hanno accumulato più di 20 mld US$ di profitti non tassati oltremare] 29 agosto Walter Ganapini @wganapini

Impressionante il rapporto tra volatilità e importanza evento: crollo Shanghai ha fatto + caos di Lehman Brothers colpa dell'high-frequency trading? 31 agosto Leonardo Becchetti @Leonardobecchet

1.870 fondi socialmente responsabili #SRI e 372 miliardi di euro di patrimonio gestito. Report a cura di @KPMG 12 settembre Etica Sgr @EticaSgr

Nota: le successive crisi bancarie di Cipro (2013) e Grecia (2015) non sono mostrate.

VALORITECA SPUNTI DA NON PERDERE NEL MESE APPENA TRASCORSO

FONTE: UN MILLENNIUM DEVELOPMENT GOALS REPOSRT 2015

PERCENTUALE DI PERSONE CHE VIVONO CON MENO DI 1,25 $ AL GIORNO

NEWS

Impronta di carbonio: Etica Sgr nel “Patto di Montréal” Etica Sgr, società di gestione risparmio del gruppo Banca Etica, ha aderito al Montréal Carbon Pledge, iniziativa rivolta agli investitori istituzionali di tutto il mondo, che obbliga a misurare, ridurre e rendicontare ogni anno l’impronta di carbonio delle proprie quote azionarie. Il Montréal Pledge è supportato dal Pri, Principles for responsible investment dell'Onu e dall'Iniziativa per la Finanza del Programma Onu per l'Ambiente. Etica Sgr è la prima società di gestione del risparmio italiana ad aderire. Il “Patto di Montréal” punta a raggiungere adesioni pari a tre trilioni di dollari di investimenti gestiti entro dicembre 2015, quando si terrà la Conferenza sul Clima Cop21 a Parigi. CHI HA INCONTRATO LA COMMISSIONE UE IN 597 RIUNIONI A PORTE CHIUSE SUL TTIP?

valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

29


30

valori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015


ECONOMIA SOLIDALE

HTTPS://COMMONS.WIKIMEDIA.ORG / IBRAHEM QASIM

ARMI TRICOLORE L’EXPORT FUORI CONTROLLO

M

di Emanuele Isonio

Da 25 anni l’Italia ha una delle migliori leggi per controllare le esportazioni degli armamenti. Ma dal 2009, il 62% degli invii ha rifornito dittatori e aree di conflitto. Complice una prassi che sta riducendo le informazioni comunicate al Parlamento valori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015

K82, MK83, MK84. Si nasconde un mondo dietro queste tre sigle. Forse positivo per il Pil italiano e il fatturato di qualche azienda. Certamente preoccupante per la sicurezza nazionale e non annoverabile tra il made in Italy di cui andare fieri. Quelle tre sigle indicano altrettanti modelli di bombe aeree a caduta libera che dagli stabilimenti sardi della RWM Italia (azienda bresciana, appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall) sono arrivate fino all’Arabia Saudita. E da lì sono state poi utilizzate in Yemen in una campagna mai autorizzata dall’Onu e anzi condannata dalla comunità internazionale contro l’avanzata del movimento sciita houthi. Di quelle bombe (poco più di 5mila esemplari per un totale di oltre 70 milioni di euro) è stato possibile rintracciare nei rapporti ufficiali quantità esportate e Paese destinatario. Ma accanto ad esse, esistono molte altre forniture e autorizzazioni rilasciate dal governo italiano di cui scovare notizie è di31


economia solidale export armi

UNA LEGGE CHE HA FATTO EPOCA

Dagli anni Settanta al 1990: ci sono voluti quasi vent’anni di pressioni della società civile perché si arrivasse a una legge sul controllo delle esportazioni di armamenti. Prima di allora, in Italia, il tema era regolato ancora, salvo poche modifiche, da un regio decreto del luglio 1941 (firmatari Mussolini, Ciano e Grandi), che imponeva il segreto di Stato e, in epoca repubblicana, impediva ogni forma di controllo parlamentare. Momento cruciale per il cambio di passo fu, nel 1988, l’avvio della campagna “Contro i mercanti di morte” da parte di associazioni e movimenti cattolici (Acli, Mani tese, Mlal, Missione oggi e Pax Christi). Il 9 luglio 1990 l’approvazione definitiva della legge 185. Una novità assoluta, nel panorama mondiale, perché affidava alle due Camere un ruolo centrale e fissava precisi vincoli al governo sulle esportazioni: stabilì che dovevano essere “conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e che andavano regolamentate “secondo i principi della Costituzione che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Vietato quindi l’export verso Paesi in confitto armato o sottoposti a embargo, verso governi responsabili di violazioni dei diritti umani, quando esiste un contrasto “con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo” e, più in generale, “quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazioni dei materiali”. Paletti che forse scontentavano l’industria bellica ma che subordinavano le vendite all’interesse nazionale. Per questo, la 185 impone al governo specifiche procedure di rilascio delle autorizzazioni alla vendita delle armi. Al tempo stesso, l’esecutivo ogni anno deve inviare al Parlamento una dettagliata relazione con i documenti inviati dai ministeri competenti.

REGNO UNITO (5°) 808,2 8,31 

UN FILO DIRETTO CON I REGIMI Proprio in base a quella legge, presa tra l’altro come modello anche per la normativa europea, le esportazioni sono vincolate a precise regole e gli invii verso Paesi in conflitto armato o responsabili di violazioni dei diritti umani sarebbero vietati. Ma, la realtà, rivelata grazie al fondamentale contributo delle associazioni della Rete Disarmo, è di tutt’altro colore: in un quarto di secolo, l’Italia ha autorizzato esportazioni per 54 miliardi di euro e consegnato armamenti per oltre 36 miliardi. «Oltre la metà di esse – spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia, tra i massimi esperti del tema – ha riguardato Stati non appartenenti né alla Ue né alla Nato, esterni quindi alle alleanze politicomilitari del nostro Paese. Un dato preoccupante se si considera che la legge 185/90 impone che le esportazioni di armamenti 32

siano conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia». Se poi ci si concentra sull’ultimo quinquennio, lo scenario (sintetizzato nella mappa qui a lato) ha tinte ancor più fosche: le autorizzazioni all’export extra-Ue e Nato salgono al 62% (9 miliardi contro 5,4) e tra i primi 20 Paesi destinatari, solo sette sono “democrazie complete” secondo i criteri del Democracy Index dell’Economist: cinque sono regimi autoritari e due ibridi, destinatari rispettivamente di 4,5 e 1,03 miliardi di euro di autorizzazioni mentre i Paesi democratici si fermano a 3,5. La classifica è guidata dai regimi di Algeria e Arabia Saudita. Se non fosse per la presenza Usa, anche gli Emirati Arabi Uniti sarebbero sul podio. Non a caso, le esportazioni in Medio Oriente e Nord Africa hanno subito una crescita del 33% tra 2009 e 2014. Un flusso che non aiuta a ridurre il numero di quanti, da quei Paesi, chiedono asilo all’Europa.

LETTA VS LETTA «La relazione che la Presidenza del Consiglio deve inviare ogni anno al Parlamento – spiega Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo – è diventata man mano più lacunosa e di difficile lettura da almeno 15 anni. Non appare più il tipo di armi e sistemi militari venduti, né il

 2,2

[DEMOCRAZIA COMPLETA]

 5,1

 952

 2,8

 562

 9,5

 1.891

 2,5

 69,9

GERMANIA (6°) 633,0 8,31 

 1,2

[DEMOCRAZIA COMPLETA]

STATI UNITI (3°) 1.167,9 8,11 

 3,5

[DEMOCRAZIA COMPLETA]

MESSICO (19°) 189,9 6,91 

 0,7

[DEMOCRAZIA IMPERFETTA]

BRASILE (18°) 211,8 7,12 

ventato sempre più complesso. Anzi, impossibile. Ancora una volta un paradosso nazionale: perché l’Italia ha una legge molto avanzata in tema di trasparenza – la 185 del 1990 – che proprio quest’anno festeggia il 25esimo anniversario. Ma la prassi dei vari governi l’ha nel tempo ridotta, celando informazioni cruciali. A tutto vantaggio della lobby armiera.

 1,4

[DEMOCRAZIA IMPERFETTA]

 3,4

 157

(n.) Posizione nella classifica dell'export italiano di armi

    

Importi autorizzati 1 Democracy index % spese militari su Pil 2 % spese militari su totale spesa pubblica 2 Spesa militare pro capite [US$] 2

1 Elaborazione di G. Beretta (Osservatorio OPAL Brescia) dai dati delle Relazioni della Presidenza del Consiglio. Valori in milioni di euro costanti al 2014. Esclusi programmi intergovernativi 2 Dati SIPRI 2014 Stockholm International Peace Research Institute * ultimo dato disponibile anno 1999

nome delle aziende per singola vendita e sono scomparse le operazioni bancarie autorizzate». Risultato: scoprire quali tipi di aerei, elicotteri, mezzi terrestri e bombe sono state effettivamente esportate e quali siano i destinatari finali è un lavoro sempre più complesso. «Questo – spiega Beretta – costringe i parlamentari a fare decine di interrogazioni che spesso non trovano risposta». Il punto di svolta, nel 2008, quando come sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta (governo Prodi II) lascia il posto allo zio Gianni (governo Berlusconi IV): con il nipote vi erano stati valori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015


export armi economia solidale

IL MONDO CHE SPARA ITALIANO

Italia: autorizzazioni all’esportazione di armamenti, primi 20 Paesi destinatari quinquennio 2009-14 POLONIA (12°)  412,8 7,12 

NORVEGIA (16°) 221,1 9,93 

 1,4

 3,1

 1.328

 1,9

 4,7

 275

[DEMOCRAZIA IMPERFETTA]

FRANCIA (10°)

[DEMOCRAZIA COMPLETA]

467,4 7,92 

 2,2

 3,8

 964

[DEMOCRAZIA IMPERFETTA]

ISRAELE (9°) 483,5 7,53 

SPAGNA (17°) 

214,2

 8,02

 0,9

[DEMOCRAZIA COMPLETA]

 2,1

 270

 8,05

 1

[DEMOCRAZIA COMPLETA]

 1,9

 13

 2.040

[DEMOCRAZIA IMPERFETTA]

INDIA (8°)  631,8 7,69 

BELGIO (20°) 180,1

 5,2

 468

 2,4

 9,1

 39,4

[DEMOCRAZIA IMPERFETTA]

SINGAPORE (7°) 632,1 5,92 

TURKMENISTAN (11°) 433,2 1,72

 3,3

   2,9* 14,9* 25,2*

  18,3 1.789

[REGIME IBRIDO]

[REGIME AUTORITARIO]

AUSTRALIA (15°) ALGERIA (1°)  1.431,2 3,83 

[REGIME AUTORITARIO]

 5,4

TURCHIA (13°)  13,5

 297

ARABIA SAUDITA (2°)  1.205,3 1,82 

 10,4

[REGIME AUTORITARIO]

 404,3 5,63

 2,2

 5,8

 11,6

  25,5 2.467

[REGIME [REGIME IBRIDO] IBRIDO]

[REGIME AUTORITARIO]

 5,1

301,8 3,26 

[REGIME AUTORITARIO]

AUTORITARI 4,5 MILIARDI DI EURO DI ESPORTAZIONI AUTORIZZATE

2 IBRIDI 1,04 MILIARDI

6

DEMOCRAZIE IMPERFETTE 2,4 MILIARDI

7 DEMOCRAZIE COMPLETE 3,5 MILIARDI valori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015

 1,8

 4,8

 1.077

[DEMOCRAZIA COMPLETA]

ALTRI 72 PAESI

TOTALE

2.617,7

14.037,6

  23,9 2.421

5 REGIMI

OMAN (14°)

  25,9 2.747

EMIRATI ARABI UNITI (4°) 1.128,5 2,52

261,8 9,13

 298

• Una nave d’assalto anfibio della Orizzonte Sistemi Navali (oltre 416 milioni di euro); • 14 elicotteri AW139 in versione militare della AgustaWestland (oltre 167 milioni di euro); • 14 elicotteri AW139 comprensivi di apparecchiature per la visione all’infrarosso, 28 caschi militari (oltre 258 milioni di euro); • 10 elicotteri AW109 della AgustaWestland (circa 100 milioni di euro); • 2 elicotteri EH101 della AgustaWestland (oltre 48 milioni di euro); • 300.000 cartucce lacrimogene a lunga gittata della Simad (circa 5 milioni di euro).

ALGERIA

• Componenti per 72 caccia Eurofighter Typhoon e relativi missili IRIS-T; • Bombe, munizioni, apparecchi per direzione del tiro, veicoli.

ARABIA SAUDITA

• Due corvette “Abu Dhabi Class” e pattugliatore “Ghantut”, dotati dei complessi navali militari della Oto Melara.

EMIRATI ARABI

• 12 Eurofighter e altri velivoli prodotti da un consorzio in cui è presente Finmeccanica attraverso la Alenia Aermacchi (valore totale 4 miliardi di euro); • “Armi automatiche” e munizioni (44 milioni di euro).

OMAN

• 5 elicotteri AgustaWestland AW139 “per impiego militare” (64 milioni di euro); • 1.680 fucili d’assalto Beretta ARX-160 con oltre 2 milioni di munizioni, 150 lanciagranate Beretta GLX-160, 120 pistole semiautomatiche Beretta PX4 Storm con dispositivi di soppressione del rumore (valore totale: 3,9 milioni); • 12 mitragliere C/A da 25 mm. tipo KBA con accessori della Rheinmetall Italia (circa 2,4 milioni di euro); • 8 complessi del cannone binato navale compatto 40/70 compatti (28 milioni di euro); • 10mila munizioni pesanti della M.E.S. tra cui 2mila colpo

TURKMENISTAN

completo cal. 40/70 HE-PFFC con spoletta di prossimità FB40; 2mila colpo completo cal. 40/70 HE-PFF con spoletta di prossimità FB40; 2mila colpo completo cal. 40/70 HEI-T con spoletta di percussione; 2mila colpo completo cal. 40/70 TPT con finta spoletta e 4mila colpo completo cal. 40/70 TP con finta spoletta (valore complessivo oltre 4,4 milioni di euro); • 3 droni teleguidati Falco XN (extra Nato) e assistenza tecnica della Selex Galileo, oggi Selex ES (valore 8,7 milioni); • Parti di ricambio per 25 sistemi missilistici Marte della MBDA Italia (162 milioni di euro). 33


economia solidale export armi

LE ONG: STOP ALLE ARMI ITALIANE ALLA COALIZIONE SAUDITA

Un appello al governo Renzi di rispettare la legge 185/90 interrompendo la vendita di armi italiane ai Paesi della coalizione saudita che da cinque mesi bombarda lo Yemen. «Questa nuova pagina che destabilizza il Medio oriente è fuori da ogni legalità internazionale, e va fermata». La richiesta di Francesco Vignarca, coordinatore della rete Disarmo, fa seguito a un comunicato pubblicato a settembre da Amnesty International, rete Italiana Disarmo e l’osservatorio sulle Armi Leggere e le Politiche di Difesa e Sicurezza (opal). L’intervento militare della coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro lo Yemen ha già prodotto danni irreparabili: più di 4mila morti e 20mila feriti (la metà civili), oltre un milione di sfollati. La popolazione yemenita – 21 milioni di persone – necessita di aiuti urgenti, vista la grave scarsità di acqua e di cibo causata dai bombardamenti indiscriminati. e la Croce rossa Internazionale parla già esplicitamente di “catastrofe umanitaria”. Alla richiesta di 23 associazioni internazionali, si è aggiunta nei giorni scorsi anche quella dell’Alto Commissario onu per i diritti umani, Zeid ra’ad Al Hussein, che ha rinnovato l’appello per un’inchiesta indipendente e imparziale sui possibili crimini di guerra commessi dalle vari parti in conflitto. «La vicenda in Yemen ci riguarda», spiega Vignarca. «Da anni, armi italiane raggiungono, con tutti i crismi delle autorizzazioni, aree del mondo che sarebbero vietate per legge. I Paesi della penisola araba – Arabia Saudita ed emirati Arabi Uniti in testa – sono regimi dove il rispetto dei diritti umani è nullo. I governi sono coinvolti nella destabilizzazione dell’area mediorientale, e secondo molti analisti hanno foraggiato l’Isis, almeno fino a poco tempo fa».

segnali di trasparenza, confronto periodico con le associazioni pacifiste e una relazione aggiuntiva sul commercio delle armi, con lo zio le tabelle diventano omissive e si cancella l’elenco delle singole operazioni bancarie. «Oggi – aggiunge Beretta – è quindi praticamente impossibile conoscere dalla relazione governativa gli armamenti esportati dall’Italia».

ANDREOTTI MEGLIO DI RENZI E in questa situazione, fa effetto sentire le associazioni pacifiste rimpiangere la trasparenza di Andreotti, quando la relazione governativa «riportava in chiara successione tutte le informazioni necessarie per esercitare effettivamente il controllo parlamentare». Di quella trasparenza non c’è traccia nella prima relazione del governo Renzi, nonostante due tomi da 1281 pagine. Il 22 settembre, i rappresentanti di Rete Disarmo hanno quindi incontrato il sot-

QUINDICI ANNI PER DISARMARE LE BANCHE di Emanuele Isonio

Compleanno per la Campagna per la trasparenza degli istituti di credito. Molti i risultati raggiunti ma il percorso è solo a metà. E le nuove norme lo mettono a rischio Dal grande Giubileo del 2000 di Giovanni Paolo II al Giubileo straordinario della Misericordia di Papa Francesco. In mezzo quindici anni di una campagna che, nonostante resistenze e ostacoli di potenti lobby economi-

Banche “disarmate”

Hanno approvato direttive che escludono in tutto o buona parte il sostegno alle operazioni di export delle armi.

BANCA ETICA MONTE DEI PASCHI DI SIENA INTESASANPAOLO BANCA POPOLARE DI MILANO BANCO POPOLARE CREDITO VALTELLINESE

34

che e industriali, ha contributo a cambiare il volto del rapporto tra istituti di credito e settore armiero. Lo scontro, alla Davide e Golia, si protrae da tempo e ancora non è concluso. Ma i risultati finora sono soddisfacenti, soprattutto per quanto riguarda l’obiettivo di ottenere dalle banche regole restrittive e maggiore trasparenza circa le operazioni di finanziamento alle esportazioni di armi (vedi INFOGRAFICA ). Ancora oggi, solo banca etica rifiuta tali attività totalmente e per statuto ma, accanto ad essa, anche altri gruppi hanno cominciato ad escludere il sostegno all’export bellico: tra le maggiori, IntesaSanpaolo e

Monte dei Paschi. e altri gruppi hanno fatto passi avanti sul fronte delle restrizioni e della trasparenza, offrendo comunicazioni dettagliate e periodiche su tali operazioni: tra questi soprattutto Ubi banca, il gruppo bPer e Cariparma. C’è però anche chi si è mostrato refrattario alle pressioni o, peggio, ha sfruttato i passi indietro dei concorrenti per guadagnare nuove posizioni. «Alcune banche – evidenzia Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo – hanno fiutato il business e hanno preso il posto degli istituti che al contrario hanno rinunciato ai loro investimenti nelle ar-

Banche armate

Banche trasparenti

Hanno emesso direttive interne che limitano con chiarezza e rigore le operazioni di esportazione di armamenti.

UBI BANCA BANCA POPOLARE EMILIA ROMAGNA CARIPARMA

Banche poco trasparenti

Hanno emanato direttive interne ma non le hanno rese pubbliche e non comunicano adeguatamente le operazioni che svolgono in appoggio al commercio di armi.

UNICREDIT BNP PARIBAS

Non hanno emanato direttive o esse risultano gravemente insufficienti e inadeguate per esercitare un efficace controllo sul commercio di armamenti nei Paesi in cui operano.

DEUTSCHE BANK BARCLAYS BANK NATIXIS SOCIÉTÉ GÉNÉRALE COMMERZBANK

valori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015


export armi economia solidale

tosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, per avanzare alcune semplici richieste. Due le principali: reintrodurre il Paese destinatario nell’elenco delle singole autorizzazioni rilasciate dalla Farnesina

YEMEN: GUERRA & BAMBINI

e, soprattutto, far ripristinare dal ministero dell’Economia l’elenco di dettaglio delle operazioni svolte dalle banche. Certo, se anche il Parlamento tornasse ad esaminare la relazione governativa

non sarebbe una cattiva notizia: dopo otto anni, nel 2015 finalmente qualcosa si è mosso. Ma le commissioni competenti vi hanno dedicato però una sola seduta durata meno di un’ora. ✱

398

605

377

1,8 milioni

537mila

10 milioni

bambini uccisi da marzo 2015

bambini feriti da marzo 2015

bambini reclutati da forze armate e gruppi

QUELL’ALLEANZA IPOCRITA TRA AERONAUTICA E UNICEF ITALIA

Otto bambini uccisi ogni giorno dall’inizio del conflitto, 605 quelli feriti, quasi 400 reclutati nelle file dei combattenti, 537mila a rischio di grave malnutrizione e 10 milioni che necessitano di assistenza umanitaria: sono atroci i numeri sull’impatto del conflitto nello Yemen diffusi dall’Unicef internazionale nel suo rapporto “Yemen: Childhood Under threat”. Ma, nel frattempo, la sezione italiana dell’organismo onu, non sembra accorgersene. e annuncia in pompa magna una “partnership per i bambini” con l’Aeronautica militare,

bambini che soffrono di malnutrizione

bambini <5 anni a rischio di malnutrizione acuta grave

bambini con bisogno di assistenza urgente

suggellata dalla nomina come “Goodwill Ambassador” dell’astronauta Samantha Cristoforetti, in occasione del 55° anniversario della Pattuglia acrobatica nazionale, cui hanno preso parte, tra gli altri, anche i velivoli della royal Saudi Air Force, quella che appunto sta bombardando lo Yemen. L’incongruenza con quanto le regole onu stabiliscono per le loro agenzie (che sono tenute ad agire in maniera indipendente e imparziale) non è sfuggita alle organizzazioni pacifiste. «Come si possono denunciare gli attacchi contro bambini inermi nello Yemen e poi collaborare con le Forze armate di uno Stato, tanto più durante un evento con le pattuglie di un Paese aggressore?» domanda Piergiulio biatta, presidente di opal.

mi». I dati sulle operazioni ESPORTAZIONI ITALIANE DI ARMAMENTI: OPERAZIONI AUTORIZZATE AGLI ISTITUTI DI CREDITO autorizzate dal Ministero FONTE: ELABORAZIONE DI GIORGIO BERETTA DALLE RELAZIONI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO 2008 2009 2010 2011 2012 Totale % sul tot. dell’economia fotografano Istituto di Credito / Anno BNP Paribas 91.086.447 804.649.257 862.418.229 491.388.309 941.816.891 3.191.359.133 20,3 il trend in modo lampante BNL 1.253.750.654 99.384.776 96.748.102 222.975.289 108.466.433 1.781.325.255 11,4 (vedi TABELLA ): tra 2008 e Fortis Bank 7.395.384 44.336.472 136.600 0 0 51.868.455 0,3 2012 bnp Paribas è passaDeutsche Bank 519.372.321 900.491.101 835.989.810 664.433.784 742.961.241 3.663.248.257 23,3 ta da 91 a 941 milioni di eu- Banco di Brescia 175.690.488 1.228.306.611 168.051.295 119.866.737 2.142.300 1.694.057.431 10,8 ro, Deutsche bank da 519 a B. Pop. Commercio e Industria 17.470.131 15.263.961 0 43.473.615 0 76.207.706 0,5 742 milioni, Unicredit da 52 Banco di San Giorgio 16.786.307 2.528.776 2.561.297 8.508.081 3.402.923 33.787.384 0,2 52.051.917 146.632.910 297.558.769 178.252.793 540.823.122 1.215.319.511 7,7 a 540 milioni e barclay’s dal UniCredit 241.064.236 19.380.532 282.640.914 69.732.801 5.253.432 618.071.914 3,9 milione e mezzo autorizza- Natixis Société Générale 424.280.676 34.208.845 88.344.606 5.216.236 16.763.944 568.814.308 3,6 to nel 2009 si è attestata, Barclays Bank Plc 0 1.479.844 10.484.272 184.959.352 232.610.844 429.534.312 2,7 appena quattro anni dopo, IntesaSanpaolo 177.596.487 186.111.311 952.500 4.059 0 364.664.357 2,3 sui 232 milioni. Crédit Agricole 0 0 0 174.565.969 0 174.565.969 1,1 Guai ad abbassare la Calyon C.I.B. 120.490.000 0 104.234.747 0 0 224.724.747 1,4 0 546.905 561.569 2.572.404 164.387 3.845.265 0,0 guardia, però. Anche per- Cassa Risp. Parma e Piacenza 0 259.090 304.649 2.239.776 92.505 2.896.020 0,0 ché le pressioni per ridurre Banca Popolare FriulAdria Cassa Risparmio della Spezia 87.499.814 47.251.474 38.437.682 51.979.438 68.507.251 293.675.659 1,9 le informazioni pubbliche Commerzbank 56.394.048 85.446.476 115.849.200 33.978.166 32.428.918 324.096.808 2,1 contenute nella relazione Citibank 138.545.000 20.781.750 0 0 0 159.326.750 1,0 annuale del governo al Par- Banca Cooperativa Valsabbina 11.462.689 5.585.447 12.478.963 67.047.638 11.255.122 107.829.859 0,7 lamento hanno prodotto [Valori in euro correnti] già da qualche anno un risponsabilità sociale d’impresa, che pur di lazione governativa – commenta beretta – è sultato preoccupante: «Sono scomparse – non essere catalogati fra le cosiddette “banuna risposta a una precisa richiesta della lobspiega Giorgio beretta di opal – tutte le inforche armate”, hanno deciso di non effettuare by guidata da Finmeccanica e da settori fimazioni di dettaglio delle operazioni bancananziari vicini ad essa». e se la decisione non più o quantomeno limitare significativamenrie». Una mossa che l’allora sottosegretario verrà modificata al più presto, temono le aste le operazioni connesse con l’import-export del governo berlusconi, Gianni Letta, già nel sociazioni pacifiste che hanno promosso la di materiali d’armamento, ha comportato per 2008 giustificava così: «l’atteggiamento ascampagna, i risultati raggiunti con fatica nele industrie notevoli difficoltà operative». «La sunto da buona parte degli istituti bancari nagli anni potrebbero essere presto vanificati. ✱ scelta di eliminare tali informazioni dalla rezionali nell’ambito della loro politica di revalori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015

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economia solidale anatomia di un settore

Call center Crisi a carico nostro di Mauro Meggiolaro

Cresciuti dell’800% in dieci anni, gli addetti del settore soffrono però per un modello di business costruito sul massimo ribasso di costi. I loro diritti si riducono. E il nuovo Jobs Act potrebbe produrre effetti perversi

80

mila addetti in circa 200 aziende per un fatturato complessivo che nel 2014 era pari a circa 1,9 miliardi di euro, di cui circa la metà (48%) generata da otto grandi imprese. È questa la fotografia della galassia dei call center italiani in outsourcing, scattata a fine giugno dalla School of Management del Politecnico di Milano. Un settore che si è sviluppato negli ultimi dieci anni: nel 2003 i lavoratori erano poco più di 10mila.

SULLE SPALLE DEI LAVORATORI «È un processo iniziato alla metà degli anni 2000 per rispondere agli interessi degli azionisti delle compagnie telefoniche», spiega a Valori Valeria Viletto del sindacato di base Cobas, che lavora presso Comdata, una delle imprese più grandi del comparto. «Per estrarre valore dalle società, gli azionisti hanno ritenuto necessario esternalizzare

oltre 2.000 aziende REGISTRATE CON CODICE ATECO 82.20.00 - ATTIVITà DEI CALL CENTER

circa 200 aziende • Abramo • Almaviva Contact • Call & Call • Comdata • Sky-Sins • Telecontact • Transcom • Visiant 36

CHE SVOLGONO REALMENTE ATTIVITà DI CONTACT CENTER

8 aziende

RAPPRESENTANO IL 48% DEL FATTURATO

Esclusi, ad esempio, i phone center

certi servizi, in modo da tagliare i costi. Una volta esternalizzati, tali servizi sono diventati meno costosi perché si sono ridotti i diritti dei lavoratori e il lavoro è diventato più flessibile». Alle compagnie telefoniche si sono poi aggiunte banche, assicurazioni, municipalizzate e grandi gruppi del settore energetico come Eni, Enel, Edison oltre ai centri di prenotazione degli ospedali e i servizi di assistenza alla clientela di imprese appartenenti ai settori più disparati. Una trasformazione profonda, che ha destrutturato migliaia di posti di lavoro con la benedizione della mano pubblica: la spesa per ammortizzatori sociali ed incentivi destinata ai call center è stata pari a 480 milioni di euro nel solo triennio 2012-2014. Anche perché il settore si trova in una profonda crisi, per una serie di ragioni. «Prima di tutto la tecnologia, che rende ormai sempre meno necessario telefonare per ricevere informazioni, perché esistono i forum e una serie di servizi online», spiega Salvatore Capone della segreteria nazionale Fistel-Cisl, «e poi molti call center italiani vengono trasferiti in Albania per risparmiare sui costi del personale». «Le aziende ricorrono sempre più a delocalizzazioni a un dumping selvaggio che rischia di produrre migliaia di licenziamenti», ha denunciato il sindacato lavoratori comunicazione Slc-Cgil.

SOLO I PIÙ GRANDI RESISTONO Alla base di tutto c’è il modello di business delle imprese che gestiscono i call center: secondo quanto riportato da un’indagine conoscitiva dell’Istat, per un’impresa su due, il committente principale assorbe oltre il 50% del fatturato, percentuale che sale al 75% per un’impresa su tre. Quindi appena un valori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015


anatomia di un settore economia solidale

grande cliente come Wind, Enel o Acea decide di spostare la commessa alla scadenza del contratto per risparmiare ulteriormente sui costi, intere aziende entrano in crisi e sono costrette a ricorrere alla cassa integrazione o a chiudere. Le imprese più grandi come Comdata, Almaviva o Abramo hanno una struttura dei ricavi più diversificata e riescono in genere a reggere meglio l’eventuale perdita di una commessa. Ma la diversificazione porta spesso a una rigida divisione della struttura societaria con conseguenze negative sulla qualità del lavoro. «Il grosso problema per i lavoratori Comdata è che ogni commessa è una storia a parte», continua Valeria Viletto dei Cobas Comdata. «È come avere aziende diverse all’interno della stessa ditta e alla fine non c’è equità di trattamento tra i lavoratori: chi lavora su commesse Vodafone, per esempio, ha determinati orari e un trattamento diverso di chi lavora su commesse Telecom. Quindi tra i dipendenti non si crea un fronte comune. Oltre a questo, non c’è rotazione tra chi lavora alle varie commesse: se hai più stress non puoi avvicendarti con chi ha meno stress».

NORME ANTI-DELOCALIZZAZIONE Per far fronte alla crisi e alle storture del mercato dei call center si sta muovendo anche il governo. Nell’ottobre del 2014 il ministero del Lavoro ha precisato che le imprese che delocalizzano all’estero, in paesi extra-Ue, non possono usufruire delle agevolazioni previste dalla legge 407/1990, che garantisce sgravi contributivi a chi assume lavoratori disoccupati o in cassa integrazione da 24 mesi: una normativa che negli anni passati ha fatto decollare molte società di call center, soprattutto nel Meridione. Dal 1° gennaio 2015 la legge è stata superata dal Jobs Act, che potrebbe però mettere in difficoltà proprio le imprese più solide. «Il Jobs Act potrebbe favorire una serie di piccole società che aprono e chiudono continuamente, puntando al massimo ribasso dei prezzi», spiega il segretario Fistel-Cisl Salvatore Capone. «Con la nuova legge si incentiva l’assunzione di nuovi lavoratori per i primi tre anni, con un sgravio contributivo del 30%. In un settore ad alta intensità di lavoro come quello dei call center, dove il lavoro rappresenta l’80% dei costi totali, un incentivo del genere è decisivo. Temo che molte società spunteranno dal nulla assumendo nuovi lavoratori per tre anni per poi chiudere e riaprire, in modo da poter godere di nuovi sgravi per altri tre anni». Anche sul fronte delle commesse si annunciano nuovi interventi da parte del governo. Il sottosegretario al ministero del Lavoro, Teresa Bellanova, ha fatto sapere che sarebbe allo studio una valori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015

COMMESSA SEAT A LIVORNO: UNA STORIA A LIETO FINE

Esuberi, vertenze, scioperi, cassa integrazione: le notizie pubblicate quotidianamente sui call center italiani parlano di uno stato di crisi permanente. ogni tanto, però, capita di leggere anche storie positive. Come quella del call center di Guasticce, in provincia di Livorno, legato a una commessa di Seat. All’inizio del 2015 ha chiuso, lasciando senza lavoro circa 340 lavoratori. Ma i sindacati e il comune di Livorno, proprietario della sede, non si sono dati per vinti. Il 22 luglio si è raggiunto un accordo con Comdata, che rileverà le attività di People Care, assumendo 165 persone con l’impegno di portare a Livorno nuove commesse (oltre a una parte della commessa Seat), probabilmente offerte dalla regione toscana nei servizi sanitari. Decisivi i nuovi incentivi regionali per l’area livornese che si uniscono a quelli previsti dal Jobs Act a livello nazionale. «Siamo soddisfatti», spiega Maria torrigiani del sindacato Uil a Valori. «Anche l’inquadramento dei nuovi assunti sarà tutto sommato buono: si partirà dal terzo livello, mentre temevamo che si partisse dal secondo». Un lieto finale, almeno per ora. Scritto, ancora una volta, dalla mano generosa dei contributi pubblici. [M.M.]

nuova clausola sociale per tutelare i lavoratori nel momento in cui i soggetti committenti cambiano operatore. Mentre altre misure, come l’eliminazione dalla base imponibile Irap del costo del lavoro, sono già state introdotte. Ancora poco secondo Assocontact-Confindustria, l’associazione di categoria delle imprese che gestiscono i call center. «Viviamo una crisi al giorno e i tempi dell’azione politica sono inadeguati», ha dichiarato Alberto Costamagna, presidente nazionale di Assocontact. «I call center soffrono l’assenza di una politica industriale: negli ultimi cinque anni i problemi sono rimasti gli stessi e non si è mosso nulla». Un problema sempre più profondo per un settore che si è ingigantito come conseguenza dei tagli dei costi operati negli anni dalle grandi compagnie telefoniche, energetiche, di banche e utilities. I loro azionisti hanno puntato alla massimizzazione dei profitti finanziari di breve periodo estraendo sempre più valore dal lavoro. Il conto, ancora una volta, lo pagano i lavoratori e i contribuenti. ✱

FATTURATO CALL CENTER IN ITALIA: CALMA PIATTA [in milioni di €]

FONTE: ELABORAZIONE OSSERVATORI DIGITAL INNOVATION POLITECNICO DI MILANO SU DATI AZIENDALI, BILANCI AZIENDALI E RICERCA DATABANK

2.500 2.000 1.500

-1/2%

+1% 1.927

1.951

1.910 / 1.930

2012

2013

2014

1.000 500 0

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economia solidale la sfida della sostenibilità

Il volto masochista della disuguaglianza di Corrado Fontana

Firenze, a fine ottobre, ospita la seconda edizione di Novo Modo. Società civile e finanza etica a rapporto per proporre alternative a un modello economico connesso con guerre, speculazioni e crisi ambientali

C

ombattere la disuguaglianza il più delle volte equivale a mettere le ali all’economia di un Paese. L’ultima conferma arriva da una recente analisi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Focus on Inequality and Growth) che collega il peggioramento del livello di disparità dei singoli Stati e le performance economiche (vedi GRAFICO ): tra 1985 e 2005, la distribuzione sempre più diseguale della ricchezza ha finito per divorare il 10% della ricchezza prodotta in Messico e Nuova Zelanda, il 9% di Finlandia, Norvegia e Regno Unito e quasi 7 punti in Italia, Svezia e Stati Uniti. Al contrario, dove nello stesso periodo l’uguaglianza è migliorata (Francia, Irlanda, Spagna), ha aiutato la crescita del Pil pro capite.

RIPENSAMENTO GLOBALE Parole di miele per quanti da tempo denunciano l’insostenibilità di un sistema in cui il 10% più ricco

TUTTO L’EVENTO. CON NOMI E COGNOMI

A promuovere l’edizione 2015 della manifestazione sigle storiche del terzo settore italiano (Acli, Arci, banca Popolare etica, Caritas Italiana, Cisl, Fondazione Culturale responsabilità etica e Legambiente), cui si sono aggiunti quest’anno nuovi partner dal mondo dell’economia alternativa e di chi sostiene l’impegno per la legalità: CtM Altromercato, Fairtrade Italia, Libera - Associazione, nomi e numeri contro le mafie, Polo Lionello bonfanti e Scuola di economia Civile. Per i cittadini un’occasione preziosa di dialogare ed ascoltare in un dibattito pubblico tante voci autorevoli. tra i relatori previsti, Alberto Vannucci (direttore del Master in Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione all’Università di Pisa), Monica di Sisto (portavoce della Campagna Stop ttIP), Walter Ganapini (ambientalista e membro del Comitato etico di etica Sgr), Giuseppe De Marzo (referente della campagna di Libera e Gruppo Abele Miseria ladra), Ugo biggeri (presidente di banca etica) e l’economista Stefano Zamagni. 38

della popolazione delle economie avanzate possiede in media quasi dieci volte la ricchezza del 10% più povero (trent’anni fa la proporzione era appena di 7 a 1). Non è quindi un caso che proprio la lotta alla disuguaglianza farà da filo conduttore dei tre giorni della seconda edizione di Novo Modo, evento organizzato da molte realtà della società civile e del Terzo Settore a Firenze (Auditorium Santa Apollonia) dal 23 al 25 ottobre (vedi BOX ). Cuore di un problema che porta lo sguardo a spaziare su altre distorsioni: «I modi di produzione attuali sono insostenibili: ad agosto scorso, cioè entro i primi otto mesi del 2015, avevamo già consumato le risorse che la Terra mette a disposizione per un anno. Bisogna quindi interrogarsi sui modi di consumo – cosa ci serve? – ma anche sul come produciamo» osserva Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale responsabilità etica, promotrice dell’iniziativa fiorentina. E una visione complessiva è utile a notare che la disuguaglianza si sviluppa in concomitanza con conflitti armati, migrazioni forzate e danni ai piccoli produttori. E anche dove questo non accade, come nelle democrazie avanzate, minore crescita si traduce in meno sanità, lavoro, servizi pubblici, protezioni sociali, maggiore esclusione (gli italiani “a cercar fortuna” a Londra e dintorni sono stati quasi 58mila nell’ultimo anno. E un individuo su quattro in Europa – più di 122 milioni di persone – è a rischio povertà).

NON C’È AMBIENTE SANO SENZA INVESTITORI PAZIENTI C’è insomma una questione etica e di sostenibilità generale, che impone di trovare un nuovo modo valori / ANNO 15 N. 132 / ottobre 2015


la sfida della sostenibilità economia solidale

sotto la lente di Valori

Conseguenze stimate delle variazioni dei tassi di disuguaglianza anni 1985-2005 sulla crescita 1990-2010 FONTE: FOCUS ON INEQUALITY AND GROTWTH, OECD, DICEMBRE 2014

70

Impatto della disuguaglianza

60

Senza impatto della disuguaglianza

Crescita Pil reale

50 40 30 20 10 0 -10

cker”, che doveva costituire il grande rilancio per l’Unione europea, viene alimentato per 30 miliardi dalla finanza pubblica e per circa 300 dal privato. È chiaro perciò che sarà difficile che questo piano possa conservare un indirizzo nell’interesse pubblico». Ma senza un preminente indirizzo pubblico potrebbe essere proprio la citata necessaria visione complessiva di sviluppo a lungo termine a rimanere una chimera. ✱

Messico

Italia

Spagna

Giappone

Francia

Canada

Danimarca

Germania

Stati Uniti

Nuova Zelanda

Belgio

Turchia

Austria

Norvegia

Finlandia

Svezia

Olanda

Regno Unito

-20

’eccellenza italiana sotto la lente di Valori V lori Va FATTI F FA ATTI ITA T LIA L’L’eccellenza TA T IN ITALIA

FATTI IN ITALIA L’eccellenza italiana

INIQUITÀ AMMAZZA-CRESCITA

Irlanda

(che in latino indica anche regola, misura, limite) di produrre, consumare e distribuire, dove anche le questioni climatiche e ambientali siano prioritarie. Perché «degrado ambientale, inquinamento e cambiamenti climatici, riduzione di produttività e inaridimento dei suoli, abbattimento della portata d’acqua dei fiumi sono tutti fattori che contribuiscono significativamente a spiegare sempre di più la presenza dei conflitti», afferma Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas Italiana, che a Novo Modo presenterà un dossier sui Conflitti dimenticati. «Un mix letale», secondo Beccegato con un legame a doppio filo con la povertà, e che presenta tra le sue cause scatenanti anche la speculazione sul cibo: «Già nel 2007-2008 e poi ancora nel 2011-2012, in presenza di due momenti di picco dei prezzi delle materie prime alimentari, abbiamo potuto constatare una relazione statistica con l’affermarsi dei conflitti armati». È la globalizzazione, bellezza!, diranno i lupi da listino di Borsa. Sta di fatto che ambiente, cibo, guerre, povertà e, infine, finanza, sono ingredienti di un unico sistema che oggi non investe sui cosiddetti “capitali pazienti” ma sui ritorni immediati (e privati), incapaci perciò di rispettare i necessari equilibri del Pianeta e delle persone. E non a caso, conclude Baranes, «il famoso “piano Jun-

“Crescita Pil reale” indica la crescita effettiva del Pil pro capite. “L'impatto della disuguaglianza” si basa su dati Ocse 1985-2005. “Senza impatto della disuguaglianza” è la differenza tra crescita Pil effettiva meno l'impatto della disuguaglianza e va letto come il tasso di crescita che sarebbe stato osservato se nel frattempo la disuguaglianza non fosse variata nel ventennio in esame.

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valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


la bacheca di valori ?? economia solidale

I MIGLIORI TWEET DEL MESE The average household already has 40 plastic bags stashed away around the home. Do your bit and #reusebags

VEICOLI ELETTRICI: LA NORVEGIA BATTE TUTTI

Nuove registrazioni e incidenza sul totale dei veicoli - dati 1° trimestre 2015

[In media ogni famiglia ha già 40 sacchetti di plastica nascosti in giro per casa. Fai la tua parte e riusali]

FONTE: IHS AUTOMOTIVE

economia solidale ??

21 agosto Defra UK @DefraGovUK

#ClimateFact: Global sea levels have risen by about 8 inches in the last 130 years http://1.usa.gov/1EamdTw [Fatti climatici: il livello globale dei mari è cresciuto di 20 cm negli ultimi 130 anni] 22 agosto Climate Reality @ClimateReality

Il metano ecologico è come il tiramisu light per la dieta. Il metano ci da una mano a estinguerci prima per il #globalwarming 30 agosto luca lombroso @LucaLombroso

“The Amazon is losing its capacity to absorb CO2 says study” http://ow.ly/Rsoqu [L'Amazzonia sta perdendo la sua capacità di assorbire CO2, rivela uno studio]

30 agosto Reporting Climate @Reportingclimat

Bell'esempio fiscalità compensativa a Verona/Mantova: esercizio comm.le che dona prodotti a last minute market ha sconto su tassa rifiuti 5 settembre Leonardo Becchetti @Leonardobecchet

NEWS

Bio: vendite doppie da inizio crisi Dal 2008, anno in cui è ufficialmente scoppiata la fase recessiva, il settore degli alimenti biologici ha vissuto una fase di netta controtendenza: in sei anni le vendite all'estero di prodotti italiani certificati sono cresciute del 91% (1,4 miliardi di euro). E le imprese biologiche hanno una propensione all'export maggiore delle concorrenti convenzionali: l'80% di esse ha effettuato vendite all'estero nel corso del 2014. I dati sono contenuti in un'indagine realizzata dall'Osservatorio Sana 2015, promosso dal Salone internazionale del Biologico di Bologna insieme all'Ice (agenzia per il Commercio estero).

VALORITECA SPUNTI DA NON PERDERE NEL MESE APPENA TRASCORSO

BEONI MONDIALI FONTE: IWSR / ECONOMIST.COM

La fotografia del consumo di sostanze alcoliche

NEWS

Ciclabilità urbana: il Grab di Roma miglior progetto L'idea di un Grande Racconto Anulare delle Bici attorno a Roma, un circuito ciclopedonale di 44 km lanciato da VeloLove, Legambiente e Touring Club, è stato premiato come miglior progetto per la promozione della ciclabilità urbana 2015 durante il B2B in Europa di Verona. Il percorso si snoderà per 32 km (72% del totale) lungo vie ciclabili, parchi, argini fluviali e aree verdi, 3 km e mezzo su marciapiedi che possono facilmente accogliere anche una ciclabile e 6,8 km coinvolgono strade a bassissimo traffico. I restanti 1,9 km, caratterizzati da intenso flusso veicolare, richiederanno la maggior parte degli investimenti.

valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

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fotoracconto 04/04

Sacro e profano si mescolano in due quadri che più diversi non potrebbero essere. Eppure, nonostante li dividano diciassette secoli di vicende umane, c’è un filo conduttore tra le due opere.

Sopra, “L’opera di convinzione”, una delle quattro tele a olio in cui il pittore inglese William Hogarth ha voluto ritrarre il volto oscuro della campagna elettorale del 1755 (Soane’s Museum - Londra). Una denuncia dei metodi sordidi con cui il primo ministro Walpole e il suo “entourage” (rappresentanti dei “nuovi interessi” borghesi) puntavano ad acquistare voti. E delle risposte, altrettanto opache, del partito conservatore loro avversario. Ma neppure l’elettore (al centro della scena) è esente: alla fine i soldi li riceve da entrambi. A destra, un balzo indietro di 450 anni nella Cappella degli Scrovegni in cui Giotto realizzò una delle più celebri raffigurazioni della corruzione per eccellenza: il bacio che Giuda dà a Gesù Cristo. Quell’azione gli valse 30 pezzi d’argento dai sommi sacerdoti. Ma il tradimento gli tolse l’anima (e infatti Giotto lo ritrae senza aureola).

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valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


social innovation

Spiritualità e misurazioni d’impatto

Cambiare il mondo con uno shampoo di Andrea Vecci

a vita non è facile per ragazzi problematici che desiderano reinserirsi nella società, anche a Hong Kong. La maggior parte di loro non riesce a trovare un buon lavoro a causa della mancanza di titoli di studio e di esperienza lavorativa. La loro autostima è bassa e non vedono alcuna speranza nella vita. I costi sociali stimati dal Dipartimento di Statistica di Hong Kong per questo target ammontano a 240mila HK$, circa 27mila euro l’anno, erogati in sussidi e aiuti indiretti. L’impresa sociale hongkonghese nasce circa dieci anni fa in risposta a problemi sociali simili a questo e negli ultimi anni è cresciuta a dismisura, se paragonata ad altri contesti asiatici. Tali realtà sono oltre 460, occupano 31mila lavoratori, raggiungono il punto di pareggio in cinque anni e godono di tre volte la vita media di una impresa tradizionale. Molte hanno un retroterra confessionale, formatosi

nell’alveo delle chiese cristiane non missionarie: è una matrice culturale laica, che promuove un approccio etico all’economia e ai consumi. Il modello più diffuso di valutazione e rendicontazione economica e sociale di queste società di capitali è la Blended Value Proposition, delineata da Emerson nel 2003, che combina output economici e output sociali generati dalle attività di un’impresa. Secondo questa logica le due tipologie di risultati sono intrinsecamente connesse e richiedono modalità di misurazione olistiche che valorizzino l’entità di entrambe: lo yin e lo yang di un’economia civile in salsa di soia. Fullness Salon è un salone di parrucchieri, un’impresa sociale cristiana che offre opportunità di lavoro per adolescenti provenienti dal carcere o da famiglie disgregate. Investe nel coaching e nell’apprendistato per ben 18 mesi e aiuta a sviluppare una carriera, quella del parrucchiere, valida per tutta la vita. L’approccio al cliente è particolare perché tende a massimizzare il valore condiviso, proponendo agli assidui frequentatori del centro di diventarne soci, pur non essendo una cooperativa di consumo: al momento conta oltre 800 soci-consumatori etici. Il modello di misurazione degli impatti BROI di Fullness Salon è il seguente:

L

valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

L’indice sociale di redditività del capitale investito in Fullness Salon si attesta a 1,4 paragonabile a rendimenti analoghi di Social Bond, titoli obbligazionari emessi dal sistema bancario a sostegno di iniziative ad alto impatto sociale. Una conferma che la domanda se convenga di più finanziare l’impresa sociale o la finanza sociale resta ancora un dibattito aperto. ✱ Maggiori approfondimenti sul blog Social Innovation di valori.it

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INTERNAZIONALE

L’AFRICA OCCIDENTALE ASPETTA OUATTARA

I

di Matteo Cavallito

Il presidente uscente resta il principale favorito nelle prossime elezioni in Costa d’Avorio. La sua riconferma garantirebbe la stabilità politica. Condizione fondamentale per il rilancio economico dell’intera regione valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

l giorno del giudizio è fissato per il 25 ottobre, e c’è da scommettere che gli sguardi interessati non si concentreranno soltanto entro i confini nazionali. È una prova decisiva, un esame di maturità. Se non addirittura, date le circostanze, una vera e propria tesi di laurea in stabilità politica. Lo sa la comunità internazionale, che quel giorno lo ha segnato sul calendario da tempo. E lo sa soprattutto la Costa d’Avorio, che da quel decennio perduto di inizio secolo cerca ora la definitiva emancipazione. Nell’ultima domenica del mese, gli elettori ivoriani si recheranno alle urne per scegliere il futuro capo di Stato e di governo. Il presidente uscente Alassane Ouattara, assicura la stampa internazionale, resta il grande favorito. Anche se il clima che si respira alla vigilia non è propriamente quello di un plebiscito. «I sostenitori dell’ex presidente (2000-10, ndr) Laurent Gbagbo continuano a mantenere un certo peso e accusano 45


internazionale il futuro di un continente

IL GHANA NELLA MORSA DELLA CRISI

Dai sogni di gloria del recente passato al sostegno esterno del complicatissimo presente. È la parabola del Ghana, ex locomotiva dell’Africa occidentale penalizzata oggi dal calo dei prezzi delle materie prime e dal peso dell’indebitamento. Nel 2011, l’anno del picco, il ritmo di espansione annuale del Pil aveva raggiunto il 14%, un tasso, per fare un confronto, pari al doppio dell’attuale velocità di crescita della Cina. Oggi, nota Bloomberg, si viaggia realisticamente attorno a quota 3,5%, la peggior performance degli ultimi 20 anni. Ad aggravare la crisi, nota tra gli altri l’Economist, sono i problemi strutturali del Paese tra cui la scarsa propensione al risparmio da parte dello Stato (il rapporto debito/Pil si colloca oggi al 70% contro il 43% del 2011) e l’elevata incidenza della corruzione. A febbraio, il Fondo Monetario Internazionale ha accordato al Paese un prestito da 918 milioni di dollari con l’obiettivo di favorire un risanamento dei conti pubblici. Alla fine del 2014 il tasso di inflazione ha raggiunto il 17% contro l’11,7% registrato lo scorso anno (dati Adb/OECD/Onu). Le riserve in valuta estera, in compenso, sono diminuite drasticamente a quota 3,2 miliardi (dati Bloomberg, giugno 2015) costringendo la banca centrale a promuovere una politica monetaria fortemente restrittiva: a settembre il costo del denaro è salito al 25%, cinque punti percentuali in più rispetto alla fine dello scorso anno. [M.Cav.] AFRICA OCCIDENTALE: TASSI DI CRESCITA % DEL PIL 2013-2016

FONTE: AFRICAN DEVELOPMENT BANK (ADB), ORGANISATION FOR ECONOMIC CO-OPERATION AND DEVELOPMENT (OECD), UNITED NATIONS DEVELOPMENT PROGRAMME (UNDP) – “AFRICAN ECONOMIC OUTLOOK”, MAGGIO 2015

2,3 5,6

5,5

5,6

6,0

4,3

BENIN

-0,7

4,2

GAMBIA 5,0

5,5

7,0

7,3

BURKINA FASO 0,7

2,0

3,1

4,2

2013

0,9

5,2

2014 2015*

4,3

2016*

GUINEA 0,9

6,6

0,6

3,9

* Previsioni

2,6

5,9

GHANA

3,9

3,7

GUINEA BISSAU 1,8

3,6

8,7

CAPO VERDE

3,8

6,4

LIBERIA 1,7 5,8

5,4

5,1

7,1

6,0

6,5

5,0

6,0

MALI

8,7

8,3

7,9

4,1

8,5

NIGER

COSTA D’AVORIO 3,5

6,3

5,4 4,5

4,6

5,0

NIGERIA

SENEGAL 2,8 20,1

6,0

-2,5 5,4

SIERRA LEONE AFRICA 3,5

46

6,0

5,0

5,7

5,9

TOGO

AFRICA OCCIDENTALE 5,7

5,5

6,1

AFRICA (Libia esclusa)

3,9 4,5

5,0

4,0

4,3

4,3

5,0

Ouattara di aver consentito il ritorno dei francesi in Costa d’Avorio» racconta una fonte esperta che conosce bene il contesto politico del Paese. Quello della presenza francese resta tema sempre caldo, e non potrebbe essere altrimenti. Non è un mistero che nel corso della sua presidenza, Gbagbo abbia mantenuto un atteggiamento dichiaratamente ostile nei confronti di Parigi, promuovendo per contrasto la carta “cinese”. La partnership con Pechino si è effettivamente consolidata negli anni ma la crescita degli scambi commerciali tra i due Paesi – passati da 70 a 625 milioni di dollari tra il 2000 e il 2010 secondo i dati Onu – ha rappresentato comunque un successo effimero in un decennio caratterizzato, a voler usare un eufemismo, da una forte instabilità politica ed economica.

IL BOOM IVORIANO Nell’aprile del 2011, dopo aver tentato di rovesciare il risultato elettorale che lo aveva visto sconfitto dal rivale Ouattara, Gbagho è stato arrestato dalle forze speciali francesi e successivamente tradotto presso la Corte penale internazionale dell’Aja con l’accusa di crimini contro l’umanità. Un’uscita di scena che ha posto fine alla crisi politica e ai conflitti più gravi. L’economia, sorretta dai piani governativi per lo sviluppo delle infrastrutture, è ripartita a ritmi sostenuti e gli operatori internazionali hanno ripreso a scommettere sul Paese. Tra i principali investitori esteri, notava lo scorso anno un’analisi della Reuters, le compagnie petrolifere Tullow (UK) e Lukoil (Russia), l’istituto sudafricano Standard Bank e la società di costruzioni e telecomunicazioni Bouyges, capofila della rinnovata presenza francese. Già attiva nell’espansione delle rete stradale ivoriana, la stessa Bouyges è impegnata insieme alla connazionale Bollore e alla danese Maersk nei lavori di ampliamento del porto di Abidjan. Un’operazione, rilevava la stessa agenzia, sorretta da un investimento complessivo da oltre 600 milioni di dollari. Il boom economico, insomma, sembra offrire opportunità enormi. Ed è proprio per questo, in definitiva, che l’appuntamento del 25 ottobre assume inevitabilmente un’imvalori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


il futuro di un continente internazionale

INCERTEZZE REGIONALI Tra il 2013 e il 2016, dicono le ultime stime Adb/Ocse/Onu, l’economia ivoriana dovrebbe crescere a un tasso medio annuo superiore all’8%, un dato senza eguali nel resto dell’Africa Occidentale (vedi TABELLA ) dove gli entusiasmi, pur in un contesto di espansione del Pil, sono per così dire in via di raffreddamento. Emblematico, in questo senso, il caso del Ghana (vedi BOX ): nel 2002, gli investimenti esteri diretti nel Paese valevano 59 milioni di dollari. Nel 2013 erano saliti a 3,2 miliardi, certificando un vero e proprio boom della fiducia alimentato almeno in parte dell’impennata dei prezzi delle materie prime. Il forte ribasso registrato dal valore di queste ultime, certificato del tracollo dell’indice di riferimento IMF (vedi GRAFICO ), non ha tardato tuttavia a impattare sui conti pubblici del Paese costringendo il governo a cercare l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale che, ad aprile, ha accordato un prestito complessivo da quasi un miliardo di dollari. Ma i motivi di preoccupazione, non solo per il Ghana, non si esauriscono qui. Nella lista delle incertezze ci sono gli effetti economici della recente epidemia di Ebola che, pur con un impatto variabile, continuano a pesare sulle prospettive di alcuni Paesi dell’area (vedi BOX ). Ma anche alcuni grandi interrogativi che condizionano su larga scala l’intero continente. «Siamo sempre ottimisti sulle previsioni di crescita dell’Africa per i valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

IL CROLLO DEI PREZZI DELLE MATERIE PRIME

FONTE: IMF - INTERNATIONAL MONETARY FUND (WWW.IMF.ORG), IMF PRIMARY COMMODITY MONTHLY INDEX, AGOSTO 2015

220 200 180 160 140 120 100 80

Aug 2010 Oct 2010 Dec 2010 Feb 2011 Apr 2011 Jun 2011 Aug 2011 Oct 2011 Dec 2011 Feb 2012 Apr 2012 Jun 2012 Aug 2012 Oct 2012 Dec 2012 Feb 2013 Apr 2013 Jun 2013 Aug 2013 Oct 2013 Dec 2013 Feb 2014 Apr 2014 Jun 2014 Aug 2014 Oct 2014 Dec 2014 Feb 2015 Apr 2015 Jun 2015 Aug 2015

portanza cruciale. «La legittimità e il carattere pacifico delle elezioni e del loro risultato possono avere un forte impatto sulla percezione del business environment (l’insieme dei fattori che influenzano le attività delle imprese, ndr) ivoriano da parte della comunità internazionale e degli investitori» spiega a Valori Arthur Minsat, economista della divisione Africa dell’Ocse. «Il governo sta incoraggiando gli investimenti nel settore minerario e nel comparto delle risorse naturali e progetta di condurre la nazione allo status di “Paese emergente” entro il 2020». Un obiettivo ambizioso che confermerebbe, in definitiva, il crescente peso della Costa d’Avorio nell’intera regione.

L’EBOLA BRUCIA 1,4 MILIARDI DI PIL

28.183 casi da marzo 2015 ad oggi, per un totale 11.306 di morti. È questa la dimensione dell’epidemia di Ebola certificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in occasione dell’ultimo aggiornamento settimanale del 6 settembre scorso. L’emergenza principale è ormai conclusa (da un mese e mezzo a questa parte non si registrano più di quattro nuovi casi a settimana) ma le ferite sono ancora aperte. Quelle umane, ovviamente, ma anche quelle economiche che pesano sul presente e il futuro dei Paesi più colpiti. «L’impatto economico dell’Ebola in Africa occidentale è stato meno significativo del previsto, dato che l’area conferma la seconda miglior prestazione (in termini di crescita del Pil, ndr) del Continente dopo quella registrata in Africa orientale» spiega a Valori Arthur Minsat, della divisione Africa dell’Ocse. «Per Liberia, Guinea e Sierra Leone, tuttavia, la storia è diversa». Nel dettaglio, riferisce, le tre economie hanno subito una perdita complessiva (in termini di contrazione del Pil rispetto alle previsioni precedenti all’epidemia) di 1,4 miliardi di dollari a parità di potere d’acquisto «che corrispondono a una perdita pro capite di circa 130 dollari in Sierra Leone e di 40 dollari in Liberia e Guinea». Un danno evidente per gli equilibri economici dei tre Paesi, con un impatto negativo di medio-lungo periodo sul fronte degli investimenti nel settore privato e nelle infrastrutture che, precisa ancora Minsat, «ridurrà il loro stesso potenziale di crescita». [M.Cav.]

prossimi anni – spiega ancora Arthur Minsat – ma il nostro ottimismo è condizionato da alcuni fattori chiave». Nell’elenco, sottolinea l’economista Ocse, il previsto rialzo dei tassi di interesse negli Usa «che potrebbe rendere più dispendioso l’accesso al credito da parte delle economie africane sul mercato dei capitali», ma anche la debole crescita di un partner strategico come il Vecchio Continente («buona parte dell’export africano è tuttora diretto in Europa») e, ovviamente, la domanda dei mercati emergenti, Cina in testa, che imporrà all’Africa «di diversificare le sue fonti di crescita». Un traguardo decisivo, quest’ultimo, che passa necessariamente dall’espansione della domanda interna. L’incremento de-

mografico (+2,5% di media continentale, ricorda Minsat), in questo senso, è incoraggiante. Ma le dimensioni tuttora ridotte della classe media, ovvero del fondamentale fattore di crescita dei consumi interni, pesano ancora negativamente. Un problema ben noto per le economie africane, caratterizzate negli ultimi anni da uno sviluppo senza precedenti ma anche da una limitata redistribuzione della ricchezza. Nel 2014, sostiene l’ultimo report congiunto Adb/Ocse/Onu, la richiesta di aumento salariale è stata la prima causa di proteste di piazza nel Continente (oltre il 20% dei casi). I risultati elettorali contestati, per contro, hanno interessato meno del 5% delle manifestazioni pubbliche. ✱ 47


internazionale dietro le quinte del Califfato

Quelle complicità che rafforzano l’Isis di Nicoletta Dentico e Marinella Correggia

L’espansione dello Stato islamico ha radici profonde: partono dalle scelte folli dell’Occidente post 2001. E si legano agli interessi dell’industria bellica europea e americana

S

embra un’entità spuntata dal nulla. Nessuno, appena un anno fa, aveva predetto la guerra lampo che ne ha provocato la nascita. Eppure oggi il cosiddetto Stato Islamico di Iraq e Siria (meglio noto come Isis o, in arabo, Daesh) ha le dimensioni della Gran Bretagna ed è una delle più terrificanti sfide geopolitiche dei tempi recenti. Una reazione disperata e insana a una crisi molto profonda. Ma quale crisi esattamente? Perché una risposta così sanguinaria? Chi sono gli uomini, apparentemente inarrestabili, dell’Isis?

UN FEROCE CATALOGO DI ERRORI Isis non viene dal nulla, anche se la disaffezione delle opinioni pubbliche occidentali rispetto all’Iraq e alle ondate di violenza che continuano a dilaniarlo fa percepire il contrario. Le sue radici affondano in una serie di fallimenti interni ed esterni che precedono gli attacchi dell’11 settembre 2001. Questa tossica combinazione deflagra con la

campagna militare del 2003 in Iraq da parte della coalizione a guida americana, avviata con l’inganno delle armi di distruzione di massa, ma senza alcuna strategia politica. Una guerra breve dagli effetti permanenti, che per gemmazione ha destabilizzato tutto il Medio Oriente. La catastrofica regia americana ha fatto di tutto per alimentare nel tempo la fornace di guerra in corso, a cominciare dalla decisione di Paul Bremer (il diplomatico americano a capo dell’autorità provvisoria in Iraq nel 2003) di sciogliere l’esercito iracheno e dissolvere il partito Ba’ath, strumenti del potere di Saddam Hussein. Così è stata smantellata in poche ore l’infrastruttura nazionale già debilitata da anni di guerre e sanzioni (700mila iracheni licenziati, compresi gli apparati di sicurezza e intelligence), precipitando l’Iraq nel caos più totale. Tra le fila dell’esercito iracheno, il califfato ha pescato i quadri militari necessari ad avviare la campagna di guerra nell’area. Il carcere ha

I NOSTRI PREZIOSI NEMICI DEL DAESH di Nicoletta Dentico e Marinella Correggia

Le atrocità contro civili e opere d’arte creano sconcerto. Ma intanto il commercio di armi verso il Medio Oriente è salito del 68% in cinque anni 48

valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


dietro le quinte del Califfato internazionale

facilitato il matrimonio di convenienza tra la rabbia dei militari ba’athisti esautorati e la violenza ideologica dei radicali salafiti, avviando il reclutamento dei combattenti jihadisti pronti a imbracciare le armi per Al Qaeda e per gli altri gruppi più radicali in Iraq. Come con la guerra in Afghanistan, il controllo del Paese è rimasto una chimera. Sono nate invece a raffica guerre per procura in Siria, in Yemen, tra potenze regionali (Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Iran) ed extraregionali (Stati Uniti, Unione europea, Russia), in un catalogo degli errori feroce e inarrestabile che non ha risparmiato neppure la Libia, resa dai bombardamenti francesi e poi Nato un paradiso sicuro per i gruppi jihadisti in arrivo e in partenza verso Siria e Africa subsahariana.

DA DOVE PROVENGONO I COMBATTENTI STRANIERI DELLA SIRIA FONTE: CNN, NATIONAL GOVERNMENTS, PEW RESEARCH

I TERRORISTI PIÙ RICCHI DI SEMPRE Il controllo sulle popolazioni e sul territorio – si dice – fa dello Stato Islamico la più ricca organizzazione terrorista della storia. Nel suo Empire of Fear, Andrew Hosken racconta che Isis, in autonomia da Al Qaeda, ha imposto una strategia di finanziamento basata su un’efficace rete di attività criminali – rapimenti di individui e rapine, soprattutto in banca – seguite con scrupolo dall’intelligence americana. Nel giugno 2014, secondo International Business Times, il gruppo ha messo a segno a Mosul un’estorsione di 429 milioni di dollari alla banca centrale. Ma già dal 2006, i pozzi petroliferi e le raffinerie, particolarmente in Siria, e il controllo delle frontiere, soprattutto con la Turchia, hanno alimentato il patrimonio del califfato da costruire, insieme al più recente mercato illeDa oltre un anno l’aviazione della coalizione militare anti-Daesh ha lanciato la campagna Inherent Resolve, incapace persino di risolvere – annientandole – le colonne di armi e mezzi del Califfato ben visibili nel deserto. Da oltre un anno in Occidente ci si straccia le vesti per le vestigia archeologiche polverizzate, eppure nessuno considera di aiutare le forze regolari siriane – le sole che hanno difeso fino all’ultimo l’oasi di Palmira – ad abbattere un nemico spietato che decapita le statue romane come tutti i kuffar, gli apostati miscredenti. Intanto, l’avanzata dei miliziani in Iraq e Siria rappresenta la migliore conferma della finta guerra che arabi e occidentali stanno conducendo contro lo Stato Islamico. Invece di difendere i curdi, gli yazidi, i siti arvalori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

* Escludendo i maggiori paesi islamici.

gale dei reperti archeologici (oltre un centinaio di siti sono esposti quotidianamente), tutte attività per le quali i jihadisti agiscono indisturbati. Le monarchie del Golfo e altri governi della regione hanno fatto il resto, in funzione anti-sciita. Il terrorismo internazionale ha trovato qui ampio sostegno già dalle prime mosse di Al Qaeda in Iraq con Abu Musab Al-Zarqawi, le sue strategie genocidarie e i manuali del terrore, da cui origina Daesh. I principali finanziatori sono storicamente in Arabia Saudita, in Qatar, Kuwait e Turchia. Donatori privati e governativi. Poco importa. In simili regimi, la linea di demarcazione è difficile da tracciare. ✱

cheologici, si continua a sostenere, direttamente o indirettamente, i jihadisti.

ADDESTRAMENTI A STELLE E STRISCE

Lo scorso maggio, 4mila ribelli siriani selezionati da turchi, sauditi e qatarini – sponsor indiscussi di Isis – venivano addestrati da 350 consiglieri militari americani in Turchia e Giordania. L’Esercito della Conquista – il gruppo include dai salafiti agli uomini del Fronte Al-Nusra – è frutto dell’alleanza tra Arabia Saudita e Qatar per isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’asse sciita. Il programma, si legge su Analisi Difesa, prevede l’addestramento di 5mila combattenti. Il costo, per tre anni di corso, è tutt’altro che irrisorio: un miliardo e mezzo di dollari. Paga il Pentagono.

NORME EUROPEE SOTTO AI PIEDI

Il flusso di sistemi d’arma dall’Occidente verso i Paesi del Mena (Middle East and North Africa) non si è mai fermato, anzi registra una crescita vertiginosa e l’Unione europea marca stretta gli Stati Uniti, che tutt’oggi è il primo esportatore. Le puntuali analisi dell’Osservatorio sulle Armi Leggere (OPAL) illustrano come dal quinquennio 2004-2008 al quinquennio 2009-2013 le autorizzazioni europee per forniture di sistemi d’arma in Medio Oriente siano incrementate del 68%. Un’impennata avvenuta in barba alla normativa comunitaria che impedisce «l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale».✱ 49


internazionale terrore in Messico

Desaparecidos in nome del profitto di Paola Baiocchi

Dopo la privatizzazione della Pemex, l’industria petrolifera nazionale, le enormi riserve di shale gas e greggio sono a disposizione dei privati. E ogni opposizione è bloccata con la tecnica delle sparizioni forzate

I

l 26 settembre 2014 il Messico ha vissuto una tragica giornata, il cui bilancio finale sono stati sei morti e 45 studenti della Escuela normal rural di Ayotzinapa prelevati e fatti scomparire. La “sparizione forzata” dei futuri maestri, importanti figure di alfabetizzatori in zone rurali, è stata subito definita dagli osservatori più attenti della politica messicana “un’azione militare”, che in gergo viene

L’ASSALTO DEL MONDO ALLE RICCHEZZE MESSICANE Progetti minerari sviluppati da imprese con capitale straniero

FONTE: CGMINERIA - COORDINACIÒN GENERAL DE MINERÌA - DIRECCIÒN GENERAL DE DESARROLLO MINERO

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chiamata “incudine e martello”. Dove la polizia è stata l’incudine e l’esercito il martello. Gli studenti protestavano a Iguala, nello stato sudoccidentale di Guerrero, contro i tagli all’istruzione decisi dal governo di Enrique Peña Nieto e ricordavano il massacro di 300 studenti, uccisi da reparti speciali dell’esercito e della polizia il 2 ottobre 1968 a Città del Messico, prima dell’inizio delle Olimpiadi. Pochi giorni dopo, la notizia che i corpi carbonizzati di 43 degli studenti prelevati erano stati ritrovati in una discarica ha fatto il giro del mondo. Indagini alternative alla versione ufficiale dimostrano che i 43 futuri maestri non sono stati bruciati nella discarica, ma resta il mistero sulla loro sorte dopo la scomparsa. Il sequestro dei normalistas non è stato il primo caso di sparizione forzata in Messico: è solo un fotogramma, arrivato alla ribalta internazionale, di una strategia che ormai da anni si consuma nel grande Paese ai confini con gli Stati Uniti, con il consenso dei governi e con l’operatività delle strutture repressive statali, in commistione con la criminalità organizzata e l’imprenditoria locale e multinazionale.

Esplorazione Sviluppo Produzione Sospensione State Capital Porti marittimi valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


terrore in Messico internazionale

NI VIVOS NI MUERTOS Ha compiuto un profondo lavoro di indagine sui perché di questa strage continuata Federico Mastrogiovanni, giornalista italiano che vive e lavora in Messico, che ha raccontato a Valori la sua inchiesta raccolta nel libro e nel documentario Ni vivos ni muertos, realizzato con Luis Ramirez. Per tre anni, Mastrogiovanni ha viaggiato in tutto il Paese. Incontrando parenti e il loro dolore infinito, parlando con avvocati, attivisti, artisti che aiutano a far luce sulle tante storie oscure. Ha seguito le tracce di uccisioni atroci, come quelle raccontate da Santiago Meza López, sicario del cartello di Tijuana, che ha dichiarato di aver sciolto nell’acido almeno cento persone. «Negli anni ’70 e ’80 – racconta – c’erano le sparizioni forzate durante il periodo della “guerra sporca” ma erano diverse: venivano fatti sparire dallo Stato attivisti, militanti, politici o loro parenti. È con i sei anni di governo di Felipe Calderon (2006-2012) e la sua dichiarata guerra al narcotraffico che le scomparse aumentano drammaticamente e assumono un’apparente casualità. Vengono prelevati soprattutto giovani uomini, tra i 15 e i 30 anni, che non hanno fatto nulla di male ma che di solito vengono criminalizzati dai media attraverso l’insinuazione di una loro contiguità con il crimine, per cui aleggia quasi sempre l’impressione che i desaparecidos fossero “coinvolti in qualcosa”». Secondo i dati diffusi nel 2013 dal ministero degli Interni, negli ultimi anni sono scomparse più di 27mila persone. La stima è per difetto, perché molti non vengono denunciati per paura: per ammissione dello stesso coordinatore antisequestro, Renato Sales Heredia, per ogni sequestro o sparizione denunciata ce ne sono almeno 11 che non diventano pubbliche e quindi l’orribile totale del 2013 è di almeno 18.645 sparizioni, 51 al giorno.

GLI INTERESSI ECONOMICI «Dietro questa strategia – spiega Mastrogiovanni – ci sono diversi motivi. Quando un’area si spopola per il terrore, come nel caso di Ciudad Juarez, nota per le sparizioni delle donne che lavorano nelle maquiladoras, i terreni vengono svenduti. Molti imprenditori, come Carlos Slim, hanno comperato a poco e ora stanno avviando progetti immobiliari. Avere un controllo del territorio così totale serve per gestire le risorse naturali senza opposizioni: acqua, oro, argento, ferro, petrolio, depositi di shale gas che arrivano fino in Texas. La mappa del Messico è tutta costellata di concessioni minerarie straniere, soprattutto canadesi. Lo Stato del Guerrero, dove c’è la scuola agraria di Ayotzinapa e ha il più alto numero di sparizioni, non solo è fondamentale per la “rotta” valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015

“REALISMO MESSICANO” PROVE DI ESPORTAZIONE di Paola Baiocchi

Renzi e Peña Nieto,“gemelli diversi”: governano Paesi corrotti con economie ristagnanti e problemi di violenza. Molti invitano il premier italiano a copiare lo Stato americano senza curarsi di sindacati e politici tradizionali Enrico Letta è stato il primo presidente del Consiglio a incontrare Peña Nieto nel 2013, dopo la privatizzazione di Pemex, l’industria petrolifera di Stato, aprendo le porte a una delegazione di Confindustria: nel marzo del 2014 una missione composta da 60 aziende italiane e 4 banche ha incontrato partner commerciali dei settori petrolio e gas, infrastrutture, automobilistico e tecnologie verdi. I contatti istituzionali si sono poi infittiti con il viaggio di Paolo Gentiloni, molti anni dopo l’ultima visita ufficiale di un nostro ministro degli Esteri. Il Messico e il suo presidente sono coccolati dai media anglosassoni: Forbes gli ha dedicato la copertina incoronandolo salvatore del Paese. Il fondo di gestione inglese Standard life ha consigliato ai suoi clienti di «scappare dal Brasile e rifugiarsi in Messico». Nella sua visita italiana Peña Nieto è stato ricevuto da papa Bergoglio e poi da Renzi, al quale il Financial Times ha suggerito di dimenticare Tony Blair e Obama, per seguire l’attivismo riformista di Nieto, che non si lascia bloccare dai sindacati e dai politici tradizionali. La parola d’ordine di applicare il “realismo messicano” in Italia è arrivata (via twitter) anche dal finanziere italo-inglese-renziano David Serra. Secondo dati riportati dallo stesso Gentiloni, in Messico nel 2015 operano «1.400 imprese italiane, di cui circa 350 in modo strutturato e circa un centinaio con uno stabilimento produttivo. Tra i Paesi dell’Unione europea, l’Italia è il terzo partner commerciale del Messico e il decimo a livello mondiale, con un interscambio di 7 miliardi di dollari. Sempre fra i Paesi Ue, ci collochiamo al terzo posto anche per gli investimenti, con un volume di 269 milioni di dollari dal 1999 al 2014». La presenza italiana più importante è quella del Gruppo Techint, della famiglia Rocca, a Veracruz fin dal 1954 con un impianto di produzione di tubi d’acciaio, e che nel 2005 ha creato Ternium, principale produttore di acciaio del Sudamerica. ✱

che porta la droga negli Usa, ma è anche la zona dove si produce la metà della marijuana e del papavero da oppio messicano». Si pensa quindi che gli scomparsi possano essere usati come schiavi per le coltivazioni dei narcos o nelle miniere clandestine. Ci sono casi documentati di collaborazioni tra imprese minerarie e criminalità, in vari territori del Paese, tra cui Michoacán. Ma che tipo di Stato permette uno sviluppo così perverso? «Non è uno Stato fallito come qualcuno dice, deresponsabilizzandolo – spiega Mastrogiovanni – al contrario è fortissimo e ha i mezzi economici e repressivi per contrastare la criminalità: è uno Stato socio, che ha scelto da che parte stare». ✱ 51


giganten

Siemens

I diritti umani possono aspettare di Mauro Meggiolaro

el settembre del 2014 l’indicazione di Angela Merkel era chiara: il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi sarebbe stato invitato in Germania solo dopo il ritorno alle urne per insediare un nuovo parlamento al Cairo. Poi però le elezioni, programmate per marzo 2015, sono state rimandate a ottobre e il governo tedesco non ce l’ha più fatta ad aspettare: il 3 e 4 giugno al-Sisi è stato accolto a Berlino con gli onori militari dal presidente della repubblica Joachim Gauck per poi incontrare la cancelliera, il ministro degli Esteri Steinmeier e il ministro dell’Economia Sigmar Gabriel. Con l’occasione il presidente egiziano ha firmato con la multinazionale tedesca Siemens una serie di contratti per la costruzione di una mega centrale a gas da 4,4 GW, parchi eolici per altri 2 GW e nuove centrali elettriche per un totale di 6,6 GW oltre a dieci stazioni di trasformazione. Il tutto per un valore totale di 8 miliardi di euro: la più grande commessa nella storia del colosso dell’elettronica, dell’energia e dei trasporti con sede a Monaco di Baviera e oltre 340mila dipendenti in tutto il mondo. «L’accoglienza di al-Sisi a Berlino e i contratti con Siemens sono

N

52

chiaramente collegati», ha dichiarato Christine Buchholz, parlamentare del partito di sinistra Die Linke a Valori. «L’accordo era stato annunciato già in marzo alla conferenza internazionale con gli investitori di Sharm El Sheik, a cui ha partecipato il ministro Gabriel (mentre per l’Italia era presente Matteo Renzi, ndr). Si tratta di contratti assolutamente non trasparenti, per i quali il ministero dell’Economia ha fatto da intermediario, sostenendo di fatto un regime che ha condannato a morte centinaia di persone per motivi politici, non ultimo l’ex presidente Morsi. In questo modo, al-Sisi si sente legittimato ad andare avanti con la repressione». È d’accordo anche Dieter Janecek, portavoce economico dei Verdi nel Bundestag: «La Germania ha fornito il suo appoggio senza considerare il rispetto dei diritti umani», ha spiegato Janecek a Valori. «Il governo tedesco entra in gioco anche nell’assicurazione della commessa, che è stata richiesta all’agenzia Euler Hermes (che ha un ruolo analogo a quello dell’italiana Sace, ndr). Entro fine anno sapremo se sarà concessa ma sembra chiaro che il governo non potrà tirarsi indietro, nonostante i rischi siano molto elevati: l’Egitto è classificato al livello 6 di 7». Poco prima della visita del presidente egiziano a Berlino, Amnesty International, Human Rights Watch e altre tre organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani avevano scritto una lettera ad Angela Merkel puntando il dito sulle oltre 40mila detenzioni per motivi politici ordinate dal governo di al-Sisi e chiedendo una moratoria sulle esecuzioni e il ripristino della libertà di associazione, fortemente limitato da una legge del novembre 2013. Un appello caduto nel vuoto. Intanto i contratti siglati in pompa magna a Berlino hanno ridato speranza al sindacato dei metalmeccanici IG Metall, alle prese con estenuanti negoziazioni per limitare il numero dei 2.200 esuberi programmati da Siemens in Germania nella produzione di turbine per le centrali a gas, componenti che saranno cruciali per la commessa egiziana. «Le nuove turbine possono essere prodotte in Germania», ha dichiarato Klaus Abel, segretario di IG Metall nella capitale tedesca dove Siemens ha in programma 800 esuberi. «Dal momento che il governo ha avuto un ruolo chiave nelle trattative, Siemens dovrebbe ora dimostrare che ci saranno dei vantaggi anche per i lavoratori tedeschi». Al momento, però, il gigante non si muove. ✱ valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


la bacheca di valori ?? internazionale

PRODOTTI BIOLOGICI: CHI NE CONSUMA DI PIÙ? FONTE: FIBL E IFOAM

Valore delle vendite al dettaglio - dati 2013

NEWS

Cibo per gatti al gusto di schiavitù

Proprietari di gatti contro la Nestlé. Al centro dello scontro un cibo per animali, il Fancy Feast, che ha indotto un gruppo di acquirenti ad avviare una class action. Secondo i querelanti, la Nestlé, attraverso la thailandese Thai Union Frozen Products, ha importato quasi 13mila tonnellate di cibo per gatti a base di pesce utilizzando ingredienti ottenuti con il lavoro forzato. Uomini e ragazzi, provenienti da Cambogia e Birmania, verrebbero venduti ai capitani dei pescherecci e costretti a turni di 20 ore spesso senza paga o sotto minacce di morte. I consumatori, con la loro azione, chiedono un rimborso dalla Nestlé e l'abbandono di tali pratiche. L'azienda elvetica nega le accuse e promette un piano d'azione per contrastare il lavoro forzato.

VALORITECA SPUNTI DA NON PERDERE NEL MESE APPENA TRASCORSO

TUTTI I MURI DELLA FORTEZZA EUROPA FONTE: SCHENGENVISAINFO.COM AND NEWS REPORTS / THE WASHINGTON POST

Recinzioni realizzate o in fase di costruzione nel Vecchio Continente

I MIGLIORI TWEET DEL MESE Polonia riduce produzione industriale: fa caldo e manca l'acqua per raffreddare le centrali a carbone 10 agosto Mauro Meggiolaro @meggio_m

#Nigeria ’s population is expected to overtake that of the U.S. some time between 2045-2050 http://wrld.bg/RmshL [Previsioni calcolano che popolazione #Nigeria supererà quella Usa tra 2045-2050]

31 agosto World Bank Research @wb_research valori / ANNO 15 N. 132 131 / OTTOBRE SETTEMBRE 2015 2015

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bancor

Falsi miti del neoliberismo

Onnipotenza cinese e crescita infinita dal cuore della City Luca Martino

pprendere una teoria e un metodo vuol dire diventare un pensatore consapevole in grado di discernere delle assunzioni e delle implicazioni di ciò di cui ci si occupa». Si apriva così il celeberrimo articolo di Giovanni Sartori per l’edizione del dicembre 1970 dell’American Political Science Review, che di fatto rivoluzionò la moderna scienza politica. In un’epoca nella quale si moltiplicavano gli Stati, e con loro la complessità dei sistemi istituzionali e dei meccanismi di partecipazione politica, Sartori mise al centro della ricerca comparata dei sistemi di governo l’analisi logica dei processi amministrativi e l’uso di una metodica razionale piuttosto che di una pur sofisticata macchinazione dei dati, spesso poco significativi, e di una “concettualizzazione amorfa di pseudo-equivalenze”. In campo economico, al netto degli avanzamenti, soprattutto di tipo econometrico, nelle tecniche di analisi sull’andamento dei mercati e sul rischio creditizio, e tolte poche eccezioni (tra questi, i lavori della Klein, di Krugman e Stiglitz, fino ai recenti saggi di Piketty), non è avvenuta negli ultimi decenni un’analoga evoluzione della ricerca sui sistemi

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finanziari dominanti, tutti di stampo neoliberista. Restano anzi prevalenti i principi neoclassici della scuola di Chicago, e con loro molti miti fondanti del conservatorismo economico, ma mancano controargomentazioni efficaci e plausibili per raccontare dei tanti squilibri che impattano le nostre economie nell’era della globalizzazione: che si tratti di finanza strutturata, di unioni monetarie o di turbolenze borsistiche, senza dati significativi e non andando al fondo della questione (questa, in estrema sintesi e interpretandola liberamente, la lezione ultima di Sartori), non vi è alcuna analisi possibile che spieghi e casomai ragioni sul come rimediare a fenomeni distruttivi che minano il benessere di gran parte della popolazione mondiale. Tante statistiche, fiumi di inchiostro, titoli altisonanti ma nessuna, o quasi, spiegazione convincente: a leggere i giornali, sembra oggi che la Cina sia sull’orlo del baratro e soltanto l’idea di un possibile rallentamento della seconda economia mondiale ha scatenato uno tsunami di vendite in tutte le piazze finanziarie. Pechino minimizza ma intanto la Borsa di Shanghai è arrivata a perdere circa cinque trilioni di dollari dai massimi di inizio giugno e la Banca Popolare ha dovuto mettere mano alle riserve valutarie per sostenere i titoli. Sarà forse vero che la crescita cinese rimarrà stabilmente sopra al 7%, ma è un fatto, questo sì certo, che le autorità di controllo di Pechino hanno dimostrato, al pari delle banche centrali europee e americane, di smarrire spesso il bandolo della matassa: prima il divieto delle vendite allo scoperto e di nuove quotazioni, poi l’imposizione ai fondi di diritto pubblico di continuare a investire massicciamente, poi ancora la svalutazione dello yuan, infine il tardivo taglio dei tassi di interesse e l’altrettanto tardiva iniezione di liquidità per le banche. La questione cruciale non pare essere nelle prospettive dell’economia cinese, che di qui a pochi anni sarà certamente la più grande e nel contempo iniqua ed esclusiva economia mondiale, ma nella struttura stessa del sistema economico cinese, una sorta di capitalismo di Stato imbottito di debito e investimenti a breve termine, e semmai del fatto che qualcuno in Occidente si fosse illuso che Pechino fosse onnipotente, magari anche onnisciente, e capace davvero di portare un miliardo e mezzo di persone ai nostri livelli di “benessere” nel giro di pochi anni. ✱ todebate@gmail.com valori / ANNO 15 N. 132 / OTTOBRE 2015


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